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Antonio Maglie

Rimini, lo Ius Soli e le pericolose strumentalizzazioni

L’Italia è il paese in cui il passaggio dalla tragedia alla farsa è sempre facilitato dal perenne clima pre-elettorale. Lo “ius soli” è tornato di attualità e immediatamente è stato mescolato con la tragica vicenda di Rimini, già resa inopportunamente farsesca dalla sortita del ministro polacco che ha richiesto l’estradizione degli autori della violenza sulla concittadina annunciando per loro torture e pena di morte: se anche fosse legittima l’estradizione (e non si capisce perché dovrebbe esserlo), il fatto che venga prospettata la pena capitale la renderebbe impossibile visto che la nostra Repubblica quel tipo di condanna l’ha cancellata da tempo. La serietà dovrebbe imporre la distinzione dei piani. Invece li si confonde nella certezza che la confusione produrrà utili elettorali.

Negare a ragazzi nati in Italia, a determinate condizioni, la cittadinanza perché quattro delinquenti si sono resi protagonisti di uno dei reati umanamente più abominevoli fornisce l’immagine di una società e di una civiltà giuridica che si esalta nella legge del taglione utilizzata, per giunta, in maniera trasversale. Se è vero che su cinque violenze, tre sono attribuibili a italiani, allora è evidente che a molti nostri concittadini (ai quali non sempre garantiamo un lungo soggiorno nelle patrie galere per il reato commesso) dovremmo ritirare la cittadinanza. La nostra è una società che non rispetta molto le donne, che ha visto imputridirsi la piaga del femminicidio e non ha certo estirpato quella delle violenze domestiche. Questo vuol dire che se anche negassimo a tutti gli stranieri per motivi, come dire, di prevenzione la cittadinanza, dal giorno dopo non vivremmo comunque nel paradiso terrestre perché è decisamente generoso il contributo “autoctono” all’incremento della violenza sulle donne (nelle varie forme) e familiari (nelle varie forme).

I piani non vanno confusi ma distinti. Semmai in maniera appropriata. Ad esempio, la distinzione che illustri dirigenti politici (da Macron a Renzi) fanno tra rifugiati politici e migranti economici è a dir poco risibile. Chi fugge dalle guerre guerreggiate offre ai flussi migratori un contributo minoritario e, si spera, anche temporaneo. Al contrario di chi fugge dalla guerra irrisolta e irrisolvibile per la sopravvivenza. Gli italiani che migravano alla fine dell’Ottocento e agli inizi del Novecento imbarcandosi sui “bastimenti” lo facevano perché perseguitati semplicemente dall’indigenza, nonostante lo stato liberale (che comunque prendeva a schioppettate chi reclamava il pane in piazza) tentasse di innalzare qualche argine per non veder fuggire tanta manodopera a buon mercato. Questo significa che con le migrazioni (che cresceranno di pari passo ai mutamenti climatici) dovremo comunque fare i conti. Semmai con un governo globale perché alla chiusura di una rotta corrisponderà sempre l’apertura di un’altra. E se poi per chiuderla dobbiamo anche pagare un pedaggio come in autostrada, allora non possiamo meravigliarci se una volta pagato il conto alla Turchia, altri si mettono (o potrebbero mettersi) in fila (la Libia, le diverse milizie, l’Egitto stesso semmai rivendicando altro tipo di riconoscimenti, e poi, a seguire, la Tunisia, l’Algeria, il Marocco).

In tanti vanno in televisione per spiegare che con loro al governo le cose cambieranno sul versante delle migrazioni: da Trump a personaggi meno altisonanti come i nostri Di Maio, Meloni, Salvini, Gasparri. Per quanto riguarda Di Maio, prima di esaltare preventivamente le sorti magnifiche e progressive del suo ipotetico esecutivo, dovrebbe spiegarci come mai a Roma la “sua” giunta abbia fornito una così povera dimostrazione di efficenza e capacità a meno che non si voglia realmente credere alle oniriche comunicazioni social di una assessora locale (tal Montanari) che fulminata da un Raggi(o) di eccesso di zelo ha pubblicato le foto di alcune strade romane miracolosamente pulite. Ovviamente, la realtà è diversa: Roma è sporca e lo è molto di più da alcuni giorni a questa parte, precisamente dal temporale che liberandoci dall’afa ha intasato strade e tombini con gli aghi di pino che in questi mesi nessuno ha rimosso.

Per quanto riguarda Salvini, ci sarebbe da sottolineare un dato. Quando ministro dell’Interno era Roberto Maroni, collega di partito, venne raggiunto il primato del ventennio sul fronte degli sbarchi: oltre 64 mila nel 2011 (era l’epoca della retorica dei respingimenti). A Meloni e Gasparri, poi, colleghi in un partito in quel momento al governo, val la pena ricordare che quando Berlusconi si insediò nel 2001 a Palazzo Chigi gli stranieri residenti erano poco più di un milione e quando andò via erano oltre due milioni e mezzo (nonostante la Bossi-Fini); quando ritornò nel 2008 erano tre milioni e quando andò via nel 2011 quasi quattro e non si era ancora scatenata la guerra per bande in Libia e in Siria né era esplosa la crisi mondiale dei migranti. Un po’ di misura (e di memoria) ci vorrebbe.

Lo ius soli con il governo dei flussi migratori non ha assolutamente nulla a che spartire. Semmai riguarda un altro aspetto della questione, un aspetto con il quale noi non abbiamo mai fatto i conti al contrario di paesi come la Gran Bretagna, la Francia o il Belgio che evidentemente li hanno fatti male. Non li abbiamo fatti perché non abbiamo alle spalle un passato coloniale o meglio ne abbiamo uno limitato, piuttosto cialtronesco ancorché in alcuni momenti decisamente sanguinario (ne sa qualcosa proprio la Libia della “conquista” fascista). Dunque, non abbiamo avuto pezzi di popolazioni delle ex colonie che sono venuti a cercare fortuna dalle nostre parti.

Poiché le porte non si possono chiudere né ci si può esaltare nella “difesa di una razza” (come ha fatto un gruppo fascista rielaborando un vecchio manifesto del ventennio) che pura non è mai stata, allora dobbiamo pensare a integrare e a farlo semmai meglio di quanto non lo abbiano fatto nei paesi prima citati con conseguenze evidenti e purtroppo drammatiche. Pensare di risolvere come fece Nicolas Sarkozy dodici anni fa la rivolta delle Banlieue con l’appello a estirpare “la feccia” non ha portato da nessuna parte. Anzi, da una parte ha portato: alle predicazioni sempre più estremiste all’interno delle moschee nel frattempo monopolizzate dai Fratelli Musulmani, alla radicalizzazione via internet degli emarginati economici e sociali. Il passo dall’insoddisfazione al risentimento è breve; e quello dal risentimento all’odio semmai arricchito con motivazioni strumentalmente religiose, ancora più breve. Lo ius soli serve esattamente a questo: a integrare, a coinvolgere chi è già cittadino in questo Paese, facendolo sentire pienamente tale, aiutandolo a identificarsi con le nostre leggi e con la principale delle nostre leggi, la Costituzione e il suo articolo 3 (“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”). E chi per speculazioni elettorali sceglie la strada della sovrapposizione dei piani, potrebbe domani essere chiamato a rispondere di una gravissima responsabilità.

Antonio Maglie
Blog Fondazione Nenni

Intervento in Libia nel 2011: la fiera delle verità di comodo

Il dibattito che si è acceso sull’intervento italiano in Libia nel 2011 ha aspetti surreali. Anche perché, come al solito, la ragion di partito induce a straparlare. Dimenticando situazioni e condizionamenti. Da questo punto di vista, Matteo Salvini è il solito campione di bon ton, ma forse dovrebbe tacere anche Giorgia Meloni per non parlare di Ignazio La Russa che in questi anni sulla vicenda ha detto di tutto e anche di più. Il desiderio di scaricare sulle spalle di Giorgio Napolitano la responsabilità di una guerra che ha prodotto solo instabilità nel Mediterraneo, è tanto forte da sfidare l’impulso a contraddirsi. Una cosa è evidente: un intervento militare non può essere deciso da una persona sola, dunque Napolitano non può aver fatto tutto nel chiuso del suo laboratorio del Quirinale. Un’altra cosa è evidente: certe scelte sono figlie delle situazioni contingenti. In quel caso la situazione era stata determinata da Nicolas Sarkozy che, spalleggiato dalla Gran Bretagna, aveva cominciato a cannoneggiare la Libia per imporre su quell’area strategica dal punto di vista degli approvvigionamenti energetici (petrolio e gas) la propria egemonia che aveva come corollario il ridimensionamento del ruolo dell’Italia.

Alla fine, dopo la delibera dell’Onu l’Italia intervenne per un motivo molto semplice: evitare che Sarkozy facesse l’asso pigliatutto, impedire l’emarginazione dei nostri interessi nel momento in cui si fosse insediato un nuovo governo. Noi, come è noto, eravamo decisamente “schiacciati” su Gheddafi, accolto a Roma da Berlusconi con tanto di baciamano. I rischi erano altissimi e oggi lo riconosce pure La Russa, all’epoca ministro della difesa, che sottolinea come Gheddafi fosse spacciato e l’Italia rischiasse “di lasciare campo libero alla Francia di Sarkozy”. Ora si dice: fu Napolitano a imporre la scelta. E lo stesso La Russa afferma che l’azione del presidente varcò la soglia costituzionale. Peccato, però, che sempre l’allora ministro della difesa un paio di anni fa, il 16 febbraio 2015, al “Quotidiano Nazionale” abbia dichiarato qualcosa di apparentemente diverso: “Berlusconi fu costretto a cedere alla ragion di stato. E come lui anche il presidente della Repubblicana Napolitano che pretendeva un pronunciamento dell’Onu”. E, allora, dov’è l’indebita pressione? Che poi ci siano stati dei distinguo, maggiore o minore freddezza di alcuni rispetto ad altri, è un dato di fatto arcinoto. Ma ciò non toglie che all’epoca Palazzo Chigi annunciasse la nostra partecipazione ai bombardamenti facendo riferimento a un colloquio tra Barak Obama e Berlusconi in cui i due concordavano sul fatto che “una pressione supplementare è necessaria per rafforzare la missione di protezione dell’Onu”. E che lo stesso La Russa motivasse la sua finale (ha dichiarato in un’altra intervista di essere stato il penultimo ad adeguarsi) adesione al fronte interventista affermando: “La posizione è cambiata perché la situazione a Misurata è diventata terribile”.

Sinceramente si riesce a individuare ben poca oggettività storica nelle ricostruzioni di questi giorni; semmai molta soggettività opportunistica. La presidenza di Napolitano presenta delle zone d’ombra ma volerne aggiungere altre artatamente corrisponde solo al bieco interesse elettorale quando, in realtà, tutti all’epoca pasticciarono con la Libia, senza capirci granché. Berlusconi non voleva? Non è una novità. Ma sulla sua posizione pesavano quasi di più gli aspetti personali (il rapporto con il tiranno come ha ricordato La Russa in una apparizione alla trasmissione de La7, “l’aria che tira”, il 19 febbraio del 2015: “Non voleva assolutamente intervenire contro Gheddafi dicendo che aveva dato la sua parola al Rais”) che le strategie politiche. Anche perché se al fondo ci fosse stata la politica, le dimissioni solo minacciate nel famoso vertice al teatro dell’Opera le avrebbe presentate; nel momento in cui non l’ha fatto, ha deciso di aderire a una scelta (“Frattini diceva che la delibera” dell’Onu “era fatta, che non potevamo non adeguarci”, sempre versione La Russa), l’ha condivisa e con lui tutti i suoi alleati di governo, anche quelli che ora cercano il capro espiatorio. Il fatto è che il passato può alimentare il lavoro degli storici, non quello dei politici. Cercare oggi consensi brandendo vicende che andrebbero studiate e non trasformate in alimento polemico, è il peggior regalo che si possa fare all’intelligenza degli italiani.

Antonio Maglie
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Fare i conti con la Storia

La storia del gestore del bagno di Chioggia sostanzialmente trasformato in un “campus” fascista, ha svelato una realtà: la grande indifferenza che oggi circonda i valori antifascisti e la notevole tolleranza che accompagna gruppi, gruppetti, grupponi e personaggi che strizzano l’occhio a tendenze e ideologie diventate quasi di moda (a Monza il sindaco ha aperto le porte della giunta all’esponente di un movimento di ispirazione neonazista). A mettere la ciliegina sulla torta ha provveduto Massimo Corsaro, ex missino doc, che riscoprendo le antiche radici sul solito social ha pubblicato questo simpatico commento contro il democratico Emanuele Fiano “colpevole” di aver presentato una proposta di legge che vorrebbe punire il reato di apologia: “Che poi, le sopracciglia le porta così per coprire i segni della circoncisione”.

Questo è un Paese che con la sua storia non ha mai fatto i conti. Palmiro Togliatti a proposito del fascismo parlò, giustamente, di “regime autoritario di massa” in quanto sostenuto dal consenso degli italiani. Che poi, stanchi della guerra (dove, detto tra parentesi, in termini di vittime riuscimmo a pagare uno tra i prezzi più bassi: meno di cinquecentomila morti), si convertirono improvvisamente all’antifascismo tanto che il 25 aprile l’esercito partigiano veniva accreditato di 220 mila effettivi essendo formato poco dopo l’8 settembre da poche bande e appena ventimila uomini. I grandi burocrati vennero tutti salvati dai rigori dell’epurazione, ci fu una amnistia (rispetto alla quale non mancano le responsabilità di Togliatti) e l’Italia tornò quella di sempre: furba ed estremamente tollerante e clemente nei confronti dei propri vizi.

Ciò non toglie però, che per quasi mezzo secolo i valori dell’antifascismo, seppur filtrati attraverso visioni ideologiche estremamente diversificate (rileggere la teoria delle “tre guerre” di Claudio Pavone, ma anche di Bobbio: può essere decisamente istruttivo) siano riusciti a sopravvivere e a informare la politica italiana. Poi è arrivata la seconda repubblica, tra squilli di tromba e rulli di tamburi. E con la seconda repubblica, sul confronto delle idee, degli ideali e dei valori (già abbastanza appannato nella prima), ha prevalso la logica del mercato delle vacche applicato al voto. La corsa allo “sdoganamento” è partita. D’altro canto, come dimenticare un presidente della Camera, ex comunista, che travolto da questa pericolosa aria invitava a comprendere le ragioni dei “ragazzi di Salò” (anche in questo, rileggere Bobbio: può essere istruttivo). Silvio Berlusconi, più lesto di tutti, imbarcò i missini che nel frattempo avevano cambiato “divisa”: cravatte eleganti, doppio petto, camicie bianche, Mussolini che da più grande statista del secolo, veniva messo (formalmente) in soffitta. Di questa storia Corsaro è un epigono (ora si è accucciato dalle parti di Raffaele Fitto).

Il sasso nello stagno lanciato da Berlusconi è stato raccolto da altri eroi di questa politica. Quella al voto, d’altro canto, è una caccia decisamente spietata. Ecco, allora, Matteo Salvini, che stringe un accordo elettorale con Casa Pound, cioè con quelli che apertamente si definiscono i fascisti del terzo millennio. E certo non poteva non partecipare alla caccia Beppe Grillo e il suo Movimento 5 stelle che aspirano al 40 per cento e vogliono governare.

Conseguenza: i valori dell’antifascismo sono stati massacrati, culturalmente, prima ancora che politicamente, sacrificati sull’altare della spregiudicatezza di una vera e propria post-politica che dei patrimoni valoriali che dovrebbero informare la storia di una comunità non sa proprio cosa farsene. Da un lato si strizza l’occhio a quella che sembra essere una “moda politica” (decisamente pericolosa) che raccoglie consensi al pari di un oggetto trendy, dall’altro si conferma una Costituzione che su quei valori si fonda. Un doppiogiochismo cinico e volgare. I pentastellati hanno mandato in giro per l’Italia a bordo di uno scooterone prudenzialmente “casco-munito” uno delle “icone pop” del partito, Alessandro Di Battista. Sembra che impartisse lezioni di costituzione: cosa abbia spiegato in materia giuridica un ex studente del Dams non è dato sapere. Ma dubitiamo che abbia provato a raccontare la storia che c’è dietro quella costituzione, la sofferenza (di una minoranza, soprattutto) che la volle molto più degli altri e lo stretto legame con i principi di libertà e, di conseguenza, con l’antifascismo. Chissà se Di Battista nelle sue lezioni ha spiegato che vi è anche una disposizione transitoria che vieta la ricostituzione del partito fascista e non sappiamo se di questo abbia qualche volta, in gioventù, parlato a casa sua con il padre che si è dichiarato pubblicamente e orgogliosamente fascista.

La proposta di legge messa a punto da Fiano è molto discutibile. Quello dell’apologia è un terreno scivoloso. Lo ha spiegato Cesare Mirabelli in un esemplare intervento su “Il Messaggero”. La Costituzione, infatti, da un lato tutela la libertà di opinione dall’altro vieta la ricostituzione del partito fascista (o di qualcosa che gli assomigli). Non impedisce l’idea ma vieta l’atto concreto. In sostanza: ognuno è libero di dichiararsi fascista anche se la cosa può ripugnare (legittimamente) molte coscienze, ma la legge può intervenire soltanto se quella persona organizza un movimento che si ispira direttamente a quelle ideologie, manifesta dichiaratamente il suo rifiuto dei principi democratici, esprime simpatia nei confronti delle diverse forme di discriminazione (razziale, politica, religiosa, culturale, linguistica, eccetera), indica l’obiettivo di un sovvertimento violento delle istituzioni.

È su questo filo sottile che bisogna passeggiare e l’iniziativa di Fiano in qualche modo rischia di farci cascare, da una parte o dall’altra, esponendo paradossalmente il Partito Democratico all’accusa di perseguire concetti in qualche misura anti-democratici. Ma questo è un discorso che andrebbe svolto in maniera pacata, proprio perché il tema è complesso e tocca sensibilità e suscettibilità. Soprattutto tocca (o dovrebbe toccare) l’essenza stessa di una nazione, costruita sugli entusiasmi di un amor di patria rinato proprio con l’8 settembre, cioè con il nuovo antifascismo che si legava, spiritualmente, a quello antico che aveva preso la strada dell’esilio (anche su questo tema, rileggere Bobbio). Al contrario nel “mercato politico delle vacche” tutto è stato svilito al rango della propaganda con l’unica finalità di portare a casa i voti di concittadini che semmai parlano di futuro ma nel frattempo si struggono di nostalgia per quanto di più vecchio questo Paese abbia prodotto. Alla fine di questo percorso, poi, spunta Corsaro che illustra l’immagine di un’Italia che ha abbassato notevolmente le sue barriere immunitarie contro i profeti dell’uomo della provvidenza in stivaloni, olio di ricino, armato di sottocultura dell’ordine e di quella retorica paccottiglia che vede nei “fastidi” della democrazia la causa di tutti i guai. Peccato non ci sia anche per questo una vaccinazione obbligatoria.

Antonio Maglie
Blog Fondazione Nenni

Marine ha gettato la maschera

Poco abituati, al contrario di noi italiani, allo scoppiettante folklore della politica in formato televisivo, la Francia sembra essere sotto choc dopo il dibattito che ha contrapposto i due candidati al “soglio” presidenziale, Emanuel Macron e Marine Le Pen. Una rivelazione così inquietante da indurre il direttore di “Le Figaro”, giornale conservatore, ad affermare che si è trattato del confronto “più violento della lunga storia delle elezioni presidenziali”. Aggiungendo, per essere ancora più chiaro qualche riferimento ai dibattiti passati: “Giscard-Mitterrand 1974? Chirac-Mitterrand 1988? Amabili conversali da salotto”. Persino la conduttrice Nathalie Saint-Cricq (assistita in questa sorta di salto nel cerchio di fuoco dal collega Christophe Jakubyszun) si è dichiarata “frustrata” (non hanno toccato palla finendo per essere emarginati dai due “pugili”), aggiungendo: “Abbiamo sottovalutato il dibattito con il Front National. Non è un partito come gli altri. E Marine Le Pen lo ha confermato ancora una volta”.

E già, perché il problema è proprio questo: è stato sufficiente un confronto televisivo per prendere atto che dietro gli slogan nuovi in realtà c’è sempre la vecchia, pericolosissima destra. Svestiti i panni del moderno “sovranismo”, Marine ha indossato il cappotto stazzonato del papà, Jean Marie dimostrando alla fine che tutti i suoi tentativi per archiviare quel passato che puzza, a tanti decenni di distanza, di fascismo e collaborazionismo, hanno un sapore più strumentale che reale. Come ha spiegato il docente di scienze politiche, Stéphane Rozès, Marine le Pen “avrebbe potuto giocarsi la linea nazionale di Philippot e Dupont-Aignan ma il suo impulso inutilmente aggressivo l’ha spinta verso il padre. Avrebbe potuto e dovuto condurre una campagna per il secondo turno, ha invece condotto una campagna per il primo”. In sostanza, il tentativo di ingraziarsi la destra repubblicana e moderata copiando i discorsi di Francois Fillon (in questo, degna emula della signora Trump: è evidente che gli estremi si attraggono, nonostante un oceano) è stato di fatto smentito e ha prevalso l’istinto a chiamare a raccolta i vecchi, consolidati, fidati militanti.

Cosa accadrà domenica nessuno lo sa. Ma è evidente che la posta in gioco va ben oltre la Francia e non riguarda semplicemente chi vince e chi perde ma cosa si vince e cosa si perde perché dietro la maschera del “sovranismo” (parola nuova che nasconde pulsioni vecchie) si celano culture politiche che faticano ad avere un felice e rassicurante rapporto con la democrazia. Da questo punto di vista cosa si vince (o si può vincere) e cosa si perde (o si può perdere) riguarda tutti noi, la nostra civiltà, l’idea di libertà che si siamo formati nel tempo anche grazie al sacrificio dei nostri padri. In ballo non è un’elezione ma una condizione.

Non a caso il direttore di “Le Monde”, Jerome Fenoglio, ha usato parole chiare e dirette: “A coloro che l’avevano dimenticato, questo match di pugilato ha ricordato crudelmente cosa è la destra francese. A coloro che dimostrano di non saper stabilire la gerarchia dei rischi, questo spettacolo ha indicato il più grande di tutti i pericoli: l’irruzione nel cuore della democrazia francese della brutalità e della doppiezza della tradizione politica e familiare che incarna Marine Le Pen… Marine Le Pen ha svelato come userebbe il potere se per disgrazia le fosse consentito di esercitarlo. È apparsa l’erede di un agire politico che ha sempre fatto leva sulla denigrazione e sulle minacce. Il primo campione di un estremismo pronto ad approfittare di tutte le paure, di approfondire tutte le divisioni e di agitare tutti i fantasmi”. Forse è solo un’impressione, ma questa lettura si adatta perfettamente ad alcuni campioni nostrani del “sovranismo” e del populismo. Facciamone tesoro e proviamo a irrobustire i nostri anticorpi democratici.

Antonio Maglie
Blog Fondazione Nenni

Istat, meno disoccupati, ma manca investimento futuro

L’Istat certifica che il 2016 “si caratterizza per un nuovo e più sostenuto aumento dell’occupazione – sia nei valori assoluti sia nel corrispondente tasso – che coinvolge anche i giovani di 15-34 anni”. Inoltre “un elemento rilevante nel 2016 è costituto dalla diminuzione degli inattivi di circa 410 mila unità”. Lo sottolinea l’Istat nell’analisi periodica del mercato del lavoro in cui segnala tuttavia come il trend di crescita dell’occupazione ha “mostrato un significativo indebolimento nella seconda metà dell’anno, caratterizzato da una sostanziale stabilità complessiva, seppure in un quadro di andamenti differenziati delle diverse tipologie”. Secondo l’Istituto di Statistica il tasso di disoccupazione è calato dall’11,9% all’11,7% e il tasso di occupazione sale invece di 0,9 punti al 57,2%: la media degli occupati è stata di 22.758.000, al livello più alto dal 2009. L’aumento coinvolge, oltre agli over 50. I disoccupati diminuiscono di 21mila unità (-0,7%).


disoccupazioneOccupazione, la sofferenza che sfugge ai dati Istat

Evviva, l’occupazione nel 2016 ha superato in cifre assoluta quella del 2009. Detto con una certa brutalità: l’anno passato ci sono stati 59 mila lavoratori in attività in più rispetto al primo anno dopo l’esplosione della crisi. In realtà non è che ci sia tanto da brindare. Ma forse i festeggiamenti che da questi dati Istat deriveranno sono la conseguenza dell’assuefazione alla droga dello “zero virgola”. Tutto può finire per apparire spettacolare. Persino che in sei anni il tasso di disoccupazione sia calato dal 12,1 all’attuale 11,9. La terra promessa dell’uscita dalla crisi può sembrare vicinissima perché la media degli occupati è stata pari 22.758.000 contro i 22.699.000 del 2009. In tanti faticano a tirare avanti però nell’anno appena trascorso abbiamo avuto 293.000 occupati in più rispetto all’anno precedente e mentre i disoccupati sono calati di 21 mila unità (eccolo lo zero virgola: -0,7). E il tasso di occupazione che resta tra i più bassi dei paesi avanzati è salito dello 0,9 per cento attestandosi al 57,2.

Ovviamente queste cifre non descrivono la condizione del Paese e meno ancora quella degli italiani. Possono essere utilizzate in convegni e tavole rotonde, ma non alleviano la sofferenza di una comunità che annaspa tra promesse di rutilanti cambiamenti e intenti riformistici che rivolteranno nel prossimo decennio l’Italia come un pedalino (la gente comune si accontenterebbe anche di un sollievo per i prossimi due anni). Il lavoro è la scommessa mancata. Da tutti. Dal governo di Matteo Renzi che ha scelto di risolvere i problemi con una legge e qualche prebenda e dal governo di Berlusconi sotto il quale la crisi esplose mentre lui si preoccupava di farci sapere che le cose andavano bene perché i ristoranti erano pieni (ha ben poco da impancarsi Salvini che di quell’esecutivo faceva parte come Lega Nord o Giorgia Meloni che all’epoca esibiva come ospite d’onore l’ex cavaliere nelle feste di Atreju).

Inutile esercizio quello di prendersi in giro o di consolarsi con qualche migliaia di occupati in più o aggrapparsi alla tesi che il tasso di disoccupazione non cala, anzi aumenta perché gli inattivi si sono “svegliati” ed essendo colti da improvviso ottimismo hanno deciso di cercare un lavoro. La realtà è che in questo paese è da decenni che non si organizzano politiche per l’occupazione basate sugli investimenti, cioè sull’unica medicina in grado di garantire una guarigione stabile. Hanno puntato tutti sull’onnipotenza del mercato e hanno perduto. E il conto di questa sconfitta lo pagano gli italiani, senza lavoro o alla ricerca di lavoro o paralizzati dalla paura di perdere il lavoro.

Antonio Maglie
Blog Fondazione Nenni

Go Beyond. Uil e Fondazioni puntano sugli esclusi: i giovani

Al via “Go Beyond” il percorso formativo suddiviso in dodici seminari organizzato dalla Fondazione Nenni, dalla Feps, pensatoio europeo progressista, dalla Uil e dal Forum dei Giovani. A presentare l’iniziativa Carlo Fiordaliso, vice-presidente della Nenni e Andrea Gattuso che si propone di contribuire alla formazione dei quadri politici e sindacali del futuro, di costruire una classe dirigente nuova in grado di impegnarsi nelle istituzioni politiche nazionali e locali, nelle organizzazioni non governative e nell’associazionismo.
Tra i presenti Massimo D’Alema, presidente Feps, che non ha mancato di attaccare la mancanza di politiche giovanili e una prospettiva governativa tutta concentrata sulla Finanza: “Non si è deciso di pubblicare i nomi di quei signori che hanno preso i soldi dal Monte dei Paschi di Siena, compreso il Partito di cui porto in tasca la tessera e la cosa mi induce a vergognarmi di averla”. Maria Pisani, portavoce del Forum dei Giovani, ha evidenziato e denunciato proprio la mancanza di ascolto verso giovani che vantano sempre più competenze ma carenza di prospettive lavorative e future.
Cesare Salvi, ex ministro del lavoro e consigliere di amministrazione della Fondazione Nenni ha presentato la formazione di Go Beyond che avverrà attraverso i grandi temi sociali, economici e istituzionali che caratterizzano il nostro presente, con l’intento, come indica il titolo dell’iniziativa, di andare avanti, di scoprire cosa c’è oltre la linea di un orizzonte sempre più confuso ma proprio per questo decisamente stimolante.


Giovani italiani, da non garantiti a esclusi

go beyonddi Antonio Maglie

Inaugurando Go Beyond, il corso di formazione organizzato dalla Uil, dalla Fondazione Pietro Nenni, dalla Feps e dal Forum dei giovani, Massimo D’Alema, al centro dell’interesse generale per le questioni che accompagnano il dibattito interno del Pd (“scissione o non scissione), ha sciorinato una serie di dati che illustrano la tragica condizione dei giovani italiani vittime di un paio di decenni di politiche contrarie ai loro interessi (prendiamo la cosa come un atto di contrizione dello stesso oratore che pure è stato presidente del consiglio seppur per un tempo non lunghissimo). La freddezza dei numeri può essere spietata ma da questa spietatezza, purtroppo non si può sfuggire. In Europa siamo tra gli ultimi a livello di tassi occupazionali, siamo ultimi nell’alta formazione (cioè la percentuale di laureati), siamo fanalino di coda tra i giovani sulla soglia dei trent’anni costretti a rimanere a casa per mancanza di lavoro (o sua inadeguatezza salariale) e di reddito.

Loro, i giovani, sono vittime di politiche per l’occupazione incentrate non sull’aumento degli investimenti e, quindi, dei posti di lavoro (in maniera stabile) ma su facilitazioni contributive e fiscali garantite agli imprenditori ai quali in sostanza è stato dato un riconoscimento non per il fatto di non aver investito in questi anni di crisi, ma di non averlo fatto nei dieci anni precedenti al fallimento di Lehman Brothers intenti com’erano a trasferire quote consistenti degli utili sulle rendite finanziarie (e, quindi, parassitarie); di riforme della scuola e dell’università, da quella della indimenticabile Gelmini alla Buona Scuola renziana che di buono ha solo l’aggettivo, che hanno avuto l’unico effetto di impoverire l’istituzione; di una politica formativa basata sulle mance elettorali (i famosi cinquecento euro) ma non su un rilancio e una valorizzazione reale del diritto allo studio; di una legislazione sul lavoro che ha solo tolto garanzie aggiungendo precarietà (esistenziale prima ancora che occupazionale); di scelte che hanno bloccato l’ascensore sociale inaridendo progressivamente il concetto di giustizia e coesione sociale.

Negli anni in cui esplodevano i contratti flessibili, si parlò di “non garantiti”. Ma ora la definizione veramente non è più sufficiente. D’altro canto siamo il Paese che meglio può essere rappresentato da una nota battuta di cabaret: quando tocchiamo il fondo, cominciamo a scavare. Abbiamo scavato, con impegno e straordinari risultati. Dalla generazione dei “non garantiti” siamo passati a quella degli “esclusi”.

Roma. La Parabola Berdini e il tifo… da Stadio

Roma continua a tenere banco sui cinquestelle. Alle 17 è prevista la riunione della maggioranza a Cinque Stelle. All’incontro settimanale del M5S, in cui con ogni probabilità si affronterà anche il caso Berdini che da giorni tiene banco in Campidoglio, potrebbe prender parte anche la sindaca di Roma Virginia Raggi. La quale, al momento, non ha ancora sciolto la “riserva” sul futuro del suo assessore all’Urbanistica. “Berdini? Continuo – ha detto la sindaca di Roma Virginia Raggi – a leggere interviste e dichiarazioni. Sinceramente non so dove trovi il tempo. C’è da lavorare e da lavorare tanto, noi lavoriamo anche fino a notte fonda. Lui sa bene che ci sono dei dossier da portare avanti e per senso di responsabilità nei confronti di Roma e dei cittadini dovrebbe farlo. Poi vi dico, la pazienza delle persone ha un limite…”.


Berdini, la Raggi e la purezza perduta del M5s

di Antonio Maglie

raggi 5Volevano stritolare i poteri forti di Roma; ora dagli interessi di quei poteri forti rischiano di essere letteralmente strozzati. È la parabola del Movimento 5 stelle nella Capitale dove la vicenda di Paolo Berdini ha fatto venire a galla il vero grande problema di questa amministrazione, così concentrata nella ricerca della soluzione da non avere il tempo di affrontare le questioni che stanno veramente a cuore della cittadinanza.

La questione è nota: il nuovo stadio della Roma. Questione che porta evidentemente male: negli anni Ottanta la sollevò l’indimenticato presidente giallorosso, Dino Viola. Alle spalle aveva amici potenti (Giulio Andreotti). E anche terreni disponibili: alla Magliana (e meno male che non se ne è fatto nulla perché ora la zona è inondata dal cemento). Su quell’impianto sportivo si gioca una partita che chiama in causa interessi bancari (Unicredit) e imprenditoriali (il palazzinaro, pardon, l’immobiliarista Parnasi da tempo in difficoltà). Un nodo di interessi che il Movimento 5 stelle dichiarava di voler tagliare.

Di qui il chiaro scontro in corso all’interno del M5s e che ha portato anche alcuni esponenti del partito di Grillo a firmare la “petizione” favorevole al salvataggio di Berdini nonostante le parole inappropriate pronunciate pubblicamente nei confronti della sindaca e della sua giunta. Perché da un lato ci sono i fedeli alla linea della prima ora, quella che non prevedeva cedimenti al cemento e ai palazzinari (incarnata proprio dalla figura del poco accorto ma allo stesso tempo coerente assessore); dall’altro Luigi Di Maio santo protettore della Raggi che, al contrario, appare disponibile a cedere (semmai non in toto ma in buona parte).

Dello stadio della Roma si parla da molto tempo. E da molto tempo si sollevano dubbi sulla scelta del luogo in cui ospitarlo: trasporti pubblici ridotti al minimo, viabilità insufficiente soprattutto nei mesi tardo-primaverili ed estivi, problematiche idro-geologiche non di secondaria rilevanza. A molti era apparsa inopportuna all’epoca la scelta di Ignazio Marino anche, perché, volendo, altre aree si potevano trovare, semmai meno congestionate. Ma qui entrano in ballo gli interessi. Luca Parnasi è il proprietario di quei terreni, ormai l’unico asset a sua totale disposizione in grado di garantire una certa redditività. Perché il gruppo dell’immobiliarista nel 2015 ha fatto, come si dice a Roma, il “botto”.

A “salvarlo” ha provveduto Unicredit (che anni prima aveva confezionato anche il salvataggio della As Roma tramite il passaggio della società dalla famiglia Sensi all’americano Pallotta) attraverso il veicolo finanziario Capital Dev che ha rilevato tanto le attività di Parsitalia quanto i debiti (circa seicento milioni). Ora Capital Dev deve riuscire a valorizzare le sei società del gruppo e con gli utili ripianare il debito con Unicredit (450 milioni, uno dei più voluminosi incagli nella pancia dell’istituto di credito).

Insomma laddove un tempo sorgeva l’ippodromo del trotto reso famoso dal film “febbre da cavallo” si gioca una partita finanziaria complessa che, oggettivamente, riguarda poco i romani. In campo ci sono advisor di gran nome come Goldman Sachs e Rothschild (che ha partecipato anche ai business imbastiti intorno allo stadio della Juventus e a quello dell’Arsenal, l’Emirates). In ballo tanti soldi: 1 miliardo per la costruzione del Business Park (ai quali si aggiungono 300 milioni di infrastrutture) e 1,6 miliardi per lo stadio e l’area retail (con l’aggiunta di 440 per le opere pubbliche).

La vicenda Raggi-Berdini analizzata attraverso questa ottica assume un altro aspetto. E se è vero che l’assessore nell’intervista al “La Stampa” si è lasciato andare con troppa leggerezza, è anche vero che alla luce di tutto questo più che carnefice appare vittima. Insieme alla conclamata “purezza” del Movimento 5 stelle sacrificata sull’altare più indigesto ai militanti.

Hamon e Schulz: la sinistra ritrova i suoi linguaggi

Benoit Hamon in Francia vince le primarie del partito socialista (battendo Valls) nel giorno in cui a Berlino Martin Schulz conferma la sua candidature alla Cancelleria in contrapposizione alla destra di Angela Merkel e all’ultradestra xenofoba di Frauke Petry. Due candidati che sembrano recuperare, almeno timidamente, il linguaggio tradizionale della sinistra.
Schulz nel suo discorso di investitura ha liquidato la “grande coalizione affermando che “l’Spd partecipa alle elezioni del 2017 per diventare la prima forza politica del Paese. E io corro per diventare cancelliere”. Ha lanciato un duro attacco tanto all’Afd facendo riferimento a un terribile passato che ancora imbarazza la Germania (“Frauke Petry si allea con il Front National in un paese che ha conosciuto un nazionalismo aggressivo e il suo partito non è un’Alternativa per la Germania, ma una vergogna per la Repubblica federale tedesca”). Ma non ha risparmiato accuse alla coalizione di destra che sostiene la Merkel e in particolare alla Csu di Horst Seehofer (“Battere le mani a Viktor Orban ha rappresentato un affronto aperto agli interessi della Germania”). Ma soprattutto ha messo sotto accusa le politiche economiche dell’attuale governo e il ministro delle finanze, Wolfgang Schaeuble: “Il fatto che il ministro delle Finanze voglia usare il surplus di bilancio per tagliare le tasse, invece di investirlo per i nostri figli, vuol dire che serve un ministro delle finanze socialdemocratico”. La Spd di Martin Schulz, infine, ripropone come obiettivo una società più giusta da realizzare attraverso anche una riforma fiscale che ripristini una vera progressività (la leva delle imposte, cioè, per ridistribuire realmente la ricchezza).
Non è diversa l’impostazione di Benoit Hamon, “allievo” di Lionel Jospin, da sempre aspramente critico nei confronti della fallimentare interpretazione della politica socialista fornita da Hollande e Valls. Ha sconfitto a sorpresa e largamente Manuel Valls uno dei cinque in camicia bianca alla Festa dell’Unità di qualche anno fa insieme a Renzi; oggi quella foto con il tramonto del francese, il rovinoso fallimento dello spagnolo Pedro Sanchez e la non entusiasmante performance al referendum dell’ex presidente del consiglio, è l’immagine storicizzata della “terza via” blairiana devastata dalla durezza della crisi che non sembra ammettere troppe mediazioni con il liberismo trionfante. L’esponente della Gauche interna al Psf dai sondaggi non era considerato e, invece, come è spesso capitato negli ultimi anni, ha superato abbondantemente il favorito: 58 per cento a 41.
Hamon parla di reddito universale, di politiche energetiche nel segno dei principi ecologici (abolizione delle auto diesel entro il 2025, contenimento del ricorso al nucleare per produrre energia, sviluppo delle fonti rinnovabili), di interventi sociali a sostegno dei più deboli, di orario di lavoro a trentadue ore, di una tassa per le aziende che introducono i robot. E nel giorno di questa prima imprevedibile vittoria dice: “Dobbiamo immaginare risposte nuove, riflettere sul mondo per com’è e non per com’era”. Riscopre, insomma, sull’onda del messaggio di Bernie Sanders, quei valori che l’Eliseo negli ultimi quattro anni ha riposto in soffitta (non a caso tra le proposte di Hamon c’è anche la cancellazione della “loi travail”). Tanto l’impresa di Schulz quanto quella di Hamon (che dovrà provare a conquistare il turno di ballottaggio togliendo il posto o a Marine Le Pen o a Francois Fillon, cioè destra estrema e destra tradizionale) sono obiettivamente disperate. La Merkel è fortissima mentre il francese è stretto a sinistra tra Jean Luc Mélanchon e il verde Yannik Jadot (con i quali proverà ad aprire un dialogo) mentre al centro gli fa quasi da argine l’ex compagno di partito (il volto tecnocratico di una sinistra a pezzi) Emmanuel Macron. Ma il recupero, seppur timido, di antiche tradizioni almeno lascia ben sperare.

Antonio Maglie

Blog Fondazione Nenni

Addio a Leonard Cohen, fonte d’ispirazione che raccontò la vita

morto-leonard-cohenHa raccontato la vita e ispirato numerose generazioni. Leonard Cohen è morto a ottantadue anni, in questo 2016 che ha visto la consegna del premio Nobel per la Letteratura a Bob Dylan e, contemporaneamente, la scomparsa di Dawid Bovie e Prince. Le sue non erano solo “canzonette” e non volevano essere tali. Anche per questo forse non ha avuto la popolarità di Dylan e Bowie ma chi lo ha conosciuto nell’adolescenza, attraverso indimenticabili canzoni, non lo ha più abbandonato. Ha raccontato i sentimenti, ha raccontato la vita. È stato un vero poeta in musica, come altri, come Fabrizio De Andrè o come Dylan, forse più di Dylan. Non capita spesso a questo blog di occuparsi di quella che viene definita con un tono quasi spregiativo “musica popolare”, ma quella che vi proponiamo è una tra le più belle canzoni (forse la più bella) di Cohen. È la storia di un amore complicato che, però, non è mai finito. Quando la Marianne a cui è dedicata è scomparsa lo scorso mese di agosto lui significativamente la celebrò così: “Ti ho sempre amato per la tua bellezza e per la tua saggezza ma non serve che io ti dica di più poiché lo sai già. Adesso voglio solo augurarti buon viaggio. Addio vecchia amica, amore infinito. Ci vediamo lungo la strada”. Ha mantenuto la promessa.

Antonio Maglie
Blog Fondazione Nenni

So long, Marianne

Vieni pure alla finestra mio piccolo tesoro,
Mi piacerebbe provare a leggerti il palmo.
Pensavo di essere una specie di zingarello
Prima di lasciare che tu mi portassi da te.

E ora addio, Marianne, è ora che ricominciamo
A ridere e piangere e piangere e ridere di tutto quanto ancora

Beh, lo sai che adoro vivere con te,
Ma mi fai dimenticare talmente tanto
Mi dimentico di pregare per gli angeli
E poi gli angeli dimenticano di pregare per noi.

E ora addio, Marianne, è ora che ricominciamo
A ridere e piangere e piangere e ridere di tutto quanto ancora

Quando ci conoscemmo eravamo quasi giovani
Nel cuore del parco verde di lillà
Ti aggrappavi a me come fossi un crocefisso
Mentre andavamo carponi attraverso il buio.

E ora addio, Marianne, è ora che ricominciamo
A ridere e piangere e piangere e ridere di tutto quanto ancora

Le tue lettere dicono sempre che mi sei accanto ora
Perché allora mi sento solo?
Sono in piedi su un cornicione e la tua fine tela di ragno
Assicura la mia caviglia a una pietra.

E ora addio, Marianne, è ora che ricominciamo
A ridere e piangere e piangere e ridere di tutto quanto ancora

Per ora ho bisogno del tuo amore nascosto
Sono freddo come una lametta appena scartata,
Te ne sei andata quando ti ho detto che ero curioso
Non ho mai detto di essere coraggioso.

E ora addio, Marianne, è ora che ricominciamo
A ridere e piangere e piangere e ridere di tutto quanto ancora

Oh, sei davvero così bella,
Vedo che te ne sei andata e hai cambiato nome di nuovo.
E proprio ora che ho scalato tutta la montagna
Per lavare le palpebre sotto la pioggia!

E ora addio, Marianne, è ora che ricominciamo
A ridere e piangere e piangere e ridere di tutto quanto ancora.

99 anni fa la presa del Palazzo D’Inverno

palazzo-dinverno-2Il 7 novembre di novantanove ani fa, Vladimir Il’ic Ul’janov Lenin conquistava il Palazzo d’Inverno aprendo la strada a un sistema di potere (bolscevico) che con la stessa irrimediabile rapidità con cui era stato prodotto, settantaquattro anni dopo, nel 1991, tramontò facendo calare il sipario su quel corollario chiamato Guerra Fredda, confronto fra due Blocchi, tra due culture politiche, tra due visioni del mondo. Oggi, il Mausoleo sulla Piazza Rossa più che un luogo di culto, è una meta di turistica curiosità; la Rivoluzione di Ottobre è oggi una pagina di storia che non contiene più la promessa di una rivoluzione antropologica, un cambiamento che avrebbe dovuto portare alla sconfitta del capitalismo e al trionfo del socialismo; non è più l’annuncio di un contagio che, nei piani di Lenin, avrebbe dovuto coinvolgere se non tutto il mondo, almeno buona parte dell’Europa tanto da indurlo, nei giorni caldi del Biennio Rosso, a invitare gli italiani a fare piazza pulita dei riformisti perché in quel clima di forte contrapposizione sociale a suo parere erano visibili i segni di una condizione rivoluzionaria, dunque era più che mai necessario rompere gli indugi.
In realtà il capitalismo ha mostrato una straordinaria capacità di resistenza (e anche di adattamento) a quelle crisi che, secondo Marx, avrebbero dovuto mettere la parola fine a quel sistema economico favorendo l’inesorabile vittoria del proletariato. Da quelle crisi, il capitalismo non solo non si è fatto piegare, ma le ha anche utilizzate per rinnovarsi, per replicarsi, a volte migliorandosi, altre volte peggiorandosi (da qualche tempo siamo in quest’ultima fase e il problema più grave è dato dalla mancanza di risposte credibili e dall’assenza di una classe dirigente in grado di fornirle dopo averle elaborate in una coerente teoria). Un grande storico come Eric Hobsbawm ha sottolineato come da un punto di vista pratico, la Rivoluzione di Ottobre abbia provocato conseguenze ben più ampie di quelle che nel 1789 riuscì a produrre la rivoluzione francese, sottolineando come appena trenta, quaranta anni dopo la presa del Palazzo d’Inverno un terzo dell’umanità si trovò a vivere sotto sistemi che a quella vicenda iniziale si ispiravano, in molti casi adottando in toto il modello sovietico. Ma se le ripercussioni immediate sono state ampie, non altrettanto si può dire dell’eredità ideale che è stata ripudiata in maniera netta in primo luogo da coloro che più direttamente hanno vissuto o subito quell’esperienza e le varie fasi del suo degrado.
Quella Rivoluzione ha “ispirato” la costruzione di sistemi di potere, quella francese, invece, ha prodotto una contaminazione culturale che attraversando i secoli è giunta sino ai giorni nostri irrobustendo principi che sono ancora oggi alla base del nostro vivere in comunità. La prima ha retto settantaquattro anni senza lasciare eredi, la seconda molto meno ma è rinata puntualmente in tutti quegli stati che si sono organizzati seguendo principi di libertà. L’inno russo è uguale nella musica a quello sovietico ma è stato cambiato nel testo; la dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino nello stesso testo del 1789 apre la Costituzione Francese. Ciò non toglie che in qualche misura nella società (politica) russa attuale si ritrovino gli stessi collanti che consentirono a Lenin di conquistare il potere venendo accompagnato da un consenso ampio. Ad esempio, il patriottismo o, se vogliamo, il nazionalismo. Vladimir Il’ic lo utilizzò per tenere unita una società in disfacimento dopo la crisi e il crollo dello zarismo; Vladimir Putin fa più o meno la stessa cosa muovendo le leve dell’orgoglio e delle nostalgie di un Paese che stava scivolando verso l’irrilevanza dopo essere stato il protagonista, in veste di potenza concorrente, del confronto tra i due Blocchi. Ma a volte l’uso delle parole racconta, in maniera elementare, forse superficiale ma immediata, l’imbarazzo che si prova nei confronti di certi lasciti. Per fare riferimento all’ampiezza e alla graniticità assolutistica del potere dell’attuale padrone della Russia, si fa precedere il suo nome con la definizione di “zar”; certamente non con quella di “segretario del Pcus”.
Novantanove anni fa nessuno avrebbe immaginato che una società profondamente arretrata avrebbe potuto produrre la prima rivoluzione proletaria. Nemmeno Marx, sebbene negli ultimi anni della sua vita se lo sia augurato ma soprattutto per l’effetto contagio che avrebbe potuto scatenare negli stati confinanti con quell’immenso paese, la Germania in particolare. Non lo credeva nemmeno Lenin che solo pochi mesi prima della presa del Palazzo d’Inverno si chiedeva se avrebbe vissuto abbastanza per assistere al trionfo della sua rivoluzione. Né credeva che quella sua eredità sarebbe stata dispersa tanto lentamente attraversando trequarti di secolo tanto è vero che un paio di mesi dopo la vittoria si esaltava per il fatto che quel sistema era durato già molto di più della Comune di Parigi.
Ma se l’esito finale era in ampia misura inimmaginabile, l’esplosione di una rivoluzione sociale non era certo un evento imprevedibile. Lo zarismo era in crisi profonda e dopo essersi un po’ risollevato già nel 1905 sarebbe crollato se non avesse potuto contare sulla lealtà dell’esercito. Crollò dopo, quando gli entusiasmi iniziali per l’esplosione della prima Guerra Mondiale cominciarono a scemare un po’ in tutta Europa. A quel punto fu sufficiente che a una manifestazione di operaie l’8 marzo coincidesse con la serrata delle fabbriche metallurgiche Putilov per scatenare lo sciopero generale, con i cosacchi, fedelissimi dello zar, che si rifiutarono di sparare sulla folla finendo così per dare l’ultima picconata a un potere già moribondo.
Non era ancora la rivoluzione di Ottobre ma se nelle teorizzazioni di Marx in Russia mancavano le condizioni per una rivoluzione proletaria (una forte e robusta classe operaia), allo stesso modo erano assenti i “fondamentali” per una vera rivoluzione borghese. La conseguenza fu un governo transitorio estremamente debole e una miriade di consigli (soviet). Lenin in sostanza trasformò un sommovimento dai caratteri quasi anarchici, nella base per la trasformazione del potere in chiave bolscevica. Ci riuscì perché si dotò di uno strumento fondamentale (intorno al quale l’Urss ha continuato a ruotare sino alla sua dissoluzione): il partito (poche migliaia di militanti nella primavera del 1917, oltre 250 mila già in estate). E perché più di altri riusciva a cogliere quel che voleva la gente (ad esempio, in una società profondamente contadina la distribuzione della terra per favorire la nascita di aziende familiari).
La rapidità dell’ascesa fu pari alla rapidità della discesa; all’interno dei due fenomeni, una parentesi di settantaquattro anni. Gorbaciov avrebbe voluto cambiare il volto dell’Urss impugnando due armi: la perestrojka, cioè la riforma, e la glasnost, cioè la trasparenza. La prima presupponeva il superamento dell’economia di stato con il conseguente traghettamento verso un sistema misto che nessuno era in grado di definire, delineare nei contorni; il secondo il passaggio dal dominio del partito unico, fonte di tutto, a un quadro multipartitico. La conseguenza è stata quella illustrata da Hobsbawm nel suo libro “Il Secolo breve” (pag. 567): “Ciò che condusse l’Urss a gran velocità verso il precipizio fu la combinazione della glasnost, che equivaleva alla disintegrazione dell’autorità, con la perestrojka, che equivaleva alla distruzione dei vecchi meccanismi che facevano funzionare l’economia, senza la predisposizione di una alternativa; di conseguenza la perestrojka provocò il crollo del tenore di vita”. Finiva così la rivoluzione che si proponeva di regalare agli uomini una speranza e di proporre al mondo un’alternativa al capitalismo e che invece ha prodotto numerose tragedie. Ma questo non significa che si debba far finta che nulla sia avvenuto. Ecco perché vogliamo ricordare questa data, comunque storica, con la prefazione di un libro famosissimo: “I dieci giorni che sconvolsero il mondo” di John Reed.

Antonio Maglie

Fondazione Nenni


“Io, fedele cronista di una rivoluzione”

di John Reed*
Questo libro è un brano di storia, di storia come io l’ho vissuta. Pretende solo di essere un racconto particolareggiato della Rivoluzione d’Ottobre, cioè di quelle giornate in cui i bolscevichi, alla testa degli operai e dei soldati di Russia, si impadronirono del potere dello Stato, e lo dettero ai Soviet.
Nel libro si parla soprattutto di Pietrogrado, che fu il centro, il cuore stesso della insurrezione. Ma il lettore deve ben rendersi conto che tutto ciò che avvenne a Pietrogrado si ripeté, pressappoco egualmente, con una intensità più o meno grande, e ad intervalli più o meno lunghi, in tutta la Russia.
In questo volume, il primo di una serie alla quale lavoro, sono obbligato a limitarmi ad una cronaca degli avvenimenti di cui sono stato testimone, ai quali ho assistito personalmente o che conosco da fonte sicura. Il racconto propriamente detto è preceduto da due capitoli che tracciano brevemente le origini e le cause della Rivoluzione d’Ottobre. So bene che questi due capitoli saranno di difficile lettura, ma essi sono essenziali per comprendere ciò che segue. ll lettore si porrà certamente numerose domande. Che cos’è il bolscevismo? In cosa consiste la forma del governo fondato dai bolscevichi? I bolscevichi erano favorevoli all’Assemblea Costituente
prima della Rivoluzione d’Ottobre; perché dunque la disciolsero poi, essi stessi, con la forza? E perché la borghesia, ostile all’Assemblea Costituente fino alla comparsa del pericolo bolscevico, assunse poi la difesa di questa stessa Assemblea? Tutte queste questioni non potevano trovare qui una risposta. In un altro volume: Da Kornilov a Brest-Litovsk, dove proseguo il racconto degli avvenimenti fino alla pace con la Germania, descrivo l’origine e la funzione delle varie organizzazioni rivoluzionarie, l’evoluzione del sentimento popolare, lo scioglimento dell’Assemblea Costituente, la struttura dello Stato sovietico, lo sviluppo e la conclusione dei negoziati di Brest-Litovsk.
Iniziando lo studio della insurrezione bolscevica, è necessario rendersi ben conto che la disorganizzazione della vita economica e dell’esercito russo, fine logica di un processo che risale al 1905, non cominciò il 25 Ottobre (7 Novembre) 1917, ma parecchi mesi prima. I reazionari, privi di ogni scrupolo, che dominavano la corte dello zar, avevano deliberatamente deciso di provocare una catastrofe per poter concludere una pace separata con la Germania. La mancanza di armi al fronte, che ebbe per conseguenza
la grande ritirata dell’estate 1915, la scarsezza dei viveri negli eserciti e nelle grandi città, la crisi della produzione e dei trasporti del 1916, tutto ciò faceva parte di un gigantesco piano di sabotaggio, la cui esecuzione fu frenata a tempo dalla Rivoluzione di Marzo.
Durante i primi mesi del nuovo regime, malgrado la confusione seguente a un grande movimento rivoluzionario, che liberava un popolo di 160 milioni di uomini, il popolo più oppresso del mondo intero, la situazione interna e la capacità di combattimento degli eserciti migliorarono, infatti, di molto.
Ma tale «luna di miele» durò poco tempo. Le classi possidenti volevano una rivoluzione esclusivamente politica che, strappando il potere allo zar, lo trasmettesse a loro. Esse volevano fare della Russia una repubblica costituzionale sul modello della Francia o degli Stati Uniti, o una monarchia costituzionale, come quella inglese. Le masse popolari volevano invece una vera democrazia nella città e nelle campagne.
William English Walling, nel suo libro Il messaggio della Russia, consacrato alla rivoluzione del 1905, descrive esattamente lo stato d’animo dei lavoratori russi che dovevano poi, quasi unanimemente, sostenere il bolscevismo:

I lavoratori comprendevano bene che, anche sotto un governo liberale, essi avrebbero
rischiato di continuare a morire di fame se il potere fosse rimasto ancora nelle mani di altre classi sociali.
L’operaio russo è rivoluzionario, ma non è né violento, né dogmatico, né stupido. Egli è
pronto alla lotta sulle barricate, ma ne ha studiato le regole e, caso unico fra i lavoratori del mondo intero, le ha imparate dalla pratica. È risoluto a condurre fino alla fine la lotta contro il suo oppressore, la classe capitalista. Non ignora che esistono ancora altre classi, ma esige che esse prendano nettamente posizione nel conflitto accanito che si avvicina.
I lavoratori russi riconoscevano tutti che le nostre istituzioni politiche [americane] sono preferibili alle loro, ma non desideravano affatto di passare da un dispositivo all’altro, [quello della classe capitalista]…
Se gli operai russi si sono fatti uccidere e sono stati impiccati a centinaia a Mosca, a Riga, a Odessa, se essi sono stati, a migliaia, imprigionati nelle galere russe ed esiliati nei deserti e nelle regioni artiche, non è per conquistare i privilegi discutibili degli operai dei Goldfilds e di Cripple-Creek…

Si sviluppò così in Russia, nel corso stesso di una guerra esterna, in seguito alla rivoluzione politica, la rivoluzione sociale che si concluse con il trionfo del bolscevismo.
A.J. Sack, direttore dell’Ufficio di informazioni russe per gli Stati Uniti, ed avversario del governo sovietico, ha scritto nel suo libro La nascita della democrazia russa:

I bolscevichi si costituirono in Consiglio dei ministri con Lenin, presidente, e Lev Trockij,
ministro degli affari esteri. Quasi subito dopo la rivoluzione di Marzo, la loro andata al potere era apparsa inevitabile. La storia dei bolscevichi dopo la rivoluzione è la storia della loro ascesa costante…

Gli stranieri, gli americani in particolare, insistono frequentemente sulla ignoranza dei lavoratori russi. È esatto che questi non possedevano l’esperienza politica dei popoli occidentali, ma erano notevolmente preparati nella organizzazione delle masse. Nel 1917 le cooperative di consumo, contavano più di 12 milioni di aderenti. Lo stesso sistema dei Soviet è un ammirabile esempio del loro genio organizzatore. Inoltre non vi è probabilmente sulla terra un altro popolo che conosca così bene la teoria del
socialismo e le sue applicazioni pratiche.
William English Walling scrive a questo proposito:

I lavoratori russi sanno, nella loro maggioranza, leggere e scrivere. La situazione
estremamente turbata nella quale si trovava il paese da molti anni, ha fatto sì che essi hanno avuto il vantaggio di avere per guide non solo i più intelligenti tra di loro, ma una grande parte degli intellettuali, egualmente rivoluzionari, che comunicarono loro il proprio ideale di rigenerazione politica e sociale della Russia…

Molti scrittori hanno giustificato la loro ostilità contro il governo sovietico con il pretesto che l’ultima fase della rivoluzione fu solamente una lotta di difesa degli elementi civili della società contro gli attacchi brutali dei bolscevichi. Furono invece proprio tali elementi, le classi possidenti, che, di fronte al potere crescente delle organizzazioni rivoluzionarie di massa, tentarono di distruggerle ad ogni costo e di sbarrare la strada alla rivoluzione. Per rovesciare il ministero Kerenskij e per annientare i Soviet esse disorganizzarono i trasporti, provocarono dei torbidi interni; per vincere i Consigli di fabbrica, chiusero le officine, fecero sparire combustibile e materie prime; per schiacciare i Comitati dell’esercito, ristabilirono la pena di morte e cercarono di provocare la disfatta militare.
Evidentemente esse gettavano così benzina, e della migliore, sul fuoco bolscevico. I bolscevichi risposero predicando la guerra di classe e proclamando la supremazia dei Soviet.
Tra questi due estremi, più o meno caldamente appoggiati da gruppi diversi, si trovavano i socialisti detti «moderati», che comprendevano i menscevichi, i socialisti-rivoluzionari ed alcune frazioni di minore importanza. Tutti questi partiti erano ugualmente attaccati dalle classi possidenti, ma la loro forza di resistenza era spezzata dalle loro teorie stesse.
I menscevichi ed i socialisti-rivoluzionari proclamavano che la Russia non
era matura per la rivoluzione sociale e che solo una rivoluzione politica era
possibile. Secondo loro le masse russe mancavano dell’educazione
necessaria per la presa del potere; ogni tentativo in tale senso non avrebbe
che provocato una reazione, la quale avrebbe facilitato ad un qualsiasi
avventuriero senza scrupoli la restaurazione del vecchio regime. Perciò
quando i socialisti «moderati» furono obbligati dalle circostanze a prendere
il potere, non osarono servirsene.
Essi credevano che la Russia dovesse passare, a sua volta, per le stesse
tappe politiche ed economiche dell’Europa Occidentale, per arrivare, infine,
contemporaneamente al resto del mondo, al paradiso socialista. Si
trovavano quindi d’accordo con le classi possidenti per fare della Russia
soprattutto uno Stato parlamentare – alquanto più perfezionato, tuttavia,
delle democrazie occidentali – ed insistettero, perciò, per la partecipazione
delle classi possidenti al potere. Di là ad una politica di sostegno, non vi era
che un passo. I socialisti «moderati» avevano bisogno della borghesia; ma
la borghesia non aveva bisogno dei socialisti «moderati». I ministri socialisti
furono obbligati a cedere, a poco a poco, sulla totalità del loro programma,
via via che la pressione delle classi possidenti aumentava.
E finalmente, quando i bolscevichi ebbero abbattuto tutto quel castello di
compromessi senza base, menscevichi e socialisti rivoluzionari si trovarono
nella lotta a fianco delle classi possidenti. Questo stesso fenomeno noi lo
vediamo oggi riprodursi, presso a poco, in tutti i paesi del mondo.
È ancora di moda, dopo un anno di esistenza del regime sovietico, parlare
della rivoluzione bolscevica come di una «avventura». Ebbene, se si deve
parlare di avventura, fu veramente tra le più meravigliose in cui si sia
impegnata l’umanità, l’avventura che aprì alle masse lavoratrici il terreno
della storia e che fece tutto dipendere ormai dalle loro vaste e naturali
aspirazioni. Ma aggiungiamo che era pronto, prima di novembre, l’apparato
per mezzo del quale le terre degli agrari potevano essere distribuite ai
contadini; che i Consigli di fabbrica ed i sindacati erano costituiti, per
realizzare il controllo operaio dell’industria, e che ogni città, ed ogni
villaggio, ogni distretto, ogni provincia, aveva i suoi Soviet di deputati
operai, soldati e contadini pronti ad assumere l’amministrazione locale.
Qualunque giudizio si dia del bolscevismo, è certo che la rivoluzione russa
è uno dei grandi avvenimenti della storia dell’umanità e che la conquista del
potere da parte dei bolscevichi è un fatto d’importanza mondiale. Come gli
storici si sforzano di ricostruire nei suoi più piccoli particolari la storia della
Comune di Parigi, così essi desiderano sapere ciò che è accaduto a
Pietrogrado nel novembre 1917, lo stato d’animo del popolo, la fisionomia
dei suoi capi, le loro parole, i loro atti. Ho scritto questo libro pensando ad
essi.
Durante la lotta le mie simpatie non erano neutre. Ma tracciando la storia
di quelle grandi giornate ho voluto considerare gli avvenimenti come un
cronista coscienzioso che si sforza di fissare la verità.

J.R.
New York, 1 gennaio 1919