BLOG
Ba.Co.

“Black or white”:
questione razziale in una famiglia afroamericana

BLACK-OR-WHITE“Black or white”. Non è la canzone di Michael Jackson, ma un film profondo con Kevin Costner quale protagonista, per la regia di Mike Binder. Sembrerebbe un prodotto incentrato sul razzismo invece in ballo c’è l’affidamento di una bambina.

Su questo si regge. Fino a che la querelle in tribunale non sfocia nell’assalto verbale feroce ed anche nella violenza, degenerando appena viene pronunciata la frase ‘negro di strada’, con cui si definiva lo stesso padre (molto assente) della bimba e che fa passare per razzista il nonno (materno) della piccola (molto presente). “Qualcosa di odioso” –come lo definisce il personaggio di Kostner stesso- che non avrebbe mai dovuto dire, ma che non fa di lui un razzista. Il colore della pelle diverso é la prima cosa che si nota, eppure non è il primo pensiero che conta, ma il secondo o il terzo. Notare il colore della pelle fra neri e bianchi é come essere colpiti dal seno di una donna quando la si vede per la prima volta: non fa di te un pervertito. Ma un essere umano -aggiungiamo noi-. E se più volte viene ribadito al genitore della bimba che non è l’essere bianco o nero a fare la differenza, ma l’importante è il fatto di essere un padre, vediamo che le due comunità sono integrate e speculari.

Quelle del nonno e del papà sono due anime simili, tormentate e fragili. Il primo ha i soldi, ma ha perso la moglie e la figlia: la nipotina è l’unica cosa che gli resta. Alcolista, si rifugia nell’alcool perché non sa piangere per la scomparsa delle sue persone care, non riesce a versare lacrime o riempire il senso di vuoto, di solitudine e di non essere all’altezza o di temere di non riuscire a farcela da solo; vuole crescere la nipote al meglio possibile, ma non sa come fare e ha paura di non riuscire a poterla proteggere abbastanza. Il genero é pieno di debiti, con la fedina penale sporca, drogato, si sente inadatto a fare il padre ed occuparsi della figlia, incapace di trovare equilibrio e stabilità; ma ha una famiglia.

Dunque il binomio del titolo ben mostra la somiglianza e il parallelismo tra le due situazioni, più che contrapporle. Tanto che il rimando alla canzone di Michael Jackson è molto adatto: un nero che voleva diventare bianco e la cui carnagione mulatta ben descrive la multiculturalità della società afroamericana intrappolata nella criminalità che le affonda entrambe. Sia Elliot Anderson (Kevin Costner), che il padre della piccola Eloise (Reggie, alias l’attore André Holland), finiranno per essere travolti dai sensi di colpa e di inferiorità. L’uno riterrà l’altro migliore e più meritevole, per cui Reggie farà un passo indietro chiedendo per Anderson l’affidamento esclusivo della nipote.

Viceversa Elliot riconoscerà i suoi limiti (il vizio di bere troppo). Intanto tra i due contendenti la custodia di Eloise, c’é la nonna materna Rowena (Octavia Spencer), che vorrebbe lei potersi occupare della piccola, ma sembra arrendersi e riconoscere la vittoria del nonno e la loro sconfitta: sua e del figlio immaturo e irresponsabile che deve crescere e non ha saputo difendere ‘il suo sangue’. Mentre c’è attesa per il verdetto finale, accade un episodio tragico che sconvolgerà le vite di entrambi portando chiarezza. Reggie ha bisogno di soldi e li pretende da Anderson (giurando poi di andarsene per sempre dalle loro vite), minacciando di portargli via la nipote (lui infiltratosi a casa di Elliot dove non avrebbe dovuto entrare né tanto meno avvicinarsi alla bimba), sua figlia; lui sotto effetto di stupefacenti e il nonno di Eloise ubriaco. Ne nasce una lotta, che mette in serio pericolo Anderson, che cade in acqua in piscina e rimane incastrato nei lacci del telone di copertura. Intanto Eloise dorme beata e viene raggiunta dal padre che vede l’ultimo disegno che ha fatto: un ritratto di loro tre tutti insieme.

Il sogno di un mondo d’unione e fratellanza in cui poter rappresentare il concetto e l’idea di famiglia. Allora correrà a salvare l’altro in pericolo, dopo la guerra violenta e fratricida di cui erano stati protagonisti. La violenza (simboleggiata dall’arma del coltello preso da Reggie), di chi con auto distruttività annulla il diverso e non lo rispetta, di una società dove non c’è integrazione. Ma è proprio allora che ci si riscoprirà uguali ed esseri umani con le proprie debolezze. Basterà a portare pace? Di certo molto bello il finale con l’immagine in primo piano di Eloise che ne è l’emblema: il frutto dell’unione di entrambi, sintesi perfetta. Il futuro, dopo tante vite umane sacrificate. Anderson non riesce a sopportare che la figlia diciassettenne sia morta di parto per una malattia cardiaca, rimasta incinta di Reggie che aveva 23 anni. Tragedia poi seguita alla scomparsa in un incidente d’auto della moglie. La convivenza é difficile e lo scaricare sull’altro le responsabilità e le colpe più facile. Reagire e farsi forza difficilissimo. Ma questo lo è a prescindere che si sia bianchi o neri, sembra sottolineare il film. Forse può diventare un’aggravante in più, ma è un elemento che prescinde da un odio di fondo incontrollato spesso che ha altre origini: personali, più profonde, più umane, più intime e private. Più familiari. La motivazione razziale è una scusante per sfogare una violenza e una rabbia interiori, recondite, più complesse, rimosse persino, derivanti da traumi molto umani invece quelli.

Così come la paura di vivere é la stessa per tutti. Più che giudicare occorrerebbe confrontarsi pacificamente alla pari, quello che un po’ andranno a fare i protagonisti. Un triangolo anomalo e insolito di due nonni e un papà, almeno quanto il processo in tribunale che li vede protagonisti. Anche se poi tutto è riconducibile a un binomio; il “black or white” del titolo richiama e sembra ricordare il “tutto o niente” comune, ovvero o la bimba e il suo affidamento o il totale fallimento personale e individuale. Eloise rappresenta la voglia di riscatto e, per questo, più che un’accusa e una difesa sembrano esserci due difese che paiono volersi giustificare e cercare l’approvazione sociale (comprensione e forse compassione) per i propri sbagli ed errori. Per loro la piccola significa non essere dei falliti e inutili, è la sola cosa per cui valga la pena di lottare, per loro così remissivi e rassegnati allo sconforto totale quasi. Perché la famiglia e le origini non si possono cancellare o annullare come i debiti o i reati criminali, per cui si è pagato lo scotto.

Ma la pace, l’accordo e l’alleanza, ovvero la solidarietà, la vicinanza, la fratellanza, l’amicizia, l’aiuto reciproco sono difficili da raggiungere. In mezzo spesso vi sono questioni di orgoglio, di principio e di dignità, che si pretende e che si vuole far rispettare, ma che poi con essa ha poco a che fare poiché spesso é proprio il rispetto per la persona umana a mancare. Come la capacità di chieder ‘scusa’ e di sfruttare le occasioni che la vita e gli altri ci danno, senza deludere né le aspettative né la fiducia di chi ci vuole venire incontro. Aiutarsi reciprocamente sembra, al contempo, la cosa più facile e difficile da fare. La scelta più dura da prendere, anche se quella più giusta ovviamente. Anche per questo il tema affrontato dal film è quanto mai attuale, soprattutto alla luce dei nuovi scenari internazionali e dei neo equilibri geopolitici mondiali apertisi e creatisi, proprio anche con l’America.

Ba. Co.

Wind Summer Festival. Oltre la musica con il Premio Unlimited Summer

wind-summer-festival-ph-danilo-d-auria-1Anche quest’anno una nuova edizione del Summer Festival, in diretta da piazza del Popolo a Roma. Per quattro serate come al solito. Quest’anno, però, lo sponsor ufficiale non è più la Coca-Cola ma la Wind. Cambia nome in Wind Summer Festival, ma non la conduzione di colei che, ormai, ne è diventata l’icona emblematica: Alessia Marcuzzi, che con la sua presentazione frizzante ha dato un’impronta fresca al festival musicale. Questa manifestazione è un po’ diventata casa sua. Sul palco in jeans, canottiera bianca e giacca morbida, il suo abbigliamento dice questo: casual molto più che elegante, per dare vicinanza e senso di ‘comunanza’ e non ‘istituzionale’. Il pubblico in piazza è un ospite gradito da trattare con cura. L’atmosfera di amicizia è più forte, anche perché la sensazione di gara è andata di molto scemando rispetto allo scorso anno. Il 2017, infatti, non solo ha portato una nuova radio-partner (105 invece che 102,5); anche i co-conduttori sono rinnovati e Angelo Baiguini e Rudy Zerbi non ci sono più, “sostituiti” da Daniele Battaglia e Nicolò De Vitiis. E, in più, lo sponsor ufficiale della Wind ha fatto del neo Wind Summer Festival una nuova versione dei Wind Music Awards, presentati da Carlo Conti e Vanessa Incontrada in diretta dall’Arena di Verona; non solo per gli ospiti presenti (che coincidono per molti versi), ma per la minore preponderanza data alla competizione, che passa quasi in secondo piano rispetto al lancio di ‘ultimissime’: notizie in anteprima anche a carattere più personale e non solo artistico. Non c’è più infatti “la canzone della serata”, ma solo quella “dell’estate” finale, decretata al termine delle quattro puntate. Anche la gara dei giovani ha visto (almeno nella prima puntata) poco spazio dedicato: è passata molto in rassegna rapida; si affrontavano Amara, con la sua delicata e impegnata “Grazie”: un inno alla vita e un ringraziamento per ogni cosa ricevuta, un invito ad apprezzare tutto ciò che ci arriva e a vivere sino in fondo intensamente ogni momento; una sorta di testo simile al “Grazie mille” di Max Pezzali (che tra l’altro è stato il primo ad esibirsi con la sua “Le canzoni alla radio”, quanto mai adatta alla circostanza). Dall’altra parte il duo de “I desideri” con la loro “Uagliò”. Alla fine ha vinto il rap tutto ritmo ed energia (in stile Rocco Hunt) de “I desideri” appunto. Peccato per Amara, di nuovo un po’ penalizzata e non apprezzata in toto: forse le parole sono forti (in quanto cantautrice di talento), ma la melodia che sceglie non è così incisiva.
Lo avevamo detto che il Coca Cola Summer Festival sarebbe dovuto cambiare per non rischiare di cadere in un impasse. E infatti molte modifiche innovative sono state apportate. Migliorative o peggiorative non sta a noi giudicare né criticare. Ci pare sicuramente positiva l’introduzione del Premio Unlimited Summer, per gente comune che ha saputo superare e dato prova di essere capace di andare oltre i propri limiti. Un esempio sicuramente positivo fornito.
Di certo è sempre più forte il peso della Wind, che surclassa altri operatori telefonici quali ad esempio la Vodafone. Tra l’altro quest’ultimo, proprio in concomitanza delle serate di registrazione a piazza del Popolo a Roma a fine giugno (poi trasmesse in tv a luglio, come consuetudine), aveva lanciato un’offerta per fruire della musica in streaming su cellulare senza consumare giga: Vodafone Pass Music (tra i servizi inclusi, inoltre, anche Radio 105 e la stessa 102,5), ‘pass’ come ‘passion’, che sicuramente ben descrive ciò che fa vivere il Summer Festival. Ed è in nome di questa passione che unisce tutti gli artisti (come accaduto già ai Wind Music Awards), che i cantanti hanno partecipato quasi per annunciare le ‘ultimissime’ novità che li riguardano più da vicino e non esclusivamente discografiche. Per cui Fabio Rovazzi fa (in diretta) la videochiamata a Mia (la figlia della Marcuzzi), che non fa che cantare ed ascoltare tutto il giorno questo brano per invitarla a sentire anche altra musica. Gianna Nannini annuncia l’uscita del nuovo disco, prevista per il 27 ottobre prossimo, anticipando solo il titolo che sarà “Amore gigante”. J-Ax e Fedez, in duetto con “Senza pagare”, festeggiano il 2017 come un anno straordinario, il loro anno fortunato, anche e soprattutto per i traguardi personali: il primo è diventato papà il secondo sposerà la ‘sua’ Chiara. Giusy Ferreri si mostra orgogliosa e raggiante con il suo pancione e spiega, radiosa, che sarò una femminuccia e si chiamerà Beatrice e scalcia forte a ritmo di musica: una nuova cantante doc? Nina Zilli rivela che il nuovo singolo “Mi hai fatto fare tardi” non è che un’”anteprima” del disco previsto per il primo settembre. I Tiromancino spiegano, tramite Federico Zampaglione, di essere divisi a metà tra il progetto discografico con il successo di “Dove tutto è a metà” e quello editoriale di un nuovo libro di cui Zampaglione stesso è co-autore. La novità assoluta è rappresentata dallo spopolare sul palco (forse per la prima volta) anche di musica per i più piccoli, con Cristina D’Avena e le sue sigle di cartoni animati, in un medley dei suoi più grandi successi (di ieri e di oggi): “da “Mila e Shilo”, a “Occhi di gatto” a “L’arrembaggio” a “L’estate migliore che c’è”. Per il resto non sono mancati: Elisa con “Gli ostacoli del cuore”. Giorgia con la sua “Credo”, estratta dall’album “Oro nero” che ha definito “sincero”. Francesco Renga e la sua “Nuova luce”. Paola Turci con “La vita che ho deciso”. Fabrizio Moro e il nuovo singolo “Andiamo”. Alex Britti, tornato con “Stringimi forte amore”. Fiorella Mannoia con “Siamo ancora qui”, che concluderà il tour il 17 settembre all’Arena di Verona, per poi partire a novembre per l’Europa (Londra, Parigi, Bruxelles). Giovani come Riki e la sua “Polaroid” (vero tormentone estivo). Oppure il trio di Benji e Fede con Annalisa in “Tutto per una ragione”. O il duetto assolutamente riuscito di J-Ax con Nek in “Freud”. i ‘ritornati’ The Kolors e la loro “Crazy”. O ancora, star internazionali come LP e la sua “Strange”. Od Ofenbach e “Be mine”, che ha fatto ballare tutti. O Jax Jones e “You don’t know me”. Il vero momento di spettacolo lo ha offerto Gabry Ponte, con la sua nuova “Tu sei”, con una coreografia sofisticata e tanti effetti scenografici, tutto ritmo da dj e ballo, con cui ha cercato di far scatenare il pubblico con musica disco, che va sempre forte d’estate; affiancato da Favji e Giulia Penna.

ll mestiere della vita. Tiziano Ferro dopo il tour live all’Olimpico di Roma

tizianoferro“In un mondo abituato al volume alto e che non ha più tempo per ascoltare nessuno ho risposto cosi, a voce bassa con una canzone che parla di quelli che a un certo punto hanno bisogno di tirare le somme”. Così Tiziano Ferro sul suo sito ufficiale parlava e descriveva la sua ultima fatica del nuovo album “Il mestiere della vita”, annunciato dal brano “Potremmo ritornare”. La frase, infatti, descrive tutto l’obiettivo dell’intero disco, non solo del primo brano (che dà il titolo al cd) o del secondo citati, che sono emblematici del lavoro che ha creato. Guardarsi intorno, descrivere la società che lo circonda in cui vive, ‘il mondo in cui tutto corre veloce, si è sempre di fretta e non si ha più tempo per l’altro’ parafrasando le sue parole. E non solo l’amore. Cercare di dare risposte a chi cerca punti di riferimento e certezza, tentando di orientarsi nel caos e di fare ordine nella confusione, di fare il quadro della situazione, di ritrovarsi e capirci qualcosa nel disorientamento frastornante di una società che dà fin troppi stimoli e pressioni. Bisogno di chiarezza (“di tirare le somme” -come dice lui -) da fare con umiltà (“a voce bassa”), stile che lo contraddistingue. Tutto questo ha cercato di fare. E il carattere principale della sua esibizione live, durante la tappa del tour allo stadio Olimpico di Roma, é stata la semplicità. Quest’ultima connotazione riconducibile all’intimità peculiare del tono del suo concerto. Il cantante di Latina (ha ringraziato tutti gli affezionati venuti da lì) vuole che ogni data sia ‘sua’ e dei suoi fan. Non invita artisti per duetti (cosa insolita apparentemente, ma Ferro non lascia nulla al caso) forse anche per questo, ma non si risparmia. Quest’anno soprattutto in particolare. Il 30 giugno il live é partito con una sorta di pensiero riflessione dedicato al suo pubblico, un regalo con cui ha voluto parlare di cosa sia l’amore: quel sentimento che non ferisce mai né toglie la dignità. Anzi il contrario. E ‘il mestiere della vita’ è un po’ anche quello di ‘salvaguardarlo’ non dimenticandoci mai questo. Poi ha cominciato a cantare in carrellata tantissimi brani da tutti i suoi album. Il primo ovvio proprio “Il mestiere della vita” estratto dall’omonimo cd. Il colore preponderante del concerto é stato un po’ il fucsia, ma anche molte luci colorate di viola, giallo, azzurro molto accese. Mentre tutte le canzoni estratte dal disco uscito in questo 2017 hanno visto dominare il verde e filmati in cui lui è come venisse proiettato in un’altra dimensione tridimensionale e più ‘digitale’, meno ‘analogica’. Dal punto di vista melodico assolutamente ritmo accelerato e intenso, velocissimo per dirla con la sua “Lento/veloce”, per una quantità davvero innumerevole di testi, ma soprattutto sonorità più elettroniche e acustiche a rivisitare un po’ le versioni originali. Molti cambi d’abito, ma innanzitutto si è voluto fermare un attimo per riflettere su una battaglia vinta: quella ai terroristi che vorrebbero impedire e ostacolare questi mega eventi di ‘massa’. E se duetti non ce ne sono stati, un ospite d’eccezione sì, una sorpresa che Ferro ha voluto fare a tutti gli spettatori partecipanti, una sorta di duetto sui generis che ha fatto della tappa del 30 giugno un evento assolutamente particolare e unico nel suo genere. Tiziano ama stupire evidentemente e c’è perfettamente riuscito. Inaspettatamente, dopo aver rivolto (nella data del 28) un ringraziamento speciale a un ‘eroe buono’ quale Francesco Totti (e detta da un laziale non è affatto poco), che ha dato un esempio non solo per il mondo del calcio con la sua umanità e generosità, per il bene che é riuscito a costruire, ricordando un dovere che hanno tutti quelli come lui, lo ha invitato direttamente al concerto. Il cantante di Latina non si è limitato al ringraziamento speciale, ma lo ha fatto intervenire e salire con lui sul palco per dare un messaggio di speranza. Un impegno di solidarietà con alle spalle lo stand Avis: ovvero in anagramma ‘visa’ come una carta di credito con cui vestirsi e tesserarsi di ‘vicinanza solidale’ in segno di amicizia e fratellanza, “valore assoluto” per citare l’omonima canzone di Ferro di un ‘principio assoluto’ fondamentale di uguaglianza. Non c’è differenza tra laziale e romanista, esiste solo Roma, capitale e caput mundi di ‘quello che tutti al mondo chiamiamo universalmente amore’ nella sua forma più alta e nel senso più cast del termine. Totti non aveva parole, ma ha rubato apparentemente la scena per un po’ a Tiziano seppur visibilmente e fortemente emozionato. Poi Ferro ha stemperato l’atmosfera. Tensione sfogata da Totti con un semplice “grazie”. Quasi fosse venuto lì per rivedere ancora una volta la città che tanto gli ha voluto bene, per dare quel 10 ( e lode dovremmo dire citando il 10e lotto della pubblicità di cui è protagonista), per rammentare -come dice nello spot- che “per vincere occorre partire con il piede giusto” quello usato da lui per fare goal, ma anche da Ferro nella copertina del suo “The best of” (del 2014), in cui scalcia con la testa china mentre sorride quasi a ironizzare e ridere e sorridere dei guai e vivere tutto con più leggerezza. Due campioni insieme. Davvero. Spettacolo migliore non poteva esserci. Un solo commento possibile: tanto di cappello. Ed, infatti, non a caso, dopo l’apparizione di Totti, Tiziano ha concluso la sua esibizione con un inchino con la testa a fine canzone, quasi a significare di ringraziare inchinandosi davanti a tanta bontà d’animo di una bella persona come Francesco: “allora lo dico io che tuo papà é davvero un grande”, ha detto parlando rivolgendosi ai figli Cristian e Chanel sul palco con loro. Ma anche rimasto affascinato davanti allo splendore dello scenario che gli si apriva di fronte con luci di cellulari accese a fare atmosfera. Ed anche dal pubblico alcuni fan, non rimasti indifferenti alla magia del momento, hanno replicato il gesto spontaneamente, d’istinto, a specchio in automatico. Una festa che neppure un po’ di pioggia e di maltempo hanno potuto e sono riusciti (fortunatamente) a guastare e rovinare. A proposito di momenti topici (o epici dovremmo dire citando la canzone ‘Epic’ di Tiziano) sicuramente uno é stato quando si è esibito nella cover di “Mi sono innamorato di te”, brano che ‘sente’ molto. Sarebbe stato bello se avesse cantato la rivisitazione di “Arrivederci Roma”, magari reinterpretandola con Totti. Se una cosa é mancata é stato un ultimo calcio di pallone (possibilmente autografato anche dai due perché no?) al pubblico da parte di colui che resterà per sempre il Capitano simbolo della Roma, perché la fede calcistica é come la passione per la musica: una sorta di fede di tipo religioso quasi che non svanisce mai neppure finita “un’esperienza”. E tanta musica continuerà ancora a regalare Tiziano Ferro in giro per tutta Italia e all’estero durante la sua tournée.

Ba. Co.

Tutto può succedere,
il fnale. Già al lavoro sulla terza serie

tuttopuosuccedere2-finaleTutto può succedere. Nuove verità da scoprire. Ma bisogna sempre sapere scegliere. Un dovere irrinunciabile per vivere. Ma l’infinità di opportunità a disposizione é sorprendente. L’ultima puntata della seconda stagione della fiction “Tutto può succedere” lascia intravedere proprio questo. Non poteva finire meglio: con il matrimonio (finalmente!) di Feven e Carlo, quasi una foto di famiglia (cui spesso tali fiction ci hanno abituato ad assistere -pensiamo ad esempio a “Un medico in famiglia”). Tutta la famiglia unita: “questa è bella” -dice Emma Ferraro-; “tutto questo (amore e affetto vero e puro) è bello”, -replica Ettore Ferraro.
Ma per arrivarci occorre prendere decisioni importanti davanti a un duplice bivio: la famiglia o i soldi?, ad esempio é uno di essi. Per questo discutono i fratelli Alessandro e Carlo: il primo vorrebbe vendere il Gran Control per fare un affare economico da sei cifre; il secondo non ne vuole saperne perché certe cose non sono in vendita. E così anche Ale imparerà che certi valori, ideali, affetti non si possono contrattare e apprenderà a chiedere ‘scusa’ e dire ‘grazie’ per questo al fratello. Ma non è solo ciò che ci viene trasmesso dalla fiction. Spesso -ci fa riflettere Sara – é la felicità a trovare noi e sconvolgerci la vita più che il contrario. Intanto, se il romanticismo ci mette di fronte coppie divise a metà tra due amori (prima Feven tra Valerio e Carlo; poi Sara tra Elia e Marco; infine Giulia tra Luca ed Alberto), l’unica certezza é che bisogna essere disposti a tutto per stupire e (ri)conquistare chi si ama, ma amare vuol dire anche fare delle rinunce. E saper accettare l’altro per quello che è. Se vi sono tanti differenti tipi di amore, allora é proprio con Giulia che si arriva alla conclusione che spesso c’é una terza soluzione possibile all’amore di e per due uomini: quello per se stessa e per i propri figli. Scegliere di voler pensare a sé e stare bene, occuparsi di chi ha veramente bisogno di noi come un figlio o una figlia. E sono proprio i più piccoli, come Matilde, a risolvere tutto e trovare le giuste parole, i giusti termini, il modo e il momento più adatto per ogni cosa, anche per le questioni più complicate, complesse, che mettono a disagio gli adulti. Oppure Denis che dice a Marco di non abbandonare la madre, seppure non sia facile stare con lei. Bello il pezzo in cui Ambra (Matilda De Angelis) canta dal vivo la colonna sonora, senza base musicale inizialmente. E la musica è essenziale e fondamentale per dare valore aggiunto. Il senso della serie è quello di vivere la vita sino in fondo, senza paure, essendo sempre se stessi. Infatti nell’omonima canzone dei Negramaro si parla esplicitamente della “vita che non torna più se non sei più tu a viverla così e come piace a te; vivila senza più paure”.
L’impressione é che gli attori abbiano davvero vissuto la serie, interpretandola e ‘sentendola’ e non solo recitandola semplicemente. In attesa della terza stagione a cui si sta già lavorando. Tutto concentrato nell’ultima entusiasmante puntata, qualche retroscena é lasciato aperto (quale futuro per Marco e Sara? O per Stefano e Federica? O per Ale come dirigente dell’azienda di famiglia di Stefano? O per Ambra da musicista? Dimitri sarà felice con la famiglia divisa di Matilde? Giulia e Luca saranno due buoni genitori separati dei due figli, di cui uno adottato?); anche se è forte il senso di riconciliazione. Forse perché si dimostra che si può cambiare ed essere migliori. Insieme. Dopo di che, tutto può succedere.

Ba. Co. 

Internazionali BNL 2017 nel segno (del cambiamento) dei tempi

tennis bnl

IBI 2017: the sign of times. E nel segno dei tempi si svolgerà la 74^ edizione degli Internazionali Bnl d’Italia (dal 10 al 21 maggio), presentata (presso la Sala delle Armi del Foro Italico a Roma) dalle figure istituzionali più coinvolte in questo mega evento sportivo, culturale e sociale, che hanno evidenziato come si sia cercato di mettere in moto un cambiamento epocale. Il “segno dei tempi” non è solo un motto, ma una vera e propria strategia adottata per promuovere la diffusione del valore del torneo e del tennis quale patrimonio culturale italiano (soprattutto per la città di Roma) di una manifestazione che non è prettamente sportiva, ma largamente sociale (ma in cui rientrano anche le Next Gen Atp Finals, il Master della nuova generazione di campioni del tennis mondiale, che si terranno a novembre a Milano e che costituiscono l’altra grossa novità tennistica di quest’anno). “Una punta d’orgoglio” e “il fiore all’occhiello della Capitale”, ha definito gli Internazionali la sindaca Virginia Raggi. Un evento che ha la “freschezza dell’età giovanile e l’autorevolezza dell’età adulta”, “con uno dei contratti di sponsorizzazione più grandi della storia dello sport”, quale appunto la partnership con BNL (rinnovata per i prossimi 8 anni) -ha affermato il presidente della FIT Angelo Binaghi-. L’obiettivo che i vertici della Federazione si sono posti è “allargarne il raggio d’azione per far sì che il tennis sia uno sport sempre più popolare”. I numeri (da record) parlano chiaro. A dare le cifre è stato proprio Binaghi: 15.121 partecipanti alle pre-qualificazioni, “lo scorso anno erano stati 9.019 e il prossimo anno si punta a superare i 20.000. Ci saranno oltre 200.000 spettatori paganti, supereremo il record dello scorso anno con un incasso, di sola biglietteria, di oltre 12 milioni di euro. I dati della prevendita (pari a circa 7.202.261 euro) lo confermano e mostrano un +13% rispetto al 2016. Infine avremo un fatturato di oltre 33 milioni di euro, pari ad oltre 4 milioni di euro per ogni giornata di gara” –ha spiegato il presidente della FIT, che presenta gli IBI per il 17esimo anno consecutivo-. Se a questo si aggiunge che i biglietti giornalieri sinora venduti sono circa 71.246, con un incremento percentuale del 15%, mentre gli abbonamenti sono 1.205, il 3% in più, evidente la crescita esponenziale avuta dal torneo.

Per questo -ha fatto sapere la prima cittadina romana- si è puntato tutto sull’accoglienza. Quest’ultima da intendersi in senso più ampio quale motore di un’esperienza sociale e di socializzazione universale, inclusiva e non emarginante, esclusiva, ma senza che escluda nessuno. A tale proposito da sottolineare la collaterale raccolta fondi di Telethon dedicata ai diversamente abili e ai più deboli e meno fortunati, cui si dedicherà un’attenzione particolare -ha assicurato Luigi Abete, Presidente di BNL Gruppo BNP Paribas-. E poi il collaterale torneo internazionale di tennis in carrozzina, giunto all’ottava edizione: gli Internazionali BNL Wheelchair Tennis, vinti da Daniel Rodrigues, numero 28 ITF. Ma anche il ritorno di Tennis&Friends (che vanta quale presidente onorario Nicola Pietrangeli e vede in veste di madrina Lea Pericoli) il 20 maggio prossimo, dalle ore 10 alle ore 18. Quest’anno alla sua settima edizione e che vedrà l’adesione di molte celebrità: Nicola Piovani, Bruno Vespa, Bobo Vieri, Gianni Rivera, Claudio Amendola, Andrea Lucchetta, Filippo Volandri, Sandrine Testud, Fiona May, Max Biaggi, Potito Starace, Corrado Barazzutti, Dario Marcolin, Roberto Baronio, Stefano Fiore, Carlo Verdone, Paolo Bonolis, Maria Grazia Cucinotta, Rosario Fiorello, Maria De Filippi, Renzo Arbore, Renato Zero, Lorella Cuccarini, Milly Carlucci, Edoardo Leo, Al Bano, Paolo Calabresi, Neri Marcorè, Pietro Sermonti, Adriano Giannini, Filippo Nigro, Edoardo Bennato, Noemi, Dolcenera, Luca Barbarossa, Fausto Brizzi, Andrea Sartoretti, Valeria Solarino, Giovanni Veronesi, Amadeus, Max Giusti, Francesco Giorgino, Veronica Maya, Alessandro Haber, Sebastiano Somma, Jimmy Ghione, Massimiliano Ossini, Roberto Ciufoli, Anna Pettinelli, Mara Santangelo, Stefano Meloccaro, Matteo Garrone.

Un evento sempre più social e interattivo con un canale Facebook monotematico dedicato e specifico quale ‘We Are Tennis’ –come ha ricordato Abete-. “A livello mondiale ha un milione e seicentomila fans. Ḕ il più grande canale tematico di Facebook sul tennis in termini di partecipanti. Anche questo è un piccolo segnale che ci vuole poco, basta un po’ di creatività e un po’ di impegno per far diventare un grande evento sportivo una grande realtà sociale” –ha aggiunto-: ‘We are tennis. We are future,’ -si potrebbe gridare allora parafrasando-; e quello televisivo di Supertennis (visibile su tablet o smartphone, oppure gratuitamente sul canale 64 del digitale terrestre, in HD sulla piattaforma satellitare SKY canale 224 e sul numero 30 di Tivùsat, in streaming on line e con un’app scaricabile per i-phone e i-pad), che ha accresciuto il suo livello di qualità di servizio a livelli massimali; oppure grazie a Sky (SKY Sport2, SKY Sport3, Sky GO); inoltre due quarti di finale, le due semifinali e la finale maschile saranno trasmessi in chiaro su TV8 del digitale terrestre. C’è anche la diretta sulla pagine Facebook di Supertennis, ma sono sfruttati anche gli altri social: oltre a FB, Twitter, Instagram, Instagram Stories e Snapchat; con l’hashtag #ibi17 per commentare, condividere foto, video ed altro. Anche quest’anno il quotidiano degli Internazionali “Qui al Foro” sarà scaricabile e consultabile dal sito www.internazionalibnlditalia.com. Oltre a WI-FI gratuito e un’app ad hoc scaricabile, il torneo potrà essere seguito in diretta anche via radio, grazie alle collaborazioni con RTL 102.5 e Radio Rai.

In materia di servizi, il ruolo della Coni Servizi (rappresentato istituzionalmente dalla figura del Presidente Franco Chimenti e dell’Amministratore delegato Alberto Miglietta), per offrire i maggiori comfort possibili a turisti ed atleti é essenziale: grazie alla joint venture con Trenitalia e Frecce; ma anche di FIT Servizi (nella persona del Presidente Emilio Sodano). Se la collaborazione con l’amministrazione capitolina é più recente, gli Internazionali BNL d’Italia si confermano un evento internazionale con la partnership con BNP Paris Bas (che vi partecipa per l’11esimo anno): dal 2007 “title sponsor” degli IBI è BNL, Banca del Gruppo BNP Paribas, a sua volta da oltre 40 anni partner del grande tennis internazionale. “É come il meccanismo di un orologio che funziona alla perfezione” -ha rimarcato la sindaca Virginia Raggi-, che porta una nuova considerazione anche per la città. Per questo si è voluto che il sorteggio dei tabelloni ufficiali, venerdì 12 maggio, avvenisse in un luogo simbolico quale l’Arco di Costantino. Non solo. Tre campi di minitennis in erba sintetica saranno montati, dal 16 al 21 maggio, presso il Parco della Riserva Nuova, a Ponte Nona, per promuovere il torneo, sensibilizzare e coinvolgere i cittadini del VI Municipio di Roma a questo sport. E tante altre iniziative in programma, che rientrano sempre nell’ambito del “Progetto Tennis in città”, grazie alla stretta collaborazione tra FIT e Comune di Roma. “Il tennis, così, entra nel tessuto sociale, mandando un messaggio positivo per i quartieri più disagiati, arrivando sino nelle periferie e non rimanendo ancorato solo ed esclusivamente nel cuore della città” –ha commentato Binaghi-. Poi c’è la riconquista del Colosseo, testimoniata dalla presenza del Soprintendente Speciale per il Colosseo e l’Area Archeologica Centrale di Roma, Francesco Prosperetti. Infatti domenica 14 maggio, per la prima volta, le stelle del tennis si riuniranno proprio al Colosseo, simbolo della Capitale nel mondo.

Una manifestazione che è anche mondana con le attività organizzate al Villaggio o alla Ballroom “the Night-Sphere”, ma soprattutto sempre più prestigioso; in tale ambito rientrano anche i servizi di Corporate Hospitality e del Club Lounge. Inoltre é di questi giorni la conferma che si sta lavorando concretamente alla copertura del Campo Centrale: l’assessore comunale allo Sport, alle Politiche Giovanili e ai Grandi Eventi di Roma Capitale, Daniele Frongia, ha comunicato che la Raggi ha già firmato un documento in proposito su tale questione: prematura, ma che si sta iniziando ad affrontare con più concretezza; tanto che a breve ci sarà persino anche un incontro con l’assessore all’Urbanistica e gli altri soggetti coinvolti -come si legge sul sito ufficiale degli Internazionali BNL d’Italia (www.internazionalibnlditalia.com). Un ulteriore passo per allargare un complesso già enorme: il Foro Italico vanta 14 campi in terra, di cui 8 per gli incontri di singolare e doppio e gli altri 6 per gli allenamenti. Tutto questo ne fa un motivo d’orgoglio: “Ḕ un dato di fatto che oggi, e molti presidenti lo possono confermare, anche all’estero ci cercano in virtù di questa professionalità, di questo know how che ci viene riconosciuto”, -ha precisato Giovanni Malagò, presidente del Coni-.

Fonte di soddisfazione è anche il fatto che Rod Lever verrà premiato con la Racchetta D’Oro (come annunciato da Nicola Pietrangeli stesso) e che il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, dovrebbe prendere parte alla giornata conclusiva del torneo con le finali maschile e femminile.

Intanto sono arrivati anche i primi campioni: Venus Williams, Maria Sharapova, Roberta Vinci, Andreas Seppi, Stan Wawrinka, Madison Keys, Juan Martin Del Potro, John Isner e Sam Querrey, Dominica Cibulkova e la McHale, Alexander Dolgopolov, Kevin Anderson, Daria Gravilova, Mirjana Lucic-Bartoli, Monica Puig e Jelena Jankovic.

Primi allenamenti per loro, anche a porte chiuse, ma anche i primi forfait: della danese Caroline Wozniacki, per un infortunio alla spalla; della polacca Agnieszka Radwanska, per un problema al piede destro e dell’azzurro Paolo Lorenzi, per un problema al polpaccio sinistro.

Intanto, tra dimostrazioni divertenti e giocose per i bambini, animazione, esibizioni di paddle, sono state assegnate anche le prime wild card. Nel femminile le tre per il tabellone principale sono andate a Maria Sharapova, Sara Errani e Deborah Chiesa, quest’ultima vincitrice del torneo delle pre-qualificazioni. Le quattro wild card per le qualificazioni femminili, invece, –tutte assegnate attraverso le pre-qualificazioni– sono andate a Cristiana Ferrando, Martina Trevisan, Alberta Brianti e Federica Di Sarra. Nel doppio le wild card sono andate a Errani/Trevisan e Chiesa Rubini.

Nel maschile, invece, le quattro per il tabellone principale sono state ottenute da: Andreas Seppi, Stefano Napolitano, Gianluca Mager e Matteo Berrettini (questi ultimi tre l’hanno guadagnata attraverso le pre-qualificazioni, che si sono tenute a partire dal 6 maggio scorso). Tre wild card per le qualificazioni maschili –tutte assegnate attraverso le pre-quali– sono andate ad Andrea Arnaboldi, Salvatore Caruso e Lorenzo Sonego. Ne resta da assegnare ancora una quarta. Nel doppio le wild card sono andate a Bolelli/Seppi e Gaio/Napolitano.

Le qualificazioni si giocheranno sabato 13 e domenica 14. Da domenica 14 maggio, inoltre, avranno poi luogo anche gli incontri del torneo maschile (con otto incontri del main draw) e da lunedì 15 maggio pure quelli del torneo femminile.

Ba. Co.

“Ballando con le stelle”. 12 no limits. I concorrenti si ‘aprono’ al pubblico

Veera-Kinnunen-e-Oney-TapiaAlla dodicesima edizione di “Ballando con le stelle” ha trionfato l’inno alla vita di Oney Tapia. Non ha vinto per perbenismo, buonismo, pietismo o ipocrisia, ma perché ha talento vero e perché ha lasciato un messaggio positivo. Come ha ben evidenziato Fabio Canino durante la trasmissione: “qui resta chi sa ballare” e ha talento appunto. Il concorrente de L’Avana ha la musica e la danza nel sangue, si muove bene ed è sciolto. “Quando ballo mi sento libero” e “per ballare devo sentire” -ha affermato-, quasi a significare che si deve emozionare e far emozionare. In più è non vedente per un incidente che dal 2011 gli ha fatto perdere la vista. Se a tutto questo aggiungiamo che ha promosso un continuo inno alla vita, facile ottenere la vittoria finale. Con il finalista judoka Fabio Basile, campione di sportività da vero atleta, hanno offerto uno spettacolo straordinari; “non importa chi vince, facciamo un vero spettacolo”, era stato infatti l’invito che l’olimpionico aveva rivolto al futuro conquistatore della coppa più prestigiosa. Tanta emozione e tanta psicologia in quest’ultima edizione del programma presentato da Milly Carlucci e Paolo Belli. Anche grazie alla presenza della criminologa (e un po’ psicologa) Roberta Bruzzone nei panni di opinionista. I concorrenti si sono raccontati con sincerità, aprendosi molto.
In primis Antonio Palmese. Alto un metro e novanta, è quello che è “cresciuto” di più artisticamente; non era facile muoversi con agilità e disinvoltura con la sua statura elevata, invece è stato sciolto. Forse avrebbe meritato di più.
Del resto alto era anche Oney. Ha avuto autoironia, si è cimentato in tante discipline ed ha convinto. Ha mostrato bravura e simpatia e tanta umanità. Soprattutto per il suo inno alla vita lo ribadiamo. É iniziato con la salsa in “Vivir mi vida”; è continuato con il charleston in “Get Lucky”; per poi proseguire con il
freestyle lento sulle note di “Che sia benedetta”. Per non citare il valzer in “Eppure sentire”, che gli ha regalato l’en plein del punteggio: 50, il massimo, 10 da ogni giurato per una sorta di standing ovation che è un inchino di fronte a chi sa ancora regalarsi e donare gioia, allegria, si ritiene fortunato nonostante tutto. Successi segnati sempre in coppia con Veera Kinnunen.
Il motto di Oney é: “Ricorda che un sorriso é il test più prezioso….trasmettere passione, allegria e amore é il miglior modo per farsi ricordare”. Questo racchiude in sé la dolcezza e la tenerezza del nome del campione cubano (se si aggiunge una ‘h’ in inglese diventa ‘honey’, che significa ‘miele’), alla profondità dell’attinenza alla realtà senza pessimismo, vittimismo, catastrofismo o auto-commiserazione di Veera, che rimanda alla vita vera. Splendidi anche nel merengue, sono stati premiati per la semplicità con cui hanno reso tutto facile seppure non lo fosse. Il premio alla passione per questo atleta paraolimpico, versione al maschile di Beatrice Vio, tutto sorriso e solarità, uno sprizzo di vivacità che ha ravvivato la trasmissione.
Altri importanti premi, però, sono stati assegnati nel finale del programma, che ha quasi voluto dare una nuova immagine di sé. Non contano solamente la tecnica e il talento, ma anche le emozioni, che vengono gratificate più di tutto il resto. Il classico e storico premio Aiello è andato a Sara Di Vaira e Martin Castrogiovanni. Ma, accanto a questo più tradizionale, è stato istituito quello denominato “emozione”, attribuito a Xenya per l’incontro con il fratello, che ha fatto commuovere giurati e pubblico. Infine, premio speciale della giuria a Simone Montedoro e Alessandra Tripoli.
Insomma molti i concorrenti che si sono messi in mostra e fatti notare per qualità più umane e non prettamente artistiche. Ma Oney Tapia avrebbe probabilmente vinto per la semplicità, genuinità, spontaneità, naturalezza, modestia e umiltà con cui si è posto. Per istintività con cui si faceva guidare dalla musica e da Veera. Per la disinvoltura del suo corpo in movimento, ma anche con cui ha saputo sostenere la compagna di ballo. E non perché è cieco, semmai quello è stato per lui un valore aggiunto (e non più un limite), che non ha potuto che fargli onore. Così come fa piacere che Xenya sia stata apprezzata per gli attimi di delicata sensibilità che ha saputo portare e non solo per la bellezza fisica, avvenenza che tra l’altro nessuno le nega. Abbiamo voluto ribadire i meriti e il giusto riconoscimento alla fatica di Tapia per mettere a tacere ogni polemica strumentale che possa essere sollevata (ma non crediamo assolutamente sia e sarà questo il caso), come spesso nascono dopo ogni finale di gara in cui i vincitori sembrano sempre aver ‘rubato’ quasi qualcosa. La conquista della coppa da parte di Oney probabilmente ha messo tutti d’accordo perché è un invito ad andare oltre i propri limiti e superare gli ostacoli senza lasciarsi scoraggiare. Non a caso Tapia ha dedicato la sua vittoria a tutti gli atleti disabili, ovvero diversamente abili e non persone con handicap impossibilitate in certi ambiti, ma che anzi possono fare tutto. E questo vale a vari livelli: non si può ballare se si è troppo alti (e invece Palmese lo ha fatto egregiamente); oppure se si è più robusti fisicamente (come il giocatore di rugby Martin Castrogiovanni che, al contrario, ha riscosso successo e ottenuto un alto indice di gradimento tra il pubblico).

Barbara Conti

Tutto può succedere II stagione: 2 per 2 filosofie di vita da conciliare

Tutto-Può-Succedere-Quarta-puntataAltri 26 episodi andranno in onda per la seconda serie di “Tutto può succedere”, fiction che parte seguendo il filone della prima, ma che sempre più tende a mostrare quanto due concezioni esistenziali possano confluire in un unico approccio alla vita fatto non di antipodi, ma di complementarietà. Colonna sonora è la canzone dei Tiromancino “Per me è importante”. Dopo la sigla iniziale firmata ed eseguita dai Negramaro (ovvero l’omonimo brano musicale Tutto può succedere scritto da Giuliano Sangiorgi e dal compositore Paolo Buonvino), a sancire l’elemento portante della serie tv è il testo del gruppo guidato da Federico Zampaglione: per ricordare che l’unica cosa che conta è la famiglia e che per ogni membro di essa diventa colonna portante imprescindibile e irrinunciabile. Subito in apertura viene proposta “Per me è importante”, ma la musica continua ancora a farla da padrona in varie circostanze. Innanzitutto vediamo Ambra (interpretata da Matilda De Angelis) inseguire il suo sogno di musicista. Dopo la parentesi con l’amica Giada (Valentina Romani) nella prima stagione, ha la sua chance di “sfondare”. L’opportunità le arriva quando le è offerta la possibilità di aprire il concerto di Samuele Bersani, che incontra personalmente. E l’artista recita veramente nella serie tv. Del resto il suo live (“vivere” in inglese) ricorda il termine vita (“life”) di cui è intrisa “Tutto può succedere”. E nell’ottica dell’imprevedibilità dell’esistenza umana viene portata avanti la teoria, da parte dell’assistente sociale e psicologa del piccolo Max (Roberto Nocchi) ovvero Gabriella (Lorena Cacciatore), che “i programmi (della e nella vita appunto) cambiano e bisogna adattarsi e sapersi conformare a questi cambiamenti stessi”. Proprio lei è protagonista di una vicenda sentimentale che intriga e aggiunge romanticismo. Ha una relazione con Carlo (Alessandro Tiberi), la cui storia con Feven (Esther Elisha) è in crisi, proprio a un passo dal matrimonio. Conciliare gli usi e i costumi diversi e mettere d’accordo nell’organizzazione delle nozze le due famiglie è sempre più difficile per i genitori del piccolo Robel (Sean Ghedion Nolasco). Di certo il tradimento di Carlo non aiuta. Salteranno davvero o i due riusciranno a ritrovare il legame forte che li ha uniti anche così dopo tanto tempo? Lo stesso interrogativo è alla base del ritorno di Elia, l’ex marito di Sara (Maya Sansa) e padre di Ambra e di Denis (Tobia De Angelis). Proprio quest’ultimo ritrova il rapporto con il papà; ma, se si tratta di “ricostruire i rapporti”, dimostrando di essere cambiati, non lo si può fare che “facendo la cosa sbagliata”, come dice Elia (ovvero sbilanciandosi e cercando di baciare Sara, che lo respinge contenta). Tra questi due modi di districarsi negli alti e bassi della vita, vediamo che un altro rapporto un po’ minato è quello tra Alessandro (Pietro Sermonti) e la moglie Cristina (Camilla Filippi). Lei è incinta del loro secondo figlio, ma lui non vuole conoscerne il sesso perché ha saputo che se sarà maschio avrà il 90% di probabilità di avere l’Asperger come Max. I due iniziano a litigare, ma riusciranno a superare insieme questa paura ed affrontare da vera coppia la malattia? Anche perché nell’azienda dove lavora Alessandro arriva una nuova collega, con figlio a carico e sola, a cui lui deve fare affiancamento; una veste di tutor che poco gli piace, inizialmente, ma che potrebbe trasformarsi in una nuova fiamma o in una storiella fugace. Intanto difficoltà vi sono anche per Luca (Fabio Ghidoni) e Giulia (Ana Caterina Morariu): lei scopre di non poter avere più figli dopo aver perso l’altro; decideranno di adottarne un altro, introducendo il tema delle adozioni. Una scelta non facile, ma di cui sembrano convinti: che possa unirli maggiormente? Del resto per una famiglia allargata, che lo è sempre di più, non poteva mancare un figlio “straniero” come lo è (di richiamo) Robel. Ma, in questa apparente diversità, ci si riscopre tutti simili. Per il compleanno di Max ci si rivolge a un mago degli insetti (adorati dal giovane), che si scoprirà essere affetto egli stesso da Asperger. Ed è un dialogo che ha con Alessandro che è particolarmente interessante perché infonde un messaggio non solo di solidarietà, di vicinanza e di umanità, ma in cui nel confronto con l’altro ci si ritrova uguali. Alla domanda: “lei è un uomo felice?” Il mago risponde “Sì a tratti”. E quando gli viene rivolta reciprocamente, la risposta è la medesima anche da parte del personaggio interpretato da Sermonti. Un invito anche a non giudicare, ad andare oltre le apparenze, perché la vita ha molta più fantasia di noi e ci riserva delle sorprese impensabili. Non sai mai quello che ti può capitare, ma nella positività o negatività della vita così imprevedibile, si può costruire forse anche qualcosa di meglio. È quello che accade a Federica Ferraro (Benedetta Porcaroli) e a Lorenzo, che ottiene finalmente la sua libertà totale e non più vigilata. Ma la loro felicità, a proposito dell’interrogativo di prima su cosa significhi essere felici e quindi sul senso della vita stesso, durerà? Quanto? Se tutto può succedere, dobbiamo aspettarci colpi di scena pronti a controvertere i nuovi equilibri creati perché, in fondo, ci ricorda la canzone interpretata da Vasco Rossi prima e da Fiorella Mannoia poi, “la vita è tutto un equilibrio sopra la follia”. E quest’ultima non manca, anzi è quella che aggiunge sale alle esistenze dei singoli personaggi. Quella follia che ricorda il “fare la cosa sbagliata” di Elia. Dunque si può imparare da chi tanti errori ha commesso in passato.

Barbara Conti

Wta Charleston teen: finale tra teenager
alla Kasatkina

daria-kasatkina-apr-tennisDue 19enni in finale in South Carolina. Non si è trattato di un torneo juniores, ma del Wta di Charleston. Di fronte la russa Daria Kasatkina e la lettone Jelena Ostapenko. Due fisici simili, stessa età e stesso carattere anche se con personalità diverse. Più seria e riflessiva la prima, più moderata ed equilibrata in campo; più aggressiva l’altra con i suoi gridolini con cui cerca di intimidire. Entrambe pretendono molto da se stesse; ormai le facce e le smorfie di disappunto della seconda sono cosa nota. Ma anche la russa ad ogni punto ceduto od occasione mancata é sembrata ombrarsi in volto scontenta. Non sono mancate né la circostanza in cui la Ostapenko ha fatto contro-break alla Kasatkina né quella in cui ha lasciato cadere la racchetta a terra, delusa ed amareggiata dal non riuscire a rimontare un punteggio che l’ha vista sconfitta per 6/3 6/1. Talento vero per tutte e due, la russa è sembrata più matura e forse la nazionale potrebbe decidere di puntare su di lei quale erede di Maria Sharapova, che a maggio dovrebbe tornare (attesissima) al Foro Italico per gli Internazionali BNL d’Italia; ma per la 19enne é troppo presto e non è il caso di rischiare di “bruciarla”. Di certo ha mostrato molta solidità. Anche la Ostapenko é cresciuta tantissimo, ma ancora non sa variare abbastanza il gioco. La lettone é partita bene e sembrava essere la favorita. Dominava da fondo con i fondamentali. Poi la Kasatkina le ha preso le misure e allungato le distanze, fino ad arrivare a chiudere per 6/3 6/1 addirittura, con un crollo di una Jelena in confusione. É stata quest’ultima, nel bene e nel male, a fare la partita; anche se a gestire lo scambio é stata sempre e solo Daria. La n. 42 del mondo e futura vincitrice ha mandato fuori palla e fuori giri l’avversaria variando i colpi, sia di velocità che di potenza, alternando top spin e back spin, puntando soprattutto con il rovescio tagliato su quello della coetanea. Così Jelena ha cominciato a sbagliare tanto. Troppo. Se é vero che la lettone ha messo a segno molti più vincenti, rischiando tantissimo ed eccessivamente su ogni colpo e tirando (quasi esclusivamente) di potenza tutti i fondamentali, la russa ha commesso molti meno errori gratuiti; ma, dall’altro lato, poi, ha avuto più palle break, che ha sfruttato e realizzato. Più matura, ha eseguito un tennis più vario e di sicurezza. Maggiore calma e lucidità sono sembrate le sue armi vincenti. Per vincere in campo e a tennis ci vuole anche e soprattutto testa e non solo tecnica e talento. Lo abbiamo detto più volte e questa ne è l’ennesima dimostrazione. Non a caso sulla terra verde di Charleston (776mila dollari di montepremi) la Kasatkina ha saputo rimontare un match durissimo e difficile contro la tedesca Laura Siegemund. Andando a vincere al terzo set e riuscendosi a imporre solo dopo oltre due ore (quasi due ore e mezza) di gioco con il punteggio di 3/6 6/2 6/1. Impresa non da poco e che non accade per caso, ma frutto di un faticoso lavoro per trovare l’equilibrio nel match nel saper frenare la partita e non spingere sempre sulle palle, eseguendo tutti i colpi e cambiando in continuazione schema tattico: mai sempre a fondo o in attacco, ma venendo a rete al momento opportuno. Questa la differenza con un’Ostapenko monocorde fino a diventare prevedibile, ma sempre coraggiosa nel prendersi il massimo dei rischi ogni volta. Non facile però avere la stessa continuità nella varietà di gioco della Kasatkina, meno appariscente e più riservata forse, che può sembrare anche più vulnerabile e fragile, ma con le idee ben chiare. Forse la Kasatkina, al suo primo titolo conquistato, ha saputo rimanere più fredda, mentre la Ostapenko ha pagato un po’ di tensione per la finale o di deconcentrazione per credere di avere la vittoria facile dopo che aveva sconfitto più volte in precedenza la russa. Un po’ di sufficienza o supponenza che l’ha fatta restare impreparata e di sorpresa di fronte all’ottimo rendimento dell’avversaria. Più self control per Daria, rispetto a una Jelena più emotiva. Tuttavia il talento di entrambe é indiscutibile e può solo crescere. Giocare a 19 anni a quel livello non è semplice.

Un super-David Goffin ferma l’Italia
di Coppa Davis

tennis coppa italiaUn valido Bolelli, un buon Seppi e un generoso Lorenzi non bastano all’Italia del tennis di Coppa Davis per accedere alla semifinale. La squadra capitanata da Barazzutti si ferma ai quarti sconfitta a Charleroi dal Belgio, che a settembre giocherà la semifinale contro l’Australia. Per i padroni di casa il campione assoluto è stato David Goffin, che contro Paolo Lorenzi ha messo in campo un gioco impeccabile. L’azzurro le ha provate tutte, ma alla fine si è dovuto arrendere al talento e alla maggiore completezza di colpi del belga. Un po’ rassegnatosi nel finale, forse gli è mancata un po’ di determinazione e grinta nel credere in una possibile rimonta. Ḕ sembrato un po’ frenato dal fatto di essere consapevole del livello superiore dell’avversario, a cui è riuscito tutto. Tuttavia, a onor del vero, merito a Lorenzi per il fatto di aver sempre lottato e resistito, anche se a tratti un po’ sfiduciato. Facile subentri la rassegnazione quando di fronte hai un giocatore che tiene bene lo scambio, poi accelera da fondo e chiude il punto; oppure che ti passa quando lo attacchi; che serve bene e che ti scavalca con un lob con precisione quando sei a rete. Inutile dire che il belga ha corso su tutte le palle, anche le smorzate, coprendo bene il campo e, soprattutto, rispondendo con altrettante palle corte di estrema precisione. La tenuta di Goffin era cosa nota; che fosse un giocatore ostico era una certezza; sulla sua agilità, mobilità, resistenza fisica, duttilità e capacità di visione di gioco non vi erano dubbi; ma nel match decisivo contro Lorenzi è stato davvero ispirato. Ḕ uscito bene dagli scambi, abbastanza brevi e forse troppo corti e su tempi troppo rapidi per Paolo, prendendo sempre l’iniziativa e gestendo il gioco. Forse è questo che ha penalizzato l’italiano, che non è riuscito a gestire l’impostazione del match. Non ha tenuto in mano le redini del gioco, ma soprattutto ha dovuto subire il divario di chances non sfruttate con l’altro. A fare la differenza non è stato tanto il parziale di colpi vincenti, quanto le occasioni maturate: Goffin non ne ha sprecata quasi nessuna, realizzando quasi tutte le palle break che gli si sono proposte. Non a caso, infatti, se l’incontro è iniziato abbastanza duro, ma equilibrato per l’azzurro, subito alla prima opportunità c’è stato il break decisivo nel primo set: dal 4-3 il belga è volato 5-3 per andare a chiudere 6/3. E addirittura in apertura di secondo si è portato immediatamente sull’1-0: stessa storia, sempre un altro 6/3. 6/2 il terzo, lottato, con una serie di break e contro break vinta da Goffin, con un Lorenzi rassegnato e stanco nel finale. Forse non avrebbe potuto fare di più, di certo affrontare la partita con più rilassatezza gli avrebbe giovato. Forse avrebbe dovuto tentare prima di mandarlo fuori giri variando la tipologia di colpi, con più back, lob e smorzate, spostandolo sia lateralmente che in avanti nel campo. Forse non fosse stato il match decisivo, avrebbe dato un altro rendimento. Non facile giocare rilassato quando sai che l’esito dei quarti dipende da te. Il Belgio stava vincendo per 2-1, grazie alla rimonta nel doppio, dopo la sconfitta nei due singolari da parte di Lorenzi e Seppi (entrambi bravi, ma non abbastanza da dominare gli incontri). Sentire la responsabilità del destino della propria squadra può spaventare: sicuramente Paolo un po’ ha percepito il peso di un ruolo che di solito spetta a Fognini. Ma il ligure era fuori, messo ko dall’infortunio che lo ha colpito e dai dolori al polso destro e al tallone sinistro. Tennista ugualmente di grossa personalità come gli altri azzurri, ha maggiore carattere, riuscendo a rendere al meglio nei momenti decisivi, che sa giocare molto bene. Questa più profonda aggressività, cattiveria agonistica, grinta e tenacia mancano un po’ nelle fasi clou dei match a Lorenzi e Seppi. Sicuramente capitan Barazzutti dovrà trovare un “sostituto” di Fognini in Davis. Un compito arduo, ma delle piacevoli soprese per lui ci sono state. Se Goffin è stato l’uomo-Davis per il Belgio, per l’Italia lo è stato Simone Bolelli nel doppio. Magnifico il modo in cui ha trascinato Seppi. La nuova coppia con Andreas è stata una gradita rivelazione. Con il suo potente dritto in accelerata, l’altoatesino si è dimostrato un’ottima spalla. Tuttavia è stato il tennista di Bologna ha “dettare” la tattica di gioco: buono il servizio, ottima tenuta di rete con cui ha coperto il net, intervenendo anche in diagonale sulle traiettorie degli scambi a chiudere; validi i passanti di rovescio in top spin a una mano. A tratti ha attuato un interessante schema: lob a scavalcare l’avversario e fondamentali che ha “caricato”, accelerando per chiudere prima lo scambio da vero doppista. Ottimi i recuperi e la solidità che ha dimostrato, dando sicurezza ad Andreas, consigliandolo e suggerendogli dritte di gioco. Sicuro di sé, ha infuso convinzione a Seppi che ne ha fatto un punto di riferimento: più volte lo è andato a cercare per confrontarsi con lui. Bolelli è apparso molto concentrato, deciso e determinato; quasi che sentisse il peso dell’impegno che gli spettava, da più esperto e veterano. Anzi, forse meno in soggezione rispetto al doppio con Fabio, la cui amicizia e stima potrebbero in certi frangenti “bloccarlo”. Quando Bolelli gioca a tutto braccio può insegnare molto. Continuare con questa coppia per Barazzutti potrebbe diventare un’arma vincente. Così come altra positiva scoperta è stata quella di Alessandro Giannessi. Nell’ultimo match di singolare l’italiano, n.122 Atp, ha battuto Joris De Loore in due set con il punteggio di 6-4 7-6(9), dopo un’ora e 20 minuti di gioco. L’azzurro ha assolutamente convinto per la sicurezza di gioco, per la caparbietà con cui è sceso in campo, con la lucidità e la tranquillità di tattica e visione di gioco degne dei campioni. Per lui si prospetta un futuro roseo. Una risorsa da non sprecare, ma da sfruttare, per la Coppa Davis. Ha dimostrato grande maturità nel giocarsi la sua partita al meglio, al 100% senza esitazioni, con una precisione tecnica e di schema tattico stupefacenti. Forse era già pronto per poter giocare lui contro Goffin, provando l’effetto sorpresa; anche puntando sul fatto che aveva dalla sua l’incoscienza e la scelleratezza, la spregiudicatezza di chi non deve dimostrare niente, ha tutto da guadagnare e nulla da perdere, di chi può godersi il suo momento di gloria senza tremare per la paura di sbagliare, perché sa che ha già vinto e ottenuto molto e tantissimo anche solo ad essere lì. Un discorso che può fare meno chi come Lorenzi, da n. 38 Atp, ha su di sé più aspettative in Davis e forse pretende di più (troppo) da se stesso. Per Paolo una sconfitta “pesante” quella contro il belga David Goffin, incassata in poco meno di due ore. Ora l’importante è non pensarci su troppo, andare avanti, reagire e lavorarci sopra, riflettendo soprattutto su questi nuovi scenari aperti: la nuova coppia di doppio Bolelli-Seppi e il neo singolarista Giannessi, che già aveva infervorato lo scorso anno il Foro Italico durante le pre-qualificazioni e le qualificazioni degli Internazionali Bnl d’Italia. Assolutamente all’altezza dei big, rispetto ai quali non ha nulla di meno. Davvero una buona notizia per l’Italia e gli azzurri. Anche perché, con il tempo e l’esperienza, avrà modo di crescere ancor di più e maturare ulteriormente, anche se ha già dato prova di avere un’attitudine e un approccio corretti e giusti ai match e di avere un buon self-control, anche dal punto di vista della tenuta mentale e psicologica.

Barbara Conti

Beppe Fiorello racconta la tragedia della F174 ne “I fantasmi di Portopalo”

fantasmi di portopalo“I fantasmi di Portopalo”, per la regia di Alessandro Angelini, non è il classico film in cui siamo abituati a vedere recitare come protagonista Beppe Fiorello (che qui ha collaborato anche al soggetto e alla sceneggiatura). Non è raccontato come un semplice fatto di cronaca tratto da una storia vera, in cui il protagonista si fa giustizia da solo e riesce nella sua rivalsa a riscattarsi e riscattare soprattutto i soprusi di cui è stato testimone. La vicenda narrata, il naufragio della nave F174 avvenuto nella notte di Natale del 1996 al largo di Portopalo di Capo Passero (Siracusa), è costruita come un’inchiesta giornalistica (e scandalistica per lo scompiglio che portò), che tenta di rimettere insieme il puzzle della verità con obiettività ed oggettività; tanto che, a rivelarci come sono andate veramente le cose, sono i veri principali protagonisti superstiti: circa 283 naufraghi (tutti clandestini provenienti principalmente da India, Pakistan e Sri Lanka) persero la vita in quella che è stata ribattezzata “la tragedia di Portopalo” (solo circa 30 di loro sopravvivranno). E non è un caso, poiché la storia vera è tratta dal libro del 2004 di Giovanni Maria Bellu (del quotidiano “La Repubblica”) “I fantasmi di Portopalo. Natale 1996: la morte di 300 clandestini e il silenzio dell’Italia” (Arnoldo Mondadori Editore). Quest’ultimo è il giornalista che si interesserà del caso che era stato archiviato, facendolo riaprire; grazie all’aiuto di un pescatore, Salvatore Lupo, l’unico che ebbe il coraggio nel 2001 di denunciare il ritrovamento dei corpi e indicare il punto esatto dove la nave F174 era affondata. Dopo le prime denunce, la Procura di Siracusa aveva aperto un’inchiesta e i membri dell’equipaggio erano stati rinviati a giudizio per omicidio colposo. Il processo rimase aperto solo per l’armatore pakistano Tourab Ahmed Sheik, residente a Malta, perché la Francia si oppose alla richiesta di estradizione del capitano che si era rifugiato oltralpe. L’armatore è stato condannato in appello a 30 anni di carcere insieme al capitano della nave, dopo che il processo di primo grado li aveva visti assolti. Bellu, nella miniserie, diventerà Giacomo Sanna (Giuseppe Battiston), Lupo sarà Saro Ferro (Beppe Fiorello), così come sarà presente Tourab. Dunque non mancheranno i punti di vista degli scafisti; dediti solo ai propri interessi e al guadagno, a loro avviso questi uomini, che avevano pagato fino a circa un migliaio di dollari a testa per la traversata, non erano degni di viaggiare in condizioni sicure: per loro una nave sovraccarica, dove stavano stipati nella stiva, era fin troppo. Ed anche la posizione della Chiesa (rappresentata dal parroco del paese). A Natale, quando ha avuto luogo il disastro, di solito si parla di salvezza per l’umanità con la nascita di Gesù Bambino. La religione, poi, ci insegna che siamo tutti figli di Dio, tutti uguali di fronte al Suo giudizio, ma poi l’atteggiamento ecclesiastico verterà su una posizione appunto più moderata, non volendo inimicizie, e non darà pieno appoggio a Saro come egli si aspettava. Infine è una riflessione sul senso di comunità ed umanità. Di fratellanza e vicinanza tra i popoli (di accoglienza, ma anche di discriminazione nei confronti del diverso), quanto all’interno di Portopalo stesso. Molte le inimicizie che si creerà Saro. La moglie stessa (Lucia Ferro, alias Roberta Caronia) insegnante, a scuola ai suoi alunni spiegava che “la violenza è degli stupidi e dei vigliacchi” e credeva fortemente che il suo ruolo fosse insegnare la giustizia e la solidarietà ed era quello cercava di fare. Dunque una storia di giustizia, ma anche di solidarietà ed amicizia; come quella che nasce tra Saro e Fortunato (Bagya Lankapura). Il primo aiuta quest’ultimo, giovane indiano che lui salva poiché ferito e a cui cerca di dare un posto dove vivere, mangiare e dormire e studiare presso la parrocchia paesana. Ma nei suoi confronti le diffidenze, i pregiudizi, le discriminazioni e le difficoltà saranno tante. Dopo la denuncia di Ferro, però, i due “saranno tutti sulla stessa barca” come si suole dire, riprendendo la metafora marina. E questo è un elemento caratterizzante del film. Si comincia dicendo che “a noi (pescatori ndr) il mare ci aveva sempre dato pesce e vita; invece ora (dopo il ritrovamento dei cadaveri) lo guardavamo come fosse un nemico”, perché dire di aver rigettato quei corpi in mare avrebbe portato all’interruzione della loro attività che garantiva loro la sopravvivenza. Un rischio che non potevano correre – spiega Saro – e quando decide di dichiarare quanto effettuato, “chi era amico gli si rivolterà come il mare in tempesta”. E proprio l’attore Beppe Fiorello ha raccontato che “le riprese sono state faticose e pericolose”, proprio perché serviva loro anche il mare in tempesta e hanno dovuto girare delle scene in tale situazione. Poi sono dovuti andati a girare persino a Malta (per il riferimento a Tourab). “Come attore mi sento come un testimone oculare, un osservatore curioso –ha aggiunto Fiorello-: mi piace portare in tv storie che neppure io conoscevo. Ho voluto dare dignità alle persone morte in questo naufragio nel Mediterraneo”. E a proposito di quest’ultimo, sempre per ciò che riguarda la metafora del mare, ancora abbiamo la citazione del parroco: “il mare è il posto della pace più della terra”. Infatti la stampa riceverà delle minacce e Sanna sarà aggredito e avrà delle intimidazioni proprio come Saro. E non è un caso se la figlia Meri è interpretata da Angela Curri (che abbiamo visto ne “La mafia uccide solo d’estate” di Pif). Questa vicenda si lega ugualmente al mondo della microcriminalità organizzata e di associazioni di stampo anche internazionale, con interessi illeciti e illegali “coperti” e “taciuti”, è fonte di un’economia sommersa che “uccide” e “opprime” quella legale, sommersa perché è come se affogasse e sommergesse di acqua e cancellasse, azzerasse l’altra reale, linfa vitale di un paese come Portopalo (ma dell’Italia intera) “dove non era accaduto mai niente del genere” e dove c’erano i pomodorini Pachino e la seconda flotta di pescherecci della Sicilia. Quasi si trattasse di un naufragio dell’economia “buona” a discapito di quella “maligna”. Poi la presenza della figlia è propedeutica anche ad altro. Questa della tragedia di Portopalo è una storia di sogni e di speranze: infranti come quelli di Fortunato; o quelli assaporati e agognati di Meri quale quello del cinema. Se Fortunato è un miracolato, che solo quel nome poteva avere perché sopravvissuto alla guerra nel suo paese e al naufragio, i cosiddetti “fantasmi di Portopalo” che rappresenta (e che danno il titolo al film: i ricordi traumatici e sofferenti che riaffiorano come i corpi rilasciati dal mare e le loro storie), hanno la “f” del suo nomignolo e di “fortuna”, quella che cercavano con la “fuga” dalla loro terra e con cui hanno invece trovato solamente la “fine”. Questa è una storia di morte, di distruzione, di cadaveri appunto, ma anche di paura. Se Fortunato ha la “f” di “Ferro”, le ferite sul braccio di Saro sono speculari a quelle dei naufraghi e di questo ragazzo che lui ha salvato. Ma certe non si vedono e sono più profonde e non si cicatrizzano. Così le paure dei clandestini sono le stesse dei pescatori. Per questo Fiorello ha voluto ben rendere il timore che entrambi hanno di poter perdere tutto: la famiglia, i cari, gli amici per i primi, l’attività per i secondi. E, per ritornare alla metafora del mare: “la paura è come il mare –dice Saro a Fortunato- bisogna saperla affrontare”.
Dunque una lezione di storia (da intendere quale disciplina scolastica), sulle guerre in questi paesi e di questi eventi che accadono nel nostro paese e che vedono al centro questi uomini con il loro passato doloroso. Oppure una lezione etica: se al nome di Saro si mette l’accento sulla “o” diventa il futuro del verbo essere in prima persona, per guardare al domani di ognuno di noi e quello che ci sarà e si diventerà o potrà arrivare ad essere. Una lezione di giornalismo e sul senso che esso ha assunto oggigiorno, sull’importanza di denunciare e non subire ingiustizie o essere omertosi e indifferenti di fronte a eventi di tale portata. Spesso tali vicende sono viste come “un caso freddo”, noioso per la stampa. Invece, tramite la figura del giornalista Giacomo Sanna, si fa un’importante riflessione: “oggi il giornalismo – dice il personaggio – non aiuta più la gente a capire i fatti, non è più un’opera di servizio pubblico. Volevo mollare tutto; solo che adesso con la tua storia, con quei ragazzi (con i loro occhi e sguardi), credo di poter essere davvero ancora utile sul serio”. Decide di volerci veder chiaro e di voler “costringere” e non “convincere” a riaprire il caso. Per lui, come per Ferro, è una questione di coscienza. Saro per cinque anni, tutte le notti, ha pensato a come si sarebbe sentito se fosse stato lui al posto di uno di quei clandestini. Sarebbe stato più comodo e facile per lui fuggire da Portopalo, un luogo dove si era inimicato la gente del posto, fregarsene, cercare di dimenticare (“così fa meno male” ed è più facile afferma nel film Fortunato), ricominciare come se niente fosse, tutto da capo, lontano da quel passato che pesava. Magari trasferendosi a Roma con la scusa del provino vinto dalla figlia Meri (che sembra essere lì per ricordare che “sognare non costa nulla”). Invece no, è restato per sapere e far conoscere, per onorare il sacrificio della vita di tanti innocenti per gli interessi di pochi scafisti senza scrupoli, dediti solo al guadagno economico. I vestiti, non a caso, saranno le prime cose ad essere individuate del relitto della nave (per cercare le prove che servono per riaprire il caso e vincere la causa): appaiono sul monitor della sonda lanciata in mare, in acqua nel punto dove Saro aveva trovato i primi resti; metaforicamente gli indumenti sono quelli che più rappresentano e dicono chi siamo, da dove veniamo e quindi ci parlano di questa povera gente disperata. La sua filosofia e la sua forza sarà l’ostinazione di continuare a cercare finché non troverà ciò che cercava appunto. Se per tutto il film hanno dominato gli occhi e gli sguardi spaventati di Fortunato, ma anche quelli di Saro e della moglie, nel finale si fanno parlare soprattutto le immagini, interrotte dalle lacrime di Fortunato appunto. Sono queste ultime che restano e descrivono ciò che rimane di questa tragedia: il dolore, che è quello che si è cercato di contrastare, combattere e superare perché ha caratterizzato l’intera vicenda e gli animi di chi l’ha vissuta in prima persona.
La miniserie ci lascia con la riflessione amara di Saro: “l’ho fatto perché andava fatto e per me ne valeva la pena ed era giusto così. Non possiamo fare finta di girarci indietro e non vedere. Il mare ci insegna che, per fare il pescatore, bisogna guardare avanti a quello che c’è all’orizzonte”. Se ritorna la metafora del mare, le sue considerazioni sono quelle anche, indirettamente, del giornalista (Sanna, ma crediamo di Giovanni Maria Bellu stesso, che lui un po’ rappresenta). Nelle ultime scene, poi, ha luogo la commemorazione funebre (alla presenza solo di gente semplice e civili e non di autorità), con 283 fiori lanciati in acqua, uno per ogni vittima: “persone venute a cercare una vita più degna e morti nell’indifferenza” – sintetizza Saro. La cui colpa è stata quella di essere al centro ed entrati nel meccanismo complesso di un vero e proprio sistema più ampio esistente dietro di fondo, che vedeva coinvolte forze armate, in divisa e a più alto livello. Se molto ha pesato “il gioco di interessi” individuali, pregnante la risposta di Ferro a Sanna: “non mi deve chiedere che cosa ci guadagno, ma cosa ci perdo”. E non si riferiva solamente alla perdita della possibilità di fare il mestiere di pescatore; ma anche al rischio dell’accusa di reato di occultamento di cadavere. Come il giornalista rischia quello di querela per diffamazione, anche lui aveva la messa in gioco di seri pericoli per lui e per la famiglia. “Negli abissi del Mediterraneo il cimitero di clandestini” titola nella miniserie un articolo di giornale; “ma non è la tomba della verità”, aggiungeremmo noi. Solo la verità rende liberi si legge nel Vangelo; allora è solo facendo chiarezza e riuscendo a conoscere la verità che i naufraghi saranno veramente liberi, senza più quel peso sul cuore. Il grido “l’abbiamo trovata” (la nave) di Saro, per dare la notizia alla sua famiglia, equivale a quell’”Eureka” di Archimede che sa di trionfo.

Barbara Conti