BLOG
Armando Marchio

Turchia. Europarlamento, stop a negoziati adesione

Il Parlamento europeo ha detto basta a Erdogan. L’Aula di Strasburgo questa mattina ha approvato una risoluzione con 479 voti in favore, 107 astensioni e solo 37 voti contrari, con cui invita Commissione europea e governi dell’Ue a sospendere temporaneamente i negoziati di adesione in corso con la Turchia condannando le “misure repressive sproporzionate” dopo il tentato golpe del luglio scorso.

Parlamento-Europeo-StrasburgoCom’è noto, dal 15 luglio a oggi, in seguito a un tentato golpe attribuito dal presidente turco Recepit Erdogan al suo antico amico e sodale politico, oggi esule negli Usa, Fethullah Gulen, si è scatentata una feroce repressione che ha portato a decine di migliaia di arresti – in carcere sono oggi in 35 mila – e a oltre 100 mila allontanamenti e licenziamenti di insegnanti, militari, magistrati, giornalisti. Tra gli arrestati anche i vertici del Hdp, il partito filo curdo; in tutto 12 parlamentari finiti in carcere grazie ha una legge che ha consentito di annullare l’immunità parlamentare.

L’ondata repressiva si è accanita in modo particolare sull’opposizione politica e sul movimento curdo, ma ha colpito perfino Aydin Sefa Akay, 76 anni, giudice Onu, protetto da immunità diplomatica, un magistrato che fa parte della Corte internazionale dell’Aja che si sta occupando di processare gli ultimi responsabili dei crimini di guerra commessi in Ruanda e nella ex Jugoslavia.

Nel caso in cui poi in Turchia venisse reintrodotta la pena di morte, il processo di adesione che per ora è solo ‘congelato’, porterebbe a una sospensione formale dei negoziati. Nella risoluzione gli eurodeputati dichiarano che la Turchia deve tuttavia restare “ancorata” all’Ue, per “l’importanza strategica” e ricordano che il Paese è “un partner importante per l’Ue” ma sottolineano che “la volontà politica di cooperare deve provenire da entrambe le parti” e la Turchia non dimostra “tale volontà politica, dato che le azioni del governo allontanano ulteriormente il Paese dal suo percorso europeo”.

purghe in Turchia dopo il golpe

Militari prigionieri dopo il tentato golpe

Nel documento si condannano poi fermamente le misure repressive ‘sproporzionate’ adottate dal governo turco dopo il mancato golpe, misure che “violano i diritti e le libertà fondamentali tutelate dalla Costituzione turca”.
Lunedì era rientrata dalla Turchia una missione inviata dal Pes, il Partito socialista europeo, che aveva lo scopo non solo di portare la solidarietà della famiglia socialista europea alle vittime della repressione, ma anche di incontrare gli esponenti dell’opposizione e dei media e valutare sul campo la situazione per quanto concerne il rispetto dei diritti umani e civili. Della missione faceva parte anche la deputata socialista Pia Locatelli, presidente del comitato per i diritti umani della Camera, che in una conferenza stampa aveva trasmesso l’appello degli esponenti dei media e dell’opposizione che aveva incontrato, a non sospendere il negoziato di adesione perché questo poteva favorire indirettamente Erdogan nella sua azione repressiva.

Di questo parere anche l’Alto rappresentante per gli Affari esteri Ue, Federica Mogherini, che presente in Aula durante la discussione della mozione, aveva espresso la posizione più cauta della Commissione europea. “La nostra relazione con la Turchia è a un bivio perché la Turchia stessa è a un bivio”. “Se il processo di accesso finisce ci troveremmo in uno scenario perdente per entrambi” perché “l’Europa perderebbe un importante canale di dialogo e di influenza con la Turchia, la Turchia perderebbe molto e tutti perderebbero un importante canale di dialogo”. Mogherini aveva aggiunto poi che è “chiaro che passare dalla retorica all’azione sulla pena di morte sarebbe un segnale che la Turchia non vuole essere membro della famiglia europea, né del consiglio d’Europa, di cui oggi fa parte, né dell’Ue”.
Cautela anche da Berlino con la cancelliera Angela Merkel che, prima del voto a Strasburgo, intervenendo al Bundestag, aveva sostenuto che “dobbiamo mantenere aperto il dialogo con la Turchia”, anche se “ciò non esclude il fatto che si debba parlare chiaramente dello sviluppo di eventi allarmanti in quel Paese”.
La risoluzione votata dal Parlamento europeo non è giuridicamente vincolante, poiché il Parlamento non ha alcun ruolo formale nell’attivazione iniziale di tali meccanismi, ma rappresenta un elemento di forte pressione politica.

Siria-Turchia-ErdoganSprezzante la reazione di Erdogan: l’approvazione della risoluzione – ha detto – è una prova che l’Ue “prende le parti” delle organizzazioni terroristiche. “Abbiamo chiarito più e più volte che abbiamo cura dei valori europei più di molti Paesi dell’Ue”, ha aggiunto, “ma non abbiamo visto sostegno concreto dagli amici occidentali. Nessuna promessa è stata mantenuta”.

Armando Marchio

Erdogan ricatta, ma l’Ue non vuole tagliare i ponti

Le proteste per gli arresti al quotidiano Cumurryet

Le proteste per gli arresti al quotidiano Cumurryet

“L’Ue non deve congelare i negoziati per l’adesione della Turchia, perché rischia di fare il gioco di Erdogan.” Lo ha spiegato Pia Locatelli, presidente del Comitato per i Diritti umani e capogruppo del Psi alla Camera dei deputati, al rientro da una missione del Pes in Turchia. E proprio mentre spiegava quanto sia difficile aiutare il popolo turco senza aiutare Erdogan, giungevano dal Paese notizie di nuove ondate di arresti per sospetti legami con la presunta rete golpista di Fethullah Gulen. Secondo l’agenzia statale Anadolu, sono stati emessi mandati dui cattura per 60 membri dell’aviazione militare, tra cui diversi piloti mentre almeno 25 sono già stati arrestati nella provincia anatolica di Konya. In carcere anche il responsabile della prigione di Silivri a Istanbul, nell’ambito di un’operazione condotta in 8 province contro almeno 25 persone accusate di utilizzare ByLock, una app di messaggistica per smartphone che, secondo gli investigatori, veniva impiegata dai golpisti per scambiarsi informazioni criptate. Altri 22 mandatio di cattura per altrettanti dipendenti dell’azienda di telecomunicazioni Turk Telekom mentre le autorità hanno imposto la chiusura di altre 550 associazioni, 9 aziende del settore dell’informazione e 19 strutture sanitarie private per presunti legami con “organizzazioni terroristiche” e l’allontanamento di 5 altri mila dipendenti pubblici di Comuni, ministeri, della tv di stato Trt e della Presidenza per gli affari religiosi (Diyanet). Sempre oggi, sono stati licenziati per decreto quasi 10 mila membri di polizia ed esercito.


“Non dovete congelare i negoziati tra Europa e Turchia, fareste il gioco di Erdogan!” Con queste parole negli incontri che abbiamo avuto in Turchia, sia in quelli con il presidente della fondazione del quotidiano Cumurryet sia in quelli con i due partiti di opposizione, HDP e CHP, ci è stato ripetuto con grande forza un appello alla comunità europea a non sospendere i negoziati di adesione della Turchia alle Ue”. È quanto ha spiegato Pia Locatelli, presidente del Comitato per i Diritti umani e capogruppo del Psi alla Camera dei deputati, rientrata questa mattina dalla Turchia al termine di una missione del Pes, guidata dal suo presidente Stanishev, nel corso di una conferenza stampa che si è tenuta a Montecitorio, presenti il presidente della Commissione estere, Fabrizio Cicchitto, e la deputata del Pd, Marietta Tidei. I parlamentari non sono però riusciti, bloccati dalla polizia, a incontrare i deputati dell’Hdp nel carcere di Edirne.

img-20161122-wa0008Dal 15 luglio a oggi, utilizzando il tentato golpe che Erdogan ha imputato al suo antico sodale, poi divenuto acerrimo nemico e esule negli Usa, Fethullah Gulen, il Governo ha attuato una massiccia repressione che è andata a colpire tutte le opposizioni, ma in modo particolare quella filo curda. Sulla base dello stato di emergenza che ha sospeso molte garanzie costituzionali, sono state arrestate decine di migliaia di persone e oggi si trovano ancora in carcere senza processo in 35 mila mentre altre centomila sono state sospese dal lavoro o licenziate.

Lo stato di emergenza è stato prorogato fino al gennaio 2017 e in questo modo, sulla base di accuse di complicità con Gülen tanto generiche quanto senza prove, la polizia ha condotto perquisizioni in case private, uffici, sedi di partito, ha imposto divieti di viaggiare, ha chiuso stazioni-radio, reti televisive, quotidiani e case editrici, ha licenziamento di decine di migliaia di dipendenti statali, della scuola e dell’università, rimosso magistrati, vertici e quadri intermedi delle Forze armate e della polizia, ha intimidito esponenti del mondo della cultura e del lavoro. Come non bastasse il 20 maggio 2016 il Parlamento ha approvato un emendamento costituzionale, proposto dal partito di governo Erdogan, l’Akp, che ha reso possibile la revoca dell’immunità per i deputati sottoposti a indagine giudiziaria. In questo modo tre settimane fa, la polizia ha arrestato 12 dei 59 parlamentari dell’Hdp, (Partito Democratico dei Popoli) il partito filocurdo, con accuse di terrorismo e sostegno al Pkk, il Partito comunista del Kurdistan, minacciando di fare lo stesso trattamento ai rimanenti. Così Selahattin Demirtas, parlamentare, avvocato, impegnato nella difesa dei diritti civili, e Figen Yuksekdag, vice Demirtas, il vertice dell’HDP, assieme agli altri dieci deputati, sono ora detenuti nel carcere di Edirne, nel nord-est del Paese, una prigione di massima sicurezza, che ospita terroristi, condannati per banda armata e crimini organizzati, ergastolani, con l’evidente obiettivo di isolarli completamente e trattarli alla stregua di terroristi.

Questo processo di involuzione antidemocratico e oscurantista, avviene a  pochi mesi dalla conclusione dell’accordo con l’Unione europea (marzo) per la gestione dei flussi migratori, soprattutto dalla Siria, che si basa sul riconoscimento della Turchia come ‘Paese terzo sicuro’ o come ‘Paese di primo asilo’ e che assegna aiuti fino a 3 miliardi di euro per l’assistenza ai rifugiati, soprattutto migranti in fuga dalla Siria e diretti, prima dell’accordo, nell’Europa del nord e soprattutto in Germania.
Cosa possono fare i governi europei? Se lo è chiesto il Pes, il Partito socialista europeo che rispondendo anche ai numerosi appelli giunti dalla Turchia, ha espresso solidarietà, ma ha anche deciso l’invio di una missione parlamentare per constatare sul campo la situazione e entrare in contatto direttamente con i giornalisti e con gli esponenti dell’Hdp e del Chp.

Una situazione difficile che si intreccia anche col passaggio di consegne alla Casa Bianca tra Barak Obama e Donald Trump perché – come ha ricordato Fabrizio Cicchitto – la Turchia è un partner strategico dell’Europa e della Nato. Ci sono decine di ufficiali della Nato all’estero che hanno chiesto asilo politico – “io lo concederei, ha detto Pia Locatelli” – e c’è la questione dell’estradizione di Gulen mentre Erdogan sembra pronto a giocarsi la carte di una rinuncia all’adesione all’Ue per avvicinarsi invece al blocco economico e politico euroasiatico anche perché né dalla Russia né tantomeno dalla Cina gli verrebbero obiezioni sul capitolo del rispetto dei diritti umani. Insomma oltre alla questione dei migranti oggi ‘parcheggiati’ in Turchia, c’è tutto il capitolo delle alleanze regionali che il ‘Sultano’ agita come un nodoso randello.

Siamo insomma a un momento di svolta nelle relazioni con la Turchia e “il congelamento del negoziato con l’Europa – ha spiegato Locatelli dando conto del dibattito che c’è nel Parlamento europeo – lascerebbe mani libere a Erdogan peggiorando la situazione dei diritti umani aggravatasi dopo il tentato golpe del luglio scorso. La nostra posizione di netta condanna nei confronti del governo continuerà a essere ‘ferma e prudente’. Questo vuol dire che non rinunciamo a denunciare le violazioni dello Stato di diritto, ma anche che la nostra reazione deve scongiurare ogni ulteriore peggioramento. Per questo la nostra missione in Turchia non sarà certo l’ultima, anche perché l’esperienza ci ha insegnato che se non seguissero nuove verifiche della situazione sul posto, se non proseguisse la nostra ‘attenzione’ per quanto avviene, tutto diverrebbe inutile”.

“Purtroppo la Turchia – ha concluso l’esponente socialista – si trova oggi nella posizione di esercitare pressioni, per non dire ricatti, nei confronti dell’Ue per l’accordo che è stato raggiunto a marzo sul tema dei migranti. Quello non è stato a mio parere un buon accordo anche perché i migranti vengono considerati dal governo di Ankara alla stregua di ‘ospiti’ e per questo possono in ogni momento perdere qualunque seppur minima garanzia”.

Armando Marchio

Renzi ‘morbido’ con l’Anm. No a fiducia sul ddl

pier-camillo-davigo-anm

Pier Camillo Davigo, presidente dell’Anm

Con i magistrati il presidente del consiglio Matteo Renzi ha assunto negli ultimi tempi un atteggiamento dialogante, poco propendo allo scontro. Lo si era già capito con la rinuncia a mettere il voto di fiducia sulla riforma del processo penale dopo lo stop dell ANM che sottolineava una serie di questioni dirimenti, che potevano portare a una rottura  netta con la magistratura. Non solo la questione della proroga del pensionamenti per una parte soltanto della magistratura legata al problema dei vuoti che si sarebbero creati nella Cassazione, ma anche e soprattutto la normativa che prevede l’avocazione obbligatoria. Secondo il testo da approvare se il pm non fa richiesta di rinvio a giudizio entro tre mesi dalla chiusura indagini, il procuratore generale avoca a sé l’inchiesta. Un meccanismo che non tiene conto della complessità di alcune indagini e della possibile carenza di personale. L’Anm poi ha puntato i piedi anche sulla prescrizione che, a parere della magistratura, dovrebbe arrestarsi dopo la condanna in primo grado per non mandare al macero i processi, mentre il ddl prevede uno ‘stop and go’ tra primo e secondo grado.

“Abbiamo manifestato il disagio della magistratura – ha detto il presidente dell’Anm Piercamillo Davigo al termine di due ore di incontro a Palazzo Chigi con il presidente del Consiglio e il ministro della giustizia Andrea Orlando  – per  una serie di problemi e dal presidente Renzi è arrivata una apertura su una serie di cose”.
Le aperture di Renzi, ha spiegato Davigo, sono sul ricondurre a tre il periodo di legittimazione per i magistrati di prima nomina, “sulle risorse e soprattutto sulle assunzioni del personale amministrativo anche a rivedere la questione sull’estensione della proroga a tutti i magistrati, a fronte della spaventosa scopertura dell’organico, almeno sino a quando non sarà coperto l’organico dei magistrati”. “Soprattutto ci ha dato notevole disponibilità sulle risorse per il personale, anche ai fini della riqualificazione del nostro personale amministrativo, che vive un grande disagio”.
“L’avocazione obbligatoria – ha detto – è una norma irragionevole, che non risolve i problemi e crea questioni nella gestione del personale delle procure”. Davigo ha spiegato che nel colloquio con il premier non si è invece parlato della prescrizione.
“Riteniamo ragionevole – ha prsoeguito – per almeno il periodo transitorio fino alla copertura dell’organico, trattenere tutti i magistrati in servizio fino a 72 anni come è stato fatto per quelli prorogati. Tenuto conto che mancano 1130 magistrati su 9000, non è la panacea, ma almeno un pezzo lo copriamo trattenendoli in servizio”.
Il presidente dell’Anm Piercamillo Davigo al termine dell’incontro con Renzi e Orlando, ha evidenziato che “la maggiore preoccupazione” del sindacato delle toghe è rappresentato dalla “disparità di trattamento” che si è venuta a creare con il decreto che ha prorogato sino a 72 anni solo i vertici della Cassazione. “Il nostro argomento è stato ritenuto convincente, ma non è detto che la prendiamo come apertura”.”Noi abbiamo fatto presente – ha detto ancora Davigo – che come Anm abbiamo deciso di dare appoggio ai magistrati che dovessero impugnare i provvedimenti” davanti alla Corte di Giustizia della Ue. E ricordando che la Corte ha già accolto analoghi ricorsi contro una legge dell’Ungheria, ha spiegato che se questo avvenisse anche per l’Italia, “l’effetto sarebbe devastante”.

Resta in sospeso, ma a questo punto sembra poco probabile vsita la rinuncia al voto di fiducia come invece avrebbe voluto il ministro Orlando, lo sciopero dei magistrati. “Deciderà il Comitato direttivo centrale dell’Anm” ha detto – ha detto Davigo.

Ora tutto il testo è fermo al Senato. Renzi non ha voluto andare allo scontro diretto con i magistrati  e usare la fiducia, come avrebbe preferito Orlando.

America latina, si può morire per difendere l’ambiente

berta-caceresDue uomini armati entrano all’improvviso nell’abitazione di una leader indigena honduregna, un’ambientalista, Berta Cáceres. Sono le ultime ore della notte tra il 2 e il 3 marzo 2016 e i primi chiarori arrivano a La Esperanza, a 200 km a nordest di Tegucicalpa, la capitale dell’Honduras. Nessuno può difendere Berta dai colpi dei due sicari e anche il fratello viene ferito.
Finisce così la vita di una militante ecologista che a soli 43 anni aveva già conquistato una notorietà internazionale per le sue battaglie in difesa dell’ambiente, in particolare contro la costruzione della diga Agua Zarca considerata una minaccia per il territorio, per le popolazioni locali e per il loro fiume.

Gli assassini sono stati catturati, ma i mandanti non sono stati neppure identificati mentre sono stati compiuti altri omicidi di attivisti del Copinh, il Consiglio delle organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras.

Berta infatti è solo una vittima in più di una mattanza che sta colpendo l’America Latina.
Nel 2015, secondo quanto afferma Global Witness, sono stati uccisi 185 ecologisti, 69 in più dell’anno precedente, e l’America Latina è il continente con più vittime, e Guatemala e Honduras sono i due Paesi dove il rischio di perdere la vita per queste battaglie è più alto.
Tra il 2010 e il 2014, sempre secondo la Ong Global Witness, nel solo Honduras sono state assassinate 101 persone. Così l’ambientalismo in America Latina è diventato una nuova forma di resistenza anche politica, in difesa della salute, della vita delle popolazioni locali, ma in prospettiva del mondo intero.

proteste-per-la-diga-di-agua-zarca

Una manifestazione contro la costruzione della diga di Agua Zarca

Berta Cáceres nel 2015 aveva vinto il Premio Goldman per l’Ambiente, il più alto riconoscimento assegnato agli ecoattivisti per le vittorie conseguite nel proprio contesto comunitario e l’organizzazione del premio denunciava costantemente, sul sito e sui social, le intimidazioni e le minacce che la donna subiva, manifestando preoccupazione per il numero di attivisti ambientali uccisi.

In America Latina si può anche morire per difendere l’ambiente, la salute della terra, dell’acqua, dell’aria, per difendere in definitiva la propria salute e quella dei propri cari e la figlia di Berta Cáceres, Berta Isabel Zuniga Cáceres sta visitando diversi Paesi per sensibilizzare i parlamenti sulle battaglie per cui ha perso la vita la madre.
Le battaglie per l’ambiente sono anche battaglie primarie per i diritti umani, per quei diritti che noi consideriamo da tempo come ‘acquisti’, indiscutibili e che solo eccezionalmente come nel caso dell’Ilva di Taranto, tornano alla ribalta della cronaca, ma di certo non perché la loro difesa può costituire un rischio per chi li difende.

In Italia su invito del Collettivo Italia Centramerica, associazione da anni impegnata a sostegno dei movimenti sociali e contadini in Honduras, e storico partner del Copinh, di cui è coordinatrice, questa mattina, ha incontrato i membri della Commissione permanente per i diritti umani, presieduto dalla deputata socialista Pia Locatelli, la quale ha ricordato come “spesso le battaglie ambientaliste si scontrano con corposi interessi economici, in grado di determinare anche le scelte delle istituzioni, di portare alla militarizzazione di aziende agricole e imprese costruttrici, in un groviglio oscuro che alimenta la violenza per intimidire le popolazioni locali e ridurre al silenzio chi, come Berta, ne difende i diritti fondamentali. Difendere l’ambiente può diventare un compito terribilmente pericoloso. Contro tutto questo non basta la denuncia, ma occorre monitorare i progetti locali per impedire che la logica del profitto prevalga sui diritti fondamentali delle popolazioni perché solo un’economia sana può aiutare lo sviluppo di intere popolazioni e solo uno sviluppo sostenibile può evitare che il prezzo da pagare per il progresso non sia quello della salute propria, dei propri figli, del mondo intero”.

pia-locatelli-berta-zuniga-caceres

Pia Locatelli con Berta Isabel Zuniga Caceres

Berta Isabel Cáceres chiede ai parlamentari italiani il sostegno per dare vita a una commissione internazionale indipendente per arrivare alla verità e affermare la giustizia. Chiede sostegno per cancellare la concessione per il progetto della diga di Agua Zarca, per dare vita ad azioni di solidarietà internazionale e spiegare il legame tra i progetti degli investitori internazionali e la violazione dei diritti umani fondamentali dei popoli indigeni in Honduras.

La Commissione presieduta da Locatelli, si è impegnata in particolare a sensibilizzare i Comitati Diritti Umani di Olanda e Finlandia perché è proprio da questi due Paesi che giungono i finanziamenti per il progetto della diga.
Gli assassini di Berta Cáceres sono stati catturati, ma non i mandanti e in questi mesi altri omicidi di attivisti del Copinh sono seguiti al suo. Sua figlia e i suoi compagni chiedono giustizia: non solo l’incriminazione dei mandanti, ma soprattutto “smascherare questa rete di crimine organizzato, che alimenta la violenza e permette l’assassinio di persone come mia madre”.
“Quello che il Copinh porta avanti – ha affermato Berta Isabel – è un processo di ricolonizzazione delle nostre terre, contro il neocolonialismo che stiamo vivendo” per “riscattare la nostra identità e le nostre comunità”.
Armando Marchio

Usa, la Clinton sviene e rischia la candidatura

Hillary Clinton ha la polmonite. Lo ha dichiarato con una nota alla stampa Lisa Bardack, medico curante della candidata democratica alla Casa Bianca. La diagnosi dovrebbe servire a fugare i dubbi sulla ‘tenuta’ della salute di quello che potrebbe essere il primo presidente donna degli Stati Uniti, ma non è detto che riesca a fugare i dubbi se non addirittura potrebbe amplificarli.

hillary-clintonLisa Bardack ha spiegato anche come la polmonite le sia stata diagnosticata venerdì scorso, che ora l’ex first lady si sta riprendendo bene e che le era stato anche consigliato di restare a riposo e di modificare l’agenda dei suoi impegni. Il malore è arrivato durante la visita a Ground Zero nell’anniversario dell’attentato terroristico alle Torri Gemelle, complice il caldo e l’afa. Il ritardo nello spiegare però l’improvviso abbandono della cerimonia, sorretta da due uomini della scorta e le immagini riprese da una telecamera della Clinton appoggiata ad una colonnina sul margine del marciapiede mentre aspetta l’auto per andare via, il cedimento e l’incapacità di camminare da sola con la scorta che la tira su di peso, hanno aggiunto un tocco di suspance alla vicenda. Hillary ha cancellato dalla sua agenda il viaggio in programma oggi e domani nella costa occidentale degli Stati Uniti. Una tappa importante perché doveva volare in California per dedicarsi alla raccolta fondi per la sua campagna elettorale. Inoltre doveva partecipare al talk-show televisivo condotto da Ellen DeGeneres.

La polmonite di per sé non è certo una malattia che negli Stati Uniti può essere davvero considerata pericolosa per una persona in normali condizioni di salute, ma accende i riflettori su una questione sensibile perché l’ex segretario di Stato ha già avuto in passato almeno un episodio in cui è apparsa non così in forma come è necessario per chi è chiamato a guidare la prima superpotenza globale e che tra un mese compirà 69 anni (il rivale Trump ne ha 70). Quattro anni fa cadde in casa per uno svenimento, battendo la testa. Una piccola commozione celebrale che le costò un’operazione al cervello per l’asportazione di un’ematoma e la conferma a segretario di Stato – il posto passò a John Kerry – per le presidenziali che diedero il bis a Obama. Un incidente tutto sommato lieve, ma che riletto alla luce dei fatti successivi potrebbe assumere un significato diverso.
Tra l’altro, la Clinton utilizzò proprio quell’episodio per giustificare la sua ‘distrazione’ durante gli interrogatori davanti all’Fbi per la vicenda dell’uso del suo cellulare personale anche per la corrispondenza ufficiale, compresa parte di quella classificata. Una leggerezza grave che le è costata già parecchio in termini di credibilità durante la campagna elettorale mentre la scusa addotta per sfuggire a una possibile incriminazione oggi le si ritorce contro: ci si può mettere difatti nelle mani di una donna che accusa svenimenti e vuoti di memoria come lei stesso ha ammesso?

Questa campagna promette di essere la più accesa e combattuta della storia recente anche perché buona parte del mondo sta col fiato sospeso per il rischio che sia il repubblicano Donald Trump a conquistare la Casa Bianca. Finora questa sembra essere stata una delle carte migliori nella campagna di Hillary Clinton che si porta dietro oltre ai piccoli guai di salute, anche gravi incidenti politici come quello dell’attacco al consolato Usa di Bengasi in cui morirono l’ambasciatore Christopher Stephens e altre tre americani. Un episodio mai chiarito del tutto che venne però malamente gestito dalla Clinton nel tentativo di farlo passare come un attacco assolutamente imprevedibile.

Così come è sempre rimasta molto ambigua la vicenda dei colossali finanziamenti – si parla di 145 milioni di dollari – alla ‘Clinton Foundation’ ricevuti dal un’azienda canadese legata a doppio filo a Mosca in virtù di enormi affari nel settore della produzione di uranio.
Ombre, ambiguità e piccole bugie che in America pesano tantissimo e possono azzoppare qualunque esponente politico soprattutto se questi già viene visto come troppo legato all’establishment economico-affaristico.

“Spero che guarisca presto”, ha detto Donald Trump e nello stesso tempo ha fatto sapere che fornirà tutte le informazioni relative alla sua salute, precisando di essersi sottoposto ad una visita medica la settimana scorsa e che quando avrà risultati li renderà noti “nei minimi dettagli”.
La tegola caduta in testa alla Clinton è così pesante che si sta discutendo apertamente di una possibile sostituzione nella gara per la presidenza a meno di due mesi dal voto. Joe Biden, il vice designato potrebbe prenderne il posto, ma il candidato naturale eventualmente potrebbe, o dovrebbe secondo alcuni, essere Bernie Sanders, il socialista ce per poco non ha vinto le primarie. C’è poi anche l’attuale segretario di Stato, Kerry, forse il più adatto a contrastare la minaccia rappresentata da Donald Trump. Comunque sia, in una corsa che vende i due candidati abbastanza vicini nei sondaggi, l’ultimo guaio capitato alla Clinton potrebbe rivelarsi assai più dannoso del previsto.

Renzi: più soldi ai pensionati e sblocco contratti Pa


renzi-due-piu-duePiù soldi per tutti a cominciare dai pensionati, ma anche agli autonomi e ai dipendenti pubblici. A poco più di un mese dal varo della nuova finanziaria e a tre dal referendum, Renzi annuncia dal salotto di ‘Porta a Porta’ i le novità positive della prossima manovra. Quanto alle risorse, arriveranno anche da deficit di bilancio che si fermerà “al 2,3-2,4%”, ma Bruxelles potrebbe concedere un altro mezzo punto di ‘flessibilità’. Una manovra sul filo del rasoio perché il debito potrebbe sfuggire di mano. Ma di questo se ne occuperanno i Governi che verranno.


È arrivato dalla terza Camera, quella di Bruno Vespa, un annuncio che farà certamente piacere a una nutrita schiera di pensionati.

Dall poltrona bianca dello studio di ‘Porta a Porta’, il presidente del consiglio Matteo Renzi ha infatti annunciato l’intenzione di dare un po’ di soldi alle categorie meno fortunate della popolazione, a cominciare dai pensionati ‘al minimo’. La strada scelta sarebbe quella  – il condizionale è d’obbligo perché queste misure dovranno essere inserite nella prossima legge di bilancio – sotto la forma di una “sorta di quattordicesima” come quella che percepisce “a partire dal governo Prodi chi prende meno di 750 euro al mese”.
Non si tratta dei fatidici 80 euro del bonus che venne inaugurato prima delle elezioni europee di due anni fa, ma “di circa 50 euro al mese. Noi ragioniamo – ha specificato Renzi – su una ipotesi di questo genere”.

Una bella porzione dell’elettorato che sarà chiamato a esprimersi nel referendum costituzionale che si terrà, parole di Renzi, in una data compresa tra il 15 novembre e il 5 dicembre, circa 8 milioni di pensionati. C’è da dubitare però che davvero i soldi arriveranno a tutti perché si porrebbe un gigantesco problema di equità visto che in questa sterminata platea ci sono persone che non hanno mai pagato una lira di contributi e di tasse, spesso non perché non potevano, ma perché evadevano il fisco. Probabile dunque che per godere dell’aumento, il pensionato sia chiamato a presentare l’Isee, evitando così di dare soldi anche a chi davvero non ne ha bisogno e per di più a debito delle generazioni future.

Sempre in tema di misure che riguardano il settore dei pensionati, in questo caso quelli che devono ritirarsi dal lavoro, c’è quella battezzata col nome di ‘Ape’, ovvero il provvedimento che dovrebbe dare la possibilità di lasciare uscire in anticipo “rinunciando a pochino”, con un intervento che costi “un’inezia” e consenta di uscire fino a 3 anni prima dal mondo del lavoro. Parole come ‘pochino’ e ‘inezia’ vanno ovviamente tradotte in cifre che potrebbero non incontrare il favore degli ipotetici beneficiari.

Il ‘pacchetto sociale’ del Governo si dovrebbe completare, come ha confermato il ministro del Lavoro Giuliano Poletti, con uno stanziamento aggiuntivo per il piano povertà, per il quale si punta ad aumentare le risorse fino a 1,5 miliardi dal miliardo già previsto per l’anno prossimo nell’ultima legge di Stabilità.

Per ora è un programma di buone intenzioni perché su tutto pesa come un macigno la tenuta dei conti con un debito pubblico monstre che continua a crescere – soprattutto se il Governo avrà da Bruxelles l’autorizzazione a utilizzare ancora lo strumento della flessibilità aumentando il deficit di bilancio – mentre l’economia, come testimoniano i dati diffusi questa settimana dall’Istat, si è fermata un’altra volta e le speranze di una ripartenza sono al lumicino anche perché è un po’ tutto il mondo in frenata e l’Italia quanto a crescita, è in fondo al convoglio europeo.

È lo stesso Renzi che seppure indirettamente ha confermato le difficoltà di bilancio spiegando che si mantiene l’impegno a non sforare il ‘fatidico’ 3% (dovremmo essere secondo gli impegni sottoscritti in Europa ben sotto l’1%) nonostante la crescita sotto le aspettative. “La Spagna – ha detto per anticipare le obiezioni di chi raffronta la debolezza della non crescita italiana con quella di altri Paesi – cresce del 3%. Ma ha un deficit del 5%” che vale “50 miliardi, li dessero a me da dare ai cittadini o da ridurre le tasse, anche io avrei una crescita del 3%. Ma il problema è che quelli prima di noi hanno mangiato al ristorante e hanno lasciato da pagare. Per questo abbiamo il debito. E io non lo lascio da pagare a figli e nipoti”.
Insomma il nodo vero, come ci ripetono in Europa, è il debito pubblico, il secondo in percentuale del Pil dopo quello della Grecia e il terzo al mondo col Giappone in testa: oltre il 133% del Pil, ovvero 2.343 miliardi.
Renzi scarica la colpa tutta sui governi passati, ma è un comodo paravento per nascondere i disastri economici della Seconda Repubblica, soprattutto quelli targati Berlusconi (e anche questo Governo non è riuscito a tagliare le spese). Anche se è vero che il debito pubblico è stato accumulato negli anni dal ’46 a oggi, con un’impennata negli anni ’80, il problema è divenuto serio con la crisi finanziaria ed economica del 2008. Da allora l’economia italiana non si è più ripresa ed è l’unico Paese del G7 che non è ancora riuscito a tornare ai livelli ante-crisi, ma ha recuperato appena la metà di quanto perso. E c’è un problema nel problema perché siccome oltre il 60% dei titoli di Stato sono nelle tasche degli italiani, e in particolare nella pancia delle banche, nel momento in cui dovesse sorgere una questione di solvibilità, automaticamente entrerebbe in crisi il sistema bancario. Un orizzonte cupo che sembra avvicinarsi dal momento in cui, facendo nuovi debiti aggiuntivi, leggi ‘flessibilità’, e grazie al bazooka di Draghi che continua a rastrellare titoli di Stato per calmierare i prezzi, l’anno prossima Bankitalia avrà in cassaforte l’equivalente di 5 anni di Pil in Bot e CCT.

Renzi insomma sa che stiamo correndo sul filo del rasoio perché una politica keynesiana di espansione della spesa pubblica, fondata su un maggior deficit, avvicina l’Italia al crack e non è detto neppure che funzioni.

Ecco dunque che dopo i pessimi risultati del 2016 (crescita allo 0,7% con inflazione a ‘0’ anziché all’1,2% con inflazione all’1%) bisognerà convincere Bruxelles a concederci un altro mezzo punto di deficit oltre il 2,2-2,4% già concordato, nella speranza di spingere la crescita. Insomma di portarlo al 3%, rinviando ai Governi che verranno il problema di ridurlo di uno 0,5% all’anno come sottoscritto.

Dal salotto di Bruno Vespa ancora poi promesse di sostegno anche a chi lavora a partita Iva. Accanto all’Iri (la detassazione delle risorse lasciati in azienda), già annunciata nei giorni scorsi, arriverà anche uno sconto sui contributi versati dagli autonomi non iscritti agli ordini, una platea. Per questi lavoratori iscritti alla gestione separata Inps, secondo i calcoli del Governo, arriverà un risparmio di “circa mille euro l’anno”, più o meno gli 80 euro che percepiscono col famoso ‘bonus’ i lavoratori dipendenti sotto i 1.200 euro di stipendio.
Anche per i dipendenti pubblici il Governo pare intenzionato finalmente a fare qualcosa dopo sette anni di blocco contrattuale con un adeguamento che potrebbe valere fino a circa due miliardi a regime che però sarebbe legato “anche a incentivi di merito, come per i dirigenti”.
Renzi poi ha approfittato del salotto di Bruno Vespa anche per annunciare che sarà rinnovato il bonus (di 500 euro quest’anno) per la formazione dei ‘prof’.

Sogni in rosa per chi si è addormentato con la sigla di ‘Porta a Porta’. Domani è un altro giorno.

Armando Marchio

Doccia fredda dall’Istat: Pil inchiodato allo 0,8%

Pier Carlo PadoanPoteva andare peggio, ma lo ‘zero’ certificato dall’Istat nel secondo trimestre 2016 addolcito dallo 0,7% di crescita acquisita del Pil  alla luce dei nuovi dati – con uno 0,8% tendenziale sull’anno – pesa assai sulle prospettive del Paese e non lascia davvero molti margini alla prossima legge finanziaria anche se dall’Europa arrivasse un via libera completo a tutte le richieste di flessibilità del Governo per una manovra espansiva che ha questo punto sarebbe costruita integralmente su una crescita ulteriore del debito italiano.
Rifatti i calcoli, l’Istituto nazionale di statistica ha confermato la crescita zero del secondo trimestre portando il risultato sull’anno dallo 0,6% preventivato il 12 agosto scorso allo 0,7 di oggi. Uno striminzito 0,1% è davvero poca cosa soprattutto se si raffronta alle previsioni del Governo che a inizio anno avevano costruito la legge finanziaria su una crescita del Pil dello 1,2% e che invece senza novità si fermerà quasi mezzo punto percentuale sotto, allo 0,8%. previsto oggi con la speranza che a fine anno questa ripresa tisica lo faccia almeno arrivare all’1%..
Alla base delle correzioni dei livelli del Pil c’è l’ingresso di nuove informazioni statistiche che hanno fatto registrare un miglioramento del fatturato dei servizi assieme a quelli del commercio, dei consumi e delle attività dei servizi non destinabili alla vendita.

Fonte Istat

Andamento del Prodotto Interno Lordo – Fonte Istat

Appena lo scorso aprile il ministro dell’Economia nel Def, il Documento di economia e finanza, scriveva infatti che nel 2016 il Pil italiano si sarebbe attestato all’1,2% (contro la precedente stima di +1,6%), per poi accelerare negli anni successivi… “L’inversione della dinamica del debito – si leggeva nella premessa del Documento firmata da Pier Carlo Padoan – è un obiettivo strategico del governo”.

A giugno c’era stata un’ulteriore correzione al ribasso. La crescita italiana, secondo le stime di Bankitalia, sarebbe stata minore di quanto previsto dal governo che immaginava l’1,2% e invece sarebbe arrivata solo all’1,1%. Obiettivi che oggi appaiono tanto più irraggiungibili se li si confronta alle previsioni di gennaio quando Bankitalia vedeva un futuro ben più roseo col Pil all’1,5%.

Nel dettaglio i numeri dell’Istat dicono che nel secondo trimestre 2016 ci sono stati incrementi congiunturali per l’agricoltura (0,5%) e i servizi (0,2%) mentre è diminuito il valore aggiunto (-0,6%) per l’industria. Inoltre restano fermi i consumi e una flessione degli investimenti (-0,3%).

Per arrivare almeno all’1% di crescita del Pil, servirebbe uno scatto da record nel terzo e quarto trimestre, un’evenienza su cui nessuno oggi sembra scommettere, neppure il Governo che fa di tutto per cancellare la bruttissima sensazione di un’economia che arranca in un quadro europeo e mondiale dove non brilla l’ottimismo.

È una situazione assai diversa da quella dipinta nelle 30 slide di qualche giorno fa per sostenere la validità di una linea di politica economica che in realtà non ha dato finora frutti di rilievo. Un cattivo viatico anche per l’appuntamento referendario che Renzi si proproneva di affrontare sull’onda di una legge finanziaria ricca di promesse per aiutare gli elettori a sostenere la sua riforma e che invece potrebbe tenersi in un clima di freddo autunnale e non solo in senso metereologico.

Eppure anche oggi per il Presidente del Consiglio italiano ‘i numeri confermano che l’Italia va meglio, ma certo la mini-revisione al rialzo del Pil non basta’. Un esercizio di ottimismo nella speranza che contagi consumatori e produttori. Dello stesso segno il commento di Padoan “Il Pil è in crescita. Questo è il mio commento”. Dal forum Ambrosetti, commentando i dati Istat sul Pil, Padoan si è buttato poi sulle questioni della globalizzazione forse per stemperare le difficoltà interne e ricordando che ormai nell’economia globalizzata nessun Paese da solo ha la forza per incidere sulla realtà. “Il problema della crescita globale sembra ancora lontano dall’essere risolto. Le cause della bassa crescita sono più profonde e più complesse di quello che possiamo pensare. Le soluzioni nazionali per quanto attuate da Paesi grandi e potenti hanno dei grossi limiti e sono meno efficienti di quelle coordinate”.

Dall’opposizione è arrivata la sferzata del capogruppo di Forza Italia alla Camera, Renato Brunetta:

“Renzi ha fatto un imbroglio, come suo solito. Ha raccontato una storia che non è una storia vera. Ha affabulato finanzieri, grand comis dello Stato nominati da lui, banchieri, pochi industriali”, ma la verità è che “l’Italia non cresce, siamo in deflazione e recessione. Gli obiettivi del governo non saranno raggiunti” e questo “vuol dire deficit, debito e una manovra correttiva”.
Armando Marchio

“Vanno radiati i medici anti-vaccinazioni”

VaccinazioniI dati raccolti negli Usa sulle vaccinazioni confermano una verità che la gente comune è in grado di verificare ogni giorno: la polio paralitica è stata debellata al 100%, al 99% la rosolia e il morbillo, al 95% la parotite, al 92% tetano e pertosse. Sostanzialmente le vaccinazioni hanno ridotto i casi di queste malattie mortali o invalidanti del 99%.

Dati inoppugnabili, che vengono ricordati in un documento della Federazione degli Ordini dei Medici (Fnomceo) in cui si sottolinea tra l’altro che “solo riferendosi a 7 dei 12 vaccini raccomandati sono state prevenute 33000 morti e 14 milioni di casi malattia per ogni coorte di nuovi nati, con un enorme risparmio anche in termini di costi”. Nello stesso tempo si ricordano “gli episodi epidemici di difterite in Russia, nelle repubbliche ex sovietiche, in Belgio e in Germania, di polio in Siria e in Olanda in comunità religiose che rifiutano le vaccinazioni, i casi di morbillo in California”. Ed è solo per questa ragione che “non si è potuto raggiungere l’obiettivo della scomparsa globale di malattie gravissime che anzi sono ricomparse col loro carico di mortalità”.

Il rapporto tra mortalità per alcune malattie e uso dei vaccini negli Usa

Il rapporto tra mortalità per alcune malattie e uso dei vaccini negli Usa

Eppure nonostante l’evidenza di questi dati, negli ultimi anni complice la disinformazione o la superficialità di approcci pseudo scientifici, soprattutto nel web, sta emergendo una crescente resistenza alle vaccinazioni messe in relazione con casi di autismo come ricordava proprio attraverso questo giornale anche la vicedirettrice dell’OMS, l’Organizzazione Mondiale per la Sanità, Flavia Bustreo. La dottoressa Bustreo ha ricordato quanto importante sia difendere le campagne di vaccinazione, un invito che ha rivolto non solo alle Istituzioni, ma anche agli operatori dei mass media per arginare il fenomeno della ‘riluttanza’ alla vaccinazione. Accade infatti che la popolazione, avvezza a una progressiva scomparsa di talune malattie infettive, avverta sempre meno i vantaggi della vaccinazione.

La Federazione degli Ordini dei Medici presentando il suo documento, per dare efficacia alla battaglia contro la ‘riluttanza’ alle vaccinazioni, ha assai concretamente ricordato che i medici che sconsigliano i vaccini, infrangono il codice deontologico, e vanno incontro a procedimenti disciplinari che possono arrivare alla radiazione.

“Noi siamo pronti a fare la nostra parte – ha spiegato il segretario Luigi Conte -, sono già in corso e sono stati fatti procedimenti disciplinari per medici che sconsigliano i vaccini. Si puó arrivare anche alla radiazione”, ma la Magistratura, che in alcuni casi è apparsa tollerante, non deve avere atteggiamenti tesi a “fomentare comportamenti scorretti e non compatibili con il vivere sociale”. Nel documento la Fnomceo chiede di “favorire il superamento dell’evidente disallineamento tra scienza e diritto, auspicando che i magistrati intervengano in materia di salute recependo nelle loro sentenze la metodologia dell’evidenza scientifica”.

OMS, un piano mondiale per la salute di donne e bambini

La lezione di Riace: migranti non crisi, ma opportunità

Di Mimmo Lucano, anni 58, Sindaco di Riace in provincia di Reggio Calabria, nessuno sapeva praticamente niente. Anche oggi Lucano, al terzo mandato consecutivo, resta uno sconosciuto per la stragrande maggioranza dei suoi compatrioti e invece è un personaggio autorevolissimo fuori dai confini patri. Il miracolo lo ha fatto la rivista Fortune inserendolo al 40.mo posto tra i primi 50 ‘potenti’ della terra e la vicenda è stata lo spunto al senatore Buemi per proporre una legge che consenta ai migranti, in attesa di un permesso, di svolgere dei lavori socialmente utili come attività di volontariato.


Terni, immigrati volontari svolgono lavori socialmente utili per la cura dei beni comuni

Terni, immigrati volontari svolgono lavori socialmente utili per la cura dei beni comuni

Di Mimmo Lucano, anni 58, Sindaco di Riace in provincia di Reggio Calabria, nessuno sapeva praticamente niente e si parla al massimo dei famosi bronzi di Riace. Anche oggi Lucano, insegnante di scuola superiore (chimica) in aspettativa, al terzo mandato consecutivo con la sua Lista civica L’altra Riace (sinistra), resta uno sconosciuto per la stragrande maggioranza dei suoi compatrioti e invece è un personaggio autorevolissimo fuori dai confini patri. Come mai? Il miracolo lo ha fatto la rivista Fortune inserendolo al 40.mo posto tra i primi 50 ‘potenti’ della terra insieme al Papa, a Christine Lagarde, Angela Merkel e Bono Vox. E sapete perché? Perché Mimmo Lucano ha avuto un’idea, Mimmo Lucanoun’ottima idea, quando un barcone nel 1998 ha scaricato una torma di curdi in fuga da fame e guerra sulla spiaggia del suo comune e anziché cominciare a tuonare contro la piaga dei migranti, a invocare un aiuto per allontanarli, gli ha messo a disposizione delle case abbandonate dai suoi compaesani fuggiti anch’essi alla ricerca di fortuna e gli ha dato la possibilità di imparare un mestiere. Diciotto anni dopo Riace ospita migranti di 20 diverse nazionalità, non è più un comune in via di abbandono ed è stato preso a modello dall’Unione Europea per studiare rimedi alla crisi dei rifugiati. C’è da dire che la notorietà di Mimmo Lucano all’estero non è cosa nuova perché come scrive Giorgio dell’Arti, “nel 2010 Lucano si era classificato terzo nella classifica di City Majors, network internazionale che monitora e premia il lavoro dei sindaci di tutto il mondo, in base a criteri come istruzione, sanità, sicurezza”. Noto all’estero, poco più di un’ombra in Italia.

Nemo propheta in patria dicevano i latini, e così la notorietà internazionale dello sconosciuto nostro compatriota, è legato al suo impegno nel campo dell’immigrazione, alle iniziative con cui il Comune di Riace ha dato ospitalità a oltre seimila immigrati che hanno ripopolato il piccolo paesino della Locride. Molti di loro non se ne sono più andati e hanno avviato anche una serie di attività artigianali e imprenditoriali. Nello sbarco di un gruppo di profughi curdi “Lucano – ricorda Fortune – vide un’opportunità. Offrì loro gli appartamenti abbandonati e formazione professionale. Diciotto anni dopo, è salutato come il salvatore del paese, la cui popolazione oggi include migranti di una ventina di nazioni, e per aver rivitalizzato la sua economia”. “Nonostante il suo impegno per i profughi gli abbia messo contro la mafia e lo Stato, il modello di Lucano viene studiato e adottato nel picco della crisi dei profughi in Europa”.

La vicenda a suggerito al senatore socialista Enrico Buemi un disegno di legge – presentato ieri a prima firma Buemi e già sottoscritto dai senatori Conte, Mastrangeli, Fravezzi, Panizza, Palermo, Scavone, Laniece – che si muove lungo la medesima direttrice pensata da Lucano, volta a consentire ai migranti, in attesa di un permesso, di svolgere dei lavori socialmente utili come attività di volontariato. Il lavoro di pulizia dei muri della città può essere un esempio di altre e più ampie attività di valorizzazione del patrimonio pubblico, spesso fatiscente, mal curato o in condizioni di pericolo per la cittadinanza. Competenze e possibilità che sono oggi in capo ai Sindaci, ai Presidenti di provincia o di Regione.

La classifica di Fortune

La classifica di Fortune

E nel presentare il ddl, Buemi rileva come sia “rimarchevole che lo Stato italiano non solo non abbia preceduto riconoscimenti del genere con proprie iniziative di sostegno, ma – soprattutto – difetti di una strumentazione seria per agevolare comportamenti virtuosi di questo genere anche nelle molte altre realtà locali, che fronteggiano casi di ridislocamento di migranti”. In questo senso vengono citati i casi di San Lazzaro di Savena, di Budrio e Sasso Marconi per ricordare “che in Emilia Romagna opera un protocollo tra Regione, Prefetto di Bologna, sindacati e altre realtà (tra cui la stessa Legacoop), che regola le attività che i profughi possono svolgere per dare un contributo a chi li ospita: per esempio pulire strade, curare parchi e giardini pubblici. Secondo il protocollo, ai profughi che accetteranno di svolgere queste attività in modo volontario, verranno garantiti, oltre all’assicurazione, percorsi di orientamento e formazione”.

Dunque, sembra suggerire il ddl di Buemi, visto che ormai sono arrivati e continuano ad arrivare, che rimandarli a casa spesso non solo non è giusto, ma anche molto difficile, perché non trasformare un problema in un’opportunità, in un vantaggio collettivo?
Comunque Mimmo Lucano a rivinto anche le ultime elezioni senza cavalcare il tema della paura dei migranti, ma facendo l’esatto contrario. Dunque, ragionare si può.

Ecofin, trattativa aperta per il salvataggio di Mps

Quello dell’Ecofin di ieri e oggi è stato un appuntamento molto impegnativo. Davanti ai ministri dell’economia e delle finanze, sul tavolo il deficit di Spagna e Portogallo con la richiesta automatica di sanzioni, la questione degli aiuti alle banche italiane che vedono crescere il totale delle ‘sofferenze’ salito a 200 mld, le previsioni al ribasso per la nostra economia, causa Brexit, del Fmi. E mentre il ministro Padoan esclude che ci sia un ‘caso Italia’ il suo collega ceco Babis, in un tweet ha scritto che il problema “più grande per l’Europa potrebbe essere la salute di alcune banche italiane”.

Il presidente dell'Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem col ministro Pier Carlo Padoan

Il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem col ministro Pier Carlo Padoan

Il Consiglio dei ministri finanziari Ue ha confermato l’indicazione fornita dalla Commissione europea sulla mancata correzione, da parte di Spagna e Portogallo, del deficit eccessivo, che resterà sopra il 3% del Pil perché i due Paesi non hanno deciso “azioni efficaci” come richiesto dalle raccomandazioni di Bruxelles. Per questa ragione potrebbero scattare le sanzioni che possono arrivare allo 0,2% del Pil, ma Madrid e Lisbona hanno la possibilità di presentare un ricorso entro 10 giorni per la riduzione fino all’annullamento delle sanzioni. Una speranza fondata sia sulle parole del presidente di turno dell’Ecofin, lo slovacco Peter Kazimir – “Sono sicuro che alla fine raggiungeremo una soluzione intelligente” – sia sulle posizioni della stessa Commissione propensa formalmente, alla luce dei progressi fatti dai due Paesi, di proporre sanzioni solo simboliche, cioè di un ammontare pari a zero.

Più ingarbugliata rimane la questione delle nostre banche su cui si sta discutendo da giorni su possibili ricapitalizzazioni precauzionali di quegli istituti oberati da pesanti sofferenze. Il principale nodo riguarda il contributo da chiedere agli investitori, come previsto dalle regole europee del Bail In. Roma vorrebbe una sospensione delle regole, ma per ora non è riuscita a spuntarla anche perché vorrebbe dire far pagare alla collettività le speculazioni andate a male di pochi.
“Nel discutere la Brexit – ha detto il ministro dell’economia Pier Carlo Padoan al termine dell’Ecofin – siamo stati concordi che ha fatto emergere instabilità in tutto il sistema bancario europeo e non solo” e quindi non c’è un’identificazione “solo nel sistema italiano”. “Il sistema bancario rimane solido” anche se ha sofferto di alcuni anni di “recessione profonda”. “Il fatto che qualcuno dica che il rischio generato dal sistema bancario italiano sia così elevato è una dichiarazione completamente infondata”. Non tutti infatti la pensano come lui. “Tutti parlano di Brexit come di un grosso problema, ma è solo speculazione. Un problema più grande per l’Europa potrebbe essere la salute di alcune banche italiane” ha scritto su Twitter, durante l’Ecofin, il ministro dell’economia della Repubblica Ceca Andrej Babis mentre il presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem ha fatto notare che i problemi italiani sono precedenti alla Brexit, un fatto di appena due settimane fa. Comunque lo stesso Dijsselbloem, si è detto sicuro che una soluzione al problema sarà trovata entro il mese di ottobre, “ben prima che parta il referendum in Italia”.
Rispondendo alla domanda di un giornalista, Dijsselbloem ha confermato che per ricapitalizzare le banche è possibile usare il Meccanismo europeo di Stabilità (Esm), ma nel quadro di un programma che l’Italia non sembra abbia voglia di sottoscrivere perché la sottoporrebbe a vincoli e controlli esterni. “Considero problematica la facilità con la quale i banchieri chiedono l’aiuto pubblico. Contrasterò questa tendenza molto fermamente. I problemi bancari – ha concluso Dijsselbloem – devono essere risolti in primo luogo nelle banche e dalle banche”.

La data prevista entro cui trovare un accordo è quella del 29 luglio quando l’Eba – l’Autorità bancaria europea (European Banking Authority) divulgherà i risultati degli stress test. Se due settimane non si saranno individuate chiare soluzioni al caso Monte dei Paschi di Siena (Mps) e agli altri guai bancari del nostro Paese allora potrebbero emergere seri problemi di instabilità.

Per una soluzione spingono in tanti, a cominciare dalla Francia mentre la resistenza più forte viene da Berlino. Conservatori e socialdemocratici, cioè i due partiti della maggioranza della Larga Coalizione (Große Koalition) che regge il Governo Merkel, si sono nuovamente dichiarati contro gli aiuti pubblici alle banche italiane in difficoltà e hanno chiesto al governo Renzi di attenersi alle regole europee.
Angela Merkel, Pier Carlo PadoanIl potavoce parlamentare per l’economia della Cdu, Joachim Pfeiffer, “Il governo italiano rispetti le regole per la liquidazione ordinata e la ristrutturazione delle banche”, ha detto alla RND (Redaktionsnetzwerk Deutschland), gruppo editoriale proprietario di 30 testate regionali, che una violazione delle regole europee, leggi Bail In, sarebbe “inaccettabile”. A ruota il vice presidente del gruppo parlamentare Spd, Carsten Schneider, ha avvertito che l’Italia non deve aggirare le regole adottate per proteggere i contribuenti europei. Il Bail In è stato infatti pensato per responsabilizzare il board delle Banche, scaricando su azionisti e obbligazionisti il peso di condotte speculative sbagliate per evitare che, come avvenuto in passato, sia lo Stato a farsi carico col denaro pubblico degli ‘errori’ dei banchieri. Come si è visto però di recente, l’applicazione delle regole risulta ‘dolorosa’ anche per i piccoli risparmiatori che possono essere stati ingannati dalle banche oppure aver scelto un rischio calcolato per interessi ben più corposi di quelli offerti dai Titoli di Stato. E il danno collaterale di queste regole di pulizia a vantaggio della collettività, è la perdita di consensi elettorali, un tema su cui, come si vede sono tutti molto sensibili prima delle elezioni, non solo in Italia.

Intanto il bollettino della Banca d’Italia racconta che le sofferenze bancarie è rallentata a maggio sui 12 mesi precedenti, ma che il dato complessivo si è attestato a un soffio dai 200 miliardi di euro (199,994) tornando ai massimi da gennaio, quando fu toccato il picco di 202,065 miliardi.