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Barbara Conti

Fognini colpisce ancora, il ritorno di Alexander Zverev in America

Fognini

Fabio Fognini: un talento nero messicano per l’Italia che mette ko in finale l’argentino Juan Martin Del Potro (che poi, per problemi al polso, si ritirerà e salterà il torneo di Toronto). Fuori John Isner, il ritorno di Andy Murray e il trionfo di Alexander Zverev. I ritiri dello stesso britannico (prima per le ‘maratone notturne’ all’Atp di Washington e poi anche dal successivo Atp di Toronto, per seguire i suoi tempi di recupero fisici lunghi dopo il ritorno dalla prolungata assenza per l’intervento all’anca di inizio anno, in gennaio scorso) e di Serena Williams (‘per motivi personali’ alla Rogers Cup); infine il ‘cambio generazionale’ con l’invasione dei Next Gen. Intanto, nel femminile, si fanno largo la Kuznetsova e la Buzarnescu rispettivamente al Wta di Washington e al Wta di San Josè. Su questi binari si è articolata l’ultima settimana di tennis precedente agli importanti appuntamenti dell’Atp di Toronto e del Wta di Montréal (meglio noto come Rogers Cup).

All’Atp di Los Cabos Fabio Fognini si presenta con delle treccine, che ha dovuto sfoggiare a seguito di una scommessa persa -ha spiegato in conferenza stampa-. Tuttavia quello che è emerso, non è solo e non tanto il suo look diverso, ma il talento messo in campo dal campione azzurro. Il ligure è parso molto ispirato, a tratti persino ingiocabile, con un’esecuzione ben riuscita da tutti i punti di vista. Può a ben ragione essere definito un talento dunque nero, per la carnagione molto abbronzata che presentava; messicano per il fatto di aver vinto in Messico (dopo il trionfo a Bastad in Svezia). Raccoglie l’eredità del trionfo di Matteo Berrettini della settimana precedente (a Gstaad in Svizzera). Dunque per entrambi è una sana competizione e uno stimolo continuo che si mette in moto per tutti e due, il fatto di primeggiare in maniera equilibrata e tenere alti i colori azzurri. Con la vittoria all’Atp di Los Cabos Fognini sale di una posizione nella classifica mondiale, attestandosi al n. 14 del ranking mondiale. Insegue sia la top ten (molto vicina per lui, un obiettivo non da escludere da qui a fine anno) e il suo best ranking (la posizione n. 13 del mondo, che dovrebbe riuscire a raggiungere in questo 2018, come accadde nel marzo del 2014). Soprattutto la carica gli deriva dal riuscire a competere con dei top players a pari livello. In finale a Los Cabos batte niente poco di meno che Juan Martin Del Potro per 6/4 6/2. Nel primo set l’argentino era avanti 3-0, il ligure non solo ha rimontato sino al 3-3, ma ha fatto break, si è portato sul 4-3, ha tenuto il servizio ed è andato a condurre per 5-3; poi il favorito (in quanto prima testa di serie del seeding) ha manutenuto il proprio servizio e, al successivo turno, l’azzurro (e testa di serie n. 2 del tabellone) ha chiuso il primo set; più in discesa il secondo; Fabio con il rovescio e le palle corte ha fatto ciò che voleva, si è divertito anche ad accelerare e lasciare andare il dritto a tutto braccio, anche con buone percentuali alla battuta. Ineccepibile e nulla da dire né criticare. Sembrava una sorta di Monfils azzurro (con le treccine e la carnagione scura, anche se mancavano alcuni centimetri del gigante francese) oppure un nuovo Guillermo Coria (altro campione argentino del passato): un po’ ci somigliava; ma inutile fare paragoni, perché Fognini è Fognini e quando decide di giocare c’è ben poco da fare se non correre a rincorrere i suoi colpi rapidi, veloci, profondi e (perché no?) anche potenti. Un talento naturale, difficile da paragonare o imitare, perché ha una sensibilità di corda molto rara e un’istintività nell’approccio alla palla originale. Del Potro, tra l’altro, in semifinale ha battuto Dzumhur (testa di serie n. 3, per 6/3 7/6) che aveva sconfitto il nostro Thomas Fabbiano con un doppio tie-break.

Se dal Messico ci spostiamo a Washington, vediamo i giocatori essere refrigerati ai cambi-campo da ventilatori per le alte temperature, sebbene il maltempo abbia rovinato un po’ alcune giornate (soprattutto le prime); tanto che Andy Murray ha terminato la sua partita contro Copil alle ore 3 di mattina; conclusa tra le lacrime con il punteggio di 6/7 6/3 7/6, il campione britannico ha deciso poi di ritirarsi il giorno dopo accendendo un’aspra polemica con gli organizzatori. In compenso lo spettacolo qui a Washington D. C. è stato offerto tutto da quattro talenti Next Gen: il tedesco Alexander Zverev, il greco Stefanos Tsitsipas, l’australiano Alex De Minaur e il russo Andrey Rublev. A trionfare è stato il primo, che ha dimostrato una netta superiorità rispetto agli altri; perfetto per tutto il torneo, evidentemente aveva una carica emotiva in più, che gli ha permesso anche di battere il fratello Misha per 6/3 7/5 (ai sedicesimi). In finale si è scontrato con l’australiano Alex De Minaur che, però, deve aver sentito la tensione della finale ed è apparso meno ‘efficace’ che nel turno precedente nella semifinale contro Rublev (in cui ha rimontato al terzo set, sotto del primo, in un mega-partitone straordinario in cui entrambi hanno eseguito colpi eccezionali). 5/7 7/6 6/4 il punteggio che ha regalato un posto in finale a De Minaur, apparso però come ‘bloccato’ contro Zverev, forse sentendo la maggiore presenza in campo del tedesco, più a suo agio con appuntamenti fondamentali del genere. Alexander ha regolato l’avversario facilmente per 6/2 6/4: senza storia il primo set, nel secondo Alex De Minaur stava man mano emergendo e prendendo campo, ma bravo il tedesco a ‘controllarlo’. Così come aveva fatto contro Stefanos Tsitsipas in semifinale: stesso punteggio; non male per un avversario molto insidioso come il greco. Gracile, esile, ma molto agile, rapido, veloce, combattivo, respinge tutto e recupera ogni colpo con una regolarità sorprendente e azzardando anche qualche discesa a rete. Tuttavia, quanto aveva giocato splendidamente ai quarti contro il belga David Goffin (dominandolo per 6/4 6/1, in un match a senso unico), quanto non ha reso contro il tedesco: è apparso molto falloso, quasi non riuscisse a tenere lo scambio, male con il servizio, era molto nervoso, tanto da darsi delle botte in testa. Invece la forza di Zverev è stato proprio il giocare in sicurezza e tranquillità, sicuro delle sue capacità e in scioltezza, ma soprattutto con convinzione e sbagliando pochissimo. Una forza mentale, dunque, più che fisica la sua.

Se un’altra sorpresa all’Atp di Washington l’ha regalata la testa di serie n. 2 John Isner (uscendo subito contro la wild card Noah Rubin per 6/4 7/6), al Wta di San Josè invece un’altra americana è uscita prima del previsto: stiamo parlando proprio di Serena Williams (che ha perso 6/1 6/0 da Johanna Konta al primo turno). Se poi la britannica è arrivata sino ai quarti di finale, a contendersi il titolo sono state due tenniste che stanno cercando di imporsi maggiormente sulla scena mondiale. Ovvero la rumena Buzarnescu e Maria Sakakri: entrambe quest’anno hanno ottenuto risultati importanti e soddisfacenti, ma alla fine l’ha spuntata la rumena per 6/1 6/0: poco altro da dire o da aggiungere se non da rilevare la caparbietà con cui la Buzarnescu scende in campo e lotta, cerca continuamente il vincente e la vittoria. Del resto era carica e molto motivata anche a seguito della conquista della semifinale contro la favorita Elise Mertens: la belga ha perso al terzo set per 4-6 6-3 6-1. La rumena, con il conseguimento del titolo al Wta di San José diventa la n. 20 al mondo per la prima volta (un traguardo importante per lei raggiunto di cui può ritenersi più che soddisfatta, molto faticato e sudato, a coronare un buon 2018 per lei). Classe 1988, così giovane, la tennista di Bucarest entra nella top 20 dunque ed ora, per le avversarie, è assolutamente da tenere d’occhio e temibile, perché il suo percorso d’ora in avanti può essere solo che in ascesa e in miglioramento; difficilmente regredirà vista la tenacia, il carattere e il suo mordente.

Mentre al Wta di Washington sono state altre due tenniste ugualmente in auge a disputare la finale: Svetlana Kuznetsova e Donna Vekic (fidanzata di Stan Wawrinka). Ad imporsi è stata la prima al terzo set, con il punteggio di 4-6 7-6(7) 6-2. Un’occasione persa per la Vekic, che ha buttato via una partita pressoché quasi vinta. In vantaggio sempre fino al 4-1 del secondo set, quando ha avuto la palla del 5-1 e servizio a sua disposizione invece è stato 4-2 per la russa (con il game dunque conquistato da Svetlana). A quel punto la russa ha cominciato a caricarsi e crederci ed ha pareggiato i conti, portando l’altra al tie-break; a quel punto è partita subito avanti la Kuznetsova e la Vekic è apparsa molto stanca, sempre a rincorrere il punteggio fino a che non ha perso il tie-break; in quel momento per la russa il gioco era fatto, tutto a suo favore ed ha dominato il terzo set su una ‘sfinita’ Donna Vekic che ‘arrancava’ ai cambi campo. Probabilmente hanno pesato ed inciso molto prima le palle break sciupate per il 5-1 nel secondo set e poi il tie-break sfumato e non maturato: molto fallosa al servizio, ha cominciato a commettere anche qualche doppio fallo in più del previsto (da stanchezza per l’appunto crediamo) propri nel tie-break che per lei sarebbe stato decisivo per chiudere il match. Ma Svetlana l’ha fatta correre molto e spostare parecchio in campo; recuperava quasi tutto e per fare il punto Donna era costretta a spingere molto sui colpi, rischiando anche tanto. E di certo questo non l’ha favorita.

Tennis. Successo italiano con Berrettini. Precisione da talento svizzero

Matteo-BerrettiniUn altro successo per l’Italia e stavolta doppio (in tutti i sensi). È riuscita, infatti, l’impresa a Matteo Berrettini di conquistare sia il titolo in singolare che in doppio (in coppia con l’altro connazionale Daniele Bracciali, e ciò vale ancor di più per i colori azzurri) in Svizzera: un successo tutto italiano all’Atp di Gstaad. Il tennis maschile nostrano si aggiudica così un altro campione, a soli 22 anni. Un talento dalla precisione tutta svizzera, allora pare proprio il caso di dire. Si tratta del giovane romano Matteo Berrettini, che in finale ha battuto la testa di serie n. 2: lo spagnolo Roberto Bautista Agut. Nella finale maschile di doppio, invece, la coppia tutta italiana -formata da Matteo con Daniele- si è imposta su quella composta da Denys Molchanov ed Igor Zelenay con un doppio tie-break: vinto per 7 punti a 2 il primo e per 7 punti a 5 il secondo e decisivo, che ha decretato il trionfo degli azzurri al J. Safra Sarasin Swiss Open di Gstaad.
Dunque ora il campione italiano avrà ancor più responsabilità con questa vittoria nel difendere ed imporre il tennis italiano nel mondo e tenerne alti gli onori a livello internazionale. E sicuramente ne sente tutto il peso, a partire dalla consistenza ponderale della coppa che ha dovuto alzare (con gioia, ma faticando non poco) qui in Svizzera. Scherzi a parte, sembra davvero pronto. Per sua stessa ammissione, nella settimana dell’Atp di Gstaad ha espresso il suo miglior tennis, con una qualità di gioco elevatissima. Non ha dimenticato di rivolgere un ringraziamento alla sua famiglia che lo ha sempre supportato, sostenuto ed accompagnato ovunque, indispensabile alla sua crescita umana, professionale ed atletica. Un esempio di umiltà e genuinità significativo, poiché non ha nascosto la sua incredulità, la positiva sorpresa inaspettata ricevuta di ritrovarsi a festeggiare un trionfo importante, quasi un trampolino di lancio giunto imprevisto. Ancora non ci credeva che aveva raggiunto tale traguardo e se l’è voluto godere tutto sino all’ultimo.

Atp di Gstaad. Del resto i suoi colpi e il suo percorso qui in Svizzera non hanno lasciato spazio ad equivoci. Per arrivare alla finale ha battuto, in fila, Rublev (con un doppio 6/3 netto), poi Feliciano Lopez (per 6/3 6/4, non male per un avversario sempre ostico), poi il qualificato Jurgen Zopp (per 6/4 7/6), giocando un tennis strepitoso e vendicando il connazionale Fabio Fognini (reduce dalla vittoria in Svezia, ma sconfitto in tre set proprio da Zopp qui in Svizzera con il punteggio di 6/1 3/6 6/3). Infine l’exploit nel big match della finale contro il veterano e favorito Bautista Agut; esperto ed abile, lo spagnolo era dato per vincitore assoluto indiscusso; poche le chances riservate a Matteo. Invece, sin da subito, il romano ha messo le carte in tavola. Il primo game è durato tantissimo (più di otto minuti) e Berrettini ha avuto subito l’opportunità di portarsi avanti di un break (poi sfumata, così come nel secondo set). Si è arrivati, così, ad un giusto tie-break che Matteo ha ben gestito (conquistandolo per 11 punti a 9). Lottato anche il secondo set, soprattutto nel primo game, ma poi il giovane italiano ha trovato il break decisivo, che ha mantenuto e che lo ha portato a chiudere il secondo parziale per 6/4.

Un 7/6 6/4 che dice molto. Un punteggio molto gratificante, visto l’avversario; ma soprattutto è stata la qualità di gioco del romano -molto convincente- ad entusiasmare: le ottime percentuali di servizio, soprattutto di prime e di aces (circa 15), sono indice di una tecnica più che valida alla battuta, favorita dall’alto del suo metro e 93 di statura. Però la differenza l’ha fatta in particolare con un colpo: il passante lungolinea alla sinistra dell’avversario in top spin (inside in), specialmente di rovescio, ma anche in dritto a sventaglio. Eccezionale veramente, ha scatenato l’appaluso del pubblico più volte, quasi in una standing ovation. Inoltre apprezzabile il suo impegno per migliorare, con la volontà di venire in avanti a rete, in attacco, giocando in avanzamento, ma difendendosi anche molto bene (con buoni passanti). Serio e solido, Matteo non ha tremato neppure nei momenti di maggiore difficoltà, ma è rimasto concentrato e ha reagito; tanto da mettere lui in difficoltà un avversario esperto come Bautista Agut, anche nello scambio da fondo basato su regolarità di scambi lunghi da cui la testa di serie n. 2 ha tentato alla fine di uscire venendo avanti a rete, ma trovandosi spesso ‘infilato’ dal passante vincente di Berrettini.
Atp di Amburgo. Il giovane romano classe 1996 si avvicina così sempre più alla top 50, raggiungendo l’attuale n. 54 della posizione nel ranking mondiale. Speriamo sia solo l’inizio di un lungo cammino sempre più ricco di soddisfazioni per lui. E, a proposito di settimane di tennis spettacolare e di miglior gioco espresso, non si può non rilevare quella ugualmente di Nikoloz Basilashvili. Da qualificato è andato a vincere niente di meno che un prestigioso torneo quale l’Atp di Amburgo, su un altro veterano come Leonardo Mayer, che altrettanti grandi cose aveva fatto vedere durante la ‘sua’ settimana qui in Germania. L’aria tedesca lo ha particolarmente ispirato, ma soprattutto lo ha incoronato con il suo primo titolo Atp in carriera. Il tennista georgiano diventa, dunque, n. 35 nel mondo impedendo a Leonardo Mayer di portare a casa per la terza volta il titolo qui in Germania. Lo si ricorderà lo scorso anno quando si commosse per la vittoria dedicandola al figlioletto (presente anche quest’anno in braccio alla mamma ovvero sua moglie), imponendosi sul tedesco Florian Mayer (stesso cognome per curiosa coincidenza) per 6-4 4-6 6-3; l’argentino, poi, lo aveva già conquistato nel 2014 vincendo sullo spagnolo David Ferrer per 6/7 6/1 7/6 (in rimonta, al terzo, partendo sotto di un set). Eppure anche in questo 2018 è stato il Mayer di sempre, preciso e solido; ma non abbastanza per piegare il georgiano. Quest’ultimo potente particolarmente col dritto, è stato incisivo con le accelerate da fondo che hanno spiazzato l’avversario, lasciandolo fermo, quasi attonito e a tratti scoraggiato e rinunciatario, quasi rassegnato. Dopo aver vinto bene il primo set per 6/4 (trovando il break decisivo nel finale, dopo un gioco molto lottato ed equilibrato), Basilashvili si è un attimo come deconcentrato; o almeno ha avuto un lieve calo, con una diminuzione delle percentuali al servizio, che lo ha mandato in confusione e l’altro è entrato sempre più in partita rifilandogli un netto 6/0; bravo nel finale Nikoloz a rientrare, riuscendo ad andare a vincere per 7/5 (set simile al primo, con un solo break decisivo, ma ottenuto più tardi perché ancor più conteso quale parziale in quanto fondamentale). Una prova di gran carattere e concentrazione, di enorme forza di volontà e dedizione, di impegno massimo per il georgiano (sostenuto molto sugli spalti tra il pubblico, con striscioni affettuosi per lui). Finalmente l’incoronamento di un giusto riconoscimento di merito per il grande lavoro svolto in quest’ultimo periodo soprattutto (quando si era fatto di più notare anche a Roma agli IBI). Basilashvili aveva rincorso altre due volte il primo titolo Atp in un paio di occasioni, in anni diversi: nel 2016, quando perse la finale di Kitzbühel contro Paolo Lorenzi (che si impose per 6/3 6/4) e nel 2017 (l’anno dopo dunque) quando fu sconfitto a Memphis da Ryan Harrison (che gli rifilò un netto e severo 6/1 6/4). Ad Amburgo ha colpito la solidità di Basilashvili, in grado di battere molti avversari ‘regolari’. Partito dalle qualificazioni, ha sconfitto -in rassegna-: il tedesco Tobias Kamke, poi Jurgen Melzer, poi Philipp Kohlschreiber in tre set (il tedesco si è arreso solamente col punteggio di 7/5 1/6 6/4), poi Pablo Cuevas (sconfitto per 7/6 6/4), poi un altro Pablo -stavolta Carreno Busta (testa di serie n. 3 del tabellone)- battuto con lo stesso score, infine la durissima semifinale contro Jarry (vinta in tre set per 7/5 0/6 6/1). Se consideriamo, da ultimo, il risultato della finale (6/4 0/6 7/5), rileviamo quanto non sia stata facile né da poco l’impresa che ha compiuto di risollevarsi dopo aver incassato un cappotto come un 6/0, che avrebbe messo ko chiunque, soprattutto dopo essere stato avanti di un set. Reagire, ritrovare le redini del gioco e del comando del match e vincere la partita tornando a dominare non era affatto scontato; e Basilashvili ci è riuscito per ben due volte: considerato out, fuori dalla partita, è rientrato a pieno ed è andato a vincere. Da vero campione ‘mentale’, dando una prova di solidità di nervi degna del miglior Roger Federer (per tornare alla Svizzera prima citata per il nostro Berrettini).

Atp di Atlanta. E se prima abbiamo citato Ryan Harrison e la conquista pluriennale qui ad Amburgo di Leonardo Mayer, una situazione simile ci riporta all’Atp di Atlanta; dove era di casa John Isner. Il campione americano si conferma appunto campione di casa qui al BB&T Atlanta Open, che ha vinto ben 5 volte con questa, di cui questa del 2018 è la seconda consecutiva e la seconda di seguito proprio contro Ryan Harrison. Il connazionale americano non è riuscito a vendicare la sconfitta dello scorso anno incassata dal campione, che gli aveva rifilato un doppio tie-break nel 2017. Quest’anno, invece, quanto meno lo è riuscito a portare sino al terzo set; ma forse per John proprio per questo ha più valore tale vittoria. Isner ha dato prova di grande reattività, con una reazione di orgoglio proprio nel finale, che forse il pubblico non si aspettava più. Forse era semplicemente ancora stanco (dalla maratona contro Anderson a Wimbledon) o provato dal caldo, forse deconcentrato oppure un po’ demotivato (nel senso con la testa più rivolta alla futura nascita della sua bambina che sulla vittoria). Se ha affermato che per assistere alla nascita della sua primogenita lascerebbe persino di corsa gli Us Open, forse poi ha riflettuto su quanto tenesse a questo torneo e quanto l’Atp di Atlanta gli abbia dato. Anche in semifinale aveva faticato a vincere e stentato contro Ebden (archiviato solo al terzo set, per 6/4 6/7 6/1). Nella finale, invece, il punteggio è stato di 5/7 6/3 6/4; dunque John ha dimostrato che quando gioca non ce n’è per nessuno, soprattutto perché si regge sulla sua battuta potente e su un record di aces che ogni volta mette a segno. Contro Ebden, infatti, aveva vinto il primo set, poi si è rilassato, ha commesso qualche errore in più ed ha perso il secondo ad un tie-break molto equilibrato; ma poi, quando è rientrato nel match e ha ripreso a giocare e a controllare la partita, ha dilagato per 6/1, senza troppa possibilità di recupero per il britannico. Contro Ryan, invece, ha rischiato ancor di più, se possibile, perché era sotto di un set 7/5 e sembrava quasi assente dal match. Poi è come se avesse riflettuto che si stava giocando una finale a quanto ci tenesse e così è entrato davvero in partita e ha dominato i successivi due set per 6/3 6/4 molto facilmente. Quello dell’Atp di Atlanta è davvero il suo torneo. E forse è proprio quello che si è detto John Isner (“questo è il mio torneo”), ripensando ai traguardi qui raggiunti. Ricordiamo in rassegna le 5 vittorie cumulate: la prima risale al 2013 contro Kevin Anderson (lo stesso della strepitosa semifinale di Wimbledon); altrettanto dura fu quella finale di Atlanta, con tre tie-break molto lottati giocati, ma alla fine la spuntò Isner (e non Anderson come a Wimbledon): dopo aver perso il primo, vinse gli altri due. Poi fu la volta della conquista del titolo sia nel 2014 che nel 2015, battendo prima Sela (per 6/3 6/4) e poi Baghdatis (con un doppio 6/3). Infine dello scorso anno abbiamo già detto: fu un doppio 7/6 rifilato sempre a Ryan Harrison ad incoronarlo re del BB&T Atlanta Open. Se lo sponsor era ben visibile nella palazzina alle spalle del campo dove hanno disputato i match i tennisti, sembra quasi una dedica non solo agli atleti, al tennis, ma anche ai raccattapalle. BB&T può significare sia bed&breakfast e tennis (con la T maiuscola da notare), ossia il tennis vissuto in pieno, come in vacanza, tra mondanità e massimo divertimento, goduto in toto e in estremo relax e agio, usufruendo dei migliori servizi qui all’Atlanta Open. Ma quest’ultimo e la città di Atlanta riconoscono anche il merito dei raccattapalle quasi. BB potrebbero essere le iniziali di ball-boys in inglese, perché anche loro fanno parte della squadra dell’organizzazione che mette in moto un torneo di successo del genere, facendole uno dei punti di forza.

A parte il gioco di parole, se BB&T è un’assicurazione bancario-finanziaria per gli utenti, per l’Atp di Atlanta averla come main sponsor significa garantire la sicurezza della qualità del tennis quasi, come la banca fornisce agli utenti garanzie sulla sicurezza e l’affidabilità delle transazioni finanziarie. Se la garanzia di sicurezza è essenziale per ogni tipo di operazione economica, allora (metaforicamente) potremmo dire che anche i ball-boys -e tutto l’apparato di accoglienza e di ricettività (tipo un bed &breakfast)- lo sono per la riuscita del torneo. Invece, per quanto riguarda il vincitore, il successo di un campione quale Isner dipende tutto assolutamente dal suo servizio: quando la battuta ha funzionato meno si è perso un po’, mentre si è ritrovato non appena ha ritrovato anche le percentuali al servizio. Sicuramente questo per lui è stato il coronamento di un anno fortunato: dopo il matrimonio, la prossima nascita della figlia, il buon exploit a Wimbledon, con la conquista del trofeo qui ad Atlanta, John può considerare la stagione di questo 2018 assolutamente ben riuscita.

Barbara Conti

Atp di Umago e di Bastad: in Svezia e in Croazia due tornei per gli azzurri

tennis cecchinato

Quest’anno gli Atp di Bastad (in Svezia) e di Umago (in Croazia) sono stati due tornei “azzurri”. Infatti la presenza trionfante dei tennisti italiani ha dominato. Nel primo in singolare si è imposto Fabio Fognini; nel secondo Marco Cecchinato. Il primo è arrivato in finale anche in doppio, insieme a Simone Bolelli. Tra l’altro il bolognese partiva dalle qualificazioni in singolare ed è giunto sino ai quarti dove ha perso da Gasquet. Il tennista di Budrio, però, si è tolto la più grade delle soddisfazioni: quella di eliminare al primo turno la testa di serie n. 1, ovvero Diego Schwartzman. Certo i due atleti azzurri non sono riusciti a portare a casa il titolo in doppio, ma hanno regalato molte emozioni. Non da ultimo, dei sorrisi sono venuti dalla videochiamata (al figlio Federico ed alla moglie Flavia Pennetta probabilmente), dopo la vittoria, del tennista ligure (mentre mandava dei baci affettuosi). Enorme la sua soddisfazione. Per quanto abbia ringraziato tutti gli organizzatori per l’ottima gestione del torneo appunto, però forse è stato un po’ pregiudicante per la coppia azzurra giocare immediatamente dopo (circa mezzora) che Fognini (attuale n. 13 del ranking) aveva disputato la finale: faticosa, tra l’altro, perché terminata al terzo set e molto lottata con Gasquet. Dopo aver finito il match decisivo, infatti, è dovuto di nuovo scendere in campo nella finale di doppio, subito a seguire. Evidentemente stanco, non è bastato un generoso Bolelli (che molto si è impegnato e ha cercato di fare, dandosi da fare per prendere l’iniziativa): ha dominato il gioco più rapido e veloce della coppia avversaria, basato su attimi, in cui occorrevano solo saldi riflessi per rispondere ad attacchi sporadici ed estemporanei; un po’ di sfortuna ha fatto il resto -con colpi usciti davvero di poco-. Un terzo set forse sarebbe stato giusto, ma non c’è stato. Forse se Fabio avesse speso meno nella finale di singolare le cose sarebbero potute andare diversamente. Sicuramente bello il fatto di aver ritrovato questa coppia solida di nuovo insieme, da veri amici, compagni di squadra in Coppa Davis e campioni seri. Non è da escludere, infatti, che Fabio abbia scelto di disputare il torneo di Bastad invece che quello di Umago proprio per la presenza dell’amico. Il ligure, infatti, in Croazia avrebbe difeso il titolo, conquistato due anni prima, quando vinse in finale nel 2016. Certo qui in Svezia i due atleti azzurri avrebbero potuto scrivere un esito diverso all’ultima pagina, se gli organizzatori avessero concesso una pausa più lunga al neo campione: giocare alle ore 18 invece che alle 17 italiane la finale di doppio non sarebbe poi cambiato molto per loro, ma avrebbe dato più tempo di recupero al ligure.

Tante le emozioni che gli azzurri hanno comunque regalato; innanzitutto il fatto che Bolelli stesso era ad un passo dalla semifinale e tutti gli italiani sognavano una finale tutta azzurra tra Fabio e Simone. Invece il tennista di Budrio si è fatto sorprendere dal talentuoso e coraggioso Laaksonen, in una rimonta strepitosa. Il nostro giocatore conduceva 6/1 (tutto facile e senza storia il primo parziale, quasi un’esibizione di tutto il suo miglior tennis e dei suoi colpi più belli e talentuosi; un vero e proprio show per Bolelli); poi avanti 3-0 con break nel secondo, sembrava tutto fatto, storia conclusa e invece il mach si è riaperto con la rimonta di Laaksonen fino al 3-3 e poi il break che lo ha portato in vantaggio sul 6-5, dove ha servito e chiuso per 7/5. Al terzo Bolelli è stato sempre più in difficoltà e si è piegato all’avversario, complice anche un po’ di stanchezza. Ma tanto amaro per lui, che è uscito dal campo molto rattristato e deluso per l’occasione sfumata.

Altre emozioni sono venute anche da Marco Cecchinato. Il tennista siciliano in Croazia ha dato proprio spettacolo, vincendo una finale giocata benissimo contro l’argentino (molto insidioso) Guido Pella. 6/2 7/6(4) il risultato finale, che dimostra quanto l’italiano sia partito bene e abbia dominato il primo parziale, mentre nel secondo stava rischiando di far rientrare in partita Pella (era avanti di un break) e si è andati al giusto tie-break, dove ha giocato benissimo: più aggressivo, rischiando di più e soprattutto regalando pochi punti e pochi errori all’avversario (dopo i primi punti persi, ha conquistato gli ultimi tutti di fila). Ormai il tennista nostrano è diventato n. 22 del mondo e si prepara già ai discorsi finali di ringraziamento a chiusura di premiazione come i veri campioni; davanti agli occhi soddisfatti della fidanzata sugli spalti, oltre ai suoi di gioia. E Cecchinato ha continuato a fare bene anche all’Atp di Amburgo, dove ha vinto un primo turno non facile contro il francese Gaël Monfils, decisamente in giornata. Dopo aver trovato il break decisivo nel primo set, che ha chiuso per 6/4, il francese si è portato subito avanti nel punteggio, dominando la partita con un gioco molto aggressivo e mettendo in seria difficoltà Marco, che non sembrava molto in giornata. Tutti ormai lo davano già negli spogliatoti e sotto la doccia, altri lo criticavano perché non aveva partecipato invece a Gstaad (da non confondere con il nome simile del torneo di Bastad, almeno nella pronuncia), dove c’era meno competizione, invece che giocare un torneo così importante come quello qui in Germania. Al contrario, scelta decisamente coraggiosa di confrontarsi con i più grandi in un torneo come quello di Amburgo (sempre di prestigio) proprio per crescere di più tennisticamente. Sugli spalti ad assistere al suo match c’era proprio la testa di serie n. 1 Thiem. L’austriaco, tra l’altro, si è sbarazzato facilmente del giovane francese Corentin Moutet per 6/4 6/2, ma il ragazzo ha fatto vedere molte cose buone (soprattutto con grossi colpi in accelerata), ma Dominic ha giocato in maniera strepitosa piazzando ogni tiro alla perfezione, da tutti i punti di vista, con delle mazzate da manuale, quasi a punire il più giovane ‘esordiente’, annichilendolo e imponendosi con il dominio e l’egemonia del più forte ed esperto, del più ‘anziano’ verrebbe da dire, ma vista la giovane età dei due non è forse il termine più adatto. Per quanto riguarda l’azzurro, invece, Marco Cecchinato pian piano ha ritrovato la fiducia e la concentrazione, riuscendo a pareggiare i conti nel secondo set per poi andare in vantaggio e portare il match al terzo set. La chiave è stata proprio la smorzata millimetrica che ama eseguire e che gli riesce alla precisione, ma drop-shot che lo stava tradendo in questa circostanza in cui era soprattutto Monfils a rifilargli delle spinose e velenose palle corte. Dopo aver vinto il secondo set per 6/3, con il break decisivo sul 5-3, nel terzo aveva più sicurezza di sé e la lotta è stata più alla pari. Match equilibrato che, ancora una volta, il siciliano ha sbloccato con il break fondamentale nel finale, strappando il servizio avanti sul 5-4. Non facile giocare dopo la finale in Croazia, con appena un giorno di recupero: la stanchezza sicuramente si faceva sentire. Bravo a rimanere calmo e concentrato. Ad Amburgo, poi, a proposito degli avversari di Bolelli- da segnalare che Laaksonen ha perso da Bedene (per 6/3 1/6 6/4), mentre Schwartzman ha vinto al terzo sul giovane Ruud (per 6/4 2/6 6/2). Anche Gasquet, avversario in finale di Fognini a Bastad dicevamo, ha conquistato il derby francese contro Paire per 7/6 6/4, come già accaduto in maniera simile contro Chardy ad s-Hertogenbosch dove in finale riuscì a portare a casa il titolo per 6/3 7/6.

A proposito dell’Open in Svezia, Fognini ha vinto bene il primo set in finale proprio contro Gasquet per 6/3; poi si è un po’ deconcentrato ed è come uscito dal match (molto falloso e quasi irriconoscibile), merito anche del campione transalpino, che si è imposto nel secondo parziale per 6/3; ma nel terzo è stata la reazione d’orgoglio del tennista ligure che non ha lasciato più scampo a Gasquet: ha iniziato ad avere fretta di chiudere e nel giro di poco il campione azzurro ha messo il sigillo sul torneo per 6/1; un parziale netto che gli rende merito e gli fa di certo onore. Grande prova di maturità la sua, soprattutto per il montare della stanchezza. Tra l’altro nelle semifinali Fognini aveva avuto un duro match (speculare, in cui si era fatto rimontare nel secondo set, avanti di uno) contro Fernando Verdasco: show di Fognini nel primo che rifila un severo 6/1 allo spagnolo; innervosito, l’altro ha reagito diventando sempre più aggressivo e riuscendo a sfruttare un lieve calo del ligure per strappargli il servizio, trovando il break per portare a casa il secondo set per 6/4. Poi Fognini ha riordinato le idee (infatti stava insistendo troppo sul pericoloso dritto mancino di Verdasco e stava scambiando troppo da fondo con lui; un gioco più aggressivo a rete gli è stato utile) ed è riuscito a venire a capo di un difficile ed equilibrato terzo set, che ha chiuso per 7/5. Buone, soprattutto, le percentuali di servizio, in particolare di prime, del tennista azzurro in questo torneo. Di certo non è stata una semifinale così faticosa come la sua, quella del francese Gasquet (che ha imposto un netto 6/2 6/3 in poco più di un’ora a Laaksonen). Questo nella finale tra i due si è sentito. Proprio Laaksonen ha impedito di avere Bolelli (un altro italiano) in semifinale. Il bolognese vince bene in maniera convincente ai quarti il primo set per 6/3. Mette in scena davvero un buon tennis di ottimo livello, con accelerazioni di precisione e potenza, buon servizio (con qualche aces) e solido da fondo nello scambio, ma a suo agio anche in attacco in avanzamento a rete. Sembrava tuto facile e destinato ad evolversi per il meglio. Nel secondo set, infatti, il tennista di Budrio conduceva 3-0. Poi, forse un po’ di stanchezza, forse un po’ di deconcentrazione, forse un po’ di sfortuna complice, ha iniziato a commettere qualche errore gratuito in più (con qualche palla uscita di pochissimo) e lo svizzero è riuscito a strappargli un 6/2 e a portarlo al terzo set. Un po’ innervosito, infastidito e confuso, è sembrato un po’ disorientato, quasi a chiedersi: ma come ho fatto a perdere il secondo set per 6/2? La verità è che lo ha fatto scambiare troppo da fondo, mentre avrebbe dovuto attaccarlo di più col dritto ad uscire in avanzamento (schema che per lui si è dimostrato vincente). Allungando gli scambio da fondo lo ha rimesso in partita e l’altro ha trovato ritmo e regolarità e si è fatto più insidioso. Tanto che, nel finale di partita, era il tennista di Budrio a sbagliare di più e l’altro è riuscito a fargli il break necessario che gli ha regalato la semifinale e il 6/4 decisivo. Un posto in semifinale che forse Bolelli aveva intravisto troppo presto, dando per finita una partita che stava appena cominciando e aprendosi. Comunque si è dimostrato un tennista molto cresciuto, in grado di esprimere un buon tennis, con un buono schema in attacco, da vero tennista di doppio (e forse da erba più che da terra). Comunque resterà quel memorabile 7/6 6/3 che ha rifilato a Schwartzman in un’ora e 54 minuti di gioco all’Atp di Svezia. In sintesi; Atp di Bastad e di Umago: tre finali (due di singolare e una di doppio) per tre campioni, tre talenti azzurri.

Per quanto riguarda, infine, i loro avversari citati, possiamo dire che (al successivo torneo di Amburgo), Monfils ha perso dall’argentino Leonardo Mayer per 6/1 7/6; mentre Schwartzman si è poi sbarazzato con un doppio 6/2 del giovane tedesco Masur al secondo turno; mentre Verdasco è stato sconfitto al terzo set (dopo una dura battaglia) dal talento brasiliano Tiago Monteiro, con il punteggio di 3/6 6/2 7/5 a favore del più giovane tennista.

Barbara Conti

Wimbledon 2018: tornano due ex numeri uno, Nole e Kerber

Wimbledon

Un numero uno lo è per sempre. Anche quando non vince un torneo ed esce ai quarti, come Roger Federer (lo svizzero è stato battuto da Anderson in 4 set: per 6/2 7/6 5// 4/6 11/13); o come Rafael Nadal (che ha perso in semifinale da Novak Djokovic: per 4/6 6/3 6/7 6/3 8/10); o come Juan Martin Del Potro (uscito ai quarti proprio per mano di Rafa, ma vero campione atletico: più volte a terra, è caduto, ma si è rialzato ed ha lottato ‘generosissimo’ fino all’ultimo. Chapeau. Del resto il punteggio ben evidenzia la dura lotta dei due: l’argentino si è arreso allo spagnolo solo al quinto set, 5/7 7/6 6/4 4/6 4/6; ce l’ha messa davvero tutta). Anche quando ritorna da un lungo e grave infortunio, come Novak Djokovic. Anche quando rientra da mesi dopo la maternità e un parto cesareo che ne ha ostacolato il recupero, come Serena Williams. Anche quando ti piovono addosso critiche e malelingue ti dicono che ‘la tua luce si è spenta’ o ‘sei finita’ oppure ‘non sei più quella di una volta’ (esagerando, ma non troppo, perché a volte la stampa sa essere molto dura e i fans stancarsi presto degli in-successi e non hanno la pazienza di capire il momento ‘no’ o di grave difficoltà di un’atleta): come Angelique Kerber (ma anche per Nole stesso c’è stato l’identico discorso). Invece eccoli tutti qua a disegnare l’edizione 2018 di Wimbledon, ognuno mettendo a suo modo il proprio sigillo. E poi ci sono i numeri uno dentro, il talento evidente anche se non si afferma con primati di vittorie: quelli dei campioni della passione, della sportività, dell’umiltà, della generosità, dello spirito di sacrificio, campioni di talento ed umanità che contribuiscono ugualmente a scrivere la storia del tennis; come il finalista Kevin Anderson e/o John Isner. E poi, a tale proposito, come non citare -ancora una volta- l’esempio di impegno di Del Potro e/o quello di umanità ed umiltà di Rafael Nadal: rispetta sempre ogni avversario e gli altri campioni, che gli danno modo e gli stimoli giusti per migliorarsi continuamente -afferma-; molto amichevole nel dare sempre una parola di conforto e di amichevole stima, anche con un abbraccio sincero molto sportivo a fine partita (proprio come accaduto contro Del Potro, dopo averlo sconfitto; o dopo aver perso in semifinale contro Nole).

E poi ci sono i numeri da record paralleli, che si cerca di rilevare ad ogni edizione, in particolare di uno Slam: e questo sicuramente spetta alla semifinale durata sei ore e 36 minuti tra Isner ed Anderson appunto. Dall’altro lato, ancora, ci sono inoltre anche i record non numerici, ma ‘di colore’: e questa di quest’anno a Wimbledon è stata un’edizione particolare per vari momenti ‘colorati’. Per dirla con una canzone, con Shakira e il ritornello del suo brano-tormentone “Waka waka”: “This time for Africa…’cause this is Africa”. In sintesi dice, tradotto dall’inglese: “questo tempo è per l’Africa perché questa è l’Africa”. Come noto la cantante colombiana lo interpretò con il gruppo sudafricano Freshlyground quale inno ufficiale dei mondiali di calcio FIFA 2010, svoltisi appunto quella volta in Sudafrica. Sebbene i mondiali di calcio 2018 abbiano visto trionfare in Russia la Francia, noi riadattiamo il testo per omaggiare il finalista sudafricano Kevin Anderson. Commovente il suo discorso: nel ringraziare la sua bellissima moglie, ha detto che avrebbe giocato altre 21 ore pur di rivivere le emozioni della semifinale e della finale di Wimbledon. Così come ha emozionato il ringraziamento di Nole nel riconoscere il valore umano, morale -oltre che atletico e professionale- dell’avversario; poi si è commosso nel vedersi applaudito ed evocato dal figlioletto Stefan (“è il mio miglior sparring partner” -ha scherzato il quattro volte campion qui a Wimbledon). L’ex n. 1 è davvero tornato. Lui stesso ha avuto dei dubbi seri, ha spiegato, e non è stato neppure facile recuperare dall’infortunio e dall’intervento al gomito. Ma eccolo di nuovo qui, più grintoso che mai. Senza il sostegno della moglie Jelena (che soffriva nel suo angolo, prima di scoppiare in un’esultazione di gioia finale) e di tutti quelli che hanno creduto in lui, lo hanno sostenuto e hanno lavorato con lui, probabilmente non ce l’avrebbe fatta. Ha dominato una finale non facile contro uno stanco Anderson: un doppio 6/2 iniziale nei primi due set senza dover far troppo, poi ha controllato bene un match che gli stava sfuggendo di mano (che stava diventando pericoloso perché il sudafricano si stava facendo sempre più insidioso), con Kevin che stava entrando in partita (anche con il servizio micidiale) e al tie-break ha giocato splendidamente i punti decisivi: da campione, da vero n. 1, con autocontrollo e grinta, serafico. E non si è deconcentrato neppure nella semifinale contro Nadal: giocata in notturna col campo coperto e l’illuminazione artificiale (perché posticipata a causa delle sei ore e mezza dell’altra semifinale maschile), ha iniziato subito aggressivo e alla grande, portandosi avanti due set a uno. Poi al rientro, il giorno dopo prima della finale femminile, è apparso meno in forma e i due tennisti sono andati al quinto set; ma, dopo aver concesso il quarto set, nell’ultimo e decisivo parziale si è di nuovo fatto più solido. Forse giocare con il campo chiuso non ha agevolato Nadal; forse il dover tornare di nuovo in campo il giorno dopo l’interruzione di una notte non ha facilitato Djokovic nel chiudere il match. Forse lo spagnolo non ha particolarmente brillato nel gioco a rete quando è avanzato (ma coraggioso ed apprezzabile nel suo avanzare al net) e Nole, invece, avrebbe dovuto attaccarlo maggiormente, mentre ritornava indietro dopo aver accelerato con i passanti, ancorato a fondo. Però sono stati comunque due campioni che hanno dovuto affrontare situazioni di disagio nel giocare e le hanno accettate con sportività. Al serbo, comunque, funziona di nuovo molto bene il servizio (e questa è una nota più che positiva).

Sicuramente da record la semifinale di John Isner contro Anderson: sei ore e 36 minuti, una delle più lunghe della storia del tennis, seconda solo alla partita che lo stesso Isner ha sostenuto contro Nicolas Mahut e durata ben 11 ore e 5 minuti. L’esito è stato da record e l’ultimo set (senza tie-break) è durato un’infinità: 7/6(8) 6/7(5) 6/7 6/4 26/24 per il sudafricano. Del resto l’equilibrio del match già si vedeva dall’indicazione delle teste di serie: 8 Anderson e 9 Isner. L’americano è uscito dal campo barcollando, stremato: non ce la faceva più, si è fatto mandare anche degli altri integratori, aveva vesciche alla mano che si è fatto più volte fasciare. Ha messo a segno il record di aces, delle vere e proprie ‘sassate’. Ma, soprattutto, con Anderson sono stati campioni di umanità, abbracciandosi sportivamente a fine match. Isner, del resto, ha già vinto: sugli spalti sua moglie in dolce attesa è il più bel regalo e premio che potesse ricevere dalla vita e già quello lo ripaga di ogni fatica e sofferenza. Così come ha già vinto Serena Williams: l’americana non ha recuperato la forma fisica e ha perso la finale anche malamente per certi versi (con un netto doppio 6/3 dalla tedesca Angelique Kerber); ma anche lei non avrebbe pensato mai di poter tornare a giocare ed arrivare sino in fondo al Grand Slam di Wimbledon. È tornata a giocare “per tutte le mamme” come lei e ha dedicato loro il traguardo di finalista raggiunto. Ovviamente ciò merita un plauso, così come era stato ben gradito questo messaggio al Roland Garros quando scelse di giocare con una tuta nera aderente -disegnata a posta per lei su sua esplicita richiesta- (a difesa e sostegno della ‘maternità’ per così dire).

E se la finale maschile è stata quella che più ha emozionato, per popolarità segue solo quella storica tra Borg e McEnroe (al centro dell’omonimo film uscito al cinema), Wimbledon ha avuto i suoi Borg e McEnroe: sia nei finalisti Nole e Anderson (il primo ha un bel caratterino come John, mentre l’altro sembra di una fredda lucidità come Borg; ma poi anche Nole ha disegnato il campo splendidamente come su un foglio di carta); sia tra gli spettatori. Infatti lo spettacolo è stato anche assicurato tra gli spalti, dalla presenza di molti fan che avevano la stessa fascia e pettinatura tipo Borg. Tra l’altro Borg è venuto ad assistere ai match, come la Navratilova, la Martinez e la Bartoli. E come i Reali. La semifinale maschile è stata seguita con attenzione da Kate e Megan (che amichevolmente hanno avuto degli scambi di opinione tra loro, durante le varie pause, con dei bei sorrisi); mentre alla finale maschile hanno partecipato William&Kate. Non certo facile giocare con la loro presenza.

Infine di questo Wimbledon rimarrà un po’ di colore azzurro. Camila Giorgi è arrivata sino ai quarti dove ha perso al terzo set proprio da Serena Williams: dopo aver vinto il primo set per 6/3, ha incassato dall’americana -e dalla sua risposta e reazione d’orgoglio- un altro 6/3, prima che l’ex campionessa affondasse definitivamente la marchigiana per 6/4; ma l’italiana diventa così n. 35 al mondo e questo è un success enorme per lei. Fabio Fognini ha vinto il derby italiano contro Simone Bolelli (in tre set netti per 6/3 6/4 6/1). Thomas Fabbiano ha eliminato (giocando una partita strepitosa) l’elvetico Stan Wawrinka (continua il momento di difficoltà dello svizzero), in tre set in un match straordinario e molto lottato – con tanto equilibrio e due tie-break -: 7/6(9) 6/3 7/6(8) il punteggio finale.

Infine è stato un Wimbledon dai due volti: positivo per la copertura del Campo Centrale, negativo per il persistere dell’impossibilità di giocare il tie-break al quinto set, il che strema gli atleti, laddove ci sarebbe l’opportunità almeno di un match tie-break decisivo in via ipotetica o comunque quando si potrebbero senz’altro trovare altre alternative; già arrivare e uscire al quinto set (giocando tre su cinque e non al meglio dei tre set) è già un bel test molto importante per i tennisti. Sarà ripetitivo, inutile e retorico sottolinearlo, ma ci sembra quanto mai significativo.

L’erba londinese del Queen’s incorona un Cilic smagliante, ma Nole c’è

cilicE, se si tratta di parlare dei tornei su erba preparatori a Wimbledon 2018, non si può non citare il centrale Atp del Queen’s. Che dire? Non se ne può non discutere, soprattutto perché quest’anno in particolare ha riservato grosse e piacevoli sorprese. Dopo Stoccarda (dove c’è stato il ritorno di Roger Federer con la vittoria su Raonic e la conquista di nuovo della prima posizione mondiale) i riflettori erano tutti puntati sull’Atp di Halle e su quello del Queen’s londinese. In Germania lo svizzero cercava il bis tedesco: invece in finale si è dovuto arrendere al giovane croato Borna Coric che ha vinto a sorpresa il primo set al tie-break per 8 punti a 6: un tie-break particolarmente lottato seguito a un set in cui i due tennisti si sono sempre rincorsi, facendosi reciprocamente punti straordinari per rispondere a punti altrettanto eccezionali ed errori sorprendenti per cumulare regali all’avversario su altri doni equivalenti di gratuiti inaspettati; di solito l’elvetico sa sempre giocare meglio i punti decisivi invece qui ha sbagliato, anche con dritti clamorosamente mandati fuori, quelli più importanti; e sono state palle uscite non sempre di poco, dunque per lui sia sfortuna che cali di concentrazione o di stanchezza. È stato un Federer non solo un po’ deconcentrato, ma anche tanto nervoso, forse innervosito dalle polemiche con lo sponsor Nike e sul suo nuovo futuro contratto con Uniqlo. E questo è stato uno dei connotati curiosi e divertenti che hanno caratterizzato il suo esordio al primo turno a Wimbledon, contro Lajovic: non solo ha vinto facile in tre set netti per 6/1 6/3 6/4, ma a fine match, quando è andato a firmare autografi, una ragazza lo ha avvicinato chiedendogli in un cartellone giallo la sua fascia; lui l’ha cercata nel suo borsone e gliel’ha donata divertito e sorridente, felice della vittoria agevole. Invece all’Atp di Halle non era riuscito ad esprimere questo tennis e man mano si era lasciato sorprendere da un coraggioso Coric, sempre più aggressivo, che ha spinto di più nei momenti clou del match venendo anche avanti a rete (a costo di sbagliare qualche volée clamorosa). Il merito dell’impegno è stato premiato, per il giovane tennista che è rimasto sempre concentrato e non ha mai mollato. Dopo il duro primo set e tie-break, Coric ha avuto un calo nel secondo set che ha perso per 6/3, ma poi è ritornato subito alla grande nel terzo dove ha dominato con un netto 6/2: evidente la delusione e l’amarezza dello svizzero, che si è complimentato tuttavia con il giovane e talentuoso avversario, dispiacendosi di non aver espresso il suo miglior tennis al massimo come sempre. Sicuramente il croato si era avvalso del ritiro in semifinale di Bautista Agut per infortunio sul 3-2 e gli ha giovato aver giocato così poco ed essere arrivato fresco all’appuntamento decisivo con lo svizzero. Invece il n.1 in semifinale se l’era dovuta vedere con un altro giovane talento emerso: quello di Kudla, che ha sconfitto solo per 7/6 7/5; tra l’altro lo svizzero nei quarti con lo stesso punteggio aveva eliminato Ebden, mentre Kudla a sua volta aveva battuto Sugita (per 6/2 7/5), in grado di rifilare un netto 6/2 7/5 a Thiem, e Coric aveva sconfitto il nostro Andreas Seppi (per 7/5 6/3); forse invece Bautista Agut ha pagato il duro scontro di quarti contro Chacanov (3/6 7/6 6/3 il parziale a favore dello spagnolo), che aveva rifilato un doppio 6/2 a Nishikori. Dunque fuori Thiem, Nishikori c’era più spazio per Coric, dopo che aveva eliminato al primo turno la testa di serie n. 2 Alexander Zverev per 6/1 6/4 (ma visibile il suo problema fisico alla coscia, con una doppia fasciatura e la fatica a correre evidente). Se Coric porta un po’ d’Italia in Germania (poiché si allena con Riccardo Piatti), ad Halle subito in apertura derby italiano tra Seppi e Matteo Berrettini: quest’ultimo perde dall’altoatesino per 6/3 7/5; sfortunato il romano anche nel sorteggio di Wimbledon dove, al primo turno, troverà Jack Sock (l’americano è testa di serie n. 18).
Se la vittoria ad Halle è un ottimo risultato e nessuno toglie valore e merito al croato, dall’altro lato è vero che subito in apertura a Wimbledon non è riuscito a replicare l’esito positivo di tale vittoria: infatti il croato partiva da testa di serie n. 16, ma ha perso immediatamente contro il Next Gen Medvedev per 7/6(8) 6/2 6/2, tre set netti di cui un tie-break seguito da un doppio 6/2 finale molto drastico sono un invito a Borna a migliorarsi perché i margini che ha sono tanti.
E proprio in vista di Wimbledon, oltre a Federer, sono da tenere a mente e d’occhio proprio i due finalisti dell’Atp del Queen’s: Marin Cilic e Novak Djokovic. Il serbo è assolutamente ritrovato e il croato è assolutamente in fiducia. Nole ha mostrato un’ottima forma fisica e mentale, i colpi da manuale di sempre e sembra sentirsi decisamente ritornato e pronto a lottare per riconquistare i primati del passato e la vetta della classifica mondiale a pieno regime. Questa è la buona notizia, che lo ha caratterizzato in maniera costante per tutto il torneo del Queen’s. Dall’altro lato deve continuare ancora a giocare tanto e il più possibile per ritrovare la resistenza dei tempi migliori. Nella finale contro Cilic, infatti, era partito molto bene, ma è sembrato accusare un calo fisico che gli ha provocato una fase di lieve appannamento che non gli ha permesso di vincere, ma gli ha fatto perdere una finale lottata e abbordabile assolutamente per lui. Cilic del resto era in forma smagliante e testa di serie n. 1; eppure Djokovic riesce a strappargli il primo set subito in apertura per 7/5, poi però nel secondo set lottano in equilibrio entrambi molto e si va al tie-break, ma Nole se lo fa ‘soffiare sotto il naso’ per 7 punti a 4; questo è il momento decisivo che farà rigirare la partita: il serbo si innervosisce, il croato ritrova fiducia e coraggio e prende sempre più campo; nel frattempo un po’ di sfortuna clamorosa per Nole e un po’ di stanchezza per il serbo, lo fanno sbagliare qualcosina in più che pregiudicherà l’esito del terzo set, che perderà per 6/3 (quasi come avesse ceduto rassegnato ad un certo punto, crollando stavolta anche fisicamente). Comunque l’ex n. 1 è assolutamente in corsa per Wimbledon con i più forti, dove può arrivare tranquillamente sino in fondo al torneo e fino agli ultimi turni (laddove non a conquistare il titolo come più volte in passato). Da notare al torneo del Queen’s l’arrivo in semifinale di Nick Kyrgios: l’australiano ha battuto al primo turno proprio Andy Murray in tre set (per 2/6 7/6 7/5); peccato che poi si sia preso una multa per imprecazioni in campo e apertura del codice di comportamento antisportivo per non aver giocato in campo, ma per aver buttato via i punti. Il giovane ‘aussie’ ha perso in semifinale contro Cilic con un doppio 7/6: il primo per 7 punti a 3, il secondo per 7 punti a 4; l’australiano cercava qui al Queen’s il riscatto dalla semifinale persa contro Federer a Stoccarda. Djokovic, invece, in semifinale a Londra ha battuto il francese Chardy per 7/6(5) 6/4, che aveva vinto il derby transalpino con Richard Gasquet nei Paesi Bassi all’Atp 250 di ’s-Hertogenbosch.

“Una vita spericolata” di Marco Ponti: tre giovani alle prese con il destino

vita spericolata filmÈ uscito nelle sale il 21 giugno scorso il film per la regia di Marco Ponti: “Una vita spericolata”. Nel cast: Lorenzo Richelmy, Matilda De Angelis, Eugenio Franceschini (che ha sostituito nel ruolo Domenico Diele, che inizialmente doveva avere la parte prima dei suoi problemi giudiziari e della condanna). Compaiono, però, anche Antonio Gerardi, Massimiliano Gallo e Michela Cescon.
Una storia di giovani e per giovani. Una commedia realistica (molto poco comica e più realistica), in cui non mancano gag divertenti e battute esilaranti, grazie anche alla verve spontanea degli attori, ma che è soprattutto una denuncia sociale aspra della situazione di stallo attuale che vive il nostro Paese, in cui soprattutto le nuove generazioni non trovano né un futuro né un possibile sbocco (professionale e umano di realizzazione). Per loro sembra quasi non esserci possibilità di trovare una propria identità e un proprio ruolo nella società. Tutto parte, come suggerisce il titolo, dalla citazione dell’omonima canzone di Vasco Rossi: “Una vita spericolata”, piena di difficoltà e di problemi da superare. Perché la vera protagonista è proprio la vita, in toto, a 360 gradi. “Forse questo film parla di una cosa sola: di quanto sia importante avere una vita intensa, dignitosa, generosa e, ovviamente, spericolata. Ho voluto incentrarmi -ha spiegato il regista Marco Ponti- sulla fase dell’esistenza in cui la vita stessa ti arriva addosso con la massima velocità possibile, adottando e descrivendo il tutto con uno spirito e un carattere adolescenziale”, che desse freschezza al film.
E la storia parte proprio da quando uno dei protagonisti si reca in banca. Roberto Rossi (Lorenzo Richelmy) è un meccanico la cui officina è in fallimento; gli pignorano la casa e perde tutto (anche la fidanzata Eva, Desirée Noferini, che lo lascia). Considerato da tutti un fallito e un buono a nulla, decide di prendersi il suo riscatto tentando proprio di chiedere un prestito alla banca. Lì incontra una giovane ragazza (Matilda De Angelis); ma il loro incontro si trasformerà prima in una lite con il personale e i responsabili della banca (rappresentati dal direttore interpretato da Michele De Virgilio), poi in una rapina non voluta, nata accidentalmente. Sorta per “divergenze di veduta”. I giovani partiranno in fuga, accompagnati dall’amico di Rossi (Bartolomeo, detto BB, alias Eugenio Franceschini), uno sfaticato ma buono d’animo e generoso. Inseguiti dalla polizia sognano di fuggire lontano: ci riusciranno? Arriveranno a coronare il loro sogno di libertà?
La situazione che si presenta è tragicomica, direi tragica, ma fa’ ridere dal nervosismo e dalla tensione palpabile. La banca non concede il prestito ai “poveretti” come Rossi; non vuole venirgli incontro ed investire (dando fiducia) – come dice il ragazzo- “nella vera risorsa del Paese: i giovani”. Quelli che lavorano in banca diventano degli “sciacalli”; non c’è giustizia: la polizia non è in grado di risolvere casi di corruzione e di traffico illecito di soldi riciclati (che tra l’altro circolano all’interno della stessa banca) o di droga; ma non è solo la corruzione, con l’arrivismo o il solo interesse personale privato che guidano ogni azione, il male dell’Italia. Il fatto è che neppure l’economia può crescere se “pochi hanno tanto e molti hanno poco”. E non è neppure il solo divario esistente (quello economico fra ricchi e poveri, fortunati e sfortunati), l’unico gap a dividere a metà il nostro Stato. C’è anche appunto il divario Nord-Sud, ma se si dice che “tutto il mondo è Paese” è vero che la situazione di stallo non cambia da Nord a Sud. Si parte da Torino e si arriverà in Puglia, ma non è che cambi poi molto. Inoltre non è devastata solo l’economia, il nostro Paese non è martoriato solo economicamente, ma anche dal punto di vista ambientale: “prima tracciano una riga sulla cartina, che poi diventa l’alta velocità che spazza via i piccoli paesi come il nostro” ragionano insieme Rossi e BB. E non sono solo i piccoli centri cittadini a ‘sparire’: intere fabbriche chiudono e un sacco di lavoratori vengono mandati a casa. La disoccupazione imperversa. E non è l’unico scempio. I ragazzi, disperati, si ‘vendono’, buttano via i loro sentimenti e la loro umanità, o finendo in mano alla malavita organizzata oppure sognando di andare a “L’isola dei famosi” o in tv, magari da Maria De Filippi. Questo è il loro sogno: la fama e la gloria, diventare noti sul piccolo e grande schermo; ma sono successi effimeri. Il personaggio di Matilda De Angelis, infatti, è una nota giovane attrice prodigio di telenovele di successo che non tutti riconoscono, ma che molti sfruttano. Il suo nome d’arte è “Soledad Agramante”. Soledad appunto, solitudine, come sono ‘sole’ e ‘solitarie’ le anime dei tre ragazzi protagonisti; loro sono alla ricerca della loro identità e il film è intramezzato da brevi narrazioni della loro vita vera: la verità sulla loro vita; ma non sappiamo mai davvero chi siano, soprattutto Soledad, che racconta tante storie, quante ne ha sentite, quante le bugie che le hanno raccontato. Eppure sono ragazzi che sognano solamente una vita normale. Ogni caso di cronaca è strumentalizzato dai media (la cui icona è la giornalista tv di cui veste i panni Stella Novari), dediti solamente allo scoop. Eppure al momento della rapina in banca, che non voleva fare, Rossi continua a gridare: “Non voglio i soldi! Non voglio niente!”, “Voglio solo andare via!”. E, prima di scappare, alle telecamere che li inquadravano e cercavano di strappargli una dichiarazione loro dicono solamente: “Siamo innocenti!”. È il grido sommesso, disperato e quasi rassegnato di una generazione allo sbaraglio. Non manca, poi, la pittura del mondo delle escort (di cui un po’ Soledad fa parte). Corpi venduti quasi al miglior prezzo e al miglior offerente in cambio del niente che hanno indietro se non delusioni, amarezza, rimpianti, dolore, umiliazione, frustrazione, vergogna, repulsione per se stesse di donne ‘mercificate’. Rimpiazzate subito poco dopo da altre vittime come loro: per quanto giovane talento prodigio, a soli 23 (o 25) anni Soledad è già vecchia, a lei si preferisce una 17enne uscita da Disney Channel che ha un botto di followers su Instagram. E così si sente una fallita, una che “ha avuto la sua grande occasione e l’ha sprecata”. D’altronde è lo stesso Vasco a ricordare in “Delusa” che: “Ehi tu ‘delusa’ attenta che chi troppo ‘abusa’ rischia poi di più”. E allora ci si chiede: appurato che “il mondo fa schifo”, un dato di fatto ormai purtroppo, ma “che cosa è successo a questo mondo?” ci si domanda. Se nessuno crede più in loro giovani (la banca non dà credito, crede solo alla burocrazia), nessuno la cerca e la vuole più per fare contratti (Soledad), per loro sembra finita. È davvero la fine di ogni speranza? Eppure lei (Soledad) non chiede poi tanto alla vita: sogna solo di avere l’ultimo I-phone 5 come desiderio massimo. Se la polizia (impersonificata dal capitano Greppi, alias Massimiliano Gallo) è incapace e corrotta essa stessa (almeno qui nel film nella parodia viene un po’ ridicolizzata per estremizzare i connotati tragici della situazione nazionale) e se l’interesse che sembra regnare è solo quello per il denaro, loro invece hanno ancora degli ideali: “sono i buoni”, come sottolinea più volte BB, che ama donare il denaro della rapina a tutti e sogna di poterne regalare un po’ anche ai bimbi poveri e bisognosi dell’Albania dove andranno a fuggire. Non solo, ma anche la donna più perfida (Elena Castiglioni, alias Michela Cescon), cattiva e ‘avida di sangue e di sofferenza’, odia ‘la violenza gratuita’ (cioè che non porta soldi), ma poi forse ci ripenserà. A tale proposito da notare il bacio (tipo quello di stampo mafioso di fedeltà al clan) che concede a Soledad: che sia lei (la Castiglioni) la sua vera madre, o lei (Soledad) è solo la figlia putativa che si è concessa per trovare una strada? In realtà ciò che accomuna i personaggi è che tutti cerano ‘amore’. Se il tema delle escort ad esempio ci ricorda quando Massimiliano Bruno lo affrontò con ironia in “Nessuno mi può giudicare” con Paola Cortellesi, sicuramente Ponti lo racconta in modo più serioso. Inoltre tutti i temi sono affrontati in maniera rapida, in rapida successione e sequenza senza soffermarvisi troppo, quasi accennati e non approfonditi (il che appesantirebbe i toni). Quasi a dire “Veloce come il vento” per citare il film che vede protagonista Matilda De Angelis con Stefano Accorsi. Forse perché lei stessa, va “veloce come il vento” (come dice Vasco nella canzone “Rewind”: “perché tu vai vai, veloce come il vento”); quasi a riavvolgere la sua vita (e quella degli altri due con lei), a ricominciare tutto da capo, da zero, azzerando e annullando tutta la sofferenza. E non è la sola. Infatti i tre si ritroveranno “a ridere e sorridere dei guai, proprio come non hanno fatto mai” (sempre per mantenere la linea tracciata dai brani del Blasco) perché “vogliono trovare un senso a questa vita anche se non ce l’ha e se non ha un senso domani arriverà, ormai è qua” (sempre per parafrasare le sue parole): loro tre insieme in fuga. Su una macchina a tutta velocità, guidata come un pilota di rally o di formula Uno da Eugenio Franceschini (BB). Allora potremmo pensare a un nuovo progetto che li vede protagonisti in “Veloce come il vento due” con Stefano Accorsi. Sicuramente essere al volante di quell’auto da corsa sarà stata un’esperienza emozionante indescrivibile, molto eccitante per il giovane attore. Ma non si può neppure escludere un sequel di “Una vita spericolata”, visto il finale aperto: magari lei incinta, in attesa di un figlio che non sa di chi dei due sia, a cui deve dare un futuro e dovrà affrontare le difficoltà di trovare un lavoro quale giovane madre con figlio a carico. E tutto ricomincia di nuovo. Perché, come ricorda Vasco, “stammi vicino e poi col tempo tutto si aggiusterà”. Se lo scenario sembra quello descritto da Vasco Rossi in “Sono innocente…ma”, a proposito della frase pronunciata proprio da Rossi nel film, loro capiscono bene che alla fine la lezione che più hanno imparato è che: “buoni o cattivi non è la fine, prima c’è il giusto o sbagliato da sopportare”.
Se sembra che “qui non arrivano gli angeli” (per dirla alla Vasco Rossi), c’è chi è ancora integerrimo ed agisce con integrità morale e fa rispettare le regole e viene in soccorso. Per ironia della sorte, se paiono esserci invece che angeli due demoni (gli uomini della Castiglioni Rambo e Rambo due la vendetta, alias rispettivamente Mirko Frezza e Alessandro Bernardini) loro agiscono “sempre in buona fede” (per citare una battuta del film). E saranno proprio la musica e la fede (cioè la religione) a salvarli -o forse no?-: la banda musicale durante la festa per il santo patrono in un paese della Puglia. E forse dunque non è un caso che il nome (o meglio il cognome) del protagonista interpretato da Lorenzo Richelmy (Roberto Rossi) possa essere al contempo un tributo al rocker Vasco oppure una citazione (solidale) al noto donatore benefico citato sempre nelle offerte per beneficenza (Mario Rossi) per donare il 5X1000 ad esempio alla Chiesa Cattolica (come un po’ sogna, come detto, BB). Del resto, se un minimo di romanticismo è accennato è rappresentato proprio da Soledad: “anima fragile” come canterebbe Vasco Rossi, delicata e sensibile in fondo, anche se si cela dietro la maschera della ‘cinica dura’. Se “non è niente male essere qui con voi” – dice a Rossi e BB -, si prende coscienza con amarezza che (nel bene e nel male però) “Niente è mai come te lo aspettavi”; parafrasando, potremmo dire, “Tutto può succedere” per citare un film in cui compare Matilda De Angelis (che si dimostra sempre più attrice giovane ma adatta a ruoli impegnati, che molto l’hanno fatta maturare artisticamente, professionalmente ed umanamente e che con coraggio ha fortemente voluto e ricercato; tra l’altro nel film “Una vita spericolata” c’è un’altra attrice della fiction con Matilda: Benedetta Porcaroli). Del resto tutto il repertorio di Vasco Rossi andrebbe bene e si potrebbe citare per questo film, lui sempre così attento al disagio giovanile. Qui, certo, questa problematica regna sovrana accanto a crisi economica, di valori morali, disoccupazione e quant’altro. Come poter riuscire a superare tutto questo? Si capisce che l’arma vincete è una sola: il coraggio, anche per (voler) andare via e fuggire. E questi tre ragazzi ne hanno da vendere, non hanno paura di affrontare nulla. Basterà? Soledad è la nuova “Sally” che sogna di vivere “Come nelle favole”. Sarà in grado di trasformare in realtà vera la favola che ha disegnato nella sua mente con la sua fantasia? Sicuramente un primo passo è la fuga da tutto ‘il male’: per far sì che si inizi ad avere una situazione di cambiamento per cui “c’è chi dice no” alla corruzione, al malaffare; come fanno loro tre, in un certo qual modo, scappando via. Per disegnare davvero “un mondo migliore”. Ma quanta strada c’è da fare, quanta fatica, non è affatto facile: “Eh già!” verrebbe da esclamare con Vasco. Ognuno dei tre sembra pensare il messaggio racchiuso nel brano: “Come vorrei”. Hanno bisogno di “Cambia-menti”, ma non è semplice attuarli. Per loro è tutto un andare e venire come ne “Il mondo che vorrei”. I giovani come Soledad e i suoi amici sono in grado di insegnare agli adulti come il suo manager Leonardi (Antonio Gerardi) ‘lezioni morali’ importanti proprio coi loro esempi di coraggio; ma Gerardi stesso non si dimostrerà da meno, anzi sarà e si comporterà come un vero padre per Soledad. E questo film sembra proprio disegnato sul repertorio musicale di Vasco Rossi: un viaggio attraverso le sue canzoni per conoscere meglio il disagio giovanile; un regalo indiretto (o forse voluto?), dunque, del regista, per tutti i fans del Blasco; che sicuramente avrà successo. Per promuoverlo al meglio forse basterebbe un pensiero di Matilda De Angelis per tutte le giovani ragazze come lei che sognano di intraprendere la sua strada. La giovane attrice non ha nascosto -in un’intervista a Mattia Pasquini di “Amica”- di “odiare l’ipocrisia” e amare viceversa la correttezza, la precisione e il rigore (compresa la puntualità agli appuntamenti). Già questo basterebbe, anche se le recenti parole di Anna Falchi hanno rincarato molto la dose inasprendo i connotati della vicenda (reclutamento giovani talenti e attrici): “per fare tv oggi ti ci vuole un potente, come manager o come amante” ha asserito senza mezzi stermini a “Tv fan page”.

Torneo di Stoccarda a Federer. Bene Gasquet e Krunic nei Paesi Bassi

roger federer stoccardaL’assenza dai campi non ha influito negativamente sul ritorno di Roger Federer. Lo svizzero, dopo lo stop per la stagione sulla terra rossa, torna a giocare sull’erba a Stoccarda. Perfettamente a suo agio sulla superficie, in una forma fisica ottima (fisico asciutto, freschezza agonistica, sembra ringiovanito), disegna il campo che è una bellezza. Sicuro al servizio, quando lascia partire il dritto si apre il campo (ma anche col rovescio, in accelerata con quale dei due fondamentali gli capiti prima) e va a chiudere col passante di rovescio o in avanti a rete con la volée o lo smash. Solitamente è questo il suo schema vincente, ma non disprezza il serve&volley. Specialmente sull’erba diventa in-giocabile e neppure il potente dritto di Milos Raonic (fino a 137 km/h) riesce a fermarlo e ad impedirgli di alzare la coppa in Germania. Per 6/4 7/6 si aggiudica il suo 98esimo titolo in carriera. Più lottato il secondo set perché lo svizzero si è complicato un po’ la vita insistendo di più appunto proprio sul dritto micidiale del canadese; tuttavia ha saputo giocare meglio i punti decisivi e fondamentali: il talento dell’elvetico è indiscusso, ma sicuramente la sua arma vincente per essere un campione così “longevo” è proprio la forza mentale più che la tecnica ineccepibile e straordinaria, un’esperienza che non si può insegnare. Ed in questo insegna molto la semifinale contro l’australiano Nick Kyrgios: una dura battaglia terminata solamente al terzo set (6-7 6-2 7-6) e dopo due tie-break in cui non sono mancate le occasioni al giovane ‘Aussie”; non facile rimontare, sotto di un set, per il n. 1 del mondo contro il re degli aces, perfettamente a suo agio sull’erba. Anche al successivo torneo di Halle, sempre in Germania, parte bene e continua la sua corsa ad accumulare vittorie su vittorie: vince facile il primo turno contro Aljaz Bedene per 6/3 6/4. A Stoccarda è bastata un’ora e venti minuti circa al 36enne svizzero per completare quella che era la sua 148^ finale (record di e per pochi altri tennisti) e portarsi a casa la ‘Mercedes Cup’ (con la macchina in palio con cui è tornato a casa prima di ripartire appunto per Halle).
Se Federer è il re di Stoccarda, nei Paesi Bassi (all’Atp 250 di ’s-Hertogenbosch, Atp 250 proprio come quello appena citato di Stoccarda con un montepremi di 656mila euro e poco più, circa), invece, vi sono due trionfatori: Richard Gasquet (che si aggiudica il derby francese contro Chardy) e Aleksandra Krunic (che si era imposta al Foro Italico sulla nostra Roberta Vinci). Ma vediamo meglio nel dettaglio cosa è successo.
La finale maschile nei Paesi Bassi a Gasquet. Gasquet va subito avanti nel punteggio e si porta in vantaggio per 4-2 nel primo set; ma a questo punto Chardy fa contro-break, però poi perde di nuovo il servizio e manda il connazionale a servire per il primo set. Grazie a due passanti strepitosi di Gasquet (prima di dritto incrociato e poi di rovescio) si aggiudica il primo set definitivamente; da segnalare anche un recupero straordinario su una volée, con il rovescio in corsa che mette all’incrocio delle righe prima di riportarsi di nuovo in vantaggio. Non bastano i dritti potenti (anche a 147 km/h) di Chardy, che spreca le occasioni di break che ha. Nel secondo set, infatti, Chardy va addirittura avanti 5-3, ma si fa rimontare prima 5-4 poi 5-5 ed è tie-break; ma Gasquet nel tie-break va subito avanti e lo conquista abbastanza tranquillamente.
Il momento clou che però ha fatto svoltare e ‘rigirare’ il match e il secondo set (ovvero annullando la possibilità di allungarlo al terzo set per Chardy e di ritornare in partita e rimontare, per poi andare a vincere) è stato proprio quando è andato a servire sul 5-3. Chardy conduceva per 40-15 sul 5-3, ma -prima un passante incredibile di Gasquet- poi soprattutto una palla chiamata out sulla sua seconda di servizio lo ha fatto particolarmente innervosire (dopo un errore di rovescio, che ha mandato lungo), facendogli perdere il controllo, i nervi e la concentrazione. Ha dato così la palla break a Gasquet, che poi se ne è procurata un’altra con uno straordinario passante di rovescio incrociato in cross ad uscire a cui è seguito il doppio fallo di Chardy che, al cambio campo, ancora discuteva di quella palla (la seconda di servizio) con l’arbitro. Gasquet ha completato, successivamente, a 15 il recupero sul 5-5 (con un ace).
Il tie-break che ne è derivato si è svolto così: 1-0 Gasquet, 1-1, 2-1 Gasquet (su un errore in risposta di Chardy), 2-2 (Gasquet manda lungo un recupero di rovescio), 3-2 Gasquet con uno stupendo passante di dritto rasoio alla rete, errore di dritto di Gasquet ed è 3-3, 4-4 con una bella volée di Gasquet, errore dritto di Chardy e Gasquet va 5-4 (due match points con il servizio a disposizione), ace di Gasquet ed è 6-4 per lui, poi 6-5 con Chardy che si aggiudica il punto con un dritto in attacco in avanzamento, 7-5 Gasquet con un recupero su una palla bassa di dritto che trasforma in demi-volée in attacco in controtempo che non riesce a prendere Chardy, su cui non arriva decretando, così, la vittoria definita del connazionale francese.
Tra l’altro, qui ad ‘s-Hertogenbosch, Gasquet (testa di serie n. 2) aveva battuto il giovane greco Stefanos Tsitsipas (testa di serie n. 5) per 7/6(2) 7/6 (4) ai quarti e Bernard Tomic in semifinale per 6/4 6/7(8) 6/2 (semifinale dura e molto combattuta che, ciononostante, non gli ha impedito di vincere la finale).
La finale femminile di ‘s-Hertogenbosch. Ad imporsi è la serba Aleksandra Krunic (testa di serie n. 7), in grado di battere in semifinale niente di meno che la testa di serie n. 1 Coco Vandeweghe in tre set per 2/6 7/6(4) 7/6(1): la statunitense è sempre una giocatrice temibile, soprattutto ha dimostrato di esserlo particolarmente sull’erba, superficie che predilige e che ben si confà al suo schema tattico aggressivo, al suo tennis d’attacco e al suo gioco basato sempre sul ricercare il colpo vincente con pochi scambi (dunque un risultato che vale doppio per la Krunic). Poi altri tre set sono serviti alla serba per aggiudicarsi la finale del torneo e imporsi sulla belga Kirsten Flipkens, che va avanti di un set nel primo parziale subito per 7/6; poi la Krunic rimonta, prendendo sempre più terreno riuscendo a fare il break decisivo che la porterà sul 7/5 (dopo un parziale in equilibrio ancora, ma in cui la Flipkens concede qualcosina in più, facendo qualche errore in più). Poi dilaga per 6/1 nel terzo e decisivo set, andando subito 4-1 e poi 5-1. Impegno premiato per la giovane atleta, che non ha mai mollato, ma è stata più incisiva quando è servito, approfittando del momento di cedimento dell’avversaria e di ogni suo ‘regalo’ (ogni gratuito concesso), entrando sempre più in partita fino a dominare nel terzo e decisivo set. La serba, a soli 25 anni, sale così alla posizione n. 44 del mondo e si impone nel torneo, nonostante una vistosa fasciatura al braccio. Inutile non associare e far tornare alla mente il ricordo che la lega all’Italia. Infatti la Krunic agli Internazionali Bnl d’Italia di quest’anno, lo scorso maggio, ha affrontato proprio la nostra Roberta Vinci nella sua ultima partita che ha disputato prima del ritiro definitivo ufficiale dal tennis giocato. In quel turno la serba ha trionfato con il punteggio di 2-6 6-0 6-3, parziale che ha entusiasmato ancor di più tutti i fans azzurri che hanno sperato nella vittoria dell’atleta di casa.

Wind Music Awards: ‘besitos’, tanti premi e nuove ‘categorie’

conti-e-incontradaNuova edizione dei “Wind Music Awards”, condotta sempre insieme da Vanessa Incontrada e Carlo Conti; all’insegna della tradizione, nella forma consona. Dai “besitos” della Incontrada ai bacetti sulle labbra scambiatisi a fine puntata dai due presentatori. Se gli ascolti sono stati un po’ in calo, intorno al 18% di share (18,1%) e con una percentuale di spettatori inferiore ai 4 milioni di spettatori (pari circa a 3.752.000 spettatori), non sono diminuiti invece i premi assegnati. Nella prima puntata incetta ha fatto Claudio Baglioni (anche per il suo Sanremo condotto quest’anno) in particolare, con quasi una decina di premi ricevuti; nella seconda gli ha fatto eco in particolare Coez. Poi, nella serata d’esordio, c’è stata Laura Pausini che ha presentato il nuovo singolo. Ma a tutti quanti gli ospiti sono stati assegnati molti più riconoscimenti degli anni passati. Quello che è buono, dall’altro lato, è che sono stati forniti anche per categorie nuove: innanzitutto a veterane come Fiorella Mannoia, ma pure per la sua veste di produttrice, non solo per la sua musica; il premio le è venuto da parte dell’Associazione fonografici: “non solo come artista raffinata e di grande successo, ma anche nella sua veste di produttrice indipendente”. Del resto anche il singolo che ha cantato, “I miei passi”, è un pezzo dal sound insolitamente pseudo-elettronico. Oppure quello ad Enrico Brignano per il suo spettacolo teatrale, ribadendo e sottolineando l’importanza di una tale forma di arte, il teatro appunto, esempio di massima levatura di cultura; il comico ha ricevuto lo speciale premio “Biglietto d’oro” per la stagione teatrale 2017/2018, che ha raccolto addirittura 161.853 spettatori al suo spettacolo “Enricomincio da me”. Inoltre da rilevare l’attenzione ai giovani, come Federica Carta (premiata per il suo album), che si è esibita prima con Shade in “Irraggiungibile” e poi con la band dei La Rua (di “Amici”, composta da: Daniele Incicco, William D’Angelo, Davide Fioravanti, Nacor Fischetti, Alessandro “Charlie” Mariani e Matteo Grandoni) in “Sull’orlo di una crisi d’amore”: la canzone unisce folk e rock e la voce di Federica le si adatta benissimo – ha spiegato Daniele -. Il brano, con l’altro singolo “Molto più di un film”, anticipa il secondo album della cantante romana arrivata terza al talent di Maria de Filippi lo scorso anno (a cui partecipò lo stesso gruppo de La Rua); inoltre c’è stata anche l’uscita di un libro (“Mai così felice”) dal titolo quanto mai indicativo dello stato attuale che sta vivendo e un ruolo come conduttrice del programma di Rai Gulp “Top Music”; oltre all’essere impegnata nella colonna sonora della nuova serie di Disney Channel “Penny On M.A.R.S.” (in onda dallo scorso 7 maggio alle ore 20.10). Tuttavia questa edizione ha regalato anche attenzione ad artisti stranieri, come quello internazionale rumeno: Mihail, con il suo splendido singolo “Who you are”.

Inoltre particolarmente importanti, tra i premi assegnati (come quello Fimi a Baglioni o della Siae), quello per il live a Coez e l’altro – sempre all’artista romano – (oltre ai WMA per “Le Luci della città”, per “Faccio un casino”, per il singolo “La musica non c’è”), ancor più inedito: il premio dei Produttori Musicali Indipendenti italiani (PMI); con la seguente motivazione: “per la ricerca e lo sviluppo delle nuove tendenze musicali italiani”. Il premio per il live, inoltre, va a pochi e a riceverlo è stata una cantante del calibro di Elisa. Due momenti hanno poi colpito. Quando per la premiazione dei TheGiornalisti, per il live, dopo che si sono esibiti in “Completamente” e in “Riccione”, hanno fatto salire Giorgia, una bambina loro fan che ha cantato interamente tutte le loro canzoni. Dopo, sicuramente, la performance di Ermal Meta in “Dall’alba al tramonto” ha molto convinto il pubblico. Da sottolineare il premio del WMA per il singolo “La Cintura”, che ha ottenuto niente di meno che il platino digitale, ad Alvaro Soler. E quello a Fabri Fibra: il premio Earone per il maggior numero dei passaggi in radio. Se la pioggia ha “danneggiato” la prima serata, la seconda è stata “rovinata” dal blackout che ha colpito l’intera Rai.

Il successo di tali artisti e di simili brani ci fa venire in mente che i Wind Music Awards sono sempre più il nuovo “Music Summer Festival”, tanto che potremmo coniare il neo nome di Wind Music Summer Awards e che tra due settimane, ovvero martedì 26 giugno, ci sarà un altro appuntamento chiamato Wind Music Awards-Summer condotto da Federico Russo e Marica Pellegrinelli; i due sono stati ospiti della seconda e ultima puntata dei Wind Music Awards, condotta da Vanessa Incontrada e Carlo Conti. Proprio il presentatore, infatti, sarà impegnato martedì prossimo (19 giugno) con “Con il cuore-nel nome di Francesco”, come ogni anno in diretta direttamente da Assisi. Infine si è trovato spazio anche per fornire uno sguardo sulla musica a tutto tondo, ricordando più volte l’altro importante appuntamento (già preannunciato da un anno a questa parte) con: “Pino è”, omaggio a Pino Daniele; tanto che si è concluso con la canzone (in cui si è esibito Biagio Antonacci) “Napule è”: perché Pino è Napoli e Napoli è colori di emozioni. Infatti, non a caso, molti sono stati gli artisti che gli hanno voluto rendere un tributo tra cui c’era anche Ornella Vanoni, che ha detto che una parola che associa al grande artista scomparso è proprio “emozioni”: quelle che ha sempre regalato al pubblico. Alcuni rapper come J-Ax e Clementino lo hanno voluto ringraziare perché ha regalato loro l’ultima canzone che abbia scritto prima di scomparire. Il primo ha, poi, associato la sua musica alla poesia, non solo per la melodiosità che la contraddistingue, ma perché la musica come la poesia è eterna: “Muore il poeta, ma non la sua poesia perché essa è eterna come la vita”, immortale pertanto. Elisa ha inoltre voluto raccontare un aneddoto: adorava (come lei, nello stesso posto anni dopo) sedersi su una panchina in un giardino che un giardiniere sistemava tutte le mattine e guardare nel vuoto all’orizzonte senza parlare, muto perché amava il valore e l’importanza del silenzio, il suo ‘rumore’, la sua valenza così come il peso delle pause tra una parola e un’altra, pregno di significato e in grado di fornire valore aggiunto, maggiore senso alle cose e alle parole stesse. Altri artisti, più giovani, hanno voluto riportare l’emozione di esibirsi al suo fianco, rimarcando la sua enorme e profonda umanità, in grado di mettere tutti subito a suo agio con una risata e un sorriso di solidarietà; la sua voglia di collaborare con più artisti possibili e contaminare il genere musicale delle sue canzoni e della sua produzione artistica. Tra i nomi che vi hanno preso parte: Claudio Baglioni, Giorgia, Emma, Alessandra Amoroso, Il Volo, oltre ai già citati Biagio Antonacci, Ornella Vanoni, J-Ax e Clementino, per citarne solo alcuni e i principali suoi “amici” più stretti e confidenziali. Non sono mancati, infatti, anche reperti d’epoca, filmati che riproducevano sue antiche esibizioni oppure interviste o curiosità più inedite. Molte curiosità sono state svelate in una piazza gremita dove non tutti i fan, purtroppo, sono riusciti ad entrare.

Amici 2018: tonfo audience e vince Irama

In dieci anni calano visibilmente gli ascolti di un format ormai ‘datato’. La finale di Amici 18 è stata vista da una media di 4 milioni e 872 mila spettatori (share 25,1%), mentre nel 2008 la media è stata di 7 milioni e 187 mila spettatori (35,38% di share). Fa riflettere come il calo sia graduale e costante. Nel 2017, ad esempio, gli ascolti andarono meglio di quest’anno (28,5%). L’anno prima ancora meglio (29,2%). Nel 2015 ben 6.536.000 spettatori e 34,2% di share.

iramaSulla 17^ edizione del talent condotto da Maria De Filippi, “Amici”, piovono “Piume”: quelle del vincitore Irama, che ama indossarle e che vengono un po’ citate nel titolo del suo nuovo album “Plume” (ma dove compare anche la parola lume, ovvero luce, serenità in fondo al tunnel). Il giovane accede alla fase della finalissima senza dover sostenere nessuna sfida prima. A tutto ritmo, dunque, e da favorito rispetta appunto il favore dei pronostici. Il suo nome d’arte, infatti, in malese significa ritmo, oltre ad essere l’anagramma di Maria (in onore della De Filippi potremmo dire, ma soprattutto del suo nome di battesimo: Filippo Maria Fanti). A parte i giochi di parole, la sua è una storia di riscatto ed è questo forse che ha colpito. Il giovane di Carrara, dopo il successo, ha avuto problemi – ora chiariti – con la Warner, la sua casa discografica; non è stato facile per lui uscire da questo periodo di crisi e “Amici” gli ha dato proprio questa possibilità. Nel 2016 partecipa tra le “Nuove proposte” di Sanremo (battuto proprio da Ermal Meta, in giuria ad Amici, con “Odio le favole”) con “Cosa resterà” e poi al Coca Cola Summer Festival con “Tornerai da me”, dove invece si impone sia su Ermal Meta che su Madh. Quest’anno, durante la sua partecipazione al programma di “Queen Mary” ha presentato i singoli “Un giorno in più” (che lo porterà ai vertici della classifica iTunes), “Che ne sai”, “Che vuoi che sia”, “Un respiro” e “Nera”, contenuti nell’EP “Plume”. Ottiene anche il premio di radio 105, ma queste ultime canzoni sono per lui particolarmente importanti: “Nera” perché ama emergere proprio per il ritmo, la musicalità che trascina dei suoi brani, ballad dal sapore fresco, sensuale, estivo, che si candidano a diventare veri e propri tormentoni dell’estate; la seconda perché mostra la sua parte più profonda e sensibile, la sua vera anima emotiva. E lui stesso ha detto di voler essere apprezzato più che per il suo aspetto fisico affascinante, più che per il “colore” delle sue canzoni con il loro ritmo, per i contenuti, per le parole e le emozioni che vogliono comunicare e che suscitano in lui. Durante i ringraziamenti finali, dopo la vittoria, ha detto: “Quello che conta è rialzarsi. È stato un percorso incredibile e voglio ringraziare soprattutto Maria: sei una persona speciale”; concetto ribadito poi scrivendo ancora: “grazie per aver creduto nella mia musica, l’unica cosa che ho” (ma ne dubitiamo, poiché ha molte altre doti da vendere). “Spero – ha aggiunto visibilmente emozionato e contento – che sia solo l’inizio di un percorso, di qualcosa di bello per tutti noi”. Poi ha proseguito, commosso, con un pensiero ad un’altra persona speciale: “Ho pensato tutta la sera, mentre cantavo, alla persona per cui ho scritto il brano ‘Un respiro’, ovvero mia nonna a cui ero molto legato, perché penso che il ricordo sia qualcosa che rimanga per sempre e il suo, di sicuro, lo resterà”; concetto che ribadisce anche in “Che vuoi che sia” quando dice: “di una cosa sono certo un po’ mi dà conforto che due persone non si possono dividere finché esisterà il ricordo”. E non è un caso che anche il premio 105 gli sia stato conferito – come si può leggere nella motivazione –: “per il carattere e la grande personalità, perché è un artista completo che sa scrivere molto bene, coraggioso, che ha saputo reinventarsi” e conquistare il pubblico, arrivando e riuscendo ad instaurare con esso un’empatia particolare. Non è, pertanto, neppure una coincidenza che si sia imposto sulla finalista Carmen con il 63% dei voti contro il 37% dell’altra. Ed, ovviamente, poi un ringraziamento speciale non poteva che andare a tutti i suoi fan che lo hanno votato, come ha scritto sulla sua pagina FB: “Semplicemente grazie. Inizia adesso un nuovo percorso, ma con una grande differenza: ora ci siete voi con me”.

Sicuramente quello che è emerso è che “Amici” ha saputo tirare fuori il meglio e la grinta da giovani riservati e introversi, timidi, proprio come i due finalisti: Irama e Carmen. Il primo è stato definito vero “animale da palcoscenico” per come ha saputo muoversi e tenere il palco; ma, di certo, la finalissima ha regalato le migliori esibizioni di sempre dei ragazzi in tutte le puntate: Irama in “Un giorno in più”, Carmen in “Caruso” prima e poi – scatenatissima – in “Quando finisce un amore”, ad esempio. A Carmen è andato anche il premio dell’Università e-Campus (sponsorizzata dalla ballerina Elena D’Amario, che la pubblicizza): una borsa di studio per poter frequentare uno dei corsi di laurea triennali disponibili nell’ateneo. Poi veniamo agli altri due: Lauren, vincitrice della categoria danza, che non solo è riuscita a conquistare il titolo a pieno regime di “vera ballerina” nonostante le critiche di Alessandra Celentano per il suo fisico non esile (ma in forma diciamo noi), si aggiudica anche il Premio Vodafone della critica da 50mila euro e nella sfida della finale contro Einar canta pure. Forse a quest’ultimo sarebbe potuto essere attribuito qualche riconoscimento, così da premiare tutti e quattro i finalisti, ma comunque per loro c’è stata la possibilità di far ascoltare i loro inediti (oltre ai singoli con cui si sono presentati) e di cantare cover importanti di artisti immortali come Vecchioni (Irama), Cocciante o Dalla (Carmen) ad esempio. Però forse Einar è stato penalizzato dal fatto che i professori non sono rimasti abbastanza soddisfatti da come sia riuscito ad esprimersi e comunicare le sue emozioni, che comunque tutti erano certi avesse, pur apprezzando la semplicità e genuinità di questo umile ragazzo. Sensibile come tutti gli altri del resto. E proprio i professori sono stati protagonisti di uno dei momenti più esilaranti di tutte le serate e nella storia di “Amici”: quando, in un video, si sono andati a ripescare ad esempio Alessandra Celentano, Garrison e Rudy Zeri da giovani alle prese con alcune delle loro prime interpretazioni.

È stata forse, per quanto criticata, una delle edizioni più belle di “Amici” per varie ragioni. Ha trionfato con ascolti soddisfacenti nonostante il cambio di giornata in cui è andata in onda nella semifinale (spostata per la partita da sabato a domenica) e della finale al lunedì. Maria vorrebbe fortemente lasciare l’appuntamento del sabato sera e posizionarsi la domenica o un altro giorno, vedremo che cosa si deciderà. Poi per i momenti comici con le straordinarie interpretazioni di Elisa, Giulia Michelini e Marco Bocci. Poi per il momento di intrattenimento di Geppi Cucciari, in cui ha fatto commuovere anche Maria De Filippi che si è raccontata in un’intervista semi-seria e ha parlato di quanto le manchi la madre, di quanto al liceo copiasse mentre all’università fosse bravissima: voleva fare il magistrato, ma è stata bocciata all’esame, però si è laureata con 110 e lode in Giurisprudenza. Scegliere tra “C’è posta per te” e “Amici” non saprebbe, il suo cuore è diviso a metà. Poi per i momenti seri con le recitazioni ed interpretazioni dei giurati (da Marco Bocci a Giulia Michelini) con la lettura di poesie e di lettere o il racconto di storie commoventi, per affrontare temi importanti come la violenza sulle donne e la malattia, ma anche quelli per combattere i disturbi alimentari legati alla non accettazione di un fisico non perfetto e/o da modelli: ballerini non proprio filiformi hanno ballato più volte sul palco davanti al pubblico, esprimendo un carisma che molto è stato apprezzato.

Di questa 17^ edizione non resterà solamente la sorpresa di Laura Chiatti al marito, ma anche il pensiero del primo ministro canadese Justin Trudeau ai giovani, che Maria ha voluto leggere a memoria del compito che essi hanno, del dovere e del diritto che spetta alle nuove generazioni al cambiamento e al ruolo di promotori di un impegno sociale collettivo. Per loro c’è sempre una prospettiva positiva e di speranza, anche nelle massime difficoltà e anche dopo le sconfitte. Basti pensare, ad esempio, che nella memoria dei fans di “Amici” non rimarrà solo impressa la storia d’amore e il suo romanticismo tra Emma e Biondo, oppure i video che i rispettivi familiari hanno inviato (in lacrime) ai propri ragazzi mano a mano, ma ugualmente il fatto che – ad esempio – anche dopo l’uscita dal programma c’è sempre una strada possibile da percorrere tutta in crescita per loro; sebbene, per esempio, una voce eccezionale come quella di Emma non abbia vinto, con qualche contestazione pure condivisibile che possa esservi stata, però lei ha subito avuto l’occasione della sua vita: il contratto con la casa discografica Warner Music. E poi ha trovato l’amore: che vogliamo di più!? A volte la fortuna arriva, basta solo saperla accogliere e intravedere. Ma a volte la vita rivela anche qualche triste “perdita”: come il ballerino Andrea Muller, che ha detto di voler lasciare la scuola per futuri impegni prossimi a venire in altri progetti diversi. Tra l’altro già scalpore aveva fatto l’uscita del ballerino Bryan (molto voluto dalla Celentano). Ed a proposito di danza, sono molto in tema le parole, pubblicate sul sito ufficiale della trasmissione, del coreografo Luca Tommassini (e le sue coreografie molto hanno lasciato esterrefatti, a bocca aperta e senza parole per il loro splendore): “Io adoro scoprire e aiutare i piccoli sognatori a creare un grande sogno”. E che dire del titolo della canzone e del suo messaggio che hanno cantato insieme nel finale i cantanti della giuria e che molto ha commosso perché molto toccante: “Ragazzo mio” di Luigi Tenco, sulla difficoltà di inseguire una passione, i sogni, cantata all’unisono da: Ermal Meta, Elisa Paola Turci, Emma, Alessandra Amoroso e Giusy Ferreri. Con l’invito, nelle parole finali, a: “non essere anche tu un acchiappanuvole che sogna di arrivare non devi credere, no, no, no non invidiare chi vive lottando invano col mondo di domani”, cioè lottare per i propri desideri con convinzione ed impegno, senza essere un perditempo con la testa fra le nuvole che spera e basta senza far poi nulla o molto per realizzare e inseguire i suoi sogni. Di certo, invece, al contrario è piaciuto meno l’intervento degli pseudo-comici Amedeo e Pio e la querelle tra la Celentano e la Parisi.

Roland Garros 2018: 11 volte Rafa. L’impresa di Ceck, il riscatto di Simona

nadal

Un Roland Garros 2018 memorabile per tanti motivi, anche grazie ad una nota d’azzurro merito del nostro Marco Cecchinato. Il “Ceck”, come tutti lo chiamano affettuosamente, è arrivato infatti ben oltre l’immaginabile, spingendosi fino alle semifinali ed arrendendosi solo a Dominic Thiem. Il tennista siciliano ha combattuto alla pari per ben due set interi con l’austriaco e perdendoli per 7/5 e 7/6, con molte palle break e set points a disposizione, prima di crollare per 6/1 nel terzo set; dopo due ore di gioco, infatti, nell’ultimo parziale si è ritrovato sotto 5/0 dopo solamente un quarto d’ora di gioco, indice di quanto fosse stremato. Rassegnato, ma soddisfatto, sicuramente stanco, ha alzato le spalle come un atleta che aveva dato tutto e a cui non restava che accontentarsi e godersi l’ottimo risultato raggiunto, sapendo di aver fatto tutto il possibile per inseguire la finale; un sapore dolce-amaro per lui, che aveva intravisto l’impresa ancora più miracolosa di poter persino strappare un set al n. 8 (ed ora n. 7) del mondo. Perdere per ben 12 punti a 10 il tie-break del secondo set di certo gridava vendetta, ma il palermitano non ce la faceva davvero più: provava a spingere più sui colpi, a scorciare gli scambi cercando subito la soluzione vincente; ma stavolta i colpi gli uscivano anche di un soffio e le palle corte non passavano la rete per poco; in più aveva corso tantissimo e tirato di velocità e potenza per tantissime ore sul campo, contro molti top ten e altri campioni (non ultimo Novak Djokovic). Con condizioni meteo difficili (dal caldo asfissiante, alla pioggia umida che ha provocato l’interruzione dei match, sospensione che ha portato anche al rinvio alla giornata successiva, con partite stravolte in quanto in condizioni totalmente differenti appunto).

Ora Cecchinato ha raggiunto la posizione n. 27 del mondo, in pochissimi mesi, un record che conferma anche la precedente vittoria all’Atp di Budapest (su Millman per 7/5 6/4) e dunque che non è una meteora, ma un vero e proprio talento che il capitan Barazzutti dovrà tenere in considerazione in vista dei prossimi appuntamenti di Coppa Davis. Il suo servizio e i suoi aces, il suo dritto, ma particolarmente i suoi passanti di rovescio ad una mano, le sue smorzate, hanno impressionato positivamente il pubblico parigino e mondiale; le sue straordinarie capacità difensive, la sua enorme regolarità da fondo, ma anche la sua capacità di attacco e di aggressività al momento giusto, lo hanno reso un tennista completo, in grado di competere con chiunque e di essere temibile anche dai più “grandi”: solo un Thiem al meglio della forma ha potuto arrestare la sua ascesa e corsa verso il sogno, ossia bissare l’impresa che riuscì a Francesca Schiavone nel 2010. Un percorso iniziato in salita per Marco, ma terminato con il conseguimento di un importante obiettivo raggiunto di crescita professionale, innanzitutto: solo l’esperienza di poter continuare a giocare a questo alto livello, tanti altri Grand Slam e tanti altri Roland Garros in primis, gli darà quell’abitudine a competere a ritmi così elevati, che lo renderanno ancor più tennista da top ten, cui sicuramente ambisce e traguardo che ora può assolutamente porsi e che intravede con più facilità più vicino. Già ai 64esimi, qui a Parigi, aveva dovuto rimontare al quinto set Marius Copil, due set sotto nel punteggio: dopo aver perso i primi due per 6/2 e 7/6, è andato a vincere gli altri tre per 7/5 6/2 e ben 10 a 8 nel quinto e ultimo; più facile poi imporsi sull’argentino omonimo Marco Trungelliti: netto il parziale di 6/1 7/6 (ma ha concesso solamente un punto all’avversario) e di nuovo 6/1; dopo è stata la volta dei campioni: prima ha eliminato Carreno Busta per 2/6 7/6(5) 6/3 6/1; un solo set ha lasciato anche a Goffin agli ottavi, che ha battuto per 7/5 4/6 6/0 6/3 (sicuramente quel ko al terzo set rimarrà nella storia, dove ha espresso davvero il suo miglior tennis, diventando in-giocabile per il belga); dopo quattro set ha costretto anche il ritrovato campione serbo Novak Djokovic ad arrendersi ai quarti:; l’azzurro parte bene e si porta avanti per 6/3 7/6, poi ha un calo e Nole rimonta con un duro 6/1 al terzo set, infine al quarto si va nuovamente al tie-break – lottatissimo – che l’italiano conquista per 13 punti ad 11, con il serbo a un passo dal completare la rimonta ed allungare il match al quinto, il che forse lo avrebbe potuto persino vedere favorito a quel punto: bravo Ceck a riconcentrarsi, ritrovare le energie e riordinare le idee e spengere l’entusiasmo del serbo. Battere teste di serie del genere, in un torneo del genere, è da pochi. Il tutto, in più, a soli 25 anni. Fin dove potrà arrivare nessuno lo sa, sicuramente però il tennis italiano ha trovato un nuovo beniamino da aggiungere agli altri.

Dopo questa piacevole parentesi per noi italiani, veniamo ai vincitori. Innanzitutto partiamo proprio dal settore maschile, che ha visto affrontarsi in finale proprio l’austriaco Dominic Thiem opposto al campione di sempre: lo spagnolo Rafael Nadal. Rafa è riuscito ad alzare la coppa per l’undicesima volta qui a Parigi, dominando completamente la finale, giocando alla perfezione ogni colpo, respingendo ogni palla insidiosa dell’avversario. Prima di lui, ci riuscì otto volte solo il francese Max Décugis, prima del 1968. Da parte sua, Thiem guadagna una posizione in classifica e diventa il nuovo n. 7. Evidente la commozione di gioia di Nadal, ma Dominic si è reso protagonista di uno dei più bei ringraziamenti finali di sempre: “complimenti a Nadal, hai fatto qualcosa di straordinario per questo sport, la tua vittoria è stata un evento nella storia del tennis, una pagina importante che hai scritto giocando in maniera eccezionale; è stato un onore perdere contro di te e vorrei avere un’altra opportunità il prossimo anno per poter provare di nuovo ad affrontarti in finale e vincere, giocando di nuovo contro di te; spero il prossimo anno di riuscire a ringraziare il pubblico in francese. Per il momento un po’ di amaro per aver perso qui sia la finale juniores che quella dei professionisti adulti quest’anno” – ha detto, più o meno parafrasando le sue parole letterali, davanti agli occhi della sua fidanzata commossa Kiki Mladenovic -. Rafa è, così, l’indiscusso ‘moschettiere’ del Roland Garros, alzando ancora una volta la Coppa dei moschettieri dei campioni, anche se i romani lo definirebbero più un gladiatore. Proprio lui è l’esempio della difficoltà di giocare con condizioni metereologiche proibitive: prima la pioggia ha provocato la sospensione del suo match contro Diego Schwartzmann, con l’argentino avanti di un set (dopo aver vinto il primo per 6/4) e nel punteggio anche nel secondo; l’interruzione di certo ha alterato un po’ il match, ma la forza mentale del campione spagnolo è emersa ancora una volta. Poi i crampi alla mano nella finale, per l’enorme caldo che lo ha fatto sudare tantissimo e che lo ha costretto a chiamare il time-out medico. Di certo i risultati ottenuti non lasciano scampo ad equivoci: ha concesso un solo set a Schwartzmann, il resto ha battuto tutti gli avversari in tre set netti con un punteggio drastico, giustiziere di ben tre argentini: 6/2 6/1 6/1 a Pella, 6/3 6/2 6/2 a Gasquet, 6/3 6/2 7/6 a Marterer, 6/3 6/2 6/2 a Schwartzmann dopo aver incassato il 6/4 iniziale; 6/4 6/1 6/2 a Del Potro, prima di liquidare Thiem per 6/4 6/3 6/2. Sicuramente molta amarezza per quest’ultimo che pensava di potercela fare contro il 10 volte campione qui a Parigi, tanto che prima della finale aveva affermato: “so come battere Nadal” e ne era sicuro, forte del suo ultimo successo contro lo spagnolo al torneo di Madrid dove lo aveva sconfitto per 7/5 6/3 ai quarti; ma occorre ricordare che, nel precedente torneo di Monte Carlo, l’austriaco aveva perso, sempre ai quarti e sempre contro lo spagnolo, da lui con un netto 6/0 6/2.

La Coppa Suzanne Lenglen è andata, invece, per la prima volta alla rumena Simona Halep che inseguiva questo sogno da quando aveva 14 anni – come ha raccontato commossa -. Bello il momento della premiazione, durante la quale è stata ripercorsa in un video la carriera vincente qui al Roland Garros (per ben tre volte) dell’atleta che è andata a incoronare la Halep: la tennista spagnola Arantxa Sánchez Vicario. La tennista rumena è stata sostenuta da molte colleghe e colleghi, che hanno condiviso con lei la gioia meritata della vittoria; le hanno voluto manifestare solidarietà per un risultato tanto ambito, inseguito e – finalmente – raggiunto -: perché è l’esempio della forza vincente di chi non molla, non demorde, ma ostinatamente va avanti e ricerca di portare a termine il suo obiettivo. Infatti la tennista rumena ha vinto in rimonta al terzo set su un’avversaria ostica come Sloane Stephens (che aveva trionfato agli Us Open). 3/6 6/4 6/1 il risultato finale. L’americana sembrava destinata ad imporsi nuovamente e parte bene e forte. Soprattutto dalla sua aveva la vittoria nel 2017 agli Us Open su Madison Keys (per 6/3 6/0), avversaria che aveva battuto di nuovo in semifinale qui a Parigi con un doppio 6/4, e quella di quest’anno al torneo di Miami su Jelena Ostapenko per 7/5 6/1. Dopo il 6/3 6/1 ai quarti alla Kasatkina, agli ottavi il 6/2 6/0 alla Kontaveit (semifinalista a Roma con la Halep proprio, che agli Ibi aveva inseguito il titolo per bene due volte), solo la nostra Camila Giorgi le aveva dato del filo da torcere perdendo solamente al terzo set durissimo per 4/6 6/1 8/6. Sembrava destinata a dominare come Nadal. In più la giocatrice di Costanza veniva, non solo da due finali perse a Roma (nel 2017 e nel 2018) da Elina Svitolina, ma anche da altrettante due non maturate qui a Parigi: nel 2014 perse da Maria Sharapova per 4/6 7/6 4/6, mentre nel 2017 dalla Ostapenko per 6/4 4/6 3/6. Nessuno avrebbe pensato riuscisse in tanto. Invece è rimasta sempre lì nel match, ha lottato, ha aumentato la sua incisività ed aggressività, ha continuato a spingere e ad attaccare laddove possibile, fino a che l’altra non è calata leggermente in ritmo, potenza e solidità e lei ha potuto entrare maggiormente in partita sino a dominarla. Infatti, se le percentuali al servizio (di prime e seconde) sono state quasi sempre a favore della Stephens, quelle della Halep sono cambiate per quanto riguarda i vincenti (di più di Sloane) e gli errori non forzati (meno dell’americana). Questo ha fatto la differenza. Non solo l’ha incoronata regina del Roland Garros, come agli juniores del 2008, ma le ha regalato l’enorme soddisfazione di fare un torneo impeccabile. Ha battuto, infatti, in fila: dopo la Townsend per 6/3 6/1, la Petkovic (una delle prime a congratularsi con lei) per 7/5 6/0, la Mertens (vincitrice di tre tornei quest’anno: a Hobart, a Lugano e a Rabat) per 6/2 6/1, la Kerber in tre set per 6/7 6/3 6/2, la Muguruza per 6/1 6/4: sia la tedesca che la spagnola si sono complimentate con lei caldamente e sinceramente. Bello l’affetto delle colleghe e del suo staff, che è corsa subito ad abbracciare. Ci tiene davvero tanto al Roland Garros, ha tenuto a sottolineare, dando l’appuntamento al prossimo anno. Ed ora ci si sposta sull’erba per la stagione preparatoria all’altro Grand Slam molto atteso di Wimbledon.

Barbara Conti