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Barbara Conti

Pechino, Tokyo, Shanghai: bis di Garcia e Goffin, inarrestabile Rafa

caroline garciaA Pechino ne sono successe delle belle. Nella sezione Atp a trionfare è stato il solito Nadal. Nell’ambito Wta un’ottima Caroline Garcia bissa il successo al Wta di Wuhan e si impone nuovamente in finale; questa volta su Simona Halep. La rumena, tra l’altro, diventa la nuova numero uno con la vittoria in semifinale sulla lettone Jelena Ostapenko per 6/2 6/4. Tuttavia sembra accompagnata dalla maledizione della finale, che non riesce a vincere. Complici ragioni emotive di tenuta mentale o fisiche di stanchezza, ogni volta che Simona raggiunge l’ultimo turno non riesce mai a dare il meglio di sé. Nonostante una volontà ferrea di arrivare. Tanto che anche il punteggio dimostra quanto quello con la francese al Wta di Pechino sia stato uno scontro lottato ed equilibrato: 6-4 7-6(3) il risultato conclusivo. Tuttavia Caroline ha sempre avuto il controllo del match e la Halep non è parsa mai impensierirla più di tanto. Molto fallosa e in affanno, spesso in ritardo su palle scomode, costretta dall’avversaria a spostarsi tantissimo, la rumena non è riuscita mai a dominare un’inarrestabile Garcia. Come del resto irrefrenabile è stato lo spagnolo Nadal. Entrambi forti della nuova fiducia ritrovata, del fatto di poter contare su una forma fisica buona. L’unico che ha giocato alla pari con Rafa è stato il bulgaro Grigor Dimitrov, fermato dal futuro vincitore del torneo solamente in tre set: per 63 46 61. Come del resto al successivo Atp di Shanghai; qui il bulgaro si è arreso con il punteggio di 6/4 6/7(4) 6/3 a favore del campione spagnolo e testa di serie n. 1. Nadal a Pechino ha avuto un tabellone facile ed è avanzato abbastanza agevolmente turno dopo turno. Ha faticato solamente al primo stadio contro il francese Lucas Pouille, che ha sconfitto per 46 76(6) 75. Tutto facile e in discesa in finale contro Nick Kyrgios. 6/2 6/1 il risultato severo per una prestazione scadente del talento australiano. Quest’ultimo si è reso particolarmente protagonista qui nella capitale cinese per diversi motivi. Innanzitutto per aver deciso di fare un’offerta economica da dare in beneficenza per ogni aces segnato (come fece la Pliskova agli Us Open); poi per aver sconfitto in semifinale Alexander Zverev per 63 75: il suo miglior match di sempre, una partita perfetta e straordinaria in cui aveva dimostrato grossa maturità. Tra l’altro anche la Sharapova è stata al centro di un’opera solidale, decidendo di devolvere il ricavato delle sue caramelle Sugarpova a favore di Porto Rico -colpito dall’uragano Maria- per la ricostruzione.
Ma -come per Simona Halep- per Kyrgios la maledizione della finale resta. Troppo carico emotivo e stress psicologico per riuscire a giocare a tutto braccio sciolto. Così facendo, ha accumulato nervosismo su nervosismo che lo ha portato a ritirarsi al primo turno di Shanghai contro Steve Johnson (e a dover pagare una multa di 10mila dollari) -perché senza apparente giustificato motivo-. Del resto molto sconforto è stato palesato anche dal tedesco Zverev, che ha rotto malamente una racchetta (proprio nella partita contro Kyrgios) e che ha già messo in dubbio la sua partecipazione alle Next Gen Atp Finals di Milano. Forse a causa dei troppi impegni tennistici o forse per un po’ di delusione per l’uscita di scena (troppo presto per i suoi gusti) all’Atp di Shanghai, agli ottavi per mano di Del Potro (giunto in semifinale). Un calo di rendimento che un esigente come Zverev non si perdona, ma che non deve portarlo ad abbattersi. Deve imparare le lezioni avute dalle sconfitte e da quelle ripartire più forte, senza crisi o recriminarsi troppo. Nel tennis si vince e si perde, l’importante è capire dove si è sbagliato. Questo, ovviamente, vale anche per il campione Aussie, ma soprattutto per il giovane talento tedesco. Zverev in questo periodo è solito perdere al terzo set, dopo aver vinto il primo set. Dunque deve capire se dipende da un calo fisico o di concentrazione. Di sicuro Del Potro gli ha dimostrato che non deve mai abbassare la guardia, credere di avere la partita in mano, ma continuare -al contrario- a spingere sui colpi (senza giocare di rimessa o in difesa), a spostare l’avversario, a rischiare ed essere aggressivo. Così il campione argentino ha rimontato la partita e così Alexander può continuare a vincere tanto, dominando facilmente gli incontri. Invece è sembrato diminuire un po’ il ritmo e far calare la pressione sull’avversario, e ciò ha fatto sì che fosse un avversario più giocabile. In attesa di sapere se Nadal bisserà l’impresa di Pechino a Shanghai, chi invece ha fatto di nuovo colpo (oltre a Caroline Garcia), centrando un secondo titolo consecutivo, è il belga David Goffin. Dopo il trofeo conquistato all’Atp di Shenzhen su Dolgopolov (per 6-4 65-7 6-3) ancor più facile per lui è stato arrivare ad alzare la coppa all’Atp di Tokyo. Inarrestabile, non è sembrato avere avversari che tenessero e la finale è stata per lui una passeggiata contro Mannarino, cui ha impartito un 6/3 7/5 netto. Iniziato tutto in discesa, in cui con estrema facilità ha portato a casa il primo set, con il break decisivo che lo ha portato a chiudere sul 5/3 e servizio, ha avuto un attimo di appannamento a inizio secondo set. Il francese si è fatto più aggressivo, ha rischiato di più e lo ha attaccato maggiormente, mettendolo più in difficoltà (soprattutto giocandogli sul rovescio). Mannarino ha spostato molto Goffin, ma il belga ha corso tanto, recuperato palle impossibili e rimontato un parziale che sembrava volto tutto a favore di Adrian (tanto che avrebbe potuto chiuderlo, avendo due volte la chance di portarsi avanti nel punteggio con un break di vantaggio, che ha immediatamente perso però).

“La musica del silenzio” di Radford: la vita di Andrea Bocelli in film

la musica del silenzioUn film sulla vita di un’artista ancora vivo. Cosa inedita, ma ancor più rara se se ne intravede il motivo per cui farlo. Stiamo – innanzitutto, per caprici – parlando de “La musica del silenzio”, per la regia di Michael Radford. Come noto ormai a tutti -poiché molta popolarità ed interesse ha subito sollevato sin dall’inizio- parla della vita di Andrea Bocelli, ma in modo originale. In primis per la scelta -da parte del cantante stesso- di optare per il nome proprio del suo alter ego e protagonista non di Andrea Bocelli, bensì Amos Bardi. Poi per la spiegazione alla base della decisione di girare un film del genere, una biografia così “atipica” per certi versi. È lo stesso tenore a esplicitarlo nel finale: perché “ogni vita è un’opera d’arte e merita di essere vissuta. Ognuna ci parla d’amore, che è il motore di tutto. Il caso non esiste. L’importante è vivere con fiducia e non perderla mai”. Un insegnamento che gli è venuto dalla moglie Elena (interpretata da Nadir Caselli), un messaggio di speranza, molto positiva che infonde ottimismo. Fu lei a dirgli: “dopo la tempesta torna sempre il sole Abbi fiducia. Abbiamo avuto tutti periodi difficili”. E solo lui sa quanto sia vero. Se gli altri (amici, coetanei, altri ragazzi con i loro sogni in cerca di un futuro) dovettero superare molti ostacoli, per lui si trattò di montagne da oltrepassare. Dovette essere sempre molto superiore, in ogni circostanza: nei concorsi, a scuola, all’università, ovunque. Attratto sin da piccolo dalla lirica, sognerà presto di fare il cantante d’opera. Ma, afflitto da una grave forma di glaucoma congenito bilaterale, perderà presto la vista da piccolo. Costretto ad imparare il Braille -malvolentieri- la vita lo priverà per un periodo -durante la crescita- anche della voce. Fu per lui una tragedia in quanto considerava quest’ultima “la cosa più importante della sua vita”. Ma non demorderà mai. Tanto che, da pianista di pianobar, arriverà a sostituire Pavarotti, a duettare con Zucchero (in “Miserere” nel 1993), a Sanremo, ad incontrare personalità del calibro di: Clinton, Obama, Papa Francesco e la regina Elisabetta d’Inghilterra. Non rinuncerà mai al suo sogno neppure quando tutti dicevano che mancava di originalità, che la sua musica non aveva colore, che era un musicista fallito, che non aveva il minimo talento, che non avrebbe mai potuto cantare a Sanremo perché non vedeva l’orchestra e la scenografia e non sarebbe riuscito a seguire. Sarà lo zio (alias Ennio Fantastichini) a supportarlo, sostenerlo e difenderlo, incoraggiandolo sempre; consapevole che lui era in grado di sentire e vedere qualcosa di più profondo. Come il piccolo Amos nel film dirà alla madre (interpretata da Luisa Ranieri): “vedo quello che voglio vedere. Ti vedo mamma perché so che ci sei”. Oppure -come spiegherà a Elena-: “sento quando ti mordi le labbra o quando muovi le palpebre”.
Si tratta della cosiddetta “musica del silenzio” che dà il titolo al film. L’opera di Radford vuole insegnare proprio questo: a dare il giusto peso a tutte quelle minime sensazioni impercettibili, concentrandosi sulle emozioni senza distrazioni, con profondità, concentrandosi su se stessi e nella scoperta del nostro vero “io”. Inevitabile il rimando alla similare canzone di Mina “La voce del silenzio”. Il rumore sonoro di ciò che è silenzioso, la potenza istruttiva del silenzio scoperta in solitudine e in assorta meditazione. Come gli insegnerà il suo Maestro (interpretato da Antonio Banderas), per essere un grande artista occorre tanto sacrificio. Uno stile di vita rigido, tanto esercizio quotidiano della voce e allenamento. Vuol dire fare della musica l’unica propria ragione di vita. E questa sarà la scelta di Amos (come di Andrea Bocelli). Ma non basta. A fare la differenza tra un talento puro e un artista dotato è il silenzio. “Il silenzio – gli spiegherà il Maestro – è la più importante delle discipline. Non parlare anche se hai cose interessanti da dire. La musica del silenzio ti farà da guida nel percorso di scoperta interiore e quello che scoprirai lo esprimerai solo attraverso la perfezione del canto. Devi sentire, prima di ogni esibizione, il rumore di ogni tuo muscolo”. Imparare ad ascoltare – non solo a sentire – diremmo oggi. A percepire ogni battito del nostro cuore per lasciarlo esplodere nel canto ad esprimere ciò che proviamo: quello sarà il più grande successo. E porterà a emozionare, commuovere, farà venire i brividi e da piangere a chi ci ascolterà. Altrimenti sarà semplicemente bella musica. Sottigliezza che pochi hanno affrontato. Un tema che viene affrontato con serietà e delicatezza. Amos/Bocelli lo sentirà molto: “spesso parlando si dicono sciocchezze. La disciplina del silenzio mi aiuta col canto, ma soprattutto nello spirito”, confesserà alla moglie Elena. Nel cast di questo film anche Francesco Salvi. È una battuta a farci comprendere la personalità di quest’uomo il cui impegno alacre fu immenso, ma sempre umile, dall’atteggiamento mesto, che si sminuiva e rassicurava, che non amava pavoneggiarsi perché cantava per la passione e il piacere di farlo. Per lui essere un lirico non era un passatempo o una distrazione, ma una necessità per sentirsi realizzato, sereno, riappacificato con la vita che tanto gli aveva tolto. Libero. “È meglio essere liberi che in prigione” -diceva-. Poi subito si corresse con Elena -appena conosciuta- quasi per la vergogna: “a volte dico cose sciocche”; “no, sei divertente” -gli rispose la giovane-. La semplicità della profondità di un animo (anzi di due anime) sensibile. Un grosso insegnamento di vita.
Il film ha la voce narrante fuori campo di Andrea Bocelli nei momenti in cui vuole sottolineare le lezioni morali; e si conclude con filmati veri storici della sua esistenza e degli eventi più importanti che hanno segnato la sua vita e carriera. Ma la peculiarità è un’altra. Nel nome attribuito e scelto per il protagonista, Amos Bardi, vi sono individuabili due connotati caratteristici. Bardi richiama Baldi: il cognome (con la ‘l’ invece che con la ‘r’) di Aleandro Baldi, altro artista straordinario non-vedente noto per il successo che portò a Sanremo con Francesca Alotta “Non amarmi”. Poi Amos è un nome molto significativo, non è casuale. Andrea Bocelli lo ha scelto perché “sa di democrazia”. Come dargli torto? È molto pregnante di senso: è stato uno dei profeti minori di Israele, le cui profezie sono riportate nell’omonimo libro biblico. Il suo nome in ebraico significa “Yahweh solleva”/”Yahweh porta”. Nato in un villaggio non lontano da Betlemme, visse la sua missione al tempo di Geroboamo II (783/82-753 a.C.) nell’VIII secolo a.C. Profeta e scrittore ebbe il merito teologico di ammonire e denunciare un culto corrotto e ridotto a pura esteriorità, in un tempo in cui la prosperità cresceva nel regno di Israele. Un po’ come l’esempio di Amos nel film serve a denunciare la corruzione (e la depravazione) morale e sociale di un’epoca in cui i valori e principi più importanti si sono persi e l’altruismo, la solidarietà sono difficili da trovare. Piuttosto la società è caratterizzata da ingiustizia sociale e dal giudizio superficiale di chi critica senza provare a capire, il merito non regna. I limiti e i difetti di chi lo ostacolò, non lo sostenne, lo allontanò, lo emarginò, di chi non credette in lui. Anche in un luogo di istruzione come la scuola; al liceo, quando chiese che gli potessero leggere la versione che lui l’avrebbe tradotta gli dissero che “la futura classe dirigente non può vantarsi dell’aiuto di altri”. Nulla di più sbagliato e lui lo dimostrerà loro. A tutti. Con la forza del suo coraggio, della sua determinazione e della sua ostinazione, che fu chiaro che aveva sin da piccolo a chiunque.

“In arte Nino”, Luca Manfredi racconta il Charlie Chaplin di Ciociaria

in_arte_nino_rai_1_2253569“Pe’ fa’ la vita meno amara, me so comprato ‘na chitara”, cantava Nino Manfredi. E questo ritornello ben racchiude la sua filosofia di vita. Di fronte ad ogni inconveniente avrebbe sorriso mestamente, coi suoi occhi spalancati dietro i grandi occhiali, accennato un gesto della mano e un’alzata di spalle e si sarebbe messo a cercare uno stornello, una melodia orecchiabile per sdrammatizzare. E ne avrebbe fatto l’emblema del suo genio creativo: uomo di teatro, approdato al cinema, da cui si fece tentare, rimanendo -però- sempre innamorato della sua vecchia passione primordiale per il teatro appunto. Un po’ come la seduzione del fascino femminile, che non disegnò, da cui fu spesso molte volte abbagliato -ma senza cadere nella superficialità di un rapporto futile- perché l’unica donna della sua vita sarà Erminia. Quest’uomo e questo artista così eclettico, creativo, dinamico, estroverso, irriverente, controverso, talentuoso e che amava improntare ci narra “In arte Nino”, film per la regia del figlio Luca Manfredi, che ci racconta un pezzo di vita di questo attore d’altri tempi; che forse solo Alberto Sordi è uno dei pochi ad eguagliare. Dal periodo del sanatorio, a partire dal 1942-1943, all’ingresso nell’Accademia di Arte drammatica, fino al successo nel 1958 a “Canzonissima”. 15 anni della sua esistenza, del suo viaggio dalla Ciociaria alla gloria di una fama intramontabile, perché seppe farsi apprezzare per la semplicità e la genuinità del suo approccio alle luci della ribalta. Ad interpretarlo è Elio Germano -che ha confessato di aver accettato solo perché a dirigerlo era il figlio Luca-; nel cast anche: Miriam Leone (nei panni di Erminia) e – tra gli altri – Stefano Fresi, Leo Gullotta e Giorgio Tirabassi.
A caratterizzarlo furono la passione per la comicità, le imitazioni, le donne, gli scherzi; e la musica. Quando al sanatorio morì un loro compagno e un altro disse di temere di essere lui il prossimo lui sdrammatizzò dicendo di non aver fretta e fece uno stornello appena l’altro rivelò di aver paura di morire. Era così, non poteva fare a meno di strappare e strapparsi un sorriso, anche amaro, in ogni situazione. Sempre e comunque: non riusciva mai ad essere serio e fare a meno di una battuta. Uomo di grande carattere e personalità, aveva soprattutto un temperamento forte che spiccava. Non amava farsi sottomettere, neppure dai datori di lavoro o da clienti maleducati e troppo esigenti. L’unico senso di inferiorità era verso il padre; per questo si sentì obbligato a laurearsi in giurisprudenza per farlo contento: un giorno gli disse persino “non sarò il figlio che volevi, ma la laurea l’ho presa” (‘per te’ sottinteso). Si improntò cameriere e persino autista per i tedeschi durante la guerra nel 1944. Lì conquistò con le sue imitazioni di Charlie Chaplin. E potremmo -a ragione- ben definirlo il Charlie Chaplin nostrano di Ciociaria. Non riusciva a stare lontano dal palcoscenico. La sua ironia sorprese tutti: fu la sua forza, perché è una cosa che o si possiede o non la si può conquistare. E lui puntava in alto, ad arrivare ad Amleto. Tenace, determinato, ostinato e testardo non si accontentava di un semplice avanspettacolo. Sotto la guida degli insegnamenti del maestro Costa e della sua arte mimica riuscì ad impressionare chiunque. Perché gli attori come lui “hanno il fuoco dentro”. Fu una sorta di Arlecchino, che più volte interpretò. Conobbe il significato dell’espressione “fare la gavetta”. Prima di approdare a Cinecittà, si sentì un fallito, deriso da tutti, una sorta di eroe romantico “squattrinato” perennemente con gli affitti arretrati, che per pagarli faceva serenate per 5mila lire. Ma fu così che arrivò la sua più grande fortuna e che conobbe Erminia Ferrari, ingannata dal suo futuro promesso sposo e fidanzato di allora che la derubò soltanto, ladro disonesto e scorretto interessato solamente al suo denaro. La scintilla nacque subito tra i due. Davanti a lei lo sbruffone che si pavoneggiava con sicurezza e alterigia diventava titubante, incerto, fragile, vulnerabile, docile; ma in realtà non lo fu mai uno sbruffone, era solo una maschera -come quelle dei suoi personaggi a teatro-. Fu lei l’unica donna della sua vita. Il film “In arte Nino” si conclude con il filmato d’epoca autentico e vero della sua esibizione a “Canzonissima” e si vede il padre che gli grida: “Bravo!”; fu questa la sua più grande vittoria. Non dimenticò mai da dove era venuto, neppure le donne con cui si era accompagnato per una notte, che per lui non furono comunque mai solo una semplice avventura di poco conto -ma se ne ricorderà sempre-.
Non è la prima volta che viene portata sullo schermo la biografia o monografia di un attore. Pensiamo a Modugno interpretato in “Volare” da Beppe Fiorello; oppure alla vita di Saverio Crispo in “Latin Lover”. E “In arte Nino” ha qualcosa di essi. Egli stesso può essere definito un latin lover, perché -in fondo, proprio come Saverio- è solo un attore preso ad esempio, uno dei tanti, uno qualunque, uno di noi. Una persona e un uomo comune. E se dovessimo scegliere una canzone per lui -che tanto amava la musica- a fare da colonna sonora alla sua vita, potremmo ben dire che potrebbe tranquillamente essere l’omonima “Latin lover” di Cesare Cremonini. Ma il differenziale di “In arte Nino” è che -innanzitutto- non viene narrata la sua vita integrale, ma una fase soltanto. E poi è il finale ad essere particolarmente interessante. Fu un artista diviso a metà tra cinema e teatro, ma fu conquistato dall’autenticità di quest’ultimo, dove non veniva doppiato e dove poteva lanciarsi nell’improvvisazione che tanto amava. Il suo talento gli permetterà di emergere in entrambi i settori, ma il film ben ci fa comprendere le diversità (di tempi, modalità, costi) tra i due ambiti -come poche volte avviene in tv-.
Infine –ci permettiamo una riflessione curiosa- potremmo dire: un nome, un destino. Il suo vero nome era Saturnino, ma per tutti era Nino -come ben noto-. Se l’aggettivo “saturnino” significa “propenso alla malinconia e alla fantasticheria”, questi furono due aspetti che connotarono in effetti il suo carattere. Ma non si può non ricollegare il nome al dio Saturno. Divinità romana di incerta origine, viene rappresentata con i compedes (lacci) di lana ai piedi; il che rimanda alla festività dei cosiddetti Saturnalia: un giorno di totale libertà per gli schiavi, che potevano persino banchettare insieme con i loro padroni, da cui venivano anche addirittura serviti. I Saturnalia, dunque, pertanto promossero e divennero simbolo di trasgressione dell’ordine vigente, e di una mancanza di regole liberatoria. Il fine ultimo è rigenerare il tempo sacro, richiamando -così- l’era aurea priva di conflitti e di differenze sociali, quando regnavano la prosperità e l’abbondanza e queste non erano frutto della fatica o della sofferenza. Saturno è poi il dio che ha insegnato agli uomini la tecnica dell’agricoltura e con essa la civiltà; per questo vengono accesi dei ceri durante i suoi riti, celebrati in occasione anche dell’apertura dei granai e della conseguente distribuzione del farro alla cittadinanza. Non a caso uno degli appellativi che gli venne dato fu Stercutus ovvero la divinità del concime: questo inteso anche come fertilità, ricchezza. Tanto che fu diretta conseguenza il fatto di venir considerato anche il fondatore di una comunità situata sul Mons Saturnus, prima che questi venisse indicato come Capitolium, così anche Roma fu indicata con il nome di Saturnia. Spesso viene accostato, ed identificato, con il dio greco Kronos, a causa delle festività Saturnalia collegate alle Kronia di Atene.
Chi meglio di Nino Manfredi promosse e insegnò la trasgressione, la libertà, la creatività e la lotta a ogni sopruso e costrizione? Il fatto che la sua figura e il suo esempio siano ancora attuali e moderni -senza retorica- lo dimostra il successo avuto dal film. Ha superato e battuto persino la concorrenza del “Grande Fratello Vip” su Canale 5, conquistando 5.595.000 di spettatori (pari al 23.4% di share). Del resto: chi non ha amato questo artista e le sue interpretazioni? Chi non ricorda le sue battute e scene? Conservando persino una memoria affettuosa -ad esempio- del suo personaggio simpatico in “Linda e il brigadiere” accanto a Claudia Koll.

Tennis, stagione asiatica. Garcia, Goffin, Gojowczyk, Ostapenko e Wozniacki

Iniziata la stagione asiatica, entrata nel vivo e che maggiore attenzione ha riscosso, ma non solo. Si è giocato, infatti, in Cina e in Giappone -al Wta di Tokyo, di Wuhan, di Seoul (Corea del Sud) e all’Atp di Shenzhen (nel Guangdong nella Cina meridionale)-, ma anche in Francia -nel dipartimento nel nord-est della Mosella, all’Atp di Metz-. Questi i tornei della settimana. I nomi che ne sono usciti vincitori sono stati -rispettivamente- quelli di: Caroline Wozniacki, Caroline Garcia, Jelena Ostapenko, Peter Gojowczyk e David Goffin. Vediamo più da vicino questi tornei e il successo di chi vi ha trionfato.

tennisWta di Tokyo. A conquistare il titolo è stata la danese Caroline Wozniacki. La tennista sembra aver ritrovato la solidità di gioco, la continuità di risultati, ma soprattutto di colpi -diventati più incisivi e precisi-. Ancora esita un po’ a rete, a venire in attacco e preferisce lo schema di pressione da fondo, che a volte le fa commettere qualche errore gratuito in più e sprecare più energie; ma la convinzione e la fiducia sembrano tornate e riconquistate anch’esse. Più determinata e più convinta in campo, riesce a superare con più lucidità i momenti di difficoltà e a ritrovarsi se è sotto nel punteggio. Il successo al Wta di Tokyo ne è una dimostrazione. Tutto facile nel primo set -nella finale contro Anastasija Pavljučenkova- che vince per 6/0. Risultato netto, che non lascia spazio a dubbi e che -soprattutto- fa capire il livello di precisione dell’attuale n. 6 al mondo. Più combattuto il secondo -che porta a casa con un 7/5 soddisfacente- che indica come sia comunque ad ogni modo riuscita a tenere a bada l’avversaria -seppur dovendo lottare un po’ di più. Il cemento sicuramente è una superficie che le si confà. Ma il buon andamento nel torneo di Tokyo è stato confermato anche al primo turno del recente Wta di Pechino. Nel primo era testa di serie n. 3 e ha sconfitto giocatrici quali la Rogers, la Cibulkova e la Muguruza. Nel secondo -n. 5 del seeding- ha sconfitto la qualificata Wang (che è sembrata non riuscire a tenere lo scambio inizialmente), faticando, ma mostrando di essere tornata quella di prima -con il solito andamento, perfettamente in rimonta nel terzo set-. Si sbarazza del primo parziale con un netto 6/1. Nel secondo si porta in vantaggio sul 4-2, poi forse un calo di zuccheri e si fa rimontare sino alla perfetta parità che conduce al tie-break, che non gioca brillantemente; sicuramente meglio la cinese che è più incisiva e aggressiva e attua un gioco più offensivo, riuscendo -così- a conquistare il tie-break del secondo set per 7 punti a 4. Poi Caroline -come ci aveva abituati spesso in passato- ritrova il bandolo della matassa per dominare fermamente il match e chiudere la partita, concludendo alla grande con un altro 6/1. Al secondo turno, infine, rifila un doppio 6/2 proprio sempre alla Pavljučenkova (doppia sconfitta dopo quella della finale del Wta di Tokyo), non disdegnando palle corte e attacchi con volée e smash ben controllati. Sicuramente sta cercando di completare il suo gioco.

Wta di Seoul. Dopo la vittoria al Roland Garros di quest’anno, torna ad alzare la coppa anche Jelena Ostapenko. La lettone mette la firma sul torneo di Seoul, in Corea del Sud, faticando non poco contro la brasiliana Beatriz Haddad Maia -soprattutto nel primo set, che va a perdere al tie-break facendosi un po’ sorprendere-. Poi reagisce di orgoglio e spinge più sull’acceleratore, con tiri più profondi e forti. Potenza e precisione riescono a farla trionfare, vincendo i successivi parziali per 6/1 6/4. Con più concentrazione ritrova la regolarità e la continuità di gioco.

Wta di Wuhan. Tre set sono necessari anche a Caroline Garcia, nella finale del torneo di Wuhan contro l’americana Ashleigh Barty. Quest’ultima sembra favorita in quanto è sempre avanti nel punteggio e la francese deve sempre recuperare. Tuttavia la transalpina mostra un’ottima forma fisica, oltre a una buona determinazione e convinzione; carattere in una giornata in cui è assolutamente ispirata che le fa tirare ogni colpo con profondità e violenza ed essere aggressiva, venendo in attacco con fiducia. Spingendo soprattutto con il dritto in cross, ma ottime volée completano il resto. I primi due set finiscono entrambi al tie-break: il primo va alla Barty, il secondo a un’ostinata Garcia, che lotta con le unghie e con i denti per portare il match al terzo set. Complice un’americana che si lascia sfumare l’occasione di andare a servire per il match due volte, facendosi strappare due volte il servizio dopo aver fatto break un paio di volte all’avversaria. Nel terzo ormai la Garcia è scatenata, ci crede e nessuno può più fermarla. E arriva il 6/2 molto facilmente. Sportiva l’americana che ringrazia l’avversaria sorridente e inevitabile l’esplosione di gioia di Caroline, davvero al top. L’attuale n. 15 del mondo e classe 1993 tira tutto, persino le risposte. Cerca subito le soluzioni vincenti e per questo sciupa qualche chances, come quella nel primo set quando era andata a servire sul 5-4 dopo il break. Nel secondo la rimonta è stata difficilissima, in quanto la Barty si era portata in vantaggio sul 2-0, poi per ben altre due volte e per tutte e tre le volte complessive la tennista francese ha dovuto dare il massimo e giocarsi il tutto per tutto, cercando di togliere il tempo all’americana. Tanto che la Barty è andata a servire per il match due volte e sembrava partita finita dal 5-2 a suo favore. Nel terzo, invece, la Garcia si è vendicata facendo break all’altra due volte -nel terzo e nel settimo game, salendo facilmente 5-1-.

Atp Shenzhen. Finale similare -altrettanto molto lottata, equilibrata e in continuo ribaltamento di punteggio- quella a Shenzhen tra Alexander Dolgopolov e David Goffin. L’ucraino aveva convinto in semifinale contro il bosniaco Damir Dzumhur (che aveva vinto il titolo a San Pietroburgo), di cui si era sbarazzato per 6-3 6-4. Ottimi colpi incisivi e tanta aggressività -la precisione ha fatto il resto-, non hanno lasciato dubbi sulla qualità del suo gioco e sul suo talento. A metterlo in discussione ci ha pensato in finale il belga David Goffin. La testa di serie n. 2 domina la n. 5, vincendo il terzo titolo in carriera dopo sei finali perse. Questa era la nona che giocavano entrambi. Talento per entrambi, Dolgopolov ha troppa fretta di chiudere il punto e sbaglia troppo per spingere molto sui colpi. Non trova le righe, mentre l’altro è più tranquillo, calmo, paziente e dunque preciso. Comunque offrono un ottimo spettacolo di tennis, portando il match al terzo set. Tuttavia l’ucraino ha qualcosa da recriminarsi. L’incontro comincia in equilibrio fino al 4 pari; poi c’è il break di Goffin, che chiude 6/4. Nel secondo c’è la straordinaria reazione di Dolgopolov, che subito in apertura sul 2-1 fa break all’altro (strappandogli a 0 il servizio), fino a portarsi addirittura sul 5-1; ma da lì in poi perde un po’ di quella pressione che era riuscito a trovare e soprattutto a mettere su Goffin, facendolo sbagliare e costringendolo all’errore dovendo prendersi maggiori rischi. Era riuscito stavolta l’ucraino a fare qualcosina in più e la differenza, ma sciupa tutto facendosi rimontare ben due volte -sino al 5 pari-. Il belga si ritrova e con la fiducia riconquistata conquista il tie-break del secondo set e decolla nel terzo (facendo break sul 5-3). Dolgopolov tornerà tra i primi 50, ma un po’ come Kyrgios (o Dustin Brown) dovremo imparare ad ammirarlo, apprezzando i suoi costanti alti e bassi nel rendimento altalenante (quello incostante) in cui alterna colpi eccezionali a errori clamorosi, recuperi straordinari e rimonte dure a sconfitte sorprendenti, con partite che si rigirano (non sempre a suo vantaggio). D’altronde il tennis è anche questo.

Atp di Metz. In Francia, nella Mosella, invece accade qualcosa di simile al tennista di casa Paire; ma il torneo ci fa conoscere e ritrovare una “nuova” rivelazione non tanto sconosciuta però nel circuito. Si tratta del tennista tedesco Peter Gojowczyk. Classe 1989, il giocatore di Monaco di Baviera già aveva fatto in passato il suo exploit -tra il 2012 e il 2014-. Il 15 luglio 2012 si aggiudicò il torneo challenger di Ningbo battendo in finale Jeong Suk-Young per 6-3 6-1. Nel gennaio 2014, arrivò in semifinale all’ATP di Doha -partendo dalle qualificazioni-, battendo -tra gli altri-: Struff, Dominic Thiem, Philipp Kohlschreiber e Dustin Brown prima di arrendersi al numero uno al mondo Rafael Nadal. Nell’aprile di quell’anno nei quarti di Coppa Davis con la Germania, ha vinto una partita durissima contro Jo-Wilfried Tsonga per 7-5 6-7(3) 6-3 6-7(8) 6-8 e portato la Germania sul 2-0. In finale all’Atp di Metz domina un confuso Benoit Paire per 7/5 6/2. Al di là del punteggio lottato, non è stata tanto la qualità di colpi a fare la differenza, ma lo schema tattico. Troppo frettoloso Paire ha sbagliato molto -troppo-. Ề sembrato tirare a caso, senza un preciso schema, a tutto braccio, solo di potenza e poco di precisione. In maniera molto istintiva e poco razionale (come spesso fanno Kyrgios e Brown). Cercando subito il punto, spesso tentando il serve&volley, che si è dimostrato un suicidio in quanto sorpreso dai passanti millimetrici del tedesco. Ovvia la conclusione del 6/2 nel secondo set, in cui aveva perso fiducia e pazienza, mentre l’altro era sempre più ingiocabile e preciso. Perfetto anche perché ha saputo frenare il gioco e aspettare l’errore dell’avversario, senza rischiare troppo inutilmente. Troppo monocorde, invece, il gioco di Benoit Paire.

Prossimi appuntamenti, il Wta di Pechino. Iniziato da poco con il primo turno il Wta di Pechino. Con qualche notizia interessante. Innanzitutto bene la Stosur (che batte la Siniakova per 6-3 6-2), la qualificata Petkovic (6/4 6/0 alla Bertens), la Pliskova (si sbarazza della Suarez-Navarro per 6/3 6/4, che non sembra reggere la potenza dei suoi colpi) e la Radwanska (che elimina con un netto 7/5 6/3 la Witthoeft). Male per la Bouchard (wild card per lei, incassa un duro 6/4 6/3 dalla Rybarikova) e la Kuznetsova (che viene eliminata in tre set dalla qualificata Arruabarrena: 6-7(2) 7-5 6-1 il punteggio). Se poi la Barty non riesce a ripetere il buon rendimento del Wta di Wuhan (che l’aveva vista giungere in finale) -ed esce subito, perdendo dalla Makarova con un doppio 6/3- chi invece si vendica della sconfitta agli Us Open -regalando il più bel match di primo turno- è Maria Sharapova. 7-6(3) 5-7 7-6(7) è il punteggio con cui la siberiana si riscatta del 5-7 6-4 6-2 incassato agli Us Open dalla lettone Sevastova. E la lezione pare averla imparata bene. Presentatasi con un completino semplice (canottiera leggermente lavorata, ma interamente bianca e gonnellina plissettata tinta unita verde petrolio) -rispetto al vistoso abitino elegante e sexy, nella versione in nero e in quella più chiara, con Swarovsky- sembra proprio essere l’umiltà ad aver compreso. Partita che va sempre al terzo set, con Maria che vince il primo set a fatica (un tie break o 7/5 come a Flushing Meadows). Poi si fa rimontare e rischia di perdere, commettendo lo stesso errore: rimane nell’area di tre quarti e non avanza a rete, non approfitta delle potenti accelerazioni, soprattutto di rovescio. Cala un po’ nel servizio, perde il controllo del dritto e la partita sembra sfuggirle. Non impeccabile a rete, commette errori sugli smash e sulle volées. Ma stavolta a Pechino si è ripresa in tempo per esultare stremata. Apparsa visibilmente stanca, quasi senza energie, tutti ormai la davano fuori dal torneo -memori del risultato degli Us Open e dopo la rimonta nel secondo set della Sevastova per 7/5. Terzo set, che continua in equilibrio; fino ad un altro tie-break decisivo. Sino al 7 punti pari. La siberiana riuscirà a concludere per 9 punti a 7; ma in questa circostanza non si risparmia, anzi dà tutto. Con le ultime risorse fisiche che le sono rimaste, si convince e costringe a venire in avanti a rete, lanciandosi in qualche attacco; che la premia, meritatamente. Dopo un lieve black out dimostra di aver davvero giocato bene i punti decisivi e di aver dato il massimo impegno, anche per reagire alle micidiali palle corte dell’avversaria che voleva spezzarle il ritmo con smorzate di massima precisione.

Tennis, le emozioni della Laver Cup: un bene
di lusso per pochi

laver-cupForse l’appuntamento più importante della settimana tennistica era quello della Laver Cup a Praga. E le attese non sono state tradite. Certo i pronostici promettevano un puro spettacolo che è arrivato alla 02 Arena, ma probabilmente non tutti pensavano che i talenti indiscussi schierati da Bjon Borg potessero fare tanto. Ề stata, infatti, la squadra capitanata dall’ex campione svedese a dominare quella di John McEnroe. Hanno vinto i “blu” del Team “Europa” contro quello “rosso” de “Il resto del mondo”. Erano di certo i favoriti con 5 dei primi 7 del ranking mondiale rispetto al gruppo del “Resto del Mondo”, in cui c’erano 5 dei primi 51. I nomi bastano a rendere conto di tale piccolo vantaggio di partenza: Roger Federer, Rafael Nadal, Alexander Zverev, Dominic Thiem, Tomas Berdych e Marin Cilic; dall’altra parte: Nick Kyrgios, Jack Sock, Sam Querrey, John Isner, Denis Shapovalov, Frances Tiafoe. Le sorprese e le emozioni, però, non sono mancate. L’equilibrio c’è stato: match bellissimi e molto lottati; il livello di tennis espresso altissimo. 15-9 il parziale finale di questa tre giorni (dal 22 al 24 settembre), che ha siglato il successo di questa prima edizione della Laver Cup; i punti venivano così assegnati: 1 punto per ogni match vinto nella prima giornata, 2 punti nella seconda e 3 punti per la terza. In tutto sono stati giocati tre singolari e un doppio al giorno per un totale di 9 singoli e 3 doppi. Il prossimo anno ad ospitarla sarà l’America, ma intanto resta il ricordo di quella che è stata soprattutto la festa di Sir Rod Laver, che tanto l’ha voluta. Il campione australiano si è goduto, anche durante la premiazione in cui tanti tributi gli sono arrivati, quella che è una sorta -potremmo ribattezzare- di una nuova Coppa Davis universale, in cui le nazionalità lasciano posto all’unico protagonista: il meglio del tennis. Ma non bastava solo poter contare sul talento di questi atleti di calibro (da menzionare, oltre ai 12 scesi in campo, anche le “riserve” di tutto rispetto: Fernando Verdasco e Thanasi Kokkinasis; a compensare i forfait di Del Potro e Raonic); per vincere occorreva sapere amalgamare bene anche le loro personalità, i caratteri e i temperamenti a volte molto differenti, e soprattutto mettere dei paletti per fissare bene gli equilibri interni ai vari team: nessuna prevaricazione reciproca, poiché non era facile lasciare che ognuno (abituato a primeggiare e volenteroso di farsi notare ed esser utile alla squadra) desse il giusto spazio e il dovuto peso all’impegno dell’altro. Non era un’esibizione amatoriale di tennis qualunque, né una vetrina personale in cui esibirsi, sfoggiare e sfogare il proprio ego. Era mettersi al servizio del tennis anche per aprire quasi le danze a quelle che saranno le Next Gen Atp Finals o le Atp Finals di Londra, per ricordare che il tennis è talento, ma soprattutto sportività, gioco di squadra. Al di là del risultato. Qui hanno davvero vinto tutti e giocato con un impegno massimo. E la Laver Cup ha fatto miracoli. Innanzitutto abbiamo potuto veder giocare insieme in doppio Federer e Nadal (che hanno vinto sulla coppia americana Querrey-Sock); poi il primo si è molto prodigato dispensando consigli agli altri, così come si è calato nei panni di coach anche Rafa consigliando proprio Roger. A dimostrazione che tutti volevano mobilitarsi, fare qualcosa per raggiungere il risultato di una vittoria condivisa. Forse proprio il legame di amicizia e complicità ha permesso al team Europa di primeggiare (anche Zverev e Thiem, infatti, si conoscevano molto bene e hanno giocato insieme in doppio). Di certo non passa inosservato il loro “ingaggio”. Gettoni di presenza pari a diversi milioni di euro, ma anche il montepremi finale per la vittoria non è stato da meno: per i sei trionfatori 250mila dollari a testa. Certo si voleva incentivarli a giocare e di sicuro si doveva tenere conto della classifica alta dei big e dei tornei cui hanno dovuto rinunciare a disputare; ma una rinuncia ben contro-pagata. Però c’è da dire che Federer è stato anche co-fondatore della manifestazione e che comunque, nonostante l’ingente somma già guadagnata di partenza solo per la presenza e la partecipazione, all’adesione ha seguito un grosso impegno. I campioni non si sono risparmiati. Si potrebbe dire che la Laver Cup sia come un bene di lusso: che pochi si possono permettere e che si compra nonostante il costo esorbitante, consapevoli del prezzo maggiorato proprio perché è un lusso che ci si vuole concedere -come si suol dire-. Si potrebbero sollevare critiche e obiettare che le cifre sono troppo alte, esagerate. Del resto è un po’ come nel calcio gli stipendi miliardari oppure come i cachet di Sanremo: ma sono quegli eventi che capitano una volta l’anno e c’è chi potrebbe rispondere che ne vale la pena spenderci tanto e investirci molto. Del resto se poi i campioni hanno dimostrato di meritare tali premi stratosferici giocando al massimo ben venga; ma non disdegneremmo se in una prossima futura edizione ci possa essere una riduzione dei cachet o un devolvere in beneficenza almeno parte di tali cifre (se non in toto). Sarebbe un ulteriore esempio di grossa umanità e sportività dato -che già più volte questi big della racchetta hanno dimostrato senza misura-. Tutti erano consapevoli (giocatori ed anche gli stessi organizzatori che hanno allestito un evento così prestigioso, sapendo quello su cui andavano ad investire) che non si sarebbe trattato solo di un mero evento sportivo, ma soprattutto mediatico e -ancor prima- economico-finanziario: una fonte di business enorme (oltre ai cachet, si può solo immaginare il costo dei biglietti); ma, dall’altra parte, tutti sanno che campioni così possono anche fare tanto, in maniera altrettanto proporzionata, per aiutare. E di motivi ce ne sono tanti: non solo cause umanitarie, eventi catastrofici a seguito di atti terroristici o calamità naturali; per ricostruire dunque, ma anche per la ricerca (non solo a livello di salute), ma anche -ad esempio, pensiamo- per lo sport, per migliorarne la qualità: investire in nuove strutture, devolvere per sostenere anche chi non può permettersi di giocare per un fattore economico, avviare campagne di sensibilizzazione contro il doping o per diffondere la sportività; regole di gioco, come regole di vita all’insegna della solidarietà. Del resto più volte questi campioni si sono mobilitati in merito. Sarebbe stata un’occasione in più; anche magari giocando in posti meno prestigiosi.

Ma veniamo al tennis giocato: la competizione c’è stata, così come l’equilibrio. Infatti sono stati molti i tie-break giocati e i match tie-break decisivi disputati. Sicuramente gli incontri decisivi erano gli ultimi due singolari della terza giornata tra Nadal e Isner e tra Federer e Kyrgios. Lo svizzero non ha deluso le aspettative e ha portato a casa un punto fondamentale; ma solo al terzo set: l’australiano ha giocato benissimo e ha vinto il primo set, ma a fare la differenza è stata un po’ più di precisione da parte dell’elvetico che nei momenti più importanti ha trovato i colpi migliori, sbagliando meno, mentre l’altro ha concesso qualcosina in più, cedendo qualche errore di troppo di imprecisione e di sfortuna. 4-6 7-6(6) 11-9 il punteggio finale. Partita straordinaria, così come l’altra in cui l’americano Isner ha dimostrato di saper vincere non soltanto con gli aces e il servizio, ma con il gioco giocato, in attacco a rete e rispondendo ai passanti dello spagnolo (che ha giocato malissimo soprattutto il tiebreak del secondo set). Il dato particolarmente rilevante è che i punti vinti in risposta sono andati a favore di John -curiosamente-: in tutto 33 per lui contro i soli 16 complessivi per lo spagnolo.

Vediamo tutti i risultati.

Giorno 1

Cilic-Tiafoe 7/6(5) 7/6(6)

Thiem-Isner 6-7/7-6/10-7.

Zverev-Shapovalov 7/6 7/6

Giorno 2

Federer-Querrey 6/4 6/2

Nadal-Sock 6-3/3-6/11-9

Kyrgios-Berdich 4-6/7-6/10-6.

Giorno 3

Zverev-Querrey 6/4 6/4

Nadal-Isner 5/7 6/7(1)

Federer-Kyrgios 4-6 7-6(6) 11-9

Barbara Conti

“Latin lover”, un attore raccontato dalle sue donne

latin-lover_main“Latin lover”, per la regia di Cristina Comencini, è innanzitutto la storia di un uomo che prima di ogni altra cosa è stato un grande attore che ha amato il suo lavoro e vissuto profondamente per esso. Un grande attore che faceva sognare le donne, perché l’ha fatto con il cuore, la cui vita privata si è mischiata al mestiere di attore. Dietro la persona di Saverio Crispo (di cui si racconta la vita e interpretato da Francesco Scianna) c’era soprattutto un attore con tanti personaggi. Infatti, se il genere è quello di “Perfetti sconosciuti” o “Dobbiamo parlare”, se fosse una pièce di teatro potrebbe tranquillamente essere la messa in scena di un’opera pirandelliana quale – in primis – proprio “Uno, nessuno, centomila”. Maschere che calano a sorpresa nel finale, sconvolgendo le vite di tutte le protagoniste. Un racconto leggero, attraverso cui si dipinge la figura di Saverio: uomo, marito, padre. Tramite le sue due mogli (quella italiana Rita -che si avvale dell’ultima interpretazione di Virna Lisi, cui il film è dedicato – e quella spagnola Ramona, alias Marisa Paredes) e le sue quattro figlie, tutte di nazionalità diversa: la maggiore Susanna (Angela Finocchiaro), italiana, poi la francese Stéphanie (Valeria Bruni Tedeschi), poi Segunda (spagnola, Candela Peña), Shelley (americana, Nadeah Miranda), Solveig (svedese, Pihla Viitala). Nel cast anche Neri Marcoré (nei panni del compagno segreto di Susanna, Walter, montatore degli ultimi film di Crispo), Claudio Gioè (che è Marco Serra, uno studioso molto interessato e preparato sulla vita di Saverio).
La filosofia di Crispo era vivere la vita con leggerezza; come disse: “la vita è un gioco, va presa con leggerezza e ti porta via dove vuoi”, in alto. Descritto dalle donne che lo hanno circondato come “egocentrico, ironico, forte, leggero”, era romantico, dolce e un seduttore spietato e cinico al contempo. Viceversa, per lui le sue figlie erano come “un marchio di fabbrica perché in fondo loro sono le mie donne” -diceva a proposito del fatto che tutti i loro nomi cominciassero per “S”, la stessa iniziale del suo-. Una famiglia allargata diremmo oggi, e pure “intercontinentale” – come viene definita nel film – che si ritrova riunita (causa forza maggiore) nel casale del paesino pugliese dove l’attore è nato e morto per la ricorrenza del decennale della sua scomparsa. Una storia di amori, tradimenti, gelosie, invidie, delusioni, gioie, dolori, rimpianti, rimorsi, ricordi amari che hanno un sapore dolce-amaro come quello di chi sente che è come se non avesse vissuto fino in fondo tutto il rapporto padre-figlia, moglie-marito. Messo in secondo piano rispetto al ruolo di attore. Infatti il film sembra piuttosto descrivere quanto sia difficile, non facile, a tratti persino dura la vita di un attore, di colui la cui esistenza si fonde inevitabilmente a quella del proprio lavoro, che mette sopra e avanti a tutto, da cui si fa quasi annullare, sostituire. Il mestiere di chi ha amato profondamente la recitazione (a teatro o al cinema non fa differenza) non è solo la gioia del successo, ma anche la rinuncia al proprio ambito privato; la fama rischia di confondere e dunque non si riesce più a scindere l’uomo dall’attore, lavoro e vita privata. Si continua a recitare sempre. Ininterrottamente. Ma senza essere meno autentici o ricchi di sentimenti potenti. Tanto che l’argomento principale e cardine di “Latin lover” è proprio la passione. Essere uno “sciupa-femmine” apparentemente non significa essere superficiale o tenere meno alle persone cui si vuole bene, anche se se ne sono amate tante. Se il vero amore non è eterno, non vuol dire che non esista. Se un legame non dura per sempre non è che il rapporto sia meno profondo o insignificante, anzi può essere anche più incisivo nell’animo di una persona. Se la passione viene definita da Alfonso (alias Jordi Mollà, marito di Segunda) “come quando fumi una sigaretta per la prima volta: ti piace talmente tanto che ne devi fumare subito un’altra”. Spesso si fanno scelte sbagliate o di cui ci si pente, ma tutte servono. Se un attore ricerca sempre l’approvazione del pubblico e se Saverio Crispo fu soprattutto un uomo affascinante (un po’ come il fascino del successo è allettante), non vuol dire che pianse solo perché lo applaudirono meno. Un attore non è diverso da una persona comune: ha gli stessi sentimenti e problemi. Geloso, probabilmente come tutti ricercava la felicità e di sentirsi libero. Leggerezza che gli dava il mestiere di attore, come un po’ la musica. Quasi si nascondesse dietro il ruolo per parlare di sé, di chi era veramente. Per andare proprio oltre le apparenze richieste da quel lavoro. Ed è il finale, infatti, a farci capire che il suo ruolo all’interno della sua famiglia allargata era proprio quello di portare leggerezza, come si fa con il canto. La figlia americana Shelley, infatti, a fine film canta un brano immaginando quando lo faceva il padre; quasi fosse tornato a portare spensieratezza, armonia, pace con la musica come fosse il suo show, uno spettacolo in cui ricorda che si può essere uniti (anche per sempre, anche distanti, anche non vedendosi o incontrandosi), avendo una consapevolezza -come dice la canzone- “io so che da me tornerai”: questo è l’amore, sapere che una persona tiene a noi, anche se non ce lo dice, non ce lo dimostra e anzi sembra sia l’opposto, anche se la crediamo persa o irraggiungibile. Perché, se un attore deve e vuole “far sognare”, non meno vale per un padre e/o un marito. E da qui nasce il perdono -mostrato nel film- con la certezza che si può sbagliare perché si è esseri umani, ognuno ha i propri difetti ma occorre accettarli se si vuole veramente amare, incondizionatamente, al di là di ogni tradimento per andare oltre ogni (pre)giudizio sterile. Il tono non è, infatti, meno melodrammatico a tratti di quello, ad esempio, di “La pazza gioia” -in cui troviamo la stessa Valeria Bruni Tedeschi-. Anche qui realtà e finzione si confondono ed è come se si entrasse ed uscisse da un set cinematografico. Ề una scena in particolare a mostrarcelo, in cui le protagoniste vengono scambiate per due attrici, comparse sul set di un film che si stava girando e ne approfittano per evadere. Il mondo dello spettacolo è sicuramente evasione, che porta la stessa leggerezza della musica, ma la vera potenza creativa è farlo insieme a qualcuno -anche se distrattamente apparentemente-: Saverio può cantare o recitare, anche da solo o distante da casa, ma sa che c’è sempre dietro di lui una donna da amare, la sua famiglia. Così come un attore, senza umanità di cui circondarsi, sarebbe perso. Siamo sicuri che se sembra solo apparenza, sia tale e non sostanza? In fondo il film pare farci notare che, in fondo, siamo tutti simili: uomini, donne, mogli, mariti, figlie, fatti delle debolezze umane, così misere -si potrebbe considerare,- eppure così vere e nobili, autentiche. Chi si è amato è come una presenza invisibile che ci portiamo sempre dentro, appresso con noi -pur non volendolo- e che dice chi siamo. E se potremmo ribattezzare “Latin lover”, cambiando il titolo in “Saverio Crispo: vita da attore tra amori, tradimenti, passione e perdono”, una curiosità vuole che il nome Saverio -di origine Ibera-basca-castigliana (per via araba)– significhi “Casa nuova [e splendida-risplendente]”; il nome si diffuse grazie alla devozione per il santo spagnolo Francesco Saverio. Cos’altro aggiungere? L’obiettivo e lo scopo di tutti i membri di questa famiglia sembra essere la ricerca (e l’aver trovato) “una nuova casa”, ossia un posto, un luogo anche metaforico in cui stare, riconoscersi, un punto di riferimento. Se tutto sembrava avviato ad un addio, si scoprirà -come si suole dire- “che non è un addio, ma un arrivederci”; l’apparente fine di tutto non è che un nuovo inizio, da cui ripartire e ricominciare rinnovati e sollevati. Più leggeri nell’animo, quasi sollevati dai sensi di colpa. Finalmente liberi. Finalmente se stessi. Veri, senza maschere. Persone e non più attori. Sempre molto umani.

“La pazza gioia di Virzì”. Una amicizia sincera
in una storia struggente

pazza gioia

Ề stata Rai Tre a mandare in onda l’eccellente film per la regia di Paolo Virzì del 2016: “La pazza gioia”. Una storia struggente e intensa che vede la straordinaria interpretazione delle protagoniste: Micaela Ramazzotti e Valeria Bruni Tedeschi. Il racconto di un’amicizia sincera, di una complicità naturale e rara che si viene a creare inaspettatamente. Il disturbo mentale trattato e visto con occhi diversi. La ricerca della felicità di due donne e la loro fuga verso la serenità e la liberazione da ogni pregiudizio; la rincorsa verso ciò che conta davvero: l’amore, l’affetto, l’amicizia appunto. Sono questi ultimi sentimenti autentici che spingono a compiere il gesto estremo di una sana follia, della lucida pazzia di chi è disposto a tutto pur di ottenere quella gioia che gli spetta, quel diritto quasi che gli viene negato.

Da qui il titolo: quella gioia ritrovata che rende pazzi di felicità appunto, per cui si compie qualsiasi follia; persone libere che diventano matte di gioia finalmente e non perché siano malate. Ritenute socialmente pericolose, forse perché semplicemente incomprese, sarà la loro solidarietà reciproca a riabilitarle. Ề l’incontro di due anime fragili, la cui sensibilità è stata offesa dalla violenza, dalla crudeltà di un mondo superficiale che giudica senza conoscere, o provare a capire veramente e basato solo sull’apparenza, sulla convenienza, sull’arrivismo dell’interesse personale. Con brutalità il pressapochismo sentimentale ed emotivo di gente distratta si è accanito su di loro privandole persino di un semplice gesto d’affetto e di riconoscenza. Vittime soprattutto di un maschilismo abbietto, sarà la vicinanza fra di loro e del personale di Villa Biondi (nei dintorni di Pistoia, una comunità per donne affette da disturbi mentali dove si ritrovano entrambe e si incontrano) a ripagarle. Remunerate almeno psicologicamente, riusciranno a trovare la loro strada e il coraggio per “ricominciare” e ripartire da zero quasi, ma con un obiettivo ben preciso: essere pazze di gioia, godendosi finalmente la vita nonostante non abbiano avuto molto e riappropriandosi di tutto ciò che di buono sono riuscite a costruire. La loro alchimia nasce probabilmente dal riconoscersi simili, un’empatia che le fa comprendere perfettamente facendo capire ad ognuna ciò di cui ha bisogno veramente l’altra. Molto è racchiuso nella frase commovente che Donatella (il personaggio di Micaela Ramazzotti) dice a Beatrice (quello di Valeria Bruni Tedeschi): “meno male che ci sei tu” (ad aiutarmi, a sorreggermi, a soccorrermi, a sostenermi).

Ề sicuramente l’interpretazione profonda ed intensa, molto sentita e partecipata, delle due attrici -a tratti struggente e commovente- il vero fiore all’occhiello del film, dando il valore aggiunto che ne fa la differenza. Non è un caso che abbiano ottenuto molti riconoscimenti. David di Donatello 2017 a Valeria Bruni Tedeschi quale Miglior attrice protagonista (oltre a Miglior Film e Miglior regista a Paolo Virzì -tra l’altro-); l’anno prima già i Nastri d’argento 2016 avevano convalidato la critica positiva, incoronando Virzì “regista del miglior film”, eleggendo entrambe (sia Valeria Bruni Tedeschi che Micaela Ramazzotti) miglior attrici protagoniste; oltre a premiare Paolo Virzì e Francesca Archibugi per la Miglior sceneggiatura (riconoscimento confermato anche ai Globo d’Oro 2017) e Carlo Virzì per la Miglior colonna sonora. Infine ai Ciak d’Oro 2017 vediamo la conferma per Miglior film e quella per Miglior attrice protagonista a Micaela Ramazzotti. Ma i premi per le due attrici non sono finiti qui. Infatti la Ramazzotti ottiene quello Wella per l’immagine e la Bruni Tedeschi quello Shiseido. Sempre nel 2016. Senza considerate che verranno elette anche quali Migliore attrice dell’anno nel 2016: all’Ischia Film Festival Valeria Bruni Tedeschi, e dalla Federazione Italiana Film d’Essai (che premia “La pazza gioia” quale Miglior Film d’Essai tra l’altro) la Ramazzotti.

Se già una menzione alla colonna sonora è stata giustamente fatta, occorre aggiungere una precisazione: è la canzone “Senza fine” di Gino Paoli a delineare l’isolamento e il distacco dalla realtà di Donatella che adora quella canzone e con cui si sottrae e distrae dal senso di oppressione e sofferenza che la circonda, estraniandosene. Quasi ad evidenziare il romanticismo di quest’anima delicata che desidera qualcosa di duraturo e vero.

Il film, infatti, non è meno realistico e drammatico -a tratti persino doloroso e tragico- di altri dello stesso regista quali “Il capitale umano”, cui tra l’altro “La pazza gioia” è molto legato per diverse ragioni. Innanzitutto per il tono e poi per come è nato. Presentato in anteprima nella sezione Quinzaine des Réalisateurs al Festival di Cannes 2016, distribuito in 400 copie, dal 10 maggio al 5 giugno 2016 ne è stata persino ricavata una mostra alla Casa del Cinema di Roma con le foto di scena. Tutto, però, è cominciato da un’intuizione acuta e fortunata di Paolo Virzì mentre stava girando una scena de “Il capitale umano”; vide la moglie Micaela Ramazzotti, incinta della loro secondogenita (venuta a trovarlo per il suo compleanno) camminare insicura nel fango e nella neve per mano di Valeria Bruni Tedeschi “con un misto di paura e di fiducia”: quello che volle descrivere nel rapporto tra Donatella e Beatrice, che imparano a fidarsi l’una dell’altra e a sorreggersi a vicenda, ne “La pazza gioia” appunto. Per quanto riguarda, poi, il personaggio di Valeria Bruni Tedeschi di Beatrice Morandini Valdirana, la sua camminata leggiadra e spensierata, con una risata che dà un senso di pura rilassatezza e libertà (reiterata con entusiasmo dall’attrice più volte nel film “La pazza gioia”) deriva sempre da una scena finale non prevista de “Il capitale umano”, tagliata durante il montaggio e raffigurante Carla Bernaschi che fugge dalla sua casa correndo a piedi nudi nel parco della villa.

“La pazza gioia”: l’evasione di due donne che ora sanno di non essere più sole, ma di avere qualcuno su cui poter contare che le è vicino. Due caratteri diversi che si incontrano e completano, complementari ed antipodici allo stesso tempo.
Beatrice così esuberante, intraprendente, egocentrica, effervescente, solare, frizzante, nasconde l’amarezza della delusione per essere stata rifiutata da un uomo volgare e violento quale Renato (alias Bobo Rondelli): lei nobile aristocratica ricca, decaduta. Apparentemente più forte, maschera tutto dietro un sorriso.
Donatella: fragile, depressa, ha avuto un figlio (Elia di un anno) dal suo ex datore di lavoro (Maurizio) del locale dove faceva la ballerina sul cubo, che non l’ha riconosciuto e l’ha abbandonata. Più aggressiva e violenta, è molto introversa e meno capace di reagire.

Barbara Conti

“Provaci ancora prof 7”: la serie è tornata con altri 8 episodi nuovi

provaci-ancora-prof-7-637x389Se dovessimo seguire la moda di dare un voto alle fiction -come spesso si usa- potrebbe essere proprio un bel 7 (quante le edizioni cui è giunta) per la nota serie tv “Provaci ancora prof”. La famosa serie televisiva, che vede protagonista Veronica Pivetti nei panni di Camilla Baudino, infatti, è tornata su Rai Uno per altri otto episodi (come per la sesta stagione, da circa 100 minuti ciascuno). In onda a partire dal 2005, ispirata ai racconti di Margherita Oggero, parte subito in sordina con il delineare le molte cose da sistemare per questa docente con la passione per le indagini poliziesche. Infatti parrebbe proprio il caso di dire: provaci ancora prof….a fare ordine nel caos che ti travolge, tuo malgrado. La tranquillità non sembra assolutamente essere proprio fatta per lei. C’è sempre qualcosa che viene a stravolgere la pace e, come ha un attimo di tranquillità e serenità, subito accade qualcosa che la fa correre. Immediatamente; ma senza mai farle perdere il sorriso e la voglia di sdrammatizzare e, soprattutto, di risolvere i problemi come si fa con i casi della Polizia: con lucidità, facendo chiarezza su ogni dubbio e chiarendo ogni titubanza ed esitazione. D’altronde la vita o un giallo poliziesco sono come l’amore: imprevedibili e altalenanti, cambiando spesso per sempre il corso degli eventi a nostra insaputa, inaspettatamente.
E così vediamo che, se tutto sembrava aver preso una piega ben definita, così non sarà perché tutto l’ordine sarà sovvertito. All’avvio tutto comincia bene: con lei che va a convivere con il suo nuovo amore (e dunque compagno) Gaetano (il commissario di Polizia Berardi, alias Paolo Conticini); Renzo Ferrero, il suo ex marito (interpretato da Enzo Decaro) che diventa papà poiché ha un figlio (Lorenzo) dalla sua neo partner Carmen Rojas (alias l’attrice Carmen Tejedera); la loro figlia Livietta (è Ludovica Gargari come noto a ricoprirne il ruolo), anche lei diventata mamma da poco di una bella bimba (chiamata Camilla) dal suo giovane marito George (alias Luca Murphy); ed i due giovani che si sono trasferiti a Londra nella terra del ragazzo. Per la serie: e tutti vissero felici e contenti.
Invece così non è. Un po’ come il titolo che dà il nome al primo episodio –“Cioccolato amaro”- la serie si riapre con questo dolce romanticismo che viene rotto. Infatti la convivenza di Camilla e Gaetano viene minata da una serie di contingenze quanto meno curiose. Innanzitutto il caso dell’uccisione di un pasticciere si intreccia con la scomparsa di Potty e la professoressa cade nello sconforto e si ritiene colpevole di aver “ferito” il “suo” animale, facendogli credere di volergli meno bene portando una terza presenza tra di loro: quella di una figura maschile quale quella del commissario Berardi. Molto divertente questa associazione del ritrovamento del cane e della risoluzione del giallo, dell’omicidio dietro cui non è da escludere -tra l’altro- il movente della gelosia. Poi Renzo che finisce in analisi, ma nessuno lo sa, però sta male e ha crisi di panico e sensi di soffocamento. Livia che torna da Londra e lascia George perché crede che lui lo abbia tradito, ritorna a casa con la madre e vuole ricominciare a studiare architettura all’università come il padre. Poi Carmen che è sempre più misteriosa, fa orari strani, lascia sempre più solo Renzo e abbandona spesso il figlio. Come se non bastasse al commissariato arriva Bianca De Olivares (interpretata da Valentina Pace): una donna affascinante che è anche il nuovo medico legale che affianca Gaetano nella risoluzione dei casi; che possa nascere una love story tra i due o qualche tradimento da parte del bel commissario? Infine anche per la professoressa Baudino la situazione a scuola è sempre più difficile: ha accettato un nuovo incarico impegnativo in un istituto per adulti, di cui la preside è Marta De Carolis (interpretata da Simonetta Solder); le due diventano amiche, ma soprattutto ciò permette alla fiction di affrontare temi diversi, importanti e attuali come la violenza, le differenze sociali, culturali, etniche e religiose in una società multiculturale che dipinge in tutta la sua attinenza alla contemporaneità odierna (immigrazione, clandestinità, precariato, disoccupazione). All’interno di questa “classe speciale” -per così dire- ci sono adulti che hanno ricominciato a studiare, operai, disoccupati, giovani straniere di diversa cultura, musulmane con il velo, ragazzi usciti dal carcere e violenti, come l’ex detenuto Vasco Pieroni (interpretato da Alan Cappelli Goetz).
Dove porteranno tutti questi nuovi scenari aperti? Sicuramente ne accadranno delle belle e continueranno all’insegna della comicità. Sorrisi sono regalati anche dalla verve comica di Luciana Marotta (detta “Lucianona”, interpretata da Daniela Terreri) collega e moglie dell’ispettore Pasquale Torre (interpretato da Pino Ammendola), amico del commissario Berardi. Quali coppie “scoppieranno” e quali rimarranno insieme? Quali altre unioni si creeranno e quali nuovi personaggi incontreremo? Quanti altri casi risolveranno insieme la prof e il commissario? Per saperlo occorrerà continuare a vedere i nuovi episodi, in onda dal 14 settembre scorso. Tra l’altro il primo, -“Cioccolato amaro” appunto- ha avuto un buono share del 19,19%, con ben più di quattro milioni di spettatori (pari a 4.249mila). Dopo quello del 18 settembre (“A luci spente”), un altro andrà in onda il prossimo 21 settembre.

US Open 2017: big Nadal e derby tra americane in finale alla Stephens

rafael-nadal-us-open-first-roundChe cosa è successo quest’anno agli US Open? Di tutto e di più. Difficile descrivere quale sia stato il momento topico e più caratterizzante di un’edizione 2017 ricca di emozioni contrastanti. Innanzitutto subito ha fatto notizia la wild card concessa a Maria Sharapova; poi l’attesa è salita quando si è saputo che al primo turno la russa si sarebbe scontrata con la numero 2 al mondo (che inseguiva la prima posizione nel ranking mondiale), ovvero Simona Halep; entusiasmo successivamente montato alle stelle quando la siberiana ha vinto sulla rumena in tre set (per 6-4, 4-6, 6-3) e tutti già vedevano Masha lanciata in semifinale, per via di un tabellone accessibile (invece al secondo turno ha battuto la Babos faticando al terzo set, poi la Kenin in due set, per poi perdere dalla Sevastova, sempre al terzo set). Dall’altra parte, il tabellone maschile incuriosiva per i forfait di Murray (molti hanno avuto da ridire perché si è tirato indietro a tabelloni già formati nel primo giorno di qualificazioni), Djokovic e Raonic: il primo per problemi all’anca, il secondo per l’infortunio al gomito e il terzo per l’operazione al polso. Ma il serbo è stato, comunque, al centro delle attenzioni con la notizia della nascita della sua secondogenita (chiamata Tara), avuta dalla moglie Jelena (dopo il piccolo Stefan); così come anche Serena Williams, nonostante l’assenza, ha fatto parlare di sé diventando anche lei mamma per la prima volta di una bambina. Viceversa, notizie meno buone sono venute dalle condizioni meteo: la pioggia ad inizio torneo ha fatto giocare solamente con il campo centrale coperto e provocato diverse interruzioni e sospensioni dei match; nel finale l’arrivo e il passaggio dell’uragano Irma sulla Florida ha destato preoccupazione: molti giocatori hanno dedicato un pensiero alle vittime, in primis Venus Williams che lì ha la famiglia, ma anche il vincitore del tabellone maschile.  Ed è stato proprio lo spagnolo Rafael Nadal a replicare l’impresa compiuta al Roland Garros: se lì era salito a quota dieci edizioni vinte, con la conquista quest’anno del titolo allo Slam americano si porta a sedici vinti in tutto. Il campione di Maiorca ha dominato in finale l’americano Kevin Anderson per 6/3 6/3 6/4, togliendogli il tempo, con un’aggressività e un’incisività notevoli: non solo è venuto molto spesso a rete, ma è stato velocissimo negli spostamenti, nel raggiungere il net e le palle dell’avversario e, soprattutto, a non dargli ritmo, rispondendo con passanti micidiali ai suoi attacchi; superiore in tutto, le sue percentuali parlano chiaro: quelle di servizio sono molto più alte e positive di quelle dell’americano, i vincenti pure, le palle break sfruttate e realizzate lo stesso; viceversa non ha funzionato il servizio di Anderson, che ha realizzato molti meno aces del previsto e non è stato brillante nelle volées come al solito. Nadal, infatti, ha avuto molte chances di chiudere prima e più facilmente la partita. Lui ha detto di essere sempre stato convinto di poter vincere, ha voluto ricordare tutti i cittadini americani in difficoltà a causa di Irma, si è detto entusiasta per questa vittoria in uno Slam straordinario che gli dà una carica incredibile. Se prima del match aveva detto che -a suo avviso- avrebbe vinto chi avrebbe giocato meglio, la risposta non ha tardato ad arrivare: lui ha completamente dominato una finale che sarebbe potuta essere anche più equilibrata. Curiosità: correva l’anno 1998 quando i due si scontrarono, giovanissimi, allo Stuttgart Junior Mastres. Quella femminile non ha regalato meno emozioni. Se nel 2015 c’era stata quella tra due italiane, quest’anno -per la gioia di tutti gli statunitensi- è stata la volta di due americane. Non accadeva dal 2002, quando si affrontarono le sorelle Williams. Ed in semifinale erano state addirittura quattro (Coco Vandeweghe, Venus Williams, Madison Keys e Sloane Stephens). Sono state le ultime due ad arrivare in finale: la “pargola” della Davenport aveva eliminato la prima delle quattro citate per 6/1 6/2, l’altra la maggiore delle sorelle Williams (con il punteggio, lottatissimo, di 6/1 0/6 7/5). Sloane, poi, ha giocato la migliore delle sue partite proprio in finale, aggiudicandosi un assegno di circa tre milioni di dollari. Viceversa l’emozione ha bloccato Madison, che è stata molto fallosa e non è riuscita minimamente ad impensierire l’avversaria, che è stata perfetta mettendo a segno passanti e accelerate (soprattutto di dritto e incrociate, anche in cross stretto) impressionanti. Giocatrice inaspettata, ha impressionato tutti a sorpresa, giungendo prima in finale e poi conquistando il titolo (è il suo primo ed unico Slam). Netto e severo il parziale inflitto a una Keys in confusione, visibilmente emozionata e commossa (in lacrime, quasi amareggiata, dispiaciuta e delusa di non riuscire ad imprimere il suo miglior gioco), di 6/3 6/0. La Keys era testa di serie n. 16 del tabellone, mentre non era testa di serie Sloane; ma non è nuova a buoni exploit negli Slam: ricordiamo che arrivò in finale in doppio nel 2008 con la Burdette proprio qui agli Us Open e che, l’anno successivo, al Roland Garros del 2009, nel singolare donne perse in semifinale da Kristina Mladenovic. Giocatrice simpatica, tornava da un lungo infortunio e, soprattutto, ben conosceva la Keys e la Davenport. È stata anche commentatrice per TennisChannel e ciò l’ha aiutata a studiare e conoscere meglio le avversarie, oltre a divertirsi molto. A provocare la standing ovation del pubblico, però, in finale contro la Keys è stata la splendida e sincera amicizia (confermata apertamente dalle due) delle tenniste, che si sono prima abbracciate a fine partita e poi si sono messe a chiacchierare tranquillamente sulla panchina in attesa della premiazione, scambiandosi bei sorrisi reciproci. Lungo l’applauso del pubblico per loro.

Ma le finali sono legate un po’ anche all’Italia. È stato, infatti, Kevin Anderson (nel maschile) a sconfiggere il migliore degli azzurri a questo Grand Slam: Paolo Lorenzi, al quarto turno, per 6/4 6/3 6/7 6/4. Lorenzi ha fatto il massimo contro un americano ispirato; precedentemente era stato protagonista di uno dei due derby italiani con Fabbiano (che aveva battuto per 6/2 6/4 6/4); l’altro era stato quello tra Stefano Travaglia e Fabio Fognini. Il ligure è uscito di scena per mano dell’altro con il punteggio di 6-4, 7-6, 3-6, 6-0, ma la peggiore delle conseguenze è stato l’insieme di sanzioni per gli insulti che ha rivolto alla giudice di linea (per cui si è scusato pubblicamente): ha perso i punti e i soldi di questo Grand Slam, non ha potuto giocare neppure il doppio con Simone Bolelli di terzo turno, ha dovuto pagare una multa di 24mila dollari (pari a circa 20mila euro), rischia la radiazione da tutti i Grand Slam. Il tennista ha riconosciuto di aver sbagliato, ma non sarà facile riprendersi. Come noto, è legato da tempo a Flavia Pennetta (da cui ha avuto il piccolo Federico) che qui vinse nel 2015 contro Roberta Vinci (uscita al primo turno, ma che è come avesse trionfato tornando in possesso di una copia del piatto conquistato in quanto finalista e che le era stato rubato, che gli organizzatori le hanno donato quest’anno). Quindi al caso Sharapova si è affiancato quello Fognini. Alle brutte notizie dell’uragano Irma e della sanzione per il ligure, le buone notizie non solo delle nuove nascite per alcuni dei campioni più amati, ma anche di storie a lieto fine (sia nel maschile che nel femminile). Il nostro Stefano Travaglia, infatti, ha avuto in passato un episodio simile a quello di cui è stata vittima Petra Kvitova, ovvero l’incidente a una mano che sembrava destinarli a tenerli per sempre lontano dai campi da tennis e che invece li vedono ancora qui sempre più in forma. La ceca è stata una delle tenniste più al top in questi Us Open: è stata sconfitta da Venus per 6/3 3/6 6/7, dopo aver eliminato per 7/6 6/3 la Muguruza, che non ha vinto, ma è diventata numero uno; spodestando, così, la Pliskova. Karolina ha annunciato le sue prossime nozze e, soprattutto, di voler devolvere circa 200 euro per ogni ace segnato durante il torneo al Centro di Ematologia e Oncologia per bambini del Motol University Hospital di Praga; sono stati in tutto 28, per un totale pari a circa 5.600 dollari. Come la Kvitova, nel maschile si è segnato il grande ritorno di Juan Martin Del Potro (arrestatosi solamente davanti a Nadal in semifinale al quarto set, dopo aver vinto il primo per 6/4). Inevitabile per Kvitova e Del Potro un riconoscimento: il premio per la correttezza e la sportività in campo assegnato qui a Flushing Meadows, ovvero due Sportsmanship Awards. Se la lettone Sevastova, l’estone Kanepi e la giovane Kenin (eliminata per 7/5 6/2 dalla Sharapova), sono state quasi delle rivelazioni del torneo femminile, l’edizione 2017 degli Us Open è stata in assoluto quella dei giovani.

Che sarebbe stato un Grand Slam diverso e “speciale” lo si era intuito sin a subito; ma forse nessuno avrebbe pensato sarebbe stato così particolare. Ề stato il Grand Slam dei giovani, per questo ancor più “fresco”. Nuovo innanzitutto perché, sin dagli esordi nelle qualificazioni ad esempio, si testavano nuove regole di gioco (che verranno riprese alle NextGen Atp Finals); si tratta del cosiddetto shot-clock, che prevede 2 minuti per il sorteggio, 5 per il palleggio di riscaldamento, 1 fra il riscaldamento e il primo punto del match, 5 per cambiarsi i vestiti (effettivi in quanto partono da quando il giocatore è arrivato negli spogliatoi), 3 per il medical time-out, 25 secondi (con un’aggiunta di 5 secondi rispetto ai 20 precedenti e che parte da quando è stato annunciato il punteggio dal giudice di sedia) tra un punto e l’altro per servire la prima, infine è permesso il coaching, cioè la possibilità per i giocatori di parlare con i propri allenatori quando sono dalla parte di campo dove questi ultimi siedono, ma saranno permessi anche segnali purché silenziosi. Molti i nomi dei giovani talenti emersi qui a Flushing Meadows: oltre ad Alexander Zverev, Borna Coric (i due si sono scontrati e sono stati protagonisti di un match molto entusiasmante che ha rischiato di andare al quinto set: il croato ha avuto la meglio per 3/6 7/5 7/6 7/6; poi ha perso da Anderson) e Dominic Thiem, Andrey Rublev e Diego Schwartzman (per loro i quarti: il primo ha eliminato tra l’altro Dimitrov, Dzumhur, Goffin, fermato poi da Rafa suo mito, tanto da giocare a 11 anni con lo stesso completo dello spagnolo), Pablo Carreno Busta (giunto sino alla semifinale, ha sorpreso la sua solidità e continuità con la regolarità dei colpi), Denis Shapovalov (che ha convinto tutti al quarto turno contro Carreno Busta, uscito dopo tre duri tie break); oppure Radu Albot (che ha eliminato il padrone di casa Sam Querrey) o John Millman (che si è liberato in tre set del tedesco Kohlschreiber). Ma gli Us Open 2017 segnano il ritorno alla vittoria di una ex numero uno: Martina Hingis, che ha conquistato sia il doppio misto con Jamie Murray, che quello femminile con la Chan (che aveva affrontato contro nel misto precedentemente citato). Soddisfacenti i quarti per Federer che si è arreso a Del Potro.

Michele Zarrillo e i suoi fan. L’orgoglio del cantautore romano

michele-zarrilloQuando il pubblico diventa una star. Fan come vip, o meglio V.I.P: alias very important people. Non è solo lo slogan di una nota emittente radio, ma ciò che è accaduto in un piccolo paese di provincia: Canale Monterano. Andare al concerto di Michele Zarrillo ed essere riconosciuti dall’artista; può succedere e così è avvenuto per tutti i membri del fan club del cantante romano. Durante il suo tour, Zarrillo infatti ha fatto tappa proprio qui in provincia di Roma, ma non è stato un concerto qualsiasi per tutti i suoi ammiratori. Molte attenzioni il cantautore e chitarrista italiano ha riservato loro soffermandosi a dialogare molto con tutto il pubblico accorso ed in particolare con “la prima fila”, presente lì già da molto tempo prima dell’inizio del live. Esibizione cominciata un po’ in ritardo rispetto all’orario previsto (le ore 22 circa invece delle ore 21 programmate), Zarrillo si è fatto perdonare trattenendosi a lungo dopo il termine del concerto a parlare con i suoi fan, intrattenendoli con una chiacchierata piacevole da cui non è sembrato affatto infastidito, anzi volenteroso di interagire e scambiare opinioni con loro. Sin dall’inizio è stato accolto con calore, ma ha dispensato lui stesso un’accoglienza molto amichevole. “Siete il mio orgoglio” e la mia fortuna, -ha detto esplicitamente rivolto a tutti coloro che lo seguono con continuità e perseveranza-. Fiero e contento di vederli numerosi, tanto da riempire tutta piazza del Campo, e così “cosmopoliti”. Provenienti da tutte le parti d’Italia, l’artista si è detto particolarmente felice di esibirsi in un piccolo paese di provincia come Canale, ancora abbastanza incontaminato dalla distruttività dell’uomo, dove “casine graziose” mostrano un senso del “buon gusto” che infonde speranza. Scatenatissimo sul palco, non si è fermato neppure quando la sua voce iniziava a dare le prime avvisaglie di ‘stanchezza’, dopo un tour lunghissimo che lo ha portato persino a salire sul palco del centro commerciale di Porte di Roma per un live il I luglio. Manifestando un po’ di preoccupazione per il calo di voce, dato che nei due giorni successivi (il 26 e 27 agosto, dopo l’esibizione a Canale di venerdì 25) lo attendevano altre due date importanti; ma comunque, nonostante lo stress fisico, il cantante si è detto persino un po’ triste e dispiaciuto per questa tournée che sta volgendo al termine. Musica che è vita per lui, attraverso cui tante emozioni ha regalato.

Entusiasmo con cui ha scaldato la piazza del Comune di Canale Monterano soprattutto grazie alle canzoni portate a Sanremo: “Una rosa blu” (nel 1982), “La notte dei pensieri” (nel 1987 con cui è arrivato primo fra le Nuove Proposte), “Cinque giorni” (con cui si è classificato quinto al Festival del 1994), “L’elefante e la farfalla” (che ha portato a Sanremo due anni dopo, nel 1996, e che lo ha visto piazzarsi solamente 11º), “L’alfabeto degli amanti” (torna all’Ariston dieci anni dopo, nel 2006, con questa canzone che gli regala il 2º posto nella categoria Uomini e lo vede finalista nella classifica generale, cantata in duetto anche con Tiziano Ferro) e poi l’immancabile successo al Festival di Sanremo di quest’anno, nel 2017, ovvero “Mani nelle mani” (seppure giunto solamente di nuovo 11°). Testi importanti, che lo hanno profondamente “segnato”, cui tiene molto e che lo rappresentano -ha spiegato-. Simboleggiano e sono una parte di lui, descrivono la sua esistenza e dicono chi è; affezionato perché tratteggiano tutto il lungo, faticoso e faticato percorso che lo ha portato al successo, cui è affezionato perché spesso sono emerse nel tempo ed hanno avuto bisogno di un periodo per essere apprezzate, ma poi si sono diffuse tra il pubblico e la gente e sono rimaste nella loro memoria, diventando degli “evergreen” degni di tale nome a tutti gli effetti; questo lo inorgoglisce ancor di più. Da valido chitarrista quale è, poi, Michele non si è risparmiato e non poteva rinunciare a cimentarsi in assoli strepitosi con due chitarre più volte. Poi si è lasciato andare ballando disinvolto molto spesso.

Questo live a Canale Monterano ha mostrato la parte più umana dall’artista. Di solito siamo sempre abituati a vederlo molto composto, compito e moderato negli interventi in tv pubblici, in cui si dimostra un grosso intellettuale di cultura che ama essere impegnato, molto serio in tutto ciò che dice e fa; invece qui è stato quasi come un amico della porta accanto con cui dialogare agevolmente. Una persona semplice che sul palco quasi si dimentica del suo ruolo di “cantante” e sembra più un “musicista” che si vede solo con la sua musica e, soprattutto, con la sua chitarra. Ciononostante un serio professionista. E non è un caso che la sua tournée si intitoli proprio “Vivere e rinascere tour 2017”, a simboleggiare la capacità di un artista di rialzarsi e risollevarsi anche nei momenti più difficili.

Barbara Conti