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“Ferrari: race to immortality”. La corsa al successo e alla gloria

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“Ferrari: race to immortality” (film nella selezione ufficiale alla Festa del cinema di Roma, per la regia di Daryl Goodrich), racconta come nasce un mito. Il successo è fatto di scelte dolorose, non sempre facili, ma che vanno condivise comunque. Anche e soprattutto in uno sport di squadra. Il senso del gruppo è fondamentale, ma a giocare un ruolo preponderante non sono solo gli attori principali (gli sportivi); c’é bisogno di veri professionisti, che investono risorse ed energie. Lo sport ormai è diventato un vero e proprio business, allora ecco la rilevanza di imprenditori del calibro di Ferrari per mostrare quanto, anche in una disciplina sportiva come l’automobilismo, non siano solo i corridori ad essere protagonisti, ma soprattutto un intero staff di addetti ai lavoratori e di imprenditori che gestiscono l’azienda per cui lavorano. Così si riesce a scrivere la storia come ha fatto Enzo Ferrari. Anche a costo di risultare ‘antipatici’ e andando contro-corrente, come fatto da allenatori quali Nick Bollettieri nel tennis.
E Ferrari é stato un po’ un allenatore per i ragazzi della sua scuderia, che considerò come figli. Soprattutto Peter Collins, dopo aver perso il figlio Dino. Raccontare questo sport in modo diverso, ripercorrendo le tappe più salienti che la “casa Ferrari” ha vissuto (da quelle gioiose a quelle traumatiche), con filmati d’epoca e intervista con voce fuori campo ad Enzo Ferrari, é un modo diverso e originale per parlare di questo sport. E di questa scalata al successo, di come si raggiunge la gloria e una fama immortali ed eterne. Immortalità che costa cara spesso.
All’epoca dei piloti gentleman, questi piloti erano come star, dei gladiatori, dei guerrieri. Dei veri combattenti, insomma, che però non persero la loro umanità. E forse questo li aiutava a farli sentire più forti in uno sport così pericoloso; con la consapevolezza che lo era e che tutto poteva finire da un momento all’altro. Ma soprattutto li univa e li faceva sentire più umani, accomunati da uno stesso destino: accettare il rischio di poter morire ogni giorno in pista per un semplice e banale errore e perdere tutto, lasciare famiglia e cari. Ma rimanevano amici. Tanto che Mike (Hawthorn) e Peter (Collins) si chiamavano ‘mon ami mate’. Erano delle vere star, dei lottatori che lottavano per l’immortalità, per essere eterni. Per sempre. Sarebbero rimasti nella memoria collettiva non solo con la morte (in pista e non solo) o dopo di essa, ma a prescindere. Del resto era lo stesso Ferrari ad affermare loro: “che tu vinca o perda sarai immortale”. Eppure non correvano solo per questo. Erano 5 piloti per 4 macchine  nella Ferrari, che lo faceva apposta per metterli in competizione perché dessero il massimo per lui: “abbiamo bisogno di vincitori, non di chi arriva secondo o terzo”, era del resto la sua regola. Ma non sembravano provare invidie. Anzi, conoscevano il rispetto reciproco e avevano cura di rispettare appunto una gerarchia interna ed implicita loro di chi era il pilota più forte. Il più alto esempio di sportività (da ricordare) e di complicità lo si ebbe nel 1956, quando (a un passo dal traguardo e dal diventare campione mondiale) a Monza Collins scese dalla macchina e fece guidare e condurre al traguardo e salire sul podio Juan Manuel Fangio. “Una star può essere molto speciale” – commentò Ferrari -.
La loro era più una voglia di superare i propri limiti, ma anche la malattia: pensiamo ad esempio ad Hawthorn, che scendeva in pista nonostante glu avessero diagnosticato una grave patologia renale che non gli avrebbe lasciato più di un anno e mezzo di vita. Dall’altro lato gli faceva eco Peter Collins, il cui motto era ‘life is short’: ‘La vita è (troppo) breve’ e che amava vivere all’eccesso.
Non era solo una questione di velocità (una gara a chi correva più forte) o di adrenalina del rischio. Del resto: “dove c’è pericolo c’è eccitazione” riteneva Ferrari. E poi “la paura – proseguiva – viene da ciò che non si conosce né può controllare. Un po’ come sporgersi dalla finestra per vedere quanto ci si può spingere oltre nel vuoto” – diceva -. Invece lui parve avere sempre il pieno e totale controllo di tutto. Scomparso a 90 anni, rimarrà famoso per la capacità che dimostrò di sapere sempre quello che doveva fare, di ripartire, di ricominciare, di re-inventarsi, di voltare pagina.
Perché lo fece? Perché “i piloti sanno apprezzare la vita meglio degli altri”, forse perché rischiano di perderla ogni volta. Talent scout, nel docu-film é egli stesso a raccontare questo sport, non solo come si diventa un businessman self made. Una disciplina emozionante. Tutto parte dal momento del via: che cosa si prova in quell’istante? “Una serie di sensazioni che poi scompaiono quando viene dato”, parola di Ferrari.
Per lui i piloti si dividono in due categorie: i dilettanti, ambiziosi, e i professionisti. Purtroppo, fece notare, l’Italia spesso non offre le strutture giuste per emergere e non dà i giusti mezzi come accade agli stranieri. Intransigente, per lui il successo dipendeva per il 60% dall’auto e per il restante 40% dal pilota. Ma la sua visione del successo era quanto mai dura: “dietro il successo c’è qualcosa di terribile. Gli italiani perdonano tutto e tutti, anche i ladri, ma il successo a nessuno”. Anche per questo c’è chi lo definì “un dittatore”: “se significa pretendere lo stesso impegno che profondo nel mio lavoro, allora sì lo sono”.
Molto severo, riteneva che “un uomo (tanto più un pilota) non ha bisogno di intrattenimento: lo distrae”; infatti “la decadenza di un fuoriclasse – aggiunse -, comincia quando antepone interessi privati a quelli sportivi e professionali”. Non credeva alla sfortuna: “é solo la capacità di ciò che non abbiamo saputo vedere”. Paura? No, non sembrava conoscerla o comunque sapeva controllarla e come superarla. Gestirla era facile per lui: “bisogna lavorare in continuazione; altrimenti poi si pensa alla morte”, era la sua regola. Il segreto, il coraggio, la forza di un uomo che ha scommesso tutta la sua vita per questo successo: la vittoria e la conquista dell’immortalità. Si circondò di uomini che hanno fatto sì che si portasse umanità in uno sport così crudele e spietato a volte, ‘assassino’. Pericoloso non solo per chi lo fa, ma anche per chi lo guarda. Durante gli incidenti in cui spesso perdono la vita i piloti, resta uccisa anche gente del pubblico, tra cui molti bambini innocenti e ci sono molti feriti anche gravi (un esempio su tutti: pensiamo a quello a Le Mans del 1955, quando morì Hawthorn e persero la vita altre 83 persone). Eppure come per un calciatore attaccato alla propria maglia (della sua squadra o della nazionale), questi piloti preferirono continuare a correre per e nella Ferrari più che cambiare auto. Inoltre da notare quanto Ferrari seppe unire i piloti italiani (come Eugenio Castellotti e Luigi Musso) a quelli stranieri , nonostante le divergenze ed i contrasti iniziali. Non rappresentavano più e solo la loro nazione, ma una squadra. Una sorta di soldati pronti a combattere e morire per un ideale: quello dello sport più che della gloria, che tuttavia comunque non disdegnarono mai. Quasi partigiani della libertà (probabilmente il maggiore senso di leggerezza che dava loro la corsa).
La parte più bella rimane sempre quella umana; della testimonianza – ad esempio – delle donne, compagne, mogli, fidanzate, future spose, che sono rimaste al fianco di questi uomini nonostante tutto e che spesso li hanno persi all’improvviso, quando meno se lo aspettavano o quando stavano per coronare i loro sogni. Desideri che ognuno di loro portava dentro sé, custodiva e difendeva fortemente. Restavano molto umani al di là della loro sfida alla sorte. Sogni infranti forse, ma non quello di essere migliori. Come hanno contribuito a rendere migliore la Ferrari e come ha fatto – del resto – lo stesso Enzo Ferrari. Ieri come oggi non dobbiamo mai dimenticare il loro esempio. Perché anche questo è l’automobilismo e lo sport in general.

Ba. Co.

Tempo di Finals, a Basilea vittoria a metà per Federer e Del Potro

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Le Next Gen Atp Finals stanno per avere luogo, nella loro prima edizione (dal 7 all’11 novembre prossimi). Intanto le donne hanno giocato le loro Finals a Singapore e si attendono anche le Finals maschili di Londra. Tempo di Finals, dunque, ma chi sono i vincitori? La sorpresa é che ci sono dei vincitori a metà.
Stiamo parlando di Roger Federer e Juan Martin Del Potro. I due campioni si sono scontrati, per la quinta volta quest’anno, all’Atp di Basilea. Una finale strepitosa vinta (in casa e per la terza volta su 5) dallo svizzero. Entrambi, oltre a vero talento, hanno messo in campo tanto nervosismo; prova evidente di quanto tenessero a questo trofeo. Non solo per il titolo di prestigio di un torneo importante, quanto per le altre conseguenze positive che avrebbe potuto contribuire a portare loro. Federer sarebbe potuto diventare il nuovo numero uno, a poco più di mille punti (1460) di distacco da Nadal. Del Potro inseguiva la qualificazione sicura alle Atp Finals di Londra. Invece entrambe le occasioni sono sfumate per tutti e due. Per il tennista elvetico e per l’argentino il torneo di Basilea si è concluso in un nulla di fatto per gli obiettivi mancati. Roger, dopo aver incassato l’ottava vittoria qui in casa, ha annunciato infatti che non giocherà il Master 1000 di Parigi Bercy e – pertanto – é matematicamente impossibile che supererà Rafa e diventerà il numero leader della classifica mondiale. Se Federer sciupa così l’occasione della posizione numero uno, per l’argentino vengono messe in discussione le Finals: avrà bisogno di raggiungere almeno la semifinale a Parigi per avere accesso diretto a Londra.
Ma il risultato conclusivo al termine della finale di Basilea é stato spettacolo assoluto. Si sono scontrati i due tennisti più forti, che hanno dato il massimo. Fuori Nadal per l’infortunio al ginocchio che lo ha costretto al ritiro, dopo il suo forfait la corsa era solo la loro. E il pubblico non poteva chiedere di meglio da una partita finita in rimonta al terzo set. Vinta per giunta dall’idolo di casa. Si parte in equilibrio, ma Juan Martin sembra più fresco e in forma, spinge di più e mette in difficoltà Roger, che ne esce solo con colpi da manuale a rete. Il servizio di Del Potro, però, funziona e strappargli la battuta é difficilissimo. Lo svizzero – viceversa – non riesce a servire come vorrebbe forse e si finisce al tie-break, giocato benissimo dall’argentino, che spinge sull’acceleratore e toglie il tempo allo svizzero e lo sorprende anticipando sempre le sue mosse.
Federer non fa in tempo a reagire e già é sotto di un set. Del Potro prosegue in vantaggio, facendo break a Roger che, però, lo recupererà portandosi sul 2-2. Da quel momento sarà lui a dominare con più aggressività. Fino al 4-4 a suo favore, quando trova il break decisivo per salire 5-4 e, a quel punto, non manca l’occasione di chiudere il set 6/4. Ancora più facile il terzo, che conquista per 6/3 strappando il servizio all’avversario sul 5-3. Federer deve tirare fuori dal cilindro i suoi colpi migliori da maestro (soprattutto a rete, a cui si inchina e che stupiscono anche Del Potro) per uscirne vincitore. Tanto che, man mano, anche le percentuali al servizio di Juan Martin (inizialmente molto ispirato) vanno scemando. 6/7 (chiuso agevolmente per 7 punti a 3, con un Federer sotto tono e sotto i suoi standard tradizionali) 6/4 6/3 il punteggio finale. É stata comunque una sorta di finale da record: oltre due ore e mezza di gioco, il 24esimo confronto tra i due, per Federer la 15esima finale giocata qui e di cui ne ha vinte 8; due le ha perse proprio da Del Potro, nel 2012 e 2013, un avversario che si dimostrava tanto più temibile in quanto reduce dalla convincente vittoria a Stoccolma (in Svezia), per 6/3 6/4 sul bulgaro Grigor Dimitrov. Per lui è il settimo titolo stagionale di quest’anno positivo, che concluderà giocando alle Atp Finals di Londra. Con 95 trofei all’attivo supera anche persino Ivan Lendl: solo Jimmy Connors ne ha vinti di piccole (fermandosi a quota 109).
Ma anche nel femminile è tempo di Finals con il Master di Singapore. A scontrarsi sono Caroline Wozniacki e Venus Williams. Se nel circuito Wta si sono alternate ben cinque numero 1, ora è stata trovata una nuova numero 3: é la danese. Alla Wozniacki bastano un’ora e mezza di gioco e un doppio 6/4 per venire a capo di un match che si stava complicando. Gioca molto bene il primo set, in pressione con ottimi colpi sull’americana. Continua benissimo il secondo in cui dilaga fino al 5-0; poi Venus ha una reazione, un sussulto e un moto d’orgoglio e, pian piano, rimonta sino al 5-4. Ma, a questo punto, Caroline non sbaglia più e chiude 6/4: ritrova la concentrazione e lo schema tattico vincente e porta a casa il match con un rovescio strepitoso sul secondo match point, che è quello giusto (il primo Venus lo annulla con un’ottima prima di servizio). La 27enne di Odense centra il 28esimo titolo in carriera e si porta al n. 3 del mondo (a pochi punti da Muguruza e Halep). Il master di fine hanno di Singapore ha visto, poi, l’addio al tennis di Martina Hingis (che ha perso in semifinale con la Chang, in coppia con la quale ha vinto quest’anno nove titoli): ex n. 1, é stata una delle più forti doppiste di sempre.
Una menzione merita anche la vittoria nell’Atp di Vienna di Lucas Pouille, in una finale facile quanto quella della Wozniacki, nel derby francese contro Tsonga. Il n. 25 Atp batte per 6/1 6/4 il n. 15.

Ba.Co.

Daria Gravilova conquista il Connecticut ed entra nella top 20

Daria GravilovaAlla vigilia dell’ultimo Grand Slam stagionale degli Us Open, al Wta di New Haven emerge la grinta di Daria Gravilova. La tennista entra nella top 20, è la prima australiana a conquistare il titolo qui nel Connecticut ed è il primo trofeo in carriera che si aggiudica. Si affianca, così, a Nick Kyrgios (finalista all’Atp di Cincinnati, dove ha perso da Grigor Dimitrov) nell’elenco dei talenti che l’Australia può sfoderare. Al Wta di New Haven Daria è stata capace di battere, consecutivamente, due top ten e rispettivamente la testa di serie n. 1 e 2 del torneo, ovvero Agnieszka Radwanska e Dominika Cibulkova. L’australiana ha sconfitto la polacca in semifinale (in un match senza storia, in cui l’altra non è sembrata mai impensierirla e invece lei è parsa avere sempre il controllo della partita), con un doppio 6/4; affronta invece la slovacca in finale, che riesce a superare solamente in tre set in un match molto equilibrato e rischioso per lei. Alla fine Dominika è sembrata molto stanca, ma Daria ha vinto di merito.

La più giovane parte bene e si porta in vantaggio sul 3-2 e servizio nel primo set; ma non è 4-2, perché subito si fa fare contro-break dalla Cibulkova, grande lottatrice che non ci sta a perdere e infatti riuscirà a chiudere il primo set sul 6/4 a suo favore grazie alla maggiore esperienza e con il break decisivo nel finale del primo parziale. Poi, quando è il momento della verità la tennista classe ’94 non esita a far sentire la sua presenza in campo mai venuta meno e chiude 6-3 con il break determinante che la porta a un terzo set che la vede di nuovo in fiducia e sempre più aggressiva. La slovacca, invece, rincorre sempre di più.

Ma entrambe lottano e l’equilibrio è sempre più consistente: i match point per tutte e due non mancano. Non si riesce ad intravedere come andrà a finire e tutto il pubblico è con il fiato sospeso, ma Daria comincia a prendere dei rischi paurosi, anche eccessivi, che però la premieranno garantendole il 6/4 che la incorona regina del Connecticut al quarto match point che è quello buono. Il segreto per la vittoria? Lo svela in conferenza stampa quando afferma di essere sempre stata convinta di poter vincere contro le sue avversarie, anche le top ten più forti e sopra di lei in classifica. Ovvero credere nei sogni con ostinazione porta al conseguimento del risultato e questo è un grande messaggio e forse il migliore degli esempi che una tennista così giovane possa dare a tutti gli amanti del tennis; ma anche Dominika non è da meno al riguardo e la loro statura più minuta (1 metro e 61 Dominika, 1 metro e 66 Daria, entrambe giovanissime poi: classe ’94 la russa naturalizzata australiana e classe 1989 la slovacca) rispetto ad altre tenniste invita a puntare l’attenzione non sul fisico, ma sul loro talento puro e così esplosivo a tratti.

In realtà crediamo che la differenza nella finale del Wta di New Haven Daria l’abbia fatta con lo schema di gioco. Innanzitutto, però, prima occorre evidenziare la determinazione di entrambe, che hanno dimostrato di avere un carattere e una personalità esemplari ed encomiabili, diventando due delle tenniste più lottatrici e stacanoviste del circuito, che non si possono non apprezzare e stimare al di là dei risultati e dei singoli match. Poi, ovviamente, non possiamo non riportare la delusione della Cibulkova. Ma una riflessione merita l’atteggiamento in campo della Gavrilova. Un’attitudine che abbiamo visto variare come il punteggio. La Gavrilova parte molto bene, aggressiva e in attacco e mette in seria difficoltà la Cibulkova e si porta in vantaggio nel punteggio. Poi, però, da metà primo set cambia qualcosa. Ovvero Daria accetta di più lo scambio lungo da fondo e rischia troppo: lei sbaglia e, intanto, mette in partita l’avversaria facendola palleggiare troppo. Convinta di poter vincere, come sempre fino a quel momento, gli scambi, in realtà ha permesso alla slovacca di trovare il ritmo di gioco; mentre venendo in attacco glielo toglieva, anche se certo per lei significava un maggiore dispendio di energie. Perseverando su questa strada rischiava veramente di perdere la finale, insistendo anche troppo sul dritto della Cibulkova. Poi ha capito e ritrovato la giusta tattica ed è venuta di nuovo tanto a rete, mostrando un’ottima attitudine con smash e volée. Inoltre ha puntato più sul rovescio di Dominika che, così, ha provato a reagire venendo avanti anche lei, ma è apparsa meno ‘portata’ nei pressi del net. Infine la Gavrilova è emersa per la capacità di spostare l’avversaria e di correre, palesando una mobilità incredibile e davvero sorprendente. La stessa freschezza atletica e fisica che l’ha fatta sobbalzare e saltare nel finale per esultare per la vittoria. Sicuramente deve continuare a insistere su uno schema più offensivo e meno difensivo: sembra davvero una giocatrice da rete. La sua prova migliore, però, l’ha offerta dando dimostrazione di grossa maturità, rimanendo sempre concentrata e mai deconcentrandosi con scatti di rabbia o nervosismo, anche nei momenti più difficili.

Ciò le ha permesso di superare la testardaggine e l’ostinazione a voler rimanere a fondo a scambiare sul dritto della Cibulkova. Certo non sono mancate le sue espressioni ironiche, di soddisfazione e di sollievo nel riuscire a chiudere i punti decisivi. E certo c’è stata per lei anche un po’ di fortuna su un paio di palle con dei nastri volti a suo favore, ma ciò non pregiudica nulla -a nostro avviso- sul suo merito; anche se la Cibulkova ha affermato che, forse, la partita sarebbe potuta cambiare e girare se un paio di punti fossero andati diversamente (a nostro parere lei ha pagato solamente più stanchezza). Sicuramente già molto ‘evoluta’, la Gavrilova non può che crescere ancora e migliorare. Un percorso solamente in salita per lei incominciato agli Internazionali di Roma, nel maggio del 2015, quando riuscì a giocare un ottimo torneo arrivando alle semifinali contro Maria Sharapova, contro cui perse per 7-5 e 6-3. Ciò l’ha portata, in seguito, a raggiungere, il 22 ottobre del 2016, la posizione n.24 del ranking WTA, dopo la sconfitta in finale nella Kremlin Cup contro la connazionale Svetlana Kuznetsova. Piazzamento che ha mantenuto sino al 22 maggio di quest’anno.

Con la vittoria del 28 agosto scorso alla finale di New Haven, infatti, -come detto- è salita al n. 20 del ranking mondiale. Ha fatto piacere vedere quanto per le altre avversarie non ce ne fosse poi molto, data la perfetta forma agonistica e fisica eccellente della tennista di Mosca. Stato atletico al top si potrebbe definire. Così come lo è quello dello spagnolo Roberto Bautista Agut, che ha trionfato al torneo di Wiston-Salem su Dzumuhr con un doppio 6/4 abbastanza agevole. Diventando l’attuale n. 15 del mondo. Di certo, infine, una doppia soddisfazione per Daria, che solo lo scorso 30 giugno 2016 perse da Dominika a Wimbledon al secondo turno per 6/3 6/2.

Ba. Co.

Mayer contro Mayer. Finale tra lacrime
e commozione

Leonardo Mayer

Leonardo Mayer

Tennis, una settimana dopo si gioca negli stessi posti con ordini inversi. In Svizzera scendono in campo gli uomini a Gstaad; in Svezia, a Bastad, invece, è la volta delle donne. In più, nel periodo dell’attentato terroristico (seguito da quello di Ginevra), anche Amburgo vede impegnati i tennisti in un Atp inedito, per la serie Kramer contro Kramer: Germania vs Argentina, per due omonimi a contendersi un titolo un po’ particolare, reso speciale da un “fiocco azzurro”. La finale dell’Atp di Amburgo, infatti, vedeva opposti i due Mayer del torneo: Leonardo (l’argentino) e Florian (il tedesco). Sarà il primo a vincere, dedicando questa coppa al figlioletto che con la moglie assisteva al match in prima fila; visibilmente commosso (in lacrime) ed emozionato, non ha potuto che esprimere la sua doppia gioia per aver trionfato qui e sotto gli occhi di suo figlio. Lucky loser, fortunato lo è stato davvero, dunque, a riuscire a portare a casa il titolo in un torneo così importante. Ma anche molto abile. Entusiasmante la finale. Leonardo non solo ha giocato bene per tutto il torneo, ma è stato protagonista di una finale strepitosa contro Florian Mayer, che le ha provate davvero tutte: ha tentato di attaccarlo, di mettergli pressione, ma veniva passato; ha cercato di sorprenderlo con palle corte, ma Leonardo ci arrivava ed era lui a sorprenderlo con trovate e contro-smorzate eccezionali. Eccellenti, sicuramente, le finte di rovescio, che Florian fingeva di tirare normalmente o in back o in lungolinea, per tentare poi la palla corta; ma i fondamentali e il gioco messo in campo da Leonardo sono stati di qualità superiore: più potenti e più precisi. Semplicemente più ispirato e in forma, rispetto a un Florian apparso più stanco, ma che ha lottato tanto, portando la partita al terzo set, quando ormai sembrava chiusa. Veniva da una semifinale che ha visto il ritiro di Kohlschreiber, ma non è bastato. Non è stato sufficiente neppure l’alto livello di tennis espresso in tutti gli altri match. 64 46 63 il risultato finale, di un incontro che ha entusiasmato il pubblico, esploso in un lungo applauso al termine dello stesso, quasi in una sorta di standing ovation, a ringraziare l’impegno dei due tennisti che si sono spesi generosamente. Primo titolo da papà (di Federico, avuto da Flavia Pennetta come noto) anche per l’azzurro Fabio Fognini all’Atp di Gstaad. Torna a vincere dopo il trofeo conquistato nel 2016 ad Umago (che quest’anno non gli ha portato altrettanta fortuna, dove ha perso dal giovane Rublev). Ottiene una wild card d’oro, dunque, la testa di serie n. 4. Tutto facile, fin troppo, per lui contro il qualificato tedesco Yannick Hanfmann, numero 170 Atp. Fabio rischia di deconcentrarsi. Parte bene e si porta sul 4-1, ma si fa recuperare sino al 4-4 per poi fare di nuovo break e chiudere 6/4; intanto l’avversario entra in partita e il match si fa sempre più lottato ed equilibrato. Il secondo set si chiuderà con un 7/5 insidioso: pericolosi soprattutto i kick di servizio ad uscire sul lato sinistro, che spingono il ligure fuori dal campo, che prende le misure; tiene bene lo scambio, aspettando e costringendo l’avversario all’errore, soprattutto con il suo rovescio e tentando anche delle smorzate. Sicuramente da sottolineare lo scenario idilliaco che li circondava: tanto verde e casette di legno, come baite di montagna circondate da monti floridi, a dare un senso di pace e poi il volo di aeroplani con la bandiera svizzera a disegnare in cielo un cuore. Non è mancato il vento, che ha fatto volare l’ombrellone del giudice di sedia, subito prontamente afferrato e chiuso. Episodi curiosi che hanno rallegrato un po’ l’atmosfera.

Particolare anche la finale del Wta di Bastad, in Svezia. Tra la danese Caroline Wozniacki e la ceca Katerina Siniakova. Sarà quest’ultima ad avere la meglio, ma molte e troppe le occasioni sciupate dall’ex numero uno. Caratteristico, soprattutto, il time out medico per due chiesto (contemporaneamente) da entrambe: per il polso sinistro, anche se è parso accusasse dolore e fastidio anche alla mano destra durante il servizio, per la Wozniacki; al tricipite del braccio destro (visibilmente già fasciato) per la Siniakova. La ceca ha chiuso per 6/3 6/4, ma complice una danese molto fallosa e “sciupona”: nel primo set si procedeva in equilibrio e la strada sembrava quella dell’essere destinata al tie-break; invece, sul 4-3 (dopo aver già recuperato dal 4-1), con un doppio fallo orrendo, la Wozniacki ha regalato il primo parziale alla giovane avversaria. Poi l’interruzione per time out medico (dopo quella per pioggia). La danese sembra partire bene e va subito 3-1 nel secondo set, ma non sfrutta l’occasione per dare il colpo definitivo alla ceca, un po’ spaesata e sorpresa, per allungare al terzo set l’incontro; ed è di nuovo parità sino al break decisivo per chiudere 6/4: ma molte le palle del set point e i match point annullati. Comunque positiva la notizia del ritorno di Caroline, che gioca un buon tennis anche se a tratti appare un po’ confusa e in difficoltà. Sicuramente non al 100%, forse per lei si tratta solo di recuperare il top della forma fisica per diventare ancora una volta, di nuovo, competitiva come un tempo, quando raggiunse la vetta del ranking mondiale. Forse l’interruzione pe pioggia non le ha giovato, ma sicuramente è stata la rapidità di gioco (in pressione) della Siniakova a creare problemi alla danese, togliendole ritmo, continuità e regolarità con la sua solidità.

“Words and pictures” di Schepisi: la rivalutazione di parole ed immagini

“Words and pictures”, parole e immagini, è il film per la regia di Fred Schepisi che vede protagonisti Juliette Binoche e Clive Owen (doppiati egregiamente rispettivamente da Emanuela Rossi e Massimo Rossi). Rispettivamente nei panni di due docenti: lei di Arte avanzata e lui di Inglese, alias la professoressa Dina Delsanto e il professor Jack Marcus. Presentato in anteprima alla 38ª edizione del Toronto International Film Festival nel 2013, il film è incentrato su un divario di visioni contrapposte.

Parole vs immagini, quale è più potente? Per riscoprire il valore di ciò che comunichiamo ed esprimiamo. Ha ancora senso tale dibattito o è “una guerra insensata e artificiale” come viene definita? E, soprattutto, un’”unità di intenti” è possibile e raggiungibile? Già di per sé una questione complessa, la situazione si ingarbuglia quando ci si mette anche l’amore a complicare le cose. Interessante, infatti, è soprattutto quello che viene indicato dal titolo del film, che mette una “and”, la congiunzione “e”, ad unire -e non separare- i due universi delle parole e delle immagini, della letteratura e dell’arte. C’è una via di mezzo percorribile, d’equilibrio allora –forse- tra i due opposti. Ma è davvero così? Quale è e da che cosa è data? E, soprattutto, come raggiungere questa “mediazione”? “Tra dire e il fare c’è di mezzo il mare” afferma il detto popolare.

Allora tra le parole e le immagini c’è la cosiddetta “rivalutazione”, che rima con rivoluzione, da intendersi anche come il rivalutare l’importanza dell’azione, cioè del fare qualcosa per l’altro; invece di farsi la guerra appunto, venirsi incontro e cercare di capirsi veramente. Interessante, però, la venatura fresca ed attuale (ancora ad anni di distanza dall’uscita) del film: dietro la centrale ed apparente discussione filosofica, etica, letteraria, artistica, morale, etimologica e un po’ deontologica e semantica, vi sia una critica sociale modernissima; ma anche individuale ed esistenziale sul senso stesso della vita. Si parte certo un po’ dai luoghi comuni, che si intende sfatare crediamo: “Un’immagine vale più di mille parole” – come sostiene la professoressa Delsanto -, perché “le parole sono trappole, menzogne, sono il vero problema e non bisogna fidarsi di esse, mentre l’arte è il talento della creatività”; oppure, dall’altra parte, il professor Marcus che ricorda come anche nella Bibbia si citi che “in principio era la parola”, il Verbo, di cui c’è bisogno per comunicare e inventate per questo e sono “verità” – lui ritiene-; anche se – all’epoca degli uomini delle caverne – vennero prima i segni, le immagini, delle parole – sottolinea Dina-. Allora, paradossalmente, il rischio è di estremizzare e degenerare, rischiando di dimenticare l’essere umano, di assolutizzare concetti “astratti” senza estrapolare il vero valore racchiuso in essi. “Un uomo vale più delle sue parole e una donna più della sua immagine”? – occorre chiedersi -. E in questo ci si riscopre simili. In una società contemporanea in cui i principi morali si sono un po’ persi, anche la letteratura e l’arte sono un po’ sofferenti: metaforicamente Marcus soffre di alcolismo e la Delsanto di artrite reumatoide. Non solo. Lui lotta affinché i suoi alunni non siano attenti solo ai voti o dipendenti dalle nuove tecnologie e succubi dei media, che atrofizzano il loro pensiero oltre che il loro fisico; “perché è un po’ come dare del semolino se si può offrire una bistecca”, ritiene lui con una similitudine simbolica. Il consumismo, i centri commerciali, Internet e i nuovi mezzi di comunicazione offuscano le loro menti. Vuole, invece, che siano esseri liberi e indipendenti.

E, a tale proposito, parlando di consumismo, curioso come il termine che dovrebbe fare da comune denominatore e trait d’union tra parole ed immagini, ossia “rivalutazione”, abbia una connotazione economica; il dizionario spiega il vocabolo con tale definizione: “In campo economico il termine rivalutazione indica l’aumento del valore nominale di un capitale nel corso del tempo, in virtù di automatismi (ad esempio la rivalutazione del trattamento di fine rapporto, il cui il tasso di rivalutazione è fissato dal codice civile) o dell’andamento di determinati indici. Le rivalutazioni automatiche in genere consentono di conservare sostanzialmente il valore reale del capitale”. Ma il passaggio dall’ambito finanziario a quello umano, il passo è breve. Ed ecco che la professoressa Delsanto invita i suoi studenti a porre il proprio interesse al “percepire nel cervello e nel cuore l’emozione” suscitata da ciò che hanno di fronte agli occhi: l’attenzione al “sentire”, alle sensazioni, ai sensi. Ed è allora che, quando lui ricade nell’alcool, vogliono togliergli la rivista che curava con i suoi ragazzi: per Jack è come un po’ sottrargli l’uso della parola e quindi la libertà d’espressione, d’opinione, proprio a lui che tanto ama l’uso del linguaggio e la comunicazione verbale e scritta. La rivista viene definita “una vetrina per il suo ego”, ma si andrà oltre il semplice stabilire cosa valga di più tra parole e immagini.

Da un semplice dibattito, ne nascerà un vero e proprio processo. Infatti tutto cambierà quando – sempre a proposito di attualità e contemporaneità del film – sia le parole che le immagini non vengono usate, ma abusate, in un caso di bullismo scolastico. Non c’è da riabilitare solo la rivista e il suo valore, dunque, ma l’importanza del peso attribuito a parole e immagini. Se conta fare bene una cosa per Dina e se Jack si ritiene “non un brav’uomo, ma un buon professore, che lotta per questo con ogni mezzo”, il loro impegno sarà davvero comune. Vediamo allora che, da un lato, lei rafforza il suo fisico con esercizi di palestra, lui facendo squash e calcetto. Pertanto dare nuova dignità a ciò che rappresentano simbolicamente.

Perché c’è qualcosa da (ri)scoprire. Il professor Marcus può rimanere a corto di parole e la Delsanto imparare non più a dipingere quello che vede, ma a vedere quello che dipinge, eppure possono arrivare a comprendersi meglio se riescono a cogliere che c’è una sola verità assoluta da apprendere: il credere nell’altro e avere fiducia in lui, (af)fidandovisi. Lui non può diventare “credibile” e “affidabile” se si fa grande con la poesia rubata la figlio: quando si mente, si perde la fiducia dell’altro in noi, che non ci crede più e allora anche noi tendiamo a non creder più a ciò che ci dicono e le parole perdono senso. Così come, se non si sente con il cuore e con la mente -ascoltando davvero l’altro- non si può arrivare a rappresentare con le immagini qualcosa che renda giustizia -non esprimibile a parole- a ciò che proviamo e sentiamo.

Ciò che dipingiamo e/o diciamo non è poi così diverso da ciò che siamo veramente in fondo, nell’essenza più profonda di noi stessi e della nostra universalità. Ma, a proposito di rivalutazione, è solo con il tempo e con l’esperienza che arriviamo a capire veramente chi siamo, persino a cambiare. Ed a riuscire ad esprimere meglio le nostre emozioni e sensazioni più vere. Ad essere persone migliori e più civili, più autentiche e pure –come il fascino dell’arte e la bellezza della parola applicate a un vero significato. A proposito di semantica e di glottologia allora. Potremmo dire che non conta tanto il significante, ma il significato, non il contenente, ma il contenuto, non la forma, ma la sostanza, non l’apparire ma l’essere, non ciò che racchiude, ma ciò che c’è all’interno (di noi, del nostro animo umano, del nostro cuore e nella nostra testa): perché quello non può essere finto, o ingannare o essere mascherato e camuffato. Come uno specchio che dice chi siamo e non possiamo fare finta di non vedere o sapere, anche se possiamo raccontarci verità diverse (di comodo, anche per non soffrire). Inutile negare un fatto ovvio come un sentimento, amore o altro che sia.

Quello che davvero fanno e sono in grado di compiere parole e immagini è l’andare oltre i limiti causati dalla malattia o da un (pre)giudizio morale dettati da un handicap fisico e da una chiusura mentale. Perché –poi- criticare significa anche fare autocritica: la migliore e più oggettiva delle analisi, per un’obiettività che porta alla vera interpretazione e comprensione. A cosa dare la priorità allora tra etica ed estetica?

Ba. Co.

“Black or white”:
questione razziale in una famiglia afroamericana

BLACK-OR-WHITE“Black or white”. Non è la canzone di Michael Jackson, ma un film profondo con Kevin Costner quale protagonista, per la regia di Mike Binder. Sembrerebbe un prodotto incentrato sul razzismo invece in ballo c’è l’affidamento di una bambina.

Su questo si regge. Fino a che la querelle in tribunale non sfocia nell’assalto verbale feroce ed anche nella violenza, degenerando appena viene pronunciata la frase ‘negro di strada’, con cui si definiva lo stesso padre (molto assente) della bimba e che fa passare per razzista il nonno (materno) della piccola (molto presente). “Qualcosa di odioso” –come lo definisce il personaggio di Kostner stesso- che non avrebbe mai dovuto dire, ma che non fa di lui un razzista. Il colore della pelle diverso é la prima cosa che si nota, eppure non è il primo pensiero che conta, ma il secondo o il terzo. Notare il colore della pelle fra neri e bianchi é come essere colpiti dal seno di una donna quando la si vede per la prima volta: non fa di te un pervertito. Ma un essere umano -aggiungiamo noi-. E se più volte viene ribadito al genitore della bimba che non è l’essere bianco o nero a fare la differenza, ma l’importante è il fatto di essere un padre, vediamo che le due comunità sono integrate e speculari.

Quelle del nonno e del papà sono due anime simili, tormentate e fragili. Il primo ha i soldi, ma ha perso la moglie e la figlia: la nipotina è l’unica cosa che gli resta. Alcolista, si rifugia nell’alcool perché non sa piangere per la scomparsa delle sue persone care, non riesce a versare lacrime o riempire il senso di vuoto, di solitudine e di non essere all’altezza o di temere di non riuscire a farcela da solo; vuole crescere la nipote al meglio possibile, ma non sa come fare e ha paura di non riuscire a poterla proteggere abbastanza. Il genero é pieno di debiti, con la fedina penale sporca, drogato, si sente inadatto a fare il padre ed occuparsi della figlia, incapace di trovare equilibrio e stabilità; ma ha una famiglia.

Dunque il binomio del titolo ben mostra la somiglianza e il parallelismo tra le due situazioni, più che contrapporle. Tanto che il rimando alla canzone di Michael Jackson è molto adatto: un nero che voleva diventare bianco e la cui carnagione mulatta ben descrive la multiculturalità della società afroamericana intrappolata nella criminalità che le affonda entrambe. Sia Elliot Anderson (Kevin Costner), che il padre della piccola Eloise (Reggie, alias l’attore André Holland), finiranno per essere travolti dai sensi di colpa e di inferiorità. L’uno riterrà l’altro migliore e più meritevole, per cui Reggie farà un passo indietro chiedendo per Anderson l’affidamento esclusivo della nipote.

Viceversa Elliot riconoscerà i suoi limiti (il vizio di bere troppo). Intanto tra i due contendenti la custodia di Eloise, c’é la nonna materna Rowena (Octavia Spencer), che vorrebbe lei potersi occupare della piccola, ma sembra arrendersi e riconoscere la vittoria del nonno e la loro sconfitta: sua e del figlio immaturo e irresponsabile che deve crescere e non ha saputo difendere ‘il suo sangue’. Mentre c’è attesa per il verdetto finale, accade un episodio tragico che sconvolgerà le vite di entrambi portando chiarezza. Reggie ha bisogno di soldi e li pretende da Anderson (giurando poi di andarsene per sempre dalle loro vite), minacciando di portargli via la nipote (lui infiltratosi a casa di Elliot dove non avrebbe dovuto entrare né tanto meno avvicinarsi alla bimba), sua figlia; lui sotto effetto di stupefacenti e il nonno di Eloise ubriaco. Ne nasce una lotta, che mette in serio pericolo Anderson, che cade in acqua in piscina e rimane incastrato nei lacci del telone di copertura. Intanto Eloise dorme beata e viene raggiunta dal padre che vede l’ultimo disegno che ha fatto: un ritratto di loro tre tutti insieme.

Il sogno di un mondo d’unione e fratellanza in cui poter rappresentare il concetto e l’idea di famiglia. Allora correrà a salvare l’altro in pericolo, dopo la guerra violenta e fratricida di cui erano stati protagonisti. La violenza (simboleggiata dall’arma del coltello preso da Reggie), di chi con auto distruttività annulla il diverso e non lo rispetta, di una società dove non c’è integrazione. Ma è proprio allora che ci si riscoprirà uguali ed esseri umani con le proprie debolezze. Basterà a portare pace? Di certo molto bello il finale con l’immagine in primo piano di Eloise che ne è l’emblema: il frutto dell’unione di entrambi, sintesi perfetta. Il futuro, dopo tante vite umane sacrificate. Anderson non riesce a sopportare che la figlia diciassettenne sia morta di parto per una malattia cardiaca, rimasta incinta di Reggie che aveva 23 anni. Tragedia poi seguita alla scomparsa in un incidente d’auto della moglie. La convivenza é difficile e lo scaricare sull’altro le responsabilità e le colpe più facile. Reagire e farsi forza difficilissimo. Ma questo lo è a prescindere che si sia bianchi o neri, sembra sottolineare il film. Forse può diventare un’aggravante in più, ma è un elemento che prescinde da un odio di fondo incontrollato spesso che ha altre origini: personali, più profonde, più umane, più intime e private. Più familiari. La motivazione razziale è una scusante per sfogare una violenza e una rabbia interiori, recondite, più complesse, rimosse persino, derivanti da traumi molto umani invece quelli.

Così come la paura di vivere é la stessa per tutti. Più che giudicare occorrerebbe confrontarsi pacificamente alla pari, quello che un po’ andranno a fare i protagonisti. Un triangolo anomalo e insolito di due nonni e un papà, almeno quanto il processo in tribunale che li vede protagonisti. Anche se poi tutto è riconducibile a un binomio; il “black or white” del titolo richiama e sembra ricordare il “tutto o niente” comune, ovvero o la bimba e il suo affidamento o il totale fallimento personale e individuale. Eloise rappresenta la voglia di riscatto e, per questo, più che un’accusa e una difesa sembrano esserci due difese che paiono volersi giustificare e cercare l’approvazione sociale (comprensione e forse compassione) per i propri sbagli ed errori. Per loro la piccola significa non essere dei falliti e inutili, è la sola cosa per cui valga la pena di lottare, per loro così remissivi e rassegnati allo sconforto totale quasi. Perché la famiglia e le origini non si possono cancellare o annullare come i debiti o i reati criminali, per cui si è pagato lo scotto.

Ma la pace, l’accordo e l’alleanza, ovvero la solidarietà, la vicinanza, la fratellanza, l’amicizia, l’aiuto reciproco sono difficili da raggiungere. In mezzo spesso vi sono questioni di orgoglio, di principio e di dignità, che si pretende e che si vuole far rispettare, ma che poi con essa ha poco a che fare poiché spesso é proprio il rispetto per la persona umana a mancare. Come la capacità di chieder ‘scusa’ e di sfruttare le occasioni che la vita e gli altri ci danno, senza deludere né le aspettative né la fiducia di chi ci vuole venire incontro. Aiutarsi reciprocamente sembra, al contempo, la cosa più facile e difficile da fare. La scelta più dura da prendere, anche se quella più giusta ovviamente. Anche per questo il tema affrontato dal film è quanto mai attuale, soprattutto alla luce dei nuovi scenari internazionali e dei neo equilibri geopolitici mondiali apertisi e creatisi, proprio anche con l’America.

Ba. Co.

Wind Summer Festival. Oltre la musica con il Premio Unlimited Summer

wind-summer-festival-ph-danilo-d-auria-1Anche quest’anno una nuova edizione del Summer Festival, in diretta da piazza del Popolo a Roma. Per quattro serate come al solito. Quest’anno, però, lo sponsor ufficiale non è più la Coca-Cola ma la Wind. Cambia nome in Wind Summer Festival, ma non la conduzione di colei che, ormai, ne è diventata l’icona emblematica: Alessia Marcuzzi, che con la sua presentazione frizzante ha dato un’impronta fresca al festival musicale. Questa manifestazione è un po’ diventata casa sua. Sul palco in jeans, canottiera bianca e giacca morbida, il suo abbigliamento dice questo: casual molto più che elegante, per dare vicinanza e senso di ‘comunanza’ e non ‘istituzionale’. Il pubblico in piazza è un ospite gradito da trattare con cura. L’atmosfera di amicizia è più forte, anche perché la sensazione di gara è andata di molto scemando rispetto allo scorso anno. Il 2017, infatti, non solo ha portato una nuova radio-partner (105 invece che 102,5); anche i co-conduttori sono rinnovati e Angelo Baiguini e Rudy Zerbi non ci sono più, “sostituiti” da Daniele Battaglia e Nicolò De Vitiis. E, in più, lo sponsor ufficiale della Wind ha fatto del neo Wind Summer Festival una nuova versione dei Wind Music Awards, presentati da Carlo Conti e Vanessa Incontrada in diretta dall’Arena di Verona; non solo per gli ospiti presenti (che coincidono per molti versi), ma per la minore preponderanza data alla competizione, che passa quasi in secondo piano rispetto al lancio di ‘ultimissime’: notizie in anteprima anche a carattere più personale e non solo artistico. Non c’è più infatti “la canzone della serata”, ma solo quella “dell’estate” finale, decretata al termine delle quattro puntate. Anche la gara dei giovani ha visto (almeno nella prima puntata) poco spazio dedicato: è passata molto in rassegna rapida; si affrontavano Amara, con la sua delicata e impegnata “Grazie”: un inno alla vita e un ringraziamento per ogni cosa ricevuta, un invito ad apprezzare tutto ciò che ci arriva e a vivere sino in fondo intensamente ogni momento; una sorta di testo simile al “Grazie mille” di Max Pezzali (che tra l’altro è stato il primo ad esibirsi con la sua “Le canzoni alla radio”, quanto mai adatta alla circostanza). Dall’altra parte il duo de “I desideri” con la loro “Uagliò”. Alla fine ha vinto il rap tutto ritmo ed energia (in stile Rocco Hunt) de “I desideri” appunto. Peccato per Amara, di nuovo un po’ penalizzata e non apprezzata in toto: forse le parole sono forti (in quanto cantautrice di talento), ma la melodia che sceglie non è così incisiva.
Lo avevamo detto che il Coca Cola Summer Festival sarebbe dovuto cambiare per non rischiare di cadere in un impasse. E infatti molte modifiche innovative sono state apportate. Migliorative o peggiorative non sta a noi giudicare né criticare. Ci pare sicuramente positiva l’introduzione del Premio Unlimited Summer, per gente comune che ha saputo superare e dato prova di essere capace di andare oltre i propri limiti. Un esempio sicuramente positivo fornito.
Di certo è sempre più forte il peso della Wind, che surclassa altri operatori telefonici quali ad esempio la Vodafone. Tra l’altro quest’ultimo, proprio in concomitanza delle serate di registrazione a piazza del Popolo a Roma a fine giugno (poi trasmesse in tv a luglio, come consuetudine), aveva lanciato un’offerta per fruire della musica in streaming su cellulare senza consumare giga: Vodafone Pass Music (tra i servizi inclusi, inoltre, anche Radio 105 e la stessa 102,5), ‘pass’ come ‘passion’, che sicuramente ben descrive ciò che fa vivere il Summer Festival. Ed è in nome di questa passione che unisce tutti gli artisti (come accaduto già ai Wind Music Awards), che i cantanti hanno partecipato quasi per annunciare le ‘ultimissime’ novità che li riguardano più da vicino e non esclusivamente discografiche. Per cui Fabio Rovazzi fa (in diretta) la videochiamata a Mia (la figlia della Marcuzzi), che non fa che cantare ed ascoltare tutto il giorno questo brano per invitarla a sentire anche altra musica. Gianna Nannini annuncia l’uscita del nuovo disco, prevista per il 27 ottobre prossimo, anticipando solo il titolo che sarà “Amore gigante”. J-Ax e Fedez, in duetto con “Senza pagare”, festeggiano il 2017 come un anno straordinario, il loro anno fortunato, anche e soprattutto per i traguardi personali: il primo è diventato papà il secondo sposerà la ‘sua’ Chiara. Giusy Ferreri si mostra orgogliosa e raggiante con il suo pancione e spiega, radiosa, che sarò una femminuccia e si chiamerà Beatrice e scalcia forte a ritmo di musica: una nuova cantante doc? Nina Zilli rivela che il nuovo singolo “Mi hai fatto fare tardi” non è che un’”anteprima” del disco previsto per il primo settembre. I Tiromancino spiegano, tramite Federico Zampaglione, di essere divisi a metà tra il progetto discografico con il successo di “Dove tutto è a metà” e quello editoriale di un nuovo libro di cui Zampaglione stesso è co-autore. La novità assoluta è rappresentata dallo spopolare sul palco (forse per la prima volta) anche di musica per i più piccoli, con Cristina D’Avena e le sue sigle di cartoni animati, in un medley dei suoi più grandi successi (di ieri e di oggi): “da “Mila e Shilo”, a “Occhi di gatto” a “L’arrembaggio” a “L’estate migliore che c’è”. Per il resto non sono mancati: Elisa con “Gli ostacoli del cuore”. Giorgia con la sua “Credo”, estratta dall’album “Oro nero” che ha definito “sincero”. Francesco Renga e la sua “Nuova luce”. Paola Turci con “La vita che ho deciso”. Fabrizio Moro e il nuovo singolo “Andiamo”. Alex Britti, tornato con “Stringimi forte amore”. Fiorella Mannoia con “Siamo ancora qui”, che concluderà il tour il 17 settembre all’Arena di Verona, per poi partire a novembre per l’Europa (Londra, Parigi, Bruxelles). Giovani come Riki e la sua “Polaroid” (vero tormentone estivo). Oppure il trio di Benji e Fede con Annalisa in “Tutto per una ragione”. O il duetto assolutamente riuscito di J-Ax con Nek in “Freud”. i ‘ritornati’ The Kolors e la loro “Crazy”. O ancora, star internazionali come LP e la sua “Strange”. Od Ofenbach e “Be mine”, che ha fatto ballare tutti. O Jax Jones e “You don’t know me”. Il vero momento di spettacolo lo ha offerto Gabry Ponte, con la sua nuova “Tu sei”, con una coreografia sofisticata e tanti effetti scenografici, tutto ritmo da dj e ballo, con cui ha cercato di far scatenare il pubblico con musica disco, che va sempre forte d’estate; affiancato da Favji e Giulia Penna.

ll mestiere della vita. Tiziano Ferro dopo il tour live all’Olimpico di Roma

tizianoferro“In un mondo abituato al volume alto e che non ha più tempo per ascoltare nessuno ho risposto cosi, a voce bassa con una canzone che parla di quelli che a un certo punto hanno bisogno di tirare le somme”. Così Tiziano Ferro sul suo sito ufficiale parlava e descriveva la sua ultima fatica del nuovo album “Il mestiere della vita”, annunciato dal brano “Potremmo ritornare”. La frase, infatti, descrive tutto l’obiettivo dell’intero disco, non solo del primo brano (che dà il titolo al cd) o del secondo citati, che sono emblematici del lavoro che ha creato. Guardarsi intorno, descrivere la società che lo circonda in cui vive, ‘il mondo in cui tutto corre veloce, si è sempre di fretta e non si ha più tempo per l’altro’ parafrasando le sue parole. E non solo l’amore. Cercare di dare risposte a chi cerca punti di riferimento e certezza, tentando di orientarsi nel caos e di fare ordine nella confusione, di fare il quadro della situazione, di ritrovarsi e capirci qualcosa nel disorientamento frastornante di una società che dà fin troppi stimoli e pressioni. Bisogno di chiarezza (“di tirare le somme” -come dice lui -) da fare con umiltà (“a voce bassa”), stile che lo contraddistingue. Tutto questo ha cercato di fare. E il carattere principale della sua esibizione live, durante la tappa del tour allo stadio Olimpico di Roma, é stata la semplicità. Quest’ultima connotazione riconducibile all’intimità peculiare del tono del suo concerto. Il cantante di Latina (ha ringraziato tutti gli affezionati venuti da lì) vuole che ogni data sia ‘sua’ e dei suoi fan. Non invita artisti per duetti (cosa insolita apparentemente, ma Ferro non lascia nulla al caso) forse anche per questo, ma non si risparmia. Quest’anno soprattutto in particolare. Il 30 giugno il live é partito con una sorta di pensiero riflessione dedicato al suo pubblico, un regalo con cui ha voluto parlare di cosa sia l’amore: quel sentimento che non ferisce mai né toglie la dignità. Anzi il contrario. E ‘il mestiere della vita’ è un po’ anche quello di ‘salvaguardarlo’ non dimenticandoci mai questo. Poi ha cominciato a cantare in carrellata tantissimi brani da tutti i suoi album. Il primo ovvio proprio “Il mestiere della vita” estratto dall’omonimo cd. Il colore preponderante del concerto é stato un po’ il fucsia, ma anche molte luci colorate di viola, giallo, azzurro molto accese. Mentre tutte le canzoni estratte dal disco uscito in questo 2017 hanno visto dominare il verde e filmati in cui lui è come venisse proiettato in un’altra dimensione tridimensionale e più ‘digitale’, meno ‘analogica’. Dal punto di vista melodico assolutamente ritmo accelerato e intenso, velocissimo per dirla con la sua “Lento/veloce”, per una quantità davvero innumerevole di testi, ma soprattutto sonorità più elettroniche e acustiche a rivisitare un po’ le versioni originali. Molti cambi d’abito, ma innanzitutto si è voluto fermare un attimo per riflettere su una battaglia vinta: quella ai terroristi che vorrebbero impedire e ostacolare questi mega eventi di ‘massa’. E se duetti non ce ne sono stati, un ospite d’eccezione sì, una sorpresa che Ferro ha voluto fare a tutti gli spettatori partecipanti, una sorta di duetto sui generis che ha fatto della tappa del 30 giugno un evento assolutamente particolare e unico nel suo genere. Tiziano ama stupire evidentemente e c’è perfettamente riuscito. Inaspettatamente, dopo aver rivolto (nella data del 28) un ringraziamento speciale a un ‘eroe buono’ quale Francesco Totti (e detta da un laziale non è affatto poco), che ha dato un esempio non solo per il mondo del calcio con la sua umanità e generosità, per il bene che é riuscito a costruire, ricordando un dovere che hanno tutti quelli come lui, lo ha invitato direttamente al concerto. Il cantante di Latina non si è limitato al ringraziamento speciale, ma lo ha fatto intervenire e salire con lui sul palco per dare un messaggio di speranza. Un impegno di solidarietà con alle spalle lo stand Avis: ovvero in anagramma ‘visa’ come una carta di credito con cui vestirsi e tesserarsi di ‘vicinanza solidale’ in segno di amicizia e fratellanza, “valore assoluto” per citare l’omonima canzone di Ferro di un ‘principio assoluto’ fondamentale di uguaglianza. Non c’è differenza tra laziale e romanista, esiste solo Roma, capitale e caput mundi di ‘quello che tutti al mondo chiamiamo universalmente amore’ nella sua forma più alta e nel senso più cast del termine. Totti non aveva parole, ma ha rubato apparentemente la scena per un po’ a Tiziano seppur visibilmente e fortemente emozionato. Poi Ferro ha stemperato l’atmosfera. Tensione sfogata da Totti con un semplice “grazie”. Quasi fosse venuto lì per rivedere ancora una volta la città che tanto gli ha voluto bene, per dare quel 10 ( e lode dovremmo dire citando il 10e lotto della pubblicità di cui è protagonista), per rammentare -come dice nello spot- che “per vincere occorre partire con il piede giusto” quello usato da lui per fare goal, ma anche da Ferro nella copertina del suo “The best of” (del 2014), in cui scalcia con la testa china mentre sorride quasi a ironizzare e ridere e sorridere dei guai e vivere tutto con più leggerezza. Due campioni insieme. Davvero. Spettacolo migliore non poteva esserci. Un solo commento possibile: tanto di cappello. Ed, infatti, non a caso, dopo l’apparizione di Totti, Tiziano ha concluso la sua esibizione con un inchino con la testa a fine canzone, quasi a significare di ringraziare inchinandosi davanti a tanta bontà d’animo di una bella persona come Francesco: “allora lo dico io che tuo papà é davvero un grande”, ha detto parlando rivolgendosi ai figli Cristian e Chanel sul palco con loro. Ma anche rimasto affascinato davanti allo splendore dello scenario che gli si apriva di fronte con luci di cellulari accese a fare atmosfera. Ed anche dal pubblico alcuni fan, non rimasti indifferenti alla magia del momento, hanno replicato il gesto spontaneamente, d’istinto, a specchio in automatico. Una festa che neppure un po’ di pioggia e di maltempo hanno potuto e sono riusciti (fortunatamente) a guastare e rovinare. A proposito di momenti topici (o epici dovremmo dire citando la canzone ‘Epic’ di Tiziano) sicuramente uno é stato quando si è esibito nella cover di “Mi sono innamorato di te”, brano che ‘sente’ molto. Sarebbe stato bello se avesse cantato la rivisitazione di “Arrivederci Roma”, magari reinterpretandola con Totti. Se una cosa é mancata é stato un ultimo calcio di pallone (possibilmente autografato anche dai due perché no?) al pubblico da parte di colui che resterà per sempre il Capitano simbolo della Roma, perché la fede calcistica é come la passione per la musica: una sorta di fede di tipo religioso quasi che non svanisce mai neppure finita “un’esperienza”. E tanta musica continuerà ancora a regalare Tiziano Ferro in giro per tutta Italia e all’estero durante la sua tournée.

Ba. Co.

Tutto può succedere,
il fnale. Già al lavoro sulla terza serie

tuttopuosuccedere2-finaleTutto può succedere. Nuove verità da scoprire. Ma bisogna sempre sapere scegliere. Un dovere irrinunciabile per vivere. Ma l’infinità di opportunità a disposizione é sorprendente. L’ultima puntata della seconda stagione della fiction “Tutto può succedere” lascia intravedere proprio questo. Non poteva finire meglio: con il matrimonio (finalmente!) di Feven e Carlo, quasi una foto di famiglia (cui spesso tali fiction ci hanno abituato ad assistere -pensiamo ad esempio a “Un medico in famiglia”). Tutta la famiglia unita: “questa è bella” -dice Emma Ferraro-; “tutto questo (amore e affetto vero e puro) è bello”, -replica Ettore Ferraro.
Ma per arrivarci occorre prendere decisioni importanti davanti a un duplice bivio: la famiglia o i soldi?, ad esempio é uno di essi. Per questo discutono i fratelli Alessandro e Carlo: il primo vorrebbe vendere il Gran Control per fare un affare economico da sei cifre; il secondo non ne vuole saperne perché certe cose non sono in vendita. E così anche Ale imparerà che certi valori, ideali, affetti non si possono contrattare e apprenderà a chiedere ‘scusa’ e dire ‘grazie’ per questo al fratello. Ma non è solo ciò che ci viene trasmesso dalla fiction. Spesso -ci fa riflettere Sara – é la felicità a trovare noi e sconvolgerci la vita più che il contrario. Intanto, se il romanticismo ci mette di fronte coppie divise a metà tra due amori (prima Feven tra Valerio e Carlo; poi Sara tra Elia e Marco; infine Giulia tra Luca ed Alberto), l’unica certezza é che bisogna essere disposti a tutto per stupire e (ri)conquistare chi si ama, ma amare vuol dire anche fare delle rinunce. E saper accettare l’altro per quello che è. Se vi sono tanti differenti tipi di amore, allora é proprio con Giulia che si arriva alla conclusione che spesso c’é una terza soluzione possibile all’amore di e per due uomini: quello per se stessa e per i propri figli. Scegliere di voler pensare a sé e stare bene, occuparsi di chi ha veramente bisogno di noi come un figlio o una figlia. E sono proprio i più piccoli, come Matilde, a risolvere tutto e trovare le giuste parole, i giusti termini, il modo e il momento più adatto per ogni cosa, anche per le questioni più complicate, complesse, che mettono a disagio gli adulti. Oppure Denis che dice a Marco di non abbandonare la madre, seppure non sia facile stare con lei. Bello il pezzo in cui Ambra (Matilda De Angelis) canta dal vivo la colonna sonora, senza base musicale inizialmente. E la musica è essenziale e fondamentale per dare valore aggiunto. Il senso della serie è quello di vivere la vita sino in fondo, senza paure, essendo sempre se stessi. Infatti nell’omonima canzone dei Negramaro si parla esplicitamente della “vita che non torna più se non sei più tu a viverla così e come piace a te; vivila senza più paure”.
L’impressione é che gli attori abbiano davvero vissuto la serie, interpretandola e ‘sentendola’ e non solo recitandola semplicemente. In attesa della terza stagione a cui si sta già lavorando. Tutto concentrato nell’ultima entusiasmante puntata, qualche retroscena é lasciato aperto (quale futuro per Marco e Sara? O per Stefano e Federica? O per Ale come dirigente dell’azienda di famiglia di Stefano? O per Ambra da musicista? Dimitri sarà felice con la famiglia divisa di Matilde? Giulia e Luca saranno due buoni genitori separati dei due figli, di cui uno adottato?); anche se è forte il senso di riconciliazione. Forse perché si dimostra che si può cambiare ed essere migliori. Insieme. Dopo di che, tutto può succedere.

Ba. Co. 

Internazionali BNL 2017 nel segno (del cambiamento) dei tempi

tennis bnl

IBI 2017: the sign of times. E nel segno dei tempi si svolgerà la 74^ edizione degli Internazionali Bnl d’Italia (dal 10 al 21 maggio), presentata (presso la Sala delle Armi del Foro Italico a Roma) dalle figure istituzionali più coinvolte in questo mega evento sportivo, culturale e sociale, che hanno evidenziato come si sia cercato di mettere in moto un cambiamento epocale. Il “segno dei tempi” non è solo un motto, ma una vera e propria strategia adottata per promuovere la diffusione del valore del torneo e del tennis quale patrimonio culturale italiano (soprattutto per la città di Roma) di una manifestazione che non è prettamente sportiva, ma largamente sociale (ma in cui rientrano anche le Next Gen Atp Finals, il Master della nuova generazione di campioni del tennis mondiale, che si terranno a novembre a Milano e che costituiscono l’altra grossa novità tennistica di quest’anno). “Una punta d’orgoglio” e “il fiore all’occhiello della Capitale”, ha definito gli Internazionali la sindaca Virginia Raggi. Un evento che ha la “freschezza dell’età giovanile e l’autorevolezza dell’età adulta”, “con uno dei contratti di sponsorizzazione più grandi della storia dello sport”, quale appunto la partnership con BNL (rinnovata per i prossimi 8 anni) -ha affermato il presidente della FIT Angelo Binaghi-. L’obiettivo che i vertici della Federazione si sono posti è “allargarne il raggio d’azione per far sì che il tennis sia uno sport sempre più popolare”. I numeri (da record) parlano chiaro. A dare le cifre è stato proprio Binaghi: 15.121 partecipanti alle pre-qualificazioni, “lo scorso anno erano stati 9.019 e il prossimo anno si punta a superare i 20.000. Ci saranno oltre 200.000 spettatori paganti, supereremo il record dello scorso anno con un incasso, di sola biglietteria, di oltre 12 milioni di euro. I dati della prevendita (pari a circa 7.202.261 euro) lo confermano e mostrano un +13% rispetto al 2016. Infine avremo un fatturato di oltre 33 milioni di euro, pari ad oltre 4 milioni di euro per ogni giornata di gara” –ha spiegato il presidente della FIT, che presenta gli IBI per il 17esimo anno consecutivo-. Se a questo si aggiunge che i biglietti giornalieri sinora venduti sono circa 71.246, con un incremento percentuale del 15%, mentre gli abbonamenti sono 1.205, il 3% in più, evidente la crescita esponenziale avuta dal torneo.

Per questo -ha fatto sapere la prima cittadina romana- si è puntato tutto sull’accoglienza. Quest’ultima da intendersi in senso più ampio quale motore di un’esperienza sociale e di socializzazione universale, inclusiva e non emarginante, esclusiva, ma senza che escluda nessuno. A tale proposito da sottolineare la collaterale raccolta fondi di Telethon dedicata ai diversamente abili e ai più deboli e meno fortunati, cui si dedicherà un’attenzione particolare -ha assicurato Luigi Abete, Presidente di BNL Gruppo BNP Paribas-. E poi il collaterale torneo internazionale di tennis in carrozzina, giunto all’ottava edizione: gli Internazionali BNL Wheelchair Tennis, vinti da Daniel Rodrigues, numero 28 ITF. Ma anche il ritorno di Tennis&Friends (che vanta quale presidente onorario Nicola Pietrangeli e vede in veste di madrina Lea Pericoli) il 20 maggio prossimo, dalle ore 10 alle ore 18. Quest’anno alla sua settima edizione e che vedrà l’adesione di molte celebrità: Nicola Piovani, Bruno Vespa, Bobo Vieri, Gianni Rivera, Claudio Amendola, Andrea Lucchetta, Filippo Volandri, Sandrine Testud, Fiona May, Max Biaggi, Potito Starace, Corrado Barazzutti, Dario Marcolin, Roberto Baronio, Stefano Fiore, Carlo Verdone, Paolo Bonolis, Maria Grazia Cucinotta, Rosario Fiorello, Maria De Filippi, Renzo Arbore, Renato Zero, Lorella Cuccarini, Milly Carlucci, Edoardo Leo, Al Bano, Paolo Calabresi, Neri Marcorè, Pietro Sermonti, Adriano Giannini, Filippo Nigro, Edoardo Bennato, Noemi, Dolcenera, Luca Barbarossa, Fausto Brizzi, Andrea Sartoretti, Valeria Solarino, Giovanni Veronesi, Amadeus, Max Giusti, Francesco Giorgino, Veronica Maya, Alessandro Haber, Sebastiano Somma, Jimmy Ghione, Massimiliano Ossini, Roberto Ciufoli, Anna Pettinelli, Mara Santangelo, Stefano Meloccaro, Matteo Garrone.

Un evento sempre più social e interattivo con un canale Facebook monotematico dedicato e specifico quale ‘We Are Tennis’ –come ha ricordato Abete-. “A livello mondiale ha un milione e seicentomila fans. Ḕ il più grande canale tematico di Facebook sul tennis in termini di partecipanti. Anche questo è un piccolo segnale che ci vuole poco, basta un po’ di creatività e un po’ di impegno per far diventare un grande evento sportivo una grande realtà sociale” –ha aggiunto-: ‘We are tennis. We are future,’ -si potrebbe gridare allora parafrasando-; e quello televisivo di Supertennis (visibile su tablet o smartphone, oppure gratuitamente sul canale 64 del digitale terrestre, in HD sulla piattaforma satellitare SKY canale 224 e sul numero 30 di Tivùsat, in streaming on line e con un’app scaricabile per i-phone e i-pad), che ha accresciuto il suo livello di qualità di servizio a livelli massimali; oppure grazie a Sky (SKY Sport2, SKY Sport3, Sky GO); inoltre due quarti di finale, le due semifinali e la finale maschile saranno trasmessi in chiaro su TV8 del digitale terrestre. C’è anche la diretta sulla pagine Facebook di Supertennis, ma sono sfruttati anche gli altri social: oltre a FB, Twitter, Instagram, Instagram Stories e Snapchat; con l’hashtag #ibi17 per commentare, condividere foto, video ed altro. Anche quest’anno il quotidiano degli Internazionali “Qui al Foro” sarà scaricabile e consultabile dal sito www.internazionalibnlditalia.com. Oltre a WI-FI gratuito e un’app ad hoc scaricabile, il torneo potrà essere seguito in diretta anche via radio, grazie alle collaborazioni con RTL 102.5 e Radio Rai.

In materia di servizi, il ruolo della Coni Servizi (rappresentato istituzionalmente dalla figura del Presidente Franco Chimenti e dell’Amministratore delegato Alberto Miglietta), per offrire i maggiori comfort possibili a turisti ed atleti é essenziale: grazie alla joint venture con Trenitalia e Frecce; ma anche di FIT Servizi (nella persona del Presidente Emilio Sodano). Se la collaborazione con l’amministrazione capitolina é più recente, gli Internazionali BNL d’Italia si confermano un evento internazionale con la partnership con BNP Paris Bas (che vi partecipa per l’11esimo anno): dal 2007 “title sponsor” degli IBI è BNL, Banca del Gruppo BNP Paribas, a sua volta da oltre 40 anni partner del grande tennis internazionale. “É come il meccanismo di un orologio che funziona alla perfezione” -ha rimarcato la sindaca Virginia Raggi-, che porta una nuova considerazione anche per la città. Per questo si è voluto che il sorteggio dei tabelloni ufficiali, venerdì 12 maggio, avvenisse in un luogo simbolico quale l’Arco di Costantino. Non solo. Tre campi di minitennis in erba sintetica saranno montati, dal 16 al 21 maggio, presso il Parco della Riserva Nuova, a Ponte Nona, per promuovere il torneo, sensibilizzare e coinvolgere i cittadini del VI Municipio di Roma a questo sport. E tante altre iniziative in programma, che rientrano sempre nell’ambito del “Progetto Tennis in città”, grazie alla stretta collaborazione tra FIT e Comune di Roma. “Il tennis, così, entra nel tessuto sociale, mandando un messaggio positivo per i quartieri più disagiati, arrivando sino nelle periferie e non rimanendo ancorato solo ed esclusivamente nel cuore della città” –ha commentato Binaghi-. Poi c’è la riconquista del Colosseo, testimoniata dalla presenza del Soprintendente Speciale per il Colosseo e l’Area Archeologica Centrale di Roma, Francesco Prosperetti. Infatti domenica 14 maggio, per la prima volta, le stelle del tennis si riuniranno proprio al Colosseo, simbolo della Capitale nel mondo.

Una manifestazione che è anche mondana con le attività organizzate al Villaggio o alla Ballroom “the Night-Sphere”, ma soprattutto sempre più prestigioso; in tale ambito rientrano anche i servizi di Corporate Hospitality e del Club Lounge. Inoltre é di questi giorni la conferma che si sta lavorando concretamente alla copertura del Campo Centrale: l’assessore comunale allo Sport, alle Politiche Giovanili e ai Grandi Eventi di Roma Capitale, Daniele Frongia, ha comunicato che la Raggi ha già firmato un documento in proposito su tale questione: prematura, ma che si sta iniziando ad affrontare con più concretezza; tanto che a breve ci sarà persino anche un incontro con l’assessore all’Urbanistica e gli altri soggetti coinvolti -come si legge sul sito ufficiale degli Internazionali BNL d’Italia (www.internazionalibnlditalia.com). Un ulteriore passo per allargare un complesso già enorme: il Foro Italico vanta 14 campi in terra, di cui 8 per gli incontri di singolare e doppio e gli altri 6 per gli allenamenti. Tutto questo ne fa un motivo d’orgoglio: “Ḕ un dato di fatto che oggi, e molti presidenti lo possono confermare, anche all’estero ci cercano in virtù di questa professionalità, di questo know how che ci viene riconosciuto”, -ha precisato Giovanni Malagò, presidente del Coni-.

Fonte di soddisfazione è anche il fatto che Rod Lever verrà premiato con la Racchetta D’Oro (come annunciato da Nicola Pietrangeli stesso) e che il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, dovrebbe prendere parte alla giornata conclusiva del torneo con le finali maschile e femminile.

Intanto sono arrivati anche i primi campioni: Venus Williams, Maria Sharapova, Roberta Vinci, Andreas Seppi, Stan Wawrinka, Madison Keys, Juan Martin Del Potro, John Isner e Sam Querrey, Dominica Cibulkova e la McHale, Alexander Dolgopolov, Kevin Anderson, Daria Gravilova, Mirjana Lucic-Bartoli, Monica Puig e Jelena Jankovic.

Primi allenamenti per loro, anche a porte chiuse, ma anche i primi forfait: della danese Caroline Wozniacki, per un infortunio alla spalla; della polacca Agnieszka Radwanska, per un problema al piede destro e dell’azzurro Paolo Lorenzi, per un problema al polpaccio sinistro.

Intanto, tra dimostrazioni divertenti e giocose per i bambini, animazione, esibizioni di paddle, sono state assegnate anche le prime wild card. Nel femminile le tre per il tabellone principale sono andate a Maria Sharapova, Sara Errani e Deborah Chiesa, quest’ultima vincitrice del torneo delle pre-qualificazioni. Le quattro wild card per le qualificazioni femminili, invece, –tutte assegnate attraverso le pre-qualificazioni– sono andate a Cristiana Ferrando, Martina Trevisan, Alberta Brianti e Federica Di Sarra. Nel doppio le wild card sono andate a Errani/Trevisan e Chiesa Rubini.

Nel maschile, invece, le quattro per il tabellone principale sono state ottenute da: Andreas Seppi, Stefano Napolitano, Gianluca Mager e Matteo Berrettini (questi ultimi tre l’hanno guadagnata attraverso le pre-qualificazioni, che si sono tenute a partire dal 6 maggio scorso). Tre wild card per le qualificazioni maschili –tutte assegnate attraverso le pre-quali– sono andate ad Andrea Arnaboldi, Salvatore Caruso e Lorenzo Sonego. Ne resta da assegnare ancora una quarta. Nel doppio le wild card sono andate a Bolelli/Seppi e Gaio/Napolitano.

Le qualificazioni si giocheranno sabato 13 e domenica 14. Da domenica 14 maggio, inoltre, avranno poi luogo anche gli incontri del torneo maschile (con otto incontri del main draw) e da lunedì 15 maggio pure quelli del torneo femminile.

Ba. Co.