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Barbara Conti

“Ci vediamo domani”: nuovi anziani, giovani eterni scopritori

ci vediamo domani“Ci vediamo domani”, perché “Andiamo a quel paese”. Non è una conversazione tra amici per mettersi d’accordo e darsi un appuntamento; ma un modo per descrivere il film del 2013, per la regia di Andrea Zaccariello (il primo) con Enrico Brignano e Francesca Inaudi, con un’idea di base che ricorda quella ripresa nel secondo (del 2014, di Ficarra e Picone). Il concetto è che, in un’epoca in cui i dati Istat sulla disoccupazione non sono rassicuranti e il precariato é sempre più imperante, “bisogna inventarsi qualcosa” che sia quell’occasione tanto attesa di successo e riscatto. Così il protagonista, Marcello Santilli (Enrico Brignano), considerato un fallito dalla moglie Flavia (Francesca Inaudi) pensa di aver trovato la sua: aprire un’agenzia di pompe funebri in un paesino sperduto della Puglia dove vivono solamente ultra novantenni. Non ha considerato, però, che quei simpatici e vivaci vecchietti sembrano avere sette vite come i gatti e non essere destinati ad esaudire il suo sogno di avere un’attività florida, ricca e ben quotata. Man mano che entra in contatto con loro capirà molte cose sul senso della vita. Un’esperienza che lo metterà di fronte a diversi interrogativi, sul significato di immortalità e di eternità. Comprenderà davvero quale è l’elisir dell’eterna giovinezza che rende immortali questi anziani così attivi e longevi. Di sicuro -afferma- “c’è un’aria diversa in giro, non so se morale o no”, ma di certo differente con “una nuova moralità”; discutibile, forse non etica, in cui vigono diversi principi che dettano le nuove priorità. Allora, se non sembra più esistere neppure l’amore (la moglie lo molla per un altro, ovvero Gabriele Camicioli interpretato da Ricky Tognazzi), riscoprire i valori di una volta potrebbe aiutare. Ci si chiede: rivorreste indietro la vostra vita e il vostro passato? Perché, in fondo, è chi ha avuto il passato e lo ha mantenuto dentro sé e salvaguardato che può avere il futuro. “Non potete morire perché non avete rimpianti”, -si rivolge loro così Marcello, che pare quasi intendere più i principi morali di cui sono portatori che rivolgersi agli anziani-. “Siete già nell’eternità perché sapete che cos’è” – è la sua illuminante scoperta-: ovvero quel dirsi sempre ‘Ci vediamo domani’ (del titolo) prima di lasciarsi, dandosi appuntamento al giorno dopo; quasi a significare di esserci sempre, di sentire uniti come una famiglia, vicini e contenti di incontrarsi e di vivere e fare le cose insieme. Non si muore (soprattutto dentro) quando ‘non si ha più nulla da perdere’ (come chi sembra arrivato alla fine della sua vita), perché è in quel momento che si può avere ‘il coraggio assoluto di fare tutto’. Soprattutto, loro sanno godere in pieno della vita perché ‘non si possono raccontare loro balle sul futuro’. Ed è così che la verità è una sola: “per essere liberi oggi bisogna non possedere niente”. Quasi che l’unica cosa che si debba possedere é quell’essere ancorati ai valori di un tempo e la sola che valga, in una società materialista. C’è una povertà peggiore di quella economica o di lavoro, che è quella dell’aridità di cuore. Essere liberi dai preconcetti, dai pregiudizi, dal dominio del ‘dio denaro’, del guadagno facile, del ‘tutto e subito’ in una vita programmata e scandita da ritmi frenetici in giornate che sono routine sempre uguali. Poter apprezzare, invece, le piccole cose e ogni momento (anche quello più insignificante) senza troppi pensieri né preoccupazioni ne fa assaporare meglio il valore. Un’apologia dell’anzianità, mentre si cerca di capire cosa sia e resti per sempre. Ai tempi in cui c’è la riscoperta dell’agricoltura quale motore economico e degli antichi mestieri, gli anziani possono ancora fare scuola a tutti gli effetti e meritano non solo rispetto ma un ruolo guida in quanto vera risorsa sociale (le parole di Papa Francesco lo ricordano e anche il recente ‘reato di tortura’ sottolinea l’importanza del rispetto della dignità della persona umana). Tanto che, se oggi vige la fobia delle ruge, che si sfuggono ricorrendo sempre più comunemente al lifting, si arriva all’esplicito desiderio di voler invecchiare del protagonista Marcello Santilli. Ma il film non è solo un elogio del nuovo primato di ‘anziani giovani dentro’, ma è anche una pittura della società moderna con tutte le sue difficoltà e contraddizioni intrinseche, recenti e attuali. Una commedia realistica in cui l’impronta di realismo e comicità si sente forte ed è data dalla presenza di Enrico Vanzina e Alessio Maria Federici che ne hanno scritto il soggetto, a cui si è aggiunto Carlo Vanzina che ne ha firmato la sceneggiatura. Ma non intercetta solo i luoghi comuni sociali, ha persino la drammaticità e la teatralità di un’opera di teatro. Perché quest’ultimo è anch’esso una forma d’arte antica, ma sempre nuova e valida. Centrale è sicuramente il ruolo di Enrico Brignano (protagonista assoluto dell’interpretazione). Per questo “Ci vediamo domani” starebbe bene portato sul palco di un teatro, per un ‘one man show’ di Brignano, sullo stile di quei tanti monologhi impegnati cui ci ha abituati (persino al Festival di Sanremo). Con, ovviamente, l’allestimento di un’ambientazione semplice, essenziale, asciutta. Un uomo, chiuso dentro una stanza, seduto su una sedia a guardare tutto il mondo fuori che cambia da una finestra; e che magari comunica con le nuove tecnologie (computer e cellulare, oltre al tradizionale telefono). Per poi ritrovarsi nel finale tutti seduti a un tavolo a raccontarsi la propria vita, a rivelarsi le nuove scoperte fatte, se davvero tutto è cambiato e se il passato è veramente perso per sempre o può tornare. Ma soprattutto a confessarsi che nella vita bisogna essere sempre curiosi, osare, voler conoscere per sapere cose nuove. Quello ci fa sentire vivi. Sempre. Perché, per uscire fuori nel mondo, occorre prima essere pronti ad accogliere e far entrare dentro (sé) il ‘nuovo’ che c’è all’esterno. Per una storia individuale, universale e collettiva. “Ci vediamo domani”: appuntamento con la vita, con il nuovo e con l’esperienza saggia e molto educativa degli anziani.

“Famiglia all’improvviso-istruzioni non incluse”, amare inaspettatamente

famiglia-all-improvviso-l-emozionante-trailer-italiano-del-film-con-omar-sy-v3-287817“Famiglia all’improvviso-istruzioni non incluse” è uno di quei film che fa ridere e piangere, ma soprattutto sa stupire con un effetto sorpresa finale. A stravolgere tutto é più quello che non si sa che le certezze acquisite. Insegna come siano gli imprevisti a farci crescere e maturare, a responsabilizzarci, a farci capire cosa significhi prendersi delle responsabilità, a non avere paura oppure a come affrontarla nel migliore dei modi: con il sorriso e la fantasia. A come porsi di fronte alla malattia e persino davanti alla morte: sdrammatizzando e vivendo intensamente ogni momento come fosse l’ultimo. Non pensando, come uno stuntman che sta per schiantarsi con una macchina o per gettarsi nel vuoto dall’undicesimo piano per fare la controfigura in una scena che, più rischiosa é e più è sensazionale o “sublime”. Fare di ogni caduta una festa: questo rende immortali. Insegna che riuscire ad esserci sempre per una bambina che non sai nemmeno se sia la tua e di cui ti ritrovi all’improvviso a doverti occupare, questo significa essere un padre. E soprattutto un uomo vero. Vivere da persone libere non significa essere superficiali, perché la sofferenza si può nascondere anche dietro un sorriso. “Famiglia all’improvviso” (da non confondere con l’omonimo film del 2012, per la regia di Alex Kurtzman, dove a cambiare è il titolo originario in inglese di “People like us”) è anche una storia di una profonda amicizia, che tratta anche l’omosessualità, vista come una risorsa, un’ancora di salvezza più che un impedimento, un ostacolo o un limite. Per essere una famiglia (o dei veri amici) occorre prima innanzitutto sentirsi tali veramente.
Il titolo potrebbe essere fuorviante. “Famiglia all’improvviso-istruzioni non incluse” di Hugo Gélin potrebbe far pensare a un film che dica e mostri come si diventa una famiglia ai tempi moderni, in cui ne esistono migliaia di tipologie e quella allargata sembra essere quella che descrive meglio la realtà sociale e demografica che si presenta in uno scenario culturale come quello moderno, multiculturale e globale. Tuttavia non è solo questo il tema centrale. Il titolo si riferisce a “Instructions not included”, il film messicano del 2013 per la regia di Eugenio Derbez di cui è un remake. Invece il titolo originale di questo film francese è “Demain tout commence”, “Domani comincia tutto”. Infatti si parla di futuro, di guardare avanti sebbene il presente sia quello che conta. Se delle istituzioni ci sono, sono quelle per come diventare eterni e inseparabili. Non ci sono regole su come fare il padre o la madre od essere un buon genitore, perché genitori non si nasce (imparati) lo si diventa. Come si vede si va ben oltre il concetto di famiglia.
Non solo. L’altra idea e impressione fuorviante che ne può sorgere è che tutto sia incentrato su una concezione di paura e che tutto il film sia concentrato in un racconto di formazione persino a lieto fine, dove tutto finisce bene “e vissero felici e contenti”, una volta ripristinato l’equilibrio e chiuso il cerchio che ha portato a ricongiungere chi sembrava destinato ad essere separato e invece rimarrà per sempre insieme. Così non è. Si parte certo dalla definizione di paura, subito in apertura. Il protagonista stesso descrive il momento in cui -da piccolo- il padre gli disse: “Chi ha paura di qualcosa dà a questa paura un potere immenso; è come un animale, che può essere addomesticato o ucciderti”. E lui confessa: “non ho capito cosa volesse dire, ma ho compreso che quel giorno voleva diventassi un uomo”.
Ma quello che si va ad affrontare sono i rapporti sociali a tutto tondo, di un gruppo che affronta insieme i problemi e si relaziona; impara ad entrare in contatto con l’altro, scoprendo aspetti inediti di sé e di chi ha incontrato nella sua vita. Ognuno dà il suo contributo a suo modo. Non è solo la storia di un padre e di una figlia o di una coppia e un eventuale triangolo aggiuntivo che si venga a creare. Non è una semplice favola moderna, la classica commedia realistica melodrammatica. Certo gag divertenti non mancano a causa della scarsa conoscenza scolastica dell’inglese da parte del protagonista. Se con un corso di lingua questa si può imparare, quello che non si può insegnare né apprendere é ad amare a prescindere dai legami di sangue. Quello raccontato è un tipo di amore che va oltre tutto: l’amore incondizionato. Per una storia attuale in una realtà mitteleuropea. Da Parigi a Londra. La conclusione è che, se una paura da temere c’è, non è quella del rischio o del pericolo, ma quella di non vivere: persino la paura di morire è nulla in confronto a quella. Così come per essere felici basta poco e non occorrono eventi eccezionali. Il film parte un po’ in sordina e tutto sembra far intravedere che sia destinato a rivisitare molti luoghi comuni. Invece, ben presto, sfaterà tutti i cliché. Con la semplicità con cui si parla ai più piccoli, come una bella fiaba letta a un bambino.
Il protagonista è Samuel (Omar Sy), un apparente immaturo latin lover, che ama spassarsela con diverse donne senza mai
legarsi, inaffidabile anche sul lavoro. Vive nel Sud della Francia e non è di certo il ritratto della costanza e dell’attendibilità. Finché, da Londra, non ritorna una sua ex: Kristin (Clémence Poésy), con tanto di figlia a carico che gli dice sia sua. Gli lascerà la piccola Gloria (Gloria Colston), per poi scomparire. Lui deciderà di andarla a cercare nella capitale della Gran Bretagna. Non la troverà e lui perderà anche il suo precedente lavoro. Poi a Londra diventerà uno stuntman dopo aver incontrato nella metropolitana Lowell (Ashley Walters), visibilmente gay. Alla figlia manca la madre e così si inventerà finte mail inviate dalla mamma in giro per il mondo quale agente segreto. Così come dirà bugie alla preside della scuola della figlia (Miss Appleton alias Anna Kottis), che porta sul set, per le assenze ingraziandosela con segreti in anteprima sulla serie che gira come stuntman. Così ci si interroga se quella sia un’educazione, se lui sia veramente in grado di fare il padre, se sia giusto mentire a fin di bene e ne valga la pena per regalare in un sorriso. Anche fosse per poco tempo. Che cos’è allora davvero la felicità? Due persone bastano? Intanto, dopo otto anni trascorsi così, ritorna all’improvviso Kristin con il suo nuovo compagno Bernie (Antoine Bertrand): chiede l’affidamento, ci sarà un processo e vorrà il test di paternità. Inoltre uno dei due (tra Samuel e Gloria) si scopre essere malato. Insomma ne accadono delle belle che stravolgono continuamente gli eventi.

Barbara Conti

“Un matrimonio da favola”, la fatalità
della storia di amicizia

matrimonio-da-favola“Un matrimonio da favola” dei fratelli Vanzina é la classica commedia all’italiana per una storia di amicizia. Ricorda i più recenti “Perfetti sconosciuti” di Paolo Genovese, oppure “Non si ruba a casa dei ladri” e un po’ anche “Mai Stati Uniti”, degli stessi registi. Del primo richiama il monologo finale in cui ognuno si svela con maggiore sincerità, rivelando segreti reconditi. Del secondo il fatto di essere una commedia degli equivoci e di basarsi su un umorismo divertente che fa sorridere, attraverso tutte le vicissitudini bizzarre dei protagonisti: stessa location, Zurigo, e medesimo artificio di avere dei ‘ladruncoli buoni e bonari’ che si vendicano e colpiscono solo per farsi giustizia e per riscattarsi. Del terzo il fatto che da un viaggio nato per un diverso motivo ne sorge un’esperienza formativa che insegna l’importanza dell’unione: in “Mai Stati Uniti” era quella tra fratelli, in “Un matrimonio da favola” quella tra amici. Tra l’altro alcuni degli attori scelti dai Vanzina sono comuni ai film: Stefania Rocca ha recitato sia in “Un matrimonio da favola” che in “Non si ruba a casa dei ladri”; Ricky Memphis sia in “Un matrimonio da favola” che in “Mai Stati Uniti”. Proprio quest’ultimo è il protagonista principale del film dei Vanzina “Un matrimonio da favola”. Veste i panni di Daniele che invita, dopo vent’anni, i compagni di classe alle sue nozze a Zurigo. Tutti si chiedono: “ma se da ragazzi eravamo così uniti come abbiamo fatto a perderci?”, – fa riflettere Sara (Ilaria Spada), amante di Giovanni (Emilio Solfrizzi), soffocato e succube dalla perfida moglie avvocato divorzista. Allora, più che al matrimonio, tutto sembrerebbe indirizzato alla separazione; ma un velo di romanticismo sempre c’è. Ḕ Sara, infatti, a rimarcare la monotonia della sua vita di commessa le cui giornate erano tutte uguali, scandite dagli stessi orari ed eventi, rotta dall’incontro con Giovanni: “poi sei arrivato te e ho pensato che la mia vita potesse cambiare. E ho cominciato a sognare il matrimonio e i figli” –gli rivela-. Poi c’è il rimpianto e la malinconia di ciò che sarebbe potuto essere: “chissà, se avessi avuto il coraggio di dirtelo forse la mia vita sarebbe stata diversa”, dice Luciana (Stefania Rocca) ad Alessandro (Giorgio Pasotti), di cui è perdutamente innamorata da sempre, senza mai averglielo confessato. Ed ora sposata, ma annoiata dalla monotona e tediosa seriosità del marito. I partner non mancano ovviamente. Ma neppure le sorprese. Alessandro infatti è gay, con tanto di compagno. “Cosa vuoi? –risponde a Luciana- La nostra vita non dipende da noi, ma dal nostro destino”. Fatalità degli eventi? Si riflette anche su questo. Anime (pre)destinate a unirsi o separarsi. Sicuramente ognuna in cerca della propria identità e strada. Come la futura sposa Barbara (Andrea Oswart), che non sa neppure lei cosa voglia (ma sta tentando di capirlo) e che tradisce il marito proprio poco prima delle nozze con Luca (Adriano Giannini), latin lover ma questa volta amico traditore e infedele inconsapevole (non sa chi sia la fidanzata di Daniele).

Allora l’ingrediente giusto per “Un matrimonio da favola” non sembrano il menù, le bomboniere, la location o altro, quanto gli invitati, che fanno davvero la differenza rendendolo “scoppiettante”. E così il matrimonio diventa come una partita di calcio, in cui si può anche perdere, ma ci si riscopre una squadra più forte perché più unita. Le nozze possono ance persino saltare, ma in fondo l’unica legge del goal (come cantava Pezzali) è la regola che domina incontrastata le relazioni tra i protagonisti: “le ragazze vanno e vengono, gli amici restano”. E se si è destinati a lasciarsi o ritrovarsi, vuol dire che doveva andare così. Questo il tema centrale affrontato in modo leggero. Gli (ex) compagni (non più tali) scoprono di “essere ancora una squadra. C’era tutto un secondo tempo da giocare (insieme) e tutto poteva ancora succedere”. Quel che accade si vedrà, l’unica certezza è che la vita ci sorprenderà ancora con la sua casualità fortuita. La sicurezza è quella che Sara dice a Giovanni: “il treno prima o poi passa per tutti e ho deciso che non lo voglio perdere e che, nonostante te, voglio ancora continuare a credere nell’amore”. Per una delusione ricevuta un nuovo palpito arriverà, ognuno avrà la sua occasione, la chance del riscatto per essere felice, gioendo delle piccole cose. Insieme. Per un film che coglie il pretesto del matrimonio, dove le nozze sono solo un mezzo e un tramite, per parlare di amicizia, di amore (in tutte le sue sfaccettature nei suoi diversi tipi ed equilibri di coppia), e di destino. Come nelle favole e nelle fiabe, appunto, è il fato spesso a designare e disegnare la fine di ogni romantica storia d’amore. Di certo –come avverte il fidanzato di Alessandro- “niente sarà più come prima dopo il matrimonio”. Ma si farà? L’incertezza regna sino alla fine, come il fatto di non sapere quale delle coppie resterà in piedi sino in fondo. Daniele verrà lasciato o abbandonerà la sposa sull’altare? Dichiararsi (Luciana con Alessandro, ma anche Giovanni che deve parlare con la moglie per lasciarla per Sara) servirà a qualcosa o porterà a una rottura? Fino alla fine si può segnare o subire il goal (all’ultimo minuto), al contempo della vittoria o della sconfitta, del traguardo o della perdita di tutto; oppure pareggiare con un rigore da tirare prendendo il massimo del rischio. Del resto, “l’amore non è bello se non è litigarello” –si dice- e un matrimonio con la sua organizzazione porta sempre scompiglio, fermento e tormento, incertezze e titubanze se si stia facendo la cosa giusta. Proprio come in ogni decisione che si deve prendere nella vita. E l’interrogativo è: “tutto è successo per caso o perché doveva succedere?”. Il confine tra fatalità e fortuita casualità e coincidenza si confonde. Si sollevano, così, molti dubbi: l’amore è cieco o forse no? La fortuna e la sfortuna esistono? Ḕ davvero tutta colpa del destino e della sorte?

Barbara Conti

Di Padre in figlia. Profumo del mosto selvatico della famiglia Franza

di padre in figlia“Di padre in figlia”, per la regia di Riccardo Milani, ha confermato l’ottima pittura dell’emancipazione anche nell’ultima puntata. Ora non c’è che da aspettarsi un sequel con una seconda stagione. Emancipazione non è solo una questione di donne, per strumentalizzare una questione di genere che sembri più di finto moralismo e perbenismo che un problema sociale. Niente retorica. Il tutto è affrontato con estremo realismo. La problematica, infatti, è trattata a tutto tondo: emancipazione femminile, ma anche degli emigrati o dei giovani che cercano un futuro e una loro identità. Emancipazione che deve passare per un necessario ritorno all’origine. Una nuova concezione di famiglia che si fa largo, con nuove responsabilità e protagonisti che si scambiano alla conduzione dell’iniziativa. Il richiamo a “Il profumo del mosto selvatico” è forte: una famiglia che rischia la fine, la scomparsa quasi dopo la distruzione del vigneto di famiglia; ma che rinasce dalle proprie ceneri grazie al ritrovamento di una radice di una vite, o meglio la vite della vita potremmo ribattezzarla. Qui, per evitare che tutto andasse perduto, occorreva piantare questa sorta di “germe della rinascita”. In “Di padre in figlia” c’è necessità di trovare, proporre e produrre una grappa nuova che parli di chi l’ha fatta, della famiglia Franza per evitare che l’azienda chiuda e il nome vada perduto: sincera, che racchiuda in sé tutti i connotati dei suoi singoli membri.

Dirompente, Pura, Innovativa, Fresca. Il titolo da lì è fatto. Quella Franza a volte è una famiglia un po’ aspra, con un retrogusto amaro, ma anche dolce e duro al contempo: aspro come le vicissitudini che ha avuto; amaro come le sofferenze e le delusioni subite; dolce come la tenerezza della bontà d’animo di tutti i suoi componenti; duro come i sacrifici che ha dovuto affrontare. Ci sarà bisogno che Sofia fugga, vada in Brasile, torni lì da dove la sua famiglia è venuta, incontri Jorge, scopra la verità, torni indietro al passato e da lì al presente dalla madre e dalle sorelle per andare avanti verso il futuro. Per questo si aspetta una continuazione che descriva e approfondisca meglio il domani, il futuro. Anche qui (come in “Il profumo del mosto selvatico” con Keanu Reeves del 1995: i tempi cambiano, la storia no e si ripete) c’è uno scontro tra padre e figlia (Elena) perché il primo si sente tradito dall’altra, rimasta incinta. E un nuovo fidanzato e partner da accettare (Riccardo Sartori prima, della ditta concorrente; dopo Filippo alcolizzato e chissà, forse anche Giuseppe non sarà ben visto da Giovanni). Il consenso e l’aiuto nascono dal rifiuto iniziale; la lontananza porta vicinanza ed anche se distanti (come Maria Teresa a Padova) non è meno forte il legame. Il fuoco dell’incendio che distrugge il vigneto in “Il profumo del mosto selvatico” (a causa di una rabbia repressa sfogata nell’alcool) equivale a quello della passione verace dei Franza e dei Sartori, ma anche dei lavoratori, dei proletari. dei giovani disoccupati e precari, degli studenti universitari come Giuseppe. Dunque Maria Teresa è come una nuova sindacalista modera per i diritti della fabbrica, che è una questione di famiglia, ma anche di giustizia sociale. Il welfare attuale è l’emancipazione di allora. Dunque emancipazione rima con legalità di individui autonomi, liberi e indipendenti, non più vincolati e schiavi di canoni, ma che ricercano la propria identità e dignità. Al di là del sesso, della razza, dell’età. E per quello non è mai troppo tardi.

Allora l’emancipazione diventa una questione interamente legata alla famiglia, che si sviluppa al suo interno; non solo nello scontro moglie-marito, ma anche madre e figlie, padre e figlio. Non è più solo una problematica delle donne, anche se sono loro le più intraprendenti e le principali protagoniste del cambiamento. È una questione più individuale che sentimentale, che riguarda più l’autorealizzazione che l’amore. La donna non ha bisogno di un uomo, ma basta a se stessa; può fare a meno dell’amore forse, ma non di un lavoro per essere. Pari diritti soprattutto sociali, più che e non solo coniugali. Matrimonio e separazione, due facce della stessa medaglia che non annullano la donna. Franca e Pina lo dimostrano: l’emancipazione è come un’amicizia vera, una volta scoperta non la si lascia più o non finisce mai. Interessante che agnello sacrificale di tutto questo mutamento sia Antonio, il maschio di casa. Quasi a dire che occorrono nuove regole per una nuova realtà. Tutto cambia e tutti cambiano, quello che andava bene prima non lo è ora. La parte più forte forse è proprio l’intreccio complesso, intrigato e intrigante.

“Di padre in figlia” di Riccardo Milani: la doppia faccia dell’emancipazione

di padre in figlia Idea di Cristina Comencini, regia di Riccardo Milani. Connubio perfetto per produrre una fiction realistico-drammatica interessante in quattro puntate. Stiamo parlando di “Di padre in figlia”. Molti gli aspetti che intende affrontare. Innanzitutto la location innovativa di Bassano Del Grappa, dove risiede la famiglia Franza, protagonista al centro di questa storia avvincente e articolata. Poi il periodo; immagini di repertorio storiche contribuiscono a raccontare meglio gli anni che vanno dal 1958 al 1985 circa. Ḕ l’Italia del boom economico, delle rivoluzioni sociali e culturali, con i moti studenteschi del ’68 e l’emancipazione femminile, le lotte per il divorzio e le battaglie sull’aborto, ma anche della rivoluzione industriale. Per un Paese diviso a metà, dai mille contrasti, ancora ancorato a un passato ormai anacronistico (dove vige e domina il maschilismo), ma lanciato già verso un futuro di progresso e di cambiamento. Il capostipite, infatti, è Giovanni Franza (Alessio Boni), che ha una distilleria dove produce grappa a Bassano del Grappa appunto per coincidenza. Da sua moglie Franca (Stefania Rocca) sogna di avere un figlio maschio a cui lasciarne il comando. Finalmente arriva e si tratta del piccolo Antonio. E da questo momento avrà inizio lo scompiglio. Se inizialmente il logo della sua fabbrica sarà “Franza e figlio”, poi diventerà “Franza e figlia”, in quanto Antonio si dimostrerà incapace di tenere il peso della responsabilità della gestione dell’azienda di famiglia.

Si tratta di una storia di emancipazione e di rotture, separazioni. I due soci iniziali, Giovanni Franza ed Enrico Sartori (Denis Fasolo) rompono. Il primo vuole produrre grappa industriale, aumentare la produzione e allargare il mercato. Fare business. Il secondo, più onesto e oculato, fare grappa artigianale. Il primo è più ambizioso (“meglio ladro che fallito” afferma senza mezzi termini), il secondo più umile e ponderato. Due uomini per due visioni del mondo degli affari. Per due donne. Molte le storie di donne che si intrecceranno e alterneranno nella serie tv. Donne che sognano un’altra vita (con una citazione esplicita all’omonima fiction con Vanessa Incontrada per la regia di Cinzia TH Torrini), rivendicano i propri diritti e libertà. Le due principali sono appunto Franca Franza e Giuseppina “Pina” Zanchetti (interpretata da Francesca Cavallin): ex prostituta amante del marito della prima, che arriverà ad aprirsi un negozio di stoffe. Le due diventeranno molto amiche. Donne non di cultura, che non hanno studiato e quel poco che sanno e hanno imparato lo hanno appreso da autodidatte, ma ricche di dignità. Una complicità positiva che è una delle parti migliori della serie: la prima sceglierà sempre la famiglia alla sua libertà, mentre la seconda otterrà il suo riscatto arrivando persino in tv. E poi due sorelle: Maria Teresa (Cristiana Capotondi) ed Elena (Matilde Gioli) Franza, dai caratteri completamenti diversi: più riflessiva, responsabile e matura (“fin troppo seria” dice la madre) la prima, più esuberante, incosciente, istintiva e irrazionale, un po’ spregiudicata, la seconda. Due fratelli gemelli: Antonio (Roberto Gudese) e Sofia (Demetra Bellina) Franza: il primo debole e succube del padre e destinato alla distilleria, ribelle la seconda che va sempre controcorrente, contro ogni regola, sogna di fuggire lontano, girare il mondo, conoscere per sapere; il primo sarò orientato ad essere un “fallito”, la seconda priva di equilibrio. Inseparabili e indistruttibili insieme, persi quando si separano. Due contendenti e papabili fidanzati e mariti per Elena: Filippo Biasolin (Domenico Diele), figlio del sindaco del paese (Felice Biasolin, ovvero Roberto De Francesco); e Riccardo Sartori (amato da Maria Teresa, alias Alessandro Roja). Due famiglie, i Franza e i Sartori, una figlia erede nata per caso o per errrore (Elena rimane incinta a 16 anni) e un matrimonio riparatore tentato. Riuscito? Chissà. Due città, che spingono ad andare via: Padova (ricca di stimoli e di flussi di studenti), ma anche Milano (con le sue attrattive fatali di mondanità, tra moda, seduzione ed erotismo). E un paese che tiene ancorati alla tradizione classica: Bassano Del Grappa (“dove non succede mai niente di nuovo”). Ad essere indagato forse, paradossalmente, è più il rapporto madre-figlia che padre-figlia. Una madre, Franca, con la nostalgia e la malinconia del grande amore Jorge (Carmo Dalla Vecchia). Apparentemente non fa nulla per cambiare, non prende mai decisioni e non sa scegliere lui e rinunciare a suo marito. Divisa tra due uomini, non è l’unica ad essere segnata da un legame forte. Pure Maria Teresa è da sempre innamorata di Riccardo Sartori, ma anche lei finirà per l’essere corteggiata ugualmente dal corretto Giuseppe Nunzio (Corrado Fortuna). Come la sorella Elena tra i due contendenti Riccardo e Filippo. Per due tipi di amore forse: quello più razionale, logico, per fare la cosa giusta e quello più fisico, di attrazione passionale. Il tutto da scegliere tra la spinta della religione del parroco Don Giulio (alias Roberto Nobile) e la propensione alla laicità atea di tipo proletario-studentesco. Molte scelte da compiere, di fronte a cui ci si troverà obbligati.

Perché “Di padre in figlia” è una storia di amori e in amore occorre saper fare delle rinunce. Innanzitutto è la storia d’amore di un padre-padrone, un passato che vincola e limita; e di una figlia, la società moderna che, come lui, vuole cambiare il mondo senza voler cambiare poi troppo ella stessa, continuamente combattuta da un rinnovamento temuto, che richiede sacrifici e fa un po’ paura. Una pittura della società dell’epoca, di quegli anni così importanti per la storia del nostro Paese, speculare a quella attuale. Con un tono drammatico che colpisce, che riprende quello di “Un’altra vita” (sempre una storia di una madre e delle sue tre figlie), poiché inedito per il regista Riccardo Milani. La sua regia ci aveva abituato alla sua abilità nel cimentarsi nella classica commedia morale italiana. Stavolta si supera toccando un campo completamente diverso e più intenso per la portata storica appunto. Da evidenziare la particolare ricercatezza nello studio dei dettagli, dei costumi di quel tempo, così come del trucco alle attrici, che ne cambia i connotati a significare gli stati d’animo tormentati e sempre in divenire. Per non parlare delle tipiche pettinature raffinate che arricchiscono la descrittività minuziosa di una realtà di passaggio, di transito, ma non transitoria perché iniziata, ma mai terminata. Non si è concluso, infatti, il cambiamento che ha messo in atto, ma ancora continua. Per non parlare delle immagini vere di repertorio che danno un senso di autenticità e realismo a questa fiction realistica, che racconta la realtà in tutta la sua mutevolezza sconvolgente e sconcertante per i cambiamenti radicali che ha portato per sempre. Il tutto rafforzato dai dialoghi e monologhi pregnanti e incisivi. Anche il linguaggio usato enfatizza il messaggio della serie stessa. Più volte si ripete l’esclamazione “Ma guardati!” cosa sei diventato/a, a sancire di quanto i personaggi si confrontino tra di loro, quasi come di fronte a uno specchio a vedere per cercare di capire cosa sia successo loro; oppure la frase “io non scappo, sono qui”, ci sono, sono rimasto/a a tuo sostegno, puoi ancora contare su di me, vorrei scappare ma resto, quasi per te, perché so che la famiglia è tutto e -come si dice- “prima o poi bisogna sempre fare i conti con la propria famiglia”. E si parla esplicitamente della portata rivoluzionaria citando la parola “rivoluzione”.

Ci sono due tipi di rivoluzione appunto: quella fuori degli studenti, sociale, culturale, più diffusa e conosciuta, di diritti e libertà riconosciuti; e poi c’è quella più intraprendente di uguaglianza di chi, come Maria Teresa, sostiene che la vera rivoluzione sia una donna a capo di un’azienda, che possa comandare. Senza che, finalmente, sia sempre e solo l’uomo a decidere tutto in maniera insindacabile e la donna lì a subire, sopportare, a dipendere dal maschio, a dover stare vicino sempre e comunque a suo marito perché vale solo se piace a un uomo. Magari chiusa in casa sempre pronta a obbedire. Se contano solo la serenità e l’unità della famiglia, che la madre deve proteggere in primis, e se la famiglia viene vista e considerata ancora come un riparo dalla solitudine è ancora così? La rivoluzione di cui parlava Maria Teresa oggi è attuata e quelle concezioni sembrano ipocrisie da superare. Dunque quale l’eredità lasciata da quel padre che è il nostro passato di quegli anni a quella figlia che è la società contemporanea? E rappresentata metaforicamente dal lasciare in consegna la conduzione della distilleria, da tramandare verosimilmente di generazione in generazione? Dunque una storia universale. L’aspetto più interessante è il coraggio da parte del regista di mostrare gli aspetti più negativi, duri e dolorosi del cambiamento dei tempi portato dall’emancipazione (lotta ancora in essere), fatto con sacrifici in cui tutto e tutti cambiano. Allora fuggire, partire o restare per cambiare? Per scoprirlo occorre attendere l’ultima puntata di martedì 2 maggio prossimo.

Se il soggetto principale è l’emancipazione, non si può trascurare di notare che essa racchiude in sé diverse altre parole. Innanzitutto i termini, per anagramma, “mancanze”: quelle dei diritti e delle libertà fondamentali ricercati che si vuole siano riconosciuti alle donne. Poi “pace” quella che è desiderata e il fine ultimo quasi. E poi la parte finale dove troviamo “azione”: tanta l’iniziativa che viene presa su più fronti, ma soprattutto dalle donne molto intraprendenti. Ma in questa trasposizione moderna (in cui si affronta anche il tema dello stalking in maniera velata e di straforo), emancipazione ha un doppio risvolto, un’ambivalenza profonda e suggestiva che è la peculiarità che fa la complessità della fiction. La sua ambiguità risiede nel fatto che, come per lo stalking in una relazione sentimentale, l’emancipazione è un amore, un’ossessione pericolosa, duplice, che può persino essere nociva e negativa, dannosa. Ḕ come una corsa disperata su un tapis roulant verso la morte, la fine di tutto, l’autodistruzione perché si rischia di perdere tutto. Ḕ fatta di diritti, ma anche di inganni e di peccati (di frode ad esempio di cui viene accusato Franza); di libertà e di vincoli, di prigione (la famiglia e i figli stessi vengono visti da Elena come tali); di realizzazione nel matrimonio e nello sfociare nell’adulterio; è un atto di fedeltà con se stessi e con gli altri, ma comprende e finisce spesso anche nel tradimento, nella confusione; è una ricerca di identità, ma porta a una crisi esistenziale; è una vittoria e una sconfitta; emargina (ha lo stesso prefisso di ema-ncipazione) e rende partecipi, parte di una società che si sta rinnovando; è tradizione e innovazione; è la nuova droga dei giovani; la si fugge e la si rincorre; è come la famiglia che è, al contempo, una certezza sicura come una cassaforte o una prigione claustrofobica e soffocante, da cui evadere con sesso, droga e alcool; isola, un po’ come si fugge la solitudine con e nella famiglia: non a caso ha in sé le sillabe “ma” e “pa” di madre e padre di famiglia. Ḕ una forma di dipendenza, come un oppiaceo o uno stupefacente, come non si può fare a meno (e vivere senza) dell’altro in famiglia (il/la proprio/a marito/moglie). Ḕ seducente come una donna che si prostituisce per trovare la sua indipendenza, la propria autonomia, senza dover dipendere più da nessuno e dover chiedere nulla a nessuno, per poi quasi non riconoscersi più; è un sogno e un incubo; un desiderio che si realizza a metà. Ḕ drammatica e triste come la fine di una storia d’amore con il divorzio o come una vita che sta per crescere, abortita in stato embrionale. Lasciar stare tutto e rinunciare ad ogni cosa in suo nome si può? Rinnegare tutto o morire per essa? Emancipazione è progresso e recessione; opportunità e speranze, ma anche delusioni e corruzione, remissione, fallimento. Si passa dall’entusiasmo e dall’euforia alla sofferenza e allo sconforto. Ḕ un salto nel buio, nel vuoto dell’ignoto, di un certo lasciato per l’incerto appunto. Un po’ come a “Rischia tutto” (la trasmissione omonima dell’epoca presentata da Mike Bongiorno) perché, in fondo, l’emancipazione è come nella vita che sai di rischiare (di perdere) tutto. Allora, come direbbe lo storico conduttore scomparso: quale busta vuole? La uno, la due o la tre? A richiamare la scelta che deve compiere Giovanni Franza: “Di padre in figlia”, allora a quale delle tre figlie lasciare la distilleria? Maria Teresa, Elena o Sofia? Se sembra ovvio il nome della maggiore delle tre, nulla è scontato in quanto ogni certezza cade. Infine l’emancipazione è come creare una start-up, sapendo che può portare alla fortuna o al fallimento, ma occorre sapersi mettere in gioco, essere intraprendenti. Non è n caso dunque che tra gli attori vi sia Matilde Gioli che nel film “Start up” ha recitato. Dunque emancipazione come egomnia: è per tutti e di tutti, eppure il singolo non può prescindere da se stesso e dal suo interesse personale ad avere spazio e tempo per sè. Ma nel cast della fiction per la regia di Riccardo Milani compare anche Clizia Fornasier, nei panni della segretaria Nadia. Quest’ultima lascerà il lavoro, quasi a dire che non vuole sottostare alle imposizioni della ditta Franza: un compromesso che non accetta. Perché, in questa duplicità che sa di ambivalenza, non ci sono vie di mezzo: prendere o lasciare? O si è dentro o fuori il sistema di nuove regole scritto. C’è chi decide di conformarsi e di adattarsi ad esse, alla legge del compromesso appunto, come Antonio (che tenta di rispettare i suoi obblighi e doveri morali forzati) od Elena (che ben si adatta alle nuove esigenze della società, cresciuta in fretta ma ancora adolescenziale); e chi rifiuta di accettare le costrizioni e i nuovi dettami che non condivide: come Maria Teresa (spontanea, sincera, pura quasi ingenua, ma molto intelligente) o come Sofia, ribelle che va sempre controcorrente perennemente e rifiuta ogni imposizione quasi per principio a priori. Chi subisce come Franca e chi si rivolta come Pina. Ma ognuno cerca di pagare il proprio conto perché ritiene che “se nella vita non hai debiti, non devi nulla e nessuno può pretendere niente da te” –come afferma Pina appunto-. Un’ambiguità tipica dell’emancipazione: una doppia opzione, ma possibilità che sfociano in un trinomio che sa di trinità e perfezione, quasi a ricercare il giusto equilibrio e il giusto mezzo tra gli opposti così antipodici e drastici, senza più trovarsi davanti ad estremismi mai troppo proficui, positivi o produttivi.

Barbara Conti

Tennis. Wta Stoccarda: Maria, la leonessa sul campo è tornata!

maria sharapovaUna campionessa è per sempre. Verità semplice quanto assoluta. Massima dimostrazione l’ha data Maria Sharapova, tornata a vincere al Wta di Stoccarda in maniera convincente. Anche se, al primo turno, a scapito della nostra Roberta Vinci, che però ha perso con onore e può uscire a testa alta. L’incognita era altissima, l’attesa ancora di più, la pressione esponenziale dopo che in passato aveva vinto il torneo. Pochi quelli pronti a scommettere di ritrovarla in una forma splendida, soprattutto mentale. Ineccepibile la sua grinta, superiore al solito se possibile, ma impeccabile lo schema tattico. La tecnica è persino migliorata, il che è tutto dire se prima già sfiorava la perfezione. Sì perché si è davvero perfezionata, come se avesse colmato le “lacune” e completato l’esecuzione corretta di quasi ogni colpo. 456 giorni dopo la squalifica torna su un campo da tennis come niente fosse, come avesse sempre disputato gare. La competizione la sente, ma la affronta con un’umiltà superiore che le è benefica, che è quello che forse ha appreso di più dal periodo in cui è dovuta stare fuori dal circuito. Lontana dai campi, si è allenata in isolamento su un campo secondario di un circolo minore, ma non ha perso la fiducia e la convinzione in se stessa. È sempre una leonessa sul campo, quella tigre siberiana che tutti siamo stati abituati a vedere. Partiva da una wild card, che molti le hanno contestato; ma ha dimostrato che non conta ciò che c’è scritto vicino al tuo nome quale valutazione del seeding, non serve essere testa di serie di tabellone alta per valere. Se sai giocare a tennis da vera campionessa lo dimostri sul campo e non su un tabellone appunto.
Maria è tornata. Uno striscione a lei dedicato titolava: “Welcome back”. Per lei una gioia infinita e un briciolo di tensione, un’emozione forte e un brivido di commozione sentito e più che giusto e giustificato. “Quello che mi è accaduto in questi 15 mesi mi ha fatto crescere come persona. Anche se è il primo match che gioco dopo tanto tempo è sempre lo stesso effetto, una sensazione forte come la prima volta, perché è quello che ho fatto sempre”, ha commentato a fine partita, come se non potesse stare in altro posto se non su un campo da tennis a cui la unisce qualcosa di speciale. La situazione era particolare e non solo per la superficie (a Stoccarda si gioca al coperto con terra importata). Ad affrontarsi sono, infatti, due avversarie che hanno contribuito a scrivere la storia del torneo: chi l’ha vinto e chi è arrivata ai quarti lo scorso anno. Di fronte due “teste”, ovvero due “head” come le loro racchette, ovvero due approcci diversi al match, due schemi tattici completamente diversi: quella gialla di Roberta Vinci, come una pallina da tennis; e quella blu oltremare elettrico e violetto/fucsia di Maria Sharapova, blu dello stesso colore del torneo quasi, come il colore della macchina vinta lo scorso anno dalla Kerber. La Porsche che andrà a chi conquisterà il titolo quest’anno sarà rossa, come rosso è il colore della passione che entrambe hanno messo nell’incontro. Uno scontro di livello elevato degno di una finale. Per questo l’unico commento possibile è un grazie a tutte e due per l’impegno profuso nello scontro. Da una parte Roberta che cercava di spostare Maria, cercando di metterla in difficoltà con la mobilità sul campo e di infastidirla con il suo back profondo. Dall’altra una Sharapova che tentava di intimorire la sua avversaria, tirando le risposte e aggredendola su ogni colpo, disposta anche a venire a rete.
Ḕ stato un match molto equilibrato, fatto di tutti punti e pochi errori gratuiti poiché entrambe si sono prese il massimo dei rischi con il massimo della concentrazione da ambo le parti. Davvero un esempio di elevata professionalità. Una sfida mentale quasi la loro. Ma i numeri di Maria fanno impressione. Così come impressionante la sua aggressività, che è quella di sempre, così come la visione di gioco, che ha chiarissima ed indovina sempre, ma all’inizio sembra avere leggermente meno sensibilità sulla racchetta e un po’ di sfortuna, così i colpi le escono di poco quando tenta di spingerli. Man mano che si riscalda, però, è sempre più insuperabile. Serve particolarmente bene e ha una grande profondità. Fa ace anche di seconda quando va a servire per il primo set, che vince per 7/5 dopo aver avuto già tre break points. Nel secondo si porta subito sull’1-0, che poi raddoppia mantenendo il proprio servizio, per poi dilagare sino al 3-1, 4-2 e infine il 6/3 conclusivo, con un grido di sfogo e di esultazione spontanea. Le cifre del primo parziale fanno paura: 6 aces, il 73% di prime piazzate, 24 colpi vincenti eseguiti e solo 12 errori forzati commessi contro i 15 di Roberta, 8 palle break ottenute di cui 2 realizzate, contro le sole tre per la Vinci, che ne ha trasformata soltanto una. Porta a casa il primo set venendo anche a rete, attaccando e sfidando al net Roberta, e vincendo gli scambi e le sfide di volées con esecuzioni da manuale. Il colpo più bello, forse, della partita è stato un contro-back su un insidioso rovescio in back della Vinci. Ha più pazienza Maria e sa scegliere e dosare meglio la sua potenza esplosiva. Gioca in slice perfettamente a suo agio, non spinge tutti i colpi e tanto meno le palle senza peso dell’azzurra, ma le accompagna -alzandole con delicatezza- e sui colpi scarichi dell’italiana si difende più che attaccare. Ed è proprio la fase difensiva che ha perfezionato, che è più accurata e oculata, da fondo quanto a rete. Roberta gioca bene, ma Maria è incontenibile. La siberiana fa la differenza a fine partita con due cifre nello specifico: 39 a 10 per lei i colpi vincenti al termine del match e 4 palle break su 12 sfruttate. Ora affronterà la Makarova che ha vinto per 6/2 6/4 sulla Radwanska. Peccato e un po’ di rammarico per la tennista salentina che era partita bene. La Vinci si porta subito avanti 2-0 e fa immediatamente break in apertura a una Sharapova fallosa, soprattutto di dritto con cui sbaglia molto tentando subito risposte vincenti sul servizio della tennista italiana. Gioca meglio ed è più precisa con il rovescio. Il terzo game del primo set è quello più lungo e lottato. La siberiana ha cinque palle break, l’ultima è quella buona e strappa il servizio alla nostra atleta, ripristinando la parità di punteggio che riporta sul 2-2. Si continua in equilibrio fino al break decisivo della russa sul 5 pari, che andrà a servire per il set sul 6-5. Tuttavia nessun gesto di disappunto o di nervosismo da segnalare. Arbitrava Marija Caciak. Ma se la Sharapova continuerà così non ce n’è per nessuna, neppure per la connazionale Makarova. Potrà far bene anche a Roma, agli Internazionali Bnl d’Italia, soprattutto dopo l’assenza di Serena Williams per gravidanza. Con il tempo, man mano giocando sempre di più, non può che andare meglio per lei. Per il momento sembra decisamente in una ritrovata forma e il periodo di distacco le ha fatto bene anche dal punto di vista fisico. In dubbio era la sua tenuta fisica dopo più di un’ora di gioco. Invece è sembrata più fresca e riposata di prima. Assolutamente una buona notizia per i fan e per il tennis stesso. Una valida tennista seria ritrovata è sempre una buona cosa, al di là di simpatie e/o antipatie, critiche e lamentale piuttosto che elogi nei suoi confronti che non sono mai mancati e sempre ci saranno.

Fed Cup: L’Italia non retrocede grazie alla coppia Trevisan-Errani

tennis-sara-errani-fed-cup-costantini-federtennis1Puglia d’oro per la nazionale femminile di tennis. Barletta si tinge d’azzurro e incorona l’Italia di Federation Cup capitanata da Tathiana Garbin. La squadra guidata da Sara Errani regala forti emozioni e guadagna tre punti. Si porta subito sul 3-0 dopo i primi tre singolari. Se fossimo a calcio potremmo dire che vince ai rigori nel primo dei tre incontri diretti. Protagonista una giovanissima Martina Trevisan. Toscana, classe 1993, la tennista trionfa per 12 games a 10 al terzo set: la somma fa 22, più il punto guadagnato 23, quanti sono i suoi anni; l’atleta ne compirà, infatti, 24 il prossimo 3 novembre. 2-6 6-312-10 il punteggio con cui la tennista italiana ha battuto Lee Ya-hsuan, n. 298 Wta. Un match durissimo durato quasi tre ore di gioco (due ore e 53’ per la precisione). Stanchissime le due atlete. Una rimonta miracolosa quella dell’azzurra, che parte malissimo e tesissima, come ha poi confessato. La Lee domina per più di un’ora e nessuno avrebbe creduto nel recupero eccezionale da parte della tennista nostrana, che ha mostrato soprattutto una tenuta di nervi eccellente. La nuova Garbin di Fed Cup, potremmo ribattezzarla. E se l’Italia non retrocede così in serie C, ma rimane nel World Group II, la nazionale azzurra di tennis ha trovato una neo Camila Giorgi con maggiore capacità di variare il gioco. Buona struttura fisica e muscolare, valido servizio, colpi potenti da fondo come quelli della marchigiana, ostinata, determinata, stessa grinta e tenacia, dopo essere stata all’inizio molto nervosa ha saputo individuare la tattica giusta e vincente. Mancina, ha aggredito la tennista di Taipei con il suo dritto mancino ad uscire (anche a sventaglio) su quello dell’avversaria. Non ha avuto paura a venire avanti a rete, ha rischiato, ma con moderazione, non mancando di lobare qualche palla sul rovescio dell’avversaria. Un gioco non meno aggressivo rispetto a quello di Camila, ma meno monocorde e monotono: ha cercato di lavorare più i colpi e non giocare solamente piatto di forza. Ha mostrato ogni tipologia di colpi, ma soprattutto gran carattere: si è incitata più volte con un entusiastico “forza, dai!”, che sapeva di una passione ritrovata. Per lei il punto guadagnato, dopo aver mancato diverse occasioni per chiudere prima, vale doppio e sa di un successo personale. Vittoria che sa di rivincita e riscatto. Seguendo le orme del fratello Matteo, aveva iniziato a giocare e vincere a tennis sin da piccola. Poi il ritiro per problemi fisici e privati nel 2008. Da allora aveva abbandonato il tennis, per poi decidere di riprendere dopo quasi cinque anni. A distanza di quattro anni e mezzo ritorna a disputare incontri di tennis e scende in campo proprio in Fed Cup. Qui agli esordi contro il Taiwan, fa la sua partita e dimostra a tutti di non essere affatto un’esordiente e di essere tornata più forte e matura di prima, soprattutto più convinta che mai del suo legame con il tennis. Da vera campionessa esperta sul 5-4 nel terzo per la Lee si prende i punti con due vincenti di dritto straordinari, attaccando con il massimo del rischio. Non ha paura, non ha neppure mai tremato, ha esitato un poco nella fase finale del match, ma l’emozione era davvero tanta e forte. Non era facile resistere nell’ultimo parziale soprattutto, dove è stata in particolare una gara di tenuta mentale poiché c’è stato un alternarsi infinito di break e contro-break che avrebbe messo a dura prova chiunque, ma non lei. Era convinta e determinata a dovercela/volercela fare e ce l’ha fatta: molti i match point che si sono annullate a vicenda. Una sfida generazionale vinta dalla Trevisan.
Il resto lo ha fatto Sara Errani, icona veterana della Fed Cup dopo l’assenza di altre tenniste quali Vinci o la Giorgi stessa (convocabile, ma non convocata, dopo aver vinto il ricorso per la condanna alla squalifica di nove mesi e a una multa di 30mila euro). La tennista di Bologna prima, nella giornata d’apertura e nel primo singolare, batte facilmente Hsu Chieh-yu con un netto 6-0 6-2 in un match senza storia. Un’avversaria molto debole, ma domina e controlla bene anche la partita della seconda giornata nel secondo singolare, proprio contro la Lee: deve andare al terzo set, ma alla fine strappa la vittoria comunque. In difficoltà all’inizio, complice anche un po’ di sfortuna, Sara si trova sotto di un set, ma subito rimonta. 3-6 6-2 6-3 il punteggio, ottenuto con palle corte, smorzate che interrompono il ritmo di gioco; lo stesso per quanto riguarda la regolarità dei colpi, che varia e alterna con lob sul rovescio della tennista di Taipei. La giocatrice del Taiwan si ostina a voler passare con il suo rovescio bimane sul lungolinea di dritto della Errani, ma commette più errori gratuiti che punti vincenti. Una Lee un po’ sfiancata cede leggermente nel terzo set.
Una soddisfazione enorme per la capitana Tathiana Garbin, che poteva contare su tenniste non espertissime (ad eccezione della tennista bolognese). Una scelta coraggiosa quella di convocare “esordienti”, anche se di livello. Soprattutto contro un avversario da non sottovalutare e in condizioni non semplicissime: oltre al vento il fatto di giocarsi in casa (con una carica, ma anche con un senso di responsabilità che pesa maggiormente) un posto importante. Alla fine il risultato è stato un buon 3-1. Le nostre ragazze, infatti, hanno perso il doppio. Camilla Rosatello e Jasmine Paolini sono state battute, con un doppio 6/4 in poco più di un’ora di gioco, dal duo cinese Chia-Jung Chuang e Ching-Wen Hsu. Chi ben comincia è a metà dell’opera: dunque un avvio incoraggiante che infonde una folata di ottimismo in quella che si potrebbe ribattezzare l’era Garbin della Fed Cup. A questo punto, forse, occorre spostare le prospettive in avanti ai prossimi impegni e porsi due obiettivi: riuscire a portare la Giorgi in Federation Cup per il singolare e creare il nuovo doppio Trevisan-Errani, che si preannuncia di altissimo livello. Alla Garbin si aprono diversi scenari possibili e positivi: fare lo stesso ottimo lavoro effettuato con la Trevisan con l’altra Martina italiana, ovvero Martina Caregaro (già schierata in passato nella Fed Cup). Poi puntare sul ritrovato momento positivo di Francesca Schiavone (dopo la vittoria al Wta di Bogotà) per portarla in squadra (anche da schierare solamente in doppio). E cercare di riavvicinare, alla luce di questo risultato promettente, la valida Roberta Vinci (sia per il singolare che, soprattutto, per il doppio). Se venissero buone notizie da Karin Knapp non sarebbe male, ma il suo periodo buio e difficile non sembra arrestarsi. La veste ideale per la Garbin sembrerebbe essere proprio quella di talent scout. Per lei creare una sorta di scuola alla Nick Bollettieri significherebbe far crescere e poter contare su tanti giovani talenti inesplosi, ma preziosi, per il tennis italiano. Stiamo parlando di giocatrici che vivono nell’ombra e che vediamo come comparse alle pre-qualificazioni o qualificazioni degli Internazionali e in poche altre occasioni. Pensiamo ad esempio, giusto per citare un caso, a Claudia Giovine: cugina di Flavia Pennetta e vincitrice delle pre-qualificazioni degli Internazionali Bnl d’Italia lo scorso anno, potrebbe raccogliere l’eredità lasciata con una grande impronta dalla neo moglie di Fabio Fognini e futura neo mamma. Oppure alla romana Nastassja Burnett: classe 1992, ha vinto proprio lo scorso anno il torneo di Heraklion, per 6/4 7/6 su Diana Marcinkevika. Oppure ancora ad Alberta Brinati, che con Sara Errani ha già giocato in doppio nel 2010 agli Internazionali Femminili di Palermo. Tutte giovanissime, hanno tutto il tempo davanti per poter fare bene e meglio. Possono solo crescere e il tennis italiano non può restare una palestra considerata discreta, ma non di prestigio, ma deve diventare ed essere una fucina di talenti rinomata, che tutto il mondo ci invidi (come i nostri monumenti e le bellezze artistiche ed architettoniche), senza la necessità di quella fuga di campioni che vanno ad allenarsi all’estero, magari in Spagna o in altre scuole fuori del nostro Paese (come è stato per la stessa Pennetta, ai tempi in cui era legata a Carlos Moya). L’Italia deve essere una terra dove chi sogna di diventare un campione di tennis possa trovare la sua strada; infatti, un’operazione speculare ed identica a quella proposta per la Fed Cup della Garbin, dovrebbe avvenire per la Coppa Davis di Barazzutti; perché anche nel maschile abbiamo tennisti molto interessanti da rivalutare e valorizzare dando loro maggiore spazio: basti pensare ad Andrea Arnaboldi, a Thomas Fabbiano, Marco Cecchinato, Luca Vanni sulle orme di quanto già visto in Coppa Davis con l’ottimo Alessandro Giannessi. Così anche gli Internazionali Bnl di tennis faranno quel salto di qualità tanto ricercato ed auspicato, tanto da volerlo far diventare una sorta di Grand Slam italiano. Se i giovani sono il futuro, il futuro del tennis è nei giovani. Non è uno scioglilingua, ma un modo per dire che investire in loro non è mai troppo poco o troppo tardi. Sono molte, poi, del resto le tenniste ritiratasi o che hanno annunciato un prossimo ritiro venturo. Occorre rinnovare e un ricambio generazionale per proseguire un cammino faticoso, faticato, difficoltoso, ma anche soddisfacente, che tante emozioni ha regalato.
Del resto sembra una via giusta che già altre nazioni hanno seguito o stanno incominciando ad intraprendere. Pensiamo a quando la Svizzera schierò la giovanissima Belinda Bencic (rinominandola la nuova Martina Hingis), oppure alla squadra ceca di recente che ha visto esordire l’emergente Marketa Vondrousova (astro nascente uscente dal successo della vittoria al Wta di Biel, proprio in Svizzera tra l’altro).

Tennis: le imprese di Coric, Schiavone, Johnson
e Vondrousova

atp tennisQuattro tornei a finale inedito. Si tratta degli Atp di Marrakech e di Houston e dei Wta di Bogotà e di Biel. I vincitori di vere e proprie vittorie-rimonta sono: il croato Borna Coric, l’americano Steve Johnson, l’italiana Francesca Schiavone e la giovane ceca Marketa Vondrousova.

Nell’Atp di Marrakech, infatti, è stato il giovane Coric a sorprendere Philipp Kohlschreiber al terzo set. Una rimonta inaspettata, per due motivi: innanzitutto perché il tedesco era doppiamente favorito in quanto testa di serie n. 3 e per le vittorie precedenti in cui aveva dimostrato un’ottima solidità da fondo. Invece, a fare la differenza, è stata la maggiore tenacia del croato, che potremmo ribattezzare il nuovo Dominic Thiem; stesso carattere e stile di gioco, stesso fisico e medesima aggressività in cui ha rischiato i punti decisivi ribaltando una partita che sembrava quasi persa, o comunque molto dura per lui. Kohlschreiber ha avuto diversi match point e ha annullato altrettanti set point nel secondo, prima che si andasse al terzo. Nell’ultimo parziale, però, non è sembrato più dominare e avere il controllo del match come nel resto della partita. Un incontro in cui gli sono saltati inaspettatamente i nervi, tano da rompere malamente una racchetta. Forse le troppe occasioni mancate e sprecate lo hanno innervosito, comprensibile. Riesce a portare a casa il primo set per 7/5 dopo essere riuscito a fare un break a Coric. Nel secondo set si porta avanti subito di un altro break, strappando un servizio all’avversario che, però, immediatamente lo riconquista. Il tedesco ha altre chances di chiudere la partita, ma si va al tie-break e qui fa un disastro: la testa di serie n. 3 gioca malissimo molti punti, mentre è pressoché perfetto Coric nell’andare veloce, spedito, deciso, dando il massimo e con una concentrazione e una freddezza stupefacenti; non a caso il parziale a favore del croato è di 7 punti a 3. Nell’ultimo set continua quest’andamento favorevole al più giovane dei due, che arriva ad ottenere il break utile decisivo: finisce per 7/5. Avrebbe potuto addirittura chiudere prima perché ormai Philipp sembra davvero buttare via il match, troppo nervoso per ragionare o per piazzare i colpi alla perfezione come al suo solito. Incredibile. Ha lasciato tutti senza parole poiché aveva mostrato, invece, un’attitudine di moderazione, tranquillità, compostezza e totale equilibrio, anche in situazioni di svantaggio. Pensiamo agli incontri contro Struff nei quarti, in cui vince in rimonta al terzo set dopo aver perso il primo con il punteggio di 3/6 7/5 6/3, ma dando l’impressione di avere sempre in mano le redini del gioco. Così come al turno precedente contro il francese Chardy, conclusosi per 6/0 2/6 6/3: andato sempre al terzo, dopo aver vinto il primo e perso il secondo e, pertanto, in una condizione speculare a quella della finale; ci si sarebbe aspettati tutti che il tedesco ripetesse l’impresa. Forse non si aspettava una rimonta, un recupero, un ritorno, una reazione sia fisici che mentali così consistenti da parte di Coric; probabilmente pensava di avere già vinto, che il peggio fosse passato e che ora fosse tutto facile e in discesa, di avere il titolo in mano. Un po’ di deconcentrazione e stanchezza lo hanno fatto uscire dal match, anche perché Borna ha iniziato davvero a giocare decisamente meglio, soprattutto i punti decisivi, quasi togliendo il tempo al tedesco, che aveva incominciato a rallentare e frenare un po’ il ritmo, iniziando a sbagliare un po’ di più. Per entrambi i finalisti facili le semifinali: doppio 6/2 per il tedesco contro Paire e doppio 6/4 per il croato contro Vesely. Quest’ultimo aveva battuto precedentemente il nostro Paolo Lorenzi, giunto a un passo dal compiere un risultato eccezionale (3/6 6/3 7/65 il punteggio di una vera e propria battaglia, in una partita equilibratissima, in cui forse Vesely ha giocato meglio i punti decisivi e c’è stata un po’ di sfortuna per l’italiano). L’azzurro, tra l’altro, era reduce da un duro derby contro il connazionale Gianluca Quinzi, che lo ha visto trionfare per 7/65 2/6 6/4. Lorenzi veniva dalla vittoria contro Garcia-Lopez per 7/6(4) 7/5, Quinzi dal trionfo su Mathieu per 7/6(8) 6/3.

Quasi come un overrulling, nell’Atp di Houston il campione è il padrone di casa: lo statunitense Steve Johnson. Prima porta al terzo set il brasiliano Thomaz Bellucci, dopo che sembrava non avere più chances nell’incontro. Poi arrivano i crampi a un passo dal servire per il match, il time out medico, gli applausi di incoraggiamento del pubblico, la sofferenza sul suo volto, attimi di tensione per il fatto di vederlo incapace di camminare per un po’. Tutto facile per Bellucci per un set e mezzo: vince il primo set per 6/4 e nel secondo sembra assolutamente vicinissimo alla conquista del titolo. Poi la svolta. Il tenace Johnson si fa prendere da un moto d’orgoglio. Non ci sta a perdere e trova la chiave della partita: punta sul rovescio dell’avversario, mancino, che sbaglia invece ad insistere sul dritto potentissimo dell’americano che lancia vere e proprie silurate supersoniche; come frecciate con cui segna il bersaglio del traguardo di portare l’incontro al terzo set. Dopo aver vinto il secondo per 6/4 sempre, continua a spendere energie, generosissimo, attaccando molto, andando spesso a rete mentre Bellucci, più pigro e con meno mordente forse, vuole rimanere ostinato a fondo a scambiare dritto contro dritto, perdendo solamente 15 su 15. Avrebbe dovuto preferire l’altra diagonale, spostando la traiettoria sul rovescio (più di difesa e meno incisivo) di Johnson, che si è salvato molto anche con il servizio. Così qualche problema fisico per l’americano ha portato l’incontro al tie-break, ma qui ha continuato a giocare con molta intelligenza tattica e tanto “cuore”, anche tra i dolori fisici: lo ha vinto per 7 punti a 5. Non a caso, dunque, la testa di serie n. 4 ha fatto sentire il suo peso e primato sulla n. 8. Ma a risaltare è proprio il numero di americani che hanno giocato a questo torneo che si può a pieno titolo definire “americano”. Non solo tre in semifinale: Jack Sock (testa di serie n. 1, giocatore molto valido e solido, battuto dal più concreto futuro vincitore finale Johnson per 4/6 6/4 6/3); poi la wild card Ernesto Escobedo che ha lottato per tre set contro Bellucci (sconfitto per 5/7 6/4 6/2); questo esordiente veniva da un durissimo match in tre tie-break ai quarti contro il connazionale John Isner: ostico, quest’ultimo era testa di serie n. 2 e si è arreso per 7/6(6) 6/7(6) 7/6(5). Un incontro che, sicuramente, il pubblico di casa avrà gradito e che lo avrà fatto impazzire. Infine, ancora, da citare la testa di serie n. 3, sempre un altro americano: Sam Querrey, tutto altezza, aces e servizio potente con cui ama fare serve&volley, sullo stile di Isner appunto; è stato fermato da Bellucci per 6/4 3/6 6/3 ai quarti. Per citare i più forti. Ma si possono anche elencare la testa di serie n. 7 Donald Young oppure e altre wild card Bjorn Fratangelo o Reilly Opelka; oppure, inoltre, anche i qualificati (sempre rigorosamente a stelle e strisce) Tennys Sandgren e Noah Rubin.

E da una wild card era partita nel Wta di Bogotà Francesca Schiavone. Qui l’azzurra arriva a conquistare l’ottavo titolo in carriera contro la giovane Lara Arruabarrena. Vince per 6/4 7/5. Un titolo che vale doppio per lei: sia per il ritorno dopo l’essere stata a un passo dal ritiro, quando tutti (e forse anche lei stessa) la credevano “finita”, sia per l’essere riuscita non solo a tornare competitiva, ma anche a “vendicare” la connazionale Sara Errani. Quest’ultima aveva perso dalla svedese Larsson per 7/5 6/4 e lo stesso punteggio la milanese rifilerà alla medesima avversaria al turno successivo di semifinale. Un parziale direttamente inverso, ma esattamente speculare, a quello della finale che però dice tanto. Innanzitutto la capacità di mantenere la calma e la lucidità dell’azzurra. La Larsson, infatti, parte (molto nervosa) con il contestare diverse palle nei primi due games, su cui però l’italiana si porta subito in vantaggio di un break che riesce a mantenere (anche resistendo a una serie di break e contro-break: portatasi subito sull’1-0 a servizio, se lo fa strappare infatti, ma poi lo recupera nel nono gioco); più facile poi sarà il secondo set per lei, che trova fiducia e sicurezza nei colpi e gioca con maggiore aggressività. Quella che le ha permesso di fare la differenza nella finale, attaccando di più, rischiando di più e giocando meglio i colpi decisivi: l’avversaria ha 4 set points, ma Francesca chiude in 100 minuti circa. Qui la tennista nostrana gioca un torneo praticamente perfetto. Senza mai perdere un set, elimina prima Tig (6-3, 6-4), si prende poi la rivincita contro Jakupovič concedendole solo tre games e ai quarti affronta la numero uno del tabellone Kiki Bertens superandola agevolmente per 6/1 6/4. Arriva, così, a disputare la sua diciannovesima finale del circuito WTA. Un vittoria importantissima qui al Claro Open di Bogotá. Grazie al successo recupera 64 posizioni nel ranking femminile, garantendosi per la diciassettesima volta consecutiva l’accesso al main draw di Parigi: ricordiamo che la Schiavone vinse il Roland Garros nel 2010 su Samantha Stosur per 6/4 7/6(2) e che l’anno successivo (nel 2011) perse in finale da Li Na per 6/4 7/6(0).

Ed a proposito di esordienti e wild card vincenti, non si può non menzionare l’exploit assolutamente convincente della 19enne ceca Marketa Vondrousova nel Wta di Biel. Al primo titolo, nella prima finale in carriera, nella prima edizione del torneo svizzero. Contro un’altra giovanissima: la 21enne estone Anett Kontaveit. Classe 1999, da n. 233 del mondo la Vondrousova arriva sino alla posizione n. 117, vince da qualificata la finale per 6/4 7/6(6). Convince assolutamente con un tennis solido, fondamentali assolutamente di altissimo livello, grinta e mordente che non rispecchiano la giovane età. Non trema e non ha timore. Ricorda molto la Kasatkina, sia per struttura fisica che per gioco. Stava per pagare un po’ di stanchezza e rischiava di andare sino al terzo set. Non solo ha recuperato nel primo set, che aveva visto l’avversaria andare in vantaggio, ma nel secondo c’è stato il serio pericolo che lo perdesse; ma non è andata in confusione, anzi ha rigirato la partita a suo vantaggio. Un po’ stremata, ha continuato a lottare e mettere a segno vincenti. Ha vinto solamente facendo punti e non sugli errori della Kontaveit. Ha fatto la differenza con la superiore qualità di gioco, a partire dal servizio, al dritto e al rovescio. Non ha avuto paura di attaccare o di cercare la conclusione vincente con passanti e lungolinea. Si è spostata bene in campo e ha costruito bene il gioco, soprattutto variandolo, coprendo ogni zona del campo. Ineccepibile, se non per un leggero calo di tensione e fisico, di rendimento, con un piccolo passaggio a vuoto e un momento di blackout nella prima parte del secondo set, sicuramente dovuto a stanchezza. Non è mai sembrata superba o convinta di aver già vinto, ma sempre molto umile e una grande lottatrice, maratoneta e stacanovista. Ha resistito, non ha accennato a demordere neppure nelle situazioni a suo vantaggio. Da grande campionessa. Un inchino a una nuova teenager emergente molto interessante. Speriamo continui così.

The Start-Up di D’Alatri: l’Egomnia del nuovo Zuckerberg italiano

accendi il tuo futuro“The Start-Up-Accendi il tuo futuro”, per la regia di Alessandro D’Alatri è un interessante film ispirato a una storia vera. Anche l’Italia ha il suo Mark Zuckerberg. E “accendi il tuo futuro” è proprio lo slogan che Matteo Achilli, giovane 19enne romano, decide (con il suo compagno d’avventura, amico ed ingegnere Giuseppe) di adottare per lanciare la sua “invenzione rivoluzionaria”. Da vero “visionario”, inventa un “calcolatore matematico del merito”, un algoritmo in grado di stilare una classifica di tutti i disoccupati in cerca di lavoro: utile a loro e alle aziende per un più facile, rapido ed intuitivo sistema di reclutamento. La piattaforma non solo funziona come motore di ricerca, dunque, per imprese e per chi cerca un impiego ma, come tutte le invenzioni straordinarie tecnologiche, è anche sicuro. Infatti, se è vero che punta sulla meritocrazia, “il merito deve essere certo, oggettivo e imparziale”. Un social network in cui contino solamente titoli, referenze e requisiti, le competenze e non le raccomandazioni. In un’Italia in cui sono solo i figli di papà ad andare avanti. Deluso dal fatto di non essere stato scelto per accedere ai campionati di nuoto (dopo 10 anni di agonismo per prepararvisi), decide di dare una nuova possibilità a sé e a tutti quelli come lui, per un mondo più giusto e “pulito da tutto il marcio che c’è”. Così arriva a creare il software dell’anno, con un investimento iniziale di soli 10mila euro. Ecco dunque nascere Egomnia: ego è “chi si iscrive al sito”, omnia “le possibilità che gli si aprono di fronte”. O forse dovremmo dire: ergomnia? “Cogito ergo sum” diceva Cartesio e al centro del portale inventato da Achilli vi è proprio il singolo aspirante lavoratore, proprio grazie al fatto che le aziende sanno che possono assumere la persona veramente giusta e meritevole appunto. E poi, dopo la fase iniziale di lancio e di successo, Matteo sembra preso solo da se stesso, da quasi un “delirio di onnipotenza” (esagerando), che lo fa sentire il solo artefice di tutto, quello solo che conta davvero: “ego”, infatti, racchiude in sé le parole “egoismo”, “egoista”, “egocentrico” oppure, semplicemente, “egotista”. Ma dopo l’enfasi e l’euforia iniziale, non saranno tutte rosse e fiori e “la strada sarà in salita/ Non è semplice questa vita/ Da una torre cadere non è difficile” come cantava Gigi D’Alessio in “Non mollare mai”, brano che ben si addice al film. Il rischio è che crolli tutto; allora, dopo il blocco nella crescita del sito è meglio chiudere bottega e lasciar perdere tutto? “The show must go off”, dunque, per dirla con il nome del programma di Serena Dandini (per la regia di Igor Skofic, in onda in prima serata su La7) a cui ha partecipato Luca Di Giovanni che nel film è Giuseppe?

Quella con Egomnia per Matteo, che vi ha dedicato tutta la sua vita, è come una storia d’amore tormentata in cui ci si lascia e ci si riprende; come fa lui con la fidanzata Emma (nome che, non a caso, racchiude le iniziale di “Egomnia” e le sue di Matteo Achilli). Ḕ lui stesso a dire che: “i siti sono come le donne, conta la prima impressione”. E allora ecco che ci si trova ad interrogarsi: si può misurare matematicamente la felicità? Per la sua ragazza sì e, forse, per dirla alla latina, l’unico motto che conta è “amor vincit omnia”, ovvero “Ego-omnia” potremmo aggiungere. Tra l’altro l’attrice che veste i panni di Emma è Paola Calliari, che ha studiato veramente danza a Berlino, come ballerina vuole diventare la fidanzata del giovane aspirante imprenditore informatico. Non solo ha fatto parte del cast di “La felicità è un sistema complesso” di Zanasi (quasi la risposta all’interrogativo che la giovane coppia si è posto), ma è un dialogo tra i due che racchiude la portata di ciò che sta accadendo loro: “Qual è il tuo sogno? – Diventare prima ballerina, ma non succederà mai… – Che senso ha tutta quella fatica, allora? – Quello che la fatica fa di te!”.

L’amore vince su tutto e forse è l’unico vero calcolatore assoluto del merito di una persona, il suo vero valore assoluto. Anche in Italia, dove “a Steve Jobs non avrebbero dato neppure un mutuo per una casa” e “puoi avere una bella idea, ma rimani sempre uno di borgata”. Uno come lui, venuto dal quartiere della periferia romana di Corviale. Proprio qui, non a caso, è ambientato, sempre ispirato a una storia vera, un altro film che racconta la vicenda di un’altra imprenditrice di successo vittima della visione maschilista nel mondo del lavoro, che sa farsi largo con le sue trovate innovative e d’avanguardia: “Scusate se esisto!” (con Paola Cortellesi e Raoul Bova, per la regia di Riccardo Milani che è anche il marito dell’attrice); ovvero l’architetto “Serena Bruno” non “Bruno Serena”, che ristrutturò il quartiere modernizzandolo. Non a caso una delle attrici protagoniste, Matilde Gioli, ha recitato anche (oltre che ne “Il Capitale umano” di Paolo Virzì oppure “Gomorra”) sia in “Di padre in figlia” di Riccardo Milani che in “Mamma o papà?” con Paola Cortellesi e Antonio Albanese. In “Start-Up” interpreta Monica Dominici, una giovane esuberante che è alla guida della rivista universitaria di Economia alla Bocconi “Tre leoni”. Quando Matteo vuole illustrarle il progetto di Egomnia per pubblicizzarlo sul giornale lei gli risponde: “non credi ve ne siano già troppi” di social network? E lui gli risponde: “anche Bocconi quando creò l’Università sapeva che ve ne erano tante altre migliaia, ma lui voleva la migliore” e così riesce a farsi ascoltare da lei e convincerla, facendola esporre. Non a caso, poi, il colore che sceglierà per il sito sarà il verde come quello del quartiere di Corviale adottato dall’architetto nel suo progetto.

E Matteo accoglie l’invito del padre: “figlio non farti mai sfrattare” dal tuo quartiere e dal tuo Paese. E così il ragazzo sembra ben deciso e determinato a portare sino in fondo il suo progetto, proprio sulla filosofia di Steve Jobs e il suo “be foolish”. Un pizzico di sana follia che ci vuole in tutte le cose. Quella che lo ha portato a vedersi dedicare la copertina di Panorama Economy nel 2012, a vedere nascere la versione Beta di Egomnia, ed ad avere tra i suoi clienti: Microsoft Italia, Vodafone Italia, Assicurazioni Generali, Ericsson Telecomunicazioni, Heineken Italia e il World Economic Forum. Laureato alla Bocconi, capirà che l’importante è che, in qualsiasi luogo si vada, si resti sempre se stessi. Lo imparerà a sue spese. Ed è per questo che la colonna sonora è sancita dalla canzone che Alice Paba e Nesli hanno portato al Festival di Sanremo lo scorso febbraio: “Do retta a te”; ovvero do retta al cuore e non a caso, in latino, si può tradurre con “mens, mentis” che significa, al contempo “mente” e “animo”, nel senso di cuore appunto. Per coincidenza Alice ha vinto l’ultima edizione di “The Voice of Italy” nel team di Dolcenera, a proposito di “giovani talenti crescono”. Sembra narrare perfettamente la storia vissuta in prima persona da Matteo, anche quella d’amore con la sua fidanzata Emma; ma, soprattutto, racchiude il senso vero della vita, dell’esistenza di ogni singolo individuo fatta di alti e bassi. “Restare uniti oppure persi in questa vita e ricomincia quando è già finita/ E ridere perché ho imparato solo adesso a vivere”. “Andare lontano verso il proprio destino”, parafrasando le parole del testo, ma dando retta al cuore. Anche quando è difficile e non è facile dover scegliere o rinunciare a qualcosa. Il film sicuramente si regge sull’interpretazione eccellente di Andrea Arcangeli, protagonista assoluto nel ruolo di Matteo Achilli appunto. Lo abbiamo visto già in Fuoriclasse 2 e 3, ma soprattutto in “Romeo&Giulietta” (con Alessandra Mastronardi ed Elena Sofia Ricci). Quest’ultimo colossal è un cult che richiama l’atmosfera tragico-drammatica di un film realista quale “Start-Up” è, che però ha tratti romantico-struggenti direttamente proporzionali al traguardo elevato che insegue il principale di tutti i suoi personaggi. Il risultato è un film semplice e complesso, lineare quanto complicato come un social network, che pulsa di vita vera, quella della gente comune e dei suoi problemi. Difficile da gestire, forse, come un’azienda, una start-up di stampo moderno-contemporaneo. Allora, da dove cominciare per crearla? Da ciò di cui si ha bisogno. Qui è il rispetto e la dignità della persona umana, di tutti i precari e lavoratori non considerati, esclusi da un mercato che guarda solo agli interessi del business. Allora occorre dare anche la visibilità dei contatti avuti, senza strumentalizzare chi ci dà fiducia, “corrompendosi” con chi vuole sfruttare il successo avuto. Rimanendo con i piedi ben saldi per terra e continuando a fare ciò che si sa fare. Per questo Matteo deciderà di non “unirsi” a una politica (candidandosi, come gli viene proposto) che gli sembra arrivista e di comodo, interessata non al bene comune, ai cittadini, alle persone che si sono iscritte al suo sito, quanto solo ai numeri stratosferici delle iscrizioni al suo portale, senza considerare le storie, le difficoltà e i disagi che ci sono dietro; cosa che lui vuole ascoltare.

E se oggi Egomnia è realtà, una realtà consolidata, non meno lo è la strada che ha lanciato. Il futuro è nel Web e nell’informatica. Molti gli esempi che lo dimostrano. Due i casi recenti, su tutti, che si possono citare: LAZIOcrea e il Dipartimento di Ingegneria Elettronica dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, ma altre convenzioni sono state siglate con le Università “Link Campus University” e “La Sapienza” e “Roma Tre” di Roma, promuovono “Hackathon4Crea”, progetto che premia le App (dispositivi per smartphone e tablet, con sistema operativo Android) sugli open data della Regione Lazio. Scopo dell’iniziativa è promuovere lo sviluppo (in sei mesi di tempo, in versione Beta appunto) di applicazioni digitali innovative, partendo da set di open data messi a disposizione dall’azienda. Per singoli o per gruppi di al massimo tre persone. Temi oggetto della competizione sono: l’energia, l’ambiente, il turismo, la cultura, l’agricoltura (ma Matteo ha dimostrato che anche il lavoro può essere uno di essi). Oppure il Fablab Roma Makers alla Garbatella. O, ancora, il Festival of Media Global (che si terrà a Roma dal 7 al 9 maggio prossimi).

Barbara Conti

“Il coraggio di vincere” di Marco Pontecorvo: pugilato a colpi di rap

coraggio_di_vincere_thumb660x453Marco Pontecorvo torna alla regia con “Il coraggio di vincere”. Già, perché per trionfare nella vita, come nello sport in una competizione, non ci vuole solo talento, ma anche tanto coraggio e forza di volontà. Capacità di rialzarsi dopo una sconfitta. Come nel pugilato dopo che si è caduti a terra. Così il regista ci racconta questo sport, ma anche l’immigrazione in modo diverso. L’importante non è vincere, ma combattete e lottare sempre. Il film ha perso la gara di ascolti contro “L’onore e il rispetto” su Canale Cinque: 11,8% di share (e 2.774.000 spettatori) contro il 15,4% (3. 513.000 spettatori) per la fiction con Gabriel Garko. Eppure ha lasciato una traccia importante, per una storia di solidarietà ed amicizia, di rinunce e conquiste.
La vicenda di chi, come Rocco (Adriano Giannini), messo ko dalla vita, spalle al muro, prova a risalire sul ring per riscattarsi. A tappeto, riesce a trovare una speranza per rialzarsi in Ben (Yann Gael), un giovane senegalese che gli insegna un pugilato “nuovo” con passi a ritmo di musica rap: la sua. Rocco, infatti, è un ex campione di pugilato che vede se stesso nel ragazzo, in cui non solo si riconosce nel carattere irriverente e provocatorio, ma trova in lui quel talento che può fare la fortuna di entrambi (e non solo economica di business). Decide di allenarlo, di dargli e darsi una seconda possibilità, opportunità di riscatto che viene dall’essere simili. Per lui (e per il suo ex allenatore Marcello, alias Nino Frassica) è un po’ come guardarsi allo specchio e vedere una chance di rivalsa. Un’impresa un po’ alla Rocky Balboa, che ricorda anche “L’oro di Scampia” interpretato da Beppe Fiorello, ma che rivisita il soggetto in maniera originale aggiungendo una venatura nuova e diversa: quella dell’immigrazione.
Ben è un ragazzo venuto in Italia a cercare un futuro migliore; sogna una famiglia, una casa, un lavoro e di poter essere felice. Anche Rocco ricerca la serenità e l’equilibrio, la pace dopo la delusione della fine del matrimonio con la ex moglie, da cui si è separato sentendosi un fallito e sprofondando nella rassegnazione. Ma non è solo questo ad accomunarli. Ben in Senegal ha lasciato una situazione atroce, fuggendo da una condizione di povertà, miseria, dolore, sofferenza, di sfruttamento e di fatica di chi chi è costretto a lavorare in miniere, di sogni infranti, di illusioni che si cerca di superare con l’inseguimento di speranze nuove. In uno stato paragonabile si trova Rocco, che viene da un mondo in cui dominano violenza, microcriminalità e corruzione, in cui il pugilato è un mezzo di profitto: come nell’equitazione si scommette sui cavalli, qui si scommette sugli uomini per pagare debiti con malavitosi ricattatori. Allora ecco che ne nasce un connubio vincente per cui è Ben che mostra a Rocco come si fa pugilato come fosse una danza rap, diventando il pugile “the dancer”, soprannome che evidenzia la capacità di destreggiarsi tra le difficoltà. Se “il segreto è tirare, colpire senza pensare troppo”, come gli dice il suo neo allenatore-talent scout, ancor più prezioso il suo gesto d’umanità e di umiltà. Oltre all’importante insegnamento, infatti, Rocco gli darà un monito: “non puoi rinunciare al tuo sogno per colpa mia; vai sul ring, vinci e prenditi quel titolo che meriti”. Credere nei propri sogni e ottenere il giusto riconoscimento per le proprie fatiche: un messaggio di universalità che unisce al contempo immigrati e italiani.
In questo il ruolo di Adriano Giannini è significativo: da doppiatore ad attore, sembra quasi doppiare la vita del suo personaggio e quella di Ben nel film; quella di chi prende a pugni la vita con rabbia e voglia di arrivare per non soccombere, ma riuscire e riaffiorare quando tutti credono sia finito. E forse è proprio per questo che gli infonde coraggio, quel coraggio di vincere così forte e pregnante del titolo. Quasi “stridente” come il pugilato: così violento eppure così ricco di umanità.

Barbara Conti