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Barbara Conti

Top di Müller, Pouille, Kontaveit, ma anche Federer e Kvitova in corsa

Anett-Kontaveit-s-Hertogenbosch-2017-1Il torneo di ’s Hertogenbosch come l’Atp di Stoccarda. Entrambi, o meglio tutti e tre (dato che il primo prevedeva sia la sezione maschile che femminile), hanno fatto emergere talenti ‘nuovi’ per modo di dire. Ovvero tennisti che, finalmente, sono riusciti ad imporsi a giusto merito, dopo aver sfiorato più volte il successo.
È successo innanzitutto nell’Atp del Ricoh Open, che ha visto all’ultimo turno una finale tra “giganti” e “maestri dell’ace”. I Paesi Bassi hanno incoronato per la prima volta campione Gilles Müller. Qui il tennista lussemburghese è riuscito a conquistare la sua seconda finale, con una vittoria dopo le molte finali perse. Ben sei, di cui una proprio contro il suo avversario in questo torneo “fortunato” e “benedetto” di ‘s Hertogenbosch: Ivo Karlovic. Ben due tie-break per portare a casa il trofeo, che equivale al secondo titolo stagionale. Quest’anno già aveva vinto a Sydney, imponendosi sul cemento sullo statunitense Daniel Evans per 7/6(5) 6/2. Ora ha replicato contro il croato, facendo il bis con un doppio tie-break lottato e terminato per 7/6(5) 7/6(4). A distanza di qualche mese torna a vincere: dal lontano 14 gennaio scorso in Australia, si è ripetuto il passato 18 giugno, ma ha confermato che l’erba è decisamente la superficie dove riesce ad esprimersi meglio. Sicuramente è molto cresciuto e migliorato tennisticamente, ma ha impressionato soprattutto per il grado di precisione, di rapidità, di incisività, di essenzialità che ha saputo mettere in campo. Pochi scambi, i passaggi fondamentali per fare il punto e null’altro. Molto più forte al servizio, ha tenuto bene i suoi turni di battuta infatti, piazzando innumerevoli aces di potenza spaventosa (intorno ai 200 km/h); ha fatto più volte serve&volley quando ha potuto, ma soprattutto ha passato (sia col dritto che col rovescio) Karlovic e tutti gli altri avversari. Senza neppure sembra faticare. Anzi è sembrato essere sempre tranquillo in campo e sicuro di poter portare a casa il match, senza esitazioni, titubanze o momenti di difficoltà o timore. Serafico e calmo, non ha avuto appannamenti o fasi di oscuramento da parte degli altri tennisti; anche nelle circostanze di maggiore equilibrio degli incontri, è sembrato avere una marcia in più, qualcosa in più, più qualità, ma soprattutto più produttività dal punto di vista del punteggio e del parziale, che non l’ha mai visto in difetto. Ha vinto per merito perché ha giocato meglio. Era dal 2004 che ci provava e inseguiva la vittoria in finale. Riuscire a sollevare il trofeo è il giusto coronamento, meritato per un talento valido e un tennis espresso di qualità, di livello, fatto di punti e non sugli errori dell’avversario. Ripercorrendo la sua carriera, la prima possibilità sfiorata arriva con la finale (persa come tutte le altre che citeremo) nel 2004 appunto sul cemento di Washington, sconfitto da Hewitt per 6/3 6/4; poi è la volta, l’anno successivo, sempre sul cemento, del torneo di Los Angeles: giustiziato da André Agassi per 6/4 7/5; con un salto avanti nel tempo, arriviamo al 2012 e, per la terza occasione si trova a disputare una finale contro Andy Roddick: ed è di nuovo il cemento ad essergli fatale, dopo un match duro e lottato conclusosi al terzo set (per 6-1, 62-7, 2-6); lo scorso anno, nel 2016, arriva sempre all’ultimo turno e sempre qui a ‘s Hertogenbosch: quarta chance sfumata per mano di Nicolas Mahut, che gli infligge un netto doppio 6/4. Sempre dello stesso anno è l’altra quinta opportunità avuta di conquistare il suo primo titolo, sempre sull’erba: stavolta quello di Newport, dove cade sconfitto proprio da Ivo Karlovic (con cui si è preso la rivalsa). Un match strepitoso, con tre lunghissimi tie-break sancisce la vittoria del croato, sudatissimi: 7-62, 65-7, 612-7; l’ultimo dimostra proprio quanto sia stata una partita persa per poco da parte del lussemburghese, in cui la differenza è stata proprio di un punto (o meglio dei due punti di distacco necessari al tie-break).E poi l’ultima finale sfumata è stata, sulla terra (dove Müller ha più difficoltà), quest’anno, lo scorso maggio, all’Atp di Estoril, contro Carreno Busta: un giovane talentuoso, molto interessante e dal gioco “vivace”, “frizzante” e “sprezzante”, molto incisivo, che lo ha eliminato per 6/2 7/6(5). Ovviamente il livello alto raggiunto dal lussemburghese lo si vede dai nomi degli avversari contro cui ha perso, tutti eccellenti. Attuale n. 26 del mondo, la top venti ormai è a sua portata, ma la top ten non è così distante se continuerà con questa continuità.
E, sempre nel maschile, è arrivato il momento anche per il francese Lucas Pouille. Gioco aggressivo, grintoso, spinge su tutto e pretende molto da sé; si infervora facilmente se qualcosa non gli riesce, lotta molto, ma soprattutto rischia tantissimo, commettendo spesso qualche errore di troppo. Non esita ad attaccare e venire in avanti a rete, soprattutto nei momenti in cui il punteggio si fa più stringente, per trovare la soluzione vincente; altrimenti rimane inossidabile a fondo (quasi un muro che ribatte e respinge tutto alla Agassi per capirsi), correndo da una parte all’altra generoso, cercando qualche soluzione di fino e di precisione. Anche per lui secondo titolo stagionale, dopo la conquista del torneo di Budapest su Bedene (per 6/3 6/1) sulla terra rossa ad aprile. A distanza di due mesi, lo scorso 18 giugno ha scritto il suo nome sull’Atp di Stoccarda (sull’erba), sconfiggendo in rimonta un avversario ostico come Feliciano Lopez (giocatore più da terra che da erba). 4-6, 7-65, 6-4 il punteggio di una partita che sembrava volgere tutta a favore dello spagnolo. Il transalpino acciuffa, quasi per miracolo visto l’andamento del match, il tie-break del secondo set e poi decolla andando a dominare il terzo e decisivo. Ha mostrato maturità giocando egregiamente, e molto meglio rispetto a Lopez, il tie-break, indovinando tutte le trovate necessarie di variazioni di schema tattico. Arrivando persino a primeggiare da fondo sul terreno tipico, favorevole e consono allo spagnolo: lo scambio lungo da fondocampo. Ad un certo punto, con un Lopez in confusione e in difficoltà (ed anche stanco), è stato tutto più semplice e facile. Per lui, invece, è il terzo titolo in carriera, poiché le vittorie a Budapest e Stoccarda vanno ad aggiungersi a quella in Francia a Metz, all’Open della Mosella (sull’austriaco Thiem per 7/6 6/2) del 2016. Mentre sono due le finali perse: dopo quella in casa contro Tsonga (con un doppio 6/4) sul cemento di Marsiglia quest’anno, nel 2016 era stata la terra rossa di Bucarest ad essergli fatale, dove si arrese per mano di Fernando Verdasco per 6/3 6/2. Tuttavia in più occasioni Lucas Pouille si era messo in evidenza con il suo talento.
Ed altro talento prodigio è quello di Anett Kontaveit. Il 2017 sembra davvero essere il suo anno fortunato. Dopo la finale, contro l’altra giovane esordiente Vondrousova, alla prima edizione del Wta di Biella, è tornata in finale anche qui ad ‘s Hertogenbosch. Il cemento svizzero le era stato fatale, ed aveva perso per 6/4 7/6(6) contro la Vondrousova, diventando molto fallosa soprattutto nella parte conclusiva del primo set, per poi approfittare di un lieve calo dell’avversaria e rimontare nel secondo set. Non fallisce qui nei Paesi Bassi e vince facilmente (sull’erba stavolta) per 6/2 6/3 su un’altra giovane, interessante ed emergente avversaria (che sicuramente farà di questa finale persa il suo trampolino di lancio): Natal’ja Vichljanceva. Classe ’95, la tennista estone nata a Tallinn mostra buoni fondamentali con cui ama sorprendere le avversarie con accelerate improvvise e passarle con passanti sia lungolinea che incrociati. Sicuramente, se un appunto si vuole fare alla Kontaveit, è di rafforzare il gioco di rete (negli smash e nelle volée è più fallosa), che la agevolerebbe, facilitandola nel trovare la soluzione giusta vincente. Facendole risparmiare anche un po’ di energie, scorciando gli scambi da fondo, che regge benissimo, ma che di solito sono lunghissimi: la vedono protagonista in quanto riesce sempre a tenere il ritmo, con una precisione notevole, ma in cui spesso fatica a trovare il colpo definitivo o comunque dove deve rischiare moltissimo, anche se la maggior parte delle volte è lei a concludere con l’accelerata vincente, che spiazza l’avversaria lasciandola letteralmente ferma a guardare.
Tutti invece incantati a guardare Roger Federer, tornato a giocare a Stoccarda (dove però ha perso al primo turno da Tommy Haas per 2/6 7/6 6/4) e ad Halle: è il solito Federer che tutti siamo abituati a vedere, dai colpi magistrali, per lui sembra tutto facile e semplice. Ma anche Petra Kvitova al Wta di Birmingham, dopo l’infortunio per l’incidente alla mano: più forte di prima, più potenza nei colpi, ma anche più precisione. Sicuramente due notizie che fanno piacere.

Tiziano Ferro da sold out! Ritmo ‘lento o veloce’? Decide(rà) il pubblico

Tiziano Ferro live: scopre ‘il mestiere della vita’ scrivendo con la sua stilografica l’incanto di dare ‘il conforto’.
Ed anche a Roma, allo Stadio Olimpico il 28 e 30 giugno, ‘potremo ritornare’ a godere della sua musica per un tour da una venatura particolarmente romantica. Sarà ‘lento o veloce’? Decide(rà) il pubblico.

tiziano ferroUn nuovo singolo “Lento/Veloce” che sta spopolando. Un videoclip e un duetto del pezzo che ha cantato con Carmen Consoli, con cui ha instaurato una recente collaborazione in “Il conforto”. Il neo sostegno a “Save the children” e la sua canzone storica “Il regalo più grande” ‘donata’ per lo spot della Vodafone. Un futuro da imitatore e un tour che lo attende: due date all’Olimpico di Roma (il 28 e 30 giugno), di cui la prima già sold out e la seconda con pochi posti disponibili rimasti. Che altro può attendere Tiziano Ferro? Uno scenario lo ha aperto la sua partecipazione alla trasmissione di Virginia Raffaele “Facciamo che io ero”. Durante la sua apparizione ha cantato in “Joyful joyful”, pezzo gospel che gli ricorda i suoi esordi nei cori di Chiesa; ma soprattutto ha chiesto alla comica, imitatrice e presentatrice di fare un programma insieme. Non male. Ma per Ferro un’opportunità sarebbe proprio un tour nei teatri con uno spettacolo con intermezzi comici e, soprattutto, dove portare cover gospel, con cui potrebbe fare un nuovo disco insieme a qualche inedito (o perché non un intero disco unplugged?). Non solo la musica gospel gli riesce perfettamente, ma anche l’ambientazione del teatro e del musical, della recitazione affiancata all’imitazione. E in questo Virginia Raffaele sarebbe perfetta anche perché, con la sua voce, può permettersi perfino qualche duetto. Se Tiziano non dimentica le origini e una linea musicale di genere più tradizionale, é comunque sempre attento alle nuove tecnologie. Ben descrive l’universo della musica sui social, diffusa tramite Internet e il web in “My steelo”, in cui dice “a 16 anni hai già un video in rete”: un riferimento che offre una doppia lettura; ai giovani talenti prodigio premiati (come del resto Ferro stesso) ai Wind Music Awards per i milioni di visualizzazioni che riescono a fare, ma fa intravedere anche una connotazione negativa. Oggi postiamo di tutto sui social e in rete, senza che ci sia più privacy né rispetto della persona: stiamo parlando del bullismo e cyberbullismo, i cui casi aumentano sempre di più così come i connessi suicidi, a seguito delle umiliazioni subite, tanto che anche “Porta a porta” vi ha dedicato una puntata e l
di recente è stata approvata la nuova normativa più stringente al riguardo. Perché allora, per un artista della sua sensibilità, non scrivere un testo ad hoc su tale tragico fenomeno in ricordo delle vittime e far partire una campagna di sensibilizzazione di cui farsi promotore e portavoce? Un tormentone incentiverebbe la diffusione del messaggio. La campagna potrebbe partire dalla sua città di Latina stessa, magari con un duetto o una collaborazione con il piccolo talento di “Ti lascio una canzone” Simone Iouè: con cui potrebbe fare persino una canzone (a prescindere dal cyberbullismo) sul racconto della storia (autobiografica per entrambi) di un bimbo che riesce a realizzare il suo sogno di cantare e mostra tutte le difficoltà e le vicissitudini che ha dovuto affrontare. Ma per promuovere la problematica del (cyber)bullismo, soluzione migliore sarebbe coinvolgere associazioni già impegnate in merito: tipo l’ACBS (Associazione contro il bullismo scolastico), fondata nel febbraio 2015 dal ventenne Vincenzo (con il fratello Giuseppe e una decina di altri giovani), per tutte le vittime di tale atteggiamento vessatorio e di cui è stato vittima egli stesso. Per ricordare che, come si legge sul sito, “il coraggio è quello che ci vuole per alzarsi e parlare; ma il coraggio è anche quello che ci vuole per sedersi ed ascoltare” (Winston Churchill) e poi che “la comunicazione non è (tanto o solo) quello che diciamo, ma quello che arriva agli altri” (Thorsten Havener). Ed a proposito di campagne solidali, perché non scrivere qualcosa per “Save the children”? Di storie non ne mancherebbero: dal tema dei migranti, della povertà, della guerra, dei bimbi stranieri e del loro diritto all’istruzione; per educare con e attraverso la musica, in cui essi stessi si rifugiano per trovare una speranza. A parte qualche collaborazione black e soul che non guasterebbe, sarebbe importante per l’artista -a nostro avviso- approfittare dei 90 anni di Avis quest’anno (di cui lui è da anni sostenitore) per parlare della malattia e della salute (ispirata a qualche vicenda vera e che potrebbe ‘regalare’ a una nuova serie di “Braccialetti Rossi” per la colonna sonora, che ne gioverebbe perché quasi costruita ad hoc, senza considerare il fatto di poter contare su un nome importante e garanzia di qualità); anche in vista del prossimo centenario. E Ferro sa che la musica è uno strumento e un veicolo importante per smuovere le coscienze. Lo stesso termine inglese ‘steel’, racchiuso in ‘steelo’ significa ‘(d’)acciaio (inossidabile)’, ovvero qualcosa che resta indelebile e lascia un segno intangibile che resiste nel tempo. Un po’ a richiamare lo slogan di Avis che, come ogni anno, sarà presente ad ogni tappa del suo tour: “comunicare il mio unico vero valore assoluto”, a richiamare un altro dei suoi successi racchiusi nell’ultimo album, “Il mestiere della vita”. Perché il ‘mestiere della vita’ è anche questo: diffondere il valore assoluto per eccellenza che è la solidarietà. Quest’ultimo un principio morale che lui contribuisce a scrivere con una sorta di penna stilo-grafica (la pronuncia della prima parte è la stessa della parola inglese ‘steel’ di ‘steelo’) immaginaria. D’altronde se l’anagramma di ‘Avis’ è ‘vasi’, i suoi dischi e le sue tournée con i suoi successi equivalgono un po’ come a piantare in tanti vasi numerosi semi ‘solidali’ e preziosi. Ed anche questo contribuisce a creare nella musica di Ferro una venatura più romantica che ‘Potremo ritornare’ a godere nelle tappe romane del live tour (del 28 e 30 giugno), che di sicuro sarà un “Incanto”.
E allora a questo punto dovrebbe sollevarsi un grido al coro di: “Senza scappare mai più”, per non fuggire più davanti né continuare ad essere indifferenti di fronte a soprusi, vessazioni, ingiustizie, discriminazioni e ogni atto di violenza (e non solo di cyber-bullismo). Questo è davvero “Epic”(o), come la sua vita (in bilico), come un libro -come canta nell’omonima canzone del suo ultimo cd. Per andare avanti e non restare ‘indietro’ nella lotta e in queste battaglie sociali ancora da vincere continuando la battaglia.

Barbara Conti

“Con il cuore nel nome di Francesco”: riscoprire
la solidarietà e la pace

conilcuoreTornata, come ogni anno, “Con il cuore-nel nome di Francesco”. In diretta da Assisi. “Sempre con San Francesco nel cuore” – come ha detto a conclusione di trasmissione Carlo Conti, di nuovo alla conduzione del programma in questa suggestiva location. Da subito è stata forte l’impronta che anche quest’anno avrebbe avuto: seguire l’esempio di San Francesco. Per insegnare la solidarietà (con tanti progetti solidali), ma soprattutto per parlare di pace (di cui c’è quanto mai bisogno), di religione e, in particolare, di fede. Con una testimonianza inedita d’eccezione: quella di Max Laudadio. Fede come fratellanza. Un’unione che nasce anche grazie alla forza e alla potenza della musica. E poi, da qualche mese, Assisi ha un altro nuovo santuario (inaugurato il 20 maggio scorso): il secondo si chiama “Santuario della Spogliazione” (non a caso), perché qui c’è stato un uomo che si è spogliato di tutto per trovare la vera gioia e la purezza della e nella bellezza. Si tratta della chiesa di Santa Maria Maggiore, l’antica Cattedrale della città serafica dove venne battezzato San Francesco. Il suo gesto emblematico (compiuto davanti al padre Pietro di Bernardone per rimanere nudo come Cristo) ci ricorda come anche la Chiesa intera debba spogliarsi di tutto ciò che è futile ed effimero e seguire il cammino indicato dal percorso cominciato con questa scelta, apparentemente di rinuncia ma in realtà di enorme ricchezza spirituale ed interiore, di San Francesco. Per ritrovare, appunto, un più alto senso di moralità e gratificazione più intime – ha sottolineato mons. Domenico Sorrentino, arcivescovo di Assisi.

Meglio “Con il cuore” non poteva cominciare. La vera notizia è la vera esplosione di entusiasmo portata da Francesco Gabbani. Già album d’oro per il cd “Magellano”, multi-platino per il singolo “Occidentali’s karma” ai Wind Music Awards (condotti dallo stesso Conti con Vanessa Incontrada), ha fatto ballare tutti: suore, preti, sacerdoti e molti religiosi divertiti. Soprattutto il successo che gli ha regalato la vittoria all’ultimo Festival di Sanremo (stiamo parlando di “Occidentali’s karma” ovviamente, una sorta di vero inno alla fratellanza anche) è stato un trionfo, la cui esibizione qui ad Assisi ha fatto danzare decine di bambini, che lo hanno circondato e voluto abbracciare e che hanno intonato a memoria la melodia, di cui conoscevano tutte le parole (come anche i sacerdoti del resto, con le mani in alto verso il cielo). Tra l’altro Francesco Gabbani (un nome che lo lega ancor di più al messaggio del programma e al posto) sarà in concerto a Spoleto il 31 luglio prossimo, con una tappa del suo tour, una delle zone più colpite dal sisma. Non a caso uno dei progetti solidali promossi da “Con il cuore” è trovare fondi per la ricostruzione di San Pellegrino a Norcia: meglio e più bella di prima perché alcune attività sono ferme, c’è meno lavoro e la gente rischia di andare via da qui per trovare un’occupazione e poter ricominciare e questo sarebbe un altro terremoto – hanno spiegato – c’è un’emergenza assistenziale e abitativa a Norcia, dove si intende realizzare un centro polifunzionale. Altri riguardano le mense francescane a Milano e le missioni francescane in Africa e Nigeria ad esempio. Per diffondere l’accoglienza, non abbandonare le zone terremotate, ma anche creare inclusione. Per riconciliarci e guardare avanti insieme. Come ha detto Papa Francesco: “avere occhi nuovi per guardare i nostri fratelli”; lo straniero, il diverso, l’altro, non più visto come un problema, ma un’opportunità, una risorsa. Ed a tale riguardo, a proposito di Sanremo e fratellanza, come non citare il progetto “Saremo italiani” da “Sanremo italiano”, per insegnare l’italiano agli stranieri africani attraverso le canzoni italiane. Un concorso con le tre migliori portate qui nel programma in diretta da Assisi. Una di queste, la più importante forse, è stata “Felicità” (della coppia Al Bano e Romina Power): “Affinché sia (felicità appunto) quello che speriamo possano trovare qui nel nostro Paese”. Quando è stato regalato a Carlo Conti il libro sulla visita di Papa Bergoglio a Castel Nuovo di Porto, sono state ricordate le parole che pronunciò: “siamo diversi, siamo differenti, abbiamo culture differenti, ma siamo fratelli e vogliamo tutti vivere in pace e in armonia, in serenità”.

Ciò ci fa comprendere la portata religiosa di un messaggio evangelico di stampo moderno. Per questo Gabbani ha deciso di esibirsi subito in “Amen”. A seguire, Giorgia stessa ha portato qui ad Assisi il suo ultimo singolo “Credo”: “credo nelle persone, anche se in questo periodo è difficile avere e dare fiducia agli altri –ha commentato la cantante-; credo, poi, nel ‘sentire’, che è quello che non si vede, né tocca, qualcosa di intangibile, ma vero, che c’è” – ha aggiunto -, ringraziando per “quest’atmosfera che si respira che ti obbliga a guardarti dentro (in profondità) più che fuori”. Ma non è finita qui. Illustrando il progetto delle mense per i poveri (e dell’Emporio solidale) a Milano si è detto che “dà voglia di fare qualcosa per l’altro, per regalare un sorriso e un po’ di pace”. E si è sfiorata, così, l’altra parola chiave della serata: pace. Così ecco il contributo di testi quali la canzone di Paolo Vallesi e Amara, “Pace” appunto: “In nome dell’amore e della libertà, la pace per ritornare a dare un senso a questa umanità” – esorta il brano -. E poi “Pace” è anche il titolo del nuovo album di Fabrizio Moro, che ha cantato “Portami via”, il suo brano sanremese.

Ed è la stessa descrizione di tre affreschi, raffiguranti varie tappe della vita di San Francesco, ad illustrare nel migliore dei modi ed esplicitamente il suo messaggio evangelico appunto. Quello di Giotto in cui dona il suo mantello a un nobile decaduto richiama i nuovi poveri di oggi, che sono sempre di più; e, se le nuove povertà aumentano, occorre donare qualcosa di sé all’altro, questo è l’invito. Il secondo è quello del crocifisso di San Damiano, in cui lui comincia a riparare con le sue mani la Chiesa: è un nuovo stile di vita, con cui avvicina i giovani e lo fa edificando nella fratellanza; costruire qualcosa tenendo fisso lo sguardo su Gesù e rivolto a Dio per creare insieme fraternità. Il terzo è quello sul naufragio in Dalmazia: Francesco si imbarca da clandestino e alla fine del viaggio restano solo le sue provviste; lui che era un problema all’inizio, ora è una risorsa. Così come lo straniero, il diverso, non è un problema, ma un’opportunità.

Ma il vero senso della fede è venuto da Max Laudadio. A 44 anni –ha raccontato- si è trovato a pregare per la prima volta. Era sempre stato, prima di allora, ateo, non si aspettava la conversione e la “rivelazione”. La scoperta della fede è avvenuta proprio il giorno della nomina di Papa Francesco a Pontefice. Da non credente era lì con la sua famiglia, come spettatore ad assistere. Ma già sapeva che si sarebbe chiamato Francesco, aveva avuto “un’illuminazione”, “un’intuizione”. Lo confessò alla moglie senza troppa convinzione. Pensò si trattasse di una coincidenza. Quando dovettero decidere se far fare la comunione alla figlia Bianca, con la moglie non erano d’accordo di far prendere questo sacramento alla figlia. Poi acconsentirono. Quando andò ad accompagnare Bianca a pregare e confessarsi, incontrò Don Silvano, un parroco di 80 anni: è stato lui ad insegnargli che il Vangelo è qualcosa che si applica alla quotidianità, nelle piccole e semplici cose. Da quel momento è cambiato tutto dal giorno alla notte nella sua vita. “Bisogna eliminare lo stereotipo del cristiano un po’ ‘sfigato’ –ha rincarato Laudadio-. Il cristiano è qualcuno che fa”. E lui “ha scritto delle canzoni che sono preghiere, con parole importanti e molto profonde” –ha aggiunto Conti-. Un gesto emblematico perché spesso “chi crede, si vergogna” di mostrarlo –ha proseguito il conduttore. “Mentre bisogna fare: mettetevi sempre in campo e in gioco” –è stato l’appello di Max-. “Uno con un cognome così non poteva che avere un altro destino se non quello di fede”, ha commentato Conti. Laudadio ha cantato il suo brano “Liberi”, in cui si dice che si è “liberi di scegliere”, il proprio destino e quale cammino seguire.

La fede, la religione, l’amore di Dio, la solidarietà, la fratellanza sono come la pianta dell’ortica –ha spiegato Padre Enzo: simbolica perché spesso malvista, disprezzata, viene calpestata e strappata, ma più la si calpesta e più cresce e si rafforza.

Questo è quanto più vero e lo si vede tanto più attraverso i progetti umanitari, che ogni anno di più vengono creati e incrementati. Quest’anno c’è stato quello in Colombia, da parte della Custodia Provinciale dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali, per costruire e rendere efficace una casa di cura per circa 40 anziani indigenti. E poi la realizzazione di un centro aggregativo a Norcia, quale punto di ritrovo e di socializzazione e di un presidio di sicurezza utilizzabile in situazioni di emergenza per poterla gestire ed affrontare meglio, evitando momenti di ‘crisi’ e di disagio come accaduto nei mesi scorsi. A cui si aggiunge quella del Centro formativo in Libano per 70 bimbi siriani e libanesi tra i 3 e i 17 anni (ma anche per 70 mamme e papà che non hanno potuto studiare) con disturbi psicologici, cognitivi o comportamentali, formati da 30 insegnanti della regione del Keserwan (che a loro volta hanno seguito corsi ad hoc per prepararsi). E ancora la mensa francescana di Assisi con il supporto della Caritas diocesana, per 300 famiglie, che vedrà entro questo mese di giugno partire il servizio di distribuzione di alimenti anche per il Comune di Bettona (e l’obiettivo è di allargare sempre più il campo d’azione ai territori circostanti e confinanti). Oppure quella di Milano ad opera della Fondazione Opera San Francesco per i Poveri Onlus e di 143 volontari, destinata a senzatetto italiani e stranieri (per creare ancor di più inclusione appunto). Inoltre tutte le attività di sviluppo integrale della persona della Comunità dei Frati Minori Conventuali e delle Suore Francescane Missionarie di Assisi (presenti entrambi a Longiano), con l’Associazione di Volontariato “Homo Viator. Per l’umanità in crescita” Onlus. Dunque, se già di per sé è un traguardo che si sia giunti alla 15^ edizione di “Con il cuore-nel nome di Francesco”, il fatto di donare non solo per le mense francescane in Italia, ma anche per le missioni francescane all’estero amplifica la cassa di risonanza di un evento sempre più cosmopolita e mondiale, internazionale e universale. Per portare beneficienza ai più bisognosi e promuovere i valori francescani di pace, solidarietà e fraternità, alla base dell’azione dell’associazione “Francesco d’Assisi un uomo un fratello”. Perché, come disse San Francesco: “Finché abbiamo tempo, operiamo il bene!”. E donare è molto più facile e gratificante che ricevere. “C’è più gioia nel donare che nel ricevere” è, infatti, lo slogan del programma per oltre “14 anni di bene annunciato, raccolto e donato”. Ma anche di coraggio. Ed è stato Marco Masini, esibendosi nella canzone tributo di omaggio a Giorgio Faletti (presentata a Sanremo nella serata delle cover”) “Signor tenente” a voler evidenziare che “la musica ha il potere e il dovere di assorbire il coraggio di chi ce l’ha veramente” avuto e l’ha messo in tutto ciò che ha fatto (per sé e per l’altro). Presentato l’ultimo singolo dell’artista “Tu non esisti”, Conti ha voluto ricordare l’appuntamento con il memorial e concerto-tributo per omaggiare Pino Daniele di giugno 2018 allo Stadio San Paolo di Napoli “Pino è”.

Barbara Conti

Roland Garros 2017, la festa di Rafael Nadal e la guerra della Ostapenko

3Jelena-Ostapenko-Roland-Garros-2017Il Roland Garros del 2017 è stato la festa di Rafael Nadal. È stato il punteggio di 6/2 6/3 6/1 a regalare la decima vittoria qui al torneo del Grand Slam parigino allo spagnolo. Rafa si è imposto su uno stanco Stan Wawrinka; testa di serie n. 3, lo svizzero era reduce da una dura semifinale contro Andy Murray, sconfitto per 6/7(8) 6/3 5/7 7/6(3) 6/1, mentre per il n. 4 del seeding c’è stato un tabellone facile: non solo ha vinto sempre agevolmente tutti gli incontri, compresa la semifinale (portata a casa per 6/3 6/4 6/0) su Thiem (vendicandosi sull’austriaco della dura vittoria che gli aveva rifilato a Roma), ma si è avvantaggiato anche del ritiro nei quarti (sullo score di 6/2 2/0 tutto a suo favore) di Carreno-Busta; prima si era, poi, sbarazzato di Bautista Agut con un netto 6/1 6/2 6/2 e ancora di Basilashvili (con un match senza storia finito per 6/0 6/1 6/0), ma in precedenza aveva eliminato anche Paire al primo turno (6/1 6/4 6/1) e dopo Haase (6/1 6/4 6/3). In forma, fresco, concentrato, determinato, non ha sbagliato nulla per tutto il torneo, e soprattutto nella finale, dove già il pronostico sembrava segnato. Sulle sue scarpe aveva disegnato un toro stilizzato e il numero 9 (quante le volte che aveva vinto sinora il Roland Garros). Ora dovrà aggiornare i conti. Infatti già dal pubblico sapevano come sarebbe andata a finire e sventolavano cartelloni con scritto “Rafa10”, oppure nella finale si sono visti agitare due manifesti durante la premiazione: uno con la cifra “10” e un altro con la scritta “Bravo Rafa”. E lui non ha deluso le aspettative che tutti avevano su di sé, anzi è sembrato gestire anche meglio emotivamente la circostanza rispetto a un Wawrinka apparso più “scosso” a tratti. Un Nadal da 10 fa 10 al Roland Garros dunque. Sugli spalti anche re Juan Carlos ad applaudire questo campione. Dovremmo iniziare allora a parlare di Rola(nd) Nadal? Difficile trovare le parole per descrivere tale traguardo se non riportare, per cercare di ricordare, le lacrime sul suo volto, visibilmente commosso, mentre sollevava la coppa. “È il torneo più importante della mia carriera; è incredibile e indescrivibile l’adrenalina e l’emozione che si prova: sono talmente forti che non riesco a trovare un modo per esplicitarle. È un torneo speciale, che preparo in modo speciale. Ḕ il torneo che amo di più in assoluto” –ha detto emozionato-: che altro aggiungere? Se non tenere a mente quello che questo tennista talentuoso e grintoso ha fatto qui. Un filmato con le sue vittorie ha ripercorso tutte le tappe di queste dieci volte che ha trionfato e si è imposto qui, da vero “re della terra rossa”. Entrambi i tennisti hanno dato appuntamento al prossimo anno, garantendo la loro presenza. Ma belle anche le parole di Stan (“The man”, come scrive sulle sue scarpe a ricordare anche la sua di tenacia) Wawrinka: “sono state due settimane molto entusiasmanti; è un peccato che oggi non sia riuscito a dare il massimo e il meglio. Un grazie va alla mia famiglia. Mi è piaciuto soprattutto l’ambiente in cui si è giocato e l’atmosfera che si è respirata (di amicizia e molto rilassata e serena): ed è ciò che mi fa sorridere oggi”.
Nel femminile è sempre più guerra tra le teen(agers) e Simona Halep. Sembrava sarebbe stata la replica di Roma, invece c’è stata la new entry di Jelena Ostapenko, ma nemmeno troppo, a modificare il corso degli eventi. La lettone ha giocato forse la miglior partita della sua carriera, nella finale contro la rumena. Con grande maturità ha gestito i momenti del match con lucidità. Ha eseguito colpi perfetti da manuale, variando la tattica, alternando aggressività e difensiva; il che non solo ha messo in difficoltà la Halep, ma l’ha quasi mandata fuori giri: Simona non sapeva più cosa fare e inventarsi per fare punto a un’avversaria sempre più padrona in campo. Nonostante la giovane età, a soli vent’anni, ha dimostrato di essere pronta ad entrare nella top ten. Attuale n. 12 del ranking mondiale, non è una meteora. Vince un torneo quale il Roland Garros senza neppure essere testa di serie e convalida una buona annata e una crescita atletica, tennistica e professionistica che quest’anno già l’aveva vista finalista al Wta di Charleston, dove lo scorso 9 aprile perse da Daria Kasatkina per 6/3 6/1. Qui al Grand Slam parigino è andata addirittura in rimonta: dopo aver perso il primo set per 6/4, ha restituito un altro 6/4 ed è andata a concludere per 6/3, ma ormai era lei a dominare la partita, concedendosi di tutto ed ogni tipo di colpo e finezza. Mentre la rumena correva quasi disperata da ogni parte del campo: ha dato assolutamente il massimo, generosissima, ma non è bastato a frenare il momento e la giornata di esaltazione della lettone. Spregiudicata e incosciente come un’adolescente che vede il suo sogno realizzarsi ad occhi aperti e non può che gioirne. Un nuovo nome compare nell’albo del torneo. Ma, alla vigilia della finale, nessuno avrebbe creduto possibile un’impresa del genere. Soprattutto perché Simona Halep veniva da un successo appena raggiunto. Dopo la finale persa a Roma dalla Svitolina, nei quarti qui in Francia è riuscita a prendersi la sua rivincita, con una convincente partita conquistata per 3/6 7/6(8) 6/0. Tutti avrebbero dato la trionfatrice degli Internazionali Bnl d’Italia per vincente di nuovo sulla rumena, invece con ostinazione Simona ha trovato tutta la concentrazione, la convinzione e la grinta giuste per rigirare un match che sembrava chiuso: il 6/0 dell’ultimo set dimostra quanto sia riuscita a mandare in confusione la più giovane avversaria e testa di serie n. 5. La testa di serie n. 3, poi, in semifinale, si è imposta su una tennista sempre ostica (anche se non ha brillato qui al Roland Garros) quale la Pliskova per 6/4 3/6 6/3. Non facile con il servizio potente della ceca dominare in tal modo. Tre set anche per la Ostapenko in semifinale sulla svizzera Bacsinszky (n. 30 del seeding). Una partita finita per 7/6(3) 3/6 6/3, ma l’elvetica non è sembrata mai essere davvero insidiosa, al punto da poter vincere: troppo fallosa; però ha giocato un buon match con un tennis di buon livello. Ma la Ostapenko ha battuto teste di serie come la Wozniacki (n. 11), con un doppio 6/2 dopo aver perso il primo set per 6/4; o della Stosur (n. 23), con il punteggio di 6/2 6/4, dopo che l’austriaca aveva conquistato il primo per 6/2; più facile il match contro la Tsurenko (su cui si è imposta con un facile 6/1 6/4) o quello contro la Makarova, a cui ha rifilato un doppio 6/2. Ma la vera sorpresa la lettone l’ha regalata al primo turno, al match d’esordio contro la tedesca Angelique Kerber: la ventenne si è sbarazzata della n. 1 con un doppio 6/2, con una vittoria che nessuno si sarebbe aspettato così agevole. Sicuramente, però, è significativo anche il fatto di impiegare tre set lottati e faticati per vincere le partite contro Pliskova, Bacsinszky, Wozniacki e Stosur, questi ultimi tre dopo aver perso il primo; ciò dimostra maturità, concentrazione e capacità di gestire il match anche emotivamente, non facile né scontato per la sua giovane età. Senza mai andare fuori giri e in pieno controllo dei colpi e dell’incontro.

Barbara Conti

WMA (Live): gossip e scoop, non solo musica.
Le news più cool

wind-music-award-arena-2016S-coop è cool; una rima quasi perfetta. Questo è accaduto all’ultima edizione dei Wind Music Awards. Infatti l’espressione che meglio potrebbe caratterizzarla è: “ma questo è uno scoop!”. A pronunciarla Vanessa Incontrada, che da tempo (come quest’anno) li presenta al fianco di Carlo Conti. Se la coppia di conduttori è una conferma, sono molte invece le novità sensazionali, anche esclusive, date in anteprima durante la trasmissione. Per il programma la prima di esse è costituita dai nuovi premi istituiti dei Wind Music Awards Live per la maggiore presenza di spettatori ai concerti. Poi il fatto che la manifestazione non è finita dopo le due serate conclusive del 5 e 6 giugno scorsi: ce ne sarà una terza infatti; solamente che, altro cambiamento, ci saranno altri due presentatori alla guida: l’appuntamento è per il 23 giugno prossimo con Giorgia Surina e Federico Russo, protagonisti in chiusura della seconda puntata dell’ufficiale passaggio di testimone. Come nelle migliori staffette. Per una maratona musicale per la serie, dunque, ‘non c’è due senza tre’; per la prima volta nella storia dei Wind Music Awards. Ma non solo musica e riconoscimenti in questa edizione speciale dei WMA, poiché le anticipazioni non sono mancate. Ma partiamo dai premi più tradizionali e di maggiore prestigio, che non si possono non elencare. Artista internazionale dell’anno è stato decretato Luis Fonsi per la sua ‘Despasito’; per la gioia di Vanessa Incontrada, che si è concessa qualche lezione di spagnolo: la parola che dà il titolo al tormentone dell’artista significa ‘lentamente’; ma altri ospiti internazionali da citare sono stati Clean Bandit (con la sua “Symphony”), Ofenbach (con “Be mine”), Lenny (con “Hello”), Charlie Puth (con “Attention”) e Imagine Dragons (con “Thunder”), Rockabye.
Ed a proposito di star internazionali, non potevano non essere premiati cantanti come Eros Ramazzotti (30 anni di carriera) o Zucchero (dal 21 al 25 settembre in tour all’Arena di Verona con cinque date), che hanno ricevuto dei riconoscimenti speciali con incisa la loro prima canzone registrata e depositata alla Siae. Oppure Biagio Antonacci, che ha annunciato l’uscita di un disco di inediti il prossimo 10 dicembre e che in alcune città ha dovuto raddoppiare le date del tour; ha voluto dedicare il premio al “coraggio di tutti coloro che continueranno a frequentare certi posti, nonostante ci sia chi cerchi di guastare le feste”: fuor di metafora, tutti gli attentati violenti e terroristici come quello accaduto a Manchester per il concerto live di Ariana Grande. Così come Emma, che ha presentato il suo ultimo singolo “You don’t love me (no, no, no)” e che ha voluto ringraziare per il WMA Live “tutte le persone che amano la musica, non solo la mia, ed andare ai concerti perché significa vivere ed emozionarsi”; il che ha richiamato un po’ le scritte apparse sul videoclip di chiusura di prima puntata con la canzone di Renato Zero: ‘Liberate la gioia’ e ‘Amore per tutti’. È stato lui ad affermare con fermezza: “il mondo ha bisogno di esempi e noi artisti dobbiamo darglieli”.
E un WMA Live è andato anche ad Elisa ed Alessandra Amoroso. La prima ha parlato delle tappe del suo tour all’Arena di Verona (che ha intitolato “Together here we are”), che saranno tre serate completamente diverse l’una dall’altra ovvero tre show molto peculiari a tutti gli effetti (il 12-13 e 15 settembre): la prima tutta pop-rock, la seconda acustica-gospel, la terza supportata da un’orchestra sinfonica di più di 40 elementi. Ed ha presentato il nuovo singolo “Bad habits”. La seconda ha dedicato il premio a tutto il suo staff, la sua ‘big family’: “ormai siamo una sorta di famiglia itinerante, che abbiamo costituito in questi dieci anni di carriera, costruendo un legame forte su cui si basa quest’unione e che durerà a prescindere da tutto”. E non è un caso che tutte (Elisa, Emma ed Alessandra Amoroso) si siano ritrovate insieme sul palco dei WMA. Premio Speciale Arena di Verona (da Assomusica) per lo spettacolo qui all’Arena di Verona appunto per “Amiche in Arena”, organizzato da Fiorella Mannoia per festeggiare i 40 anni di carriera di Loredana Berté in cui si sono ritrovate 16 artiste ad omaggiarla; le cantanti che hanno partecipato all’evento, poi, hanno fatto una raccolta fondi (pari a circa 150mila gli euro) contro il femminicidio e la violenza sulle donne.emma-amoroso-300x225
Ma due sono i premi speciali che hanno caratterizzato la seconda puntata dei WMA Live 2017. Premio Speciale Wind Digital Music Award a J-Ax e Nek per “Freud”, quali artisti che hanno venduto più in digitale. E il secondo ha incassato anche il WMA Earone (in collaborazione con Assomusica) per i maggiori passaggi in radio per “Laura non c’è”, canzone che festeggiava i vent’anni di successo. Dunque il primato d’importanza della radio, che non si può dimenticare né trascurare ancora assolutamente -come ha ricordato Nek -, ma sempre più associato al mondo dei social e della Rete, di Internet, del Web e del digitale appunto. Un mondo della musica che cambia, ma sempre vincente. A tale riguardo, a proposito di collaborazioni inedite, non si può non citare quella di Gianni Morandi con Fabio Rovazzi in “Volare”; se quest’ultimo da appassionato di cinema sogna di fare il suo primo film, l’altro è rimasto colpito dalla sua capacità di ottenere centinaia di migliaia di visualizzazioni con i precedenti singoli “Andiamo a comandare” e “Tutto molto interessante”. Il featuring molto particolare di “Volare” ha spopolato: la relativa clip ha incassato fino a 28 milioni di visualizzazioni. Altra collaborazione inedita è quella di Max Pezzali con Nile Rodgers in “Le canzoni alla radio”. Viceversa, per quanto concerne il fatto di spopolare con le visualizzazioni in digitale, impossibile non citare i due casi esemplari di Riki (disco d’oro in una settimana con “Polaroid”) e Thomas (soli 17 anni, anche lui disco d’oro per “Normalità” in meno di sette giorni).
Due i WMA anche per Carlo Conti: per la compilation di Sanremo 2017 (che ha voluto condividere con Maria De Filippi e Maurizio Crozza) e per lo spettacolo che ha portato in giro per l’Italia con Giorgio Panariello e Leonardo Pieraccioni: i tre saranno il 29 luglio al Lucca Summer Festival e poi il 6 agosto al Teatro Antico di Taormina, per volare successivamente a New York.
E non è l’unico evento da non perdere. Il conduttore ha voluto annunciare il concerto-tributo a Pino Daniele, nel giugno del 2018 (a tre anni dalla sua scomparsa), allo stadio San Paolo di Napoli. Si intitolerà “Pino è”, annunciato con una locandina ed un brevissimo teaser. Per ora non si sa di più.
Non è la sola novità inedita comunicata. La prima e più rilevante è venuta proprio dai Modà, band italiana dei record dell’anno e disco di diamante. Francesco Silvestre ha rivelato che, dopo la conclusione del tour, il gruppo si prenderà una pausa perché lui sta lavorando alla regia e alla sceneggiatura di un film. Poi un regalo per i fan. Il 9 giugno è uscito un estratto di “Passione maledetta”, ma da quella data cominceranno anche le riprese per un video in cui saranno presenti tutti i fan, cui sarà dedicato. Annuncio sensazionale anche per un’altra storica band: quella dei Pooh, 50 anni di carriera e non smettono di stupire; è stato Stefano D’Orazio a rendere noto che convolerà a nozze con la sua compagna dal 2007, Tiziana Giardoni (49 anni), il giorno del suo compleanno: il prossimo 12 settembre. Un matrimonio a 69 anni e una dichiarazione come è stato per Fedez con Chiara Ferragni; sempre qui all’Arena di Verona. “Loro erano 50 anni che mi dicevano ‘metti la testa a posto’… e alla fine mi sono convinto”, ha commentato l’ex batterista dei Pooh.
Ma anche Rocco Hunt, che il 19 marzo è diventato papà, ha voluto dedicare il premio al figlio di due mesi e mezzo: ha iniziato a soli 11 anni a fare e vincere concorsi di freestyle e ora per lui un nuovo importante traguardo (personale e privato) raggiunto. Con tutte queste sorprese e rivelazioni che dire? “Il nostro album si intitola ‘Notte magica’ e certe notti magiche possono avvenire solo qui all’Arena di Verona: un posto davvero speciale”, -per dirla con Piero de “Il Volo” (altri protagonisti dei WMA). Ed a proposito di “certe notti” non è stato assente neppure “il re del live”, come lo ha ribattezzato Vanessa Incontrada: Luciano Ligabue. Tra gli altri artisti presenti Sfera Ebbasta, Umberto Tozzi (premiato per il successo di “Ti amo”); Massimo Ranieri (per “Se bruciasse la città”), Ermal Meta, Raphael Gualazzi, Mario Biondi, Sergio Sylvestre (che ha dedicato il premio vinto al padre). E poi Giorgia, che ha spopolato con la sua “Oro nero” e con l’ultimo singolo “Credo”, che si preannuncia un tormentone. Tutti lì a ricordare –come ha rimarcato Carlo Conti- che “deve trionfare sempre (comunque) la parola ‘Amore’”. Se qualcuno è stato assente, è molto probabile che lo ritroveremo nella terza serata del 23 giugno prossimo, dove molti di coloro che si sono già esibiti non è da escludere che possano ritornare. Non possiamo darvi anticipazioni né certezze, ma c’è da scommettere che c’è da aspettarsi una sola cosa: tante altre inedite sorprese. Perché, in fondo, la musica è quella fonte di energia che ti sa sempre stupire e sa sempre portare quel velo di novità e curiosità molto cool, che è il vero appeal anche per una trasmissione come i Wind Music Awards.

Viva i WMA, che potrebbero essere le iniziali di W la Musica e l’Amore.

Barbara Conti

‘Facciamo che io ero’:
la semplicità e la comicità di Virginia Raffaele

Virginia-Raffaele-Facciamo-cheSoltanto quattro (purtroppo) le puntate per Virginia Raffaele per il suo show su RaiDue “Facciamo che io ero”. Buon ritmo, non troppo lungo, molto scorrevole e fruibile, é risultato piacevole. Però forse solo quattro puntate sono state poche per permettere a Virginia Raffaele di mostrare tutte le sue capacità, al pubblico di adattarsi e fidelizzarsi allo spettacolo, allo show di svilupparsi maggiormente: non ha fatto in tempo a cominciare che era già finito. Non é mancato nulla e se qualcosa poteva essere integrato era uno spazio interviste con gli ospiti in veste di giornalista per creare una pausa diversa ad inframezzare gli sketch comici. Un tentativo riuscito che potrebbe/dovrebbe essere replicato. Concluso con uno scoop che potrebbe rappresentare un nuovo avvio; costituito dalle imitazioni e dai personaggi classici della Raffaele (da Carla Fracci a Donatella Versace allo spazio di parodia di #carta bianca di Bianca Berlinguer, a Sandra Milo), non sono mancati gli ospiti. Uno di questi è stato Tiziano Ferro, che ha regalato il suo ultimo singolo “Lento/Veloce” e una cover di “Joyful joyfu”. Sicuramente il momento migliore della trasmissione, il cantante ha chiesto all’imitatrice di fare un programma insieme. Se l’artista di Latina ha dimostrato notevoli doti di imitatore, la Raffaele ha esibito ottime qualità canore nei duetti con Fiorella Mannoia e Mika. Virginia non è solo una abilissima imitatrice, sa presentare e cantare. Ha una voce splendida che ricorda quella di Serena Rossi: stessa simpatia, con una capacità comica che ricorda più quella di Paola Cortellesi. La vedremmo bene in un musical o a teatro per la sua intensità interpretativa emersa nei monologhi sui sogni e sulla rabbia. Nel primo ha rimarcato quanto abbiamo perso la voglia e la capacità di sognare: non sogniamo più perché non abbiamo sogni, non sappiamo più nemmeno noi cosa sogniamo e desideriamo; anzi è come sognassimo i desideri degli altri e non i nostri. E poi spendiamo -ha rimarcato nell’altro- un’infinità di energie nervose al giorno ad arrabbiarci per cose futili, dimenticandoci e senza capire che la rabbia é un sentimento importante, un’emozione preziosa che dobbiamo imparare non solo a gestire, ma ad usare con moderazione. Facciamo che ci pensiamo, dovremmo dire con il titolo, che forse è la cosa che ha convinto di meno. Un modo più incisivo forse sarebbe potuto essere: “Musicomedy”, che riprende le parole musica, ma anche musical e commedy, ovvero commedia, per il tono leggero e divertente di una commedia. Oppure, scritto attaccato o staccato, aggiungendo proprio l’aggettivo ‘comico’. “Music comedy comico” valorizzerebbe non solo anche le capacità recitative e drammaturgiche della Raffaele che (come Serena Rossi o Paola Cortellesi) farebbe bene anche un film. Senza contare il fatto che, oltre che con Tiziano Ferro, lei potrebbe fare un altro programma proprio con una di loro due, come fu per “Laura &Paola” con la Pausini e la Cortellesi; con una compagna di viaggio femminile invece che con un’ottima spalla quale è stato Fabio De Luigi. Ma quest’altro titolo non rimanda tanto al cinema quanto piuttosto alla realtà. Una trasmissione fatta di imitazioni non fu mai più ancorata alla vita vera di quella di Virginia Raffaele. Non solo dopo la ‘finta’ Carla Fracci é arrivata quella vera, ma alla copia di Donatella Versace si è affiancato il reale Renato Balestra, senza contare l’arrivo della vera Ornella Vanoni. Così man mano Virginia si è cimentata sempre più anche nel canto. Se già é stata a Sanremo e se la sua voce non è meno ‘nobile’ di quella di Serena Rossi e Paola Cortellesi, allora perché non pensare di tornare sul palco dell’Ariston in gara in un duetto oppure semplicemente per la serata delle cover? Un’esperienza diversa, ma di cui il Festival sarebbe degno e lei all’altezza. Soprattutto se avvenisse con un pezzo ‘impegnato’ come il contenuto dei suoi monologhi. Questo hanno legato alla quotidianità il suo show, intriso di un’umanità sorprendente. Virginia Raffaele stupisce per la sua semplicità ed umanità, per il suo essere sempre così se stessa in ogni personaggio che imita e in tutto ciò che fa. Anche a partire dall’abbigliamento: pantaloni e maglie, canottiere o casacche, molto eleganti anche se casual; vestiti sexy con paillettes, ma mai troppo esuberanti o fastosi. E le pettinature? Molto essenziali e non si preoccupa se le acconciature si stropicciano, ma lascia i capelli sciolti o raccolti in modo molto naturale. Del resto anche la scenografia del programma è stata tale. Divertente, sensibile, briosa, allegra, solare, dispensa sorrisi e riflessioni con una naturalezza istintiva, senza bisogno di copioni scritti ad hoc, ma dice solo ciò che pensa e sente. Le sue battute sono riuscite perché non tanto studiate appositamente, quanto propedeutiche a descrivere e fare un dipinto del mondo che la circonda a cui lei è attenta, con una carrellata delle principali problematiche. Problemi che sono sempre attuali, aggiornati e contemporanei, come le gag e lo spazio dedicato alla moglie del presidente americano Trump: una satira acuta, ma mai sarcastica. Coraggiosa, Virginia non usa mai, infatti, un sarcasmo offensivo. Sketch che fanno ridere senza essere volgari o retorici. Per un one woman show dovremmo dire. Ma onore all’impegno di Fabio De Luigi.

Passione e riscatto in “Veloce come il vento”, film super premiato

veloce-come-il-ventoVeloce come il vento. Veloce come la vita. Veloce come la verità. Veloce come la vittoria. Veloce come la voglia di rivalsa e riscatto. Veloce come la violenza di un mondo di povertà e droga. Veloce come i sogni. Per un doppio successo: di chi corre per vincere e trionfare su una pista, di un pilota che corre su quella di un campionato italiano GT, come i fratelli protagonisti dell’omonimo film per la regia di Matteo Rovere: “Veloce come il vento”; e di un tossicodipendente che tenta di uscire dal tunnel della droga. Film drammatico che vede protagonista Stefano Accorsi, nei panni di Loris De Martino, ex pilota di talento. Passione per i motori di famiglia, che è la stessa che ha la sorella Giulia (Matilda De Angelis, che abbiamo avuto già modo di conoscere ed apprezzare grazie alla e nella fiction “Tutto può succedere”). I due (che hanno anche un altro fratellino più piccolo Nico, molto legato e affezionato tra l’altro a Loris), che non si vedono da dieci anni, si ritroveranno al funerale del padre. Dovranno affrontare insieme le difficoltà di essere costretti a pagare i debiti lasciati dal papà per mantenere la casa. Dapprima sembra che Giulia debba fare da mamma a Loris, che non riesce ad uscire dalla tossicodipendenza, poi invece lui si prenderà le responsabilità di fratello maggiore dando il suo contributo ed aiuto. I tre ritorneranno ad essere una famiglia? Riusciranno a ricostruire e ritrovare un’unione tra di loro? Di certo non sarà facile.
Liberamente ispirato alla storia vera del pilota di rally Carlo Capone, il film sembra reggersi particolarmente sulla straordinaria ed intensa interpretazione di Accorsi e Matilda De Angelis. Inoltre, a tal proposito, non è casuale il ruolo dell’attore. La scelta di far ricoprire a lui la parte di Loris e di prenderlo nel cast non può non richiamare il ‘Freccia’ (di cui lui vestì i panni) del film del 1998 per la regia di Luciano Ligabue “Radiofreccia”. “Veloce come il vento”, infatti, é a metà tra il genere drammatico dell’opera di Liga o di “Arancia meccanica” e quello sportivo di altri noti prodotti cinematografici quali “Rash” (del 2013), sulla vita del pilota Niki Lauda (e della sua storica rivalità con l’avversario di sempre James Hunt). Campioni di automobilismo o di motociclismo, di Formula 1 o di moto GP poco importa. Ne resta comunque in ogni caso il loro esempio. Immortale. Ed è per questo che riproporre su Raitre il film di Matteo Rovere è servito anche un po’ a commemorare e ricordare la recente scomparsa di Nicky Hayden (deceduto lo scorso 22 maggio). E se tali tipi di film sono destinati al successo (‘eterno’ quasi), allora non stupisce che “Veloce come il vento” (dopo il tripudio di consensi avuto subito dopo l’uscita), abbia ottenuto un riscontro enorme simile a quello di “Radiofreccia”; nel 1999 quest’ultimo ha ottenuto tre David di Donatello (miglior regista esordiente, miglior attore protagonista a Stefano Accorsi e miglior sonoro in presa diretta a Gaetano Carito), due Nastri d’argento (di cui confermato quello per miglior regista esordiente e per la migliore canzone originale a Liga per ‘Ho perso le parole’) e quattro Ciak d’oro (di cui due a Ligabue per miglior opera prima e miglior colonna sonora; e quello ad Accorsi di nuovo per miglior attore protagonista). Non è inusuale avere, dunque, specularmente e similmente pari riconoscimenti pure per “Veloce come il vento”. Il film diretto da Matteo Rovere ha incassato (nel 2016) due nastri d’argento per miglior attore protagonista a Stefano Accorsi e per miglior montaggio a Gianni Vezzosi; un Ciak d’oro per miglior sonoro in presa diretta ad Angelo Bonanni e Diego De Santis; sei David di Donatello di cui sempre quello per miglior attore protagonista a Stefano Accorsi e miglior sonoro a Bonanni, De Santis, Mirko Perri e Michele Mazzucco. La Federazione Italiana Film d’essai poi ha eletto Accorsi (a cui è andato anche il premio Gian Maria Volonté) miglior attore dell’anno. Per Matilda De Angelis, invece, la duplice soddisfazione di vedersi attribuire sia il Premio Flaiano che quello del Taormina Film Fest (oltre al Premio Guglielmo Biraghi) quale migliore attrice rivelazione. Questi riconoscimenti bastano da soli; parlano da soli, sancendo la qualità garantita di contenuto e di sceneggiatura, confermando l’apprezzamento meritato del pubblico senza altro da aggiungere.

Al Palalottomatica la pace di Fabrizio Moro: un canto di istinto e libertà

moroFabrizio Moro è tornato con un nuovo disco (“Pace”) e un nuovo tour. Sempre più rock, impegnato, introspettivo e molto ricercato dal punto di vista del testo. Nelle tappe romane del 26 e 27 maggio al Palalottomatica, è emersa la sua volontà di autoanalisi, di capirsi e comprendere il mondo intorno a sé, di trovare un’identità, un equilibrio. Libero, istintivo, non sa risparmiarsi quando è sul palco: salta, corre, si mette e si toglie il cappello in continuazione, si inchina al pubblico. La profondità, come sempre, del suo messaggio (spesso politico e sociale) è data da due parole: pace (che dà il titolo all’album) e felicità, che lascia trasparire (comparendo più spesso nei brani) più serenità, lucidità e chiarezza. Un concerto, quello del 27 maggio, iniziato come si è concluso. Per due ragioni; innanzitutto perché alla canzone d’apertura “Pace” ha fatto eco nel finale “L’Italia è di tutti”, entrambe caratterizzate dalle tonalità del tricolore (con cui erano state disegnate le lettere della parola ‘pace’ appunto nella canzone d’apertura). Ma non è il solo richiamo. Anche “Il senso di ogni cosa” ricorda “L’essenza” del cd del 2017, due dei brani forse più belli del cantante. Ma Moro ha regalato il momento più intenso con “Alessandra sarà sempre più bella”, testo dedicato e scritto pensando a una sua fan ‘speciale’. Molti i successi portati sul palco, tra cui la cover del brano interpretato anche da Noemi “Sono solo parole”; oppure quella composta per Elodie durante la sua esperienza ad “Amici”: “Sono anni che ti aspetto”. E non poteva mancare il brano sanremese “Portami via”. L’artista ha eseguito anche “Pensa” ed “Eppure mi hai cambiato la vita”, portate sempre sul palco dell’Ariston. Ma se si volesse descrivere con una canzone il suo concerto sarebbe “Tutto ciò che resta” (perché al pubblico del concerto resterà l’emozione che ha regalato Moro) di Leonardo Lamacchia, che lo ha aperto e che ha siglato una circolarità metaforica di un live diviso in due.

La prima parte più rock, la seconda più romantica e melodica. Sicuramente quest’ultima ha maggiormente valorizzato il lato romantico di Moro, che forse ha sviluppato ed ampliato ulteriormente tale sua venatura più ‘dolce’ e meno ‘dura’. Non ha rinunciato a gridare la sua ‘rabbia’ con tanto di dito di gomma bianco, comparso per una breve apparizione di una canzone (poi subito tolto). Ma se non rinuncia ad essere ‘impegnato socialmente’ (“amo far star bene con la mia musica”, ha confessato), nel palazzetto il suo ‘rock a sfondo politico sociale”, con le canzoni più spinte in sonorità acustico-elettroniche hanno un po’ perso, quasi rimbombavano sommergendo le parole. Viceversa, data l’affluenza alle sue date (alcune sold out), si sarebbe potuto organizzare un doppio tour: pop melodico nei palazzetti in periodo autunnale e invernale, negli stadi rock duro durante la stagione estiva all’aperto (Moro è un uomo che riempie e fa impazzire le piazze ad esempio). Ameremmo vederlo presto (e potrebbe ben riuscirvi) riempire lo stadio Olimpico o di San Siro con il suo grido di voglia di cambiare, lottare contro le ingiustizie, le ipocrisie sociali e farsi promotore di un messaggio di pace di cui un mondo perennemente in guerra e pieno di conflitti come quello attuale ha tanto bisogno. E potrebbe presto avvenire a un’occasione molto prossima volendo; in fase di registrazione e produzione dell’ultimo album, infatti, Fabrizio ha composto circa 30 singoli, ma solo 11 sono entrati nel disco ‘Pace’. Così, con gli altri restanti sarà più facile creare un nuovo cd da far uscire più a ridosso di questo del 2017 e da promuovere con tour differenziati a seconda del tipo di brani e di location dove presentarli. Per far conoscere le due anime di Fabrizio Moro.

La sua musica è universale. Pensa a tutti, anche ai più piccoli; ci riferiamo alla sua canzone “Giocattoli” e ai suoi video costruiti al computer, in cui lui spesso è immerso in un universo di animazione realizzato con le tecnologie contemporanee, pure in tridimensionale, come fosse un avatar uscito da un cartoon moderno. L’importanza dei brani che porta è che descrive il presente, guardando al futuro, senza dimenticare il passato. Memoria sicuramente potrebbe essere un’altra parola da inserire a pieno regime nei suoi testi. Come l’iniziale del suo cognome. ‘O’ per l’originalità con cui palesa l’orgoglio patriottico; la ‘r’ del rispetto che ha per le vittime di mafia o per tutti coloro che con onore servono la patria (anche la gente semplice con il suo onesto lavoro); l’ultima ‘o’ quella dell’onestà e dell’oggettività con cui guarda il mondo attorno a sé. In un’intervista ha dichiarato di sentire il bisogno di essere “socialmente utile”.

Allora non è casuale che il titolo dell’album sia “Pace”, che include le iniziali dei termini che descrivono il suo stile: fatto di passione, con cui racconta l’amore, con accuratezza, con creatività e il coraggio di andare anche persino controcorrente, sempre, però, con energia, entusiasmo ed empatia. E senza rinunciare a credere, nonostante tutto, ancora nell’amore, perché è convinto che esso sia più forte di tutto -come canta nel brano”. È più forte l’amore”. I sentimenti di un uomo che cercala pace che non ha -come dice nel ritornello dell’omonima canzone- che quasi umanizza, come fosse una persona: la persona amata.

Gemelli. Terapie integrate contro il tumore al seno

tumore senoSono 50mila le donne che ogni anno si ammalano di tumore al seno. Un’incidenza sempre più in costante aumento in pochi anni. Ma è una malattia sempre più curabile. Si muore sempre meno e i farmaci sono sempre di più e più efficaci. Ma non basta. Non si dà la giusta importanza alla qualità di vita delle pazienti. Per questo è nata la cosiddetta oncologia integrata, ovvero l’associazione di stili di vita e terapie complementari validate, che servono a ridurre e controllare gli effetti collaterali di cure come chemio e radioterapia.
Di questo ha parlato il dottor Stefano Magno, chirurgo senologo della Fondazione Policlinico Universitario Gemelli di Roma e coordinatore del Servizio Terapie Integrate del Centro di Senologia dell’ospedale stesso, ormai attivo già da due anni e mezzo. Dopo l’evento “Rosa di sera” di marzo al castello Odescalchi di Bracciano, infatti, un evento su questa tematica si è tenuto (venerdì 19 maggio alle ore 18) anche ad Oriolo Romano a Palazzo Altieri dal titolo: “Terapie integrate per la prevenzione e la cura del tumore al seno”. La novità assoluta è stata la presentazione delle cosiddette “Pigotte di Velia”, per raccogliere fondi a favore della Susan Komen Italia per la prevenzione oncologica. Velia é una squadra che riunisce numerose associazioni dei paesi limitrofi della Tuscia e del Sabatino (quest’anno si sono aggiunte anche Sant’Oreste e Subiaco). L’origine del nome deriva dal fatto che simbolo scelto è l’icona di una donna etrusca raffigurata sulle tombe di Tarquinia. Durante la cerimonia a Palazzo Altieri, infatti, è stato letto (dalla signora Marialina Pacelli) un brano di un’autrice di Trevignano: “Il testamento di Velia”; “l’autrice immagina -ha spiegato Magno- che Velia stessa sia deceduta a causa di un tumore al seno e che, morendo senza lasciare figli, abbia affidato ai posteri (e quindi alla squadra di Velia) la missione di vivere sino in fondo la vita, cogliendone il senso più profondo che è quello di ricevere e donare amore per il prossimo”. Sono state realizzate ben 500 pigotte (tutte vendute), fatte a mano da una volontaria (Aurora de Vincentiis), ciascuna diversa dalle altre, ma “l’idea – ha aggiunto il senologo – è quella di associare ciascuna donazione ad una prestazione clinica e ad un tipo, pertanto, di terapia integrata”. Quest’ultima tipologia di cure sono interamente autofinanziate dalla Susan G. Komen Italia e dunque gratuite per le pazienti, e spaziano dall’agopuntura, alla fitoterapia, all’omeopatia. Ogni singola donazione libera per le pigotte, a base minima di cinque euro, finanzierà tali terapie permettendo alle malate oncologiche, ad esempio, di fare più sedute di agopuntura o più giorni di fitoterapia. È assolutamente da ricordare che le terapie integrate, anche se non curano i tumori, associate alle cure standard ne riducono gli effetti collaterali (insonnia, vampate di caldo, nausea). Complementari alle terapie tradizionali, aiutano però a migliorare la qualità della vita e il recupero psico-fisico delle pazienti oncologiche. Questa oncologia integrata dà in particolare la giusta importanza allo stile di vita, all’attività fisica svolta e all’alimentazione tenuta dalla malata. “Ciascuna tipologia di terapia integrata, infatti, -ha precisato il dottor Magno- ha un’evidenza scientifica e impatta favorevolmente su specifici effetti indesiderati. Ad esempio l’agopuntura agisce soprattutto sulle vampate e sulla nausea da chemioterapia; l’omeopatia sulle radiodermiti; la fitoterapia, infine, contrasta la stipsi, la nausea, l’insonnia e i dolori articolari provocate dalle cure classiche”.
Il senologo, successivamente, ha anche parlato del successo del Servizio di Terapie Integrate del Gemelli, che coordina, e dove, mediamente, si hanno in cura circa 20 pazienti a settimana con l’agopuntura, 10 con l’omeopatia e 30 con la fitoterapia. All’ospedale, inoltre, è attivo anche un laboratorio gratuito di arte-terapia, in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti, per pazienti in terapia ormonale. La strada intrapresa dalle terapie integrate significa terapie e innovazione, ma non può prescindere dall’informazione. “La Susan Komen Italia –ha precisato Magno-, infatti promuove dal 2000 eventi educativi sulla prevenzione oncologica in tutta Italia, perché riteniamo che una migliore conoscenza dei problemi e delle cause sottostanti aiuti ad evitare comportamenti a rischio e ad adottare più efficaci strategie di prevenzione”. “In particolare in campo sanitario –ha proseguito il senologo-, poi, l’informazione è uno degli elementi chiave di una corretta e documentata divulgazione dei fatti scientifici, soprattutto nella nostra era digitale e di diffusione dei social, che espongono come mai prima al rischio di informazioni tendenziose, non basate su evidenze scientifiche ma su interessi commerciali o di parte”.
In occasione del convegno a Palazzo Altieri, è stata lanciata anche la nuova edizione per il 2017 di “Oriolo in Rosa”, fissata per il prossimo 16 agosto, che ne sarà il vero fulcro. Parallelamente, impossibile non citare l’altro imperdibile appuntamento con la Race For the Cure, a Circo Massimo, a partire dal 19 maggio, poi continuata sabato 20 ed anche domenica 11 mattina eccezionalmente: con la corsa competitiva da 5 km (da via Petroselli a Porta Capena, passando per piazza Venezia-via dei Fori Imperiali-Terme di Caracalla) e quella ‘leggera’ da 2 km, fino a via dei Cerchi. Ma ci sono anche altre date da ricordare –ha aggiunto Anna Rita Delicati, volontaria della Susan G. Komen Italia e sostenitrice delle terapie integrate, anche in quanto lei stessa colpita in passato e guarita attualmente dal cancro al seno, tramite la sua associazione (lo studio A.S.D. AR Pilates): “partiranno diverse raccolte fondi per le terapie integrate. Stiamo coinvolgendo, per mezzo della mia associazione, altre palestre. L’evento per tale mega raccolta fondi consiste in uno street workout, ossia una camminata fitness molto dinamica e verranno coinvolte tutte le persone che vogliono camminare e donare una piccola quota per le terapie integrate. Verranno fatte, dopo quella del 29 aprile scorso ad Oriolo, il 28 maggio prossimo a Vejano e altre date da decidere saranno fissate per giugno, luglio ed agosto per coinvolgere i paesi limitrofi di Manziana, Canale Monterano e Capranica”. “Lo faccio perché ci credo –ha commentato infine Anna Rita-. Se non fossi convinta fino in fondo del progetto non andrei avanti. Ḕ molto impegnativo, richiede tanto sacrificio e c’è poco guadagno; è tutto a scopo benefico, ma sono iniziative a fin di bene: è una condivisione sia nel male (per via della malattia che affligge spesso chi ne è promotore) che nel bene (nella positività di tali iniziative che portano un sorriso e un po’ di speranza con la ricerca)”.
Ne “Il testamento di Velia” ella chiama tutte le donne “sorelle” ed è molto bello questo senso di condivisione, ha sottolineato la musicista Carmela Ansalone, che al pianoforte ha inframezzato la lettura del Testamento con un Andante dalla Suonata K 330 di Mozart. Da sempre, ci ha raccontato, ha sempre partecipato a iniziative a scopo benefico (per la ricerca per la sclerosi multipla, per la leucemia e per la Croce Azzurra). L’adesione a questa per l’oncologia integrata è nata grazie alla collaborazione con la Consulta femminile di Oriolo, di tutte donne molto attive con cui è bello lavorare e cooperare –ci confessa-, che vede in primis l’impegno della ex-sindachessa di Oriolo Romano Graziella Lombi. “Il tumore al seno è una malattia che dilaga, le cifre aumentano e sono stata impressionata da tali dati – rivelaCarmela -. Quando ti trovi a prendere parte ad eventi per la raccolta fondi per la ricerca o per la lotta al cancro c’è sempre più partecipazione emotiva, è un coinvolgimento – non ha nascosto – più intimo, personale e profondo”. “Una volta –ci ha detto- mi sono trovata coinvolta in un’iniziativa per raccogliere fondi per comprare un pulmino per trasportare malati oppure un’altra volta a suonare per i degenti all’interno dell’ospedale stesso. Sono state entrambe esperienze molto toccanti; molte cose banali cui diamo importanza nella vita di tutti i giorni si annullano di fronte a tali tipi di situazioni anche drammatiche e il piacere di poter rendere felice chi sta male con poco, con un semplice gesto, suonare per i malati si raddoppia perché dà gioia a loro e a te che suoni per loro perché doni qualcosa agli altri permettendo che godano di un momento ricreativo che fa mettere loro da parte la malattia”.

“Ci vediamo domani”: nuovi anziani, giovani eterni scopritori

ci vediamo domani“Ci vediamo domani”, perché “Andiamo a quel paese”. Non è una conversazione tra amici per mettersi d’accordo e darsi un appuntamento; ma un modo per descrivere il film del 2013, per la regia di Andrea Zaccariello (il primo) con Enrico Brignano e Francesca Inaudi, con un’idea di base che ricorda quella ripresa nel secondo (del 2014, di Ficarra e Picone). Il concetto è che, in un’epoca in cui i dati Istat sulla disoccupazione non sono rassicuranti e il precariato é sempre più imperante, “bisogna inventarsi qualcosa” che sia quell’occasione tanto attesa di successo e riscatto. Così il protagonista, Marcello Santilli (Enrico Brignano), considerato un fallito dalla moglie Flavia (Francesca Inaudi) pensa di aver trovato la sua: aprire un’agenzia di pompe funebri in un paesino sperduto della Puglia dove vivono solamente ultra novantenni. Non ha considerato, però, che quei simpatici e vivaci vecchietti sembrano avere sette vite come i gatti e non essere destinati ad esaudire il suo sogno di avere un’attività florida, ricca e ben quotata. Man mano che entra in contatto con loro capirà molte cose sul senso della vita. Un’esperienza che lo metterà di fronte a diversi interrogativi, sul significato di immortalità e di eternità. Comprenderà davvero quale è l’elisir dell’eterna giovinezza che rende immortali questi anziani così attivi e longevi. Di sicuro -afferma- “c’è un’aria diversa in giro, non so se morale o no”, ma di certo differente con “una nuova moralità”; discutibile, forse non etica, in cui vigono diversi principi che dettano le nuove priorità. Allora, se non sembra più esistere neppure l’amore (la moglie lo molla per un altro, ovvero Gabriele Camicioli interpretato da Ricky Tognazzi), riscoprire i valori di una volta potrebbe aiutare. Ci si chiede: rivorreste indietro la vostra vita e il vostro passato? Perché, in fondo, è chi ha avuto il passato e lo ha mantenuto dentro sé e salvaguardato che può avere il futuro. “Non potete morire perché non avete rimpianti”, -si rivolge loro così Marcello, che pare quasi intendere più i principi morali di cui sono portatori che rivolgersi agli anziani-. “Siete già nell’eternità perché sapete che cos’è” – è la sua illuminante scoperta-: ovvero quel dirsi sempre ‘Ci vediamo domani’ (del titolo) prima di lasciarsi, dandosi appuntamento al giorno dopo; quasi a significare di esserci sempre, di sentire uniti come una famiglia, vicini e contenti di incontrarsi e di vivere e fare le cose insieme. Non si muore (soprattutto dentro) quando ‘non si ha più nulla da perdere’ (come chi sembra arrivato alla fine della sua vita), perché è in quel momento che si può avere ‘il coraggio assoluto di fare tutto’. Soprattutto, loro sanno godere in pieno della vita perché ‘non si possono raccontare loro balle sul futuro’. Ed è così che la verità è una sola: “per essere liberi oggi bisogna non possedere niente”. Quasi che l’unica cosa che si debba possedere é quell’essere ancorati ai valori di un tempo e la sola che valga, in una società materialista. C’è una povertà peggiore di quella economica o di lavoro, che è quella dell’aridità di cuore. Essere liberi dai preconcetti, dai pregiudizi, dal dominio del ‘dio denaro’, del guadagno facile, del ‘tutto e subito’ in una vita programmata e scandita da ritmi frenetici in giornate che sono routine sempre uguali. Poter apprezzare, invece, le piccole cose e ogni momento (anche quello più insignificante) senza troppi pensieri né preoccupazioni ne fa assaporare meglio il valore. Un’apologia dell’anzianità, mentre si cerca di capire cosa sia e resti per sempre. Ai tempi in cui c’è la riscoperta dell’agricoltura quale motore economico e degli antichi mestieri, gli anziani possono ancora fare scuola a tutti gli effetti e meritano non solo rispetto ma un ruolo guida in quanto vera risorsa sociale (le parole di Papa Francesco lo ricordano e anche il recente ‘reato di tortura’ sottolinea l’importanza del rispetto della dignità della persona umana). Tanto che, se oggi vige la fobia delle ruge, che si sfuggono ricorrendo sempre più comunemente al lifting, si arriva all’esplicito desiderio di voler invecchiare del protagonista Marcello Santilli. Ma il film non è solo un elogio del nuovo primato di ‘anziani giovani dentro’, ma è anche una pittura della società moderna con tutte le sue difficoltà e contraddizioni intrinseche, recenti e attuali. Una commedia realistica in cui l’impronta di realismo e comicità si sente forte ed è data dalla presenza di Enrico Vanzina e Alessio Maria Federici che ne hanno scritto il soggetto, a cui si è aggiunto Carlo Vanzina che ne ha firmato la sceneggiatura. Ma non intercetta solo i luoghi comuni sociali, ha persino la drammaticità e la teatralità di un’opera di teatro. Perché quest’ultimo è anch’esso una forma d’arte antica, ma sempre nuova e valida. Centrale è sicuramente il ruolo di Enrico Brignano (protagonista assoluto dell’interpretazione). Per questo “Ci vediamo domani” starebbe bene portato sul palco di un teatro, per un ‘one man show’ di Brignano, sullo stile di quei tanti monologhi impegnati cui ci ha abituati (persino al Festival di Sanremo). Con, ovviamente, l’allestimento di un’ambientazione semplice, essenziale, asciutta. Un uomo, chiuso dentro una stanza, seduto su una sedia a guardare tutto il mondo fuori che cambia da una finestra; e che magari comunica con le nuove tecnologie (computer e cellulare, oltre al tradizionale telefono). Per poi ritrovarsi nel finale tutti seduti a un tavolo a raccontarsi la propria vita, a rivelarsi le nuove scoperte fatte, se davvero tutto è cambiato e se il passato è veramente perso per sempre o può tornare. Ma soprattutto a confessarsi che nella vita bisogna essere sempre curiosi, osare, voler conoscere per sapere cose nuove. Quello ci fa sentire vivi. Sempre. Perché, per uscire fuori nel mondo, occorre prima essere pronti ad accogliere e far entrare dentro (sé) il ‘nuovo’ che c’è all’esterno. Per una storia individuale, universale e collettiva. “Ci vediamo domani”: appuntamento con la vita, con il nuovo e con l’esperienza saggia e molto educativa degli anziani.