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Anna Polo

Sanders, un altro Tsipras?

La Convenzione Nazionale Democratica a Filadelfia si è aperta con due immagini contrastanti: da una parte la trionfale incoronazione di Hillary Clinton come candidata democratica, dall’altra la rabbia e le lacrime dei sostenitori di Bernie Sanders, furiosi per la conferma dei favoritismi del Partito Democratico nei confronti di Hillary Clinton (svelati dalle e-mails diffuse da WikiLeaks) e delusi dall’endorsement nei suoi confronti arrivato nonostante tutto da Sanders.

da: https://www.facebook.com/berniesanders

da: https://www.facebook.com/berniesanders

Cosa lo ha spinto a questa scelta? Realismo politico, sincera preoccupazione per il pericolo rappresentato da Trump, pressioni a cui non ha saputo o voluto resistere, cedimento al solito ricatto del “votare il meno peggio”?

“Capisco che molta gente qui alla convention e in tutto il paese sia delusa dei risultati finali del processo delle primarie e io sono il più deluso di tutti” ha ammesso Sanders nel suo discorso, interrotto da acclamazioni, ma anche da fischi. Ha poi esortato i suoi sostenitori a essere orgogliosi della storica impresa compiuta e insistito che la rivoluzione iniziata con il movimento creatosi intorno alla sua candidatura va avanti e ha bisogno dell’impegno di tutti. Ha quindi ribadito l’importanza di sconfiggere Trump e la sua politica di odio e fanatismo, la ragione principale addotta per il sostegno concesso a Hillary Clinton.

La pagina Facebook di Sanders riflette ormai da tempo il contrasto tra le sue dichiarazioni, che riprendono tutti i temi della campagna (lotta alla povertà e alle disuguaglianze, denuncia dello strapotere di Wall Street e della sua influenza sulla politica, salario minimo, sanità garantita, ecc) e i messaggi dei suoi sostenitori, che lo implorano di non appoggiare Hillary Clinton e sfogano tutta la loro indignazione contro il sistema truccato che le ha consentito di vincere. Molti dichiarano che non voteranno mai per lei e si schierano con Jill Stein, la candidata del Partito Verde completamente oscurata dai media e qualcuno arriva provocatoriamente a scegliere Trump.

“Ho il cuore spezzato come tutti gli altri sostenitori di Sanders” dichiara uno di loro, aggiungendo poi che Sanders sta facendo quella che ritiene la cosa giusta e che non bisogna prendersela con lui per questo. “Dobbiamo essergli grati per quello che ha fatto” prosegue. “Ha risvegliato in milioni di persone la consapevolezza del potere e della forza e la sua eredità cambierà la politica per il resto della nostra vita. Bernie Sanders è la scintilla, ma il fuoco siamo noi. La rivoluzione non si può fermare. Noi siamo il futuro di questo paese.”

Sarà davvero così? La delusione di migliaia di volontari e attivisti per la scelta di Sanders li porterà allo scoraggiamento e all’impotenza e si trasformerà in una sensazione di tradimento, come è successo in Grecia con Tsipras? La rivoluzione tanto invocata riuscirà ad andare avanti anche senza il leader che l’ha avviata? Come sempre, dipenderà da ogni persona e dalle sue scelte.
Anna Polo
dal sito di pressenza

L’Inghilterra rinnova il programma nucleare Trident

may tridentCome riferito dal Guardian, dopo oltre cinque ore di dibattito il 18 luglio la Camera dei Comuni ha votato il rinnovo del programma nucleare Trident con una maggioranza di 355 voti. La proposta è stata sostenuta da tutto il Partito Conservatore e da 138 parlamentari laburisti, tra cui Angela Eagle e Owen Smith, gli sfidanti di Corbyn nelle prossime primarie. Hanno votato contro 48 laburisti, il Partito Nazionale Scozzese e i Liberaldemocratici, mentre 45 laburisti si sono astenuti.

Preoccupante la posizione del neo Primo Ministro Theresa May: in caso di necessità, ha affermato di essere pronta a lanciare un attacco nucleare.

Nella sua pagina Facebook Jeremy Corbyn ha ribadito la sua posizione contraria alle armi nucleari dichiarando:
“Il Parlamento ha appena votato a favore del rinnovo del programma Trident, ma io mi sono espresso contro la mozione presentata dal governo.

I missili Trident sono armi di distruzione di massa – ognuna delle nostre 40 testate nucleari può uccidere un milione di persone.

Ho votato contro la mozione perché noi dobbiamo rispettare il Trattato di Non Proliferazione Nucleare, che abbiamo sottoscritto e fare la nostra parte per il disarmo nucleare.

Sono contrario al rinnovo del programma Trident e a favore della diversificazione della difesa, per proteggere i lavoratori qualificati che attualmente lavorano nell’industria militare”.

Intanto in un sondaggio commissionato dal Times e realizzato da YouGov, Jeremy Corbyn batte nettamente i due sfidanti alla leadership. Se dovessero presentarsi entrambi, il 54% voterebbe per lui, il 21% per Angela Eagle e il 15% per Owen Smith. Il risultato non cambia se dovesse candidarsi uno solo dei due, facendosi da parte per aumentare le possibilità di vittoria. Jeremy Corbyn è dato per favorito con il 56% sul 34% di Smith e con il 58% sul 34% di Angela Eagle. Rispetto a un sondaggio di fine giugno, inoltre, aumenta la percentuale di chi ritiene che Corbyn debba rimanere leader del Partito Laburista e partecipare in questo ruolo alle prossime elezioni nazionali, passando dal 41 al 47%. I favorevoli alle sue dimissioni passano dal 44 al 37%.

Anna Polo

Pressenza
International Press Agency

Brexit, nel Labour Party
c’è chi pensa a un’alternativa

Brexit bandiera GBIl terremoto politico seguito alla vittoria della Brexit  porta con sé nuove proposte, come quella avanzata dal giornalista, film-maker e membro del Partito Laburista Paul Mason, che ha lanciato un piano in 5 punti denominato ProgrExit, elencando ciò che a suo parere dovrebbero fare i partiti progressisti del Regno Unito e i punti principali su cui incentrare la prossima campagna elettorale:

  1. Arrivare a elezioni generali entro sei mesi.
  2. Stringere un patto elettorale tra Partito Laburista, Partito Nazionale Scozzese, Plaid Cymru (indipendentisti gallesi) e Verdi per tener fuori l’UKIP e impedire a un governo conservatore ancora più di destra di quello attuale di distruggere le leggi progressiste.
  3. Rinviare i negoziati per l’uscita dall’Unione Europea, basati sull’Articolo 50 del Trattato di Lisbona, fino a quando non entrerà in carica un nuovo governo.
  4. Negoziare i termini della Brexit come governo di coalizione tra Partito Laburista, Partito Nazionale Scozzese, Plaid e Verdi, puntando, se possibile, a restare nello Spazio Economico Europeo e in ogni caso a mantenere le leggi progressiste sui diritti dei consumatori e dei lavoratori, la protezione ambientale ecc.
  5. Convocare un secondo referendum sull’indipendenza della Scozia, offrendo anche l’opzione di restare nel Regno Unito, ma con maggiore autonomia e maggiori poteri e con accordi non punitivi in caso che prevalga il voto per l’Indipendenza.

Mason chiede a chi è d’accordo con questo piano di fare pressione sui dirigenti dei rispettivi partiti per smetterla con le accuse e cominciare a lottare per un percorso progressista verso le elezioni e i negoziati per la Brexit.

Il suo invito verrà raccolto?

I Verdi sembrano al momento la forza politica più disposta a lavorare nel senso indicato da Mason: nel sito del partito la parlamentare Caroline Lucas ha invitato le realtà progressiste a “unire le forze per resistere a ogni attacco ai diritti conquistati con dure lotte”. Il risultato del referendum “rappresenta una profonda sfida per le forze progressiste” ha aggiunto. “Non dobbiamo aver paura di costruire nuove alleanze per servire nel modo migliore le persone che rappresentiamo.”

Il sito del Partito Nazionale Scozzese riporta le dichiarazioni del Primo Ministro Nicola Sturgeon, che ha espresso l’intenzione di avviare “discussioni immediate” con Bruxelles per “proteggere il posto della Scozia all’interno dell’Unione Europea e definito “molto probabile” un nuovo referendum sull’indipendenza. Resta da vedere se questo significa anche una disponibilità al tipo di accordi indicato da Mason e dai Verdi.

Leanne Wood, leader di Plaid Cymru, ha lanciato un messaggio nella sua pagina Facebook, sostenendo la necessità di “trasformare in un’opportunità lo shock prodotto dal risultato del referendum (in Galles il 52,5% ha votato per la Brexit, il 47,5% per restare nell’Unione Europea). E’ nostro dovere” ha aggiunto “fornire un’alternativa alle forze oscure emerse durante la campagna e impedire che prendano slancio.”

E i laburisti?

Attaccato come al solito dai parlamentari del suo stesso partito, che colgono qualsiasi occasione per tentare di sbarazzarsi di lui, Jeremy Corbyn ha dichiarato che non intende dimettersi. Nella sua pagina Facebook ha commentato il risultato del referendum sottolineando innanzitutto la necessità di rispettare la decisione del popolo britannico. “Il nostro primo compito” ha aggiunto “è quello di unirci e superare le divisioni. Il nostro paese è diviso e le cose devono cambiare. Il Partito Laburista è il più adatto a riunificare il paese, perché non ha propagato la paura e perché condivide l’insoddisfazione della gente per lo status quo.” Ed è stata proprio la rivolta verso lo status quo che secondo Corbyn ha portato “milioni di elettori a rifiutare un establishment politico che li ha abbandonati. Il Partito Laburista è stato creato per mettersi al servizio della gente nelle comunità e nei luoghi di lavoro” ha concluso. “Dobbiamo riprendere questo proposito storico e proteggere e rappresentare la gente che serviamo.”

Molte delle dichiarazioni riportate si assomigliano per i temi affrontati e i toni adottati, anche se al momento l’aspirazione a tradurre questa vicinanza in accordi concreti potrebbe sembrare fin troppo ottimista. Ammesso che esista la volontà politica di muoversi in questa direzione, un’alleanza come quella prospettata non sarà facile da realizzare, ma potrebbe costituire un effetto inaspettato e positivo dello sconvolgimento prodotto dal referendum del 23 giugno.

Anna Polo
da Pressenza.it

Ovadia: barbarie violare
il diritto all’accoglienza

Migranti in barcaA proposito di Israele ha detto: “Chi è stato perseguitato non può rendersi per questo persecutore”. Qual è allora la strada per la risoluzione profonda del conflitto israelo-palestinese?
Non ci sarà una risoluzione finché non si metterà la questione sul piano della giustizia sociale e del riconoscimento dell’altro. E questo vale per entrambe le parti. Parlando di Israele, bisogna ricordare che a partire dal sistema educativo la gente è abituata a vedere i palestinesi in modo distorto, come nemici e terroristi. O meglio, non li vede, si gira dall’altra parte. Ma la pace si fa con quelli a cui si riconosce pari dignità. Tutto il resto sono chiacchere inutili, cocktail parties a uso dei mass media e di una comunità internazionale che fa schifo e tace davanti all’occupazione delle terre dei palestinesi, il popolo più solo del mondo.
Per fortuna ci sono singoli – giornalisti, scrittori – e associazioni impegnati contro il furioso nazionalismo ultra-reazionario del governo israeliano, ma contro di loro si è scatenata una sorta di caccia alle streghe con inquietanti elementi di fascismo. Il nazionalismo è una pestilenza nella storia dell’umanità: in realtà odia i popoli e ama solo chi la pensa allo stesso modo.

Quanto il ricatto retorico della Shoah, imbastito dal regime israeliano, incide nel fare cultura e politica in Italia?
La Shoah è stata strumentalizzata per accusare di anti-semitismo chiunque critichi la politica portata avanti dal governo israeliano. Certo, gli anti-semiti esistono, ma ci sono anche tante altre persone – e io sono tra loro –  che considerano Israele un oppressore armato fino ai denti e per questo ricevono insulti e maledizioni. Esiste un confine all’interno del quale Israele è un Paese legittimo, ma quando si espande al di là di questo diventa uno stato colonialista.

Moni Ovadia in scena

Moni Ovadia in scena

Ha spesso collegato la Shoah agli stermini di massa del presente, affermando che il nuovo Olocausto è nella fossa comune del Mediterraneo. Cosa si può fare a suo avviso per dare alla crisi dei profughi una risposta diversa dall’egoismo spietato e dalla chiusura delle frontiere?
Leoluca Orlando ha lanciato la “Carta di Palermo” chiedendo l’abolizione universale del permesso di soggiorno. Questa è la strada da seguire. Invece di permettere ai trafficanti di arricchirsi imponendo a quelli che scappano dalla guerra viaggi pericolosi e costosi, bisognerebbe andarli a prenderli con i traghetti, in modo legale. Questo tra l’altro permetterebbe loro di impiegare i soldi risparmiati per cominciare una nuova vita in Europa.
Un uomo non può decidere dove nascere, ma ha il diritto di scegliere dove vivere e morire. Chi scappa dalla guerra deve essere accolto. Violare questo diritto umano universale è una barbarie.

Il teatro, la musica e l’arte in generale possono avere una funzione nel promuovere una cultura di pace e libertà?
Sì, certo. Gli artisti impegnati hanno sempre avuto un ruolo importante per trasmettere questi valori, alzare la voce, mobilitare le coscienze e denunciare le ingiustizie. Spesso sono stati perseguitati per questo, a dimostrazione che l’arte fa paura.
Basti pensare alle poesie  e alle opere teatrali di Brecht, che hanno formato una generazione, o a Guernica di Picasso, una denuncia contro la guerra più potente di tanti discorsi retorici, un quadro leggendario capace di proiettarsi verso le generazioni future.

Ha parlato della necessità di una rivoluzione non solo sociale, ma anche spirituale. Considera la nonviolenza un elemento di questa nuova sensibilità che sta emergendo nel mondo?
La nonviolenza è fondamentale. E’ una lezione che ci viene da Gandhi e da Nelson Mandela, uno dei politici più grandi del Novecento, una figura dalla statura morale immensa: dopo decenni di carcere,  è stato capace di evitare una terribile catena di vendetta e di odio e ha creato la Commissione per la Verità e la Riconciliazione per portare il Sudafrica fuori dagli orrori dell’apartheid.
Riguardo al tema della spiritualità, mi preme fare una distinzione rispetto alla religione. La religione divide, visto che ognuno ha la sua e ha la funzione di offrire santificazione, celebrazione e conforto, mentre la spiritualità accomuna gli uomini nella ricerca della libertà interiore.
Sì, sono convinto che una rivoluzione sociale non basti. E’ necessaria anche una rivoluzione interiore, che parta da qualcosa che abbiamo dentro e non ceda alle lusinghe, alle minacce o ai privilegi del potere. Per me la lotta per la giustizia sociale e l’accoglienza è un’urgenza interna e per questo non potrò mai rinunciarvi.

Che cosa unisce profondamente gli esseri umani, al di là delle differenze di età, provenienza, genere, religione e cultura?
Discendiamo tutti dallo stesso essere umano. L’aspetto diverso è solo un adattamento, ma di fondo siamo uguali. Per questo è insensato non accogliere un africano. Abbiamo creato culture ricche e varie e questa è la bellezza molteplice dell’universale umano.

Anna Polo
da Pressenza

Ha collaborato Laura Tussi, giornalista e scrittrice – PeaceLink

Migranti, sono i governi a dire No

Ogni giorno siamo sommersi di notizie sull’arrivo di migliaia di migranti in Italia, Grecia, Ungheria, Macedonia, Bulgaria e sul trattamento spesso inumano che ricevono.  L’impressione è che l’Europa sia sopraffatta dall’ampiezza di un fenomeno peraltro del tutto prevedibile: chi non scapperebbe da una feroce guerra civile come quella siriana, dall’obbligo di un servizio militare eterno come succede in Eritrea, dalla miseria e dalle fame di tanti paesi africani?

Le risposte dei governi variano: l’Ungheria e la Bulgaria costruiscono muri di confine, la Repubblica ceca manda incontro ai migranti diretti in Germania agenti che scrivono sui loro avambracci numeri di registrazione (vi ricorda qualcosa?), la Slovacchia accetta solo profughi cristiani, per paura che un afflusso massiccio di musulmani snaturi la sua cultura e i suoi lavori. La Germania e l’Austria litigano sulla validità o meno del regolamento di Dublino, secondo cui la domanda d’asilo viene esaminata dal paese di arrivo e intanto la Merkel alterna l’apertura ai profughi siriani alla richiesta di ripristinare i controlli alla frontiera con l’Italia. Il Regno Unito si irrigidisce addirittura contro gli europei che osano arrivare nel paese senza avere già un contratto di lavoro.

Un quadro desolante, se non fosse per notizie di tutt’altra natura che arrivano dalla gente. A Budapest cittadini e associazioni di volontariato, spesso nate grazie a Facebook, portano cibo, coperte, sacchi a pelo, giocattoli e medicine ai migranti accampati in un parco in attesa di partire per l’Europa del nord. Alla stazione centrale di Vienna centinaia di persone aiutano i profughi in transito per la Germania offrendo cibo, vestiti e giocattoli e raccogliendo fondi per contribuire all’acquisto dei biglietti ferroviari. A Berlino famiglie e gruppi di volontari accolgono i profughi, distribuiscono acqua, generi di prima necessità e indumenti e allestiscono mense, i medici si organizzano per fornire assistenza sanitaria e club sportivi espongono allo stadio enormi striscioni di benvenuto. In Islanda dodicimila cittadini (il 4% della popolazione) aderiscono a una petizione lanciata su Facebook e offrono ospitalità nelle proprie case ai profughi siriani, dopo che il governo si era dichiarato disposto ad accoglierne solo cinquanta. Il successo dell’iniziativa ha obbligato il governo a fare marcia indietro e a predisporre un piano di accoglienza molto più ampio. Per quanto riguarda l’Italia, abbiamo già parlato della rete di volontari che accoglie i profughi alla Stazione Centrale di Milano, sommersa da un’ondata di donazioni e solidarietà da parte dei cittadini e dell’aiuto fornito a Catania ai migranti in difficoltà durante la traversata del Mediterraneo.

In qualche caso (pochi, purtroppo) si muovono anche le istituzioni: il sindaco di Barcellona, Ada Colau, lancia un appello per creare una rete di città-rifugio per i profughi, offrendo ospitalità a 400 persone e i comuni di Sant Feliu de Llobregat, Sabadell e Valenza si uniscono all’iniziativa, con l’obiettivo di accogliere in Catalogna 7.000 rifugiati. Le istituzioni lavorano a stretto contatto con una rete di associazioni di difesa dei diritti umani, che stanno organizzando iniziative di protesta e pressione sul governo spagnolo, che afferma di non avere i mezzi necessari ad ampliare le quote di accoglienza. L’obiettivo è chiaro: dimostrare che la società è disposta ad accogliere i profughi e che sono i governi a non volerlo. Una volontaria ungherese esprime il concetto con semplicità: “Lo facciamo perché è la cosa giusta da fare”.

Anna Polo
da Pressenza