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Antonella Soddu

Conte leggeva e Giggino scriveva

In questa partita ha vinto Salvini. E’ partito con un 17% contro un 32% e gli è bastato un 2 di briscola per stendere Di Maio rimasto impolverato dalla loro stessa polvere di stelle. E mentre loro due giocano le loro partite di potere quelli che continuano a perdere sono gli italiani, tutti, compresi quelli che li hanno votati ma, non vogliono ne capire ne vedere.
Sembra anche inutile far capire o anche solo provare a spiegare che lo spread è quasi a quota 400 – si sta avvicinando – che nei prossimi giorni le agenzie di rating declasseranno i nostri titoli rendendoli “titoli spazzatura” cosa che provocherà un default quasi sicuro mentre questi parlano di condoni tombali, condoni fiscali e RCA.

Una previsione distopica ma, considerato lo scenario attuale, che appare del tutto realizzabile anche se qualcuno continua a sottovalutare facendo leva sul “terrorismo” che l’alta finanza esercita in gran parte sul nostro paese.
Potrebbe anche essere ma, l’arma più efficace per infierire sul nostro Paese e sulla nostra già fiacca economia in questo momento la stanno servendo i due Paladini del Governo del Cambiamento attraverso le loro continue comparse sui social e in tv ove in ogni occasione gettano discredito sulla serietà della nostra classe politica.

Potrà, per esempio, esser considerato attendibile un Governo che vara norme verosimilmente volte alla protezione di mafiosi, evasori e corrotti di ogni genere?
E il “popolo” dei cinque stelle cosa potrà mai dire dopo dieci anni improntanti su temi come onestà, rimborsi, scontrini, stipendi, vitalizi, pensioni d’oro, tagli agli stipendi dei Parlamentari, etc; per vedersi poi impegnati in “contratto per il Governo del Cambiamento” a guida Lega che tira avanti la “baracca” ?

Milioni di voti – pari al 32% – gettati al vento, volatizzati, puf! Tutto svanito dal 4 marzo. Fenomeni del Cambiamento che pare non riescano a capire nemmeno sotto dettatura – “Conte dettava e Di Maio scriveva”. Sembra la scena di un film di Totò invece è la realtà di un Paese vinto dall’ignoranza e dall’ analfabetismo funzionale, dai complotti, dalla rabbia nei confronti della Casta che alla fine hanno anche a casa loro. Fenomeni del Cambiamento che altro non sono che il baraccone dell’ inesperienza posta al comando di una nave già alla deriva.

Però loro hanno preso tanti voti, al Sud soprattutto; il pegno era il Reddito di Cittadinanza, la riforma dei CPl. Ed è al Sud che dovranno rispondere. In parte lo stanno facendo, vedi decreto Genova. Li Di Maio è riuscito a far inserire una proposta di legge che aveva già tentato di far approvare nella passata legislatura ma gli era andata male. Il condono tombale per Ischia. Chi era abusivo, otterrà il condono e potrà anche ricostruire dove aveva costruito abusivamente in precedenza. Volete che questo condono tombale non resusciti in un folto bacino elettorale ?

C’è chi è pronto a scommettere che questo Governo non cadrà. Certo, probabilmente non adesso. Lega e Cinque stelle troveranno ulteriore accordo, un’altra patacca all’ italiana. Nessuno dei due rinuncerà alla propria “voce” in capitolo che è, poi, a nostro avviso, il vero problema di questo Governo guidato da due leader di partito e rappresentato da un amministratore delegato con poche deleghe e una borsa di suggerimenti su cosa dire o non dire.

La Lega ha strappato la voce ai cinque stelle diventando la parte di natura umana cattiva del Principe di Macchiavelli. Ha usato l’astuzia della volpe per piegare i forti – il popolo del 32% degli elettori 5S che a questi ultimi hanno dato il mandato – la forza del leone per sconfiggere i deboli – sempre i 5S nella loro inesperienza che li rende deboli.
Domenica ci sarà il grande raduno cinque stelle al circo massimo a Roma e i cinque stelle dovranno scegliere se dovranno abdicare ai loro principi o abbassare il capo e gli occhi per continuare questa farsa di Governo.

Antonella Soddu

Aiuti di stato Sardegna.
Ue: “Sono incompatibili”

 

AeroportoalgheroLo stabilisce la commissione europea. Come si legge nel testo – “Con gli aiuti pubblici concessi, la Regione Sardegna, ha violato le forme dell’Unione Europea in materia di aiuti di Stato, conferendo a compagnie aeree selezionate che lavorano negli aeroporti di Cagliari e Olbia un vantaggio sleale che deve ora essere rimborsato”. Un pasticcio nato nel 2010 – quando era in carica la Giunta Cappellacci – che ancora oggi si ripercuote sull’intero sistema, già fortemente compromesso, del trasporto aereo sardo (per non parlare poi di quello riguarda il trasporto ferrato e navale). Secondo la Commissione nel 2010 la Sardegna ha adottato un regime per sviluppare il trasporto aereo e garantire per tutto l’anno i collegamenti aerei da e per la regione. Un regime, continua la nota stampa, che prevedeva finanziamenti agli aeroporti di Cagliari e Olbia con obbiettivo di ottenere compensazioni. Infatti, secondo i programmi della allora giunta Cappellacci, le compagnie aeree aumentando il traffico aereo verso gli aeroporti isolani dovevano anche svolgere operazione di marketing.

Ma i finanziamenti regionali sono stati dirottati dagli aeroporti alle compagnie aeree a condizioni controllate dalle autorità sarde. Nel 2013 venne avviata un indagine . Posto che gli interventi pubblici non configurano in aiuti di Stato quando gli stessi avvengono a condizioni accettabili per gli investitori privati. Dall’indagine di allora emerse che “nessun investitore privato avrebbe accettato di incrementare il traffico aereo né le connesse operazioni di Marketing pertanto – si legge ancora nella nota stampa – il finanziamento pubblico concesso alla Sardegna configura in un aiuto di Stato ai sensi delle norme UE”.

Ora, in virtù di quanto sopra deciso dalla commissione europea quale conseguenze avranno queste sul piano della Ras, peraltro avvallato dal Governo Renzi, in merito la questione che vede coinvolta la compagnia aerea Ryanair? Appena due settimane fa il Ministro Del Rio aveva assicurato la copertura per le questioni delle tasse aeree fino a dicembre e un nuovo “aiuto” da inserire nella prossima legge di stabilità. Attendiamo le repliche alla decisione da parte di Governo e Regione Sardegna. Sopratutto, posto che la Commissione Europea dice che “il vantaggio sleale deve ora essere rimborsato”. Ma  chi paga ?

Antonella Soddu

Sardegna. Nuova beffa
per i lavoratori in mobilità

Proteste lavoratori SardegnaSi è tenuto stamani presso la nuova sede dell’Assessorato al lavoro della Regione Sardegna tavolo convocato dall’Assessore Mura, al quale hanno preso parte i rappresentanti di Inps e di Cgil, Cisl, Uil e Ugl. Dall’incontro si è convenuto con l’INPS di procedere con i pagamenti del trattamento di Mobilità in deroga e di CIGG in deroga relativi il 2014 in modo di avvicinarsi quanto più possibile alla chiusura definitiva dei pagamenti in arretrato da oramai quasi due anni per tutti i fruitori – “in toto o in parte”. Non ci piace affatto – fanno sapere dal CLAS – quest’ultima sottolineatura “in toto o in parte” e ci auguriamo che per tutti i lavoratori che attendono sia usato lo stesso trattamento. Dal tavolo dell’Assessorato è inoltre arrivata la conferma in merito la nota del 22 febbraio da parte del Ministero del Lavoro con la quale, a seguito della richiesta dello stesso assessorato, la RAS è stata autorizzata all’utilizzo delle risorse stimate in eccesso per l’anno 2015 per i pagamenti del 2015 al fine di soddisfare, invece i pagamenti del 2014. In poche parole – commentano i rappresentanti del Clas – l’Assessore Mura ci sta dicendo che le risorse che in precedenti dichiarazioni – rese anche a mezzo stampa – fatte passare come “risorse che abbiamo reperito”, erano in realtà fondi messi a disposizioni dal Governo per un totale di 71,6 milioni di euro cosi ripartiti: 21, 6 milioni con decreto di riparto fondi di luglio 2015 e 50 milioni con decreto di riparto fondi di gennaio 2016.
Non c’è dubbio sul fatto che questa vicenda che vede protagonisti migliaia di lavoratori sardi in condizioni di mobilità in deroga abbia raggiunto un limite di elevata sopportazione umana. Emerge altresì, sempre dal comunicato stampa diramato questo primo pomeriggio, che sempre da parte del Governo è arrivata anche l’autorizzazione alla proposta della RAS di utilizzare FSC propri per circa 45 milioni di euro per onorare gli impegni nei confronti dei lavoratori (di fatto però, già nel settembre 2015 il Consiglio dei Ministri aveva approvato 9 leggi regionali tra cui la quella sarda dell’11 maggio 2015 ). In conclusione, per quanto concerne la mobilità in deroga l’INPS ha ricevuto autorizzazione per procedere ai pagamenti relativi la quarta mensilità 2014 (ma non dovevano esser portate a termine entro il mese di febbraio ?). Resta confermato, rende noto l’ Assessore Mura, che con le risorse già a disposizione l’Inps provvederà al pagamento dell’intero periodo fino al 31/12/2014 (sempre per 8 mesi come da decreto di riforma degli ammortizzatori sociali del 1 agosto 2014). A seguire – continua – saranno posti in pagamento gli emolumenti 2015 nei confronti di quei lavoratori che hanno mantenuto la continuità con il trattamento 2014.
I lavoratori che ne hanno diritto sono stimati in 2.190 su 9 mila richieste pervenute ciò a seguito dell’interpretazione restrittiva del Ministero del Lavoro confermata anche nell’ultima nota del 22 febbraio 2016 che considera il richiesto requisito della continuità di trattamento connesso non solo alla prosecuzione giuridica del trattamento stesso, ma all’effettiva continuità nel pagamento delle relative indennità. In parole molto semplici i lavoratori che non hanno percepito continuamente il trattamento per colpe non loro, ma per i ritardi nella ripartizione dei fondi da parte del Governo, pagheranno con la perdita del diritto giuridico acquisito e concesso per decreto di proroga.
Antonella Soddu

Cagliari, bilancio sociale
Inps in ritardo di due anni

Proteste lavoratori SardegnaPresentato ieri a Cagliari il Bilancio sociale Inps 2014. Hanno preso parte al convegno, che ha visto il collegamento in video conferenza del Presidente Tito Boeri, anche l’Assessore al Lavoro Virginia Mura e l’Assessore alla Sanità Erriu. Il bilancio sociale Inps è uno strumento attraverso cui è possibile valutare i risultati e l’attività che l’istituto svolge. Da sottolineare che la “fotografia” che ne vien fuori risulta esser superata considerato il fatto che i dati dello studio fanno riferimento al 2014. D’altra parte, come ha precisato anche l’Assessore Virginia Mura, i dati relativi il 2015, e tra questi anche quelli diramati dall’osservatorio sul precariato Inps, emerge una “ripresa del mercato del lavoro”. Cosa che nel 2014 era utopia.

“Senza fare troppi facili trionfalismi – afferma l’esponente della Giunta Pigliaru – possiamo essere soddisfatti del quadro che soprattutto i numeri più recenti ci restituiscono. In Sardegna i contratti a tempo indeterminato crescono: da gennaio a novembre 2015 sono stati quasi diecimila (9.666) in più rispetto allo stesso periodo dell’anno prima, pari a una variazione percentuale del +37,7%. L’aumento è di poco superiore al dato nazionale (+37,0%) ed è la migliore performance fra le regioni del Mezzogiorno. Questo e altri indicatori ci suggeriscono di insistere nell’attività svolta finora, perché la ripresa, per quanto timida, si comincia a vedere. Un dato che mi preoccupa, invece, riguarda l’alto numero di voucher venduti: quasi 3,5 milioni. Bisogna verificare che non se ne stia facendo un uso distorto che, se fosse confermato, andrebbe corretto. I voucher infatti nascono per forme di lavoro accessorio, e non devono essere usati per impoverire rapporti di lavoro costituiti, andando ad alimentare bacini di precariato” (Fonte Ufficio Stampa RAS ).
Sempre Virginia Mura sottolinea che “a partire da questi dati del 2014 per vedere qual è stata l’evoluzione, siamo già in grado di dire che c’è stato un trend positivo per quanto riguarda l’occupazione nel 2015. Quindi, stiamo verificando le risultanze di un anno che ormai, per fortuna, come crisi si sta allontanando dalla ripresa sia pur non impetuosa che c’è stata per quanto riguarda l’occupazione, questa è stabile. E questa è la cosa che più interessa. Mentre un dato sul quale bisognerà assolutamente riflettere e probabilmente bisognerà che come regione ci attiviamo anche per una convenzione con gli organi periferici del Ministero del lavoro, verificare la situazione dell’aumento un po’ troppo consistente dei vaucher. I vaucher che sono nati come possibilità, che hanno dato la possibilità ad alcune categorie di lavoratori di vedere emergere il lavoro nero, in questo momento rischiano , e non possiamo permettercelo, di trasformasi in ristrutturazioni di rapporti di lavoro stabili. Quindi di nuovo precariato. E questo, ripeto, non possiamo permettercelo . Non dobbiamo permettercelo.”
Dati del bilancio sociale Inps a parte, emerge ancora una volta la visione irrealistica che le istituzioni – sarde in questo caso – hanno del Paese. Di fatto è una Sardegna che affronta annaspando una delle peggiori crisi economiche della sua storia. E la stessa, iniziata già nel lontano 2008 è cresciuta in maniera esponenziale rispetto altre regioni italiane. Sono interessati tutti i settori dell’economia dell’isola, trasporti, turismo, commercio, industria, agricoltura, artigianato, servizi. Il fatto che si siano registrati nuovi contratti che più nello specifico sono, invece, “trasformazioni” di contratti già esistenti dal punto di vista della Giunta Pigliaru è una piccola vittoria. Più nel concreto è, invece, la palese dimostrazione dell’inconsistenza delle tanto sbandierate “sinergiche attive politiche del lavoro” di cui ancora non è dato conoscere i destinatari e i risultati. Ancora gli uffici dell’Assessorato al lavoro, né tanto meno quelli dell’agenzia regionale al lavoro hanno, solo per fare un esempio, pubblicato i dati relativi ai primi risultati del piano flexicurity.
Secondo alcuni rappresentanti di OO.SS. – organizzazione sindacali dei lavoratori – il piano varato dall’Assessorato al lavoro, mirato a ricollocare 4039 lavoratori fuoriusciti dal bacino degli ammortizzatori sociali in deroga – non ha prodotto il risultato sperato. E in questo senso i numeri – quelli in possesso, appunto, delle OO.SS. – parlano chiaro: “ Solo 1500 i lavoratori che sono riusciti ad accedere alla piattaforma del sito “Sardegna lavoro” – ideato e gestito dall’Agenzia Regionale al Lavoro . Di questi 1500, appena 900 sono stati “ospitati” presso aziende per il cosiddetto “tirocinio formativo”. Di questi 900, a malapena un centinaio si son visti trasformare il bonus in contratto di lavoro vero e proprio”. Costo per le casse pubbliche della flexicurity, “appena” 26 milioni di euro.” Non si può certo cantare vittoria o, per usare le stesse parole di Virginia Mura, “senza fare troppi trionfalismi”. Cosa ovvia, ma pare non compresa a fondo da chi afferma che la Sardegna tra le regioni del meridione è quella che ha registrato il miglior trend di ripresa.

Antonella Soddu

Sardegna. CIG in deroga
ancora un nulla di fatto

LavoroAncora un nulla di fatto in merito alla spinosa questione “ammortizzatori sociali in deroga”; un nulla di fatto che oltre a lasciare ancora a terra oltre 20 mila lavoratori sardi, tra CIG e Mobilità in deroga, e le loro famiglie, evidenzia nuovamente – semmai ci fosse bisogno di ulteriori conferme – tutta l’inefficienza, e l’incapacità delle istituzioni, ed in particolare dell’Assessorato al lavoro della Regione Sardegna, nel mettere in campo tutta quella determinazione e competenza atte a risolvere l’incresciosa situazione che si protrae oramai da oltre 22 mesi.

Si è svolto ieri, presso la sede dell’Assessorato al lavoro in Via XXVIII Febbraio a Cagliari, l’incontro convocato dall’ Assessore al lavoro, Virginia Mura, alla quale hanno preso parte Cgil, Cisl, Uil e Ugl oltre ai rappresentanti della sede regionale dell’Inps. L’incontro si è aperto con la comunicazione da parte della Mura delle ultime novità emerse dalla nota del 21 dicembre 2015 del Ministero del lavoro secondo cui – come si legge – “l’interruzione nella erogazione dell’indennità di mobilità determina il venir meno di un presupposto, quello della continuità, essenziale per la concessione dell’ammortizzatore, delle oltre novemila istanze dei potenziali beneficiari, al momento solo 2.190 avrebbero concrete possibilità di vedersi riconoscere il trattamento per il 2015 solo ed esclusivamente a fronte del completamento dei pagamenti per l’anno 2014. Senza questo completamento si rischia addirittura la cancellazione dell’istituto della mobilità in deroga per la Sardegna”. Ora resta da comprendere dal linguaggio politichese della nota se per “interruzione nella erogazione dell’indennità” si voglia intendere, “interruzione” determinata dall’aver trovato un lavoro, oppure – e questo sarebbe davvero molto grave – si voglia intendere “Interruzione determinata dalla mancata erogazione degli assegni causata dai ritardi ministeriali nella ripartizione dei fondi”. Nel corso dell’incontro la Mura ha anche dato comunicazione – la cui conferma è arrivata in giornata da Roma – “ di un’ulteriore assegnazione di 50 milioni di euro dal Governo alla Sardegna, per la copertura degli ammortizzatori sociali in deroga per l’annualità 2015. Tali risorse si aggiungono ai 21,6 milioni già attribuiti a luglio del 2015.”
Purtroppo ha fatto sapere l’esponente della Giunta Pigliaru – “a fronte di questa potenziale boccata d’ossigeno, l’assegnazione rischia di essere del tutto vana ai fini della risoluzione della difficilissima vertenza con lo Stato riguardante il reperimento delle risorse necessarie all’integrale copertura degli ammortizzatori sociali in deroga per 2014 e 2015. A causa, infatti, dell’interpretazione fortemente restrittiva fornita dal Ministero del Lavoro (con nota del 21 dicembre scorso) secondo cui “l’interruzione nella erogazione dell’indennità di mobilità determina il venir meno di un presupposto, quello della continuità, essenziale per la concessione dell’ammortizzatore”, delle oltre novemila istanze dei potenziali beneficiari, al momento solo 2.190 avrebbero concrete possibilità di vedersi riconoscere il trattamento per il 2015 solo ed esclusivamente a fronte del completamento dei pagamenti per l’anno 2014. Senza questo completamento si rischia addirittura la cancellazione dell’istituto della mobilità in deroga per la Sardegna.”

Va anche ricordato che le erogazioni del Governo registrano ancora la mancanza di una completa dotazione ministeriale, in riferimento al 2014, per circa 70 milioni di euro. Un paradosso insomma, da un lato il Ministero assegna 50 milioni, dall’altro non attribuendo le risorse mancanti per il 2014 – con la suddetta interpretazione – ne impedisce la spendita. Il risultato genera un’incomprensibile e irrazionale iniquità nei confronti dei lavoratori sardi coinvolti, uniche vittime di questa assurda vicenda. Per affrontare l’emergenza è già stato chiesto e ottenuto un incontro urgente con il sottosegretario al Lavoro Teresa Bellanova, competente per gli ammortizzatori sociali. Il confronto si terrà a Roma mercoledì prossimo, 13 gennaio. Nel corso dell’incontro verrà chiesto che il Governo mantenga gli impegni assunti anche in sede parlamentare di integrare la copertura finanziaria necessaria.

La Regione ribadirà la propria disponibilità a forme di compartecipazione, nel limite delle risorse disponibili, se fosse utile a chiudere definitivamente e rapidamente la vertenza e garantire il soddisfacimento delle legittime aspettative di questi lavoratori sardi.
Per quanto riguarda la Cassa Integrazione Straordinaria in deroga, invece, non sussistono i limiti interpretativi già citati. I pagamenti per il 2015, dunque, potranno proseguire senza impedimenti. (Fonte Ufficio Stampa Regione Sardegna ) . Di fatto, in attesa che qualcuno tra ministero del lavoro e assessorato al lavoro, decida come interpretare le loro stesse circolari e note, fuori ci sono oltre 20 mila lavoratori e loro famiglie che attendono di vedersi corrispondere quanto loro dovuto per legge.

Antonella Soddu

Legge stabilità
timori per la Sanità

Sanità-Legge stabilità“Il diritto alla salute è, com’è noto, l’unico tra i diritti che la Costituzione espressamente definisce come fondamentale e, se le parole hanno un senso, ciò significa, anzitutto, che – nel processo di costruzione di un’identità collettiva nazionale – la sua tutela riveste un ruolo, evidentemente, cruciale, così come il bene salute occupa uno spazio centrale nell’esperienza della vita personale e collettiva.” Così si esprimeva Antonmichele de Tura (Consigliere della Corte costituzionale e, nel periodo 2012-2013, consigliere giuridico del Ministero della Salute) in occasione del suo intervento al “Dibattito sul diritto e la Giustizia Costituzionale” in apertura del Convegno annuale che il Gruppo di Pisa su un tema particolarmente significativo come il riconoscimento e la garanzia dei diritti sociali.

Un elemento introduttivo che ci pareva doveroso citare scrivendo di sanità pubblica e soprattutto in considerazioni degli effetti “taglio” che la legge di stabilità, appena presentata, avrà ancora una volta sul sistema sanitario nazionale. Degli effetti sul taglio alla sanità pubblica – quasi anticipando quel che sarebbe accaduto – parlò, appunto nel 2012, il Ministro Balduzzi; il quale sentito in audizione in Commissione Parlamentari per gli affari regionali rilevò che – “nell’attuale momento, la ristrettezza delle risorse in capo sia alle regioni che ai comuni e i possibili, preannunciati interventi volti a ridurre ancora di più le risorse assegnate alle regioni per la sanità, finiranno per determinare, anche sul fronte dei servizi sociali, per la parte dell’integrazione socio-sanitaria, qualche situazione di difficoltà.” Un aspetto che conferma dunque il timore espresso da Sergio Chiamparino.

Secondo le stime del Ministero della Salute la Sanità costa 109 miliardi di euro l’anno. In 12 anni un aumento pari al 63% per ospedali e Asl. D’altra parte le regioni sottolineano –“negli ultimi 5 anni sono stati apportati tagli per oltre 35 miliardi di euro e la legge di stabilità prevede un ulteriore taglio pari a 2 miliardi di euro. Questo causerà inevitabilmente nuovi aumenti d’imposte”. Infatti sarà facoltà delle Regioni attuare piani di rientro ritoccando al rialzo addizionali IRPEF, IRAP e Ticket. Insomma, il diritto alla salute cosi ben descritto dal de Tura, ci pone dinanzi al sempre più crescente dubbio dato dalle manovre decise dal Governo che invece stridono da ogni parte, soprattutto in quel del rispetto dello stesso. Ma questi tagli, garantiranno ancora i cosiddetti LEA – livelli essenziali di assistenza – che il SSN ad oggi eroga a tutti i cittadini gratuitamente o con il pagamento di un ticket indipendentemente dal reddito o dalla residenza? Sono in tanti a pensare di no, a cominciare dallo stesso sindacato dei medici italiani: cosi si smantella il servizio sanitario italiano.

E il rapporto del CENSIS sulla Sanità, parla chiaro in proposito: “Il 41% delle famiglie italiane rinuncia alle cure. Aumentano le prestazioni mediche in nero +32,6% . La spesa privata pro capite è di circa 500 . Sempre secondo le stime del CENSIS, la copertura dello stato sociale è ridotta del 53,6%.” Non vi è dubbio che occorra predisporre una sorta di revisione su tutte le prestazioni. Qualcosa deve uscire – attraverso una sorta di flessibilità interna – perché troppo obsoleta e divenuta troppo costosa, ma qualcosa deve anche entrare.

Ma come? Dalla relazione del de Tura, emerge, come lui stesso dice, che non è un operazione semplice definire i LEA – “Per il loro carattere profondamente tecnico-sanitario, scrive, , tendono spesso a sfuggire alla considerazione dei giuristi. Nella più recente formulazione disponibile, si tratta di circa seimila tipologie di prestazione, di cui oltre cinquecento classi di prestazioni ospedaliere, ricoveri ordinari, day hospital, pronto soccorso, circa duemiladuecento prestazioni specialistiche, circa millesettecento protesi su misura, settanta programmi di prevenzione collettiva di patologie prevenibili.” Ma questo non significa a nostro sommesso avviso, apportare dei tagli che inevitabilmente si ripercuoteranno sul tenore di vita e salute dei cittadini. Del resto, lo dice ancora de Tura – “Fino a quando i Lea rimarranno alla base del nostro sistema sanitario, nessuno potrà essere escluso dalle cure perché troppo anziano o bisognoso di prestazioni troppo costose, perché dedito a comportamenti nocivi alla salute, troppo povero o, paradossalmente, troppo ricco: un reddito elevato può, al limite, giustificare la corresponsione di un ticket, ma non l’esclusione dal diritto all’assistenza”. Nel processo di riforme Costituzionali, del 2001 – esattamente nella riforma del titolo V – fu introdotta la possibilità per le regioni di utilizzare risorse proprie per garantire servizi e prestazione aggiuntive ma comunque mai inferiori a quelle nazionali. Ora, è evidente che qualsiasi intervento di taglio alla Sanità pubblica nazionale costringerà conseguentemente anche le Regioni ad operare tagli o – inevitabilmente – all’aumento dei costi di quelle prestazioni a livello regionale.

Conseguentemente subiranno tagli ulteriori anche i cosiddetti LIVEAS – “Livelli essenziali di assistenza socio-sanitaria” – che all’articolo 22 della legge 328/00 sanciva la garanzia per tutti i cittadini di tutte le regioni italiane la fruizione di tutti quelle prestazioni e servizi idonei a garantire qualità di vita e cittadinanza sociale, nonché pari opportunità e tutela ai soggetti più deboli. Ma è l’articolo 32 della Costituzione – “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”. In questo contesto di norme a garanzia dei diritti, spunta fuori la tabella del Ministero della Salute che mostra l’andamento della spesa sanitaria dal 2000 al 2012 sottolineando che pur con i tagli posti in essere, i costi di ASL e Ospedali sono aumentati passando da 66,9 a 108,9 miliardi di euro l’anno. Un aumento pari al 63%. Sono aumentate, dicono, le spese per i ricoveri ospedalieri e per i farmaci innovativi, i beni e i servizi hanno registrato un aumento pari al 130% in 12 anni. Come mai?

L’ AGENAS, agenzia per i servizi sanitari regionali, pochi giorni fa ha presentato il proprio rapporto annuale da cui – dai bilanci in rosso regionali – si evince che spesso esistono costi superiori anche del 50% tra un ospedale e l’altro per servizi come mense, pulizie e riscaldamento. C’è qualcosa che non quadra, e volendo potremmo dire che quel qualcosa che non quadra sia ravvisabile, per esempio, nella gestione o negli affidamenti dei servizi in appalto. Tasto dolente anche quello per il personale, spesso in sovrannumero, di amministrativi negli ospedali in deficit. Poi ci sono i piccoli, ma ben introdotti, impiegati amministrativi di ASL che diventano presidenti di Commissioni di sanità nei consigli regionali, o dirigenti di ASL solo per esser stati candidati.

Un business a tutto campo per cui potremmo sentirci in diritto di dire che magari il motivo per cui i posti più ambiti sono quelli nella sanità è proprio la facilità di guadagno e interessi di potere personali a discapito dei diritti dei cittadini.

Antonella Soddu

Il reddito minimo garantito
per contrastare la povertà

Il tema del reddito minimo garantito, cominciamo a chiamarlo con il nome corretto anche con il fine di dare informazione corretta, è tema molto sentito negli ultimi anni. Non potrebbe esser altrimenti considerata anche la continua crescita della forbice tra povertà e ricchezza dovuta al lungo periodo di crisi che ha reso l’economia italiana molto vulnerabile. Secondo il rapporto dell’ OCSE 2015 – “il ristagno dell’economia ha lasciato l’Italia indietro in molti ambiti del benessere ed in particolare, nell’istruzione, nelle competenze, nell’occupazione, nel reddito e nell’abitazione.” Sempre secondo il rapporto, in nessuno degli indicatori “better life” – vita migliore – l’Italia si classifica trai primi 15 paesi dell’OCSE.
Tradotto significa che il ristagno della crescita è legato agli scarsi risultati raggiunti in termini di benessere. E qual è uno degli elementi che determina il benessere?Certamente il reddito dei cittadini, quella cosa che consente agli stessi di consumare, acquistare e quindi contribuire a far ruotare l’economia. Le famiglie, di fatto, non hanno più potere d’acquisto. E anche se lo stesso OCSE, ci dice che – “secondo le stime nell’arco di 5 anni il Pil aumenterebbe (anche loro usano il condizionale d’obbligo) del 3,5% grazie alle riforme che sta varando il Governo , ma – e anche il ma ci sta sempre – a patto che le stesse siano rapidamente e interamente attuate”. Cinque anni, dunque; e nel frattempo che si fa? Si spera di risollevare il potere di acquisto delle famiglie recandosi a mangiare alla Caritas? Allora, come tanti propongono da tempo, una alternativa potrebbe esser il cosiddetto “reddito minimo garantito”.
Quello che in sostanza esiste in quasi tutta Europa eccezion fatta per Italia e la Grecia per esempio. E potremmo anche esser tutti d’accordo se venisse istituito quando prima possibile; sempre che, poi, questa alternativa a serie e sinergiche politiche attive del lavoro non si rivelino fonte di crescita del “sistema assistenzialismo” già in atto con le attuali forme di sostegno al reddito – ammortizzatori sociali – che di fatto, comunque, contribuiscono in parte alla crescita della piaga del lavoro sommerso o in nero. Di fatto, è innegabile, tra l’uso a manica larga delle attuali forme di sostegno al reddito e l’aumento del lavoro nero in molti dei settori strategici della nostra economia – per esempio, nell’edilizia – vi è uno stretto legame. Un articolo di Luca Soldi, pubblicato dalla testata online Alganews, titola – “La dignità per chi è rimasto indietro nel reddito per gli “ultimi” del paese”, ci riporta ad una delle più celebri citazioni di Pietro Nenni – “ll socialismo è portare avanti tutti quelli che sono nati indietro”. Crediamo di poter con tutta tranquillità affermare che Pietro Nenni pronunciò questa frase intendendola come necessità di garantire a tutti gli stessi diritti di vita, nello stesso significato di dignità e capacità di contribuire alla crescita e allo sviluppo economico del paese.
E allora proviamo a fare un rapido confronto tra le attuali forme di ammortizzatori sociali e il tanto proposto reddito minimo garantito, anche partendo dalla nascita e attuazione, per esempio, della cosiddetta CIG e derivati quali, mobilità in deroga, aspi, mini aspi etc. Rapidamente, “la nascita delle CIG risale alle prime ore dell’ Italia Repubblicana. Infatti, già nel 1947 con un decreto dell’ allora provvisorio Capo dello Stato venivano istituite integrazioni salariali per aiutate le imprese in crisi”. (fonte Linkiesta.it ) Qual era allora lo scopo? (di fatto dovrebbe esserlo ancora oggi) Semplicemente quello di far risparmiare alle imprese i soldi degli stipendi e usarli per investire sui macchinari o per riassettare le finanze. I lavoratori nel frattempo stanno, o dovrebbero, stare a casa con a disposizione un assegno di sostegno al reddito. Ma i lavoratori stanno davvero a casa? E se davvero lo scopo nobile del sostegno al reddito è quello d’esser via provvisoria nel passaggio fa perdita del posto di lavoro al reintegro, quindi a breve e/o medio termine, diventa impensabile pensare e accettare che il tutto si protragga per 34 mesi – come peraltro previsto dalla nuova NASPI – cioè due mesi in meno rispetto ai 36 previsti dalla attuale indennità di mobilità in deroga. Negli ultimi vent’anni in Italia è stato fatto un uso a manica larga di ammortizzatori sociali, certo, ovviamente giustificato dalla crisi in corso che nonostante quello che si va dicendo, spesso con tesi confutate da dati come quelli di ISTAT, INPS, e altri enti preposti, secondo cui sono in calo le ore autorizzati di CIG e Mobilità in deroga.
L’unico aspetto discordante di questi dati si ravvisa nell’evidente non citazione dei motivi che hanno di fatto determinato questi cali, quindi nell’applicazione a pieno regime nuovo quadro normativo, decreto del 1° agosto 2014, decreto Poletti, che ha rivisto a ribasso le possibilità di concessione degli ammortizzatori sociali in deroga. Questo crea un grosso problema al nostro sistema economico. Lo crea nel momento in cui, l’attuale tessuto economico e di impresa non consente l’accompagnamento, il riassorbimento, la riqualificazione, la ricollocazione di questa moltitudine di lavoratori. E cosa ha reso necessario l’introduzione del decreto di cui sopra? Ovviamente tagliare quelle forme di sostegno al reddito che sono totalmente a carico dello Stato, come ad esempio l’indennità di mobilità in deroga – che fino al 31 agosto 2014 era fruibile per 36 mesi, perché ritenute ( e di fatto cosi si sono dimostrate ) inconcludenti nel contribuire al ricollocamento dei lavoratori beneficiari. Eppure, per esempio, quest’ultima forma di sostegno al reddito che abbiamo citato, è strettamente e obbligatoriamente legata alla frequentazione corsi di formazione e riqualificazione professionale, monitoraggio e tuttoraggio del lavoratore. Cosa peraltro prevista anche nella proposta M5s, e per verità di cronaca, anche da altre parti politiche, sindacali e sociali, per il reddito minimo garantito. In merito l’argomento ricollocamento e riqualificazione legato, appunto, il reddito minimo garantito, sostegno a reddito e altri argomenti strettamente legati al tema lavoro e povertà, è utile anche segnalare un altro aspetto, dal momento in cui si fa spesso citazione all’esistenza di questo in tante altri Stati d’Europa.
Nel corso del convegno tenutosi a Sant’ Antioco – (sulcis iglesiente ) – sul tema “Lavoro Non Lavoro. Mettiamoci in gioco”, da uno degli interventi degli oratori, onorevole Ignazio Locci, è emerso, per esempio, un aspetto da non sottovalutare – “Io, da parte mia, voglio aggiungere qualcosa a quando già detto dall’on. Piras rispetto al salario minimo garantito. Sarebbe una grande conquista. Io da studente ho avuto l’opportunità di vedermi e misurami con il sistema francese. Che però è accompagnato da un sistema di orientamento, un sistema economico, a politiche attive del lavoro totalmente diverse dalle nostre; un sistema di sostegno della famiglia, dello studente e del politiche della famiglia. Quindi sostiene anche le politiche della famiglia. Quello che in Francia riesce e che da noi no. Noi siamo ancora al punto che si discute di riorganizzazione dei sistemi del lavoro, dei CSL, etc., con un ottica totalmente rivolta alla possibilità e alle modalità, allo studio di uno strumento giuridico che garantisca chi lavora in questi servizi ma che non ha assolutamente ben chiaro cosa deve fare e come fare le politiche di orientamento rivolte ai disoccupati e ai lavoratori che devono riassorbiti dal sistema.
Siamo a livello che non sappiamo come si profila un lavoratore, non sappiamo come si fa a far incontrare domanda e offerta, come infondere fiducia in quel che rimane del nostro sistema produttivo. Inoltre stanno creando un sistema di competizione tra agenzie private e agenzie pubbliche che credo nasconda qualche altra magagna.” La dice lunga sull’attenzione che si deve necessariamente mettere nello studio per la possibile attuazione del reddito minimo garantito in Italia. L’altro aspetto sono le coperture. Inutile negarlo, quelle servono tanto quanto la necessità urgente di risollevare l’economia. Sempre nell’articolo di Luca Soldi, pubblicato da Alganews, si legge – “ L’operazione costerebbe 14,9 miliardi, secondo la stima fatta nel luglio scorso, dal presidente dell’Istat, Giorgio Alleva, in un’audizioni al Senato. I destinatari potrebbero essere 2 milioni e 759 mila famiglie con un reddito inferiore alla linea di povertà”. Alleva aveva fatto riferimento al “costo totale del sussidio” che deriverebbe dall’applicazione nel 2015 della misura ipotizzata nel ddl del M5S. Ma in Parlamento esistono anche altre proposte che devono ancora esser valutate”. Facciamo un rapido ragionamento sul costo del reddito minimo garantito; Alleva lo quantifica in 14,9 miliardi di euro per riuscire a coprire 2 milioni e 759 mila famiglie. Secondo l’ultimo rapporto – IV rapporto UIL sugli ammortizzatori sociali 2014 – “Il sistema di protezione sociale rappresentato dalle attuali forme di ammortizzatori sociali, quindi cassa integrazione, ASPI, Mini ASPI, mobilità in deroga, indennità di disoccupazione nell’ultimo anno (2014) è costato tra indennità e contributi figurativi, 23, 9 miliardi di euro – quasi il doppio del costo complessivo del reddito minimo garantito – cioè +3,9% rispetto il 2013 quantificati in 825 miliardi in più.
E, ciliegina sulla torta, udite, udite, tutto ciò finanziato per 9,3 milioni di euro dai contributi dei lavoratori e dalle aziende, e per 14,6 miliardi di euro totalmente a carico della fiscalità generale dello Stato. Avete letto bene, il costo per la copertura del reddito minimo garantito sarebbe di 14,9 miliardi di euro, il costo interamente a carico della fiscalità generale dello Stato per gli ammortizzatori sociali è 14,6 miliardi di euro. Ma non è tutto, i cittadini che nel 2014 hanno beneficiato di uno degli ammortizzatori sociali sopracitati sono stati 3,9 (in calo del 14% rispetto il 2013) milioni – quindi ben oltre i 2,7 milioni che beneficerebbero del reddito minimo garantito (la fonte dei dati citati è il IV Rapporto UIL sugli ammortizzatori sociali 2014 elaborato analizzando il rendiconti e i rapporti Inps). Considerati questi dati viene spontaneo domandarsi quale sia il motivo per cui il PD pone il veto sull’attuazione del reddito minimo garantito, usando come giustificazione – “l’Italia ha bisogno di lavoro non di assistenzialismo” – dalle dichiarazioni del Premier Renzi – salvo poi mantenere in piedi un sistema di ammortizzatori sociali che di fatto – per come è concepito – sostiene e alimenta, appunto, becere forme di assistenzialismo. Ci sono forse lobby aziendali che vogliono mantenere il sistema cosi com’è attualmente?
In conclusione, nota seppur non pienamente convinti – per certi aspetti legati alla cultura dell’ assistenzialismo che deve esser debellata – che la questione reddito minimo garantito sia l’unica soluzione percorribile per risollevare il potere di acquisto, quindi l’economia, la riduzione della povertà del paese. Occorre concentrarsi più che altro in innovative politiche del lavoro, creare un sistema coordinato di incontro domanda e offerta lavoro, migliorare se non ricostruire il tessuto CSL lavoro (che in Italia cosi come sono attualmente, non rientrano nei canoni europei) . Ma, in considerazione dei numeri con dati alla mano, emerge una forte contraddizione del Governo in merito la questione, appunto, reddito minimo garantito. Di seguito un riepilogo dei dati del IV Rapporto UIL sugli ammortizzatori sociali 2014
1. Spesa per la Cassaintegrazione – 4.9 miliardi di euro. – 10% rispetto il 2013
2. Costo per gli ammortizzatori sociali – cassaintegrazione e mobilità in deroga – nel 2014 è stato di 1,7 miliardi di euro; -10,8% rispetto il 2013
3. Costo per indennità di mobilità ordinaria 3,2 miliardi di euro; +15,9% rispetto il 2013
4. Costo per Aspi, Mini Aspi, disoccupazione ordinaria, speciale edile e agricola, 14 miliardi di euro; +8,9% rispetto il 2013.
Antonella Soddu 

Sardegna. Il calvario
dei lavoratori in mobilità

Sardegna-mobilitàSono trascorsi ad oggi 18 mesi di ritardo nei pagamenti delle indennità di mobilità in deroga relative il 2014 ai 15300 lavoratori sardi beneficiari. Ad oggi risultano pagare solo 3 mensilità corrispondenti i mesi di Gennaio/febbraio/marzo 2014. Importo medio dell’assegno mensile 500 euro lordo dal quale è stata decurtato il 23% di tassazioni Irpef causa il mancato pagamento delle somme spettanti nell’arco dell’anno di competenza. Come se il ritardo dipendesse dalla volontà dei lavoratori e non com’è dai continui reiterati ritardi da parte del Governo nel ripartire i fondi. Per quanto riguarda, invece, gli emolumenti relativi il 2015 si contano ad oggi 9 mesi di ritardo. A questo vada a sommarsi la beffa che Assessorato al Lavoro e sindacati hanno posto in esser il 18 maggio 2015 al tavolo partenariale convocato in Assessorato.

“Siamo stanchi – fanno sapere i lavoratori aderenti al Clas, un comitato di lavoratori nato nel febbraio del 2014 proprio con l’intento di fronteggiare la situazione – siamo stanchi del continuo immobilismo di Regione, Governo e sindacati. E’ ora di dire basta. I sindacati con la complicità di tutti coloro che si sono susseguiti alla guida dell’Assessorato al Lavoro in Sardegna, hanno fatto e stanno facendo man bassa dei diritti dei lavoratori. Impongono regole a loro piacimento, e per loro meri interessi, mascherati da accordi per i lavoratori. Di fatto, invece, calpestano i loro diritti. Prova ne sia l’accordo verbale istituzionale per la prima concessione e proroga della mobilità in deroga per gli oltre 15 mila lavoratori sardi firmato in assessorato il 18 maggio 2015. I lavoratori sardi attendono il pagamento dei cinque mesi restanti del 2014 e ad oggi nulla sanno dei pagamenti delle 8 mensilità 2015.

Non si può proseguire cosi. Posto che tutti questi lavoratori risultano non avere più nessuna vertenza aperta alle spalle, posto che nessuna organizzazione sindacale, CGIL, CISL e UIL, non ha fin ora mosso un solo dito a tutela degli stessi, posto che continua il mutismo dell’Assessorato al Lavoro, posto che continuano le non risposte, anche nella forma scritta alle numerose sollecitazioni di intervento, l’unica soluzione resta l’esposto alla procura della Repubblica di Cagliari affinché accerti la corretta attuazione di tutti gli atti ad oggi deliberati e assunti e ne verifichi eventuali abusi d’ufficio e mancata attuazione dei decreti ministeriali. Verifichi anche la correttezza dell’accordo firmato in data 18 maggio 2015 presso l’assessorato al lavoro. Verifichi anche se sussistano i presupposti per il riconoscimento del danno morale, materiale imposto a 15300 lavoratori e alle loro famiglie.” La vicenda va avanti da mesi e nonostante gli annunci del Governo secondo cui sono in calo le CIG, qualcuno continua ad omettere di parlare e peggio ancora declina tutti declinano le proprie responsabilità. Ivi compresi i consiglieri regionali della Sardegna, i quali sembrano esser più concentrati a risolvere il problema dei loro 4 colleghi decaduti dalla carica a consigliere a seguito di una sentenza del Consiglio di Stato piuttosto che, chiedere in maniera coesa e decisa alla Giunta Regionale guidata da Francesco Pigliaru, e al suo Assessore al Lavoro, il pieno rispetto della volontà della commissione lavoro della regione e dell’intero consiglio regionale che l’11 maggio aveva approvato una legge secondo la quale, la regione si impegnava a compartecipare con somme proprie ai pagamenti delle indennità arretrate. In maniera del tutto arbitraria e palesemente lesiva dei diritti acquisiti da questi lavoratori Assessore e Sindacati si accordano per destinare le somme ad altri interventi da loro chiamati “sinergiche politiche attive del lavoro”.

Di fatto, nulla di nuovo si vede all’orizzonte. “Per chiudere la partita del 2014 – fanno sapere dal CLAS – ci è stato detto che occorrono circa 179 milioni di euro. Allo stato attuale non si conosce il modo per aver ragione dei pagamenti. Abbiamo provato a contattare gli uffici, Inps, Assessorato al Lavoro, e lo stesso Ministero del lavoro. Poco si sa. Incredibile il mutismo e l’arroganza dell’ Assessorato al lavoro che insiste nel non riconoscere il fatto che migliaia di lavoratori non si sentono rappresentati dalle OO.SS. che nulla hanno fatto fin ora per porre fine a quest’incresciosa situazione. Per quanto riguarda il Governo e il Ministero, nei mesi scorsi abbiamo avuto modo di parlare direttamente con il Presidente Renzi, la sottosegretaria Teresa Bellanova e il Ministro Del Rio, in occasione della loro visita a Olbia. Eloquenti sono state, in quell’occasione, le parole della Sottosegretaria Bellanova – “per quanto ci riguarda la partita del 2014 è chiusa con l’ultimo decreto di riparto fondi del 2014”. Allora, chi ci pagherà i restanti 5 mesi?” Anche l’ Inps, per ammissione del Dottor Emanuele Pizzicaroli, direttore regionale Inps, conferma – “mancano i fondi per la copertura del 2014.

Ad oggi la novità è lo sblocco del primo decreto di riparto fondi relativo il 2015, alla Sardegna è arrivata una dotazione di 21 milioni di euro che non sono sufficienti nemmeno per il pagamento di una mensilità per tutti gli aventi diritto, che ricordo, sono circa 26 mila in totale tra lavoratori in CIG e in Mobilità in deroga. Questi fondi non possono esser usati per compartecipare ai pagamenti delle spettanze arretrate del 2014. Inoltre se i pagamenti potranno esser fatti, si è raggiunto l’accordo affinché sia data assoluta precedenza a quei lavoratori che hanno maturato ad oggi il diritto di andare in pensione ma che fin ora non ne possono godere appunto perché non hanno la copertura dei contributi figurativi proprio a causa dei mancati pagamenti delle indennità di mobilità in deroga che li contemplano”. Insomma, davvero una situazione che ha del paradossale se si pensa che proprio nei giorni scorsi l’Inps ha reso noto che le pensioni dei sindacalisti sono più vantaggiose rispetto le altri e soprattutto rispetto a quello di milioni di lavoratori abbandonati. Che si fa, chi deve dare risposte a questi lavoratori?

Antonella Soddu

Radar ‘Face4Jobs’: 722 mila
i posti di lavoro vacanti

LavoroUn monitoraggio di siti web annunci lavoro ha rivelato che ci sono milioni di posti di lavoro vacanti. Si parla di oltre 5 milioni solo negli Stati Uniti. Ma buone notizie arrivano anche per l’Italia. Pare siano circa 722.400 posti vacanti. A fare la rivelazione, dopo aver accuratamente “contato” è stata la piattaforma radar ‘Face4Job’ che ha effettuato una sorta di monitoraggio di annunci ricerca personali lanciati sul  web  da aziende e privati di tutti i Paesi del mondo, da gennaio 2015 ad oggi. Dal monitoraggio arriva anche la conferma dell’aumento di richiesta lavoro nei mesi caldi dell’estate, luglio/agosto. Questo autorizza a pensare che a ottobre l’Istat ci  “sparerà” addosso gli ennesimi dati della crescita occupazionale nel nostro Paese. L’altro aspetto che emerge  è che, rispetto ad altri paesi in Italia vige ancora la ricerca di un lavoro  attraverso i “vecchi” passaparola e conoscenze. A livello mondiale, invece, vince il web- recruiting.

Fatte queste premesse, e soffermandoci sui 722.400 posti vacanti in Italia, riportiamo alcuni dati del testo “Il lavoro perduto il lavoro rimasto” a cura di Lilli Pruna – ricercatrice in sociologia dei processi economici e del lavoro presso il Dipartimento di Scienze Sociali e delle Istituzioni dell’Università di Cagliari. “La disoccupazione – spiega Pruna – continua ad esser il problema  più citato tra i tanti che affliggono il mercato del lavoro, ma è anche quello più frainteso. In questi ultimi mesi abbiamo assistito addirittura ad un fenomeno inedito: una sorta di distorsione cognitiva che induce governo, e classe politica a vedere esclusivamente la componente giovanile della disoccupazione. Questa – aggiunge la ricercatrice – costituisce solo il 21% del fenomeno, sia in Italia che nella media dell’UE, mentre impedisce di vedere il 79% costituito da persone adulte. Non è facile spiegare come mai a fronte  di 1,5 ml di persone in cerca di lavoro con più di 35 anni e 1 milione circa tra i 25 e i 34 anni, si faccia  riferimento  unicamente  ai 655 mila  giovani senza lavoro, di cui 135 mila  al di sotto di 20 anni, quindi in età di scuola superiore. Per un inspiegabile fenomeno in Italia si ragiona solo su 1/5 della disoccupazione complessiva che è costituito da giovani  tra i 15 e i 24 anni, mentre non sembra ci si accorga degli altri 4/5 costituiti da  2,5 milioni circa di adulti che hanno superato i 25 anni e in larga parte anche i 35. In Italia ci sono 770 mila persone disoccupate che hanno 45 anni: sono, dunque, più dei giovani senza lavoro e di cui verosimilmente sono i genitori” conclude Pruna.

Abbiamo voluto ancora una volta riportare e rimarcare quest’importante passaggio dello studio della Professoressa Pruna fondamentalmente per due  motivi: il primo è più che evidente e sono i 722. 400 posti vacanti in Italia che potrebbero soddisfare le aspettative di lavoro dei 655 mila giovani italiani senza lavoro, o potrebbero soddisfare quelle dei 770 mila adulti disoccupati. Oppure parte degli uni e degli altri. Avremmo risolto il problema in larga parte, no?  L’altro aspetto, che rileva  e sottolinea anche la piattaforma radar ‘Face4Jobs’, è quello tutto italiano della ricerca di lavoro con la forma del passaparola e/o ancora, purtroppo, mediante le “conoscenze”. Uno studio del 2014 condotto e coordinato dall’equipe del Sociologo Professor Lorenzo Scalia conferma questa tesi. Rimarca lo stato di rassegnazione del lavoratori da tempo disoccupato. Rassegnazione e scoraggiamento che lo inducono anche a “rifiutare” l’approccio con i CSL – Centri servizi lavoro – visti, da quello che emerge dallo studio, quasi come una perdita di tempo. Dalla nostra ricerca, afferma Scalia, è emerso che “per quanto riguarda le ricerche di lavoro, due disoccupati su dieci ( maschi 24,6%, donne 12,1%) hanno presentato richiesta di assunzione direttamente all’impresa prescelta. Il 19,4%  – mediamente maschi e femmine – si sono avvalsi dei centri per l’impiego, il 12,2% donne, si sono rivolte alle Agenzie per il lavoro interinale”. Ma la parte interessante dello studio condotto dall’equipe coordinata da Scalia è, appunto, quella che riguarda la ricerca di lavoro mediante la cosiddetta “rete informale”. In questo caso, dice il Sociologo, il 27,7% – maschi – e il 15,2% donne, dice di essersi rivolto a amici e conoscenti; la maggior parte, tre su dieci – 41,2% dei maschi contro il 14,3% delle donne – ha fatto ricorso a canali famigliari.

Interessante,  inoltre, la parte che riguarda coloro che per una ricerca di lavoro ha fatto ricorso a canali del “sindacato”:  risulta averlo fatto il 42,9% delle donne contro il 17,6% dei maschi. Un lavoratore su quattro ha dichiarato di aver fatto ricorso ad associazioni di imprese, altri parrocchie o a associazione di volontariato. Altri ancora si sono avvalsi dei mass media. Internet è invece risultato usato dal 18,4% degli intervistati. A utilizzare il web sono soprattutto le donne, il 30,3%. Quasi il triplo degli uomini. Parecchi hanno utilizzato di mezzi di comunicazione tradizionali: poco più di uno su dieci ha risposto direttamente ad annunci letti su quotidiani e/o settimanali e solo maschi ad annunci pubblicati su periodici specializzati in offerta/domanda di lavoro. Insomma sempre dati, studi, ricerche, monitoraggi; mai la certezza di un lavoro. In tutto questo siamo certi di una cosa: chi il lavoro non lo perderà mai saranno i ricercatori che ogni giorno indagano sulla disoccupazione. Anche queste ricerche hanno un costo di produttività.

Antonella Soddu

 

 

 

La dilagante piaga del lavoro nero e irregolare

lavoro neroE’ stato reso noto il rapporto sull’ispettiva di ministero del Lavoro – Inps e Inail relativi il 2014 e i primi sei mesi del 2015. Svelano un’economia sommersa quantificabile in 41 miliardi 837 milioni, e un’evasione di imposte e contributi pari a 25 miliardi di euro. Già, ma cosa si è fatto per contrastare tutto questo? Perché siamo arrivati a questi dati che chiamare “spaventosi” è davvero molto riduttivo? Oggi il fenomeno del lavoro nero, irregolare o sommerso, è al centro di un intenso dibattito politico. Continua a leggere