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Barbara Conti

‘I nostri figli’, per la regia di Andrea Porporati: genitori per scelta

I-nostri-figli-1030x615Attuale e vera. Ricca di tematiche importanti e – purtroppo – ancora così diffuse. Piena di sociale; così drammatica, eppure così reale, ma anche con una profonda speranza infusa, che lascia quasi uno spiraglio a un sorriso sommesso e sincero. Tutto questo è il film: “I nostri figli”, per la regia di Andrea Porporati; con Vanessa Incontrada e Giorgio Pasotti, nei panni dei due protagonisti. Un film realistico, dalla sceneggiatura semplice, ma per questo risulta più autentico. Non si ricerca la verosimiglianza con i fatti veri da cui è tratto, ma di trasporne la verità più pura. Una giustizia che stenta ad arrivare, ma non per questo si viene meno al rispetto della legge, per gente onesta che crede ancora nei valori della solidarietà e dell’integrazione.
Come noto, la vicenda narrata si ispira alla storia vera di Marianna Manduca. I nomi dei personaggi sono stati cambiati per rispetto della privacy, ma i riferimenti sono ben chiari. Marianna nel film diventa Elena Di Stefano, ma resta comunque una vittima di violenza di genere tra le mura domestiche. E questa non è la sola problematica moderna e contemporanea affrontata nel film, che rende ancora di più ‘presente’ e contestualizzato ai giorni nostri il film. Si parlerà anche, sebbene in maniera indiretta e più velata, di crisi economica, disoccupazione, precariato, di affidamento di minori; ma soprattutto di cosa significhi amare, volere bene, dare e ricevere affetto vero e puro. Anche al di là dei legami di sangue, che comunque contano e sono indissolubili, per quanto le circostanze possano ostacolarli; di che cosa significhi dare aiuto a chi ha bisogno, esserci con la propria presenza; e far sentire la propria vicinanza, nei momenti più difficili e di estrema necessità, non abbandonare né lasciare solo chi non ha più nessuno né niente, non gli è rimasto nulla, neppure la speranza, se non fosse per un gesto benevolo di affetto e di amore esterno, arrivato da lontano quasi, da chi non era tenuto o non avrebbero pensato; da chi non ha mollato, non è indietreggiato neppure di fronte a un rifiuto iniziale; di chi ha saputo capire, comprendere gli stati d’animo tormentati, le fragilità di vittime innocenti che soffrivano, nel dolore, nell’odio, nell’astio, nel rancore e nella rabbia; ma ha saputo rispondere alla collera con l’amore e la comprensione; senza compassione o senza commiserazione, ma con un moto di calore umano sincero e profondo, con la semplicità dell’affetto sentito, non obbligato, ma scelto. Se, si dice, genitore è chi cresce ed educa un figlio, non tanto e non solo chi lo concepisce, genitori lo si è anche per scelta, quando lo si vuole davvero, pur non essendo costretti da nessuna ragione apparente; si è genitori nel migliore dei modi quando si agisce col cuore, ma anche con razionalità, con la ragione che fa educare e insegnare la disciplina, l’onestà, la sincerità, come quella del dire ‘ti voglio bene’ sentendolo davvero, di amare incondizionatamente e non per convenienza, pronti a superare le immani difficoltà che ciò comporta, andando contro tutto e tutti; lottando sino in fondo per esso, resistendo alacremente a tutte le avversità che ci si ritrova davanti. Convinti di una cosa: che non si rinuncerà a dare e ricevere quell’affetto necessario e meritato, che si sarà una famiglia, nonostante tutto possa far credere il contrario, che si perseguirà su quella strada (dell’unione) anche se sarebbe molto più facile rinunciare, lasciar perdere e più comodo fregarsene. Ma come fare a voltarsi dall’altra parte di fronte agli occhi dell’innocenza, di chi chiede aiuto e un po’ d’affetto, di chi non ha colpe se non di essere rimasto vittima di una violenza brutale, che ha ucciso barbaramente invece di amare, solo per il fatto che una donna voleva essere libera da tutta quella violenza e aveva amato un uomo ‘sbagliato’, violento, una persona diversa da quella che credeva di avere di fronte? Ecco, “I nostri figli” è la storia di chi vuole essere libero da tutto questo odio, da tutta questa cattiveria inaudita, da questa violenza efferata (come si dice spesso nel caso di femminicidi). Non si giudica tanto, si prende consapevolezza che spesso si può amare in modo sbagliato e si combatte con la sola arma dell’amore più materno e paterno possibili. Insegnando altri valori e dando altri esempi concreti e tangibili positivi, con i fatti e non solo con le parole prive di fondamento, che sostituiscano quelli negativi con cui si era cresciuti finora. E così si apprende che si può essere (tutti) fratelli anche senza legami di sangue, per il fatto di essere tutti simili e bisognosi d’affetto, di calore umano, di un amore che riscalda e non che incute terrore e mette paura; ma anche per questo occorrono coraggio e forza di volontà, per superare tutte le resistenze (interne ed esterne). Anche troppo amore può far paura e spaventare all’inizio, stordire, lasciare increduli e stupefatti. Si è diffidenti perché si ha paura di essere, ancora una volta, ingannati. Beh, questo film insegna che c’è ancora chi non vuole dire bugie, ma solo la verità più vera, profonda e pura. E dire ‘basta’, insieme, a qualunque costo, a tutta la violenza che c’è in giro. Per una vita diversa e migliore per tutti. Se ne esce un po’ stanchi, ma profondamente cambiati. È il grido silenzioso di chi ascolta i traumi di vittime innocenti e vulnerabili al contempo, con la loro altrettanto fragorosa quanto silenziosa richiesta e invocazione. Dolore a cui non si risponde con altro dolore, ma con amore; perché non c’è vendetta, ma solo perdono semmai e comunque non c’è rancore per chi ha sbagliato, ma solo tanta voglia di voltare pagina. Per loro, rispettosi della legge, c’è solo una norma che detta le regole del loro vivere quotidiano: tutti insieme contro le ingiustizie. E per superare i traumi più reconditi che ci si porta dietro e dentro. Ci sono ferite più profonde di quelle del corpo: quelle dell’anima, spesso, a cui nessuno talvolta pensa. E sono queste che vogliono ricucire i protagonisti de “I nostri figli”. Per rafforzare e superare le proprie fragilità dignitose.
E questo ci riporta al presente, ai giorni d’oggi, alla contemporaneità. Non solo per quanto è ancora viva la tematica della violenza sulle donne. Non solo perché la vicenda cui si ispira il film è ben nota e non troppo passata, ma anche per altri episodi – recentissimi invece – che si legano ad essa. Procediamo con ordine. Innanzitutto partiamo dalla fonte di ispirazione del film per la regia di Andrea Porporati. La vicenda è quella di Marianna Manduca, uccisa dal marito il 3 ottobre del 2007. La 32enne di Palagonia (in provincia di Catania) aveva denunciato ben 12 volte il marito Saverio Nolfo per maltrattamenti. A nulla le è servito. Lasciò tre figli molto piccoli di 3, 5 e 6 anni. Lei si voleva separare dal marito e tra i due ne nacque il contenzioso per l’affidamento dei tre figli. Di loro si occuperà il cugino della donna, Carmelo Calì, imprenditore edile di Senigallia, insieme alla moglie Paola Giulianelli; i due coniugi ottennero il loro affidamento dal tribunale di Caltagirone. Ma il caso è emblematico perché, per la prima volta, lo Stato è stato condannato a risarcire i tre figli della donna uccisa, per non averla protetta dalla violenza e dalle minacce del marito, nonostante le sue numerose denunce. Allora tutto è bene ciò che finisce bene. Finalmente pace trovata per i tre giovani? Nulla affatto.
Infatti pare che uno di loro tre sia rimasto coinvolto nella tragedia alla discoteca Lanterna Azzurra Clubbing di Corinaldo (ad Ancona), dove sono rimasti uccisi cinque giovani (Asia Nasoni, 14 anni, di Senigallia; Daniele Pongetti, 16 anni, di Senigallia; Benedetta Vitali, 15 anni, di Fano; Mattia Orlandi, 15 anni, di Frontone; Emma Fabini, 14 anni, di Senigallia) e una madre di 39 anni (Eleonora Girolimini); si tratta di tutti giovani, tra i 14 e i 16 anni, per la maggior parte provenienti proprio da Senigallia, che si erano recati lì per assistere al concerto del rapper Sfera Ebbasta, quando qualcuno pare essersi intrufolato con uno spray urticante e così si sono messi tutti a correre per fuggire e uscire velocemente; ma il locale era sovraffollato e molti sono stati travolti fatalmente dall’onda di gente impazzita. Molte le ipotesi al vaglio: forse non sono state rispettate le norme di sicurezza e sono stati venduti più biglietti e fatte entrare più persone di quanta fosse la capienza massima del locale; forse un’uscita di sicurezza era chiusa; forse è stato un guasto alla conduttura che ‘sparava’ il gas che fa effetto ‘nebbiolina’ a creare tutto il caos che ha portato al dramma; per il giovane individuato come possessore dello spray è scattata l’accusa di omicidio colposo preterintenzionale perché nella sua casa è stata rinvenuta anche della droga; il dato di fatto che è una tragedia che forse si poteva evitare. Tra di loro, ripetiamo, pare ci fosse anche uno dei tre figli di Marianna Manduca. E, tra l’altro, ci preme sottolineare che lo spray urticante è molto simbolico, poiché di recente introdotto, proprio a favore delle donne, come legittima difesa contro abusi e violenze sessuali. Un gesto dimostrativo? Un messaggio lanciato? Sicuramente un episodio che fa molto riflettere.
Il film. Venendo al film, dalla realtà, iniziamo prima a vedere come lo ha presentato al TG1 la protagonista: l’attrice Vanessa Incontrada. Per lei è un film che parla di solidarietà e di integrazione; ha molto apprezzato la forza e il coraggio di questa coppia (che lei interpreta con Giorgio Pasotti) in grado di fare quello che ha fatto, di prendere una decisione così importante e significativa, che avrebbe cambiato per sempre la loro vita, nel giro di poche ore. Anche per questo ama definire i due coniugi dei “supereroi”, per l’esempio e il messaggio che hanno lanciato e dato, per la volontà ferrea di andare sino in fondo e con cui sono andati sempre avanti, nonostante tutto. Pertanto ha cercato con umiltà di rendere lo stato d’animo e la personalità della donna di cui veste i panni, con orgoglio e molto senso di responsabilità. E questo all’inizio del film in particolare si sente: se dilaga nel finale, in cui prende velocità e avvio, quasi tutto insieme, nella parte iniziale invece si avverte questa volontà di non essere mai sopra le righe, ma di rendere molto dignitosi ed umani, nella loro massima rispettabilità, questi due individui, così integri e degni di essere considerati tali.
Passando, invece, poi proprio a “I nostri figli” analizziamo il suo disgregarsi su più livelli; dalla vita privata, alle aule di tribunale; dal punto di vista dei genitori a quello dei ragazzi. Ci muoviamo dalla Sicilia (siamo proprio nel 2007) a Senigallia, nelle Marche. Vediamo la coppia di Roberto (Giorgio Pasotti, che interpreta Carmelo Calì) ed Anna (Vanessa Incontrada, che è Paola Giulianelli), apprendere la notizia incresciosa dell’uccisione della cugina di lui: Elena Di Stefano (alias Marianna Manduca). Già con due figli, Riccardo e Diego (di otto anni e mezzo), non esitano ad accogliere nella loro casa anche gli altri tre figli di Elena (Luca, Giovanni e Claudio). Tutti insieme sono una famiglia e anche questi ultimi tre sono loro figli: ‘i nostri figli’ dicono, senza distinzioni nè discriminazioni tra nessuno di loro. Anche se piccole invidie saranno solamente alcuni dei problemi che dovranno affrontare. Lui che perde il lavoro, lei costretta a fare gli straordinari ed alzarsi presto la mattina, dopo che aveva chiesto il part-time per seguire meglio i suoi cinque figli; e poi una casa nuova; l’iniziale rifiuto, soprattutto da parte di Luca, che ancora cerca il padre ed è convinto che la loro mamma Elena non volesse loro bene e vuole fuggire. Intanto anche Diego inizia ad essere geloso dei nuovi arrivati e si allontana, sparisce e fugge di casa, dove è il caos più totale e così non può andare avanti – dice -; i sensi di colpa invadono Anna per averlo trascurato; anche Roberto si sforza di educare i figli nell’onestà, si sente la responsabilità dei figli della cugina, ma a volte crede di non essere in grado e all’altezza; il rapporto tra Roberto ed Anna è cambiato, hanno perso la loro intimità, il loro affiatamento, non c’è più calore, devono ritrovarsi. Anna sente di aver fatto una cosa più grande di loro, per quanto “bellissima”, come le dice la mamma; ma hanno fatto semplicemente – le risponde la figlia – “qualcosa di buono, di concreto”, come le ha sempre insegnato lei sin da piccola. Tutti pensavano sarebbe stata una cosa temporanea, passeggera, un affido di un anno e poi basta; invece i tre figli di Elena resteranno con loro per sempre.
Insomma, il problema più grande per loro cinque era di ritornare ad avere ancora fiducia gli uni negli altri e capire di essere una nuova, grande famiglia allargata, possibilmente unita. Per questo, se Diego e Luca sono i più ‘problematici’, è proprio Luca il personaggio più emblematico e simbolico, dal punto di vista del messaggio; racchiude nelle sue parole la portata del cambiamento. Il padre Roberto gli aveva promesso che gli avrebbe fatto vedere l’Etna, che lo avrebbe portato a visitare il vulcano. Quando arrivano in Sicilia lui neppure se ne accorge, non si rende conto inizialmente che bastava che guardasse fuori dalla sua finestra per poterlo osservare nitidamente. “Era davanti ai miei occhi e non lo vedevo; era sempre stato lì e non me ne ero mai accorto. Ora non so più a chi credere”. È questo: quando si è stati feriti, traditi, delusi, ingannati, è difficile tornare a fidarsi, ad avere fiducia nell’altro e tornare a dare la nostra stima è molto più complicato, è una cosa che occorrerà guadagnarsi con molta più fatica; il nostro rispetto andrà sudato. Insomma, in questa situazione complicatissima, Roberto sente di non farcela più, non sa se riuscirà a resistere ancora. Una volta di più in suo soccorso arriva un’altra adolescente che, al termine dell’udienza in tribunale, lo avvicina e gli dice le parole che per lui saranno profetiche e illuminanti, gli ridaranno quella forza e quel vigore per continuare a lottare. “Sono una ragazza come i figli di Elena – gli dice la ragazza -; per me è tardi, ma non si arrenda la prego”. Pretendere di fare chiarezza e giustizia, far trionfare la verità, perché “mentire è da vigliacchi”. Far trionfare la legalità su un caso tragico e grave. Basti pensare che, nel 2017, sono stati 1600 gli orfani per casi di femminicidio: casi di violenza, tra passione ed umiliazioni. Il marito di Elena viene condannato a venti anni di reclusione perché ritenuto colpevole dell’omicidio della donna e privato della potestà genitoriale. E allora ci si interroga su cosa sia la giustizia, la legalità. Sin dall’inizio si dice: “è il giudice che decide, è la regola” (e come tale va rispettata, si sottintende). Poi, più avanti, si aggiunge: “la legge è legge, per me non basta”. Cioè la situazione è ambivalente, perché la legge è qualcosa di autorevole, che disciplina ogni cosa; quasi una forma di salvaguardia e tutela dell’individuo; ma a volte non basta, non è sufficiente a garantire la giustizia, la sua incolumità e salvezza. Purtroppo. Ed è qui che interviene il singolo dando il suo contributo di giustizia, non facendosi giustizia da solo, senza rispetto della legge, ma con un atteggiamento civile, nel pieno rispetto delle regole, affiancando la legge nel suo compito e assolvendo il suo dovere di buon cittadino. Infatti questa vicenda non sembra caratterizzata tanto da un interesse personale, cioè non conta tanto il fatto che i figli fossero della cugina di Carmelo/Roberto; ma pensiamo di poter dire con fondatezza che, probabilmente, Anna e Roberto avrebbero fatto quel gesto nei confronti di qualsiasi altro essere innocente che avessero visto bisognoso d’aiuto e di affetto; altrimenti pensiamo che, se non avessero avuto un’etica morale ferrea come la loro di fondo, non sarebbe bastato il legame ‘di sangue’ a costringerli a tenere con loro i bambini. Ci sarebbero stati pur sempre i servizi sociali e le adozioni, non solo l’affidamento che li riguardava. Avevano pur sempre già due figli. Insomma, di motivi, ragioni e scuse a loro discolpa quante ne volevano per esonerarsi ed esimersi da ogni responsabilità. Dopo una fase transitoria, potevano tranquillamente liberarsene con la coscienza pulita e salvata. Invece no. Hanno voluto assolvere in toto il loro compito genitoriale, anche se da affidatari. Tenendo così alto il nome e la memoria di Marianna/Elena e rispettando, omaggiando ed onorando il suo sacrificio ed esempio; la sua lotta non è stata invano, ne resterà per sempre il suo ricordo. Per non dimenticare. Ieri come oggi. Purtroppo ancora, in quanto storie di femminicidi così (non sempre, anzi quasi mai, a lieto fine) continuano ad invadere le pagine di cronaca dei giornali. Se il padre dei tre figli di Marianna/Elena si era sempre negato, Anna e Roberto, invece, ci sono sempre stati, non li hanno mai abbandonati né lasciati. Questo significa solidarietà: esserci per l’altro quando serve, quando ha bisogno di noi. La loro è stata una scelta convinta e deliberata, volontaria, sentita, condivisa, partecipata, non un’imposizione o costrizione, neppure per legge. Il loro è stato persino anche un gesto di integrazione ante litteram, prima ed oltre che di solidarietà e solidale. Hanno messo da parte i loro egoismi personali, senza pensare a se stessi, ma solo al bene comune.

“L’amica geniale”. Una bella storia di amicizia longeva

amica geniale

Dopo tanta attesa, è arrivata sul piccolo schermo la nuova fiction “L’amica geniale”, che tanta attenzione e aspettative aveva suscitato nel pubblico su di sé. Attesa anche suscitata dalla presentazione della stessa alla 75esima edizione della Mostra del cinema di Venezia. E il successo di spettatori che ha avuto è stato un tripudio totale, sia dal punto di vista degli ascolti incassati che da quello del riscontro positivo ottenuto per il suo contenuto e la sua sceneggiatura e impostazione. Tale trionfo può essere riassunto in un solo aggettivo a sintetizzare la serie tv: geniale. Questo attributo si ricollega al titolo e deriva da una frase pronunciata da una delle due protagoniste di questa bella storia di amicizia longeva; Elena, detta Lenù (alias Elisa del Genio), dice alla sua amica e compagna di classe Raffaella, detta Lila (Ludovica Nasti): “Tu sei la mia amica geniale: devi diventare la più brava di tutti, maschi e femmine”. Già qui si delineano i punti forti della fiction: l’amicizia, l’istruzione, la cultura, la lotta di emancipazione e di riscatto. Cioè la ricerca di costruire un futuro migliore e di uscire dalla povertà attraverso lo studio, l’accesso al quale spetta anche alle donne e alle ragazze di diritto, che lo rivendicano con forza e lo difendono con tutti i propri mezzi a disposizione. Dunque una lotta per il cambiamento, per uscire da un ambiente, come la Napoli degli anni Cinquanta appunto, di miseria e violenza, fatto di discriminazioni, di rinunce, di costrizioni e di compromessi, a cui sottostare e da sopportare senza possibilità di revoca o replica, senza poter alzare mai la testa e dire ‘no’. Quello che invece decideranno di fare le due bambine. Il loro massimo desiderio quale è? Scrivere un libro, perché quello le farà diventare ricche; soprattutto umanamente, ovviamente. Infatti la loro brillantezza, soprattutto quella della ‘geniale’ Lila, è la loro intelligenza e la loro audacia. Coraggiosa, sa già leggere e scrivere quando va a scuola; ma, soprattutto, ama la cultura, i libri, leggere, non ha paura di ribellarsi, di fare anche ciò che è vietato e proibito: studiare, fare l’esame per andare alle scuole medie. Seguiremo questo loro percorso di formazione nel tempo, unite anche se separate a tratti, attraverso i personaggi delle adolescenti Elena (Margherita Mazzucco) e Lila (Gaia Girace). E il nome della prima protagonista non è a caso. Infatti, come noto, la serie tv è tratta dalla tetralogia di Elena Ferrante. Forse potremmo vedere nella giovane attrice un po’ un alter-ego della scrittrice; ma, a parte questo, di certo “L’amica geniale” è una coproduzione straordinaria, realizzata da Lorenzo Mieli e da Marco Gianani per Wildside, da Domenico Procacci per Fandango, in collaborazione con Rai Fiction, HBO Entertainment e TimVision. E la regia di Saverio Costanzo, promossa a pieni voti per il racconto per immagini che ha saputo creare, riuscendo a ridonare l’atmosfera del libro della Ferrante, riproponendola in maniera fedele. Il fatto che le protagoniste saranno seguite anche ‘da grandi’ – come già detto – fa il resto, dando un valore aggiunto alla serie, incrementandola e arricchendola ancora ulteriormente. Un processo e un progetto durati oltre otto mesi di lavorazione solo per i casting. Il successo di ascolti sancisce ufficialmente il trionfo della fiction: con una media di più di 7 milioni di spettatori e uno share del 29,3%; nello specifico: 7.458.000 telespettatori e il 28,05% di share per il primo episodio e 6.729.000 (e il 30,80% di share) per il secondo.

Il punto di forza è che è la storia di due giovani strenue ed instancabili combattenti. E questo è un aspetto molto verosimile nel concreto. Anche nella realtà, infatti, Ludovica Nasti/Lila, oggi 12enne, ha dovuto sconfiggere la leucemia, con cui ha lottato e contro cui ha combattuto dai 5 ai 10 anni. Proveniente da Pozzuoli, sognava di fare la calciatrice o la ballerina hip hop; ora è approdata in tv, superando un casting di più di 9mila aspiranti attrici coetanee. Le comparse hanno visto gente arrivare da tutte le parti della Campania alla ricerca del miglior accento partenopeo vero, attori non professionisti ovviamente, ma anche studenti delle scuole del posto. Ed a conquistare il pubblico sono stati proprio gli sguardi delle protagoniste, i loro abiti in costume d’epoca stile anni Cinquanta, con tanto di balli e le musiche di allora (dal twist al rock) e poi anche la voce narrante di Alba Rohrwacher: “troppa grazia”, verrebbe da commentare citando il titolo di un film che ha visto di recente protagonista l’attrice; anche il dialetto napoletano, però, non è dispiaciuto e non ha disturbato, non ostacolando la comprensione e l’empatia (anche grazie ai sottotitoli). Così come è stato molto apprezzato il personaggio della maestra Oliviero (alias Dora Romano), battagliera nello spronare le sue ragazze a mostrare il loro valore; è una sua frase ad immergerci nel senso della fiction, quando dice alle sue alunne: “se non cominciate a far veder sin da subito quello che sapete fare, non lo imparerete mai. Io so che siete capaci, che avete le potenzialità e credo che potrete farcela”. Per lei devono provare a sfidare i maschi in una gara a classi aperte, perché non sono inferiori ai ragazzi, che non sono superiori o migliori a loro. Devono semplicemente imparare a tirare fuori tutto il loro potenziale nascosto, andando contro chi vuole chiudere loro la bocca e ‘bloccarle’ nella loro crescita. Per la maestra con il loro studio potranno “contribuire allo sviluppo della società”. Qui sta la svolta epocale da punto di vista della presa di coscienza del ruolo della donna, anche delle bambine, nella società stessa appunto.

E non è un caso che la serie tv, in otto puntate di due episodi ciascuna, parta proprio delineando i termini chiavi della sua panoramica d’avanguardia, illuminante. Ben lo vediamo dai titoli dei primi due episodi: “Le bambole” e “I soldi”. Le bambole sono il simbolo dell’innocenza di chi ha la loro età, invece loro e i loro coetanei spesso sono costretti ad andare a lavorare per aiutare la famiglia, oppure conoscono solo violenza e brutalità. Bambini e bambine, donne e uomini, si feriscono in maniera feroce, sono sempre in contrapposizione, ma lo fanno per ragioni di orgoglio per lo più. Loro due, invece, riescono a stringere un’amicizia vera. “Quello che faccio io, lo fai pure tu; tanto io non ho paura” è la loro regola. Come, ad esempio, andare a riprendere le bambole nella ‘cantina’ di Don Achille, cioè l’emblema della loro serenità e spensieratezza (perdute) dell’infanzia e dell’adolescenza. Le bambole sono un po’ loro due: perse, cercano di ritrovarsi. Vanno da chi gliele ha tolte loro; come gli usurai e i camorristi, che anche gli uomini combattono. Un po’ come gli incubi dei bambini da piccoli, per la paura del buio magari, che immaginano mostri orribili e cattivi, orchi pericolosi, che vanno sconfitti. I soldi, invece, sono quelli di chi pensa di poter comprare tutto con essi, simbolo di spregiudicatezza e prevaricazione. Molti ragazzi vengono educati alla ‘guerra’, ad uccidere, alla violenza, come cani da combattimento che devono essere pronti a sbranarsi. C’è chi ha tutto e chi non ha niente: chi può studiare il greco e il latino e chi deve lavorare. Se imparano il significato del termine vendetta, le due ragazze invece vorrebbero scegliere speranza: quella in e di un futuro diverso. Lila, infatti, vorrebbe aprire un calzaturificio tutto suo, perché: “non possiamo (i poveri ndr) stare sempre a testa bassa, dobbiamo ribellarci”. Anche se, ricorda Lila, è un po’ come la storia di Didone: “se non c’è l’amore, non solo la vita delle persone non vale niente, ma non ha senso neppure quella dell’intera città (Napoli)”. Occorre ricordarsi sempre di amarsi, ma anche di sapere, di conoscere perché: “sono le cose che non sappiamo che fanno paura; più sappiamo, meno abbiamo e fanno paura”. Anche la fretta è una cattiva consigliera, perché per il cambiamento occorre (il) tempo (necessario). Man mano che i loro corpi cambiano, infatti, tale idea si insedia sempre più in loro, si sentono sempre più responsabili del loro paese e della loro vita. Ciò dà modo di accennare anche a tematiche moderne e attuali come quella della violenza di genere, sulle donne.

E qui la vera rivoluzione viene da Stefano Cassarà, quando dice ai coetanei ed amici: “I nostri padri hanno fatto cose brutte, ma noi, i figli, dovrem(m)o essere diversi. Dobbiamo chiederci: vogliamo restare sempre così o vogliamo cambiare le cose?”, se sì occorre farlo tutti insieme, come sparare tutti insieme i botti di Capodanno. Questo l’entusiasmo dei giovani, nei loro sogni e nelle loro aspettative; ma c’è molto ancora da fare per ottenerlo, perché chi ha il controllo non intende cederlo. Intanto qualcosa inizia a sorgere, come la biblioteca di tutti, aperta a tutti, del quartiere, del rione da cui si vuole fuggire, che dà premi ai più assidui lettori: uno dei quali è proprio Elena.

Se volessimo, invece, cercare una frase che sintetizzi tutta la portata innovativa della serie tv, è quella che riproponiamo, postata in un hashtag su Twitter (come segnalato dall’Huffington Post): “l’emancipazione sociale passa dalla cultura, le diseguaglianze si abbattono con la scuola. Sono i libri a salvare le vite e nazioni”; ovvero il sogno che inseguono e perseguono Lenù e Lila: è il grande racconto di un percorso di liberazione e libertà individuale e personale, ma anche collettiva e comune.

Il loro obiettivo è sfuggire alla ristrettezza di un ambiente in cui vige una mentalità patriarcale e maschilista, in una società ottusa in cui si sottostà al rigido ordine sociale dominante, predeterminato, in cui c’è una gerarchia da rispettare che suddivide la società in classi e caste: loro sono la plebe, non meritano niente. O forse no? Questo sembrano chiedersi le ragazze, mentre si interrogano parallelamente su quali siano i loro diritti. Si è schiavi delle regole e persino dentro casa, dove non c’è dialogo e non ci si può opporre: loro non vogliono essere sottomesse come le loro madri, eternamente ed inesorabilmente obbedienti. Loro ricercano piuttosto se stesse: come fare a scoprire cosa vogliono essere davvero e come fare a diventarlo veramente?

Girata a Caserta, l’epoca è quella del dopoguerra, il che complica il tutto beninteso. Lenù e Lila hanno due caratteri diversi: più ponderata, studiosa, rispettosa delle regole l’una; più istintiva, ribelle, di un’intelligenza intuitiva spesso l’altra. Condividono tutto, anche i primi innamoramenti; infatti c’è anche la loro volontà di avere la libertà di amare chi si vuole, seppure di ceto sociale diverso; sono due facce della stessa medaglia: quella dell’Italia di quegli anni, tra onestà e corruzione. Anche le prime esperienze sentimentali; litigano e si riappacificano; discutono e si confrontano; decidono insieme e si contemperano, cercando di trovare un equilibrio e un accordo almeno tra di loro, per restare ed essere unite e più forti dunque. Nonostante tutto; e le resistenze e gli ostacoli da superare non sono pochi; ma impareranno presto il significato della parola ‘perdono’. Un vero talento e un genio il loro a modo diverso. Un romanzo di formazione e di ascesa sociale, che cercano di raggiungere ognuna alla sua maniera: più tenera e calma Lenù; più irruenta, dura e distaccata e fredda a volte Lila, ma entrambe turbate profondamente da un cuore ferito, che si sente come in gabbia, impossibilitato ad esprimersi liberamente; si sentono quasi incomprese. Lila è più spericolata e incosciente, mentre Lenù è più ‘mansueta’, quasi come un animale addomesticato che sente di dover sottostare alle regole ed accettarle; finisce quasi per sentirsi un po’ prevaricare, opprimere dall’amicizia di Lila, quasi che dovesse fare tutto quello che dice lei, perché è più forte. Amiche e sorelle, nemiche ed amiche al contempo. Da qui un po’ un’aura di angoscia che si respira. Anche perché è una storia piena di sentimenti: desideri e sogni, rabbie e rancori, aspirazioni e ambizioni, vergogne e paure, gioie e dolori, delusioni e soddisfazioni. Una storia lunga circa settant’anni, che ci verrà svelata poco a poco, come in un lungo ed eterno flashback, in cui si disvela il personaggio di Lila, che traina e guida tutti gli altri. Tutto studiato nei minimi dettagli, quello di Lila è un fascino in primis intellettuale. La stessa Lenù si chiede: “come fai a sapere tutte queste cose?”; “non lo so – le risponde l’altra -: apro il secchio (la mente, la testa metaforicamente) e le tiro fuori”. Ecco, il tirare fuori, che è quello che fa la fiction: la vita aiuta le due protagoniste, in maniera maieutica, a tirare fuori tutto quello che avevano dentro, anche a loro insaputa, che non osavano o non avevano il coraggio di manifestare.

E se lo scenario della trama è dunque aperto sul e verso il futuro, il nuovo, anche quello della fiction sembra destinato a continuare nel tempo. Infatti c’è ancora molto materiale da cui poter attingere dalla produzione di Elena Ferrante a disposizione: ben quattro libri della scrittrice; oltre all’omonimo “L’amica geniale” (del 2011), anche “Storia del nuovo cognome” (del 2012), “Storia di chi fugge e di chi resta” (del 2013), “Storia della bambina perduta” (del 2014). Quindi non è difficile prevedere un sequel della serie tv, con altre stagioni ed episodi ricchi ed intensi tutti da scoprire. Tanto che la serie americana di ispirazione, “My brilliant friend”, prevedeva addirittura quattro stagioni di ben otto episodi (32 in totale dunque).

Barbara Conti

Next Gen Atp Finals 2: titolo a Tsitsipas, ma non è il solo premiato

tsitsipas-doha-2018-wednesdayDue dei più attesi appuntamenti dell’anno, gli ultimi della stagione: le Next Gen Atp Finals di Milano e le Atp Finals di Londra. Le prime al via dal 6 al 10 novembre, nel capoluogo meneghino almeno fino al 2020. Dal 2021 la sede, infatti, potrebbe cambiare e diventare Torino, che già si è candidata ufficialmente; ma il nome della location lo conosceremo solamente nel marzo prossimo. Le seconde dall’11 al 18 novembre successivi, alla 02 Arena di Londra. E non si può non parlare di questi eventi senza parlare di vincitori e titoli. Infatti sono stati anche consegnati dall’Atp i primi riconoscimenti ad alcuni atleti. Vediamo quali. Il tennista dell’anno è stato eletto Novak Djokovic, il premio per la sportività è andato a Rafael Nadal, cui è stato assegnato il noto “Stefan Edberg Sportsmanship Award”; quello per l’atleta più apprezzato dai colleghi e dai fan a Roger Federer. Non è un caso; se un campione è per sempre, Federer lo è anche per la sua umanità e semplicità, genuinità, perché non ha dimenticato il suo passato da raccattapalle e si considera ancora uno di loro, quando stringeva la mano ai campioni di allora, sognando di essere un giorno lui al loro posto. Per questo al torneo di Basilea ha consegnato una medaglia a ciascuno di loro, schierati sulla linea di fondocampo, e si è fermato a parlare con loro. Inoltre, quando vince quel torneo, offre loro una pizza da mangiare tutti insieme. Sia Nole che Federer sono entrambi impegnati alle Atp Finals di Londra. Intanto, del suo successo meritato e strepitoso, Novak deve ringraziare il suo coach Marian Vajda, oltre che alla sua tempra e tenacia; infatti proprio Vajda è stato premiato dall’Atp come miglior allenatore dell’anno per questo 2018. Se il miglior torneo dell’anno è stato letto dai giocatori Indian Wells, mentre la miglior coppia di doppio quella di Brya e Sock, altri due premi ci portano alle Next Gen Atp Finals. Il greco Stefanos Tsitsipas è stato riconosciuto quale il tennista che ha fatto i migliori e maggiori progressi nell’anno, mentre l’australiano Alex De Minaur quale l’atleta emergente più di rilievo. E sono stati proprio loro a contendersi il titolo della seconda edizione delle Next Gen Atp Finals di Milano. E forse la X di ‘Next’ rimanda proprio al pareggio che c’è stato, come sulla schedina di calcio, tra i due, che hanno vinto entrambi e dato uno spettacolo memorabile. Se a Londra è sceso subito in campo nella prima giornata Kevin Anderson, che ha regalato emozioni sia per il fatto di battere l’austriaco Dominic Thiem per 6/3 7/6(10) che per aver cantato “tanti auguri” alla moglie Kelsey per il suo compleanno, non meno hanno fatto i giovani a Milano. A partire proprio da Stefanos Tsitsipas. Favorito, ha strameritato la vittoria. Ha giocato in maniera impeccabile, con grande maturità e concentrazione, ma soprattutto con tanta voglia di vincere. Infatti, curioso un episodio che lo lega al coaching: più volte ha rifiutato di mettere le cuffiette per parlare con il padre/allenatore Apostolos, preferendo concentrarsi e cavarsela da solo nel trovare la strategia giusta e più adatta. Proprio nella semifinale contro Rublev, vinta al quinto set, non appena ha visto che stava per perdere il comando del gioco, ha perso il controllo al cambio campo ed è scattato in un moto di rabbia, per cui – prima – ha picchiato forte con il pugno della mano sugli asciugamani di fianco alla panchina, poi ha preso la cuffietta e l’ha scaraventata più volte, sbattendola e fracassandola in mille pezzi, ferendosi anche a un dito della mano, che ha dovuto farsi medicare. L’ira giovanile e una collera che sa di sete di vittoria. Ma non è questa l’immagine cui vogliamo legare le Next Gen Atp Finals, bensì quella di Stefanos sorridente e raggiante tra i ball-boys; oppure l’abbraccio sincero tra i due finalisti. Questa edizione era partita come una sfida principale tra Tsitsipas e Rublev, poi si è trasformata sempre più in una lotta acerrima tra Stefanos e Alex De Minaur. Il russo, infatti, è riuscito ad arrivare solamente terzo, quarto un solido Munar. Per Rublev era l’ultima edizione, lo scorso anno si qualificò secondo e l’anno prossimo non potrà partecipare per l’età. Sicuramente dell’edizione 2018 rimarranno i tuffi in rovesciata alla Boris Becker a rete di De Minaur e di Liam Caruana; per l’italiano la soddisfazione di aver giocato un primo set impeccabile alla pari contro Rublev, perso per nove punti a 7 al tie break. E poi ancora, ne resteranno i passanti di dritto inside out di Alex e di Stefanos, ma anche di Andrey, o quelli di rovescio inside in di Tsitsipas e De Minaur. Questi giovani sembrano davvero aver raccolto l’eredità dei big del passato. Stefanos ha un gioco a metà tra quello di Borg e di McEnroe, che ricorda anche nel look (per la fascia e il taglio di capelli, oltre che per il fisico longilineo). Ora dovrà scegliere che cosa fare il prossimo anno, se tornare a difendere il titolo qui a Milano o volare a Londra. La stessa cosa che accadde ad Alexander Zverev, protagonista quest’anno alle Atp Finals alla 02 Arena, in un incontro in cui ha giocato due tiebreak sensazionali e perfetti contro Marin Cilic, aggiudicandoseli entrambi meritatamente. Non è un caso che anche i campioni di ieri si interessino a quelli di oggi: Ivan Lendl, ad esempio, sta allenando proprio il tedesco già da un po’. E, a proposito di allenatori, molti sostengono che, per un’ulteriore crescita agonistica e professionale (in cui ha già ha fatto registrare progressi straordinari) di Stefanos, occorra che venga anche lui affiancato da un altro allenatore – ‘specialista’ del settore -, che aiuti il padre Apostolos a seguire il figlio, dando suggerimenti tecnici ulteriori aggiuntivi, che potrebbero rivelarsi preziosi e fondamentali alla sua definita maturazione.
Sicuramente alle Next Gen Atp Finals di match belli ce ne sono stati molti; ma forse, dopo la finale in cui De Minaur ha avuto diversi match point – tutti annullati egregiamente da un Tsitsipas che si è dimostrato in questo molto maturo -, le partite più entusiasmanti sono state proprio quelle delle semifinali; di meglio il pubblico non poteva chiedere: entrambe terminate al quinto set e in perfetto equilibrio. Se la finale ha avuto ben due tie-break e si è conclusa a favore del greco per 2/4 4/1 4/3 4/3, altrettanti ce ne sono stati nello scontro di semifinale appunto tra lui e Rublev, finito col punteggio di 4/3 3/4 4/0 2/4 4/3. Molti erano pronti a scommettere che quella sarebbe stata la vera finale, ed effettivamente il vincitore è uscito da lì; ma Alex De Minaur ha stupito davvero tutti, con la sua versatilità e completezza. Ha dinamicità, incisività di gioco, estrema precisione, potenza, velocità, non sbaglia un colpo; gli riesce tutto e tira fuori dal suo cilindro tiri da manuale che è raro vedere spesso, che riescono a pochi. Come del resto ha fatto Stefanos. Altri cinque set e due tiebreak nel match tra l’australiano e lo spagnolo Munar. 3/4 4/1 4/1 3/4 4/2; bravo De Minaur a riacciuffare il match, onore al merito a Jaume di non aver mai mollato, aver sempre lottato, di aver dato tutto e di aver giocato i tie-break in maniera notevole. Forse ha avuto un leggero crollo e calo fisico proprio solo nell’ultimo set, accusando un po’ di stanchezza; mentre Alex ha saputo rientrare nel match alla grande, ritrovando la concentrazione e l’attitudine aggressiva giuste, insomma il suo miglior tennis. Chi ha brillato è stato anche Taylor Fritz, artefice di un match strepitoso contro Rublev, di certo non facile, anche se lo ha perso; il russo, infatti, è riuscito a portarlo a casa in maniera magistrale per: 4/2 1/4 3/4 4/3 4/2, rigirando la partita e riprendendo le redini di un incontro duro e difficile, contro un avversario ostico che non intendeva cedere un centimetro di campo e che gli metteva molta pressione con i suoi colpi. Fritz è un giocatore completo in grado di dominare in campo e ci sono voluti tutta la grinta, la tenacia e il mordente di Andrey per venire a capo dello scontro tra i due.

La Federation Cup. Per quanto riguarda, invece, il tennis femminile, segnaliamo una nota sulla finale di Federation Cup, giocatasi a Praga. Con Petra Kvitova sugli spalti a sostenere la sua squadra, ma senza giocare, la Repubblica Ceca ha battuto gli Stati Uniti per 3-0. Grazie alle vittorie dei tre singolari. Ad aggiudicarsele sono state: Barbora Strykova, che ha sconfitto Sofia Kenin per 6/7 6/1 6/4; Katerina Siniakova, che ha battuto prima Alison Riske (per 6/3 7/6) e poi (nel match successivo di seconda giornata) Sofia Kenin per 7/5 5/7 7/5. Quest’ultima ha perso un match davvero in maniera incredibile, avendo avuto più occasioni per vincerlo e non sfruttando e realizzando tutte le chance a sua disposizione, spesso in vantaggio e avanti nel punteggio (con alcuni match points a suo favore). Al termine abbiamo visto la giovanissima tennista statunitense 19enne in lacrime, amareggiata per lo scarso rendimento in Federation Cup e per non aver ‘salvato’ il suo team. Ma forse è stata una responsabilità troppo grande per una tennista così giovane appunto. Del resto, sicuramente, per lei rimarrà un’esperienza altamente formativa. D’altronde per gli Usa non c’erano molte alternative: con Madison Keys fuori per l’infortunio al ginocchio che l’ha costretta al ritiro al Wta di Zhuhai; senza le sorelle Williams, forse la soluzione alternativa sarebbe stato proprio rifar scendere in campo la Riske, oppure puntare a coinvolgere la Mattek-Sands. Ad ogni modo questo ci dà l’opportunità di parlare di ‘next gen’ al femminile. Infatti la Kenin non era la sola ‘teen’ del gruppo. Tra le ‘giovanissime’ vi erano anche la stessa Siniakova, 22 anni, anni da “next generation’ appunto, che ha dimostrato una grande capacità di disimpegnarsi nel duro compito impegnato di ‘guida’ della sua squadra. La Riske è ancora giovane, pur avendo già 28 anni. Ma, a proposito di talenti ‘made next gen’, non possiamo non annoverare la Barty in primis. Dopo il successo al torneo già citato di Zhuhai, l’australiana si dimostra una vera ‘aussie’, proprio come lo è Alex De Minaur. E non è solo la giovane età a farne un talento ‘next gen’. 19 anni per lui – come per la Kenin -, 22 per lei, entrambi hanno un gioco molto dinamico e vivace, brillante. Di Alex abbiamo già detto, un’ultima nota conclusiva la volgiamo dedicare ad Ashleigh. Trionfatrice in Cina, a premiare la tennista vincitrice è stata proprio Steffi Graf. La tedesca ha consegnato dei fiori, una mascotte di pelouche e la coppa alla prima classificata e il piatto alla finalista. Messa vicino alla Barty per la foto di rito, ci ha fatto venire in mente che forse l’Australia ha trovato una giocatrice che è la nuova Graf australiana, invece che tedesca, più di quanto lo possano essere la Kerber e la Goerges per la Germania. Il gioco della Graf, come quello della Barty, è infatti a tratti molo similare: fatto di back e attacco soprattutto. Di certo la tennista di Ipswich è da tenere in considerazione proprio per la nazionale australiana di Federation Cup, così come il giovane talento di Sydney, Alex De Minaur appunto, per la Coppa Davis. Tutti e due sono perfettamente in grado e all’altezza di farsi portabandiera della loro nazione.

Next Gen Atp Finals 2: titolo a Tsitsipas, ma non è il solo premiato

stefanostsitsipas

Due dei più attesi appuntamenti dell’anno, gli ultimi della stagione: le Next Gen Atp Finals di Milano e le Atp Finals di Londra. Le prime al via dal 6 al 10 novembre, nel capoluogo meneghino almeno fino al 2020. Dal 2021 la sede, infatti, potrebbe cambiare e diventare Torino, che già si è candidata ufficialmente; ma il nome della location lo conosceremo solamente nel marzo prossimo. Le seconde dall’11 al 18 novembre successivi, alla 02 Arena di Londra. E non si può non parlare di questi eventi senza parlare di vincitori e titoli. Infatti sono stati anche consegnati dall’Atp i primi riconoscimenti ad alcuni atleti. Vediamo quali. Il tennista dell’anno è stato eletto Novak Djokovic, il premio per la sportività è andato a Rafael Nadal, cui è stato assegnato il noto “Stefan Edberg Sportsmanship Award”; quello per l’atleta più apprezzato dai colleghi e dai fan a Roger Federer. Non è un caso; se un campione è per sempre, Federer lo è anche per la sua umanità e semplicità, genuinità, perché non ha dimenticato il suo passato da raccattapalle e si considera ancora uno di loro, quando stringeva la mano ai campioni di allora, sognando di essere un giorno lui al loro posto. Per questo al torneo di Basilea ha consegnato una medaglia a ciascuno di loro, schierati sulla linea di fondocampo, e si è fermato a parlare con loro. Inoltre, quando vince quel torneo, offre loro una pizza da mangiare tutti insieme. Sia Nole che Federer sono entrambi impegnati alle Atp Finals di Londra. Intanto, del suo successo meritato e strepitoso, Novak deve ringraziare il suo coach Marian Vajda, oltre che alla sua tempra e tenacia; infatti proprio Vajda è stato premiato dall’Atp come miglior allenatore dell’anno per questo 2018. Se il miglior torneo dell’anno è stato letto dai giocatori Indian Wells, mentre la miglior coppia di doppio quella di Brya e Sock, altri due premi ci portano alle Next Gen Atp Finals. Il greco Stefanos Tsitsipas è stato riconosciuto quale il tennista che ha fatto i migliori e maggiori progressi nell’anno, mentre l’australiano Alex De Minaur quale l’atleta emergente più di rilievo. E sono stati proprio loro a contendersi il titolo della seconda edizione delle Next Gen Atp Finals di Milano. E forse la X di ‘Next’ rimanda proprio al pareggio che c’è stato, come sulla schedina di calcio, tra i due, che hanno vinto entrambi e dato uno spettacolo memorabile. Se a Londra è sceso subito in campo nella prima giornata Kevin Anderson, che ha regalato emozioni sia per il fatto di battere l’austriaco Dominic Thiem per 6/3 7/6(10) che per aver cantato “tanti auguri” alla moglie Kelsey per il suo compleanno, non meno hanno fatto i giovani a Milano. A partire proprio da Stefanos Tsitsipas. Favorito, ha strameritato la vittoria. Ha giocato in maniera impeccabile, con grande maturità e concentrazione, ma soprattutto con tanta voglia di vincere. Infatti, curioso un episodio che lo lega al coaching: più volte ha rifiutato di mettere le cuffiette per parlare con il padre/allenatore Apostolos, preferendo concentrarsi e cavarsela da solo nel trovare la strategia giusta e più adatta. Proprio nella semifinale contro Rublev, vinta al quinto set, non appena ha visto che stava per perdere il comando del gioco, ha perso il controllo al cambio campo ed è scattato in un moto di rabbia, per cui – prima – ha picchiato forte con il pugno della mano sugli asciugamani di fianco alla panchina, poi ha preso la cuffietta e l’ha scaraventata più volte, sbattendola e fracassandola in mille pezzi, ferendosi anche a un dito della mano, che ha dovuto farsi medicare. L’ira giovanile e una collera che sa di sete di vittoria. Ma non è questa l’immagine cui vogliamo legare le Next Gen Atp Finals, bensì quella di Stefanos sorridente e raggiante tra i ball-boys; oppure l’abbraccio sincero tra i due finalisti. Questa edizione era partita come una sfida principale tra Tsitsipas e Rublev, poi si è trasformata sempre più in una lotta acerrima tra Stefanos e Alex De Minaur. Il russo, infatti, è riuscito ad arrivare solamente terzo, quarto un solido Munar. Per Rublev era l’ultima edizione, lo scorso anno si qualificò secondo e l’anno prossimo non potrà partecipare per l’età. Sicuramente dell’edizione 2018 rimarranno i tuffi in rovesciata alla Boris Becker a rete di De Minaur e di Liam Caruana; per l’italiano la soddisfazione di aver giocato un primo set impeccabile alla pari contro Rublev, perso per nove punti a 7 al tie break. E poi ancora, ne resteranno i passanti di dritto inside out di Alex e di Stefanos, ma anche di Andrey, o quelli di rovescio inside in di Tsitsipas e De Minaur. Questi giovani sembrano davvero aver raccolto l’eredità dei big del passato. Stefanos ha un gioco a metà tra quello di Borg e di McEnroe, che ricorda anche nel look (per la fascia e il taglio di capelli, oltre che per il fisico longilineo). Ora dovrà scegliere che cosa fare il prossimo anno, se tornare a difendere il titolo qui a Milano o volare a Londra. La stessa cosa che accadde ad Alexander Zverev, protagonista quest’anno alle Atp Finals alla 02 Arena, in un incontro in cui ha giocato due tiebreak sensazionali e perfetti contro Marin Cilic, aggiudicandoseli entrambi meritatamente. Non è un caso che anche i campioni di ieri si interessino a quelli di oggi: Ivan Lendl, ad esempio, sta allenando proprio il tedesco già da un po’. E, a proposito di allenatori, molti sostengono che, per un’ulteriore crescita agonistica e professionale (in cui ha già ha fatto registrare progressi straordinari) di Stefanos, occorra che venga anche lui affiancato da un altro allenatore – ‘specialista’ del settore -, che aiuti il padre Apostolos a seguire il figlio, dando suggerimenti tecnici ulteriori aggiuntivi, che potrebbero rivelarsi preziosi e fondamentali alla sua definita maturazione.

Sicuramente alle Next Gen Atp Finals di match belli ce ne sono stati molti; ma forse, dopo la finale in cui De Minaur ha avuto diversi match point – tutti annullati egregiamente da un Tsitsipas che si è dimostrato in questo molto maturo -, le partite più entusiasmanti sono state proprio quelle delle semifinali; di meglio il pubblico non poteva chiedere: entrambe terminate al quinto set e in perfetto equilibrio. Se la finale ha avuto ben due tie-break e si è conclusa a favore del greco per 2/4 4/1 4/3 4/3, altrettanti ce ne sono stati nello scontro di semifinale appunto tra lui e Rublev, finito col punteggio di 4/3 3/4 4/0 2/4 4/3. Molti erano pronti a scommettere che quella sarebbe stata la vera finale, ed effettivamente il vincitore è uscito da lì; ma Alex De Minaur ha stupito davvero tutti, con la sua versatilità e completezza. Ha dinamicità, incisività di gioco, estrema precisione, potenza, velocità, non sbaglia un colpo; gli riesce tutto e tira fuori dal suo cilindro tiri da manuale che è raro vedere spesso, che riescono a pochi. Come del resto ha fatto Stefanos. Altri cinque set e due tiebreak nel match tra l’australiano e lo spagnolo Munar. 3/4 4/1 4/1 3/4 4/2; bravo De Minaur a riacciuffare il match, onore al merito a Jaume di non aver mai mollato, aver sempre lottato, di aver dato tutto e di aver giocato i tie-break in maniera notevole. Forse ha avuto un leggero crollo e calo fisico proprio solo nell’ultimo set, accusando un po’ di stanchezza; mentre Alex ha saputo rientrare nel match alla grande, ritrovando la concentrazione e l’attitudine aggressiva giuste, insomma il suo miglior tennis. Chi ha brillato è stato anche Taylor Fritz, artefice di un match strepitoso contro Rublev, di certo non facile, anche se lo ha perso; il russo, infatti, è riuscito a portarlo a casa in maniera magistrale per: 4/2 1/4 3/4 4/3 4/2, rigirando la partita e riprendendo le redini di un incontro duro e difficile, contro un avversario ostico che non intendeva cedere un centimetro di campo e che gli metteva molta pressione con i suoi colpi. Fritz è un giocatore completo in grado di dominare in campo e ci sono voluti tutta la grinta, la tenacia e il mordente di Andrey per venire a capo dello scontro tra i due.

La Federation Cup. Per quanto riguarda, invece, il tennis femminile, segnaliamo una nota sulla finale di Federation Cup, giocatasi a Praga. Con Petra Kvitova sugli spalti a sostenere la sua squadra, ma senza giocare, la Repubblica Ceca ha battuto gli Stati Uniti per 3-0. Grazie alle vittorie dei tre singolari. Ad aggiudicarsele sono state: Barbora Strykova, che ha sconfitto Sofia Kenin per 6/7 6/1 6/4; Katerina Siniakova, che ha battuto prima Alison Riske (per 6/3 7/6) e poi (nel match successivo di seconda giornata) Sofia Kenin per 7/5 5/7 7/5. Quest’ultima ha perso un match davvero in maniera incredibile, avendo avuto più occasioni per vincerlo e non sfruttando e realizzando tutte le chance a sua disposizione, spesso in vantaggio e avanti nel punteggio (con alcuni match points a suo favore). Al termine abbiamo visto la giovanissima tennista statunitense 19enne in lacrime, amareggiata per lo scarso rendimento in Federation Cup e per non aver ‘salvato’ il suo team. Ma forse è stata una responsabilità troppo grande per una tennista così giovane appunto. Del resto, sicuramente, per lei rimarrà un’esperienza altamente formativa. D’altronde per gli Usa non c’erano molte alternative: con Madison Keys fuori per l’infortunio al ginocchio che l’ha costretta al ritiro al Wta di Zhuhai; senza le sorelle Williams, forse la soluzione alternativa sarebbe stato proprio rifar scendere in campo la Riske, oppure puntare a coinvolgere la Mattek-Sands. Ad ogni modo questo ci dà l’opportunità di parlare di ‘next gen’ al femminile. Infatti la Kenin non era la sola ‘teen’ del gruppo. Tra le ‘giovanissime’ vi erano anche la stessa Siniakova, 22 anni, anni da “next generation’ appunto, che ha dimostrato una grande capacità di disimpegnarsi nel duro compito impegnato di ‘guida’ della sua squadra. La Riske è ancora giovane, pur avendo già 28 anni. Ma, a proposito di talenti ‘made next gen’, non possiamo non annoverare la Barty in primis. Dopo il successo al torneo già citato di Zhuhai, l’australiana si dimostra una vera ‘aussie’, proprio come lo è Alex De Minaur. E non è solo la giovane età a farne un talento ‘next gen’. 19 anni per lui – come per la Kenin -, 22 per lei, entrambi hanno un gioco molto dinamico e vivace, brillante. Di Alex abbiamo già detto, un’ultima nota conclusiva la volgiamo dedicare ad Ashleigh. Trionfatrice in Cina, a premiare la tennista vincitrice è stata proprio Steffi Graf. La tedesca ha consegnato dei fiori, una mascotte di pelouche e la coppa alla prima classificata e il piatto alla finalista. Messa vicino alla Barty per la foto di rito, ci ha fatto venire in mente che forse l’Australia ha trovato una giocatrice che è la nuova Graf australiana, invece che tedesca, più di quanto lo possano essere la Kerber e la Goerges per la Germania. Il gioco della Graf, come quello della Barty, è infatti a tratti molo similare: fatto di back e attacco soprattutto. Di certo la tennista di Ipswich è da tenere in considerazione proprio per la nazionale australiana di Federation Cup, così come il giovane talento di Sydney, Alex De Minaur appunto, per la Coppa Davis. Tutti e due sono perfettamente in grado e all’altezza di farsi portabandiera della loro nazione.

Barbara Conti

Tennis: tutto pronto per Milano. Barty, Khachanov e i numeri uno

BBPk64DProssimi appuntamenti con il tennis, a seguire, le Next Gen Atp Finals e le Atp Finals di Londra. Se tutto è pronto per le prime – al via dal 6 al 10 novembre prossimi a Milano – si è cominciato già a formare lo schieramento dei big che scenderanno in campo nelle seconde. Per quanto riguarda l’evento italiano, si è già cominciato a giocare e si è concluso il torneo di qualificazione preparatorio – tutto italiano – per decidere quale sia il tennista nostrano ad entrare a pieno regime nel ‘tabellone’. Il vincitore è risultato un sorprendente Liam Caruana, che ha sconfitto il favorito Raul Brancaccio; dopo aver perso il primo set, l’atleta ha rimontato; una partita equilibrata in cui ci sono stati anche due tiebreak, che si è aggiudicato appunto il futuro vincitore. Se nel primo set è stato Raul ad andare subito in vantaggio per 3-1, nel secondo è stata la volta di Liam a passare avanti nel punteggio con lo stesso score. Un tennista molto vivace, con ottima mobilità, che ha saputo mettere pressione, essere incisivo con la sua velocità di colpi, in grado di rispondere a tutto e di respingere ogni colpo, costringendo l’avversario a venire in avanti a rete e a prendersi più rischi. Molto preciso, anche nell’incontro precedente con Giacomini, altro tennista dal gioco molto dinamico e rapido, dai colpi molto potenti e profondi, con cui ha messo in atto una rimonta similare. Quasi due match speculari. Brancaccio era il favorito, sembrava il più esperto, il più solido, il più maturo, il più equilibrato, invece si è fatto sorprendere dal fervore di un tennista fresco, grintoso, che ha fatto della giusta rabbia agonistica il vigore per vincere. 2-4 4-1 4-3 4-3 il punteggio finale con cui Caruana è diventato l’ottavo partecipante alle Next Gen Atp Finals. Sicuramente sono stati giovani che hanno regalato emozioni. Un’ottima vetrina per tutti quanti, ognuno voglioso di rappresentare l’Italia. Come sempre c’è riuscito solamente uno, ma – date le esperienze passate – sicuramente resterà un’esperienza positiva e un ottimo trampolino di lancio per ciascuno. Nulla da fare quest’anno per Matteo Berrettini e per Andrea Pellegrino, a quest’ultimo forse ha giocato un brutto scherzo l’emozione; ma, se si pensa che solamente un anno fa Matteo Berrettini giocò ed entrò nel tabellone delle Next Gen Atp Finals, ma poi perse subito al primo turno, eppure quest’anno di strada ne ha fatta, facile pensare a quali prospettive rosee e positive si aprano per questi giovani talentuosi e forti soprattutto da un punto di vista mentale. Caruana ha realizzato un sogno, compiendo quel miracolo in cui confidava, sulla spinta delle fede religiosa che sente, tanto da avere tatuato sul costato un passo della Bibbia, tratto dal Libro dei proverbi, che cita proprio la frase: “confida nel Signore con tutto il tuo cuore [….]”. Milanista (anche se, per le Next Gen Atp Finals sarebbe stato disposto anche, in caso di vittoria, a vestire la maglia dell’Inter e gridare persino: ‘forza Inter!’ – come ha confessato in un’intervista rilasciata a Supertennis), tifoso e grande estimatore di Kei Nishikori (per il suo temperamento moderato e tranquillo, per la sua velocità di colpi e rapidità di movimento e spostamento in campo: “in questo lo vedo e sento simile a me” – ha ammesso il giovane tennista -), invece, Raul Brancaccio. Questo ci riporta al grande appuntamento con i big per le Atp Finals di Londra e al torneo precedente indoor: il Master 1000 di Parigi Bercy. Ad aggiudicarselo proprio un ex Next Gen: il 22enne Karen Khachanov. Un torneo strepitoso per il russo, che si aggiudica il terzo titolo stagionale e il quarto in carriera. Infatti quest’anno si è imposto: a Marsiglia (altro indoor in Francia) – sul francese Lucas Pouille (per 7/5 3/6 7/5) -, alla Kremlin Cup a Mosca (sul francese Adrian Mannarino, con un doppio 6/2), ora al Rolex Paris Master di Parigi Bercy. Suo primo Master 100 in carriera. Il suo primo torneo vinto risale al 2016, quando conquistò l’Open di Chengdu sullo spagnolo Albert Ramos-Vinolas per 6/7 7/6 6/3. Sicuramente non finiranno qui i successi e i traguardi per questo tennista talentuoso, che sale alla posizione n. 11 del mondo e si concede la possibilità di giocare le Atp Finals di Londra. Ai danni di Fabio Fognini, che non riesce ad accedervi. Infatti i due tennisti si contendevano il posto per l’appuntamento londinese; ma al russo è riuscita un’impresa strepitosa, mentre l’azzurro si è trovato di fronte un solido Federer a fermare il suo cammino. Khachanov ha sconfitto, di seguito: Krajinović, per 7/5 6/2; Ebden per 6/2 2-0, quando l’australiano si è ritirato; Isner, per 6/4 6/7 7/6; Alexander Zverev, numero cinque del mondo, per 6/1 6/2 e Dominic Thiem, numero sette del mondo, per 6/4 6/1. Approdando, così, alla finale. Un talento il suo indiscusso, esploso di recente. Gioca da quando aveva tre anni e, in finale, ha persino superato il numero uno al mondo Novak Djokovic. Il russo ha giocato in maniera strepitosa, molto solida, mettendo a segno alla perfezione ogni colpo: di dritto o di rovescio, al servizio o a rete, da fondo o in attacco. Davvero pressoché ingiocabile. Il serbo ha raggiunto la vetta della classifica mondiale, ma si è dovuto arrendersi alla maggiore freschezza fisica e agonistica del russo, che in finale lo ha sconfitto per 7/5 6/4. Forse Nole ha pagato la stanchezza della dura semifinale contro Roger Federer, durata tre ore e terminata solamente al terzo set per 7/6 5/7 7/6; per non parlare del match contro Cilic nei quarti, vinto dal serbo per 4/6 6/3 6/2. Due partite perfette giocate da Djokovic, anche con tutta l’influenza addosso. Davvero encomiabile il suo estro da campione e da maestro. Tutti vedevano nella semifinale tra i due big indiscussi la vera finale dl torneo. Per quanto la finale reale non abbia mancato di regalare emozioni, sicuramente il pathos e la tensione che ci sono stati per lo scontro tra Federer e Djokovic entreranno nella storia del tennis e non saranno facili da ripetersi. Il campione di Basilea inseguiva il suo record di cento tornei vinti, che ha solo sfiorato; ma ha giocato la sua partita perfetta, la migliore di sempre probabilmente. Il miglior Nole ha vinto sul miglior Roger. Se avessimo dovuto scegliere una canzone a descrivere quell’incontro tra titani, sarebbe stato “Unici” di Nek, quando dice: “due come noi non li hanno visti mai, siamo unici, unici, gli unici, io e te”. Sì, perché – in fondo – resteranno comunque due campioni, ma soprattutto due grandi amici, prima che due grandi rivali. Li abbiamo trovati insieme a giocare in doppio alla Laver Cup e forse li ritroveremo a sfidarsi di fronte alla 02 Arena di Londra per le Atp Finals (in programma dall’11 al 18 novembre prossimi). Potremmo, a pieno regime, definirli i nuovi Borg&McEnroe, degli anni Ottanta, nel nuovo millennio. Se c’era chi voleva una nuova partita, sensazionale come la finale storica di Wimbledon del 1980 tra Borg e McEnore, beh, forse l’hanno trovata in questa semifinale del Master 1000 di Parigi Bercy tra Federer e Djokovic. Lo svizzero che attacca, come l’americano, l’altro che difende benissimo e respinge tutto come un materasso, proprio come lo svedese. L’elvetico compito e serafico come Bjorn, il serbo più irascibile come lo statunitense. Ma due talenti indiscussi, unici appunto, campioni della racchetta intramontabili. Sempre e per sempre. Dopo quella semifinale ci si chiedeva cos’altro ci fosse ancora da vedere nel tennis di tanto spettacolare. Forse proprio il talento di Khachanov. Federer aveva appena giocato una partita impeccabile contro Kei Nishikori, proprio contro il nipponico tanto apprezzato dall’italiano Brancaccio. Al giapponese aveva rifilato un doppio 6/4. Precedentemente sua vittima era stata, agli ottavi, un Fabio Fognini mai entrato veramente nel match, conclusosi per 6/4 6/3 a favore di Federer: nel primo set l’italiano riesce a rimanere ancorato fino al break decisivo del 6/4; partita in equilibrio che però crolla nel secondo set. Con questa sconfitta, e con la successiva vittoria di Karen, alle Atp Finals di Londra andrà il russo e non l’azzurro. Sia Roger che Fabio, tra l’altro, si erano avvantaggiati di due dei tre ritiri che hanno caratterizzato il Master di Parigi Bercy. Fucsovics per Fognini e Milos Raonic per Federer; ma, per un infortunio ai muscoli addominali, è stato costretto a rinunciare anche Rafael Nadal. Un peccato per lo spagnolo, che non ha potuto così difendere il primato della classifica mondiale.
E un infortunio è alla base di una delle sorprese del Wta di Zhuhai. Costretta a rinunciare per un problema al ginocchio, Madison Keys viene rimpiazzata dalla cinese Whang Qiang. Quest’ultima arriverà sino in finale, dove affronterà l’australiana Ashleigh Barty. Per la tennista di Tianjin si tratta della quarta finale stagionale, in questo 2018 assolutamente da incorniciare per lei. Infatti ha vinto il primo titolo all’Open di Jiangxi, sulla connazionale Saisai, su cui conduceva per 7/5 4-0; poi il torneo di Guangzhou sulla Putinceva per 6/1 6/2; mentre ha perso le finali al Wta di Honk Kong da Dajana Jastrems’ka per 6/2 6/1 e quella di questo torneo di Zhuhai dalla Barty per 6/3 6/4.
Ormai fa parte della top 20 e ha battuto diverse top 10, dimostrando un talento eccezionale. Forse le manca qualcosina nel gioco a rete e nella gestione emotiva delle finali. Non ha ancora pieno controllo della pressione nelle finali, ma giocarle in casa dà ancora più agitazione e se ne sente maggiormente il peso ovviamente. Soprattutto per una giocatrice di 26 anni, che ha ancora davanti un margine di miglioramento (persino enorme azzardiamo). Nella finale al Wta di Zhuhai, infatti, la differenza l’ha fatta proprio la maggiore padronanza a rete da parte dell’australiana, in grado di mettere a segno buone volées; mentre, in attacco, la Wang ha sbagliato colpi facili ed è stata più volte passata con facilità dall’avversaria. Tuttavia, buone le sue percentuali al servizio, e ottime prime di battuta eseguite. La Barty è stata più in grado di spostare la cinese e farla stancare, mentre la tennista di Tianjin non ha saputo aggredire i colpi in back, soprattutto di rovescio, dell’altra.; né tanto meno è stata in grado di farle male, di metterle pressione, rispondendo con il back al back dell’australiana. Il gioco più dinamico e versatile della Barty ha fatto la differenza. Si è dimostrata giocatrice completa, in grado di rimontare e rigirare intere partite; come la semifinale contro la Goerges. L’australiana (22 anni e attuale n. 19 del mondo) ha sconfitto la tedesca (e campionessa in carica uscente) con il punteggio di 4/6 6/3 6/2, in un’ora e 47 minuti. La Goerges parte bene e chiude il primo set con un break di vantaggio per 6/4; anche nel secondo va subito 2-0, con un break a suo favore che sembrava decisivo per chiudere il match; invece la Barty lo recupera e poi fa contro-break, così che porta a casa il secondo parziale per 6/3; con una Goerges sempre più in confusione, stanca e che non sa più che fare per bilanciare la maggiore dinamicità di gioco dell’australiana, tutto più facile per la Barty nel terzo set, che si impone agevolmente per 6/2. Dei successi della Wang abbiamo detto, mentre non è una novità neppure per la Barty la vittoria al Wta di Zhuhai. Infatti, per la tennista di Ipswich, si tratta del terzo titolo in carriera: dopo quello di Kuala Lampur (il primo, nel 2017), sulla giapponese Nao Hibino per 6/3 6/2: e dopo i due di quest’anno: oltre a questo a Zhuhai, quello a Nottingham (a giugno scorso) contro Johanna Konta, per 6/3 3/6 6/4. Ma ha collezionato anche altre tre finali perse: a Birmingham dalla Kvitova (nel 2017) per 6/4 3/6 2/6, a Wuhan (sempre lo scorso anno) dalla Garcia per 7/6 6/7 2/6, e quest’anno dalla Kerber a Sydney, con un doppio 6/4.
Ma c’è un’interessante coincidenza da registrare anche nella semifinale della Wang. Affrontava la Muguruza, proprio come nella semifinale del Wta di Hong Kong. Proprio come allora, vince la cinese al terzo set: ad Hong Kong aveva perso il primo set per 7/5 e poi aveva rimontato per 6/4 7/5. Qui a Zhuhai, invece, la piega con un netto 6/2 6/1. Le impartisce una dura lezione, mettendola in difficoltà con l’estemporaneità e l’istintività del suo gioco spesso di controbalzo, con aperture veloci dei movimenti, grande intensità, buona mobilità, aggressività in avanzamento, anche se stenta a venire a rete. La Muguruza corre, corre, corre, deve far miracoli per fare il punto, commette tanti errori e tanti gratuiti, va in confusione, non sa più che fare. Un episodio è emblematico e si ripete, nella semifinale di Zhuhai come in quella di Hong Kong: Garbine chiama il coach in campo, chiede consiglio con un po’ di disappunto: ‘che cosa vuoi che faccia ora?’ – gli dice -; l’allenatore (Sam Sumyk), per tutta risposta, se ne va stizzito e risentito, con un gesto della mano che non promette nulla di buono (e, infatti, da allora la Muguruza perderà un punto dopo l’altro): disaccordo molto amaro (o semplice fraintendimento?) tra i due.

Tennis: Stoccolma, Basilea Vienna e la strada verso le Next Gen Atp Finals

nextgen_all_darkLe Next Gen Atp Finals si terranno a Milano dal 6 al 10 novembre prossimi. Le regole sono sempre quelle sperimentate lo scorso anno: si gioca al meglio dei tre set, su 4 games invece di 6, con tie-break sul 3-3, senza vantaggi e senza ripetere il servizio se la palla tocca il nastro, con un solo time-out medico, con il coaching a disposizione. Tuttavia, con i tornei appena giocati, già si è rivolto uno sguardo a questo evento. Vediamo più da vicino, allora, cosa è successo agli Atp di Stoccolma, Basilea e Vienna. Il primo è stato vinto proprio da colui che guida gli atleti Next Gen: il greco Stefanos Tsitsipas. Il tennista di Atene, classe 1998, è l’attuale n. 16 al mondo, ma quest’anno – in agosto – aveva raggiunto il suo best ranking salendo fino alla posizione n. 15. Il tennis è di casa per lui e la sua famiglia; infatti è allenato dal padre Apostolos, ex giocatore di tennis, ma ha anche il fratello minore Petros che gioca nel circuito ITF. Diventato professionista nel 2016, ha anche un’ottima carriera juniores alle spalle. Quest’anno è riuscito a vincere il suo primo torneo Atp, imponendosi in finale su Ernests Gulbis con un doppio 6/4; ma, in questo 2018, vanta anche due finali perse da Rafael Nadal (a Barcellona, dove lo spagnolo gli ha inflitto un netto 6/2 6/1; e a Toronto, dove il campione di Mallorca ha trionfato per 6/2 7/6). Non male per un atleta cresciuto nel mito di Roger Federer; chissà che non possa arrivare ad eguagliare i suoi primati. E proprio l’elvetico ha messo a segno un altro dei suoi record. All’Atp di Basilea, in casa, lo svizzero ha conquistato il titolo per l’ottava volta, inseguendo il centesimo titolo in carriera (per ora è fermo, infatti, a quota 99 con la coppa conquistata qui in Svizzera). In semifinale Federer strapazza un altro Next Gen: il russo Daniil Medvedev. L’elvetico si impone per 6/1 6/4, ma ha sempre dominato; anche nel secondo set, infatti, era avanti 5-1 e tutto sembrava essere pronto per la chiusura definitiva del match con un doppio 6-1 appunto; invece il russo, prima ha fatto break allo svizzero, poi ha mantenuto il servizio e si è portato sul 5-4, ma a quel punto non è riuscito a completare il pareggio e Federer si è imposto per 6/4. Forse Medvedev ha pagato lo scotto di un turno di quarti molto duro proprio contro il greco Stefanos Tsitsipas. Partita finita al terzo set, con il punteggio di 6/4 3/6 6/3 per il russo, che parte benissimo e domina il campo con un gioco molto più aggressivo e incisivo rispetto all’avversario. Tuttavia cala leggermente di tono nel secondo set, spingendo meno sui colpi e l’altro ne approfitta per andare più in avanzamento; si va al terzo set, ma a questo punto il russo ritrova le energie e la tenacia per ritornare a dominare, mentre forse stavolta è il greco ad avere un lieve calo e ad accusare un po’ di stanchezza, venendo così penalizzato con un break fondamentale che fa aggiudicare il terzo set a Medvedev per 6/3. Un match bello, molto lottato ed equilibrato, di tutti punti vincenti effettuati e pochi errori non forzati o pressoché nessun gratuito. Per quanto la sua corsa si sia arrestata in semifinale, per il russo una stagione da incorniciare dopo i tre successi conseguiti. Infatti, in questo 2018, ha vinto i tornei di: Sydney, a gennaio sul Next Gen Alex De Minaur, per 1/6 6/4 7/5 – partita davvero favolosa ed emozionante -; poi a Winston-Salem, su Steve Johnson con un doppio 6/4; infine a Tokyo su Kei Nishikori, per 6/2 6/4. E proprio il giapponese è stato protagonista della finale dell’Atp di Vienna. Dopo l’uscita del campione di casa Thiem ai quarti, proprio ad opera del nipponico – che si è imposto con un netto e sorprendente 6/3 6/1, impartendo una dura lezione all’austriaco, in difficoltà e decisamente non in giornata -, tutto abbastanza facile per lui. Cammino quasi spianato per la finale, dove ha trovato di fronte Kevin Anderson. Quest’ultimo ha fatto valere la sua maggiore capacità di giocare su pochi scambi, in attacco a rete e basandosi sul servizio, avvantaggiandosi di numerosi aces e serve&volley. 6/3 7/6 il punteggio, in una partita che ha visto un primo set dominato dall’americano, sceso di livello e rendimento nel secondo, quando il nipponico era sembrato poter riuscire persino a portare il match al terzo set; invece Kevin Anderson ha trovato la concentrazione e il ritmo giusti per l’ultima sferzata di reazione, fondamentale per mettere a segno un successo che conferma il suo traguardo raggiunto a Wimbledon con la finale giocata contro Novak Djokovic. Nonostante l’abbia persa, oltre a questa vittoria di Vienna, quest’anno il tennista sudafricano di origine ha raggiunto un’altra finale, disputata e conquistata, proprio sul cemento di New York contro Sam Querrey (4/6 6/3 7/6 il punteggio).

Così come è stato un successo la finale raggiunta a Basilea dal qualificato rumeno Copil. La sconfitta impartitagli dal padrone di casa (show di Federer anche durante la cerimonia di premiazione, in cui ha ringraziato il pubblico e gli organizzatori in diverse lingue: inglese, francese e tedesco). 7/6 6/4 il punteggio finale molto dignitoso: un primo set in totale equilibrio, ma al tie-break Federer ha tirato fuori l’estro da campione e si è imposto per 7 punti a 5; nel secondo, invece, ha trovato il break decisivo per imporsi 6/4, ma è sembrato avere più controllo del match, nonostante gli sforzi di un generoso Marius Copil (numero 93 del mondo). Un’ora e 34 minuti di gioco complessivi, in totale. Tra l’altro, in semifinale, al rumeno era riuscita un’impresa non da poco: battere la testa di serie n. 2 Alexander Zverev per 6/3 6/7(6) 6/4.

Infine, in attesa di andare a vivere le emozioni delle Next Gen Atp Finals di Milano, riportiamo due notizie importanti, anche se fuoriescono un attimo dal consueto panorama di tornei giocati, vittorie, titoli conquistati, classifiche mondiali, ecc. Una riguarda il maschile, l’altra il femminile. La morte del giovane campione australiano 34enne, Todd Reid, per cause ancora ignote. Divenne professionista nel 2002, dopo essere stato campione juniores a Wimbledon. Infine, una rivelazione da parte dell’attuale n. 2 al mondo: la danese Caroline Wozniacki ha confessato di avere l’artrite reumatoide, malattia autoimmune molto invalidante – soprattutto per un’atleta – perché colpisce le articolazioni tanto da poterle deformare, può limitare i movimenti, la mobilità e la libertà d’azione. Quest’anno ha vinto gli Australian Open e la diagnosi le è arrivata dopo il passato Wimbledon. Con la sua tenacia e forza di volontà, la tennista è riuscita a completare una stagione comunque significativa per lei, piena di soddisfazioni; e questo è già un grande esempio che ha dato di professionalità e di coraggio. Una campionessa anche per questo.

Barbara Conti

Si Chiude la XIII Festa del cinema di Roma: non solo noir

festa del cinema xiiiE son 13. Sì è conclusa la tredicesima Festa del cinema di Roma. Record di incassi e presenze, guastati – nelle ultime giornate – dal maltempo: Roma allagata da temporali, ma – del resto -, anche lo scorso anno il giorno di chiusura aveva visto presentarsi la stessa situazione.
A parte questo, i numeri parlano chiaro. Un incremento del +6%, rispetto al 2017, di riempimento delle sale. Le proiezioni, in tutto 266, si sono svolte in tutta Roma in un totale di 14 sale: 4 all’Auditorium e 10 nel resto della Capitale. 91 complessivamente i film, provenienti da ben 30 Paesi. Di quelli in concorso, a vincere il Premio BNL del pubblico è stato “Il vizio della speranza” di Edoardo De Angelis. Proprio questo riconoscimento ha visto un +20% di votanti. Ma a crescere non è stato solo l’interesse per la manifestazione, che ha visto l’attrazione di ben 72 partner aderenti; ma anche l’attenzione della stampa. Un +1% in più di pubblicazioni su quotidiani locali, nazionali e di servizi radio e tv sui Tg; un +2% sul Web e un +13% addirittura sulla stampa estera e internazionale.
E che dire di come l’evento è stato seguito sui social e di quanto è stato condiviso lì? Basti pensare che c’è stato un incremento del +12% su Facebook, del +13% su Twitter, del +30% su Instagram e del +30% su YouTube.
Del resto molti gli ospiti e gli incontri con star internazionali. A partire da Martin Scorsese – forse il più seguito -, con gente in fila anche da quattro ore prima, che si è dovuta scrivere il numero di ordine d’ingresso per far rispettare la coda e l’ordine di entrata (si è arrivati a quota 104 presenze solo di pubblico, oltre agli accreditati, e ci si è dovuti bloccare e fermare per il sold out). Il regista Premio Oscar ha ritirato il Premio alla carriera, così come Isabelle Huppert. Per non parlare di Cate Blanchett, o Michael Moore, per arrivare fino al nostro Giuseppe Tornatore. Infine, l’ultimo giorno, incontro con le sorelle Alba e Alice Rohrwacher.
Ma, oltre a sette milioni in più d’incasso, grazie anche a un 9,2% in più di spettatori nel serale, un successo strepitoso lo ha avuto la sezione “Alice nella città”, con una presenza massiccia di scuole e ragazzi, adolescenti e alunni che sono rimasti fuori dalle sale di proiezione per quanto erano numerosi, ben 3.500; infatti la maggior parte delle proiezioni sono avvenute nel Sala Cinema Vision (con 180 posti) e nel Music Hall (con 280). Questi alcuni dei film che hanno vinto: “Ben is Back”, per la regia di Peter Hedges con Julia Roberts (che al cinema uscirà il 20 dicembre prossimo); Jellyfish (regia di James Gardner), “Go home-a casa loro”, per la regia di Luna Gualano. Un successo soprattutto della collaborazione di ‘Alice’ con ‘Every child is my child’, perché -spiegano gli organizzatori della sezione -: “bisogna aiutare gli ultimi, chi è in difficoltà, chi ha bisogno, soprattutto i bambini; perché ogni bambino è il nostro bambino. Pertanto parte del ricavato di ‘Alice nella città’ andrà in beneficenza a ‘Every child is my child’: è giusto così”.
Un’edizione della Festa del cinema incentrata sul noir. Infatti anche la copertina prevedeva un investigatore, con il classico cappello, un impermeabile e una pistola – come porta di consuetudine uno che fa questo mestiere -. Ma potremmo ben dire in nero…e bianco; nel senso che non c’è stato solo l’aspetto ‘poliziesco’ e nero a connotare i film e questa stagione della manifestazione; ma anche il ‘bianco’ della commedia e dell’innocenza di giovani protagonisti, spesso al centro dei film. Dunque non vuol dire un festival senza colori, tutt’altro, anzi il contrario persino. Un esempio su tutti è stato il riportare al cinema il mito di Stanlio e Ollio, alias Stan Laurel e Oliver Hardy in “Stan&Ollie”, per la regia di Jon S. Baird. Con immagini di repertorio in bianco e nero, affiancate alle scene a colori. Un film anche a tratti drammatico e realistico, molto veritiero e verosimile, che però non ha rinunciato a una venatura comica e ironica. Oltre a questa rivisitazione, molti i temi interessanti e importanti, anche nuovi, affrontati nei film in Concorso alla Festa del cinema 2018. Innanzitutto la magia in “The house with a clock in its wall” di Eli Roth, con Jack Black e Cate Blanchett. Sembra seguire saghe tipo Harry Potter o Twilight, ma – in realtà – dietro il soprannaturale, i superpoteri, la magia, l’inganno, gli incantesimi, le maledizioni messe in campo, non mancano tante risate regalate da una verve comica e, soprattutto, tutto porta alla ricerca di una propria identità e di riappropriarsi del senso della famiglia. Il piccolo protagonista di 10 anni, Lewis Barnavelt, saprà ben scegliere tra il proprio bene e quello delle persone cui è affezionato e che gli sono care, come lo zio Jonathan. Non esiterà tra lo scegliere se salvare solo se stesso oppure non rinunciare a salvare lo zio e l’amica di quest’ultimo: Mrs Zimmerman (Blanchett). Tutti e tre insieme sconfiggeranno il male, che sembrava più forte e potente, ma Lewis non ha dubbi: per lui sono loro la sua famiglia ora, da quando ha perso i genitori in un tragico incidente. Nonostante i loro difetti e imperfezioni. La cosa interessante è racchiusa nella frase d’apertura con cui inizia il film, di Albert Einstein: “La vita è come andare in bicicletta, se vuoi stare in equilibrio devi muoverti”. Sempre altra magia, con in più un po’ di tono horror, nel film “Halloween” di David Gordon Green, festa ormai alle porte. Oltre alla magia, un altro argomento non trascurabile è quello dei corrieri della droga, costretti a trasportare droga in corpo, al centro di “Sangre blanca” (regia di Barbara Sarasola-Day): sangue, della morte e delle ferite+il bianco della cocaina e dell’innocenza dei due giovani protagonisti, vittime della disperazione: Martina e Manuel (che morirà durante la fase di ‘trasporto’); ma sarà il racconto di formazione della prima, che ritroverà – per un breve periodo -, il rapporto con il padre Javier. La musica e i colori del Brasile sono portati sul grande schermo da Jeferson De in “Correndo Atràs”, tanto da sembrare un musical e con la proiezione terminata con una standing ovation, che mostra il sogno di diventare calciatore di un giovane, Glanderston: il nuovo Neymar, con un piede e un tocco di palla, una velocità tipo quelle di Pelè, agli occhi di Paulo Ventania, che cerca un progetto per sfuggire alla povertà e alla miseria del suo Paese, oppresso dai debiti e con una moglie e un figlio a carico da mantenere. Entrambi cercano, attraverso il calcio, il proprio riscatto, con il secondo che si fa imprenditore del primo, tra le insidie e le angherie di chi vuole truffare questo apprendista manager calcistico di un talento indiscusso, con la peculiarità di avere solo tre dita del piede destro. Così come cerca di redimersi attraverso il pugilato Miguel Galindez detto “Bayoneta”, la cui storia è raccontata in “Bayoneta” di Kyzza Terrazas; come avvenne lo scorso anno con “A prayer before dawn”.
Andando avanti nell’analisi degli argomenti trattati dai film, problemi di droga, tossicodipendenza, disintossicazione, dipendenza dagli stupefacenti e relativi difficili rapporti con la famiglia e difficoltà per uscire da questo tunnel sono al centro di “Beautiful boy” di Felix Van Groeningen, come di “Ben is back”. L’omosessualità al maschile è trattata in “Boy erased” (regia di Joel Edgerton); con Nicole Kidman e Russel Crowe; tra l’altro l’attrice fu presente alla Festa del Cinema con “Lion-la strada verso casa”, con una storia simile, poiché il protagonista di “Boy erased” deve ritrovare la strada verso casa, per ritornare dalla sua famiglia, dai genitori, e la madre lo aiuterà, accogliendolo e capendolo più del padre, che ha mostrato da sempre più ortodossia e ritrosia. E omosessualità al femminile c’è in “The miseducation of Cameron Post” (diretto da Desiree Akhavan); per entrambi anche il duro confronto con il rigore (religioso) ferreo di una religione che vorrebbe ‘cambiarli’ e ‘guarirli’. Se – tra i film per ragazzi – “Mia et le lion blanc” (di Gilles de Maistre) vuole sensibilizzare sul rischio estinzione per i leoni (soprattutto quelli rari bianchi), specie che in Sud Africa sta quasi scomparendo e che deve essere protetta e salvaguardata dai cacciatori che li uccidono spietatamente; “My dear prime minister” (regia di Rakeysh Omprakash Mehra), avanza l’enorme problematica dell’assenza di bagni pubblici in India, a Mumbai. Il protagonista Kannu, di 8 anni, scrive direttamente al primo ministro per farne costruire uno pubblico, dopo che la madre Sargam una sera è stata violentata mentre si recava ad espletare i bisogni naturali lontano da casa; aveva persino tentato di costruirne uno privato tutto loro, ma il maltempo lo ha presto distrutto. Se “Jan Palach” di Robert Sedlacek, narra e rivista la vicenda del giovane studente che si dette fuoco in Cecoslovacchia in segno di protesta nel 1969, “Three identical strangers” (di Tim Wardle) parla di tre giovani che scoprono di essere gemelli e apprendono l’esistenza di fratelli che non sapevano di avere nella New York degli anni Ottanta; ispirato a una storia vera realmente accaduta. Così come lo è “Green book” (regia di Peter Farrelly), che ripercorre la storia del pianista afroamericano di successo Don Shirley; con Viggo Mortensen e Mahershala Ali; il film ha ottenuto un tripudio di risate e ha conquistato e soddisfatto decisamente il pubblico. Commuove “The hate u give” (regia di george Tillman Jr.) sulla discriminazione dei neri e sugli episodi di intolleranza da parte della polizia nei loro confronti. Gente senza diritti, cresciuta nell’odio, nel dolore, nella sofferenza; quello stesso odio che si riversa sulle ultime generazione di giovani e piccoli. Protagonista è una ragazza Starr, di 16 anni, che si lancerà in un monologo finale – pregnante e ricco di significato – che molto fa ragionare e scuote le coscienze; decide di testimoniare per l’assassinio di un amico, Khalil, che spacciava droga, per sopravvivere, per il boss locale. Starr era cresciuta negli insegnamenti del padre e cerca di proteggere anche il fratellino minore, ma tutto cambierà quando quest’ultimo prenderà in mano una pistola e sarà pronto ad uccidere anche lui per salvare il padre. È in quel momento che è ora di dire ‘basta!’ a tutta quella violenza, a quella distinzione tra bianchi e neri che si vuole mascherare dietro l’ipocrisia. Per il centenario della fine della prima guerra mondiale si è ripercorso il tema dell’Olocausto e della deportazione in “They shall not grow old” (di Peter Jackson), con materiale d’archivio così come in “Who will write our history” (di Roberta Grossman). Il tema del suicidio, trattato con ironia sullo stile di “Green book”, è al centro di “Dead in a week or your money back” (di Tom Edmunds): un giovane, William, si vuole suicidare, ma tutti i suoi tentativi falliscono; decide di chiedere aiuto a un killer professionista vicino alla pensione, Leslie, che promette di ucciderlo entro una settimana, con cui firma persino un contratto formale non rescindibile. Però la vita del giovane cambierà totalmente e lui non vuole più morire, perché trova la sua ragione di vita in una giovane editrice, che si interessa al suo libro che ha sempre desiderato pubblicare; la stessa ragione per cui vale la pena morire, che è quella per cui lottare e vivere; ma William si rende improvvisamente conto che il senso di vuoto che sentiva era di inutilità e che la cosa che più gli premeva era sapere di essere utile, di poter aiutare gli altri: la sua morte preferita è essere investito dopo aver salvato un bambino, mentre tutti applaudono a questo nuovo eroe. Intanto Leslie lo insegue per ammazzarlo. Riuscirà a sfuggire a questa sorte beffarda e triste, cinica e spietata? O basterà l’amore dell’editrice a salvarlo?
Tra i film d’animazione va segnalato “Funan” (regia di Denis Do): il racconto della deportazione nei campi di prigionia in Cambogia della popolazione della protagonista Chou. Così come, della sezione “Alice nella città”, da rilevare la presenza di “Capernaum”, della regista Nadine Labaki. A Beirut il 12enne Zain deve districarsi per la sopravvivenza, nelle insidie e intemperie della vita, dopo che è fuggito di casa perché non ha condiviso che la sorellina sia stata data in sposa a soli 11 anni e che, successivamente, sia morta di parto. Sarà solo una delle tante tragiche situazioni che la gente del posto è costretta a vivere quotidianamente: l’espatrio, il rischio espulsione, il doversi comprare documenti falsi e di che vivere vendendo qualunque cosa, anche di contrabbando, oppure smerciando droga, prostituendosi, vendendosi come schiavi o meglio schiave – soprattutto le donne -; rubando, anche i più piccoli, per cui c’è solo l’obbligo di lavorare e non il diritto di andare a scuola. Si sopravvive nutrendosi di acqua e zucchero e così via. Per questo Zain decide di denunciare i genitori che lo hanno fatto nascere e vivere in un mondo del genere e in una società così squallida e misera, in segno di protesta, per ribellarsi e provare a cambiare qualcosa. La disperazione, infatti, rende anche pronti ad uccidere per vendicarsi di chi ci ha fatto del male, ma rende anche vulnerabili, facili prede di approfittatori senza scrupoli. Così come in “Jellyfish” (di James Gardner) la giovane protagonista deve crescere in fretta occupandosi del fratellino. E in centri di accoglienza è ambientato, in una Roma con tanto di invasione di zombie, “Go home” (di Luna Guarano): l’unico che potrebbe salvarsi da questi esseri mostruosi è Enrico, ma verrà tradito dal fatto stesso di non essere riuscito a salvaguardare e tutelare il più piccolo di tutta la contenuta comunità del centro di accoglienza (simbolo del futuro e di speranza per il domani), nonostante il sacrifico dei compagni. Un errore, un egoismo imperdonabile, un fallimento involontario certo, ma su cui nessuno è disposto a sorvolare. Zombie che avevamo trovato alla Festa del cinema lo scorso anno nel film “In un girono la fine”, prodotto dai fratelli Manetti, per la regia di Daniele Misischia, con Alessandro Roja.
Il bullismo è al centro di “Measure of a man” (di Jim Loach), così come la droga è alla base di “Hot summer nights” (di Elijah Bynum); così come Paolo Ruffini in “Up&Down-un film normale” parla dell’universo di ragazzi affetti da sindrome di Down in grado di recitare uno spettacolo intenso e memorabile, mentre ci si interroga sul senso e sul significato di ‘essere normale’. Cinque attori con la sindrome di Down, della Compagnia di Livorno Mayor Von Frinzius dell’amico – da più di 20 anni – Lamberto Giannini, ed uno autistico, sono i protagonisti di questo spettacolo con cui Ruffini ha voluto portare “parità e uguaglianza”, per lanciare il seguente messaggio – a chi ha tale tipo di problematiche -: “tu vali quanto me” e non “oh poverino/a”. “Ho capito che – ha concluso il regista – forse a volte agli ‘ultimi’ non interessa essere primi”, primeggiare, ma solo partecipare e godersi il loro momento, senza aspirazioni di gloria. Sulla stessa linea di “Be kind” (di Sabrina Paravicini), che mostra la diversità a tutto tondo.
Se non si può ignorare l’ultimo film da attore di Robert Redford in “The old man and the gun” di David Lowery, alla stessa maniera non passa inosservato il docufilm denuncia, inchiesta giornalistica, non priva di una satira sarcastica, di Michael Moore “Fahrenheit 11/09”, a cui fa eco la miniserie “Watergate”; e – a proposito di serie – come promesso lo scorso anno, è arrivata una nuova stagione di Skam Italia (diretta da Ludovico Bessegato). Così come a “Bayoneta” nella sezione “Alice nella città” è speculare “Butterfly” (di Alessandro Cassigoli e Casey Kauffman), ispirato alla storia di Irma Testa, giovane che si dette al pugilato.
Nella sezione in Concorso non delude “Notti magiche” di Paolo Virzì, in cui il cinema indaga se stesso, mostrando tanti retroscena inediti; dietro un giallo poliziesco in stile “Il capitale umano” (dello stesso regista); e sulle note della colonna sonora dei Mondiali d’Italia del 1990. Protagonisti sono tre giovani aspiranti sceneggiatori con i loro sogni nel cassetto. Non manca la musica alla Festa del cinema, come fu negli anni scorsi, con Michael Bublè e Rolling Stones. Quest’anno è la volta degli Afterhours in “Noi siamo Afterhours” di Giorgio Testi, in cui il frontman Manuel Agnelli racconta il concerto sold out al Forum di Assago per poi ripercorrere tutta la carriera del gruppo; o di De Gregori in “Vero dal vivo Francesco De Gregori” di Daniele Barraco; ma anche de “Il flauto magico di piazza Vittorio” di Mario Tronco e Gianfranco Cabiddu. O, ancora, di Fabio Rovazzi che, dopo l’esperienza de “Il vegetale” di Gennaro Nunziante (storico collaboratore di Checco Zalone) e di “Nut job-tutto molto divertente”, presenta il suo nuovo video (nella versione lunga): “Faccio quello che voglio”, incontrando anche il pubblico.
Alla Festa del cinema, da segnalare anche un altro importante ritorno: quello di Rosamund Pike: dopo “Gone girl-l’amore bugiardo”, con Ben Afflek, di David Fincher del 2014 e dopo “Hostiles” dello scorso anno, per la regia di Scott Cooper, l’attrice torna con un’altra intensa e straziante storia in “A private war” di Matthew Heineman: un biopic sulla reporter di guerra Marie Colvin, che – dal 1985 al 2012 – collaborò con il Sunday Times.
Così come interessanti sono stati i due film più lunghi della kermesse: “Corleone, il potere, il sangue. Corleone, la caduta” di Mosco Levi Boucalutl (sul clan dei Corleonesi, due ore e mezza) e “An elephant still sitting” di Hu Bo (ben quasi quattro ore di durata).
Il film che ha più emozionato forse è stato “If beale street could talk” di Barry Jenkins (il regista premio Oscar di “Moonlight”, presentato sempre qui alla Festa del cinema di Roma): la storia d’amore tra due giovani (Tish e Alonzo), separati dall’arresto per sbaglio di lui e lei che – nel frattempo – resta in attesa del loro figlio oltre che della sua liberazione e della prova della sua legittima e presunta innocenza. Il film emblematico della manifestazione è sicuramente stato quello d’apertura: “Bad times at the El Royale” di Drew Goddard; ricorda un po’ “La truffa dei Logan” per la verve a tratti comica, per quanto abbia una sfumatura molto più noir, tanto da essere presente un investigatore come quello della locandina dell’evento. Sette i protagonisti di una storia dall’intreccio eccellente, come i capitoli di un romanzo complesso quanto la vita dei personaggi, con i loro segreti, eppure incastonati così bene da tenere col fiato sospeso sino all’ultimo; così come ha fatto la 13a edizione della Festa del cinema: una contaminazione di generi e stili, per un cinema ‘nuovo’ e innovativo. E, ricorrenze per ricorrenze, non poteva passare indisturbato l’evento per i 15 anni delle Winx (dopo l’ape Maya dello scorso anno); così come non potevamo non segnalare la commedia (genere che non poteva essere assente) “Ti presento Sofia” di Guido Chiesa (con Fabio De Luigi e Micaela Ramazzotti).

Fahrenheit 11/09: Moore e ‘la tempesta’ Trump. Ombra su elezioni

locandina-fahrenheit-9-11-441663.660x368Come prepararsi alle prossime elezioni americane del 6 novembre di metà mandato (o ‘midterm’)? Occorre innanzitutto decidere per cosa votare più che per chi votare. Si deve stabilire se si vuole ancora ‘salvare’ questa America e, soprattutto, se sia ancora possibile farlo. Ma – in primis – c’è da chiedersi come si sia potuti arrivare a tutto ciò. Stiamo parlando di una terra che era quella del ‘sogno americano’: ha ancora senso? Sembra partito da qui Michael Moore per la creazione e produzione del suo “Fahrenheit-11/09”. O forse dovremmo dire 09/11? Sì, perché non si tratta di un remake del suo colossal di successo del 2004 (“Fahrenheit-11/09”, appunto, sulla tragedia dell’11 settembre ovvero dell’attacco terroristico alle Torri Gemelle). Stiamo parlando di un altro evento che ha stravolto e cambiato per sempre la storia politica dell’America: l’elezione del 45esimo presidente Donald Trump. Si è aperta una nuova fase, di cui lui mostra tutti i retroscena più oscuri, o meglio noti, ma su cui tutti hanno taciuto a lungo. Ma, per quanto estremamente e profondamente satirico e provocatorio, il regista vuole andare oltre la semplice contestazione del presidente; per quanto non si possano negare il tono e l’atteggiamento irriverente di Moore, che non nasconde l’antipatia per Trump. Lo arriva persino a definire razzista e dittatore, tanto da paragonarlo a Hitler per il modo di condurre la sua azione politica, facendo opera di dissuasione di massa. Persuadeva l’elettorato e la sua ascesa fu favorita dalla convinzione che, opere illegali come le leggi razziali o simili, violazione ai diritti umani, non sarebbero mai potute essere attuate in concreto, certi che c’era la Costituzione a vietarlo a garanzia. Invece oggi essa, come allora, potrebbe non bastare più. C’è una nuova minaccia che incombe, peggio di quella terroristica: non tanto quella alla sicurezza quanto quella alla libertà. Infatti, se Trump si è posto come salvezza per l’America, l’obiettivo del regista americano è la tutela dei diritti umani; un film molto sociale dunque. Con il suo documentario-denuncia, Moore ci vuole ricordare l’importanza di questi valori, proprio nel momento in cui si deve decidere del futuro politico del Paese. Siamo ancora certi di godere della libertà? Se no, siamo disposti a sacrificarla per sempre? Dobbiamo pensarci in fretta, perché farlo dopo potrebbe essere già troppo tardi – esorta il regista -. Più che un attacco diretto, sferzato al presidente Trump, il suo sembra il monito di un uomo, di un cittadino, preoccupato per lo stato in cui versa la sua nazione: la terra dove regnano leader del calibro di Trump, ma anche del governatore Rick Snyder. Non tanto capi politici, quanto piuttosto manager che trattano i loro elettori come clienti, guardando al profitto e facendo gli interessi di un’oligarchia a loro vicina che gli dà consenso, che cercano di mettere al vertice i loro amici che li hanno sostenuti. A dispetto di tutto e di tutti. Anche di gente innocente come quella di Flint (nel Michigan, dove è nato Moore). Certo, si potrebbe obiettare, c’è un certo conflitto d’interessi, ma un dato è sicuro: lì sorgerà un caso simile a quello denunciato dalla giornalista Erin Brockovich sul cromo esavalente andato a finire nelle acque di uso pubblico, inquinandole fatalmente. Qui a Flint era presente del piombo in alta concentrazione. I limiti di tollerabilità – previsti per legge – erano di 3,5; mentre, quelli riscontrati nelle analisi, andavano da un minimo di 5, fino persino a 10 o 14. Inutile dire i morti che ha fatto. Eppure quei risultati non sono mai stati resi noti, ma modificati e falsati. Così come è avvenuto per i voti. Flint è divenuta, in seguito, sede di esercitazioni militari, i suoi cittadini nuovi bersagli di una politica distruttiva, in cui non si è neppure liberi di fuggire perché: chi compra la casa che si ha lì? Tutto questo per volontà del governatore Snyder, che aveva fatto costruire un altro viadotto (inutile, oltre all’altro già esistente), che non si alimentava delle acque dolci del fiume Huron (parte del sistema idrico di Detroit), ma da fonte contaminata da piombo appunto del fiume Flint stesso. Perché e da chi è stato finanziato il nuovo sistema idrico realizzato? Naturalmente dalla General Motors (fondata qui a Flint nel 1908) che c’era dietro l’elezione del governatore repubblicano del Michigan Snyder, tanto che la prima fabbrica a cessare di utilizzarlo sarà proprio uno stabilimento della GM. Dall’altro lato i brogli elettorali non sono la sola denuncia mossa a Trump: l’impeachment, ma anche gli scandali sessuali, l’accusa di razzismo e quant’altro. Come ha fatto a resistere in mezzo a tutta questa bufera che gli si è ritorta contro? Perché “io sono la tempesta”, tuona Trump stesso, fiero e convinto del suo potere. Già, perché – per uomini come lui – politica rima solo con potere e non tanto con principi morali. Ma, aggiunge Moore, ci vogliono dei Trump per scuotere le coscienze. Di fronte a un elettorato disilluso, tradito dalle politiche dei precedenti presidenti come Barack Obama, che intervenne direttamente sulla questione Flint in maniera clamorosa: mediatico-sensazionalistica più che pragmatica, come speravano quei cittadini, ovvero mandando la protezione civile a sostituire le condotte contaminate da tubature corrose ad esempio e non aerei militari per le esercitazioni. Invece Obama provocò, facendosi prendere un bicchiere d’acqua da bere per dimostrare l’inesistenza di rischi. Oppure da politici come il governatore Snyder, che seppe creare il governatore per le emergenze solo per dare occupazione ai suoi fidati.
Tutto questo lo scenario che ha permesso l’ascesa di Trump. Nella sfida alle presidenziali, Hilary Clinton sembrava favorita, invece perderà clamorosamente. Trump si farà annunciare da Gwen Stefani, che veniva pagata più di lui negli show, geloso della sua visibilità. Curiosa coincidenza, a sostegno della moglie di Clinton nel film si vedono anche Julia Roberts e George Clooney; proprio l’attrice che aveva interpretato Erin Brockovich in “Erin Brockovich-forte come la verità” (film del 2000 per la regia di Steven Soderberg). E, se per lo scandalo del piombo, Snyder dovette chiedere scusa pubblicamente, Moore sembra mosso da quella ricerca di verità e giustizia simili nella giornalista. È quella verità che vuole smascherare. Del resto anche Moore ha un passato da giornalista.
Non ebbe mai simpatie per Trump, anche se i due si incontrarono in più di un’occasione e si comportarono sempre in maniera civile; tollerante Moore, anche Trump resistette ad offendere, come fatto con la stampa più volte, che umiliava e strumentalizzava, scherniva, facendosi attendere per le interviste, che diceva lui come dovevano essere condotte o che denigrava. Eppure scoprirono di avere una cosa in comune: Trump aveva visto il film di Moore “Roger&Me” (del 1989) e gli piacque, anche se non sarebbe mai voluto essere nel povero Roger; ovviamente. Infatti, per chi conosce la trama, è facile comprendere la sua posizione. Roger potrebbe tranquillamente essere Snyder; tanto che, il documentario di Moore del 1989 narra proprio della crisi della General Motors e della chiusura di una fabbrica di automobili a Flint. Il ‘Roger’ del titolo è proprio Roger B. Smith, ex amministratore delegato della GM. Quest’ultimo licenzierà ben 30mila lavoratori, operai e dipendenti di quella fabbrica. Oltre a negarsi al confronto diretto con il regista, per Moore sorge lo spunto per raccontarci le storie personali, private e umane di tutti quegli uomini e quelle famiglie. Come accadrà nello stesso film “Erin Brockovich-forte come la verità”: Erin sapeva perfettamente a memoria i numeri e gli indirizzi, con esattezza, senza sbagliarne uno, dimenticarne nessuno e senza bisogno di dover consultare i registri e gli elenchi che ne aveva stilati. Per entrambi è la lotta alle multinazionali ed alle loro lobbies.
Trump in politica è stato come un terremoto che ha stravolto lo scenario politico americano, che ha fatto crollare, sotterrandole, tutte le certezze dei votanti, cancellando e azzerando ogni fiducia nella politica da parte degli elettori. Uno tsunami che ha messo a soqquadro e raso al suolo il governo americano. Disegnando un pronostico apocalittico ed epocale: un’ecatombe, ‘la morte della democrazia’ – come la definisce Moore -, come il genocidio razziale nazista (e fascista) degli ebrei. In questo scenario regna solo disperazione, non c’è più speranza. O forse sì, ne è rimasta ancora? L’America è quella multiculturale, ma delle diseguaglianze, della violenza montante anche a seguito della legalizzazione delle armi (che non rendono la gente di questa terra più sicura però). Non è una questione etica e/o morale. Qui non c’entrano né Trump nè Moore. Qui c’entra il ritornare ad essere la “grande America” del passato, una grande America: quella che lo stesso presidente ha auspicato e che Moore medesimo vuole poter riveder risorgere dalle macerie, di corruzione e depravazione, che sembrano non lasciare spazio per il futuro. Per questo non è tanto un processo, un’accusa, un’invettiva, un pamphlet sulla linea del noto “J’accuse” di Zola, quanto una denuncia sociale. Da dove ripartire, soprattutto in vista delle prossime elezioni di novembre?
Il film (presentato in anteprima alla Festa del cinema di Roma, a cui ha partecipato anche il regista stesso), nelle sale dal 22 al 24 ottobre prossimi, sembra proprio voler dire che bisogna ripartire da questa occasione che si ha, di andare di nuovo al voto il mese prossimo. Guidati da un interrogativo, che ricorda il titolo di un altro film presentato alla 13esima Festa del cinema di Roma: “Who will write our history” (per la regia di Roberta Grossman), sull’Olocausto. E allora, viene da rispondere: chi scriverà la storia dell’America? Chi, se non gli americani stessi con il loro voto? Ma da dove cominciare a decidere? Ma naturalmente seguendo gli esempi che sono già stati lanciati e che il regista mostra come spiraglio di luce e speranza. Si spera! Ovvero la protesta delle insegnanti del West Virginia, sottopagate, che non arrivano a fine mese, ma che gli alunni chiamano mamme, perché magari sono rimasti orfani in quanto la loro madre è morta per overdose. O quella, più importante, dei giovani. Dei ragazzi, adolescenti di licei e università che si sono uniti per contrastare il potere delle lobbies, che frutta miliardi a pochi a danno di tanti; ovvero di loro coetanei, morti e uccisi barbaramente in attentati in cui altri ragazzi come loro si sono introdotti in scuole e hanno sparato a raffica con fucili: vittime anche loro di un sistema fallato e depravato, che diffonde e istiga alla violenza, alla rabbia, all’odio, all’uso di armi appunto – sempre più diffuso tra i giovani stessi -. Denunciare il porto d’armi ormai è diventato come registrarsi all’anagrafe: è un’abitudine diventata consuetudine e parte intrinseca della cultura americana. Civiltà poco civile, in cui le minoranze non hanno diritti, se non quello di dover subire. E allora è la mobilitazione di chi non è stato ascoltato e/o riconosciuto che può portare a qualcosa di nuovo. Stiamo parlando di giovani, donne, soprattutto di colore, oppure di religione o indirizzo sessuale diverso. Cioè, vuol dire ascoltare il grido, non troppo silenzioso, di queste ribelli emancipate e rivoluzionarie. Perché i nomi delle candidate alle prossime elezioni già dicono tutto. Quello che si prevede attueranno, che ne potrà nascere e che già stanno iniziando a compiere, è il miracolo di una rivoluzione femminile, ma non femminista. Ci sono molte brutte pagine da cancellare; e non solo la tragedia di Flint, per la morte di circa 10mila persone (per la maggior parte bambini) per l’acqua inquinata dal piombo: “un incubo di ingiustizia, povertà e mancanza di democrazia” nella terra del “sogno americano” (disilluso) – come è stata definita -. Se si vuole il cambiamento, non lo si può fare eleggendo le stesse persone.
“La follia è rileggere sempre le stesse persone e pensare che qualcosa possa cambiare”; questo il pensiero di una delle candidate: Alexandria Ocasio-Cortez. Ma nel documentario di Moore ne appare anche un’altra: Rashida Tlaib. Tuttavia non sono le sole.
Andiamole a conoscere tutte. La prima, 28 anni, è portoricana del Bronx e socialista affermata, avrà un seggio sicuro al prossimo Congresso, dopo aver battuto un leader democratico storico come Joseph Crowley. Lei è l’icona di questo nuovo ‘movimento’, in quanto è riuscita a sovvertire una tendenza abbastanza diffusa: “donne come me non è previsto che corrano alle elezioni”, aveva spiegato. La seconda, potrebbe diventare la prima musulmana-americana ad ottenere un seggio al Congresso. Lei, infatti, ha 42 anni, è un avvocato e ha origini palestinesi, ma è nata, cresciuta e ha vissuto sempre a Detroit. La città, tra l’altro, vide scontri mostruosi tra poliziotti e afro-americani (uccisi a sangue e in maniera violenta dalla polizia), che sono stati al centro dell’omonimo film del 2017 (diretto da Kathryn Bigelow e scritto da Mark Boal); dunque l’aspetto sociale della sua politica sarà centrale, nonché fondamentale e da tenere assolutamente in considerazione. Alle elezioni lei rappresenta i Democratic Socialists of America.
Poi c’è anche Jahana Hayes, 45enne di Waterbury. Premiata come miglior insegnante degli Usa nel 2016, è impegnata nel sociale poiché è cresciuta in una casa popolare e aveva una mamma drogata; anche lei è stata presto una giovane madre, aiutata solo dal sostegno della sua comunità. Potrebbe diventare la prima afro-americana del Connecticut al Congresso. E che dire di Christine Hallquist? Potrebbe essere lei il primo governatore americano transgender nel Vermont (nella regione del New England). ‘Vermont’: il nome deriva dal francese ‘mont’ ‘monte’ e ver ossia ‘vert’ ‘verde’; infatti, qui nel New England, c’è la catena delle Green Mountains (a cui il nome si ricollega), dunque particolare attenzione dovrà essere rivolta alle problematiche ambientali. Poi c’è anche la 35enne, originaria di Mogadiscio (in Somalia), Ilhan Omar, cresciuta lì dal padre e dal nonno (poiché perse la madre da piccola); la sua eventuale elezione al Congresso ne farebbe la prima ‘rifugiata’ americana nel Minnesota per i Democratic Farmer Labor. Arrivò in America (per la precisione a Minneapolis) per sfuggire alla guerra. Altra emigrata, ma stavolta di origini asiatiche, proveniente dalle Filippine e ‘sbarcata’ a San Antonio, – particolarmente rilevante per diverse ragioni – è la figura della 37enne Gina Ortiz Jones; donna esperta di guerra e lesbica, è un vero e proprio marines, una combattente a tutti gli effetti, che ha agito in Iraq ed è stata un membro dell’Intelligence americana. Si candida nel Texas a rappresentante di tutte le minoranze femminili. Come lei, anche la 42enne Amy McGrath è un’esperta militare. Proviene da Cincinnati (nell’Ohio), ma si candida per la Camera del Kentucky; ha fatto parte dei marines per circa un ventennio, partecipando a missioni in Afghanistan e Iraq. È stata la prima donna a pilotare un areo caccia F-18. Infine, segnaliamo anche la presenza, tra le candidate, di Sharice Davids. La 38enne è impegnata a contendersi il seggio in Kansas e potrebbe portare all’elezione della prima indiana (americana) ed anche lesbica; infatti è una nativa di una tribù del Wisconsin, giunta per studi in Kansas. Ma, oltre a tutto questo, Sharice Davids è anche un avvocato, che ben conosce e pratica le arti marziali, che padroneggia con abilità.
Comunque le si voglia definire e valutare, anche incapaci o illuse, i loro programmi di certo sono diversi, ma soprattutto fanno rabbrividire quelli come il governatore Snyder&co, che potremmo definire i ‘Robin Hood’ dei ricchi: prendere ai poveri per dare ancora di più ai ricchi. Nel programma di Alexandria Ocasio-Cortez si parla di istruzione gratuita, tanto per cominciare e fare un esempio. Ma non ci interessa giudicare, indirizzare le preferenze, simpatizzare, accusare o criticare nessuno. Né da una parte né dall’altra. Perché di una cosa siamo certi: che qualsiasi americano, di destra o di sinistra, democratico o repubblicano, socialista o liberale, donna o uomo, di colore o bianco, di qualsiasi fede religiosa o indirizzo sessuale, concorderà su una cosa: l’amore per la sua terra, per il bene dell’America. E allora, per ciascun/a candidato/a sarà imprescindibile possedere un connotato: farsi rappresentante dell’unità del Paese. Viene in mente il titolo di un film dei Vanzina: “Mai Stati Uniti”. Dei fratelli si ritrovano a fare un viaggio negli USA insieme (dove non erano mai stati prima), dopo la morte del padre; e allora scoprono, per la prima volta, di essere davvero una famiglia. Dunque potremmo anche dire: mai stati uniti, nel senso di non essere mai stati prima così coesi. Mai come ora, in America (come in Italia e ovunque) c’è bisogno di essere uniti. Soprattutto per gli Stati Uniti d’America, patria della Guerra d’indipendenza coloniale americana. Ricordo ancestrale di un passato glorioso da riesumare, da quella terribile e temibile tomba della democrazia che preoccupa tanto Moore. Affinché le problematiche sociali e le emergenze umanitarie non siano più strumentalizzate e politicizzate, diventando parte integrante della promozione dell’azione governativa, o di campagne elettorali che sembrano seguire la logica di una strategia di marketing più che dei principi o valori morali. E i movimenti di protesta studenteschi e giovanili sono stati, in questo, centrali nel ribadire tale concetto, ma nel sottolineare anche il fatto che è l’unione a fare la differenza. Consapevoli dell’importante ruolo che potevano avere per veicolare un messaggio sociale del genere. E dettero vita a 700 marce in tutta America e 100 in tutto il mondo; vere e proprie fiaccolate per la memoria di vittime innocenti. Condotte sulle note di “Take me home, country roads” (di John Denver): portami a casa, perché tutti questi americani vogliono poter ritornare a casa, ritrovare cioè la loro patria. E, a tale proposito, un’ultima nota la merita la musica (con canzoni scelte con cura da Moore) che fa da colonna sonora al film, che dà ritmo, incisività, profondità e fruibilità ai contenuti, fornendo un tono di freschezza che non guasta; il regista, inoltre, è bravo a dosare simpatia e ironia accanto all’ asprezza della satira e della denuncia (sociale, giuridica, economica e politica).

“Ti presento Sofia”, commedia sentimentale sulla diversità

Ti-presento-sofia-filmMara … ti presento Sofia; anzi, Sofia si presenta. Potremmo dire così – parafrasando il film (del 1989, per la regia di Rob Reiner) “Harry, ti presento Sally” -, per introdurre l’ultima commedia di Guido Chiesa; con Fabio De Luigi e Micaela Ramazzotti. Molto divertente, è la storia di un padre (Gabriele, De Luigi); sposato, poi divorziato e con una figlia, – Sofia (Caterina Sbaraglia) -, è convinto di aver chiuso con l’amore, dedito solamente alla sua bambina e al suo negozio, perché “troppo complicato” per avere una storia o un’altra relazione. “È solo una scusa, sei tu il problema, non Sofia”, tuonano i suoi amici (come il medico Beppe, alias Bob Messini), che cercano di fargli conoscere altre donne. Invece Gabriele è tutto casa e Chiesa (in omaggio al regista) ,- come si suole dire-. Tutto casa e negozio: ex musicista, ha una piccola ‘bottega’ di strumenti; dove lavora con il fratello minore immaturo Chicco (Andrea Pisani), che ha cresciuto lui, dopo che il padre li ha abbandonati.
Dunque pensa solo a far quadrare i conti (e ad ogni incontro con altre donne mostra sempre tutte le foto di Sofia e non parla che di lei). Tutto prosegue in una tranquilla e classica routine standard, almeno finché non incontra di nuovo – dopo circa dieci anni – una sua amica di gioventù (ed ex fiamma): Mara (Micaela Ramazzotti). Quest’ultima è una fotografa che gira il mondo, ama la sua indipendenza e, soprattutto, non ama i bambini. Tra loro inizia una storia, ma Gabriele non può dirgli di Sofia, così come non può dire a Sofia di Mara; anche perché la sua ex moglie Adriana (Caterina Guzzanti) è di nuovo incinta del suo nuovo marito Max (Daniele De Martino). Ma il ritorno di Mara non sarà il solo nella sua vita, così come quella di Caterina Guzzanti non sarà l’unica partecipazione straordinaria nel film. Infatti Gabriele rivedrà anche quel padre illusionista che tanto odia: Oscar, interpretato da Sheldon Shapiro.
E, anche per questo, la musica ha un ruolo preponderante in “Ti presento Sofia”. Se quest’ultima già di per sè in una commedia serve a dare ritmo e colore, qui lo è ancor di più. La colonna sonora giusta avrebbe dovuto prevedere e includere – a ragion veduta – la canzone di Alvaro Soler “Sofia”. Invece, oltre a segnalare la presenza degli Afterhours e di Manuel Agnelli, il brano – molto melodico (che si preannuncia esso stesso un tormentone) – che ne fa da cornice è quello che canta Sofia, che fa più o meno così: “One way or another….”, ovvero – tradotto dall’inglese – “una strada o l’altra”. Perché, in fondo, la cosa che accomuna i tre personaggi è la ricerca di stabilità, di cui hanno bisogno. Anche quelli come Mara, che – si scoprirà – più che odiare i bimbi, odia i bugiardi. Mai mentire in amore, perché le bugie hanno le gambe corte. E Gabriele non potrà tenere il suo ‘segreto’ per sempre. Provare a cambiare in continuazione l’arredamento di casa, quando accoglie la figlia o la sua donna, non gli servirà a sfuggire i problemi. Ed è così che la verità che si palesa è una sola: fuggire dai e i problemi, non basterà ad evitarli e sfuggirgli eternamente. Eppure, è come se ognuno cercasse la sua strada, un modo o un altro per cambiare la propria vita in meglio (che sembra come se apparisse loro un po’ troppo monotona) – come dice la strofa della canzone di Sofia -. Più che un triangolo qualsiasi, i tre sono di fronte alle loro paure: quella di scappare sempre davanti alle difficoltà, di non riuscire ad esprimere quello che provano e di essere abbandonati, lasciati soli e feriti ancora una volta. Per questo andare in analisi non sarà sufficiente. La paura di sbagliare e di dover scegliere incombono.
Ma non si deve per forza scegliere tra figlia e amata, tra padre e ‘matrigna’. Per questo la somma perfetta di tre sembra fare uno: un solo cuore, un solo amore, anche se diverso – in differenti forme -. La domanda che ci si deve porre, che sembra essere alla base del film e di partenza, non è: che cosa devo fare? Che faccio ora, in mezzo al caos sentimentale in cui ci si ritrova? Ma quello che fa notare Gabriele a Mara: sai quanto è bello amare, vivere, avere una storia con una persona diversa da te? Sai quanto può arricchire? L’altro ha sempre qualcosa che tu non hai. In fondo, non è male! Sembra quello che hanno pensato sia Mara che Sofia. È l’intraprendenza e la complicità di quel “sono cose nostre” che si dicono. Nemiche e amiche per affetto di Gabriele. Così c’è sempre una via di mezzo percorribile. E prima o poi si cresce tutti, anche gli apparenti immaturi come Chicco (molto legato al padre però); e finalmente riuscirà ad aprirsi con la donna che ama: Piera (Chiara Spoletini). Ancora una volta tutto siglato dalla musica, a sancire questo; come la canzone che Chicco scrive per il fratello Gabriele. E così si scopre che tra padre e fratelli, cioè un fratello che per lui è stato come un padre perché gli ha fatto da papà, c’è quello che lui chiama e battezza ‘patello’. Così come potremmo creare il neologismo di ‘mamica’, cioè mamma-amica per Mara, da parte di Sofia.
L’eccezione che conferma la regola: chi odia i bimbi, impara ad accettarli, perché sono loro che – con il loro istinto – portano quello scompiglio salvifico alle nostre vite. Sarà infatti Sofia stessa a ‘smascherare’ sia Gabriele che Mara, presentandosi all’improvviso (come dicevamo all’inizio) – senza preavviso, come lo era stato il ritorno di Mara – a casa del padre, spacciandosi per la sua sorella più piccola, per aiutarlo. Anche così piccola, saprà dare il suo contributo. Così come una cinica come Mara, non è poi così spietata e cattiva, ma anche lei è stata ferita.
L’interpretazione straordinaria degli attori ne fa una commedia riuscita. Caterina Guzzanti, simpaticissima, doppiamente incinta per ben due volte. Chiara Spoletini sembra quasi doppiata da Serena Rossi (con un potente accento napoletano come quello dell’attrice in “Song’e Napule”). Andrea Pisani tira fuori la stessa voce di Eugenio Franceschini. Micaela Ramazzotti è perfetta per la parte, disinvolta e molto fresca nella sua lunga capigliatura. Fabio De Luigi ha il personaggio che sembra costruito apposta per lui e lo calza a pennello.
Tutto questo ne fa molto di più di una semplice commedia umoristica e degli equivoci quasi. Più che una commedia sentimentale su un intreccio amoroso, sembra una commedia sulla (accettazione della) diversità, che rende tutto migliore, più bello e… che rende sempre tutto pazzesco – come cantava Chiara Galiazzo in “Nessun posto è casa mia”. Un modo per vedere la genitorialità e l’essere figli con uno sguardo diverso, ma con entrambi i punti di vista forniti. Senza giudicare né criticare. E in questo ha aiutato molto il fatto che il film sia stato scritto a sei mani, con il contributo di tre genitori anche. Il regista definisce la sua opera “una commedia sentimentale, con uno spirito rock, con l’ambizione di andare oltre i cliché”. È la liberazione di tre personaggi “bloccati”. in apparenti sicurezze e certezze. Per imparare a non rinunciare, a non scappare, ad aprirsi, a dichiararsi, a non rassegnarsi.

Medvedev, Wozniacki e Basilashvili rispondono all’appello

tennisDalla Cina al Giappone. Prima degli appuntamenti di Shanghai e Tianjin si giocava a Pechino e a Tokyo, capitali della Cina e del Giappone, per due tornei molto importanti. Così come i risultati che hanno regalato, ma non per i padroni di casa. Nuovi ‘esordi’ e ritorni, mentre i campioni recenti degli ultimi tornei non sono confermati; anche a causa dell’influenza, che (a Pechino) mette ko sia la Osaka che Del Potro. Febbre da Cina verrebbe da dire, visto che sono apparsi tutti e due un po’ febbricitanti. Bene la Russia, male invece il Giappone che (a un passo dal titolo) ‘perde’ sia la Osaka che Nishikori (la prima si ferma in semifinale, il secondo arriva ‘solo’ finalista e non riesce a conquistare il trofeo dell’Atp di Tokyo). Male anche per l’Italia: Fabio Fognini arriva in semifinale contro Juan Martin Del Potro, ma non può neppure disputarla (dopo il precedente a suo favore, avendo sconfitto l’argentino in finale a Los Cabos quest’anno), per un infortunio alla caviglia nei quarti. Nell’incontro (dei quarti appunto) contro Fucsovics riesce a condurre bene il gioco e a vincere facilmente il primo set per 6-4 (così come nel successivo parziale); nel secondo era sempre avanti, ma – a un passo dalla conclusione del match (nell’ultimo game) – rimedia un brutto infortunio alla caviglia, che non solo lo costringe a rinunciare alla semifinale contro Del Potro, ma anche a dare forfait al Master 1000 di Shanghai. Peccato, perché Fabio era in forma e, soprattutto, per lui si tratta di una ‘festa’ guastata: non solo perché aveva vendicato i ‘compagni’ Seppi e Cecchinato (battuti entrambi dall’ungherese Fucsovics), ma aveva anche superato il suo record personale di partite vinte stagionali, andando le oltre 43 che era il suo miglior risultato del 2013. Due ragioni per poter davvero festeggiare all’Atp 500 di Pechino, invece ora solamente tanto riposo per lui. Il suo ritiro non basta a Juan Martin Del Potro per aggiudicarsi il titolo. Si arrende a Nicoloz Basilashvili, che gli impone un doppio 6/4 (come quello di Fognini a Fucosvics). Davvero in forma il georgiano, che ama accelerare e chiudere soprattutto con il dritto a uscire lungolinea, sul rovescio di Del Potro. Sposta molto l’argentino, molto aggressivo, tende a voler chiudere presto lo scambio, scorciando il gioco con accelerate improvvise. Sorprende tutti, compreso l’avversario. Questo è il suo secondo titolo stagionale, dopo Amburgo, dove vinse contro un altro argentino quale Leonardo Mayer (per 6/4 0/6 7/5). Stupisce anche perché non è molto euforico dopo la vittoria e non esulta, ma dopo l’ultimo punto un minimo di commozione nei suoi occhi lucidi e un sorriso accennato hanno mostrato un lieve cedimento emotivo comprensibile. Molto simpatica la ‘cerimonia’ che prevedeva, prima della premiazione, un calco della mano del vincitore (tutta colorata di rosso); con tanto di successivo autografo da parte del campione.

Lo stesso dicasi per Daniil Medvedev, che si impone sul padrone e campione di casa Kei Nishikori, nettamente, con un drastico 6/2 6/4. Il russo ha sempre dominato, è stato superiore atleticamente al giapponese, per quanto anche il nipponico fosse in forma strepitosa. Il pubblico era tutto dalla parte di Nishikori, ma Medvedev ha saputo rimanere sempre concentrato; mentre Kei è apparso, ad un certo punto, più stanco e sfiduciato, è sembrato crederci meno. Così come è andata male, sempre – come detto – per influenza (come accaduto a Del Potro), all’altra giapponese e neo vincitrice degli Us Open: Naomi Osaka (come l’omonima città giapponese), che si arrende in semifinale alla Sevastova (che la sconfigge con un doppio 6/4). Irriconoscibile Naomi, davvero sotto tono, sofferente, in affanno, stanca e con tutti i sintomi di un malessere fisico in corso ben visibili (quasi infreddolita si è anche infilata la maglietta a maniche lunghe). Per quanto in forma, invece, la Sevastova, non è bastato ad Anastasjia per vincere il torneo. La lettone dovrà arrendersi in finale a una smagliante danese quale Caroline Wozniacki, ritornata e ritrovata, che le concede pochissimo, al top della forma fisica quasi. Superlativa su ogni colpo, impeccabile semplicemente, ha meritato davvero la vittoria. La Sevastova non sapeva più davvero cosa fare. Vinto facile il primo set per 6/3, nel secondo Caroline era avanti 5-0, poi la breve rimonta e reazione della lettone, che si è portata fino al 5.3, ma a quel punto è arrivata la risposta di orgoglio della danese e numero due indiscusso della classifica mondiale.

Ricapitolando: ritorno della Wozniacki ai massimi livelli; bene le new entry e sorprese di Basilashvili e Medevedev; male per Fognini e Del Potro; sconfitte in casa per Nishikori e dell’altra giapponese Osaka a Pechino; male anche un’altra padrona di casa, che sembrava destinata a regalare un tripudio alla sua terra. Stiamo parlando della cinese Wang Qiang, che si spinge fino alla semifinale (dove deve arrendersi alla superiorità della Wozniacki). Tuttavia, prima, aveva regalato un risultato sorprendente ai quarti contro un’altra giocatrice che si giocava un posto per le Finals di Singapore (inseguendole e mettendo molta pressione alle avversarie): si tratta di Aryna Sabalenka. Qualificazione forse compromessa per lei, con la sconfitta rimediata dalla cinese Wang con un doppio 7/5. Il suo errore è stata rimetterla in gioco, con uno scambio lungo e prolungato da fondo campo. Mentre avrebbe dovuto attaccarla di più, avendo fatto vedere ottime cose a rete ed essendo perfettamente in grado di giocare sia volées che smash. Invece è rimasta ancorata a fondo, commettendo soprattutto lo sbaglio di non variare la tipologia di colpi, ma anzi giocando quasi sempre pressoché ‘piatto’, su cui la cinese si appoggiava bene (per quanto colpi potentissimi); mentre avrebbe dovuta chiamarla di più in attacco, per poi passarla, oppure optare per un back più difficile da spingere. Al contrario, la bielorussa ha preferito optare spesso per traiettorie anche un po’ lobate, morbide, prive di peso, un po’ corte e comode, facili per la Wang, su cui ha spinto bene in particolare con il dritto incrociato ad uscire sul rovescio della Sabalenka; che, così, spesso è rimasta ferma, potendo solo guardare i colpi veloci dell’avversaria. Sicuramente un po’ di mobilità laterale da fondo ancora manca alla Sabalenka, ma per lei la top ten è a un passo e, comunque, la vale tutta; anche se come classifica non l’ha ancora raggiunta. Attuale n. 11 del mondo, le basta davvero poco e, dopo gli ottimi risultati raggiunti quest’anno con le vittorie a New Haven (su Carla Suarez Navarro per 6/1 6/4) e Wuhan (con un doppio 6/3 su Annet Kontaveit), sembra davvero quella la sua meta di destinazione e d’arrivo. Per non parlare delle finali perse (sempre in questo 2018) a Lugano (dalla Mertens per 7/5 6/2) e ad Eastbourne (dalla stessa Caroline Wozniacki: la canadese si è imposta con un valido 7/5 7/6).

Barbara Conti