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Angioletta Massimino

Angioletta Massimino
Sul reato di Stalking Giudiziario

Lettera aperta ai parlamentari socialisti di Camera e Senato

Considerato che in questi tempi di guerre giudiziarie spesso nate in famiglia, tra coniugi o tra fratelli, o in qualsiasi altro contesto, si sta evidenziando un modo del tutto particolare di mettere in atto delle persecuzioni, vendette, molestie e quant’altro, che si materializza nelle aule dei Tribunali, è nata una nuova figura di reato denominata ‘stalking giudiziario’.
Il Tribunale, pertanto, nel nostro bel Paese, è diventato il luogo più sicuro dove poter delinquere indisturbati, tanto non vi è alcun controllo sull’operato dei magistrati e se sbagliano… qualora saltasse fuori … errore giudiziario fu!
Chi ha denaro può intentare cause contro il soggetto/oggetto delle proprie persecuzioni con motivazioni inventate, promuovendo azioni legali inutili, con spese a carico dello Stato, che nascondono altri interessi personali, sia che si tratti di vendette, o di accaparrarsi eredità non spettantegli, di lotte tra fratelli o tra coniugi, o altro ancora, con un unico scopo: dare fastidio, arrecare danno.
Quando, però, vi prendono parte anche i giudici e i loro collaboratori, perché corrotti, e all’interno dei Tribunali sono capaci di creare delle vere e proprie associazioni a delinquere a scopo di lucro, alleandosi con la parte che mette denaro a disposizione sul piatto della bilancia della giustizia, allora si arriva a forme di gravità tali, messe in atto con condotte attive o passive, da potersi definire vile banditismo giudiziario, che ha come fine ultimo l’arricchimento personale alle spalle della vittima, creando un sistema di clientele ove la giustizia viene annullata e ridotta a mercimonio.
In questo tipo di reato accade che lo ‘stalker’ si descriva falsamente come vittima e presenti delle denunce contro la vera parte offesa, che è la sua vittima, accusandola dei più svariati reati nell’intento di arrecarle un danno psicologico, un danno di immagine e tramite la denuncia, civile o penale, anche un danno giudiziario, sicuro di farla franca, tra l’altro, avendo l’appoggio dei giudici e dei loro collaboratori corrotti e ben pagati.

Ritengo, che attualmente la legislazione italiana non abbia attenzionato sufficientemente bene lo ‘stalking giudiziario’, facendone un reato specifico e conseguentemente non sia gravemente punito come meriterebbe, né riguardo lo ‘stalker’, né, ancor di più, riguardo ai giudici corrotti e ai loro collaboratori, indispensabili anelli della catena diventata vera e propria associazione a delinquere.
Ciò è inaccettabile giuridicamente, eticamente e socialmente.

Lo ‘stalker giudiziario’ va punito più aspramente di quanto preveda l’art. 612 bis del Codice Penale, che disciplina il reato di ‘atti persecutori’ in generale, e per diversi motivi:

1) perché prendendo in giro la legge per fini personali, attraverso lo ‘stalking giudiziario’ si vuole solo soddisfare un interesse personale di persecuzione della vittima, con reiterate azioni riproposte nel tempo, civili o penali, dettate da odio, vendetta, rivalità, invidia, interessi economici, interessi ereditari, o per pura perversione mentale mirante, a dare fastidio, ad arrecare danno a tutti i livelli, a molestare, al fine di modificare le abitudini e il tenore di vita della vittima, farle perdere il lavoro, la salute, portarla all’esaurimento psicofisico, nella speranza che magari la vittima muoia per malattia da stress psicofisico, o per esaurimento arrivi al suicidio.
Tutto ciò viene realizzato attraverso la calunnia espressa nelle azioni giudiziarie esperite contro di essa, essendo spesso l’unico mezzo rimastogli non essendo più in condizioni di poter esercitare, per es., la violenza fisica, per allontanamento dalla vittima, o lo ‘stalking’ vero e proprio;

2) perché fa aumentare inutilmente il carico processuale, facendo perdere inutilmente tempo alla giustizia, che potrebbe impegnare lo stesso tempo, sprecato in tal modo, in maniera più proficua per i cittadini;

3) perché grava lo Stato di spese inutili per procedimenti privi di qualsiasi fondamento;

4) e non ultimo, perché la vittima molestata continuamente viene esposta inevitabilmente a spese legali e processuali, viene inoltre gravata da ingente danno, sia sul piano economico, sia sul piano psicologico, sia riguardo l’immagine personale e professionale.

Dev’essere, pertanto, risarcito il danno in termini economici per le spese processuali fatte gravare sia sullo Stato, sia sulla vittima, comprendendo per essa anche il risarcimento per danno biologico, danno all’immagine personale e professionale, per eventuale cessazione di attività dovuta a malattia, o tentato suicidio, a causa di tutte le attività messe in atto nel tempo dallo ‘stalker’, che abbiano di fatto impedito alla vittima di continuare normalmente la propria vita, secondo il proprio precedente tenore di vita e le proprie attività lavorative secondo le proprie abitudini.
Il risarcimento economico dovrebbe essere così oneroso da scoraggiare chiunque a tentare di prendere in giro la giustizia a fini personali, perseguitando le vittime finanche nelle aule giudiziarie, rovinando loro la vita, la salute e l’attività lavorativa, poiché non si possono lasciare gli autori di un’azione civile o, a maggior ragione, penale, priva di fondamento, e i falsi testimoni procuratisi per renderla credibile, liberi da gravi responsabilità.

Dallo scoraggiamento di azioni processuali di questo tipo ne deriverebbe, tra l’altro, un alleggerimento del carico processuale che grava nei vari Tribunali, a causa di motivi inesistenti e strumentali ad altri fini del tutto illegittimi e sarebbero anche evitati tanti presumibili errori giudiziari che poi a distanza di tempo, magari di dieci anni o più, si scoprono essere tali.

In quanto ai giudici corrotti e ai loro collaboratori, che approfittando della loro posizione si nascondono rispettivamente dietro la toga o dietro ai mandati dai giudici loro assegnati, per tradire la giustizia e il loro mandato e poi avviare attività private con quanto tramite la giustizia lucrato, credendosi intoccabili, il massimo della pena possibile, in galera e buttare la chiave!

E che dire dei miserabili avvocati, vergognosamente corrotti anch’essi, che si prestano a tali meschini giochetti usando la giustizia per sporchi interessi personali in alleanza con i giudici corrotti e i loro collaboratori, delinquenti privi di etica e di deontologia professionale, cui dovrebbe essere impedito non solo di esercitare ma anche di entrare nelle aule giudiziarie, neanche come lavastracci di coloro che puliscono con dignità i pavimenti di tali aule giudiziarie, perché indegni di essere chiamati avvocati e che tale professione offendono con la loro volgare esistenza.
Radiazione dall’albo, dove sono stati indegnamente iscritti, e collocarli in più idonee sedi…!

Chiedo, pertanto, ai parlamentari socialisti di prestare la dovuta attenzione al problema e di redigere una proposta di legge per dar vita ad un’autonoma forma di reato ben stigmatizzata e più gravemente sanzionata, rispettivamente riguardo alle diverse figure che tale reato mettono in atto, lo ‘stalking giudiziario’, poiché la giustizia deve applicare la legge secondo equità e la legge non va presa in giro per delinquere servendosi dell’apparato giustizia.

Angioletta Massimino

Chi di spada ferisce
di spada perisce

In merito all’articolo sui presunti “brogli” nel tesseramento PSI, pubblicato su “La Repubblica” qualche giorno fa, nel quale troneggiavano infamanti affermazioni lesive della dignità e della onorabilità del Segretario socialista,Riccardo Nencini, come pure del PSI e di tutti i Socialisti, in quanto Compagna Socialista di fervente passione politica, nonché onesta e dignitosa militanza, mi sento fortemente offesa e indignata.

Ancor più l’indignazione cresce avendo letto che al nostro Segretario nazionale è stato negato il “diritto di rettifica” sullo stesso quotidiano “La Repubblica”, che tanto incautamente, per mano di un suo poco attento giornalista (Concetto Vecchio), ha diffuso notizie tanto infamanti quanto lesive della dignità e della onorabilità di tutti noi Socialisti, senza prima verificare i fatti con attenzione e diligenza.

Non entro nel merito delle dichiarazioni al vetriolo rese da alcuni ex socialisti, le quali campeggiano a contorno dell’infamante articolo, perché si commentano da sole e tornano al mittente come un boomerang, in quanto coinvolgerebbero gli stessi in ipotetiche responsabilità, ma sicuramente dei suddetti ne esplicitano l’aspetto morale ed etico.

Mi chiedo, pertanto, come mai ci si rassegni con tanta remissività di fronte ad una tale ingiustizia, quando esiste una precisa legge sulla stampa cui dovrebbe farsi immediatamente ricorso per vedere affermato il proprio “diritto di rettifica”.

Trattasi della legge n. 47 dell’8 febbraio 1948, che all’art. 8 così recita:

Risposte e rettifiche:  “Il direttore o, comunque, il responsabile è tenuto a fare inserire gratuitamente nel quotidiano o nel periodico o nell’agenzia di stampa le dichiarazioni o le rettifiche dei soggetti di cui siano state pubblicate immagini od ai quali siano stati attribuiti atti o pensieri o affermazioni da essi ritenuti lesivi della loro dignità o contrari a verità, purché le dichiarazioni o le rettifiche non abbiano contenuto suscettibile di incriminazione penale.

Per i quotidiani, le dichiarazioni o le rettifiche di cui al comma precedente sono pubblicate, non oltre due giorni da quello in cui è avvenuta la richiesta, in testa di pagina e collocate nella stessa pagina del giornale che ha riportato la notizia cui si riferiscono.

Per i periodici, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, non oltre il secondo numero successivo alla settimana in cui è pervenuta la richiesta, nella stessa pagina che ha riportato la notizia cui si riferisce.

Le rettifiche o dichiarazioni devono fare riferimento allo scritto che le ha determinate e devono essere pubblicate nella loro interezza, purché contenute entro il limite di trenta righe, con le medesime caratteristiche tipografiche, per la parte che si riferisce direttamente alle affermazioni contestate.

Qualora, trascorso il termine di cui al secondo e terzo comma, la rettifica o dichiarazione non sia stata pubblicata o lo sia stata in violazione di quanto disposto dal secondo, terzo e quarto comma, l’autore della richiesta di rettifica, se non intende procedere a norma del decimo comma dell’articolo 21, può chiedere al pretore, ai sensi dell’articolo 700 del codice di procedura civile, che sia ordinata la pubblicazione…”.

Se da una parte esiste il diritto alla libera manifestazione del proprio pensiero, tutelato dall’articolo 21 della Costituzione, dall’altra parte esistono pure altri diritti costituzionalmente garantiti, come, per esempio, i diritti della personalità, che in questo caso si concretizzano nel diritto di tutela di un soggetto che si ritenga leso da una notizia diffusa attraverso i mass media.

Se in tale ipotesi venisse applicato il “diritto di rettifica”, si avrebbe almeno la possibilità per il soggetto danneggiato di spiegare meglio la notizia divulgata dandone una diversa interpretazione, secondo la propria verità. Risulterebbe, inoltre, sicuramente di maggiore efficacia rispetto al risarcimento in denaro del danno, il quale anche se fosse economicamente esagerato non restituirebbe la dignità all’immagine pubblica, del soggetto leso, macchiata da una notizia infamante.

Indignati noi Socialisti lo siamo, ma remissivi non dobbiamo mai esserlo!

Si pretenda, quindi, la pubblicazione della rettifica su “La Repubblica”, perché se per primi noi Socialisti non ci difendiamo, nessuno ci difenderà.

Qualora, inoltre, ce ne fossero i presupposti, si proceda con querela per diffamazione a mezzo stampa nei confronti del giornalista autore dell’articolo infamante, del direttore responsabile della testata giornalistica, nonché del suo proprietario e editore (art. 595 cod. pen. e art. 11 legge sulla stampa n. 47/1948).

Compagni, facciamo in modo tutti che finisca per sempre il tempo della facile diffamazione contro i Socialisti,combattendo ogni giorno con forza e coraggio per difendere l’onore del Socialismo italiano e l’onore di tutti noi Compagni Socialisti che ancora in esso crediamo, per esso viviamo e con esso speriamo in un futuro migliore per tutti!

Angioletta Massimino

Cassazione, il Muos è abusivo!

Ho sempre creduto che la forza di un popolo unito, o di un folto gruppo di persone, se riesce a combattere le proprie battaglie con pertinacia e coraggio, può anche riuscire a ribaltare qualsiasi situazione e qualsiasi destino.

E’ quello che abbiamo fatto noi combattenti contro il MUOS, da diversi anni, lottando contro lo strapotere americano, che da più di settanta anni subiamo in Sicilia, e contro il governo italiano e siciliano, entrambi succubi di esso per scelta.

Una battaglia, la nostra, contro ciò che è da tutti percepito come un sopruso della peggiore specie in danno della Sicilia e dei Siciliani.

Nella lunga storia tutta siciliana del MUOS di Niscemi, noi Siciliani avevamo assistito, da ultimo, all’ennesima sceneggiata, riguardo alle emissioni elettromagnetiche del nuovo sistema satellitare impiantato di recente nella Sughereta, avente come tema un’altra richiesta di verificazioni da parte del CGA di Palermo, che aveva affidato l’incarico a un collegio di esperti composto da tre referenti dei ministri della Salute, dell’Ambiente, dell’Infrastrutture e da due scienziati (uno del Cnr e l’altro del Cun), quindi di parte, per stabilire quali conseguenze avrebbero potuto esserci per la salute dei siciliani a causa della messa in funzione delle tre parabole del MUOS, le quali si sommano all’inquinamento elettromagnetico già creato dalle 46 antenne del sistema N.R.T.F., esistenti nella stessa base sin dal 1991.

Evidentemente, per i giudici del CGA non sono state soddisfacenti le varie relazioni già esistenti a firma di eminenti scienziati, tra cui l’ultima presentata a Roma il 15 maggio 2014, all’Audizione in IV Commissione Difesa della Camera dei Deputati, a firma di un gruppo di scienziati, tra cui il Prof. Massimo Zucchetti e il Prof. Massimo Coraddu, né la verificazione già svolta in primo grado per il C.G.A. dal Prof. D’Amore dell’Università La Sapienza di Roma, in cui anch’egli aveva evidenziato i gravissimi vizi delle autorizzazioni rilasciate per la costruzione del MUOS, vizi che non avrebbero potuto garantire né la salute dei cittadini, né la salvaguardia dell’ambiente.

Non dimentichiamo, inoltre, che in quella stessa zona un grande contributo all’inquinamento ambientale l’ha già dato, e lo dà tutt’oggi, il Petrolchimico di Gela, facendo innalzare l’indice di tumori nella popolazione, inquinamento che si sommerebbe a quello determinato dai sistemi N.R.T.F. e MUOS di Niscemi.

Il solo sistema MUOS creerebbe un campo elettromagnetico di notevole intensità per un raggio di azione di oltre 135 Km, che avrà valori compresi tra i 30 e i 31 GHz, per le maxi antenne, secondo quanto affermano gli studiosi, mentre i due trasmettitori elicoidali avranno una frequenza di trasmissione che oscilla tra i 240 e i 315 MHz, pertanto di molto superiore ai limiti fissati dalla legge italiana (legge n. 36 del 2001).

Il lavoro dei verificatori non era stato portato a termine a causa di intoppi vari, dovuti soprattutto al reperimento da parte dell’ARPA dei macchinari idonei per tali misurazioni, ai tempi insufficienti per effettuarle e all’impossibilità di predisporre misure precauzionali per evitare danni alla popolazione derivanti dall’accensione alla massima potenza del sistema MUOS.

Fortunatamente, era intervenuto il Prefetto di Caltanissetta, Maria Teresa Cucinotta, che coscienziosamente, almeno lei, aveva bloccato l’accensione del MUOS in assenza di dati certi sull’innocuità per la popolazione. Una decisione che le rende onore, ma che fa risaltare ancor di più l’insopportabile menefreghismo da parte dei nostri politici, facendo crescere, non poco, la rabbia in tutti noi Siciliani.

Tanti sono stati gli inganni, le bugie e i tradimenti da parte della Regione Siciliana, ma su tutti campeggia la famosa “revoca della revoca” delle autorizzazioni per la costruzione del MUOS, atto giuridicamente inesistente poiché con la prima revoca l’atto delle autorizzazioni era già diventato nullo, pertanto non sarebbe potuto tornare in vita con la revoca della revoca e ciò ha stabilito anche il Tar di Palermo con sentenza del 15 Febbraio 2015.

In questa brutta faccenda, ciò che addolora noi Siciliani è il fatto che il Presidente della Regione Siciliana, Rosario Crocetta, non abbia mai trovato il coraggio di difendere la nostra Sicilia come avrebbe dovuto, proprio quando più necessitava di aiuto da parte dei suoi figli.

Finalmente, però, il 25 Gennaio 2016, mentre noi Siciliani stavamo quasi per perdere la fiducia nella giustizia, oltre che nei politici, è arrivata la notizia dell’emessa sentenza della Cassazione, la quale stabilisce, sorprendentemente, che il MUOS è abusivo, rigettando, pertanto, il ricorso inoltrato dall’Avvocatura dello Stato per conto del Ministero della Difesa e condannando lo stesso Ministero al pagamento delle spese processuali.

Incredibile ma vero!

Ciò significa che rimane vigente l’ordinanza emessa l’1 aprile del 2015 dal Gip di Caltagirone e confermata poi dal Tribunale per il Riesame di Catania, su richiesta del procuratore Giuseppe Verzera, grazie alla quale si erano bloccati i lavori per l’ultimazione del sistema di Telecomunicazione satellitare MUOS, che insiste nella base americana situata all’interno della Sughereta, Sito d’Importanza Comunitaria sottoposto a vincoli di rispetto ambientali, dove mai si sarebbe dovuto e potuto edificare quanto invece è stato edificato, in spregio delle norme esistenti in materia, poiché sottoposto a vincolo d’inedificabilità assoluta.

Il Piano territoriale per la “Sughereta”, infatti, vietava espressamente la “realizzazione d’infrastrutture e reti, tralicci, antenne per telecomunicazioni, impianti per la produzione di energia anche da fonti rinnovabili, nuove costruzioni e l’apertura di strade e piste”. Proprio quanto è stato, invece, autorizzato per il MUOS di Niscemi, facendo sì che di tanta bellezza, esistente all’interno della Riserva naturale “Sughereta”, se ne facesse uno scempio!

Fatto molto importante è che nel dare le autorizzazioni non si è tenuto conto neanche del cosiddetto “Principio di precauzione”, nei riguardi della salute dei cittadini, per le emissioni elettromagnetiche (art. 3 D.lg. 3.4.2006 n. 152), basato sul concetto che “prevenire è meglio che curare”, o sul principio di Ippocrate “Primum non nocere”, nato a seguito della Conferenza sull’Ambiente e lo Sviluppo delle Nazioni Unite di Rio De Janeiro del 1992, per tematiche strettamente ambientali, ed entrato a far parte del Trattato Costitutivo dell’Unione Europea (Maastricht, 1994), riguardante le responsabilità e i diritti degli Stati, per cercare di mettere insieme le esigenze dello sviluppo con quelle della salvaguardia ambientale.

“Principio di precauzione” che ha consentito ai cittadini della Sardegna occidentale di vincere il ricorso al TAR (sentenza depositata il 27/01/2012) per le progettate installazioni militari sulla costa, mentre a noi Siciliani ha dato la qualifica di antiamericanisti e insurrezionalisti.

Non dimentichiamo, inoltre, che il processo a Radio Vaticana si è concluso con la condanna degli inquinatori elettromagnetici, essendo stata ampiamente dimostrata la correlazione fra l’elettrosmog prodotto dalle antenne e l’aumento di patologie tumorali, tra cui la leucemia, nella popolazione circostante (sentenza Cassazione febbraio 2011).

Già nel 2012 l’allora Procuratore Francesco Paolo Giordano aveva adottato il sequestro del MUOS, poiché aveva ritenuto illegittime le autorizzazioni concesse con troppa facilità dalla Regione Siciliana, i cui governanti avevano anche ‘inconsapevolmente’ ignorato (ad esser troppo buoni) che era necessario, tra l’altro, redigere un vero e proprio “trattato internazionale” tra l’Italia e l’America, da sottoporsi all’esame del Parlamento italiano e alla ratifica del Presidente della Repubblica, secondo quanto dispone la nostra Costituzione, rispettivamente all’art. 80 e 87, e non un risibile Protocollo d’Intesa tra due siciliani, rappresentanti il primo la Regione, in persona dell’allora Presidente On. Raffaele Lombardo, e il secondo il Ministero della Difesa, in persona dell’allora Ministro On. Ignazio La Russa, come se si trattasse di un “affare di famiglia” riferibile al detto tutto siciliano “i panni sporchi si lavano in casa”.

Il sequestro del 2012, però, fu poi annullato dal Tribunale del riesame di Catania che, invece, aveva ritenuto validi gli atti del governo siciliano e il Procuratore Paolo Giordano fu trasferito in altra sede (strana coincidenza).

Per noi siciliani di oggi, però, come per i greci di ieri, è entrato in scena il “Deus ex machina”, personaggio che appariva nella tragedia greca ed era una divinità che all’improvviso compariva sulla scena per portare una risoluzione ad una trama che risultava ormai irrisolvibile, secondo i normali principi di causalità.

Proprio ciò che è accaduto in Sicilia: per la Procura di Caltagirone, infatti, con la sentenza della Cassazione è arrivato sulla scena il “Deus ex machina” che ha stabilito che “il MUOS è abusivo” e pertanto le autorizzazioni date per la sua costruzione sono illegittime.

Peccato se ne accorgano solo oggi, dopo anni di abusivismi indecenti, lasciati inosservati.

Sicuramente si è compreso che dall’altro lato c’è un popolo non rassegnato per nulla a perdere questa battaglia, la battaglia per la propria terra e per la propria vita, un popolo che sa lottare a testa alta per i propri diritti e sa farsi valere con coraggio di fronte a chiunque, specie quando c’è in gioco la propria salute e quella dei propri figli; un popolo che si credeva fosse composto da “terroni” ignoranti e fessi, ma che, purtroppo per tanti, si è rivelato un popolo di Uomini e Donne intelligenti, che non si fanno irretire da nessuno, pronti a combattere da leoni per qualcosa che da sempre gli appartiene: la Sicilia, l’orgoglio di essere Siciliani e la dignità, beni non in vendita!

Sappiamo che non siamo ancora giunti alla fine di questa travagliata storia e che dovremo attenderci nuovi colpi di scena, ma ciò non ci spaventa per nulla, poiché pronti a lottare ancora fino alla fine, che dovrà vedere il popolo siciliano vincitore, come è giusto che sia!

Angioletta Massimino

Scrive Angioletta Massimino:
L’8 marzo è un giorno
di lotta e orgoglio

Giornata dedicata alla commemorazione delle vittime dell’incendio della fabbrica delle “camicette bianche”, avvenuto in America nel lontano 1911, il 25 di marzo (come ricordato anche nell’unica pubblicazione italiana, di Ester Rizzo: “Camicette bianche. Oltre l’8 di marzo”), ma anche di tutte le Donne che hanno subìto e continuano a subire violenze fisiche e psicologiche, fino all’omicidio.

La manifestazione socialista, svoltasi a Roma in Piazza Montecitorio, è stato il modo in cui le Donne Socialiste hanno voluto manifestare per i diritti delle Donne, per sollecitare il Parlamento ad approvare e finanziare il Piano previsto dal decreto-legge sul femminicidio, in applicazione della Convenzione di Istanbul.

È necessario fermare il femminicidio, fenomeno in aumento nel nostro Paese, attraverso la PREVENZIONE della violenza, PROTEZIONE delle Donne vittime di violenza, certezza delle pene per i colpevoli e POLITICHE di integrazione.

È necessario raggiungere la parità di RETRIBUZIONE e la PARI OPPORTUNITÀ nella rappresentanza.

È necessario, inoltre, rifinanziare la legge contro le mutilazioni genitali femminili e nominare una Ministra per le PARI OPPORTUNITÀ che dia voce al tema dei diritti.

Questi i temi portati all’attenzione di tutti!!

Bisogna anche combattere, però, affinché siano punibili, con certezza della pena, tutte quelle violenze psicologiche che le Donne sono costrette a subire in ambito familiare, che proprio per il fatto siano perpetrate da un familiare, si ritiene abbiano meno rilevanza!!! Questo tipo di violenza, al contrario di quanto si pensi, è terribile e pericolosa quanto quella fisica, o forse anche di più, proprio perché non è subito visibile e identificabile, ma capace di logorare e uccidere psicologicamente la vittima, fino a porla davanti ad un bivio: implodere, usando violenza contro se stessa, ricorrendo al suicidio, o esplodere, usando violenza contro il proprio carnefice.

Il più delle volte la vittima non trova la forza per esplodere, perché già distrutta psicologicamente dal proprio carnefice e, impossibilitata a reagire con forza, sceglie pertanto la prima soluzione perché la più vicina al proprio stato depressivo: implodere!!!

Vorrei proporre, dunque, all’attenzione dei lettori dei temi da affrontare ed approfondire perché la giornata dell’8 marzo non è ancora, purtroppo, una giornata di festa:

– a che punto sono i finanziamenti nelle rispettive Regioni per contrastare complessivamente la violenza alle donne?

– quali le iniziative intraprese, o che stanno per essere intraprese, per porre la questione della violenza alle donne all’attenzione dei cittadini?

Non ritengo ci sia alcunché da festeggiare fino a quando esisterà il problema della violenza sulle Donne, quindi l’8 marzo è da considerarsi “Un giorno di lotta e di orgoglio. Un grido di battaglia contro la violenza, la sopraffazione e la tortura psicologica, da qualsiasi genere esse provengano. Una battaglia di civiltà”.

Si smetta, pertanto, di fare gli auguri alle Donne e si lasci in pace la mimosa sugli alberi, il solo posto dove deve stare!!!

L’8 marzo è una giornata di commemorazione e non di festa!!!

Un tema, questo della violenza sulle Donne, che sta molto a cuore a noi Donne e che impegna giornalmente la testa e il cuore di chi, in quanto Donna, si sente violentata per ogni notizia di violenza su una Donna.

E’ importante che noi tutti ci si interroghi e si rifletta su quella che ormai è diventata una vera “mattanza”, una piaga sociale incancrenita, e tutti insieme dobbiamo assolutamente porvi rimedio, perché da soli siamo tutti piccoli, Uomini e Donne, ma assieme possiamo diventare GRANDI e fare GRANDI cose!!!

Dobbiamo riuscire, in qualunque modo, ad incidere sul tessuto sociale, sia per far sì che si riesca a prendere coscienza della gravità del problema, sia per portare le vittime di violenza a non sentirsi più sole e quindi a trovare il coraggio per condividere il proprio problema, il proprio dolore, la propria sofferenza, arrivando così all’abolizione di retrograde tradizioni e dannosi schemi del passato, legati all’omertà e quindi al SILENZIO.

Il SILENZIO e la cultura del SILENZIO, ammannita per secoli ad intere generazioni, è il problema più grave che abbiamo, specie in Sicilia, e contro cui dobbiamo fortemente lottare. Come disse qualcuno, “l’unica paura che ci è concesso di avere è solo quella di aver paura”.

Il SILENZIO sulle violenze subìte è una gravissima forma di mancanza di rispetto per se stessi, che abilita gli altri, nella loro perversa forma mentis, a continuare a mancarci di rispetto, il che ci rende complici di chi ci fa del male e corresponsabili della violenza subìta.

Il problema, purtroppo, è innanzitutto culturale, in Sicilia e ovunque, e parte sempre da una condizione di subcultura, di violento arcaismo che autorizza lo scempio e la brutalità nei confronti delle donne.

Sarebbe necessario, però, che anche gli Uomini, quelli dotati di un minimo di intelligenza e cultura necessari per avere rispetto delle Donne, si rendessero conto che per primi devono porsi in una condizione di ribellione nei confronti della violenza usata e perpetrata da altri uomini sulle Donne.

Dai signori Uomini ci aspettiamo una presa di coscienza riguardo al degrado in cui l’essere umano di genere maschile sta portando, eticamente, se stesso.

Se all’interno delle famiglie, questi criminali che usano violenza contro un familiare vengono protetti dal resto della famiglia, per paura di affrontare il giudizio dell’opinione pubblica (il cosiddetto “occhio sociale”), e quindi la vergogna, anziché dare giustizia, onore e rispetto a chi la violenza l’ha subìta e magari si ammala per questo, in Italia, e soprattutto in Sicilia, potrà cambiare ben poco.

Certo ne è passato di tempo e di cambiamenti ce ne sono stati rispetto all’evento datato 1965 quando Franca Viola di Alcamo rifiutò, a chi l’aveva rapita, il famoso matrimonio riparatore. Il suo è un nome da non dimenticare: quell’episodio, infatti, si collocò al centro di un decennio in cui si diffuse anche l’idea che la maternità non era un obbligo, ma una scelta.

Questo importante cambiamento fu dovuto al mutamento dei costumi sessuali, al diffondersi degli anticoncezionali, all’inizio della battaglia abortista.

Oggi la volontà, l’impegno, la pertinacia, la lotta per le cause giuste, possono cambiare anche tutto ciò che sembra immodificabile.

E qui in Sicilia l’immodificabilità è una cultura, è un “modus vivendi”, è rassegnazione gattopardesca.

È tempo di finirla, però, con questo modo di pensare e di essere, è tempo di tirare fuori il nostro orgoglio, la nostra dignità, il nostro onore di Donne Siciliane, per batterci da vincitrici per i nostri sacrosanti diritti, primo fra tutti il diritto al rispetto e alla nostra integrità fisica!!!

È tempo di svegliarci e di denunciare ad alta voce tutte le storture, le violazioni dei nostri diritti, le illiceità, le mafiosità, i soprusi, i ricatti, le minacce, le prepotenze, i compromessi propostici!
SVEGLIAMOCI DONNE E DICIAMO BASTA AL SILENZIO!

Le famiglie diventano luogo dove Donne e bambine corrono grandi pericoli, proprio in quell’ambiente che dovrebbe essere il luogo per loro più sicuro.

Per molte, la casa diventa il luogo della paura e della violenza, violenza esercitata da mariti, compagni, padri, fratelli; uomini verso i quali normalmente si dovrebbe poter avere un sentimento di piena fiducia.

Queste Donne vivono una tale sofferenza psicologica e fisica, da renderle incapaci di difendersi, di prendere decisioni, autonomamente, che tutelino loro stesse e i loro figli, ma soprattutto incapaci di chiedere aiuto.

I loro diritti vengono umiliati e le loro vite vengono messe a rischio dalle continue minacce e dalle azioni violente subìte, le loro speranze e il loro futuro compromessi per sempre, le loro vite spezzate.

La violenza, al contrario di quanto si possa pensare, è solo segno di debolezza. Dietro questa violenza c’è spesso una fragilità che non si riesce a riconoscere.

Nella stragrande maggioranza dei casi, c’è un’incapacità di stare nella relazione, di gestire conflitti, solitudini, paure d’abbandono, oppure paura di confrontarsi e di sentirsi inferiori, paure che sfociano in gravi complessi d’inferiorità, che per essere superati si ritiene l’unica strada possibile sia mostrare una propria superiorità fisica, usandola nel modo più basso e infimo possibile: la violenza!

Vorrei citare, a questo punto, i primi due articoli della tanto disattesa “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo” (ONU 1948):

ART.1. – TUTTI GLI ESSERI UMANI NASCONO LIBERI ED EGUALI IN DIGNITA’ E DIRITTI. ESSI SONO DOTATI DI RAGIONE DI COSCIENZA E DEVONO AGIRE GLI UNI VERSO GLI ALTRI IN SPIRITO DI FRATELLANZA.

ART. 2. – COMMA 1. – AD OGNI INDIVIDUO SPETTANO TUTTI I DIRITTI E TUTTE LE LIBERTA’ ENUNCIATI NELLA PRESENTE DICHIARAZIONE, SENZA DISTINZIONE ALCUNA, PER RAGIONI DI RAZZA, DI COLORE, DI SESSO, DI LINGUA, DI RELIGIONE, DI OPINIONE POLITICA O DI ALTRO GENERE, DI ORIGINE NAZIONALE O SOCIALE, DI RICCHEZZA, DI NASCITA O DI ALTRA CONDIZIONE.

Il 17 dicembre 1999 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò la risoluzione 54/134 con cui scelse la data del 25 novembre per la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le Donne, in omaggio alle sorelle Mirabal, che ebbero il coraggio di lottare per la libertà politica del loro paese, la Repubblica Dominicana, opponendosi ad una delle tirannie più spietate dell’America Latina, quella del dittatore Rafael Leònidas Trujillo, giunto al potere nel 1930 attraverso elezioni truccate.

I più fondamentali diritti, quali la vita, la libertà, l’integrità corporea, la libertà di movimento e la dignità della persona, vengono violati giornalmente a discapito delle Donne.

La violenza sulle Donne non è un’emergenza, quindi, ma un fenomeno strutturale in una società che pone Uomini e Donne in una condizione di disparità, dove la Donna è vittima in una situazione di dominio, di possesso e d’inferiorità.

L’Italia è gravemente in ritardo riguardo alla prevenzione, protezione delle vittime e punizione dei colpevoli, infatti è solo di recente che si è giunti alla formulazione di una legge sul Femminicidio, dopo la ratifica della Convenzione di Istanbul.

La violenza sulle Donne va contrastata, soprattutto, con il cambiamento radicale di una cultura e di una mentalità inadeguate, con la rappresentanza appropriata delle Donne in ogni ambito della società, con un uso non sessista delle immagini, con un intervento fermo e repressivo da parte delle Istituzioni nei confronti degli uomini che commettono questi reati.

Diventa perciò indispensabile che il tema venga affrontato, proprio per la gravità che riveste, facendo ricorso a molteplici strumenti, quali programmi di educazione dei sentimenti e formazione sui diritti e doveri di maschi e femmine, azioni positive per l’uguaglianza di genere, l’introduzione di modelli positivi fin dalla Scuola materna.

Il proseguimento e il potenziamento delle buone pratiche realizzate in molte realtà, dovrebbero essere portati a sistema nell’ambito del Servizio Sanitario Nazionale, per alleviare e prevenire comportamenti violenti. Necessario risulta, quindi, il mantenimento di risorse per i Centri antiviolenza e i programmi di tutela e reinserimento nella società e nel mondo del lavoro delle Donne maltrattate, nonché il sostegno agli Enti locali e alle numerose associazioni di volontariato, che intervengono quotidianamente.

Per questa ragione le Donne e gli Uomini Socialisti daranno il loro contributo, perché senza una vera partecipazione delle cittadine e dei cittadini alla cosa pubblica avremo sempre una democrazia imperfetta. Non possiamo più stare in attesa di tempi migliori, dobbiamo unirci per organizzare il nostro impegno, iniziando a trasformare le idee in azioni.

Abbiamo bisogno di un linguaggio comune per poter continuare a parlare, pianificare ed agire.

 Angioletta Massimino

 

Basta con le diatribe tra socialisti

Ricevendo da più parti sollecitazioni, intendo chiarire ancora una volta alcune mie posizioni. La dialettica è sempre positiva all’interno di qualsiasi contesto sociale e capisco che all’interno di un Partito politico sia particolarmente accesa. La dialettica di hegeliana memoria, però, che è quella che più apprezzo, mette a confronto una tesi e un’antitesi per poi arrivare ad una sintesi! Ebbene, io non vedo alcuna sintesi in quella che è diventata ormai solo una cinica e sterile diatriba tra Socialisti, che ad una tesi contrappone sempre la stessa antitesi senza mai arrivare ad una sintesi, la quale dimostri pur anche il superamento sia della tesi che dell’antitesi, ma che sia senza dubbio un momento evolutivo.

Perdonatemi Compagni, ma questo è ciò che più mi fa arrabbiare!!! Tutto è fermo, è sterile, è inutile polemica e non si va avanti, ma indietro, dimenticando il fine ultimo che è la crescita del nostro amato PSI.

Per rispondere, inoltre, a quanti mi pongono domande riguardo l’art. 18, dico che così come non mi è piaciuto il fatto che il PSI abbia dovuto accettare un passaggio dal PD, ma, rendendomi conto della realtà, riesco a mettere da parte i sogni e mi confronto con i numeri e le possibilità reali, così pure sull’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, in toto conquista socialista per merito del Compagno Giacomo Brodolini, con il cuore non ho approvato la scelta socialista di appoggiarne la modifica e penso che i Socialisti avrebbero dovuto battersi e urlare contro tale modifica, in danno dei lavoratori, di un articolo che è stato un totem socialista, ma con la testa devo riflettere anche sulle ragioni che hanno portato a ciò.

Mi chiedo però, contemporaneamente, dov’erano tutti i Socialisti che adesso gridano inorriditi contro la modifica dell’art. 18. Ritengo che invece di perdersi in inutili diatribe, tra Socialisti Veri e non, e stare a stigmatizzare continuamente l’operato dei nostri Compagni parlamentari, dalla base sarebbe potuto arrivare un forte incitamento a battersi per un baluardo tutto socialista, perché siamo noi che dobbiamo spingere e incoraggiare i nostri parlamentari socialisti a fare ciò che i Socialisti chiedono.

Una riflessione, per onestà intellettuale, però, va fatta in ogni caso: il diritto è una macchina complessa che si evolve seguendo di pari passo i cambiamenti e le evoluzioni della società e deve obbligatoriamente farlo proprio perché vuole assurgere alla dignità di regolatore della vita della collettività da una posizione super partes che non avvantaggi o svantaggi nessuno in particolare ma, recepisca giustamente i princìpi di civiltà, di eguaglianza e giustizia sociale. Non quindi un diritto astratto, neutro e indifferente.

Aderendo a questo principio credo si sia giunti alla modifica dell’art. 18, e non alla sua abolizione, proprio per adeguare la realtà ad una società oggi profondamente modificata dalla crisi politico-socio-economica. Non dimentichiamo, però, che la tutela dell’art. 18 scatta per i dipendenti di aziende con più di 15 dipendenti, che sono solo una piccolissima percentuale, rispetto alla grandissima maggioranza di aziende con meno di 15 dipendenti. In percentuale, quindi, “le aziende interessate dall’articolo 18 sono il 2,4 per cento, quelle non interessate il 97,6 per cento. Per quanto riguarda i lavoratori dipendenti, invece, su oltre 11 milioni di operai e impiegati presenti nel nostro Paese, quasi 6.507.000 lavorano alle dipendenze di aziende con più di 15 dipendenti: soglia oltre la quale si applica l’articolo 18. La questione del reintegro interessa quindi il 57,6% dei lavoratori dipendenti”.

Le aziende chiudono in tutta Italia, forse più al Sud che al Nord, e in Sicilia me ne accorgo tutti i giorni, provando un grande senso di scoraggiamento, e in tal modo non ci sarà alcun art. 18 da applicare, perché mancherà sempre più proprio il lavoro. Anche se è difficile da digerire, è necessario, dunque, capire le ragioni profonde di questa modifica che tiene fermo, in ogni caso, il reintegro obbligatorio per i licenziamenti discriminatori, tutelati anche dalla Costituzione in seno ai diritti della persona, in attesa di tempi migliori che spero verranno!

In ogni caso, ritengo che la priorità del governo non avrebbe dovuto essere la modifica dell’articolo 18, ma caso mai quella di aiutare le persone senza lavoro a trovarne un altro, attraverso appositi programmi di ricollocazione professionale.

Inoltre, ci può essere apertura verso una modifica dell’articolo 18, purché non si intacchino le tutele acquisite da chi oggi ha già un lavoro stabile.

Confrontandoci con gli altri Paesi, possiamo poi osservare che “in Francia, il reintegro nel posto di lavoro è valido solo in caso di licenziamento discriminatorio. Per un licenziamento senza causa reale e seria, il datore di lavoro può opporsi al reintegro e il giudice può disporre solo un indennizzo non inferiore alle 6 mensilità. In Germania, le tutele si applicano nelle aziende con più di dieci dipendenti, ma il reintegro non è obbligatorio e per il licenziamento si passa davanti al comitato d’impresa che può scegliere di ricorrere al giudice se lo ritiene illegittimo. In Spagna, la riforma Rajoy ha tentato di rendere il lavoro meno rigido: il reintegro è diventato facoltativo e il lavoratore può ottenere solo il risarcimento del danno con una somma che non può superare i 33 giorni per anno di lavoro invece dei 45 di prima. Nel Regno Unito, il reintegro del dipendente – previsto dalla legge – viene applicato molto raramente, mentre l’indennizzo economico varia a seconda dell’anzianità di servizio”.

Complessivamente, in attesa di tempi migliori, l’art. 18 è un articolo che rifugge da posizioni intransigenti ed ultimative e che denota l’attitudine a confrontarsi con la realtà in continuo divenire, senza per questo abdicare ai princìpi e valori di fondo, prerogativa di quanti orgogliosamente, e a ragione, si richiamano al Socialismo.

Angioletta Massimino

No al sistema satellitare alla Sughereta

Sabato 9 Agosto si è svolta a Niscemi un’altra manifestazione nazionale contro il sistema satellitare MUOS esistente nella Riserva naturale del luogo, denominata Sughereta e dichiarata Sito d’Interesse Comunitario.
Un corteo variegato di donne, uomini e bambini di tutte le età, provenienti da diverse parti d’Italia, e anche dall’estero, tutti uniti e solidali nell’affermare il nostro diritto alla sovranità sul nostro territorio e il diritto a vivere in pace e tranquillità, senza l’angosciante paura dei rischi per la salute, derivante dall’elevato livello di elettromagnetismo documentato da molteplici studi e misurazioni, cui tutta la popolazione siciliana viene esposta dal 1991 con il sistema N.R.T.F., contro la propria volontà, e a cui ancor più verrebbe esposta con la messa in funzione del sistema satellitare MUOS, che arriverà ad una frequenza massima di trasmissione tra i 240 e i 315 MHz., creando un campo elettromagnetico che si attesta molto al di sopra dei limiti di legge (legge n. 36 del 2001), per oltre 135 chilometri.
Alla manifestazione, non c’è stata l’affluenza rilevatasi nelle precedenti manifestazioni e questo è addebitabile a vari fattori, anche interni ai comitati NO MUOS, ma su tutto prevale lo scoraggiamento di fronte alla posizione dei nostri governi, regionale e nazionale, decisi a tener fede agli accordi con il governo americano, peraltro non ratificati dal nostro Parlamento, in violazione degli artt. 80 e 87, e contro il basilare “principio di precauzione”, applicato da qualsiasi Stato tranne che dal governo italiano, di fronte al dubbio di un eventuale rischio per la salute della popolazione.
Conseguentemente a tale assurda posizione politica, i nostri politici siciliani hanno brillato per la loro assenza, in ossequio ai dictat provenienti dall’alto…, ad eccezione del Sindaco di Niscemi, Francesco La Rosa, presente alla manifestazione, il quale ha dichiarato: “I politici regionali sono sempre assenti, non hanno più un nome e cognome da quando sono stati eletti. Quello che fa male a noi Sindaci è che dobbiamo governare da soli, senza la presenza dello Stato. Niscemi vuole sapere quali certezze ci sono sulla salute. Nessuno ci dà risultati”. Erano presenti, inoltre, i Sindaci di Ragusa, Caltagirone e Vittoria, nonché Fabio Granata (Green Italia), Luca Cangemi (PRC), Ignazio Corrao e Gianluca Rizzo (M5S).
Questa manifestazione si è svolta ad un anno esatto da quella dello scorso anno ed essendo stata presente in entrambe posso raccontare i fatti, spero in maniera oggettiva.
Nei giorni precedenti la manifestazione, esattamente il 25 luglio scorso, sono stati notificati divieti di dimora a 29 attivisti provenienti da ogni parte della Sicilia.
Il 31 Luglio è stata consegnata al Verificatore del TAR, Prof. D’Amore, la relazione di 135 pagine scritta dal gruppo di scienziati, coordinati dal Prof. Massimo Zucchetti, come richiesto dal Tar di Palermo, che dovrà pronunciarsi sulla materia il prossimo 25 Novembre.
Il 2 Agosto, il presidio permanente, attivo dal novembre del 2012, è stato preso d’assalto e devastato da vandali, proprio mentre i giovani del comitato No Muos di Niscemi si preparavano per il grande “campeggio resistente”, che dal 6 al 12 agosto avrebbe accolto, per il secondo anno, giovani provenienti da ogni parte d’Italia o dall’estero, anche in vista della manifestazione nazionale.
Il 7 Agosto, 7 attivisti si introducono nella base a tarda sera, tagliando la rete di recinzione ed eludendo la sorveglianza, per arrampicarsi sulle antenne da cui hanno iniziato la loro protesta, rimanendovi fino al giorno della manifestazione.
Il giorno 8 Agosto è seguito un comunicato da parte del comitato NO MUOS che per ragioni di spazio non possiamo pubblicare ma che condividiamo.

Angioletta Massimino