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Barbara Conti

“Ti presento Sofia”, commedia sentimentale sulla diversità

Ti-presento-sofia-filmMara … ti presento Sofia; anzi, Sofia si presenta. Potremmo dire così – parafrasando il film (del 1989, per la regia di Rob Reiner) “Harry, ti presento Sally” -, per introdurre l’ultima commedia di Guido Chiesa; con Fabio De Luigi e Micaela Ramazzotti. Molto divertente, è la storia di un padre (Gabriele, De Luigi); sposato, poi divorziato e con una figlia, – Sofia (Caterina Sbaraglia) -, è convinto di aver chiuso con l’amore, dedito solamente alla sua bambina e al suo negozio, perché “troppo complicato” per avere una storia o un’altra relazione. “È solo una scusa, sei tu il problema, non Sofia”, tuonano i suoi amici (come il medico Beppe, alias Bob Messini), che cercano di fargli conoscere altre donne. Invece Gabriele è tutto casa e Chiesa (in omaggio al regista) ,- come si suole dire-. Tutto casa e negozio: ex musicista, ha una piccola ‘bottega’ di strumenti; dove lavora con il fratello minore immaturo Chicco (Andrea Pisani), che ha cresciuto lui, dopo che il padre li ha abbandonati.
Dunque pensa solo a far quadrare i conti (e ad ogni incontro con altre donne mostra sempre tutte le foto di Sofia e non parla che di lei). Tutto prosegue in una tranquilla e classica routine standard, almeno finché non incontra di nuovo – dopo circa dieci anni – una sua amica di gioventù (ed ex fiamma): Mara (Micaela Ramazzotti). Quest’ultima è una fotografa che gira il mondo, ama la sua indipendenza e, soprattutto, non ama i bambini. Tra loro inizia una storia, ma Gabriele non può dirgli di Sofia, così come non può dire a Sofia di Mara; anche perché la sua ex moglie Adriana (Caterina Guzzanti) è di nuovo incinta del suo nuovo marito Max (Daniele De Martino). Ma il ritorno di Mara non sarà il solo nella sua vita, così come quella di Caterina Guzzanti non sarà l’unica partecipazione straordinaria nel film. Infatti Gabriele rivedrà anche quel padre illusionista che tanto odia: Oscar, interpretato da Sheldon Shapiro.
E, anche per questo, la musica ha un ruolo preponderante in “Ti presento Sofia”. Se quest’ultima già di per sè in una commedia serve a dare ritmo e colore, qui lo è ancor di più. La colonna sonora giusta avrebbe dovuto prevedere e includere – a ragion veduta – la canzone di Alvaro Soler “Sofia”. Invece, oltre a segnalare la presenza degli Afterhours e di Manuel Agnelli, il brano – molto melodico (che si preannuncia esso stesso un tormentone) – che ne fa da cornice è quello che canta Sofia, che fa più o meno così: “One way or another….”, ovvero – tradotto dall’inglese – “una strada o l’altra”. Perché, in fondo, la cosa che accomuna i tre personaggi è la ricerca di stabilità, di cui hanno bisogno. Anche quelli come Mara, che – si scoprirà – più che odiare i bimbi, odia i bugiardi. Mai mentire in amore, perché le bugie hanno le gambe corte. E Gabriele non potrà tenere il suo ‘segreto’ per sempre. Provare a cambiare in continuazione l’arredamento di casa, quando accoglie la figlia o la sua donna, non gli servirà a sfuggire i problemi. Ed è così che la verità che si palesa è una sola: fuggire dai e i problemi, non basterà ad evitarli e sfuggirgli eternamente. Eppure, è come se ognuno cercasse la sua strada, un modo o un altro per cambiare la propria vita in meglio (che sembra come se apparisse loro un po’ troppo monotona) – come dice la strofa della canzone di Sofia -. Più che un triangolo qualsiasi, i tre sono di fronte alle loro paure: quella di scappare sempre davanti alle difficoltà, di non riuscire ad esprimere quello che provano e di essere abbandonati, lasciati soli e feriti ancora una volta. Per questo andare in analisi non sarà sufficiente. La paura di sbagliare e di dover scegliere incombono.
Ma non si deve per forza scegliere tra figlia e amata, tra padre e ‘matrigna’. Per questo la somma perfetta di tre sembra fare uno: un solo cuore, un solo amore, anche se diverso – in differenti forme -. La domanda che ci si deve porre, che sembra essere alla base del film e di partenza, non è: che cosa devo fare? Che faccio ora, in mezzo al caos sentimentale in cui ci si ritrova? Ma quello che fa notare Gabriele a Mara: sai quanto è bello amare, vivere, avere una storia con una persona diversa da te? Sai quanto può arricchire? L’altro ha sempre qualcosa che tu non hai. In fondo, non è male! Sembra quello che hanno pensato sia Mara che Sofia. È l’intraprendenza e la complicità di quel “sono cose nostre” che si dicono. Nemiche e amiche per affetto di Gabriele. Così c’è sempre una via di mezzo percorribile. E prima o poi si cresce tutti, anche gli apparenti immaturi come Chicco (molto legato al padre però); e finalmente riuscirà ad aprirsi con la donna che ama: Piera (Chiara Spoletini). Ancora una volta tutto siglato dalla musica, a sancire questo; come la canzone che Chicco scrive per il fratello Gabriele. E così si scopre che tra padre e fratelli, cioè un fratello che per lui è stato come un padre perché gli ha fatto da papà, c’è quello che lui chiama e battezza ‘patello’. Così come potremmo creare il neologismo di ‘mamica’, cioè mamma-amica per Mara, da parte di Sofia.
L’eccezione che conferma la regola: chi odia i bimbi, impara ad accettarli, perché sono loro che – con il loro istinto – portano quello scompiglio salvifico alle nostre vite. Sarà infatti Sofia stessa a ‘smascherare’ sia Gabriele che Mara, presentandosi all’improvviso (come dicevamo all’inizio) – senza preavviso, come lo era stato il ritorno di Mara – a casa del padre, spacciandosi per la sua sorella più piccola, per aiutarlo. Anche così piccola, saprà dare il suo contributo. Così come una cinica come Mara, non è poi così spietata e cattiva, ma anche lei è stata ferita.
L’interpretazione straordinaria degli attori ne fa una commedia riuscita. Caterina Guzzanti, simpaticissima, doppiamente incinta per ben due volte. Chiara Spoletini sembra quasi doppiata da Serena Rossi (con un potente accento napoletano come quello dell’attrice in “Song’e Napule”). Andrea Pisani tira fuori la stessa voce di Eugenio Franceschini. Micaela Ramazzotti è perfetta per la parte, disinvolta e molto fresca nella sua lunga capigliatura. Fabio De Luigi ha il personaggio che sembra costruito apposta per lui e lo calza a pennello.
Tutto questo ne fa molto di più di una semplice commedia umoristica e degli equivoci quasi. Più che una commedia sentimentale su un intreccio amoroso, sembra una commedia sulla (accettazione della) diversità, che rende tutto migliore, più bello e… che rende sempre tutto pazzesco – come cantava Chiara Galiazzo in “Nessun posto è casa mia”. Un modo per vedere la genitorialità e l’essere figli con uno sguardo diverso, ma con entrambi i punti di vista forniti. Senza giudicare né criticare. E in questo ha aiutato molto il fatto che il film sia stato scritto a sei mani, con il contributo di tre genitori anche. Il regista definisce la sua opera “una commedia sentimentale, con uno spirito rock, con l’ambizione di andare oltre i cliché”. È la liberazione di tre personaggi “bloccati”. in apparenti sicurezze e certezze. Per imparare a non rinunciare, a non scappare, ad aprirsi, a dichiararsi, a non rassegnarsi.

Medvedev, Wozniacki e Basilashvili rispondono all’appello

tennisDalla Cina al Giappone. Prima degli appuntamenti di Shanghai e Tianjin si giocava a Pechino e a Tokyo, capitali della Cina e del Giappone, per due tornei molto importanti. Così come i risultati che hanno regalato, ma non per i padroni di casa. Nuovi ‘esordi’ e ritorni, mentre i campioni recenti degli ultimi tornei non sono confermati; anche a causa dell’influenza, che (a Pechino) mette ko sia la Osaka che Del Potro. Febbre da Cina verrebbe da dire, visto che sono apparsi tutti e due un po’ febbricitanti. Bene la Russia, male invece il Giappone che (a un passo dal titolo) ‘perde’ sia la Osaka che Nishikori (la prima si ferma in semifinale, il secondo arriva ‘solo’ finalista e non riesce a conquistare il trofeo dell’Atp di Tokyo). Male anche per l’Italia: Fabio Fognini arriva in semifinale contro Juan Martin Del Potro, ma non può neppure disputarla (dopo il precedente a suo favore, avendo sconfitto l’argentino in finale a Los Cabos quest’anno), per un infortunio alla caviglia nei quarti. Nell’incontro (dei quarti appunto) contro Fucsovics riesce a condurre bene il gioco e a vincere facilmente il primo set per 6-4 (così come nel successivo parziale); nel secondo era sempre avanti, ma – a un passo dalla conclusione del match (nell’ultimo game) – rimedia un brutto infortunio alla caviglia, che non solo lo costringe a rinunciare alla semifinale contro Del Potro, ma anche a dare forfait al Master 1000 di Shanghai. Peccato, perché Fabio era in forma e, soprattutto, per lui si tratta di una ‘festa’ guastata: non solo perché aveva vendicato i ‘compagni’ Seppi e Cecchinato (battuti entrambi dall’ungherese Fucsovics), ma aveva anche superato il suo record personale di partite vinte stagionali, andando le oltre 43 che era il suo miglior risultato del 2013. Due ragioni per poter davvero festeggiare all’Atp 500 di Pechino, invece ora solamente tanto riposo per lui. Il suo ritiro non basta a Juan Martin Del Potro per aggiudicarsi il titolo. Si arrende a Nicoloz Basilashvili, che gli impone un doppio 6/4 (come quello di Fognini a Fucosvics). Davvero in forma il georgiano, che ama accelerare e chiudere soprattutto con il dritto a uscire lungolinea, sul rovescio di Del Potro. Sposta molto l’argentino, molto aggressivo, tende a voler chiudere presto lo scambio, scorciando il gioco con accelerate improvvise. Sorprende tutti, compreso l’avversario. Questo è il suo secondo titolo stagionale, dopo Amburgo, dove vinse contro un altro argentino quale Leonardo Mayer (per 6/4 0/6 7/5). Stupisce anche perché non è molto euforico dopo la vittoria e non esulta, ma dopo l’ultimo punto un minimo di commozione nei suoi occhi lucidi e un sorriso accennato hanno mostrato un lieve cedimento emotivo comprensibile. Molto simpatica la ‘cerimonia’ che prevedeva, prima della premiazione, un calco della mano del vincitore (tutta colorata di rosso); con tanto di successivo autografo da parte del campione.

Lo stesso dicasi per Daniil Medvedev, che si impone sul padrone e campione di casa Kei Nishikori, nettamente, con un drastico 6/2 6/4. Il russo ha sempre dominato, è stato superiore atleticamente al giapponese, per quanto anche il nipponico fosse in forma strepitosa. Il pubblico era tutto dalla parte di Nishikori, ma Medvedev ha saputo rimanere sempre concentrato; mentre Kei è apparso, ad un certo punto, più stanco e sfiduciato, è sembrato crederci meno. Così come è andata male, sempre – come detto – per influenza (come accaduto a Del Potro), all’altra giapponese e neo vincitrice degli Us Open: Naomi Osaka (come l’omonima città giapponese), che si arrende in semifinale alla Sevastova (che la sconfigge con un doppio 6/4). Irriconoscibile Naomi, davvero sotto tono, sofferente, in affanno, stanca e con tutti i sintomi di un malessere fisico in corso ben visibili (quasi infreddolita si è anche infilata la maglietta a maniche lunghe). Per quanto in forma, invece, la Sevastova, non è bastato ad Anastasjia per vincere il torneo. La lettone dovrà arrendersi in finale a una smagliante danese quale Caroline Wozniacki, ritornata e ritrovata, che le concede pochissimo, al top della forma fisica quasi. Superlativa su ogni colpo, impeccabile semplicemente, ha meritato davvero la vittoria. La Sevastova non sapeva più davvero cosa fare. Vinto facile il primo set per 6/3, nel secondo Caroline era avanti 5-0, poi la breve rimonta e reazione della lettone, che si è portata fino al 5.3, ma a quel punto è arrivata la risposta di orgoglio della danese e numero due indiscusso della classifica mondiale.

Ricapitolando: ritorno della Wozniacki ai massimi livelli; bene le new entry e sorprese di Basilashvili e Medevedev; male per Fognini e Del Potro; sconfitte in casa per Nishikori e dell’altra giapponese Osaka a Pechino; male anche un’altra padrona di casa, che sembrava destinata a regalare un tripudio alla sua terra. Stiamo parlando della cinese Wang Qiang, che si spinge fino alla semifinale (dove deve arrendersi alla superiorità della Wozniacki). Tuttavia, prima, aveva regalato un risultato sorprendente ai quarti contro un’altra giocatrice che si giocava un posto per le Finals di Singapore (inseguendole e mettendo molta pressione alle avversarie): si tratta di Aryna Sabalenka. Qualificazione forse compromessa per lei, con la sconfitta rimediata dalla cinese Wang con un doppio 7/5. Il suo errore è stata rimetterla in gioco, con uno scambio lungo e prolungato da fondo campo. Mentre avrebbe dovuto attaccarla di più, avendo fatto vedere ottime cose a rete ed essendo perfettamente in grado di giocare sia volées che smash. Invece è rimasta ancorata a fondo, commettendo soprattutto lo sbaglio di non variare la tipologia di colpi, ma anzi giocando quasi sempre pressoché ‘piatto’, su cui la cinese si appoggiava bene (per quanto colpi potentissimi); mentre avrebbe dovuta chiamarla di più in attacco, per poi passarla, oppure optare per un back più difficile da spingere. Al contrario, la bielorussa ha preferito optare spesso per traiettorie anche un po’ lobate, morbide, prive di peso, un po’ corte e comode, facili per la Wang, su cui ha spinto bene in particolare con il dritto incrociato ad uscire sul rovescio della Sabalenka; che, così, spesso è rimasta ferma, potendo solo guardare i colpi veloci dell’avversaria. Sicuramente un po’ di mobilità laterale da fondo ancora manca alla Sabalenka, ma per lei la top ten è a un passo e, comunque, la vale tutta; anche se come classifica non l’ha ancora raggiunta. Attuale n. 11 del mondo, le basta davvero poco e, dopo gli ottimi risultati raggiunti quest’anno con le vittorie a New Haven (su Carla Suarez Navarro per 6/1 6/4) e Wuhan (con un doppio 6/3 su Annet Kontaveit), sembra davvero quella la sua meta di destinazione e d’arrivo. Per non parlare delle finali perse (sempre in questo 2018) a Lugano (dalla Mertens per 7/5 6/2) e ad Eastbourne (dalla stessa Caroline Wozniacki: la canadese si è imposta con un valido 7/5 7/6).

Barbara Conti

La disabilità non distrugge l’amore per la Tamaro

susanna tamaro“Il tuo sguardo illumina il mondo” è l’ultimo libro di Susanna Tamaro (edito Solferino). 208 pagine sul senso della vita, da riscoprire insieme e grazie a chi ci vuole bene. Un libro molto intimo. L’amicizia e l’amore per superare la disabilità. Un testo nato da una promessa. Ma partiamo dal titolo. Lo sguardo cui si riferisce è quello del suo amico carissimo, Pierluigi Cappello, degli occhi del quale si innamorò quando li vide in una foto. Sì disse che avrebbe assolutamente dovuto conoscere quella persona e, non appena le si presentò l’occasione, ne nacque un rapporto solido, sincero e duraturo. I due condividevano tante cose, ma soprattutto si promisero che avrebbero scritto un libro insieme. La malattia di lui non lo ha permesso loro. Tuttavia, non appena rielaborato il lutto, Susanna sì è messa al lavoro su questo testo così importante per lei. Tuttavia il titolo del libro introduce, in qualche modo, quello che ne sarà il senso più profondo: sì coglierà il vero senso della vita. Infatti si parla di ‘sguardo’, non di occhi o viso/volto, cioè di visione del mondo; che è ciò che illumina, rischiara, chiarisce e palesa quale è la vera essenza di cui è fatta l’esistenza di un essere umano. Cioè amare ed essere libero. Infatti, non solo la Tamaro si innamorerà della sua poesia, ma con lui riuscì (forse per la prima volta) a sentirsi libera. Con lui poteva essere se stessa, senza cesure, sapendo di essere accettata per quello che era. Del loro rapporto parla in tali termini: “gli anni della nostra amicizia sono stati per me gli anni della grande libertà. Libertà di essere come sono”.
Come ha spiegato alla presentazione del libro all’Orto botanico di Roma (di sabato 6 ottobre mattina), loro furono da subito “intimi e vicini, accomunati dal profondo senso di solitudine in cui si erano rinchiusi”. Ciò che li accomunava era un grande e incondizionato amore per la vita, che entrambi avevano, nonostante tutte le difficoltà legate alla loro malattia: la sindrome di Asperger per Susanna e la tetraplegia a seguito di un incidente (da quando aveva 16 anni) di Pierluigi. Di lui la colpì il fatto che tale disabilità, con tutti i suoi limiti, non hanno mai diminuito il suo amore per la vita o non gli hanno comunque impedito di viverla sino in fondo. Un carattere energico come quello di Tamaro. Quest’ultima si descrive come dolce e forte, tenera e dura allo stesso tempo. Curiosa, ama sperimentare e conoscere cose, persone e realtà nuove. Complicata e ipersensibile, è questo suo carattere socievole e allegro che le ha permesso di superare “i macigni” che si portava dentro dietro per questa sua malattia neurologica che non si riusciva a individuare. La diagnosi le arriverà tardi, quando fino ad allora era vista come una bambina “strana”, che si sentiva incompresa. E per questo sempre più sola, disperata e triste. Mentre, per sua natura, si definisce una persona molto equilibrata, affettuosa e fedele nei rapporti umani personali.
Inoltre, questa sede romana – scelta per incontrare il pubblico – era quasi una conseguenza logica per la scrittrice (da sempre attenta alle problematiche ambientali, tanto da essere iscritta a varie associazioni del settore), con la passione per la botanica e l’entomologia, naturalista fervente e convinta. Ma non è la sola: il prossimo appuntamento è per il 18 ottobre al teatro Franco Parenti di Milano (alle ore 18). Se il libro fosse una canzone, probabilmente sarebbe quello che la Tamaro ha scritto nel 1997 con Ron, per Tosca, che lo ha portato quello stesso anno sul palco di Sanremo: “Nel respiro più grande”. Sembra tutto racchiuso in quel respiro eterno, in cui l’“io e te” di Susanna e Pierluigi rimarrà per sempre immutabile. Quasi fosse scritto tutto d’un fiato, in quel respiro dell’anima, che è la voce del cuore, di quell’anima messa a nudo. Trasparente. Così sincera, schietta e genuina da commuovere.
Se fosse una poesia sarebbe “La morte non è niente” di Henry Scott Holland, perché niente finisce con la morte, ma il legame tra due persone continua a vivere nel cuore di chi resta (“io sono sempre io e tu sei sempre tu” – si dice -; “quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora” – si aggiunge -).

Nel frattempo Tamaro con questo libro indaga il peso, il senso e l’importanza delle parole, che sono quelle che permettono di palesare i nostri sentimenti più reconditi. “I libri salvano le vite” – ammette Susanna – e questo libro l’ha aiutata a conoscere molte cose anche di se stessa, – confessa l’autrice -. Se – precisa -, bisogna imparare che tutto ha un prezzo da pagare e che non tutto si può comperare – e tutti dovremmo ricordarcelo più spesso -, lei è riuscita attraverso le parole a “mettere ordine a tutta la confusione intorno a me”. Ha imparato a gestire persino il suo disturbo neurologico: “il problema dei problemi neurologici è che chi ne soffre si colpevolizza sempre”. Per lei ora è “un ospite sgradito” con cui convive, consapevole che è come se vivesse sempre con 4 freni a mano tirati, che le impediscono di fare tante cose normali. Un “nemico interno” che, però, le ha permesso di vedere tante cose che altri non riuscivano a scorgere. Per esempio, sin da piccola, si è sempre interrogata molto sul senso delle parole, sul loro significato, se chiamare le cose con il loro nome in un’altra lingua cambiasse qualcosa nel loro senso, se significasse la stessa cosa o si dicesse qualcos’altro.
E, a proposito della sua ultima opera “Il tuo sguardo illumina il mondo”, dice: “questo libro è l’unico di cui conoscevo già la fine; non potevano esserci sorprese o colpi di scena: per un finale di morte scritto accanto al tuo nome (quello di Pierluigi), come in un appello a scuola, a cui non avresti potuto più rispondere ovviamente”.
Per quanto riguarda il peso, l’importanza delle parole, la scrittrice dice di essere molto preoccupata dall’aggressività (e violenza) verbale, usata (soprattutto dai giovani) nei confronti dell’altro; e dalla dipendenza (quasi ossessiva) dei ragazzi in particolare dalle nuove tecnologie: gli smartphone annullano e cancellano ogni forma di umanità, dando vita e spazio alla nostra “esistenza digitale”.
Il suo invito è ad essere sempre se stessi. Presentando questo libro ha raccontato un aneddoto sulla sua infanzia ed adolescenza tormentate. Da piccola le piaceva un ragazzo e, per conquistarlo, un giorno decise di andare a scuola in minigonna per essere più attraente e seducente, rispetto ai soliti jeans e maglietta sportivi e casual che indossava sempre. Sperando, con un look più elegante, di attirare le sue attenzioni e il suo sguardo. Invece nulla, così ritornò all’abbinamento di tutti i giorni. A distanza di tempo, i due si fidanzarono e lei gli chiese se si fosse mai accorto che quel giorno lei aveva messo la minigonna per lui, si era fatta bella per lui. Il ragazzo le rispose: “ah sì che orrore, temevo e avevo paura che fossi come tutte le altre”. Episodio molto significativo, che non crediamo abbia bisogno che sia aggiunto altro.
Anche per questo il libro “Il tuo sguardo illumina il mondo” è importante e centrale nella carriera di Susanna Tamaro. Ci mostra, una volta di più, la sua poliedricità: sia come autrice che come persona. Lei ha la scrittura nel sangue, nel DNA: è parente alla lontana di Italo Svevo – tra l’altro -. Inoltre, l’autrice del romanzo di successo “Va’ dove ti porta il cuore” (del 1994, che ha venduto 15 milioni di copie n tutto il mondo), di cui Cristina Comencini (nel 1996) ha fatto un film, con lo stesso titolo (con Virna Lisi e Margherita Buy), si è occupata anche di molto altro nella sua carriera. Infatti, non solo è stata autrice del brano “Nel respiro più grande” (come detto), ma ha scritto anche (nel 1998) il soggetto per la storia a fumetti di “Paperino e la corsa al best-seller”; uno spettacolo teatrale (nel 2006) con Grazia Di Michele, e persino un film (nel 2005): “Nel mio amore”. Si è occupata sempre di sociale e di problematiche sociali, non ultimo anche nella raccolta “Fuori” del 2003, in cui vi sono inserite storie di immigrati emarginati. Inoltre ha costituito anche la Fondazione Tamaro che opera nell’ambito della solidarietà e del volontariato. Nel 2006, poi, ha dato seguito a “Va’ dove ti porta il cuore” con “Ascolta la mia voce”. Attenta a temi quali eutanasia, aborto, genetica e maternità surrogata, è possibile intravedere anche quasi un precedente di “Il tuo sguardo illumina il mondo”, in “Ogni angelo è tremendo” (del 2013, edito Bompiani); quest’ultimo, infatti, è ugualmente autobiografico e tratta la vicenda di un’infanzia difficile, tormentata, vissuta da una giovane piccola protagonista che potrebbe tranquillamente essere l’alter ego di Susanna Tamaro, così come c’è molto di lei bambina nell’ultimo libro edito Solferino.
Dall’incontro di presentazione di quest’ultimo, infine, è emersa una Susanna Tamaro molto disponibile, cordiale, socievole, tranquilla, alla mano, che si è fermata a chiacchierare con il pubblico, con cui si è intrattenuta senza mostrarsi infastidita, che ha letto alcuni passaggi del libro, che ha risposto con sincerità e onestà a tutte le domande della moderatrice, che ha voluto fare una foto-ricordo di gruppo con tutti i partecipanti, che è restata nel finale per il firma-copie, che si è raccontata aprendosi molto, forse anche più del previsto, con simpatia ed allegria, con naturalezza e spontaneità, senza risparmiarsi. E questi eventi illuminano il mondo, così come libri come “Il tuo sguardo illumina il mondo”, così intriso di amore, amicizia, solidarietà, fratellanza, altruismo e umanità che sono ciò che cambia davvero il mondo in meglio, illuminandolo (parafrasando il titolo).

“La vita promessa”, una vecchia storia di emigrati e speranze

la vita promessa“La vita promessa” (regia di Ricky Tognazzi) è una fiction struggente; racconta una pagina importante della storia degli italiani: emigrati in America, sono come i migranti di oggi. La ‘vita promessa’ è quella che la protagonista, Carmela Carrizzo (Luisa Ranieri), sogna per sé e per i suoi figli e che giura di dare a se stessa e a loro. Si va dalla Sicilia degli anni Venti all’America della crisi del ‘29, del fatidico ‘giovedì nero’; crisi economica, che ricorda quella moderna, in cui molti imprenditori e affaristi, a seguito del crollo della borsa, si suicidarono. Napoli, da cui si imbarcano per l’America, è come la Sicilia e Little Italy a New York come l’Italia: tutto rimane immutato. Carmela sfugge a una violenza sessuale subita da un ammiratore insistente e ossessivo (il campiere Vincenzo Spanò) degna di uno stalker odierno e di uno stupro contemporaneo; ed anche alla mafia, ma troverà la pericolosa (e forse peggiore) ombra della ‘Mano nera’. Tutto ciò rende l’opera attuale e profonda, grazie soprattutto all’intensa interpretazione di Luisa Ranieri, che sente molto il personaggio, così come di tutti gli altri attori che fanno la differenza, regalando anche un po’ di commozione nel finale. È una storia corale, in cui questa donna si trova da sola a combattere per i figli, per proteggerli sino all’ultimo. Lotta per il loro bene con coraggio, tenacia e forza di volontà, anche a costo di sbagliare per troppo amore. Determinata e ostinata, prende decisioni importanti con fermezza, come ha raccontato l’attrice del suo personaggio. Nell’ultima puntata ha avuto oltre sei milioni di spettatori (e il 26,20% di share) e il finale – che resta un po’ aperto e sospeso – potrebbe regalare una seconda stagione.
Cinque figli, ognuno ha un carattere diverso. Uno di loro, Rocco (Emilio Fallarino), viene picchiato a sangue e accusato di essere un ladro per aver ‘rubato’ un agnello morto per mangiarlo. Rischierà la vita, tentando il suicidio, ma non sarà in pericolo di morte. Sì riprenderà, tuttavia il trauma sarà talmente forte che rimarrà ‘minorato mentalmente’ per sempre. Questo ricorda che vi sono ferite ben più profonde di quelle fisiche, che restano indelebili e spesso non si cicatrizzano e non guariscono, se non parzialmente: quelle dell’anima. Bravissimo l’attore nel rendere bene la devastazione emotiva dietro il problema psichico. Presto si comprenderà quanto tale frustrazione sia comune ai suoi fratelli.
Poi c’è Michele (Cristiano Caccamo), il più responsabile, riflessivo e maturo. Sente il peso di dover sostenere la madre e il resto della sua famiglia dopo la scomparsa del padre (Salvatore Carrizzo, Marco Foschi). Sì occupa principalmente di lavoro e politica.
Antonio (Giuseppe Spata), il più ribelle, apparentemente il più incosciente e scellerato, il più disorientato e problematico, si caccia sempre in un mare di guai. In realtà è solo un atteggiamento per catturare le attenzioni della madre, da cui si sente trascurato; ma sarà lei a dirgli che per lei i suoi figli sono “tutti uguali”. E, infatti, si dimostrerà anche generoso e protettivo nei confronti della madre e dei fratelli, pronto a sacrificarsi per loro se necessario.
Alfredo (Antonio Magazzù) è il più piccolo, ma il più intelligente, molto studioso: il che lo porterà anche a guadagnare molti soldi.
Infine c’è Maria (Francesca Di Maggio), dolce, sensibile, romantica e innamorata del suo Alfio (Primo Reggiani); si ammalerà di colera a Napoli e rischierà anche lei di morire. Le vicissitudini della vita la separano dalla madre, dai fratelli e dal suo fidanzato (con cui aveva deciso di sposarsi), che poi ritroverà in America; ma il destino ha deciso per lei un’altra sorte: sposare, per poter raggiungere i suoi parenti, Mosè Pogany (Flavio Furno), da cui avrà un figlio. Dimenticare e separarsi da Alfio non sarà facile. Anzi, il finale sarà tragico, come sarà drammatica la situazione che tutti loro si trovano a vivere in questa serie melodrammatica e realistica.
In breve, si tratta delle vicende di chi, ridotto sul lastrico, nella povertà, nella fame e nella disperazione, è costretto a fuggire dalla propria terra (in questo caso la Sicilia) per trovare fortuna e una speranza di un futuro diverso e migliore. Donne come Carmela che, rimaste sole, per sfamare i loro figli, se volevano approdare in America erano costrette a sposarsi per procura, senza conoscere chi vi fosse dall’altra parte dell’oceano ad attenderle. Donne senza scelta, come lei e come Rosa Canuto (Miriam Dalmazio) che (come poi accadrà un po’ anche a Maria), con un figlio a carico e per smettere di prostituirsi per avere il minimo indispensabile per sopravvivere, decide di tentare la sorte con un matrimonio per procura e di andare anche lei in America: diventerà la moglie di Rocco, ma senza sapere del suo handicap mentale. La Chiesa di Don Cosimo (Lollo Franco) e don Ignazio (Giacomo Rizzo) aiutava questa gente onesta, che non aveva niente, a ‘salvarsi’. Ma questa ‘salvezza’ consisteva in un ‘salto nel buio’, cioè nel rischiare tutto, nel vendere ogni cosa per racimolare il denaro sufficiente al viaggio e alla traversata. Lasciare tutto per salpare, avendo l’ignoto ad attenderli. Non potevano più andare avanti, ma neppure indietro. Sarebbero approdati in America, sapendo di non avere un lavoro e, soprattutto, che lì non tutti potevano mettere piede: (un po’ come per i migranti di oggi, ahimè), lì gli emigrati li volevano tutti sani, belli e forti. Quelli ‘malati’ come Rocco no, venivano rifiutati, mandati via e rispediti a casa. Così, anche lì serviva sempre un santo in Paradiso, un protettore in grado di mettere una buona parola, di intercedere, di promuovere la loro causa: come Mr. Amedeo Ferri (Thomas Trabacchi); un uomo buono e generoso, che sinceramente si innamora (di un amore impossibile, o forse no?) di Carmela e si affeziona alla sua famiglia ed aiuta Alfredo a studiare. Onesto come lo sono Carmela, che non ne approfitta mai, neppure quando potrebbe impossessarsi dei soldi che aveva trovato nelle sue camicie, mentre le stirava, e come Rosa, che vuole subito lavorare e studiare alla scuola serale per mantenersi da sola. Un uomo solo che aiuterà molto i Carrizzo.
Se la ‘fortuna’ è qualcosa che Carmela non ha conosciuto fino a quel momento, il viaggio in America avrà un prezzo carissimo. Nel suo cuore ci sono solo dolore, sofferenza, tristezza e non c’è posto per nessuno se non per i figli. Gente come lei si chiede e si interroga: adesso che faccio? Come faccio? Che devo fare? Aveva perso tutto, anche la speranza. Disperata, non confida più neppure in un gesto di misericordia, di gentilezza e di bontà, che stenta sempre ad arrivare al momento del bisogno. Ha conosciuto solo dolore, botte, rabbia, vergogna. Dall’altro lato, però, in mezzo a tutta questa solitudine di cuori straziati, c’è Little Italy, dove ci si ritrova tutti, davanti a un caffè, a una tavola con buoni cibi italiani, genuini, magari fatti in casa (come la lasagna, pane, pasta e succo d’uva), dove si è tutti una famiglia, si è ospitali e ben accolti, si è tutti fratelli, senza distinzioni né discriminazioni, come a casa. Ma, nella vita di questa comunità, si insedia l’ombra della malavita locale, che cerca di ‘accaparrarsi’ le giovani leve; con i traffici di armi e di merce di contrabbando (sigarette o altro), in luoghi come i ‘mescita’ (una sorta di osterie, dove si discute di affari illeciti e ci si accorda in segreto). Ed è così che molti nostri si fanno ‘corrompere’ (vedendola come l’unica possibilità): come Antonio o come Matteo Schiavon (Andrea Pennacchi), marito per procura di Carmela. Questi malavitosi sono come i nostri mafiosi, come Spanò (agricoltore a guardia dei campi privati, che in realtà voleva solo dominare con la prepotenza). E sono loro che hanno diffuso il preconcetto degli italiani: “violenti”, “ubriaconi” e “mafiosi”. Ma gli italiani hanno anche l’arte, il fascino della musica lirica di Verdi e Puccini e del teatro. Se sembra che abbiano attraversato un oceano per ritrovarsi nella stessa situazione (“che differenza fa tra lì e qui?, tanto valeva rimanere dove eravamo” si chiede Carmela), Mr Ferri le insegna che “bisogna sempre essere pronti a partire e a cambiare”, a lottare tutti insieme quasi, ma l’importante è la strategia (come dice ad Alfredo): mai fare una mossa se non c’è un’idea dietro. I miracoli a volte accadono. L’America è la “dea dell’abbondanza: se hai voglia di fare ti accoglie”. Però dipende da quanto si è disposti ad investire. Se Carmela si sente inadeguata per lui (così nobile e ricco), lui le fa notare che gli abiti sono solo apparenze. Lei sogna di aprire un ristorante lì, come hanno fatto molti connazionali. Ma soprattutto lotta per la propria libertà e i diritti. Quelli di donne a cui è stata tolta la dignità. Come Rosa, che ha conosciuto uomini come Spanò. Intanto si svela man mano la scena della violenza su Carmela, ma conosciamo anche meglio la storia di questa gente che chiede rispetto. Non è solo un regolare i conti con il proprio passato, ma trovare il proprio riconoscimento (di diritti e dignità appunto). Non è con i soldi che si può comprare tutto, né tanto meno il rispetto, la libertà e la dignità. Eppure in una società violenta e corrotta (come quella italiana e americana, con la polizia corrotta che carica sulla folla e uccide), c’è chi combatte per l’emancipazione. Le donne, quanto gli uomini, i lavoratori; che scioperano perché difendono la loro dignità, non solo il loro salario. Ma bisogna saper aspettare, protestare al momento opportuno, perché non è gettandosi nel fuoco che si vincono le battaglie e spesso ribellarsi può essere un suicidio – ricorda Michele ai compagni -. Se lui è una guida, un esempio, un uomo giusto, occorre sempre rispettare le regole, le leggi che dovrebbero convalidare e riconoscere i loro diritti, che in America vigono: “la mossa geniale fatta al momento sbagliato ti può far perdere tutto”, dice Mr. Ferri; mai usare la violenza, ma la ribellione deve essere pacifica, pare ammonire Michele. Dovrebbe sempre esserci anche chi le salvaguarda, ma le ingiustizie comunque imperversano e bisogna sempre contrastarle. Così c’è chi, come Antonio, per sfuggire alla malavita, è costretto di nuovo a fuggire, a scappare da New York in California, dove trova altra povertà e miseria.
“La vita promessa” è una fiction bella come una foto di famiglia: quella del finale. Come quella nell’album di tanti italiani emigrati, nostri connazionali, che hanno dovuto patire molto per avere la loro dignità e libertà. Come gli ebrei del quartiere ebraico vicino a Little Italy. Tutti stranieri in terra straniera, che cercavano di sentirsi a casa, sognando di poter tornare a casa.

Wta di Wuhan. Cina: un ‘lasciapassare’ per Sabalenka e Tomic

sabalenka-12La stagione di tennis in Cina è cominciata e regala subito due risultati interessanti. Il primo è che, al Wta di Wuhan, si afferma la talentuosa Aryna Sabalenka. Si aggiudica, così, il secondo titolo stagionale, dopo quello a New Haven (nel Connecticut) dello scorso agosto (imponendosi su Carla Suarez Navarro per 6/1 6/4). Inoltre, la ventenne di Minsk guadagna ben quattro posizioni nel ranking mondiale, salendo dalla n. 20 alla n. 16. Ora insegue le favorite per Singapore, per aggiudicarsi un posto anche lei nelle Olimpiadi di fine anno. Un 2018 da incorniciare per lei, in cui la tennista bielorussa allenata da Tursunov è molto cresciuta. Per lei la top ten non è più assolutamente un’impresa impossibile e si candida a diventare la prossima numero uno al mondo nel giro di poco tempo probabilmente, la nuova Serena Williams; che eguaglia per grinta, per potenza, per completezza di colpi e per estro. Convincono sempre più la sua tecnica e il suo gioco. Non è questione solo di tattica e schema, che applica alla perfezione e che indovina la maggior parte delle volte; ma è soprattutto la sua capacità di far vedere di essere brava in ogni tipo di tiro, a stupire. Qui a Wuhan, in finale, affrontava l’altra giovane molto interessante estone Anett Kontaveit. La bielorussa si sbarazza della giovane di Tallin in poco tempo, lasciandole solo un game in più rispetto a quanto fatto contro la spagnola Carla Suarez Navarro a New Haven: sei games in luogo di cinque, per un doppio 6/3 che sa di superiorità da ogni punto di vista. Nel primo set Aryna vola subito sul 4-1 ed ha la possibilità del 5-1, che sfuma; però, poi, riesce a chiudere il primo set tranquillamente per 6/3. Nel secondo troverà il break decisivo fondamentale sul 3-3, che la porterà avanti per 4-3, per poi consolidare il vantaggio sul 5-3 e infine chiudere con un altro 6/3. La verità, però, è che la bielorussa ha eccelso in ogni circostanza; la Kontaveit non ha retto lo scambio ed è stata costretta a fare miracoli per fare il punto. La Sabalenka l’ha spostata in ogni parte del campo, l’ha aggredita con colpi potenti e profondi, l’ha attaccata e ha fatto punto a rete sia con gli smash che con le volées, mentre l’altra è sembrata in questo un po’ ancora ‘acerba’ al net; ma comunque generosa nel non mollare e nel passare un paio di volte, con due passanti di rovescio straordinari, la tennista di Minsk. La bielorussa ha giocato bene in contenimento con il back o lo slice, ma soprattutto in top in accelerazione e in velocità. Ha servito ancora meglio, mettendo a segno qualche aces e sbagliando pochissimo anche nelle seconde di battuta. Potente e precisa, ha peccato solo ancora un pochino in mobilità (soprattutto laterale), ma è forte principalmente di tenuta mentale, da un punto di vista caratteriale di attitudine e approccio al match, con una fredda lucidità che le permette di impostare tutto il gioco alla perfezione. Se fa male con il suo dritto micidiale in accelerata, sicuramente è molto solido anche il suo rovescio, in particolare in lungolinea. Quello che di lei sorprende, per il momento, è la continuità di rendimento, la sua regolarità nell’essere continua nell’ottenere e conseguire risultati importanti; questo la rende competitività con le top ten e le prime del mondo, un po’ in difficoltà attualmente e in deficit di vittorie; questo dipende anche dalla straordinaria condizione fisica e dall’ottimo stato di salute della bielorussa evidentemente. Speriamo prosegua su questa strada: fa bene al tennis e alle colleghe avere un talento del genere nel circuito, che costringe anche loro a ‘crescere’. E crediamo assolutamente che ormai nel tennis la Sabalenka sia una certezza e non più una meteora. Se vediamo il percorso fatto nel torneo di Wuhan ben ce ne rendiamo conto. Ha battuto in rassegna: Carla Suárez Navarro (per 7/6 2/6 6/2); Elina Svitolina (n. 6 al mondo, per 6/4 2/6 6/1); Sofia Kenin (per 6/3 6/3); Dominika Cibulková (per 7/5 6/3); e Ashleigh Barty (per 7/6 6/4); nella semifinale era addirittura sotto nel punteggio per 5-3 40-0, tutto per l’avversaria, ma è riuscita a portare la Barty al tie break ed a vincerlo facilmente (andando subito avanti per 5 punti a 2). Inoltre, nel secondo set ha fatto ben l’85% di punti con le prime di servizio, a dimostrazione della potenza, solidità ed efficacia della sua battuta.
All’Atp di Chengdu, invece, brutta sorpresa per l’Italia. Dopo una semifinale strepitosa, crollo di Fabio Fognini in finale. L’azzurro arriva all’ultimo turno ed affronta Bernard Tomic. Inseguiva il suo quarto titolo stagionale, dopo le vittorie a San Paolo (su Jarry, per 1/6 6/1 6/4), Bastad (su Gasquet, per 6/3 3/6 6/1) e Los Cabos (su Del Potro, per 6/4 6/2). Si è fatto sorprendere dall’australiano, ma in compenso ha raggiunto la posizione n. 13 del mondo e insegue gli altri per il Master di fine anno. Sicuramente quello che abbiamo notato è il costante riferimento a mister Corrado Barazzutti sugli spalti, che lo ha sostenuto e incoraggiato. Sembrava favorito dopo l’avvincente semifinale contro Fritz, da cui si è fatto sorprendere nel primo set perdendolo al tie break per 7 punti a 5; dal secondo Fabio ha dilagato, prima con un netto 6/0 senza storia, poi andando a vincere definitivamente con un 6/3 soddisfacente e convincente nel terzo parziale. Tra gli appalusi del pubblico e di Barazzutti, assolutamente soddisfatti (come lui stesso) della sua performance. Al ligure, invece, non è riuscita l’impresa contro Tomic, pena anche un po’ di sfortuna; ma soprattutto il nervosismo (Fognini ha anche rotto una racchetta) e un po’ di deconcentrazione (o di stanchezza anche). Forse si sentiva sicuro, dopo l’importante vittoria al turno precedente, ed era convinto di poter controllare il match. Invece tutto è andato storto. Ha avuto subito, nel primo game, due palle break sul 40-15 a suo favore, ma le ha sciupate e, così, si è ritrovato immediatamente sotto 3-0. Poi ha messo a segno un game (per il 3-1) e da lì è incominciata la carrellata di punti per Tomic che lo ha portato sino al 6/1 nel primo set. Tanti i gratuiti di Fabio, oltre a un po’ di sfortuna per colpi usciti di poco; il servizio ha funzionato un po’ meno bene del solito, ma soprattutto lo ha tradito in particolare il dritto in accelerata e non è riuscito con il suo rovescio a contrastare la regolarità di Tomic. L’australiano, infatti, ha giocato di solidità, sbagliando pochissimo, anche se non di potenza e velocità. Di precisione nel piazzare bene soprattutto il dritto in accelerata, spostando Fabio, che si è trovato in difficoltà: gli mancava sempre un passino per arrivare bene sul colpo. Forse il tennista sanremese avrebbe dovuto insistere più sul rovescio e aggredirlo di più, ma non era facile giocare con palle prive di peso come quelle di Tomic, anche in back. Ha costretto a giocare più difensivo, in back appunto, anche Fognini, che così è rimasto troppo ancorato alla linea di fondo campo, al lungo scambio, che ha messo in gioco Tomic. Mentre sarebbe dovuto venire più a rete, dove ha fatto la differenza con le volées straordinarie da manuale e da vero doppista; eccetto due passanti di rovescio incrociato, stretti in cross, dell’australiano, l’azzurro al net è stato superiore: Bernard, al contrario, ha sbagliato delle volées facilissime. Fabio è stato imbrigliato nello scambio prolungato, e troppo centrale, con colpi senza potenza né profondità, da cui avrebbe dovuto cercare di uscire. La sfortuna e il nervosismo hanno fatto il resto: Bernard ha recuperato in extremis e per miracolo quasi, alcune smorzate ben eseguite di Fabio. Viceversa alcune palle corte, che potevano essere vincenti, non sono riuscite all’italiano, che si è molto disperato per questo: non riusciva a giocare bene come voleva ed era molto nervoso per questo. Barazzutti ha cercato di sostenerlo e incoraggiarlo e nel secondo set c’è stata una reazione di Fognini, che ha trovato il break decisivo sul 3-3 per andare 4-3 e poi 5-3 e chiudere il secondo parziale per 6/3. Nel terzo era avanti nel punteggio e aveva l’opportunità di chiudere, m l’ha sciupata. Prima ha fatto break, ma poi si è fatto di nuovo strappare il servizio; si è arrivati, così, al tie break: era avanti 6 punti a 3, ma si è fatto pareggiare e poi lo ha perso per 9 punti a 7, sfumando altri match point preziosi. Incredulo Tomic, che non si aspettava di vincere, che ha esultato di gioia sincera. Fabio è sembrato un po’, nel finale, buttare via la partita sfiduciato e amareggiato dal suo rendimento in campo, al di sotto del suo alto livello standard. Più demerito suo che merito di Tomic (che non ha fatto nulla di eccezionale e si è limitato ad attendere l’errore di Fabio); molti dritti facili sbagliati da Fabio, che si è forse anche un po’ colpevolizzato per tutti i suoi troppi errori commessi. Giornata ‘no’ che dispiace, soprattutto dopo e alla luce della straordinaria vittoria nei quarti su un altro australiano: Matthew Ebden, su cui si è imposto facilmente con un netto 6/4 6/2, in poco più di un’ora di gioco (un’ora e sei minuti appena); da manuale quella partita. Ma, si sa, non tutti i match sono uguali e capitano le giornate in cui tutto va storto. Peccato contro Tomic, perché Fabio sembrava davvero aver trovato la tattica giusta e riuscire ad imporsi in campo, più aggressivo. Forse avrebbe dovuto pensare a Roger Federer: pochi scambi a fondo e poi subito a rete a chiudere con uno smash o una volée da maestro. Oppure tentare maggiormente lo schema del serve&volley; al servizio, infatti, ha messo a segno anche qualche aces, nonostante alcuni doppi falli da segnalare. Ma l’importante è ragionare sul match perso contro Tomic con Barazzutti e concentrarsi su Pechino, anche in vista del Master di fine anno.

Arena di Verona festeggia Claudio Baglioni per i suoi 50 anni di carriera

baglioni-fotoNozze d’oro per Claudio Baglioni con la musica. Il cantante festeggia i 50 anni di carriera e lo fa con un concerto evento all’Arena di Verona di quasi tre ore, trasmesso su Rai Uno. Un vero e proprio spettacolo teatrale più che musicale. Per dirla con una delle canzoni che ha cantato, “Notte di note, note di notte”. Note da sottofondo a una serata indimenticabile. Ha ripercorso la sua carriera, dagli anni Settanta ad oggi, con i suoi principali successi. Sempre al centro la sua figura, anche se si è spostato durante le esibizioni, ma soprattutto la sua musica. Più che altro, però, l’Arte. E si potrebbe dire che è stato un po’ un live anomalo in stile “Zerovskij-solo per amore” di Renato Zero. Insomma, da Zerovskij a Bagliovskij. Del resto, entrambi sono due icone della musica italiana nel mondo. La particolarità del primo era la costruzione in (due) atti dello spettacolo, sullo sfondo di una stazione, caratterizzata dal passaggio di treni e dei protagonisti: Amore, Odio, Vita/Morte, Tempo, Enne Enne, Adamo ed Eva. Qui l’assoluta originalità di un’infaticabile Baglioni è stata che è sembrata più la rappresentazione teatrale delle sue canzoni che il classico concerto live, in cui delle scenografie le hanno portate sul palco come in una sorta di realizzazione scenografica, quasi a dare vita e corpo a tanti videoclip costruiti ad hoc, strutturati e studiati nei minimi dettagli. Grazie anche a un corposo corpo di ballo; a parte il gioco di parole, ballerini non ne mancavano neppure in Zerovskij, ma mai si sarebbe potuto immaginare di dar vita a una molteplicità di tali scenografie straordinarie, persino acrobatiche, come in “Al centro” (l’evento di Baglioni). Se la parte iniziale di alcuni brani poteva cominciare con delle immagini proiettate sul palco, anche un po’ psichedeliche o tridimensionali, man mano si andava a creare invece una vera e propria sceneggiatura della canzone. Entravano in scena gli attori-ballerini, in grado di creare scenografie straordinarie ed eccezionali, con vere danze acrobatiche. Quasi che Baglioni abbia voluto riprodurre il ‘circo della vita’ (se speso gli acrobati li vediamo al circo), con le sue ‘vie dei colori’ (come la sua omonima canzone del 1995). E, infatti, la scenografia di quest’ultimo testo è stata una delle più belle. Una sorta di danza dei colori; dapprima sul pavimento del palco appare come una scacchiera su cui il cantante si muove (quasi ad attraversare un labirinto o delle strade di una città), poi si trasforma come in una sorta di lavagna psichedelica su cui disegnare e dare pennellate di colore; quasi una tavolozza interattiva. In più, quando sale sul palco l’intero corpo di ballo, i ballerini hanno delle magliette di tutti i colori che cambieranno di volta in volta (dapprima gialle, poi rosse, poi celesti e così via).
Tutto studiato nei dettagli, dicevamo. Ogni brano era introdotto dal titolo e dall’anno in sovra-impressione (annunciato a scorrimento); ma ogni periodo aveva un’icona a rappresentarlo, un’immagine scelta ad indicare quell’epoca. Piccoli particolari che fanno la differenza. Baglioni sa come colpire. Tanto che comincia subito -all’inizio- con una prima parte tutta molto romantica dei suoi maggiori successi più popolari: da “Questo piccolo grande amore”, a d“Amore bello”, a “Tu come stai?”, a “E tu”, a “Sabato Pomeriggio”, ma anche ad “Avrai” ed a “Strada facendo”. Poi alleggerisce un po’ con la simpatica coreografia di “W l’Inghilterra”, con il tributo a questa terra, con il simbolo della bandiera inglese e dei suoi colori ben ripresi durante l’esibizione. Subito torna a brani più ‘impegnati’ come “Un po’ di più” e “Ragazze dell’Est”; nella prima le ballerine danzavano con una coreografia studiata con delle sedie e con l’emblema delle scarpe rosse, alternate poi -successivamente- dai ballerini. E, dopo il brano “Via” (in cui dei ballerini si sono cimentati in acrobazie e in danze al ritmo quasi di passi di street-dance), va in pausa: per uno dei 3-4 cambi d’abito della serata e per riprendersi un attimo dall’ininterrotta serie di quasi un’ora di canzoni e di concerto.
Quando ritorna parte forte, con quella che è stata la più emozionante delle coreografie. Dopo “Strada Facendo”, “Avrai”, “Uomini persi” (del 1982) canta “Notte di note, note di notte”. E la scenografia programmata per animare questa canzone prevede l’esibizione -su un filo sospeso e teso- di un acrobata, che su quell’asse sottile di corda combina di tutto: cammina, salta, si rigira, si lancia e vi ricade sopra senza mai perdere l’equilibrio. Semplicemente da applausi; non lascia che esterrefatti tutti, il pubblico e anche Baglioni stesso. La migliore forse, ma altre bellissime ne verranno ancora. Baglioni non ha finito le sue sorprese. Passiamo al 1985 con “Adesso la pubblicità” e sul pavimento vengono proiettate immagini a raffica, quasi in uno zapping frenetico con il telecomando. Anche il cantante ne ha uno e lo preme, poi viene spento da un altro pulsante, quasi fosse un robot o un automa; e potrebbe pure esserlo, vista la sua resistenza inesauribile e instancabile.
Infaticabile, perfezionista e mai pienamente soddisfatto, ricerca sempre ulteriori migliorie, la sua musica è una garanzia, ma le coreografie ancor di più. Vediamone altre. Nel suo spettacolo la musica si fa arte e l’arte, a sua volta, danza; il ballo diventa recitazione e la recitazione teatro. Rappresentazione e messa in scena delle canzoni. Andando avanti con classici quali “Sei tu”, “La vita è adesso”, si arriva al 1990 con l’intramontabile “Mille giorni di me e di te”. E poi “Acqua dalla Luna” con – ancora una volta – acrobati eccezionali protagonisti con le loro performance da capogiro. Il pezzo forte è “Noi no” del 1990, in cui i ballerini rappresentano dei giovani, con delle felpe (di un colore tra il grigio e il verde) e i cappucci tirati su a coprire le loro teste; poi tirano fuori ciascuno una rosa dalle mani, che tengono e che mostrano: un duplice gesto di protesta e di generosità.
Tuttavia il pezzo più commovente, che lascia veramente a bocca aperta basiti -per la sua complessità e per la realistica umanità che si respira-, è “Cuore di aliante” del 1999. Qui non c’è solo nuovamente l’acrobata con le sue esecuzioni perfette, ma -ai suoi piedi- c’è un sacco di gente sbarcata o che aspetta di imbarcarsi quasi sembrerebbe, in attesa -forse- di partire con i suoi bagagli per il viaggio o il volo di un eterno istante -come canta-. Si è tutti “sospesi nell’irrealtà”, che è la magia che Baglioni ha saputo dare e restituire con il suo concerto.
Non appena si arriva al 2003-2005, Baglioni si ferma per i ringraziamenti. “Sembra impossibile che sia passato tutto questo tempo così lungo: 50 (anni di carriera ndr) è una bella cifra. Non avrei mai creduto che tutto questo sarebbe potuto succedere davvero”. E allora, 50 volte grazie a Baglioni.
Prima di congedarsi è la volta di “Tutti qui” del 2005, che dona l’immagine più tenera di tutte: suona solo al pianoforte al centro (guarda caso!) del palco e per terra vengono proiettate tutte sue foto che descrivono e ripercorrono tutta la sua carriera, perché -come dice- “siamo storie di un secondo”. Frammenti, istantanee, fotogrammi che disegnano il puzzle di questi 50 anni di carriera.
Per ultimo, in conclusione, tocca a “Con voi” – del 2013 -, per tutti i suoi fans e il suo pubblico. L’intero corpo di ballo sale sul palco, uno ad uno, con dei palloncini rossi in mano che lanceranno poi in aria. Quanti non sappiamo, se 50 o più, ma questo volo di palloncini rossi è stato davvero suggestivo e simbolico. Per una “notte bellissima”, come l’ha definita Baglioni. Un ultimo ringraziamento lo rivolge “alla magnifica compagnia del corpo di ballo”, che sicuramente ha avuto un ruolo preponderante e ha dato un contributo non indifferente alla riuscita dello spettacolo. Tutti bravissimi; Renato Zero ne aveva 60, Baglioni non sappiamo, ma tutti di altissimo livello (come per Zerovskij). Sicuramente l’altro merito va ai cameramen per le riprese, senza le quali (probabilmente), non si sarebbe potuto godere e fruire dello spettacolo in maniera adeguata. Soprattutto nel caso di spettacoli teatrali e artistico-musicali ciò è quanto mai valido.
E la dimostrazione che ha dato Baglioni è degna di un direttore artistico alla regia del Festival di Sanremo e di buon auspicio per esso, su cui adesso si potrà concentrare a pieno.

Illuminate, Rita Levi Montalcini ‘brilla’ come esempio per i giovani

rita levi montalciniFemminile, elegante, tenace, curiosa, generosa, libera, una sognatrice serena, che usava un linguaggio universale, semplice, senza retorica, in grado di farsi comprendere da tutti. Questi sono solo alcuni degli aggettivi usati per descrivere Rita Levi Montalcini. Le si può attribuire qualsiasi connotato si voglia, ma sicuramente resta il suo esempio di piccola, grande donna, e tutta una vita spesa con dovizia al totale servizio della scienza e dei giovani. Questo l’aspetto principale che traspare dal programma di Rai Tre (prodotto da “Anele” in collaborazione con “Rai Cinema”): “Illuminate”, di cui una puntata è stata interamente dedicata alla scienziata. Le altre tre avranno al centro altre protagoniste quali: Margherita Hack, Palma Bucarelli e Krizia; e saranno raccontate da Francesca Einaudi, Valentina Bellè e Carolina Crescentini.
Molti i contributi di personalità che l’hanno conosciuta: dalla nipote a Milena Gabbanelli, da Romano Prodi ad Anna Finocchiaro. Per non parlare di Caterina Guzzanti, voce narrante di questo viaggio alla scoperta di Rita Levi Montalcini. Per lei più che il Nobel contava quello che uno è e che riesce a fare nella vita. Dunque una persona normalissima per la quale ognuno poteva essere un genio. A una sola condizione imprescindibile: l’uso dell’immaginazione. Dove effettuava gli esperimenti e gli studi c’era una scritta (che rispecchiava il suo pensiero): imagination is more important than knowledge, l’immaginazione è più importante della conoscenza, perché è solo attraverso la prima che si arriva alla seconda. Per lei, per fare sì che sorga una scoperta, occorrono: creatività, intuito, talento e fortuna. Ma la vera risorsa risiedeva nei giovani. Spese gran parte della sua vita a insegnare e parlare ai giovani. Non divenne mai madre per scelta, per coltivare il dono che aveva ricevuto: la dote di scienziata. Eppure – fa notare Anna Finocchiaro -, tra i ricercatori, gli studenti, i suoi allievi aveva migliaia di ‘figli’ e ‘figlie’. Senza dimenticare i libri che dedicò loro. Quello che sorprendeva era – precisa Romano Prodi -, non solo il dialogo che aveva con i suoi collaboratori (di 27-28 anni), ma soprattutto il rapporto di assoluto rispetto reciproco e paritario nel condividere contenuti scientifici di una certa portata. Eppure la sua maggiore capacità fu quella di “uscire da linee pre-costituite”, come evidenzia Milena Gabbanelli, di non risparmiarsi mai, di continuare a indagare, sperimentare, ricercare, senza paura di aver ‘perso del tempo’, sicura che prima o poi quel sacrificio avrebbe dato i suoi frutti (come ben spiega la giornalista). La sua arma vincente era la semplicità e l’umorismo con cui interagiva e si relazionava.
Commentò il conseguimento del Nobel dicendo: “mi ha tolto la privacy, ma mi ha fatto conoscere l’Italia. Da quando l’ho ricevuto mi chiamano da ogni dove, anche da piccoli paesi prima per me ignoti; ma, soprattutto, mi ha fatto incontrare i giovani”. Quest’ultimo aspetto è stato – ribadiamo – una costante per la scienziata.
A caratterizzare lil suo operato, in particolare nella ricerca, era una “totale dedizione e un continuo tentativo di superare i ‘blocchi'”. Lei era contraria a ogni ‘indottrinamento’, mentre era favorevole alla ‘indignazione’. Diceva ‘no’ ad ogni accettazione passiva e ad ogni imposizione, ‘sì’ all’informazione al documentarsi per farsi una propria opinione personale.
Uno ‘spirito indomito’, l’ha definita Anna Finocchiaro: continuò ad operare a favore dei poveri anche quando le leggi razziali glielo proibivano. Perché? Perché – per citare una sua battuta a conclusione della puntata su di lei – aveva sempre sentito “una forte tendenza ad aiutare l’altro” e ciò per lei rappresentava “il massimo dell’armonia”. Infatti operò e si batté sempre nell’ambito dei diritti umani, per le donne e i bambini, senza mai dimenticarsi di dedicarsi a tutto il potente ‘capitale umano’ sparso e di cui è ricco il mondo.
Descrivere la sua immensa personalità è cosa complessa e non si può che farlo attraverso dei binomi opposti: era – allo stesso tempo – forte e fragile, sensibile e coriacea, spesso non doveva essere rincuorata perché molte volte era lei che confortava; esile e minuta fisicamente, quasi trasparente, – osserva Romano Prodi – eppure molto presente e carismatica per la sua tenacia. Ad affascinare di lei erano soprattutto la dedizione, la serietà, la passione, la costanza e il senso di responsabilità che metteva sul lavoro e in ogni sua azione. In questo fu “una battagliera fino alla fine”, nonostante la malattia e l’età – ricorda Anna Finocchiaro -.
Se non ebbe mai paura di ‘indagare’ e ‘sperimentare’, non temette mai neppure la morte. Di essa diceva: “la morte non conta, conta piuttosto che la vita sia stata vissuta e quello che abbiamo lasciato. Credete sempre nei valori”. Per questo, incessantemente, andò sempre avanti – nonostante tutto – a lavorare per il cambiamento. A suo avviso, vi si arriva spesso con l’intelligenza, ma ancor di più con la costanza e la perseveranza. Il dialogo con la scienza è importante e lei voleva divulgare tale aspetto, ma per lei la cultura era ciò che essa rappresenta e che era davvero fondamentale per l’impatto che ha sul futuro e per costruirlo.

Us Open 2018: finale femminile ‘difficile’, Nole sale al n. 3

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Questa edizione degli Us Open non passerà di certo inosservata, ma anzi – al contrario – passerà alla storia: in positivo e in negativo. Per le emozioni che ha regalato e per quanto successo in campo. Finale dolce-amaro per le finali. Ma procediamo con ordine. Innanzitutto segnaliamo le condizioni meteo molto pregiudicanti non trascurabili: la pioggia incessante molte volte ha fatto disputare i match col tetto coperto, cambiando le condizioni di gioco; altrimenti, in via alternativa, c’è stato un caldo allucinante e afoso con anche quasi quaranta gradi. E con il rischio disidratazione dietro alla porta e sensazioni terribili di calore asfissiante e senso di soffocamento per i giocatori, che faticavano a respirare; come accaduto a Stefano Travaglia prima (che si è ritirato appunto per disidratazione, tra la commozione generale) e a Roger Federer (ritiratosi per il caldo eccezionale che gli faceva mancare l’aria e non lo faceva respirare, tanto da essere sottoposto ad accertamenti). Dunque già vincere in tali condizioni era un successo. Poi il prestigio del torneo è indiscutibile. Intanto, su Eurosport, Flavia Pennetta faceva conoscere i retroscena e descriveva le emozioni di arrivare in finale, giocare e vincere. Indescrivibili, ma ha provato a farle comprendere anche se è qualcosa di incredibile quello che si prova. E, a proposito d’Italia, da segnalare il ritiro di Francesca Schiavone, con il suo sorriso sgargiante di gioia, perché è felice della sua scelta, decisione che ha preso con il cuore perché ora vuole allenare (meglio i maschi possibilmente); tornare a vincere ed essere competitiva ‘in panchina’. La sua passione per il tennis non si spegne, ma basta col tennis giocato in prima persona: vuole vedere crescere con lei altri tennisti, da seguire come coach. In bocca al lupo per la sua nuova avventura a Francesca, che ha regalato un’altra emozione, insieme a Flavia. Certo ha emozionato vedere condizioni di gioco così dure; basti pensare che un altro momento ‘toccante’ è arrivato da Rafael Nadal; lo spagnolo è stato costretto al ritiro contro Del Potro in semifinale per un infortunio (forse una contrattura muscolare) al ginocchio. Rafa ha richiesto il time out medico, ma a nulla è servito; giocare non al top per lui è stato straziante e alla fine ha deciso di ‘fermarsi’ piuttosto che continuare a giocare così (male a suo avviso). Prima ha battibeccato per una chiamata col giudice di linea annunciando che si sarebbe ritirato di lì a poco, poi ha alzato bandiera bianca e si è arreso (sul 7/6 6/2 a favore dell’argentino) definitivamente. Con Del Potro rammaricato, che lo ha stretto a rete in un sincero abbraccio amichevole. E proprio a lui sarebbe toccato piangere di dispiacere in finale contro Novak Djokovic. Il serbo ha vinto in tre set e, così, sale alla posizione n. 3 del ranking mondiale. È decisamente quello dei tempi migliori. Fa molto piacere vederlo ritrovato. Nole vince bene il primo set per 6/3, disegnando alla perfezione il campo (con esecuzioni da manuale in totale sicurezza e disinvoltura). Poi cala leggermente di livello, mentre Del Potro ha una reazione d’orgoglio e alza il ritmo, soprattutto col dritto. Inizia a guadagnare terreno e va in vantaggio; poi Nole riesce a recuperare e pareggiare i games; si arriva al giusto e meritato tie-break, che Djokovic riesce ad acciuffare per 7 punti a 4. Se nel secondo set l’argentino aveva messo in difficoltà il serbo, nel terzo Nole è carico, ha ritrovato fiducia e sembra anche più fresco fisicamente, rispetto a un Juan Martin affaticato e stanco; sofferente, per Del Potro sembra finita, anche perché Nole va in vantaggio di un break e rischia di fare il secondo, di andare 4-1 e servizio; invece così non è e ci si attesta sul 3-2; a quel punto Juan Martin pareggia i conti e si prevede un altro set molto lottato; ma Nole ha un sussulto e strappa la battuta e va a servire sul 5-3; chiude con un punto strepitoso in attacco in controtempo. Gioia infinita per Nole, amarezza profonda per Juan Martin, che aveva creduto nella rimonta e nell’allungo almeno al quarto set. Una partita molto equilibrata ed entusiasmante: un paio di turni di servizio di Nole sono durati decine di minuti, uno oltre 16 minuti. Nole abbraccia a rete l’amico di sempre in lacrime. Poi corre dal suo team e da sua moglie a festeggiare. Quando scende, cambio di maglietta per entrambi i giocatori e l’argentino ancora in lacrime in panchina; allora Nole va da lui e cerca di confortarlo. Molto commovente ed emozionante vederli così vogliosi di vincere e attaccati al torneo. Ora Nole sale al n. 3. Il segreto della forma ritrovata? Una scalata con la moglie in trekking sui monti della Francia (per cinque giorni, lontano da tutto e tutti), dopo la sconfitta contro Marco Cecchinato al Roland Garros in Francia, che gli ha fatto ritrovare l’entusiasmo per il tennis.

Ma le emozioni non sono finite. Procediamo con ordine. Per quanto riguarda il maschile, particolarmente entusiasmanti i quarti di finale. La partita più bella del torneo forse è stata proprio quella tra Nadal e Thiem (finita al quinto set con il punteggio di 0/6 6/4 7/5 6/7 7/6 a favore dello spagnolo): davvero si è deciso tutto su un punto in questa maratona che ha acceso il pubblico. Così come nella finale tra Djokovic e Del Potro sono stati tre dritti facili sbagliati dall’argentino a segnare il parziale e fare la differenza (discriminanti dunque). Ad assistere sugli spalti (forse a sostegno di Del Potro) anche l’attrice Meryl Streep. Protagonista al cinema (dal 6 settembre) in questi giorni con “Mamma mia-ci risiamo”, ad assistere ai match maschili anche un altro attore che ha recitato nel film-musical precedente: Pierce Brosnan. Ed a proposito di cuori che palpitano, è stato proprio Novak Djokovic a chiedere di essere controllato, facendosi misurare la pressione per un battito anomalo che ha sentito: un’aritmia probabilmente dovuta al caldo, allo stress e alla stanchezza, che però un po’ ha fatto preoccupare gli spettatori. Caldo torrenziale che ha costretto nei quarti a due stop di oltre dieci minuti, anche venti, per cambiarsi di vestiti e rigenerarsi e rinfrescarsi un po’. Il primo è avvenuto proprio nel match tra Del Potro e Isner, con una lunga pausa concessa prima del quarto set. L’americano ha ceduto fisicamente, in una partita ‘dura’ comunque, a suon di aces. Dopo aver vinto il primo set al tie-break, Isner inizia a cedere terreno e perde gli altri tre per 6/3 7/6 6/2 (con un crollo netto nell’ultimo, dove rischia un fragoroso 6/1). L’altra interruzione per cambio d’abiti la chiede Millman a Djokovic nella sfida dei quarti, dominata dal serbo in tre set netti per 6/3 6/4 6/4; così come, in semifinale, il serbo vincerà facile contro Nishikori con il punteggio di 6/3 6/4 6/2. In forma strepitosa Nole, nulla da fare (ha fatto anche serve&volley contro Del Potro, anche se non ha messo a segno molti aces, percentuale bassa di servizi vincenti anche se non alla battuta, il che ha stupito molto poiché di solito serve davvero bene). Invece il giapponese è stato al centro di un altro match straordinario nei quarti, contro Cilic. Il croato era favorito, invece si è trovato in difficoltà con il nipponico (più veloce e rapido), bravo a sorprenderlo al quinto set. Forse stanco per il caldo, Cilic ha dovuto mettere in moto una rimonta strepitosa e fare ricorso a tutta la sua alta percentuale di aces, per rimanere in partita e restare ancorato al match. Dopo aver vinto il primo set per 6/2, il croato esce un po’ dal match, mentre il nipponico inizia ad entrare in partita e vince gli altri due set per 6/4 7/6; finalmente nel quarto il croato si ritrova e acciuffa il set per 6/4, facendo il break decisivo; ma nel quinto il giapponese gli ricambia il 6/4.

E dalle lacrime di Del Potro (che ha ammesso: “contro Nole ho giocato sempre al limite”), si è andati a quelle delle protagoniste della finale femminile, che molto ha fatto discutere. Se Nole ha eguagliato il record di Pete Sampras (suo idolo da bambino) di vincere 14 Grand Slam (tra cui tre Us Open), Serena Williams rincorreva il suo 24esimo titolo. Invece la finale è stata molto controversa. Di fronte aveva la giapponese Naomi Osaka: 20 anni, il 2018 per lei è stato un anno fortunato. Qui a New York ha centrato il suo secondo titolo in carriera e il primo Grand Slam che mette in archivio; e che potrebbe diventare il primo di una lunga serie. La nipponica è molto talentuosa e ha dominato il primo set, facendo correre Serena e soprattutto passandola con il suo dritto stretto in cross incrociato: passanti fulminanti per l’americana, che ha potuto solamente applaudire. Si aggiudica nettamente per 6/2 il primo parziale Naomi, ma poteva essere anche un 6/1 se di fronte non avesse avuto una n. 1. Serena inizia a perdere le staffe e prende un penalty point per ‘abuso di racchetta’, che rompe. Questo faceva seguito a un altro ‘penalty point’ per coaching, poiché l’allenatore Patrick Mouratoglou aveva fatto un gesto spingendola ad avanzare e non rimanere ancorata a fondo campo. A quel punto la Williams ha perso la pazienza ed è incorsa nel terzo penalty point per ‘abuso di parola’, dando del ladro all’arbitro Carlos Ramos, convinta che non dovesse ricevere la penalità; a suo avviso, se fosse stata un uomo non le avrebbe dato l’ammonimento, poiché gli uomini spesso fanno cose ben peggiori e non vengono sanzionati. La Osaka è attonita, interdetta, non capisce cosa stia succedendo, è confusa. Serena disperata e in lacrime. Lei chiama i supervisor, il marito è triste sugli spalti; la tennista crede che ormai per lei sia impossibile giocare, poiché va a servire sul 5-3 per la nipponica, che chiuderà 6/4. In realtà così non è perché un break di differenza si poteva ancora recuperare, ma ormai è fuori controllo, infuriata. La giapponese non esulta per la vittoria e durante la premiazione cadrà in lacrime, quasi dispiaciuta. A quel punto Serena tira fuori la classe e prima abbraccia e cerca di confortare l’avversaria prima della premiazione, poi – durante il discorso finale – ricorda che bisogna rendere merito e onore alla maggiore prestazione e al talento della giovane tennista, nonostante tutto il pubblico fosse dalla parte della statunitense. Peccato perché nel secondo set Serena era anche in vantaggio e avanti nel punteggio. Tutti speravano in un terzo set. Il dato di fatto è che Serena dovrà risarcire la federazione tennis statunitense di 17mila dollari: 10mila per l’abuso verbale, 4mila per coaching e 3mila per aver rotto la racchetta. La multa è una certezza, così come che la Osaka abbia meritato la vittoria; così come fu contro la Kasatkina ad Indian Wells, quest’anno nel marzo scorso, quando si impose per 6/3 6/2, in maniera similare, giocando una finale favolosa e strepitosa. L’altra cosa sicura è che non era una finale facile per nessuno; ma una situazione difficile per tutti. Per Serena, per la pressione che aveva su di sé, per le aspettative e per la voglia di centrare il 24esimo titolo, per le difficoltà di giocare pur non essendo al 100% (anche se avendo ritrovato la forma comunque). Per la Osaka, per la soggezione di un’avversaria stimata, apprezzata da tutti, che tutti sostenevano e tifavano, che incuteva timore per il prestigio e il carisma da n. 1 che ancora riveste; tra l’altro è stata la sua icona del tennis da seguire sin da piccola. Anche la Wozniacki ha sottolineato – nel docufilm biografico sulla vita di Serena -, quanto sia rispettata e apprezzata nel circuito. Ma per la Williams non era facile tornare e giocare, dopo un anno difficile come il 2017. Come ben ha raccontato in “Being Serena” (il titolo del docufilm prima citato), è stato per lei estenuante recuperare la forma fisica dopo il parto, il rischio di morire per un’embolia polmonare dopo la nascita della figlia. Rivivere quelle emozioni, che evidentemente le sono tornate alla mente, non le ha facilitato il compito e non le ha permesso di avere quella tranquillità per competere. Lei è un tipo molto esigente con se stessa, non ama perdere; in più sente il peso di essere d’esempio per la figlia, per tutte le mamme come lei, per le altre colleghe e per tutte le donne. Quest’ultima, una ausa che ha abbracciato e che la rende ancor più ‘vulnerabile’. La forza nella fragilità di una combattente, di cui è evidente la sensibilità e suscettibilità. L’orgoglio di non voler cedere né mollare per dignità, ma è dura rassegnarsi alla superiorità di un’avversaria giovane e fresca, nel pieno vigore della forma. Tutto questo non giustifica il suo atteggiamento esasperato, ma neppure quello dell’arbitro. Anche se è facilmente comprensibile che non era facile neppure per lui arbitrare una partita così difficile. Ha deciso di farlo nel modo più conforme possibile, con rigore ligio e ferreo, nel massimo rispetto del regolamento, che ha applicato in piena regola. Ineccepibile, ma forse anche questo esagerato. Forse avrebbe dovuto adottare un po’ più di psicologia: tranquillizzare, calmare e rasserenare Serena, cercando di metterla più in condizione di giocare la sua partita. Un po’ come ha fatto Lahyani con Nick Kyrgios (contro Herbert), lì forse anche troppo disponibile: infatti l’australiano era sotto di un set e anche nel secondo e perdeva 6-4 3-0 dal francese, ma Lahyani è sceso dalla sedia, lo ha confortato e Nick ha rimontato e vinto il match al terzo; e non sono tardati ad arrivare i guai per l’arbitro. Di sicuro, però, l’aspetto psicologico è importante, anche da parte del giudice di sedia verso i tennisti. Una delle regole principali, al di là di tutto, è che l’arbitro deve sempre rivolgere uno sguardo a un tennista e poi all’altro; in particolare prima al tennista più a ‘rischio’, anche a seguito del risultato del gioco, che potrebbe ‘esplodere’ da un momento all’altro, proprio per scalzare tale evenienza. E questo Ramos non lo ha fatto, anche se ha applicato correttamente il regolamento. Anche le sanzioni per Serena sono state molto salate, ma del resto ciò accadde anche a Fabio Fognini quando gli fu aperto il codice di condotta per comportamento antisportivo. Ancora una volta, al di là di giudizi, delle critiche, delle vedute, delle opinioni più o meno condivisibili e opinabili, si può discutere quanto si vuole: ognuno ha le sue ragioni e la sua visione in merito, il suo punto di vista incontrovertibile; ma il dato di fatto è che Naomi Osaka tocca il suo best ranking salendo alla posizione n. 7 del mondo, mentre Serena Williams si ferma alla n. 16, inseguendo la top ten; comunque anch’esso un ottimo risultato, forse impensabile per lei fino a poco tempo fa, quando discuteva sul da farsi sul suo coach, incerta sul suo futuro. E tutto questo è una nota più che positiva.

Tennis: Djokovic, Bertens e Sabalenka show prima degli Us Open

sabalenkaOrmai sono entrati nel vivo gli Us Open, ma prima il tennis ha regalato l’exploit di Aryna Sabalenka e di Kiki Bertens, e confermato lo stato di grazia di Novak Djokovic. Intanto è stato introdotto lo shot clock e sono state ‘presentate’ nuove regole anche per la Coppa Davis.
Djokovic sale alla posizione n. 6 del ranking mondiale e segna il record di essere l’unico tennista ad aver vinto tutti i tornei del Master 1000 (almeno una volta). Non solo, ma al Master di Cincinnati è stato in grado di battere in finale Roger Federer con un doppio 6/4: evidente un crollo fisico dell’elvetico, ma convincente il tennis del serbo. Infatti, dopo la vittoria al Grand Slam di Wimbledon, parte bene anche al primo turno del Grand Slam degli Us Open. A Flushing Meadows si sbarazza abbastanza facilmente di Fucsovic, concedendogli solamente il secondo set, con un lieve calo di concentrazione; ma poi dilaga negli altri set con un gioco formidabile come quello dei ‘suoi’ tempi migliori: da vero numero uno, come nel 2011. 6-3 3-6 6-4 6-0 il punteggio finale; il ko nell’ultimo set dimostra quanto il serbo si fosse ritrovato (dopo essere riuscito a ottenere il break decisivo nel terzo e averlo chiuso per 6/4). Un risultato positivo anche per l’enorme caldo che ha provocato molti disagi: sofferente Nole, ma anche l’italiano Stefano Travaglia è stato costretto al ritiro per disidratazione (con il corpo affaticato e i muscoli ‘induriti’) contro il polacco Hurkacz e ha protestato contro gli organizzatori per le condizioni difficili in cui si svolgono i match (con anche oltre i 40°). Una ‘follia’ a suo avviso, che lo ha costretto a una flebo per riprendersi (una cosa simile era successa anche a Simona Halep). Se Stefano Travaglia si è ‘arreso’ sul parziale di 2/6 6/2 6/7 0/3, anche Marco Cecchinato è stato eliminato dal francese Benneteau (per 6/2 6/7 3/6 4/6), ma ha accusato problemi alla mano destra (probabilmente per una vescica, che non gli ha permesso di mantenere il livello espresso all’inizio nel primo set).
Viceversa agli Us Open ha dilagato Roger Federer contro il giapponese Nishioka: nettamente, per 6/2 6/2 6/4; due set speculari, nel terzo sembrava la stessa storia però poi -quando lo svizzero è andato a servire sul 5/2- si è fatto brekkare e dopo il nipponico ha tenuto la sua battuta (sorridente e divertito per il tennis messo in campo, pensando solo a fare più punti possibili al campione elvetico e i più belli e migliori che potessero farlo esultare di gioia contento così, anche solo di quella piccola soddisfazione che si era tolto di fare punti straordinari a un immenso campione); dopo il 5/3 è stato il 5/4, ma a quel punto Federer non ha sbagliato e ha chiuso 6/4. Tuttavia il giapponese lo ha fatto molto correre, ma alla fine ha prevalso il talento (soprattutto a rete) dello svizzero, con punti da manuale.
Nessun problema neppure per Alexander Zverev che ha vinto facilmente per 6/2 6/1 6/2 sul canadese Polansky. Per quanto riguarda l’Italia, poi, buone notizie sono venute da Fabio Fognini (testa di serie n. 14), che ha sconfitto l’americano Mmoh al quarto set (dopo aver perso il primo) per 4/6 6/2 6/4 7/6(4). Curiosità, la moglie Flavia Pennetta ha iniziato una collaborazione con Eurosport (come commentatrice, proprio a partire da Flushing Meadows che vinse prima del ritiro), che trasmette il torneo del Grand Slam. Male, invece, nel femminile dove perde Camila Giorgi: incassa un severo 6/4 7/5 da Venus Williams; diciamo severo perché è stato un match molto lottato ed equilibrato e l’azzurra avrebbe anche potuto vincere e comunque portare la partita al terzo set; sicuramente per lei una sconfitta molto amara che le fa male, per le molte occasioni sciupate: ha lottato Camila, ha fatto punti eccellenti da vera n. 1 con tutti i colpi, ma poi ha commesso troppi errori con cui ha sprecato e annullato tutto il vantaggio conquistato. Troppo fallosa, nonostante la tenacia di essere sempre comunque combattente e incisiva, mettendo in difficoltà la testa di serie n. 16. Tutto ok per Serena Williams, che ha imposto un doppio e netto 6/2 alla tedesca Witthoeft (dopo il 6/0 6/4 alla Linette); a Serena -tra l’altro- è stata assegnata la testa di serie n. 17 tra le polemiche.
La sorpresa invece arriva dall’eliminazione proprio della testa di serie n.1 Simona Halep. Evidentemente la campionessa non ha recuperato la stanchezza di aver giocato (e vinto) tanto nelle ultime settimane. In appena 76 minuti viene eliminata da Kaia Kanepi (n. 44 del mondo) con un drastico 6/2 6/4. Tuttavia per lei questo 2018 rimane comunque positivo: ha vinto al Roland Garros il suo primo Grand Slam, su Sloane Stephens (per 3/6 6/4 6/1). Proprio l’americana agli US Open ha faticato contro la valida ‘esordiente’ Kalinina: si è imposta solo al terzo set per 4/6 7/5 6/2. Inoltre la rumena aveva iniziato l’anno conquistando il torneo di Shenzhen, superando la Siniakova per 6/1 2/6 6/0; e poi ha trionfato in Canada al Wta di Montréal, dove ha vinto sempre sulla Stephens per 7/6 3/6 6/4. Dopo l’esperienza della Rogers Cup, l’avevamo vista impegnata nel Wta di Cincinnati. Se nel primo caso è riuscita a completare il quadro delle vittorie, nel secondo si è fermata in finale. In Canada aveva battuto la Pavljučenkova, Venus Williams, Caroline Garcia, Ashleigh Barty e la Stephens ovviamente. A Cincinnati, invece, Alja Tomljanovic, di nuovo Ashleigh Barty (testa di serie numero 16), Lesja Curenko e Aryna Sabalenka. In finale ha perso da Kiki Bertens, che si è imposta per 6-2 6-7 2-6. Il prolungarsi al terzo set della finale femminile ha fatto slittare anche quella maschile successiva tra Djokovic e Federer; ma ha disegnato un doppio scenario curioso: da un lato il tracollo fisico della rumena, dall’altra parte il trionfo e la commemorazione all’Olimpo delle top players della giovane tennista olandese (coetanea, tra l’altro della Halep, classe ’91). La Bertens diventa n. 13 al mondo e segna il record di battere ben 4 ‘top ten’ in un solo torneo. Infatti durante la straordinaria settimana a Cincinnati Kiki ha sconfitto, in fila: Coco Vandeweghe (per 6/2 6/0), Caroline Wozniacki (che si è ritirata quando l’olandese era avanti per 6/4), Anett Kontaveit (per 6-3 2-6 6-3), Elina Svitolina (n. 7 del mondo, per 6-4 6-3) e Petra Kvitová (n. 6 del mondo, per 3-6 6-4 6-2), prima di imporsi in una finale mozzafiato sulla rumena Halep. Quest’ultima resta comunque la n. 1 al mondo, a discapito della Wozniacki, che rimane n. 2. Quest’anno, ritornata dopo l’infortunio, la Kvitova aveva vinto il torneo di Madrid (sulla terra rossa) proprio sulla Bertens (per 7-6 4-6 6-3), e successivamente sull’erba il Wta di Birmingham (sulla Rybarikova per 4-6 6-1 6-2). Probabilmente ha ceduto anche lei per stanchezza, poiché in campo è apparsa stremata. Comunque, attuale n. 5 del mondo, è assolutamente ritornata, ritrovata e più competitiva che mai.
Del Wta di Cincinnati resterà di certo l’impresa di Kiki Bertens in finale (dopo essersi ‘vendicata’ della Kvitova), che rimonta quando la partita sembrava chiusa: perde malamente il primo set per 6/2; anche nel secondo sembrava in vantaggio e favorita la Halep, invece l’olandese è riuscita a restarle attaccata nel punteggio e a portarla al tie-break; qui la rumena gioca meno bene, sbaglia di più, concede qualcosina in più, è più fallosa e commette più errori gratuiti che allungano gli scambi e rimettono in partita la Bertens, che non si lascia scappare l’occasione e -concentrandosi- trova più aggressività e sicurezza, più adrenalina e convinzione che le permettono di acciuffare il tie-break e il secondo set. Così al terzo la situazione è completamente ribaltata: stavolta è Kiki a dominare gli scambi più aggressiva, a spostare e far correre la Halep, sempre più in affanno. L’olandese vince, incredula, con un’esultazione finale tra le lacrime di gioia e commozione.
Un’impresa simile ha compiuto Aryna Sabalenka. Classe 1998, vince il torneo di New Haven battendo la Stosur per 6/3 6/2, la Gavrilova per 6-3 6-7 7-5, la Bencic per 6-3 6-2 e la Görges per 6/3 7/6. Si porta così alla posizione n. 20 del ranking mondiale, dopo la vittoria in finale su Carla Suarez Navarro. La spagnola si era avvantaggiata di tre ritiri: di Johanna Konta nel secondo turno, di Petra Kvitová nei quarti di finale e di Mónica Puig in semifinale. Il match della finale è stato senza storia, completamente dominato dalla bielorussa: 6/1 6/4, con la Sabalenka già avanti 5-0 dopo soli 24 minuti di gioco. Superiore in tutti i colpi, la bielorussa si è assolutamente meritata la conquista del suo primo titolo e della top 20. Non solo ha ringraziato il suo coach, a cui ha attribuito tutto il merito: “in sei mesi mi hai cambiato la vita” -ha detto riconoscente-. Il suo più grande merito è stato aver vinto tutte partite diverse: nervosissima contro la Gavrilova, si sono sempre rincorse nel punteggio regalandosi molte chance a vicenda. Nel secondo set la partita sembrava finita, poiché la Sabalenka era avanti 4-0 con la palla del 5-0; poi ha sprecato quell’occasione e da lì è cominciata la rimonta della Gavrilova, brava nel tie-break, giocato malamente dalla Sabalenka. Nel terzo la bielorussa è riemersa in tutta la sua maturità; ma durante la partita ha rotto una racchetta per il nervosismo: era tesissima. Contro la Bencic ha controllato bene il match, anche se c’è stato equilibrio, ma è stato più facile forse per lei, perché la svizzera le ha concesso davvero tanto. Bel match contro la Görges, in cui ha rischiato tantissimo: sembrava addirittura favorita quest’ultima, poi ha scelto di adottare una tattica forse poco produttiva, ovvero quella di venire in avanti a rete in attacco, con il risultato che veniva passata dalla Sabalenka o sbagliava le volée perché leggermente in ritardo; ma hanno fatto vedere delle ottime cose. Un po’ come quando, contro la Gavrilova, la Sabalenka è voluta avanzare e veniva sistematicamente passata con precisione dall’avversaria. Tuttavia abbiamo visto Aryna servire bene e tentare anche gli attacchi a rete, quasi per provare un nuovo schema tattico di gioco, per essere una tennista più completa. La violenza e profondità dei suoi colpi, soprattutto del dritto anomalo, sono indubbi poi. Tuttavia prosegue il momento ‘no’ della Gavrilova, che agli Us Open ha perso da una ritrovata Azarenka (altra bielorussa di talento) per 6/1 6/2.

Concerto di Patty Pravo a Manziana, la ragazza del Piper e il suo ‘Oltre’

La ragazza del Piper di strada ne ha fatta, ma non si ferma. Tra programmi tv, concerti live ed a teatro, è inarrestabile e trova anche il tempo per iniziare a lavorare a un nuovo album. In una tappa del suo tour “La cambio io la vita che 2018” approda anche nel Comune di Manziana, in provincia di Roma. L’amministrazione l’ha voluta accogliere ed omaggiare con una conferenza stampa per i giornalisti locali a lei dedicata. La cantante di origini veneziane ha carinamente dato la sua disponibilità con simpatia. C’era anche L’Avanti on line.

patty pravoSubito si inizia a palare di giovani, che molto stanno a cuore all’artista. Quando l’agente Alberigo Crocetta la scoprì durante una serata al Piper Club, subito venne soprannominata “La ragazza del Piper”. Ma quando, soprattutto dopo il suo primo singolo del 1966 “Ragazzo triste” (versione italiana di But you’re mine di Sonny & Cher), esplose il ‘suo’ successo, Nicoletta Strambelli dovette trovare un vero nome d’arte. Infatti il cognome d’arte Pravo deriva da un riferimento a un verso dell’Inferno all’interno della “Divina Commedia” di Dante Alighieri (“guai a voi anime prave”, cioè malvagie). E queste anime malvagie sono quelle di tutte le persone tormentate e che hanno un disagio interiore (non tanto di tutti coloro che portano sulla cattiva strada i giovani); quelle di tutti i giovani che si fanno del male, si rovinano la vita con l’alcool e la droga ad esempio, ubriacandosi e poi commettendo atti osceni come abusi e violenze sessuali, che li segneranno per sempre (nell’animo, non solo sulla fedina penale sporca). Ed è così che ha insistito sull’importanza della scuola di istruire, anche con corsi specifici che spieghino il grave rischio che corrono e che fanno correre agli altri: facendosi male credendo di far bene, invece fanno molto male, sbagliano perché è come se stessero buttando via la loro vita. E non va bene. “La scuola ha un ruolo importantissimo. È il punto esatto d’arrivo di tutto ciò” -ha commentato la cantante-. Quando gli viene chiesto, infatti, cosa fosse la trasgressione per lei, subito ha risposto: “che cos’è oggi la trasgressione? Non c’è più, non esiste. Ci sono solo il casino e il pessimo gusto. Sto parlando soprattutto dei giovani”, che appunto non hanno sempre piena consapevolezza del valore della vita e la vivono in maniera sbagliata, negli eccessi, nelle trasgressioni appunto, contravvenendo al buon senso e alle regole apparentemente solo per divertirsi, per fare qualcosa di diverso, quando invece appunto rischiano la vita e non stanno altro che giocando con la loro pelle, che non potranno più avere indietro una volta che l’hanno buttata via per sempre. Non ritornerà la giovinezza che non si sono goduti o che hanno vissuto nel modo sbagliato. E detto da un’artista che trasgressiva lo è stata sin dagli esordi non è poco. Infatti ricordiamo che la Rai censurò una frase del brano “Ragazzo triste”, modificandola: sostituì “scoprire insieme il mondo che ci apparterrà” con “scoprire il mondo che ci ospiterà”. Dunque non ebbe mai paura di esporsi, di dire la sua, di fare a modo suo, perché per lei l’importante era essere vera e autentica.
E se il tour si intitola “La cambio io la vita che”, se Patty Pravo è sempre la stessa, quello in cui è cambiata -volendo trovare un’evoluzione- è solo una maturazione ulteriore: professionale, artistica, ma soprattutto umana. Infatti sembra molto sensibile al fatto di voler lasciare un esempio positivo e di lanciare un messaggio sociale importante e significativo proprio alle nuove generazioni; con cui pare voler instaurare un dialogo forte. Mette questa passione in tutto ciò che fa. Dalla musica, al teatro, alla tv. Anche nella recente esperienza di “Ora o mai più” (il programma musicale condotto da Amadeus) come coach e insegnante di Massimo Di Cataldo. Quando le chiediamo di commentare quella parentesi professionale, subito dice: “è stata un’esperienza simpatica, con i miei colleghi ci siamo molto divertiti insieme. Con Massimo Di Cataldo c’è stato un buon rapporto: è una persona deliziosa; ho cercato di insegnargli qualcosa che gli potesse essere utile anche in seguito per la sua carriera. Spero di esserci riuscita, ora sta a lui farsi valere; ma è una persona magnifica e credo riuscirà a trovare la sua strada”. Lei, intanto, sia riuscita nel suo intento di ‘maestra’; ma il suo segreto è fare tutto sempre divertendosi. E per lei è ciò che conta anche durante una serata live. Sul concerto serale del 25 agosto a Manziana ha infatti commentato: “la piazza ha un sapore diverso (diverso al teatro o altri luoghi); è come se lì fossimo tutti uguali. Mi sembra ogni volta di stare a casa. Mi piace far divertire la gente e il pubblico”. E, tra vecchi e nuovi successi, il risultato è garantito. Il repertorio non manca, ma subito scattano domande sulla scaletta serale del concerto e su eventuali progetti futuri. Della prima dice che la scelta delle canzoni da eseguire e con le quali esibirsi è dettata da una semplice regola: “porto i nuovi brani, ma non posso privare il mio pubblico dei pezzi più famosi e gettonati, che ama e che sono i più apprezzati”. Quando le domandiamo, a tale proposito, se vi sia una canzone del cuore tra le sue a cui si senta più legata, la sua risposta è semplice: tutte; ma la preferenza per una canzone piuttosto che un’altra dipende anche da come risponde il pubblico: “se c’è, ad esempio, qualche mio pezzo difficilissimo che invece viene molto apprezzato -quasi di più degli altri- beh, allora questo evidentemente mi fa molto piacere”.
Così, immediatamente, scatta la curiosità per un suo eventuale album futuro, già in lavorazione per altro. Non vuole dare troppe anticipazioni, ma una cosa la dice: “il nuovo disco non uscirà prima di aprile prossimo, probabilmente per il mio compleanno (il 9 aprile, la cantante veneziana è del 1948); ho voluto quasi farmi un regalo, ma -con tutti i miei impegni- davvero non ce la faccio prima. Credetemi! Ho talmente tane cose da fare, che non riesco per la fine dell’anno. Volevamo uscire prima dell’inverno addirittura, ma non è proprio possibile con gli appuntamenti in agenda che ho”.
Tra questi non manca il teatro (dove ama molto esibirsi), sua grande passione sin da giovane, così come la danza e il pianoforte, che -sin da ragazza- studiò presso il Conservatorio Benedetto Marcello. E il teatro, rispetto al concerto live in piazza, le dà una possibilità diversa in più: quella di suonare e di partire accompagnata da una grande orchestra. Infatti è ben noto che, già da quando aveva quattro anni, seguì persino un corso di direzione d’orchestra.
Una grandissima artista molto accurata e sofisticata, in grado di andare persino oltre la musica. Un talento che le permette di toccare corde molto più profonde, quelle dell’animo umano. Non a caso è per questo che l’Amministrazione comunale di Manziana ha voluta omaggiarla e ringraziarla con un quadro della sua partecipazione qui nel paese e della sua disponibilità alla conferenza stampa. Il titolo dato al dipinto è proprio “Oltre”, per un’artista che fa della musica una forma d’arte. Anche la sua personalità estrosa e passionale ben si addicono a quelle dell’estro artistico e il colore che dà a tutto ciò che fa è quello dei toni caldi e accessi del quadro: semplice, spontanea, diretta, chiara, concisa e simpatica, un fare che sembra voler quasi accarezzare ogni cosa che affronta, con la calma e il sorriso di chi dell’educazione, delle buone maniere, dell’umiltà e dell’umanità ha fatto le sue coordinate. Con cortesia, ma anche con il rigore e la precisione di chi è molto oculata, attenta ed esigente (soprattutto da se stessa). “Meglio uscire più tardi, ma fare le cose fatte per bene, che anticipare e fare un casino e un caos”, aveva detto senza remore né mezze misure dell’uscita del suo nuovo album. Nel salutare a fine conferenza, ha liberato tutti dando appuntamento alla sera (“andiamo a divertirci!”, ha esclamato) e ha salutato con un cenno del viso e della mano, che ha agitato appena, senza esimersi prima dal fare foto con piacere. Un lungo appaluso, quasi una standing ovation, per lei, per un’artista moderna che rimane sempre la stessa e che ha lo spirito di una donna libera: più che preoccuparsi delle critiche, pensa ad essere se stessa (sempre, fino in fondo) e ad occuparsi del mondo intorno a lei e dei suoi problemi.
“In arte Party Pravo”. E dal concerto a Manziana, per scoprire meglio chi è Patty Pravo, passiamo alla trasmissione musicale a lei dedicata: “In arte-PattyPravo” (con Pino Strabioli, per la regia di Graziano Paiella). E se si parla della cantante Patty Pravo, quello che andiamo a conoscere è la vera Nicoletta Strambelli. In un viaggio che ripercorre la sua carriera da Londra, passando per Roma, fino ad arrivare alla sua Venezia. Vi sono le testimonianze di Giuliano Sangiorgi dei Negramaro, di Renzo Arbore, di Nina Zilli, di Luca Barbareschi, di Emis Killa e di Barbara Alberti. Molti gli aggettivi che le sono stati attribuiti per connotarla: travolgente, unica, simpatica, carina, elegante e raffinata, sincera, fine e coinvolgente; ma in realtà la sua è un’energia esplosiva che si scatena sul palco. Di sé lei dice: “sono una persona normalissima e tranquillissima, solo quando salgo sul palco mi scateno”. Ha incontrato i Rolling Stones, Lucio Dalla e Battisti, il cardinale Angelo Roncalli (ovvero papa Giovanni XXIII) e il poeta statunitense Ezra Pound; e poi Luciano Pavarotti, suo caro amico di sempre che le manca molto e che ricorda con piacere (“ho una sua foto a casa” -afferma con un sorriso), ‘gigante buono’ “pieno di energia positiva e di stimoli che dava”. In questo 2018 si è esibita all’Auditorium della Conciliazione a Roma e al teatro “La fenice” di Venezia.
E poi la passione per la musica black: “”se si spiegasse nei conservatori da dove viene, forse la si capirebbe di più” -ritiene-; quasi si commuove quando canta “Motherless child” durante l’esibizione a “La Fenice”: “un pezzo che amo e che vorrei tutti amassero” (diceva in quell’occasione al pubblico). Per lei “la musica è rivoluzione”, del resto. E poi il rapporto un po’ speciale con Vasco Rossi: “con lui abbiamo deciso che è la mia parte maschile e io la sua femminile, per come è riuscito ad imitarmi alla perfezione”. Per lei “la nostalgia e la malinconia non esistono. Non ho paura!”. E forse è per questo che ha saputo sempre risollevarsi anche dopo i periodi difficili (come quando è stata due giorni nel carcere di Rebibbia per possesso e uso di droga): “rinascere dipende dalla forza che hai”. Lei seppe sempre rifiutare ogni imposizione se non la condivideva. Eppure di lei titolavano: “Chi è Patty Pravo? Io gli uomini li fumo come sigarette”. Invece, al di là dell’immagine di lei che volessero dare di cinica irriverente, nasconde un romanticismo e una sensibilità straordinarie. Cinque matrimoni finiti con il divorzio alle spalle: con Gordon Faggetter (nel 1968), con Franco Baldieri (nel 1972), con Paul Jeffery (nel 1976), con Paul Martinez (nel 1978) e con John Edward Johnson (nel 1982). Nel 1974 ha anche sposato in Scozia Riccardo Fogli con un rito non valido in Italia. “Eppure li amo ancora tutti sai!”, scherza, “perché abbiamo mantenuto ottimi rapporti”. Del resto la sua prerogativa è: “è fondamentale sorridere”, almeno mezzora al giorno; e infatti ama Totò. Amava andare in giro scalza per Roma, ma si mette più a nudo di tutto quando parla della nonna e della mamma: “mia nonna è straordinaria; sono cresciuta con lei e ne parlo al presente perché per me esiste sempre”; della madre dice di essere stata contenta di aver ritrovato e scoperto il rapporto con lei, anche se in tarda età, poiché probabilmente non avrebbero saputo (confidarsi e confessarsi) tante cose l’una dell’altra se ciò fosse avvenuto prima, se si fossero davvero parlate e conosciute in un momento diverso e anteriore non si sarebbero svelate e rivelate i loro segreti in maniera così sincera e profonda.
“La Divina” è solo una delle accezioni a lei rivolte. Per concludere elenchiamo quelle che le sono state date dagli altri artisti intervenuti a “In arte Patty Pravo”. Nina Zilli: “è la Lady Gaga 2.0. L’essere così camaleontica è il suo segreto”. “La sua capacità è saper dialogare con tutte le generazioni” (Emis KIlla). “La sua prerogativa è l’anarchia più totale, sempre avanti e sempre anticonformista” (Luca Barbareschi). “Scrivi per lei e ancora non ci credi di averlo fatto anche quando canta le tue canzoni. È il futuro della musica” (Giuliano Sangiorgi). Sicuramente ha lanciato delle mode; ha fatto e suscitato quello scalpore con cui abbiamo visto presentarsi renato Zero agli esordi. Assimilata a Joan Baez, ricorda l’esuberanza dei cambiamenti avuti da Madonna in carriera; pop come Madonna, è rock come Pink; ha la stessa intensità della voce e lo stesso modo sensuale di fare nella gestualità di Mina; la stessa passionalità di Anna Oxa a tratti. La sua grinta carismatica ha lanciato un modello, per cui lei è tutte quelle altre artiste insieme, tanto è poliedrica, e loro sono tutte lei -quasi suoi cloni e copie-, che l’hanno imitata o da lei hanno tratto ispirazione, contaminandosi a vicenda. Sono soprattutto le sue pettinature, i suoi vestiti, il personaggio che si è costruito anche per le esibizioni a Sanremo, a farne un’Artista che ha espresso la donna in assoluto e non in termini relativi. Per chiudere la trasmissione ci si è posti una domanda: “abbiamo detto la verità?”; e la risposta è arrivata dal ritornello della canzone successiva trasmessa: “io amo la libertà e nessuno me la toglierà mai”. Questa sembra essere davvero Patty Pravo, che ha in sé due anime: quella di Nicoletta Strambelli e quella dell’artista cantante.