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Antonio Salvatore Sassu

Magnus, l’inquieto e instancabile viandante del fumetto

000 FOTO DI MAGNUSMagnus (Roberto Raviola, Bologna, 31 maggio 1939 – Imola, 5 febbraio 1996) è stato uno dei più eclettici e famosi disegnatori italiani del Dopoguerra. La sua fama ha superato i confini nazionali e le sue opere hanno conquistato lettori in tutto il mondo. E’ stato l’eterno scontento, l’inquieto esploratore di quel labirinto narrativo che è il fumetto. Un instancabile viandante sempre alla ricerca di nuove storie da raccontare e di nuovi modi per farlo.

Grazie al suo tratto inconfondibile e alle sue capacità narrative può essere considerato uno degli innovatori del fumetto italiano, uno dei pochi autori che partendo dalla sintesi grafica del fumetto popolare è arrivato a una produzione matura, colta e raffinata, quasi aristocratica, capace di trasmettere grandi emozioni ai lettori, e non è obbligatorio che debbano essere sempre piacevoli.

00 COPERTINA SAGGIO SU MAGNUSLa produzione di Magnus è stata talmente vasta che, dopo aver già scritto del suo Texone, in questa piccola biografia ci limiteremo a citarne le opere migliori, mediando tra il giudizio della critica e le nostre preferenze.

Dopo il liceo artistico e la laurea in scenografia all’Accademia di Belle Arti, nel 1961, Magnus insegna disegno, realizza scenografie teatrali, si occupa di grafica pubblicitaria, illustra racconti per ragazzi e trova anche il tempo per dedicarsi alla militanza di sinistra. Usa due alias: Robert Patterson e Bob la Volpe, con il quale si è citato, anche se in inglese, nel primo numero di Satanik.

Al termine di un affresco sui muri di un’osteria sceglie, infine, lo pseudonimo di Magnus . Il nome è l’abbreviazione del moto goliardico “magnus pictor fecit” (questo lavoro è stato realizzato da un grande pittore).

Alla fine del 1963 è a Milano dove, all’Editoriale Corno, conosce Luciano Secchi, alias Esselle, soggettista e sceneggiatore con già all’attivo vari personaggi, fra cui Maschera Nera, che è proprio alla ricerca di un nuovo disegnatore, anzi del disegnatore per eccellenza, quello capace di rappresentare il nuovo stile di raccontare che sta elaborando.

Così, con l’uscita di Kriminal e Satanik (agosto e dicembre 1964), nasce la coppia d’oro del fumetto italiano: Magnus&Bunker, cioè Roberto Raviola e Luciano Secchi, che, sulla scia di Diabolik (inventato nel 1962 dalle sorelle Angela e Luciana Giussani), lancia il genere del fumetto nero.

Un nuovo modo di raccontare, perché fin da subito il magnifico duo marca il proprio territorio narrativo. Diciamo che Diabolik sta al mystery inglese come Kriminal sta all’hardboiled statunitense, alla scuola dei duri. In Diabolik c’è una realtà fittizia, che riporta alle efferatezze letterarie di Fantomas, criminale dai mille trucchi e mille travestimenti creato nel 1911 da Pierre Souvestre e Marcel Allain. Avete presente quel piglio aristocratico di “C’è un cadavere in biblioteca, Milord. Ma tutto sarà a posto per l’ora del tè”? Ecco in Kriminal, prima, e in Satanik, dopo, non c’è. Max Bunker ha uno stile asciutto, per niente consolatorio, nel suo universo narrativo non c’è spazio per speranza e redenzione ma solo per violenza e brutalità che vengono rappresentate senza sotterfugi e come specchio della normalità in cui vive il lettore. Un mondo sgradevole, brutto, sporco e cattivo, corrotto e privo di scrupoli, dove il più accettabile, alla fine, sembra proprio Kriminal.

01 KRIMINALInoltre, Bunker aggiunge una buona dose di nitroglicerina narrativa a una formula già esplosiva: le donne, non più quelle che svengono a ogni piè sospinto ma vive, reali: madri, figlie, amanti, ricche, di buona famiglia e quasi sempre sfrontatamente mignotte e a caccia di sesso. Con Kriminal, Bunker dice il suo personale basta alle storie per bambini, e ai personaggi consolatori, e apre un nuova stagione per il fumetto italiano con trame e personaggi dichiaratamente per adulti e colpendo allo stomaco il perbenismo dell’epoca.

I disegni di Magnus, da parte loro, innescano il detonatore perché due sono le caratteristiche che gli danno una fama immediata e duratura: lo splendido bilanciamento del nero e un grande piacere nel disegnare belle donne in biancheria intima o nude, dando una incontenibile carica erotica anche alle ombre.

Kriminal è Anthony Logan, un ex acrobata da circo il cui padre è stato rovinato e costretto al suicidio da soci imbroglioni. Anche la madre e la sorella fanno una brutta fine e lui finisce in riformatorio. Il Re del delitto inizia la sua carriera vendicandosi dei torti subiti. Particolare è il suo costume di scena: un’aderente tuta gialla con stampato in nero il disegno di uno scheletro, e un teschio a coprirne il volto.

02 SATANIKSatanik è Marny Bannister, famosa scienziata con il viso sfigurato da una brutta voglia. Quindi tre volte peccatrice: donna, brutta e intelligente. Grazie a una formula alchemica, quasi un dottor Jekyll e mister Hyde in gonnella, diventa Satanik, una rossa esplosiva che decide di avere tutto e subito: sesso, soldi, successo. E che non si ferma davanti a niente. Ricordiamo sempre con piacere l’episodio in cui la pozione viene sostituita da un laser: in caricatura vi appaiono anche quelle che sembrano le rivali storiche della Corno, cioè le due sorelle Giussani creatrici di Diabolik.

Per Kriminal e Satanik è subito boom non solo nelle edicole, un accidente di boom che fa saltare in aria tutta l’Italia benpensante e perbenista che coglie l’occasione per addossare ai due personaggi (autori ed editore compresi) le colpe di tutti i casini dell’epoca, dall’aumento della criminalità all’incitamento alla prostituzione, come se la professione più antica del mondo avesse bisogno di promoter. Per non parlare poi delle turbative alla moralità dei giovani adolescenti che scappano a frotte dall’azione cattolica per acquistare e leggere di nascosto quei “fotoromanzacci” neri. Interventi di critici e moralisti che non conoscevano neanche l’oggetto del contendere, Satanik da rossa fatale diventa “Un uomo che ama circondarsi di donne belle e perverse”, e la differenza fra i generi narrativi.

Sono anni calienti, la magistratura fa sentire i suoi strali, la censura non ne parliamo, e i due personaggi sono costretti ad adeguarsi. Obbligati a una sorta di castrazione editoriale perdono via, via la dirompente carica iniziale. Abbandonati anche da Magnus, dopo un lungo trascinarsi terminano le loro avventure nel novembre 1974. Ma occupano ancora oggi un posto speciale nel cuore e nella mente dei loro tanti lettori e perché no?, anche nella storia del costume.

In breve tempo il magnifico duo produce Dennis Cobb Agente SS 018, nel 1965 e Gesebel, piratessa spaziale, nel 1966. Due anni dopo cambiano genere e realizzano Maxmagnus per la rivista Eureka. Un mix tra il comico, il grottesco, la caricatura e la satira politica e di costume che raggiunge il suo apice nel 1969 con un altro grande successo: Alan Ford, che racconta le avventure del Gruppo TNT, una banda di morti di fame nel ruolo di agenti segreti.

03 ALAN FORD

Nel dicembre 1973 Magnus abbandona Bunker e inizia a disegnare per le varie case editrici di Renzo Barbieri, leader dei fumetti per adulti. Pubblica una serie di storie a sfondo erotico, su testi non suoi: “Mezzanotte di morte”, “Dieci cavalieri e un mago”, “Quella sera al collegio femminile” , “Il teschio vivente” e “Vendetta Macumba”.

Magnus approfitta dell’occasione per vendicarsi dei censori e dei bacchettoni che negli anni Sessanta lo hanno tanto perseguitato, disegnando il primo pene del fumetto italiano. Lo fa nella storia “Mezzanotte di morte” con nudi integrali maschili e femminili durante rapporti sessuali espliciti, prima con un trio omosessuale, due neri e un bianco, e poi con due più prosaici amanti di sesso opposto. Immagini tanto scabrose che non sempre le tavole saranno ristampate nelle successive edizioni.

Nel luglio 1975 esordisce “Lo Sconosciuto”, protagonista Unknow (aggiungendo una enne, significa sconosciuto in inglese), un mercenario stanco e segnato dalle vicissitudini della vita ma ancora capace di lottare come un leone. In queste storie, di cui realizza anche i testi, Magnus ha raggiunto uno stile maturo e rigoroso e i racconti hanno un ritmo essenziale, mozzafiato, da action movie trasferito su carta, un modo di raccontare ancora oggi rivoluzionario per il fumetto italiano.

05 LO SCONOSCIUTOCon “Lo Sconosciuto” Magnus dà il meglio sé, tanto che viene considerata la sua opera seriale migliore. In copertina e nella vignetta finale della prima storia, “Poche ore all’alba”, c’è un esagramma dell’I Ching che significa Il viandante, quasi a testimoniare la sua perenne ansia di ricerca di nuove storie e di nuovi modi per raccontarle. Nel numero tre, “Morte a Roma”, varca un altro confine e disegna una donna stuprata da due uomini.

La serie chiude dopo sei albi, con la presunta morte di Unknow, e riprenderà anni dopo, anche se in diverso formato e in maniera discontinua. L’ultima storia, “Nel frattempo”, è apparsa nel marzo 1996 su Comix, proprio pochi giorni dopo la morte di Magnus.

07 LA COMPAGNIA DELLA FORCANell’aprile del 1977 debutta “La Compagnia della Forca”, realizzata con Giovanni Romanini, suo collaboratore sin dagli anni Sessanta. Storie con un segno caricaturale e una carica umoristica che ricordano Alan Ford, ambientate in un medioevo fantasy che fa da sfondo alle (dis)avventure di una compagnia di mercenari.

Ispirandosi a “Storia in riva all’acqua”, romanzo cinese del XV secolo di Luo Guanzhong e Shi Nai’an, nel 1978 inizia il ciclo de “I Briganti”, storia di un popolo che si ribella alla tirannia. Mantiene la struttura del racconto medievale ma lo ambienta in un futuro con tecnologia e viaggi spaziali. Ne realizza diversi capitoli, ma la serie resterà incompiuta. Agli ambienti della Cina del XII secolo, Magnus aggiunge citazioni del Novecento, dalla fantascienza del Flash Gordon di Alex Raymond a Robin Hood e a Mao. Il risultato è un fumetto d’avventura molto colto e raffinato con un contenuto politico di sinistra attuale ancora oggi.

08 I BRIGANTI

Nel 1981 è l’ora di “Necron”, un fumetto estremo, provocatorio e ancora una volta rivoluzionario, scritto da Ilaria Volpe. Racconti neri, gotici e necrofili quanto basta per dare brividi d’acciaio ai lettori. Riprendendo il mito di Frankenstein e citandosi da Satanik, crea Frieda Boher, scienziata che utilizza pezzi di cadaveri per costruire il mostro superdotato che dà il nome alla serie. La scienziata ha bisogno di un toy boy siffatto perché incapace di avere rapporti sessuali con i vivi. Troviamo un nuovo Magnus, con un tratto pulito e lineare, tarato su misura questa serie porno/splatter.

Raggiunge il successo mondiale nel 1983 con “Le 110 Pillole”, tratto da “Chin P’ing Mei” (Fiore di prugno nell’ampolla d’oro), romanzo erotico cinese del XVI secolo, dove dà sfoggio della sua raffinata capacità di interpretare l’erotismo del lontano Oriente.

Il saggio “110 Pillole Storyboard”, 2000, edizioni ReM, numero 2 della collana “Signore e signori ecco a voi”, a cura di Graziano Origa, racconta come è nato questo grande capolavoro di Magnus.

Nell’ottobre 1987 appare il primo episodio di “Le femmine incantate “, da “I racconti fantastici di Liao” di P’u Sung-LIng, 1766. Sette storie brevi che esaltano diversi aspetti della femminilità, dall’erotismo all’horror, e dove sfondi, paesaggi e personaggi sembrano quasi cesellati, tanto curati da rasentare la perfezione.

Con “Le femmine incantate” la tecnica di Magnus è a un livello straordinario. Non è quello degli esordi, non è più quello scatenato nel e per il sesso, è un narratore che ha raggiunto il vertice della sua arte. Purtroppo la pubblicazione in formato ridotto non consente di apprezzarne tutti i dettagli e solo l’edizione in volume di grande formato, cm. 30×40, pubblicata da Granata Press nel 1990, gli renderà giustizia.

Perde la sua battaglia con un tumore al fegato il 5 febbraio 1996 e viene trovato morto sul pavimento del bagno della Locanda del Gallo a Castel del Rio. Poco prima di morire termina “La valle del terrore”, storia per il Texone dove, come suo solito, si era ritratto tra i personaggi e dove, nell’ultima vignetta, si congeda dai lettori.

Tex cavalca dando le spalle ai lettori e saluta con un cenno della mano, mentre Kit Carson si volta e agita il cappello. Dalla sinistra della vignetta, nella parte bassa, in primo piano ma quasi confuso sullo sfondo, gli risponde, a sua volta agitando il cappello, un Magnus in caricatura, bassottino, nasone, pelato, e con il suo sguardo penetrante sempre alla ricerca di nuove storie da raccontare.

12 TEXONE

70 anni di storia editoriale. Quando mister Tex incontrò il dr Magnus

TEX MAGNUS 01Per convenzione, la data di nascita dei fumetti è il 5 maggio 1895, ma non è poi così certa. Giusto o sbagliato che sia, diciamo che in questa data appare sul “New York World” di Joseph Pulitzer il primo personaggio di grande successo: Yellow Kid, di Richard Felton Outcault.

In oltre cento anni, quindi, sono state inventate decine di migliaia di personaggi a fumetti, ma sono rarissimi quelli ancora oggi in attività senza mai avere subito interruzioni. In un elenco sicuramente parziale, ci vengono in mente Topolino/Mickey Mouse (1928 nei cartoni animati, 1930 nei quotidiani e 1940 negli albi), Superman/Nembo Kid (1938), Batman (1939) e, forse, Wonder Woman (1941).

In questa striminzita lista va aggiunto anche Tex Willer perché 70 anni di vita editoriale sono un caso di longevità quasi unico. In sette decenni, le sue gesta sono state raccontate da una miriade di sceneggiatori e di disegnatori. Tutto questo lavoro ha prodotto, come è giusto che sia, una gran quantità di storie di buon livello, altre sufficienti, alcune proprio da buttare via, e poche che brillano come diamanti incastonati nella corona di uno degli imperatori regnanti del fumetto mondiale.

Una delle gemme più brillanti della leggenda di Tex è “La valle del terrore”, scritta da Claudio Nizzi e disegnata da un Magnus in grande spolvero. La storia è stata pubblicata, al termine di quasi otto anni di snervante attesa da parte del fandom, (per tacer dell’editore) nel numero 9 della collana Speciale Tex (i cosiddetti Texoni), pubblicato nel giugno 1996, quattro mesi dopo la sua morte.

Nel settembre dello stesso anno esce anche il volume “Al servizio dell’eroe – Il Tex di Magnus”, a cura di Andrea Plazzi e Edoardo Rosati, Editrice Punto Zero, che racconta il dietro le quinte di tutto il lavoro profuso da Magnus per dare il meglio di sé pur nel rispetto del canone ufficiale dei personaggi.

Speciale Tex è una serie particolare con albi di grande formato, cm. 21 x 30, con 244 pagine disegnate più 16 di testo. Dal 1988 presenta alcuni tra i più prestigiosi autori italiani e internazionali che hanno accettato di cimentarsi con le storie del ranger.

“La valle del terrore” è il testamento artistico di Magnus, assieme a “Le Femmine Incantate”. Il coronamento di una carriera prestigiosa iniziata con Kriminal e Satanik, due protagonisti della stagione dei cosiddetti fumetti neri, apparsi nel 1964.

Nel 1991 Magnus lascia Bologna per trasferirsi nella Locanda del Gallo, un albergo di Castel del Rio, paesino nell’alta valle del Santerno in Romagna. Raramente abbandona il suo rifugio negli Appennini. Un’eccezione sono le visite a Milano per discutere del Texone con la redazione Bonelli. In quelle rare occasioni, Magnus non manca mai di fare un salto a “La Borsa del fumetto”, la prima libreria italiana specializzata sul tema, per scambiare quattro chiacchiere con Nessim Vaturi, proprietario e suo grande amico.

Ed è durante uno di quei radi e rapidi passaggi milanesi che chi scrive, che all’epoca curava l’ufficio stampa de “La Borsa del Fumetto” e alcune pubblicazioni dedicate al mondo dei comic, lo ha intervistato .

TEX MAGNUS 00Quella che segue è una intervista “quasi” impossibile, nel senso che la versione che proponiamo (realizzata dal sottoscritto) non è la mera ristampa di quella apparsa sul numero 20 della “Libreria dell’immagine” del 15 febbraio 1992, assieme a un disegno realizzato per l’occasione, ma è un re-editing, giocato anche sul filo della memoria.

Come hai reagito quanto ti hanno proposto di disegnare un Texone?
Con un po’ di panico perché mi sono sentito addosso quasi una condanna a morte. Però lo faccio volentieri perché i fumetti (secondo me immeritatamente) mi hanno dato molto e c’è una grande massa di lettori entusiasta alla quale io dedico questo mio lavoro. E lo faccio veramente per loro, non per l’editore o per Tex, ma proprio per la gente che magari mi ferma per strada e si complimenta.

Ti trovi bene a disegnare Tex nell’Appennino o preferiresti essere nel Gran Canyon?
Qui nell’Appennino, senz’altro, anche se però il Gran Canyon … Io ho delle foto dei luoghi di Tex che nei fumetti non si sono mai visti. Penso a una foto di una segheria dell’epoca con alberi così giganteschi che dieci uomini non riuscirebbero ad abbracciarne uno e mi immagino i personaggi che diventerebbero come delle miniature. Allora ben venga l’ispirazione dell’Appennino dove burroni, precipizi e situazioni selvagge ne trovo a iosa, e più a misura dei personaggi del fumetto.

TEX MAGNUS 02Come hanno reagito le persone del luogo quando hanno saputo che ti sei ritirato nel paese per disegnare Tex?
Quando è trapelata la notizia, sono scesi in motocicletta dall’alto del monte per conoscere quello che disegna Tex, che non sono io, naturalmente, e mi dicono “Se lei disegna Tex Willer, basta! Sono orgoglioso di conoscerla!” In pratica sono stato adottato, diffidato ad andarmene e tenuto a raccontare di Tex Willer e Kit Carson quasi fossi … Hai presente il Davy Crockett che in Pecos Bill le sparava sempre grosse? Così io, che vicino al fuoco affermo che ho conosciuto il signor Willer di cui racconto storie incredibili. E faccio tutti contenti.

Come ha vissuto, invece, la redazione Bonelli l’esperienza di un Tex gigante realizzato da un autore come Magnus?
Non se n’è neanche accorta. Sono oberati di lavoro e io sono come un cercatore di tartufi che arriva ogni tanto e la mia presenza è stata irrilevante. In futuro potrà essere diverso perché mi sono liberato da impegni precedenti e sarò quasi esclusivamente impegnato con Tex. Comunque, devo confessare di essere stato preso da questa storia e non riesco a immaginarmi oltre se non dopo averla finita, se non dopo che sono uscito correttamente da questa impresa che è diventata una sfida mica da poco.

Quindi non stai pensando, per esempio, a nuove storie di ambientazione orientaleggiante? O ti sei preso una pausa di riflessione?
Senz’altro una pausa di riflessione da questo genere di storie, perché realizzare “Le femmine incantate” mi ha fatto morire dalla fatica. Un po’ perché sono storie complesse, un po’ perché hanno un formato particolare e di difficile pubblicazione. Inoltre, hanno avuto meno successo de “Le 110 Pillole”, o altre cose, per cui, se devo faticare e non avere il minimo riscontro, anzi diverse obiezioni, tanto vale lasciar perdere.

TEX MAGNUS 08C’è stato un periodo in cui eri considerato un disegnatore estremamente rapido. Quanto tempo impieghi per le matite di una tavola di Tex?
Ci vuole molto tempo per le matite di Tex. Le esigenze del disegno realistico non mi consentono di usare certi segni di sintesi che sarebbero troppo duri. E’ tutta una cosa più morbida dove si tiene conto della luce tanto che ho dovuto studiare Galep e rifarmi alla sua lezione. Sempre inchiostrare tenendo conto della provenienza della luce in modo che il segno grosso sia nell’ombra e il sottilissimo nella giusta luce. Galep ha delle sottigliezze impressionanti sicché un pennarello 0.1, che è il più sottile, è grosso per Tex. Se pensiamo alle cartucce nella cartucciera, al manico della Colt e ad altri dettagli simili, il disegnatore deve avere polso d’acciaio e occhio d’aquila perché se varia un tratteggio anche di poco rischia di fare uno stivalone, un cappellone, una rivoltellona e altre cose del genere.

Hai trovato difficoltà o sfide particolari?
Nella sceneggiatura ci sono 38 pagine, che mi accingo ad affrontare, dove un fatto ne segue un altro e dove l’orologio scandisce il tempo dalle dodici sino alla mezzanotte, e io non ho ancora idea di come sarà la luce dall’inizio alla fine della sequenza. Per questo le inchiostrerò seguendone lo stesso ritmo.

A proposito di Galep, lui disegna i cavalli con rara maestria. Tu come te la cavi?
I cavalli me li disegna Giovanni Romanini (suo collaboratore sin dalla fine degli anni Sessanta, nda). Lui ha proprio una dote personale e li fa recitare benissimo. Io gli descrivo la situazione, le proporzioni e l’atteggiamento, e lui riporta sulla carta le mie indicazioni, a volte correggendole in meglio.

E’ stato faticoso adattare il tuo stile al west di Tex?
Mi rendo conto che il mio segno è limitato in quanto poco adatto allo stile eroistico che ci vorrebbe per Tex. Faccio molta fatica a stare in un minimo di decenza stilistica, anche se ho lavorato molto piano sino a oggi, perché avevo paura di fare un lavoro troppo approssimativo. Invece, camminando come con gli zoccoli su una roccia scivolosa, passo dopo passo, ritengo di aver inquadrato tutta la storia nella sua giusta dimensione. E devo dire che ci saranno anche delle belle luci perché sono andato a riscoprire il West delle incisioni dell’Ottocento, ombre comprese.

Come ti sei documentato?
Un fan, che già mi voleva bene dai tempi di Alan Ford e che quando ha saputo di Tex ha esultato, mi ha regalato in fotocopie ingrandite un catalogo dell’epoca dove veniva offerta merce di tutti i tipi: orologi, scarpe, posate, pompe da giardino, attrezzi agricoli, pistole Colt 45, la mitragliatrice Gatling, praticamente tutto quello che poteva essere comprato per corrispondenza. Su questo catalogo ho trovato anche immagini di certe fabbricone con cento ciminiere e fumo incredibile, dato che allora non c’era il problema dell’inquinamento e la potenza industriale la si misurava in base alle ciminiere, che sembravano tanti vulcani in attività. Per non parlare poi dei vagoni ferroviari con i sedili ricamati e le lampade a gas. Tutte cose che da noi non si sono mai viste, neanche nei film.

Pur non potendo rivelare niente della trama, puoi dirci se c’è un ruolo importante per un personaggio femminile?
Ce ne sono due. C’è una femme fatale, terribile, molto cattiva, bella e di esotica stirpe, e anche una buona ragazza onesta.

TEX MAGNUS 10Quanto ti condizionano i tuoi lavori precedenti?
Certo di non farmi influenzare, altrimenti sarebbe un disastro. Non posso pensare, per esempio, a cose come l’Alan Ford dei vecchi tempi perché altrimenti mi scappano i nasoni in Tex e io un Tex/Bob Rock (uno di personaggi della serie, nda) l’ho già disegnato e Sergio Bonelli non l’ha neanche voluto vedere. Oltretutto ha preso una faccia cattiva, da ladro di cavalli delle storie dei paperi disegnate da Carl Barks.

Hai rispettato la tradizione bonelliana del Tex tutto di un pezzo?
Io avrei voluto disegnarlo in mezzo a un mucchio di signore che lo invitavano a cento feste, ma non posso forzare le situazioni oltre una certa misura. Oltretutto dovrebbe cambiare abbigliamento e io l’avevo persino già disegnato in abito gessato, cioè in completo nero con le righe verticali …

E quando lo ha visto Sergio Bonelli gli è venuto un colpo?
No: mi è corso dietro con l’ascia di guerra!

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Antonio Salvatore Sassu

La Pelosa, un paradiso tropicale in Sardegna

la pelosa stintino 02

Nel Nord-ovest della Sardegna, tra le falesie di Capo Falcone, l’isola Piana e l’Asinara, nel Comune di Stintino, c’è la spiaggia de La Pelosa, un pezzo di paradiso tropicale nel bel mezzo del Mediterraneo. Finissima sabbia bianca e mare limpido e trasparente dal color turchese, sono le caratteristiche principali di una delle spiagge più belle d’Italia e con poche rivali altrove.

La Pelosa, però, è un paradiso in pericolo, una spiaggia che sta scomparendo un poco alla volta, per due motivi. Primo, un nastro d’asfalto ha tagliato, anni fa, il sistema dunale e non basta più la sabbia portata a riva dalle correnti per mantenerne costante nel tempo la superficie. Il secondo è legato all’assalto dei bagnanti con 7mila presenze nel picco massimo di Ferragosto, con una media di 5mila durante la stagione estiva, a fronte dei 1.300 persone stabilite come massimo sostenibile da uno studio dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) del 2010. Una moltitudine che si porta via quintali di sabbia al giorno, cioè quella che resta attaccata ai teli da mare, alle borse frigo o alle persone.

Quindi, in attesa che l’anno prossimo partano i primi due lotti di un piano di salvataggio da 18 milioni di euro, il sindaco di Stintino sta pensando ai provvedimenti da prendere per alleggerire la pressione dei bagnanti già a partire da questa stagione estiva, ormai alle porte, in primis quello di regolamentare l’uso dei teli da mare in spiaggia. In pratica ci sarà l’obbligo di stenderli su delle stuoie e non a diretto contatto con la sabbia. Pur essendo difficile per una spiaggia urbana come La Pelosa applicare la misura del numero chiuso, il sindaco Antonio Diana è al lavoro per preservarla il più possibile in attesa che diventi operativo il Piano. A ottobre 2019, infatti, inizieranno i lavori per smantellare un tratto della strada asfaltata che porta alla Pelosa, primo lotto di un mega progetto di riqualificazione, sotto molti aspetti unico in Italia. Quindi dal 2020 stop alle automobili e l’asfalto sarà sostituito da una passerella pedonale in legno montata su pali e più rispettosa dell’ambiente. Nuovi parcheggi ma in periferia. L’accesso sarà consentito solo ai pedoni, in bicicletta o con mezzi elettrici.

Proposte che abbiamo approfondito con il sindaco di Stintino, Antonio Diana.

Quindi la spiaggia de La Pelosa, un pezzo di paradiso del Nord ovest della Sardegna, cioè del litorale di Stintino, è a rischio?
Diciamo che La Pelosa è in sofferenza da diversi anni. L’amministrazione comunale sta lavorando alla salvaguardia e al recupero della spiaggia da più di 10 anni. Gli studi sono stati avviati dall’Icram (oggi Ispra), che ha studiato le correnti e monitorato il sistema dunale. Il Comune ha costruito passerelle e recinti in difesa delle dune, e questo ne ha bloccato, almeno in parte, l’erosione. Oggi, infatti, stanno riprendendo vigore. Tanto è vero che le passerelle sospese che abbiamo realizzato per accadere alla spiaggia adesso sono sommerse dalla sabbia delle dune, mentre otto anni fa erano state posizionate a un metro e mezzo da terra.

Però l’erosione continua. Come mai tutto questo non è bastato?
L’erosione è dovuta anche al fatto che il sistema spiaggia è in equilibrio con il sistema dunale. La strada che ha tagliato le dune (cioè quella che porta alla spiaggia e dove ci sono i parcheggi) ne ha alterato la funzionalità e oggi ci troviamo in presenza di dune attive, a ridosso della spiaggia, che contribuiscono a contenere l’erosione della spiaggia, e di dune passive, quelle separate dalla strada, che hanno perso questa funzione. L’unica possibilità, per impedire all’erosione di ridurre sempre di più La Pelosa è, appunto, quella di ricollegare il sistema delle dune, in modo che riacquisti la funzione di polmone della spiaggia, così da poter tornare a essere come era una volta.

C’è poi il problema dell’assalto dei vacanzieri. Come pensate di risolverlo?
Sicuramente c’è troppa gente. A fronte di una capienza massima di 1.300 persone, secondo lo studio Ispra, si arriva al picco di 7mila presenze a Ferragosto. Questo sta soffocando la spiaggia e creando dei danni che dobbiamo riuscire a limitare, compreso quello causato da asciugamani e borsoni sui quali resta attaccata la sabbia che viene portata via e non torna più.

Come pensa di intervenire nell’immediato, in attesa che parta il piano di riqualificazione?
Vogliamo agire per migliore l’offerta turistica salvaguardando l’ambiente, cosa che sembra inconciliabile ma che non lo è. Stiamo organizzando un metodo perché si arrivi sul mare in maniera ordinata e senza stress. Per fare un esempio, se alla Pelosa si arriverà a piedi, in bicicletta o in navetta mi sembra una soluzione a dimensione dei vacanzieri, che così non soffriranno lo stress da interminabile fila di automobili e da ricerca del parcheggio.

Può anticiparci qualcuna delle iniziative in cantiere?
Stiamo mettendo in atto piccole azioni ma non insignificanti: gli asciugamano non si potranno più stendere a diretto contatto della spiaggia ma su delle stuoie, così che la sabbia non si attacchi. Ingresso vietato anche ai borsoni da mare, che saranno sostituiti da buste ecologiche distribuite all’ingresso, mentre all’uscita sarà obbligatorio lavarsi i piedi, così da limitare la perdita di chili e chili di sabbia ogni giorno. Queste e altre soluzioni le adotteremo per impedire il prelievo involontario della sabbia. Lotta serrata anche alle cicche delle sigarette abbandonate perché poi siamo costretti a raccoglierle con il setaccio, e anche questo contribuisce alla dispersione della sabbia. Inoltre, è prevista la presenza di guardie giurate per impedire l’accesso alle dune nelle zone vietate al pubblico e per un corretto uso della spiaggia in generale.

Metterete anche un ticket d’ingresso?
Non in danaro. Sarà un ticket mentale e si pagherà acquisendo più rispetto per un bene ambientale che una volta perso è perso per sempre. E non è solo il turista che deve cambiare approccio. Nel senso che tutti devono capire che La Pelosa non può più essere un posto dove andare ogni giorno ma deve diventare un gioiello da preservare e da godere con il contagocce. Il Comune di Stintino, in contemporanea all’attività di recupero infrastrutturale, infatti, porterà avanti una politica di informazione e di rispetto per la spiaggia. Sono temi delicati, e troveremo il modo giusto per affrontarli ma, alla fine, chi non si adegua può andare da un’altra parte.

Antonio Salvatore Sassu

Galep, un grande cartoonist al servizio
di Tex Willer

Abbiamo già scritto di Gian Luigi Bonelli, il narratore che ha inventato Tex Willer, protagonista di uno dei fumetti più longevi del mondo che quest’anno taglia il traguardo di 70 anni di pubblicazioni senza interruzione.

1 Se l’estro creativo di G.L. è ancora oggi uno dei cardini del successo dell’inossidabile ranger del Texas, la stessa importanza ha il suo secondo “padre”, quell’Aurelio Galleppini, in arte Galep, che ha inventato graficamente l’universo narrativo di Tex, a cui dal 1948 ha dedicato tutto il resto della sua carriera: un’avventura durata 46 anni.

A ventiquattro anni dalla morte, Galep è sempre uno dei più acclamati disegnatori del nostro ranger del Texas, amato da milioni di lettori, pur con le riserve di parte della critica, e detiene un record ineguagliabile: ha realizzato oltre duemila copertine per tutti gli albi di Tex pubblicati dal 1948 al 1994.

Galep è stato uno dei grandi talenti del fumetto italiano, un genio creativo sacrificato sull’altare di Tex, di cui è stato per anni l’unico disegnatore, poi affiancato da decine di altri bravi autori. In pratica, Galep ha scelto di esiliarsi dentro le storie di Tex e di rinunciare a esprimere il resto delle sue pur notevoli capacità artistiche e creative.

2Galep è nato in Toscana (Casale di Pari, frazione del Comune di Civitella Paganico, provincia di Grosseto, 28 agosto 1917 – Chiavari, 10 marzo 1994) da genitori sardi, il padre di Iglesias, con ascendenze romagnole, e la madre di Portoscuso.  Disegnatori di nasce, e anche Galleppini non è sfuggito a questa regola, come racconta Fosca Marchiò Brignali nella prefazione dell’autobiografia “L’arte dell’Avventura” (Ikon Editrice, 1989): “A tre anni, per farlo felice, bisognava mettergli in mano una matita e un foglio di carta”.

Nel paesino della Maremma impara a disegnare i cavalli, esperienza gli tornerà utile perché l’eleganza e il movimento dei cavalli non si possono inventare. Come non si dimenticherà mai dei paesaggi dell’Iglesiente che, assieme a quelli delle Dolomiti che conoscerà in seguito, trasformerà in scenari western per Tex.

3Nel 1925 la famiglia si trasferisce a Iglesias, in Sardegna, dove il padre ha trovato lavoro ma, purtroppo, si ammala e devono tirare avanti con il solo reddito della madre, che dirige un asilo a Domusnovas. Del periodo dell’Iglesiente restano due note positive che serviranno a formare l’immaginario di Galep, il suo personale archivio mentale; esperienze visive che trasferirà sulla carta iniziando a delineare il suo stile di grande disegnatore di storie d’avventura.

Ospite della villa dei fondatori dell’asilo dove lavora la madre, grazie al cinema in casa scopre i primi personaggi dei cartoni animati made in Usa, Felix The Cat in primis. La famiglia, infatti, possiede un proiettore 16 millimetri, passatempo per ricchi che la Kodak vende intorno ai 400 dollari (dell’epoca).

Dal cinema casalingo al grande schermo. Uno zio del piccolo Aurelio gestisce l’unica sala della zona e lo fa entrare gratis. Qui trascorre molto del suo tempo libero e scopre il cinema western, star come Tom Mix e i grandi film dell’epoca.

Nel 1927 la famiglia di trasferisce a Cagliari. Galleppini continua a disegnare e scopre la pittura. Purtroppo in quegli anni il capoluogo della Sardegna, città mercantile e commerciale di stampo levantino, non ha una scuola a indirizzo artistico adatta alle sue inclinazioni, e deve adattarsi prima all’avviamento commerciale e dopo a un istituto industriale, che frequenta per due anni. “Imparai a scrivere qualche lettera commerciale – ricorda nella citata autobiografia – e ad adoperare lima e martello, sempre utili nella vita”.

Nel frattempo inizia a contattare editori e riviste. Tra la fine del 1935 e gli inizi del 1936 arrivano le prime offerte di lavoro. Esordisce grazie a un rappresentante di giocattoli che gli commissiona delle illustrazioni ispirate a classici tipo Cenerentola, Cappuccetto Rosso e Gulliver. I disegni vengono trasferiti su spezzoni di pellicola e questa sorta di cartone animato statico servirà per lanciare in Italia il proiettore casalingo Cine dux. Risponde anche il direttore del giornale satirico Marc’Aurelio, che gli propone di illustrare fiabe e disegnare copertine per “Mondo Fanciullo”.

Nel 1937 disegna i suoi primi racconti per “Modellina”, giornale dedicato alle “femminette” di proprietà del “Mattino illustrato” di Napoli, di cui realizzerà un paio di copertine. “Il Mattino illustrato” è il primo settimanale rotocalco a colori italiano, fondato l’11 febbraio 1924 dal giornalista Antonio Scarfoglio, uno dei figli di Eduardo Scarfoglio e Matilde Serao.

Nel 1937 viene pubblicato il suo primo albo: “Le straordinarie avventure di Pulcino”, creazione di Aurelio Galleppini con i versi di Pasquale Ruocco, supplemento a “Modellina”. Lo stile da cartone animato, il grande formato e la stampa a colori sono gli ingredienti di un immediato successo.

Sempre nel 1937 si trasferisce a Milano dove, dopo un periodo di incertezze, l’amico e sceneggiatore Federico Pedrocchi, direttore del settore stampa per ragazzi della Mondadori, gli affida i disegni di “Pino e il mozzo”. Ed è con questa storia, destinata all’editore argentino Civita, che Galep esordisce nel fumetto d’avventura.

Nel settembre del 1941, dopo il congedo per la morte del fratello in guerra, è uno dei pochi disegnatori, con talento ed esperienza sulle spalle, disponibili sul mercato. Giuseppe Nerbini, che grazie a “L’Avventuroso” e a personaggi come Mandrake, L’Uomo Mascherato e Flash Gordon, è il più importante editore di fumetti dell’epoca, gli offre un contratto e Galleppini si trasferisce a Firenze.

Nel 1942 decide di accorciare il suo cognome in Galep e realizza alcune storie anche per “L’Intrepido”, dell’editore milanese Cino Del Duca. Nel 1943 viene richiamato sotto le armi e ritorna in Sardegna, destinato a una caserma cagliaritana.

Non solo deve smettere di disegnare ma salta anche l’occasione di dedicarsi ai cartoni animati, forse il suo più grande rimpianto. Anton Gino Domeneghini, infatti, lo voleva nello staff dei disegnatori de “La rosa di Bagdad”, primo film italiano in Technicolor che uscirà nelle sale nel 1949.

Alla fine della guerra, Galleppini ritorna a Cagliari e sbarca il lunario riprendendo a dipingere e insegnando disegno in un liceo scientifico e in una scuola media. Realizza anche bozzetti pubblicitari, cartelloni cinematografici per le sale locali e ritratti.

Ma la passione per il fumetto cova sotto la cenere e, appena riprendono i collegamenti tra la Sardegna e il Continente, riallaccia la collaborazione con Nerbini. Purtroppo i magri guadagni lo obbligano a ritornare a Cagliari, dove riceve una nuova offerta di lavoro anche da Cino Del Duca. Così per i due editori realizza una valanga di albi, storie, copertine e illustrazioni. Di questo periodo ricordiamo solo “Pinocchio Le avventure di un burattino”, adattamento del poeta e scrittore Marcello Serra, suo grande amico, pubblicato da Nerbini nel 1947. Sempre per Nerbini realizza le storie di Mandrake, personaggio che non riuscirà mai a digerire.

La grande occasione arriva sotto forma di una lettera del 31 maggio 1948 scritta da Tea Bonelli, allora direttore della Casa Editrice Audace, che oggi si chiama Sergio Bonelli Editore. Tra la fine del 1947 e i primi del 1948 Galep interrompe i rapporti con Nerbini e Del Duca e inizia a collaborare con l’Audace. Lavora per corrispondenza, ricevendo le sceneggiature e spedendo le tavole finite, sino a quando arriva la fatidica lettera di Tea Bonelli che lo invita a trasferirsi a Milano perché “voleva studiare una nuova pubblicazione che avrebbe fatto scintille”. E fu così che Aurelio Galleppini, stimato professore e apprezzato pittore, mollò Cagliari, insegnamento e tavolozza, per trasferirsi in quel di Milano e riprese l’identità non più tanto segreta di Galep, disegnatore di fumetti.

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Le pubblicazioni diventano due “Occhio Cupo” e “Tex”. La casa editrice punta tutto su Occhio Cupo, personaggio di punta della rivista antologica “Serie d’oro Audace”. Stampata in grande formato, cm. 21 x 29, otto pagine in bianco e nero più copertina a colori, venduta a 30 lire, la rivista è un prodotto di qualità con un’impostazione grafica ben curata così come la stampa, ma è troppo in anticipo sui tempi e resta in edicola dal primo ottobre 1948 al 15 maggio 1945.

Sulla nascita di Tex, apparso in edicola il 30 settembre 1948, lasciamo la parola a Galep, dalla già citata autobiografia: “Il secondo fumetto avrebbe avuto lo stesso formato di un periodico già in edicola, “Il piccolo sceriffo”, edito da una casa editrice torinese (Tristano Torelli, nda); il formato, del tipo “a striscia”, rappresentava, dal lato commerciale, l’ideale per quei tempi in cui i mezzi e le materie prime, compresa la carta, scarseggiavano. Inoltre era tascabile, facile da nascondersi fra le pagine di un quaderno o di un libro: vantaggio da non sottovalutare nella temperie di “proibizionismo culturale”, in cui il fumetto era visto alla stregua di un veicolo di corruzione dei ragazzi. (…) Le storie sarebbero state ambientate nel West, come quelle del Piccolo sceriffo, e per le sceneggiature la signora Bonelli decise di rivolgersi al suo ex marito, Giovanni Luigi Bonelli, specialista nel settore. Dalla Liguria, dove G.L. Bonelli risiedeva, giunse la prima sceneggiatura di Tex Killer. Dati i pregiudizi esistenti contro i fumetti, il cognome, d’accordo con l’autore, fu cambiato in Willer, prima che si andasse in stampa”.

5Per i primi mesi Galep disegna i due personaggi sottoponendosi a un vero tour de force. Di giorno si dedica a Occhio Cupo, dal segno molto accurato e di grande impatto visivo, e la notte a Tex, rubando molte ore al sonno. La chiusura di Occhio Cupo cambia tutto perché Galep può dedicarsi esclusivamente alle storie di Tex curandone al meglio tutti i dettagli. Decide anche di ritoccare il volto del ranger, che da sosia di Gary Cooper diventerà quasi il suo doppio.

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Chi scrive ha conosciuto personalmente Galep a Mantova, all’inaugurazione de “La ballata di Tex : 1948/1988: 40 anni di un protagonista”. Una mostra itinerante immaginata da Claudio Bertieri, disegnata da Gianni Polidori (scenografo e costumista che ha lavorato con grandi registi come Visconti e Fellini), e con la collaborazione di Aurelio Galleppini.

Allestita a Palazzo della Ragione la mostra ha proposto per la prima volta una ricostruzione scenografica dell’West di Tex Willer con gli ambienti caratteristici, tipo il saloon, la prigione, la stalla, la miniera e l’ufficio dello sceriffo, con sagome a colori in formato gigante dei protagonisti principali, buoni e cattivi, e una rassegna di tavole dalle migliori storie di Galep e degli altri disegnatori.

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Timido, riservato e di poche parole, quando ha riconosciuto cognome e accento sardo, Galep si è rilassato, accettando di dedicarmi il disegno di Kit Carson, che pubblichiamo a corredo di questo articolo, e di farsi fotografare tra le sagome dei suoi eroi, anche se trasferire una diapositiva di 30 anni fa in un file non è stato facile.

Galep è stato un disegnatore di grande talento troppo schivo per atteggiarsi a star, una persona squisita che ha saputo mantenere intatta la sua straordinaria carica umana. Troppo schivo anche per rispondere alle critiche che hanno accompagnato soprattutto gli ultimi anni della sua carriera. Alla fine, però. una risposta (quasi uno sberleffo) l’ha data con la copertina di Tex 400, il suo ultimo albo pubblicato nel febbraio 1994, poche settimane prima della morte.

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In primo piano c’è Tex che cavalca verso il tramonto e si gira per salutare il lettore sorridendo e sventolando il cappello. Un addio ma anche un arrivederci nel segno dell’Avventura, dentro quelle storie disegnate da un grande maestro che finché avranno un lettore non tramonteranno mai, regalando al suo autore attimi di eternità.

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Antonio Salvatore Sassu

In mostra il magico viaggio nel mondo incantato di Harry Potter

HARRY POTTER 01Malgrado qualche critico abbia scritto lustri fa che “fra cinquant’anni Harry Potter non se lo ricorderà più nessuno”, il maghetto continua a macinare record su record, come ha fatto sin dalla sua prima apparizione in libreria, vent’anni fa. La serie, pubblicata in 200 Paesi e in 60 lingue, ha venduto oltre 450 milioni di copie e si insedia in un podio ristretto, vicina agli oltre 500 milioni di Stephen King, che ha esordito nel 1974; ai 700 milioni di George Simenon (non solo Maigret), in giro dagli anni Trenta; e potrebbe superare i 2 miliardi di copie venduti da Agatha Christie dal 1920 (Hercule Poirot, Miss Marple e altro).

Certo, nessuno si aspettava che il mondo sarebbe stato letteralmente rapito dalla magia delle storie di Harry Potter, che è diventato uno dei brand più redditizi della storia, con un valore intorno ai 25 miliardi di dollari grazie a libri, audiolibri, ebook, film, dvd, blu-ray, videogame, giocattoli, oggetti, tipo la sua bacchetta magica, giochi di ruolo, capi di vestiario e centinaia di altri prodotti, il sito web e i tre parchi a tema di Orlando, in Florida, Hollywood e Osaka, in Giappone. Macina incassi da capogiro, con oltre due milioni e mezzo di visitatori l’anno, anche l’esposizione permanente allestita nel set dei film, costruito dalla Warner Bros a Leavesden, vicino a Londra.

Un altro grande successo è la mostra itinerante “Harry Potter: The Exhibition”, che sta per arrivare a Milano. La notizia è stata data il 26 gennaio scorso da James e Oliver Phelps, Fred e George Weasley nei film, durante la quinta edizione di “A Celebration of Harry Potter”, svoltasi all’Universal Orlando Resort in California. Era presente anche il vice sindaco Anna Scavuzzo, in rappresentanza del Comune.

Sarà la Fabbrica del Vapore a presentare la 18esima tappa del tour mondiale della mostra-evento con una fedele ricostruzione dei set più significativi e migliaia di oggetti di scena, costumi e creature magiche o mitologiche, prestati dalla Warner Bros. Entertainment, che ne hanno caratterizzato le avventure. Tutti oggetti originali che arrivano direttamente dai set degli otto film che hanno raccontato le avventure del mago più famoso della storia dell’intrattenimento.

HARRY POTTER 02“Harry Potter: The Exhibition” sarà allestita in nove ambienti distribuiti in 1.600 metri quadrati negli spazi della Fabbrica del Vapore di Milano, in via Giulio Cesare Procaccini 4, e resterà aperta dal 12 maggio al 9 settembre, mentre i biglietti sono già in vendita su harrypotterexhibition.it. E’ stata Ges Events, in partnership con Warner Bros. Consumer Products, a creare la mostra. Partner di Ges sono D’Alessandro e Galli, Sold Out e Encore Productions.

I visitatori di “The Exhibition”, che avranno a disposizione anche delle audioguide con un commento dei produttori e dei designer, saranno accolti dal Cappello Parlante, proprio come nella scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts. Il Cappello smisterà un piccolo gruppo di fortunati fan nelle quattro Case di Hogwarts: Godric Grifondoro, Tosca Tassorosso, Cosetta Corvonero e Salazar Serpeverde. Subito dopo ci sarà un ripasso degli otto film su maxi schermi e una riproduzione del treno Hogwarts Express darà il via al viaggio nel fantastico mondo di Harry Potter.

HARRY POTTER 03“The Exhibition” propone alcune tra le più famose location dei film, tipo la sala comune e il dormitorio di Grifondoro: le aule di Pozioni, Divinazione, Difesa contro le arti oscure ed Erbologia; la Foresta Proibita; la capanna di Hagrid; la stanza delle Forze Oscure e la Sala Grande di Hogwarts. La mostra è anche interattiva. I visitatori possono entrare nell’area del Quidditch e lanciare una Pluffa, sradicare la propria mandragola, con relativi strilli di protesta, e sedersi sulla poltrona gigante di Hagrid.

Un’ora di tempo può non essere sufficiente per vedere tutto sino all’ultimo dettaglio, per cui diamo la nostra personale classifica degli artefatti da non perdere. Apriamo con gli iconici occhiali da vista di Harry, quelli che Hermione ha riparato più volte. Proseguiamo con la sua Bacchetta magica e quella di Voldemort che, pur se di legno diverso, sono collegate misticamente.

Una lunga occhiata meritano la Pietra Filosofale, proprio quella che Harry trova prima di Voldemort nel primo film della serie; la scopa volante Nimbus 2000 e l’ambito Boccino d’Oro, al quale tutti danno la caccia durante le partite di Quidditch.

HARRY POTTER 04Chi non vorrebbe una sua personale Mappa del Malandrino come quella che Harry ha ricevuto da Fred e George Weasley in “Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban”? Dallo stesso film arrivano uno degli spaventosi Dissennatori e il Gira-tempo usato da Hermione e da Harry per viaggiare nel passato per salvare Sirius Black e l’ippogrifo Fierobecco, di cui viene esposto un modello di scena.

Non dimentichiamoci la divisa scolastica indossata da Daniel Radcliffe in “Harry Potter e l’Ordine della Fenice”, e alcuni oggetti da “Harry Potter e il Calice di Fuoco”: l’Uovo d’Oro che Harry strappa al drago, la Coppa Tremaghi, il vestito da festa indossato da Hermione al Ballo del Ceppo, la veste nera e le maschere indossate da Voldemort e dai suoi Mangiamorte durante lo scontro con Harry nel cimitero.

Non può mancare la tunica indossata alla festa di fine anno da Albus Silente, preside di Howgwarts, in “Harry Potter e la Camera dei Segreti” e un modello di studio di Dobby, l’elfo domestico grande amico del nostro mago.

HARRY POTTER 05Non lasciatevi sfuggire gli Horcrux di Lord Voldemort, inclusi il diario di Tom Riddle, l’anello di Marvolo Gaunt, il medaglione di Salazar Serpeverde, la coppa di Tosca Tassorosso, il diadema di Cosetta Corvonero e Nagini, il serpente di Voldemort, l’ultimo Horcrux distrutto da Neville Paciock in “Harry Potter e i Doni della Morte – Parte 2” usando la spada di Grifondoro.

Concludiamo con la teca dei Doni della Morte, che contiene il Mantello dell’Invisibilità, La Pietra della Resurrezione e la Bacchetta di Sambuco (o del preside Silente), i più magici tra gli oggetti magici.

HARRY POTTER 06L’intero brand di Harry Potter, celebrato in questa mostra itinerante, ruota intorno a un pugno di titoli e di film: Harry Potter e la Pietra Filosofale (1997 il libro, 2001 il film); Harry Potter e la Camera dei Segreti (1998, 2002); Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban (1999, 2004); Harry Potter e il Calice di Fuoco (2000, 2005); Harry Potter e l’Ordine della Fenice (2003, 2007); Harry Potter e il Principe Mezzosangue (2005, 2009); Harry Potter e i Doni della Morte (2007, al cinema 2010, parte 1, e 2011, parte 2).

Più alcune opere collegate: “Animali fantastici: dove trovarli”, da cui nel 2016 ha preso il via una nuova serie di film, “Il Quidditch attraverso i secoli” e “Le fiabe di Beda il Bardo”. Nel 2016 è andata in scena a Londra “Harry Potter e la maledizione dell’erede”, opera teatrale pubblicata anche in volume.

L’avventura ha preso il via con Harry Potter che il giorno del suo undicesimo compleanno scopre di essere un mago e viene catapultato nel fantastico mondo della Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts dove conosce i suoi futuri migliori amici, Ron Weasley ed Hermione Granger. Mentre i tre amici si danno da fare con incantesimi, pozioni, creature magiche, draghi, unicorni e con le regole del Quidditch, Lord Voldemort, uno dei maghi oscuri più potenti di tutti i tempi, torna dall’Oltretomba per minacciare il mondo magico.

Mentre la storia si dipana, i tre ragazzi devono superare difficoltà incredibili: trovare la Pietra Filosofale, combattere i Basilischi, viaggiare indietro nel tempo e superare le terrificanti prove del Torneo Tremaghi. La scoperta di una devastante profezia e una pericolosa ricerca degli Horcrux, inoltre, li porta faccia a faccia con il Signore Oscuro ed Harry e i suoi amici rischieranno la vita per salvare Hogwarts e il mondo magico.

Best seller in libreria, il personaggio è diventato un fenomeno globale anche grazie ai film, a partire da “Harry Potter e la pietra filosofale”, 2001, regia di Chris Columbus, protagonisti Daniel Radcliffe, il giovane mago, Rupert Grint, Ron Weasley, ed Emma Watson, Hermione Granger. Sin dalla prima proiezione si capisce che è nata una stella di prima grandezza e il film diventerà il primo successo del Terzo Millennio, sfiorando il miliardo di dollari di incassi. Successo che è continuato anche con gli altri film, tanto che la serie targata Warner Bros. ha realizzato uno dei maggiori incassi della storia, intorno agli otto miliardi di dollari, più dei 24 film dell’Agente Segreto 007, superata solo da Star Wars grazie alle prime due pellicole della nuova trilogia.

Tra i tanti record citiamo l’ultimo libro, “Harry Potter e i doni della morte”, che ha venduto 15 milioni di copie in 24 ore, e “Harry Potter e la maledizione dell’erede” (2016), copione dell’opera teatrale che negli Stati Uniti ha venduto più di 4 milioni di copie in cinque mesi. Harry, inoltre, ha più di 5 milioni di follower su Twitter e più di 4 milioni di “mi piace” su facebook.

Icona dei millennials, ma non solo, il fenomeno Harry Potter ha catturato lettori di tutte le età grazie allo stile della sua mamma letteraria: essenziale, coinvolgente, con una trama ben calibrata e con una grande capacità di raccontare che non smette di incantare milioni di adulti e bambini di tutto il mondo. D’altronde non sono le favole le prime storie che ci vengono raccontate?

E sa raccontare e scrivere benissimo J.K. Rowling, pseudonimo della scrittrice inglese Joanne Rowling (Yate 31 luglio 1965), che grazie a Harry Potter è diventata una delle donne più ricche del mondo con un patrimonio valutato almeno 600 milioni di sterline, più di quello della Regina Elisabetta.

Niente male per una che da giovane è stata una mamma single che ha vissuto in povertà e di sussidi statali e che si è vista rifiutare per dodici volte il primo libro di Harry. Inoltre, il suo primo contratto prevedeva una tiratura di 1.000 copie (alcune fonti dicono 500) e la casa editrice Bloomsbury le ha consigliato di non puntare troppo sugli incassi e di cercarsi un lavoro “vero”. Poi il libro è stato pubblicato negli Stati Uniti ed Harry Potter è diventato una miniera d’oro.

Un fenomeno di queste dimensioni non poteva passare inosservato a critici e censori. Qui citeremo solo quei paladini della censura che si sono scatenati contro il maghetto sin dalla sua prima apparizione. I libri di Harry Potter, infatti, sono tra i più perseguitati in generale e i più contestati del XXI secolo negli Usa, dove scuole, presidi, insegnanti, biblioteche, chiese e varie sette di ispirazione cristiana lo hanno bandito o bruciato sulla pubblica piazza; in Turchia e Indonesia sono stati censurati con l’accusa di esprimere valori contrari alla religione islamica; in Australia sono stati banditi da 60 scuole collegate alla Chiesa cristiana avventista del settimo giorno.

Critiche pesanti e giudizi positivi anche dalla chiesa cattolica. Nel 2003, nel saggio “Harry Potter. Bene o male?”, la tedesca Gabriele Kurby afferma che «il personaggio nuoce al rapporto dei giovani con Dio». L’affondo della Kurby riceve il presunto plauso del cardinale e futuro Papa, Josef Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede del Vaticano (erede della Santa Inquisizione): “È un bene che lei illumini la gente su Harry Potter – avrebbe scritto – perché si tratta di subdole seduzioni, che agiscono inconsciamente distorcendo profondamente la cristianità nell’anima, prima che possa crescere propriamente”.

Nel 2005, monsignor Peter Fleetwood, del Pontificio consiglio per la cultura, ha affermato che questa risposta non sarebbe stata scritta dal cardinal Ratzinger ma da un suo assistente, aggiungendo che: “I nemici di Harry ricordano il male in tutte le sue forme e alla fine sono quelli che perderanno. Non vedo niente di sbagliato in questo, niente che possa danneggiare i bambini che lo leggono”. Su questa linea anche l’Osservatore Romano, quotidiano della Santa Sede, che nel luglio 2011 ha pubblicato un articolo di Antonio Carriero che elogia i messaggi e i valori positivi della saga di Harry Potter.

Sul significato e sui contenuti delle storie di Harry Potter si continuerà a discutere per gli anni a venire. Piuttosto che unirci al coro citiamo J.R.R. Tolkien: “Preferisco di gran lunga la storia, vera o finta che sia, con la sua svariata applicabilità al pensiero e all’esperienza dei lettori, Penso che molti confondano “applicabilità” con “allegoria”, l’una però risiede nella libertà dei lettori e l’altra nella intenzionale imposizione dello scrittore”. (dalla prefazione alla seconda edizione inglese de “Il Signore degli Anelli” (The Lord of The Rings, 1950, 1966). In altre parole: “Harry Potter per tutti ma a ciascuno il proprio Harry Potter”.

Bonelli: “Ecologia, lavoro, innovazione le priorità”

bonelli insieme

Angelo Bonelli, Verdi, assieme a Riccardo Nencini, Psi, e Giulio Santagata, Area Civica, è uno dei tre promotori della Lista Insieme, che fa parte dell’alleanza di centrosinistra per le elezioni politiche del prossimo 4 marzo. Bonelli è candidato al Senato nel collegio uninominale Pesaro-Fano-Senigallia.

Può sembrare inutile ricordare questi particolari, ma non è così visto l’esilio forzato cui siamo costretti da stampa e televisioni che raramente parlano di noi, anzi che normalmente non parlano di noi. A questo proposito ricordiamo che il 14 febbraio scorso Bonelli ha iniziato uno sciopero della fame per protestare contro questa esclusione. “In questa campagna elettorale – ha dichiarato – noi della Lista Insieme siamo stati espulsi dai contenitori di informazione e con noi i temi dell’ambiente, del lavoro, dell’innovazione e tutte le tematiche sociali”. Non è una lamentela infondata, questa, perché i dati dell’Osservatorio di Pavia parlano chiaro: la Lista Insieme ha zero presenze tra i grandi contenitori di informazione tipo “Carta bianca”, “Che tempo che fa”; mentre Meloni e Bonino hanno molti passaggi in televisione così come i grandi partiti. Giovedì sera il segretario Nencini ha partecipato a Porta a porta di Bruno Vespa, accompagnato da Angela, una testimonial sorda in rappresentanza di quell’Italia migliore ma ignorata. E proprio “Diamo voce all’Italia senza voce” è lo slogan della nostra campagna elettorale. Ma chi dà voce a noi? Due esempi dell’oblio in cui sembra sia stata condannata la nostra lista. Avantieri il segretario Nencini ha postato su facebook una riflessione che riportiamo integralmente. “Gli elettori, per decidere, devono conoscere i programmi dei partiti. Se vai su Repubblica online scopri che INSIEME è stata cancellata, che la coalizione di centro-sinistra è composta da due partiti benché i partiti siano quattro. C’e’ chi taroccava le foto per eliminare personaggi scomodi e chi addirittura tarocca la scheda elettorale procurando un danno alla coalizione riformista. Morale: in Italia il voto è libero e segreto. E compromesso dalla disinformazione”.

Mentre Giorgio Burdese, sempre su facebook, ha postato ieri: “La Nazione si accoda a Repubblica per non dare informazione su Insieme? Spero che il silenzio renda compatti i socialisti per orgoglio”.

Questi fatti dovrebbero spingerci a fare una campagna elettorale più capillare possibile. Noi, anche per contrastare questa carenza di informazione, abbiamo intervistato Angelo Bonelli proprio sul tanto ignorato (dagli altri) programma elettorale della Lista Insieme.

Bonelli, Insieme è solo un’alleanza elettorale o un progetto politico per la prossima legislatura?
Noi vorremmo che diventasse un progetto a lungo termine. Ma questo dipende dal risultato elettorale, dal consenso e dal sostegno che ci daranno gli elettori.

Dopo tanto nicchiare, Romano Prodi è sceso in campo qualche giorno fa. “Sono qui a Bologna per sostenere la coalizione di centrosinistra, ma soprattutto la Lista Insieme. È il mio sogno, quello di vedere unito il centrosinistra”. Lo giudicate un fatto positivo?
Questo è un passaggio fondamentale. Romano Prodi ha compiuto un atto di grande generosità riconoscendo che noi di Insieme vogliamo costruire un nuovo centrosinistra, perché noi siamo un’alleanza che è nata per unire e non per emarginare. Nonostante il blocco mediatico attuato contro di noi dai grandi contenitori politici televisivi, Insieme rappresenta un’alternativa importante, un punto di riferimento per quell’elettorato che non vuole votare il centrodestra e, contemporaneamente, una scelta di discontinuità con il passato che si rivolge a quegli elettori che hanno smesso di votare il centrosinistra, in particolar modo il Pd.

Quali sono i punti del programma che contraddistinguono Insieme, in alternativa alle proposte del Pd?
Ecologia, lavoro, innovazione, sicurezza sociale, agricoltura con la difesa delle produzioni tipiche: questi sono i cinque pilastri del nostro programma.

Mi sembra che l’ecologia, ultimamente, sia stato un argomento un po’ messo da parte dalla politica…
Sicuramente. Il tema dell’ecologia è uno dei nostri cavalli di battaglia anche perché nell’ultima legislatura il centrosinistra non ha brillato su questo argomento. Senza dimenticare i sei milioni di italiani che vivono in zone contaminate da vari tipi di inquinamento. Ma di ecologia in questa campagna elettorale non si è mai parlato, nel senso che ne parliamo solo noi. Grandi protagonisti, invece, sono i predicatori di odio e di paura, veri professionisti come la Lega. Poi ci sono quelli che vorrebbero legalizzare l’illegalità, tipo Forza Italia e 5Stelle che parlano di abusivismo di necessità. Una cosa che non esiste perché lo Stato deve difendere i cittadini onesti, quelli che fanno le cose in regola e che non possono né devono pagare per gli abusivi.

Altre proposte su ecologia e ambiente?
Incentivare l’auto elettrica per arrivare a rottamare il motore a scoppio. Interventi per l’agricoltura e la sicurezza alimentare, così da difendere le produzioni tipiche e garantire la biodiversità. E da creare nuovi posti di lavoro. Puntare maggiormente sulle energie rinnovabili e rompere il monopolio Enel facendo diventare auto-produttrici di energia elettrica le famiglie. Questa potrebbe essere la grande rivoluzione del futuro: trasformare le famiglie da consumatori a produttori di energia elettrica, con tutti i vantaggi anche economici che ne conseguono.

Nel programma ci sono anche la sicurezza sociale e il lavoro. Quali sono i punti più importanti?
Per quanto riguarda la sicurezza sociale pensiamo soprattutto alla carenza di assistenza alle persone non autosufficienti, giovani e anziani, e ai loro famigliari. Soprattutto per alcune patologie degenerative, che non godono di sufficiente attenzione anche se sono in costante aumento tra gli anziani. Inoltre, noi non condividiamo il blocco degli investimenti pubblici per cinque anni proposto da +Europa. Sarebbe un massacro sociale, soprattutto per la sanità e la scuola. Al contrario, bisogna verificare con l’Unione europea la possibilità di stare nel rapporto deficit/Pil senza rinunciare a questo tipo di investimenti.

La legge elettorale non piace a nessuno. Ce la dobbiamo tenere per forza?
Andiamo al voto con una brutta legge. Ritengo che il prossimo Parlamento debba occuparsi di una nuova legge elettorale che garantisca con maggior precisione di questa la formazione di una maggioranza stabile e di un governo duraturo.

Antonio Salvatore Sassu

G. Lecca e R. Celentano. ‘Insieme’ in Sardegna

“INSIEME per una Sardegna che cresce in un’Italia giusta” è lo slogan, la sintesi del programma elettorale che il Partito socialista, i Verdi e Area Civica, riuniti nella lista Insieme, hanno preparato per le elezioni politiche del 4 marzo. Per approfondire l’argomento abbiamo intervistato Gianfranco Lecca, segretario regionale Psi e candidato di Insieme nel collegio proporzionale Camera Centro Nord, e Rocco Celentano, presidente del Psi sardo.

concorso-operaiUno dei punti principali del programma è la battaglia per il lavoro. Come si può combattere la persistente disoccupazione della Sardegna?

Il nostro impegno è quello di creare opportunità per i giovani ma anche per gli over 50. Ovviamente in tutta Italia ma la nostra attenzione sarà rivolta soprattutto alla Sardegna, che in questi ultimi anni non si è salvata dal fenomeno della precarizzazione dei percorsi professionali, dall’abbassamento dei salari. Non dimentichiamoci, inoltre, che nell’isola si stanno diffondendo in maniera allarmante nuove forme di “lavori bassi”, dequalificati e sottopagati.

Questo fenomeno può rappresentare anche un ostacolo per una corretta partecipazione alla vita democratica?

Sicuramente. La certezza del lavoro e di un salario adeguato hanno rappresentato e rappresentano ancora oggi il modo in cui si partecipa alla società, legittimando pluralismo e democrazia.

Lavoro precario e salari bassi sono solo la punta dell’iceberg?

Sì. E mai come in questo periodo è importante mettere un freno alle diseguaglianze sempre crescenti e alle nuove povertà, che costituiscono un freno allo sviluppo e un’ingiustizia non più sopportabile.

Come si può intervenire in maniera efficace?

Anche in Sardegna la lotta alle diseguaglianze e alle povertà si combatte con l’accesso alla formazione e con un lavoro dignitoso. Soprattutto per i nostri giovani, che sono il pilastro su cui costruire una Regione e uno Stato più equo e moderno.

Gianfranco Lecca

Gianfranco Lecca

Un obiettivo che prevede anche l’intervento della Regione?

Certamente. Il paesaggio e i paesi della Sardegna sono unici per bellezza, tradizioni e cultura. Per questi motivi possono diventare il motore di un moderno processo di crescita ambientale, sociale, occupazione ed economica. C’è quindi bisogno di un grande piano regionale di investimenti per la valorizzazione dei centri urbani e del territorio della Sardegna.

La vostra proposta per realizzare questo progetto di sviluppo?

Il governo del territorio e la sua rigenerazione dall’incuria e dal degrado ambientale possono rilanciare, insieme all’identità territoriale, un vasto programma occupazionale sano e duraturo, piano che si integra naturalmente con lo sviluppo rurale e con le sue eccellenti produzioni.

Di quali interventi hanno bisogno queste produzioni di eccellenza per adeguarsi ai nuovi mercati?

A supporto delle nostre qualità agroalimentari bisogna realizzare il distretto delle biodiversità, coinvolgendo le università per implementare ricerca, sviluppo e innovazione.

rocco celentanoQuali sono, invece, le proposte che porterete a Roma?

Proponiamo una nuova politica del Mezzogiorno, dove si dia priorità a iniziative e progetti per la Sardegna attraverso il rafforzamento e/o la riconversione delle attività industriali e produttive ecologicamente sostenibili, con particolare riguardo allo sviluppo della piccola e media impresa, con nuovi incentivi di fiscalità di vantaggio e la creazione di zone franche nei perimetri delle aree industriali.

Non ci può essere né sviluppo né futuro senza un ripensamento dell’intero sistema dei trasporti. Quali sono le vostre proposte?

In Parlamento, Insieme sosterrà una nuova ed efficiente politica dei trasporti interni ed esterni alla Sardegna così da garantire la mobilità dei cittadini sardi e da essere il volano al turismo che già oggi è il perno dello sviluppo della Sardegna, e che lo sarà ancora di più nei prossimi anni.

Ma basterà solo il turismo?

No. E, infatti, per essere effettivamente competitivi con l’Europa le nostre proposte puntano alla valorizzazione della scuola e della cultura sarda con iniziative che, nel rispetto delle competenze, non possono non coinvolgere governo nazionale e regionale.

Antonio Salvatore Sassu

70 anni di Tex. G.L. Bonelli creò il ranger inossidabile

tex willer“Per tutti i diavoli, che mi siano ancora alle costole?” è la frase con cui, il 30 settembre 1948, Tex Willer esordisce nella storia “Il totem misterioso” con l’immancabile pistola Colt in mano. Se era rivolta ai milioni di lettori, non solo italiani ma sparsi per il globo, che in settant’anni si sono appassionati alle sue avventure di carta, questa frase stampata e ristampata centinaia di volte suona come una profezia. Nel senso che sì, i lettori gli stanno ancora alle costole e proprio non lo vogliono mollare.

Tex Willer, ranger del Texas e capo della tribù dei Navajo con il nome di Aquila della Notte, ha alle sue spalle una carriera di tutto rispetto: ancora oggi è il personaggio italiano più venduto, uno dei più longevi del mondo con 70 anni di storie inedite, secondo solo a Topolino. Ma Tex non guarda al passato e i festeggiamenti della Sergio Bonelli Editore per il suoi 70 anni lo trasporteranno verso nuovi record da Guinness dei Primati. Così le sue avventure, vissute accanto agli inseparabili pard: il figlio Kit, l’amico e collega Kit Carson e l’indiano Tiger Jack, continueranno ancora per molto tempo.

Settant’anni di vita editoriale con tante storie di carta realizzate da una pattuglia di sceneggiatori e disegnatori. Per evitare di scrivere una sorta di libro, tratteremo un argomento per volta e iniziamo da Gian Luigi Bonelli (Milano 22 dicembre 1908 – Alessandria 12 gennaio 2001), più che l’inventore è il padre di Tex Willer di cui ha sceneggiato centinaia di storie, lasciando alla prossima puntata Galep, il primo e il più celebre dei disegnatori.

Gian (Giovanni) Luigi Bonelli è nato cinque giorni prima del “Corriere dei Piccoli”, costola del “Corriere della Sera” che ha lanciato il fumetto in Italia e veniva considerato il patriarca del fumetto italiano. Quindi quest’anno insieme ai 70 anni di Tex si festeggiano anche i 110 anni della sua nascita. G.L. si definiva un narratore prestato ai fumetti, e mai più restituito, più per necessità che per volontà propria. E come sceneggiatore di storie a fumetti aveva una tecnica quasi cinematografica. G.L., infatti, realizzava un bozzetto con la sequenza di vignette in cui era divisa la storia, con tutti i particolari e gli spazi già definiti, per cui il disegnatore doveva solo trasferire queste indicazioni in bella copia.MEFISTO 04

Anche se come sceneggiatore ha al suo attivo decine di personaggi e migliaia di storie, originali o tratte da classici della narrativa d’avventura, è riduttivo definirlo un mero sceneggiatore di fumetti perché è stato il più grande scrittore italiano di narrativa popolare del Novecento, anche se ha usato le tavole dei fumetti e non le pagine dei libri. Sicuramente è l’erede di Emilio Salgari che catturò l’immaginario dei lettori tra fine Ottocento e inizio Novecento.

E a proposito di necessità (economiche), G.L. ha dichiarato nel corso di un’intervista che in Italia “La letteratura non paga, non può pagare. Non c’è una tradizione di narrativa di evasione come nei Paesi anglosassoni, dove lo scrittore scrive perché sa che c’è della gente che vuole leggere gialli o avventure o storie d’amore, e non per mettere il suo nome sulla copertina di un libro”.

G.L. Bonelli esordisce alla fine degli anni Venti proprio nel Corrierino pubblicando le sue prime poesie. Agli inizi degli anni Trenta scrive articoli per “Il Giornale illustrato dei viaggi e delle avventure di terra e di mare” edito da Sonzogno, e inizia la sua breve carriera di scrittore di romanzi avventurosi. Nel 1936 esce a dispense “L’ultimo corsaro” (“Le Tigri dell’Atlantico” nell’edizione in volume del 1940), l’anno dopo “I Fratelli del Silenzio” e nel 1940 “Il Crociato Nero”. I primi due romanzi hanno come protagonista l’investigatore italo-americano John Mauri, che è quindi il suo primo eroe seriale. Nel 1956 esce “Il massacro di Goldena”, illustrato da Galep, con Tex come protagonista. Nel 1969 il romanzo diventa una storia a fumetti disegnata da Giovanni Ticci e pubblicata nei numeri 108 e 109 della collana di Tex.

Dopo una vita avventurosa con scorribande degne di un personaggio di Jack London, e dopo aver praticato mille mestieri come tutti i self made man, Gian Luigi Bonelli entra nel mondo del fumetto nel 1936 come direttore di una serie di testate dell’editore Lotario Vecchi, giornalini per i quali scriverà anche tante storie. Eccolo quindi al timone di “Rin-Tin-Tin, Il giornalino dei ragazzi”, dove nel 1937 appare la sua prima sceneggiatura: “TB4”, disegnata da Carlo Cossio, di “Primarosa”, “L’Audace” e “Jumbo”. Le sue storie sono realizzate da disegnatori tipo Rino Albertarelli e Walter Molino. Inoltre diventa uno dei più apprezzati collaboratori del settimanale cattolico “Il Vittorioso” e de “L’Avventuroso” di Nerbini.

G.L. BONELLI 01Funambolico nel lavoro come nella vita, sempre alla ricerca di nuovi stimoli e di nuove sfide, nel 1947 si associa con l’editore Giovanni Di Leo. Si occupa del rilancio del settimanale “Cow Boy” e del lancio in Italia di due fumetti francesi: “Robin Hood” e “Fantax”, personaggi dalla vita breve perché scatenano giudici e censori vari a causa dei loro contenuti molto realistici, crudi e violenti.

Ai fini di Tex è importante ricordare la travagliata vita editoriale de “L’Audace” che, dopo una serie di cambi di proprietà, viene rilevata nel 1940 proprio da G.L. Bonelli che fonda la casa editrice omonima che oggi si chiama Sergio Bonelli Editore.

G.L. preferisce occuparsi della scrittura e affida il timone della casa editrice alla moglie Tea, da cui si separerà al termine della Seconda guerra mondiale, e al figlio Sergio, che come Guido Nolitta inventerà tanti personaggi fra cui Zagor e Mister No.

Anche se “L’Audace” chiude i battenti nel 1944, la famiglia Bonelli inizia la sua avventura editoriale e col tempo la piccola impresa artigiana diventerà la più importante casa editrice di fumetti d’Europa.

La svolta inizia appunto il 30 settembre 1948 quando esce “Il totem misterioso”, la prima avventura di Tex Willer scritta da G.L. Bonelli e disegnata da Galep, pseudonimo di Aurelio Galleppini. L’albo è in formato striscia (cm. 17 x 8), 32 pagine in bianco e nero più la copertina a colori e costa 15 lire. Non possiamo non citare che il giorno dopo esce “Occhio Cupo”, firmato dagli stessi autori. La testata, che tratteremo parlando di Galep, chiude il 30 dicembre dello stesso anno.

Il formato striscia, cm. 17 x 8, va ricordato perché ha caratterizzato il fumetto italiano almeno sino agli anni Sessanta. Una grande fortuna editoriale perché gli albi lunghi e stretti potevano essere nascosti dai giovani lettori in tasca oppure in mezzo a libri o quaderni, sfuggendo così ai severi controlli dei tanti irriducibili nemici dei fumetti.

Il formato striscia è stato inventato negli Usa nel 1947 per una iniziativa promozionale dei cereali Cheerios e subito dopo è stato importato in Italia perché permetteva di stampare tre albi di 32 pagine alla volta, magari con carta di bassa qualità ma con grandi risparmi e buoni guadagni in edicola. Apripista gli “Albi dell’ardimentoso illustrato”, editi nel 1947 a Roma dalle Edizioni Illustrate Americane, seguiti da “Kid Diluvio”, dell’Alcea di Milano.

Ma è proprio nel 1948 che il formato inizia a imporsi. A gennaio, Mondadori presenta “Gli Albi Tascabili di Topolino”, a giugno esce “Il Piccolo Sceriffo”, dell’editore e sceneggiatore Tristano Torelli, disegnato da Camillo Zuffi, e il 30 settembre arriva, appunto, la “Collana del Tex”.

In fase di lavorazione il nostro ranger era stato battezzato Tex Killer ma per evitare guai con la censura il cognome viene cambiato in Willer prima della stampa. Al di là del formato striscia, e senza voler sminuire l’esercito di valenti disegnatori e sceneggiatori che si sono alternati in settant’anni alla realizzazione delle storie, il più famoso ranger dei fumetti deve il suo successo inossidabile tanto al tratto di Galep quanto alla penna di G.L. Bonelli, alle sue invenzioni, alla sua capacità di catapultare il lettore dentro le storie, con ruoli e personaggi immediatamente riconoscibili e con una scrittura asciutta e stringata, che arriva subito al dunque senza troppi fronzoli e con un ritmo indiavolato. Ma pur se stringate, queste storie mozzafiato sono scritte da un narratore di razza e continuano a stregare generazioni di lettori.TEX GIGANTE N. 1

G.L. Bonelli ha inventato anche altri personaggi, molti di genere western, senza mai bissare il successo di Tex. Citiamo “Yuma Kid”, “I tre Bill”, “El Kid”, “Hondo”, “Giubba Rossa”, “Plutos” e “Za La Mort”.

L’ultima storia di Tex scritta da G.L. Bonelli è “Il medaglione spagnolo”, disegnata da Guglielmo Letteri e pubblicata l’1 febbraio 1991nel numero 364 della collana che questo mese di febbraio è arrivata al 688, e che tra un anno taglierà il ragguardevole traguardo dei 700 numeri senza interruzione, un altro record da Guinness. Pur abbandonando le sceneggiature, G.L. continua a occuparsi del suo “figlio” prediletto, supervisionandone tutta la produzione sino alla morte, avvenuta a 92 anni.

Nel corso degli oltre quarant’anni che ha dedicato al ranger, G.L. ha inventato tanti personaggi buoni e cattivi per vivacizzare le avventure di Tex. Personaggi nati da una fantasia sfrenata e sempre attenta ai ritmi dell’avventura. Citiamo solo quello che rappresenta uno dei più grandi cattivi di tutti i tempi: Mefisto, che da spia e prestigiatore di second’ordine diventa il Signore della Magia Nera, tanto irriducibilmente nemico di Tex e dei suoi pard da essere riuscito a tornare dagli Inferi per continuare a tessere le sue vendette.

La casa editrice ha già annunciato che l’anno prossimo sarà pubblicata un’avventura inedita del diabolico mago e che nel 2020 uscirà un albo speciale a colori con l’ennesimo scontro finale. Ma non ci crediamo più di tanto perché se il bene vince sempre, almeno nei fumetti di Tex, un super cattivo come Mefisto non smetterà mai di stimolare la fantasia di lettori e sceneggiatori. E poi, ricordiamoci che il Male non muore mai altrimenti gli eroi rischiano di andare in pensione.

Giovanni Nerbini, editore dell’Avanti! della Domenica

avanti della domenicaI novant’anni di Topolino offrono anche l’occasione per celebrare l’editore Giovanni Nerbini, che non ha solo pubblicato i grandi fumetti d’avventura statunitensi ma che ha al suo attivo anche quell’Avanti della Domenica dal quale anche noi dell’Avanti online discendiamo.

Firenze, capitale dal 1865 al 1871, proprio nell’Ottocento decide di abbracciare un modello di sviluppo diverso dalla grande industrializzazione del Nord, preferendo puntare su un livello culturale e internazionale capace di farla diventare l’Atene d’Italia, la capitale culturale della penisola. Turismo, arte e cultura sono quindi le tre grandi direttrici su cui la città punta, con scuole d’arte e di artigianato artistico pensate per assecondare questa scelta. E si sviluppano anche case editrici, riviste e giornali di grande prestigio e linea grafica innovativa che lasciano una traccia indelebile nella cultura non solo italiana tra l’Ottocento e il Novecento.

Un crogiolo di idee e di iniziative che è il crocevia di tanti intellettuali e fior di scrittori non solo locali, pensiamo ad Alessandro Manzoni che va a sciacquar i panni in Arno per la versione definitiva dei suoi “Promessi Sposi”, riconoscendo al fiorentino la status di lingua ufficiale del nascente Stato. Vedasi la relazione del Manzoni al governo sulla lingua da usarsi in Italia, cioè il fiorentino parlato, pubblicata da “La Nazione” nel 1868.

50 ANNI DI SOCIALISMO IN ITALIAUno sviluppo culturale di questo genere attrae anche le idee più progressiste e rivoluzionarie dell’epoca, con grande lavoro per spie, forze di polizia e tribunali. L’anarchico Michail Bakunin, per esempio, ha soggiornato nella città dei Medici, dove nel 1880 si svolge un processo che farà epoca, quello contro Anna Kuliscioff, tra i fondatori del Partito Socialista Italiano, accusata di cospirare con gli anarchici per sovvertire l’ordine costituito.

Grazie a tutto questo lavorio la città dei Medici diventa la capitale italiana della cultura e delle riviste, ovviamente per persone colte e istruite. E grazie alle intuizioni e all’impegno di Giuseppe Nerbini (Firenze, 30 marzo 1867 – 28 gennaio 1934) lo diventerà anche dell’illustrazione e della narrativa popolare, soprattutto di quel genere che poteva essere scelto da un figlio del popolo, anarchico, socialista e anticlericale. Una scelta editoriale volta a istruire, a informare e a lottare per l’emancipazione dei ceti più deboli, quella maggioranza ignorante e ignorata dalla cultura ufficiale. L’intensa attività di Giuseppe Nerbini inizia nel 1897 con la pubblicistica socialista, prosegue con la narrativa d’appendice post romantica, il feuilleton, il western, il sensazionalismo, l’umorismo, la satira politica e, infine, i fumetti, con la sua testata più celebre ,“L’Avventuroso”, che approda in edicola qualche mese dopo la sua morte.

GIUSEPPE NERBINIGiovanni Nerbini, figlio di Rosa Nerbini e di padre ignoto, frequenta solo le elementari, probabilmente a causa della ristrettezza di mezzi in cui viveva. Non smette di leggere e di studiare e il suo essere un autodidatta lo aiuterà anche nell’attività editoriale. Da ragazzo frequenta il circolo radicale fiorentino “Giordano Bruno” e a 17 anni viene condannato un paio di volte per manifestazione sediziosa. Il resto del suo palmarès riguarda solo processi per reati di stampa, con qualche periodo in carcere.

Il giovane Nerbini, infatti, senza rinunciare all’edicola, dalla quale trarrà l’idea per molte delle sue iniziative, prima di dedicarsi all’editoria, fonda e dirige una serie di testate. Ricordiamo “La frusta. Giornale politico e amministrativo”, nato per appoggiare i candidati socialisti, “La mitraglia elettorale”, “Giornale per fugare i monellacci politici”, “Il lampione. Giornale per tutti” e “La Gran Via”. I contenuti sono polemici, irriverenti e pungenti, tipici di un toscanaccio autentico, tanto da fare intervenire più volte la censura con sequestri, processi e brevi condanne. Per non perdere il vizio, nel 1906 fonda “Cristo. Giornale di propaganda anticlericale”, un’altra fonte di guai che chiuderà l’anno dopo.

Il salto dai sentimenti mazziniani e garibaldini al socialismo di fine Ottocento per Giovanni Nerbini è quasi naturale e lui diventerà uno dei primi editori di opere e saggi socialisti, e di quella letteratura che al vento nuovo del socialismo si ispira. Da militante socialista, pur non iscritto al partito, Nerbini mantiene sempre un carattere indipendente e una curiosità intellettuale che lo porta a dare spazio nelle sue pubblicazioni, senza mai prendere una posizione, alle due anime del partito da sempre in conflitto: quella riformista di Filippo Turati e Leonida Bissolati e quella rivoluzionaria di Enrico Ferri e Arturo Labriola. Basta leggere l’“Avanti della Domenica” e il “Garofano rosso”.

Nato come risposta laica e socialista alla barbosa, borghese e bigotta “Domenica del Corriere”, il settimanale dell’Avanti viene titolato “Quo Vadis? Periodico di letteratura sociale” Esordisce il 24 dicembre 1901, stampato dalla Tipografia Cooperativa, direttore Alfredo Angiolini (con G. Gualtierotti), gerente responsabile Arturo Riconda. La rivista cambia formato e impostazione, pur mantenendo gli stessi timonieri, e domenica 4 gennaio 1903 diventa “L’Avanti della Domenica”, edito appunto da Nerbini.

La rivista, che anticipa le avanguardie, punta a educare i lettori alla bellezza in tutte le sue declinazioni e alla conoscenza, ma con una scelta politica di fondo: la produzione artistica deve essere legata ai bisogni e alle passioni dei lavoratori, non il contrario. Nelle otto pagine stampate in bianco e nero, e dalla grafica elegante e raffinata, troviamo cronaca politica, letteraria e operaia, racconti, satira, recensioni, illustrazioni e anche la pubblicità.

Nell’estate del 1903 viene nominato un nuovo direttore di 27 anni, Vittorio Piva, che darà un grande impulso alla rivista, che però passa a un altro editore. La prima parte della storia editoriale de “L’Avanti della Domenica” si concluderà nel 1907 con la morte di Piva.

Ma stiamo anticipando i tempi. Ripartiamo dal giovane anarchico, socialista e mangia preti degli esordi, che è anche un difensore dei diritti e del ruolo delle donne, e non a caso inaugura la sua attività editoriale nel 1897 con “La redenzione della donna nel socialismo” del politico socialista belga Jules Destrée. Anche se non è sicuro che questo sia proprio il primo libro perché alcuni ipotizzano che abbia iniziato nel 1892 con “Lotte sociali” di Edmondo De Amicis, ricordato più per quella discesa nel maelstrom di melassa che è il libro “Cuore” che per i suoi scritti politici sul socialismo utopico. Sempre De Amicis, nel 1899, fornisce il carburante per il lancio in grande stile della neonata editrice con “Il danaro degli altri” e “Lotte civili”, raccolta di scritti e di testi di conferenze dedicate al socialismo.

La fede e la militanza di Nerbini la ritroviamo anche ne “L’Almanacco socialista per il 1900” e nello “Statuto e programma minimo del Partito Socialista Italiano”. Sempre nel 1899 pubblica “L’assassinio Notarbartolo” fatti e misfatti della mafia siciliana di allora, di Paolo Valera.

Il Novecento si apre con “Cinquant’anni di socialismo in Italia” di Alfredo Angiolini, di seguito “Il canzoniere dei socialisti”, “Cos’è la Camera del Lavoro?”, “Come si diventa elettori”, “Ai contadini” di Eugenio Ciacchi, “Il socialismo” di Andrea Costa, primo deputato socialista in Italia e compagno della Kuliscioff, “Dio e lo Stato” di Michail Bakunin e “Consigli e moniti” di De Amicis, un best seller che brucia tre edizioni in poco tempo.

Il suo essere socialista ma non allineato alle diverse linee di pensiero o fazioni armate, in cui il partito si divideva anche allora, gli permette di passare dal socialismo utopico, “Cos’è la proprietà” di Pierre-Joseph Proudhon, al socialismo scientifico con “Il Manifesto dei comunisti” di Carl Marx, nel 1901. L’anno dopo darà alle stampe “Il Capitale” sempre di Marx e “Socialismo utopico, socialismo scientifico” di Friedrich Engels. . Trovano spazio anche testi di Filippo Turati, Camillo Prampolini e LeoneTolstoj.

Nel 1905 Nerbini riesce a scontarsi con entrambe le anime del socialismo grazie a “Massoneria alla sbarra”, dove nella prefazione suggerisce un avvicinamento in chiave anticlericale tra la società segreta e il partito. Un’ipotesi che non piace proprio a nessuno.

Nel catalogo di Nerbini, ad affiancare i testi dedicati al socialismo, trovano spazio i classici italiani e i grandi romanzi dell’Ottocento francese e russo, venduti a dispense e a prezzi popolari. Tra i titoli: “Guerino detto il Meschino”, “Arduino d’Ivrea, primo re d’Italia”, “I vespri siciliani”,”Mastro Titta”, le memorie del boia di Roma con all’attivo oltre cinquecento esecuzioni, “Ettore Fieramosca”, “Giovanni dalle Bande Nere”, “Garibaldi”, “Ivanhoe”, “Il Conte di Montecristo”, “I misteri di Parigi”, “Nanà”, “Nostra Signora di Parigi ovvero Esmeralda”, “Le due orfanelle”, “I promessi sposi”, “Don Chisciotte” illustrato da Gustav Doré, “Le Mille e una notte”, “L’Iliade” e “Il Decamerone”, e anche volumi sui Savoia e sul Risorgimento.

GASTONE LEROUXNerbini non disdegna il genere poliziesco e il mistery che in Italiana viene ribattezzato “giallo” da Arnoldo Mondadori, pubblicando dispense dedicate a fatti di cronaca nera e giudiziaria, sempre con illustrazioni ad accompagnare i testi. Nel 1908 appaiono i “Racconti straordinari” di Edgar Allan Poe e lo Sherlock Holmes di Conan Doyle. Nel 1914 ecco un personaggio oggi dimenticato: “Gigolò (L’amante del cuore)” di Pierre Souvestre e Marcel Allain, che ha meno successo di Fantomas. Nel 1930, nella Collana di Romanzi Popolari, esce il volume con “Le nuove imprese di Sherlock Holmes”.

Nerbini ha inventato le prime edizioni economiche italiane, opuscoli di facile lettura rivolti principalmente alla classe operaia e lavoratrice dell’epoca, e romanzi pubblicati a dispense, a basso costo e diffusi capillarmente grazie alle edicole, in seguito raccolti in volumi sempre tenendo d’occhio i prezzi popolari. Una scelta, quella dei prezzi bassi, a cui Nerbini resterà sempre fedele anche se gli scarsi guadagni e gli alti costi di una distribuzione capillare in tutta la Penisola, non gli permetteranno certo di arricchirsi, anzi ne causeranno il fallimento nel 1914.

Una grande sconfitta per l’editore che puntava all’emancipazione del popolo e delle classi operaie, ma non il colpo finale. Il nostro riuscirà a tacitare i debitori e a riprendere l’attività con rinnovato entusiasmo e con un importante cambiamento di militanza politica.

Negli anni Venti, segnati dalla crisi del dopo Prima guerra mondiale, Nerbini, infatti, abbandona il socialismo per aderire al movimento fascista e partecipa con i figli Mario e Renato alla marcia su Roma del 28 ottobre 1922.

Ma non interrompe la sua attività di editore. Nel 1920 ecco le dispense settimanali illustrate dedicate alle avventure dei grandi personaggi dell’immaginario collettivo dell’epoca: Buffalo Bill, Nick Carter, Petrosino, Lord Lister (Raffles). Senza dimenticare i romanzi di appendice, le cartoline illustrate e le riviste molto curate nella grafica e nei contenuti: “Il 420”, che annovera tra i disegnatori anche un giovanissimo Federico Fellini, “Le ore allegre”, “La sigaretta” e “La Risata”, fra le tante.

TOPOLINO N. 1Nel 1928 esplode il fenomeno di Topolino che nel 1930 approda nei giornali americani. Nerbini manda in stampa una produzione autarchica, cioè un plagio, che esce nelle edicole il 28 dicembre 1932, primo giornale al mondo dedicato al Topo di Walt Disney, diretto da una figura prestigiosa nel mondo della letteratura: Carlo Lorenzini junior, nipote dell’autore di Pinocchio.

Gli americani si accorgono della manfrina e propongono un accordo. Così dal numero 7 appaiono le tavole originali di Floyd Gottfredson, con i ballon accompagnati dai tradizionali versi in rima sotto la vignetta. Con l’arrivo della produzione Usa le vendite schizzano alle stelle passando da 30mila a 300mila copie a numero, un record ancora oggi a distanza di ottantasei anni, un sogno proibito per quasi tutte le testate attuali del fumetto italiano.

Nel 1933 il paginone centrale di Topolino pubblica le avventure di Cino e Franco (Tim Tyler’s Luck di Lyman Young) e apre la strada al fumetto d’avventura americano. Tutti contenti meno il direttore, che si dimette. Giuseppe Nerbini decide allora di affidare la direzione del giornale al figlio Mario, da tempo suo stretto collaboratore.

Padre e figlio vogliono cavalcare l’onda del successo delle storie made in Usa e pensano a una pubblicazione ad hoc acquistando i diritti per l’Italia di personaggi straordinari tipo Gordon, Mandrake, L’Uomo Mascherato, L’Agente Segreto X9, e tanti altri che conquisteranno l’immaginario di più generazioni.

Contemporaneamente mettono in allerta una pattuglia di grandi disegnatori italiani tra i quali Guido Moroni-Celsi, Giorgio Scudellari, Buriko e Yambo, con il compito di produrre storie d’avventura originali o tratte dai classici della letteratura per ragazzi.

Purtroppo, come in uno dei romanzi d’appendice che il nostro amava tanto pubblicare, il destino è in agguato e una tragedia familiare porterà in pochi mesi Giuseppe Nerbini alla tomba. Il giovane figlio Renato viene ucciso con un colpo di pistola dall’amante, una ballerina stanca delle sue promesse di matrimonio. Per Nerbini è una tragedia immane: non mangia più, non lavora più e si reca ogni giorno sulla tomba del figlio. Si ammala di polmonite e muore il 28 gennaio 1934. Sarà il figlio Mario a realizzare la sua ultima grande intuizione.

L'UOMO MASCHERATOPochi mesi dopo, il 14 ottobre per l’esattezza, esce nelle edicole il primo numero de “L’Avventuroso”, un giornale settimanale che pubblica i grandi eroi dell’età d’oro dei fumetti made in Usa e grandi autori italiani. E’ la prima volta che un editore si rivolge ai lettori oltre i dodici anni e anche agli adulti, piuttosto che ai bambini. Il formato gigante, cm. 32 x 43,5, l’uso del colore e la prima pagina con le tavole di Flash Gordon di Alex Raymond, sono gli elementi di un successo tanto grande da fare entrare “L’Avventuroso”, con il suo mezzo milione di copie vendute a settimana, nella leggenda.

“L’Avventuroso” è ricordato anche perché, assieme a “Jumbo”, di Lotario Vecchi, è stato l’artefice di una vera e propria rivoluzione culturale nel fumetto italiano. Nerbini, infatti, ha scelto di pubblicare per la prima volta in Italia i fumetti completi dei ballon originali senza più le strofe in rima sotto le vignette, come aveva fatto nei primi numeri di Topolino e come facevano tutti gli altri editori. Rompendo così una scelta politica e pedagogica che risaliva alla fine dell’Ottocento/primi del Novecento, quando venne deciso che le didascalie in rima erano più consone ai piccoli lettori di fumetti rispetto ai plebei e diseducativi ballon.

Topolino e Minnie festeggiano i 90 anni

Steamboat Willie 06“Tutto è cominciato con un topo” disse quello, e anche grazie a una topa, aggiungeremo noi. Pur se la frase si presta a interpretazioni di bassa lega, intendiamo dire che tutto è cominciato 90 anni fa grazie a Topolino (Mickey Mouse) e a Topolina (Minerva Minnie Mouse), nome italiano della sua eterna fidanzata che prudentemente diventerà Minni. Pochi ricordano che, pur essendo due i personaggi che hanno aperto la strada all’impero multimediale fondato da Walt Disney, si celebra solo il compleanno del Topo.

Quest’anno è stato diverso. Sarà che la Hollywood del dopo scandalo Weinstein sta prestando più attenzione ai personaggi femminili, non solo a quelli in carne e ossa. Così il 90esimo compleanno della nostra Topolina è stato festeggiato in pompa magna con una stella sulla Hollywood Walk of Fame, vicino al cinema “El Capitan Theatre”, un privilegio riservato solo alle grandi star. Il primo personaggio dei cartoni animati a ricevere una stella sulla Walk of Fame è stato, neanche a dirlo,Topolino nel 1978, in occasione dei suoi primi 50 anni.

Alla cerimonia era presente anche Robert A. Iger, presidente e amministratore delegato della Disney, che ha dichiarato: “Minnie Mouse è una star e un’icona della moda fin dalla sua prima apparizione nell’indimenticabile classico d’animazione Steamboat Willie (un’inesattezza che correggeremo più avanti)”. “Protagonista di oltre 70 film – ha aggiunto -, nella sua lunga carriera Minnie ha conquistato milioni di fan in tutto il mondo, suscitando gioia ed emozioni. Siamo entusiasti che la sua enorme influenza culturale e i suoi numerosi traguardi vengano premiati con una stella sulla Hollywood Walk of Fame”.

Nati come personaggi dei cartoni animati per poi invadere in poco tempo la carta stampata e il merchandising con centinaia di migliaia di oggetti di ogni tipo e materiale, Topolino e Minni, compiono appunto 90 anni, e li compiono tre volte.

La data di nascita più festeggiata è il 18 novembre1928. Al Colony Theater di Broadway (New York), in coda al film parlato “Gang War” di Bert Glennon con Olive Borden e Jack Pickford, e a uno spettacolo dell’orchestra di Ben Bernie, viene proiettato con enorme successo di pubblico e di critica il corto animato “Steamboat Willie”, che sarà il primo a essere distribuito ma che è il terzo in ordine di produzione.

Steamboat Willie LocandinaNel cartone in bianco e nero, Topolino porta i calzoni corti (rossi e con due bottoni gialli o bianchi, quando arriverà il colore, cioè nel 1935), calza scarpe che diventeranno gialle, ha quattro dita per mano e ancora non indossa i caratteristici guanti bianchi. Il corto inizia con il nostro eroe al timone di uno sgangherato battello fluviale, lo Steamboat Willie del titolo, il cui comandante è Pietro Gambadilegno. L’unico passeggero è Minnie, che tira fuori un caratterino tutto pepe. Topolino balla e canta, e ci sono tante invenzioni visive abbinate alla musica. Ed è l’uso del sonoro a dare al corto quella marcia in più che gli farà conquistare il successo al box office mondiale e l’apprezzamento della critica.

Per realizzare “Steamboat Willie”, Walt Disney (che darà la sua voce a Topolino, a Minnie e a un pappagallo) e Ub Iwerks si sono ispirati a una comica di Buster Keaton, sincronizzando con bravura straordinaria per l’epoca le immagini con la colonna sonora, realizzata da Carl Stalling e composta da due marcette molto popolari in quegli anni: “Steamboat Bill” e “Turkey in The Straw”.

Nel 1928 non è stata ancora digerita la rivoluzione epocale iniziata con “Il cantante di jazz” (The Jazz Singer, di Alan Crosland con Al Jolson), il primo film sonoro della storia prodotto dalla Warner uscito nelle sale il 6 ottobre 1927. “Steamboat Willie” viene ricordato come il primo cartone animato al mondo col sonoro sincronizzato con le immagini in movimento. Ma è un falso nato sull’onda del successo, perché il primo è stato “Dinner Time” di Paul Terry, prodotto dai Van Beuren Studios, uscito un paio di mesi prima ma con scarso successo al botteghino, per cui è caduto nel dimenticatoio.

Prima di “Steamboat” ci sono stati due tentativi andati a vuoto, che in seguito saranno sonorizzati e distribuiti. Il “vero” esordio di Topolino avviene, infatti, a Hollywood , con una proiezione privata, il 15 maggio 1928 con “Plane Crazy” (L’aereo impazzito), in versione muta, dove esordisce anche Minni. In questo primo corto, ricco di azione e di trovate umoristiche, ispirato a Charles Lindbergh, che aveva appena compiuto la prima trasvolata aerea dell’Atlantico senza scalo, il nostro Topo indossa i classici calzoncini corti ma non i guanti e le scarpe, che arriveranno qualche mese dopo.

Il 28 agosto 1928 tocca a “Gallopin’ Gaucho” (Topolino gaucho), dove ritroviamo Minnie e riappare Pietro Gambadilegno, il personaggio più longevo creato da Disney perché ha esordito nel 1925 in “Alice Solves the Puzzle”. Gambadilegno (Pete, Peg Leg Pete, Big Bad Pete e Black Pete) è un gatto nero che diventerà il più acerrimo nemico del Topo, che qui incontra per la prima volta. Parodia del film “Il gaucho” del 1927 (The Gaucho, di F. Richard Jones con Douglas Fairbanks e Lupe Vélez), il cartone viene proiettato in versione muta e sarà distribuito il successivo 30 dicembre dopo l’aggiunta del sonoro.

La leggenda vuole che Walt Disney (Chicago, 5 dicembre 1901-Burbank, 15 dicembre 1966) abbia inventato Topolino nella primavera del 1927, durante un viaggio in treno da New York a Los Angeles, sede del suo terzo studio di produzione e animazione. Disney aveva aperto il primo studio a Kansas City (Missouri) nel gennaio del 1920, con il socio e amico Ub Iwerks. Nel 1922 è la volta della “Laugh-O-Gram Films”, che fallisce nel luglio 1923. Quindi, su invito del fratello Roy, si trasferisce a Hollywood (Los Angeles, California), con poche decine di dollari in tasca ma tante straordinarie idee in testa. Nascono i Disney Brothers Studio: prima sede il garage dello zio Robert, che nel 1928 diventano la Walt Disney Productions, con sede in Hyperion Avenue, periferia di Los Angeles. Nel 1940, gli studi si trasferiscono a Burbank, cittadina a una ventina di chilometri dalla Mecca del Cinema, in una nuova struttura di cui Disney ha curato personalmente ogni dettaglio perché la voleva consona ai bisogni della produzione e, al tempo stesso, a misura d’uomo. Un altro successo e base strategica delle fondamenta dell’impero, tanto che è proprio come l’uomo di Burbank che Walt Disney viene ricordato ancora oggi.

Quella primavera del 1927 Walt Disney era reduce da due sconfitte, con pochi soldi in tasca e alla ricerca di nuove idee. La sua prima serie, “Alice Comedies”, figlia di “Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie” di Lewis Carroll (Alice’s Adventures in Wonderland, 1865), era giunta al capolinea stoppata dalla distribuzione. Si tratta di una serie composta da 55 cortometraggi in bianco e nero, con cartoni animati mischiati a riprese dal vero, realizzata dal 1924 al 1927 nel suo studio di Kansas City (Missouri), dove esordirà, appunto, Pietro Gambadilegno. Come se non bastasse, un contratto capestro gli aveva fatto perdere i diritti su Oswald the Lucky Rabbit (Oswald il coniglio fortunato), inventato nel 1927, e il distributore gli aveva sottratto quasi tutti gli animatori del suo studio. Disney impara la lezione e da quel momento avrà cura di protegge i diritti di tutti i suoi personaggi.

Quindi, un mesto ma non sconfitto Disney ritorna a Hollywood con la moglie Lillian e il fido Ub Iwerks, l’unico a non averlo abbandonato. Sembra che l’idea di Mortimer Mouse (Topo Mortimer) sia nata durante questo viaggio, esattamente a ovest del Mississippi; mentre Mickey (Michele) è il nome proposto dalla moglie perché più adatto al carattere sbarazzino del personaggio.

Facile da disegnare e da animare, è un insieme di pochi cerchi, poche linee e una coda che da sola movimenta i fotogrammi, graficamente Topolino è figlio di Felix the Cat (conosciuto in Italia come Mio Mao) inventato nel 1917 da Otto Messmer per lo studio di Pat Sullivan. Per disegnare Felix, infatti, bastano due cerchi sovrapposti, uno per la testa e uno per il corpo, tecnica che Disney affinerà qualche anno dopo per il suo Topo, grazie al quale vincerà il primo Oscar onorario alla carriera nel 1932.

A Disney piaceva ricordare che nel suo studio di Kansas City i topolini scorrazzavano liberamente, ed è stato questo a dargli l’idea del topo umanizzato. Ma se sia stato lui oppure Ub Iwerks a disegnare il primo bozzetto è discussione oziosa. Due grandi cerchi, uno per la testa e uno per il corpo, due cerchi più piccoli per le orecchie, usando delle monete per semplificarsi il lavoro, infine gambe e braccia a tubo: ecco Topolino che nasce mentre il treno corre. Iwerks non ha mai rivendicato ruoli particolari nella creazione e Disney, pur avendo iniziato nel 1917 come disegnatore, non ha mai negato il valore dei suoi collaboratori. Lui era impegnato a cercare “il bambino che è dentro ciascuno di noi”, troppo genio, troppo creativo, troppo perso nel far diventare realtà i suoi sogni di infinita grandezza per dedicarsi a cose banali come il disegno.

MINNI E LA SUA STELLAMeglio pensare in grande: “se puoi sognarlo puoi farlo”, era solito dire e ha ampiamente dimostrato di aver ragione. Così, da un semplice Topo nascerà un impero multimiliardario che trasformerà la piccola casa di produzione in uno dei giganti dell’intrattenimento, in una corporazione multimediale composta da una serie infinita di società. L’elenco incompleto comprende Walt Disney Productions, Walt Disney Pictures, Walt Disney Animation Studios, Walt Disney Studios Motion Pictures, Miramax, Touchstone, Hollywood, Disney Channel, National Geographic Channel, Pixar. Poi ci sono i parchi sparsi per il mondo, tra cui Disneyland, il primo nato, Disney Word Resort , Epcot, Disneyland Paris e Tokio Disneyland. Senza dimenticare l’acquisizione di giornali, reti radiofoniche e televisive, internet, spettacoli e serie televisive, fra cui il Mickey Mouse Club, merchandising, giochi e giocattoli, videogiochi, abbigliamento, peluche, alberghi e navi da crociera.

Le ultime acquisizioni sono state i Muppets, la Marvel (Spider-Man, Avengers, Iron Man, Thor e almeno altri 5mila personaggi da sfruttare in tutte le maniere possibili), la Lucasfilm (l’universo di Star Wars) e la 21st Century Fox. L’ultimo bilancio conosciuto parla di un fatturato di oltre 55 miliardi di dollari per un utile netto vicino ai 9. Niente male per essere partiti da un topo disegnato su un treno in corsa che, stando alle statistiche, è il personaggio (non religioso) di fantasia che ha prodotto più soldi in assoluto. Tanti sono stati i giudizi sul Topo nel corso di 90 anni, alcuni fortemente critici anche da un punto di vista politico, e fiumi di inchiostro hanno sparso favorevoli e contrari, noi lasciamo che ciascuno esprima la proprio opinione e preferiamo considerarlo per quello che è ancora oggi: la più perfetta macchina fabbrica quattrini mai esistita.

Il Topolino delle prime apparizioni nei cartoni animati non è quello degli anni successivi: è un ragazzaccio vivace, dispettoso ma non cattivo, che cerca di scoprire il suo ruolo nel mondo. Il disegno è ancora rudimentale e il nostro vive avventure da allegro ragazzo di campagna. Il ritmo è travolgente con gag scatenate e situazioni che ricordano molto da vicino le comiche dell’epoca, tipo quelle di Mack Sennett e di Charlie Chaplin, di cui Disney era un grande estimatore. Ed è tra la fine degli anni Venti e i primi Trenta che nascono anche gli amici di sempre: Pluto, Pippo, Clarabella e Orazio.

Dal successo mondiale dei cartoni animati ai fumetti il passo è breve e il 13 gennaio 1930 ecco la prima striscia di “Topolino nell’isola misteriosa”, realizzata per i quotidiani, con Disney ai testi, Iwerks alle matite e Win Smith alle chine. Grazie ai comic arriva anche il terzo papà di Topolino: Floyd Gottfredson che si occupa dei testi e delle matite dal 17 maggio 1930, con “Topolino nella valle infernale”, sino al 15 novembre 1975, realizzando storie leggendarie. Sue la trama delle avventure e l’invenzione di tutti i nuovi personaggi, buoni e cattivi: Tip e Tap, i nipotini gemelli, Eta Beta, Giuseppe Tubi, il commissario Basettoni, Macchia Nera, il pirata Orango, il dottor Enigm. Nel giro di pochi anni Gottfredson fa crescere il Topo con storie di ampio respiro e di taglio avventuroso ambientate non solo a Topolinia ma in ogni parte del mondo. Sarà sempre lui a occuparsi del restyling grafico a partire dal 22 dicembre 1938: arrivano i pantaloni lunghi, la giacca e altri orpelli, che lo trasformano in un serioso borghese, togliendogli lo spirito sbarazzino degli esordi.

C’è mai stato un vero declino di un personaggio che ancora oggi rappresenta il succedersi dell’uomo medio americano, però troppo noioso e perfettino, che vince sempre e che sembra un falso modesto? Certamente no, perché Topolino è ancora oggi una delle più famose icone della cultura pop mondiale, il più grande successo della Disney, simbolo unico e insostituibile della Casa di Burbank, il primogenito che non può essere e che non sarà mai tradito.

Ma ci sono anche altri fratelli del Topo che hanno aperto nuove strade esplorate con successo, e almeno due meritano di essere citati. Il 1937 è l’anno di “Biancaneve e i sette nani” (Snow White and the Seven Dwarfs) , il primo lungometraggio a cartoni animati della storia, una nuova avventura per Walt Disney che ha l’ennesimo colpo di genio grazie al quale reinventerà il modo di raccontare le fiabe classiche dell’Occidente.

La seconda grande intuizione è che il pubblico non può identificarsi per sempre con un palloso vincente, occorre un perdente pieno di difetti e proprio per questo più simpatico. Inizia così la serie di cartoni animati con protagonista Paperino (Donald Duck), nato come “spalla” del Topo nel 1934. Nevrotico, sfortunato, sfaticato, attaccabrighe, disoccupato perenne, è molto più simpatico di Topolino e con lui è più facile identificarsi perché incarna l’uomo medio, i suoi insuccessi e le sue frustrazioni. La scelta si rivelerà vincente ancora una volta, ma questa è tutta un’altra storia.

Antonio Salvatore Sassu