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Antonio Salvatore Sassu

Vecchio acido e avaro,
Zio Paperone di Carl Barks compie 70 anni

COVER 06-1“Eccomi qua, nella mia comoda dimora, aspettando che passi il Natale! Bah! Che stupida festa, in cui tutti si vogliono bene! Ma per me è diverso! Tutti mi odiano e io odio tutti! E tutti a comprare regali… Pare che si divertano! Non mi sono mai divertito, io!” (da “Il Natale di Paperino su Monte Orso”, (Donald Duck’s Christmas on bear mountain), Four Color Comics n. 178, dicembre 1947; testo e disegni di Carl Barks.

E’ con questa frase che Uncle Scrooge Mc Duck (Zio Paperon de’ Paperoni, come verrà infine battezzato da Mario Gentilini, l’allora direttore di Topolino) esordisce 70 anni fa nell’universo dei paperi Disney, anche se i fumetti sono realizzati e pubblicati dalla Western Printing & Lithographing. Secondo il canone ufficiale, cioè l’albero genealogico pensato proprio da Barks, Paperino è figlio di Ortensia, sorella minore di Zio Paperone, e di Quackmore Duck, uno dei figli di Nonna Papera. Quindi è l’unico nipote in linea diretta dello Zione.

QUADRO BARKS 08 okAll’inizio né l’autore né i redattori della casa editrice puntano a più di qualche comparsata per il vecchio acido e avaro, uno dei tanti personaggi di contorno alle avventure di Paperino – Donald Duck, già in pista per doppiare il successo del primo nato, quel Mickey Mouse – Topolino che, sin dal 1928, aveva conquistato le platee di tutto il mondo grazie al cartoon “Plane Crazy”.

Ma Uncle Scrooge non ne vuole sapere di ruoli secondari e nel 1954, dopo un pugno di storie, conquista una testata tutta sua, che continua a essere pubblicata ancora oggi. Così, l’insopportabile avaro diventa uno dei personaggi di punta dell’universo papero e una tra le più importanti icone del Novecento, contribuendo a catapultare il suo autore nel ristretto Olimpo dei grandi narratori del secolo scorso e, probabilmente, anche di quello attuale.

QUADRO BARKS 07Le avventure di Zio Paperone sono state e vengono ancora oggi raccontate da autori di tutto il mondo che hanno realizzato un numero incalcolabile di storie. Ma non è questo il momento di parlare degli altri, di quel battaglione di migliaia di disegnatori e sceneggiatori che in settant’anni di vita ne ha raccontato le gesta; o delle varie scuole, tipo quella italiana, che hanno caratterizzato il papero più ricco e avaro del mondo. Questa è la celebrazione del compleanno dello Zione, non un’enciclopedia, e vogliamo festeggiarla alla grande dedicando tutto lo spazio a lui e al suo geniale creatore, lasciando perdere il resto.

QUADRO BARKS 01Sin dal suo esordio, Zio Paperone indossa un caratteristico abbigliamento che resterà sempre uguale: redingote, ghette, cilindro, bastone da passeggio e un paio di occhialini senza montatura sopra il becco. Col tempo i coloristi si metteranno d’accordo e la palandrana diventerà ufficialmente blu con i polsini e il colletto rossi, con qualche variazione nelle copertine. Per realizzare il suo personaggio Barks si è sicuramente ispirato a uno degli avari per eccellenza della letteratura: Ebenezer Scrooge protagonista del “Canto di Natale” di Charles Dickens, ma ha anche riproposto il mito americano del self made man, del povero che raggiunge successo, benessere e ricchezza dopo aver praticato decine di lavori, e ci riesce grazie alla sua forza di volontà e al duro lavoro, magari dimenticandosi di santificare le feste, vacanze e divertimenti. Anzi, il suo unico divertimento è quello di fare sempre più soldi. Ma possiamo anche leggerci, come allegoria, l’autobiografia di Barks e delle fatiche che ha affrontato prima di diventare il leggendario uomo dei paperi.

QUADRO BARKS 09Con Zio Paperone, Carl Barks reinventa a modo suo il classico zio d’America: avaro, ricchissimo, irascibile, più propenso a elargire tanti buoni consiglio che dollari, a far lavorare tanto e a pagare poco anche i suoi parenti più stretti, ma che ogni tanto si toglie le sue belle soddisfazioni da uomo, scusate da papero più ricco del mondo. Insomma, uno con un carattere insopportabile ma che devi sopportare in attesa che schiatti (presto) così da intascarne l’ingente eredità.

Ma non basta. Barks crea un suo pantheon particolare, una sua personale versione del modo di raccontare storie a fumetti. E ci riesce facendo indossare una maschera da papero ai personaggi tradizionali della commedia dell’arte, raccontando storie più “umane” e coinvolgenti di quelle che a volte si trovano nella letteratura importante, raccontando di noi, di quello che siamo e di quello che magari saremo potuti essere.

COVER 09Zio Paperone nel corso della sua lunga vita ha svolto decine di mestieri, come appunto il suo creatore, prima di diventare il papero più ricco del mondo, come ama definirsi senza tema di smentita: imprenditore, palazzinaro, finanziere, banchiere, cercatore d’oro, proprietario di linee aeree e marittime, e via elencando. Dite un lavoro e lui lo ha già fatto, pensate a un campo d’affari e lui lo ha già occupato. E con una voglia di vivere e di scoprire sempre nuovi modi di fare soldi che ricorda il suggerimento di Rita Levi di Montalcini per avere una lunga vita: tenere il cervello sempre in esercizio. E quello di Zio Paperone è sempre in movimento, fosse solo per inventarsi un modo per pagare meno il già pagato poco Paperino, magari il nipote prediletto ma non l’erede. Gli eredi designati sono i bisnipoti, i figli di Della, sorella gemella di Paperino. Sono quei saggi e assennati Qui Quo Qua, lontani dalle monellerie iniziali, che sapranno ben gestire un patrimonio inverosimile anche se di fantasia.

COVER 11Zio Paperone lascia la villa dove lo incontriamo la prima volta e si trasferisce nel suo gigantesco deposito costruito sulla collina Ammazzamotori, dove ha accumulato tutta l’ingente fortuna raccolta con suo personale lavoro nel corso di lunghi decenni trascorsi in giro per il mondo a concludere buoni affari. Si tratta di tre ettari cubici di monete, dorate in Italia ma grigie-argento negli Usa, con cui ama trascorrere gran parte suo del tempo libero: le conosce una a una, e di ciascuna è in grado di raccontare come l’ha guadagnata, e ama farci il bagno: “mi piace nuotare nel denaro, come un pesce-baleno, scavarci delle gallerie come una talpa e gettarmelo in testa come una doccia”, dichiara al colmo delle felicità in molte delle sue storie, senza mai rivelare perché riesce a farlo senza farsi male.

Impossibile non citare la Numero 1, (Old Number One) la prima moneta guadagnata all’età di dieci anni, quando faceva il lustrascarpe a Glasgow, nella nativa Scozia. La Numero 1 è il suo portafortuna quasi ufficiale perché il nostro avaro più di una volta ha affermato che i guadagni si ottengono lavorando duramente e non grazie ai talismani. Ricordate Benedetto Croce che non ci credeva ma faceva gli scongiuri? Quasi uguale. Certo è che Amelia, fattucchiera napoletana con casa sul Vesuvio, ci crede, eccome, al potere del talismano e approfitta di ogni occasione per tentare di rubarglielo. Così come non demorde la Banda Bassotti, sempre alla ricerca dell’idea giusta per svuotargli il deposito e sempre sconfitta dall’immarcescibile papero.

COVER 02Nella mitologia di Zio Paperone un posto importante occupano le sue avventure di cercatore d’oro nel Klondike, quando era un giovane povero determinato a diventare ricco che affrontava traversie e combatteva nemici di tutti i tipi. Compreso il suo primo, unico, grande e irrisolto amore: Doretta Doremì, una sciantosa da saloon che tenta di rubargli una grossa pepita d’oro. Il nostro eroe recupera il maltolto ma non può evitare di perdere un pezzo del suo cuore.

Sin da bambino, Carl Barks (Merrill, 27 marzo 1901 – Grants Pass, 25 agosto 2000) ha coltivato la passione per il disegno e l’illustrazione, pur adattandosi ad altri lavori per sbarcare il lunario. Nel 1928 è il Calgary Eye-Opener, giornale umoristico di Minneapolis, a pubblicare le sue prime vignette da professionista. E in questo giornale lavorerà sino al 1935 in veste di redattore tuttofare, raffinando le sue doti di disegnatore e di scrittore.

Risale al 1935 l’avvenimento che cambierà radicalmente la sua vita. Barks, infatti, risponde a un annuncio pubblicato da Walt Disney che cercava nuovi disegnatori per un grandioso progetto che aveva in mente. Dopo aver frequentato un corso per disegno dal vivo e in movimento, viene assunto come intercalatore, cioè realizza i disegni intermedi che devono dare l’idea del movimento tra un fotogramma di partenza e uno di arrivo delle varie scene in cui è diviso un film a cartoni animati.

E non si tratta di un filmetto qualsiasi, ma di “Biancaneve e i sette nani”, tratto dall’omonima fiaba dei fratelli Grimm. Un’opera che sin dall’anteprima viene acclamata come un capolavoro e che segna una svolta epocale nella storia del cinema. Il film, che uscirà nelle sale due anni dopo, detiene tanti record: è il primo lungometraggio a cartoni animati prodotto negli Stati Uniti, il primo interamente a colori, il primo film della Walt Disney Productions, e il primo Classico Disney.

L’incontro di Barks con l’universo dei paperi avviene due anni dopo. Nel 1937, infatti, Paperino assume il ruolo di protagonista del cortometraggio “Modern Inventions”. La regia è di Jack King che si avvale anche della sua collaborazione. Una veloce toccata e fuga che dopo qualche anno diventerà una grande storia d’amore .

COPERTINA ALBO 1 STORIA ZIO PAPERONENell’agosto 1942 su Four Color 9 inizia la collaborazione di Carl Barks con la Western. La casa editrice, che ha già un ampio catalogo di libri e albi con i personaggi Disney, ha bisogno di una storia originale di Paperino per lanciarlo alla grande nei comic book, così da sfruttare anche nelle edicole il successo che il papero più irascibile del mondo sta mietendo sugli schermi cinematografici e nei quotidiani. Ed ecco l’esordio in “Donald Duck Finds Pirate Gold” (Paperino e l’oro del pirata ), realizzata da Barks e da Jack Hanna nei ritagli di tempo.

Sempre nel 1942, per la precisione il 6 novembre, Barks cambia lavoro, dedicandosi all’allevamento dei polli. Molla gli studi Disney perché poco interessato ai film sulla difesa militare che, dopo la scoppola presa al botteghino nel 1940 da “Fantasia”, vengono realizzati per non chiudere i battenti. Mantiene però i contatti con la Western e nel maggio 1943, su Walt Disney’s Comics & Stories n. 32, viene pubblicata “Paperino e il gorilla”, la sua prima scritta e disegnata, il suo esordio come autore completo.

COVER 10In pochi anni Carl Barks diventa uno dei disegnatori più amati dai lettori, anche se il suo nome non viene rivelato al pubblico. Tra le varie versioni sul perché di questa scelta editoriale, riportiamo l’introduzione di Franco Fossati alla sua “Carl Barks Guide” (Libreria dell’immagine – Comic Art, Milano, 1992): “E’stato a lungo un perfetto sconosciuto. “Molti – ha detto, con grande modestia, nel corso di un’intervista – lo ritengono ingiusto. Comunque era una di quelle situazioni in cui se io fossi stato popolare e avessi ricevuto un mucchio di posta dagli ammiratori non avrei avuto tempo per scrivere le storie, le avrei realizzate peggio e avrei cominciato a pensare di essere troppo bravo e avrei perciò prodotto delle brutte storie”.

Inoltre, avrebbe potuto chiedere un aumento, cosa che per l’editore non era neanche lontanamente sognabile. Barks sarà comunque assunto dalla Western nel 1958, grazie alle vendite stratosferiche di Walt Disney’s Comics and Stories, che presenta ogni mese in apertura di albo una sua storia di Paperino, e che nel periodo di massimo splendore vende tre milioni di copie a numero.

Solo dall’agosto 1968, il nome di Carl Barks inizia a essere conosciuto. Apripista è quel gioiellino editoriale intitolato “Vita e dollari di Paperon de’ Paperoni, numero 170 degli Oscar Mondadori, curato da Mario Spagnol , con un’introduzione di Mario Gentilini e una prefazione di Dino Buzzati, che presenta alcune tra le più belle storie di Barks, di cui viene rilevato il nome per la prima volta al mondo. Buzzati, che l’anno dopo pubblicherà “Poema a fumetti”, un capolavoro che ha aperto in Italia la strada alle graphic novel, scrive una prefazione che è ancora oggi un colpo diretto a quanti storcono il naso quando si parla di comics: “Colleghi e amici, quando per caso vengono a sapere che io leggo volentieri le storie di Paperino, ridono di me, quasi fossi rimbambito. Ridano pure. Personalmente sono convinto che si tratta di una delle più grandi invenzioni narrative dei tempi moderni”. Così il fumetto disneyano, ma non solo, entra di diritto nello scaffale “importante” della biblioteca degli italiani, in una collana che propone tutti i più importanti scrittori dell’Ottocento e del Novecento.

COVER 01Se Zio Paperone resta il suo personaggio più famoso, nel corso della sua lunga carriera Barks realizza oltre 660 avventure con i paperi, inventando sempre nuovi personaggi per il pantheon disneyano. Ne ricordiamo alcuni, citandoli in ordine di apparizione. Ciccio (Gustav Goose, 1939 in tandem con Harry Reeves); Mr. Jimmy Jones (1943); Gastone Paperone (Gladstone Gander, 1948); Gongoro (Bombie, 1949); la città Testaquadra (Plain Awful, 1949); la Banda Bassotti (Beagle Boys, 1951); le Giovani Marmotte (Junior Woodchucks, 1951); Archimede Pitagorico (Gyro Gearloose, 1952); Edi (Helper, 1952); la strega Nocciola Vildibranda Crapomena (Witch Hazel, 1952); Doretta Doremì (Glittering Goldie, 1953); Emy, Ely, Evy (April, May, June, 1953); Gu, l’abominevole uomo delle nevi (Gu, 1955); Cuordipietra Famedoro (Flintheart Glomgold, 1956); Amelia (Magica De Spell, 1961); John Davison Rockerduck (1961); il Fantasma della Cattedrale (The Phantom of Notre Duck, 1965); Paperon-Scià (King Scrooge the First, 1967).

Nel luglio 1967 Barks va in pensione e Uncle Scrooge n. 70 pubblica quella che dovrebbe essere la sua ultima storia:“Zio Paperone e la gemma anatema” (Uncle Scrooge “The Doom Diamond”). Ma non è cosi perché sia i fan, sia la sua voglia di raccontare non gli faranno mai smettere del tutto di dedicarsi alle avventure dei paperi. Il suo sarà un ritiro come quello dei grandi divi, con tanti ritorni in scena per concedere e concedersi l’ennesimo ultimo bis. Tra remake, vecchie sceneggiature con nuovi disegni, storie inedite e collaborazioni varie, questo ritiro mai definitivo dura più di trent’anni sino ad arrivare al novembre 2000, quando la Disney Italia pubblica in anteprima mondiale, su Tesori 3, l’ultima storia realizzata dall’uomo dei paperi pochi mesi prima della sua morte: “Somewhere in Nowhere” (Da qualche parte in mezzo al nulla), sceneggiata assieme a John Lustig e disegnata da Pat Block.

Da semi-pensionato Barks coltiva l’hobby della pittura ma non dimentica i suoi personaggi. Dal 1971 riceve dalla Disney l’autorizzazione per realizzare una serie di quadri a olio ispirati, appunto, alle più belle storie che ha scritto per i paperi. Questa produzione rinnova l’interesse dei fan e i quadri raggiungono quotazioni altissime, tanto che nel 1998 un collezionista spende per una sua opera la “modica” cifra di mezzo milione di dollari.

COVER 04Quarant’anni sono sempre un traguardo importante e il 1987 rappresenta veramente un anno importante per Paperone, grazie a due iniziative, una italiana e l’altra made in Usa. In dicembre, la Mondadori, che allora aveva i diritti Disney in Italia, lancia la rivista “Zio Paperone” che presenta una versione integrale, curata e annotata di tutte le storie di Barks, con dietro un lavoro maniacale e certosino realizzato da grandi appassionati della sua opera. Lavoro continuato dalla Disney Italia e dalla Panini, che all’ultima edizione di Lucca Comics ha anche festeggiato i 70 anni dello Zione.

Negli Stati Uniti, il 18 settembre 1987, su Disney Channel va in onda la prima puntata di Duck Tales, con trame che si ispirano ai personaggi e alle storie di Barks. Il successo è enorme e la serie è tra le più apprezzate e rimpiante dagli appassionati. E per questi 70 anni dorati del nostro Zione non poteva mancare il reboot. Una nuova serie di Duck Tales, infatti, ha esordito il 12 agosto scorso negli Usa ottenendo il solito clamoroso successo, mentre in Italia sarà trasmessa da domenica 26 novembre, candidandosi, ovviamente, a battere tutti i record di ascolti.

Ambiente, dalle ecomafie alle agromafie

Agromafie

Dall’ambiente all’agroalimentare, da ecomafie ad agrimafie. I tentacoli della Piovra sono sempre in movimento alla conquista di nuovi settori. Che la mafia ami la campagna è cosa nota, meno nota è la nuova frontiera di questo amore, con la generazione dei colletti bianchi che punta a occupare tutta la filiera. Il settore agroalimentare, infatti, rappresenta un terreno privilegiato di investimento della malavita, anche per il riciclaggio del danaro sporco. Questa occupazione rappresenta un pericoloso impatto non solo sul tessuto economico locale e nazionale, ma anche sulla salute dei cittadini e sull’ambiente.

“La mafia nel piatto. Ovvero la penetrazione mafiosa nel settore agroalimentare” è stato anche l’argomento di un recente seminario svoltosi a Tempio, nella appena inaugurata sede sarda dell’Eurispes, che nel marzo scorso ha anche presentato a Roma il quinto rapporto “Agromafie” sui crimini agroalimentari in Italia.

L’Eurispes, Istituto di studi politici, economici e sociali, è un ente privato, fondato nel 1982 da Gian Maria Fara, che ancora oggi ricopre l’incarico di presidente, e opera nel campo della ricerca politica, economica e sociale. Dal 1989 racconta il nostro Paese attraverso il Rapporto Italia. Tra gli altri lavori citiamo il Rapporto nazionale sull’infanzia e adolescenza, il Rapporto sulle eccellenze italiane e il Rapporto sui crimini agroalimentari. Sul fenomeno della penetrazione mafiosa nel settore agroalimentare abbiamo intervistato Gian Maria Fara, presidente dell’Eurispes.

Che cosa si intende per agromafie?
Con il termine “agromafie” si vuole indicare la presenza delle organizzazioni criminali e mafiose all’interno della filiera agroalimentare. Nel 1993/94 insieme con i carabinieri e con Legambiente coniammo il termine “ecomafie” a seguito di una approfondita indagine che denunciava la presenza sempre più massiccia delle mafie nel settore ambientale. Con quella indagine descrivemmo, con largo anticipo, ciò che avveniva nella cosiddetta “Terra dei fuochi”. La costante azione di monitoraggio che l’Eurispes, da sempre, conduce sulla evoluzione e sui percorsi delle attività criminali ci ha fatto scoprire come nel tempo gli ecomafiosi si siano trasformati in agromafiosi.

L’ultima incarnazione della mafia in guanti gialli? O il fenomeno esiste da tempo e solo adesso ne stiamo prendendo coscienza?
Stiamo assistendo alla progressiva trasformazione delle mafie che via via abbandonano l’approccio “militare” e sposano la cultura dei “colletti bianchi”. Insomma, dal kalashnikov all’economia digitale. Non è un fenomeno nuovo ma il frutto di una deriva imboccata dopo il fallimento della strategia delle bombe e dell’attacco alle Istituzioni. Quella deriva fallì grazie alla risposta ferma dello Stato attraverso la magistratura e le forze di polizia e, non da ultimo, l’impegno di parlamento e governo. A fronte di questa reazione le mafie hanno scelto la strategia del silenzio, dell’appeasement. In altre parole, della attività “sottotraccia”.

È un fenomeno limitato, riconducibile a poche zone ben definite, o può colpire (o ha già colpito) quelle regioni a vocazione agroalimentare, in pratica tutta l’Italia?
Le mafie hanno una spiccata vocazione economica; quindi, seguono il percorso dell’economia, della finanza, insomma dei soldi e, dunque, sono presenti là dove è possibile sviluppare con la maggior convenienza gli affari. Quindi tutte le regioni, e in particolare quelle più ricche, rientrano nella loro sfera di azione.

Quali sono i settori più colpiti? O l’interesse della mafia è per tutta la filiera?
Certamente l’interesse è rivolto a tutta la filiera: dalla produzione al trasporto, dalla gestione dei grandi centri di stoccaggio e smistamento sino alla rete di vendita.

Come condiziona il mercato, dalla produzione alla vendita, questa invasione tentacolare in ogni settore agroalimentare?
Il condizionamento si esplica nel controllo della produzione attraverso lo sfruttamento della manodopera e quindi del lavoro nero e del caporalato presente sia nelle regioni del Sud sia in quelle del resto d’Italia. La mafia condiziona la definizione dei prezzi e dei tempi del raccolto. Stabilisce quali debbano essere le aziende impiegate nel trasporto delle merci. Occupa i grandi centri di smistamento. Possiede catene di supermercati utilissimi, tra l’altro, per il riciclaggio. Secondo i nostri calcoli, naturalmente approssimativi per difetto, le mafie sviluppano un giro di affari annuo di almeno 22 miliardi l’anno.

Anche la confisca dei beni dimostra la “passione” per la terra dei mafiosi. Ha dati aggiornati?
I mafiosi conservano un rapporto intenso con la terra: quasi la metà dei beni confiscati è costituito da terreni e aziende agricole (circa 30.000).

Ma chi difende il Made in Italy, le produzioni doc, dop, tutte le eccellenze dell’agroalimentare italiano?
La produzione agroalimentare italiana è, in generale, di alta qualità quando non d’eccellenza, e occorre anche dire che è forse la più sicura al mondo. Le nostre produzioni sono super controllate (Nas dei carabinieri, guardia di finanza, Istituto repressione frodi, Istituto superiore di sanità, Asl, uffici d’igiene, etc.). Cosa che non accade, almeno con la stessa solerzia e intensità negli altri Paesi, anche in quelli dell’Unione. Il problema è dato dalla falsificazione o imitazione dei nostri prodotti nel mondo ovvero quello che è comunemente chiamato Italian sounding che produce un giro d’affari di almeno 60 miliardi di euro l’anno. Fenomeno del quale sono naturalmente protagoniste anche le mafie. Da tempo noi, anche attraverso il Rapporto sulle Agromafie, sollecitiamo l’avvio di un processo che porti alla identità certificata delle singole produzioni utilizzando le tecnologie che vengono oggi già utilizzate, per esempio, per le confezioni dei medicinali.

Come informare in maniera più completa i consumatori sui rischi che si corrono?
Su questo fronte non si fa ancora abbastanza. Bisogna far capire ai consumatori che esiste un rapporto diretto tra prezzo e qualità. Quando vediamo, sullo scaffale del supermercato, una bottiglia di olio “extravergine” di oliva a poco più di tre euro, dobbiamo avere la consapevolezza di trovarci di fronte a un prodotto di scarsissima qualità, di dubbia origine, frutto di una produzione industriale, e di processi chimici al limite del lecito.

Come combattere questo antico ma nuovo fenomeno dell’agromafia? Che provvedimenti dovrebbe prendere il parlamento?
Come dicevo prima, le mafie hanno una chiara vocazione economica. Il loro obiettivo primario è sempre quello dell’arricchimento, quindi, cercheranno in tutti i modi di penetrare in quei settori produttivi o dei servizi che non conoscono crisi. Il settore sanitario e quello della produzione agroalimentare sono tra questi. Crisi o non crisi, nessuno può rinunciare a curarsi e tutti ci metteremo a tavola almeno due volte al giorno. Le leggi ci sono e sono sufficienti. Magistratura e forze dell’ordine sono molto attive su questo fronte. Quel che occorre è non abbassare la guardia e seguire con grande attenzione i percorsi, le alleanze, le trasformazioni e gli obiettivi delle organizzazioni criminali.

In chiusura, due parole sul convegno di Tempio, al quale ha partecipato anche Gian Carlo Caselli, in qualità di presidente dell’Osservatorio sulle agromafie, ed ex procuratore capo di Palermo e Torino. Perché, appunto, questo convegno? Come ha reagito il pubblico? Contate di farne altri anche in altre regioni?
Il convegno di Tempio rientra all’interno di un programma di sensibilizzazione sul problema della penetrazione della criminalità nella filiera dell’agroalimentare ed è stato realizzato nella sala conferenze della nostra sede regionale sarda e ha visto la partecipazione di circa 800 persone e di numerose autorità civili e rappresentanti della magistratura e delle forze dell’ordine, come Gian Carlo Caselli, presidente del comitato scientifico dell’Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare fondato cinque anni fa da Eurispes in collaborazione con Coldiretti. Quella è stata la prima presentazione, ne sono previste altre ancora in diverse regioni. L’obiettivo è quello di informare e di dare un contributo di conoscenza che serva a far crescere la sensibilità e l’attenzione su temi, a nostro parere, decisivi. Il pubblico ha reagito in modo fortemente positivo, soprattutto quella parte costituita dai giovani delle scuole presenti. E questo lascia ben sperare.

Antonio Salvatore Sassu

Il Signor Bonaventura compie 100 anni. Primo tormentone del Novecento

bonaventuraIl Signor Bonaventura ha compiuto cento anni. Con “Qui comincia la sciagura del Signor Bonaventura”, Sto, nome d’arte di Sergio Tofano, ha inventato il primo tormentone ufficiale del Novecento. Tormentone che ha “perseguitato” e perseguita intere generazioni di adulti e bambini, diventando una delle frasi più celebri della cultura pop italiana. Così come è rimasto tra le icone non solo del secolo scorso, ma anche di questi primi anni Duemila, il premio da un milione di vecchie lire che il nostro eroe si guadagna alla fine di ogni avventura. Una cifra volutamente esagerata, perché in quegli anni tutta la Penisola cantava “se potessi avere mille lire al mese”. E un milione erano veramente in pochi persino a sognarlo. Non dimentichiamo che la Prima guerra mondiale era agli sgoccioli e che la situazione economica e sociale degli anni successivi non portava certo a sprizzare di ottimismo da tutti i pori.

Il Signor Bonaventura 02Con questi versi in rima baciata, infatti, iniziavano le storie autoconclusive del Signor Bonaventura, celeberrimo personaggio creato da Sergio Tofano – Sto, che ha esordito il 28 ottobre 1917 nel numero 43 del Corriere dei Piccoli, settimanale illustrato del Corriere della Sera, rivolto ai bambini e ai ragazzi, mentre per le famiglie c’è La Domenica del Corriere.

Sin dalla sua prima apparizione il Signor Bonaventura diventa un beniamino dei lettori, uno dei personaggi più famosi e longevi del fumetto italiano, conquistandosi un ruolo di protagonista a tutto tondo della cultura italiana e fama imperitura, che ancora oggi non accenna a oscurarsi.

SERGIO TOFANO AutocaricaturaCi troviamo di fronte a un caso più unico che raro nel mondo del fumetto, e più in generale della cultura: il personaggio che alimenta la fama del suo autore e l’autore che alimenta il successo del suo personaggio, con l’uno che viene identificato con l’altro e viceversa, formando un legame indissolubile. Sergio Tofano (Roma, nato il 20 agosto 1886, morto il 28 ottobre 1973, 56 anni dopo l’esordio del suo Bonaventura) è stato per decenni un celebrato scrittore, capocomico, attore teatrale, televisivo e cinematografico, caricaturista e illustratore, regista, scenografo, costumista e docente di recitazione all’Accademia di Roma. E sicuramente qualcosa ci è sfuggita. Un personaggio pop come il suo Bonaventura, entrambi con una carriera multitasking che ha pochi eguali in Italia.

E’ stato Luigi Spaventa Filippi, primo e leggendario direttore del Corriere dei Piccoli, a chiedere a Sto, che sin dal 1912 ha pubblicato sul settimanale una serie di novelle illustrate e già famoso sia come attore sia come scrittore, di inventare un nuovo personaggio da contrapporre a Fortunello, che nelle sue storie è sempre perseguitato dalla sfortuna. Happy Hooligan, scritto e disegnato da Frederick Burr Opper e apparso nei quotidiani Usa nel 1900, è una delle prime star internazionali del fumetto, in Italia raccoglie allori con il nome di Fortunello, ma di lui si perderanno le tracce intorno ai primi anni Trenta.

E in quegli anni c’era proprio bisogno di una ventata di fortuna, perché la sfiga, come sempre, ci aveva visto benissimo. Sicuramente è un caso ma Bonaventura esordisce quattro giorni dopo la disfatta di Caporetto, e non c’era solo l’esercito italiano in rotta. L’aria cupa che stagnava sull’Italia aveva proprio bisogno di una bella dose di ottimismo. Fate caso alla trama delle storie: da una disgrazia iniziale verrà fuori una situazione fortunata. Quasi una premonizione del cambio di passo: defenestrato Cadorna la palla passa al generale Armando Diaz che guiderà le truppe nella battaglia di Vittorio Veneto, che si concluderà il 4 novembre 1918, con l’esercito italiano che si prende una gloriosa rivincita.

Bonaventura 03E’ proprio dall’esigenza di spargere ottimismo che nasce il Signor Bonaventura con la celebre frase che, con poche variazioni, scandirà l’inizio di tutte le sue avventure con un successo che ha travalicato le aspettative iniziali sia del suo autore sia dell’editore. E se le rime al posto delle nuvolette in un fumetto vi lasciano perplessi, tenete presente che in quegli anni in Italia i balloons erano ritenuti adatti solo alle persone poco istruite, e certamente non potevano essere usati in una pubblicazione rivolta principalmente ai figli dei lettori del Corsera, giovani ma già colti e istruiti rampolli dell’allora dominante borghesia.

Così gli editori scelgono la soluzione dei versi, solitamente in rima baciata, posizionandoli sotto le vignette, con pesanti interventi censori, con “traduttori – traditori”che hanno dovuto adattare alle italiche esigenze situazioni e dialoghi di personaggi che negli Usa venivano pubblicati nei quotidiani e che si rivolgevano principalmente a un pubblico adulto. Il Corrierino non pubblica solo fumetti, tutti i più famosi personaggi umoristici made in Usa affiancati da una pattuglia di grandi autori italiani, ma dà grande spazio a rubriche dedicate alla morale e ai valori borghesi dell’epoca, con tante rubriche per i giovani scolari, senza dimenticare gli ultimi colpi di coda della pedagogia dell’Ottocento.

Disegnato con uno stile volutamente semplice ma di grande impatto visivo grazie alla resa in stampa, con una strizzatina d’occhio alla grafica futurista che imperava in quegli anni, il Signor Bonaventura, vestito con ampi pantaloni bianchi, una mantellina e una bombetta entrambe di colore rosso, è il classico eroe per caso, una persona normale che vive avventure lunghe una sola pagina, divisa sempre in otto vignette. Di solito lo troviamo in compagnia del suo fedele cane bassotto di colore giallo, che rappresenta anche una sorta di seconda firma di Sto, mentre altri personaggi importanti sono la moglie, il figlio Pizzirì, il nipote Omobono, un disastro ambulante che causa un sacco di danni che regolarmente paga lo zio, l’aristocratico Cecè, un elegantone caratterizzato da un occhialino a caramella, il commissario Sperassai e infine, nel ruolo del cattivo di turno, Barbariccia, pensato e disegnato con “faccia e anima giallaccia”.

Il semplice e ingenuo protagonista dimostra con il suo comportamento come sfortuna e malasorte possano essere vinte da un cuore generoso e da una buona azione. Così, nella vignetta finale Bonaventura sventola sempre una maxi banconota da un milione, che nel dopoguerra diventerà un miliardo, adeguandosi all’inflazione. Le storie iniziano sempre con il nostro eroe povero in canna che alla fine delle otto vignette diventa ricco, per poi ritornare a essere senza un soldo nella prima vignetta della storia successiva. E guai a cambiare questo finale, questo ritmo scontato ma sempre atteso: le rare volte che Sto ci ha provato ha scatenato una rivolta tra i suoi piccoli fan.

Statuina del Signor BonaventuraBonaventura vive avventure umoristiche, piene di ottimismo e di buoni sentimenti, con il piccolo lettore che capisce subito che, dopo la buriana iniziale, tutto si risolverà senza traumi né danni. Una iniezione di ottimismo e di buoni sentimenti, l’ennesimo insegnamento ad hoc per i rampolli della buona borghesia dell’epoca, cioè i lettori tipo del Corrierino, la cui redazione conosce per bene i paletti entro i quali deve operare il figlio minore del Corriere della Sera.

Sin dalla sua prima apparizione il successo arride al Signor Bonaventura, con conseguente aumento delle vendite del Corrierino, dove sarà pubblicato ininterrottamente per ventisei anni, cioè sino al 1943, quando anche la rivista per ragazzi deve arrendersi al perdurare della Seconda guerra mondiale.

Scoppiata la pace, il Signor Bonaventura riappare sul Corrierino ma la frequenza delle sue storie si dirada nel corso degli anni Cinquanta per concludersi negli anni Sessanta. Non è un addio ma un arrivederci perché il nostro eroe riapparirà sempre sul Corrierino negli anni Settanta con storie realizzate da Perogatt, alias Carlo Peroni, un altro dei grandi del fumetto italiano del Novecento, considerato da Sto il suo erede artistico.

La vita del Signor Bonaventura non si limita alla carta stampata, troppo irrequieto per restarsene buono, buono dentro le vignette, il nostro eroe avrà col tempo diverse incarnazioni che lo porteranno a conquistarsi spazi e successi in altri media: teatro, cinema, televisione, cartoni animati, editoria. Una prova che è sicuramente il primo, forse l’unico, personaggio multitasking del fumetto italiano, l’unico ad avere superato il secolo di vita e a godere ancora oggi di un successo che non ne vuol sapere di tramontare.

Tra il 1927 e il 1953, Sto ha scritto, messo in scena, diretto e interpretato sei commedie musicali con protagonista il Signor Bonaventura. Ecco i titoli: “Qui comincia la sventura del signor Bonaventura” (1927); “Una losca congiura” (1928); “La regina in berlina” (1929); “L’isola dei pappagalli” (1938); “Bonaventura veterinario per forza” (1948); e “Bonaventura precettore a corte” (1953).

Le avventure sul palcoscenico del Signor Bonaventura e le altre opere di Sto hanno affascinato e continuano ad appassionare intere generazioni di spettatori. Nel 1966 viene riproposto da Paolo Poli, suo grande fan; nel 1975 da Gianni Fenzi con Tullio Solenghi nella parte di Bonaventura; mentre negli anni Duemila il testimone è passato a Pino Strabioli che ne ha rinverdito i fasti grazie a “Cavoli a merenda”, poliedrico spettacolo tratto da una raccolta di novelle brevi di Sto. Nato dietro suggerimento di Paolo Poli, prodotto dal Teatro Verde Roma, nel corso di questi ultimi anni è stato presentato in diversi teatri, fra cui il Murialdo di Torino, proprio lo scorso mese di ottobre, che con questo spettacolo ha inaugurato la nuova gestione.

Nel 2007 è la volta di “Qui comincia la sventura del Signor Bonaventura”, regia di Marco Baliani. Anteprima al Teatro Argentina di Roma il 28 ottobre in collaborazione con il Laboratorio Integrato Piero Gabrielli e coprodotto dalla Fondazione Cinema per Roma.

Risale al 1942 l’unica apparizione in pellicola del nostro eroe, nel film “Cenerentola e il Signor Bonaventura”, scritto e diretto da Tofano, che ha collaborato alla sceneggiatura e che ha recitato nel ruolo del Dottore. L’interprete principale è Paolo Stoppa, circondato da altre grandi star del cinema e del teatro dell’epoca, fra cui Mario Pisu e Mercedes Brignone. Forse a causa del periodo (siamo in piena Seconda guerra mondiale), forse a causa di Stoppa nella parte di Bonaventura (già grande attore ma poco calato nello spirito del personaggio) il film non raccoglie un grande successo al botteghino e viene dimenticato sino agli anni Duemila. Nel 2009, infatti, il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma restaura il film che viene proiettato nel corso della 66esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, nella sezione “Questi fantasmi 2”.

Un’altra incarnazione del Signor Bonaventura è nei cartoni animati. Dopo un primo tentativo, che risale agli anni Ottanta, di realizzare una serie Tv a disegni animati tradizionali, nel Duemila esordisce nella Computer graphics animation 3D, con i cortometraggi “Bonaventura e il canotto” (2000) e “Bonaventura e il baule” (2002), sceneggiati dal figlio Gilberto, che ha rielaborato storie originali del padre, e diretti da Marco Bigliazzi.

E anche questa volta il successo non si fa attendere. “Bonaventura e il canotto” è stato presentato il 18 aprile 2000 in una conferenza stampa durante Cartoons on the bay, festival internazionale di film d’animazione organizzato da RaiTrade a Positano, seducendo anche John Coates, presidente della giuria e produttore di cartoni animati tipo il leggendario “The yellow submarine”. Mentre  “Bonaventura e il baule” ha vinto il Premio al personaggio al Festival di Dervio del 2002.

Il Signor Bonaventura è stato usato anche per la diverse campagne pubblicitarie. Negli anni Quaranta è stato il testimonial della campagna nazionale di prestito per la Ricostruzione del 1945, e per la Lotteria Radiotelefortuna del 1949. E non poteva mancare negli anni Sessanta la sua partecipazione al famoso Carosello dove, interpretato da Sto, è stato protagonista di una campagna pubblicitaria per l’azienda tessile Lanerossi. Negli anni Duemila è Il Sole 24 Ore a riproporlo in una sua collana a dispense su argomenti finanziari.

Verso la fine degli anni Novanta, il Signor Bonaventura ritorna sulla carta stampa grazie alla casa editrice Adelphi, che ripropone anche la produzione letteraria del suo creatore. Ma è difficile annotare anche brevemente tutto quello che riguarda l’universo di Sto e di Bonaventura, tra mostre, celebrazioni, saggistica e protagonisti del mondo del cinema, dell’arte e della cultura che non solo lo ammirano ma lo consideravano il proprio mentore. Citiamo “Sergio Tofano e il Signor Bonaventura” di Maddalena Menza, la più importante studiosa dell’autore e del suo personaggio, saggio pubblicato nel 2015 da Kappa Edizioni.

E non possiamo con riportare due divertenti citazioni dedicate al nostro eroe. Una fumettistica e una musicale. Nel numero 73 (luglio 2009) di Rat-Man, famoso personaggio creato da Leo Ortolani, viene presentato un nuovo personaggio, Brick Tempesta. Le sue avventure ripetono quelle del Signor Bonaventura e si concludono con il classico nobiluomo che elargisce al nostro eroe la tradizionale ricompensa di un milione. Ma si tratta di un rettangolo di carta che nel mondo reale non vale niente, come scoprirà il nostro Brick al ristorante: quando va a pagare il conto il proprietario rifiuta il milione immaginario e chiama la polizia.

Nel 2003, Bonaventura viene citato da Elio e le Storie Tese nel pezzo “Abate cruento” incluso nell’album Cicciput.

Dopo tanto passato non potevano chiudere questo sintetico ripasso senza dare uno sguardo al futuro del Signor Bonaventura e di Sto, un futuro che si prospetta sempre roseo e infarcito di nuovi successi.

Sarà, infatti, Pino Strabioli, ad accompagnare il Signor Bonaventura oltre il secolo di vita con il suo “Pino Strabioli racconta Sergio Tofano (e i Cavoli a merenda)”, che andrà in scena con una sola rappresentazione il prossimo 26 dicembre all’Off/Off Teatre di Roma. Produce il Teatro Verde Roma.

E’ c’è anche una saporita ciliegina sulla torta. Pino Strabioli riporta in scena la testa del costume del cane di Bonaventura indossata da Franca Valeri nel 1948, quando ha interpretato la parte del bassotto giallo nella compagnia di Sto, di cui ha fatto parte agli inizi della sua carriera assieme al suo futuro marito Vittorio Caprioli. Ne ha parlato la stessa Valeri in una recente intervista apparsa sul Messaggero online.

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Infrastrutture e turismo, binomio imprescindibile

VIAGGI-bici-turismoIl segretario del Psi Riccardo Nencini, nel ruolo istituzionale di vice ministro alle Infrastrutture, parteciperà al dibattito che aprirà domani, giovedì 23 ottobre, alle ore 11.00, la seconda edizione del Meet Forum (Mediterranean European Economic Tourism Forum).

Gli appuntamenti della manifestazione, organizzata da PortaleSardegna, con la collaborazione dell’associazione culturale Sardegna 2050, si terranno da domani a sabato 28 ottobre nelle sale dell’Hotel Resort Marina Beach di Orosei, in provincia di Nuoro.Tre giorni di incontri tra addetti ai lavori ed esperti che discuteranno principalmente come “Costruire turismi e destagionalizzare”, in un mercato sempre più globalizzato e dove si affacciano sempre nuovi rivali dei Paesi della vecchia Europa.

Riccardo Nencini sarà uno dei partecipanti al dibattito “Infrastrutture e Turismo” assieme a Carlo Careddu, assessore regionale ai Trasporti della Sardegna, e Costantino Tidu, amministratore straordinario della Provincia di Nuoro. Moderatore Giuseppe Deiana, capo redattore del quotidiano L’Unione Sarda di Cagliari. Assente giustificata Nanette Maupertuis, assessore regionale del Turismo della Corsica, che ha dovuto dichiarare forfait a causa di impegni legati alla campagna elettorale che sta per iniziare nella sua isola,

Costruire una nuova cultura turistica, che scavalchi i confini delle singole regioni italiane e che guardi all’Europa e ai paesi bagnati dal Mar Mediterraneo, è il traguardo che si sono posti sin dalla prima edizione gli organizzatori del Meet Forum. Non si tratta, quindi, di un convegno generalista o di un incontro riservato ai soli addetti ai lavori, ma di un laboratorio multidisciplinare dove cercare soluzioni e opportunità di sviluppo inedite, costruire nuovi prodotti, aprire a nuovi mercati e studiare pacchetti e formule turistiche in linea con le esigenze di un mercato sempre in evoluzione .

Una delle iniziative più importanti del Meet Forum è la presentazione di FR-ON-IT, un pacchetto di proposte che punta a favorire l’uso della bicicletta elettrica in occasione delle vacanze, con abbinati altri servizi turistici. ’offerta di altri servizi. Si tratta di un progetto internazionale finanziato dall’Unione Europea e che coinvolge cinque regioni a grande vocazione turistica: Sardegna, Corsica, Costa Azzurra, Liguria e Toscana.

Il Meet Forum darà anche spazio ai progetti per valorizzare il binomio cultura e turismo. Tavoli di lavoro e seminari con gli operatori del settore permetteranno di discutere sulle migliori strategie da mettere in campo per valorizzare e fare conoscere i centri culturali dell’entro terra, così da proporre una valida alternativa alle località balneari.

Sin dalla prima edizione il Meet Forum ha elaborato le sue proposte guardando al futuro, al cambiamento, con una visione multidisciplinare che abbraccia temi sistemici irrisolti, criticità del comparto Turismo e aspetti finanziari del business, mettendo intorno a uno stesso tavolo pubbliche amministrazioni, operatori, compagnie di trasporto, ricercatori e tutti i soggetti coinvolti direttamente o indirettamente in un progetto o nelle attività di una azienda.

Antonio Salvatore Sassu

Meet Forum. Costruire
una nuova cultura turistica

meetforum

Sarà il nostro segretario nazionale, e vice ministro delle Infrastrutture, Riccardo Nencini, uno dei protagonisti della seconda edizione del Meet Forum (Mediterranean European Economic Tourism Forum), manifestazione organizzata da PortaleSardegna, in collaborazione con l’associazione culturale Sardegna 2050, che si terrà da giovedì 26 a sabato 28 ottobre nelle sale dell’Hotel Resort Marina Beach di Orosei, in provincia di Nuoro. La parola d’ordine scelta per l’edizione di quest’anno è “Costruire turismi e destagionalizzare”.

Riccardo Nencini parteciperà al dibattito che giovedì 28 ottobre, alle ore 11.00, aprirà ufficialmente i lavori del Meet Forum. Argomento “Infrastrutture e Turismo”. Altri partecipanti: Nanette Maupertuis, assessore regionale del Turismo della Corsica, Carlo Careddu, assessore regionale ai Trasporti della Sardegna, e Costantino Tidu, amministratore straordinario della Provincia di Nuoro. Moderatore Giuseppe Deiana, capo redattore del quotidiano L’Unione Sarda di Cagliari.

Costruire una nuova cultura turistica, che scavalchi i confini delle singole regioni italiane e che guardi all’Europa e ai paesi bagnati dal Mar Mediterraneo, è il traguardo che si sono posti sin dalla prima edizione gli organizzatori del Meet Forum. Non si tratta, quindi, di un convegno generalista o di un incontro riservato ai soli addetti ai lavori, ma di un laboratorio multidisciplinare dove cercare soluzioni e opportunità di sviluppo inedite, costruire nuovi prodotti, aprire a nuovi mercati e studiare pacchetti e formule turistiche in linea con le esigenze di un mercato sempre in evoluzione .

Sin dalla prima edizione il Meet Forum ha elaborato le sue proposte guardando al futuro, al cambiamento, con una visione multidisciplinare che abbraccia temi sistemici irrisolti, criticità del comparto Turismo e aspetti finanziari del business, mettendo intorno a uno stesso tavolo pubbliche amministrazioni, operatori, compagnie di trasporto, ricercatori e tutti i soggetti coinvolti direttamente o indirettamente in un progetto o nelle attività di una azienda.

In occasione del Meet Forum verrà anche lanciato il progetto internazionale FR-ON-IT, un pacchetto di proposte che punta a favorire l’uso della bicicletta elettrica in occasione delle vacanze, con l’offerta di altri servizi, tipo la prenotazione in hotel. Il progetto internazionale è finanziato dall’Unione Europea e coinvolge cinque regioni a grande vocazione turistica: Sardegna, Corsica, Costa Azzurra, Liguria e Toscana. In prima battuta, il progetto punta su quelle località dove è già possibile realizzare percorsi adatti alle biciclette elettriche, per poi ampliarsi in altre zone con proposte e progetti ad hoc.

Il programma del Meet Forum darà anche spazio ai progetti per valorizzare il binomio cultura e turismo. Tavoli di lavoro e seminari con gli operatori del settore per discutere sulle migliori strategie per ottimizzare i flussi turistici del settore balneare a favore dei centri culturali dell’entro terra.

Nella prima giornata di lavori, dopo il dibattito su “Infrastrutture e Turismo”, 50 esperti provenienti da tutto il Mediterraneo si confronteranno in 5 tavoli di lavoro per discutere, condividere e confrontarsi sui temi legati al turismo.

La giornata di venerdì 27 ottobre sarà dedicata al tema “Il grande laboratorio del turismo”, dove un pool di esperti si confronterà con rappresentanti delle comunità, vettori aerei e navali e altri operatori del settore.

In particolare, gli operatori avranno a disposizione cinque seminari su ogni tema trattato nei tavoli tematici: distribuire, valorizzare, confrontare, finanziare e collegare.

E saranno sempre gli operatori che, dopo aver ascoltato le relazioni degli esperti, potranno interagire e contribuire alla stesura delle conclusioni scientifiche e operative del Meet Forum.

Sempre venerdì 27, nel tardo pomeriggio, nella Financial Zone, gli operatori turistici potranno presentare i propri progetti di investimento, ampliamento e/o ristrutturazione agli intermediari finanziari presenti ai lavori.

Sabato mattina la conferenza finale e la consegna del Meet Forum Award, il premio per le buone pratiche sul turismo, concluderanno i lavori.

Antonio Salvatore Sassu

Un “caso Scafarto” anche a Nuoro

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Quante sono le fake news, i falsi investigativi, che hanno inquinato e che stanno inquinando indagini e processi in Italia? Non lo sappiamo, ma possiamo fare qualche esempio. L’ultimo scandalo sull’uso spregiudicato delle false notizie, delle bugie investigative, per inquinare o deviare le indagini è il “caso Scafarto”. In breve, il capitano dei carabinieri Giampaolo Scafarto del Noe è accusato di aver manipolato una informativa, sbagliando volutamente la trascrizione di un’intercettazione telefonica. Secondo le accuse, cercava di fabbricare prove false nell’ambito della vicenda Cosip, puntando all’arresto di Tiziano Renzi, così da colpire il figlio Matteo, all’epoca presidente del Consiglio. Indagato per falso anche il pm Henry John Woodcock. Coinvolto, ma non indagato, anche il colonnello Sergio De Caprio, il “Capitano Ultimo”, famoso per avere comandato la squadra che nel 1993 catturò Totò Riina. I capi di accusa si stanno moltiplicando, ma la vicenda è al vaglio della magistratura e non entriamo nel merito.

Da un presunto tentativo non riuscito di stupro allo Stato, a uno che ha fatto centro. Ricordate l’inchiesta per presunti illeciti nelle nomine alle Asl e in altri settori pubblici della Campania che, nel 2008, coinvolse anche Clemente Mastella, allora ministro della giustizia? Per colpa di queste accuse Mastella ha dato le dimissioni, ha fatto cadere il governo Prodi e ha aperto la strada alle elezioni anticipate, vinte da Berlusconi. L’ex ministro è stato assolto dopo 9 anni, ma la fake ha colpito il bersaglio, cioè Prodi.

Una delle bufale investigative più eclatanti è quella nata dall’inchiesta sull’attentato che, nel 1992, uccise il magistrato Paolo Borsellino e cinque uomini della scorta. Nel corso delle prime indagini, una fake news, costruita a tavolino anche con il concorso di magistrati e ufficiali di polizia, più qualche manganellata, ha colpito nove persone che sono state accusate dell’attentato, processate e condannate a pesanti pene detentive. Solo nel 2008 si è scoperto che era tutto falso e i presunti assassini sono stati assolti al termine di un nuovo processo.

Ma le fake news giudiziarie non hanno confini, ne è saltata fuori una anche a Nuoro, al processo per il cosiddetto “delitto di Orune”. In breve, due cugini, Alberto Cubeddu (21 anni di Ozieri, provincia di Sassari) e il cugino Paolo Enrico Pinna (19 anni di Nule, provincia di Sassari) sono stati arrestati il 25 maggio 2016 con l’accusa di essere gli autori dell’omicidio di Gianluca Monni (19 anni), commesso l’ 8 maggio 2015 a Orune (provincia di Nuoro), e del sequestro, dell’omicidio e della distruzione del cadavere di Stefano Masala (28 anni, di Nule), che sarebbe avvenuto la sera prima. Mentre Paolo Pinna è già stato condannato in primo grado a vent’anni dal Tribunale dei Minori di Sassari (all’epoca era minorenne) il processo ad Alberto Cubeddu è in corso di svolgimento in Assise a Nuoro.

Ed è proprio Alberto Cubeddu la vittima di una bufala nata da una informativa dei carabinieri e ritenuta vera per tutte le successive fasi delle indagini sino al processo. Andiamo con ordine e leggiamo gli atti. In una informativa dei carabinieri del 9 maggio 2015 è scritto che “il ragazzo risulta indagato per tentato omicidio e rapina in concorso con il cugino Paolo Enrico Pinna” (più altri due ragazzi che non citeremo). Fatti accaduti a Ozieri il 6 gennaio 2014.

Questa accusa, considerata per due anni puro vangelo anche dai magistrati che si sono occupati del caso, si è rivelata una fake news nel corso dell’udienza del 27 luglio scorso quando l’avvocatessa Mattia Doneddu ha fatto mettere agli atti una certificazione della Procura della Repubblica presso il tribunale di Sassari (competente per Ozieri) dalla quale risulta che il presunto procedimento penale contro Alberto Cubeddu non è mai esistito, era contro ignoti e come tale è stato archiviato un anno prima del suo arresto.

Nella certificazione, infatti, è scritto che “il citato provvedimento penale iscritto al R.G.N.R. contro ignoti, al n. 30/2014, a seguito di richiesta di archiviazione in data 13 marzo 2015, del p.m. di questa Procura della Repubblica è stato definito con decreto di archiviazione dal Gip presso il locale tribunale in data 25/06/2015, per essere rimasti ignoti gli autori del reato;

che dai registri generali non risultano che vi siano state e che vi siano iscrizioni a carico di Alberto Cubeddu, per i fatti di cui al procedimento penale n. 30/2014 mod.44;

che dai registri generali non risultano iscrizioni suscettibili di comunicazione nelle quali Alberto Cubeddu abbia assunto la qualità di indagato.”

Tradotto in parole povere, il ragazzo è estraneo al tentato omicidio di Ozieri, e non è mai stato iscritto nel registro degli indagati per nessuna vicenda criminale precedente il delitto di Orune.

Questa certificazione ufficiale è completamente opposta a una fantasia investigativa, a quel peccato originale che ha falsato tutte le indagini. Perché il castello di accuse che trasforma, riga dopo riga, un ragazzo normale, con una vita, una famiglia, un lavoro e amici normali, in un efferato assassino è sempre più legato a quel procedimento penale che per la Procura della Repubblica di Sassari non è mai esistito.

Proprio grazie a questo falso investigativo, certificato due anni dopo come bufala, Alberto Cubeddu è stato dipinto dagli investigatori e, dopo l’arresto, anche dalla stampa locale, come un bad boy, un ragazzo con un passato e un presente da criminale incallito. E tutto questo per giustificare non solo il rinvio a giudizio ma, in particolare, la custodia cautelare in carcere, in quanto considerato un elemento pericoloso. Anche il gip di Nuoro sposa questa tesi e nella sua ordinanza di custodia cautelare in carcere rappresenta che “dalle prime informazioni … si era appreso che il Pinna era un tipo violento con a suo carico una denuncia per tentato omicidio e rapina avvenuta ad Ozieri il 6 gennaio 2014 in concorso – appunto – con Alberto Cubeddu e altri due ragazzi”. Il giudice aggiunge nella sua ordinanza che “Cubeddu è cugino di Pinna e compare di scorribande criminali oggettivamente impressionanti”. Peccato che nessuno abbia ancora pensato di chiedere conferma di questi fatti – relativamente al Cubeddu – alla Procura di Sassari perché il procedimento di cui si parla è sempre quello archiviato.

La stampa locale si allinea: “Ma anche il cugino Alberto Cubeddu – dicono le carte (quelle false?, ndr) – non è certo uno stinco di santo. Le “missioni” spericolate le hanno sempre fatte insieme ed era un caso che non fossero insieme quella notte del 13 dicembre a Orune. Ma Alberto Cubeddu è uno che ha dimestichezza con la violenza, gli incendi e le armi” (da La Nuova Sardegna online del 26 maggio 2016). Al contrario, il ragazzo, affermano sia la Procura di Sassari sia la difesa, non è mai stato indagato per nessuno di questi reati.

La sicurezza della correttezza dello svolgimento delle indagini dovrebbe essere un caposaldo del nostro processo penale, se le bufale vengono costruite a tavolino in questa fase, si falsa tutto, soprattutto, la sentenza finale. E questo è un pensiero particolarmente disturbante quando si parla di reati tipo l’omicidio. Non dimentichiamoci, inoltre, che le bugie sono come le ciliegie, una tira l’altra. Allora viene da chiedersi quante fake news e quante verità, ci siano in tutti gli atti che hanno portato i due cugini di fronte ai giudici con pesanti accuse? Soprattutto in quelli arrivati sul tavolo del giudice che ha già condannato Paolo Pinna a vent’anni? Per non parlare dell’uso della custodia cautelare in carcere, quasi uno stupro mentale. Recentemente il Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio europeo ha bacchettato l’Italia proprio su questo argomento, chiedendo un maggiore uso di soluzioni alternative per quei detenuti non ancora condannati in via definitiva. Potete anche rileggere “Davigo esalta le manette” di Mauro Del Bue, apparso sulle nostre colonne il 10 marzo scorso. Infine, riportiamo una dichiarazione di Robertino Pinna, padre di Paolo: “Ci hanno provato per un anno e mezzo a pressare questi ragazzi (il figlio e il nipote, ndr) sperando che dicessero qualcosa. Ma non possono dire niente perché non sanno niente”.

Tre domande per chiudere. Prima: qual è stata la fonte di questa fake news, come è nato questo coinvolgimento in un procedimento giudiziario inesistente e inventato sulla carta, ma che è stato la pietra miliare di una fantasia giudiziaria che ha trasformato un ragazzo che non mai avuto guai con la giustizia in un efferato assassino? E perché nessuno ha mai controllato, perché è stata accreditata per tanto tempo come vera una bufala che la Procura di Sassari poteva smontare in un attimo?
Seconda domanda. Ad Alberto Cubeddu, e magari alla sua famiglia, vorrei chiedere cosa si prova a vedere, in un attimo, la propria vita passata in un tritacarne giudiziario e mediatico, essere coinvolto in un gioco al massacro e rischiare una pesante pena detentiva (anche l’ergastolo), proprio per colpa di una notizia non controllata, di una fake news che è stata la base di tutte le accuse successive?

Terza e ultima domanda. All’autore o agli autori di questa di questa falsa notizia, e a chi non l’ha controllata, vorrei chiedere cosa si prova a sbranare anche l’anima di una persona? Ha un buon sapore?

Antonio Salvatore Sassu

 

La ragazzina “portasfiga”,
internet e cyberbullismo

cyberbullismo

Approderà il prossimo 25 settembre nelle aule del Tribunale dei minori di Sassari una insolita storia di cyberbullismo di cui è stata vittima due anni fa una ragazzina di Nuoro (allora una bambina di 12 anni) accusata da un gruppo di coetanei di portare sfiga, o iella che dir si voglia. Una campagna di odio e di insulti, che grazie ai social media è divampata più velocemente di un incendio, coinvolgendo centinaia di bulletti in erba.

La vicenda è al vaglio del Tribunale dei Minori, anche se il processo riguarda solo 16 ragazzini, tutti studenti delle scuole medie di Nuoro. I presunti organizzatori della campagna d’odio sono accusati di diffamazione e molestie nei confronti della ragazzina, lei sì colpita da una sfiga nera per essere diventata, senza nessuna colpa, il bersaglio dei cyberbulli.

Andata avanti per mesi, con l’allora bambina che ha cambiato diverse volte scuola senza riuscire a sfuggire alle grinfie dei suoi aguzzini, questa storia di bullismo ha coinvolto centinaia di ragazzini, dagli 11 ai 15 anni, che hanno usato sia le chat per spargere la “notizia” (?) sia i cellulari per esprimere di persona i loro insulti. Nessuna tregua neanche quando la bambina usciva: in strada era uno sprecarsi di gesti scaramantici, toccatine, sorrisini, urla, insulti e canzonature, anche da parte di perfetti sconosciuti. Perfetti sconosciuti che, ovviamente, l’avevano riconosciuta perché informati della sua triste fama tramite chat, social e quant’altro. Se la calunnia dei vecchi tempi era un venticello, immaginatevi la tempesta virale che in pochissimo tempo si è scatenata intorno alla bambina, che per mesi non ha avuto un attimo di pace. Alla fine, stanca dei soprusi e di piangere lacrime amare, ha raccontato tutto agli stupefatti genitori, che sono sempre gli ultimi a sapere. Genitori che nel febbraio 2015 hanno denunciato il fatto alla polizia, le cui indagini si sono concluse, appunto, con il rinvio a giudizio dei 16 ragazzini.

Qualche giorno fa ci sarebbe stato anche un incontro un po’ esagitato tra la ragazzina e la madre e una zia di un presunto bullo indagato ma non rinviato a giudizio. Le versioni su come si sono svolti i fatti sono contrastanti, ma poco importa. L’importante è che questa vicenda di cyberbullismo faccia riflettere almeno i genitori sui danni causati dell’uso incontrollato di cellulari e pc. Magari anche sui rischi penali e sui costi che poi bisogna affrontare.

E’ un bene che questo processo si svolga, non solo per il rinvio a giudizio dei 16 bulletti del web di Nuoro, che al massimo se la caveranno con un paio di sculacciate, ma perché chi cade nelle trappole della Rete deve essere informato sui modi per uscirne prima di venire fatto letteralmente a pezzi.

La vicenda ha più aspetti. A volerci ridere sopra, la prima cosa che viene in mente è quella fenomenale interpretazione di Totò in “La patente”, nel film a episodi “Questa è la vita”, 1954, con la regia di Luigi Zampa. Oppure l’omonima novella di Luigi Pirandello. L’argomento è lo stesso: Rosario Chiarchiaro, rovinato socialmente ed economicamente dalla fama di iettatore decide di correre ai ripari. Chiede e ottiene dal giudice una sorta di patente che attesti questa sua insolita qualità, così da far pagare una “tassa” ai superstiziosi per tenere la sfiga lontano da loro.

Sempre sorridendo, verrebbe da dire alla ragazzina: divertiti a fare la bruja (strega in sardo) piccolì, lascia la parte di Biancaneve e diventa Grimilde, trasforma tutta la cattiveria che ti hanno riversato addosso in paura al calor bianco e restituiscila a chi ti ha fatto soffrire. Ipotesi non molto educativa, anzi. Ma in linea con un certo spirito barbaricino.

Poi il discorso diventa più serio e vengono in mente Mia Martini, Marco Masini, e altri personaggi, ai quali la fama di porta sfiga ha rovinato la carriera e la vita.

Non basta, una riflessione sull’uso indebito o illegale e sul controllo dei nuovi media, è d’obbligo. Anche se gli internauti si sono sempre difesi accusando come censorio ogni tentativo di regolamentazione.

Ad aprire la prima falla nel muro di omertà e impunità che sembra proteggere chi naviga e opera nella Rete è stata, nei giorni scorsi, la premier britannica Theresa May, nel corso dell’ultima riunione del G7, pochi giorni dopo la carneficina di Manchester, dove sono morti 22 giovani. «La lotta al terrorismo si fa su Internet prima che sui campi di battaglia», ha affermato, dura e lapidaria, durante la riunione. Nel mirino della premier britannica ci sono in primo luogo giganti del web, come Facebook, Google e Twitter, che, afferma perentoriamente, dovrebbero essere costretti dai governi a sviluppare strumenti automatici per identificare e rimuovere contenuti estremisti, oltre che informare le autorità di pericoli imminenti. Sta nascendo la coscienza che la propaganda online dell’Isis è l’arma più potente del Califfato. Per questo il governo di Londra vorrebbe che i colossi del web fossero chiamati a rendere conto delle loro azioni nel caso in cui non prendano misure concrete contro l’estremismo, magari con qualche forma di autoregolamentazione prima che i governi decidano di ricorrere alle sanzioni.

Ma non c’è solo il terrorismo che dilaga nella Rete. Vediamo un esempio che ci riguarda da vicino. Un giornale è sottoposto a regole ferree, ha l’obbligo di registrare la testata, di avere un direttore responsabile, che divide responsabilità penali e civili con l’editore e con il giornalista che ha scritto l’articolo incriminato. Il processo potrà essere lungo, ma se io do della porta sfiga a una bambina di 12 anni, facendo nome e cognome e magari pubblicandone la foto, il Tribunale e l’Ordine dei giornalisti mi mangiano vivo, soprattutto si mangiano vivo l’editore, che è quello che ha i soldi. Al contrario, se apro un blog o una chat e faccio la stessa cosa divento il figo del momento, conquistando i miei 15 secondi di fama imperitura e like a volontà. Quasi sicuro dell’impunità perché raramente le vittime parlano, sono i carnefici ad averla vinta e a vantarsene sempre via social.

Ormai è sempre più evidente che nella Rete e nei social non può passare di tutto, compresi quei contenuti vietati sui giornali e sulle reti televisive, e non solo per quanto riguarda la propaganda e l’organizzazione del terrorismo internazionale.

Controllare Internet non è impossibile, magari è difficile, ci vogliono esseri umani, non solo algoritmi, e chiaramente le persone costano. Ma i soldi ci sono, e in abbondanza.

Nel 2016, per esempio, Facebook ha prodotto più di 10 miliardi di dollari di utili, se ne destina una parte al controllo dei contenuti, non solo per contrastare il terrorismo internazionale ma per fare rispettare le leggi dei Paesi dove opera, non va in fallimento. E contribuirà anche a migliorare il mondo. D’altronde, non dovrebbe essere questo uno degli obiettivi di Mark Zuckerberg?

Antonio Salvatore Sassu

 

Don Cannavera: Il girone infernale del carcere di Uta

carcere_casa_circondariale_cagliari_utaIl recente rapporto del Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa sullo stato delle carceri italiane ha messo in evidenza una serie di criticità che riguardano anche gli istituti di pena sardi, principalmente viene citato un caso di maltrattamenti nei confronti di un detenuto accaduto nel carcere di Bancali, notizia passata sui tg nazionali ed elegantemente glissata dalla stampa locale. Eppure le notizie sul nuovo carcere di Bancali pubblicate negli ultimi tempi non sono tra le più confortanti: rivolte dei detenuti islamisti, suicidi, assistenza sanitaria carente, risse tra detenuti e minacce ai poliziotti. Un elenco di criticità senza fine. Ma la situazione non è certo migliore nelle altre carceri dell’isola dove il sovraffollamento la fa da padrone, con oltre 2.300 detenuti, con una percentuale di custodia cautelare intorno al 35 per cento. La custodia cautelare, lo ricordiamo, non riguarda solo gli arrestati con l’accusa di aver commesso un reato, ma anche i condannati non in via definitiva. Non a caso, sempre Strasburgo ha invitato l’Italia a prendere massicci provvedimenti alternativi alla custodia cautelare perché stiamo parlando di innocenti sino all’ultimo grado di giudizio. Questo svuoterebbe in parte le carceri, alleggerendo una situazione esplosiva, e rispetterebbe la legalità, articolo 27 della Costituzione compreso.

Le criticità sono presenti in tutti gli istituti di pena della Sardegna, ma la situazione più grave sembra essere quella del carcere di Uta, in provincia di Cagliari, dove la nuova struttura, inaugurata nel 2014, è già al collasso: una polveriera pronta a esplodere con risse tra detenuti, tentativi dei carcerati di organizzare uno spaccio interno di droga, rivolte, celle incendiate e/o allagate, e tentati suicidi. Un girone infernale che peggiora di ora in ora. E proprio sulla situazione di Uta abbiamo intervistato don Ettore Cannavera, che a fine agosto ha visitato il carcere assieme a una delegazione del Partito Radicale. Don Cannavera è un esperto dei problemi carcerari, con alle spalle una vita intera dedicata ai detenuti, sia dietro che fuori le sbarre, in particolare ai minorenni e ai giovani.

Come ha trovato la situazione nel carcere di Uta?
“Terribile, pesantissima, ci troviamo di fronte a una polveriera pronta a esplodere, anche a causa del sovraffollamento e della mancanza di attività, del poco personale e della insufficiente assistenza sanitaria. Quasi tutti i detenuti passano il loro tempo chiusi in cella, con poche occasioni di attività o di socializzazione. Per non parlare del mix della tipologia dei reclusi, che mette a repentaglio il delicato equilibrio dei rapporti all’interno del carcere. Ricordo che solo il 10 per cento dei carcerati italiani sono delinquenti, il 90 per cento sono sofferenti mentali, rifugiati, tossicodipendenti. A Uta la situazione è peggiore proprio a causa dell’alto numero dei sofferenti mentali che vi sono rinchiusi. La società è forcaiola, è emarginante. Abbiamo chiuso gli ospedali psichiatrici e abbiamo risolto il problema della mancanza di struttura adeguate sostituendoli con il carcere. Non si sa dove mettere una persona che ha o che crea problemi legati al suo disagio mentale? Oggi l’unica risposta è: mandiamolo in galera, la pattumiera sociale indifferenziata, dove stanno tutti assieme senza distinzioni. Al limite, sarebbe meglio una struttura da “raccolta differenziata”, con sezioni specializzate, tipo, tanto per fare un esempio, un piccolo ospedale psichiatrico per quei detenuti che non possono e non devono convivere gomito a gomito con gli altri.”.

Don Ettore Cannavera è stato per 23 anni cappellano del carcere minorile di Quartucciu (in provincia di Cagliari) sino alle polemiche dimissioni del maggio 2015, quando ha affermato che il carcere minorile è una struttura inutile, dannosa e superata. Ma a occuparsi dei problemi dei minori rinchiusi dietro le sbarre ha iniziato 35 anni fa, quando ha fondato la sua prima comunità per minori sottoposti a provvedimenti di polizia giudiziaria. Contemporaneamente non ha mai smesso di occuparsi dei problemi dei reclusi dietro le sbarre: “Quando mi chiamano vado in carcere. Questo è il mio mondo, il mio modo di essere cristiano. “Ero in carcere e siete venuti a trovarmi” dice Gesù nel Vangelo, e i cristiani dovrebbero riflettere su questa frase”.

Come e perché ha iniziato a occuparsi di minorenni incarcerati?
“Trentacinque anni fa, su invito del Tribunale dei minori di Cagliari. Avevo già preso coscienza dei limiti della carcerazione per i ragazzi dai 14 ai 18 anni e delle mancanza di alternative. Così ho fondato la mia prima comunità: un luogo dove scontare la pena e, contemporaneamente, una possibilità di riscatto e la speranza di un futuro migliore per questi ragazzi”.

Il passo successivo di don Cannavera è stato quello di fondare, nel 1998, una seconda comunità, La Collina, dieci ettari in territorio di Serdiana. Questa comunità è stata ideata per i giovani, dai 18 ai 25 anni, che scontano reati commessi da minorenne.

Perché questa nuova avventura?
“Perché mi sono accorto che molti ragazzi, dopo aver compiuto i 18 anni, rientravano in carcere perché non avevano alternative oltre a delinquere, non avevano un luogo di sostegno che li avviasse al mondo del lavoro e della scuola, secondo regole di legalità. Così ho pensato di offrire loro un’esperienza e un’occasione che non avevano mia vissuto prima. Non dimentichiamoci che oggi si matura più tardi, che l’adolescenza è un periodo più lungo rispetto al passato, ed è per questo che abbiamo portato l’età massima dei ragazzi ospitati in comunità a 25 anni”.

Come è strutturata La Collina?
“Il punto fondamentale del nostro lavoro è quello di inserire i ragazzi in un contesto educativo centrato sulla vita in comune, sulla condivisione e il rispetto dell’altro, sull’autonomia personale ed economica, raggiungibile principalmente attraverso il lavoro. Nei nostri terreni, estesi una decina di ettari, abbiamo un vigneto e un oliveto con 1.200 piante. Noi produciamo e vendiamo olio e vino. I ragazzi vengono assunti da una cooperativa e ricevono uno stipendio di 600 euro al mese, diviso in parti uguali tra loro e la cassa comune. In carcere c’è assistenzialismo puro, qui uno mangia grazie al suo lavoro. In carcere si butta tanta roba, qui se resta qualcosa a pranzo si conserva per la cena. Sono ragazzi sani, forti e robusti. Perché assisterli quando possiamo dar loro la possibilità di lavorare e guadagnarsi da vivere?

In tanti anni di lavoro sul campo che idea si è fatto della delinquenza minorile e come si potrebbe combatterla?
“Un concetto che amo esprimere è che ‘deviati’ non si nasce ma si diventa. Bisogna capire quali sono i fattori di questa devianza. La risposta non è certo il carcere minorile, che non migliora ma peggiora la situazione. A quell’età non sei un delinquente ma un adolescente, delinquente lo diventerai anche grazie al carcere. Al minore bisogna fare scontare la pena in un ambito educativo, ma educare è pratica di libertà, e il carcere, proprio per come è strutturato, non è il luogo più adatto. Un ragazzino, un adolescente, non può crescere in un contesto di carcerazione ma deve crescere in un contesto di libertà controllata. In carcere, infatti, sei messo da parte, stai in cella come dentro un freezer e peggiori col tempo. Poi quando esci non hai quasi nessuna speranza di poter vivere una vita ‘normale’. E questo vale soprattutto per i minori. Non è un caso che il 70 per cento degli ex carcerati delinque di nuovo. Mentre la pena deve tendere alla rieducazione. D’altronde lo dice anche l’articolo 27 della Costituzione: ‘L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato’”.

Senza dimenticare una maggiore attenzione nei confronti dei minori e dei giovani?
“Certamente. Per i minori è preferibile una struttura adeguata ma ci vogliono anni per fare maturare la società. La nostra, lo ripeto, è una società forcaiola ed emarginante. Quando un ragazzo commette un reato bisogna chiedersi di chi sono le responsabilità: non sono solo sue ma è il sistema educativo italiano che è fallimentare. Una volta che non abbiamo sviluppato bene il cammino verso la legalità in questi ragazzi, ricordiamoci che li abbiamo privati del loro fondamentale diritto all’educazione. Se poi li priviamo anche della libertà commettiamo altri danni. Ogni volta che un ragazzo commette un reato ci dobbiamo interrogare noi adulti, non sono nati così, non sono nati delinquenti, dietro ci sono responsabilità familiari, scolastiche, territoriali, della Chiesa, di tutti noi adulti. O prendiamo atto di questo oppure torniamo alle teorie del Lombroso nel suo libro ‘Delinquenti nati’!”

Antonio Salvatore Sassu