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Antonio Salvatore Sassu

“Il piccolo principe” in mostra, tra ambiente e salvaguardia del pianeta

piccoloprincipeIl 24 marzo scorso, nell’ex colonia penale di Tramariglio, sede del Parco Naturale Regionale di Porto Conte (Alghero) è stato inaugurato il percorso multimediale tematico dedicato a “Il Piccolo Principe”, protagonista del racconto considerato il capolavoro dello scrittore e aviatore francese Antoine de Saint-Exupéry, nato a Lione il 29 giugno 1900 e abbattuto da un caccia tedesco nel Mar Mediterraneo, in prossimità dell’Ile de Riou, vicino a Marsiglia, il 31 luglio 1944.

Il Piccolo Principe, pubblicato nel 1943 negli Stati Uniti e nel 1946 in Francia, sino a oggi ha venduto oltre 200 milioni di copie ed è stato stampato in almeno 300 lingue.

Il Parco del Piccolo Principe, realizzato con il sostegno del Comune di Alghero e con fondi della Regione Sardegna, propone un percorso innovativo, che racchiude al suo interno natura, arte e tecnologie multimediali, come ci racconta Mariano Mariani, direttore del Parco naturale regionale di Porto Conte, nell’intervista che segue.

Iniziamo con una curiosità. Perché la scelta di dedicare questo parco tematico al Piccolo Principe?
Antoine de Saint Exupery, pilota dell’aviazione militare francese, durante la Seconda Guerra Mondiale, trascorse circa due mesi, da maggio a giugno del 1944, in una casa che si affacciava sulla baia di Porto Conte. Tutto questo ha ispirato Elio Pulli, noto artista sardo, che ha il suo atelier a Tramariglio, dove si trova la sede del Parco, a realizzare una sua mostra di dipinti e sculture ispirati al racconto dell’autore francese. Mostra che si trova in un locale della sede, inaugurata nella primavera del 2017.

Perché avete scelto una location molto particolare per allestire il Parco del Piccolo Principe?
Il Parco del Piccolo Principe si trova nell’ala est di Casa Gioiosa, edificio che un tempo (dal 1941 al 1962) ospitava la maggior parte dei detenuti della Colonia penale di Tramariglio. La sede dispone di sale e ampi spazi che ben si prestano a questo tipo di allestimenti.

Come è stato realizzato l’allestimento?
Il Parco del Piccolo Principe è un percorso coinvolgente, suddiviso in due parti: il lato chiaro e il lato scuro: sarà possibile perdersi nell’ampio ambiente immersivo e lasciarsi avvincere dai filmati, dalle infografiche, dai quiz interattivi e persino dall’ascolto in altissima fedeltà di scenari audio naturali registrati negli ecosistemi del Parco e riprodotti con la tecnologia binaurale per un vero ascolto tridimensionale.

A cosa ci si riferisce parlando di lato chiaro e scuro?
Nel Parco del Piccolo Principe sono presenti due ambienti, una parte in chiaro, diciamo così, che attraverso quattro personaggi/simboli del racconto ( la volpe, il serpente, la rosa e il Pianeta) presenta e racconta i quattro ecosistemi dell’area protetta: gli ambienti carsico, marino, terrestre e lagunare. Nella parte scura è possibile emozionarsi con dei plastici metavisuali che riproducono gli ambienti sopramenzionati e una grande sfera metavisuale, sospesa nel vuoto e illuminata da entusiasmanti videoproiezioni in alta definizione.

A chi è rivolta la mostra?
Tutti sono invitati a partecipare a questa esperienza emozionante, che sollecita l’empatia, la cura verso ciò che ci circonda e lo stupore nel contemplare quanto la natura ci dona ogni giorno. La mostra è rivolta ai turisti italiani e stranieri della Riviera del Corallo e alle scuole di ogni ordine e grado, ma anche a coloro che già conoscono il Parco e vogliono approfittare di questa opportunità per “guardare davvero”.

Quali sono le caratteristiche di questo allestimento?
L’immedesimazione con la natura è il punto d’arrivo di questo viaggio che parte dalla scienza e arriva dritto al cuore. Un’esperienza unica che partendo dall’emozione dello stupore passa attraverso il sentimento della meraviglia per arrivare, infine, alla consapevolezza.

Per realizzare il Parco del Piccolo Principe sono state usate tecnologie all’avanguardia, da realtà virtuale?
Le tappe dell’esposizione presentano una marcata componente di innovazione. La società Blu Oberon, che ha ideato e prodotto la mostra su incarico del Parco di Porto Conte, ha lavorato sia sull’aspetto emozionale, sia su quello tecnologico, rendendo quest’ultimo aspetto funzionale al percorso di scoperta ed emozione. Gli allestimenti consentono un’esperienza su misura per il visitatore: le tecnologie scelte permettono una fruizione intuitiva e completa, qualunque sia l’età di chi le utilizzi. L’adozione di videoproiettori e sistemi di illuminazione a led riduce drasticamente i consumi energetici, in accordo con i temi trattati; gli innovativi plastici prototipati con la tecnologia 3D dedicati ai quattro ecosistemi del Parco, la sfera planetaria e lo spettacolo sincronizzato di audio, video e luci offrono una contemplazione unica delle meraviglie del Parco e di questo pianeta. Ognuno, muovendosi liberamente in sala, potrà mutare il proprio punto di vista e decidere così da quale prospettiva guardare il mondo, dando un significato diverso alla propria visita.

Perché una scelta così fortemente legata ai temi ambientali?
Siamo partiti da una semplice riflessione, che tutti ormai condividono: dallo stato di salute del nostro pianeta dipendono tutte le nostre possibilità di sopravvivenza come specie umana. Forse già qui sta il primo punto di riflessione: con i cambiamenti climatici, la distruzione delle risorse naturali, l’ipersfruttamento dell’ambiente a scopo produttivo e l’erosione di habitat fragili a causa della pressione demografica, a essere a rischio non è il pianeta ma, semmai, il futuro stesso dell’umanità.

Un argomento che guarda al futuro, quindi?
La sfida ambientale, legata alla conservazione delle risorse del nostro pianeta, non è più eludibile per le attuali e per le future generazioni. Il Parco di Porto Conte è da anni impegnato nelle attività di educazione ambientale e sono più di 10mila gli studenti che ogni anno visitano il Parco e sono coinvolti nelle attività didattiche. Con il sostegno dell’amministrazione comunale abbiamo voluto realizzare un nuovo e importante punto di riferimento per tutta la nostra attività di educazione e sensibilizzazione sui temi ambientali.

E questo allestimento vuole essere il vostro contributo?
Ci siamo chiesti cosa poteva fare il Parco di Porto Conte per sollevare il grado di consapevolezza, soprattutto fra le nuove generazioni, di questi temi così importanti per il nostro pianeta. La risposta e il nostro contributo stanno proprio nel Parco tematico ispirato al Piccolo Principe.

Antonio Salvatore Sassu

200 anni di terrore col Mostro di Frankenstein e col primo Vampiro

frankenstein-200Un giugno piovoso come questo dell’anno di grazia 2018 non se lo ricorda nessuno. Ma se la memoria degli uomini è limitata possiamo rivolgerci alla meteorologia e risalire al 1816, al cosiddetto Anno senza estate, quando il maltempo causò la distruzione dei raccolti nell’Europa settentrionale, nel nord-est degli Usa e nel Canada orientale. Legati alle vicende climatiche, nel 1816 nascono due grandi personaggi non solo letterari : “The Vampire” (Il Vampiro) di John Polidori e “Frankenstein; or, the modern Prometheus” (Frankenstein, o il moderno Prometeo) di Mary Shelley, che sarà pubblicato nel 1818.

BORIS KARLOFF IN FRANKENSTEIN“Quando i giugno piovosi generano mostri” è un pensiero attuale anche oggi in Italia, perché è facile interpretare il nuovo governo come frutto dell’esperimento di un dottor Frankenstein della politica che ha dato vita non a una Creatura (come nel libro) ma a un vero e proprio Mostro (come quello dei film).

E se il sonno della ragione genera mostri, e anche governi a dir poco stravaganti, che cosa può succedere quando si sogna dopo qualche noiosa serata passata barricati in una casa vicina al lago di Ginevra per colpa dei temporali primaverili, che poi dureranno tutta l’estate? Serate passate a disquisire di vita e morte, del galvanismo e della possibilità per l’uomo di rianimare i cadaveri, non con qualche formula magica ma grazie ai progressi della scienza. Un po’ di tempo lo si passava anche leggendo antologie gotiche, giusto per tenersi allegri, compresa “Fantasmagoriana”, otto storie dell’orrore di scrittori romantici tedeschi raccolte in un’edizione pirata francese.

Magari può succedere di creare due opere immortali, di dare sostanza al padre di tutti i Vampiri e alla Creatura del dottor Victor Frankenstein che, soprattutto grazie al cinema, diventerà il Mostro per eccellenza, quello che meglio ha incarnato e incarna le paure e il disagio dell’uomo moderno di fronte all’ultima frontiera, allo sviluppo della scienza e della tecnologia, soprattutto quando in nome del progresso non si pensa alle conseguenze dei propri atti, a quel volersi innalzare a livelli divini che scatena l’ira degli antichi Dei.

MARY SHELLEYRitorniamo al 1816, in Svizzera, dove il 25 maggio avviene l’incontro tra Lord George Gordon Byron e Percy Bysshe Shelley, due tra i massimi poeti inglesi e punta di diamante del secondo Romanticismo. Accompagnato da John William Polidori, scrittore inglese di origine italiana nel doppio ruolo di segretario e di medico personale, Lord Byron aveva affittato Villa Diodati sul Lago di Ginevra. Due donne accompagnavano Shelley, che aveva affittato una casa vicina a quella di Byron: Mary Wollstonecraft Godwin e la sorellastra Claire Clairmont. Mary era la sua amante e diventerà la sua seconda moglie dopo il suicidio della prima, Claire aspettava un figlio da Byron, frutto di una tormentata relazione.

Il gruppo trascorre le giornate in massima parte tra le mura domestiche leggendo e chiacchierando perché “L’estate fu umida e sgradevole – scriverà Mary nel 1831 nell’introduzione alla terza edizione del suo capolavoro –, e una pioggia incessante ci confinava spesso a casa, per giorni”.

Probabilmente il 17 giugno 1816 la compagnia sedeva intorno al caminetto di Villa Diodati a leggere i racconti di “Fantasmagoriana” quando Byron pensò a un modo per combattere la noia di quel piovoso pomeriggio: ciascuno di loro avrebbe scritto una storia di fantasmi, una novella dai contenuti soprannaturali.

La sfida viene raccolta e produce quattro racconti. Due si possono dimenticare: “The Assassins” di Shelley e “The Burial” di Byron, che in apertura è datato appunto 17 giugno 1816, pubblicato col titolo di “A Fragment” (Frammento) nel 1819. Gli altri due, invece, sono annoverati tra le opere che più hanno influenzato la letteratura, il cinema, il teatro, la televisione, la cultura, il linguaggio e l’immaginario occidentale.

Ispirandosi a un frammento di una storia di Byron e anche alla figura del poeta, John Polidori scrive “The Vampyre” (Il Vampiro), pubblicato nel 1819 e inizialmente attribuito allo stesso Lord Byron. Protagonista del racconto è Lord Ruthven, il primo vampiro della letteratura. Un pallido principe dagli occhi di ghiaccio, cinico e dissoluto come l’Inferno al quale appartiene.

Lord Ruthven è il capostipite di una lunga stirpe di vampiri che comprende il “Dracula” di Bram Stoker (1897, Bela Lugosi, Christopher Lee e Gary Oldman al cinema), e “Nosferatu” (1922, film muto di Friedrich Wilhelm Marnau e remake di Werner Herzog nel 1979 con un Klaus Kinski assolutamente da paura). Ma della vasta famiglia dagli imprescindibili canini aguzzi fanno parte di diritto anche Lestat de Lioncourt (“Intervista col vampiro” di Anne Rice, 1976, interpretato da Tom Cruise al cinema) ed Edward Cullen (“Twilight” di Stephenie Meyer, 2005, con Robert Pattinson nei film tratti dalla saga).

Mary Wollstonecraft Godwin Shelley (Londra, 30 agosto 1797 – 1 febbraio 1851) è figlia di due personaggi importanti della cultura del Settecento e dell’Ottocento. Il padre è il filosofo, scrittore e politico radicale e repubblicano William Godwin, di cui diciamo solo che è stato uno dei padri del movimento anarchico.

La madre, che morirà dieci giorni dopo la sua nascita, è la scrittrice e femminista Mary Wollstonecraft, passata alla storia per il saggio “Rivendicazione dei diritti della donna: con critiche sui soggetti politici e morali”, pubblicato nel 1792 e primo libro al mondo ad affrontare l’argomento. La Wollstonecraft afferma che le donne sono esseri umani che meritano gli stessi diritti fondamentali degli uomini, e che non devono essere più considerate come merci di scambio o proprietà del marito. Le sue teorie rivoluzionarie aprono la strada ai movimenti di liberazione delle donne.

Mary Shelley, che non ha ancora compiuto 19 anni, trae l’ispirazione del suo racconto da un incubo notturno: “Vedevo – a occhi chiusi ma con una percezione mentale acuta – il pallido studioso di arti profane inginocchiato accanto alla “cosa” che aveva messo insieme – scrive sempre nell’introduzione del 1831 -. Vedevo l’orrenda sagoma di un uomo sdraiato, e poi, all’entrata in funzione di qualche potente macchinario, lo vedevo mostrare segni di vita e muoversi di un movimento impacciato, quasi vitale. Una cosa terrificante, perché terrificante sarebbe stato il risultato di un qualsiasi tentativo umano di imitare lo stupendo meccanismo del Creatore del mondo”.

Nasce con queste premesse il romanzo simbolo degli ultimi due secoli, quello che meglio rappresenta la paura del cambiamento, del nuovo, del diverso, del progresso scientifico, di quello che ci porterà il domani. Sicuramente è il primo romanzo di fantascienza (science fiction) della storia: è la scienza a dare la vita alla creatura del dr. Frankenstein, puzzle di vari pezzi di cadaveri raccattati per i cimiteri, non un demone o un mago. Poco romanzo gotico, non ci sono fantasmi a spaventare il lettore ma c’è un’atmosfera, quasi un sussurro ai limiti della percezione, un retrogusto di horror come non si era mai letto prima. Con Mary Shelley nasce l’horror dei tempi moderni, quel guidare l’auto in una strada tutta curve e si rompe il volante, quel pattinare su una lastra di ghiaccio che all’improvviso inizia a scricchiolare. O, se preferite, ha cucito un vestito nuovo a quegli antichi terrori che attanagliano l’umanità sin da quando si rifugiava nelle caverne.

Percy Shelley convince Mary a trasformare il racconto nel romanzo “Frankenstein; or, the modern Prometheus”, pubblicato anonimo nel 1818 in appena 500 copie, un numero fortunato in editoria perché anche il primo libro di Harry Potter ha avuto la stessa tiratura iniziale. Unico indizio sull’autore la dedica a William Godwin, per cui il libro viene attribuito a Percy Shelley che, ancor prima di diventare suo genero, è uno dei suoi più famosi discepoli. Anche se ai critici non piace, è un successo. Nel 1823 esce la seconda edizione con il nome della Shelley in copertina, curata dal padre. Scoprire che è una donna e non un uomo ad aver scritto un romanzo come questo sorprende critici e lettori contribuendo ad aumentarne la fortuna letteraria. La terza edizione, base di tutte le pubblicazioni e traduzioni successive, è del 1831.

1931 - LOCANDINA FILMLa fortuna di Frankenstein non sarà solo letteraria. Soprattutto il cinema lo trasformerà in una icona del Novecento, ampliandone a dismisura la fama. La sua prima apparizione risale al 1910 con un cortometraggio di J. Searle Dawley. La consacrazione avviene nel 1931 con il film di James Whale interpretato da Boris Karloff nel ruolo del Mostro, non più la Creatura come nel libro. Un successo inossidabile grazie anche al truccatore Jack Pierce che proprio per il Mostro realizza una maschera così terrorizzante da essere insuperata ancora oggi.

Tra centinaia di film, che sono andati ben oltre il romanzo della Shelley, una citazione per “Il mostro è in tavola … barone Frankenstein” del 1973, girato in Space-Vision 3D, regia di Paul Morrissey e di Andy Warhol, prodotto anche da Carlo Ponti e distribuito negli Usa come “Andy Warhol’s Frankenstein”; e per “Frankenstein di Mary Shelley”, 1994, diretto e interpretato da Kenneth Branagh con Rober De Niro nei panni della Creatura. Due righe anche per la parodia “Frankenstein Junior” di Mel Brooks del 1974. Indimenticabili Gene Wilder nella parte del dottor Frederick von Frankenstein e Marty Feldman in quella di Igor.

COVER EDIZIONE 1818 frankensteinE concludiamo con il biopic “Mary Shelley”, che uscirà in Italia il 22 agosto. Il film biografico racconta la vita della scrittrice e la sua storia d’amore, ardente e tormentata anche dalla morte di diversi figli in tenera età, con Percy Shelley che tanto scalpore e scandalo creò nell’Inghilterra vittoriana. Love story che ha preceduto e seguito la scrittura del Frankenstein, e che terminerà l’8 luglio 1822, quando il poeta annega al largo di Livorno nel naufragio della sua goletta. Interpreti Elle Fanning e Douglas Booth, nei panni di Mary e Percy Shelley, regia di Haifaa al-Mansour.

Il presidente Mattarella e le iene della tastiera

Mattarella

Il governo giallo-verde con Conte presidente si è finalmente insediato, e in poche ore ha già dato buoni esempi del mix populista e squadrista dei suoi componenti. Un chiaro esempio dell’aria che tira è il pesante attacco al Quirinale, con minacce, intimidazioni e insulti soprattutto via web al presidente Mattarella. Un’ennesima campagna d’odio che potrebbe essere stata anche orchestrata da registi non tanto occulti.

Ne ha parlato anche il nostro segretario Riccardo Nencini in un post su fb, di cui riportiamo l’inizio: “L’attacco al Capo dello Stato che si sta consumando in queste ore è di una gravità inaudita. Mi rivolgo alle compagne e ai compagni di tutta Italia: organizzate presidi in difesa della Costituzione e di Mattarella, lasciate aperte le sezioni e le federazioni in difesa della legalità ed esprimiamo la nostra vicinanza al Presidente della Repubblica contro l’atteggiamento squadrista delle forze populiste”.

Premesso che chi scrive sta con Mattarella senza se e senza ma, riteniamo che bene ha fatto la presidente del Senato, Elisabetta Casellati, a tentare di arginare l’attacco di Danilo Toninelli al presidente della Repubblica. Ma altri e ben più gravi fatti sono accaduti nell’ultima settimana di maggio, a cavallo tra il primo e secondo incarico a Conte, soprattutto su facebook dove iene della tastiera e odiatori di professione hanno imbastito un vero e proprio attacco al Quirinale, minacciando un assalto come quello alla Bastiglia, vedremo poi da chi, con minacce di morte, insulti al calor bianco e persino l’augurio a Mattarella di fare la stessa fine del fratello Pier Santi che, lo ricordiamo è stato ucciso dalla mafia.

Abbiamo già messo in evidenza altre volte le due realtà che ci troviamo ad affrontare dentro e fuori dal web. La prima è regolata dalle leggi (più o meno rispettate e applicate) e la seconda tipo pascolo brado, una terra di nessuno dove chiunque può insultare, infangare, minacciare e quant’altro con la quasi certezza di farla franca. E tutto questo sembra la normalità, anzi la nuova moda del vivere civile.

Mentre se un giornale o una radio o una televisione si azzarda a scrivere la metà delle cose che si sono lette tra i commenti della Rete sul presidente della Repubblica, o su un qualunque personaggio pubblico, succede un putiferio con processi, multe, provvedimenti disciplinari, e quant’altro. Perché sembra proprio che le regole siano state scritte e vadano applicate solo ed esclusivamente alla stampa chiamiamola “tradizionale”.

Niente da obiettare se non per i due pesi e due misure che ogni tanto conquistano le luci della ribalta. Allora decidiamoci: o è vietato insultare, offendere e minacciare il presidente della Repubblica o non lo è, così come sono vietate altre cose, altri modi di dire. Ma qualunque sia la scelta deve essere applicata dappertutto e non solo per la carta stampata e la televisione. E questo non significa che vogliamo l’impunità per tutti ma certezze per tutti, questo sì. O tutti dentro o tutti fuori, o regole uguali per tutti o nessuna regola.

Per spiegarci meglio, ricapitoliamo i fatti che hanno portato a una indagine della Procura di Roma che vede indagato per violazione dell’articolo 278 del codice penale, che si occupa delle offese all’onore e al prestigio del capo dello Stato, tale Vittorio Di Battista, padre di Alessandro, esponente grillino tra i più ortodossi e scrittore in erba con un congruo assegno di 400mila euro (versato da una casa editrice di proprietà della Fininvest) per il prossimo libro.

Di Battista padre in un post del 23 maggio scorso (poi rimosso) intitolato “I dolori di mister allegria” ha usato toni tra l’irridente e il minaccioso nei confronti del presidente Mattarella. Tra le altre cose gli suggeriva di andarsi a rileggere le vicende della Bastiglia e concludeva con “Forza, mister Allegria, fai il tuo dovere e non avrai seccature”.

E’ un assaggio de “Lo Stato siamo noi”?, le prove generali di quello che ci aspetta da questo governo di cattolici e fascisti? Sono già pronti i rosari intrecciati ai manganelli? Dobbiamo tirar fuori i materassi?

Mentre Roma indaga Di Battista padre, Palermo ha denunciato tre persone per attentato alla libertà e offesa all’onore e al prestigio del capo dello Stato. E le indagini, si spera, stiano continuando.

Tra un insulto e l’altro qualcuno ha trovato anche il tempo di chiarire meglio la filosofia di quanti si sentono già padroni dello Stato. Inutile spiegare che al 31 maggio scorso lo Stato non aveva padroni nel senso che intende il club dei compagnucci della terza repubblica.

Ci riferiamo a un pensionato di 70 anni di Vanzone con San Carlo, comune del Verbano, autore di una lettera anonima con minacce scritte a mano imbustata assieme a un proiettile, sempre indirizzata al presidente Mattarella. Ai carabinieri che lo hanno identificato e denunciato, l’anziano pensionato, che in casa aveva altri 14 proiettili, avrebbe confessato di avere agito in un momento di nervosismo.

Ma le minacce, anche pesanti, al presidente della Repubblica via Internet sembrano essere diventate un must. Basta fare un passo indietro così da riportare alla luce un episodio di cui si sono perse le tracce e legato alla visita ufficiale in Sardegna di Mattarella del 2 ottobre 2017. Tra gli appuntamenti in agenda, la celebrazione a Ghilarza degli 80 anni della morte di Antonio Gramsci.

Le iene della tastiera si sono scatenate perché l’aereo presidenziale è atterrato nello scalo di Oristano-Fenosu, con reazioni tanto esagitate da far scattare le indagini della Digos e della polizia postale, come riporta un articolo del 4 ottobre 2017 apparso sul sito web del quotidiano La Nuova Sardegna: “Molto criticata è stata la decisione di utilizzare lo scalo di Fenosu per far atterrare l’aereo presidenziale. Una scelta che ha dato il via a commenti che definire coloriti sarebbe eufemistico. E si consideri che la redazione elimina i commenti più forti e offensivi”. Per non parlare di tutto quello che è apparso nel web.

Ma diffondere odio e minacce pesanti attraverso la Rete è una pratica che in Sardegna non fa quasi più notizia. Risale al 19 ottobre scorso, infatti, la clamorosa denuncia fatta da un avvocato che difende un ragazzo accusato di omicidio e processato a Nuoro. E proprio nel corso dell’udienza in Assise, l’avvocato ha letto i post di un sito (tempestivamente chiuso dopo la denuncia) dove tra insulti vari c’erano anche frasi tipo “Ma questo avvocato vuole vivere o morire?”. Per altri dettagli leggere qui.

Due episodi, magari commessi dalle stesse persone che si divertono a minacciare e insultare la gente perché tanto non li trova nessuno. Episodi che rischiano l’oblio, di essere archiviati nelle sabbie mobili della Rete che tutto risucchiano garantendo in molti casi l’impunità assoluta.

Sarà una cosa normale chiedere a che punto sono le indagini? Se sono così difficili, magari si può provare a chiedere in prestito ad altre procure, anche non sarde, qualche bravo investigatore, magari da Roma o da Palermo, che qualche risultato hanno ottenuto in poche ore. Il minimo che si possa chiedere è che queste persone vengano identificate (non pensiamo che un account falso possa essere un così grave ostacolo) e rinviate a giudizio.

Le minacce di morte, che suonano particolarmente gravi se rivolte al presidente della Repubblica, sono ammesse nei confronti di altre persone purché fatte su Internet? Perché è questo il messaggio che sta passando sinché non verranno denunciati questi sedicenti fabbricanti di odio e sciacalli della tastiera.

Antonio Salvatore Sassu

Cannes, grandi ritorni e blockbuster per riportare il pubblico in sala

odissea nella spazioIl Festival del cinema di Cannes, conclusosi pochi giorni fa, ha premiato i due film italiani in concorso. Marcello Fonte, protagonista di “Dogman” di Matteo Garrone, ha vinto il premio al miglior attore, e Alice Rohrwacher  il premio alla miglior sceneggiatura per “Lazzaro felice”, di cui è anche regista. Un importante risultato per la cinematografia nostrana che mostra così i primi segni di una rinascita che speriamo porti buoni frutti anche al botteghino.

Perché le sale italiane hanno bisogno di spettatori, dato il calo registrato nel 2017 con quasi la metà dei biglietti venduti rispetto a due anni fa. Il 2016 è stato un anno d’oro per il box office perché trainato dallo straordinario successo di “Quo vado?” di Gennaro Nunziante e con Checco Zalone, che ha toccato il record di oltre 65 milioni di incassi e più di 9 milioni di spettatori. Un altro successo è stato “Perfetti sconosciuti”, di Paolo Genovese, che ha superato i 15 milioni.

Ma l’anno scorso è stato un disastro, segnato da un calo quasi catastrofico dei biglietti venduti. E non sono i grandi blockbuster ad avere fallito, anzi fanno sempre numeri interessanti, ma tutti gli altri. E i bilanci del box office italiano sono sprofondati in un “Profondo rosso” così da paura che neanche il film di Dario Argento.

Speriamo che dai successi di Cannes inizi una rinascita tanto attesa quanto indispensabile perché, non dimentichiamolo, un pezzo importante della vita dei film passa ancora per le sale, che a loro volta vivono grazie ai biglietti staccati.

L’edizione 2018 del Festival di Cannes ha anche riproposto due grandi classici del cinema restaurati in occasione del loro 70esimo e 50esimo anniversario: “Ladri di biciclette” di Vittorio De Sica e “2001: Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick.

“Ladri di biciclette”, capolavoro del neorealismo girato con pochi soldi e con attori non professionisti da Vittorio De Sica nel 1948, è considerato uno dei più grandi film di tutti i tempi. Vi fa la sua prima apparizione, come comparsa nel ruolo di seminarista, quel Sergio Leone che qualche lustro dopo conquisterà un successo globale con la Trilogia del dollaro.

Il film racconta una vicenda piccola, piccola, di quelle che di solito non meritano neanche due righe in cronaca ma che la bravura di De Sica (cosceneggiatore assieme a Cesare Zavattini) ha trasformato in una storia universale di grande livello narrativo, che va oltre la Roma del dopoguerra, e con un impatto emotivo che ha pochi eguali nella storia del cinema.

“Ladri di biciclette”, che ha conquistato una valanga di premi in Italia e all’estero, fra cui un Oscar onorario nel 1950 al miglior film straniero, è stato restaurato dal laboratorio L’Immagine Ritrovata. Il restauro è stato voluto dalla Fondazione Cineteca di Bologna e dalla Compass Film di Stefano Libassi, in collaborazione con Arthur Cohn, Euro Immobilfin, Artedis, e con il sostegno dell’Istituto Luce – Cinecittà.

Da un film piccolo piccolo, con il quale a De Sica riuscì anche il colpaccio di contrastare al botteghino i kolossal hollywoodiani, al budget stratosferico di 12 milioni di dollari di “2001: Odissea nello spazio”, che dal 1968 ha rivoluzionato il modo di raccontare le storie su grande schermo, tutte e non solo quelle di fantascienza; il blockbuster padre di tutti gli effetti speciali degli ultimi cinquant’anni; il capolavoro dei capolavori partorito dal genio di Stanley Kubrick.

“2001: Odissea nello spazio” ritornerà sugli schermi della Penisola il 4 e il 5 giugno prossimi dopo essere stato proiettato nello splendore dei 70 millimetri della versione originale nella sezione Classics del Festival di Cannes, grazie a un restauro curato dalla Warner Bros e dal regista Christopher Nolan (“Batman”, “Interstellar”, “Dunkirk”), che lo ha anche presentato in occasione della prima mondiale di Cannes. E si può parlare di seconda giovinezza perché si è lavorato al negativo originale con un procedimento di ricreazione fotochimica dei fotogrammi. Una sorta di “rinfrescata” del materiale in analogico, senza passaggi in digitale o modifiche al montaggio originale voluto da Kubrick.

Per parlare in maniera adeguata della fotografia e dell’uso del colore, degli arredamenti e delle scenografie, della colonna sonora e degli straordinari effetti speciali di un film sontuoso come “Il Gattopardo” di Luchino Visconti e claustrofobico come “… e poi, non ne rimase nessuno” (dall’omonimo romanzo di Agatha Christie) non basterebbe un’enciclopedia, quindi ci limiteremo a brevi note.

La citazione di Agatha Christie è quasi obbligata perché “2001” racconta, proprio come nel più classico giallo di scuola inglese, anche di delitto e castigo, di una serie di omicidi in una camera chiusa che più chiusa non si può, (un’astronave che viaggia nello spazio), della caccia all’assassino e della sua inevitabile punizione: la condanna a morte. Anche se si tratta di una vita artificiale.

Quindi un aspetto del film, oggi più attuale di ieri , riguarda il rapporto tra gli umani e l’intelligenza artificiale, con macchine che ha volte hanno reazioni più umane degli stessi umani. Per non parlar di aspetti tipo la punizione per l’uomo che osa sfidare gli Dei, la sindrome della torre di Babele, quella di Frankenstein, e che il potere assoluto corrompe assolutamente, come diceva Montesquieu. E che di buone intenzioni sono lastricate le strade degli Inferi, soprattutto di quelli dei Puritani e degli Anglicani.

Indimenticabile anche la scena dove un osso lanciato in aria da un primate come gesto di vittoria e di sfida si trasforma in una navetta spaziale raccontando, con un montaggio mai osato prima, milioni di anni di evoluzione in un battito di ciglia.

Sul significato del film è in corso un dibattito sin dalla sua prima apparizione avvenuta il 2 aprile 1968 all’Uptown Theater di Washington. Dai grandi teorici del Vaticano agli scienziati più atei, tutti ci hanno trovato parte di sé, del proprio credo, quasi una proiezione dell’idea (del sogno, della precognizione) del presente, del passato e del futuro di ogni singolo spettatore più che dell’umanità in senso generale. Ciascuno può vederci quello che gli pare, come disse una volta Kubrick. Può dare al film il significato che vuole in base al suo vissuto personale, a quello che ha letto o visto nella realtà o nei propri sogni. Meglio lasciarsi catturare da una fantasia a occhi aperti, da un viaggio attraverso lo schermo dove lo spirito guida non è più il Coniglio Bianco dello specchio di Alice ma “il” Monolite nero.

Il team degli effetti speciali con a capo Douglas Trumbull (Oscar per gli effetti speciali assieme a Kubrick, e che ha lavorato anche a “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, “Star Trek” e “Blade Runner”) ha aperto la strada a una vera e propria rivoluzione dei trucchi cinematografici, a partire dalle Guerre Stellari di George Lucas per arrivare a “Solo: a A Star Wars Story” di Ron Howard, l’ultimo nato della saga uscito nelle sale proprio in questi giorni, e presentato sempre a Cannes con una messa in scena sul red carpert veramente da fantascienza.

E proprio il film che racconta la giovinezza di Han Solo (con Alden Ehrenreich che interpreta il personaggio su cui riposa gran parte della fama imperitura di Harrison Ford) sarà il prossimo successo al botteghino. Così come grandi incassi hanno prodotto “Black Panther”, con un 1 miliardo e 300 milioni di dollari, e “Avengers: Infinity War” che non ha ancora finito al sua corsa in sala ma che già si avvicina a 1 miliardo e mezzo di dollari, con oltre 15 milioni in Italia; e “Deadpool 2”. Mentre sulla linea di partenza ci sono altri due sicuri campioni di incassi: “Jurassic World: Il regno distrutto”, quinto capitolo della serie di Jurassic Park e “Ant-Man and the Wasp”, iconici personaggi Marvel.

I blockbuster Usa e i cinecomics, soprattutto quelli Marvel, hanno un impatto pensato proprio per la visione su grande schermo per godersi dettagli e scene pensate proprio per la visione in sala. Ma questo successo non produce un effetto “cascata”, non porta nelle sale nuove generazioni di spettatori nel cosiddetto giorno medio, come dimostra il calo di oltre il 50 per cento dei biglietti venduti in Italia.

Sarà che ha ragione Netflix (che proprio in questi giorni ha toccato grandi traguardi alla Borsa di Wall Street, diventando più preziosa della Walt Disney), la grande esclusa di Cannes, che produce film per qualsiasi tipo di formato e supporto? Che per vedersi un gran bel film sarà sempre meno obbligatorio andare al cinema? Georges Méliès ha detto una volta: “Amici miei, mi rivolgo a tutti voi, stasera, per ciò che davvero siete: illusionisti, sirene, viaggiatori, avventurieri e maghi. Venite a sognare … con me”. Oggi è più facile che il sogno ti arrivi in uno degli schermi di casa piuttosto che muoversi per raggiungerlo. Che stia per sorgere l’alba di un nuovo mondo anche per l’industria cinematografica? E che niente sarà più come prima?

Antonio Salvatore Sassu

Morti sul lavoro. Furlan: “Un bollettino di guerra”

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Pesano i 13mila morti sul lavoro di questi ultimi dieci anni. Nel 2018 si sono contate 160 vittime ma quando leggerete questa intervista con Annamaria Furlan, segretario generale della Cisl, potrebbero essere aumentate perché ci troviamo di fronte a una ininterrotta scia di sangue, come ha fatto notare la stessa Furlan a Prato in occasione della manifestazione del Primo Maggio.

Annamaria Furlan ha iniziato la sua carriera nella Cisl dal settore dei postelegrafonici di Genova, sua città natale. Dal 2002 al 2014 è stata segretario confederale della Cisl per il settore del terziario e i servizi. Il 24 giugno 2014 viene eletta segretario generale aggiunto. Nell’ottobre dello stesso anno è eletta quasi all’unanimità nuovo segretario generale della Cisl.

Partiamo dal recente Primo Maggio, da una Festa del lavoro che con lo slogan “Sicurezza: il cuore del lavoro” ha messo in evidenza le morti bianche, i 13mila morti sul lavoro negli ultimi dieci anni. Siamo di fronte a un’emergenza nazionale non dichiarata e di cui si preferisce dare la colpa al destino?
Non possiamo assistere ogni giorno a questo bollettino di guerra, a questa carneficina nell’indifferenza delle istituzioni e di quanti hanno responsabilità sul tema della sicurezza e della tutela della salute. Lo abbiamo detto con chiarezza: ora basta. Serve una mobilitazione sociale, civile e culturale di tutto il paese. Non basta solo indignarsi o denunciare l’inosservanza delle norme di legge, i regolamenti ed i contratti. La Cisl non farà sconti a nessuno finché non avremo più sicurezza e rispetto per la vita in tutti i luoghi di lavoro.

La sicurezza sui luoghi di lavoro sembra sia quasi un optional invece che un obbligo di legge e direi anche morale. Che cosa ha causato questa nuova filosofia e come invertire la rotta?
Non si può parlare di fatalità. Nel nostro paese ogni giorno in media tre persone muoiono sul lavoro. Il 10% sono stranieri, soprattutto edili, operai dei porti, della logistica, della chimica, dei servizi, delle aziende agroalimentari, giovani ed anziani. Una lenta morte collettiva, silenziosa, incrementata dalla precarietà, dai mancati investimenti in sicurezza, dall’omissione di controlli. Spesso in nome del profitto ottenuto sulla pelle dei lavoratori. E’ evidente che le imprese grandi e piccole sono chiamate oggi ad un ruolo di grande responsabilità. Devono investire in nuovi macchinari più sicuri, rendere i luoghi di lavoro sempre meno vulnerabili agli incidenti ed alle malattie professionali. Ed anche il sindacato deve fare di più: denunciare gli appalti al ribasso, l’eccesso di esternalizzazioni, pretendere il rispetto integrale di tutte le norme sulla sicurezza.

C’è anche un Testo unico sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, che risale a dieci anni fa. E’ ancora attuale o avrebbe bisogno di qualche ritocco per adeguarlo alle nuove tipologie che sono sorte e che stanno sorgendo quasi ogni giorno?
Le norme ci sono ma è chiaro che vanno adeguate alle nuove tipologie di lavoro. Penso per esempio a quei giovani lavoratori della “gig economy” che oggi  sono sottopagati e senza alcuna tutela. Stiamo mettendo a punto una serie di proposte tra le quali quella di costruire tutele mutualistiche ed integrative che aumentino le coperture previdenziali, infortunistiche e sociali per chi lavora alle dipendenze di una app. Il sistema va cambiato con norme legislative chiare, con le giuste garanzie della contrattazione tra azienda e sindacati, con più partecipazione e protagonismo dei lavoratori nelle scelte delle imprese. C’e’ bisogno di vincoli, garanzie, di discutere sui carichi eccessivi di lavoro e di straordinari, contrattare il lavoro festivo e domenicale, eliminare o ridurre al minimo i rischi per la salute. E’ anche un problema culturale, di rispetto per la dignità del lavoro che va difeso in questa società sempre più globalizzata ed individualista, come spesso ci ricorda Papa Francesco.

La Cisl sta per compiere 70 anni. Diventerà un dopolavoro per pensionati oppure sta procedendo a ringiovanire iscritti e dirigenti? Che spazio hanno già oggi i giovani nella Cisl?
Abbiamo cambiato molto la Cisl in questi ultimi tre anni, applicando concretamente il nostro principio della “leadership diffusa”, spostando nei  luoghi di lavoro e nel territorio il baricentro della nostra azione sindacale. I nostri iscritti sono oggi in maggioranza lavoratori attivi, con una presenza di tanti giovani delegati di base in tutte le categorie private e pubbliche. Ogni qualvolta si vota nei luoghi di lavoro per il rinnovo delle rsu, il sindacato confederale raccoglie circa l’80 per cento dei consensi, con una grande crescita della Cisl in tutti i settori. E’ chiaro che dobbiamo fare di più per intercettare i giovani e rappresentare i loro bisogni, con un vero patto intergenerazionale che veda giovani ed anziani concorrere al bene comune del paese. Ma e’ una caricatura dire che noi rappresentiamo solo pensionati, che tra l’altro sono una categoria importante e meritano tutto il nostro rispetto ed una maggiore considerazione della politica e della società italiana per quello che hanno dato e continuano a dare  al nostro paese.

C’è veramente la ripresa economica? La locomotiva Italia sta tornando a correre oppure si intravedono già ostacoli all’orizzonte?
Indubbiamente ci sono dei segnali di crescita dell’economia e dell’occupazione, frutto anche dei sacrifici che hanno fatto i lavoratori italiani in questi anni. Ma i punti perduti e da recuperare sia nella produzione industriale sia sul piano del lavoro sono ancora tanti. Per questo abbiamo bisogno di un governo autorevole anche sul piano internazionale che metta al centro seriamente i temi della crescita, del lavoro e della sua sicurezza. Non si governa con gli slogan o con le proposte velleitarie. Ci vogliono seri investimenti pubblici ed una politica fiscale in grado di  irrobustire la domanda interna per dare stabilità strutturale alla crescita. Ma serve anche un sostegno alla povertà con maggiori risorse al Reddito di inclusione, e sopratutto politiche attive del lavoro, potenziare i Centri per l’impiego con risorse adeguate, attivare strumenti per gestire le crisi aziendali. Occorre accelerare i percorsi che collegano strutturalmente scuola e lavoro. Investire nella formazione e nelle risorse umane è oggi la carta vincente anche alla luce delle continue trasformazioni tecnologiche e digitali che investono anche il  mondo del lavoro.

Ripresa o no, lo storico divario tra Nord e Sud si sta allargando. Come mai? E come invertire la rotta?
Il mezzogiorno rimane per noi una questione centrale. Purtroppo non c’è traccia di questo nel programma di Lega e Cinque Stelle. Un Sud recuperato allo sviluppo, infatti, rappresenta la più grande opportunità di riscatto nazionale. Coniugare politiche industriali a sostegno sociale, tutela del lavoro a crescita produttiva, investimenti a buona qualità della spesa, formazione ad innovazione, trasparenza a legalità: queste sono le accoppiate vincenti per tornare a parlare di crescita ed evitare che ogni anno circa 200mila giovani abbandonino il Sud per cercare fortuna altrove. Non possiamo più permettere questa emorragia culturale che si traduce anche in una perdita economica calcolata in circa 1 miliardo l’anno. Abbiamo oggi il dovere di investire sul protagonismo del meridione, dei suoi lavoratori e imprenditori, dei suoi giovani, delle sue donne, sostenendo una ripresa produttiva che lo trasformi in motore trainante del Paese.

Quali sono le proposte della Cisl per combattere la disoccupazione giovanile, soprattutto quella femminile?
Anche qui bisogna uscire dagli slogan demagogici e costruire azioni concrete a favore del lavoro stabile dei giovani che può arrivare solo se si favoriscono gli investimenti. Gli sgravi e la decontribuzione strutturale possono sicuramente favorire le assunzioni ma occorre anche il potenziamento dell’apprendistato duale e far partire una vera alternanza scuola-lavoro che in altri paesi europei funziona benissimo. Ecco perché speriamo che il nuovo Governo metta davvero tra i punti programmatici il rilancio delle politiche attive del lavoro, studiare insieme alle parti sociali sgravi fiscali specifici per chi assume donne lavoratrici, porre le basi per una migliore conciliazione tra cura della famiglia ed occupazione. Non è vero che il lavoro delle donne va a scapito della famiglia. E’ vero semmai il contrario: il lavoro è lo strumento per sostenere concretamente la formazione di giovani nuclei familiari. Sarebbe davvero un segnale importante se tutte le donne elette nel nostro Parlamento si battessero unite, senza distinzione ideologiche o di partito, insieme al sindacato ed alle Associazioni del Forum della Famiglie, per un vero “patto per la natalità” nel nostro paese.

Sempre a proposito di donne, c’è la questione dei salari più bassi rispetto agli uomini. Come riequilibrarli?
Bisogna fare ancora tanto sul piano delle pari opportunità. Le politiche di conciliazione e di pari opportunità, così come pensate ed attuate oggi, non sono in grado di garantire un reale sostegno alle donne ed al tempo stesso all’economia del paese. La parità di retribuzione tra uomo e donna sarebbe il più grande stimolo alla ripresa e solleverebbe milioni di donne dalla povertà. Eliminerebbe di fatto un’altra disparità, direttamente collegata alla prima: il gap pensionistico che vede nel nostro Paese le donne percepire un assegno di pensione inferiore di circa il 30% rispetto a quello degli uomini. Le donne sono quelle che hanno un lavoro più discontinuo, più precario e fanno più fatica a fare carriera. Se anche chi si assenta per maternità o effettua orari a part time per la cura dei figli non venisse considerato come spesso accade una lavoratrice residuale ma una risorsa su cui continuare ad investire, si attenuerebbero i differenziali ingiustificati dei salari. Il 12% della forza lavoro in Italia è costretta ad un lavoro part time in modo involontario. E si tratta per lo più di donne per le quali servirebbero nuove politiche di rafforzamento occupazionale o di integrazione salariale se costrette a orari settimanali troppo bassi vicini alla quasi disoccupazione.

Cosa si può fare per affrontare questo problema?
Dobbiamo garantire alle donne che lavorano reali politiche attive di valorizzazione e di promozione. Più sviluppo professionale anche a chi come le donne deve in molti momenti della vita conciliare il lavoro con la cura delle persone. La Cisl con i contratti sta puntando molto sul welfare aziendale negoziando cose concrete: assistenza sanitaria integrativa, bonus economici per ogni bambino nato, nidi aziendali, una maggior flessibilità dell’orario di lavoro, più telelavoro, più formazione. Ma anche lo Stato dovrebbe fare di più con interventi fiscali mirati per ridurre il divario salariale tra uomini e donne, come fanno altri paesi europei. Su questo siamo molto, molto in ritardo.

Antonio Salvatore Sassu

Dal rogo a film per tutti: la vendetta di “Ultimo tango a Parigi”

Bernardo Bertolucci, Marlon Brando e Maria Schneider

Tre giorni che passeranno alla storia del cinema, almeno di quello italiano ma che indicano come sia cambiata la morale negli ultimi cinquant’anni: “Ultimo tango a Parigi”, capolavoro di Bernardo Bertolucci del 1972, dopo la presentazione della copia restaurata in 4K in prima mondiale il 28 aprile scorso al Bari International Film Festival, sarà programmato nei circuiti di prima visione la settimana prossima, il 21, il 22 e il 23 maggio.

Uno dei film più “maledetti” per antonomasia, sicuramente il più lubrificato, il più scivoloso della storia, un cult che il mondo ci invidia, e il più visto di tutti i tempi nelle sale italiane con oltre 15 milioni e mezzo di spettatori paganti, è stato restaurato in 4K (il top della tecnologia attuale) dal Centro Sperimentale di Cinematografia – Cineteca nazionale, con al timone Vittorio Storaro, il direttore della fotografia tre volte premio Oscar per “Apocalypse Now”, “Reds” e “L’ultimo imperatore”, e da Federico Savina, uno dei grandi maghi del sonoro. Una scelta non casuale perché entrambi hanno lavorato al film originale.

Grazie alla supervisione di questi due famosi nomi del cinema internazionale, immagini e colori vengono riproposti con un restauro che non ha snaturato la pellicola originale, così come il sax di Gato Barbieri accompagna e sottolinea lo svolgimento della trama, rispettoso anche in questo caso della colonna sonora originale. Si può parlare di una seconda vita grazie a un restauro conservativo invece che invasivo o snaturante.

E saranno festeggiamenti col botto. “Ultimo tango”, infatti, sarà proiettato in due versioni: la prima con il doppiaggio italiano e la seconda con il doppiaggio originale sottotitolato, una vera chicca per gli appassionati perché questa versione non è mai apparsa nelle sale nostrane.

Dai processi, al rogo e alle persecuzioni stile inquisizione degli anni Settanta, si è passati alla commissione della censura che per questo ritorno ha concesso la visione per tutti senza limiti di età. E si parla della versione integrale della pellicola, comprensiva della scena del burro e di quei famosi 8 secondi (che non raccontiamo, così come non daremo nessun particolare sulla trama) che la censura dell’epoca fece tagliare per concedere il permesso di proiezione nelle sale, anche se con il “vietato ai minori di 18 anni”.

Ma al film di Bernardo Bertolucci, interpretato da Marlon Brando (3 aprile 1924, 1 luglio 2004) e Maria Schneider (27 marzo 1952, 3 febbraio 2011), uscito la prima volta nel 1972, il divieto ai minori di 18 anni non è servito a metterlo al riparo dagli strali dei benpensanti, dai guai giudiziari e da una condanna al rogo in stile Fahrenheit 451 o nazifascista, se preferite.

Eppure la risposta della critica, anche a livello internazionale, ai tempi fu positiva: candidatura a due premi Oscar, nomination a Bertolucci come miglior regista e a Marlon Brando come miglior attore protagonista. Nastro d’argento a Bertolucci come regista del miglior film; David di Donatello speciale a Maria Schneider. E due premi vinti negli States da Brando, allora reduce dai fasti de “Il Padrino” di Francis Ford Coppola che lo avevano rilanciato in pompa magna in tutto il mondo.

I guai giudiziari per “Ultimo tango” iniziano il 30 dicembre 1972 con il sequestro per “esasperato pansessualismo fine a se stesso” (giudici che fanno i critici e che stabiliscono che cosa è l’arte e come deve essere rappresentata al pubblico? Chi scrive non capisce l’accusa rispetto alla trama del film ma si accettano autorevoli spiegazioni. Non è mai superfluo chiedersi dove sono finite le garanzie costituzionali sulla libertà di espressione, se sono rimaste solo sulla carta e che uso ne hanno fatto alcuni politici e magistrati, della carta intendo) e dopo un tira e molla giudiziario il 29 gennaio 1976 arriva la definitiva condanna al rogo del film, l’ordine di distruzione di tutte le pellicole.

Nella sentenza Bernardo Bertolucci, Marlon Brando , lo sceneggiatore Franco Arcalli e il produttore Alberto Grimaldi vengono condannati a due mesi di prigione con la condizionale. In più Bertolucci perde i diritti civili per cinque anni.

Dalla furia censoria si salvano alcune copie conservate come “corpo del reato” (doppio senso voluto ma che capisce solo chi ha visto il film) negli archivi della Cineteca Nazionale. Questo copie saranno rimesse in circuito nel 1987, quando la Cassazione riabiliterà il film grazie anche all’evoluzione dei tempi e del significato del comune senso del pudore.

Ma non è stato solo “Ultimo tango” a soffrire gli strali della censura . Dal punto di vista della repressione della libertà d’espressione gli anni Settanta non si sono fatti mancare niente, anzi si sono distinti per l’approccio bigotto, ipocrita e moralista dei tutori e dei custodi della moralità pubblica, e anche di quella privata. Un approccio che si può anche definire pornografico, del tipo come spiare la realtà dal buco della serratura, puntare gli occhi sulla camera da letto e perdere la visione d’insieme. E gli esempi non mancano.

Parlando di film, ecco un altro nome illustre: Pier Paolo Pasolini. Nel 1971 il suo “Il Decameron” viene sequestrato e dissequestrato più volte e si becca 30 denunce. Va in scena anche un processo che termina con l’assoluzione di tutti gli imputati. La pellicola ha una sorte diversa in Europa: vince l’Orso d’argento al Festival del cinema di Berlino e ha un buon successo al botteghino.

“I racconti di Canterbury” (1972) viene sequestrato più volte e censurato con un taglio di una decina di minuti, mentre a Berlino vince l’Orso d’Oro. Tre giorni dopo la prima arrivano le denunce per oscenità che la procura di Benevento archivia. Poi cambia idea, riapre il fascicolo, sequestra il film e rinvia a giudizio Pasolini, il produttore Alberto Grimaldi (lo stesso di “Ultimo tango”) e il proprietario della sala dove il film era stato proiettato. Finirà con tutti assolti in ogni grado del giudizio.

Diversa sorte, anche al botteghino, per “Il fiore dalle Mille e una notte” (1974), con la procura di Milano che archivia la denuncia per oscenità.

A metà degli anni Settanta era di stanza a Catanzaro, in seguito anche in altre città, certo Donato Massimo Bartolomei che si è guadagnato fama imperitura di censore numero uno sequestrando di tutto un po’. Il suo grande lavorio “contro” è stato anche oggetto di una interrogazione parlamentare di Riccardo Lombardi. Fatto riportato dal blog della Fondazione Nenni in un post titolato “Quando Lombardi attaccava censura e censori”. Da un intervento fatto in punta di bisturi alla Camera il 19 novembre 1975, riportiamo solo “Si può supporre che quella di Catanzaro sia una giurisdizione in cui il procuratore generale dia corso alla sua sessuofobia (non lo conosco e non so quale temperamento psichico egli abbia) così da rappresentare un’area isolata, una specie di ghetto. Infatti l’attività persecutoria del procuratore generale di Catanzaro non si è esercitata soltanto in questo caso; si esercita, possiamo dire, con una frequenza, una generalità e una generosità di interventi straordinarie. Libri e giornali vengono sequestrati ogni settimana”.

E la palma di libro più sequestrato di quegli anni, forse di tutta la storia dell’Italia repubblicana è “Paura di volare” (Fear of Flying) di Erica Jong . Dal frontespizio: ” Una donna che parla di sesso come un uomo ha scritto il libro più vietato degli ultimi anni”. Ed è proprio vero. Il libro, che ha scandalizzato i pruriginosi Stati Uniti, in Italia scatena polemiche e sequestri sessuofobici a non finire proprio perché trattasi di una donna che parla di sesso come un uomo e soprattutto delle sue scopate senza cerniera, e magari anche senza preservativo: bei tempi, quelli! Una rivoluzione epocale che ha lasciato il segno nella cultura, nel costume e nel linguaggio.

E non dobbiamo dimenticare una vicenda accaduta a Roma nel 1977, volutamente e frettolosamente rimossa forse perché prova di un accanimento che ben altri fatti (quelli si veramente delinquenziali) avrebbero meritato. Vicenda che lo sceneggiatore di fumetti Giorgio Pedrazzi ha ricordato nel 2016 in “Parlano di noi 1962-1980 – I fumetti del Diavolo”, una raccolta di quarant’anni di articoli di giornali seri e titolati dedicati ai fumetti erotici o porno che dir si voglia oggetto di un libro e di una mostra allestita in occasione della XX edizione di Romics.

La vicenda è stata revocata recentemente anche da Luca Boschi, sceneggiatore e grande esperto di fumetti, nel suo blog, e noi la ricordiamo adesso. Il 10 febbraio del 1977 la scure della censura si abbatte su una casa editrice di fumetti per adulti, la Edimarket, con sede a Roma. Nella notte vengono arrestati l’editore Maurizio Scozzi, il distributore Giorgio Liberati, il giornalista Silverio Serafini e i tipografi Guido Spada e Francesco Sabatini. Il procurato capo di Roma, Giovanni De Matteo li accusa di pubblicazione oscena e di associazione a delinquere.

Il successivo 16 marzo è il sostituto procuratore Angelo Maria Dore a scendere in campo e a far scattare le manette per gli stampatori Marcello Pennacchietti e Stefania Acanfora, e per Bruno Giacchett, socio della tipografia. Le accuse vengono riportate anche da “Il Messaggero”: “reati di associazione per delinquere e stampa oscena senza la concessione della sospensione condizionale della pena e la libertà provvisoria”.

Erano gli anni, lo ricordiamo, in cui il clan dei Casamonica lasciava la casa avita dell’Abruzzo e del Molise per insediarsi a Roma e lungo il litorale laziale, in particolar modo a Ostia. E anche recentemente abbiamo avuto un edificante esempio dei comportamenti di questi signori quando si trovano al bar. Ed erano anche gli anni d’oro della Banda della Magliana, altra consorteria, per dirla alla Tex Willer, di onesti galantuomini che mica stampavano fumetti pornografici.

Sarà perché occhio non vede, cuore non duole, sarà che le anime pie devono essere rassicurate, sarà che lavorare stanca (come verseggiò Cesare Pavese già dal 1936) e che inseguire tette e culi al vento, come si chiamavano ai tempi i lati b delle signorine discinte soprattutto in copertina, scopate senza cerniera e altri scandali letterari, fumettistici e cinematografici sicuramente stanca ancor di più. Per cui bisogna pur tergersi il sudore dalla fronte e riposarsi. E poi, a chi poteva fregare della caccia a bande armate, quelle sì autentiche associazioni per delinquere alle quali stava riuscendo (a differenza del terrorismo) la conquista di un pezzo importante del cuore dello Stato.

Antonio Salvatore Sassu

Claudio Stassi: “Le favole di Gramsci ai figli come base”

favole di gramsciVenerdì 11 maggio, a Torino, nella sala San Massimo dell’Hotel NH Collection Piazza Carlina, in piazza Carlo Emanuele II, sarà presentato il progetto internazionale “Gramsci c’è – Gramsci, pensamiento universal de su tierra al mundo – Riflessione sulla pedagogia civile nell’opera del filosofo sardo”. La manifestazione è uno degli appuntamenti della Sezione Off del 31esimo Salone Internazionale del Libro di Torino, che aprirà i battenti domani giovedì 10 maggio per concludersi lunedì 14.

Si inizia alle ore 19.00 con la presentazione del progetto editoriale internazionale che ha consentito di tradurre dall’italiano in spagnolo, catalano e sardo il libro di Antonio Gramsci “L’Albero del riccio e altre fiabe della buonanotte”, piccole grandi storie dedicate ai suoi due figli tratte dalle “Lettere dal carcere”, edito postumo da Einaudi nel 1947 e vincitore del Premio Viareggio. Il libro per ragazzi, curato da Marcello Belotti e illustrato da Claudio Stassi, è pubblicato da Abbà e Thorn & Sun Communication in coedizione con Icaria Editorial di Barcellona. Con il patrocinio della Regione Sardegna e il contributo della “Assòtziu de sos Sardos in Catalugna”. La diffusione è prevista anche nei Paesi di lingua latino-americana dove il pensatore di Ales ha un grande seguito.LOCANDINA

Claudio Stassi, autore delle illustrazioni, nato a Palermo nel 1978, da anni vive a Barcellona, dove lavora e insegna nella sua Scuola del fumetto. I suoi lavori sono stati pubblicati da importanti editori italiani e stranieri, fra cui Casterman, Dargaud, Rizzoli, Eura, Beccogiallo e Black Velvet. Nel 2007 con “Brancaccio storie di mafia quotidiana”, sceneggiato da Giovanni di Gregorio, vince il Premio Micheluzzi e il Premio Boscarato per la sceneggiatura. Il suo adattamento di “Per questo mi chiamo Giovanni”, dal romanzo di Luigi Garlando, è stato pubblicato da Rizzoli in Italia, da Dargaud in Francia e da Norma Editorial in Spagna. Tra un libro e l’altro trova anche il tempo per pubblicare sul settimanale “Il Giornalino”, edizioni San Paolo, le avventure di Bau e Woof, scritte da Fabrizio Lo Bianco. Dopo aver esordito su Dylan Dog Gigante n. 21 con l’episodio “Qualcuno sul fondo”, è passato a Dampyr, un altro eroe della scuderia Bonelli. Lo abbiamo intervistato proprio in occasione della prossima presentazione di Torino.

Conoscevi le opere di Antonio Gramsci, soprattutto le “Lettere dal carcere”?

Si, Ovviamente conoscevo le opere più importanti, le “Lettere dal carcere” sicuramente. Quello che non sapevo è che avesse scritto così tante favole per i suoi figli. Conoscevo la storia dell’albero del riccio, ma quando Marcello Belotti, traduttore e curatore del libro, mi ha portato tutte le favole da leggere mi è sembrato come scoprire un tesoro, tutte bellissime e ricche di amore per i suoi figli. A pensare che ha scritto quelle fiabe in un luogo angusto e cupo come il carcere mi si stringe il cuore.

Pensi che il pensiero di Gramsci sia ancora attuale? E perché?

Assolutamente si. Quando sento dire che non esistono più la destra e la sinistra, penso che quello che realmente non esiste più sia la cultura politica. I valori della sinistra, quei valori che oggi vengono calpestati dalla stessa sinistra italiana (e aggiungerei europea) ci portano a riflettere sulla reale crisi europea dei partiti di sinistra in Italia. Gruppi politici come Tsipras in Grecia o Podemos in Spagna basano le loro radici ideologiche sul pensiero gramsciano. Non a caso, ad esempio, persone come Ada Colau, sindaca di Barcellona, o Pablo Iglesias, presidente di Podemos, citano spesso Gramsci nei loro discorsi.

Pur avendo al tuo attivo albi, graphic novel e adattamenti a fumetti di libri, come hai affrontato l’illustrazione delle fiabe di uno dei grandi pensatori del Novecento?

Tutti i miei lavori, hanno una base narrativa legata al sociale. “Brancaccio” e “Per questo mi chiamo Giovanni”, parlano di mafia e antimafia, dell’omertà, della difficoltà delle periferie. “Banda Stern” racconta del conflitto israelo-palestinese puntando la camera sugli scontri dei due Paesi all’epoca del riconoscimento dell’Unione Europea dello Stato d’Israele. “Rosario L’amore e la morte” parla della criminalità ai tempi di Al Capone nella città di Rosario negli anni Venti.
Ho deciso di illustrare Gramsci focalizzando l’attenzione sui lettori, sui bambini. Volevo che la gioia, i colori, le emozioni magiche che Gramsci trasmetteva con le sue parole, si rispecchiassero sui miei disegni. L’acquerello e le matite colorate sono state le mie compagne d’avventura in questo percorso. Illustrare i racconti di Gramsci è stato un onore.

Questa produzione internazionale in quattro lingue potrebbe aprire nuovi mercati per l’illustrazione per ragazzi e per i fumetti tratti da romanzi?

Esistono già molti racconti illustrati per ragazzi tratti anche da romanzi. Quello che però mancava nel mercato editoriale era un libro illustrato che raccontasse tutte (o quasi) le fiabe che Gramsci scrisse dal carcere per i suoi figli. Grazie agli editori Abbà e Icaria abbiamo colmato questo vuoto, e sono felice che i bambini di oggi possano leggere Gramsci e le sue fiabe.

Ridurre in poche righe la biografia di Antonio Gramsci (Ales 22 gennaio 1891, Roma 27 aprile 1937) non è molto semplice. Diciamo che è stato tra i fondatori del Partito Comunista, di cui ha ricoperto anche la carica di segretario, giornalista e fondatore dell’Unità, critico teatrale, filosofo, politologo. Il grande pensatore di Ales è ancora oggi in auge, lucido e attuale, come dimostra la bibliografia da Guinness dei primati dedicata all’analisi della sua vita e delle sue opere. Si parla di 20mila titoli, con sempre nuove pubblicazioni.

Antonio Gramsci scrisse queste fiabe e le altre lettere negli anni che passò nel carcere di Turi, dopo l’arresto al suo rientro da Mosca, l’8 novembre 1926, la condanna del tribunale speciale del 4 giugno 1928, sino al rilascio del 25 ottobre 1934. Queste lettere venivano spedite in Russia ai suoi due figli, Delio, nato nel 1924, e Giuliano, nato nel 1926, e alla moglie, la violinista Iulca Schucht.

Le storie de “L’Albero del riccio e altre fiabe della buonanotte”, tratte da “L’Albero del riccio”, da “Apologhi e raccontini torinesi” e da “Raccontini di Ghilarza e del carcere”, sono meravigliose, dolci, raccontano lo spirito libero di un uomo in galera ma non piegato. Un carcerato che, come Mandela, non scorda la sua umanità perché niente può spezzare la sua anima immortale. E se i “Quaderni dal carcere”, uno dei testi più letti e tradotti al mondo, sono sicuramente l’opera fondamentale di Gramsci, “L’albero del riccio” è da annoverarsi tra i classici della letteratura per l’infanzia.

Molte delle storie che raccontano di briganti e di animali, sono ispirate a fatti realmente accaduti. E la vita della campagna raccontata da Gramsci non è consolatoria come quella di Esopo per cui il lieto fine non è sempre scontato.

La presentazione de “L’Albero del riccio e altre fiabe della buonanotte” è un’occasione importante per celebrare, in modo divertente e commovente, Antonio Gramsci, un uomo e un intellettuale che appartiene a due mondi: quello sardo, dove è nato, e quello torinese dove ha lavorato, pensato, organizzato con l’obiettivo della giustizia sociale. E che è stato incarcerato solo per le sue opinioni.

In apertura dei lavori, i saluti di Giuseppe Dessena, assessore alla cultura della Regione Sardegna, che ha sostenuto questa iniziativa; Antonella Parigi, assessore alla cultura della Regione Piemonte; e Giampiero Leo, vicepresidente “Comitato Diritti Umani” del Consiglio regionale del Piemonte.

Seguiranno gli interventi di Mauro Pala, università di Cagliari; Marcello Belotti, curatore del volume; Claudio Stassi, illustratore dell’opera; Domenico Vassallo, vicepresidente dell’Anonima Fumetti; e dell’editore Giovanni Manca.

La giornata proseguirà alle ore 21.00, presso Casa Gramsci (Via Maria Vittoria, 28/Q, nello stesso stabile dell’Hotel) sarà inaugurata la mostra delle illustrazioni di Claudio Stassi, a cura dell’Anonima Fumetti. Seguirà un buffet offerto da “Associazione dei sardi in Torino Antonio Gramsci”.

Durante l’inaugurazione della mostra (che rimarrà visitabile per almeno 15 giorni a Casa Gramsci), l’Anonima Fumetti conferirà a Stassi la tessera onoraria di “Complice”, onore riservato ai grandi fumettisti la cui arte interpreta il suo ruolo non solo per se stessi, ma insegna ai giovani e si batte contro la violenza mafiosa e per le battaglie civili. Condizioni indispensabili per far parte dei “Complici” dell’Anonima Fumetti.

I FIGLI E LA MOGLIE DI GRAMSCI

I FIGLI E LA MOGLIE DI GRAMSCI

I disegni di Stassi raccontano, com’è proprio del fumetto, una storia parallela alla scrittura pur seguendone la sequenza narrativa. Sembra una contraddizione ma non lo è. Il disegno di un fumettista interpreta la scrittura a modo suo, aggiunge spessore, psicologia, colore, ironia. E l’Anonima Fumetti ha voluto una mostra “senza testo” proprio perché queste tavole parlano da sole.

La serata si concluderà alle 21.30, con Enzo Cugusi, presidente dell’Associazione Gramsci, che introdurrà e presenterà: “Get up stand up”, storia di Antonio Gramsci, musiche di Bob Marley, concerto letterario di e con la “Compagnia Le Voci del Tempo”, Marco Peroni e Mario Congiu.

Antonio Salvatore Sassu

Barbagallo: “Senza lavoro, una società non esiste”

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“Il primo maggio è come parola magica che corre di bocca in bocca, che rallegra gli animi di tutti i lavoratori del mondo, è parola d’ordine che si scambia fra quanti si interessano al proprio miglioramento”. Da “La Rivendicazione”, Forlì, 26 aprile 1890.
La Festa del lavoro, o Giornata internazionale dei lavoratori di tutti i Paesi, viene celebrata in molte nazioni dal primo maggio 1890. La decisione di organizzare a livello internazionale e in contemporanea una giornata non solo di festa ma occasione per rivendicare i diritti sindacali della classe operaia, a partire dalla riduzione dell’orario di lavoro a otto ore giornaliere, è stata presa dal congresso di Parigi della Seconda internazionale (organizzazione politica di sinistra fondata dai partiti socialisti e laburisti europei) il 20 luglio 1889.

La data del primo maggio è stata scelta anche per celebrare i cosiddetti “martiri di Chicago”. Il primo maggio 1886, infatti, si svolge a Chicago una grande manifestazione per chiedere la riduzione dell’orario di lavoro. Uno sciopero al quale partecipano 80mila persone. I giorni successivi gli scioperi continuano e le proteste sfociano in violenze e morti. I gravi incidenti scoppiati il 3 e il 4 maggio 1886 passeranno alla storia come rivolta di Haymarket. Incidenti e tumulti con morti e feriti tra i manifestanti e le forze dell’ordine. Otto anarchici saranno processati e condannati a morte senza prove precise. La sentenza capitale sarà eseguita per quattro di loro, che finiranno impiccati in carcere.

Sui temi legati alla Festa del lavoro abbiamo intervistato Carmelo Barbagallo, segretario generale Uil dal 2014. Carmelo Barbagallo ha iniziato a lavorare a otto anni e dopo tanto apprendistato e lavori saltuari, viene assunto, prima, in un pastificio e, poi, come operaio specializzato dalla Fiat di Termini Imerese. Contemporaneamente inizia la sua militanza nel Partito Socialista Italiano.

Ha ancora senso celebrare il Primo Maggio come la Festa dei lavoratori? O tutto si riduce al Concertone di Roma?
Certo che ha senso! Soprattutto in Italia la cui Costituzione, proprio al suo primo articolo, recita: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Il Concertone di Piazza San Giovanni è ormai una bellissima e consolidata tradizione dedicata soprattutto ai nostri giovani, ma in moltissime piazze italiane si continuano a svolgere, in mattinata, decine e decine di cortei e comizi, oltre al comizio nazionale dei tre Segretari generali che, quest’anno, avrà come scenario la città di Prato e come tema quello della salvaguardia della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. Il Primo Maggio continua ad avere un valore perché, nonostante tutto, il lavoro continua a essere uno dei valori più importanti per la persona e per la società.

Come viene festeggiato nel resto del mondo?
Anche in altre nazioni, ci sono cortei, manifestazioni e comizi. La festa del Primo Maggio è internazionale: accomuna tanti popoli e tanti lavoratori.

Lei è reduce da un tour in diverse regioni d’Italia per i congressi Uil. Che aria tira? Quali i problemi e le difficoltà che la gente affronta nella vita di tutti i giorni?
Intanto, devo dire che la Uil gode di ottima salute: noi aumentiamo in iscritti, voti e delegati. C’è persino un recente studio del Censis che ha certificato che noi siamo l’unico Sindacato che cresce. L’esito entusiasmante delle ultime elezioni per il rinnovo delle Rsu nel pubblico impiego ne è l’ennesima prova: abbiamo ottenuto un successo strepitoso. Purtroppo, il Paese non sta altrettanto bene. Stanno aumentando le situazioni di disagio economico, la disoccupazione giovanile resta un problema serio, cresce il divario tra il Nord e il Sud del Paese. La gente chiede interventi strutturali per invertire davvero la rotta e puntare allo sviluppo.

Mi sembra che oggi il sindacato abbia poca presa con i giovani. Certo, abbiamo i lavoratori avanti negli anni e i pensionati. Ma i giovani? Sarà sempre più un sindacato coi capelli grigi e a rischio di estinzione?
Partiamo da un dato. La Uil è il Sindacato che ha il rapporto tra lavoratori attivi e pensionati più alto di tutti gli altri Sindacati e, inoltre, ribadisco, continua a crescere ovunque. Il rischio di estinzione non sappiamo proprio che cosa sia: è un problema inesistente, è una fake news diffusa dai nostri detrattori. Noi abbiamo fatto tantissime iniziative che hanno coinvolto migliaia e migliaia di giovani i quali hanno partecipato con grande entusiasmo contribuendo alla riuscita di queste manifestazioni. Abbiamo, poi, anche una categoria, la UILTemp, che si occupa prevalentemente di quei giovani che hanno contratti precari o temporanei. Infine, io sono nettamente contrario a questo tentativo di contrapposizione tra generazioni. Un vecchio proverbio Masai, che cito spesso in occasione delle nostre riunione dice: “I giovani corrono veloce, i vecchi conoscono la strada”. Io aggiungo: “Insieme possiamo raggiungere i traguardi che ci prefiggiamo”.

Come sarà la Uil del futuro? Quali temi, quali diritti, quali valori?
Valori e diritti saranno quelli di sempre, quelli che ci hanno fatto sempre guardare al futuro ed essere il Sindacato della modernizzazione. Già sei anni fa, in occasione della Conferenza di Organizzazione di Bellaria, abbiamo avviato una riforma del nostro Sindacato, trasformandolo in un Sindacato a rete, sempre più vicini alla gente e ai luoghi di lavoro. Inoltre, abbiamo inserito nel nostro Consiglio confederale oltre quaranta Rsu, eletti di recente soprattutto tra i giovani. Anche negli altri organismi è notevolmente cresciuta la presenza di giovani e donne. Insomma, noi il cambiamento non lo annunciamo, ma lo pratichiamo e lo viviamo. E i risultati si vedono e sono sotto gli occhi di tutti.

Sarà che un’organizzazione che ha le sue radici nell’Ottocento, così come i partiti tradizionali, non è più capace di comunicare?
Lei continua a pormi domande dando per scontato che il Sindacato e la Uil siano in crisi! Lo ripeto: non è così. I numeri dicono un’altra cosa, raccontano un’altra realtà. Le faccio solo un esempio a proposito dei sistemi di comunicazione. Dieci anni fa abbiamo fondato una web Tv, la prima web Tv sindacale. Ebbene, di recente, proprio per festeggiare il decennale, abbiamo organizzato un video contest, rivolto ai giovani tra i 18 e i 35 anni chiedendo loro di realizzare dei corti per esprimere la loro idea di lavoro, le loro ansie, le loro preoccupazioni, i loro desideri. Non solo hanno partecipato in tantissimi, ma gli accessi al nostro sito sono aumentati, in quel periodo, del 1.400 per cento. Tutto documentato.

Il mondo del lavoro sta cambiando, già si parla di industria 4.0. Ma il lavoro in sé è ancora uno dei valori fondamenti della nostra società? E quali nuove strategie si devono mettere in campo per difendere questo valore?
Senza lavoro, una società non esiste. E quando non si capisce che è uno dei valori fondamentali della nostra società e se ne calpestano i diritti, quello è il momento in cui regrediamo. Il punto è un altro: il lavoro è cambiato e, soprattutto, rischia di soccombere rispetto al profitto e agli interessi delle multinazionali o di imprenditori poco illuminati. Bisogna gestire la trasformazione verso l’impresa 4.0 e bisogna evitare che ciò accada in spregio ai diritti conquistati in questi anni.

Il sindacato deve restare dentro i confini nazionali oppure è importante che presti attenzione anche a quello che succede altrove? E perché?
I confini nazionali non esistono più: li ha abbattuti, da tempo ormai, la globalizzazione. È impensabile, dunque, governare le dinamiche sociali, occupazionali e produttive restando ripiegati su stessi e su realtà locali, senza confrontarsi con ciò che accade in Europa e nel mondo e senza quantomeno provare a influenzare le scelte e i processi decisionali delle multinazionali, da un lato, e dell’Europa o di altri Paesi, dall’altro. A questo scopo dovrebbero intervenire la Ces, la Confederazione Europea dei Sindacati, e la Csi, la Confederazione internazionale. Peraltro, il Segretario generale della Ces è un sindacalista della Uil, il nostro Luca Visentini, che siamo riusciti a far eleggere qualche anno fa al vertice di quella Organizzazione grazie a una strategia di alleanze determinata unitariamente. C’è ancora molto lavoro da fare per dare effettiva forza contrattuale a queste due realtà sovranazionali: è esattamente ciò su cui si sta impegnando da qualche anno a questa parte la Uil. Se non vogliamo correre il rischio della marginalità dobbiamo proseguire lungo questa strada.

Una delle battaglie del sindacato, anche di questi giorni, riguarda le aperture nei giorni festivi dei grossi centri commerciali. Ma la realtà presenta aspetti nuovi, tipo l’e-commerce, e citiamo solo Amazon, che sta togliendo grandi fette di guadagno al commercio tradizionale, mettendo in crisi giganti che scopriamo avere piedi d’argilla e bilanci traballanti. Non rischia di essere una battaglia di retroguardia?
Ci sono alcuni lavori, relativi ai servizi pubblici essenziali, rispetto ai quali il Sindacato non ha mai posto alcun problema poiché si tratta di funzione che devono essere svolte nell’interesse della collettività: garantirne dunque la continuità, sempre sulla base di criteri condivisi, anche nei giorni di festa è un dovere. Ci sono altri lavori, invece, ed è il caso del commercio, per i quali la continuità risponde a logiche di profitto e, dunque, non è necessaria. Queste situazioni devono essere gestite sulla base della contrattazione e della volontarietà, nel rispetto della dignità delle persone e del lavoro.

Pensa che siano tramontati quei valori, quelle necessità che nella seconda metà dell’Ottocento hanno portato prima alla costituzione delle Società di mutuo soccorso, poi dei sindacati e dei partiti? E quale deve essere il ruolo del sindacato, parlando di oggi ma guardando al domani?
Noi dobbiamo recuperare proprio lo spirito delle Società di mutuo soccorso e questo dobbiamo farlo, soprattutto, per i nuovi lavori. Il nostro futuro deve avere solide radici nel passato.

Mezzogiorno, donne e giovani sembrano scomparsi dall’agenda politica. Come farli ritornare centrali? Soprattutto con quali proposte?
Lo sviluppo del nostro Paese dipende, in gran parte, dalla capacità di far crescere il Pil delle nostre regioni meridionali. Solo così si genererebbe più lavoro anche per i giovani e le donne. Tutto questo non può avvenire per decreto: servono, invece, investimenti pubblici e privati in infrastrutture materiali e immateriali soprattutto nel Sud del Paese. Questa è l’unica ricetta concreta, pratica ed efficace per determinare condizioni di crescita strutturale.

Quali sono i problemi più importanti, più urgenti che la Uil porterà all’attenzione del prossimo governo?
La prima rivendicazione è quella a cui abbiamo appena accennato, e la ripeto perché è fondamentale: servono investimenti pubblici e privati in infrastrutture materiali e immateriali. La seconda riguarda il fisco. Noi metteremo in atto una grande vertenza fiscale per ridurre il peso delle tasse su lavoratori e pensionati, così da ottenere un incremento dei salari e delle pensioni. Vorremo, poi, proseguire nella terza fase della previdenza per ottenere condizioni previdenziali migliori proprio per i giovani e le donne. Infine, bisogna che il tema della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro diventi prioritario e perciò noi chiederemo una Strategia nazionale che, a differenza degli altri Paesi europei, in Italia è ancora assente. Non è un caso che abbiamo deciso di dedicare il Primo Maggio proprio a questo argomento.

Antonio Salvatore Sassu

Barbagallo: “Senza lavoro, una società non esiste”

barbagallo carmelo psi

“Il primo maggio è come parola magica che corre di bocca in bocca, che rallegra gli animi di tutti i lavoratori del mondo, è parola d’ordine che si scambia fra quanti si interessano al proprio miglioramento”. Da “La Rivendicazione”, Forlì, 26 aprile 1890.
La Festa del lavoro, o Giornata internazionale dei lavoratori di tutti i Paesi, viene celebrata in molte nazioni dal primo maggio 1890. La decisione di organizzare a livello internazionale e in contemporanea una giornata non solo di festa ma occasione per rivendicare i diritti sindacali della classe operaia, a partire dalla riduzione dell’orario di lavoro a otto ore giornaliere, è stata presa dal congresso di Parigi della Seconda internazionale (organizzazione politica di sinistra fondata dai partiti socialisti e laburisti europei) il 20 luglio 1889.

La data del primo maggio è stata scelta anche per celebrare i cosiddetti “martiri di Chicago”. Il primo maggio 1886, infatti, si svolge a Chicago una grande manifestazione per chiedere la riduzione dell’orario di lavoro. Uno sciopero al quale partecipano 80mila persone. I giorni successivi gli scioperi continuano e le proteste sfociano in violenze e morti. I gravi incidenti scoppiati il 3 e il 4 maggio 1886 passeranno alla storia come rivolta di Haymarket. Incidenti e tumulti con morti e feriti tra i manifestanti e le forze dell’ordine. Otto anarchici saranno processati e condannati a morte senza prove precise. La sentenza capitale sarà eseguita per quattro di loro, che finiranno impiccati in carcere.

Sui temi legati alla Festa del lavoro abbiamo intervistato Carmelo Barbagallo, segretario generale Uil dal 2014. Carmelo Barbagallo ha iniziato a lavorare a otto anni e dopo tanto apprendistato e lavori saltuari, viene assunto, prima, in un pastificio e, poi, come operaio specializzato dalla Fiat di Termini Imerese. Contemporaneamente inizia la sua militanza nel Partito Socialista Italiano.

Ha ancora senso celebrare il Primo Maggio come la Festa dei lavoratori? O tutto si riduce al Concertone di Roma?
Certo che ha senso! Soprattutto in Italia la cui Costituzione, proprio al suo primo articolo, recita: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Il Concertone di Piazza San Giovanni è ormai una bellissima e consolidata tradizione dedicata soprattutto ai nostri giovani, ma in moltissime piazze italiane si continuano a svolgere, in mattinata, decine e decine di cortei e comizi, oltre al comizio nazionale dei tre Segretari generali che, quest’anno, avrà come scenario la città di Prato e come tema quello della salvaguardia della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. Il Primo Maggio continua ad avere un valore perché, nonostante tutto, il lavoro continua a essere uno dei valori più importanti per la persona e per la società.

Come viene festeggiato nel resto del mondo?
Anche in altre nazioni, ci sono cortei, manifestazioni e comizi. La festa del Primo Maggio è internazionale: accomuna tanti popoli e tanti lavoratori.

Lei è reduce da un tour in diverse regioni d’Italia per i congressi Uil. Che aria tira? Quali i problemi e le difficoltà che la gente affronta nella vita di tutti i giorni?
Intanto, devo dire che la Uil gode di ottima salute: noi aumentiamo in iscritti, voti e delegati. C’è persino un recente studio del Censis che ha certificato che noi siamo l’unico Sindacato che cresce. L’esito entusiasmante delle ultime elezioni per il rinnovo delle Rsu nel pubblico impiego ne è l’ennesima prova: abbiamo ottenuto un successo strepitoso. Purtroppo, il Paese non sta altrettanto bene. Stanno aumentando le situazioni di disagio economico, la disoccupazione giovanile resta un problema serio, cresce il divario tra il Nord e il Sud del Paese. La gente chiede interventi strutturali per invertire davvero la rotta e puntare allo sviluppo.

Mi sembra che oggi il sindacato abbia poca presa con i giovani. Certo, abbiamo i lavoratori avanti negli anni e i pensionati. Ma i giovani? Sarà sempre più un sindacato coi capelli grigi e a rischio di estinzione?
Partiamo da un dato. La Uil è il Sindacato che ha il rapporto tra lavoratori attivi e pensionati più alto di tutti gli altri Sindacati e, inoltre, ribadisco, continua a crescere ovunque. Il rischio di estinzione non sappiamo proprio che cosa sia: è un problema inesistente, è una fake news diffusa dai nostri detrattori. Noi abbiamo fatto tantissime iniziative che hanno coinvolto migliaia e migliaia di giovani i quali hanno partecipato con grande entusiasmo contribuendo alla riuscita di queste manifestazioni. Abbiamo, poi, anche una categoria, la UILTemp, che si occupa prevalentemente di quei giovani che hanno contratti precari o temporanei. Infine, io sono nettamente contrario a questo tentativo di contrapposizione tra generazioni. Un vecchio proverbio Masai, che cito spesso in occasione delle nostre riunione dice: “I giovani corrono veloce, i vecchi conoscono la strada”. Io aggiungo: “Insieme possiamo raggiungere i traguardi che ci prefiggiamo”.

Come sarà la Uil del futuro? Quali temi, quali diritti, quali valori?
Valori e diritti saranno quelli di sempre, quelli che ci hanno fatto sempre guardare al futuro ed essere il Sindacato della modernizzazione. Già sei anni fa, in occasione della Conferenza di Organizzazione di Bellaria, abbiamo avviato una riforma del nostro Sindacato, trasformandolo in un Sindacato a rete, sempre più vicini alla gente e ai luoghi di lavoro. Inoltre, abbiamo inserito nel nostro Consiglio confederale oltre quaranta Rsu, eletti di recente soprattutto tra i giovani. Anche negli altri organismi è notevolmente cresciuta la presenza di giovani e donne. Insomma, noi il cambiamento non lo annunciamo, ma lo pratichiamo e lo viviamo. E i risultati si vedono e sono sotto gli occhi di tutti.

Sarà che un’organizzazione che ha le sue radici nell’Ottocento, così come i partiti tradizionali, non è più capace di comunicare?
Lei continua a pormi domande dando per scontato che il Sindacato e la Uil siano in crisi! Lo ripeto: non è così. I numeri dicono un’altra cosa, raccontano un’altra realtà. Le faccio solo un esempio a proposito dei sistemi di comunicazione. Dieci anni fa abbiamo fondato una web Tv, la prima web Tv sindacale. Ebbene, di recente, proprio per festeggiare il decennale, abbiamo organizzato un video contest, rivolto ai giovani tra i 18 e i 35 anni chiedendo loro di realizzare dei corti per esprimere la loro idea di lavoro, le loro ansie, le loro preoccupazioni, i loro desideri. Non solo hanno partecipato in tantissimi, ma gli accessi al nostro sito sono aumentati, in quel periodo, del 1.400 per cento. Tutto documentato.

Il mondo del lavoro sta cambiando, già si parla di industria 4.0. Ma il lavoro in sé è ancora uno dei valori fondamenti della nostra società? E quali nuove strategie si devono mettere in campo per difendere questo valore?
Senza lavoro, una società non esiste. E quando non si capisce che è uno dei valori fondamentali della nostra società e se ne calpestano i diritti, quello è il momento in cui regrediamo. Il punto è un altro: il lavoro è cambiato e, soprattutto, rischia di soccombere rispetto al profitto e agli interessi delle multinazionali o di imprenditori poco illuminati. Bisogna gestire la trasformazione verso l’impresa 4.0 e bisogna evitare che ciò accada in spregio ai diritti conquistati in questi anni.

Il sindacato deve restare dentro i confini nazionali oppure è importante che presti attenzione anche a quello che succede altrove? E perché?
I confini nazionali non esistono più: li ha abbattuti, da tempo ormai, la globalizzazione. È impensabile, dunque, governare le dinamiche sociali, occupazionali e produttive restando ripiegati su stessi e su realtà locali, senza confrontarsi con ciò che accade in Europa e nel mondo e senza quantomeno provare a influenzare le scelte e i processi decisionali delle multinazionali, da un lato, e dell’Europa o di altri Paesi, dall’altro. A questo scopo dovrebbero intervenire la Ces, la Confederazione Europea dei Sindacati, e la Csi, la Confederazione internazionale. Peraltro, il Segretario generale della Ces è un sindacalista della Uil, il nostro Luca Visentini, che siamo riusciti a far eleggere qualche anno fa al vertice di quella Organizzazione grazie a una strategia di alleanze determinata unitariamente. C’è ancora molto lavoro da fare per dare effettiva forza contrattuale a queste due realtà sovranazionali: è esattamente ciò su cui si sta impegnando da qualche anno a questa parte la Uil. Se non vogliamo correre il rischio della marginalità dobbiamo proseguire lungo questa strada.

Una delle battaglie del sindacato, anche di questi giorni, riguarda le aperture nei giorni festivi dei grossi centri commerciali. Ma la realtà presenta aspetti nuovi, tipo l’e-commerce, e citiamo solo Amazon, che sta togliendo grandi fette di guadagno al commercio tradizionale, mettendo in crisi giganti che scopriamo avere piedi d’argilla e bilanci traballanti. Non rischia di essere una battaglia di retroguardia?
Ci sono alcuni lavori, relativi ai servizi pubblici essenziali, rispetto ai quali il Sindacato non ha mai posto alcun problema poiché si tratta di funzione che devono essere svolte nell’interesse della collettività: garantirne dunque la continuità, sempre sulla base di criteri condivisi, anche nei giorni di festa è un dovere. Ci sono altri lavori, invece, ed è il caso del commercio, per i quali la continuità risponde a logiche di profitto e, dunque, non è necessaria. Queste situazioni devono essere gestite sulla base della contrattazione e della volontarietà, nel rispetto della dignità delle persone e del lavoro.

Pensa che siano tramontati quei valori, quelle necessità che nella seconda metà dell’Ottocento hanno portato prima alla costituzione delle Società di mutuo soccorso, poi dei sindacati e dei partiti? E quale deve essere il ruolo del sindacato, parlando di oggi ma guardando al domani?
Noi dobbiamo recuperare proprio lo spirito delle Società di mutuo soccorso e questo dobbiamo farlo, soprattutto, per i nuovi lavori. Il nostro futuro deve avere solide radici nel passato.

Mezzogiorno, donne e giovani sembrano scomparsi dall’agenda politica. Come farli ritornare centrali? Soprattutto con quali proposte?
Lo sviluppo del nostro Paese dipende, in gran parte, dalla capacità di far crescere il Pil delle nostre regioni meridionali. Solo così si genererebbe più lavoro anche per i giovani e le donne. Tutto questo non può avvenire per decreto: servono, invece, investimenti pubblici e privati in infrastrutture materiali e immateriali soprattutto nel Sud del Paese. Questa è l’unica ricetta concreta, pratica ed efficace per determinare condizioni di crescita strutturale.

Quali sono i problemi più importanti, più urgenti che la Uil porterà all’attenzione del prossimo governo?
La prima rivendicazione è quella a cui abbiamo appena accennato, e la ripeto perché è fondamentale: servono investimenti pubblici e privati in infrastrutture materiali e immateriali. La seconda riguarda il fisco. Noi metteremo in atto una grande vertenza fiscale per ridurre il peso delle tasse su lavoratori e pensionati, così da ottenere un incremento dei salari e delle pensioni. Vorremo, poi, proseguire nella terza fase della previdenza per ottenere condizioni previdenziali migliori proprio per i giovani e le donne. Infine, bisogna che il tema della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro diventi prioritario e perciò noi chiederemo una Strategia nazionale che, a differenza degli altri Paesi europei, in Italia è ancora assente. Non è un caso che abbiamo deciso di dedicare il Primo Maggio proprio a questo argomento.

Antonio Salvatore Sassu

Blue Boy. Quel ragazzo che racconta l’autismo con una pennellata di blu

blue boy

“Blue Boy, guida all’Infinito chiuso in una stanza” è un fumetto ideato, scritto e disegnato da Alex Caligaris e pubblicato in occasione della Giornata mondiale della consapevolezza sull’autismo. Il fumetto è edito da Anonima Fumetti, curato da Domenico Vassallo, realizzato in collaborazione con l’Operazione Miccia, l’Angsa (Associazione Nazionale Genitori Soggetti Autistici) Novara e Vercelli onlus e finanziato dalla Consulta giovani del Consiglio regionale del Piemonte e da Compagnia di San Paolo.

Il fumetto è disponibile in due versioni. Oltre all’edizione su carta, 40 pagine, edizioni Anonima Fumetti, distribuita gratuitamente nelle varie iniziative di presentazione in tutto il Piemonte da parte di associazioni, enti, onlus, Accademie, “Blue Boy” è scaricabile, sempre gratuitamente, dai siti afnews.info (Speciali-AnonimaFumettipresenta) e quotidiano piemontese.it (in home page con logo dedicato).

L’Anonima Fumetti è una ultra ventennale associazione di fumettisti che coniuga la valorizzazione di giovani talenti con campagne di civiltà quali l’attenzione ai diseredati, la violenza contro le donne, l’autismo. In tanti anni ha dimostrato che il fumetto è un mezzo immediato e di facile veicolazione anche di messaggi difficili. A patto che il prodotto, sempre gratuito, sia di alta qualità e realizzato da giovani professionisti preparati e talentuosi.

“Blue Boy” è il frutto dell’esperienza sul campo di Alessandro Alex Caligaris (Torino, 27 marzo 1981) nel doppio ruolo di disegnatore e operatore sociale. Dopo due lauree (primo e secondo livello) in arti visive conseguite all’Accademia Albertina delle Belle Arti di Torino, si è specializzato in arte-terapia clinica al Lyceum di Milano.

Alex Caligaris ha al suo attivo anche una notevole carriera artistica che spazia dai cartoni animati alle graphic novel, “Hoarders” e “Revolushow”, entrambe pubblicate da Eris Edizioni, passando per mostre, workshop e grafica pubblicitaria. Dai primi anni Duemila si occupa di workshop didattici, laboratori artistici e setting di arte terapia rivolti anche a bambini con disabilità, compresi quelli autistici.

testopag.36softIniziamo con una domanda che sembra ma che non vuole essere banale: cosa è l’autismo?
L’autismo è un disturbo del neurosviluppo caratterizzato dalla compromissione dell’interazione sociale e da deficit della comunicazione verbale e non verbale che provoca ristrettezza d’interessi e comportamenti ripetitivi. I genitori di solito notano i primi segni entro i due anni di vita del bambino e la diagnosi certa spesso può essere fatta entro i trenta mesi di vita. Attualmente risultano ancora sconosciute le cause di tale manifestazione, divise tra cause neurobiologiche costituzionali e psicoambientali acquisite. Più precisamente, data la varietà di sintomatologie e la complessità nel fornirne una definizione clinica coerente e unitaria, è recentemente invalso l’uso di parlare più correttamente di Disturbi dello Spettro Autistico (DSA o, in inglese, ASD, Autistic Spectrum Disorders), comprendendo tutta una serie di patologie o sindromi che hanno come denominatore comune le suddette caratteristiche comportamentali con vari gradi o livelli di intensità.

Da quanti anni ti occupi di arte-terapia?
Ho cominciato quando avevo 22 anni, assistendo, tramite il volontariato, alcuni operatori che tenevano laboratori creativi sia in strutture psichiatriche ospedaliere sia in centri di aggregazione gestiti dai servizi sociali. Mi sono orientato verso questo ambito perché ero e rimango convinto che il senso ultimo del possedere doti grafiche innate, sia quello di restituirle al mondo sotto forma di opere o della trasmissione di conoscenza.

Perché l’arte usata come terapia?
Perché il disegno ha una importanza fondamentale per il corretto sviluppo dell’individuo e della società a cui appartiene. Saper disegnare, infatti, implica l’acquisizione di un metodo in base al quale si selezionano i segni socialmente condivisibili necessari alla resa dell’immagine mentale creata dal soggetto. Il disegno non é un surrogato del discorso, anzi, arriva a descrivere proprio ciò che il linguaggio fatica a carpire con precisione. Il disegno rappresenta una vera e propria invernate biologico-espressiva, innata e naturale, una dimensione intersoggettiva e cosmogonica.

E questo è molto importante?
Certo. L’attività creativa, infatti, obbliga il soggetto a implementare la propria capacità osservativa, imponendogli di acquisire più dettagli e informazioni riguardo al soggetto che si propone di rappresentare. Le attività di laboratorio di questo tipo permettono al soggetto di aumentare la propria competenza nell’osservazione spaziale, intesa come carattere estensivo della competenza, tanto quanto nell’osservazione temporale, intesa come carattere intensivo della competenza.

Chi partecipa a questi laboratori?
I laboratori sono molto vari, ma si tenta sempre di garantire omogeneità nella costituzione dei gruppi e nello sviluppo dei percorsi didattico/riabilitativo, rispettando le differenze dell’utenza. Oltre a individui con diagnosi di DSA, molto diversi tra loro, ospito anche disabili o utenti psichiatrici con diagnosi differenti; l’età è molto variabile, e anch’essa è criterio discriminante per la costituzione dei nuclei di lavoro, partiamo quindi dai minori, sino ad arrivare a individui di età avanzata.

E quali sono i benefici?
In questo contesto laboratoriale a carattere analogico/espressivo (simile ai setting arte-terapeutici), i luoghi, gli strumenti forniti, i materiali e i supporti  sono i mezzi utilizzati per interagire con l’individuo. L’obiettivo è quello di fornire ai diversi soggetti un apparato che possa permettere loro di acquisire nuove abilità o di potenziarne alcune che già possedevano, realizzando manufatti dal forte valore simbolico per li ha concepiti e realizzati, traendone una profonda soddisfazione personale.

E tu, sei cambiato? E come?
Ho intrapreso questa ricerca proprio per poter cambiare! Imparando a conoscere meglio il mio stesso lavoro, osservando per anni i processi creativi altrui. I ragazzi con cui ho avuto il piacere di lavorare in questi anni mi hanno sempre aiutato a ricordare il lato istintivo, disinteressato e genuino della produzione artistica, ovvero “creare” per il puro piacere di farlo, per poi condividerlo come tesoro comune.

Ritengo che chiunque si voglia ritenere “artista”, sia chiamato ad avere un ruolo socialmente utile e attivo per la propria comunità, l’artista “rock-star”, avulso dalla vita e dai problemi reali, che, al massimo si limita a descrivere, criticare o schernire ciò che lo circonda, per me comincia a essere “indigesto” e anacronistico.

Perché un fumetto sull’autismo?
Fondamentalmente per fornire un pretesto con il quale poter parlare della patologia e di come società e istituzioni l’affrontano. Come ho detto, i ragazzi e le loro famiglie mi hanno arricchito affettivamente e moralmente, era giunto il momento di “sdebitarsi” in parte, tentando di smentire tutta una serie di luoghi comuni che risalgono ancora al film “Rain man”. (1988, regia di Barry Levinson con Tom Cruise e Dustin Hoffman, Orso d’oro al Festival di Berlino, nda).

“Blue Boy”, perché la scelta di questo titolo?
Blu è il colore che è stato associato alla campagna di sensibilizzazione per l’autismo, a livello mondiale, e a me è piaciuto giocare con le molteplici sfumature che questa cromia permette di creare.

Hai inserito anche disegni realizzati dai ragazzi che partecipano ai tuoi laboratori?L’intero fumetto parte dai fondi realizzati dai ragazzi in laboratorio, secondo le loro capacità e il loro gusto; ho poi scansionato quasi un centinaio di fogli che sono serviti come basi per costruire ogni vignetta e ogni singolo sfondo di pagina.

Non è facile trattare in maniera leggera un argomento come l’autismo. Quali difficoltà hai affrontato con “Blue Boy”?

Il fumetto è tratto dalla mia esperienza quotidiana, ma non è rivolto solo agli specialisti. Quindi, la difficoltà maggiore è stata quella di trovare un registro narrativo che fosse interessante e che non sfociasse né nel pietismo, né nel tecnicismo, ma riuscisse invece ad arrivare in modo leggero e autoironico anche a chi dell’autismo conosce solo gli stereotipi.

Come è stato accolto “Blue Boy” dai lettori?
Sono davvero stupito dal calore e dall’interesse con cui è stato accolto questo piccolo libricino! Questo mi fa supporre che la sua realizzazione fosse ormai un “atto necessario”, richiesto dalle circostanze. Sono sicuro che come progetto crescerà ancora, includendo una platea di lettori sempre più ampia, o almeno, me lo auguro.

Antonio Salvatore Sassu