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Antonio Salvatore Sassu

70 anni di Tex. G.L. Bonelli creò il ranger inossidabile

tex willer“Per tutti i diavoli, che mi siano ancora alle costole?” è la frase con cui, il 30 settembre 1948, Tex Willer esordisce nella storia “Il totem misterioso” con l’immancabile pistola Colt in mano. Se era rivolta ai milioni di lettori, non solo italiani ma sparsi per il globo, che in settant’anni si sono appassionati alle sue avventure di carta, questa frase stampata e ristampata centinaia di volte suona come una profezia. Nel senso che sì, i lettori gli stanno ancora alle costole e proprio non lo vogliono mollare.

Tex Willer, ranger del Texas e capo della tribù dei Navajo con il nome di Aquila della Notte, ha alle sue spalle una carriera di tutto rispetto: ancora oggi è il personaggio italiano più venduto, uno dei più longevi del mondo con 70 anni di storie inedite, secondo solo a Topolino. Ma Tex non guarda al passato e i festeggiamenti della Sergio Bonelli Editore per il suoi 70 anni lo trasporteranno verso nuovi record da Guinness dei Primati. Così le sue avventure, vissute accanto agli inseparabili pard: il figlio Kit, l’amico e collega Kit Carson e l’indiano Tiger Jack, continueranno ancora per molto tempo.

Settant’anni di vita editoriale con tante storie di carta realizzate da una pattuglia di sceneggiatori e disegnatori. Per evitare di scrivere una sorta di libro, tratteremo un argomento per volta e iniziamo da Gian Luigi Bonelli (Milano 22 dicembre 1908 – Alessandria 12 gennaio 2001), più che l’inventore è il padre di Tex Willer di cui ha sceneggiato centinaia di storie, lasciando alla prossima puntata Galep, il primo e il più celebre dei disegnatori.

Gian (Giovanni) Luigi Bonelli è nato cinque giorni prima del “Corriere dei Piccoli”, costola del “Corriere della Sera” che ha lanciato il fumetto in Italia e veniva considerato il patriarca del fumetto italiano. Quindi quest’anno insieme ai 70 anni di Tex si festeggiano anche i 110 anni della sua nascita. G.L. si definiva un narratore prestato ai fumetti, e mai più restituito, più per necessità che per volontà propria. E come sceneggiatore di storie a fumetti aveva una tecnica quasi cinematografica. G.L., infatti, realizzava un bozzetto con la sequenza di vignette in cui era divisa la storia, con tutti i particolari e gli spazi già definiti, per cui il disegnatore doveva solo trasferire queste indicazioni in bella copia.MEFISTO 04

Anche se come sceneggiatore ha al suo attivo decine di personaggi e migliaia di storie, originali o tratte da classici della narrativa d’avventura, è riduttivo definirlo un mero sceneggiatore di fumetti perché è stato il più grande scrittore italiano di narrativa popolare del Novecento, anche se ha usato le tavole dei fumetti e non le pagine dei libri. Sicuramente è l’erede di Emilio Salgari che catturò l’immaginario dei lettori tra fine Ottocento e inizio Novecento.

E a proposito di necessità (economiche), G.L. ha dichiarato nel corso di un’intervista che in Italia “La letteratura non paga, non può pagare. Non c’è una tradizione di narrativa di evasione come nei Paesi anglosassoni, dove lo scrittore scrive perché sa che c’è della gente che vuole leggere gialli o avventure o storie d’amore, e non per mettere il suo nome sulla copertina di un libro”.

G.L. Bonelli esordisce alla fine degli anni Venti proprio nel Corrierino pubblicando le sue prime poesie. Agli inizi degli anni Trenta scrive articoli per “Il Giornale illustrato dei viaggi e delle avventure di terra e di mare” edito da Sonzogno, e inizia la sua breve carriera di scrittore di romanzi avventurosi. Nel 1936 esce a dispense “L’ultimo corsaro” (“Le Tigri dell’Atlantico” nell’edizione in volume del 1940), l’anno dopo “I Fratelli del Silenzio” e nel 1940 “Il Crociato Nero”. I primi due romanzi hanno come protagonista l’investigatore italo-americano John Mauri, che è quindi il suo primo eroe seriale. Nel 1956 esce “Il massacro di Goldena”, illustrato da Galep, con Tex come protagonista. Nel 1969 il romanzo diventa una storia a fumetti disegnata da Giovanni Ticci e pubblicata nei numeri 108 e 109 della collana di Tex.

Dopo una vita avventurosa con scorribande degne di un personaggio di Jack London, e dopo aver praticato mille mestieri come tutti i self made man, Gian Luigi Bonelli entra nel mondo del fumetto nel 1936 come direttore di una serie di testate dell’editore Lotario Vecchi, giornalini per i quali scriverà anche tante storie. Eccolo quindi al timone di “Rin-Tin-Tin, Il giornalino dei ragazzi”, dove nel 1937 appare la sua prima sceneggiatura: “TB4”, disegnata da Carlo Cossio, di “Primarosa”, “L’Audace” e “Jumbo”. Le sue storie sono realizzate da disegnatori tipo Rino Albertarelli e Walter Molino. Inoltre diventa uno dei più apprezzati collaboratori del settimanale cattolico “Il Vittorioso” e de “L’Avventuroso” di Nerbini.

G.L. BONELLI 01Funambolico nel lavoro come nella vita, sempre alla ricerca di nuovi stimoli e di nuove sfide, nel 1947 si associa con l’editore Giovanni Di Leo. Si occupa del rilancio del settimanale “Cow Boy” e del lancio in Italia di due fumetti francesi: “Robin Hood” e “Fantax”, personaggi dalla vita breve perché scatenano giudici e censori vari a causa dei loro contenuti molto realistici, crudi e violenti.

Ai fini di Tex è importante ricordare la travagliata vita editoriale de “L’Audace” che, dopo una serie di cambi di proprietà, viene rilevata nel 1940 proprio da G.L. Bonelli che fonda la casa editrice omonima che oggi si chiama Sergio Bonelli Editore.

G.L. preferisce occuparsi della scrittura e affida il timone della casa editrice alla moglie Tea, da cui si separerà al termine della Seconda guerra mondiale, e al figlio Sergio, che come Guido Nolitta inventerà tanti personaggi fra cui Zagor e Mister No.

Anche se “L’Audace” chiude i battenti nel 1944, la famiglia Bonelli inizia la sua avventura editoriale e col tempo la piccola impresa artigiana diventerà la più importante casa editrice di fumetti d’Europa.

La svolta inizia appunto il 30 settembre 1948 quando esce “Il totem misterioso”, la prima avventura di Tex Willer scritta da G.L. Bonelli e disegnata da Galep, pseudonimo di Aurelio Galleppini. L’albo è in formato striscia (cm. 17 x 8), 32 pagine in bianco e nero più la copertina a colori e costa 15 lire. Non possiamo non citare che il giorno dopo esce “Occhio Cupo”, firmato dagli stessi autori. La testata, che tratteremo parlando di Galep, chiude il 30 dicembre dello stesso anno.

Il formato striscia, cm. 17 x 8, va ricordato perché ha caratterizzato il fumetto italiano almeno sino agli anni Sessanta. Una grande fortuna editoriale perché gli albi lunghi e stretti potevano essere nascosti dai giovani lettori in tasca oppure in mezzo a libri o quaderni, sfuggendo così ai severi controlli dei tanti irriducibili nemici dei fumetti.

Il formato striscia è stato inventato negli Usa nel 1947 per una iniziativa promozionale dei cereali Cheerios e subito dopo è stato importato in Italia perché permetteva di stampare tre albi di 32 pagine alla volta, magari con carta di bassa qualità ma con grandi risparmi e buoni guadagni in edicola. Apripista gli “Albi dell’ardimentoso illustrato”, editi nel 1947 a Roma dalle Edizioni Illustrate Americane, seguiti da “Kid Diluvio”, dell’Alcea di Milano.

Ma è proprio nel 1948 che il formato inizia a imporsi. A gennaio, Mondadori presenta “Gli Albi Tascabili di Topolino”, a giugno esce “Il Piccolo Sceriffo”, dell’editore e sceneggiatore Tristano Torelli, disegnato da Camillo Zuffi, e il 30 settembre arriva, appunto, la “Collana del Tex”.

In fase di lavorazione il nostro ranger era stato battezzato Tex Killer ma per evitare guai con la censura il cognome viene cambiato in Willer prima della stampa. Al di là del formato striscia, e senza voler sminuire l’esercito di valenti disegnatori e sceneggiatori che si sono alternati in settant’anni alla realizzazione delle storie, il più famoso ranger dei fumetti deve il suo successo inossidabile tanto al tratto di Galep quanto alla penna di G.L. Bonelli, alle sue invenzioni, alla sua capacità di catapultare il lettore dentro le storie, con ruoli e personaggi immediatamente riconoscibili e con una scrittura asciutta e stringata, che arriva subito al dunque senza troppi fronzoli e con un ritmo indiavolato. Ma pur se stringate, queste storie mozzafiato sono scritte da un narratore di razza e continuano a stregare generazioni di lettori.TEX GIGANTE N. 1

G.L. Bonelli ha inventato anche altri personaggi, molti di genere western, senza mai bissare il successo di Tex. Citiamo “Yuma Kid”, “I tre Bill”, “El Kid”, “Hondo”, “Giubba Rossa”, “Plutos” e “Za La Mort”.

L’ultima storia di Tex scritta da G.L. Bonelli è “Il medaglione spagnolo”, disegnata da Guglielmo Letteri e pubblicata l’1 febbraio 1991nel numero 364 della collana che questo mese di febbraio è arrivata al 688, e che tra un anno taglierà il ragguardevole traguardo dei 700 numeri senza interruzione, un altro record da Guinness. Pur abbandonando le sceneggiature, G.L. continua a occuparsi del suo “figlio” prediletto, supervisionandone tutta la produzione sino alla morte, avvenuta a 92 anni.

Nel corso degli oltre quarant’anni che ha dedicato al ranger, G.L. ha inventato tanti personaggi buoni e cattivi per vivacizzare le avventure di Tex. Personaggi nati da una fantasia sfrenata e sempre attenta ai ritmi dell’avventura. Citiamo solo quello che rappresenta uno dei più grandi cattivi di tutti i tempi: Mefisto, che da spia e prestigiatore di second’ordine diventa il Signore della Magia Nera, tanto irriducibilmente nemico di Tex e dei suoi pard da essere riuscito a tornare dagli Inferi per continuare a tessere le sue vendette.

La casa editrice ha già annunciato che l’anno prossimo sarà pubblicata un’avventura inedita del diabolico mago e che nel 2020 uscirà un albo speciale a colori con l’ennesimo scontro finale. Ma non ci crediamo più di tanto perché se il bene vince sempre, almeno nei fumetti di Tex, un super cattivo come Mefisto non smetterà mai di stimolare la fantasia di lettori e sceneggiatori. E poi, ricordiamoci che il Male non muore mai altrimenti gli eroi rischiano di andare in pensione.

Giovanni Nerbini, editore dell’Avanti! della Domenica

avanti della domenicaI novant’anni di Topolino offrono anche l’occasione per celebrare l’editore Giovanni Nerbini, che non ha solo pubblicato i grandi fumetti d’avventura statunitensi ma che ha al suo attivo anche quell’Avanti della Domenica dal quale anche noi dell’Avanti online discendiamo.

Firenze, capitale dal 1865 al 1871, proprio nell’Ottocento decide di abbracciare un modello di sviluppo diverso dalla grande industrializzazione del Nord, preferendo puntare su un livello culturale e internazionale capace di farla diventare l’Atene d’Italia, la capitale culturale della penisola. Turismo, arte e cultura sono quindi le tre grandi direttrici su cui la città punta, con scuole d’arte e di artigianato artistico pensate per assecondare questa scelta. E si sviluppano anche case editrici, riviste e giornali di grande prestigio e linea grafica innovativa che lasciano una traccia indelebile nella cultura non solo italiana tra l’Ottocento e il Novecento.

Un crogiolo di idee e di iniziative che è il crocevia di tanti intellettuali e fior di scrittori non solo locali, pensiamo ad Alessandro Manzoni che va a sciacquar i panni in Arno per la versione definitiva dei suoi “Promessi Sposi”, riconoscendo al fiorentino la status di lingua ufficiale del nascente Stato. Vedasi la relazione del Manzoni al governo sulla lingua da usarsi in Italia, cioè il fiorentino parlato, pubblicata da “La Nazione” nel 1868.

50 ANNI DI SOCIALISMO IN ITALIAUno sviluppo culturale di questo genere attrae anche le idee più progressiste e rivoluzionarie dell’epoca, con grande lavoro per spie, forze di polizia e tribunali. L’anarchico Michail Bakunin, per esempio, ha soggiornato nella città dei Medici, dove nel 1880 si svolge un processo che farà epoca, quello contro Anna Kuliscioff, tra i fondatori del Partito Socialista Italiano, accusata di cospirare con gli anarchici per sovvertire l’ordine costituito.

Grazie a tutto questo lavorio la città dei Medici diventa la capitale italiana della cultura e delle riviste, ovviamente per persone colte e istruite. E grazie alle intuizioni e all’impegno di Giuseppe Nerbini (Firenze, 30 marzo 1867 – 28 gennaio 1934) lo diventerà anche dell’illustrazione e della narrativa popolare, soprattutto di quel genere che poteva essere scelto da un figlio del popolo, anarchico, socialista e anticlericale. Una scelta editoriale volta a istruire, a informare e a lottare per l’emancipazione dei ceti più deboli, quella maggioranza ignorante e ignorata dalla cultura ufficiale. L’intensa attività di Giuseppe Nerbini inizia nel 1897 con la pubblicistica socialista, prosegue con la narrativa d’appendice post romantica, il feuilleton, il western, il sensazionalismo, l’umorismo, la satira politica e, infine, i fumetti, con la sua testata più celebre ,“L’Avventuroso”, che approda in edicola qualche mese dopo la sua morte.

GIUSEPPE NERBINIGiovanni Nerbini, figlio di Rosa Nerbini e di padre ignoto, frequenta solo le elementari, probabilmente a causa della ristrettezza di mezzi in cui viveva. Non smette di leggere e di studiare e il suo essere un autodidatta lo aiuterà anche nell’attività editoriale. Da ragazzo frequenta il circolo radicale fiorentino “Giordano Bruno” e a 17 anni viene condannato un paio di volte per manifestazione sediziosa. Il resto del suo palmarès riguarda solo processi per reati di stampa, con qualche periodo in carcere.

Il giovane Nerbini, infatti, senza rinunciare all’edicola, dalla quale trarrà l’idea per molte delle sue iniziative, prima di dedicarsi all’editoria, fonda e dirige una serie di testate. Ricordiamo “La frusta. Giornale politico e amministrativo”, nato per appoggiare i candidati socialisti, “La mitraglia elettorale”, “Giornale per fugare i monellacci politici”, “Il lampione. Giornale per tutti” e “La Gran Via”. I contenuti sono polemici, irriverenti e pungenti, tipici di un toscanaccio autentico, tanto da fare intervenire più volte la censura con sequestri, processi e brevi condanne. Per non perdere il vizio, nel 1906 fonda “Cristo. Giornale di propaganda anticlericale”, un’altra fonte di guai che chiuderà l’anno dopo.

Il salto dai sentimenti mazziniani e garibaldini al socialismo di fine Ottocento per Giovanni Nerbini è quasi naturale e lui diventerà uno dei primi editori di opere e saggi socialisti, e di quella letteratura che al vento nuovo del socialismo si ispira. Da militante socialista, pur non iscritto al partito, Nerbini mantiene sempre un carattere indipendente e una curiosità intellettuale che lo porta a dare spazio nelle sue pubblicazioni, senza mai prendere una posizione, alle due anime del partito da sempre in conflitto: quella riformista di Filippo Turati e Leonida Bissolati e quella rivoluzionaria di Enrico Ferri e Arturo Labriola. Basta leggere l’“Avanti della Domenica” e il “Garofano rosso”.

Nato come risposta laica e socialista alla barbosa, borghese e bigotta “Domenica del Corriere”, il settimanale dell’Avanti viene titolato “Quo Vadis? Periodico di letteratura sociale” Esordisce il 24 dicembre 1901, stampato dalla Tipografia Cooperativa, direttore Alfredo Angiolini (con G. Gualtierotti), gerente responsabile Arturo Riconda. La rivista cambia formato e impostazione, pur mantenendo gli stessi timonieri, e domenica 4 gennaio 1903 diventa “L’Avanti della Domenica”, edito appunto da Nerbini.

La rivista, che anticipa le avanguardie, punta a educare i lettori alla bellezza in tutte le sue declinazioni e alla conoscenza, ma con una scelta politica di fondo: la produzione artistica deve essere legata ai bisogni e alle passioni dei lavoratori, non il contrario. Nelle otto pagine stampate in bianco e nero, e dalla grafica elegante e raffinata, troviamo cronaca politica, letteraria e operaia, racconti, satira, recensioni, illustrazioni e anche la pubblicità.

Nell’estate del 1903 viene nominato un nuovo direttore di 27 anni, Vittorio Piva, che darà un grande impulso alla rivista, che però passa a un altro editore. La prima parte della storia editoriale de “L’Avanti della Domenica” si concluderà nel 1907 con la morte di Piva.

Ma stiamo anticipando i tempi. Ripartiamo dal giovane anarchico, socialista e mangia preti degli esordi, che è anche un difensore dei diritti e del ruolo delle donne, e non a caso inaugura la sua attività editoriale nel 1897 con “La redenzione della donna nel socialismo” del politico socialista belga Jules Destrée. Anche se non è sicuro che questo sia proprio il primo libro perché alcuni ipotizzano che abbia iniziato nel 1892 con “Lotte sociali” di Edmondo De Amicis, ricordato più per quella discesa nel maelstrom di melassa che è il libro “Cuore” che per i suoi scritti politici sul socialismo utopico. Sempre De Amicis, nel 1899, fornisce il carburante per il lancio in grande stile della neonata editrice con “Il danaro degli altri” e “Lotte civili”, raccolta di scritti e di testi di conferenze dedicate al socialismo.

La fede e la militanza di Nerbini la ritroviamo anche ne “L’Almanacco socialista per il 1900” e nello “Statuto e programma minimo del Partito Socialista Italiano”. Sempre nel 1899 pubblica “L’assassinio Notarbartolo” fatti e misfatti della mafia siciliana di allora, di Paolo Valera.

Il Novecento si apre con “Cinquant’anni di socialismo in Italia” di Alfredo Angiolini, di seguito “Il canzoniere dei socialisti”, “Cos’è la Camera del Lavoro?”, “Come si diventa elettori”, “Ai contadini” di Eugenio Ciacchi, “Il socialismo” di Andrea Costa, primo deputato socialista in Italia e compagno della Kuliscioff, “Dio e lo Stato” di Michail Bakunin e “Consigli e moniti” di De Amicis, un best seller che brucia tre edizioni in poco tempo.

Il suo essere socialista ma non allineato alle diverse linee di pensiero o fazioni armate, in cui il partito si divideva anche allora, gli permette di passare dal socialismo utopico, “Cos’è la proprietà” di Pierre-Joseph Proudhon, al socialismo scientifico con “Il Manifesto dei comunisti” di Carl Marx, nel 1901. L’anno dopo darà alle stampe “Il Capitale” sempre di Marx e “Socialismo utopico, socialismo scientifico” di Friedrich Engels. . Trovano spazio anche testi di Filippo Turati, Camillo Prampolini e LeoneTolstoj.

Nel 1905 Nerbini riesce a scontarsi con entrambe le anime del socialismo grazie a “Massoneria alla sbarra”, dove nella prefazione suggerisce un avvicinamento in chiave anticlericale tra la società segreta e il partito. Un’ipotesi che non piace proprio a nessuno.

Nel catalogo di Nerbini, ad affiancare i testi dedicati al socialismo, trovano spazio i classici italiani e i grandi romanzi dell’Ottocento francese e russo, venduti a dispense e a prezzi popolari. Tra i titoli: “Guerino detto il Meschino”, “Arduino d’Ivrea, primo re d’Italia”, “I vespri siciliani”,”Mastro Titta”, le memorie del boia di Roma con all’attivo oltre cinquecento esecuzioni, “Ettore Fieramosca”, “Giovanni dalle Bande Nere”, “Garibaldi”, “Ivanhoe”, “Il Conte di Montecristo”, “I misteri di Parigi”, “Nanà”, “Nostra Signora di Parigi ovvero Esmeralda”, “Le due orfanelle”, “I promessi sposi”, “Don Chisciotte” illustrato da Gustav Doré, “Le Mille e una notte”, “L’Iliade” e “Il Decamerone”, e anche volumi sui Savoia e sul Risorgimento.

GASTONE LEROUXNerbini non disdegna il genere poliziesco e il mistery che in Italiana viene ribattezzato “giallo” da Arnoldo Mondadori, pubblicando dispense dedicate a fatti di cronaca nera e giudiziaria, sempre con illustrazioni ad accompagnare i testi. Nel 1908 appaiono i “Racconti straordinari” di Edgar Allan Poe e lo Sherlock Holmes di Conan Doyle. Nel 1914 ecco un personaggio oggi dimenticato: “Gigolò (L’amante del cuore)” di Pierre Souvestre e Marcel Allain, che ha meno successo di Fantomas. Nel 1930, nella Collana di Romanzi Popolari, esce il volume con “Le nuove imprese di Sherlock Holmes”.

Nerbini ha inventato le prime edizioni economiche italiane, opuscoli di facile lettura rivolti principalmente alla classe operaia e lavoratrice dell’epoca, e romanzi pubblicati a dispense, a basso costo e diffusi capillarmente grazie alle edicole, in seguito raccolti in volumi sempre tenendo d’occhio i prezzi popolari. Una scelta, quella dei prezzi bassi, a cui Nerbini resterà sempre fedele anche se gli scarsi guadagni e gli alti costi di una distribuzione capillare in tutta la Penisola, non gli permetteranno certo di arricchirsi, anzi ne causeranno il fallimento nel 1914.

Una grande sconfitta per l’editore che puntava all’emancipazione del popolo e delle classi operaie, ma non il colpo finale. Il nostro riuscirà a tacitare i debitori e a riprendere l’attività con rinnovato entusiasmo e con un importante cambiamento di militanza politica.

Negli anni Venti, segnati dalla crisi del dopo Prima guerra mondiale, Nerbini, infatti, abbandona il socialismo per aderire al movimento fascista e partecipa con i figli Mario e Renato alla marcia su Roma del 28 ottobre 1922.

Ma non interrompe la sua attività di editore. Nel 1920 ecco le dispense settimanali illustrate dedicate alle avventure dei grandi personaggi dell’immaginario collettivo dell’epoca: Buffalo Bill, Nick Carter, Petrosino, Lord Lister (Raffles). Senza dimenticare i romanzi di appendice, le cartoline illustrate e le riviste molto curate nella grafica e nei contenuti: “Il 420”, che annovera tra i disegnatori anche un giovanissimo Federico Fellini, “Le ore allegre”, “La sigaretta” e “La Risata”, fra le tante.

TOPOLINO N. 1Nel 1928 esplode il fenomeno di Topolino che nel 1930 approda nei giornali americani. Nerbini manda in stampa una produzione autarchica, cioè un plagio, che esce nelle edicole il 28 dicembre 1932, primo giornale al mondo dedicato al Topo di Walt Disney, diretto da una figura prestigiosa nel mondo della letteratura: Carlo Lorenzini junior, nipote dell’autore di Pinocchio.

Gli americani si accorgono della manfrina e propongono un accordo. Così dal numero 7 appaiono le tavole originali di Floyd Gottfredson, con i ballon accompagnati dai tradizionali versi in rima sotto la vignetta. Con l’arrivo della produzione Usa le vendite schizzano alle stelle passando da 30mila a 300mila copie a numero, un record ancora oggi a distanza di ottantasei anni, un sogno proibito per quasi tutte le testate attuali del fumetto italiano.

Nel 1933 il paginone centrale di Topolino pubblica le avventure di Cino e Franco (Tim Tyler’s Luck di Lyman Young) e apre la strada al fumetto d’avventura americano. Tutti contenti meno il direttore, che si dimette. Giuseppe Nerbini decide allora di affidare la direzione del giornale al figlio Mario, da tempo suo stretto collaboratore.

Padre e figlio vogliono cavalcare l’onda del successo delle storie made in Usa e pensano a una pubblicazione ad hoc acquistando i diritti per l’Italia di personaggi straordinari tipo Gordon, Mandrake, L’Uomo Mascherato, L’Agente Segreto X9, e tanti altri che conquisteranno l’immaginario di più generazioni.

Contemporaneamente mettono in allerta una pattuglia di grandi disegnatori italiani tra i quali Guido Moroni-Celsi, Giorgio Scudellari, Buriko e Yambo, con il compito di produrre storie d’avventura originali o tratte dai classici della letteratura per ragazzi.

Purtroppo, come in uno dei romanzi d’appendice che il nostro amava tanto pubblicare, il destino è in agguato e una tragedia familiare porterà in pochi mesi Giuseppe Nerbini alla tomba. Il giovane figlio Renato viene ucciso con un colpo di pistola dall’amante, una ballerina stanca delle sue promesse di matrimonio. Per Nerbini è una tragedia immane: non mangia più, non lavora più e si reca ogni giorno sulla tomba del figlio. Si ammala di polmonite e muore il 28 gennaio 1934. Sarà il figlio Mario a realizzare la sua ultima grande intuizione.

L'UOMO MASCHERATOPochi mesi dopo, il 14 ottobre per l’esattezza, esce nelle edicole il primo numero de “L’Avventuroso”, un giornale settimanale che pubblica i grandi eroi dell’età d’oro dei fumetti made in Usa e grandi autori italiani. E’ la prima volta che un editore si rivolge ai lettori oltre i dodici anni e anche agli adulti, piuttosto che ai bambini. Il formato gigante, cm. 32 x 43,5, l’uso del colore e la prima pagina con le tavole di Flash Gordon di Alex Raymond, sono gli elementi di un successo tanto grande da fare entrare “L’Avventuroso”, con il suo mezzo milione di copie vendute a settimana, nella leggenda.

“L’Avventuroso” è ricordato anche perché, assieme a “Jumbo”, di Lotario Vecchi, è stato l’artefice di una vera e propria rivoluzione culturale nel fumetto italiano. Nerbini, infatti, ha scelto di pubblicare per la prima volta in Italia i fumetti completi dei ballon originali senza più le strofe in rima sotto le vignette, come aveva fatto nei primi numeri di Topolino e come facevano tutti gli altri editori. Rompendo così una scelta politica e pedagogica che risaliva alla fine dell’Ottocento/primi del Novecento, quando venne deciso che le didascalie in rima erano più consone ai piccoli lettori di fumetti rispetto ai plebei e diseducativi ballon.

Topolino e Minnie festeggiano i 90 anni

Steamboat Willie 06“Tutto è cominciato con un topo” disse quello, e anche grazie a una topa, aggiungeremo noi. Pur se la frase si presta a interpretazioni di bassa lega, intendiamo dire che tutto è cominciato 90 anni fa grazie a Topolino (Mickey Mouse) e a Topolina (Minerva Minnie Mouse), nome italiano della sua eterna fidanzata che prudentemente diventerà Minni. Pochi ricordano che, pur essendo due i personaggi che hanno aperto la strada all’impero multimediale fondato da Walt Disney, si celebra solo il compleanno del Topo.

Quest’anno è stato diverso. Sarà che la Hollywood del dopo scandalo Weinstein sta prestando più attenzione ai personaggi femminili, non solo a quelli in carne e ossa. Così il 90esimo compleanno della nostra Topolina è stato festeggiato in pompa magna con una stella sulla Hollywood Walk of Fame, vicino al cinema “El Capitan Theatre”, un privilegio riservato solo alle grandi star. Il primo personaggio dei cartoni animati a ricevere una stella sulla Walk of Fame è stato, neanche a dirlo,Topolino nel 1978, in occasione dei suoi primi 50 anni.

Alla cerimonia era presente anche Robert A. Iger, presidente e amministratore delegato della Disney, che ha dichiarato: “Minnie Mouse è una star e un’icona della moda fin dalla sua prima apparizione nell’indimenticabile classico d’animazione Steamboat Willie (un’inesattezza che correggeremo più avanti)”. “Protagonista di oltre 70 film – ha aggiunto -, nella sua lunga carriera Minnie ha conquistato milioni di fan in tutto il mondo, suscitando gioia ed emozioni. Siamo entusiasti che la sua enorme influenza culturale e i suoi numerosi traguardi vengano premiati con una stella sulla Hollywood Walk of Fame”.

Nati come personaggi dei cartoni animati per poi invadere in poco tempo la carta stampata e il merchandising con centinaia di migliaia di oggetti di ogni tipo e materiale, Topolino e Minni, compiono appunto 90 anni, e li compiono tre volte.

La data di nascita più festeggiata è il 18 novembre1928. Al Colony Theater di Broadway (New York), in coda al film parlato “Gang War” di Bert Glennon con Olive Borden e Jack Pickford, e a uno spettacolo dell’orchestra di Ben Bernie, viene proiettato con enorme successo di pubblico e di critica il corto animato “Steamboat Willie”, che sarà il primo a essere distribuito ma che è il terzo in ordine di produzione.

Steamboat Willie LocandinaNel cartone in bianco e nero, Topolino porta i calzoni corti (rossi e con due bottoni gialli o bianchi, quando arriverà il colore, cioè nel 1935), calza scarpe che diventeranno gialle, ha quattro dita per mano e ancora non indossa i caratteristici guanti bianchi. Il corto inizia con il nostro eroe al timone di uno sgangherato battello fluviale, lo Steamboat Willie del titolo, il cui comandante è Pietro Gambadilegno. L’unico passeggero è Minnie, che tira fuori un caratterino tutto pepe. Topolino balla e canta, e ci sono tante invenzioni visive abbinate alla musica. Ed è l’uso del sonoro a dare al corto quella marcia in più che gli farà conquistare il successo al box office mondiale e l’apprezzamento della critica.

Per realizzare “Steamboat Willie”, Walt Disney (che darà la sua voce a Topolino, a Minnie e a un pappagallo) e Ub Iwerks si sono ispirati a una comica di Buster Keaton, sincronizzando con bravura straordinaria per l’epoca le immagini con la colonna sonora, realizzata da Carl Stalling e composta da due marcette molto popolari in quegli anni: “Steamboat Bill” e “Turkey in The Straw”.

Nel 1928 non è stata ancora digerita la rivoluzione epocale iniziata con “Il cantante di jazz” (The Jazz Singer, di Alan Crosland con Al Jolson), il primo film sonoro della storia prodotto dalla Warner uscito nelle sale il 6 ottobre 1927. “Steamboat Willie” viene ricordato come il primo cartone animato al mondo col sonoro sincronizzato con le immagini in movimento. Ma è un falso nato sull’onda del successo, perché il primo è stato “Dinner Time” di Paul Terry, prodotto dai Van Beuren Studios, uscito un paio di mesi prima ma con scarso successo al botteghino, per cui è caduto nel dimenticatoio.

Prima di “Steamboat” ci sono stati due tentativi andati a vuoto, che in seguito saranno sonorizzati e distribuiti. Il “vero” esordio di Topolino avviene, infatti, a Hollywood , con una proiezione privata, il 15 maggio 1928 con “Plane Crazy” (L’aereo impazzito), in versione muta, dove esordisce anche Minni. In questo primo corto, ricco di azione e di trovate umoristiche, ispirato a Charles Lindbergh, che aveva appena compiuto la prima trasvolata aerea dell’Atlantico senza scalo, il nostro Topo indossa i classici calzoncini corti ma non i guanti e le scarpe, che arriveranno qualche mese dopo.

Il 28 agosto 1928 tocca a “Gallopin’ Gaucho” (Topolino gaucho), dove ritroviamo Minnie e riappare Pietro Gambadilegno, il personaggio più longevo creato da Disney perché ha esordito nel 1925 in “Alice Solves the Puzzle”. Gambadilegno (Pete, Peg Leg Pete, Big Bad Pete e Black Pete) è un gatto nero che diventerà il più acerrimo nemico del Topo, che qui incontra per la prima volta. Parodia del film “Il gaucho” del 1927 (The Gaucho, di F. Richard Jones con Douglas Fairbanks e Lupe Vélez), il cartone viene proiettato in versione muta e sarà distribuito il successivo 30 dicembre dopo l’aggiunta del sonoro.

La leggenda vuole che Walt Disney (Chicago, 5 dicembre 1901-Burbank, 15 dicembre 1966) abbia inventato Topolino nella primavera del 1927, durante un viaggio in treno da New York a Los Angeles, sede del suo terzo studio di produzione e animazione. Disney aveva aperto il primo studio a Kansas City (Missouri) nel gennaio del 1920, con il socio e amico Ub Iwerks. Nel 1922 è la volta della “Laugh-O-Gram Films”, che fallisce nel luglio 1923. Quindi, su invito del fratello Roy, si trasferisce a Hollywood (Los Angeles, California), con poche decine di dollari in tasca ma tante straordinarie idee in testa. Nascono i Disney Brothers Studio: prima sede il garage dello zio Robert, che nel 1928 diventano la Walt Disney Productions, con sede in Hyperion Avenue, periferia di Los Angeles. Nel 1940, gli studi si trasferiscono a Burbank, cittadina a una ventina di chilometri dalla Mecca del Cinema, in una nuova struttura di cui Disney ha curato personalmente ogni dettaglio perché la voleva consona ai bisogni della produzione e, al tempo stesso, a misura d’uomo. Un altro successo e base strategica delle fondamenta dell’impero, tanto che è proprio come l’uomo di Burbank che Walt Disney viene ricordato ancora oggi.

Quella primavera del 1927 Walt Disney era reduce da due sconfitte, con pochi soldi in tasca e alla ricerca di nuove idee. La sua prima serie, “Alice Comedies”, figlia di “Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie” di Lewis Carroll (Alice’s Adventures in Wonderland, 1865), era giunta al capolinea stoppata dalla distribuzione. Si tratta di una serie composta da 55 cortometraggi in bianco e nero, con cartoni animati mischiati a riprese dal vero, realizzata dal 1924 al 1927 nel suo studio di Kansas City (Missouri), dove esordirà, appunto, Pietro Gambadilegno. Come se non bastasse, un contratto capestro gli aveva fatto perdere i diritti su Oswald the Lucky Rabbit (Oswald il coniglio fortunato), inventato nel 1927, e il distributore gli aveva sottratto quasi tutti gli animatori del suo studio. Disney impara la lezione e da quel momento avrà cura di protegge i diritti di tutti i suoi personaggi.

Quindi, un mesto ma non sconfitto Disney ritorna a Hollywood con la moglie Lillian e il fido Ub Iwerks, l’unico a non averlo abbandonato. Sembra che l’idea di Mortimer Mouse (Topo Mortimer) sia nata durante questo viaggio, esattamente a ovest del Mississippi; mentre Mickey (Michele) è il nome proposto dalla moglie perché più adatto al carattere sbarazzino del personaggio.

Facile da disegnare e da animare, è un insieme di pochi cerchi, poche linee e una coda che da sola movimenta i fotogrammi, graficamente Topolino è figlio di Felix the Cat (conosciuto in Italia come Mio Mao) inventato nel 1917 da Otto Messmer per lo studio di Pat Sullivan. Per disegnare Felix, infatti, bastano due cerchi sovrapposti, uno per la testa e uno per il corpo, tecnica che Disney affinerà qualche anno dopo per il suo Topo, grazie al quale vincerà il primo Oscar onorario alla carriera nel 1932.

A Disney piaceva ricordare che nel suo studio di Kansas City i topolini scorrazzavano liberamente, ed è stato questo a dargli l’idea del topo umanizzato. Ma se sia stato lui oppure Ub Iwerks a disegnare il primo bozzetto è discussione oziosa. Due grandi cerchi, uno per la testa e uno per il corpo, due cerchi più piccoli per le orecchie, usando delle monete per semplificarsi il lavoro, infine gambe e braccia a tubo: ecco Topolino che nasce mentre il treno corre. Iwerks non ha mai rivendicato ruoli particolari nella creazione e Disney, pur avendo iniziato nel 1917 come disegnatore, non ha mai negato il valore dei suoi collaboratori. Lui era impegnato a cercare “il bambino che è dentro ciascuno di noi”, troppo genio, troppo creativo, troppo perso nel far diventare realtà i suoi sogni di infinita grandezza per dedicarsi a cose banali come il disegno.

MINNI E LA SUA STELLAMeglio pensare in grande: “se puoi sognarlo puoi farlo”, era solito dire e ha ampiamente dimostrato di aver ragione. Così, da un semplice Topo nascerà un impero multimiliardario che trasformerà la piccola casa di produzione in uno dei giganti dell’intrattenimento, in una corporazione multimediale composta da una serie infinita di società. L’elenco incompleto comprende Walt Disney Productions, Walt Disney Pictures, Walt Disney Animation Studios, Walt Disney Studios Motion Pictures, Miramax, Touchstone, Hollywood, Disney Channel, National Geographic Channel, Pixar. Poi ci sono i parchi sparsi per il mondo, tra cui Disneyland, il primo nato, Disney Word Resort , Epcot, Disneyland Paris e Tokio Disneyland. Senza dimenticare l’acquisizione di giornali, reti radiofoniche e televisive, internet, spettacoli e serie televisive, fra cui il Mickey Mouse Club, merchandising, giochi e giocattoli, videogiochi, abbigliamento, peluche, alberghi e navi da crociera.

Le ultime acquisizioni sono state i Muppets, la Marvel (Spider-Man, Avengers, Iron Man, Thor e almeno altri 5mila personaggi da sfruttare in tutte le maniere possibili), la Lucasfilm (l’universo di Star Wars) e la 21st Century Fox. L’ultimo bilancio conosciuto parla di un fatturato di oltre 55 miliardi di dollari per un utile netto vicino ai 9. Niente male per essere partiti da un topo disegnato su un treno in corsa che, stando alle statistiche, è il personaggio (non religioso) di fantasia che ha prodotto più soldi in assoluto. Tanti sono stati i giudizi sul Topo nel corso di 90 anni, alcuni fortemente critici anche da un punto di vista politico, e fiumi di inchiostro hanno sparso favorevoli e contrari, noi lasciamo che ciascuno esprima la proprio opinione e preferiamo considerarlo per quello che è ancora oggi: la più perfetta macchina fabbrica quattrini mai esistita.

Il Topolino delle prime apparizioni nei cartoni animati non è quello degli anni successivi: è un ragazzaccio vivace, dispettoso ma non cattivo, che cerca di scoprire il suo ruolo nel mondo. Il disegno è ancora rudimentale e il nostro vive avventure da allegro ragazzo di campagna. Il ritmo è travolgente con gag scatenate e situazioni che ricordano molto da vicino le comiche dell’epoca, tipo quelle di Mack Sennett e di Charlie Chaplin, di cui Disney era un grande estimatore. Ed è tra la fine degli anni Venti e i primi Trenta che nascono anche gli amici di sempre: Pluto, Pippo, Clarabella e Orazio.

Dal successo mondiale dei cartoni animati ai fumetti il passo è breve e il 13 gennaio 1930 ecco la prima striscia di “Topolino nell’isola misteriosa”, realizzata per i quotidiani, con Disney ai testi, Iwerks alle matite e Win Smith alle chine. Grazie ai comic arriva anche il terzo papà di Topolino: Floyd Gottfredson che si occupa dei testi e delle matite dal 17 maggio 1930, con “Topolino nella valle infernale”, sino al 15 novembre 1975, realizzando storie leggendarie. Sue la trama delle avventure e l’invenzione di tutti i nuovi personaggi, buoni e cattivi: Tip e Tap, i nipotini gemelli, Eta Beta, Giuseppe Tubi, il commissario Basettoni, Macchia Nera, il pirata Orango, il dottor Enigm. Nel giro di pochi anni Gottfredson fa crescere il Topo con storie di ampio respiro e di taglio avventuroso ambientate non solo a Topolinia ma in ogni parte del mondo. Sarà sempre lui a occuparsi del restyling grafico a partire dal 22 dicembre 1938: arrivano i pantaloni lunghi, la giacca e altri orpelli, che lo trasformano in un serioso borghese, togliendogli lo spirito sbarazzino degli esordi.

C’è mai stato un vero declino di un personaggio che ancora oggi rappresenta il succedersi dell’uomo medio americano, però troppo noioso e perfettino, che vince sempre e che sembra un falso modesto? Certamente no, perché Topolino è ancora oggi una delle più famose icone della cultura pop mondiale, il più grande successo della Disney, simbolo unico e insostituibile della Casa di Burbank, il primogenito che non può essere e che non sarà mai tradito.

Ma ci sono anche altri fratelli del Topo che hanno aperto nuove strade esplorate con successo, e almeno due meritano di essere citati. Il 1937 è l’anno di “Biancaneve e i sette nani” (Snow White and the Seven Dwarfs) , il primo lungometraggio a cartoni animati della storia, una nuova avventura per Walt Disney che ha l’ennesimo colpo di genio grazie al quale reinventerà il modo di raccontare le fiabe classiche dell’Occidente.

La seconda grande intuizione è che il pubblico non può identificarsi per sempre con un palloso vincente, occorre un perdente pieno di difetti e proprio per questo più simpatico. Inizia così la serie di cartoni animati con protagonista Paperino (Donald Duck), nato come “spalla” del Topo nel 1934. Nevrotico, sfortunato, sfaticato, attaccabrighe, disoccupato perenne, è molto più simpatico di Topolino e con lui è più facile identificarsi perché incarna l’uomo medio, i suoi insuccessi e le sue frustrazioni. La scelta si rivelerà vincente ancora una volta, ma questa è tutta un’altra storia.

Antonio Salvatore Sassu

Cronaca bigotta del 1948, l’anno della Costituzione e di Pantera Bionda

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Il 24 aprile 1948, una settimana dopo le prime elezioni dell’Italia repubblicana, appare nelle edicole Pantera Bionda, la prima eroina del fumetto italiano, una tarzanide, o jungle girl, che vive le sue avventure nel Sud Est asiatico, principalmente nelle foreste del Borneo e nelle isole dell’arcipelago della Sonda, e che è una bomba in tutti i sensi. Un personaggio rivoluzionario per l’Italia piccola e bigotta di quei tempi che scatena una battaglia che dalle edicole toccherà le sacrestie, la stampa autorevole e titolata, la scuole, le sedi dei partiti e le aule giudiziarie.

pantera bionda 01Si chiama Pantera Bionda, la nostra eroina, ma non sarà la sola a ruggire in quegli anni del primissimo dopo guerra e della Costituzione entrata in vigore il primo gennaio dello stesso anno. Qualcuno se l’aveva letta, la nostra Carta fondamentale dei diritti, ed era convinto che dopo il Regno d’Italia e il regime fascista non ci sarebbero stati più lacci, bavagli, censure e altri impedimenti alla libertà di espressione e di stampa, che (molto in teoria, come scoprirà qualche mese dopo) non può essere soggetta ad autorizzazioni o a censure (articolo 21) anche quando si tratta di fumetti.

In quegli anni si respirava un vento di libertà che ha inebriato il giovane editore, che non ha impiegato molto tempo a scoprire che l’Italia era, come per molti versi lo è ancora oggi, il Paese del “ma…”. E’ vero che c’è la libertà di stampa ma… c’è anche il comune senso del pudore, su cui la Costituzione glissa elegantemente, ci sono i giovani virgulti che devono crescere forti e sani e lontani dalla corruzione, con la Magistratura che svolge le funzioni di severo e attento controllore.

Editore di Pantera Bionda è Pasquale Giurleo, con la sua Arc fresca di fondazione, testi di Giangiacomo Dalmasso e disegni di Enzo Magni, alias Ingam. Ben presto arrivano altri disegnatori per aiutare Ingam a reggere i ritmi produttivi, tra di loro un ventenne Mario Cubbino, molto bravo a disegnare le sinuose forme della nostra eroina. Il formato di stampa è quello dei comic book americani, cm. 21 x 28,5, ancora oggi ostico agli editori italiani di fumetti, copertina a colori, otto pagine in bianco e nero, il costo è di 30 lire. Inizia la sua avventura editoriale come quindicinale per passare a settimanale dopo 6 numeri, e termina col numero 108.

pantera bionda 03Pantera Bionda è un’orfana, che viene allevata da un’anziana cinese Fior di Loto, suo compagno di avventure è uno scimpanzé di nome Tao, contraltare della Cheeta di Tarzan. Senza dimenticare Fred, un esploratore americano che si innamora della Pantera e che svolge il ruolo di principe servènte. La nostra Pantera, che viene venerata dagli indigeni come una dea, combatte contro le irriducibili truppe del Sol Levante, cioè quei soldati giapponesi che non hanno accettato la fine della Seconda guerra, che non si sono arresi e che saccheggiano e depredano le popolazioni malesi. Ma non mancano scontri sempre vittoriosi contro contrabbandieri, trafficanti e altri loschi figuri.

Pantera Bionda indossa, come tutti i tarzanidi (termine coniato dal critico francese Francis Lacassin per catalogare quei personaggi a fumetti epigoni del Tarzan di Edgar Rice Burroughs, apparso nel 1912) indossa un abbigliamento adeguato ai luoghi: un bikini leopardato che ne mette in risalto le forme sinuose, insomma una bonazza che turba i sogni dei giovani virgulti dell’Italia ancora da ricostruire, e non solo quelli. Un gran bel pezzo di fig…liola, un’amazzone moderna catapultata nella giungla, che non ha bisogno di essere protetta dall’eroe maschio mentre lei sta a casa a cucinare e occuparsi di altre faccende più consone al suo sesso. Un’eroina che volteggia di albero in albero, di liana in liana, che non accetta la mela dal serpente ma che gli taglia la testa con una precisa coltellata, che combatte, picchia e sconfigge i cattivi, che sa usare arco e frecce, una guerriera libera e indipendente, aggressiva e spregiudicata, che ha un fidanzato, meglio un amante, un esploratore americano che è un perfetto cretino, l’equivalente maschile delle tante oche giulive del cinema e del fumetto che hanno imperversato per lunghi decenni.

Se al tema aggiungiamo anche che si tratta del primo grande successo editoriale del dopoguerra, con 100mila copie vendute a numero, la frittata è fatta. E fu così che nel 1948 scoppiò veramente un Quarantotto. La prima grande operazione di censura (non solo contro i fumetti ma che ingabbiava tutta la stampa in generale e la libertà di parola e di espressione) dell’Italia nata dalla Resistenza e dalla Costituente. Nata male e cresciuta peggio, almeno per quel che riguarda il rapporto con i fumetti, che erano mal visti e sopportati ancora meno dalla classe dirigente declinata in tutti i suoi aspetti. Nel senso che tutti hanno sparato contro la Pantera Bionda e contro la libertà di espressione e di raccontare storie fuori dai canoni ufficiali: la chiesa, i politici, i giornali, i magistrati, gli invidiosi concorrenti dell’editore, perché se 100mila copie sono un bel traguardo ancora oggi a distanza di 70 anni, all’epoca erano un sogno irraggiungibile. Insomma, contro l’editore di Pantera Bionda è stato messo in piedi un massacro mediatico e giudiziario degno di migliori cause, una vera e propria caccia alle streghe, una crociata scatenata principalmente dai pedagogisti di formazione cattolica, ma anche gli altri ci hanno messo qualcosa.

Per dare un esempio, citiamo “Alfredo Castelli – il prequel”, di Alfredo Castelli, edizioni ComicOut, collana Lezioni di Fumetto: “La sinistra politica e intellettuale era compatta nel definire il fumetto come “una delle forme più corruttrici dell’americanismo” (Palmiro Togliatti). Nel 1951 Nilde Iotti, che riteneva il fumetto un’invenzione dell’editore americano Hearst costruita con il preciso intento di ottenebrare il proletariato, in “Rinascita” definì i suoi lettori come consapevoli vittime di “irrequietezza, scarsa riflessività, deficiente contatto col mondo circostante e quindi tendenza alla violenza, alla brutalità, all’avventura fuori dalla legge”. Più o meno la stessa linea di pensiero del rapporto odierno tra i giovani e lo smartphone o Internet in generale.

Anche se ci ritorneremo con qualche articolo prossimo venturo (la censura nei fumetti con la Comics Code Authority negli Usa e il marchio Garanzia Morale in Italia, la nascita del formato striscia, i 70 anni di Tex), giusto per dare un’idea di quanto i fumetti fossero mal visti dai benpensanti e dal potere dell’epoca, riportiamo un brano dall’autobiografia di Aurelio Galleppini, in arte Galep, che proprio di Tex è stato l’inventore grafico, e che alla fine della Seconda guerra era riparato a Cagliari, in Sardegna, dove insegnava disegno: “Il passato regime aveva lasciato dei pregiudizi sui fumetti, per cui era quasi una vergogna leggerli e tanto più farli. Con la reputazione ormai acquisita di pittore e con l’incarico di docente di disegno nelle scuole, guai se avessero collegato il mio nome al Galleppini autore di fumetti. Per fortuna i più severi censori di “certa stampa deteriore, causa di danni irreparabili nella formazione dei ragazzi”, mostravano anche notevole ignoranza (per lo meno nell’ambito dello specifico medium del fumetto), sicché, con la morte nel cuore, ma senza il patema di censure a mio carico, mi capitò pure di strappare in modo teatrale, davanti alla scolaresca, per ordine del preside, alcuni giornaletti trovati in mano agli alunni; qualcuno era mio; ma è improbabile che sia stata percepita la mia momentanea esitazione, prima di lacerare con stoica fermezza quelle mie “creature” rinnegate…”. (da L’arte dell’avventura, Ikon Editrice, 1989).

Quindi il visionario Pasquale Giurleo, che pubblica anche un altro personaggio dedicato a donne che occupano ruoli tradizionalmente destinati ai maschi, cioè quel Miss Diavolo che chiuderà dopo 28 numeri, si ritrova a dover fare i conti prima con una campagna di stampa al vetriolo, accusato di essere un “pericoloso strumento di corruzione dei minori” e poi con la magistratura. Non bastano denunce, processi e condanne per “oltraggio al comune senso del pudore”: il numero 41 di Pantera Bionda viene bloccato in tipografia e l’eroina può tornare nelle edicole a patto che si vesta in maniera meno sexy e più consona, coprendosi non solo le gambe e il busto ma anche i piedi, ritenuti persino loro troppo peccaminosi. Gli autori si inventano un escamotage narrativo: la Pantera trova un baule pieno di vestiti e impara a vestirsi con una gonna, che in pochi numeri arriverà a coprirle le ginocchia, e una camicetta che nasconde il sexy reggiseno leopardato. Così il personaggio perde via, via il sex appeal iniziale, le vendite calano e la testata chiude nel giugno 1950, dopo 108 numeri, col matrimonio della Pantera con Fred, il suo non più eterno fidanzato. Oltre che dai lettori, sarà rimpianta solo dagli ottici e dagli oculisti, che in quel periodo sembra abbiano fatto affari d’oro.

Una vittoria postuma però la nostra Pantera Bionda l’ha ottenuta: quando si parla di censura, nei fumetti ma non solo, viene citata dagli studiosi di tutto il mondo come perfetto esempio di caccia alle streghe e di violenza dei bigotti, mentre il nome dei persecutori e dei giudici è stato cancellato dall’incedere del tempo.

Pasquale Giurleo sopravvive solo pochi mesi alla sua creatura, muore, infatti, nel 1951 a soli 47 anni. E triste sarà anche il destino di Pantera Bionda che tornerà nelle edicole diverse volte, con ristampe e con storie inedite, senza mai raggiungere il successo degli esordi. Una sua diretta discendente può essere considerata “Jungla la vergine africana”, testi di Paolo Trivellato e Loredana D’Este, disegni di Stelio Fenzo, edizioni Erregi, un tascabile per adulti che ha goduto di un buon successo editoriale dal settembre 1968 al dicembre 1971.

Ma non è solo la rappresentazione della donna libera, dell’eroina forte e indipendente che combatte i maschi da pari a pari, a dare fastidio. Un ruolo importante lo gioca anche l’abbigliamento, quel ridotto bikini leopardato, un costume che all’epoca era ancora proibito e perseguitato da moralisti e benpensanti. Il bikini è stato reinventato nel 1946 a Parigi dal sarto Louis Réard, che a sua volta ha ridotto le dimensioni dell’Atome, un due pezzi creato da Jacques Heim. Per farla breve, se nella Francia figlia dell’Illuminismo e della Rivoluzione inizia, seppur timidamente, a diffondersi, il bikini è perseguitato in tutto il resto dell’Occidente, tanto che nel 1951 viene bandito dalla prima edizione del concorso di Miss Mondo, che si svolge nella pudica Londra. Il bikini sarà sdoganato nel 1958 grazie a Brigitte Bardot, un’altra pantera bionda dal corpo statuario che per un decennio turberà i sogni di milioni di spettatori. E’ Roger Vadim a lanciarla come bomba sexy planetaria nel film “Piace a troppi” (Et Dieu… créa la femme).

Le tarzanidi (o jungle girls) sono nate negli Usa, ispirate dalle storie di Tarzan. L’esordio avviene nei racconti pubblicati sui “pulp magazines”, riviste antologiche che ebbero il loro periodo di maggior splendore tra il 1910 e il 1940. Mentre il primo personaggio, pur nato negli Stati Uniti, è stato pubblicato in Inghilterra. Si tratta di “Sheena, regina della giungla” (Sheena, Queen of the Jungle) che debutta nel 1937, sul numero 1 della rivista britannica Wags. E’ uno dei primi personaggi realizzati da Will Eisner, che con S.M. Jerry Iger ha fondato una piccola agenzia di produzione e distribuzione di comics. I due firmano con il nom de plume di W. Morgan Thomas, per nascondere il fatto che lo studio non poteva permettersi altri collaboratori. L’anno dopo Sheena arriva negli States su Jumbo Comics n. 1.

Ricordiamo che Will Eisner (6 marzo 1917 – 3 gennaio 2005) è stato uno dei grandi maestri dei comics, uno dei più importanti autori e punto di riferimento sin dagli anni Cinquanta. Non è solo il creatore di Spirit, ma l’inventore di un nuovo modo di raccontare che fa ancora oggi scuola in tutto il mondo.

A Sheena seguiranno tante altre jungle girls, con fisici statuari, con una forte carica erotica, vestite succintamente con gambe, seni e glutei sempre in mostra. Le trame si reggono su un filo di ragnatela, mentre le eroine desnude volteggiano di ramo in ramo esibendo per gli occhi attenti dei lettori il loro corpo da sogno.

Il fenomeno approda anche in Europa, apripista è la Francia con “Durga-Rani, Reine des Jungles” di Jean Sylvère René Pellos. Questa regina della giungla, che prende il nome da una delle principali divinità indù, è un’eroina violenta e passionale dotata di poteri di origine divina che esordisce nella rivista “Fillette” nel 1946. Libera e indipendente, con grandi abilità fisiche e una intelligenza affilata come la lama di un rasoio, Durga-Rani è sicuramente la sorella maggiore di Pantera Bionda.

Concludiamo con alcune curiosità sul 1948. Niente di esaustivo, solo notizie sparse raccolte qua e là, alle quali ciascuno può aggiungere le proprie personali preferenze.

1 gennaio 1948: entra in vigore la Costituzione, approvata dall’Assemblea Costituente il 22 dicembre 1947 e promulgata da Enrico de Nicola, capo provvisorio dello Stato il 27 dicembre 1947. De Nicola sarà anche il primo presidente della Repubblica, dal 1 gennaio al 12 maggio 1948.

Il 18 aprile 1948 si tengono le prime elezioni politiche della storia della Repubblica. Sonora sconfitta del Fronte Democratico popolare, con il Partito comunista e il Partito socialista. Pesa la scissione dei socialdemocratici di Palazzo Barberini, messa in atto un anno prima da Giuseppe Saragat. Una lezione che la Sinistra fatica ancora a elaborare e a non replicare in tutte le occasioni possibili . Vince la Democrazia Cristiana e Alcide De Gasperi diventa presidente del consiglio.

Esaurito l’argomento politica, il posto d’onore pensiamo tocchi a “N.U. – Nettezza urbana” di Michelangelo Antonioni, che in 12 minuti racconta la vita degli spazzini di Roma, Nastro d’Argento al Miglior documentario. Suggeriamo di recuperarlo perché diventi la base di un nuovo documentario, magari girato negli stessi luoghi.

Una storia di amore malato è raccontata in “Assunta Spina” regia di Mario Mattioli con Anna Magnani ed Eduardo De Filippo, tratto da un dramma di Salvatore Di Giacomo. La prima cosa da dire è che si tratta del secondo film italiano dove si dice una parolaccia: puttana, per l’esattezza. La trama racconta di Assunta Spina (Anna Magnani) che fa ingelosire il suo amante, Michele Boccadifuoco, (Eduardo) che per vendicarsi la sfregia in mezzo alla strada. Al processo, Assunta cerca di scagionarlo, di giustificarlo, ma l’uomo viene condannato a due anni da scontare nel carcere di Avellino. Per farlo restare a Napoli, Assunta accetta le avances di un cancelliere del tribunale, creandosi non pochi problemi. La storia finisce male, con Michele che, appena uscito dal carcere, uccide il cancelliere, ma è Assunta Spina ad accusarsi del delitto. Una storia per certi versi terribile e attuale ancora oggi.

Piccola curiosità fuori tema: vaffanculo, la prima parolaccia del cinema italiano viene detta nel film “Il ratto delle Sabine”, 1945, di Mario Bonnard con Totò e Carlo Campanini. Nessun commento su altri comici e usi alternativi del vaffa, preferiamo sempre il principe della risata.

“Orchidea bionda” (Ladies of the Chorus), musical di Phil Karlson, ci offre invece l’occasione di parlare di un’altra bionda esplosiva, che farà anche lei una brutta fine, cioè Marylin Monroe. Dopo tante particine, questo è il primo film dove recita un ruolo da protagonista, anche se con scarsi risultati al botteghino.

Se volete un esempio di tripudio di buoni sentimenti e storie accettate dai benpensanti dell’epoca, niente di meglio di “Cuore”, dall’omonimo libro di Edmondo de Amicis, di Duilio Coletti. Vittorio De Sica è il co-regista e l’interprete principale. Vincerà il Nastro D’Argento come migliore attore.

Non sfigura neanche “Ladri di biciclette”, sempre di Vittorio De Sica, dall’omonimo romanzo del 1946 di Luigi Bartolini, sceneggiato da Cesare Zavattini e da altri grandi nomi. Un capolavoro del neorealismo con l’esordio di Sergio Leone, uno dei registi che hanno scritto la storia del cinema, nel ruolo di una comparsa.

Sempre nel 1948 nasce il grande amore di Luchino Visconti per la Sicilia che avrà la sua apoteosi ne “Il Gattopardo”, 1963, con Claudia Cardinale e Alain Delon. Visconti sbarca in Sicilia per girare un documentario finanziato dal Partito comunista sulla strage di Portella della Ginestra ma resta affascinato dai luoghi e decide di girare “La terra trema”, tratto da “I Malavoglia” di Giovanni Verga, pubblicato nel 1881. Il film racconta il tentativo di riscatto sociale e di miglioramento economico di una famiglia di pescatori e si conclude amaramente con il protagonista che deve rinunciare al suo orgoglio, chinare la testa e chiedere lavoro al gruppo di sfruttatori che ha inutilmente combattuto. Un invito a restare al proprio posto, che non ha nulla di rivoluzionario, ma che suggerisce di non mettersi strani grilli in testa. Una storia che è molto tranquillizzante, molto educativa se vogliamo, e forse proprio per questo viene prodotta dalla Universalia, i cui proprietari bazzicano ambienti vaticani.

Nel 1948 esordisce in volume il Piccolo mondo di Giovannino Guareschi con “Don Camillo”. Grande scrittore e polemista mordace anche Guareschi subirà censure, processi e condanne (si scontrò e perse contro due corazzate tipo Luigi Einaudi e Alcide De Gasperi) ma Peppone e Don Camillo si conquisteranno l’immortalità.

Primo libro anche per Elsa Morante con “Menzogna e sortilegio”, Truman Capote con “Altre voci, altre stanze” (Other Voices, Other Rooms) e per Norman Mailer con “Il nudo e il morto” (The Naked and the Dead). “The City and the Pillar”, titolato in Italia “La città perversa”, “Jim” e “La statua di sale”, di Gore Vidal scatena il puritanesimo americano perché racconta una storia d’amore omosessuale tra due ragazzi. Un libro così scandaloso che tutti i più importanti giornali Usa si rifiutarono di recensire.

Concludiamo ritornando nelle giungle misteriose dalla quali siamo partiti con il personaggio che ha dato il via al filone narrativo degli uomini e delle donne scimmia. Dopo dodici film, Johnny Weissmuller , il Tarzan più famoso della storia, già celebre campione olimpionico di nuoto, primo uomo a coprire i cento metri stile libero in meno di un minuto, appende la liana e il perizoma al chiodo per vestire i panni di Jim della Giungla, Jungle Jim, un personaggio dei fumetti apparso nel 1934, scritto e disegnato da Alex Raymond. “Tarzan e le sirene” (Tarzan and the Mermaids) di Robert Florey è l’ultima pellicola che lo vede rivestire i panni del primo e più grande uomo scimmia.

50 anni di avventure per Corto Maltese l’ultimo vagabondo dei sette mari

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I vagabondaggi di Corto Maltese per Oceani e Continenti hanno superato la boa dei cinquant’anni ma, essendo un personaggio di fantasia, non sembra invecchiato di un solo giorno dal suo esordio sulla carta, avvenuto quando aveva l’età fittizia di 26 anni. Il romantico marinaio, ultimo di una lunga stirpe di inquieti viaggiatori e gentiluomini di ventura, esordisce il 10 luglio 1967 in “Una Ballata del Mare Salato”, scritta e disegnata da Hugo Pratt e pubblicata sul primo numero della rivista “Sgt. Kirk”.

Il Maestro di Malamocco, nato per caso a Rimini il 15 giugno 1927, ma veneziano doc, e morto a Losanna, Svizzera, il 20 agosto 1995, era stato contattato da un suo grande fan, il futuro editore genovese Florenzo Ivaldi, che l’aveva coinvolto anche nel progetto editoriale che voleva far conoscere in Italia la sua già grande bravura. Accanto alla prima avventura di Corto, infatti, troviamo sia la produzione sudamericana di Pratt, sia la ristampa delle mitiche storie di Asso di Picche realizzate dal 1945 da un gruppo di giovani di belle speranze che diventeranno grandi autori di fumetti. Nel 1949, alcuni di loro, fra cui Pratt, si trasferiranno a Buenos Aires, in Argentina. L’ultima puntata della Ballata appare nel febbraio 1969, data che segna anche la chiusura della rivista. Ma questa pubblicazione è solo l’inizio di una grande avventura senza mai fine. Avrà compiuto pure 50 anni ma Corto non ha ancora nessuna voglia di cercare un approdo sicuro e di appendere le vele al chiodo.

CORTO MALTESE 00Corto Maltese, nato a La Valletta (Malta) il 10 luglio 1887, il cui nome in andaluso vuol dire “svelto di mano”, è figlio di una gitana di Siviglia e di un marinaio inglese, nato a Tintagel, in Cornovaglia, ed è cresciuto nel barrio de la Juderia di Cordova. Tra i suoi antenati anche un bisnonna, da parte di padre, che era una strega dell’isola di Man. I suoi genitori si sono incontrati a Gibilterra, dove la mamma era chiamata la Nina di Gibraltar. Dalla madre ha appreso la cultura mediterranea e l’esistenza delle arti magiche; dal padre ha ereditato il piacere del vagabondaggio, della libertà e del difendere le cause perse. Per lui, che da ragazzo ha usato il rasoio del padre per tracciarsi sulla mano sinistra una sua personale linea della fortuna, l’importante è proprio il viaggio non la meta, non il ritrovamento di un tesoro perduto o di continenti leggendari.

CORTO MALTESE 03Corto è alto 1 metro e 83 centimetri e ha sempre il fisico agile e asciutto dei 26 anni che ha appena compiuti nel 1913, anno in cui inizia la Ballata. Ha folti capelli neri sempre spettinati, lunghe basette, indossa un cappello da marinaio, con l’ombra della visiera che a volte serve a nascondere gli occhi castano chiari. Nel lobo sinistro porta un orecchino rotondo dal duplice significato: di appartenenza alla marina mercantile e al movimento anarchico dei primi del Novecento. Indossa un lungo cappotto nero della marina, un gilet rosso chiaro, una camicia bianca con il colletto alzato e una sottile cravatta nera. Una sorta di marchio di fabbrica che lo accompagnerà in quasi tutte le sue avventure. Così come fumerà sempre “quei sigari sottili che si fumano solo in Brasile o a New Orleans” (da Il segreto di Tristan Bantam) vuoi per il piacere in sé o per recitare per un pubblico invisibile. Con buona pace del Codacons e dei suoi esposti (di cui scriveremo più avanti). La sua barca, fedele compagna di tante avventure per i sette mari, è uno yawl, iolla in italiano, un piccolo bastimento a vela con due alberi.

“Una Ballata del Mare Salato” (Pratt ci teneva all’articolo indeterminativo) è ambientata durante la Prima guerra mondiale, nel Pacifico del Sud, nelle isole Salomone, tra il novembre 1913 e il febbraio 1915. Ed è proprio l’Oceano in prima persona a raccontare l’incipit di una delle tante storie di uomini e barche che per uno scherzo del destino si trovano a doverne affrontare l’ira: “Sono l’Oceano Pacifico e sono il più grande di tutti. Mi chiamano così da tanto tempo, ma non è vero che sono sempre calmo. A volte mi secco e allora do una spazzolata a tutti e a tutto. Oggi per esempio mi sono appena calmato dall’ultima arrabbiatura. Ieri devo aver spolverato via tre o quattro isole e altrettanti gusci di noce che gli uomini chiamano navi … questa qui … Sì, questa che vedete, non so come sia riuscita a farcela. Forse perché il capitano Rasputin è uno che sa il fatto suo e i suoi marinai sono delle isole Figi. Oppure perché hanno un patto con il diavolo. Ma questo non importa ora. Oggi è “tarowean” il giorno delle sorprese, giorno di tutti i Santi 1 novembre 1913”.

E la sorpresa più grande di tutte sarà quel Corto Maltese che a pagina 5 della storia troviamo vagare in mezzo al mare legato a una improvvisata zattera e destinato a morte certa: il suo equipaggio, infatti, si era ammutinato per impadronirsi del carico di fucili che trasportava e aveva deciso di buttare a mare (letteralmente) il capitano. Se l’esordio non è dei più felici, il nostro romantico gentiluomo di fortuna, che si dedica alla pirateria più per necessità economiche che per vocazione, diventerà una vera e propria star del mondo dei fumetti e il suo autore si conquisterà un posto importante nell’Olimpo dei narratori. Pratt è forse l’ultimo esponente di quella scuola di viaggiatori e grandi affabulatori che nelle sue file annovera scrittori tipo Robert Louis Stevenson, Joseph Conrad, Herman Melville, Jack London, Ernest Hemingway, Emilio Salgari, Zane Grey, anche se l’ispirazione diretta per la sua Ballata arriva da “La laguna azzurra” scritto nel 1908 dall’irlandese Henry De Vere Stacpoole (1863-1952). Da questo libro il regista Randal Kleiser trarrà il film “Laguna Blu”, 1980, con una giovanissima Brooke Shields.

CORTO MALTESE 08“Una Ballata del Mare Salato” inizia con il catamarano di Rasputin che, dopo essere sfuggito alla spazzolata dell’Oceano Pacifico, prima raccoglie a bordo due giovani naufraghi, i cugini Cain e Pandora Groovesnore, e qualche vignetta dopo Corto Maltese. I due ragazzi sono di famiglia ricca per cui Rasputin pensa di chiedere un sostanzioso riscatto, ma Corto li prende sotto la sua protezione costringendo il tanto brutto quanto cattivo capitano a cambiare i suoi piani. Il resto, come si suol dire, è leggenda.

Sin dalle prime battute si capisce subito che tipo è Corto Maltese: romantico, sognatore, innamorato della vita, con un ironia leggera ma affilata come un bisturi, sempre pronto a prendere le difese dei più deboli, un poeta, un marinaio che molte volte è un melanconico spettatore di vicende nelle quali sembra si trovi coinvolto suo malgrado. La storia editoriale del Corto Maltese realizzato da Hugo Pratt è lunga ventinove avventure e tra i tanti personaggi di carta che hanno condiviso le sue avventure ricordiamo Rasputin, il suo eterno nemico/amico, il misterioso Monaco di cui non vedremo mai il volto, Cain e Pandora Groovesnore, il tenente di vascello Slutter, Tarao, un indigeno maori che parla con un divertente accento veneziano, il professor Steiner, Esmeralda, Venexiana Stevenson, Tristan Bantam, Soledad, Bocca Dorata e Levi Colombia. Il nostro eroe non disdegna di incontrare personaggi veri e immaginari, tipo Jack London, Eugene O’Neill, James Joyce, Ernest Hemingway, Herman Hesse, Tamara de Lempicka, il mago Merlino, la fata Morgana, i maestri dei continenti perduti e anche un giovane Stalin che lavora come portiere d’albergo ad Ancona. E tanti altri, troppi anche per una sola citazione.

L’ambientazione delle sue storie spazia ovunque, dagli Oceani ai Continenti: i mari del Sud, il deserto, l’Irlanda, la Svizzera, l’Africa, il Brasile, Venezia (tanto amata da Pratt che vi ambienterà due storie), la Russia e ancora il Sud America e i Caraibi. E se Corto è un viaggiatore instancabile, un moderno Ulisse capace di trasformare in un luogo fatato qualsiasi approdo, Pratt è un fine affabulatore, l’ultimo dei grandi narratori di avventure che sa sempre come catturare l’attenzione dei lettori.

CORTO MALTESE 01Una Ballata nasce come un romanzo a fumetti che doveva concludersi con la parola “fine”, tanto che ancora oggi viene considerata una delle prime graphic novel del mondo. Indispensabile nota: romanzo, in inglese, si traduce novel si traduce, mentre novella in short story; quindi graphic novel significa romanzo disegnato, al maschile. Ma alcuni esperti ritengono non sia sbagliato declinarlo al femminile perché ormai è entrato nell’uso corrente. Riprendendo il nostro discorso, a dimostrare che Pratt considerava quest’opera come autoconclusiva c’è anche una introduzione, che non appare in tutte le edizioni: una lettera datata 16 giugno 1965 in cui R. Obregon Carrenza, nipote di Cain Groovesnore, spiega all’editore Florenzo Ivaldi che i manoscritti dello zio sono stati affidati al signor Pratt, che risulta quindi essere il cronista di una storia vera ricavata dal racconto diretto dei protagonisti. Questa lettera ne cita un’altra scritta da Pandora Groovesnore che dà notizia della morte di Tarao e dello stato di salute di Corto che, ormai vecchio, ha accolto nella sua casa: “Quando vedo zio Corto starsene seduto solo in giardino con gli occhi spenti di fronte a quel suo grande mare, mi si stringe il cuore”. Una storia, quindi, che si concludeva con la romantica ultima vignetta che sottolineava la parola fine, Ma il destino è in agguato, pronto a trasformare Corto Maltese da comprimario di una lunga saga corale con tanti personaggi di buon livello, in protagonista assoluto, una vera star che in pochi anni ha conquistato una meritata fama internazionale non solo nei fumetti.

Il destino, nel nostro caso, ha il nome di George Rieu, caporedattore del settimanale francese Pif-Gadget. Siamo alla quinta edizione del Salone dei Comics di Lucca, la sera di domenica 2 novembre 1969, a cinquantacinque anni e un giorno di distanza dal racconto dell’Oceano. Testimone Gianni Brunoro, critico letterario e grande esperto di fumetti, che in un articolo del 26 luglio 2016 apparso nel sito Guida del fumetto italiano, racconta come iniziò la scalata di Corto Maltese al mercato mondiale. In sintesi, e ringraziando Brunoro per aver voluto dividere questa chicca con il fandom, George Rieu era rimasto molto colpito dalle tavole della Ballata esposte a Lucca e aveva proposto a Pratt di incontrarsi a Parigi per discutere di una serie di cui poteva anche essere l’autore completo, cioè realizzarne testi e disegni. Pratt, viaggiatore instancabile come il suo Corto, non era molto propenso ad accettare un contratto con scadenze troppo vincolanti ma sul treno per Parigi decise di accettare l’offerta e di proporre proprio Corto Maltese come personaggio principale di questa nuova serie. Così il 3 aprile 1970 sul n. 1296 di Pif-Gadget appare “Il segreto di Tristan Bantam”, seguito la settimana dopo da “Appuntamento a Bahia”. La ripresa delle avventure di Corto Maltese sarà la svolta decisiva della carriera di Pratt, che in poco tempo conquisterà prima i lettori francesi poi quelli di tutto il mondo. Col tempo Pratt affinerà, quasi prosciugherà il suo tratto, una linea chiara stringata ed essenziale ma di grande impatto visivo. Quella di disegnare “sottraendo”, cioè usando uno scarno tratteggio per produrre vignette che alla fine risultano piene e non vuote, è una tecnica poco usata nel campo dei fumetti. L’unico altro esempio che ci viene in mente, pur in un contesto diverso, è “The Phantom” di Ray Moore. L’Uomo Mascherato, lo ricordiamo, inventato nel 1936 da Lee Falk è il capostipite degli eroi in calzamaglia con una mascherina sugli occhi. Ma la fortuna di Corto non è legata solo al disegno, alla trama o alla profonda caratterizzazione dei personaggi, anche la cifra di Pratt ha il suo peso: raccontare disegnando e disegnare raccontando è un approccio narrativo ancora oggi rivoluzionario, che forse è il vero segreto di un successo lungo più di cinquant’anni.

Un successo che non riguarda solo i fumetti perché Corto Maltese, da grande star dell’intrattenimento, è un personaggio multimediale che viene declinato in tutte le variazioni possibili: poster, spille, portasigarette altro merchandising; cartoni animati; due spettacoli teatrali, nel 1982 e nel 2002, entrambi con le musiche di Paolo Conte; romanzi scritti sia da Pratt sia dal suo collaboratore Marco Steiner; una statua a Grandvaux, lago di Ginevra in Svizzera, e una ad Angouleme, in Franca. E non possiamo dimenticare l’abbigliamento per gli amanti del mare, così come qualche campagna pubblicitaria. Manca solo il film con attori veri, ma per questo c’è sempre tempo, forse il cinema non è ancora pronto. Ma possiamo lanciare una provocazione: Luc Besson, regista di “Valerian e la città dei mille pianeti (2017)”, e nella parte di Corto proprio quel Dane DeHaan che ha ricoperto il ruolo principale del film.

Nel corso degli anni, “Una Ballata del Mare Salato” è stata pubblicata a puntate su svariate riviste e ha avuto diverse edizioni in volume. Ne citiamo solo due. La prima edizione a colori, con Mariolina Pasqualini ai pennelli, per i tipi di Albatros, apparsa nel 1976. Un volume cartonato, 208 pagine in grande formato, cm. 24,5 x 34,5, con una prefazione sempre realizzata da Pratt: “Corto Maltese raccontato da Corto Maltese”. Quindici acquerelli inediti, accompagnati da un testo scritto a mano, che ne raccontano l’infanzia. Il 10 luglio dell’anno scorso, la Rizzoli Lizard presenta l’edizione del cinquantenario, un cartonato che ripropone i disegni di Pratt nel formato originale, cm. 32 x 41. Il volumone, 192 pagine a colori e in bianco e nero, contiene una raccolta di disegni molto rari e una postfazione sulle influenze non solo cinematografiche che hanno ispirato Pratt mentre dava forma alle sue immortali storie.

Ma che fine fa un Eroe, che è anche una macchina per fare tanti soldi, quando muore il suo creatore? Di norma, la sua vita editoriale prosegue, non foss’altro per soddisfare la voglia dei lettori di leggere sempre nuove storie e per rimpinguare le casse di chi ne gestisce i diritti. Sulla sorte di Corto è stato lo stesso Pratt ha proporre diverse versioni, quasi si divertisse a confondere le idee dei lettori. “Corto Maltese non morirà mai – da “Storia del fumetto” di Manfredo Guerrera, 1995, Newton Compton Editori –. Se ne andrà perché in un mondo dove tutto è elettronica, è calcolato, tutto è industrializzato, è consumo, non c’è posto per un tipo come Corto Maltese”. Prima che diventasse famoso, cioè nella lettera del 1965 che introduce la Ballata, Pandora racconta di zio Corto che guarda il mare con i suoi occhi spenti (triste per la morte di un amico o perché diventato cieco?). Qualche decennio dopo spunta l’ipotesi che potrebbe essere stato ucciso durante la guerra civile spagnola, dopo il 1936, così almeno afferma Cush ne “Gli scorpioni del deserto”. Ma c’è anche una quarta versione proposta nella storia “Le Helvetiche” del 1987: Corto trova il Santo Graal e, proprio grazie al calice che ha raccolto il sangue di Gesù sulla croce, diventa immortale.

Ma qualunque sia la versione esatta, il Valhalla può attendere. Nel 2015, infatti, a dieci anni dalla morte di Pratt, Rizzoli Lizard pubblica “Sotto il sole di mezzanotte”, trentesima avventura di Corto Maltese e prima realizzata da una nuova coppia di autori entrambi spagnoli, lo sceneggiatore Juan Diaz Canales e il disegnatore Rubén Pellejero. L’anno scorso i due hanno firmato “Equatoria” che, prima di apparire in volume, è stata pubblicata in grande formato e in dieci puntate, dal 4 al 13 agosto, dal quotidiano “La Repubblica”. Eccellenti entrambi, meritano un grande plauso perché, almeno secondo noi, hanno saputo catturare l’essenza, l’anima se preferite, di Corto e riproporla in nuove storie.

In occasione della pubblicazione di “Equatoria” si sono levati gli strali del Codacons. L’associazione avrebbe fatto una denuncia all’Autorità garante della concorrenza e del mercato, all’Autorità per le garanzie nelle telecomunicazioni e alla procura della repubblica di Roma. Corto Maltese che fuma “potrebbe integrare una possibile violazione del divieto di propaganda dei prodotti da tabacco nonché una forma di pubblicità pericolosa contenente messaggi di istigazione al fumo, in particolare verso i minorenni” che magari preferiscono i manga giapponesi (che annoverano nelle loro fila grandissimi professionisti) al fumetto d’autore, se e quando leggono. Perché a nessuno dei fumettari italiani è venuto in mente il “ma mi faccia il piacere!” di Totò? Comunque sia, dopo il polverone iniziale, il caso si è sgonfiato, ed è proprio finito in una nube di fumo, anzi di fumetto. Riportiamo stralci da un lancio Ansa del primo settembre dell’anno scorso. “Il bonario bluff è riuscito. Così la rappresentazione di Corto Maltese che si accende una sigaretta e fuma, torna a essere vista per quello che è: un’opera d’arte e non un’istigazione al tabagismo. Il Codacons, protagonista della crociata anti fumo, getta la maschera e ammette che la denuncia su Corto Maltese, involontario testimonial del tabagismo, è stata una provocazione” che ha messo “in risalto l’imitazione-emulazione di modelli e/o personaggi celebri, con sullo sfondo il gravissimo problema della pubblicità occulta”. Cioè quella che si è procurata il Codacons attaccando Corto che fuma.

Siamo alle solite, sembriamo tornati a quel periodo oscurantista iniziato alla fine degli anni Quaranta quando preti, insegnanti, moralisti e censori delle neonata Repubblica italica puntavano il dito contro i fumetti perché portatori di valori diseducativi e pericolosi per i giovani lettori, che mica dovevano sapere che la stampa è libera e non può essere sottoposta ad autorizzazioni o a censura, come recita la Costituzione, e dovevano leggere pubblicazioni “sane” e dalla specchiata moralità preferibilmente cattolica, anche se la Sinistra del tempo non è che abbia fatto grandi battaglie su questo argomento. Magari si può finalmente entrare nell’ordine di idee che il fumetto, il cinema o la televisione e anche i libri devono solo raccontare storie, magari divertenti, speriamo interessanti, e non educare le genti. Ma ve lo immaginate Bogie in Casablanca con la sigaretta cancellata dal computer? La Giocanda senza il suo enigmatico sorriso? Una mano di bianco sulle volte della Cappella Sistina?

Lasciamo perdere pulsioni censorie e concludiamo chiediamoci che fine ha fatto quell’imprescindibile piccolo veliero, lo yawl, inseparabile compagno di tante avventure del nostro eroe? Una risposta la troviamo nell’ultimo numero, il 118 del 1993, della rivista “Corto Maltese” nella storia “La rotta dei sogni”, scritta e disegnata da Vittorio Giardino. Un’affascinante ipotesi, un omaggio a Corto, al suo yawl e ai temi cari a Hugo Pratt con una fine che non è una fine. Siamo negli anni Novanta del Novecento e un piccolo veliero, costruito nel 1912 nei cantieri di Plymouth, naviga nel mar Tirreno verso Cala Lupo, località turistica vicino a Stintino, nella costa nord ovest della Sardegna. L’attuale proprietario dello yawl è Diego Martin, un marinaio che l’ha acquistata da una creola di nome Bouche Dorèe, che l’aveva ricevuta in regalo da un suo amico marinaio, di cui non viene fatto il nome ma di cui si dice che portava un orecchino al lobo sinistro e fumava sigari brasiliani. Stiamo quindi parlando di Corto e della sua amica Bocca Dorata. Diego Martin si sta dirigendo verso Cala Lupo perché ha deciso di vendere la barca a un narcotrafficante in quanto ha urgente bisogno di soldi. Ma dopo un incubo premonitore cambia idea e rotta. “Non mi avranno mai vivo” è la frase che conclude la storia. Così il veliero di Corto, lascia intendere Giardino, ritorna a solcare i sette mari della fantasia, quelli dove le avventure non hanno mai fine.
Antonio Salvatore Sassu

Dopo 130 anni arriva la nuova frontiera
di Sherlock Holmes

UNA CLASSICA IMMAGINE DI SHERLOCK HOLMESCENTOTRENTA CANDELINE Ha 130 anni ma non li dimostra, anzi sembra essersi fermato intorno ai 35. E’ un personaggio letterario ma è più popolare di una rock star in carne e ossa. E come le vere star riceve migliaia di lettere dai fan sparsi in tutto il mondo. E’ stato uno dei primi personaggi multimediali e ancora oggi è una fonte inesauribile di ispirazione per romanzi, racconti, fumetti, videogiochi, film e serie tv. E’ Sherlock Holmes ed è il più famoso investigatore della letteratura. Nato dalla fantasia di sir Arthur Conan Doyle (Edimburgo 22 maggio 1859, Crowborough 7 luglio 1930), ha esordito nel romanzo “Uno studio in rosso” (A Study in Scarlet), pubblicato nel novembre 1887 su The Strand Magazine, che nell’aprile 1927, ovvero 90 anni fa, pubblicherà anche il suo ultimo racconto, “L’avventura di Shoscombe Old Place” (The Adventure of Shoscombe Old Place). Così possiamo festeggiare due ricorrenze in un colpo solo.

Iniziamo questa celebrazione raccontando di un giovane medico che ha aperto uno studio a Portsmouth dove raramente vede un paziente. Per occupare il tanto tempo libero inizia a scrivere le avventure di Sherlock Holmes, senza sapere che diventerà il più celebre dei detective. Conan Doyle raccoglierà un successo planetario, il tanto agognato benessere e fama imperitura. Ma non la felicità, perché sarà sempre invidioso del suo figlio letterario. Arrivando persino a ucciderlo, per poi farlo risorgere in seguito alle proteste dei lettori e a un nuovo contratto a dir poco principesco.

SIR ARTHUR CONAN DOYLEAMBIZIONI & DELUSIONI “Uno studio in rosso” viene pubblicato in Inghilterra dagli editori Ward Lock & Co, che non capiscono che hanno a che fare con un personaggio fuori scala. Il libro passa quasi inosservato in patria ma Sherlock Holmes solletica il fiuto dell’editore dell’americano “Lippincot Magazine”, che va a Londra appositamente per chiedere a Conan Doyle di scrivere un nuovo romanzo. Ed è proprio con “Il segno dei quattro” (The Sign of Four, 1890) che il personaggio esplode sfuggendo di mano al suo creatore.

Conan Doyle, infatti, è amico di molti grandi scrittori della sua epoca, da A. A. Milne (Winnie the Pooh) a J. M. Barrie (Peter Pan), da Bram Stoker (Dracula) a Robert Louis Stevenson (L’isola del tesoro, Dr. Jekyll e Mr. Hyde), per cui aspira alle più alte vette della letteratura “mainstream” e un investigatore privato non è, almeno secondo lui, all’altezza delle sue aspirazioni. D’altronde ha diverse corde nel suo arco creativo: romanzi storici e d’avventura, fantascienza, soprannaturale e horror, per tacer della carriera di giornalista. Scriverà molto, sempre alla ricerca del capolavoro che l’avrebbe affrancato da Sherlock Holmes.Tanto sudore per nulla: una produzione vastissima che sarà presto dimenticata. Tra i sopravvissuti, “La mummia” (Lot no. 249, 1892) e “Il mondo perduto” (The Lost World, 1912), che hanno ispirato diversi film e serie tv. Ma niente riuscirà mai a insidiare la fama imperitura di Holmes.

UNA GRANDE ABILITA’ DEDUTTIVA Il padre nobile di Sherlock Holmes è Edgar Allan Poe, che nel 1841 con “I delitti della Rue Morgue” (The Murders in the Rue Morgue) inventa il primo racconto poliziesco della letteratura, il genere del giallo deduttivo, il primo investigatore privato, Auguste Dupin, e il primo delitto in una camera chiusa. Ma per dare volto e personalità al suo personaggio Conan Doyle si è ispirato al dottor Joseph Bell, suo insegnante e amico, e alle capacità di deduzione che questi applicava ai pazienti. Il dr. Bell è anche tra i fondatori della moderna medicina legale. Sherlock Holmes, quindi, ha grandi abilità deduttive, descrive se stesso come consulente investigativo, come ultima spiaggia per quanti si trovano in guai dall’apparenza irrisolvibili. Applica il metodo scientifico alla caccia ai criminali e le soluzioni che trova sono veramente uniche, quasi un’esplosione di fuochi artificiali che illumina le menti comuni perse in labirinti inestricabili. E’ un narciso, un monumento vivente alla vanità degli uomini, quasi un’offesa agli dei ma, siccome è il più bravo di tutti e ha sempre ragione, qualche difetto glielo possiamo perdonare.

ROBERT DOWNEY JR E JUDE LAW apreUNA O DUE? Mentre il dottor John H. Watson, co-inquilino, amico, assistente, biografo e io narrante delle storie di Holmes, è l’alter ego dell’autore e una persona semplice e poco complicata. Watson è un medico chirurgo arruolato nell’esercito coloniale britannico che viene congedato in seguito alle ferite riportate nella battaglia di Maiwand, durante la seconda guerra anglo-afghana (1878-1880). Le ferite possono essere due: in “Uno studio in rosso” racconta di essere stato ferito a una spalla, con la pallottola che ha sfiorato l’arteria succlavia; successivamente sarà un proiettile a una gamba a renderlo zoppo. Una o due? Anche questo è uno dei tanti misteri che circondano la vita dei nostri eroi.

Il 221B di Baker Street e Benedict CumberbatchBAKER STREET 221B Possiamo anche fare dei commenti spiritosi sulla sempre attuale fissazione anglo-americana per l’Afghanistan, ma ai fini della narrazione Watson si trova a Londra con i pochi soldi della pensione e alla ricerca di un alloggio poco costoso. Grazie a un ex commilitone incontra Sherlock Holmes e insieme si insediano al primo piano del 221B di Baker Street. Un numero civico inesistente perché, all’epoca, la via terminava con l’85. Un indirizzo di fantasia al quale centinaia di migliaia di appassionati di ogni parte del globo inviano ancora oggi le proprie lettere al più famoso investigatore di tutti i tempi. Il Museo di Sherlock Holmes ha la sede in una palazzina di Baker Street, simile a quella descritta da Conan Doyle. Il numero civico è il 239, anche se in facciata fa bella mostra di sé una targa con il più famoso 221B, giusto per non deludere i numerosi visitatori.


DROGA, DROGA DELLE MIE BRAME
Usando il dottor Watson, Conan Doyle descrive così Sherlock Holmes in “Uno studio in rosso”: “La sua statura superava il metro e ottanta ed era tanto magro da sembrare più alto. Aveva gli occhi acuti e penetranti, salvo in quei periodi di torpore di cui ho detto; il naso, affilato e un po’ adunco, conferiva al viso un’espressione vigilante e decisa. Anche il mento, quadrato e pronunciato, denotava in lui una salda volontà”. Pur escludendolo in questa prima avventura, Watson scoprirà ne “Il segno dei quattro” che il motivo del torpore che annebbia gli occhi di Holmes è proprio la droga. Cocaina o eroina, che il suo amico si inietta in una soluzione al sette per cento per combattere i lunghi periodi di noia tra un caso e l’altro. Col tempo il dottore riuscirà a disintossicare il suo amico. Forse. Vero è che Conan Doyle smetterà di scriverne, così da rendere sempre meno pubblico il vizio privato della sua più famosa e redditizia creatura.

IPSE DIXIT? Una delle più famose frasi di Sherlock Holmes è “Una volta eliminato l’impossibile, ciò che resta, per quanto improbabile, deve essere la verità”. Appare per la prima volta nel sesto capitolo de “Il segno dei quattro” e diventerà una sorta di summa del suo metodo deduttivo. Mentre è apocrifa un’altra celebre frase attribuita a Holmes: “Elementare, Watson!” (Elementary, my dear Watson!), perché nei libri non compare mai in questa forma.

“Oh, questo è elementare, mio caro Watson” (Oh, this is elementary, my dear Watson) è stata inventata da William Gillette nel 1899 e la si trova nell’opera teatrale “Sherlock Holmes”, che l’attore e drammaturgo statunitense ha scritto a quattro mani con Conan Doyle.

“Elementare, Watson!” probabilmente risale al 1929, secca e immediata come una fucilata la troviamo nel film “The Return of Sherlock Holmes”, di Basil Dean. Così come i cineasti hanno inventato il classico cappellino da cacciatore e la pipa ricurva a forma di proboscide. Tre icone apocrife e fuori dal “canone” che sono diventate imprescindibili dal personaggio.

basil rathboneI TANTI VOLTI DI HOLMES Le apparizioni di Sherlock Holmes sul grande e piccolo schermo a partire dal 1900 sono innumerevoli. Tra gli attori che lo hanno interpretato nel secolo scorso ricordiamo John Barrymore (1922), Peter Cushing (1959), Christopher Lee (1962), Peter O’Toole (1983) e Michael Caine (1988). Non sono mancate le parodie di Jerry Lewis (1962) e Gene Wilder (1965). Mentre in televisione è stato Nando Gazzolo, in Italia, a prestargli il suo volto nel 1968. Una citazione la meritano anche Roger Moore (1976) e Christopher Plummer (1977).

Ma chi più ha caratterizzato Sherlock Holmes al cinema e alla radio è stato sicuramente Basil Rathbone che lo ha interpretato in 14 film, con Nigel Bruce nella parte di Watson, da “Il mastino dei Baskerville” (The Hound of the Baskervilles, 1939) a “Terrore nella notte” (Terror by Night, 1946). Interpretazioni ancora leggendarie ma che ne hanno irrimediabilmente segnato la carriera. Il grande attore è stato omaggiato dalla Disney nel cartone “Basil l’investigatopo” (Basil The Great Mouse Detective, 1986), parodia delle avventure di Holmes dedicata, appunto, al suo più grande interprete cinematografico.

PER UN PUGNO DI STORIE Torniamo alle origini, a quello che ancora oggi gli appassionati definiscono il “canone” ufficiale. Le avventure di Sherlock Holmes scritte da Conan Doyle si dipanano, dal 1887 al 1927, in quattro romanzi, cinquantanove racconti (raccolti in cinque antologie, sei in Italia) e tre commedie. La maggior parte di questi lavori è apparsa a puntate sullo “Strand Magazine” e poi in volume. Ecco i titoli, in ordine di uscita in libreria:

Uno studio in rosso (A Study in Scarlet, 1887), romanzo; Il segno dei quattro (The Sign of Four, 1890), romanzo; Le avventure di Sherlock Holmes (The adventures of Sherlock Holmes, 1892), con 12 racconti; Le memorie di Sherlock Holmes (The Memoirs of Sherlock Holmes, 1894), con 11 racconti; Il mastino dei Baskerville (The Hound of the Baskervilles, 1902), romanzo; Il ritorno di Sherlock Holmes (The Return of Sherlock Holmes, 1905), con 13 racconti; La valle della paura (The Valley of Fear, 1915), romanzo; L’ultimo saluto (His Last Bow, 1917), con 8 racconti; Il taccuino di Sherlock Holmes (The Case-Book of Sherlock Holmes, 1927) con 12 racconti.

Le tre commedie sono Sherlock Holmes (1899), scritta con William Gillette; Il diamante della corona (The Crow Diamond, 1910) e La banda maculata (The Speckled Band, 1910).

MORTE E RESURREZIONE Grazie alla bibliografia possiamo riprendere la storia della morte di Sherlock Holmes, ritornato in vita a furor di popolo e a colpi di sterline. Nel racconto “Il problema finale” (The Final Problem, 1893) il nostro eroe si scontra con il professor James Moriarty, genio del male noto come il Napoleone del crimine e sua personale nemesi. Il duello all’ultimo sangue avviene sui dirupi delle cascate di Reicchenbach, in Svizzera. Lo scontro si conclude con i due nemici che precipitano dal costone roccioso verso l’abisso, entrambi destinati a morte certa. Qualche anno dopo, Holmes spiegherà a uno stupito Watson come si è salvato nel racconto “La casa vuota” (The Adventure of the Empty House, 1903). Nel mezzo ci sta quella che da molti è considerata la miglior storia del nostro investigatore: “Il mastino dei Baskerville”, dove Conan Doyle usa il meschino trucco di ambientare la vicenda prima dello scontro finale con Moriarty.

L’AVVENTURA INFINITA Eppure, a voler essere pignoli, le storie del nostro investigatore non sono poi così numerose per giustificare da sole un successo lungo 130 anni. Poca roba se paragonata all’enorme mole di produzioni tipo quella di Agatha Christie per Hercule Poirot o di George Simenon per il commissario Maigret, solo per fare due esempi. Ma è l’impatto quello che conta, l’autorevolezza del personaggio, la capacità di incidere nella fantasia popolare. A dispetto del suo autore, Sherlock Holmes ha dato vita da un fenomeno mediatico che ha dell’incredibile. Con la sua classica flemma britannica, passa ancora oggi dalla carta stampata al teatro, dal palcoscenico al cinema, e dal grande schermo alla televisione, con escursioni nei fumetti e nei videogiochi. E non mancano i frequenti ritorni in libreria grazie ai tanti epigoni di sir Arthur, così tanti che ne citiamo solo alcuni. Il primo è stato il figlio Adrian Conan Doyle che nel 1954 dà alle stampe “The Exploits of Sherlock Holmes”, antologia scritta assieme al grande giallista americano John Dickson Carr che in Italia sarà pubblicata in due volumi: Le imprese di Sherlock Holmes e Nuove imprese di Sherlock Holmes. Sempre Adrian scriverà il soggetto del film “Sherlock Holmes: notti di terrore” di James Hill (A Study in Terror, 1965), dal quale Ellery Queen trarrà, l’anno dopo, il giallo “Uno studio in nero”, scritto in collaborazione con Paul W. Fairman. Tra i nostri preferiti del Novecento c’è anche Nicholas Meyer, scrittore, produttore e regista statunitense, ben noto agli appassionati di Star Trek, che nel 1974 scrive il best seller “La soluzione sette per cento” (The Seven-Per-Cent Solution), con Holmes che incontra Sigmund Freud. Due anni dopo uscirà il film “Sherlock Holmes: soluzione sette percento”, diretto da Herbert Ross.

DIRITTI SCADUTI Mentre in Europa il copyright sulle opere di Conan Doyle era già scaduto dal 2001, cioè dopo 70 anni dalla morte di uno scrittore tutte le sue opere letterarie diventano di pubblico dominio e non si devono più pagare diritti agli eredi, negli Usa scadrà nel 2022, dopo 95 anni, con alcune importanti eccezioni stabilite nel 2013. L’argomento, infatti, è stato oggetto di una causa che si è conclusa con una sentenza che ha fatto scalpore. In pratica, il giudice ha stabilito che l’ultima opera di Doyle è ancora protetta dal copyright sino al 2022 ma che le precedenti sono di pubblico dominio, così come si possono usare liberamente i personaggi, senza nulla dovere agli eredi.

ARRIVA GUY RITCHIE Anche il terzo Millennio subisce il fascino dell’imperatore degli investigatori privati e del suo metodo deduttivo, con sempre nuove apparizioni per la felicità delle platee di tutto il mondo. Nel 2009 il regista Guy Ritchie (famoso anche per essere l’ex marito di Madonna) dirige “Sherlock Holmes” con Robert Downey jr. e Jude Law, che interpreta il dottor Watson. Un grande successo al quale segue nel 2011 “Sherlock Holmes – Gioco di ombre”. In attesa del terzo capitolo, nel 2015 tocca a Ian McKellen indossare i panni del famoso investigatore in “Mr. Holmes – Il mistero del caso irrisolto”, regia di Bill Condon. Una prestazione da incorniciare per uno dei più grandi attori shakespeariani mai vissuti, noto per essere stato Gandalf nelle trilogie cinematografiche de “Il Signore degli Anelli” e de “Lo Hobbit”, e anche il Magneto anziano nella saga degli X-Men.

LA NUOVA FRONTIERA Ma è con “Sherlock”, serie televisiva iniziata nel 2010, creata da Steven Moffat e Mark Gatiss, interpretata da Benedict Cumberbatch, nel ruolo di Holmes, e da Martin Freeman, in quello di Watson, che il nostro eroe si toglie di dosso la polvere del passato ed entra di prepotenza nel terzo Millennio. Un successo doppiato anche nei fumetti perché dalla serie è stato tratto un manga realizzato dalla disegnatrice giapponese Jay. Quattro stagioni già archiviate, con i fan che attendono di sapere quando sarà varata la quinta. Il nuovo Sherlock è ambientato ai giorni nostri e per risolvere i sempre intricati casi usa il suo classico metodo deduttivo abbinato alla tecnologia attuale, tipo sms, Internet o il gps. Esattamente come lo Sherlock di Conan Doyle usava tutte le risorse scientifiche e tecnologiche dell’Ottocento, la sua versione degli anni Duemila sta al passo coi tempi. Una cosa non è cambiata: il dottor Watson è sempre reduce dalla guerra in Afghanistan e non è chiaro quante ferite ha subito. Una o due? Il mistero permane e sarà pure elementare risolverlo ma noi, che siamo più Watson che Holmes, non ci siamo ancora riusciti.

Antonio Salvatore Sassu

Arriva Natale. Una miniera d’oro per la zoppicante industria cinematografica

Il periodo delle feste natalizie è una delle miniere d’oro dell’industria cinematografica, anche in tempi di magra. Dai primi di dicembre al 6 gennaio arrivano tanti film nelle sale pronti a conquistarsi il favore di grandi e piccini per segnare un nuovo record di incassi. Opere adatte per lo più alle famiglie con bambini piccoli, che così trascorrono un paio di ore liete senza darsi troppi pensieri, oppure ai giovani. Quindi cartoni animati, grandi saghe epiche, film comici e, perché no?, il cinepanettone, che in Italia vuol dire grasse risate e incassi multimilionari. Quella che segue, in ordine rigorosamente sparso, è una lista delle novità già in sala, o che arriveranno presto, condizionata anche da gusti e passioni personali. Piccole schede con la garanzia di zero spoiler.

STAR WARS THE LAST JEDIE’ quasi obbligatorio iniziare con STAR WARS: EPISODIO VIII – GLI ULTIMI JEDI di Rian Johnson con Mark Hamill, Carrie Fisher, Adam Driver, Daisy Ridley, John Boyega, Oscar Isaac, Andy Serkis e Benicio del Toro. L’ennesimo capitolo della più celebre saga di fantascienza di tutti i tempi ha mantenuto le promesse: un gran bel film, che è piaciuto persino a George Lucas, che ipoteca il titolo di campione di incassi, dato che in pochi giorni ha sfiorato il mezzo miliardo di dollari al box-office mondiale. Segnaliamo l’ultima interpretazione di Carrie Fisher nei panni della principessa Leila, una delle icone di Star Wars. L’attrice, infatti, è morta poco dopo la fine delle riprese, lasciando col cuore infranto milioni di appassionati. Non è un cocktail banale questo ennesimo capitolo dell’eterna lotta tra il Bene e il Male, anche perché Rian Johnson ha recuperato lo spirito della prima Trilogia. La storia ha una trama ben congegnata con idee nuove e citazioni dai vecchi film con un tripudio di battaglie e di effetti speciali stellari. Da non perdere, soprattutto per il finale travolgente. Un cenno alla petizione firmata da tanti scontenti ai quali questo Star Wars non è piaciuto. Ricordiamo solo che i film si rivolgono al pubblico di giovani e dei ragazzi di oggi, che rappresentano il presente e il futuro del mercato. I nostalgici dovrebbero ricordare le parole di George Lucas: “Ho fatto un film per dodicenni”, e rispolverare il bambino che è dentro di loro, oppure lasciar perdere.

dickensDICKENS – L’UOMO CHE INVENTÒ IL NATALE di Bharat Nalluri con Dan Stevens (Charles Dickens), Christopher Plummer (Ebenezer Scrooge) e Cosimo Fusco. Canto di Natale (A Christmas Carol, 1843) è considerata la più famosa storia sullo spirito della Natività ed è stata scritta da un Charles Dickens (Il Circolo Pickwick, Oliver Twist, David Copperfield) in gran spolvero, forse perché in preda all’ossessione di recuperare il successo delle prime opere . Non solo, lo scrittore aveva anche l’urgenza sfamare la sua numerosa prole e di tacitare i creditori che bussavano alla porta, soprattutto per colpa di un padre dalle mani bucate. Dickens credeva in questa storia, gli editori no. Per cui termina il racconto in sei settimane e lo stampa a sue spese. Un azzardo che rischia di portarlo alla rovina che, invece, si dimostra una mossa vincente fruttandogli quattrini e fama imperitura. Il racconto, infatti, è considerato la miglior fiaba natalizia mai scritta. Il titolo sottolinea che con questo racconto Dickens ha scritto anche quelle regole per festeggiare il Natale che sono attuali ancora oggi. La trama, ambientata nell’Inghilterra vittoriana, racconta di Ebenezer Scrooge, un avaro dal cuore di pietra, che la notte di Natale viene visitato da tre spiriti per aiutarlo a pentirsi della sua grettezza nei confronti della festa principale della cristianità. Nel film scopriamo come Charles Dickens sia riuscito nell’impresa impossibile di scrivere un racconto immortale e di far quadrare i conti della sua vita.

ASSASSINIO SULL'ORIENT EXPRESSASSASSINIO SULL’ORIENT EXPRESS diretto e interpretato da Kenneth Branagh, che recita nei panni di Hercule Poirot, con qualche licenza sulla descrizione che ne fa Agatha Christie sin da Styles Court (1920) . Tra i produttori anche Ridley Scott. Altri interpreti: Penelope Cruz, Willem Dafoe, Judi Dench, Johnny Depp, Michelle Pfeiffer e Daisy Ridley. L’investigatore più famoso della letteratura del 900 ritorna sul grande schermo con una delle sue storie più intricate, tratta da un romanzo del 1933. Un omicidio ambientato nel treno più famoso della sua epoca che vede all’opera il detective più bravo del mondo. Nel vagone di prima classe non può entrare nessun estraneo, tutti i passeggeri hanno un alibi di ferro e, per giunta, la vittima aveva sulla coscienza un omicidio aberrante. Una intricata caccia all’assassino con un finale dove Agatha Christie ha dato quasi il meglio di sé. Per chi ha voglia di fare confronti ricordiamo che risale al 1974 il film di Sidney Lumet. Albert Finney è Poirot, affiancato dai migliori attori di quel periodo: Sean Connery, Lauren Bacall e Ingrid Bergman su tutti. Tra le altre interpretazioni da ricordare Alfred Molina, nel 2001, e David Sachet, nel 2010. La trama, pur con piccole variazioni, è sempre quella ma la qualità degli attori è talmente alta che riescono a ipnotizzare gli spettatori, anche quelli che sanno già come va a finire. Per chi nel 1974 non c’era, per chi c’era e se ne frega, per chi si vuol godere una bella caccia all’assassino e rivivere l’epoca d’oro di un treno leggendario.

SATURDAY NIGHT FEVERCome non festeggiare il ritorno di Tony Manero sulla pista da ballo più famosa del cinema? LA FEBBRE DEL SABATO SERA (1977) di John Badham con John Travolta. A quarant’anni dalla prima uscita ritorna sul grande schermo uno dei film più cult della storia, per l’occasione restaurato in 4K. Il film che ha lanciato John Travolta nell’olimpo delle grandi star di Hollywood, racconta le vicissitudini dell’italo-americano Tony Manero, che divide la sua vita tra un insoddisfacente lavoro di commesso e le piste da ballo, in primis quella della discoteca “2001 Odissey” di New York . dove si trasforma in un ballerino straordinario. Il tutto condito con una colonna sonora da urlo con “Stayn’ Alive” dei Bee Gees che è ancora scolpita nella memoria degli spettatori. Il film tratta argomenti ancora attuali: sesso, aborto, emigrazione, integrazione, droga, razzismo e bande. Assolutamente da rivedere, magari con un pacchetto di fazzolettini ben nascosto.

BELLE DORMANT – BELLA ADDORMENTATA di Ado (Adolfo) Arrietta. L’eclettico regista spagnolo rilegge a modo suo la celebre fiaba di Charles Perrault, successivamente ripresa da Giambattista Basile e dai fratelli Grimm, ambientandola nel terzo millennio, con Aurora che si chiama Rosemunde e il principe Filippo che è un batterista dal sangue blu di none E’gon. Rosemunde si punge il dito con un arcolaio nel 1900. Assieme a lei si addormenta tutto il regno. Cento anni dopo E’gon la cerca per risvegliarla con il classico bacio. Ma i paragoni con le versioni precedenti finiscono qui. Siamo nel Terzo millennio per cui le storie sono tutta un’altra storia, e Ado Arrietta la racconta, come sempre, in maniera insolita. Per chi non ne può più del cartone di Walt Disney.

COCOCOCO di Lee Unkrich (Adrian Molina co-regista e sceneggiatore) è il cartone animato natalizio targato Disney/Pixar. La festa del Dia de Muertos a Città del Messico l’avevamo già vista in “Spectre”, ventiquattresimo film di James Bond 007, e quarta apparizione di Daniel Craig nelle vesti di dell’agente segreto inglese con licenza di uccidere. Adesso il Dia de Muertos, cioè la festa dei morti, è uno dei temi portanti di Coco. Il protagonista è Miguel Rivera, bambino di dodici anni che sogna di diventare un musicista celebre almeno quanto il suo idolo, il chitarrista Ernesto de la Cruz. Ma la sua famiglia, per oscure vicende legate al trisavolo, non ne vuole proprio sapere. Per realizzare il suo sogno e conoscere la verità sulla sua stirpe il piccolo Miguel deve intraprendere un viaggio negli Inferi, come Virgilio e Dante molto prima di lui. In questo viaggio Miguel incontra, tra gli altri, la bisnonna Coco, che dà il titolo al film. Contrariamente al solito stereotipo sull’inferno, quello di Miguel sarà un gioioso e colorato viaggio di formazione mai triste o pauroso bensì allegro, pieno di musica e di divertimento.

COME UN GATTO IN TANGENZIALE di Riccardo Milani con Paola Cortellesi e Antonio Albanese. Le vite di Giovanni (intellettuale di sinistra) e di Monica (ex cassiera) sono agli antipodi e mai si sarebbero incrociate se non fosse che i rispettivi figli hanno deciso di fidanzarsi. I due genitori decidono che questa storia d’amore deve finire in tempi brevi e iniziano a frequentarsi per mettere in atto le strategie adeguate. Finisce come uno se l’aspetta sin dalle prime battute: i due si innamorano e decidono di mettersi assieme pur sapendo che c’è il rischio che il loro amore possa durare quanto la vita di un gatto in tangenziale.

JUMANJI – BENVENUTI NELLA GIUNGLA di Jake Kasdan con Dwayne Johnson, Jack Black e Karen Gillan. Atteso sequel del quasi omonimo film del 1995, questo secondo episodio racconta le avventure di quattro studenti che, mentre scontano una punizione a scuola, frugando tra le cianfrusaglie del seminterrato trovano un vecchio videogioco: “Jumanji”, appunto. Giusto per combattere la noia, decidono di farsi una partita ma vengono risucchiati dentro la realtà virtuale nei panni degli avatar che ciascuno di loro ha scelto. I quattro amici devono concludere la partita vittoriosamente altrimenti resteranno imprigionati per sempre all’interno del gioco.

LA RUOTA DELLE MERAVIGLIE – WONDER WHEEL regia, soggetto e sceneggiatura di Woody Allen. Produce anche Amazon Studios, fotografia del tre volte premio Oscar Vittorio Storaro. Con Kate Winslet, Justin Timberlake e Jim Belushi. Una storia d’amore ambientata nella New York degli anni Cinquanta per quello che è stato acclamato come il miglior film di Woody Allen degli ultimi anni. La ruota delle meraviglie del titolo è quella del luna park di Coney Island che fa da sfondo alle storie abbastanza complicate dei protagonisti. Sullo schermo scorrono le storie di Ginny, cameriera con aspirazioni di attrice, del marito Humpty, che lavora, appunto, al luna park di Coney Island, e di Michey, giovane bagnino amante di Ginny che cerca di costruirsi un avvenire come scrittore. Nel triangolo irrompe Carolina, la figlia di primo letto di Humpty, e i guai arrivano a frotte. Un film drammatico, con Allen che ripropone, con il suo stile personale, il noir americano degli anni Quaranta, grazie anche alle atmosfere create da Vittorio Storaro.

L’INSULTO di Ziad Doueiri. Con Kamel El Basha, Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile alla 74 Mostra del cinema di Venezia. Selezionato per rappresentare il Libano ai premi Oscar 2018 come miglior film in lingua straniera. Ambientato a Beirut, racconta come un banale litigio fra un profugo palestinese e un militante della destra cristiana libanese possa crescere e ingigantirsi sino a diventare un caso di portata nazionale che riaccende le divisioni sociali e politiche di un paese con culture e religioni ancora incapaci di una convivenza pacifica.

LOVELESS di Andrey Zvyagintsev. Premio della giuria a Cannes, è stato selezionato per rappresentare la Russia agli Oscar 2018 come miglior film in lingua straniera. Il divorzio tra Zhenya e Boris non è dei più tranquilli e i litigi sono all’ordine del giorno, anche se entrambi hanno già un nuovo partner e puntano a rifarsi una vita altrove. Dopo l’ennesimo litigio, Alyosha, il loro figlio dodicenne mai veramente amato da nessuno dei due genitori, svanisce nel nulla.

SUPER VACANZE DI NATALESUPER VACANZE DI NATALE di Paolo Ruffini, che si è occupato anche del montaggio con Pietro Morana. Con Christian De Sica, Massimo Boldi, Giorgio Panariello, Stefania Sandrelli, Belen Rodriguez, ecc. Un antologico omaggio ai 35 anni dei cine-pattoni prodotti da Filmauro, genere stracult e di grande successo inaugurato nel 1983 da Vacanze di Natale, che ne ripropone le scene e i personaggi più divertenti.

NATALE DA CHEF di Neri Parenti con Massimo Boldi, Paolo Conticini, Rocio Munoz Morales, Milena Vukotic. Cine-panettone per Natale 2017, anche se di un’altra casa di produzione. La trama racconta le disavventure di Gualtiero Saporito (Massimo Boldi) un cuoco che ai fornelli combina solo disastri anche se è convinto di essere un grande chef. Un giorno viene assunto per capitanare la brigata di cucina che dovrà preparare i pasti ai partecipanti del prossimo vertice del G7. Ma non è tutto oro quello che luccica…

THE GREATEST SHOWMAN di Michael Gracey con Hugh Jackman, Zac Efron e Michelle Williams, Rebecca Ferguson e Zendaya. Hugh Jackman ha lasciato i panni di Wolverine e l’universo dei mutanti Marvel per ritornare alle sue origini ed è finito in un musical pieno di freaks, cioè i mutanti dell’800 senza i super poteri. Il film racconta la storia di Phineas Taylor (P.T.) Barnum, l’intelligente , ruffiano e truffatore imprenditore statunitense che nel 1872 creò “Il più grande spettacolo del mondo” un gigantesco circo a tre piste e quattro palcoscenici capace di ospitare ventimila spettatori felici e paganti. Barnum è stato il primo a mettere in mostra i mostri (freaks in americano) trasformando i fenomeni da baraccone in grandi star dello spettacolo, dandogli una nuova e felice vita, almeno finché è durato il bel gioco. Il film è accompagnato dalle canzoni di Justin Paul e Benji Pasek, reduci dall’Oscar per La La Land, e che si candidano a vincere un’altra volta l’ambita statuetta.

WONDER di Stephen Chbosky con Jacob Tremblay, Julia Roberts e Owen Wilson. Altri freaks, altra storia. Quella, cioè, di un bambino di 10 anni che, per colpa di una deformazione facciale e delle tante operazione subite, mette piede a scuola per la prima volta. Alla fine conquisterà tutti, dimostrando che quello che conta non è l’aspetto esteriore ma quello che abbiamo dentro di noi.

VI PRESENTO CHRISTOPHER ROBIN di Simon Curtis. Con Donald Gleeson nella parte di A. A. Milne, Will Tilston e Alex Lawther che interpretano Christopher Robin da bambino e da adolescente. Alan Alexander (A. A.) Milne è lo scrittore inglese che nel 1926 decide di raccogliere in volume sia le storielle che raccontava al figlio Christopher Robin, sia le fantasie che il piccolo viveva giocando con i suoi peluche nel giardino di casa. Nascono così le avventure dell’orsacchiotto Winnie the Pooh e degli altri abitanti del Bosco dei cento acri, storie che hanno tra i protagonisti anche il figlio ancora bambino. Il film racconta il complicato rapporto tra padre e figlio, e la fatica di vivere nella realtà di Christopher Robin Milne, diventato suo malgrado un personaggio letterario.

TUTTI I SOLDI DEL MONDO di Ridley Scott, con Michelle Williams, Christopher Plummer, Mark Wahlberg, Charlie Plummer e Olivia Magnani, nipote di Anna. Dopo lo scandalo delle molestie sessuali, Kevin Spacey è stato sostituito a tamburo battente da Plummer, nella parte di John Paul Getty.

La trama ricostruisce un fatto di cronaca nera, il rapimento di John Paul Getty III, avvenuto a Roma nel luglio 1973 ad opera della ‘ndrangheta. I rapitori puntano al patrimonio del nonno, quel J.P. Ghetty considerato l’uomo più ricco del mondo, e a un riscatto principesco. Ma l’amorevole nonno si dimostra più coriaceo di Zio Paperone e decide di non pagare il riscatto, anche se questo può portare all’uccisione del nipote.

Antonio Salvatore Sassu

Arrivano gli ultimi Jedi. Il nuovo Star Wars festeggia i primi 40 anni della saga

guerre stellari

Il nuovo Star Wars, episodio VIII “Gli ultimi Jedi”, che festeggia i primi 40 anni della saga, non ha fatto in tempo a esordire al cinema che è già candidato a diventare il maggiore incasso della storia del cinema. La serie più famosa e più redditizia dei film di fantascienza, infatti, ha esordito nelle sale cinematografiche il 25 maggio 1977 conquistando, sin dalla prima proiezione, un successo tanto immediato quanto duraturo.

Eppure gli auspici iniziali non sono stati dei migliori perché nessuno scommetteva sul successo di questo film. Di profeti inascoltati, da Cassandra in poi, è piena la storia, ma raramente profezia fu più sbagliata di quella di un attore alle prime armi che, durante le riprese, disse al regista:“Puoi mettere questa merda nei copioni, George, ma sono sicuro che tu non riusciresti mai a parlare così”. Le cronache non raccontano se i dialoghi siano stati cambiati o no.

L’attore è Harrison Ford (75 anni), il regista George Lucas (73 anni), il film è, appunto, “Guerre Stellari”, oggi conosciuto come “Star Wars: Episodio IV – Una nuova speranza” (40 anni), il primo film della Trilogia originale che uscirà nel 1977, qualche mese dopo la “profezia”, diventando uno dei più grandi successi della storia del cinema, ancora oggi al vertice delle classifiche, superato solo da “Via col vento” (1939) e da “Avatar” (2009). Senza dimenticare i sette premi Oscar vinti su dieci candidature. Invece non possiamo dilungarci sulla Industrial Light & Magic (ILM), l’altra creatura di Lucas nata proprio con l’intento di stupire gli spettatori con la nuova frontiera degli effetti speciali.

Già in fase di scrittura Star Wars sembra perseguitato da una sfortuna tenace. L’idea iniziale di Lucas è quella di un remake delle avventure di Flash Gordon (1934, personaggio dei fumetti scritto e disegnato da Alex Raymond con qualche apparizione sul grande schermo) ma non riesce ad acquistarne i diritti. Seguono riscritture, rimaneggiamenti, abbandoni e ritorni, sino alla stesura finale che viene rifiutata da diverse case di produzione.

E non poteva essere altrimenti. La grande (economicamente parlando) Hollywood degli anni Settanta considera George Lucas, pur reduce dal successo di “American Graffiti” (1973), un registra “strano”, persino più strano della trama del suo film. Alla fine sarà la 20th (oggi 21th) Century Fox a finanziarlo superando le perplessità iniziali grazie al diretto interessamento di Alan Ladd jr. che si fidava più del regista che della trama. Per cui il nostro si deve arrangiare con un budget risicato, intorno ai 10 milioni di dollari.

Ma le difficoltà per convincere i produttori a cacciar fuori i soldi impallidiscono di fronte alla iella che ha imperversato nei set sin dalle prime riprese. La cattiva stella inizia a brillare nel deserto tunisino, nel marzo 1976. La troupe, composta da 130 persone, arriva a Tozeur e trova i migliori alberghi occupati perché sono in corso le riprese di “Gesù di Nazareth”, di Franco Zeffirelli. Della serie: prenotazione questa sconosciuta. Così Lucas & Company devono accontentarsi di alberghi improponibili, anche se per due settimane.

guerre stellari 2E questo è niente: superati problemi tecnologici con i droidi e i robot, che avevano deciso di funzionare a singhiozzo o di non funzionare affatto, il secondo giorno arriva l’apocalisse: nella Tunisia occidentale piove per la prima in cinquant’anni e succede di tutto. Il temporale distrugge il set, un camion che trasportava dei robot prende fuoco, una parte dell’attrezzatura finisce nel fango, seguita dalla gru che avrebbe dovuto recuperarla. Dissenteria e polmonite colpiscono alcuni membri della troupe, che devono rientrare in Europa per curarsi.

Dopo la Tunisia, il trasferimento in Inghilterra, prima negli Elstree Studios di Borehamwood, poi a Londra nei Pinewood Studios, ma difficoltà e problemi non danno tregua. Prima ci sono i tagli per non superare il budget, poi lo scetticismo della troupe.

Apre le danze sir Alec Guinness che in una lettera scrive: “Non posso dire che il film mi piaccia. Ogni giorno che passa mi consegnano risme di fogli con nuovi dialoghi scadenti, nessuno dei quali rende il mio personaggio più definito o tanto meno sopportabile”. E Harrison Ford, di cui fatica a ricordare il nome di battesimo? “Un giovanotto languido e slanciato che probabilmente è piacevole e divertente”. Giudizio sulle qualità di recitazione non pervenuto.

A proposito del “non posso dire che il film mi piaccia”, sir Alec è in buona compagnia: gran parte del personale britannico è convinto che il film sia una montagna di sciocchezze e che sarà un flop al botteghino. E in sovrappiù non risparmia insulti e sfottò agli attori e al regista. Possiamo aggiungere le ricorrenti pause per il tè, previste dagli accordi sindacali, quella per il pranzo e l’orario blindato per l’inizio e la fine delle riprese giornaliere.

A un certo punto lo stress colpisce George Lucas più degli sfottò: dopo un infarto scopre di soffrire di ipertensione e di avere anche un esaurimento nervoso, che si poteva diagnosticare da solo. E forse in questo momento che decide di darsi più allo sviluppo degli effetti speciali che alla regia.

star_wars-c1Lucas propone una sua personale concezione della fantascienza, ancora oggi uno dei segni distintivi della serie, mettendo in scena un universo caratterizzato da un sottile strato di polvere, con abiti, oggetti, armi, astronavi e architetture logori per il troppo uso. Grazie a questo trucco mette in scena luoghi sconosciuti che appaiono come familiari allo spettatore, così come i personaggi, sin dalla prima occhiata.

Un altro marchio di fabbrica di Star Wars, inseparabile dalla musica di John Williams, è “Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana”, prima frase di una scritta che scorre dal basso verso l’alto dello schermo, scritta che funziona da prologo e da riassunto delle puntate precedenti. Un approccio da fiaba, da racconto intorno al fuoco dei tempi passati, che ha funzionato alla grande. Lucas ha confermato anche recentemente che lui ha volutamente realizzato un film per bambini di dodici anni, anche se probabilmente non si aspettava di risvegliare così prepotentemente quel bambino che è dentro legioni di spettatori di qualunque età, e di dare vita a un fenomeno di proporzioni planetarie.

In altre occasioni Lucas ha raccontato di aver voluto creare una fusione tra il genere fantasy e il film d’azione con un approccio molto più vicino alle storie dei fratelli Grimm che alla solita e per questo banale concezione della fantascienza degli anni Settanta. Tra i tanti altri riferimenti letterari e cinematografici che hanno contribuito alla creazione dell’universo di Star Wars (Guerre Stellari per una attempata generazione italica) si può anche dire che la saga può essere considerata come un omaggio al genere spaghetti-western di Sergio Leone, ovviamente ambientato in una galassia lontana lontana.

Il concetto dell’approccio fiabesco è spiegato meglio nel saggio di Sergio Arecco (George Lucas, Castoro Cinema, 1995): “Quello a cui io tendo: fare dei film che uno può consumare senza preoccuparsi troppo di sapere bene la storia… Voglio produrre storie che avrei voluto vedere io da bambino, quando correvo per andare al cinema e magari arrivavo che era già cominciato: immagini che non hanno niente di troppo reale, che risuonano nel cervello e nell’animo senza annoiare o preoccupare”.

Su questa linea è anche Simone Coppolaro critico cinematografico del quotidiano La Stampa che scrive: “Cambiavano soltanto le armi dei duelli, i costumi dei personaggi, gli sfondi spaziali, la cornice tecnologica: l’eroe maneggia una micidiale spada-laser, cavalca astronavi più veloci di un raggio di sole. L’orco ha lasciato il castello gotico e le mele avvelenate per una stazione spaziale grande come una luna e mortifera come una milione di bombe ai neutroni. Ma lo scontro tra il Bene e il Male, la lotta tra buoni e cattivi, con l’ottimistica vittoria dei perseguitati sui feroci tiranni, rimane intatto…”.

Quindi può essere proprio questo il segreto del successo: George Lucas e i suoi epigoni hanno recuperato lo spirito delle storie senza tempo (tipo quelle di Omero e Virgilio, di Esopo piuttosto che dei fratelli Grimm) e lo hanno riproposto al cinema riuscendo ad affascinare adulti e bambini. Possiamo anche citare un concetto espresso da C. S. Lewis nel 1950, quando pubblicò il primo volume de “Le Cronache di Narnia”: “Se un romanzo non può essere letto da un bambino non è un romanzo”. Pensiamo che possa adattarsi anche ai film.

La saga di Star War, col passare degli anni, è diventata un fenomeno culturale e un successo commerciale di proporzioni epiche in tutti i campi dell’intrattenimento: dai parchi tematici alle statuette, dai costumi di carnevale ai libri, dalle figurine ai giocattoli e ai mattoncini Lego, dai fumetti ai cartoni animati. Un successo che ancora oggi coinvolge tutte le fasce d’età: al pubblico che segue la saga da quarant’anni, infatti, continuano ad aggiungersi nuove generazioni di fan che tengono sempre accesa la fiaccola del mito e alti gli incassi al botteghino.

La catena dei film di Star Wars inizia con cosiddetta Trilogia originale, gli episodi III, IV e V: “Guerre Stellari”, titolato qualche anno dopo “Una nuova speranza” (1977), L’impero colpisce ancora (1980) e “Il ritorno dello Jedi” (1983).

A fine anni Novanta parte la Trilogia prequel, che racconta avvenimenti precedenti al primo film: “Star Wars: Episodio I – La minaccia fantasma” (1999), “Star Wars: Episodio II – L’attacco dei cloni” (2002) “Star Wars: Episodio III – La vendetta dei Sith” (2005).

Nel 2012 la Disney acquista la Lucasfilm per oltre 4 miliardi di dollari e l’avventura continua con la Trilogia sequel, che racconta storie successive al terzo film: “Star Wars: Il risveglio della Forza” (2015), “Star Wars: Gli ultimi Jedi” (2017), in programmazione in questi giorni in tutto il mondo e in Cina dal 5 gennaio, e “Star Wars: Episodio IX, ancora senza un titolo preciso e previsto per il 2019.

Nel frattempo la Disney, decisa a sfruttare al meglio personaggi e atmosfere dell’universo inventato da George Lucas, ha lanciato la nuova serie intitolata Star Wars Anthology. Il primo film è “Rogue One” (2016), mentre l’anno prossimo toccherà a “Solo: A Star Wars Story”, con Alden Ehrenreich, che interpreta la versione giovane del personaggio che ha lanciato Harrison Ford nell’Olimpo dei più grandi e meglio pagati attori.

Qualche giorno prima che “Gli ultimi Jedi” uscisse nelle sale, la Disney ha elettrizzato i fan annunciando che ha in fase di progettazione una quarta trilogia. Nessun altro dettaglio è stato rivelato, men che meno le date di uscita, ma sicuramente questi nuovi film saranno proiettati nel corso del prossimo decennio.

Notizia ancora più fresca è che la Disney ha acquistato la Fox per 53,4 miliardi di dollari, più 13,7 miliardi di debiti. La notizia ha fatto veramente sbavare i fan di Star Wars perché la Fox era proprietaria dei diritti della versione cinematografica del primo Guerre Stellari. Per spiegarci meglio, si tratta della pellicola originale, quella che George Lucas ha successivamente rimaneggiato più volte usando inediti trucchi digitali a iosa nelle varie edizioni per l’home video. Anche la nuova versione del 1997, quando viene riproposto in prima visione, è stata oggetto diversi rimaneggiamenti. Quindi già si ipotizza un ritorno sul grande schermo del film che ha dato origine a tutto, che sarà vecchio di quarant’anni ma che è ancora capace di catturare milioni di spettatori. Ai quali non mancherà la Forza di andare a vederlo.

Antonio Salvatore Sassu

Parla Oreste Pastorelli:
La mafia nel piatto

mercatoTra la fine del Novecento e i primi anni del Duemila la generazione dei colletti bianchi, che ha preso il potere al termine del periodo stragista e di scontro diretto con lo Stato, ha dato una nuova dimensione all’antico amore della mafia per la campagna. Così, dopo le ecomafie, ecco salire alla ribalta le agromafie. E proprio la cosiddetta “mafia nel piatto” rappresenta l’ultima frontiera di una realtà vista altre volte: occupare tutta la filiera di un settore vitale per l’economia italiana e usarla per i propri fini. E di occupazione si tratta perché questa guerra di conquista inizia dalle campagne, prosegue con la produzione e la distruzione per terminare con la vendita di prodotti alimentari che gran parte degli italiani consumano tutti i giorni, senza sapere che dietro c’è la mafia che non punta alla genuinità ma al guadagno facile grazie alla contraffazione.

Sull’infiltrazione mafiosa nel settore agroalimentare abbiamo intervistato Oreste Pastorelli, deputato e componente dell’VIII Commissione su Ambiente, Territorio e Lavori pubblici; e della Commissione parlamentare di inchiesta sui fenomeni della contraffazione, della pirateria in campo commerciale e del commercio abusivo.

Ecomafie e agromafie. Cosa le distingue e cosa le accomuna?
“Da tempo le mafie hanno messo nel proprio mirino sia i beni ambientali che il comparto agricolo. D’altronde, finito il periodo stragista, sono anni ormai che le organizzazioni criminali si sono infiltrate in tutti i livelli del tessuto produttivo italiano producendo fatturati enormi”.

Sono due fenomeni distinti o due facce della stessa medaglia?
“I fenomeni si sviluppano in maniera differente. Riguardo al mondo ambientale, a farla da padrone sono gli ecoreati e lo smaltimento illegale di rifiuti che le organizzazioni mafiose garantiscono a prezzi dimezzati rispetto al ciclo regolare. La spazzatura è diventato un business per la mafia già da un paio di decenni e le situazioni di degrado che viviamo quotidianamente in tante città d’Italia ne sono la prova. Diverso è il discorso relativo all’agroalimentare. Qui il vero affare è la contraffazione dei nostri prodotti d’eccellenza”.

Ci sono dati sui fatturati?
“Il danno prodotto al settore, secondo le ultime stime, si aggira intorno ai 30 miliardi di euro. Il costo di una manovra economica”.

Possiamo parlare di una nuova guerra allo Stato, silenziosa ma dai risvolti commerciali?
“E’ sicuramente una guerra allo Stato perché si froda lo Stato. Il fenomeno della contraffazione alimentare – spesso troppo sottovalutato – è molto pericoloso per la salute delle famiglie, per il danno economico e occupazionale che sta creando”.

Quanto è pericolosa la scalata mafiosa all’intera filiera agroalimentare?
“Prima di tutto, consumare un alimento contraffatto è rischioso perché di provenienza sconosciuta. Il commercio di prodotti contraffatti, poi, danneggia irreversibilmente tante aziende oneste, spesso fiori all’occhiello di interi territori, che a causa di queste truffe sono costrette a chiudere i battenti”.

Per contrastare questa guerra di conquista bastano gli strumenti legislativi, o sono già obsoleti? E quali sono le nuove misure che il Parlamento ha adottato?
“Le forze dell’ordine fanno un lavoro enorme e complicato. Certo, gli strumenti non sono mai sufficienti. Tuttavia in questa legislatura sono state attuate diverse misure innovative rispetto al passato: penso alle norme sui reati ambientali, al collegato agricolo, alle disposizioni contro il caporalato e di contrasto ai fenomeni relativi alla contraffazione”.

Il fenomeno delle agromafie riguarda solo l’Italia o coinvolge altri Stati dell’Unione europea?
“C’è da sottolineare che anche l’Europa dovrebbe fare la propria parte. Troppo spesso, infatti, Bruxelles ha strizzato l’occhio ai paesi del Nord che per ragioni di mercato interno non alzano la guardia su questo tema”.

Visto che siamo il Paese delle eccellenze agroalimentari, praticamente almeno una in ogni città e paese, tutte le regioni sono a rischio?
“Sono tantissime le realtà a rischio e gran parte delle regioni d’Italia. D’altronde le nostre specificità sono numerose e di grande fama”.

Questa presenza può incidere sul Made in Italy, può mettere in pericolo qualità e genuinità di prodotti e marchi storici? Può mettere in pericolo la tenuta di mercati già conquistati?
“Fortunatamente la domanda esterna è elevatissima e le nostre aziende esportano ancora tanto. Il problema è che la frode alimentare copre sempre più prodotti e lo fa con metodi sempre più moderni. Quindi per evitare il collasso occorre tutelare sempre di più il Made in Italy con misure strutturali che possano garantire al consumatore la genuinità del prodotto che acquista”.

Bastano leggi e regolamenti?
“Certamente no. Il nostro Paese necessita di un cambio culturale importante sotto questo profilo. Bisogna insegnare alla gente come comprare, cosa comprare e – soprattutto – cosa consumare”.

In questa legislatura, tu sei componente dell’VIII Commissione su Ambiente, Territorio e Lavori pubblici; e della Commissione parlamentare di inchiesta sui fenomeni della contraffazione, della pirateria in campo commerciale e del commercio abusivo. Argomenti che coinvolgono anche la filiera agroalimentare e quello che arriva nei nostri piatti tutti i giorni. Quanto ha pesato l’impegno del partito socialista in queste commissioni?
“Noi socialisti da sempre chiediamo maggiori investimenti nelle energie rinnovabili, nella messa in sicurezza del territorio e nello sviluppo delle fonti alternative. In questa direzione ci siamo mossi. Abbiamo presentato una proposta di legge che prevede ingenti sgravi fiscali per chi acquista un veicolo elettrico, così come emendamenti – poi inseriti nelle manovre finanziarie – che contenevano il taglio delle emissioni di Co2 per le grandi industrie. Siamo progressisti e seguiremo sempre questo percorso. Allo stesso tempo stiamo combattendo per la difesa del Made in Italy. Con la commissione Anticontraffazione abbiamo analizzato le situazioni più critiche in Italia, non solo nel settore agroalimentare”.

Quale dovrà essere il lavoro del prossimo Parlamento?
“Il lavoro futuro dovrà proseguire su questa strada. Ripartendo dalla legislatura che, più di tutte, ha messo in campo iniziative moderne e concrete per ambiente e agricoltura”.

Antonio Salvatore Sassu

Intervista a Oreste Pastorelli: La mafia nel piatto

AgroalimetareTra la fine del Novecento e i primi anni del Duemila la generazione dei colletti bianchi, che ha preso il potere al termine del periodo stragista e di scontro diretto con lo Stato, ha dato una nuova dimensione all’antico amore della mafia per la campagna. Così, dopo le ecomafie, ecco salire alla ribalta le agromafie. E proprio la cosiddetta “mafia nel piatto” rappresenta l’ultima frontiera di una realtà vista altre volte: occupare tutta la filiera di un settore vitale per l’economia italiana e usarla per i propri fini. E di occupazione si tratta perché questa guerra di conquista inizia dalle campagne, prosegue con la produzione e la distruzione per terminare con la vendita di prodotti alimentari che gran parte degli italiani consumano tutti i giorni, senza sapere che dietro c’è la mafia che non punta alla genuinità ma al guadagno facile grazie alla contraffazione.

Sull’infiltrazione mafiosa nel settore agroalimentare abbiamo intervistato Oreste Pastorelli, deputato e componente dell’VIII Commissione su Ambiente, Territorio e Lavori pubblici; e della Commissione parlamentare di inchiesta sui fenomeni della contraffazione, della pirateria in campo commerciale e del commercio abusivo.

Ecomafie e agromafie. Cosa le distingue e cosa le accomuna?
“Da tempo le mafie hanno messo nel proprio mirino sia i beni ambientali che il comparto agricolo. D’altronde, finito il periodo stragista, sono anni ormai che le organizzazioni criminali si sono infiltrate in tutti i livelli del tessuto produttivo italiano producendo fatturati enormi”.

Sono due fenomeni distinti o due facce della stessa medaglia?
“I fenomeni si sviluppano in maniera differente. Riguardo al mondo ambientale, a farla da padrone sono gli ecoreati e lo smaltimento illegale di rifiuti che le organizzazioni mafiose garantiscono a prezzi dimezzati rispetto al ciclo regolare. La spazzatura è diventato un business per la mafia già da un paio di decenni e le situazioni di degrado che viviamo quotidianamente in tante città d’Italia ne sono la prova. Diverso è il discorso relativo all’agroalimentare. Qui il vero affare è la contraffazione dei nostri prodotti d’eccellenza”.

Ci sono dati sui fatturati?
“Il danno prodotto al settore, secondo le ultime stime, si aggira intorno ai 30 miliardi di euro. Il costo di una manovra economica”.

Possiamo parlare di una nuova guerra allo Stato, silenziosa ma dai risvolti commerciali?
“E’ sicuramente una guerra allo Stato perché si froda lo Stato. Il fenomeno della contraffazione alimentare – spesso troppo sottovalutato – è molto pericoloso per la salute delle famiglie, per il danno economico e occupazionale che sta creando”.

Quanto è pericolosa la scalata mafiosa all’intera filiera agroalimentare?
“Prima di tutto, consumare un alimento contraffatto è rischioso perché di provenienza sconosciuta. Il commercio di prodotti contraffatti, poi, danneggia irreversibilmente tante aziende oneste, spesso fiori all’occhiello di interi territori, che a causa di queste truffe sono costrette a chiudere i battenti”.

Per contrastare questa guerra di conquista bastano gli strumenti legislativi, o sono già obsoleti? E quali sono le nuove misure che il Parlamento ha adottato?
“Le forze dell’ordine fanno un lavoro enorme e complicato. Certo, gli strumenti non sono mai sufficienti. Tuttavia in questa legislatura sono state attuate diverse misure innovative rispetto al passato: penso alle norme sui reati ambientali, al collegato agricolo, alle disposizioni contro il caporalato e di contrasto ai fenomeni relativi alla contraffazione”.

Il fenomeno delle agromafie riguarda solo l’Italia o coinvolge altri Stati dell’Unione europea?
“C’è da sottolineare che anche l’Europa dovrebbe fare la propria parte. Troppo spesso, infatti, Bruxelles ha strizzato l’occhio ai paesi del Nord che per ragioni di mercato interno non alzano la guardia su questo tema”.

Visto che siamo il Paese delle eccellenze agroalimentari, praticamente almeno una in ogni città e paese, tutte le regioni sono a rischio?
“Sono tantissime le realtà a rischio e gran parte delle regioni d’Italia. D’altronde le nostre specificità sono numerose e di grande fama”.

Questa presenza può incidere sul Made in Italy, può mettere in pericolo qualità e genuinità di prodotti e marchi storici? Può mettere in pericolo la tenuta di mercati già conquistati?
“Fortunatamente la domanda esterna è elevatissima e le nostre aziende esportano ancora tanto. Il problema è che la frode alimentare copre sempre più prodotti e lo fa con metodi sempre più moderni. Quindi per evitare il collasso occorre tutelare sempre di più il Made in Italy con misure strutturali che possano garantire al consumatore la genuinità del prodotto che acquista”.

Bastano leggi e regolamenti?
“Certamente no. Il nostro Paese necessita di un cambio culturale importante sotto questo profilo. Bisogna insegnare alla gente come comprare, cosa comprare e – soprattutto – cosa consumare”.

In questa legislatura, tu sei componente dell’VIII Commissione su Ambiente, Territorio e Lavori pubblici; e della Commissione parlamentare di inchiesta sui fenomeni della contraffazione, della pirateria in campo commerciale e del commercio abusivo. Argomenti che coinvolgono anche la filiera agroalimentare e quello che arriva nei nostri piatti tutti i giorni. Quanto ha pesato l’impegno del partito socialista in queste commissioni?
“Noi socialisti da sempre chiediamo maggiori investimenti nelle energie rinnovabili, nella messa in sicurezza del territorio e nello sviluppo delle fonti alternative. In questa direzione ci siamo mossi. Abbiamo presentato una proposta di legge che prevede ingenti sgravi fiscali per chi acquista un veicolo elettrico, così come emendamenti – poi inseriti nelle manovre finanziarie – che contenevano il taglio delle emissioni di Co2 per le grandi industrie. Siamo progressisti e seguiremo sempre questo percorso. Allo stesso tempo stiamo combattendo per la difesa del Made in Italy. Con la commissione Anticontraffazione abbiamo analizzato le situazioni più critiche in Italia, non solo nel settore agroalimentare”.

Quale dovrà essere il lavoro del prossimo Parlamento?
“Il lavoro futuro dovrà proseguire su questa strada. Ripartendo dalla legislatura che, più di tutte, ha messo in campo iniziative moderne e concrete per ambiente e agricoltura”.

Antonio Salvatore Sassu