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Ba.Co.

Romanzo famigliare, il nuovo family drama di Francesca Archibugi

Romanzo-famigliare-1000x600La nuova serie tv “Romanzo famigliare”, scritto da Francesca Archibugi (insieme con Elena Bucaccio), ha avuto un successo di pubblico, anche sui social, sorprendente: complessivamente pari a un totale di circa 5.637.000 spettatori con il 22.2% di share. Dopo “Romanzo criminale”, arriva “Romanzo famigliare”, ma spicca per originalità. Innanzitutto per la struttura in capitoli, tipica di un romanzo letterario, come quelli francesi ottocenteschi: di Zola (e dei suoi “Rougon-Macquart, storia naturale e sociale di una famiglia sotto il Secondo Impero”, in venti romanzi scritti dal 1871 al 1893, opera che segna la nascita del romanzo realista del naturalismo) o di Honoré de Balzac (si pensi ad esempio a “La comédie humaine”, “La commedia umana”, in cui descrisse la società francese dell’epoca attraverso innumerevoli opere), o di Gustave Flaubert (la sua Madame Bovary, scritto dal 1837 al 1856, ha qualche cosa che ricorda la protagonista Emma di “Romanzo Famigliare”); ma anche del ceppo germanico, stilato dal tedesco Thomas Mann a partire dai suoi “Buddenbrook: decadenza di una famiglia”; o inglesi come quelli di Dickens (“Hard times” -1854- da una parte e “Great Expectations” -1860- dall’altra, in primis). Superata per poco negli ascolti al primo appuntamento da “Quo vado” di Checco Zalone (che ottiene sei milioni 259mila spettatori, con uno share quasi del 25% -24,98%-, contro i 5 milioni e 637mila dell’opera della Archibugi e il ‘suo’ 22,2% di share) batte, invece -alla successiva puntata-, “Andiamo a quel paese” di Ficarra e Picone (5.434.000 spettatori e 21,8% di share per “Romanzo famigliare”, contro 3.887.000 spettatori e 15,9% di share per il film di Ficarra e Picone). Poi c’è la novità della voce narrante di Marco Messeri (che è Vanni, autista da quasi 40 anni, ben 39, della famiglia Liegi da cui proviene Emma). Con un cast d’eccezione guidato da Vittoria Puccini (nei panni di Emma) e Giancarlo Giannini (nelle vesti del padre Gian Pietro Liegi), l’aspetto più inedito (piuttosto che Milano o Torino o altri posti più classici) è la location di Livorno (con il lungomare, la terrazza Mascagni, il porto e l’Accademia Navale). E poi la presenza della Marina militare con il suo rigore, rappresentata in maniera diametralmente opposta a quella mostrata dalla fiction con Claudio Amendola e Carolina Crescentini: “Lampedusa-dall’orizzonte in poi”, miniserie TV per la regia di Marco Pontecorvo (del 2016); qui la Marina soccorreva i rifugiati che sbarcavano sulle coste italiane del Mediterraneo, salvando molte vite umane. In “Romanzo famigliare”, invece, vediamo che anche all’interno di essa vi sono dei problemi, nonostante le rigide gerarchie e gli obblighi e i dettami che vigono, le ferree regole che vanno rispettate come doveri inviolabili. Non mancano, infatti -oltre agli aspetti positivi-, quelli negativi di angherie, molestie, offese, quasi una sorta di nonnismo, ottemperato ai danni di un militare della marina però donna, semplicemente perché è una femmina e non un maschio a vestire quella divisa: si tratta di Nicoletta detta ‘Nicola’ (alias Barbara Venturato); ma non sarà la sola, intanto la Marina militare diventa simbolo di identità nazional-patriottica. “Capitano, che faccio di sbagliato perché mi odiano tutti?” -chiede alla fine esausta- al suo capitano che è il marito di Emma e padre di Micol, ovvero l’ex allievo dell’Accademia Navale e ora Tenente di Vascello, Agostino Pagnotta (Guido Caprino). L’attore già aveva recitato in molte fiction (Il Commissario Manara, In Treatment, I Medici) e anche per quelle per Sky (1992 e 1993, su Tangentopoli e Mani pulite, dove era il veterano della Marina Militare Pietro Bosco, schieratosi in politica con la Lega Nord dopo essere tornato reduce dalla Guerra del Golfo).
Con il suo ordine la Marina militare contrasta con il caos che regna nella vita della protagonista Emma (Vittoria Puccini). Il nome richiama (come un po’ lo stile della serie) quella omonima e similare Emma interpretata da Vanessa Incontrada in “Un’altra vita”. Anche lei vorrebbe un’altra vita per sé e per la figlia Micol (la convincente esordiente Fotinì Peluso), proprio come quella dell’altra serie. Si ritrova a vivere un’esperienza catartica, che le fa prendere coscienza di sé; quasi un’epifania (per dirla con Virginia Woolf o meglio James Joyce, per rimanere in ambito letterario): una Livorno che diventa come Dublino, un personaggio stesso dell’opera, un personaggio che scatena nei protagonisti una sorta di flusso di coscienza e di monologo interiore (a tratti silenzioso, muto, ma ben visibile, riconoscibile e intuibile in maniera fragorosa -quasi a stravolgere ogni ordine tradizionale classico e cronologico-). Un po’ come rievocano la memoria le madelaines con il loro profumo nel protagonista in “À la recherche du temps perdu” di Marcel Proust (romanzo scritto tra il 1909 e il 1922 e pubblicato nell’arco di 14 anni -tra il 1913 e il 1927-, di cui gli ultimi tre volumi sono postumi). Ogni dimensione temporale viene annullata, proprio simbolicamente dal fatto che lei fa parte di una nobile famiglia ebrea livornese (ma senza che vi sia stato nessun mutamento apparente nel tempo delle sue condizioni socio-economico-esistenziali); e anche quelle di spazio, poiché ci si trasferisce da Roma a Livorno, ma è come se poi nulla cambi in fondo. Flusso di coscienza perché i personaggi fanno i conti con la propria coscienza. Eppure è come se si dicesse che c’è sempre un momento nella vita in cui essa ti dà l’occasione di crescere, l’opportunità per cambiare ed evolvere; e non conta il ceto sociale o il luogo: tutti abbiamo dei demoni con cui combattere (nella Marina, nelle classi più abbienti e ricche, nei giovani e negli adulti). Non c’è solo il rapporto madre-figlia, padre-figlia, genitori-figli, la ricerca della propria identità e un racconto di formazione per i singoli protagonisti, ma “Romanzo famigliare” è la storia “allargata” di tanti legami che si vengono a creare (amicizie e non solo), di fiducia, di affetto, di rispetto, di stima, di riscatto. Soprattutto al femminile, mostrando anche quanto la figura della donna sia evoluta nel tempo. Un confronto tra passato e presente per guardare al futuro in modo diverso. “Fai incontrare ciò che eri con ciò che sei, ma il passato -si sa- ti cambia”, si dice nella serie. Micol scoprirà che Agostino potrebbe non essere il suo vero padre, ma forse lo è un ex fidanzato della madre (che lei rincontra): Giorgio Valpredi (Andrea Bosca). Giorgio stesso le dirà se ha mai pensato a come sarebbero andate le cose se fossero rimasti insieme e se Micol fosse davvero sua figlia. Lei è più matura dei suoi sedici anni, aveva sempre badato alla madre, quasi più immatura e irresponsabile, incapace di badare a sé e alla figlia, di darle un punto di riferimento e stabilità, soprattutto emotiva, di occuparsene e di preoccuparsi per lei: più due sorelle che una madre e una figlia, eppure si assomigliano più di quanto loro stesse non pensino. Micol rimarrà incinta del suo insegnante di clarinetto Federico (Francesco Di Raimondo), proprio come la madre l’aveva avuta a 17. Lei dirà di avere “un gatto nero nella pancia”, che ricorda un po’ il film di animazione francese di Alain Gagnol: “Un gatto a Parigi” (del 2010). Qui il protagonista è Dino, un gatto dalla doppia vita: di giorno vive con Zoe, una ragazzina la cui mamma Jeanne è agente di polizia; di notte lavora con Nico, un ladro dal cuore grande. Zoe si è chiusa nel silenzio dopo la morte del padre, avvenuta per mano del gangster Costa. Un giorno il gatto Dino porta a Zoe un bracciale preziosissimo. Metaforicamente Zoe potrebbe essere Micol e il bracciale preziosissimo la gravidanza (una fortuna e una sciagura al contempo), il gatto -invece- la musica e il clarinetto che suona con Federico. Inoltre anche la sigla di “Romanzo famigliare” ricorda la grafica dello stesso genere del film d’animazione francese. E, a proposito di metafore, pure Gian Pietro Liegi viene visto come estensione del serpente che tiene in casa (e che si ciba di topolini), ma “il serpente è un po’ acciaccato” -confessa lui stesso, ammalato e stanco-.
Non appena si scopre la verità, il nonno vuole farla abortire, mentre una dottoressa (Tullia Zampi, interpretata in modo molto misurato da Anna Galiena) la consiglierà e sosterrà nel modo giusto. Dicendo una verità su cui si fonda “Romanzo famigliare”: “il patrimonio genetico è più importante di quello immobiliare”; non contano i beni e le ricchezze possedute, perché nessuna vale tanto a paragone di una vita e dei sentimenti -soprattutto d’amore-. Ma ecco che tale episodio fa crescere non solo Micol, ma Emma stessa. Lei diventerà più giudiziosa e responsabile, più saggia e più equilibrata. Supporterà la figlia, condividendo con lei le sue paure, ma soprattutto infondendole un sano insegnamento: “sta a te decidere se vuoi sapere quale è la verità delle cose”, cioè ricercarla sempre con consapevolezza e un’acuta capacità di discernimento. Imparerà quasi a fare la mamma (di cui lei è rimasta orfana e di cui cerca di seguire l’esempio e ricostruirne il ricordo). A chiedersi che cos’è il tempo, a ricercare di riappropriarsi del suo passato (scoprendo di non sapere poi molto) parlando con il padre, che le dirà: “non si può comandare solo, bisogna sapersi prendere delle responsabilità, prendendo delle decisioni nel tempo”. Conoscerà qualcosa di più su suo nonno, il padre di Gian Pietro Liegi, che “era triste perché era diventato povero come tutti gli altri” -le racconta lui-. E quando le chiede se ci abbia mai pensato lei dice: “no, ho fatto sempre una vita semplice”, risponde Emma e il padre la rimprovera: “Emma la vita è sempre complicata”. E allora si apre il bivio tra chi crede, come Vanni, che “l’amore è cambiamento” e che “i soldi complicano tutto” e chi -invece- che i soldi siano tutto. Del resto si è consapevoli che si può scegliere: o di sfuggire la verità, o di rincorrerla e andarle incontro oppure di ricordare semplicemente com’era.
E se c’è quasi una ditta di famiglia da gestire (un po’ sullo stile di “Una grande famiglia”), lei se ne troverà a capo (da legittima e diretta erede), e si dedicherà anima e copro ad un progetto, da “patrocinare”, per creare e fondare una struttura d’accoglienza per i minori con problemi giudiziari (anche finendo lei stessa per mettersi in guai seri); come Ivan (Renato Raimondi), l’amico sordomuto di Micol -che, con tutto il suo handicap fisico, sarà l’unico in grado di capirla nel momento di sua maggiore disperazione e di cui lei si innamorerà, ma di cui si approfittano la madre e la nonna-. Dunque ci si può capire anche con un linguaggio del corpo diverso da quello del dialogo orale, anche senza bisogno di parole. Ma Emma deve ritornare a Livorno, alle origini, a ritrovare se stessa, a ricordare chi era, a fronteggiare (e superare) il suo passato, per essere migliore e una donna adulta in grado di contribuire al cambiamento e al miglioramento del benessere della sua famiglia e degli altri. Per questo Livorno è un personaggio a tutti gli effetti così importante. E il bimbo che aspetta in grembo Micol raffigura proprio questo: un futuro ‘nuovo’ per tutti i Liegi e non solo; un domani diverso. Tra l’altro sarà una femmina, in questo ‘romanzo rosa in versione film’ -come potremmo definirlo-, in cui le figure femminili sono così centrali: quasi una nuova Emma, riuscirà a costruire una nuova immagine dei Liegi e un nuovo ‘impero’ diciamo della sua famiglia? A scrivere un nuovo romanzo famigliare, con un finale diverso di pace e non di astio? E proprio Micol è portavoce di una teoria ‘esistenziale ed umana’ interessante: “penso che si nasce pazzi e poi, pian piano, si guarisce”. Se ogni personaggio ha un segreto, ad aumentare la complessità dell’opera della Archibugi sono le gelosie che ne nascono successivamente, gli intrighi amorosi -tra tradimenti e complicità-, che sorgono quasi spontanei. Pensiamo, innanzitutto, a quelli tra Emma e Agostino: lei lo tradisce con Giorgio, lui con ‘Nicola’-Nicoletta, e poi con Denise (Barbara Ronchi) -moglie del fidato di Gian Pietro (Mariuz, alias Marius Bizau); ma sarà poi così fidato? E poi la reputazione di Liegi è minata anche da chi ha interesse solo per i soldi come Jacopo (Iacopo Crovella). Ma ad essere minacciata è anche l’amicizia tra Micol e la sua migliore amica Valeria (Annalisa Arena): quest’ultima si allontanerà da lei e litigherà con Micol per gelosia. Tradimenti, dunque, non ne mancano; ma vi sono anche tanti rapporti sinceri, autentici, di fiducia e complicità appunto: come quello di Vanni per Liegi (che promette di andare in pensione quando dovesse smettere di lavorare per lui); ma anche quello tra Emma e Natalia (Anita Kavros), sua ex babysitter ed ora la nuova compagna di suo padre, che si riavvicinano: Natalia le confesserà tutta la sua infelicità, che la costringe a prendere antidepressivi da dieci anni. I rapporti così maturano e si fanno più complessi. In primis quello tra Emma ed Agostino. La prima viene vista come una figlia di papà immatura e viziata, il secondo un arrogante e superficiale. Entrambi giudicati inadeguati da Gian Pietro, che ha più simpatia per Giorgio. Eppure è sorprendente come si vedono loro due reciprocamente. Lei senza di lui si sente sola, lui la vede “così vulnerabile” e l’ha sempre idealizzata, così bella eppure sempre così lontana, quasi la figlia di Liegi (un nobile) irraggiungibile, che poi finalmente l’ha degnato di uno sguardo e la cosa gli sembrava pressoché impossibile. Eppure, invece, -al contrario- lei crede che lui non abbia fiducia in lei, che pensi che non sappia fare nulla, e cerca qualcuno che -piuttosto- invece l’ascolti (come ritiene faccia Giorgio). La complessità dei rapporti umani e della vita umana, della commedia umana -per dirla con Balzac-.
Dunque un’opera corale, molto sofisticata e -soprattutto- che sa di classico e antico pur nella freschezza e attualità della sua totale modernità. Il tono più ‘elevato’ e ‘nobiliare’ è dato non solo dal titolo (dalla presenza dell’aggettivo ‘famigliare’), ma anche dall’accento toscano, che ricorda il nobile fiorentino della lingua di Dante, Petrarca e Boccaccio.

Barbara Conti

Arriva “Don Matteo 11”, cambi, sorprese e il solito Terence Hill

don-matteo-castAl via l’undicesima stagione di “Don Matteo” (in onda su Rai Uno da ieri, giovedì 11 gennaio, stesso numero per il giorno di trasmissione e quello della serie). Come sempre la fiction si svolge in puntate di due episodi, ciascuno con un titolo. E, se i nomi dati ai singoli episodi appunto sono sempre significativi giustamente, volendo trovarne uno che riassuma questa puntata d’esordio, potrebbe essere: “Cambio!”. L’inizio con cui parte “Don Matteo 11” è scoppiettante; molti cambi di scena e stravolgimenti nella caserma dei Carabinieri, dove ne ritroviamo l’icona per eccellenza: il maresciallo Cecchini (Nino Frassica). Non solo il capitano Tommasi (Simone Montedoro) non c’è più perché si è trasferito a Roma con la figlia e Lia (Nadir Caselli). Così, al suo posto, arriva una donna a comando della caserma: Anna Olivieri (Maria Chiara Giannetta); ma si dice capitana o capitano anche per lei? –si chiede un Cecchini stordito da questa novità-. Donna che ricerca l’ordine mentale innanzitutto all’interno della sua caserma. Rigida e fiscale, è il contrario di Tommasi: quanto è “fredda” apparentemente con i suoi “uomini” (tutti maschi che le puntano gli occhi addosso e le fanno sentire la pressione e il giudizio su di lei), quanto è romantica con il fidanzato e collega Giovanni, che bacia con tenerezza e senza pudore o inibizione in pubblico davanti a tutti.

Ma rischiamo di avere anche un sostituto di Don Matteo stesso: infatti Giovanni, che lei vuole sposare (da qui il titolo del secondo episodio: “Prove da un matrimonio”), le confesserà che, invece, desidera farsi prete perché qualche mese prima ha ucciso uno stalker e i sensi di colpa lo divorano. E così la nuova capitana finirà proprio per trasferirsi nell’appartamento che fu del capitano Tommasi. E il titolo dato al primo episodio è proprio “L’errore più bello”; ovvero, se non è un errore assolutamente il ritorno di “Don Matteo 11”, tuttavia (metaforicamente) vi sono degli incidenti di percorso che sembrano degli sbagli, ma che invece si trasformeranno in eventi fortunati e positivi. Il maresciallo Cecchini ne combinerà come al suo solito delle belle, con incomprensioni comiche: crede che vogliono trasferirlo e ha gli incubi, invece vediamo (nelle anticipazioni sulle prossime puntate), che finirà persino al posto della capitana. Don Matteo, poi, è sempre lo stesso: ha la passione per le indagini e diffonde la religione a modo suo. “La donna è nata dalla costola dell’uomo, Dio la creò dal fianco per essere sempre accanto all’uomo (vicino) e mai né sopra né sotto, ma alla pari dell’uomo stesso; dal lato del cuore, per essere amata”, spiega all’amico Cecchini. Quando la capitana gli fa notare che è sempre nel posto giusto al momento giusto – per una fortuita coincidenza quanto mai strana e curiosa- dice che lui la definirebbe solamente merito della “Provvidenza”. Dunque, se si respira aria di cambiamento nella fiction (e l’undicesima serie potrebbe essere proprio il risultato di 11 come l’equivalente di 10 e lode per come è strutturata), per il prete-investigatore quello che non deve mai cambiare né mutare è l’approccio alla nostra esistenza nella vita di tutti i giorni: “come dice e insegna Papa Francesco – fa notare Don Matteo – i precetti devono guidare le nostre azioni quotidiane, ma sono quest’ultime su cui dover fondare i nostri precetti stessi”, con un approccio francescano appunto all’azione volontaria e solidale comunitaria perenne e costante. Una formula che dà ragione alla serie, che fa il boom di ascolti: 8.258.000 spettatori e il 30,5% di share per il primo episodio, 7.083.000 spettatori e il 32,6% per il secondo.

Non mancano le sorprese: nelle prossime puntate compariranno (con una partecipazione straordinaria curiosa) Carlo Conti e persino Romina Carrisi Power (proprio la figlia di Al Bano e Romina), ma nel cast rinnovato (e ancor più numeroso) abbiamo la presenza di molti attori noti al pubblico che -di recente- stanno scrivendo la storia della moderna fiction italiana. A partire dalla stessa Maria Chiara Giannetta (che in “Che Dio ci aiuti 4” ha interpretato Asia). Facciamo degli altri esempi. Innanzitutto il suo fidanzato Giovanni (Cristiano Caccamo, che abbiamo visto sia ne “Il Paradiso delle signore” che sempre in “Che Dio ci aiuti 4”). Poi Maurizio Lastrico: ovvero il magistrato Marco Nardi in “Don Matteo 11” e l’Elia di “Tutto può succedere 2”, che nutre un particolare interesse per la capitana Olivieri. Poi Federico Russo, qui il giovane adolescente Seba, che abbiamo imparato a conoscere grazie a “I Cesaroni”, dove era Mimmo, ma anche alla recente serie tv -con Giuseppe Zeno e Vanessa Incontrada – “Scomparsa”, in cui vestiva i panni di Luca Rebeggiani. E ancora Lorena Cacciatore (che abbiamo visto tra l’altro nella fiction “Sirene” di poco tempo fa).

Tanti nuovi personaggi, di cui uno importante è il nuovo ospite della canonica di Don Matteo: la sedicenne Sofia (Mariasole Pollio), accusata di aver ucciso il suo tutore; è lei l’errore più bello – come confessa l’uomo in punto di morte -. Porterà molto scompiglio, innamorandosi di Seba, che però ha solo occhi per un’altra ragazza attaccata ad un respiratore artificiale. Viceversa ad animare l’attività della caserma è il caso della morte di una giovane, i cui genitori sono accusati di aver ucciso il suo carnefice (il padre è inpersonificato da Luigi Di Fiore, il Fausto Iseo di “Scomparsa”): “dimenticare non si può e non è giusto” è la loro regola. In realtà -fa notare loro Don Matteo- “c’è solo una morte che dà la vita: quella di Cristo; le altre morti, nate da uccisione per vendetta, sono solo un sollievo passeggero al dolore”: è la forza di chi parla di Dio anche a chi non ci crede. “A volte le cose non sono come sembrano” e se i due sembravano accusarsi a vicenda della morte della figlia, in realtà erano complici per vendicarsi di chi aveva ucciso la loro figlia.

Tra gli altri protagonisti subentrati nella fiction, abbiamo: Chiara Olivieri (Teresa Romagnoli), la ventisettenne sorella della Capitana, da un carattere completamente diverso; dirà alla sorella, non appena ha deciso di voler sposare Giovanni, “per una volta fagli fare l’uomo e non prendere sempre tu l’iniziativa per prima”. Rita Trevi (Giulia Fiume), la madre naturale di Sofia anche se non vuole rivelarglielo (ad aiutarla Don Matteo, che la sprona a confessarle la verità). Romeo Zappavigna (Domenico Pinelli), ventiquattro anni è il nuovo appuntato della caserma.

Barbara Conti

“Il ragazzo invisibile” di Salvatores 1 e 2: normali vs speciali

ragazzo invisibileLa fine dell’anno del 2017 si è conclusa con Rai Uno che ha mandato in onda il film, per la regia di Gabriele Salvatores, “Il ragazzo invisibile”. Il nuovo anno si apre con un 2018 che vede uscire nelle sale cinematografiche (a partire dal 4 gennaio scorso) “Il ragazzo invisibile-seconda generazione”. Il proseguo regalerà molte sorprese. È stato lo stesso regista a spiegarne analogie e differenze. Il primo invitava a riflettere anche sul tema del bullismo in maniera divertente, il secondo vuole andare oltre; ma il 2 sembrava un obbligo doveroso nei confronti di tutti i fan del precedente, che tanto successo ha riscosso. E, data la curiosità che ha già sollevato, anche quest’ultimo sembra destinato a far parlare di sé a lungo. Il primo trattava il tema del bullismo in maniera semplice, ma puntuale, chiara; utilizzando anche molti effetti scenici per ottenere soprattutto quello della trasparenza, con qualche battuta ironica buttata qua e là per far anche sorridere. Il secondo aggiungerà altri tasselli importanti alla storia del protagonista, Michele Silenzi, usando ancora più azione ed effetti scenografici speciali. “Nel primo film il nostro supereroe aveva solo 13 anni e abbiamo pensato fosse giusto continuare a seguire il suo cammino” -ha premesso Salvatores sul sequel-. “Dovrà imparare a gestire ancora meglio il suo superpotere e a confrontarsi con altri eroi; per questo vi saranno ancora di più effetti scenici” -ha aggiunto il regista-. “Per lui, come per tutto il pubblico, vi saranno delle sorprese. Scoprirà di avere una sorella un po’ speciale, che si infiamma facilmente e una madre -anche lei molto particolare- che credeva morta” -ha proseguito-. “Ma soprattutto imparerà che c’è una regola principale da seguire, come gli insegnerà bene la sorella: ‘gli umani non devono mai sapere dei nostri superpoteri’. Insomma, un bel ritorno, ed è entusiasmante ritrovarlo a 16 anni”. A tre anni esatti di distanza dal film commedia-fantascientifico de “Il ragazzo invisibile” (del 2014 appunto), che tra l’altro ha ricevuto il David di Donatello per i “Migliori effetti speciali” aVisualogie. Se questo era un film per i ragazzi e su di loro, ancor più lo è “Il ragazzo invisibile-seconda generazione”. Ricordiamo, infatti, che per la colonna sonora de “Il ragazzo invisibile” è stato indetto il concorso (intitolato appunto ‘Una canzone per il ragazzo invisibile’) per giovani musicisti non legati a nessuna etichetta o casa discografica, al fine di ricevere la canzone originale del film. A scegliere: lo stesso Gabriele Salvatore, Linus (di Radio Deejay), Federico De Robertis (autore delle musiche originali), Guido Lazzarini, Marco Alboni (Warner Music Italia). 414 i brani arrivati e tre quelli selezionati: ‘Halloween Party’ di Luca Benedetto, ‘Wrong Skin’ di Marialuna Cipolla e ‘In a Little Starving Place’ dei Carillon.

In “Il ragazzo invisibile-seconda generazione” ritroviamo Michele Silenzi (Ludovico Girardello), sua madre adottiva Giovanna Silenzi (Valeria Golino); ma anche altri personaggi ‘nuovi’: la sua madre naturale Yelena (Ksenia Rappoport), sua sorella gemella Natasha (Galatea Bellugi); la prima ha il dono dell’invisibilità come il figlio, l’altra può evocare e controllare il fuoco. Nella lotta manichea tra esseri umani normali e speciali, si cercherà di ricongiungere la famiglia di Michele (suo padre vero e sua madre adottiva compresi, con alcune fini tragiche). Più incentrato su un’inquietudine che nasce da un confronto generazionale, attraverso cui si preparano grandi cambiamenti.

Curioso come viene affrontato, soprattutto nel primo “Il ragazzo invisibile”, il concetto di esseri speciali. Inizialmente il 13enne Michele soffre di scarsa integrazione all’interno della scuola. ‘Nerd’, e pertanto per definizione ‘tendenzialmente predisposto non solo per la tecnologia, quanto soprattutto ad essere solitario e poco propenso asocializzare’, Michele è facile vittima di atti di bullismo, ben descritti in maniera diretta, essenziale, semplificativa, focalizzando e centrandone gli elementi fondamentali. È quasi come fosse inseguito da mostri che lo perseguitano, e per questo vorrebbe diventare invisibile. Viene pestato a botte come si calpesta un insetto mostruoso orribile, come avviene per Gregor Samsa ne “la metamorfosi” di Kafka del 1915: qui il protagonista si sveglia una mattina tramutato in “un orrido e gigantesco insetto”, ovvero un orribile ed enorme, gigantesco scarafaggio (che sarà calpestato dai famigliari spaventati). Dal lontano 1915 molti anni sono passati, ma curioso che il tema della trasformazione venga ancora affrontato con interesse e sviscerato in diverse forme, in un’epoca in cui il soggetto della mutazione ha assunto i connotati più variegati: dalle mutazioni genetiche dapprima su animali (pensiamo alla pecora Dolly), poi sugli uomini (si cerca di mutare e correggere persino il DNA) e dunque la clonazione stessa è all’ordine del giorno. Eppure è questo soggetto così perseguitato che pensa “sono un mostro”, per questo Michele desidera essere invisibile agli occhi dei genitori e degli amici (realmente e metaforicamente possiamo dire). Il bullismo stesso assume altre sfaccettature. Altri due ragazzi ne saranno coinvolti: i suoi ‘amici’ Martino Breccia (Filippo Valese) e Brando Volpi (Enea Barozzi) che, prima di ‘scomparire’ lasciano due messaggi inequivocabili: “Non vi preoccupate, me ne vado solo per un po’” e “voglio stare da solo, non mi cercate”. Silenzi (cognome molto significativo del protagonista, perché indice dell’incomunicabilità pirandelliana a richiamo della figura dell’‘inetto’ di Svevo, che è ben associabile alla vittima del bullismo) sembra ricevere solo ‘silenzi’ dalla gente e rinchiudersi sempre più nei suoi ‘silenzi’ assoluti di un mutismo fragoroso però. Par di sentire le parole della canzone di Renato Zero “Nei giardini che nessuno sa”: “c’è chi dimentica distrattamente un fiore una domenica e poi silenzi”. Quel fiore che lui cercava di donare, con il suo amore, a Stella Morrison (Noa Zatta), che neppure pare né notarlo né accorgersi di lui. Problemi di cuore tipici degli adolescenti, descritta come “un’età terrificante”, di cambiamenti che ti stravolgono la vita: ti cambia, come ti cambia la voce al ritmo di un attimo, perché “non sei più un bambino, ma non sei ancora un adulto”. E lui si considera “solo uno sfigato”. Eppure lei lo avvicinerà di più proprio quando diventerà “invisibile”, considerandolo una sorta di amico immaginario (argomento trattato già nel film “Bogus-il mio amico immaginario” con Whoopi Goldberg e Gérard Depardieu). “Chi sei? Un fantasma, un angelo o semplicemente il vento?”, gli chiede vedendo l’altalena su cui sedeva muoversi. “Non ti faccio paura?” -le chiede lui-. “No”, gli risponde lei: “ci rivediamo, si fa per modo di dire”, gli domanda lei -scherzando- ironicamente. “Ma tu esisti veramente”, lo interroga lei senza mezze misure. “Penso di sì” è la risposta di Michele. “Se chiudo gli occhi ti vedo, dovresti, venire più vicino”, -gli confessa lei-. Il tema dei fantasmi non è nuovo, che sono anche quelli che ognuno ha dentro di sé e che cerchiamo di combattere con noi stessi e poi raffigurati per incarnare la diversità e ciò che fa paura per antonomasia; ma anche la risposta non è sorprendente, perché non fa che sottolineare la superficialità umana, il fatto che spesso guardiamo, ma non osserviamo, ascoltiamo senza capire e comprendiamo solo una parte della vera essenza delle cose e di chi ci è di fronte, che spesso impariamo meglio a conoscere ad occhi chiusi, senza puntarsi lo sguardo l’uno nell’altro; se quest’ultimo è la cosa più essenziale e trasparente che vi possa essere, dall’altra parte è vero che spesso si conoscono meglio le persone in chat -scrivendo-, quando ci sia apre di più, che di persona, parlandoci dal vivo (perché ci si può chiudere per timidezza ed essere più restii e meno propensi ad aprirsi, piuttosto che non scrivendo e dialogando sui social ad esempio, quasi protetti dallo schermo del pc). Ma esiste un’altra verità assoluta e certa che “Il ragazzo invisibile” ben mostra: “quel costume che indossi non significa nulla, il potere (e la forza) è dentro di te”, nella tua testa -gli insegna Andreij (Christo Jivkov)-. E, a proposito di fantasmi e stravolgimenti nella vita, “Il ragazzo invisibile-seconda generazione” sarà ancor più fantascientifico (quasi come una saga di Harry Potter, alla Twilight o sul genere de “Le cronache di Narnia”) e a cambiargli la vita ci penseranno proprio due figure femminili: la madre Yelena e la sorella Natasha. L’adolescenza è un’“età difficile, di grandi cambiamenti: si iniziano a scoprire le potenzialità che abbiamo dentro” si afferma nel primo. Come il fatto di essere “speciali” (metaforicamente e non). La reazione immediata di Michele è di spavento: “penseranno tutti che sono un mostro” -pensa il ragazzo-. “No, tu sei speciale, solo che ora che tutti lo sanno sei in pericolo”. Per questo si devono cancellare i ricordi, un po’ come la memoria, e rinnegare il proprio passato. Per questo il giovane si oppone: “non voglio tornare normale come prima”. Tornare indietro a quando si sentiva nessuno, insignificante. Ora, con indosso una tuta nera aderente con la S cirillica (С) si sente più forte e sicuro, un supereroe a tutti gli effetti (quello che ha sempre sognato magari che lo salvasse, con la stessa iniziale ‘s’), un campione con la ‘c’ maiuscola davvero. Ma in realtà quello che sogna è racchiuso nel finale, quando riesce a liberare i compagni (Brando, Martino e Stella) ed esclama: “siamo liberi finalmente”, da ogni ingiustizia e sopruso, da ogni forma di vessazione e violenza, da ogni costrizione e pregiudizio. Forse questo il senso del simbolo dello smile che indosserà: essere lui l’artefice del cambiamento e di una possibile conciliazione tra normali e speciali. Che cosa significa essere speciale? Diverso? In fondo ognuno lo è a suo modo. Che cosa significa poi normalità? Non c’è un migliore e un peggiore, ma c’è un cambiamento possibile di sicuro che deriva dalla conoscenza reciproca sincera, senza maschere. Per tornare a sorridere insieme. In fondo è un po’ come andare in equilibrio sulle assi della vita, sempre in bilico, sull’orlo del precipizio: basta un errore per la morte, la fine di tutto, una semplice distrazione, un’ingenuità o un briciolo di superficialità in più può distruggere tutto quanto costruito sino a quel momento.  Forse per questo il cognome di Stella (Morrison) si fa emblema del richiamo alla figura del cantautore e poeta statunitense Jim Morrison: icona per eccellenza e simbolo dell’inquietudine giovanile, unimpetuoso “profeta della libertà” e poeta maledetto come spesso fu definito, sempre portavoce di una delle più grandi e forte rivoluzioni culturali epocali mai avvenute; quella che veicola anche un po’ lo stesso film di Salvatores “Il ragazzo invisibile”.

Nitto Atp Finals. Dimitrov incoronato a Londra miglior tennista dell’anno

dimitrovAppuntamento decisivo per i tennisti più forti del circuito Atp a Londra per le Nitto Atp Finals. Dopo le Next Gen Atp Finals di Milano, questo evento serviva a decretare il miglior tennista dell’anno, dopo aver “eletto” con quelle nostrane il più giovane talento. Una sorta di Laver Cup, con due gruppi: uno intitolato a Pete Sampras (assente), l’altro a Boris Becker (presente). È stato proprio quest’ultimo a premiare il vincitore, portando la pesantissima e maestosa coppa. Pesante anche perché valeva 1500 punti per il tennista più forte del 2017 che qui ha trionfato, ovvero il bulgaro Grigor Dimitrov, e un assegno di due milioni e mezzo di dollari; contro i 1300 punti e un milione 315mila dollari di montepremi per il finalista: il belga David Goffin. Nella finale ne sono successe delle belle; ad assistere Ivan Lendl, Matts Wilander e David Beckam. Viceversa, tra gli ospiti d’eccezione del torneo, si è vista (tra gli spalti nel team di Dominic Thiem, affianco alla sua mamma) la francese Kiki Mladenovic. Se le Atp Finals di Milano (cui ha assistito nella finale anche la nostra Roberta Vinci, oltre a Lea Pericoli e Nicola Pietrangeli) avevano regalato una sorpresa con la rivelazione di Chung, non meno sorprendenti sono state le Atp Finals di Londra dalla 02 Arena.
La finale. Innanzitutto l’ascesa esponenziale di Grigor Dimitrov, che diventa n. 3 del mondo, scavalca anche Alexander Zverev e guadagna circa 14 posizioni quest’anno, entrando tra i dominatori assoluti. Fuori Nadal, costretto al ritiro per il grave infortunio al ginocchio, nel match successivo sembrava out anche David Goffin (sempre per un problema al ginocchio: il belga ha giocato con una vistosa fasciatura). Tutti pensavano si sarebbe ritirato e soprattutto che non sarebbe potuto essere competitivo, dopo la sconfitta con Dimitrov per 6/0 6/2 (sbarazzatosi del lucky loser ripescato Carreno Busta con un doppio 6/1). Invece è arrivato in finale e ha lottato contro il bulgaro, portando il match al terzo set. All’inizio non una partita entusiasmante, con i due tennisti molto tesi ed emozionati. Nonostante percentuali lievemente migliori per Goffin, è Dimitrov a portare a casa il primo set per 7/5, giocando bene soprattutto gli ultimi due game in maniera più incisiva e aggressiva. David ben lo stava “legando” con scambi sul rovescio in back del bulgaro che non gli facevano male e che gli permettevano, poi, di spingere con il suo dritto e di spostare da fondo Grigor, impedendogli di venire in attacco a rete (dove è un falco) e facendolo correre molto. Nel secondo il bulgaro ha quattro palle break nel primo game d’apertura che non sfrutta, poi ha una nuova opportunità di fare break al belga sul 3-2, ma succede l’imprevedibile: sul 30-40 a suo favore, c’è l’overruling di Lahyani che chiama la palla di Goffin buona, invece che out come il giudice di linea; il belga vincerà il set per 6/4 e Dimitrov non riuscirà a salire 4-2. Nel terzo set parte bene il belga, che sembra favorito, ma al bulgaro poi riuscirà l’impresa mancata nel secondo set e farà break al belga sul 5-3 chiudendo per 6/3. Ma, oltre a complimentarsi con Goffin per l’ottimo lavoro svolto con il suo team (grande sportività dei due, che si sono abbracciati sinceramente a fine partita), l’augurio per ulteriori soddisfazioni future (entrambi quest’anno hanno vinto tre tornei) e per l’impegno di Coppa Davis di Goffin con il Belgio. Onore al merito al belga, che si dimostra un giocatore insidioso con la sua regolarità (lo stesso Dimitrov ha corso tanto). Non facile giocare una finale in cui la maggior parte del pubblico tifava Dimitrov (molte volte hanno disturbato il belga sul suo servizio ed è dovuto intervenire Lahyani). In più veniva da un suo successo personale: aver battuto in tre set (per 2/6 6/3 6/4), in rimonta quando era sotto di un set, Roger Federer fino a quel momento strepitoso e impeccabile; ha imbrigliato lo svizzero con lo scambio sul suo rovescio, impedendogli di venire avanti a rete a chiudere il punto con pochi scambi. E qui a Londra è anche stato in grado di battere Rafael Nadal in un match strepitoso e lottatissimo: 7/6(5) 6/7(4) 6/4 il punteggio con due tiebreak eccezionali.
Goffin si è continuato, successivamente, a dimostrare un “vincente” conquistando il primo incontro nello scontro di Coppa Davis con l’Australia (sulla terra rossa) 7/5 al quarto set contro Millman (dopo aver perso il primo set al tie-break).
Oltre a Federer, che tutti davano per vincitore assoluto, escono inaspettatamente Thiem e Zverev. Il primo, troppo falloso (ha commesso davvero tanti errori, soprattutto di rovescio) vince in tre set sul ripescato Carreno Busta al posto di Nadal per 63 36 64, venendo a capo di un match non facile (lo spagnolo stava entrando sempre più in partita e in controllo del match; poi, però, perde malamente sia con Goffin (addirittura in due set netti per 64 61) che con Dimitrov (per 63 57 75). L’altro da un buon Jack Sock (per 64 16 64 in un match molto altalenante), poi liquidato da Dimitrov in tre set (per 4/6 6/0 6/3, dopo aver perso il primo sempre più in partita) come lo spagnolo dal belga. Poi il tedesco sarà – al turno successivo – protagonista di una partita particolare con lo svizzero: 7/6(6) 5/7 6/1. Perde malamente il primo set, soprattutto perché gioca malissimo il tie break finale decisivo, ma comunque buono l’equilibrio che riesce a tenere con l’elvetico (più esperto, con cui si aggiudica il primo set); poi gioca molto bene il secondo set, invece, che porta a casa per 7/5; infine, inspiegabilmente, perde il terzo nettamente, inaspettatamente. Sicuramente positivo per lui il fatto di riuscire a recuperare, dopo essere sotto un set; ma deve lavorare sul fatto che poi crolla al terzo: problema di stanchezza fisica e quindi di tenuta fisica o mentale e di perdita di concentrazione? A fine stagione tutto può succedere e su questo aspetto potrà lavorare bene con Ferrero. Per lui, sicuramente, sarà fondamentale trovare più costanza e continuità durante i singoli match; a quel punto potrà veramente ambire a diventare n.1.
Ma è sembrato quasi come se, soprattutto il tedesco, non riuscisse a spingere la palla, come se la superficie fosse troppo lenta e pesante e la palla si piantasse e non rimbalzasse sufficientemente; ovviamente sia Thiem che Zverev prediligono una superficie più veloce. Infine, precisazione doverosa, il fatto che si giocava con le regole classiche del tennis mondiale e non con quelle “nuove” testate in via sperimentale alle Next Gen Atp Finals di Milano.

Barbara Conti

“Ferrari: race to immortality”. La corsa al successo e alla gloria

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“Ferrari: race to immortality” (film nella selezione ufficiale alla Festa del cinema di Roma, per la regia di Daryl Goodrich), racconta come nasce un mito. Il successo è fatto di scelte dolorose, non sempre facili, ma che vanno condivise comunque. Anche e soprattutto in uno sport di squadra. Il senso del gruppo è fondamentale, ma a giocare un ruolo preponderante non sono solo gli attori principali (gli sportivi); c’é bisogno di veri professionisti, che investono risorse ed energie. Lo sport ormai è diventato un vero e proprio business, allora ecco la rilevanza di imprenditori del calibro di Ferrari per mostrare quanto, anche in una disciplina sportiva come l’automobilismo, non siano solo i corridori ad essere protagonisti, ma soprattutto un intero staff di addetti ai lavoratori e di imprenditori che gestiscono l’azienda per cui lavorano. Così si riesce a scrivere la storia come ha fatto Enzo Ferrari. Anche a costo di risultare ‘antipatici’ e andando contro-corrente, come fatto da allenatori quali Nick Bollettieri nel tennis.
E Ferrari é stato un po’ un allenatore per i ragazzi della sua scuderia, che considerò come figli. Soprattutto Peter Collins, dopo aver perso il figlio Dino. Raccontare questo sport in modo diverso, ripercorrendo le tappe più salienti che la “casa Ferrari” ha vissuto (da quelle gioiose a quelle traumatiche), con filmati d’epoca e intervista con voce fuori campo ad Enzo Ferrari, é un modo diverso e originale per parlare di questo sport. E di questa scalata al successo, di come si raggiunge la gloria e una fama immortali ed eterne. Immortalità che costa cara spesso.
All’epoca dei piloti gentleman, questi piloti erano come star, dei gladiatori, dei guerrieri. Dei veri combattenti, insomma, che però non persero la loro umanità. E forse questo li aiutava a farli sentire più forti in uno sport così pericoloso; con la consapevolezza che lo era e che tutto poteva finire da un momento all’altro. Ma soprattutto li univa e li faceva sentire più umani, accomunati da uno stesso destino: accettare il rischio di poter morire ogni giorno in pista per un semplice e banale errore e perdere tutto, lasciare famiglia e cari. Ma rimanevano amici. Tanto che Mike (Hawthorn) e Peter (Collins) si chiamavano ‘mon ami mate’. Erano delle vere star, dei lottatori che lottavano per l’immortalità, per essere eterni. Per sempre. Sarebbero rimasti nella memoria collettiva non solo con la morte (in pista e non solo) o dopo di essa, ma a prescindere. Del resto era lo stesso Ferrari ad affermare loro: “che tu vinca o perda sarai immortale”. Eppure non correvano solo per questo. Erano 5 piloti per 4 macchine  nella Ferrari, che lo faceva apposta per metterli in competizione perché dessero il massimo per lui: “abbiamo bisogno di vincitori, non di chi arriva secondo o terzo”, era del resto la sua regola. Ma non sembravano provare invidie. Anzi, conoscevano il rispetto reciproco e avevano cura di rispettare appunto una gerarchia interna ed implicita loro di chi era il pilota più forte. Il più alto esempio di sportività (da ricordare) e di complicità lo si ebbe nel 1956, quando (a un passo dal traguardo e dal diventare campione mondiale) a Monza Collins scese dalla macchina e fece guidare e condurre al traguardo e salire sul podio Juan Manuel Fangio. “Una star può essere molto speciale” – commentò Ferrari -.
La loro era più una voglia di superare i propri limiti, ma anche la malattia: pensiamo ad esempio ad Hawthorn, che scendeva in pista nonostante glu avessero diagnosticato una grave patologia renale che non gli avrebbe lasciato più di un anno e mezzo di vita. Dall’altro lato gli faceva eco Peter Collins, il cui motto era ‘life is short’: ‘La vita è (troppo) breve’ e che amava vivere all’eccesso.
Non era solo una questione di velocità (una gara a chi correva più forte) o di adrenalina del rischio. Del resto: “dove c’è pericolo c’è eccitazione” riteneva Ferrari. E poi “la paura – proseguiva – viene da ciò che non si conosce né può controllare. Un po’ come sporgersi dalla finestra per vedere quanto ci si può spingere oltre nel vuoto” – diceva -. Invece lui parve avere sempre il pieno e totale controllo di tutto. Scomparso a 90 anni, rimarrà famoso per la capacità che dimostrò di sapere sempre quello che doveva fare, di ripartire, di ricominciare, di re-inventarsi, di voltare pagina.
Perché lo fece? Perché “i piloti sanno apprezzare la vita meglio degli altri”, forse perché rischiano di perderla ogni volta. Talent scout, nel docu-film é egli stesso a raccontare questo sport, non solo come si diventa un businessman self made. Una disciplina emozionante. Tutto parte dal momento del via: che cosa si prova in quell’istante? “Una serie di sensazioni che poi scompaiono quando viene dato”, parola di Ferrari.
Per lui i piloti si dividono in due categorie: i dilettanti, ambiziosi, e i professionisti. Purtroppo, fece notare, l’Italia spesso non offre le strutture giuste per emergere e non dà i giusti mezzi come accade agli stranieri. Intransigente, per lui il successo dipendeva per il 60% dall’auto e per il restante 40% dal pilota. Ma la sua visione del successo era quanto mai dura: “dietro il successo c’è qualcosa di terribile. Gli italiani perdonano tutto e tutti, anche i ladri, ma il successo a nessuno”. Anche per questo c’è chi lo definì “un dittatore”: “se significa pretendere lo stesso impegno che profondo nel mio lavoro, allora sì lo sono”.
Molto severo, riteneva che “un uomo (tanto più un pilota) non ha bisogno di intrattenimento: lo distrae”; infatti “la decadenza di un fuoriclasse – aggiunse -, comincia quando antepone interessi privati a quelli sportivi e professionali”. Non credeva alla sfortuna: “é solo la capacità di ciò che non abbiamo saputo vedere”. Paura? No, non sembrava conoscerla o comunque sapeva controllarla e come superarla. Gestirla era facile per lui: “bisogna lavorare in continuazione; altrimenti poi si pensa alla morte”, era la sua regola. Il segreto, il coraggio, la forza di un uomo che ha scommesso tutta la sua vita per questo successo: la vittoria e la conquista dell’immortalità. Si circondò di uomini che hanno fatto sì che si portasse umanità in uno sport così crudele e spietato a volte, ‘assassino’. Pericoloso non solo per chi lo fa, ma anche per chi lo guarda. Durante gli incidenti in cui spesso perdono la vita i piloti, resta uccisa anche gente del pubblico, tra cui molti bambini innocenti e ci sono molti feriti anche gravi (un esempio su tutti: pensiamo a quello a Le Mans del 1955, quando morì Hawthorn e persero la vita altre 83 persone). Eppure come per un calciatore attaccato alla propria maglia (della sua squadra o della nazionale), questi piloti preferirono continuare a correre per e nella Ferrari più che cambiare auto. Inoltre da notare quanto Ferrari seppe unire i piloti italiani (come Eugenio Castellotti e Luigi Musso) a quelli stranieri , nonostante le divergenze ed i contrasti iniziali. Non rappresentavano più e solo la loro nazione, ma una squadra. Una sorta di soldati pronti a combattere e morire per un ideale: quello dello sport più che della gloria, che tuttavia comunque non disdegnarono mai. Quasi partigiani della libertà (probabilmente il maggiore senso di leggerezza che dava loro la corsa).
La parte più bella rimane sempre quella umana; della testimonianza – ad esempio – delle donne, compagne, mogli, fidanzate, future spose, che sono rimaste al fianco di questi uomini nonostante tutto e che spesso li hanno persi all’improvviso, quando meno se lo aspettavano o quando stavano per coronare i loro sogni. Desideri che ognuno di loro portava dentro sé, custodiva e difendeva fortemente. Restavano molto umani al di là della loro sfida alla sorte. Sogni infranti forse, ma non quello di essere migliori. Come hanno contribuito a rendere migliore la Ferrari e come ha fatto – del resto – lo stesso Enzo Ferrari. Ieri come oggi non dobbiamo mai dimenticare il loro esempio. Perché anche questo è l’automobilismo e lo sport in general.

Ba. Co.

Tempo di Finals, a Basilea vittoria a metà per Federer e Del Potro

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Le Next Gen Atp Finals stanno per avere luogo, nella loro prima edizione (dal 7 all’11 novembre prossimi). Intanto le donne hanno giocato le loro Finals a Singapore e si attendono anche le Finals maschili di Londra. Tempo di Finals, dunque, ma chi sono i vincitori? La sorpresa é che ci sono dei vincitori a metà.
Stiamo parlando di Roger Federer e Juan Martin Del Potro. I due campioni si sono scontrati, per la quinta volta quest’anno, all’Atp di Basilea. Una finale strepitosa vinta (in casa e per la terza volta su 5) dallo svizzero. Entrambi, oltre a vero talento, hanno messo in campo tanto nervosismo; prova evidente di quanto tenessero a questo trofeo. Non solo per il titolo di prestigio di un torneo importante, quanto per le altre conseguenze positive che avrebbe potuto contribuire a portare loro. Federer sarebbe potuto diventare il nuovo numero uno, a poco più di mille punti (1460) di distacco da Nadal. Del Potro inseguiva la qualificazione sicura alle Atp Finals di Londra. Invece entrambe le occasioni sono sfumate per tutti e due. Per il tennista elvetico e per l’argentino il torneo di Basilea si è concluso in un nulla di fatto per gli obiettivi mancati. Roger, dopo aver incassato l’ottava vittoria qui in casa, ha annunciato infatti che non giocherà il Master 1000 di Parigi Bercy e – pertanto – é matematicamente impossibile che supererà Rafa e diventerà il numero leader della classifica mondiale. Se Federer sciupa così l’occasione della posizione numero uno, per l’argentino vengono messe in discussione le Finals: avrà bisogno di raggiungere almeno la semifinale a Parigi per avere accesso diretto a Londra.
Ma il risultato conclusivo al termine della finale di Basilea é stato spettacolo assoluto. Si sono scontrati i due tennisti più forti, che hanno dato il massimo. Fuori Nadal per l’infortunio al ginocchio che lo ha costretto al ritiro, dopo il suo forfait la corsa era solo la loro. E il pubblico non poteva chiedere di meglio da una partita finita in rimonta al terzo set. Vinta per giunta dall’idolo di casa. Si parte in equilibrio, ma Juan Martin sembra più fresco e in forma, spinge di più e mette in difficoltà Roger, che ne esce solo con colpi da manuale a rete. Il servizio di Del Potro, però, funziona e strappargli la battuta é difficilissimo. Lo svizzero – viceversa – non riesce a servire come vorrebbe forse e si finisce al tie-break, giocato benissimo dall’argentino, che spinge sull’acceleratore e toglie il tempo allo svizzero e lo sorprende anticipando sempre le sue mosse.
Federer non fa in tempo a reagire e già é sotto di un set. Del Potro prosegue in vantaggio, facendo break a Roger che, però, lo recupererà portandosi sul 2-2. Da quel momento sarà lui a dominare con più aggressività. Fino al 4-4 a suo favore, quando trova il break decisivo per salire 5-4 e, a quel punto, non manca l’occasione di chiudere il set 6/4. Ancora più facile il terzo, che conquista per 6/3 strappando il servizio all’avversario sul 5-3. Federer deve tirare fuori dal cilindro i suoi colpi migliori da maestro (soprattutto a rete, a cui si inchina e che stupiscono anche Del Potro) per uscirne vincitore. Tanto che, man mano, anche le percentuali al servizio di Juan Martin (inizialmente molto ispirato) vanno scemando. 6/7 (chiuso agevolmente per 7 punti a 3, con un Federer sotto tono e sotto i suoi standard tradizionali) 6/4 6/3 il punteggio finale. É stata comunque una sorta di finale da record: oltre due ore e mezza di gioco, il 24esimo confronto tra i due, per Federer la 15esima finale giocata qui e di cui ne ha vinte 8; due le ha perse proprio da Del Potro, nel 2012 e 2013, un avversario che si dimostrava tanto più temibile in quanto reduce dalla convincente vittoria a Stoccolma (in Svezia), per 6/3 6/4 sul bulgaro Grigor Dimitrov. Per lui è il settimo titolo stagionale di quest’anno positivo, che concluderà giocando alle Atp Finals di Londra. Con 95 trofei all’attivo supera anche persino Ivan Lendl: solo Jimmy Connors ne ha vinti di piccole (fermandosi a quota 109).
Ma anche nel femminile è tempo di Finals con il Master di Singapore. A scontrarsi sono Caroline Wozniacki e Venus Williams. Se nel circuito Wta si sono alternate ben cinque numero 1, ora è stata trovata una nuova numero 3: é la danese. Alla Wozniacki bastano un’ora e mezza di gioco e un doppio 6/4 per venire a capo di un match che si stava complicando. Gioca molto bene il primo set, in pressione con ottimi colpi sull’americana. Continua benissimo il secondo in cui dilaga fino al 5-0; poi Venus ha una reazione, un sussulto e un moto d’orgoglio e, pian piano, rimonta sino al 5-4. Ma, a questo punto, Caroline non sbaglia più e chiude 6/4: ritrova la concentrazione e lo schema tattico vincente e porta a casa il match con un rovescio strepitoso sul secondo match point, che è quello giusto (il primo Venus lo annulla con un’ottima prima di servizio). La 27enne di Odense centra il 28esimo titolo in carriera e si porta al n. 3 del mondo (a pochi punti da Muguruza e Halep). Il master di fine hanno di Singapore ha visto, poi, l’addio al tennis di Martina Hingis (che ha perso in semifinale con la Chang, in coppia con la quale ha vinto quest’anno nove titoli): ex n. 1, é stata una delle più forti doppiste di sempre.
Una menzione merita anche la vittoria nell’Atp di Vienna di Lucas Pouille, in una finale facile quanto quella della Wozniacki, nel derby francese contro Tsonga. Il n. 25 Atp batte per 6/1 6/4 il n. 15.

Ba.Co.

Daria Gravilova conquista il Connecticut ed entra nella top 20

Daria GravilovaAlla vigilia dell’ultimo Grand Slam stagionale degli Us Open, al Wta di New Haven emerge la grinta di Daria Gravilova. La tennista entra nella top 20, è la prima australiana a conquistare il titolo qui nel Connecticut ed è il primo trofeo in carriera che si aggiudica. Si affianca, così, a Nick Kyrgios (finalista all’Atp di Cincinnati, dove ha perso da Grigor Dimitrov) nell’elenco dei talenti che l’Australia può sfoderare. Al Wta di New Haven Daria è stata capace di battere, consecutivamente, due top ten e rispettivamente la testa di serie n. 1 e 2 del torneo, ovvero Agnieszka Radwanska e Dominika Cibulkova. L’australiana ha sconfitto la polacca in semifinale (in un match senza storia, in cui l’altra non è sembrata mai impensierirla e invece lei è parsa avere sempre il controllo della partita), con un doppio 6/4; affronta invece la slovacca in finale, che riesce a superare solamente in tre set in un match molto equilibrato e rischioso per lei. Alla fine Dominika è sembrata molto stanca, ma Daria ha vinto di merito.

La più giovane parte bene e si porta in vantaggio sul 3-2 e servizio nel primo set; ma non è 4-2, perché subito si fa fare contro-break dalla Cibulkova, grande lottatrice che non ci sta a perdere e infatti riuscirà a chiudere il primo set sul 6/4 a suo favore grazie alla maggiore esperienza e con il break decisivo nel finale del primo parziale. Poi, quando è il momento della verità la tennista classe ’94 non esita a far sentire la sua presenza in campo mai venuta meno e chiude 6-3 con il break determinante che la porta a un terzo set che la vede di nuovo in fiducia e sempre più aggressiva. La slovacca, invece, rincorre sempre di più.

Ma entrambe lottano e l’equilibrio è sempre più consistente: i match point per tutte e due non mancano. Non si riesce ad intravedere come andrà a finire e tutto il pubblico è con il fiato sospeso, ma Daria comincia a prendere dei rischi paurosi, anche eccessivi, che però la premieranno garantendole il 6/4 che la incorona regina del Connecticut al quarto match point che è quello buono. Il segreto per la vittoria? Lo svela in conferenza stampa quando afferma di essere sempre stata convinta di poter vincere contro le sue avversarie, anche le top ten più forti e sopra di lei in classifica. Ovvero credere nei sogni con ostinazione porta al conseguimento del risultato e questo è un grande messaggio e forse il migliore degli esempi che una tennista così giovane possa dare a tutti gli amanti del tennis; ma anche Dominika non è da meno al riguardo e la loro statura più minuta (1 metro e 61 Dominika, 1 metro e 66 Daria, entrambe giovanissime poi: classe ’94 la russa naturalizzata australiana e classe 1989 la slovacca) rispetto ad altre tenniste invita a puntare l’attenzione non sul fisico, ma sul loro talento puro e così esplosivo a tratti.

In realtà crediamo che la differenza nella finale del Wta di New Haven Daria l’abbia fatta con lo schema di gioco. Innanzitutto, però, prima occorre evidenziare la determinazione di entrambe, che hanno dimostrato di avere un carattere e una personalità esemplari ed encomiabili, diventando due delle tenniste più lottatrici e stacanoviste del circuito, che non si possono non apprezzare e stimare al di là dei risultati e dei singoli match. Poi, ovviamente, non possiamo non riportare la delusione della Cibulkova. Ma una riflessione merita l’atteggiamento in campo della Gavrilova. Un’attitudine che abbiamo visto variare come il punteggio. La Gavrilova parte molto bene, aggressiva e in attacco e mette in seria difficoltà la Cibulkova e si porta in vantaggio nel punteggio. Poi, però, da metà primo set cambia qualcosa. Ovvero Daria accetta di più lo scambio lungo da fondo e rischia troppo: lei sbaglia e, intanto, mette in partita l’avversaria facendola palleggiare troppo. Convinta di poter vincere, come sempre fino a quel momento, gli scambi, in realtà ha permesso alla slovacca di trovare il ritmo di gioco; mentre venendo in attacco glielo toglieva, anche se certo per lei significava un maggiore dispendio di energie. Perseverando su questa strada rischiava veramente di perdere la finale, insistendo anche troppo sul dritto della Cibulkova. Poi ha capito e ritrovato la giusta tattica ed è venuta di nuovo tanto a rete, mostrando un’ottima attitudine con smash e volée. Inoltre ha puntato più sul rovescio di Dominika che, così, ha provato a reagire venendo avanti anche lei, ma è apparsa meno ‘portata’ nei pressi del net. Infine la Gavrilova è emersa per la capacità di spostare l’avversaria e di correre, palesando una mobilità incredibile e davvero sorprendente. La stessa freschezza atletica e fisica che l’ha fatta sobbalzare e saltare nel finale per esultare per la vittoria. Sicuramente deve continuare a insistere su uno schema più offensivo e meno difensivo: sembra davvero una giocatrice da rete. La sua prova migliore, però, l’ha offerta dando dimostrazione di grossa maturità, rimanendo sempre concentrata e mai deconcentrandosi con scatti di rabbia o nervosismo, anche nei momenti più difficili.

Ciò le ha permesso di superare la testardaggine e l’ostinazione a voler rimanere a fondo a scambiare sul dritto della Cibulkova. Certo non sono mancate le sue espressioni ironiche, di soddisfazione e di sollievo nel riuscire a chiudere i punti decisivi. E certo c’è stata per lei anche un po’ di fortuna su un paio di palle con dei nastri volti a suo favore, ma ciò non pregiudica nulla -a nostro avviso- sul suo merito; anche se la Cibulkova ha affermato che, forse, la partita sarebbe potuta cambiare e girare se un paio di punti fossero andati diversamente (a nostro parere lei ha pagato solamente più stanchezza). Sicuramente già molto ‘evoluta’, la Gavrilova non può che crescere ancora e migliorare. Un percorso solamente in salita per lei incominciato agli Internazionali di Roma, nel maggio del 2015, quando riuscì a giocare un ottimo torneo arrivando alle semifinali contro Maria Sharapova, contro cui perse per 7-5 e 6-3. Ciò l’ha portata, in seguito, a raggiungere, il 22 ottobre del 2016, la posizione n.24 del ranking WTA, dopo la sconfitta in finale nella Kremlin Cup contro la connazionale Svetlana Kuznetsova. Piazzamento che ha mantenuto sino al 22 maggio di quest’anno.

Con la vittoria del 28 agosto scorso alla finale di New Haven, infatti, -come detto- è salita al n. 20 del ranking mondiale. Ha fatto piacere vedere quanto per le altre avversarie non ce ne fosse poi molto, data la perfetta forma agonistica e fisica eccellente della tennista di Mosca. Stato atletico al top si potrebbe definire. Così come lo è quello dello spagnolo Roberto Bautista Agut, che ha trionfato al torneo di Wiston-Salem su Dzumuhr con un doppio 6/4 abbastanza agevole. Diventando l’attuale n. 15 del mondo. Di certo, infine, una doppia soddisfazione per Daria, che solo lo scorso 30 giugno 2016 perse da Dominika a Wimbledon al secondo turno per 6/3 6/2.

Ba. Co.

Mayer contro Mayer. Finale tra lacrime
e commozione

Leonardo Mayer

Leonardo Mayer

Tennis, una settimana dopo si gioca negli stessi posti con ordini inversi. In Svizzera scendono in campo gli uomini a Gstaad; in Svezia, a Bastad, invece, è la volta delle donne. In più, nel periodo dell’attentato terroristico (seguito da quello di Ginevra), anche Amburgo vede impegnati i tennisti in un Atp inedito, per la serie Kramer contro Kramer: Germania vs Argentina, per due omonimi a contendersi un titolo un po’ particolare, reso speciale da un “fiocco azzurro”. La finale dell’Atp di Amburgo, infatti, vedeva opposti i due Mayer del torneo: Leonardo (l’argentino) e Florian (il tedesco). Sarà il primo a vincere, dedicando questa coppa al figlioletto che con la moglie assisteva al match in prima fila; visibilmente commosso (in lacrime) ed emozionato, non ha potuto che esprimere la sua doppia gioia per aver trionfato qui e sotto gli occhi di suo figlio. Lucky loser, fortunato lo è stato davvero, dunque, a riuscire a portare a casa il titolo in un torneo così importante. Ma anche molto abile. Entusiasmante la finale. Leonardo non solo ha giocato bene per tutto il torneo, ma è stato protagonista di una finale strepitosa contro Florian Mayer, che le ha provate davvero tutte: ha tentato di attaccarlo, di mettergli pressione, ma veniva passato; ha cercato di sorprenderlo con palle corte, ma Leonardo ci arrivava ed era lui a sorprenderlo con trovate e contro-smorzate eccezionali. Eccellenti, sicuramente, le finte di rovescio, che Florian fingeva di tirare normalmente o in back o in lungolinea, per tentare poi la palla corta; ma i fondamentali e il gioco messo in campo da Leonardo sono stati di qualità superiore: più potenti e più precisi. Semplicemente più ispirato e in forma, rispetto a un Florian apparso più stanco, ma che ha lottato tanto, portando la partita al terzo set, quando ormai sembrava chiusa. Veniva da una semifinale che ha visto il ritiro di Kohlschreiber, ma non è bastato. Non è stato sufficiente neppure l’alto livello di tennis espresso in tutti gli altri match. 64 46 63 il risultato finale, di un incontro che ha entusiasmato il pubblico, esploso in un lungo applauso al termine dello stesso, quasi in una sorta di standing ovation, a ringraziare l’impegno dei due tennisti che si sono spesi generosamente. Primo titolo da papà (di Federico, avuto da Flavia Pennetta come noto) anche per l’azzurro Fabio Fognini all’Atp di Gstaad. Torna a vincere dopo il trofeo conquistato nel 2016 ad Umago (che quest’anno non gli ha portato altrettanta fortuna, dove ha perso dal giovane Rublev). Ottiene una wild card d’oro, dunque, la testa di serie n. 4. Tutto facile, fin troppo, per lui contro il qualificato tedesco Yannick Hanfmann, numero 170 Atp. Fabio rischia di deconcentrarsi. Parte bene e si porta sul 4-1, ma si fa recuperare sino al 4-4 per poi fare di nuovo break e chiudere 6/4; intanto l’avversario entra in partita e il match si fa sempre più lottato ed equilibrato. Il secondo set si chiuderà con un 7/5 insidioso: pericolosi soprattutto i kick di servizio ad uscire sul lato sinistro, che spingono il ligure fuori dal campo, che prende le misure; tiene bene lo scambio, aspettando e costringendo l’avversario all’errore, soprattutto con il suo rovescio e tentando anche delle smorzate. Sicuramente da sottolineare lo scenario idilliaco che li circondava: tanto verde e casette di legno, come baite di montagna circondate da monti floridi, a dare un senso di pace e poi il volo di aeroplani con la bandiera svizzera a disegnare in cielo un cuore. Non è mancato il vento, che ha fatto volare l’ombrellone del giudice di sedia, subito prontamente afferrato e chiuso. Episodi curiosi che hanno rallegrato un po’ l’atmosfera.

Particolare anche la finale del Wta di Bastad, in Svezia. Tra la danese Caroline Wozniacki e la ceca Katerina Siniakova. Sarà quest’ultima ad avere la meglio, ma molte e troppe le occasioni sciupate dall’ex numero uno. Caratteristico, soprattutto, il time out medico per due chiesto (contemporaneamente) da entrambe: per il polso sinistro, anche se è parso accusasse dolore e fastidio anche alla mano destra durante il servizio, per la Wozniacki; al tricipite del braccio destro (visibilmente già fasciato) per la Siniakova. La ceca ha chiuso per 6/3 6/4, ma complice una danese molto fallosa e “sciupona”: nel primo set si procedeva in equilibrio e la strada sembrava quella dell’essere destinata al tie-break; invece, sul 4-3 (dopo aver già recuperato dal 4-1), con un doppio fallo orrendo, la Wozniacki ha regalato il primo parziale alla giovane avversaria. Poi l’interruzione per time out medico (dopo quella per pioggia). La danese sembra partire bene e va subito 3-1 nel secondo set, ma non sfrutta l’occasione per dare il colpo definitivo alla ceca, un po’ spaesata e sorpresa, per allungare al terzo set l’incontro; ed è di nuovo parità sino al break decisivo per chiudere 6/4: ma molte le palle del set point e i match point annullati. Comunque positiva la notizia del ritorno di Caroline, che gioca un buon tennis anche se a tratti appare un po’ confusa e in difficoltà. Sicuramente non al 100%, forse per lei si tratta solo di recuperare il top della forma fisica per diventare ancora una volta, di nuovo, competitiva come un tempo, quando raggiunse la vetta del ranking mondiale. Forse l’interruzione pe pioggia non le ha giovato, ma sicuramente è stata la rapidità di gioco (in pressione) della Siniakova a creare problemi alla danese, togliendole ritmo, continuità e regolarità con la sua solidità.

“Words and pictures” di Schepisi: la rivalutazione di parole ed immagini

“Words and pictures”, parole e immagini, è il film per la regia di Fred Schepisi che vede protagonisti Juliette Binoche e Clive Owen (doppiati egregiamente rispettivamente da Emanuela Rossi e Massimo Rossi). Rispettivamente nei panni di due docenti: lei di Arte avanzata e lui di Inglese, alias la professoressa Dina Delsanto e il professor Jack Marcus. Presentato in anteprima alla 38ª edizione del Toronto International Film Festival nel 2013, il film è incentrato su un divario di visioni contrapposte.

Parole vs immagini, quale è più potente? Per riscoprire il valore di ciò che comunichiamo ed esprimiamo. Ha ancora senso tale dibattito o è “una guerra insensata e artificiale” come viene definita? E, soprattutto, un’”unità di intenti” è possibile e raggiungibile? Già di per sé una questione complessa, la situazione si ingarbuglia quando ci si mette anche l’amore a complicare le cose. Interessante, infatti, è soprattutto quello che viene indicato dal titolo del film, che mette una “and”, la congiunzione “e”, ad unire -e non separare- i due universi delle parole e delle immagini, della letteratura e dell’arte. C’è una via di mezzo percorribile, d’equilibrio allora –forse- tra i due opposti. Ma è davvero così? Quale è e da che cosa è data? E, soprattutto, come raggiungere questa “mediazione”? “Tra dire e il fare c’è di mezzo il mare” afferma il detto popolare.

Allora tra le parole e le immagini c’è la cosiddetta “rivalutazione”, che rima con rivoluzione, da intendersi anche come il rivalutare l’importanza dell’azione, cioè del fare qualcosa per l’altro; invece di farsi la guerra appunto, venirsi incontro e cercare di capirsi veramente. Interessante, però, la venatura fresca ed attuale (ancora ad anni di distanza dall’uscita) del film: dietro la centrale ed apparente discussione filosofica, etica, letteraria, artistica, morale, etimologica e un po’ deontologica e semantica, vi sia una critica sociale modernissima; ma anche individuale ed esistenziale sul senso stesso della vita. Si parte certo un po’ dai luoghi comuni, che si intende sfatare crediamo: “Un’immagine vale più di mille parole” – come sostiene la professoressa Delsanto -, perché “le parole sono trappole, menzogne, sono il vero problema e non bisogna fidarsi di esse, mentre l’arte è il talento della creatività”; oppure, dall’altra parte, il professor Marcus che ricorda come anche nella Bibbia si citi che “in principio era la parola”, il Verbo, di cui c’è bisogno per comunicare e inventate per questo e sono “verità” – lui ritiene-; anche se – all’epoca degli uomini delle caverne – vennero prima i segni, le immagini, delle parole – sottolinea Dina-. Allora, paradossalmente, il rischio è di estremizzare e degenerare, rischiando di dimenticare l’essere umano, di assolutizzare concetti “astratti” senza estrapolare il vero valore racchiuso in essi. “Un uomo vale più delle sue parole e una donna più della sua immagine”? – occorre chiedersi -. E in questo ci si riscopre simili. In una società contemporanea in cui i principi morali si sono un po’ persi, anche la letteratura e l’arte sono un po’ sofferenti: metaforicamente Marcus soffre di alcolismo e la Delsanto di artrite reumatoide. Non solo. Lui lotta affinché i suoi alunni non siano attenti solo ai voti o dipendenti dalle nuove tecnologie e succubi dei media, che atrofizzano il loro pensiero oltre che il loro fisico; “perché è un po’ come dare del semolino se si può offrire una bistecca”, ritiene lui con una similitudine simbolica. Il consumismo, i centri commerciali, Internet e i nuovi mezzi di comunicazione offuscano le loro menti. Vuole, invece, che siano esseri liberi e indipendenti.

E, a tale proposito, parlando di consumismo, curioso come il termine che dovrebbe fare da comune denominatore e trait d’union tra parole ed immagini, ossia “rivalutazione”, abbia una connotazione economica; il dizionario spiega il vocabolo con tale definizione: “In campo economico il termine rivalutazione indica l’aumento del valore nominale di un capitale nel corso del tempo, in virtù di automatismi (ad esempio la rivalutazione del trattamento di fine rapporto, il cui il tasso di rivalutazione è fissato dal codice civile) o dell’andamento di determinati indici. Le rivalutazioni automatiche in genere consentono di conservare sostanzialmente il valore reale del capitale”. Ma il passaggio dall’ambito finanziario a quello umano, il passo è breve. Ed ecco che la professoressa Delsanto invita i suoi studenti a porre il proprio interesse al “percepire nel cervello e nel cuore l’emozione” suscitata da ciò che hanno di fronte agli occhi: l’attenzione al “sentire”, alle sensazioni, ai sensi. Ed è allora che, quando lui ricade nell’alcool, vogliono togliergli la rivista che curava con i suoi ragazzi: per Jack è come un po’ sottrargli l’uso della parola e quindi la libertà d’espressione, d’opinione, proprio a lui che tanto ama l’uso del linguaggio e la comunicazione verbale e scritta. La rivista viene definita “una vetrina per il suo ego”, ma si andrà oltre il semplice stabilire cosa valga di più tra parole e immagini.

Da un semplice dibattito, ne nascerà un vero e proprio processo. Infatti tutto cambierà quando – sempre a proposito di attualità e contemporaneità del film – sia le parole che le immagini non vengono usate, ma abusate, in un caso di bullismo scolastico. Non c’è da riabilitare solo la rivista e il suo valore, dunque, ma l’importanza del peso attribuito a parole e immagini. Se conta fare bene una cosa per Dina e se Jack si ritiene “non un brav’uomo, ma un buon professore, che lotta per questo con ogni mezzo”, il loro impegno sarà davvero comune. Vediamo allora che, da un lato, lei rafforza il suo fisico con esercizi di palestra, lui facendo squash e calcetto. Pertanto dare nuova dignità a ciò che rappresentano simbolicamente.

Perché c’è qualcosa da (ri)scoprire. Il professor Marcus può rimanere a corto di parole e la Delsanto imparare non più a dipingere quello che vede, ma a vedere quello che dipinge, eppure possono arrivare a comprendersi meglio se riescono a cogliere che c’è una sola verità assoluta da apprendere: il credere nell’altro e avere fiducia in lui, (af)fidandovisi. Lui non può diventare “credibile” e “affidabile” se si fa grande con la poesia rubata la figlio: quando si mente, si perde la fiducia dell’altro in noi, che non ci crede più e allora anche noi tendiamo a non creder più a ciò che ci dicono e le parole perdono senso. Così come, se non si sente con il cuore e con la mente -ascoltando davvero l’altro- non si può arrivare a rappresentare con le immagini qualcosa che renda giustizia -non esprimibile a parole- a ciò che proviamo e sentiamo.

Ciò che dipingiamo e/o diciamo non è poi così diverso da ciò che siamo veramente in fondo, nell’essenza più profonda di noi stessi e della nostra universalità. Ma, a proposito di rivalutazione, è solo con il tempo e con l’esperienza che arriviamo a capire veramente chi siamo, persino a cambiare. Ed a riuscire ad esprimere meglio le nostre emozioni e sensazioni più vere. Ad essere persone migliori e più civili, più autentiche e pure –come il fascino dell’arte e la bellezza della parola applicate a un vero significato. A proposito di semantica e di glottologia allora. Potremmo dire che non conta tanto il significante, ma il significato, non il contenente, ma il contenuto, non la forma, ma la sostanza, non l’apparire ma l’essere, non ciò che racchiude, ma ciò che c’è all’interno (di noi, del nostro animo umano, del nostro cuore e nella nostra testa): perché quello non può essere finto, o ingannare o essere mascherato e camuffato. Come uno specchio che dice chi siamo e non possiamo fare finta di non vedere o sapere, anche se possiamo raccontarci verità diverse (di comodo, anche per non soffrire). Inutile negare un fatto ovvio come un sentimento, amore o altro che sia.

Quello che davvero fanno e sono in grado di compiere parole e immagini è l’andare oltre i limiti causati dalla malattia o da un (pre)giudizio morale dettati da un handicap fisico e da una chiusura mentale. Perché –poi- criticare significa anche fare autocritica: la migliore e più oggettiva delle analisi, per un’obiettività che porta alla vera interpretazione e comprensione. A cosa dare la priorità allora tra etica ed estetica?

Ba. Co.

“Black or white”:
questione razziale in una famiglia afroamericana

BLACK-OR-WHITE“Black or white”. Non è la canzone di Michael Jackson, ma un film profondo con Kevin Costner quale protagonista, per la regia di Mike Binder. Sembrerebbe un prodotto incentrato sul razzismo invece in ballo c’è l’affidamento di una bambina.

Su questo si regge. Fino a che la querelle in tribunale non sfocia nell’assalto verbale feroce ed anche nella violenza, degenerando appena viene pronunciata la frase ‘negro di strada’, con cui si definiva lo stesso padre (molto assente) della bimba e che fa passare per razzista il nonno (materno) della piccola (molto presente). “Qualcosa di odioso” –come lo definisce il personaggio di Kostner stesso- che non avrebbe mai dovuto dire, ma che non fa di lui un razzista. Il colore della pelle diverso é la prima cosa che si nota, eppure non è il primo pensiero che conta, ma il secondo o il terzo. Notare il colore della pelle fra neri e bianchi é come essere colpiti dal seno di una donna quando la si vede per la prima volta: non fa di te un pervertito. Ma un essere umano -aggiungiamo noi-. E se più volte viene ribadito al genitore della bimba che non è l’essere bianco o nero a fare la differenza, ma l’importante è il fatto di essere un padre, vediamo che le due comunità sono integrate e speculari.

Quelle del nonno e del papà sono due anime simili, tormentate e fragili. Il primo ha i soldi, ma ha perso la moglie e la figlia: la nipotina è l’unica cosa che gli resta. Alcolista, si rifugia nell’alcool perché non sa piangere per la scomparsa delle sue persone care, non riesce a versare lacrime o riempire il senso di vuoto, di solitudine e di non essere all’altezza o di temere di non riuscire a farcela da solo; vuole crescere la nipote al meglio possibile, ma non sa come fare e ha paura di non riuscire a poterla proteggere abbastanza. Il genero é pieno di debiti, con la fedina penale sporca, drogato, si sente inadatto a fare il padre ed occuparsi della figlia, incapace di trovare equilibrio e stabilità; ma ha una famiglia.

Dunque il binomio del titolo ben mostra la somiglianza e il parallelismo tra le due situazioni, più che contrapporle. Tanto che il rimando alla canzone di Michael Jackson è molto adatto: un nero che voleva diventare bianco e la cui carnagione mulatta ben descrive la multiculturalità della società afroamericana intrappolata nella criminalità che le affonda entrambe. Sia Elliot Anderson (Kevin Costner), che il padre della piccola Eloise (Reggie, alias l’attore André Holland), finiranno per essere travolti dai sensi di colpa e di inferiorità. L’uno riterrà l’altro migliore e più meritevole, per cui Reggie farà un passo indietro chiedendo per Anderson l’affidamento esclusivo della nipote.

Viceversa Elliot riconoscerà i suoi limiti (il vizio di bere troppo). Intanto tra i due contendenti la custodia di Eloise, c’é la nonna materna Rowena (Octavia Spencer), che vorrebbe lei potersi occupare della piccola, ma sembra arrendersi e riconoscere la vittoria del nonno e la loro sconfitta: sua e del figlio immaturo e irresponsabile che deve crescere e non ha saputo difendere ‘il suo sangue’. Mentre c’è attesa per il verdetto finale, accade un episodio tragico che sconvolgerà le vite di entrambi portando chiarezza. Reggie ha bisogno di soldi e li pretende da Anderson (giurando poi di andarsene per sempre dalle loro vite), minacciando di portargli via la nipote (lui infiltratosi a casa di Elliot dove non avrebbe dovuto entrare né tanto meno avvicinarsi alla bimba), sua figlia; lui sotto effetto di stupefacenti e il nonno di Eloise ubriaco. Ne nasce una lotta, che mette in serio pericolo Anderson, che cade in acqua in piscina e rimane incastrato nei lacci del telone di copertura. Intanto Eloise dorme beata e viene raggiunta dal padre che vede l’ultimo disegno che ha fatto: un ritratto di loro tre tutti insieme.

Il sogno di un mondo d’unione e fratellanza in cui poter rappresentare il concetto e l’idea di famiglia. Allora correrà a salvare l’altro in pericolo, dopo la guerra violenta e fratricida di cui erano stati protagonisti. La violenza (simboleggiata dall’arma del coltello preso da Reggie), di chi con auto distruttività annulla il diverso e non lo rispetta, di una società dove non c’è integrazione. Ma è proprio allora che ci si riscoprirà uguali ed esseri umani con le proprie debolezze. Basterà a portare pace? Di certo molto bello il finale con l’immagine in primo piano di Eloise che ne è l’emblema: il frutto dell’unione di entrambi, sintesi perfetta. Il futuro, dopo tante vite umane sacrificate. Anderson non riesce a sopportare che la figlia diciassettenne sia morta di parto per una malattia cardiaca, rimasta incinta di Reggie che aveva 23 anni. Tragedia poi seguita alla scomparsa in un incidente d’auto della moglie. La convivenza é difficile e lo scaricare sull’altro le responsabilità e le colpe più facile. Reagire e farsi forza difficilissimo. Ma questo lo è a prescindere che si sia bianchi o neri, sembra sottolineare il film. Forse può diventare un’aggravante in più, ma è un elemento che prescinde da un odio di fondo incontrollato spesso che ha altre origini: personali, più profonde, più umane, più intime e private. Più familiari. La motivazione razziale è una scusante per sfogare una violenza e una rabbia interiori, recondite, più complesse, rimosse persino, derivanti da traumi molto umani invece quelli.

Così come la paura di vivere é la stessa per tutti. Più che giudicare occorrerebbe confrontarsi pacificamente alla pari, quello che un po’ andranno a fare i protagonisti. Un triangolo anomalo e insolito di due nonni e un papà, almeno quanto il processo in tribunale che li vede protagonisti. Anche se poi tutto è riconducibile a un binomio; il “black or white” del titolo richiama e sembra ricordare il “tutto o niente” comune, ovvero o la bimba e il suo affidamento o il totale fallimento personale e individuale. Eloise rappresenta la voglia di riscatto e, per questo, più che un’accusa e una difesa sembrano esserci due difese che paiono volersi giustificare e cercare l’approvazione sociale (comprensione e forse compassione) per i propri sbagli ed errori. Per loro la piccola significa non essere dei falliti e inutili, è la sola cosa per cui valga la pena di lottare, per loro così remissivi e rassegnati allo sconforto totale quasi. Perché la famiglia e le origini non si possono cancellare o annullare come i debiti o i reati criminali, per cui si è pagato lo scotto.

Ma la pace, l’accordo e l’alleanza, ovvero la solidarietà, la vicinanza, la fratellanza, l’amicizia, l’aiuto reciproco sono difficili da raggiungere. In mezzo spesso vi sono questioni di orgoglio, di principio e di dignità, che si pretende e che si vuole far rispettare, ma che poi con essa ha poco a che fare poiché spesso é proprio il rispetto per la persona umana a mancare. Come la capacità di chieder ‘scusa’ e di sfruttare le occasioni che la vita e gli altri ci danno, senza deludere né le aspettative né la fiducia di chi ci vuole venire incontro. Aiutarsi reciprocamente sembra, al contempo, la cosa più facile e difficile da fare. La scelta più dura da prendere, anche se quella più giusta ovviamente. Anche per questo il tema affrontato dal film è quanto mai attuale, soprattutto alla luce dei nuovi scenari internazionali e dei neo equilibri geopolitici mondiali apertisi e creatisi, proprio anche con l’America.

Ba. Co.