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Antonio Salvatore Sassu

Parla Merella. Sul ponte governo senza visione

PONTE CROLLATO GENOVA MORANDI

La cicatrice del crollo del Ponte Morandi di Genova, avvenuto il 14 agosto scorso alle 11.36 del mattino, è sempre in primo piano, ed è difficile dimenticare i 43 morti e gli oltre 5mila sfollati che ha causato. Come difficili da cancellare o da riparare sono i danni che ha causato all’economia di una città che in gran parte ruota intorno a un sistema portuale che produceva, almeno sino all’anno scorso, l’1,5 per cento del Prodotto Interno Lordo italiano.

Ma cosa sta succedendo a Genova? Soprattutto dopo l’approvazione del decreto, la nomina del commissario e la presentazione di una quarantina di progetti per rifare una struttura vitale, non solo per l’economia del territorio.

arcangelo merellaAbbiamo intervistato Arcangelo Merella, da anni esponente di spicco del socialismo genovese, quindi un politico ma anche un esperto di traffico e di mobilità urbana.

Come è cambiato il traffico dopo il crollo del ponte? Le strade a disposizione stanno reggendo bene l’impatto?
«Va dato atto al sindaco Bucci e al governatore Toti, nella loro duplice veste di Commissari e capi degli Enti liguri, di aver adottato, da subito, misure che si sono rilevate efficaci per il contenimento dell’impatto sul traffico indotto dalla caduta del ponte. Dopo qualche giorno di evidente smarrimento i due rappresentanti istituzionali hanno adottato provvedimenti relativi all’apertura di nuove strade, di accelerazione di importanti opere in corso e di conclusione di lavori in corso d’opera, contribuendo così a contenere fenomeni di congestione molto gravi e pregiudizievoli per la normale attività della città e per l’accesso ai siti industriali e commerciali a iniziare dal porto».

Un esempio pratico?
«Dopo la riapertura di importanti tratti stradali chiusi per esigenze di sicurezza e per le indagini della magistratura, fra qualche giorno aprirà il collegamento diretto tra la nuova strada a mare e il casello autostradale di Sestri ponente, con indubbi vantaggi per la mobilità urbana».

Cosa succederà quando inizieranno i lavori di demolizione e di smaltimento dei resti del viadotto?
«Con l’apertura dei cantieri per la demolizione del ponte, e probabilmente delle numerose abitazioni sottostanti, occorrerà prestare particolare attenzione per evitare significativi disagi e conflitti che potrebbero mettere a rischio il rispetto dei tempi per la conclusione delle delicate operazioni. Occorre, in tal caso, vedere nei diversi progetti che sono stati depositati qualche giorno fa, come questo aspetto è stato trattato dai proponenti».

Quanto potrebbero incidere i tempi della ricostruzione del ponte in termini di calo del traffico merci portuale e del reddito complessivo del territorio?
«Questo è un tema molto delicato, in quanto sembra che alla difficoltà derivante dal crollo del ponte si stia sommando un vento di crisi che incide anche sui traffici portuali».

Come è, appunto, la situazione attuale nei due principali porti genovesi?
«Ne stanno risentendo in modo diverso: senza particolare calo nel porto di Prà, direttamente connesso con l’A26 (Genova Gravellona Toce); mentre il calo è stato sensibile (qualcuno stima sul 18%) al porto storico di Genova Sampierdarena, cui si accede dal casello di Genova ovest e, dunque per chi proveniva da ponente, attraverso il ponte Morandi prima che crollasse. Ma a contare pare non sia solo la difficoltà di un accesso più diretto ma la paura di ingorghi e blocchi che rallenterebbero le operazioni e farebbero crescere i costi».

Sarà possibile recuperare i volumi di traffico persi?
«Il recupero dei traffici sarà possibile nella misura in cui il nuovo ponte sarà ricostruito nel minor tempo possibile. Più va in là la costruzione, più difficile sarà recuperare traffici, che magari si sono riassestati su altri porti».

Assieme al porto soffre tutta la città. E’ stato fatto un calcolo complessivo dei danni?
«Sicuramente non è il solo porto a soffrire per questa improvvisa sciagura. Proprio nei giorni scorsi, nel corso dell’assemblea annuale di Confindustria Genova, il presidente Mondini ha evidenziato come per ogni anno di mancata ricostruzione del ponte Morandi ci sarà una perdita di 178 milioni per le attività portuali, 54 milioni per quelle industriali, un’extra costo per il personale dipendente di oltre 68 milioni, costi per circa 64 milioni gravanti sui cittadini per gli spostamenti e una riduzione dei consumi per 27 milioni di euro. Il tutto concorre a un impatto negativo sul PIL del Nord Ovest per circa 784 milioni di euro».

Il calcolo dei danni rischia di aggravarsi ancora, dato che i porti di Genova producono una quota importante del Pil?
«Il sistema portuale ligure contribuisce al PIL nazionale nella misura dell’1,5%, ma soprattutto il solo porto di Genova consegna ogni anno allo Stato Italiano otre 5 miliardi di euro relativi a Iva e accise varie che gravano sulla merce in transito. Una quantità importante di denaro di cui nulla resta alla città. Da tempo proponiamo che almeno l’1% di questa immensa cifra resti nelle disponibilità della città per investimenti strategici volti a migliorare il complessivo contesto urbano».

Nel frattempo c’è la class action degli spedizionieri contro Autostrade e ministero dei Trasporti. E’ una strada giusta, che magari anche altri possono percorrere?
«Non so quale effetto giuridico possa avere, ma sotto il profilo della sensibilità al problema di importanti categorie economiche è indubbiamente efficace. Dunque, ai fini del risultato la strada forse non è la migliore ma, sotto l’aspetto della rappresentanza di istanze cui occorre prestare severo ascolto, è molto utile».

A proposito del ponte nuovo, è già tempo per un giudizio sui progetti presentati?
«Qualche giorno fa, scaduti i termini per la presentazione delle offerte, sono state ben 40 le proposte arrivate sul tavolo del commissario. Mi pare una gara tra soggetti molto forti sia sotto il profilo della capacità industriale sia progettuale. I nomi migliori dell’industria delle costruzioni e nomi altisonanti per la firma di progetti da Piano a Calatrava. Le prime immagini uscite dalla riservatezza restituiscono progetti di buona qualità architettonica e urbana: attendiamo la valutazione del nucleo di esperti nominati dal commissario cui spetta l’onere di scegliere il progetto migliore. Ma sono fiducioso su una scelta di grande qualità».

Il commissario straordinario, nonché sindaco di Genova, Marco Bucci ha dichiarato che il nuovo viadotto sarà pronto tra Natale 2019 e gennaio 2020. E’ una ipotesi realistica?
«Ho molta stima di Marco Bucci ,che considero un amico e che ritengo stia lavorando con grande spirito di sacrificio per la città, ma in questo caso sono in disaccordo con lui. La demolizione e la ricostruzione di un ponte di quelle dimensioni, in quel contesto, è un’operazione molto delicata, e altrettanto impegnativa, che richiede tempi non brevissimi. Recenti analisi fatte da un gruppo di esperti ingegneri, già projet manager per grossi impianti industriali costruiti in giro per il mondo, evidenziavano come la costruzione del ponte, punto per punto, richiedesse tempi di lavorazione non brevissimi per cui, anche stressando i diversi tempi, sarebbero occorsi almeno 36 mesi. Non so però come e sulla base di cosa il commissario Bucci insista nell’indicare con la fine dell’anno nuovo il termine per la conclusione dei lavori. O dispone di notizie che non ho o eccede in ottimismo, il che può tirare su il morale ma non le pile del ponte».

Parliamo del decreto legge sul ponte. C’è tutto quello che serve per affrontare un’emergenza di queste dimensioni?
«Le misure contenute nel cosiddetto “Decreto Genova” non sono risultate essere sufficienti a dare risposte adeguate alle criticità che si sono registrate e ancora permangono nella città di Genova a seguito del tragico crollo del Ponte Morandi».

Quali sono i punti sui quali il governo e il Parlamento dovevano essere più incisivo?
«Il provvedimento, intanto, è arrivato oltre tre mesi dal tragico evento sconfessando la celerità promessa dal Governo e dal presidente Conte in piazza a Genova. Poi non è parso recepire le aspettative della comunità locale ferita in tanti vitali settori della sua attività economica e in tanti aspetti sociali. Lo stesso commissario, pur soddisfatto per poter finalmente agire per sua la città, non ha potuto fare a meno di evidenziare lacune e mancanze ritenute importanti. La discussione è stata molto accesa nelle istituzioni e particolarmente nel Consiglio comunale di Genova dove il gruppo del Pd ha presentato una serie di ordini del giorno, votati all’unanimità, volti a introdurre nel decreto quelle modifiche migliorative ritenute indispensabili».

Quali sono queste modifiche?
«L’attenzione è stata posta, in modo particolare, sulla ricollocazione di aziende danneggiate dal crollo; sulla necessità di comprendere tra i risarciti anche gli abitanti della cosiddetta zona arancione (limitrofa alla zona rossa ma esclusa dai provvedimenti di sostegno); sull’istituzione della casa della salute in Val Polcevera, onde assicurare prestazioni adeguate alla popolazione oramai lontana, a causa delle interruzioni delle strade, dai principali centri sanitari. Inoltre sono necessarie misure di sostegno al reddito per le imprese danneggiate, da mantenersi almeno fino alla completa ricostruzione del ponte; e la riduzione del canone delle concessioni portuali in misura corrispondente al calo dei traffici generato dal crollo del ponte. Insomma, una serie di misure incisive di cui il Decreto Genova non si è fatto carico fino in fondo e sulle quali l’intera comunità genovese ha deciso di schierarsi in modo molto unitario».

Mi sembra che sia rimasto irrisolto anche il nodo della grande viabilità, dal Terzo Valico alla Gronda?
«La cosa che ha maggiormente allarmato è proprio l’assenza di ogni riferimento al Terzo Valico e alla Gronda di ponente (prevista per alleggerire il transito sul nodo di Genova), opere indispensabili per lo sviluppo del territorio e sul quale l’intera comunità genovese non intende transigere. Specie per il Terzo Valico dei Giovi (tratto a sud del corridoio Reno Alpi che congiunge Genova con Rotterdam), opera già in corso di realizzazione e il cui ritardo imposto dai ripensamenti del ministro Toninelli sta causando danni non indifferenti. Un po’ diverso il discorso per la gronda: il crollo del Morandi ha disegnato un nuovo scenario che impone una riflessione sulle infrastrutture stradali del nodo genovese».

A bocce ferme è difficile fare previsioni, ma quale potrebbe essere il ruolo di Autostrade in tutto questo scenario, soprattutto dopo l’assegnazione degli appalti per la demolizione e la ricostruzione del ponte?
«La messa in discussione della concessione parziale o totale al gruppo Autostrade minacciata dal Governo rende critica ogni decisione che comporta l’investimento diretto del gruppo in opere autostradali di rilevante impegno economico».

Anche se l’intervista finisce qui, questo è un argomento che tratteremo sicuramente nelle prossime settimane, perché del nuovo ponte di Genova se ne parlerà ancora a lungo, anche sull’Avanti.

Antonio Salvatore Sassu

CHI E’ ARCANGELO MERELLA

Arcangelo Maria Merella, dal 1997 al 2007 è stato assessore alla mobilità e ai trasporti del Comune di Genova, sua città natale. Nel corso del primo mandato ha curato in modo particolare la redazione del P.U.T. (Piano Urbano del Traffico) dell’area centrale genovese, in collaborazione con il prof. Bernhard Winkler, preside della facoltà di Architettura di Monaco di Baviera e promosso la partecipazione del Comune a importanti progetti nazionali e comunitari nel settore della mobilità sostenibile. Ha collaborato con l’Università di Genova, facoltà di Economia e Commercio, per l’attivazione del Progetto M.E.R.C.I., primo esperimento realizzato per la consegna delle merci nel centro storico con veicoli a basso o nullo impatto ambientale. Con il Centro Interuniversitario di Ricerca e Trasporti – Facoltà di Ingegneria, ha sviluppato progetti connessi alla gestione telematica della mobilità. Ha ricoperto ruoli istituzionali a livello regionale e nazionale, tra cui membro del Comitato tecnico nazionale della sicurezza stradale in rappresentanza dell’Anci; coordinatore nazionale della Consulta nazionale dell’Anci per la mobilità sostenibile e per i trasporti. E’ stato consigliere e vice presidente della Società Autostradale – Milano Serravalle. E’ stato consigliere di amministrazione di AMI-Azienda Mobilità e Infrastrutture SpA. E’ stato presidente nazionale della Conferenza assessori per il Car Sharing. Da ottobre 2007 a marzo 2008 ha collaborato con l’Agenzia per il Waterfront del Porto di Genova.

Dal Maggio 2012 è rientrato nei ruoli della Regione Liguria dove svolge l’attività di funzionario nel settore Progetti, Infrastrutture, Viabilità, Porti e Logistica. Dal Giugno 2013 è stato amministratore unico di Infrastrutture Liguria spa.

Dal giugno 2014 al maggio 2016 è stato amministratore unico di I.R.E. spa (Agenzia Regionale Ligure per le Infrastrutture, il Recupero Edilizio e l’Energia).

Nel 2008 ha pubblicato, per la casa editrice Franco Angeli, il volume “Sistemi di trasporto non convenzionali”, scritto insieme agli architetti Bandini, Marsullo e Calza. Nel 2010, edito da Uniservice, ha pubblicato “Infrastrutture e logistica. L’area milanese e lo sviluppo del Porto di Genova”.

Riqualificare e rilanciare l’arte con il Paff! – Palazzo Arti Fumetto Friuli

03_Paff_esterni03Dopo un paio di anteprime con mostre e iniziative di grande richiamo, venerdì prossimo 7 dicembre, (con apertura al pubblico il 9) sarà inaugurato ufficialmente a Pordenone, alle 18.30, il Paff! – Palazzo Arti Fumetto Friuli, il nuovo contenitore culturale ricavato dal Comune nell’ex galleria d’arte moderna Armando Pizzinato, nel parco Galvani, e affidato con una convenzione all’associazione fondata da Giulio De Vita, uno dei tanti bravi e famosi cartoonist di Pordenone, città che ha dato i natali ad autori come Davide Toffolo, Emanuele Barison, Romeo Toffanetti e Paolo Cossi, solo per citarne alcuni.

Il Paff! nasce con la prospettiva di riqualificare il contesto urbano su cui sorge rilanciando un contenitore culturale da tempo poco attivo; con l’idea di avvicinare all’arte e alla cultura tutte le fasce di pubblico in modo trasversale e universale; di diventare un perno per il nuovo turismo esperienziale di tutta l’area geografica; di fare formazione e funzionare come incubatore di idee e di nuove start-up; di ospitare attivamente eventi e incontri per partner privati.

Per inaugurare il Paff! è stata scelta “Gradimir Smudja: da Leonardo a Picasso. Viaggio a fumetti nella Storia dell’arte”, grande mostra patrocinata da Comune di Pordenone e Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, con la partnership del FAI (Fondo Ambiente Italiano), di Cooperativa Melarancia e di Associazione Màcheri.

Disegnatore di fumetti, pittore e illustratore, l’artista serbo Gradimir Smudja, nato a Novi Sad il 14 luglio 1956 e residente a Lucca, è considerato da molti uno dei più abili e talentuosi autori viventi grazie al suo segno eclettico, ironico e sorprendente, anche se ancora poco conosciuto dal grande pubblico.

Da “Vincent et Van Gogh” ai due sontuosi volumi intitolati “Au Fil De l’Art” fino a “Cabaret des muses”, la mostra propone oltre cento opere dell’artista serbo che ripercorrono – attraverso il virtuosismo, l’ironia, la vivacità e l’incondizionata passione per il racconto – un meta-viaggio dell’arte all’interno della propria storia e degli artisti più importanti.

I due libri “Au Fil De l’Art” – con molte tavole originali in mostra al Paff! – sono un incantevole viaggio (poetico e didascalico insieme) sulle orme dei più grandi geni che hanno segnato l’arte degli ultimi due secoli. Fil rouge delle due storie sono una fanciulla impertinente e un gatto faccendiere che restituiscono gli artisti più grandi (da Leonardo a Michelangelo, da Velasquez a Bruegel), interpretandoli con una vena tra il bizzarro e il surreale, tra il dissacrante e il poetico. In mostra anche diverse tavole tratte da “Vincent et Van Gogh” – dove il genio olandese impara la propria arte dal suo sfacciato e abilissimo gatto pel di carota di nome Vincent – e da “Cabaret des muses” dove la vita di Toulouse Lautrec è liberamente rivista, tra gli incontri del grande pittore con le personalità artistiche del suo secolo (Van Gogh, Degas, Gauguin) e gli stravizi al Moulin Rouge.02bis_Au Fil de l'Art 2

L’opera di Gradimir Smudja si sposa perfettamente con lo spirito del Paff! che «Vuole utilizzare il linguaggio del fumetto non come oggetto di studio e celebrazione – spiega Giulio de Vita, direttore creativo del Palazzo -, ma come gancio per avvicinare fasce di pubblico nuove ai luoghi di cultura in maniera non convenzionale. Il fumetto interpreta dunque il ruolo di veicolo culturale e sociale. Il fumetto, infatti, grazie alle sue caratteristiche uniche di appeal, facilità di fruizione e duttilità, dialoga agilmente con tutte le discipline artistiche, scientifiche, sociali, imprenditoriali ed è di facile applicazione nella didattica, nella divulgazione, nella comunicazione».

«L’opera di Smudja riflette e incorpora il percorso del PAFF! – conclude de Vita -: è divulgativa, divertente, incuriosisce e funge da cross over tra cultura di alto livello, divulgazione e intrattenimento. Smudja sprona ad approfondire la conoscenza dei maggiori artisti della storia dell’arte e la sua opera magistrale, sfrutta al massimo le risorse del linguaggio del fumetto, con intelligenza e grande precisione, facendoci entrare nell’universo visivo di ciascun Maestro, riproducendone mirabilmente gli stili e facendone vivere tridimensionalmente le opere».

Antonio Salvatore Sassu

Patty Pravo canta e balla coi Puffi. Presupposti per toccare nuovi record

i puffi

Dopo le promesse di un ponte dove far passeggiate salutari e picnic con la famiglia e di una rosticceria in ogni stazione ferroviaria, pensavate di averle sentite proprio tutte così da poter morire contenti? Sbagliato! C’è sempre spazio per qualche altra notizia che merita.

Però la notizia di oggi è di quelle che prima abbisognano di una dotta disquisizione sul perché in romanesco «me cojoni» è diverso da «sti cazzi», non fosse altro per ricordarlo alla vasta platea di quelli nati fuori dall’ombra del Cupolone e del Colosseo.

Tra le tante possibilità di scelta, citiamo tre autentici romani de Roma. Anni fa lo ha spiegato Valerio Mastandrea in radio e, più recentemente, Rocco Schiavone in “Pulvis et Umbra”. Schiavone è il viceispettore di polizia inventato da Antonio Manzini, protagonista di libri e serie tv, dove è interpretato da Marco Giallini.

cristina d'avenaIn pratica «sti cazzi» significa «e chi se ne frega?», mentre «me cojoni» indica una sorpresa, un qualcosa di eccezionale, una notizia fuori dal comune come quella che Patty Pravo ha inciso la “Canzone dei Puffi” assieme a Cristina D’Avena, con la partecipazione straordinaria di Fabio De Luigi nella parte di Gargamella.

Sì, avete capito bene, proprio la “Canzone dei Puffi”, quelli di colore blu, alti due mele o poco più, e che sotto la doccia cantano «ce l’ho duro, ce l’ho blu». Quelli inventati da Peyo nel 1958 , protagonisti di un grande successo editoriale e televisivo, e di un merchandising che sino a oggi ha reso almeno quanto una miniera d’oro.

La “Canzone dei Puffi” è inclusa in “Duets Forever – Tutti cantano Cristina” dove la ex ragazza delle sigle dei cartoni animati, 54 anni di fascino e simpatia, con mezzo secolo di carriera alle spalle, iniziata nel 1968 con “Il valzer del moscerino” allo Zecchino d’Oro, ripropone 16 grandi successi dei tempi andati ma non dimenticati, assieme ad altrettanti big della canzone. Magari puntando a ripetere il record del 2017 quando, con la prima serie di duetti e sigle di cartoni tv, è stata la cantante che ha venduto più dischi in Italia.

I presupposti per toccare nuovi record anche con questa seconda tranche di duetti ci sono tutti. Natale avanza a grandi passi e, assieme alla Nicoletta nazionale in “Duets Forever” c’è una pattuglia di big che hanno risposto al richiamo del fascino dei cartoni animati: Alessandra Amoroso, Carmen Consoli, Dolcenera, Elisa, Elodie, Fabrizio Moro, Federica Carta, Il Volo, Le Vibrazioni, Lo Stato Sociale, Malika Ayane, Max Pezzali, Nek, Shade e The Kolors.

patty pravo 01Ma la notizia da «me cojoni!!!» con tre punti esclamativi è quella che Patty canta e balla coi Puffi, altre che Kevin Costner che balla coi lupi. Come tutto quello targato Patty Pravo, soprattutto per chi la ama da sempre, per chi è rimasto fulminato più che sulla via di Damasco sin dalla sua prima apparizione al Piper o in televisione. Grande, unica e irripetibile, la divina Nicoletta Strambelli, nome d’arte che ogni tanto assume Patty Pravo, coi Puffi riesce a sorprende molto più del solito, e dire che parliamo di una carriera lunga 55 anni mai banale e scontata con i fan abituati a essere stupiti oggi più di ieri e meno di domani.

Perché la memoria corre al 1971, a quella “Love Story” tratta dall’omonimo film e così poco amata da passar nell’oblio. Ma, evidentemente, la partecipazione allo Zecchino d’Oro o il cazzeggio del Puffo si addice a Patty (e alle sue 70 primavere) più delle miagolanti sdolcinature.

Questa sì che è una notizia seria e importante, di quelle che: «dopo questa le abbiamo sentite tutte e possiamo morire contenti». Ma anche no, perché c’è sempre spazio per qualcosina, magari per una modesta proposta, per un’invocazione dall’eterna diva della canzone. Ma ve lo immaginate per il prossimo Natale un cd di Patty Pravo che canta a modo suo i più celebri brani tratti dai cartoni animati di Walt Disney dagli anni Trenta a oggi, compresa la marcetta sigla del Club di Topolino?

Meglio non aggiungere altro su questo argomento ma approfittiamo dell’occasione per spendere due righe per festeggiare il 60esimo compleanno dei Puffi (Les Schtroumpfs) che hanno fatto la loro prima apparizione l’8 maggio del 1958, inventati dal belga Peyo come personaggi di contorno della serie “Johan et Pirlouit”.

Il successo dei piccoli personaggi di colore blu e dallo strano linguaggio, è immediato e in pochi mesi si guadagnano una serie tutta loro. Alle storie a puntate, e agli albi, si affiancheranno i cartoni animati, al cinema e in tv, spot pubblicitari, giocattoli, figurine, pupazzetti e una infinita varietà di altri oggetti venduti in tutto il mondo.

Antonio Salvatore Sassu

“Roma Fumettara”. La città degli echi, delle illusioni, del desiderio

MAURO DE LUCA - SANT ANGELO«Roma è la città degli echi, la città delle illusioni, la città del desiderio». Per raccontare la mostra “Roma Fumettara”, in corso al Palazzo delle Esposizioni, si può partire proprio da questa frase di Giotto perché saranno pur passati molti secoli ma la città di Roma non è cambiata. E il fumetto oggi, come la pittura allora, è forse il media più adatto a illustrare quegli echi, quelle illusioni e quel desiderio, essendo esso stesso eco, illusione e desiderio.

Se a partire dalla seconda metà del Novecento, Milano si è affermata come la capitale economica del fumetto, Roma è senza dubbio la capitale del fumetto d’autore. Basti pensare a riviste come “Il Travaso delle Idee”, che nel dopoguerra ha collaboratori vignettisti di razza quali Attalo e Jacovitti; o al “Vittorioso”, dove appaiono firme altrettanto prestigiose; fino ad arrivare al più recente “Il Male”, dove ha pubblicato, tra gli altri, anche Andrea Pazienza.

STEFANO CASELLI - THOR CAMPIDOGLIOIn questo fermento di idee ed emozioni, tra gli anni 60 e 70, sempre a Roma, nasce la rivista “Comic Art”, fondata da Rinaldo Traini, intorno alla quale si radunano i maggiori fumettari dell’epoca. Che si chiamano e si vogliono chiamare proprio fumettari e non fumettisti, per sottolineare la loro identità, inevitabilmente legata a un luogo, a una città, a Roma. Non è un caso se, proprio in quegli anni, a questi autori è stata dedicata una mostra a Parigi dall’emblematico titolo di “Fumettarì”.

Ed è da quel crogiolo culturale che, nell’ormai lontano 1993, nasce la Scuola Romana dei Fumetti. Fondata da un gruppo di autori, Giancarlo Caracuzzo, Paolo Morales, Massimo Rotundo, Stefano Santarelli e  Massimo Vincenti, provenienti dalle più diverse esperienze degli anni 70 e 80.

RICCARDO FEDERICI - HULK GLADIATORAutori che chiamano la loro scuola “romana” ispirandosi all’omonima corrente pittorica. Autori che vogliono trasmettere le proprie conoscenze agli allievi attraverso il metodo della “bottega”. Autori che immaginano la loro scuola come una Bauhaus.

MOSCARDINI - TEMPIO DI ESCULAPIOE in 25 anni, da questa scuola sono usciti nuovi autori di grande talento che lavorano per le principali case editrici italiane e internazionali. Alcuni di loro, poi, ne sono addirittura diventati soci, in pieno spirito Bauhaus. Come Massimo Rotundo, disegnatore di Tex; Stefano Caselli, disegnatore Marvel; Marco Gervasio con il suo “PaperTotti”; Eugenio Sicomoro, che collabora con i maggiori editori francesi; Arianna Rea, autrice per la Disney America; Simone Gabrielli, disegnatore della Glénat e della Bonelli; Maurizio Di Vincenzo, disegnatore di Dylan Dog; Lorenzo “LRNZ” Ceccotti, autore per Bao Publishing; Riccardo Federici, disegnatore per DC Comics; Carlo Labieni e Marco Valerio Gallo, storyboard artist; Claudio Bruni, regista d’animazione e Greg, Lillo e Max Paiella, attori dal passato da “fumettari” e docenti della Scuola Romana del Fumetto, solo per citare alcuni dei nomi presenti nella mostra.

LILLO - FABRIZZILe opere in mostra a Palazzo delle Esposizioni esaltano la diversità delle scelte stilistiche e l’alternanza nell’uso delle tecniche, dalle più grafiche alle più pittoriche, fino al digitale. Una multiforme panoramica che racconta differenti punti di vista sulla storia, i luoghi e i simboli della Città Eterna, qui celebrata dagli autori che la popolano.

E lo si capisce perfettamente visitando la mostra in quanto tutte le tavole, inedite, pubblicate o realizzate per l’occasione, compongono un viaggio visivo che testimonia il forte legame creativo tra Roma e la sua scuola di autori.

Quartieri storici, monumenti come la Lupa, la Bocca della Verità, il Colosseo, la “Barcaccia”, sono stati rivisitati in chiave grottesca, comica, futuristica, fantasy o western.

GIUSEPPE DI MAIO - VACANZE ROMANECompaiono le icone della Hollywood sul Tevere, come Aldo Fabrizi, Federico Fellini, Audrey Hepburn e Anna Magnani, mentre le strade della Capitale diventano l’ambientazione per i supereroi e i personaggi della tradizione dei fumetti.

Non mancano gli omaggi a personalità rappresentative dello spirito romano, dallo sport di Francesco Totti, alla cultura di Renato Nicolini, dall’arte di Scipione, ai fumetti di Stefano Tamburini.

Logo_SrfLa mostra “Roma Fumettara, una scuola d’autori, 25 anni in mostra,70 autori raccontano la città di Roma”, a cura della Scuola Romana dei Fumetti, è stata inaugurata a Palazzo delle Esposizioni il 9 novembre scorso e chiuderà i battenti il prossimo 6 gennaio 2019. L’ingresso è libero.

Antonio Salvatore Sassu

Corto Maltese sbarca sul Grande Schermo con un cast d’eccezione

CORTO MALTESE LOCANDINA FILMDopo che nei primi anni Duemila una coproduzione italo-francese ne ha realizzato una serie tv e un lungometraggio a cartoni animati, Corto Maltese, il marinaio ultimo erede dei grandi viaggiatori romantici e avventurosi dell’Ottocento, finalmente sbarcherà sul grande schermo con un film live-action che ha tutti i numeri per diventare un blockbuster, primo capitolo di un nuovo franchise pronto a conquistare ancora una volta il pubblico di tutto il mondo.

Così, il romantico ed errabondo marinaio ideato, scritto e disegnato da Hugo Pratt, che ha esordito il 10 luglio 1967 in “Una Ballata del Mare Salato” sul numero uno della rivista “Sgt. Kirk”, e che ha percorso i sette mari e quasi tutti i continenti, superata la boa dei cinquant’anni, ma rimasto sempre con i 26 anni dell’esordio sulla carta stampata, non ha nessuna voglia di appendere timone e vele al chiodo ma, al contrario, ha deciso di regalarci nuove indimenticabili avventure.

I produttori, la Davis-Films di Samuel Hadida, con sedi a Los Angeles e a Parigi, e la spagnola TriPictures, mentre la Capstone Group di Christian Mercuri si occupa dei diritti internazionali, sono convinti che Corto Maltese, da grande superstar della narrativa, abbia le carte in regola per conquistare un successo nelle sale paragonabile a quello di personaggi come Sherlock Holmes o Indiana Jones, o a serie come Star Wars o Pirati dei Caraibi.

Le riprese del film che, salvo ripensamenti, dovrebbe intitolarsi proprio “Corto Maltese”, inizieranno a gennaio prossimo in Europa e in Cina. E dovrebbe essere pronto per il 2020,

La notizia è stata data in pompa magna con un comunicato stampa partito da Beverly Hills (come a dire Hollywood) che ha fatto il giro del mondo, grazie al vento in poppa di Internet, sbarcando anche su riviste tipo “Variety”, la prima e più autorevole rivista di cinema.

E basterebbe solo l’iconico Corto Maltese a scatenare l’entusiasmo, ma per il debutto su grande schermo è stato ingaggiato un cast di tutto di rispetto.

Corto sarà interpretato da Tom Hughes, l’attore inglese che ha dato il volto al Principe Albert nelle rinomata serie tv “Victoria” (gioie e dolori della casa reale britannica ai tempi della Regina Vittoria), e che è considerato uno dei migliori della sua generazione.

Prima che i puristi storcano il naso, ricordiamo che Corto Maltese, nato a La Valletta (Malta) il 10 luglio 1887, è figlio di una gitana di Siviglia e, appunto, di un marinaio inglese, nato in Cornovaglia. Ed è proprio dal padre che ha ereditato il piacere del vagabondaggio, della libertà e del difendere le cause perse.

Tom Hughes, inoltre, ha grossomodo l’età fittizia di Corto , è al top del romanticismo (visto il personaggio tv), è alto 1 metro e 85 centimetri e ha un fisico snello e asciutto. Quindi ha le physique du role dell’eroe. Anche perché se l’eroe è basso e grassottello, o è cattivo come Tyrion Lannister in “Trono di Spade”, o tira fuori gli artigli di adamantio come Wolverine, oppure è uno sfigato.

Rasputin avrà il volto di James Thierrée, figlio di Victoria Chaplin e quindi nipote di Charlot. Grande interprete a teatro come al cinema, ha vinto il César nel 2017 come migliore attore non protagonista per “Mister Chocolat”.

In due importanti ruoli femminili troviamo Milla Jovovich (celebre interprete della saga di Resident Evil, prodotta sempre da Samuel Hadida) e Michelle Yeoh (La Tigre e il Dragone, e il capitano Philippa Georgiou – ma non solo – in “Star Trek: Discovery”).

Il francese Christophe Gans (“Necrenomicon”, 1993, assieme a Brian Yuzna, “Silent Hill”, 2006, e “La Bella e la Bestia” (La Belle et la Bete), 2014, con Vincent Cassel) è il regista, che ha dichiarato: «Corto Maltese è stato un progetto da sogno per me da quando ero un ragazzo che leggeva fumetti».

Il film, così come l’omonimo lungometraggio animato del 2002 diretto da Pascal Morelli, è tratto da “Corte Sconta detta Arcana”. Ambientata tra il 1918 e il 1920, è la prima storia di lungo respiro, 176 pagine, dopo “Una ballata del mare salato”. Il prologo racconta dei misteri di Venezia e poi la storia continua con Corto che si sveglia a Hong Kong per essere coinvolto in una caccia al tesoro tra Siberia, Manciuria, Mongolia e Cina.

La 23esima avventura di Corto Maltese è stata pubblicata a puntate su “Linus” da gennaio 1974 a luglio 1977, e poi in volume.

La sceneggiatura è di William Schneider, ma poco è stato rivelato della trama. Il film inizia a Hong Kong con Corto che viene contattato dalle “Lanterne Rosse”, una setta femminile cinese che vuole il suo aiuto per impadronirsi del tesoro dello zar Nicola II, che sta viaggiando su un treno blindato da San Pietroburgo a Vladivostok. Ma sono in tanti a essere interessati all’oro. Cosa succederà quando sulla scena arriverà l’amico-nemico Rasputin, suo socio in questa caccia al tesoro? E ci saranno, come nel fumetto, anche incontri inattesi e romantici addii?

Chiudiamo con una curiosità su “Corte Sconta detta Arcana”, che non è stata raccontata solo con i disegni ma anche in un romanzo pubblicato nel 1996 da Einaudi. Hugo Pratt è morto prima di terminarlo, ed è stato completato da Marco Steiner, un suo collaboratore. Steiner ha poi pubblicato “L’ultima pista” (2006), ideale seguito di “Tango”, e due romanzi editi da Sellerio con protagonista un giovane Corto Maltese: “Il corvo di pietra” (2014) e “Oltremare” (2016), finalista al Premio Salgari.

Antonio Salvatore Sassu

Stan Lee, il successo dell’inventore dei super-eroi con super-problemi

stan lee 1Stan Lee, il papà di Spider-Man (cioè l’Uomo Ragno) e di tanti super-eroi del pantheon Marvel è morto a 95 anni, lunedì scorso 12 novembre, al Cedar Sinai Medical Center di Los Angeles, a causa di una polmonite.

Stan Lee è stato uno dei grandi narratori del Novecento. Una icona pop nel significato più completo del termine. Una vera rock star del fumetto. E’ uno che ci ha sempre messo la faccia, in un settore dove era più importante il volto dell’eroe, oltre che la firma. Ed è anche uno dei pochi la cui stella ha brillato anche nel Terzo Millennio perché in pratica non è mai andato in pensione e il successo dei suoi personaggi gli sopravviverà a lungo non solo negli albi ma anche al cinema e in televisione.

Assieme a disegnatori del calibro, solo per citarne un paio, di Jack Kirby e Steve Dikto, ha creato eroi, mondi, interi universi. Tanti personaggi, buoni e cattivi, che rimarranno nella storia e nell’immaginario collettivo di decine di generazioni.

Possiamo anche definirlo il padre della mitologia made in Usa che, in quanto nazione giovane, non ha sedimenti culturali millenari. Nel senso che ha portato nella narrativa disegnata, nei comics americani, proprio quel senso del divino, della mitologia del versante europeo della cultura occidentale, pur proponendo figure di dei e semidei americanissimi nelle vesti di super-eroi dal volto umano che sembra abitino nella porta accanto.

Nelle sue storie ritroviamo quei personaggi antichi della tradizione greca, romana e nord europea, mischiati con una robusta patina di attualità e con una capacità unica di divertire e coinvolgere i lettori grazie alla formula ancora oggi innovativa dei “super-eroi con super-problemi” che hanno grandi responsabilità proprio a causa dei loro grandi poteri.

La sua carriera, di scrittore, sceneggiatore, manager, produttore, ha spaziato in tutti i settori dell’industria dei comics ed è sempre stata contrassegnata da iperboli, da aggettivi ridondanti ed esagerati. Lui era “L’Uomo” (The Man) e “Il sorridente” (The Smilin’), perché dotato di un sorriso contagioso che è stato uno dei suoi marchi di fabbrica assieme a una presunzione mai vista ma declamata così bene da passere per una qualità e non un difetto.

Stan Lee (nome legale di Stanley Martin Lieber), è nato a New York il 28 dicembre 1922 da genitori immigrati ebrei di origine rumena. Nel 1939 (anno di nascita di Batman) il giovane Stan inizia a lavorare come fattorino nella casa editrice Timely Comics di Martin Goodman, che incidentalmente è suo zio. I primi tempi svuota i posacenere e riempie i calamai dei più titolati componenti dello studio. Il suo debutto avviene nel 1941con una pagina di riempitivo nel numero 3 di “Captain America Comics”, di Joe Simon e Jack Kirby. Quando i due lasciano, sarà proprio Stan Lee, a soli 19 anni, a prenderne il timone e a farne una casa editrice di grande successo traghettandola, dopo le secche della crisi degli anni Cinquanta, nei Sessanta con il marchio Marvel Comics, i fumetti meravigliosi, appunto.

Scrive migliaia di storie ma dopo vent’anni di lavoro entra in un periodo di stanca ed è sul punto di abbandonare i fumetti quando il suo capo gli chiede di inventare una serie per contrastare la Justice League of America, pubblicata dalla grande rivale Dc Comics. Nascono così “The Fantastic Four” (I Fantastici Quattro), prima pietra di una valanga che andrà oltre la carta stampata e che da tempo domina piccoli e grandi schermi.

I Fantastici Quattro fanno la loro prima apparizione in Italia nel giugno del 1966 sul supplemento Linus Estate, ma saranno l’editore Andrea Corno e Luciano Secchi (Kriminal, Satanik, Alan Ford) a lanciare in Italia, dal 1970, i personaggi Marvel a partire da L’Uomo Ragno e Devil.

Gli eroi di Stan Lee, archetipi di quella che in seguito verrà chiamata la rivoluzionaria “Marvel Age” dei comics, erano e sono fantastici: The Fantastic Four, 1961, dal numero 3 dell’albo appare in copertina la scritta “The Greatest Comic Magazine In The World!!” (La più grande rivista di fumetti del mondo), giusto come atto di modestia e segnale di vendite strepitose.
Continuiamo con stupefacenti: The Amazing Spider-Man, 1962, cioè L’Uomo Ragno, sicuramente il suo personaggio più iconico e amato; mitici (The Mighty Thor, 1962); incredibili (The Incredible Hulk, 1962); invincibili (The Invincible Iron Man, 1963; grandi, grandi, grandi: The Avengers, Earth’s Mightiest Super-Heroes, 1963; magici: Doctor Strange, Master of the Mystic Arts, 1963; sconcertanti: Uncanny X-Men, 1963; e senza paura: Daredevil, The Man Without Fear!, 1964.

La Marvel diventa “la casa delle idee” e tutto il lessico editoriale, compresi redazionali e corrispondenza con i lettori, è realizzato in modo esagerato, eclatante, spumeggiante, con un rinnovamento epocale di un linguaggio che dal 1938 (anno di nascita di Superman, il primo e il più grande dei super-eroi) non si era mai veramente aggiornato.

Tra centinaia e centinaia personaggi di successo, ne citiamo solo altri due, per i recenti successi al cinema. Captain America, nato nel 1941, dimenticato e riproposto dal nostro Stan nelle storie degli Avengers dal 1964, e The Black Panther, 1966. Ricordiamo, infine che tutti gli eroi di Stan Lee li possiamo ritrovare nei film “Avengers: Infinity War”, primo e secondo episodio.

E ritroveremo anche lui, che aveva il vezzo dei cameo. Come Alfred Hitchcock e Peter Jackson, Stan Lee si è ritagliato pochi secondi in ogni produzione targata Marvel dal “Processo all’Incredibile Hulk” (film tv del 1989) ad “Avengers 4”, la seconda parte, ancora senza titolo ufficiale, di Infinity War che uscirà nella primavera del 2019.

Stan Lee aveva già girato il suo cameo, così come quelli per “Captain Marvel” e altri film attualmente in lavorazione e che usciranno nei prossimi anni. Quindi lo ritroveremo ancora su grande schermo protagonista di scene inedite dove continuerà a far sorridere milioni di fan.

A proposito di film, Stan Lee è anche uno dei produttori cinematografici di maggior successo di tutti i tempi, essendo stato produttore esecutivo dei film dei Marvel Studios, di quelli della Fox e della Sony con i personaggi della Marvel.

Stan Lee ha vissuto i suoi ultimi anni da vera rock star soprattutto per le sue vicende personali: dalla morte della moglie Joan nel 2017, dopo 70 anni di matrimonio, ai cattivi rapporti con la figlia Joan Celia; dalle accuse di molestie sessuali alle cause miliardarie (in dollari) a ex soci o amministratori delle sue società. E adesso chissà quali le battaglie legali per la sua eredità. Tutto nel rispetto del copione di una vita esagerata, con super-poteri e super-problemi, vissuta sino all’ultimo sulla cresta dell’onda e sulle prime pagine dei giornali.

Concludiamo con un altro dei suoi marchi di fabbrica con il quale salutava i fan a conclusione di ogni suo intervento, con “Excelsior” che significa sempre più in alto o il massimo dell’eccellenza. Termini che gli sono sempre calzati a pennello.

Antonio Salvatore Sassu

La notte di Halloween è sempre il regno di Michael Myers

HALLOWEEN 2018 POSTERDurante la notte di Halloween del 1963 Michael Myers, alla tenera età di sei anni, uccide con un coltellaccio da cucina la sorella maggiore mentre gli faceva da baby-sitter.

Dopo l’efferato omicidio Michael viene rinchiuso in una clinica psichiatrica dalla quale evade dopo 15 anni, il 31 ottobre del 1978, e ritorna nella sua città natale, Haddonfield in Illinois, per continuare a uccidere ancora, preferibilmente ragazze e ragazzi con gli ormoni a centomila, usando quasi sempre un affilato coltello da cucina, attrezzo che col tempo diventerà il suo inconfondibile marchio di fabbrica.

Michael Myers è un efferato assassino a tutto tondo, una delle migliori rappresentazioni cinematografiche del male assoluto, un serial killer che indossa una tuta da meccanico e una maschera bianca, che nasconde tratti del volto ed espressioni, e che uccide senza giustificazioni, senza pentimento e con assoluto piacere.

La sua caratteristica più terrorizzante è il silenzio unito alla violenza: uccide senza mai dire una sola parola, lasciando dietro di sé una lunga scia di sangue e un silenzio veramente tombale.

HALLOWEEN 2018 - 01Michael Myers è nato 40 anni fa dalla fertile fantasia di John Carpenter e di Debra Hill, ed è apparso per la prima volta nel film “Halloween”, capolavoro diretto dallo stesso Carpenter e uscito il 25 ottobre 1978 in Missouri. In Italia arriverà il 22 giugno dell’anno successivo col titolo “Halloween – La notte delle streghe”.

Quello che sembra un filmetto a basso costo, girato in tre settimane con meno di 400mila dollari, diventerà uno dei cult horror di maggior spessore di tutti i tempi e, sorprendentemente, anche uno dei più grandi successi della storia del cinema (non solo di quello indipendente) grazie ai 70 milioni di dollari incassati.

Un budget talmente risicato che si racconta che gli attori principali, Donald Pleasence, dottor Sam Loomis, Jamie Lee Curtis, Laurie Strode, e Nick Castle, Michael Myers, vennero scelti proprio perché si accontentarono di un compenso particolarmente ridotto.

Con Halloween, John Carpenter non solo ha riscritto le regole del cinema horror ma ha creato anche un nuovo genere: lo “slasher movie”, (dall’inglese to slash, ferire, tagliare profondamente) dove l’assassino usa armi da taglio affilatissime per uccidere in modo particolarmente cruento gruppi di adolescenti al termine di una caccia senza respiro e all’ultimo sangue.

Anche la colonna sonora, scritta sempre da Carpenter, ha contribuito al successo del film: una partitura per pianoforte in 5/4 composta al sintetizzatore che è diventata una delle musiche più disturbanti mai sentite al cinema. Con qualche strizzatina d’occhio a quella di Profondo Rosso di Dario Argento.

halloween 1978Non basta, il personaggio di Laurie Strode lancia tra le grandi star l’esordiente Jamie Lee Curtis (19 anni all’epoca), figlia di Tony Curtis e di Janet Leigh, famosa soprattutto per il suo ruolo di Marion Crane in “Psyco” (1960) di Alfred Hitchcock. Della serie: quando l’horror è un pregio di famiglia. Madre e figlia, lo ricordiamo, reciteranno assieme in “Halloween – 20 anni dopo” film che celebra i venti anni della saga con la regia di Steve Miller.

E a proposito di anniversari, quest’anno sono i primi 40 anni di Halloween e vengono festeggiati con due film: il primo e l’ultimo.

Il classico cult horror di John Carpenter, “Halloween – La notte delle streghe”, viene riproposto solo per tre giorni, da lunedì 15 a mercoledì 17 ottobre, nella versione digitale restaurata e rimasterizzata, creata per festeggiare l’anniversario e realizzata con la supervisione del direttore della fotografia del film Dean Cundey, e in lingua originale con sottotitoli italiani.

Mentre giovedì 25 ottobre l’appuntamento è con il nuovo “Halloween” diretto da David Gordon Green, con John Carpenter nelle vesti di consulente creativo, produttore esecutivo e autore della colonna sonora, che ha realizzato ispirandosi a quella del primo film.

Questo nuovo “Halloween” ci riporta a Haddonfield, dove tutto ebbe inizio 40 anni fa, con Jamie Lee Curtis e Nick Castle ancora nei ruoli di Laurie Strode e Michael Myers, nei panni di selvaggina e cacciatore, arrivati al loro scontro finale (forse, decideranno gli incassi). Anche se quella di Nick Castle dovrebbe essere una sorta di partecipazione straordinaria in quanto il ruolo ufficiale dell’assassino con la tuta da meccanico e la maschera bianca è di James Jude Courtney.

Ma prima di sedersi comodi e prepararsi al nuovo capitolo di una delle saghe più longeve della storia del cinema, è necessario cancellare i dieci film che in questi quattro decenni ci hanno raccontato le peripezie di Laurie per scampare alla caccia di Michael. Perché è come se non fossero mai state raccontate, come se quei film non fossero mai stati girati perché questo Halloween 2018 cancella il passato in quanto è il sequel, il secondo capitolo del film di 40 anni fa. Con la storia che si ricollega al primo film. Con gli stessi protagonisti di allora anche se invecchiati. Persino la maschera di Myers mostra pesanti tracce dell’usura del tempo. Quella che il tempo non ha intaccato, invece, è la sua voglia di uccidere, che ha sempre la freschezza dei tempi migliori.

Antonio Salvatore Sassu

L’inaffondabile successo del Titanic torna nelle sale per tre giorni

TITANIC 04“Titanic” di James Cameron, il film dei record grazie al quale Leonardo DiCaprio e Kate Winslet hanno conquistato successo planetario e fama imperitura, ritorna nei cinema in occasione del ventesimo anniversario della sua uscita.

Questo ritorno è un evento speciale, in città e sale selezionate, che durerà solo tre giorni, da lunedì 8 a mercoledì 10 ottobre, per festeggiare il film dei record. Un appuntamento che sembra quasi rispondere alla fake news che circola in Internet, con tanto di trailer, su di un “Titanic 2”, ipotesi che non è mai stata presa in considerazione soprattutto da DiCaprio.

E chissà se le sale saranno invase come venti anni fa da torme di ragazzine che andarono a vederlo decine e decine di volte in ogni parte del mondo, per poi sciogliersi in lacrime a ogni proiezione. Un’isteria collettiva, una non tanto nascosta voglia di vivere una straordinaria storia d’amore come quella raccontata da Cameron, ma anche un film fatto come si deve, dato che in alcuni Paesi è rimasto in programmazione per un anno intero, caso più unico che raro nella storia del cinema.

Il film di Cameron racconta la tragedia del transatlantico RMS Titanic, il più grande e lussuoso mai costruito, uno dei gioielli tecnologici del Novecento definito inaffondabile dai progettisti. Nel corso del viaggio inaugurale, la notte del 14 aprile 1912, quattro giorni dopo la partenza dal porto di Southampton e mentre era in rotta verso New York, il Titanic si scontra con un iceberg al largo dell’isola di Terranova e affonda, alla faccia dei progettisti, causando circa 1.500 vittime, fra cui anche il capitano, mentre 706 persone riescono a salvarsi.

Il disastro del Titanic serve a Cameron per realizzare straordinari e innovativi effetti speciali, e per raccontare una travolgente storia d’amore tra due ragazzi appartenenti a classi sociali agli antipodi. Proprio grazie alla magia del grande schermo l’incontro al calor bianco tra il povero Jack Dawson (Leonardo DiCaprio) e la ricchissima Rose DeWitt Bukater (Kate Winslet) è diventato una delle più grandi storie d’amore di tutti i tempi capace di rivaleggiare con quella di Romeo e Giulietta.

Titanic è stato il film più costoso dei suoi tempi: 200 milioni di dollari, un bel botto ancora oggi, e uno di quelli che ha incassato di più nel mondo, stabile al secondo posto, con oltre 2 miliardi e 180 milioni di dollari, grazie anche alla riedizione in 3D del 2012. “Titanic” è stato superato nel 2009 da “Avatar” sempre di James Cameron, che sfiora i 2 miliardi e 800 milioni di dollari di incassi.

Tra i primati inanellati dal Titanic ci sono le 14 candidature agli Oscar, come “Eva contro Eva”(1950, di Joseph L. Mankiewicz con Bette Davis e George Sanders) e “La La Land” (2016, di Damien Chazelle con Ryan Gosling ed Emma Stone), con 11 statuette vinte, al pari di “Ben-Hur” (1959, di William Wyler con Charlton Heston) e “Il Signore degli Anelli – Il ritorno del re” (2003, di Peter Jackson con Elijah Wood e Ian McKellen).

Citiamo solo i due Oscar a Cameron come miglior film (assegnato al produttore) e come miglior regista; quello per gli effetti speciali e i due a James Horner per la colonna sonora e per la miglior canzone, assieme a Will Jenning: “My Heart Will Go On”, una ballata romantica che Céline Dion ha portato in vetta alle classifiche di tutto il mondo facendola diventare il singolo più venduto del 1998.

TITANIC 09

Un successo incredibile per i due attori protagonisti ma niente Oscar. Kate Winslet era candidata come miglior attrice protagonista, ma il premio è andato a Helen Hunt per “Qualcosa è cambiato”, mentre zero nomination per il bel Leo.

Ma come sarebbe stata la vita di Jack e Rose se fossero entrambi sopravvissuti al naufragio del Titanic? Magari come quella di Frank e April Wheeler in “Revolutionary Road”, film del 2008 diretto da Sam Mendes che vede per la prima volta riunita in un set la coppia stellare del Titanic nella drammatica storia di marito e moglie che, nella New York degli anni Cinquanta, si confrontano con la realtà quotidiana, i ruoli, i doveri sociali e le ipocrisie che hanno infranto i sogni della loro gioventù. Un film drammatico con un finale triste e una scena di pochi secondi non del tutto inaspettata ma che colpisce come un pugno nello stomaco.

Antonio Salvatore Sassu

Pordenone: apre il Paff!, una startup innovativa per il rilancio del fumetto

Logo Paff

Domenica 16 settembre scorso, con una mostra di tre disegnatori, ha iniziato la sua attività il PAFF!, PalazzoArtiFumettoFriuli, di Pordenone, la prima struttura italiana, e una delle poche esistenti in Europa, dedicata a una funzione innovativa del fumetto, visto non più come mero prodotto editoriale.

In attesa dell’inaugurazione ufficiale, che si terrà il prossimo novembre, il 16 settembre scorso sono stati presentati al pubblico in anteprima alcuni spazi espositivi dove sono state allestite le mostre dedicate a tre grandi autori: Milo Manara, Luca Salvagno e Toni Capuozzo, che presentiamo con una breve nota.

Celebrato come uno dei più grandi maestri del fumetto internazionale, Mila Manara ha esplorato con successo tutte le applicazioni del disegno grazie al suo tratto elegante dalle inconfondibili sinuosità femminili. In mostra pregevoli originali tratti dalla storia “Reclame”, omaggio a Federico Fellini, e illustrazioni ispirate dai testi di Shakespeare.

“Il beato Odorico da Pordenone”, sceneggiato e disegnato da Luca Salvagno, racconta le avventure di un Marco Polo col saio, protagonista di uno dei più sorprendenti viaggi del Medioevo: da Venezia a Trebisonda e ritorno, toccando l’India, Sumatra, Giava, Indocina e Cina fino a Khandaliq (Pechino).

Toni Capuozzo, uno dei più noti e amati giornalisti di guerra, affronta il genere del comic journalism, raccontando in prima persona la nascita del terrore in nome di Allah in un’opera a fumetti, illustrata dal giovane Armando Miron.

Paff 02La sede del Paff! è a ridosso del centro storico di Pordenone, all’interno degli spazi di Villa Galvani, una villa dell’Ottocento ristrutturata e ampliata nel 2010 con una struttura ultramoderna e attrezzatissima, immersa nel verde di un parco pubblico.

Abbiamo intervistato Giulio De Vita, comic book artist di fama mondiale nato a Pordenone, che ha ideato il progetto. Inoltre lla struttura è gestita dall’associazione culturale Vastagamma di cui De Vita è l’attuale presidente.

Che cosa è il PAFF? E quali sono gli obiettivi? State anche elaborando una proposta per un nuovo ruolo per il fumetto?

Il PAFF! è un progetto ambizioso e coraggioso che vuole usare il fumetto come chiave di lettura per reinventare il tradizionale contenitore culturale in maniera nuova. Il fumetto, per le sue caratteristiche uniche si presta a dialogare non solo con tutte le discipline artistiche, ma anche con molte altre attività della società moderna: didattica, divulgazione, apprendimento, comunicazione, divertimento. Per questo è gancio straordinario per avvicinare fasce diverse di pubblico alla cultura, alla conoscenza alla partecipazione civile, per promuovere il territorio in maniera non convenzionale, per fare formazione e creare posti di lavoro, per riqualificare un’area urbana.

Dato che le parole hanno un loro peso e significato, perché un Palazzo e non un Museo?

Di musei ce ne sono già tanti dappertutto, una città come Pordenone che dista meno di un’ora da Venezia non può competere con il patrimonio storico artistico della città lagunare con un altro museo, ma può distinguersi attraverso un non-museo cercando, sperimentando e proponendo percorsi nuovi: percorsi esperienziali e coinvolgenti in cui il visitatore si senta protagonista attivo nel vivere il suo tempo presso questo spazio. La bellissima location si presta molto a questa impresa, perché consta di una villa antica del 1850 che diverrà una sorta di Bauhaus del fumetto dove verranno ospitati studi e residenze d’artista, laboratori e corsi e una importante e attrezzata galleria moderna per mostre di prestigio ed eventi, il tutto inserito in un magnifico parco pubblico a due passi dal centro storico.

In Europa ci sono poche strutture simili al Paff!. Dove si trovano e quale ruolo svolgono? Nel vostro progetto ci sono degli aspetti innovativi e più all’avanguardia rispetto a esperienze di altre città?
Innanzi tutto non ho notizie di luoghi di tale dimensione e qualità in città con simili ridotte dimensioni. Esistono luoghi dedicati al fumetto solo in alcune grandi città europee: Bruxelles, Parigi, Londra, Basilea. Ma queste città, giovandosi di un grande afflusso turistico si possono permettere di essere tradizionali. Il Paff! mira a posizionarsi rispetto a questi spazi senza alcun complesso di inferiorità, e soprattutto a creare delle sinergie internazionali per sviluppare progetti con queste capitali. Gli aspetti innovativi stanno in diverse sfaccettature, a cominciare dal suo modello organizzativo strutturato sulla base delle più moderne startup, fino ad arrivare alla concezione di visita esperienziale fondata sui criteri di smart museum.

Perché avete scelto Pordenone?
Perché Pordenone è una città che vanta una importante tradizione fumettistica di caratura internazionale che ha creato un humus ideale per la nascita di una iniziativa del genere, e perché in questo contesto dalla florida vita culturale – esistono festival importanti, come Pordenonelegge e Le Giornate del Cinema Muto, in cui il Palazzo del Fumetto si colloca come collante ideale tra queste realtà consolidate.

Come hanno reagito le amministrazioni locali?
Pur incontrando alcune resistenze da certe calcificazioni culturali, le amministrazioni hanno creduto fermamente e con coraggio in questa proposta innovativa, anche perché impersona perfettamente lo spirito di questa terra, in cui da sempre c’è una vocazione alla laboriosità, all’innovazione e alla collaborazione dei vari settori che la costituiscono: impresa, artigianato, cultura, sociale.

Ci sono dei collaboratori e in quali campi sono specializzati?
Ho dovuto imparare il ruolo del leader, fare scelte precise per far sì che questa visione divenisse una realtà credibile: l’obiettivo non era quello di gestire un circolo di artisti per il quale sarebbe bastato un semplice “dopolavoro”, ma di gestire una struttura davvero importante e prestigiosa della città. Per fare questo ho formato un gruppo di lavoro costituito da professionisti affermati della mia generazione, provenienti da esperienze di successo diverse, Andrea Corsini, amministratore delegato di un’impresa storica e importante della città; Alessandro Santarossa, architetto museale docente universitario e premiato per aver progettato importanti smart museum italiani; Michele Giacalone, team manager imprenditore; Marco Dabba, esperto allestitore di mostre; Davide Massanzana, addetto al marketing e alla comunicazione; e un affermato fumettista come Emanuele Barison.  A queste figure si affiancano altre professionalità operative che coprono tutte le articolate sfaccettature di questa impresa culturale creativa, dove la collaborazione non solo di tutte le forze artistiche, imprenditoriali e sociali del territorio concorreranno a rendere sempre attivo e pregno di contenuti il nostro incubatore di contenuti culturali.

Perché l’anteprima dell’inaugurazione con le tre mostre?

Paff 01La gestazione del Paff! è stata lunga e faticosa e in alcuni momenti anche frustrante; le trafile burocratiche, gli intoppi, le diffidenze, la ricerca di risorse. Era troppo forte la voglia, nonostante la struttura non fosse pronta, di riaprire al pubblico uno spazio che da troppo tempo versava in una condizione di stallo. Abbiamo così pensato, facendo un vero miracolo dal punto di vista organizzativo, e devo ringraziare davvero tutte le forze messe in campo, dalla disponibilità dell’amministrazione agli artigiani che hanno trasformato uno spazio buio e angusto in un luogo luminoso e accogliente, alla disponibilità di tanti volontari, e alla collaborazione degli artisti, di profittare di una grande vetrina della città come il festival letterario per celebrare i nostri colleghi ospiti del festival con una esposizione di qualità. Questo anche perché essi avevano già collaborato con la nostra associazione culturale a “il Mantello di Carta”, un progetto a fini benefici a favore delle cure domiciliari pediatriche, presentato proprio a Pordenonelegge qualche anno fa. Ne è nato un evento di grande impatto accolto con entusiasmo e partecipazione. Un banco di prova per comprendere che il lavoro di preparazione svolto, le strategie attuate, le professionalità coinvolte, le scelte fatte andavano tutte nella direzione giusta. Questo ci ha gratificato molto e ci ha dato la spinta per alimentarci di energie nuove per la vera inaugurazione che avverrà a breve.

Avete già il programma dell’inaugurazione? E quello dei prossimi mesi?

Faremo l’inaugurazione ufficiale a fine novembre con una mostra di un fumettista di calibro internazionale. Una esposizione che occuperà gli ampi spazi espositivi e che incarnerà i criteri che ho poc’anzi descritto. C’è da dire che il Paff! è ancora ufficialmente un progetto sperimentale, che necessita di più di due anni per entrare a regime per la sua complessità, perché affianco alle attività espositive, si integrerà a un’area ludico-didattica, alla formazione, alla comunicazione, all’incubazione di progetti sociali, culturali, imprenditoriali, all’organizzazione di eventi, alla promozione turistica del territorio. È ovvio che un’ambizione così mastodontica si delineerà in maniera graduale e progressiva, e quella della mostra ne è il primo, grande, tassello.

Antonio Salvatore Sassu

In Vino Fabula, sinergia di narrazioni per il Cesanese

VINO_CESANESE-852x479-e1527319406144La prima edizione di “In Vino Fabula. Residenza delle narrazioni”, progetto ideato e curato da Luca Calselli, con Rino Bianchi direttore artistico, si chiuderà domenica prossima, 30 settembre, in piazza Francesco Pais a La Forma-Serrone, in provincia di Frosinone.

“In Vino Fabula”, coordinato da Serrone in Excelso, rete di imprese locali, ha un’idea base che si è rivelata vincente: condividere la bellezza, le conoscenze e il gusto del territorio, coinvolgendo cultura e impresa.

Grazie a questo progetto alcuni tra i più interessanti narratori italiani come Francesca Bellino, scrittrice e giornalista; Angelo Ferracuti, scrittore e narratore; Emanuele Lelli, grecista, antropologo e saggista; Eleonora Mazzoni, attrice e scrittrice; Marco Petrella, autore di graphic novel, hanno incontrato e raccontato attraverso le parole e le immagini il vino Cesanese, prima e unica DOCG (denominazione di origine controllata e garantita) a bacca rossa del Lazio.

Il programma prevede l’ospitalità per ogni Autore coinvolto, che scriverà a suo modo del territorio, del paesaggio, del vino, del lavoro. Appuntamento quindi domenica prossima, a partire dalle 15.30, con la lettura pubblica dei racconti nati appunto durante il periodo di permanenza degli autori ospiti nel borgo ciociaro.

Saranno Shanna Rossi e un gruppo di giovani attori a leggere le opere inedite degli autori ospiti di questa prima edizione di “In Vino Fabula”.

Gli organizzatori hanno puntato su un progetto nuovo, capace di coniugare la scrittura con le altre discipline narrative e di ribadire il concetto che senza cultura un territorio è più debole. La cultura, quindi, intesa anche come il volano per una nuova e dinamica coesione sociale.

La grande partecipazione ha reso questo progetto unico nel panorama enologico e culturale italiano, facendo di “In Vino Fabula. Residenza delle Narrazioni”, una Residenza anomala contraddistinta dal forte legame con la città, dove protagonisti, accanto ai narratori, sono i cittadini, i vignaiuoli, i lavoratori, le scuole, i giovani.