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Ba.Co.

Atp di Shanghai, Wta di Hong Kong e Tianjin: la sfilata degli “invincibili”

2018 US Open - Day 4Non si potevano che commentare con ‘semplicemente ingiocabili’, le vittorie di mostri sacri della racchetta agli ultimi tornei. E, quando si parla di campioni insuperabili e invincibili, all’appello non poteva mancare Novak Djokovic, che ha vinto il torneo di Shanghai in maniera strepitosa. In forma più che smagliante, sembra davvero lui il candidato a raggiungere il primo posto della classifica mondiale in questa fine d’anno. Con Nadal fuori, Federer che ha perso da Coric qui a Shanghai in semifinale, e la conquista del suo quarto titolo proprio qui a Shanghai, Nole si avvicina al primato: ora è a soli 35 punti nella Race per il vertice. Infatti, in finale, ha sconfitto facilmente il giovane e valido croato, nettamente per 6/3 6/4: semplicemente imbattibile. Perfetto al servizio e a rete, da fondo e in attacco, sbaglia quasi nulla, concede ancora meno, gli riesce tutto alla perfezione, sposta qualsiasi avversario e controlla perfettamente il match, scegliendo lui quando mettere pressione e quando frenare il ritmo e lo scambio. Semplicemente superiore. Punto. Per lui dei fiori, la coppa ed anche un orologio Rolex in premio. Ma c’è anche la nostra Camila Giorgi, che conquista il secondo titolo in carriera al Wta di Linz (in Austria), dopo quello del 2015 a S’ Hertogenbosch (su Belinda Bencic, per 7/5 6/3). Ha sconfitto la russa, che partiva dalle qualificazioni, Ekaterina Alexandrova, per 6/3 6/1. Una partita senza storia, perfetta la sua, che non era neppure al top della forma per un problema alla gamba. Papà Sergio voleva addirittura che si ritirasse, invece Camila è stata travolgente. Ma, per lei, per quest’anno, la stagione è finita. Raggiunge il suo best ranking e sale alla posizione n. 28 della classifica mondiale. A proposito d’Italia, da segnalare un altro successo, anche se ‘incompleto’. Quello di Lorenzo Sonego (giovane di talento di Torino, classe 1995), che ha raggiunto la scorsa settimana la semifinale del Challenger di Firenze, dove ha perso dal futuro vincitore del torneo: Pablo Andujar. L’azzurro si è arreso allo spagnolo solo dopo due ore e un quarto di gioco, con il punteggio di 6/2 4/6 6/1. Ha sicuramente pesato la maggiore esperienza dell’avversario, ma lodevole la reazione che Sonego ha avuto nel secondo set e il fatto che ha sempre lottato su tutte le palle, ci ha sempre creduto (nella rimonta) e non ha mai mollato su nessun colpo (rischiando tanto, anche a costo di sbagliare, e spingendo su ogni tiro): dal servizio a tutto il resto. L’attuale n. 32 al mondo (mentre Lorenzo è n. 101 al mondo attualmente, dopo essere stato il n. 86, suo best ranking) avrebbe poi conquistato il titolo qui a Firenze, imponendosi – in due set netti – sull’argentino Marco Trungelliti con il punteggio di 7/5 6/3. Lo stesso coach di Sonego, Gianpiero Arbino, ha evidenziato (come ha spiegato ad Ubitennis a Lorenzo Colle) che le sue maggiori qualità sono la passione per il tennis e la serenità con cui gioca. Inoltre, ha tutte le carte in regola del vincente, che sono tre principalmente: talento, testa e le persone giuste attorno. E poi, tanta, tanta caparbietà: se un colpo non gli riesce, lo ritenta finché non riesce, anche a costo di continuare a sbagliarlo; come accaduto per la palla corta contro Andujar, oppure – oltre alla smorzata – con il rovescio lungolinea. Ama restare sulla difensiva da fondo, ma – se costretto – viene tranquillamente bene in avanti in attacco a rete; riassumendo, questo lo schema tattico che predilige.

Per quanto riguarda il tennis femminile, altre sorprese arrivano dai tornei di Hong Kong e di Tianjin. In quest’ultimo si impone una solida Caroline Garcia, che annichilisce un’altra ‘Carolina’: Karolina Pliskova, che sconfigge per 7/6(7) 6/3. La francese sale alla posizione n. 16 del ranking mondiale, classico il suo ‘aeroplanino’ di gioia finale dopo la vittoria. Non deve fare molto, tanti, troppi gli errori della ceca, che sembra sofferente (forse qualche disturbo fisico per lei?) e rassegnata poi nel finale, dove ha un lieve sussulto che la porta dal 5-1 al 5-3 (recuperando uno dei tanti break subiti e servizi di battuta persi). Più lottato il primo set, abbastanza in equilibrio: la Garcia era partita pure male e la Pliskova conduceva 5 punti a 1; ma poi la rimonta irrefrenabile della francese ha lasciato esterrefatta l’avversaria, incapace di reagire quasi. Ha sbagliato tantissimo anche al servizio, cosa assolutamente incredibile per lei. Ed era super favorita.

Nel torneo di Hong Kong, invece, la sorpresa arriva dalla cinese, classe 1992, Wang Qiang. Dopo aver vinto, in questo 2018, il torneo di Guangzhou (infliggendo un netto e severo 6/2 6/1 alla Puntinceva), era arrivata sino in semifinale al torneo di Pechino, dopo aver battuto Aryna Sabalenka con un doppio 7/5. La bielorussa non è riuscita a fare meglio al successivo torneo di Tianjin, dove ha perso ai quarti dalla svizzera ritrovata (e ritornata dopo l’intervento alla mano destra: non facile per lei giocare ancora di nuovo) Timea Bacsinszky, con un doppio 7/6; ha commesso lo stesso errore, perdendo la partita allo stesso modo: rimanendo troppo a fondo, spostando poco l’avversaria – ma, al contrario, lasciandosi spostare dall’avversaria (il che ha evidenziato i suoi problemi di mobilità laterale) -, giocando troppo centrale e non venendo in attacco a rete, subendo le palle senza peso o in back dell’avversaria, sbagliando invece a ricercare traiettorie più lobate e meno in topspin, che hanno permesso alle sue avversarie di spingere di più e metterle più pressione e velocità, costringendola all’errore e a prendere maggiori rischi, andando fuori controllo nei colpi spesso. Tuttavia i margini per migliorare per lei ci sono tutti, questa è la notizia più che positiva. Non è la sola avversaria che la Wang ha dominato. Non è andata meglio neppure a Karolina Pliskova, che ha sempre perso dalla cinese: contro di lei la n. 8 al mondo al mondo aveva perso anche al torneo di Wuhan per 6/1 3/6 6/3 a favore di Qiang; ed anche al successivo torneo di Pechino, dove la padrona di casa si è imposta addirittura con un doppio 6/4. E per la Pliskova è continuato il periodo nero anche alla Kremlin Cup del torneo di Mosca, dove ha perso subito da Vera Zvonareva per 6/1 6/2, in un match da dimenticare assolutamente: troppi errori, scarsa mobilità, gioca troppo centrale, non riesce ad essere incisiva col servizio e non riesce a guidare lo scambio, soprattutto soffre tantissimo le palle basse (in back in particolare) dell’avversaria e quelle senza peso; ma brava la Zvonareva a spostarla, giocando di precisione. Parte subito alla grande e va 4-0 con la palla del 5-0; poi Karolina ha un sussulto d’orgoglio e va 4-1, ma – da lì – altri due game per Vera, che chiude nettamente il primo set. Nel secondo, la Pliskova ottiene un game in più e gioca il game più bello e più lottato proprio sul 5-2 e servizio per l’avversaria, in cui la Zvonareva è costretta ad annullare diverse palle break e ha anche altri match point a disposizione, cancellati dalla Pliskova; ma l’ultimo dritto, sbagliato malamente e mandato fuori da Karolina, la dice lunga sul fatto che non sia ancora al meglio e al top.

Per tornare alla Wang, Qiang gioca la partita perfetta in semifinale a Hong Kong contro la Muguruza. Un match durissimo, un incontro terminato solo al terzo set, ma molto lottato. Wang è sempre sembrata avere quel colpo in più, eppure non riusciva a chiudere, a fare punto, tanto che la Muguruza era sempre avanti nel punteggio e la cinese costretta ogni volta a rincorrere; ma ha vinto la partita mentalmente, con una forza, una concentrazione, un’ostinazione, un coraggio e un mordente eccezionali. E con colpi da manuale. Garbine ha giocato benissimo, ma lei ancora meglio se si può. Ingiocabile semplicemente di nuovo. L’allieva dell’ex tennista e campione australiano Peter McNamara (classe 1955) ha dato spettacolo; e l’unico consiglio che le ha dato il suo coach al cambio campo è stato: “pensa positivo e ce la farai, potrai riuscire a vincere”. Parte, contro la spagnola nel primo set, un break avanti; poi si fa strappare subito di nuovo la battuta sino al 2-2, poi la Muguruza passa a condurre per 3-2. Dunque in 5 game 4 break complessivi reciproci. Nel secondo succede la stessa cosa: break subito in apertura di servizio, che non tiene però. Se la cinese perde il primo set al tie break per 7 punti a 5, nel secondo trova il break necessario per allungare il match al terzo, aggiudicandoselo per 6-4; il finale dell’incontro ha ancor di più dell’incredibile. La Wang si trova sotto 5-4 per la spagnola, serve e va sotto 0-40 e seconda di servizio; eppure riesce a vincere il game ed a pareggiare i conti sul 5-5; poi trova addirittura il break decisivo che le farà conquistare il set e il match per 7-5. Da una parte una Muguruza nervosissima, dall’altra una concentrata e lucida Wang. Tuttavia il 6/7(5) 6/4 7/5 che le è stato necessario e indispensabile per arrivare in finale l’ha pagato. Di fronte ha trovato un’altra tennista esordiente ‘ingiocabile’, che ha fatto la partita perfetta della vita, lasciando ferma a guardare la Wang, stanca, confusa e sorpresa, stupita dall’aggressività, dalla velocità, dalla potenza e dalla profondità dei colpi dell’avversaria, che non le ha mai dato modo di entrare in partita né di prendere ritmo. Si è trattato della tennista ucraina Dayana Yastremska, che le ha imposto un categorico 6/2 6/1. La giovane di Odessa, nata nel 2000, con all’attivo tre tornei ITF, attuale n. 66 del mondo, ha impartito una dura lezione alla cinese. Sicuramente, molto ha inciso per la Wang un malessere e una stanchezza fisici. Così come le era accaduto in semifinale al torneo di Wuhan, quando è stata costretta a ritirarsi contro Anett Kontaveit, che stava vincendo per 6/2 2-1.

Barbara Conti

Nuova fiction della Rai. Non dirlo al mio capo 2: due volte più impegnato

capo 2

La fiction “Non dirlo al mio capo 2” (coprodotta da Rai Fiction e Lux Vide, per la regia di Gianluca Manfredonia), diventa ancor più impegnata nella seconda stagione. In onda, con altri 12 episodi avvincenti, si fa più corale con l’introduzione di nuovi personaggi e protagonisti. Ciò dà modo di scandagliare ulteriori problematiche; per una serie che, però, non dimentica – ancora una volta – di omaggiare un’altra grande fiction di fortuna di Rai Uno: “Don Matteo”; il primo ciclo di “Non dirlo al mio capo” era stato annunciato proprio dalla decima stagione di “Don Matteo”, mentre – in “Non dirlo al mio capo 2” – compare proprio in una scena, mentre i protagonisti guardano la serie alla tv sul divano di casa.

Procediamo con ordine e partiamo ad analizzare le singole novità. Innanzitutto, dicevamo, una storia che si fa sempre più corale. Non c’è più solo la storia d’amore tra Lisa Marcelli (Vanessa Incontrada) e l’avvocato Enrico Vinci (Lino Guanciale) a fare da perno centrale. C’è il ritorno anche della ex moglie di quest’ultimo, Nina Valentini (Sara Zanier). Ne nascerà, così, un triangolo curioso, che porterà a un contendimento dell’uomo tra le due donne – tra la moglie e l’amante -, tra cui lui non sa decidere. Tanto che, nei primi episodi, si dice che “il tre non è un numero perfetto” in amore, perché porta scompiglio, gelosie, invidie, dispetti. Tuttavia, ciò dà modo di comprendere meglio la personalità dell’avvocato: in amore, come sul lavoro, dava rispetto a chi meritava la sua stima, per avergli mostrato a sua volta onestà e rispetto; dunque non è il solito cinico, spietato e senza cuore. Però, quando c’è competizione, non sempre ‘amor vincit omnia’, ma anzi – si titola – ‘omnia vincit amor’; cioè non sempre è l’amore a vincere su tutto, perché spesso ci facciamo distrarre da altri interessi meno nobili; però, poi, alla fine un modo lo si trova per ritrovare un sentimento genuino.

E così si punta tutto a ribadire l’importanza della famiglia, ricordando anche quanto sia importante l’esempio e l’educazione dei genitori per i figli. In ciò l’arrivo di un nuovo personaggio serve proprio a ribadire tale aspetto. Si tratta di Aurora Marcelli (Beatrice Vendramin), sorellastra di Lisa, che se la ritroverà a carico a casa sua; è affetta da un disturbo della personalità, per cui subisce il peso delle emozioni più degli altri e del normale. Comunque ciò non giustifica il fatto che arriverà ad avere una storia e a far innamorare di sé il ragazzo della figlia naturale di Lisa, Mia (Ludovica Coscione): ovvero Romeo (Saul Nanni). All’inizio sembra esserci amicizia fra le due ragazze e l’interesse di Romeo per Aurora non sembra far vacillare la complicità della giovane con Mia. Quest’ultima la tollera, perché, come le aveva insegnato la madre: Aurora è malata e va aiutata. Sopporta fino a quando Aurora non esagera e vuole costringere la classe a danneggiare la scuola, per farla restare chiusa e saltare qualche giorno di lezioni. Allora la denuncia pubblica di Mia, davanti a tutti, della malattia di Aurora sarà ufficiale e ciò porterà all’allontanamento da parte di Romeo da lei, in quanto Aurora ne sarà umiliata. Dunque la condanna di ogni forma di discriminazione. E, a proposito di giovani e adolescenti, non manca il tema del bullismo molto ricorrente. Però, pronte per Aurora, arriveranno le scuse di Mia e di Lisa: perché lei vuole solamente qualcuno “che abbia il coraggio di provarci con lei”, anche una casinista come la sorellastra, per superare il suo ‘disagio’.

Quindi l’importanza della famiglia, ma anche i valori della solidarietà e dell’amicizia. E, a proposito di quest’ultima, non possiamo non citare la ritrovata consigliera di Lisa: Assuntina Cercilli (Chiara Francini), alias ‘Perla’. Sarà lei la sua confidente più intima e preziosa. Inoltre, dietro la scure dura di ‘Perla’, si nasconde la voglia di sentirsi ed essere ‘utile’, che gli altri abbiano bisogno di lei per aiutarli. Il suo personaggio, però, non è importante solo per questi due aspetti (l’amicizia per Lisa e il profondo senso di umanità che ha verso gli altri), ma anche perché diventerà segretaria dello studio Vinci, mostrando quanto sia rilevante la figura di una segretaria. Darà il suo contributo a fare ordine nello studio di Enrico, oltre che a cambiare l’uomo (un po’ nullafacente) che era Rocco Tancredi (Antonio Gerardi), che diventerà migliore grazie a lei. Insieme aiuteranno molto Lisa nel gestire la sua famiglia (i tre figli e la casa) e il lavoro (tra Enrico e Nina). Basterà tutto questo? Intanto Lisa si contraddistingue per il suo ruolo di assistente ineccepibile, abile e astuta; tuttavia non è ancora un avvocato esperto e ciò pregiudica la sua carriera. Come se non bastasse è donna e madre. E qui si sfiora l’altra tematica molto approfondita dalla fiction. Oltre al bullismo, anche la malasanità, ma soprattutto la discriminazione delle donne sul posto di lavoro. Se lei subisce le duplici angherie di Enrico e Nina, con un po’ di quello che potrebbe essere riconducibile al mobbing, sono due altre nuove figure che incrementano l’analisi di tale argomento. Si tratta di due giovani rampanti, ambiziosi e spregiudicati (anche troppo), aspiranti avvocati e che vogliono entrare a far parte dello studio Vinci. Ovvero, Cassandra Veggiani (Aurora Ruffino) e Massimo Altieri (Gianmarco Saurino). La prima deve tirare fuori tutto il suo cinismo per non soccombere e l’altro mettere da parte ogni forma di galanteria per non restare indietro. Se il secondo non vuole sfigurare per un forte senso di orgoglio personale, la prima è disposata a tutto pur di trionfare: anche a vendersi, ad andare a letto con chi possa darle un’occasione (e non perché non abbia moralità o sentimenti buoni), perché è la dura legge del mondo del lavoro; occorre sempre una raccomandazione e saper scendere a compromessi, soprattutto per una giovane donna e belle, intelligente e in gamba, di cui tutti sono pronti ad approfittarsi; ma sembrerebbe non Vinci, interessato più all’acume giuridico. Dunque c’è anche una sorta di satira sociale, dietro una parodia comica della donna in carriera e dell’aspirante giovane visto come una ‘futura promessa’. Di certo la comicità aspra, a tratti dura, non manca. Si ride, ci si diverte anche, si scherza – ma non su tutto, non su certe cose, sembra ammonire la serie -. Anche Lisa è buona e cara, sempre cortese, gentile, accondiscendente, disponibile, ma fino a un certo punto: su alcuni dettami non transige e non è disposta a venire meno ai suoi saldi principi morali, che vuole trasmettere ai figli.

Così, spesso, ci si ritrova a chiedersi (come il titolo di un altro episodio): di chi è la colpa? Ci si colpevolizza, ci si sente in colpa, ci si frustra e si è invasi da sensi di colpa mortali. E qui arriva l’altro importante insegnamento della fiction: tutti sbagliamo, abbiamo le nostre responsabilità e la nostra parte di colpa da doverci accollare. Dunque non è semplicemente una storia di triangoli amorosi; per questo ho titolato il pezzo “Non dirlo al mio capo 2: sempre più impegnato!”: sia perché è impegnata socialmente la fiction, che perché è impegnato tra due donne l’avvocato Enrico Vinci, oltre che sempre più occupato dal suo lavoro.

Ma se la storia diventa sempre più corale, allora questi nuovi personaggi non sono i soli. Come se non bastasse, infatti, oltre alle figure di Cassandra e Massimo arriva anche – da lontano – un amico di Enrico; ad incasinare ancor di più la sua vita e quella di Lisa, che incontra accidentalmente, come se non fosse più che sufficiente lo scompiglio che già ha portato il ritorno di Nina; lei ha deciso di lavorare nello studio con lui e Lisa, dunque la sfortuna e la maledizione del numero tre anche sul lavoro (oltre che in amore, per un triangolo di gelosie e invidie; anche nel lavoro genera una competizione esasperata e a tratti pericolosa); ma ci vuole invece collaborazione, come ammonisce ‘Perla’. Il cerchio dei legami sentimentali si allarga così, per enfatizzare la portata dell’amicizia complice e consigliera (anche con l’amico di Enrico). Invece, per quanto riguarda l’aspetto della competizione, ciò sarà ancor più esacerbato: come Enrico dovrà scegliere tra Lisa e Nina, così sul lavoro dovrà stabilire chi tenere a fine prova tra Cassandra e Massimo; solo uno dei due resterà nel suo studio: chi vincerà? E, soprattutto, come evolveranno le personalità dei personaggi? Questi ritorni dal passato (per Enrico e per Lisa, della sorellastra) come incideranno su di loro? Che ricordi ed emozioni faranno riaffiorare e come li cambieranno? E, tra Perla e Rocco è veramente pace fatta? Sono davvero entrambi più ‘buoni’? Mentre ci interroghiamo su questo ed attendiamo che la fiction ci sveli le risposte a tali quesiti, intanto subito un’altra domanda sorge spontanea: quali altri temi ci proporrà la fiction, su cui riflettere e che tratterà con la sua solita ironia vincente? Di certo non smetterà mai di farci sorridere e di divertirci anche, così come di sorprenderci, sempre pronta a stupirci. Una serie che potremmo definire perennemente in divenire e che, fino all’ultimo, lascia col dubbio e col fiato sospeso, pronta a prendere deviazioni inaspettate per finali stupefacenti. E questa è davvero la sua forza, aggiunta alla bravura e alla freschezza degli attori, perfettamente a loro agio nei panni dei loro personaggi, tutti protagonisti.

Intanto, curiosità, forse – notavamo – il nome Cassandra non è a caso: nota figura mitologica greca, che gli stessi Omero e Virgilio su tutti rammentano, era la gemella di Eleno (il figlio di Ecuba e di Priamo, re di Troia). Fu sacerdotessa nel tempio di Apollo, da cui ebbe la facoltà della preveggenza, in quanto capace di prevedere terribili sventure e per tale motivo odiata da molti. Il nome cala a pennello sul personaggio di Aurora Ruffino nella fiction, in quanto sarebbe adatta proprio per il suo rigore, per la sua precisione, per la sua possibilità – così – di controbilanciare il caos che a tratti regna nello studio (soprattutto da parte di Lisa); ma, come la Cassandra mitologica, anche quella della fiction deve superare le angherie, le inimicizie, le avversioni sul campo nel mondo del lavoro, da parte dei colleghi uomini come Massimo, e le antipatie delle altre colleghe femmine, invidiose della sua bellezza e del suo talento; non è sempre tutto facile per lei, in apparenza così ‘avvantaggiata’ e ‘fortunata’.

Ba. Co.

“Il fulgore di Dony” di Pupi Avati: storia di un incontro ‘folgorante’

avatiIl film per la regia di Pupi Avati, “Il fulgore di Dony” -andato in onda su Rai Uno il 29 maggio scorso-, affronta temi importanti: una ‘disabilità’ improvvisa a seguito di un incidente in cui si ritrova un giovane, la crescita degli adolescenti al tempo d’oggi in una Bologna moderna con i primi innamoramenti e delusioni, l’amore che folgora, quegli incontri che ti cambiano la vita, quasi epifanie ermeneutiche un po’ pirandelliane. Protagonista della storia è una giovane 17enne di Bologna, Donata Chesi (detta Dony); già dal suo nome si intravede la figura preziosa di questo personaggio, che sarà un vero e proprio ‘dono’ per un altro giovane: Marco Ghia (Saul Nanni, che già abbiamo visto recitare in “Scomparsa”, la fiction per la regia di Fabrizio Costa con Vanessa Incontrada e Giuseppe Zeno). I due si innamoreranno, di un amore profondo, un sentimento folgorante; per Dony sarà amore a prima vista, così forte da pervaderla: “è stato in quel momento (quando lo ha incontrato per la prima volta) che è successo il miracolo”. Vero e proprio miracolo che sembra destinato a far trionfare gioia, felicità, allegria, romanticismo. Ma per un regista impegnato come Avati non poteva bastare, non poteva fermarsi qui; il regista con questo film è voluto -a nostro avviso- andare oltre per affrontare tematiche più profonde. Infatti un giorno Marco avrà un grave incidente sugli sci con il padre (Andrea Roncato), che lo porterà a un grave handicap fisico e mentale (a seguito di un forte trauma cranico le sue capacità motorie e cognitive saranno drasticamente e progressivamente sempre più ridotte); l’unica persona in grado di calmarlo, che il ragazzo cercava e pertanto che poteva ‘salvarlo’, era proprio Dony (rimasta sempre nella sua mente nonostante la grave patologia). Per questo la madre (Lunetta Savino) chiede aiuto a lei; in nome del suo amore. Così profondo, da farle dire: “quando rideva era ancora più bello”, “sarei rimasta lì per sempre a parlare con lui”; amore anche eterno ed in grado da rinunciare a tutto per lui? Nonostante la giovane età? Dony si ritrova di fronte a questo bivio. Lui le chiede di sposarlo e di fuggire via con lui. I compagni le dicono di lasciar stare questo suo “stupido sogno” romantico inutile, di ripensarci. La ragazza all’inizio ha un attimo di titubanza, poi troverà il coraggio di portare avanti il suo amore e inseguire il suo sentimento. La famiglia non approva (né la madre, Ambra Angiolini, né il padre, Giulio Scarpati): “Sei matta come lui” le dice sua mamma. Ma per lei esisteva solamente una legge shakespeariana di “O tutte e due o niente”, solo loro due insieme, così forti che si bastavano a vicenda. Dei nuovi Romeo&Giulietta moderni. Quasi forte del suo nome, di un amore che le era stato donato e che doveva restituire. Il fulgore del titolo, però, non è solo la sua forza di volontà, il suo amore per la vita, il suo coraggio di andare contro tutti per Marco, la vitalità che riuscirà a portare nella vita del giovane. “Fulgore” infatti significa -da dizionario- folgore, bagliore, luce vivissima che abbaglia, lucentezza e brillantezza nel senso di sfolgorio, ma anche dunque metaforicamente “il momento migliore della propria vita”. Dunque è in questo senso che va letto il termine scelto dal regista per il titolo; cioè il godersi in pieno la fase migliore della vita, la giovinezza, nonostante tutte le difficoltà e nonostante anche la malattia, ma anche il bagliore che acceca delle cose importanti della vita come l’amore, che con fragore irrompono nella nostra vita con questi incontri che te la cambiano e con i veri piccoli miracoli che accadono: il vero folgore di quell’età magnifica che è l’adolescenza. Un film di adolescenti e per adolescenti. Ma se da adolescenti si sogna l’amore eterno, romantico e passionale, Dony finisce in analisi, in terapia dallo psichiatra e psicoanalista (Alessandro Haber), perché non riesce a parlare con la sua famiglia, che non condivide la sua scelta di rinunciare a tutto per questo ragazzo. “Ne sono consapevole. Mi ritiro dalla scuola per qualcosa di più importante. Voglio sposarlo. Lo faccio per il bene che mi vuole, per la sua paura che ha di perdermi, per il bisogno che ha di me. Non avevo mai pensato di poter essere così importante per qualcuno”. Dunque una ragazza che diventa una donna, che capisce che crescere significa prendersi delle grosse responsabilità. Non è solo il tenero romanticismo di una giovane sognatrice, innamorata, dall’anima delicata e sensibile, appassionata di letteratura e soprattutto della scrittrice Anna Maria Ortense, di cui la colpisce soprattutto il suo rapporto con il dolore (a seguito della perdita del fratello marinaio Emanuele). Ed è quest’ultimo sentimento che è entrato, con l’amore, nella sua vita. Lei ama la danza classica e vorrebbe diventare una scrittrice. Per dirla con Anna Maria Ortense, allora, come scrisse nel suo primo racconto “Pellerossa”: la giovane si ritrova a vivere “lo sgomento delle grandi masse umane, della civiltà senza più spazi e innocenza, dei grandi recinti dove saranno condotti gli uomini comuni”, cioè l’incomunicabilità, per la percezione deviata della diversità, discriminata, che ci emargina in spazi chiusi dove siamo rinchiusi come in gabbie sempre più strette, circondati da spazi enormi di città che si fanno metropoli, nella società di massa appunto che tende a stereotipare e stigmatizzare tutto. Ed ancora, si potrebbe aggiungere, con le parole della Ortense in “L’infanta sepolta” (pubblicato da Adelphi nel 1994), che sembrano descrivere alla perfezione lo stato d’animo di Dony: “Qui, (…) tutte le cose, il bene e il male, la salute e lo spasimo, la felicità più cantante e il dolore più lacerato, (…) tutte queste voci erano così saldamente strette, confuse, amalgamate tra loro, che il forestiero che giungeva in questa città ne aveva (…) una impressione stranissima, come di una orchestra i cui istrumenti, composti di anime umane, non obbedissero più alla bacchetta intelligente del Maestro, ma si esprimessero ciascuno per proprio conto suscitando effetti di meravigliosa confusione”. Ma la città è la stanza, la casa dove vive con Marco; cioè spesso la gente non potrà capire, ma ormai l’infanzia e l’adolescenza sono superate: lei e lui non sono più bambini, nonostante il giovane sia affetto da un progressivo ritardo mentale a seguito dell’incidente. L’amore è felicità e sofferenza insieme, nella gioia e nel dolore come si dice nel rituale del matrimonio; capire questo significa diventare grandi e saper davvero amare.

Un modo per descrivere l’adolescenza in maniera un po’ pittoresca, quasi ci trovassimo davvero in un romanzo letterario storico d’altri tempi, antico e moderno contemporaneamente. Forse Pupi Avati poteva approfondire meglio tematiche importanti solo accennate come la disabilità, la gioventù coraggiosa e la psicoanalisi; bene ha fatto a trattare e ad approfittare di una trama assolutamente interessante ed originale. Forse poteva approfittarne meglio. I temi sono solo accennati, trattati in maniera semplice e a volte semplicistica; magari si poteva sfruttare meglio il filone della psicoanalisi per un’evoluzione nei personaggi, in Dony come nei genitori, per mostrare il vero cambiamento che porta; oppure dare più risalto alla scelta coraggiosa della ragazza, coinvolgendo anche gli altri coetanei e compagni di scuola, facendoli diventare parte attiva del suo ‘progetto’ di aiutare il ragazzo a superare il trauma del suo incidente diventando una vera comunità più unita e ampia, invece di essere distanti e spettatori passivi quasi infastiditi; oppure mostrare come la disabilità non sia invalidante in toto impendendo ad una persona di realizzarsi nei suoi sentimenti, in questo aspetto troppo poco approfondito: sì c’è io matrimonio dei due che lottano contro tutti, però rimane una cosa ristretta a loro due, solo loro due, mentre sarebbe stato bello vederlo esteso a più persone, con un maggior ruolo della città, di Bologna che fa solo da cornice senza avere parte attiva, eppure città molto ‘fresca’ e ‘viva’. “Il fulgore di Dony” sembra più una nuova versione de “La solitudine dei numeri primi” che finalmente convergono, ossia la solitudine di due anime simili e predestinate, cioè destinate ad incontrarsi ed unirsi che finalmente mette fine a un loro isolamento individuale stringente. La storia di questi due giovani in cui la vera protagonista è Dony (Greta Zuccheri Montanari), più che lui (Marco Ghia, Saul Nanni), poiché il suo incidente è la causa scatenante di tutto il cambiamento, che è lui stesso ad avviare, ma che senza di lei non potrebbe proseguire: i due diventano inseparabili, ma ne è lei la promotrice e la forza vincente. Sicuramente, una volta di più, Pupi Avati -dall’alto della sua esperienza e maturità professionale, forte dell’impegno del suo mestiere e del suo ruolo socialmente impegnato e utile- ci ricorda che i giovani possono (e devono) fare tanto, per dare il ‘la’, l’esempio, quasi una guida per mettere in moto un mutamento sociale collettivo significativo e dettare nuove regole del vivere civile, nonostante la loro giovane età -ribadiamo-. Questo il vero fulgore che deve essere folgorante per tutti.

Ba Co

“La linea verticale”: uno sguardo ironico su un reparto d’ospedale

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“La linea verticale” nasce da un’esperienza autobiografica del regista Mattia Torre. Racconta la vita in un reparto ospedaliero, dove si ritrova catapultato all’improvviso il protagonista Luigi, interpretato con maestria da Valerio Mastandrea. Di lui sappiamo pochissimo: solo che ha un figlio e una moglie, Elena (Greta Scarano), incinta del secondo. Non sappiamo il suo cognome, dove vive o che lavoro faccia perché potrebbe essere chiunque. È un po’ la voce del pubblico (che accompagna nel racconto con la sua narrazione), il punto di vista dello spettatore e suo interlocutore diretto -come ha fatto notare Mastandrea-. “È stato difficile essere lui. Alla prima lettura della sceneggiatura ho detto a Mattia: ‘questo è uno che guarda, che racconta, lui diventa gli occhi del pubblico quasi ad essere estraneo alla vicenda’”. La peculiarità è che nella serie si passa da un tono drammatico e tragico ad uno comico, passando per una venatura onirica: così come nella serie simile di “Boris”, così in “La linea verticale”, così a maggior ragione per il personaggio di Luigi. Non è stato facile per lui interpretarlo -ha raccontato Mastandrea- perché sapeva che quello che andava a rappresentare era realmente accaduto e poi perché il personaggio si trova allettato a causa di un intervento chirurgico a cui deve sottoporsi. Non è stato semplice trasmettere emozioni in quelle condizioni; invece lui non si è fatto tante domande, ha abbandonato ogni paura e ha recitato d’istinto, senza filtri, seguendo solo il punto di vista del paziente. Per questo è stata un’”esperienza catartica”, ha confessato; si è lasciato travolgere dal personaggio e dalle emozioni, senza pensare troppo. La serie è liberamente ispirata all’omonimo libro uscito di recente. “Non solo il provino di Valerio è stato straordinario, ma il fatto che abbia prodotto un’empatia così forte è stato qualcosa di eccezionale”, ha commentato Torre. “La linea verticale” è però un’opera corale, che nasce con uno scopo ben preciso. L’obiettivo precipuo che il regista si era prefissato è specifico: “quando sono precipitato in questo universo, tutto pensavo tranne che di raccontarlo. Volevo far vedere che l’ospedale è radicalmente diverso da quello che si pensa. Volevo restituire l’immagine di un reparto di oncologia molto vitale, dove la malattia è presente, ma non così tanto; c’è un regime solidale, comico, ironico pieno di voglia di vivere”. “Contrariamente poi -aggiunge- alla malasanità che esiste, volevo contrapporre quella d’eccellenza che ti salva la vita”. “Un reparto oncologico di un ospedale pubblico nell’Italia di oggi è capitanato da un chirurgo che ribalta il cliché del primario barone arrogante e scollato dalla realtà. Anzi, rappresenta, per gentilezza, generosità e amore verso il proprio mestiere, l’idea di un’altra Italia possibile” -puntualizza il regista-. Torre, inoltre, vuole sottolineare la teatralità con cui ha strutturato l’opera: la serie è interamente ambientata nel reparto; oltre alla libertà narrativa, sintetica e più rapida e veloce rispetto a quella tradizionale, a caratterizzare “La linea verticale” è l’essenzialità. “In un contesto doloroso e tragico, la malattia può diventare un’occasione di crescita, di apprendimento e, persino, di riscatto” -sottolinea Torre-. Ma sono due in particolare gli stratagemmi utilizzati dal regista più inediti e curiosi: innanzitutto l’apertura in cui il protagonista descrive come dovrebbe essere il suo funerale, inoltre le sue visioni, poiché è convinto più volte di aver incontrato il primario che lo opererà quando tutti gli dicono che è impossibile -ma lui ne è certo-.

Molti gli aspetti descritti con peculiarità da Mattia Torre. Innanzitutto l’ospedale viene visto come un’istituzione vera e propria, con le sue gerarchie e regole, perfettamente organizzata. I pazienti sono tutti uguali, cercano tutti la salvezza e dà un senso di sicurezza e consolazione il fatto di dormire con altri che sono nella tua stessa situazione -spiega il protagonista-. Tutto si basa su due concetti: l’alatorietà, per cui tutti sanno tutto in ospedale e danno la propria opinione; e l’aporia, per cui la soluzione al problema è data dal problema stesso. Ne accadono delle belle e -tra le situazioni più comiche ben visibili- è che tutti scaricano la loro rabbia sulla pulsantiera dell’ascensore. Se la serie viene suddivisa in capitoli, nelle varie giornate di degenza di Luigi in reparto (come un diario di viaggio che tiene), la rabbia viene scaricata sempre verso il basso (dall’alto in basso, dunque in ordine gerarchico, dai superiori sui loro sudditi) -e mai orizzontalmente, nessuno se la prenderà mai con un suo pari-; la linea verticale che dà il titolo alla stessa può essere proprio la sorta di ‘organigramma’ dell’azienda ospedaliera e dello specifico ufficio amministrativo del reparto in cui ci si trova. Il regista enfatizza la coloritura comica con due dettami ripetuti: “tutto è nella testa” -è l’insegnamento di Don Costa (Paolo Calabresi)- e “tutto dipende dai vasi”, spiegano i medici per motivare i disturbi e dare una spiegazione alle varie sintomatologie espresse dai pazienti. Tutti i pazienti sono uguali, proprio come i cittadini che si rivolgono a una pubblica amministrazione; anche se il reparto di ospedale viene paragonato a un carcere, dove sei costretto a stare, con la differenza che qui hai scelto di starci non come in un penitenziario dove ti hanno mandato a forza, ma occorre sempre stipulare un consenso rilasciato con la firma all’apertura della cartella clinica. Per loro non c’è altro da fare che fidarsi e affidarsi; “come un pugile, bisogna sempre rimanere vigili con la malattia” -dice il dottor Policari (Antonio Catania) nella serie-. Con questi presupposti lo scenario è apocalittico, ci si prepara al peggio, l’ambientazione sembra tetra, anche perché c’è all’inizio una caposala un po’ ostile; ma poi -pian piano- l’ilarità viene fuori e vediamo imparare a sorridere dei guai; la stessa caposala si mette a cantare e ballare sulle note di “Grande amore” de Il Volo. È solo l’inizio di un universo che ci viene svelato. Una realtà complessa, un modo per raccontare la malattia da vari punti di vista. Innanzitutto la malattia colpisce tutti, chiunque, gente di qualsiasi età, o razza -come l’iraniano 50enne Amed (Babak Karimi)-; c’è chi la affronta con coraggio, cercando di affrontarla con più serenità possibile (come Luigi); chi la teme, ma cerca di farsi forza pur nella preoccupazione (come Elena); chi la vive con passione affascinato dalla medicina -pur provenendo da un altro ambito- come Marcello (che comunica l’anamnesi e il quadro clinico ai vari pazienti, dando spiegazioni medico cliniche scientifiche con ardore), un ristoratore sui 50 anni interpretato da Giorgio Tirabassi; chi si affida alla fede rappresentata da Don Costa; ma anche lui ne verrà colpito, pertanto anche le istituzioni religiose non ne sono immuni, sono esseri umani come tutti gli altri.

Poi viene illustrato non solo il ruolo del paziente, ma anche il mestiere di medico o di personale che lavora in quell’ambito (infermieri e simili, definiti “il vero motore della sanità italiana”). C’è chi lo affronta con totale dedizione, facendone lo scopo di vita, giorno e notte, come il professor Zamagna (Elia Schilton) -quasi vero deus ex machina del reparto, una vera istituzione, una figura mitologica, un semidio osannato da tutti qui nel reparto oncologico di urologia-. Chi lo svolge superficialmente, con poco interesse, come il dottor Barbieri (Ninni Bruschetta), che pensa più a conquistare colleghe e infermiere che a fare diagnosi; chi ne è annoiato, non ne riceve più nessuno stimolo, e cerca uno svago nella poesia e nella musica classica, come il dottor Policari (Antonio Catania); chi è ostile al massimo e non sa costruire nessuna empatia e sembra quasi infastidito dal contatto con i pazienti, come il dottor Rapisarda (Federico Pacifici); chi cerca di ottemperare e contemperare il rigore e la diligenza con più accondiscendenza ed elasticità, attraverso una maggiore permissività, come la caposala (Alvia Reale). Dunque, se vi è in gioco la vita, l’ambiente dell’ospedale viene umanizzato e normalizzato. Si tratta di tante storie verosimili e reali che vengono contaminate insieme.

Esistono davvero reparti del genere e questo tipo di sanità? Un primario come il professor Zamagna è un sogno o un’illusione, oppure una certezza e non un’eccezione ma una regola comune? Dal tono drammatico si passa a uno più leggero melodrammatico, ma -quando il peggio sembra passato- si ritorna a sospirare con un pathos dettato dal fatto che, improvvisamente, le condizioni di Luigi (che sembrava aver superato alla grande l’intervento per asportare un tumore al rene sinistro, nonostante avessero dovuto asportargli più del previsto) peggiorano e sembra aggravarsi. Ma, del resto, l’ospedale con la malattia è come la vita -imprevedibile, con i suoi alti e bassi, eventi lieti e altri tragici, che ti sconvolge inaspettatamente, nel bene e nel male, senza volerlo e che uno se lo possa aspettare-; il reparto è come la società in cui ognuno ha la sua storia personale e carattere, che cerca di condividere con l’altro, nel vivere comune, pur nell’egotismo che contraddistingue ognuno di noi. Dunque la malattia unisce, accomuna, può aiutare a socializzare, a sentirsi più vicini e uniti, più simili. E, soprattutto, vinee normalizzata: il reparto stesso di urologia fa riferimento a quanto di più naturale e fisiologico vi possa essere.

Se la serie “Boris” ci mostrava il dietro le quinte del cinema e del set cinematografico, dandoci uno sguardo sul mondo dello spettacolo in modo originale attraverso un pesce, Luigi è una sorta di ‘pesce fuor d’acqua’, osservatore estraneo di questo reparto oncologico di urologia, terreno a lui affatto familiare prima di allora, che impara a conoscere pian piano da spettatore oggettivo del mondo dell’ospedale che racconta in ogni sua sfaccettatura.

A parlare della serie tv, in otto episodi di circa 25 minuti ciascuno, (trasmessa integralmente, a partire dal 6 gennaio scorso sulla piattaforma RaiPlay e in quattro prime serate su Rai Tre, dal 13 gennaio scorso), sono gli stessi attori protagonisti. Per Giorgio Tirabassi “‘La linea verticale’ ha una scrittura credibile che tocca varie corde”. Per Paolo Calabresi “il regista ha svolto un atto di grande rispetto verso il pubblico: non c’è niente di rassicurante e niente di drammatico, non si rassicura e consola né si vuole mettere paura o terrorizzare e spaventare”. Per Elia Schilton “se il professor Zamagna è il medico e chirurgo che tutti vorremmo incontrare, ‘La linea verticale’ secondo Mattia Torre potrebbe essere quella della vita appunto, della speranza che viene dal fatto che la moglie aspetta un altro figlio”, con ognuno che ha la sua storia personale, ma anche i propri sogni e desideri, aspettative come gioie e dolori e reazioni differenti, che derivano dai caratteri diversi di ciascun essere umano. Se poi Bruschetta e Antonio Catania sono rimasti entusiasti dei loro personaggi (comici, scritti bene, che ti si attaccano addosso e vi rimangono ancorati senza che tu possa fare nulla per toglierteli), quella scritta da Mattia Torre è una storia plausibile, che non ha niente di convenzionale né patetico; di lui gli attori del cast hanno detto che “è umanamente speciale e ha uno sguardo creativo particolare”, tanto che, per quanto Luigi gli assomigli, ha voluto aggiungere il particolare della seconda gravidanza di Elena non previsto inizialmente (che non è affatto un riferimento personale); tutto per una visione più oggettiva possibile.

Romanzo famigliare, il nuovo family drama di Francesca Archibugi

Romanzo-famigliare-1000x600La nuova serie tv “Romanzo famigliare”, scritto da Francesca Archibugi (insieme con Elena Bucaccio), ha avuto un successo di pubblico, anche sui social, sorprendente: complessivamente pari a un totale di circa 5.637.000 spettatori con il 22.2% di share. Dopo “Romanzo criminale”, arriva “Romanzo famigliare”, ma spicca per originalità. Innanzitutto per la struttura in capitoli, tipica di un romanzo letterario, come quelli francesi ottocenteschi: di Zola (e dei suoi “Rougon-Macquart, storia naturale e sociale di una famiglia sotto il Secondo Impero”, in venti romanzi scritti dal 1871 al 1893, opera che segna la nascita del romanzo realista del naturalismo) o di Honoré de Balzac (si pensi ad esempio a “La comédie humaine”, “La commedia umana”, in cui descrisse la società francese dell’epoca attraverso innumerevoli opere), o di Gustave Flaubert (la sua Madame Bovary, scritto dal 1837 al 1856, ha qualche cosa che ricorda la protagonista Emma di “Romanzo Famigliare”); ma anche del ceppo germanico, stilato dal tedesco Thomas Mann a partire dai suoi “Buddenbrook: decadenza di una famiglia”; o inglesi come quelli di Dickens (“Hard times” -1854- da una parte e “Great Expectations” -1860- dall’altra, in primis). Superata per poco negli ascolti al primo appuntamento da “Quo vado” di Checco Zalone (che ottiene sei milioni 259mila spettatori, con uno share quasi del 25% -24,98%-, contro i 5 milioni e 637mila dell’opera della Archibugi e il ‘suo’ 22,2% di share) batte, invece -alla successiva puntata-, “Andiamo a quel paese” di Ficarra e Picone (5.434.000 spettatori e 21,8% di share per “Romanzo famigliare”, contro 3.887.000 spettatori e 15,9% di share per il film di Ficarra e Picone). Poi c’è la novità della voce narrante di Marco Messeri (che è Vanni, autista da quasi 40 anni, ben 39, della famiglia Liegi da cui proviene Emma). Con un cast d’eccezione guidato da Vittoria Puccini (nei panni di Emma) e Giancarlo Giannini (nelle vesti del padre Gian Pietro Liegi), l’aspetto più inedito (piuttosto che Milano o Torino o altri posti più classici) è la location di Livorno (con il lungomare, la terrazza Mascagni, il porto e l’Accademia Navale). E poi la presenza della Marina militare con il suo rigore, rappresentata in maniera diametralmente opposta a quella mostrata dalla fiction con Claudio Amendola e Carolina Crescentini: “Lampedusa-dall’orizzonte in poi”, miniserie TV per la regia di Marco Pontecorvo (del 2016); qui la Marina soccorreva i rifugiati che sbarcavano sulle coste italiane del Mediterraneo, salvando molte vite umane. In “Romanzo famigliare”, invece, vediamo che anche all’interno di essa vi sono dei problemi, nonostante le rigide gerarchie e gli obblighi e i dettami che vigono, le ferree regole che vanno rispettate come doveri inviolabili. Non mancano, infatti -oltre agli aspetti positivi-, quelli negativi di angherie, molestie, offese, quasi una sorta di nonnismo, ottemperato ai danni di un militare della marina però donna, semplicemente perché è una femmina e non un maschio a vestire quella divisa: si tratta di Nicoletta detta ‘Nicola’ (alias Barbara Venturato); ma non sarà la sola, intanto la Marina militare diventa simbolo di identità nazional-patriottica. “Capitano, che faccio di sbagliato perché mi odiano tutti?” -chiede alla fine esausta- al suo capitano che è il marito di Emma e padre di Micol, ovvero l’ex allievo dell’Accademia Navale e ora Tenente di Vascello, Agostino Pagnotta (Guido Caprino). L’attore già aveva recitato in molte fiction (Il Commissario Manara, In Treatment, I Medici) e anche per quelle per Sky (1992 e 1993, su Tangentopoli e Mani pulite, dove era il veterano della Marina Militare Pietro Bosco, schieratosi in politica con la Lega Nord dopo essere tornato reduce dalla Guerra del Golfo).
Con il suo ordine la Marina militare contrasta con il caos che regna nella vita della protagonista Emma (Vittoria Puccini). Il nome richiama (come un po’ lo stile della serie) quella omonima e similare Emma interpretata da Vanessa Incontrada in “Un’altra vita”. Anche lei vorrebbe un’altra vita per sé e per la figlia Micol (la convincente esordiente Fotinì Peluso), proprio come quella dell’altra serie. Si ritrova a vivere un’esperienza catartica, che le fa prendere coscienza di sé; quasi un’epifania (per dirla con Virginia Woolf o meglio James Joyce, per rimanere in ambito letterario): una Livorno che diventa come Dublino, un personaggio stesso dell’opera, un personaggio che scatena nei protagonisti una sorta di flusso di coscienza e di monologo interiore (a tratti silenzioso, muto, ma ben visibile, riconoscibile e intuibile in maniera fragorosa -quasi a stravolgere ogni ordine tradizionale classico e cronologico-). Un po’ come rievocano la memoria le madelaines con il loro profumo nel protagonista in “À la recherche du temps perdu” di Marcel Proust (romanzo scritto tra il 1909 e il 1922 e pubblicato nell’arco di 14 anni -tra il 1913 e il 1927-, di cui gli ultimi tre volumi sono postumi). Ogni dimensione temporale viene annullata, proprio simbolicamente dal fatto che lei fa parte di una nobile famiglia ebrea livornese (ma senza che vi sia stato nessun mutamento apparente nel tempo delle sue condizioni socio-economico-esistenziali); e anche quelle di spazio, poiché ci si trasferisce da Roma a Livorno, ma è come se poi nulla cambi in fondo. Flusso di coscienza perché i personaggi fanno i conti con la propria coscienza. Eppure è come se si dicesse che c’è sempre un momento nella vita in cui essa ti dà l’occasione di crescere, l’opportunità per cambiare ed evolvere; e non conta il ceto sociale o il luogo: tutti abbiamo dei demoni con cui combattere (nella Marina, nelle classi più abbienti e ricche, nei giovani e negli adulti). Non c’è solo il rapporto madre-figlia, padre-figlia, genitori-figli, la ricerca della propria identità e un racconto di formazione per i singoli protagonisti, ma “Romanzo famigliare” è la storia “allargata” di tanti legami che si vengono a creare (amicizie e non solo), di fiducia, di affetto, di rispetto, di stima, di riscatto. Soprattutto al femminile, mostrando anche quanto la figura della donna sia evoluta nel tempo. Un confronto tra passato e presente per guardare al futuro in modo diverso. “Fai incontrare ciò che eri con ciò che sei, ma il passato -si sa- ti cambia”, si dice nella serie. Micol scoprirà che Agostino potrebbe non essere il suo vero padre, ma forse lo è un ex fidanzato della madre (che lei rincontra): Giorgio Valpredi (Andrea Bosca). Giorgio stesso le dirà se ha mai pensato a come sarebbero andate le cose se fossero rimasti insieme e se Micol fosse davvero sua figlia. Lei è più matura dei suoi sedici anni, aveva sempre badato alla madre, quasi più immatura e irresponsabile, incapace di badare a sé e alla figlia, di darle un punto di riferimento e stabilità, soprattutto emotiva, di occuparsene e di preoccuparsi per lei: più due sorelle che una madre e una figlia, eppure si assomigliano più di quanto loro stesse non pensino. Micol rimarrà incinta del suo insegnante di clarinetto Federico (Francesco Di Raimondo), proprio come la madre l’aveva avuta a 17. Lei dirà di avere “un gatto nero nella pancia”, che ricorda un po’ il film di animazione francese di Alain Gagnol: “Un gatto a Parigi” (del 2010). Qui il protagonista è Dino, un gatto dalla doppia vita: di giorno vive con Zoe, una ragazzina la cui mamma Jeanne è agente di polizia; di notte lavora con Nico, un ladro dal cuore grande. Zoe si è chiusa nel silenzio dopo la morte del padre, avvenuta per mano del gangster Costa. Un giorno il gatto Dino porta a Zoe un bracciale preziosissimo. Metaforicamente Zoe potrebbe essere Micol e il bracciale preziosissimo la gravidanza (una fortuna e una sciagura al contempo), il gatto -invece- la musica e il clarinetto che suona con Federico. Inoltre anche la sigla di “Romanzo famigliare” ricorda la grafica dello stesso genere del film d’animazione francese. E, a proposito di metafore, pure Gian Pietro Liegi viene visto come estensione del serpente che tiene in casa (e che si ciba di topolini), ma “il serpente è un po’ acciaccato” -confessa lui stesso, ammalato e stanco-.
Non appena si scopre la verità, il nonno vuole farla abortire, mentre una dottoressa (Tullia Zampi, interpretata in modo molto misurato da Anna Galiena) la consiglierà e sosterrà nel modo giusto. Dicendo una verità su cui si fonda “Romanzo famigliare”: “il patrimonio genetico è più importante di quello immobiliare”; non contano i beni e le ricchezze possedute, perché nessuna vale tanto a paragone di una vita e dei sentimenti -soprattutto d’amore-. Ma ecco che tale episodio fa crescere non solo Micol, ma Emma stessa. Lei diventerà più giudiziosa e responsabile, più saggia e più equilibrata. Supporterà la figlia, condividendo con lei le sue paure, ma soprattutto infondendole un sano insegnamento: “sta a te decidere se vuoi sapere quale è la verità delle cose”, cioè ricercarla sempre con consapevolezza e un’acuta capacità di discernimento. Imparerà quasi a fare la mamma (di cui lei è rimasta orfana e di cui cerca di seguire l’esempio e ricostruirne il ricordo). A chiedersi che cos’è il tempo, a ricercare di riappropriarsi del suo passato (scoprendo di non sapere poi molto) parlando con il padre, che le dirà: “non si può comandare solo, bisogna sapersi prendere delle responsabilità, prendendo delle decisioni nel tempo”. Conoscerà qualcosa di più su suo nonno, il padre di Gian Pietro Liegi, che “era triste perché era diventato povero come tutti gli altri” -le racconta lui-. E quando le chiede se ci abbia mai pensato lei dice: “no, ho fatto sempre una vita semplice”, risponde Emma e il padre la rimprovera: “Emma la vita è sempre complicata”. E allora si apre il bivio tra chi crede, come Vanni, che “l’amore è cambiamento” e che “i soldi complicano tutto” e chi -invece- che i soldi siano tutto. Del resto si è consapevoli che si può scegliere: o di sfuggire la verità, o di rincorrerla e andarle incontro oppure di ricordare semplicemente com’era.
E se c’è quasi una ditta di famiglia da gestire (un po’ sullo stile di “Una grande famiglia”), lei se ne troverà a capo (da legittima e diretta erede), e si dedicherà anima e copro ad un progetto, da “patrocinare”, per creare e fondare una struttura d’accoglienza per i minori con problemi giudiziari (anche finendo lei stessa per mettersi in guai seri); come Ivan (Renato Raimondi), l’amico sordomuto di Micol -che, con tutto il suo handicap fisico, sarà l’unico in grado di capirla nel momento di sua maggiore disperazione e di cui lei si innamorerà, ma di cui si approfittano la madre e la nonna-. Dunque ci si può capire anche con un linguaggio del corpo diverso da quello del dialogo orale, anche senza bisogno di parole. Ma Emma deve ritornare a Livorno, alle origini, a ritrovare se stessa, a ricordare chi era, a fronteggiare (e superare) il suo passato, per essere migliore e una donna adulta in grado di contribuire al cambiamento e al miglioramento del benessere della sua famiglia e degli altri. Per questo Livorno è un personaggio a tutti gli effetti così importante. E il bimbo che aspetta in grembo Micol raffigura proprio questo: un futuro ‘nuovo’ per tutti i Liegi e non solo; un domani diverso. Tra l’altro sarà una femmina, in questo ‘romanzo rosa in versione film’ -come potremmo definirlo-, in cui le figure femminili sono così centrali: quasi una nuova Emma, riuscirà a costruire una nuova immagine dei Liegi e un nuovo ‘impero’ diciamo della sua famiglia? A scrivere un nuovo romanzo famigliare, con un finale diverso di pace e non di astio? E proprio Micol è portavoce di una teoria ‘esistenziale ed umana’ interessante: “penso che si nasce pazzi e poi, pian piano, si guarisce”. Se ogni personaggio ha un segreto, ad aumentare la complessità dell’opera della Archibugi sono le gelosie che ne nascono successivamente, gli intrighi amorosi -tra tradimenti e complicità-, che sorgono quasi spontanei. Pensiamo, innanzitutto, a quelli tra Emma e Agostino: lei lo tradisce con Giorgio, lui con ‘Nicola’-Nicoletta, e poi con Denise (Barbara Ronchi) -moglie del fidato di Gian Pietro (Mariuz, alias Marius Bizau); ma sarà poi così fidato? E poi la reputazione di Liegi è minata anche da chi ha interesse solo per i soldi come Jacopo (Iacopo Crovella). Ma ad essere minacciata è anche l’amicizia tra Micol e la sua migliore amica Valeria (Annalisa Arena): quest’ultima si allontanerà da lei e litigherà con Micol per gelosia. Tradimenti, dunque, non ne mancano; ma vi sono anche tanti rapporti sinceri, autentici, di fiducia e complicità appunto: come quello di Vanni per Liegi (che promette di andare in pensione quando dovesse smettere di lavorare per lui); ma anche quello tra Emma e Natalia (Anita Kavros), sua ex babysitter ed ora la nuova compagna di suo padre, che si riavvicinano: Natalia le confesserà tutta la sua infelicità, che la costringe a prendere antidepressivi da dieci anni. I rapporti così maturano e si fanno più complessi. In primis quello tra Emma ed Agostino. La prima viene vista come una figlia di papà immatura e viziata, il secondo un arrogante e superficiale. Entrambi giudicati inadeguati da Gian Pietro, che ha più simpatia per Giorgio. Eppure è sorprendente come si vedono loro due reciprocamente. Lei senza di lui si sente sola, lui la vede “così vulnerabile” e l’ha sempre idealizzata, così bella eppure sempre così lontana, quasi la figlia di Liegi (un nobile) irraggiungibile, che poi finalmente l’ha degnato di uno sguardo e la cosa gli sembrava pressoché impossibile. Eppure, invece, -al contrario- lei crede che lui non abbia fiducia in lei, che pensi che non sappia fare nulla, e cerca qualcuno che -piuttosto- invece l’ascolti (come ritiene faccia Giorgio). La complessità dei rapporti umani e della vita umana, della commedia umana -per dirla con Balzac-.
Dunque un’opera corale, molto sofisticata e -soprattutto- che sa di classico e antico pur nella freschezza e attualità della sua totale modernità. Il tono più ‘elevato’ e ‘nobiliare’ è dato non solo dal titolo (dalla presenza dell’aggettivo ‘famigliare’), ma anche dall’accento toscano, che ricorda il nobile fiorentino della lingua di Dante, Petrarca e Boccaccio.

Barbara Conti

Arriva “Don Matteo 11”, cambi, sorprese e il solito Terence Hill

don-matteo-castAl via l’undicesima stagione di “Don Matteo” (in onda su Rai Uno da ieri, giovedì 11 gennaio, stesso numero per il giorno di trasmissione e quello della serie). Come sempre la fiction si svolge in puntate di due episodi, ciascuno con un titolo. E, se i nomi dati ai singoli episodi appunto sono sempre significativi giustamente, volendo trovarne uno che riassuma questa puntata d’esordio, potrebbe essere: “Cambio!”. L’inizio con cui parte “Don Matteo 11” è scoppiettante; molti cambi di scena e stravolgimenti nella caserma dei Carabinieri, dove ne ritroviamo l’icona per eccellenza: il maresciallo Cecchini (Nino Frassica). Non solo il capitano Tommasi (Simone Montedoro) non c’è più perché si è trasferito a Roma con la figlia e Lia (Nadir Caselli). Così, al suo posto, arriva una donna a comando della caserma: Anna Olivieri (Maria Chiara Giannetta); ma si dice capitana o capitano anche per lei? –si chiede un Cecchini stordito da questa novità-. Donna che ricerca l’ordine mentale innanzitutto all’interno della sua caserma. Rigida e fiscale, è il contrario di Tommasi: quanto è “fredda” apparentemente con i suoi “uomini” (tutti maschi che le puntano gli occhi addosso e le fanno sentire la pressione e il giudizio su di lei), quanto è romantica con il fidanzato e collega Giovanni, che bacia con tenerezza e senza pudore o inibizione in pubblico davanti a tutti.

Ma rischiamo di avere anche un sostituto di Don Matteo stesso: infatti Giovanni, che lei vuole sposare (da qui il titolo del secondo episodio: “Prove da un matrimonio”), le confesserà che, invece, desidera farsi prete perché qualche mese prima ha ucciso uno stalker e i sensi di colpa lo divorano. E così la nuova capitana finirà proprio per trasferirsi nell’appartamento che fu del capitano Tommasi. E il titolo dato al primo episodio è proprio “L’errore più bello”; ovvero, se non è un errore assolutamente il ritorno di “Don Matteo 11”, tuttavia (metaforicamente) vi sono degli incidenti di percorso che sembrano degli sbagli, ma che invece si trasformeranno in eventi fortunati e positivi. Il maresciallo Cecchini ne combinerà come al suo solito delle belle, con incomprensioni comiche: crede che vogliono trasferirlo e ha gli incubi, invece vediamo (nelle anticipazioni sulle prossime puntate), che finirà persino al posto della capitana. Don Matteo, poi, è sempre lo stesso: ha la passione per le indagini e diffonde la religione a modo suo. “La donna è nata dalla costola dell’uomo, Dio la creò dal fianco per essere sempre accanto all’uomo (vicino) e mai né sopra né sotto, ma alla pari dell’uomo stesso; dal lato del cuore, per essere amata”, spiega all’amico Cecchini. Quando la capitana gli fa notare che è sempre nel posto giusto al momento giusto – per una fortuita coincidenza quanto mai strana e curiosa- dice che lui la definirebbe solamente merito della “Provvidenza”. Dunque, se si respira aria di cambiamento nella fiction (e l’undicesima serie potrebbe essere proprio il risultato di 11 come l’equivalente di 10 e lode per come è strutturata), per il prete-investigatore quello che non deve mai cambiare né mutare è l’approccio alla nostra esistenza nella vita di tutti i giorni: “come dice e insegna Papa Francesco – fa notare Don Matteo – i precetti devono guidare le nostre azioni quotidiane, ma sono quest’ultime su cui dover fondare i nostri precetti stessi”, con un approccio francescano appunto all’azione volontaria e solidale comunitaria perenne e costante. Una formula che dà ragione alla serie, che fa il boom di ascolti: 8.258.000 spettatori e il 30,5% di share per il primo episodio, 7.083.000 spettatori e il 32,6% per il secondo.

Non mancano le sorprese: nelle prossime puntate compariranno (con una partecipazione straordinaria curiosa) Carlo Conti e persino Romina Carrisi Power (proprio la figlia di Al Bano e Romina), ma nel cast rinnovato (e ancor più numeroso) abbiamo la presenza di molti attori noti al pubblico che -di recente- stanno scrivendo la storia della moderna fiction italiana. A partire dalla stessa Maria Chiara Giannetta (che in “Che Dio ci aiuti 4” ha interpretato Asia). Facciamo degli altri esempi. Innanzitutto il suo fidanzato Giovanni (Cristiano Caccamo, che abbiamo visto sia ne “Il Paradiso delle signore” che sempre in “Che Dio ci aiuti 4”). Poi Maurizio Lastrico: ovvero il magistrato Marco Nardi in “Don Matteo 11” e l’Elia di “Tutto può succedere 2”, che nutre un particolare interesse per la capitana Olivieri. Poi Federico Russo, qui il giovane adolescente Seba, che abbiamo imparato a conoscere grazie a “I Cesaroni”, dove era Mimmo, ma anche alla recente serie tv -con Giuseppe Zeno e Vanessa Incontrada – “Scomparsa”, in cui vestiva i panni di Luca Rebeggiani. E ancora Lorena Cacciatore (che abbiamo visto tra l’altro nella fiction “Sirene” di poco tempo fa).

Tanti nuovi personaggi, di cui uno importante è il nuovo ospite della canonica di Don Matteo: la sedicenne Sofia (Mariasole Pollio), accusata di aver ucciso il suo tutore; è lei l’errore più bello – come confessa l’uomo in punto di morte -. Porterà molto scompiglio, innamorandosi di Seba, che però ha solo occhi per un’altra ragazza attaccata ad un respiratore artificiale. Viceversa ad animare l’attività della caserma è il caso della morte di una giovane, i cui genitori sono accusati di aver ucciso il suo carnefice (il padre è inpersonificato da Luigi Di Fiore, il Fausto Iseo di “Scomparsa”): “dimenticare non si può e non è giusto” è la loro regola. In realtà -fa notare loro Don Matteo- “c’è solo una morte che dà la vita: quella di Cristo; le altre morti, nate da uccisione per vendetta, sono solo un sollievo passeggero al dolore”: è la forza di chi parla di Dio anche a chi non ci crede. “A volte le cose non sono come sembrano” e se i due sembravano accusarsi a vicenda della morte della figlia, in realtà erano complici per vendicarsi di chi aveva ucciso la loro figlia.

Tra gli altri protagonisti subentrati nella fiction, abbiamo: Chiara Olivieri (Teresa Romagnoli), la ventisettenne sorella della Capitana, da un carattere completamente diverso; dirà alla sorella, non appena ha deciso di voler sposare Giovanni, “per una volta fagli fare l’uomo e non prendere sempre tu l’iniziativa per prima”. Rita Trevi (Giulia Fiume), la madre naturale di Sofia anche se non vuole rivelarglielo (ad aiutarla Don Matteo, che la sprona a confessarle la verità). Romeo Zappavigna (Domenico Pinelli), ventiquattro anni è il nuovo appuntato della caserma.

Barbara Conti

“Il ragazzo invisibile” di Salvatores 1 e 2: normali vs speciali

ragazzo invisibileLa fine dell’anno del 2017 si è conclusa con Rai Uno che ha mandato in onda il film, per la regia di Gabriele Salvatores, “Il ragazzo invisibile”. Il nuovo anno si apre con un 2018 che vede uscire nelle sale cinematografiche (a partire dal 4 gennaio scorso) “Il ragazzo invisibile-seconda generazione”. Il proseguo regalerà molte sorprese. È stato lo stesso regista a spiegarne analogie e differenze. Il primo invitava a riflettere anche sul tema del bullismo in maniera divertente, il secondo vuole andare oltre; ma il 2 sembrava un obbligo doveroso nei confronti di tutti i fan del precedente, che tanto successo ha riscosso. E, data la curiosità che ha già sollevato, anche quest’ultimo sembra destinato a far parlare di sé a lungo. Il primo trattava il tema del bullismo in maniera semplice, ma puntuale, chiara; utilizzando anche molti effetti scenici per ottenere soprattutto quello della trasparenza, con qualche battuta ironica buttata qua e là per far anche sorridere. Il secondo aggiungerà altri tasselli importanti alla storia del protagonista, Michele Silenzi, usando ancora più azione ed effetti scenografici speciali. “Nel primo film il nostro supereroe aveva solo 13 anni e abbiamo pensato fosse giusto continuare a seguire il suo cammino” -ha premesso Salvatores sul sequel-. “Dovrà imparare a gestire ancora meglio il suo superpotere e a confrontarsi con altri eroi; per questo vi saranno ancora di più effetti scenici” -ha aggiunto il regista-. “Per lui, come per tutto il pubblico, vi saranno delle sorprese. Scoprirà di avere una sorella un po’ speciale, che si infiamma facilmente e una madre -anche lei molto particolare- che credeva morta” -ha proseguito-. “Ma soprattutto imparerà che c’è una regola principale da seguire, come gli insegnerà bene la sorella: ‘gli umani non devono mai sapere dei nostri superpoteri’. Insomma, un bel ritorno, ed è entusiasmante ritrovarlo a 16 anni”. A tre anni esatti di distanza dal film commedia-fantascientifico de “Il ragazzo invisibile” (del 2014 appunto), che tra l’altro ha ricevuto il David di Donatello per i “Migliori effetti speciali” aVisualogie. Se questo era un film per i ragazzi e su di loro, ancor più lo è “Il ragazzo invisibile-seconda generazione”. Ricordiamo, infatti, che per la colonna sonora de “Il ragazzo invisibile” è stato indetto il concorso (intitolato appunto ‘Una canzone per il ragazzo invisibile’) per giovani musicisti non legati a nessuna etichetta o casa discografica, al fine di ricevere la canzone originale del film. A scegliere: lo stesso Gabriele Salvatore, Linus (di Radio Deejay), Federico De Robertis (autore delle musiche originali), Guido Lazzarini, Marco Alboni (Warner Music Italia). 414 i brani arrivati e tre quelli selezionati: ‘Halloween Party’ di Luca Benedetto, ‘Wrong Skin’ di Marialuna Cipolla e ‘In a Little Starving Place’ dei Carillon.

In “Il ragazzo invisibile-seconda generazione” ritroviamo Michele Silenzi (Ludovico Girardello), sua madre adottiva Giovanna Silenzi (Valeria Golino); ma anche altri personaggi ‘nuovi’: la sua madre naturale Yelena (Ksenia Rappoport), sua sorella gemella Natasha (Galatea Bellugi); la prima ha il dono dell’invisibilità come il figlio, l’altra può evocare e controllare il fuoco. Nella lotta manichea tra esseri umani normali e speciali, si cercherà di ricongiungere la famiglia di Michele (suo padre vero e sua madre adottiva compresi, con alcune fini tragiche). Più incentrato su un’inquietudine che nasce da un confronto generazionale, attraverso cui si preparano grandi cambiamenti.

Curioso come viene affrontato, soprattutto nel primo “Il ragazzo invisibile”, il concetto di esseri speciali. Inizialmente il 13enne Michele soffre di scarsa integrazione all’interno della scuola. ‘Nerd’, e pertanto per definizione ‘tendenzialmente predisposto non solo per la tecnologia, quanto soprattutto ad essere solitario e poco propenso asocializzare’, Michele è facile vittima di atti di bullismo, ben descritti in maniera diretta, essenziale, semplificativa, focalizzando e centrandone gli elementi fondamentali. È quasi come fosse inseguito da mostri che lo perseguitano, e per questo vorrebbe diventare invisibile. Viene pestato a botte come si calpesta un insetto mostruoso orribile, come avviene per Gregor Samsa ne “la metamorfosi” di Kafka del 1915: qui il protagonista si sveglia una mattina tramutato in “un orrido e gigantesco insetto”, ovvero un orribile ed enorme, gigantesco scarafaggio (che sarà calpestato dai famigliari spaventati). Dal lontano 1915 molti anni sono passati, ma curioso che il tema della trasformazione venga ancora affrontato con interesse e sviscerato in diverse forme, in un’epoca in cui il soggetto della mutazione ha assunto i connotati più variegati: dalle mutazioni genetiche dapprima su animali (pensiamo alla pecora Dolly), poi sugli uomini (si cerca di mutare e correggere persino il DNA) e dunque la clonazione stessa è all’ordine del giorno. Eppure è questo soggetto così perseguitato che pensa “sono un mostro”, per questo Michele desidera essere invisibile agli occhi dei genitori e degli amici (realmente e metaforicamente possiamo dire). Il bullismo stesso assume altre sfaccettature. Altri due ragazzi ne saranno coinvolti: i suoi ‘amici’ Martino Breccia (Filippo Valese) e Brando Volpi (Enea Barozzi) che, prima di ‘scomparire’ lasciano due messaggi inequivocabili: “Non vi preoccupate, me ne vado solo per un po’” e “voglio stare da solo, non mi cercate”. Silenzi (cognome molto significativo del protagonista, perché indice dell’incomunicabilità pirandelliana a richiamo della figura dell’‘inetto’ di Svevo, che è ben associabile alla vittima del bullismo) sembra ricevere solo ‘silenzi’ dalla gente e rinchiudersi sempre più nei suoi ‘silenzi’ assoluti di un mutismo fragoroso però. Par di sentire le parole della canzone di Renato Zero “Nei giardini che nessuno sa”: “c’è chi dimentica distrattamente un fiore una domenica e poi silenzi”. Quel fiore che lui cercava di donare, con il suo amore, a Stella Morrison (Noa Zatta), che neppure pare né notarlo né accorgersi di lui. Problemi di cuore tipici degli adolescenti, descritta come “un’età terrificante”, di cambiamenti che ti stravolgono la vita: ti cambia, come ti cambia la voce al ritmo di un attimo, perché “non sei più un bambino, ma non sei ancora un adulto”. E lui si considera “solo uno sfigato”. Eppure lei lo avvicinerà di più proprio quando diventerà “invisibile”, considerandolo una sorta di amico immaginario (argomento trattato già nel film “Bogus-il mio amico immaginario” con Whoopi Goldberg e Gérard Depardieu). “Chi sei? Un fantasma, un angelo o semplicemente il vento?”, gli chiede vedendo l’altalena su cui sedeva muoversi. “Non ti faccio paura?” -le chiede lui-. “No”, gli risponde lei: “ci rivediamo, si fa per modo di dire”, gli domanda lei -scherzando- ironicamente. “Ma tu esisti veramente”, lo interroga lei senza mezze misure. “Penso di sì” è la risposta di Michele. “Se chiudo gli occhi ti vedo, dovresti, venire più vicino”, -gli confessa lei-. Il tema dei fantasmi non è nuovo, che sono anche quelli che ognuno ha dentro di sé e che cerchiamo di combattere con noi stessi e poi raffigurati per incarnare la diversità e ciò che fa paura per antonomasia; ma anche la risposta non è sorprendente, perché non fa che sottolineare la superficialità umana, il fatto che spesso guardiamo, ma non osserviamo, ascoltiamo senza capire e comprendiamo solo una parte della vera essenza delle cose e di chi ci è di fronte, che spesso impariamo meglio a conoscere ad occhi chiusi, senza puntarsi lo sguardo l’uno nell’altro; se quest’ultimo è la cosa più essenziale e trasparente che vi possa essere, dall’altra parte è vero che spesso si conoscono meglio le persone in chat -scrivendo-, quando ci sia apre di più, che di persona, parlandoci dal vivo (perché ci si può chiudere per timidezza ed essere più restii e meno propensi ad aprirsi, piuttosto che non scrivendo e dialogando sui social ad esempio, quasi protetti dallo schermo del pc). Ma esiste un’altra verità assoluta e certa che “Il ragazzo invisibile” ben mostra: “quel costume che indossi non significa nulla, il potere (e la forza) è dentro di te”, nella tua testa -gli insegna Andreij (Christo Jivkov)-. E, a proposito di fantasmi e stravolgimenti nella vita, “Il ragazzo invisibile-seconda generazione” sarà ancor più fantascientifico (quasi come una saga di Harry Potter, alla Twilight o sul genere de “Le cronache di Narnia”) e a cambiargli la vita ci penseranno proprio due figure femminili: la madre Yelena e la sorella Natasha. L’adolescenza è un’“età difficile, di grandi cambiamenti: si iniziano a scoprire le potenzialità che abbiamo dentro” si afferma nel primo. Come il fatto di essere “speciali” (metaforicamente e non). La reazione immediata di Michele è di spavento: “penseranno tutti che sono un mostro” -pensa il ragazzo-. “No, tu sei speciale, solo che ora che tutti lo sanno sei in pericolo”. Per questo si devono cancellare i ricordi, un po’ come la memoria, e rinnegare il proprio passato. Per questo il giovane si oppone: “non voglio tornare normale come prima”. Tornare indietro a quando si sentiva nessuno, insignificante. Ora, con indosso una tuta nera aderente con la S cirillica (С) si sente più forte e sicuro, un supereroe a tutti gli effetti (quello che ha sempre sognato magari che lo salvasse, con la stessa iniziale ‘s’), un campione con la ‘c’ maiuscola davvero. Ma in realtà quello che sogna è racchiuso nel finale, quando riesce a liberare i compagni (Brando, Martino e Stella) ed esclama: “siamo liberi finalmente”, da ogni ingiustizia e sopruso, da ogni forma di vessazione e violenza, da ogni costrizione e pregiudizio. Forse questo il senso del simbolo dello smile che indosserà: essere lui l’artefice del cambiamento e di una possibile conciliazione tra normali e speciali. Che cosa significa essere speciale? Diverso? In fondo ognuno lo è a suo modo. Che cosa significa poi normalità? Non c’è un migliore e un peggiore, ma c’è un cambiamento possibile di sicuro che deriva dalla conoscenza reciproca sincera, senza maschere. Per tornare a sorridere insieme. In fondo è un po’ come andare in equilibrio sulle assi della vita, sempre in bilico, sull’orlo del precipizio: basta un errore per la morte, la fine di tutto, una semplice distrazione, un’ingenuità o un briciolo di superficialità in più può distruggere tutto quanto costruito sino a quel momento.  Forse per questo il cognome di Stella (Morrison) si fa emblema del richiamo alla figura del cantautore e poeta statunitense Jim Morrison: icona per eccellenza e simbolo dell’inquietudine giovanile, unimpetuoso “profeta della libertà” e poeta maledetto come spesso fu definito, sempre portavoce di una delle più grandi e forte rivoluzioni culturali epocali mai avvenute; quella che veicola anche un po’ lo stesso film di Salvatores “Il ragazzo invisibile”.

Nitto Atp Finals. Dimitrov incoronato a Londra miglior tennista dell’anno

dimitrovAppuntamento decisivo per i tennisti più forti del circuito Atp a Londra per le Nitto Atp Finals. Dopo le Next Gen Atp Finals di Milano, questo evento serviva a decretare il miglior tennista dell’anno, dopo aver “eletto” con quelle nostrane il più giovane talento. Una sorta di Laver Cup, con due gruppi: uno intitolato a Pete Sampras (assente), l’altro a Boris Becker (presente). È stato proprio quest’ultimo a premiare il vincitore, portando la pesantissima e maestosa coppa. Pesante anche perché valeva 1500 punti per il tennista più forte del 2017 che qui ha trionfato, ovvero il bulgaro Grigor Dimitrov, e un assegno di due milioni e mezzo di dollari; contro i 1300 punti e un milione 315mila dollari di montepremi per il finalista: il belga David Goffin. Nella finale ne sono successe delle belle; ad assistere Ivan Lendl, Matts Wilander e David Beckam. Viceversa, tra gli ospiti d’eccezione del torneo, si è vista (tra gli spalti nel team di Dominic Thiem, affianco alla sua mamma) la francese Kiki Mladenovic. Se le Atp Finals di Milano (cui ha assistito nella finale anche la nostra Roberta Vinci, oltre a Lea Pericoli e Nicola Pietrangeli) avevano regalato una sorpresa con la rivelazione di Chung, non meno sorprendenti sono state le Atp Finals di Londra dalla 02 Arena.
La finale. Innanzitutto l’ascesa esponenziale di Grigor Dimitrov, che diventa n. 3 del mondo, scavalca anche Alexander Zverev e guadagna circa 14 posizioni quest’anno, entrando tra i dominatori assoluti. Fuori Nadal, costretto al ritiro per il grave infortunio al ginocchio, nel match successivo sembrava out anche David Goffin (sempre per un problema al ginocchio: il belga ha giocato con una vistosa fasciatura). Tutti pensavano si sarebbe ritirato e soprattutto che non sarebbe potuto essere competitivo, dopo la sconfitta con Dimitrov per 6/0 6/2 (sbarazzatosi del lucky loser ripescato Carreno Busta con un doppio 6/1). Invece è arrivato in finale e ha lottato contro il bulgaro, portando il match al terzo set. All’inizio non una partita entusiasmante, con i due tennisti molto tesi ed emozionati. Nonostante percentuali lievemente migliori per Goffin, è Dimitrov a portare a casa il primo set per 7/5, giocando bene soprattutto gli ultimi due game in maniera più incisiva e aggressiva. David ben lo stava “legando” con scambi sul rovescio in back del bulgaro che non gli facevano male e che gli permettevano, poi, di spingere con il suo dritto e di spostare da fondo Grigor, impedendogli di venire in attacco a rete (dove è un falco) e facendolo correre molto. Nel secondo il bulgaro ha quattro palle break nel primo game d’apertura che non sfrutta, poi ha una nuova opportunità di fare break al belga sul 3-2, ma succede l’imprevedibile: sul 30-40 a suo favore, c’è l’overruling di Lahyani che chiama la palla di Goffin buona, invece che out come il giudice di linea; il belga vincerà il set per 6/4 e Dimitrov non riuscirà a salire 4-2. Nel terzo set parte bene il belga, che sembra favorito, ma al bulgaro poi riuscirà l’impresa mancata nel secondo set e farà break al belga sul 5-3 chiudendo per 6/3. Ma, oltre a complimentarsi con Goffin per l’ottimo lavoro svolto con il suo team (grande sportività dei due, che si sono abbracciati sinceramente a fine partita), l’augurio per ulteriori soddisfazioni future (entrambi quest’anno hanno vinto tre tornei) e per l’impegno di Coppa Davis di Goffin con il Belgio. Onore al merito al belga, che si dimostra un giocatore insidioso con la sua regolarità (lo stesso Dimitrov ha corso tanto). Non facile giocare una finale in cui la maggior parte del pubblico tifava Dimitrov (molte volte hanno disturbato il belga sul suo servizio ed è dovuto intervenire Lahyani). In più veniva da un suo successo personale: aver battuto in tre set (per 2/6 6/3 6/4), in rimonta quando era sotto di un set, Roger Federer fino a quel momento strepitoso e impeccabile; ha imbrigliato lo svizzero con lo scambio sul suo rovescio, impedendogli di venire avanti a rete a chiudere il punto con pochi scambi. E qui a Londra è anche stato in grado di battere Rafael Nadal in un match strepitoso e lottatissimo: 7/6(5) 6/7(4) 6/4 il punteggio con due tiebreak eccezionali.
Goffin si è continuato, successivamente, a dimostrare un “vincente” conquistando il primo incontro nello scontro di Coppa Davis con l’Australia (sulla terra rossa) 7/5 al quarto set contro Millman (dopo aver perso il primo set al tie-break).
Oltre a Federer, che tutti davano per vincitore assoluto, escono inaspettatamente Thiem e Zverev. Il primo, troppo falloso (ha commesso davvero tanti errori, soprattutto di rovescio) vince in tre set sul ripescato Carreno Busta al posto di Nadal per 63 36 64, venendo a capo di un match non facile (lo spagnolo stava entrando sempre più in partita e in controllo del match; poi, però, perde malamente sia con Goffin (addirittura in due set netti per 64 61) che con Dimitrov (per 63 57 75). L’altro da un buon Jack Sock (per 64 16 64 in un match molto altalenante), poi liquidato da Dimitrov in tre set (per 4/6 6/0 6/3, dopo aver perso il primo sempre più in partita) come lo spagnolo dal belga. Poi il tedesco sarà – al turno successivo – protagonista di una partita particolare con lo svizzero: 7/6(6) 5/7 6/1. Perde malamente il primo set, soprattutto perché gioca malissimo il tie break finale decisivo, ma comunque buono l’equilibrio che riesce a tenere con l’elvetico (più esperto, con cui si aggiudica il primo set); poi gioca molto bene il secondo set, invece, che porta a casa per 7/5; infine, inspiegabilmente, perde il terzo nettamente, inaspettatamente. Sicuramente positivo per lui il fatto di riuscire a recuperare, dopo essere sotto un set; ma deve lavorare sul fatto che poi crolla al terzo: problema di stanchezza fisica e quindi di tenuta fisica o mentale e di perdita di concentrazione? A fine stagione tutto può succedere e su questo aspetto potrà lavorare bene con Ferrero. Per lui, sicuramente, sarà fondamentale trovare più costanza e continuità durante i singoli match; a quel punto potrà veramente ambire a diventare n.1.
Ma è sembrato quasi come se, soprattutto il tedesco, non riuscisse a spingere la palla, come se la superficie fosse troppo lenta e pesante e la palla si piantasse e non rimbalzasse sufficientemente; ovviamente sia Thiem che Zverev prediligono una superficie più veloce. Infine, precisazione doverosa, il fatto che si giocava con le regole classiche del tennis mondiale e non con quelle “nuove” testate in via sperimentale alle Next Gen Atp Finals di Milano.

Barbara Conti

“Ferrari: race to immortality”. La corsa al successo e alla gloria

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“Ferrari: race to immortality” (film nella selezione ufficiale alla Festa del cinema di Roma, per la regia di Daryl Goodrich), racconta come nasce un mito. Il successo è fatto di scelte dolorose, non sempre facili, ma che vanno condivise comunque. Anche e soprattutto in uno sport di squadra. Il senso del gruppo è fondamentale, ma a giocare un ruolo preponderante non sono solo gli attori principali (gli sportivi); c’é bisogno di veri professionisti, che investono risorse ed energie. Lo sport ormai è diventato un vero e proprio business, allora ecco la rilevanza di imprenditori del calibro di Ferrari per mostrare quanto, anche in una disciplina sportiva come l’automobilismo, non siano solo i corridori ad essere protagonisti, ma soprattutto un intero staff di addetti ai lavoratori e di imprenditori che gestiscono l’azienda per cui lavorano. Così si riesce a scrivere la storia come ha fatto Enzo Ferrari. Anche a costo di risultare ‘antipatici’ e andando contro-corrente, come fatto da allenatori quali Nick Bollettieri nel tennis.
E Ferrari é stato un po’ un allenatore per i ragazzi della sua scuderia, che considerò come figli. Soprattutto Peter Collins, dopo aver perso il figlio Dino. Raccontare questo sport in modo diverso, ripercorrendo le tappe più salienti che la “casa Ferrari” ha vissuto (da quelle gioiose a quelle traumatiche), con filmati d’epoca e intervista con voce fuori campo ad Enzo Ferrari, é un modo diverso e originale per parlare di questo sport. E di questa scalata al successo, di come si raggiunge la gloria e una fama immortali ed eterne. Immortalità che costa cara spesso.
All’epoca dei piloti gentleman, questi piloti erano come star, dei gladiatori, dei guerrieri. Dei veri combattenti, insomma, che però non persero la loro umanità. E forse questo li aiutava a farli sentire più forti in uno sport così pericoloso; con la consapevolezza che lo era e che tutto poteva finire da un momento all’altro. Ma soprattutto li univa e li faceva sentire più umani, accomunati da uno stesso destino: accettare il rischio di poter morire ogni giorno in pista per un semplice e banale errore e perdere tutto, lasciare famiglia e cari. Ma rimanevano amici. Tanto che Mike (Hawthorn) e Peter (Collins) si chiamavano ‘mon ami mate’. Erano delle vere star, dei lottatori che lottavano per l’immortalità, per essere eterni. Per sempre. Sarebbero rimasti nella memoria collettiva non solo con la morte (in pista e non solo) o dopo di essa, ma a prescindere. Del resto era lo stesso Ferrari ad affermare loro: “che tu vinca o perda sarai immortale”. Eppure non correvano solo per questo. Erano 5 piloti per 4 macchine  nella Ferrari, che lo faceva apposta per metterli in competizione perché dessero il massimo per lui: “abbiamo bisogno di vincitori, non di chi arriva secondo o terzo”, era del resto la sua regola. Ma non sembravano provare invidie. Anzi, conoscevano il rispetto reciproco e avevano cura di rispettare appunto una gerarchia interna ed implicita loro di chi era il pilota più forte. Il più alto esempio di sportività (da ricordare) e di complicità lo si ebbe nel 1956, quando (a un passo dal traguardo e dal diventare campione mondiale) a Monza Collins scese dalla macchina e fece guidare e condurre al traguardo e salire sul podio Juan Manuel Fangio. “Una star può essere molto speciale” – commentò Ferrari -.
La loro era più una voglia di superare i propri limiti, ma anche la malattia: pensiamo ad esempio ad Hawthorn, che scendeva in pista nonostante glu avessero diagnosticato una grave patologia renale che non gli avrebbe lasciato più di un anno e mezzo di vita. Dall’altro lato gli faceva eco Peter Collins, il cui motto era ‘life is short’: ‘La vita è (troppo) breve’ e che amava vivere all’eccesso.
Non era solo una questione di velocità (una gara a chi correva più forte) o di adrenalina del rischio. Del resto: “dove c’è pericolo c’è eccitazione” riteneva Ferrari. E poi “la paura – proseguiva – viene da ciò che non si conosce né può controllare. Un po’ come sporgersi dalla finestra per vedere quanto ci si può spingere oltre nel vuoto” – diceva -. Invece lui parve avere sempre il pieno e totale controllo di tutto. Scomparso a 90 anni, rimarrà famoso per la capacità che dimostrò di sapere sempre quello che doveva fare, di ripartire, di ricominciare, di re-inventarsi, di voltare pagina.
Perché lo fece? Perché “i piloti sanno apprezzare la vita meglio degli altri”, forse perché rischiano di perderla ogni volta. Talent scout, nel docu-film é egli stesso a raccontare questo sport, non solo come si diventa un businessman self made. Una disciplina emozionante. Tutto parte dal momento del via: che cosa si prova in quell’istante? “Una serie di sensazioni che poi scompaiono quando viene dato”, parola di Ferrari.
Per lui i piloti si dividono in due categorie: i dilettanti, ambiziosi, e i professionisti. Purtroppo, fece notare, l’Italia spesso non offre le strutture giuste per emergere e non dà i giusti mezzi come accade agli stranieri. Intransigente, per lui il successo dipendeva per il 60% dall’auto e per il restante 40% dal pilota. Ma la sua visione del successo era quanto mai dura: “dietro il successo c’è qualcosa di terribile. Gli italiani perdonano tutto e tutti, anche i ladri, ma il successo a nessuno”. Anche per questo c’è chi lo definì “un dittatore”: “se significa pretendere lo stesso impegno che profondo nel mio lavoro, allora sì lo sono”.
Molto severo, riteneva che “un uomo (tanto più un pilota) non ha bisogno di intrattenimento: lo distrae”; infatti “la decadenza di un fuoriclasse – aggiunse -, comincia quando antepone interessi privati a quelli sportivi e professionali”. Non credeva alla sfortuna: “é solo la capacità di ciò che non abbiamo saputo vedere”. Paura? No, non sembrava conoscerla o comunque sapeva controllarla e come superarla. Gestirla era facile per lui: “bisogna lavorare in continuazione; altrimenti poi si pensa alla morte”, era la sua regola. Il segreto, il coraggio, la forza di un uomo che ha scommesso tutta la sua vita per questo successo: la vittoria e la conquista dell’immortalità. Si circondò di uomini che hanno fatto sì che si portasse umanità in uno sport così crudele e spietato a volte, ‘assassino’. Pericoloso non solo per chi lo fa, ma anche per chi lo guarda. Durante gli incidenti in cui spesso perdono la vita i piloti, resta uccisa anche gente del pubblico, tra cui molti bambini innocenti e ci sono molti feriti anche gravi (un esempio su tutti: pensiamo a quello a Le Mans del 1955, quando morì Hawthorn e persero la vita altre 83 persone). Eppure come per un calciatore attaccato alla propria maglia (della sua squadra o della nazionale), questi piloti preferirono continuare a correre per e nella Ferrari più che cambiare auto. Inoltre da notare quanto Ferrari seppe unire i piloti italiani (come Eugenio Castellotti e Luigi Musso) a quelli stranieri , nonostante le divergenze ed i contrasti iniziali. Non rappresentavano più e solo la loro nazione, ma una squadra. Una sorta di soldati pronti a combattere e morire per un ideale: quello dello sport più che della gloria, che tuttavia comunque non disdegnarono mai. Quasi partigiani della libertà (probabilmente il maggiore senso di leggerezza che dava loro la corsa).
La parte più bella rimane sempre quella umana; della testimonianza – ad esempio – delle donne, compagne, mogli, fidanzate, future spose, che sono rimaste al fianco di questi uomini nonostante tutto e che spesso li hanno persi all’improvviso, quando meno se lo aspettavano o quando stavano per coronare i loro sogni. Desideri che ognuno di loro portava dentro sé, custodiva e difendeva fortemente. Restavano molto umani al di là della loro sfida alla sorte. Sogni infranti forse, ma non quello di essere migliori. Come hanno contribuito a rendere migliore la Ferrari e come ha fatto – del resto – lo stesso Enzo Ferrari. Ieri come oggi non dobbiamo mai dimenticare il loro esempio. Perché anche questo è l’automobilismo e lo sport in general.

Ba. Co.

Tempo di Finals, a Basilea vittoria a metà per Federer e Del Potro

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Le Next Gen Atp Finals stanno per avere luogo, nella loro prima edizione (dal 7 all’11 novembre prossimi). Intanto le donne hanno giocato le loro Finals a Singapore e si attendono anche le Finals maschili di Londra. Tempo di Finals, dunque, ma chi sono i vincitori? La sorpresa é che ci sono dei vincitori a metà.
Stiamo parlando di Roger Federer e Juan Martin Del Potro. I due campioni si sono scontrati, per la quinta volta quest’anno, all’Atp di Basilea. Una finale strepitosa vinta (in casa e per la terza volta su 5) dallo svizzero. Entrambi, oltre a vero talento, hanno messo in campo tanto nervosismo; prova evidente di quanto tenessero a questo trofeo. Non solo per il titolo di prestigio di un torneo importante, quanto per le altre conseguenze positive che avrebbe potuto contribuire a portare loro. Federer sarebbe potuto diventare il nuovo numero uno, a poco più di mille punti (1460) di distacco da Nadal. Del Potro inseguiva la qualificazione sicura alle Atp Finals di Londra. Invece entrambe le occasioni sono sfumate per tutti e due. Per il tennista elvetico e per l’argentino il torneo di Basilea si è concluso in un nulla di fatto per gli obiettivi mancati. Roger, dopo aver incassato l’ottava vittoria qui in casa, ha annunciato infatti che non giocherà il Master 1000 di Parigi Bercy e – pertanto – é matematicamente impossibile che supererà Rafa e diventerà il numero leader della classifica mondiale. Se Federer sciupa così l’occasione della posizione numero uno, per l’argentino vengono messe in discussione le Finals: avrà bisogno di raggiungere almeno la semifinale a Parigi per avere accesso diretto a Londra.
Ma il risultato conclusivo al termine della finale di Basilea é stato spettacolo assoluto. Si sono scontrati i due tennisti più forti, che hanno dato il massimo. Fuori Nadal per l’infortunio al ginocchio che lo ha costretto al ritiro, dopo il suo forfait la corsa era solo la loro. E il pubblico non poteva chiedere di meglio da una partita finita in rimonta al terzo set. Vinta per giunta dall’idolo di casa. Si parte in equilibrio, ma Juan Martin sembra più fresco e in forma, spinge di più e mette in difficoltà Roger, che ne esce solo con colpi da manuale a rete. Il servizio di Del Potro, però, funziona e strappargli la battuta é difficilissimo. Lo svizzero – viceversa – non riesce a servire come vorrebbe forse e si finisce al tie-break, giocato benissimo dall’argentino, che spinge sull’acceleratore e toglie il tempo allo svizzero e lo sorprende anticipando sempre le sue mosse.
Federer non fa in tempo a reagire e già é sotto di un set. Del Potro prosegue in vantaggio, facendo break a Roger che, però, lo recupererà portandosi sul 2-2. Da quel momento sarà lui a dominare con più aggressività. Fino al 4-4 a suo favore, quando trova il break decisivo per salire 5-4 e, a quel punto, non manca l’occasione di chiudere il set 6/4. Ancora più facile il terzo, che conquista per 6/3 strappando il servizio all’avversario sul 5-3. Federer deve tirare fuori dal cilindro i suoi colpi migliori da maestro (soprattutto a rete, a cui si inchina e che stupiscono anche Del Potro) per uscirne vincitore. Tanto che, man mano, anche le percentuali al servizio di Juan Martin (inizialmente molto ispirato) vanno scemando. 6/7 (chiuso agevolmente per 7 punti a 3, con un Federer sotto tono e sotto i suoi standard tradizionali) 6/4 6/3 il punteggio finale. É stata comunque una sorta di finale da record: oltre due ore e mezza di gioco, il 24esimo confronto tra i due, per Federer la 15esima finale giocata qui e di cui ne ha vinte 8; due le ha perse proprio da Del Potro, nel 2012 e 2013, un avversario che si dimostrava tanto più temibile in quanto reduce dalla convincente vittoria a Stoccolma (in Svezia), per 6/3 6/4 sul bulgaro Grigor Dimitrov. Per lui è il settimo titolo stagionale di quest’anno positivo, che concluderà giocando alle Atp Finals di Londra. Con 95 trofei all’attivo supera anche persino Ivan Lendl: solo Jimmy Connors ne ha vinti di piccole (fermandosi a quota 109).
Ma anche nel femminile è tempo di Finals con il Master di Singapore. A scontrarsi sono Caroline Wozniacki e Venus Williams. Se nel circuito Wta si sono alternate ben cinque numero 1, ora è stata trovata una nuova numero 3: é la danese. Alla Wozniacki bastano un’ora e mezza di gioco e un doppio 6/4 per venire a capo di un match che si stava complicando. Gioca molto bene il primo set, in pressione con ottimi colpi sull’americana. Continua benissimo il secondo in cui dilaga fino al 5-0; poi Venus ha una reazione, un sussulto e un moto d’orgoglio e, pian piano, rimonta sino al 5-4. Ma, a questo punto, Caroline non sbaglia più e chiude 6/4: ritrova la concentrazione e lo schema tattico vincente e porta a casa il match con un rovescio strepitoso sul secondo match point, che è quello giusto (il primo Venus lo annulla con un’ottima prima di servizio). La 27enne di Odense centra il 28esimo titolo in carriera e si porta al n. 3 del mondo (a pochi punti da Muguruza e Halep). Il master di fine hanno di Singapore ha visto, poi, l’addio al tennis di Martina Hingis (che ha perso in semifinale con la Chang, in coppia con la quale ha vinto quest’anno nove titoli): ex n. 1, é stata una delle più forti doppiste di sempre.
Una menzione merita anche la vittoria nell’Atp di Vienna di Lucas Pouille, in una finale facile quanto quella della Wozniacki, nel derby francese contro Tsonga. Il n. 25 Atp batte per 6/1 6/4 il n. 15.

Ba.Co.