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Barbara Conti

Silvano Tessicini: riscoprire una nuova vita con “Un battito d’ali”

battito d'aliArte, pittura, poesia, cinema e fotografia si fondono nel primo libro di Silvano Tessicini: “Battito d’ali”. Un racconto non tradizionale di un uomo che ci rende partecipi del suo dramma attraverso frammenti esistenziali di vita vera. Un racconto per immagini molto pittoresco e cinematografico, suggestivo, ma soprattutto sentimentale e realistico perché intriso di esperienze concrete. Seppur non autobiografico, sicuramente non può non ispirarsi a tutto ciò che l’autore stesso in prima persona ha vissuto lungo tutta la sua esistenza. Libro sentimentale perché parla di sentimenti, sensazioni, emozioni, anche spirituali, arrivando a sfiorare una visione della religione e del Vangelo molto delicata. Cinematografico perché “è come se tutto fosse scritto da una macchina da presa, che tira fuori l’intimo del personaggio e si può vedere quello che sente e che prova” –commenta lo stesso Tessicini-. Per questo universale, in una sola parola. “‘Battito d’ali è lo specchio dove ognuno può vedere proiettata la propria immagine. È il viaggio di un uomo (anzi dell’uomo) che, per ritrovarsi, ha bisogno di perdere ogni cosa e soprattutto perdere se stesso. Forse riconoscersi significa imparare a perdonare e credere in qualcosa di superiore, in quella forza più grande che da lontano guida e traccia il nostro cammino”, come ha scritto nella presentazione iniziale la dott.ssa Fabiana Volini. Destino, a volte beffardo, che sovverte l’ordine costituito delle cose. Tutto nasce da un episodio tragico: la morte accidentale della piccola Andrea, la figlia del protagonista Sergio; da allora regnerà la disperazione e si separerà dalla moglie Marta, che lo incolpa e accusa dell’evento drammatico. Anche lui finisce per credersi un “assassino”. Ma il fato ha più fantasia di noi e riserverà per lui quasi un “miracolo”. Il libro ci insegna ad imparare il perdono e a credere in una sorta di ‘rinascita a nuova vita’, di seconda possibilità, che non tutto sia perso per sempre, di una speranza in fondo al tunnel della disperazione da cui tutto parte. Con la fiducia e la fede cristiana nell’amore compassionevole per l’altro, nella solidarietà anche gratuita, nell’abnegazione generosa ed altruista: l’accoglienza, in una parola; il donarsi all’altro, la fraternità disinteressata, l’amore e l’amicizia gratuiti che eliminano ogni discriminazione e differenza etica e sociale. Il libro è intriso di tutte le sensazioni più forti che possano essere provate: passione, amore, dolore, solitudine; ma non manca una “delicata malinconia” soffusa, che contraddistingue il tono dell’opera, compensata nel finale da una serenità nuova raggiunta, quasi da un equilibrio interiore riappacificatore. Il testo è stato presentato a Oriolo Romano, nella Chiesa di Sant’Anna, con un’esposizione di quadri dipinti dallo stesso Tessicini e con un accompagnamento musicale di Carmela Ansalone. L’ex sindaco del Comune in provincia di Viterbo, Graziella Lombi, ha scritto alcuni “pensieri” nella prefazione: “Prendersi cura degli altri è quello che il protagonista di questo racconto tenta di fare in luoghi estremi alla ricerca estrema di se stesso. Il libro in ogni sua pagina ci interroga e scruta nel nostro profondo”. L’autore vorrebbe fare un’altra presentazione proprio a Viterbo, ma in cantiere c’è anche l’idea di produrne un film. Verrebbe bene –garantisce Silvano-. E di “un susseguirsi di immagini cinematografiche fissate da ombre e luci, che si accostano ma non si confondono”, tratteggiate con “delicata pacatezza” –parla anche suor Mariateresa Crescini, anch’ella intervenuta nell’introduzione-, che prosegue: “più che la penna, Silvano ha usato l’obiettivo. Del resto la fotografia è stata per una vita la sua specialità di operatore cinematografico”. “Un racconto –prosegue- buono, ma senza buonismo, che accompagna il protagonista sui passi della comprensione e rende più umani e meno egoisti coloro che incontra”; racconto in cui –aggiunge la suora- “il dolore è vinto dalla solidarietà, la nostalgia diventa incontro, lo smarrimento stupore e i rapporti umani sono vissuti con trasparenza”. Perché –conclude Crescini- “il Vangelo calato nella vita rafforza i sentimenti positivi, apre a un futuro più umano, pacifica i cuori e ripara i danni dell’odio e delle guerre”.
E sicuramente il passato professionale dell’autore ha dato un forte contributo nel tono peculiare di “Un battito d’ali”. Nato a Caprarola nel 1943, si è trasferito a Roma nel 1948, dove ha frequentato il liceo artistico e dopo studiato alla Scuola di cinematografia, per avviarsi a una carriera in tale mondo: prima come disegnatore di cartoni animati per film d’animazione e poi come operatore e direttore della fotografia. Ha girato circa 230 film, con i registi più importanti: Monicelli, Fellini, Carmelo Bene –per citarne alcuni-, ma anche Nanni Moretti. Ha insegnato cinematografia (per circa sei mesi) in una scuola in Marocco –esperienza che ha riportato nel libro (definita una missione in una zona calda, vista come un raggio di luce, di fiducia e speranza)-. Ritiratosi (circa 15 anni fa) definitivamente dal cinema, dopo 35 anni, l’idea del libro gli è venuta da una necessità interiore; ovvero da un bisogno per superare un dolore a seguito di una tragedia (come è stato per Sergio del libro): la perdita della moglie. La sua passione e passatempo per la pittura non gli bastavano più per distrarsi e non pensare –confessa-. Gli occorreva qualcosa di più forte, un’esperienza ancora più profonda ed intima –come quella della stesura di un racconto, appunto. Questo è il suo primo libro, ma ne vorrebbe fare un seguito. Continua a darsi degli stimoli, facendo tutto ciò che fino a questo momento non aveva compiuto. Ad esempio è impegnato nella creazione di circa 15 via crucis, un lavoro molto impegnativo, ma che lo soddisfa. E vorrebbe organizzare uno spettacolo teatrale per bambini (tipo il “Pinocchio” di Carmelo Bene) su Madre Teresa di Calcutta; non un film o un musical, come già molti altri ne sono usciti, ma uno spettacolo incentrato sul rapporto che la santa ha avuto all’inizio con Gesù, meglio noto come “locuzione interiore” –la stessa che sentiva Giovanna D’Arco. La stessa copertina del libro è un suo disegno, fatto con la matita rossa e blu: un angelo, a richiamare il titolo “Battito d’ali”. Ed è il medesimo autore a spiegare il significato del nome che ha dato alla sua opera: “può simboleggiare due cose, o episodi, eventi, sensazioni che durano molto poco, attimi indimenticabili, ma lunghi quanto un battito d’ali appunto, momenti pieni di fascino ma irripetibili o comunque che non potranno mai più avere la stessa intensità; oppure situazioni che hanno qualcosa di soprannaturale, che arrivano come un angelo, una presenza immateriale eppure percepibile seppur impercettibile all’occhio umano”, che segna il nostro destino. Come quando Sergio tenta il suicidio a Londra, devastato dai sensi di colpa. Perché sarà salvato? Perché Dio gli ha dato una nuova occasione? “Dio è originale, anche se i suoi progetti a volte ci sembrano ingiusti. Noi non li possiamo capire, ma c’è sempre un obiettivo ispirato all’amore” –si convince Sergio-. Ecco allora l’interrogarsi sul senso della “salvezza”. Come raggiungere la liberazione dal peccato e la sensazione di sentirsi ed essere liberi? Non a caso la vita viene descritta come “un attimo che passa, una fiaba più o meno bella, ma comunque scritta sempre dalle mani di Dio. Dobbiamo camminare attraverso il buio profondo della notte per veder sorgere l’aurora”. Sono “i valori che danno senso alla vita” e vanno sempre conservati.
Per questo il libro è molto attuale. Semplice, si legge rapidamente –come un ‘battito d’ali’-. Scorrevole, non è illustrato, anche se vengono citati alcuni dipinti. Uno è proprio l’”Urlo” di Munch (l’altro il Cristo del Mantegna o “la città che sale”, quadro futurista del Boccioni), emblema per eccellenza della disperazione e non è un caso se Sergio viene descritto come “un uomo umiliato, colpevolizzato, disperato, depresso, in piena crisi esistenziale”; oppresso e ossessionato dai propri “vecchi fantasmi” che, però, ad un certo punto prende coscienza di “una convinzione profonda, una certezza nuova nella presenza di un Dio che non ci abbandona mai, che conosce i nostri drammi e si fa presente nelle nostre paure”. In questo ermeneutico sarà l’episodio nella Passione di Cristo, del dramma dell’apostolo Giuda. Oppure quello che accadde a Giovanni, che si fece guidare da Pietro e riuscì a scoprire il Cristianesimo. Qui molto bella –cui tiene particolarmente l’autore- l’immagine dei giovani che sono come Giovanni: pensando al futuro, si fanno prendere dalla paura dell’incognito e non hanno il coraggio di “scoprire”. Facile rassegnarsi e abbandonarsi in una società corrotta, in un mondo e “in un’epoca fatta di arrivismi stressanti, valori deboli, bramosie di successo e fame di potere”, ci si sente persi, si ha solo voglia di fuggire via e nascondersi, annullarsi, quasi rendersi trasparenti e invisibili, mentre si avrebbe solo bisogno di qualcuno che ci ascolti e rincuori. Per una “nuova vita”, che arrivi in “un battito d’ali” (l’espressione non a caso è citata nell’ultima pagina del libro).

Barbara Conti

Tennis: i nomi della settimana sono Bertens, Ferrer, Rublev e Isner

umagoopena17.Thumb_HighlightLow169186Aspettando le Next Gen Atp Finals di novembre a Milano, Rublev si conferma degno candidato vincendo per 6/4 6/2 l’Atp di Umago in Croazia su Paolo Lorenzi (il torneo ha visto gli italiani molto protagonisti). Kiki Bertens, dopo la buona prestazione a Roma al Foro Italico agli Internazionali Bnl d’Italia, trionfa (in lacrime copiose di gioia e commozione) su Anett Kontaveit in tre set (con il punteggio di 6/4 3/6 6/1) in Svizzera a Gstaad. All’Atp di Bastad poi c’è stata la vittoria di un campione ‘ritornato’, che ha ritrovato quasi una seconda gioventù agonistica e professionale: David Ferrer. Del resto eravamo rimasti a Roger Federer e Wimbledon, anche per lui una “rinascita tennistica”. E se, poi, i giovani sono il futuro (del tennis e non solo), non è un caso, dunque, che il Grand Slam si fosse legato, nelle finale, a una solidarietà di un impegno profuso a favore proprio dei giovani. Durante il sorteggio -“il toss”- nelle finali (di singolare sia maschile che femminile), i campioni erano stati affiancati, oltre che dall’arbitro, da un ragazzo e una ragazza esponenti di due associazioni umanitarie che agiscono e si adoperano nel settore in tale ambito (un po’ come “Save the children”) a livello internazionale: una di queste era, ad esempio, proprio “Children in need”, “bambini nel bisogno”, nome che ben descrive la necessità di aiutare i più piccoli, indifesi e le fasce sociali più svantaggiate e deboli; così come la scritta sulle maglie “help to be”, “aiutiamo ad essere”, ad esistere, a realizzarsi, a dare un futuro, a far crescere questi bambini dando loro opportunità e offrendo chance di sviluppare le loro potenzialità. Richiamando un po’ la “Roger Federer Foundation” del campione svizzero; ma l’elvetico non è stato il solo a mobilitarsi. Ad essere coinvolto e procrastinarsi per tali “emergenze” anche il serbo Nole con la sua iniziativa “Djokovic and friends”. Lo stesso ha voluto fare ugualmente lo scozzese Andy Murray con l’evento “Andy Murray live”, il cui ricavato sarà dato tutto in beneficenza a favore dell’associazione “Young People’s Futures” e dell’Unicef. Un mini torneo organizzato per la circostanza nella sua terra, a Glasgow; gli incontri previsti sono un singolare del n. 1 contro il francese Gael Monfils e il doppio dei fratelli Murray (Andy e Jamie) contro Monfils e l’ex tennista britannico Tim Henman.

A proposito di tennis giocato, dicevamo, spicca soprattutto il primo titolo conquistato da Rublev all’Atp di Umago su Paolo Lorenzi (che si è speso molto). Buona l’impresa dell’azzurro che giunge in finale battendo prima Vesely per 1/6 6/3 7/5; poi vincendo il derby italiano con Giannessi per 6/2 4/6 6/3. Un buon tennis espresso da quest’ultimo, mentre ancora fatica ad emergere il pur valido Marco Cecchinato: uscito al primo turno ad Umago, eliminato da Dodig (poi giunto sino alla semifinale e uscito per mano del russo che ha conquistato il titolo) in tre set (con il punteggio di 3/6 7/6 6/2), non gli è andata meglio all’Atp di Amburgo, dove ha incontrato il talentuoso Mayer che lo ha sconfitto per 7/5 6/2 in un’ora e un quarto di gioco circa; l’azzurro non è riuscito a tenere lo scambio ed è stato schiacciato dalla solidità e dall’incisività del gioco aggressivo del tedesco, dalle sue accelerate e dai suoi passanti (soprattutto di rovescio) ed è risultato troppo falloso. Così come è stato altissimo il livello di tennis espresso da Rublev: molto incisivo e di pressione, aggressivo, potente e con una profondità di colpi ottima; tuttavia forse qualcosina poteva fare un po’ meglio a rete. L’unico che avrebbe potuto contrastarlo davvero era Fabio Fognini, vincitore lo scorso anno qui in Croazia (per 6/4 6/1 su Andrej Martin); ha lottato e giocato alla pari in un match equilibrato nei quarti proprio contro Rublev, terminato per 6/7 6/2 7/6: una partita il cui esito è stato dettato dal netto passaggio a vuoto nel secondo set del ligure e dal russo che ha giocato molto meglio il tie break iniziale del primo set; per il resto nessuna differenza nella qualità tennistica espressa; forse Fabio ha pagato un po’ troppo nervosismo, che gli è costato qualche richiamo, ammonimento seguito al penalty point anche per il continuo lancio della racchetta. Sentiva evidentemente molto la tensione per un torneo importante da cui usciva vincitore. Anche se poi il russo all’Atp di Amburgo ha perso dal tedesco Kohlschreiber per 6/3 6/1.

Per quanto concerne, inoltre, talenti in forma, con un tennis vario e d’attacco, non ancorati a fondo, ma esprimendo ogni tipo di colpo (ben riuscito per altro) non si possono non citare i protagonisti dell’Atp di Bastad e di Newport. Il conquistatore della coppa nel primo, ovvero David Ferrer e il finalista Dolgopolov (che ha dovuto incassare un doppio 6/4 dallo spagnolo), che (proprio come Rublev) sono sembrati sempre avere una marcia in più per fare la differenza e distinguersi dagli avversari per un livello superiore; in seguito, all’Atp di Amburgo successivo, Ferrer ha battuto anche Basilashvili al primo turno per 6/2 3/6 6/3 (per poi perdere per 7/5 6/3 dall’argentino Federico Delbonis, forse accusando un po’ di stanchezza). Fa piacere dopo il momento difficile che entrambi hanno passato. Le semifinali dell’Atp di Bastad, inoltre, hanno mostrato anche l’ascesa del giovane Kuznetsov (che ha incassato un netto 6/3 6/2 da Dolgopolov, che è stato tra l’altro giustiziere anche dell’altro giovane Khachanov per 7/6 3/6 7/6) e di Verdasco (che si è arreso a Ferrer al terzo set, per 6/1 6/7 6/4). All’Atp di Amburgo Kuznetsov ha perso da Mayer per 6/3 4/6 6/4, dopo aver eliminato Cuevas; Verdasco, invece, è stato sconfitto da Vesely per 7/6 6/7 6/3; queste sconfitte, però, non pregiudicano un buono stato fisico e mentale.

Poi anche John Isner (semifinale a Roma) che, all’Atp di Newport (da testa di serie n. 1) conquista l’undicesimo titolo in carriera, dopo un digiuno di quasi due anni, imponendosi senza troppe difficoltà anche sull’avversario della finale: il qualificato Ebden, dominato facilmente per 6/3 7/6(4). Con il suo servizio fa faville, ma non è solo quello a contraddistinguerlo; l’americano ha sempre più affinato il suo gioco, che varia e movimenta (anche nei ritmi, alternando le fasi di maggiore aggressività a quelle in cui frena il gioco e lo scambio), difendendosi anche al bisogno e mostrando una buona tattica difensiva, cosa non da poco.

La stessa solidità ha avuto nel Wta di Gstaad Kiki Bertens, anche lei protagonista agli Internazionali Bnl d’Italia, dove è giunta lo stesso sino alla semifinale sconfitta da Simon Halep. Di fronte la Bertens aveva una lottatrice quale è la Kontaveit: talentuosa, ma più fallosa, è sembrata sprecare più chances rispetto alla futura vincitrice del torneo che, invece, è stata molto brava a rientrare in partita dopo il secondo set perso, che sembrava avesse rigirato il match; invece, al contrario, ha dominato al terzo con un netto e drastico 6/1; 6/4 3/6 6/1 il risultato finale con cui la testa di serie n. 2 (la Bertens) ha sconfitto la n. 3 (Kontaveit); dunque l’assegnazione della posizione nel seeding già palesava una superiore precisione e solidità in più da parte di Kiki. Buona la partita comunque da parte di Anett, che a tratti era apparsa persino favorita e più in forma fisica, rispetto a una più stanca Bertens; prima del crollo finale nel terzo, con un 6/1 inaspettato assolutamente. L’estone è come se non avesse più energie, rispetto all’olandese che invece aveva ritrovato fiducia e recuperato forma fisica e mentale.

Barbara Conti

Il ‘Wind Summer Festival’ è dei giovani: dilaga il rap
l’estate tutti a ‘Pamplona’

fabri-fibraL’ultima puntata del Wind Summer Festival ha decretato i vincitori ed è rap mania, con il dilagare di un free style (anche in rima), sia tra i giovani con “I desideri” e la loro “Uagliò” che con il premio del brano più trasmesso in radio secondo Earone: a trionfare è la canzone “Pamplona” di Fabri Fibra feat The Giornalisti; sicuramente una bella lotta con “Riccione” di questi ultimi.

E proprio il primo aveva mandato un in bocca al lupo a Mahmood per “Pesos”, mentre per il duo risultato campione nella gara dei giovani c’era stato l’augurio di buona fortuna da parte di Clementino (per il terzo, ovvero Shade con “Bene ma non benissimo”, quello di Max Pezzali). Ma premiato anche da Radio 105 il brano di Ermal Meta “Ragazza occhi Paradiso”, ispirata a una persona speciale perché “tutte le canzoni nascono dalla gente” senza cui non avrebbero senso –ha commentato il cantante-. Protagonisti assoluti, dunque, i giovani; non solo per l’assegnazione dei riconoscimenti. Se, infatti, prima che fosse decretato il nome del primo classificato nella gara dei giovani si è esibito colui che vinse lo scorso anno, ovvero Irama con la nuova “Mi drogherò”, il suo non è stato il solo gradito ritorno. Il neo singolo di Irama è un invito ad innamorarsi della vita sempre più, tanto che dice ‘mi drogherò d’amore’. Ma è stata Alexia con la sua “Beata gioventù” (che ha tutto il futuro davanti che le appartiene, per cui ogni cosa è ancora possibile, -spiega nella canzone-) a sollevare un tripudio verso le nuove generazioni.

Se Arisa con Lorenzo Fragola ben avevano descritto la società moderna “succube” quasi e dipendente dalle nuove tecnologie ne “L’esercito dei selfie”, un appello contro ogni forma di dipendenza come quella dall’alcool, il cui abuso spesso conduce alle note e cosiddette “stragi del sabato sera” dopo essersi messi alla guida ubriachi, era venuto anche da Mattia Briga con il testo di “Nel male e nel bere”, invece che dire ‘nel bene’. Nuovo singolo anche, oltre che per Arisa stessa con “Ho perso il mio amore”, anche per un altro talento uscito da “Amici” di Maria De Filippi: Alessio Bernabei con “Non è il Sud America”; o per Alex Britti, diventato da poco papà di Edoardo; o per Syria con una canzone che vede il contributo di Ambra Angiolini; o per Baby K e la sua “Voglio ballare con te”. Dopo tanti anni rivediamo salire sul palco del Wind Summer Festival anche Valeria Rossi con “Sole, cuore, amore”, una sorta di omaggio decennale come quello per “Laura non c’è” di Nek. Se Alessia Marcuzzi è stata scatenatissima, ha ballato, ha cantato e fatto cantare il pubblico con Giorgia, ha finto di suonare la chitarra dopo le lezioni del suo maestro Britti, l’ultima puntata ha visto più disinvolti, simpatici e divertenti anche Nicolò De Devitiis e Daniele Battaglia.

La vera novità, però, è stato Enrico Papi con la sua “Moosica”; l’ex conduttore di Sarabanda, dopo essersi cimentato nelle imitazioni a “Tale e quale show”, si cala nei panni di vocalist di una band disco molto ironica e colorata: sorprende sempre e si diverte e fa divertire tanto. Tuttavia, dovendo fare una sorta de “il meglio di” sul Wind Summer Festival, ricapitolando e riassumendo ripercorrendo i momenti più salienti in linea con “Wind Buonanotte”, non si può non dire che il Wind Summer Festival è stato anche solidarietà e tanti momenti emozionanti oltre che, ancora una volta, dei giovani. Innanzitutto per il tripudio, nella seconda puntata, di Emma Marrone a Pino Daniele con l’esibizione in “Quanno chiove”. “Quando entrava lui sul palco –ha ricordato Alessia Marcuzzi- c’erano delle vibrazioni particolari”.

Poi quando Federica (giovane il cui album è stato prodotto da Elisa), dopo aver cantato “Ti volevo dire”, ha fatto salire sul palco per abbracciarla una sua fans (coetanea della 18enne artista), finita in lacrime mentre ascoltava la sua musica. Un pezzo emozionante il suo, come commovente il momento; lo stesso è accaduto quando “I desideri” sono stati premiati vincitori (in prima fila una fan del pubblico si è ‘disperata’). Ma soprattutto la più alta gioia è venuta dai momenti dei cosiddetti Wind Unlimited, ovvero di superamento dei propri limiti: un’offerta di umanità illimitata potremmo dire; una ragazza sovrappeso che ha sfilato nella seconda puntata e un giovane, Andrea -nella terza-, che ha attraversato l’oceano in barca con quale migliore alleata proprio la paura –che non lo ha frenato, ma lo ha ‘salvato’ aiutandolo ad essere più previdente e meno incosciente o scellerato, avventato.

Il momento più alto forse, però, è stato quello offerto da Autogoal con Papu Gomez e la sua “Papu dance”, per la prima volta indirizzata a scopo benefico per una squadra di calcio di ragazzi disabili: “gli “Insuperabili”; sulle maglie è stata chiara, bella e significativa la scritta del nome del team in sillabe, che ne scandivano tutto il significato e la portata: In-Super-Abili. Il ricavato delle vendite del singolo “Baila como el Papu” (quasi a ricordare un po’ Er Piotta) e derivanti dallo scaricare il brano sarà interamente devoluto all’Associazione. Più unlimited e insuperabile di così? La musica non può che essere questa. Del resto è come quando lo sport (o il calcio più spesso) si lega alla solidarietà.

Barbara Conti

Wimbledon. Ancora
una impresa di Federer. Continua la storia infinita

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Il torneo di Wimbledon è unico, è un’esperienza indimenticabile. Qui tutto sembra immutabile, fermo ed eterno nel tempo, eppure così fortemente vivo. Difficile riuscire a descrivere ciò che rappresenta per i tennisti e quello che si prova durante questo Grand Slam. Eppure in questo 2017 è successa l’impresa che tutti speravano accadesse, ma che forse pochi erano convinti potesse avvenire ancora: è stato possibile associare a questo major una parola per descriverlo; il suo nome si lega indissolubilmente a quello del pluricampione qui (per ben otto volte) di Roger Federer.

A quasi 36 anni compiuti (il prossimo 8 agosto), lo svizzero ha non solo conquistato il titolo imponendosi in finale sul croato Marin Cilic facilmente (per 6/3 6/1 6/4) e senza mai perdere un set per tutto il torneo, ma ha soprattutto vinto la sfida con se stesso di tornare “il re dell’erba”. A piena ragione si può ben dire che Wimbledon è (di) Roger Federer. L’elvetico si era preso una lunga pausa e si era ripromesso di tornare in forma qui a Wimbledon appunto per dare il massimo; lo stop per riposarsi, recuperare energie mentali e fisiche gli ha giovato. Ha stupito tutti con la perfezione del suo gioco; a tratti, vincendo agevolmente sugli avversari, è sembrato quasi allenarsi e tentare colpi da maestro ricercando il top dell’esecuzione fino ad ottenere la precisione perfetta nei tiri; un esempio sono state le palle corte con il rovescio da fondo: ne ha sbagliate (sia in semifinale che in finale) diverse, ma ha persistito a provarci e dopo due tentativi sbagliati, il terzo è stato quello giusto e perfetto per ottenere una smorzata imprendibile.

Ci teneva troppo a fare bene qui, questo era evidente a tutti; ma forse nessuno aveva capito sino in fondo quanto fosse forte l’emozione per il tennista. Aveva provato a descriverla nello spot della Rolex, dicendo quanto Wimbledon sia unico e che è un’emozione indescrivibile quando si scende in campo e si sente tutta la pressione di una tradizione e di un passato così importanti, fatta delle imprese di grandi campioni intramontabili, che come lui hanno contribuito a scrivere la storia del tennis e del torneo. Non facile gestire tutta la pressione che aveva su di sé e di cui era consapevole. Non ultimo in finale, quando sugli spalti c’erano molte autorità ed esponenti di prestigio: da Kate Middleton e il principe Harry (che ha incontrato personalmente), a Rod Laver, a Bradley Cooper, a Hugh Grant, all’italiano Antonio Conte. Riuscire ad alzare un’altra volta quella coppa d’oro non è significato solamente un’immensa gioia, ma un vero e proprio moto di commozione.

E lacrime non ne sono mancate. A partire da quelle di Roger (sempre così compìto) per la vittoria appunto, lodato e festeggiato in primis dalla moglie (rigorosamente anche lei in abito bianco molto elegante tutto lavorato) e dalle due gemelle e da entrambi i gemellini (gli ultimi arrivati). Poi quelle di Cilic, che in finale parte bene e lotta nel primo set, poi crolla nel secondo a causa di un problema al piede (una vescica sotto un callo, per cui ha chiamato il time out medico e preso un antinfiammatorio). Ma anche quelle di Novak Djokovic costretto al ritiro (contro Berdych dopo aver perso il primo set per 7/6 e con il ceco avanti 2-0 nel secondo) per un infortunio al gomito. Signorile Federer nello spendere una parola per tutti questi colleghi “sfortunati”, augurando pronta guarigione a ognuno di loro e soprattutto rivolgendo un pensiero gentile di conforto proprio a Cilic: “devi essere orgoglioso di come hai giocato, mi dispiace per il tuo impedimento fisico”.

Lo stesso Andy Murray ha rivelato di aver accusato un po’ di stanchezza che lo ha pregiudicato: ha chiesto troppo lo scorso anno al suo fisico e ora sta pagando lo scotto di quello sforzo compiuto intravedendo la possibilità di diventare n. 1 e spingendo sull’acceleratore a più non posso; ma ora la benzina è quasi finita e sa perfettamente che non potrà restare al vertice della classifica mondiale per molto: entro l’anno probabilmente –pronostica- perderà il primo posto e questo riapre gli scontri tra i cosiddetti ‘fab four’, i favolosi quattro (lui, Djkokovic, Federer e Nadal) quali leader della classifica Atp. Ma la consolazione è che presto diventerà papà per la seconda volta (dopo la piccola Sofia) e lo stesso vale per Nole, che sarà padre di nuovo tra solamente un mese. Intanto Roger sale alla posizione n. 3 e ha mostrato di avere una marcia in più di tutti gli altri sicuramente in questo Wimbledon 2017.

Emozioni sono venute anche dal torneo femminile. Innanzitutto da segnalare il ritorno di un’ex campionessa: Flavia Pennetta, al commento in telecronaca per Sky, che aveva l’esclusiva sul torneo. Poi per la finale particolare che si è giocata tra Venus Williams e Garbine Muguruza. La prima cercava di rappresentare dignitosamente la famiglia e tenerne alto il nome. Con la sorella hanno segnato –ha spiegato la Pennetta- una nuova epoca nel tennis, rappresentando una generazione di giocatrici fatta di potenza fisica esplosiva e di tennis aggressivo. Ora lo scenario è completamente cambiato e con l’uscita di Serena (per gravidanza) e di Maria Sharapova, molte le possibilità che si sono aperte per le atlete. Un’occasione mancata è stata quella della rumena Simona Halep, che sarebbe potuta diventare la nuova numero uno e invece ha perso nei quarti dalla padrona di casa Johanna Konta in tre set per 6/7(2) 7/6(5) 6/4 a favore di quest’ultima, sciupando e facendo sfumare tale possibilità.

Quasi verrebbe voglia persino a lei di tornare a giocare –ha confessato Flavia con un pizzico di malinconia e un dolce rimpianto dettato da una passione vera mai spenta per questo sport che tanto ha amato e ama ancora-. La spagnola si è presentata in forma strabiliante e ha imposto un duro doppio 6/1 in semifinale alla giocatrice “sorpresa” dell’esito del main draw: la 28enne Rybarikova. Nella finale il primo parziale è stato di perfetto equilibrio e Venus ha giocato bene, poi la Muguruza è riuscita a strapparle il game decisivo per chiudere 7/5, con qualcosina in più nei colpi a livello di precisione e profondità: più incisivi, hanno costretto maggiormente l’americana all’errore e a prenderis dei forti rischi, soprattutto a venire avanti a rete e attaccare, spesso preda dei passanti di un’aggressiva e decisiva Muguruza (spietata e determinata nel ricercare di tenere a bada un’avversaria insidiosa). Poi nel secondo il crollo della maggiore delle sorelle Williams che, break dopo break dell’altra, si è arresa con un drastico 6/0; ma non ha negato un sorriso al pubblico, che non le ha negato un sincero, lungo e meritato applauso di apprezzamento. Ḕ stata quasi una sfida tra passato (rappresentato dalel Williams) e presente (la Muguruza, forse la più fresca di tutte le tenniste). Ora resta da capire chi avrà il futuro e si dimostra pronta per la guida del tennis prossimo venturo.

Questa è la magia di Wimbledon, tutto esaurito per tutta la settimana, regno dell’eleganza e della sofisticatezza più chic e glamour, un fascino imponente che deriva da un turbinio di ricordi e memorie che lo circondano, come in un impero fatto di un’ecatombe di missioni straordinarie e impossibili compiute non finite nell’oblio, ma da cui il tennis nella forma più alta del talento puro risorge dalle propri ceneri completamente e nuovamente sempre rinnovato. Una galleria di fotografie e di fotogrammi per immagini, di quadri, di coppe, per ripercorrere la carriera di chi ha visto scritto il proprio nome sul trofeo, ma anche di chi è stato protagonista dei momenti più salienti e importanti del torneo senza comparire necessariamente, lo ricordano ogni volta agli atleti (ramemtando loro il significato di tale Grand Slam) quando entrano nel Centrale, passando per il tunnel e le scalinate che conducono all’accesso al campo principale, il cui ingresso significa entrare in una sorta di arena dei gladiatori come può essere il Colosseo a Roma. Un po’ come un “eroe civile” e simbolico è stato Federer alla stregua di Francesco Totti. Le telecamere che hanno seguito i tennisti lungo tutto il percorso per entrare a giocare le finali hanno fatto ben rendere conto di questo: una sorta di stile regale e farsesco, austero, principesco, nobile, elegante e dorato ovunque, quasi a richiamare quello delle fastose gallerie Harrods, in cui tutto deve essere in ordine, lindo, lucido, pulito, trasparente, luccicante quasi a brillare di luce propria del vero estro tennistico doc qui rappresentato.

E sicuramente, se nell’albo della storia di Wimbledon si deve scrivere un nome che non sia quello del vincitore o dei finalisti, nell’edizione 2017 dovrebbe comparire quello di Gilles Muller. Il lussemburghese è stato protagonista di due match durissimi, tiratissimi e lottatissimi nei quarti e nel turno precedente, contro due dei tennisti migliori. Prima è riuscito a sconfiggere Rafael Nadal per 6/3 6/4 3/6 4/6 15/13. La testa di serie n. 16 ha dominato la n. 4 meritatamente con quel colpo in più che ha fatto la differenza contro un Rafa in difficoltà e non in giornata, anche se si è ripreso e ha rimontato, riuscendo a recuperare i due set di svantaggio con la grinta e la tenacia che da sempre lo contraddistinguono; il punteggio stesso dimostra l’equilibrio di un match alla pari, nonostante lo spagnolo abbia quasi sempre dovuto recuperare, tanto che Gilles ha tenuto molto più agevolmente i propri turni di battuta puntando sul rovescio dell’avversario e non sul dritto potente di Rafa e chiudendo spessissimo il punto con un’accelerata (per il più delle volte lungolinea) con il suo dritto sempre mancino anche lui come lo spagnolo (cosa molto curiosa veder giocare contro due mancini). Questo forse è stato il più bel match di tutto il torneo. Poi Muller è andato al quinto set anche contro il futuro finalista Cilic: 6/3 6/7(8) 5/7 7/5 1/6 il punteggio con cui si è arreso, forse a causa di un po’ di stanchezza derivante dal precedente incontro. Si sono fatti notare, poi (sono sempre in agguato anche se non sono ‘esplosi’): Alexander Zverev, Milos Raonic, Dominic Thiem e Sam Querrey. Quest’ultimo è arrivato sino in semifinale dove ha perso da Cilic (il croato ha vinto sull’americano per 6/7 6/4 7/6 7/5). Se Marin può ritenersi soddisfatto del traguardo raggiunto della finale, Sam lo può altrettanto essere per il fatto di aver eliminato Andy Murray ai quarti con il punteggio di 3/6 6/4 6/7 6/1 6/1, indice del crollo fisico della testa di serie n. 1. I giovanissimi Zverev e Thiem giocano bene e perdono entrambi al quarto turno al quinto set: il tedesco da Milos Raonic (che poi deve arrendersi in tre set al ‘maestro’ Roger Federer) per 4/6 7/5 4/6 7/5 6/1 quando sembrava stare per farcela a vincere e l’austriaco da Berdych per 3/6 7/6 3/6 6/3 3/6; anche in questi casi due partite molto equilibrate e due sconfitte che ci possono stare contro due avversari non da poco, ma di tutto rispetto. Con questa scelta di papabili candidati a dominatori della scena nel circuito Atp si solleva solo una domanda e resta solamente una questione su cui interrogarsi: Federer di nuovo il nuovo n. 1? Lo svizzero è ancora nuovamente da leader della classifica e pronto per riprendere il comando del seeding? Il tempo darà le risposte, ma non è un’opzione da escludere.

Barbara Conti

Wimbledon: la lotta tra Murray e Nole. Eastbourne e l’Atp di Antalya

murray e noleStagione sull’erba entrata nel vivo con l’avvio del Grand Slam di Wimbledon 2017. Sorteggio dalla doppia sfaccettatura per gli italiani. Male per Marco Cecchinato, che incontra subito il giapponese Kei Nishikori e perde malamente dal n. 9 del mondo per 6/2 6/2 6/0. Lo statunitense Sam Querrey impone una dura lezione a Thomas Fabbiano (che lotta, ma perde per 7/6 7/5 6/2); difficile sarà anche l’incontro per Paolo Lorenzi contro l’argentino Horacio Zeballos. Meglio per Fabio Fognini contro il russo Tursunov o Andreas Seppi contro il ceco Norbert Gombos. Per il momento prosegue il suo cammino qui a Wimbledon il qualificato Simone Bolelli, che elimina in quattro set il taiwanese Lu con il punteggio di 6/3 1/6 6/3 6/4. Buona notizia. Sarà scontro alla pari tra giovanissimi tra Stefano Travaglia e Andrey Rublev, quest’ultimo già “prenotato” per le Next Gen Atp Finals di novembre (dal 7 all’11) a Milano. Stessa situazione per le donne: Camila Giorgi (n. 84 del mondo) avrà come avversaria Alizé Cornet (n. 41); incontro non facile, ma alla sua portata, soprattutto sull’erba dove la marchigiana ama giocare. Bene per Francesca Schiavone: la milanese, n. 73 del ranking mondiale, dovrà vedersela con l’abbordabile lussemburghese Mandy Minella (n. 79). Non facile per Sara Errani (n. 74), che avrà di fronte la bulgara Tsvetana Pironkova: attuale n. 149, è un match abbordabile per la bolognese, ma la Pironkova non è una tennista semplice da battere. Per la nostra numero uno, Roberta Vinci (n. 33 del mondo e testa di serie n. 31 del tabellone di Wimbledon) ci sarà la n. 44 Kristyna Pliskova, sorella e gemella della più forte Karolina: quest’ultima è l’attuale n. 3 del mondo. Proprio la tennista ceca è stata protagonista assoluta e vincitrice del torneo Wta di Eastbourne su una buona Caroline Wozniacki, che ha battuto con un doppio 6/4 senza lasciarle possibilità di replica: la danese le ha provate davvero tutte. Non solo servizio ed ace per la ceca, che ha letteralmente anticipato e tolto il tempo ala Wozniacki, interrompendo gli scambi e accorciandoli, laddove scambi più lunghi avrebbero favorito più la danese di sicuro. L’Atp di Eastbourne, invece, ha visto il ritorno convincente e fermo di Novak Djokovic. Il serbo non ha ceduto un set per tutto il torneo e in finale ha dominato per 6/3 6/4 il francese Gael Monfils. Per l’attuale n. 4 del mondo è il 68esimo titolo al mondo e il secondo stagionale dopo la vittoria ad inizio gennaio a Doha su Andy Murray; l’inglese a Wimbledon parte da super favorito, testa di serie n. 1, seguito proprio da Nole al n. 2 del seeding: dunque una nuova sfida aperta di nuovo tra i due, come accadeva pochi mesi orsono. Se ad Eastbourne sono stati protagonisti i gabbiani, con i loro voli e il loro strido rumoroso, divertente è stato anche l’abbraccio con un sorriso ironico, da parte di Monfils, con Djokovic per un paio di nastri (ma soprattutto un net in particolare) fortunati del serbo, su palle decisive. Ma nulla da togliere o eccepire al talento, alla sicurezza di gioco mostrata da Nole.
A proposito di Wimbledon, la prima notizia negativa, invece, arriva dall’australiano Nick Kyrgios, ritiratosi contro Herbert sul 6/3 6/4 per il francese. A proposito di giovani esordienti, poi, cui accennavamo, continua la corsa con i più forti di Khackanov, che batte Kuznetsov per 7/6 2/6 6/3 1/6 6/2. E, se a battere il nostro giovane talento Cecchinato è stato il giapponese Nishikori, all’Atp di Antalya la finale ha visto dominare l’altro giovane nipponico, erede di Kei: Yiuchi Sugita. Il 28enne ha avuto la meglio su Adrian Mannarino per 6/1 7/6(4). Un primo set a senso unico senza storia, in cui in campo c’è stato solo Sugita, Mannarino ha commesso solo errori gratuiti forzati. Merito anche dell’eccellente tennis esemplare giocato dal giapponese, con accelerate improvvise straordinarie che hanno lasciato fermo l’avversario a guardarle impotente. Nel secondo c’è stato più equilibrio, complice Yiuchi che ha preteso forse un po’ troppo da sé: stanco, ha spinto troppo, rischiato tanto e troppo, e sbagliato di più, rimettendo in carreggiata Mannarino, fino a quel momento andato veramente in confusione; ma poi Sugita ha ripreso il controllo e vinto al tie break, giocandolo decisamente meglio e con più precisione. Tra l’altro, a proposito di italiani a Wimbledon e del sorteggio di Andreas Seppi, quest’ultimo stesso era stato protagonista qui all’Atp di Antalya, perdendo in semifinale proprio da Mannarino con un doppio 6/4. Una grande occasione sciupata qui in Turchia per il tennista di Bolzano, ma forse a penalizzarlo è stata la sofferenza per l’enorme caldo delle temperature elevatissime, che hanno raggiunto fino a 42 gradi.

Ad Halle un Federer
da manuale si ‘prenota’
per Wimbledon

federer-halleLa “roccia” Roger e la “pietra” Petra rispondono all’appello e alla chiamata dell’erba per far ripartire la loro stagione tennistica. Due grandi ritorni, già annunciati e confermati, ma non solo. Anche quello della Sevastova, ritiratasi nel 2013. La tennista lettone, classe 1990, ha raggiunto il suo best ranking lo scorso 15 maggio quando è riuscita a piazzarsi alla posizione n. 18 della classifica mondiale; attuale n. 19 del mondo è stata, così, la prima lettone ad entrare nella top 20. Dopo l’esordio nel 2007 al torneo Wta di Istanbul, per lei l’anno d’oro è stato il 2010: raggiunge prima la semifinale al Wta di Monterrey, battendo al primo turno Jelena Jankovic e arrendendosi solo dopo tre set alla Pavljucenkova; poi arriva in finale al Wta di Estoril e vince il suo primo torneo, battendo per 6/2 7/5 Arantxa Parra Santonja. Poi i continui infortuni che l’hanno costretta a ritirarsi ufficialmente il 12 maggio 2013. Ma non definitivamente. La sua decisione é stata rettificata ed Anastasija é tornata a giocare a fine gennaio 2015. Altri dopo due anni eccola di nuovo lì a competere ad alto livello ed è il torneo di Mallorca che la vede trionfare in tre set su Julia Görges: questa volta sull’erba e non sulla terra. 6/3 3/6 6/4 il risultato finale, che mostra tutto il merito della lettone, che ha avuto sempre una marcia in più: match molto equilibrato, la Görges gioca bene e lotta tanto, ma poi a fare il punto decisivo é sempre la Sevastova. Tra i premianti del Wta di Mallorca per coincidenza, tra l’altro, proprio la serba Jelena Jankovic che le ‘regalò’ una delle sue vittorie più prestigiose ed importanti. Viceversa é stato un torneo sfortunato per le azzurre: la Errani é stata sconfitta subito al secondo turno da Roberta Vinci; l’italiana, poi, a sua volta ha perso dalla Garcia ai quarti; una buona Camila Giorgi, infine, é stata costretta al ritiro per infortunio.

Sicuramente, però, a parte questo nuovo nome della Sevastova (che si aggiunge all’albo delle prime 20 tenniste più forti), tutti i riflettori erano puntati sull’Atp di Halle e su Roger Federer (testa di serie n. 1). Un Federer da manuale si impone facilmente su un buon Alexander Zverev (testa di serie n. 4). Il tedesco perde in casa, ma qui ad essere padrone é stato più volte in passato l’elvetico. Lo svizzero ha vinto il torneo nove volte: dal 2003 al 2006 e dal 2013 al 2015. Lo scorso anno a conquistare il trofeo qui era stato Mayer (di cui lui si è liberato facilmente nei quarti per 6/3 6/4). A 35 anni, liquida con un netto e severo 6/1 6/3 senza storia Zverev, in neppure un’ora di gioco. Contro questo Federer nessuno avrebbe potuto vincere. Ha battuto il tedesco con le palle corte, smorzate di estrema precisione e sensibilità. Ora per lui, attuale n. 5 al mondo, l’erba di Wimbledon non è più una conquista così lontana o impossibile. Tra l’altro il Grand Slam di Wimbledon occupa una corposa fetta dei titoli che ha messo da parte negli anni: vi ha messo la sua firma ben sette volte; nel 2003, 2004, 2005, 2006, 2007, 2009 e 2012.

All’edizione del 2017 partirà da testa di serie n. 3 (la n. 4 é Nadal). Dopo il grave infortunio alla schiena pochi avrebbero pensato di poterlo trovare in forma così smagliante e in condizioni così eccellenti. Ma Roger é un tennista molto intelligente ed ha saputo scegliere i modi e i tempi per rientrare: dove, quando, quanto giocare e come (superficie e tattica più adatta al suo stato fisico). Come sicuramente Zverev é ben quotato, non solo per le Next Gen Atp Finals di Milano, ma anche per Wimbledon stesso. Di certo la parte migliore del torneo di Halle é stata la premiazione: sia per la presenza di Eva Herzigova (di cui i tennisti saranno stati contenti), sia per il piacevole e divertente scambio di battute tra i due finalisti e con il pubblico in tedesco, per essere riconoscenti con un torneo accogliente cui tengono molto. ‘Achtung’, ‘attenzione’ a quei due allora é il caso di dire. Soprattutto a un Federer da record: 92 titoli in carriera conquistati (solo Lendl con 94 e Connors con 109 hanno fatto meglio), 4 stagionali quest’anno (tre per Zverev) e in tutto 16 finali vinte sull’erba (tra Wimbledon e l’Atp di Halle appunto).

Ma il torneo di Halle ha mostrato anche la rivelazione del giovane Karen Khachanov (arrivato sino in semifinale e sconfitto da Federer per 6/4 7/6) e dell’altro giovane interessante, in vista proprio delle Next Gen Atp Finals, Andrey Rublev, su cui ha avuto la meglio nei quarti proprio Khachanov in tre set: 76(8) 46 63; ma c’è stato anche un buon Richard Gasquet, l’altro semifinalista tenuto abilmente a bada da Zverev in tre set con il punteggio di 46 64 63. Così come

Altri tre tennisti da tenere d’occhio in vista di Wimbledon sono Gilles Müller (vincitore dell’Atp di ‘s Hertogenbosch su Karlovic e arrivato in semifinale al Queen’s dove è stato battuto da Cilic per 6/3 5/7 6/4, veramente per pochi colpi); lo stesso Cilic, finalista qui all’Aegon Championship di Londra e semifinalista al torneo di ‘s Hertogenbosch, dove è uscito per mano di Ivo Karlovic dopo tre durissimi set: 76(4) 57 76(2).. E poi Feliciano Lopez, che ha conquistato il torneo del Queen’s, imponendosi su Marin Cilic. Lo spagnolo ha vinto sul croato in rimonta, è sembrato più fresco, ha sbagliato meno, ha fatto tanti punti soprattutto con accelerate di dritto mancino, è riuscito a fare la differenza allungando lo scambio come si fosse sulla terra rossa, ha tenuto bene i suoi turni di battuta con servizi anche a 0, ha annullato un match point e ne ha avuti tre. Alla fine è andato a chiudere l’incontro per 4/6 7/6(2) 7/6(8). Cilic è apparso a tratti stanco, ma forse a penalizzarlo è stato il forte vento (che ha inciso anche sui lanci di palla al servizio), con tanto di busta di plastica volata in campo e raccolta da una raccattapalle. Lui non era testa di serie, mentre Cilic era il n. 4 del seeding: questo gli dà altri punti in più preziosi in vista del Grand Slam sull’erba; e che non si dica più che uno spagnolo è solo un ‘terraiolo’, ma sull’erba Lopez ha dimostrato di sapersi muovere molto bene. Poi mostrare tali freschezza e precisione in più (contro non un avversario qualsiasi, ma contro Cilic) non sono che di buono auspicio per Wimbledon.

Così come strepitosa sin dal primo turno é stata nel Wta di Birmingham Petra Kvitova, di nuovo in corsa da vera combattente di top ten. Un ritorno dopo l’infortunio alla mano in grande stile. In finale contro la Barty sfonda soprattutto con dritti potenti, in profondità, con accelerate improvvise che fa partire a tutto braccio con un’esplosione di forza e precisione, colpi incisivi tanto più che mancini. Ma anche buone volée accarezzate sotto rete e buon gioco d’attacco a rete. Nel primo set gioca bene e domina, ma commette qualche errore in più e la Barty ne approfitta. Se ace, vincenti sono tutti a favore della ceca, che commette anche meno errori gratuiti, la differenza la fanno però le palle break in più per la Barty. Nel secondo set la situazione si ribalta tutta a favore della Kvitova. Il terzo è una volata per la ceca, che dopo il break subito all’inizio arriva sino al 5-1, ma ha una battuta d’arresto e si fa fare contro-break, che porta la Barty sul 2-5, ma lì c’è l’altro break definitivo che le regala il 6/2 decisivo del terzo set: 4/6 6/3 6/2. La Barty ha insistito troppo sul dritto potente e mancino, arrotato, della ceca. Alla fine del match la Kvitova ha esultato di gioia. Anche se, poi, é stata costretta per problemi fisici a dare forfait al Wta di Eastbourne. Speriamo non sia un ritiro forzato pregiudicante in vista di Wimbledon. Proprio ora dopo la vittoria al Wta di Birmingham sarebbe una vera sfortuna.

Barbara Conti

Top di Müller, Pouille, Kontaveit, ma anche Federer e Kvitova in corsa

Anett-Kontaveit-s-Hertogenbosch-2017-1Il torneo di ’s Hertogenbosch come l’Atp di Stoccarda. Entrambi, o meglio tutti e tre (dato che il primo prevedeva sia la sezione maschile che femminile), hanno fatto emergere talenti ‘nuovi’ per modo di dire. Ovvero tennisti che, finalmente, sono riusciti ad imporsi a giusto merito, dopo aver sfiorato più volte il successo.
È successo innanzitutto nell’Atp del Ricoh Open, che ha visto all’ultimo turno una finale tra “giganti” e “maestri dell’ace”. I Paesi Bassi hanno incoronato per la prima volta campione Gilles Müller. Qui il tennista lussemburghese è riuscito a conquistare la sua seconda finale, con una vittoria dopo le molte finali perse. Ben sei, di cui una proprio contro il suo avversario in questo torneo “fortunato” e “benedetto” di ‘s Hertogenbosch: Ivo Karlovic. Ben due tie-break per portare a casa il trofeo, che equivale al secondo titolo stagionale. Quest’anno già aveva vinto a Sydney, imponendosi sul cemento sullo statunitense Daniel Evans per 7/6(5) 6/2. Ora ha replicato contro il croato, facendo il bis con un doppio tie-break lottato e terminato per 7/6(5) 7/6(4). A distanza di qualche mese torna a vincere: dal lontano 14 gennaio scorso in Australia, si è ripetuto il passato 18 giugno, ma ha confermato che l’erba è decisamente la superficie dove riesce ad esprimersi meglio. Sicuramente è molto cresciuto e migliorato tennisticamente, ma ha impressionato soprattutto per il grado di precisione, di rapidità, di incisività, di essenzialità che ha saputo mettere in campo. Pochi scambi, i passaggi fondamentali per fare il punto e null’altro. Molto più forte al servizio, ha tenuto bene i suoi turni di battuta infatti, piazzando innumerevoli aces di potenza spaventosa (intorno ai 200 km/h); ha fatto più volte serve&volley quando ha potuto, ma soprattutto ha passato (sia col dritto che col rovescio) Karlovic e tutti gli altri avversari. Senza neppure sembra faticare. Anzi è sembrato essere sempre tranquillo in campo e sicuro di poter portare a casa il match, senza esitazioni, titubanze o momenti di difficoltà o timore. Serafico e calmo, non ha avuto appannamenti o fasi di oscuramento da parte degli altri tennisti; anche nelle circostanze di maggiore equilibrio degli incontri, è sembrato avere una marcia in più, qualcosa in più, più qualità, ma soprattutto più produttività dal punto di vista del punteggio e del parziale, che non l’ha mai visto in difetto. Ha vinto per merito perché ha giocato meglio. Era dal 2004 che ci provava e inseguiva la vittoria in finale. Riuscire a sollevare il trofeo è il giusto coronamento, meritato per un talento valido e un tennis espresso di qualità, di livello, fatto di punti e non sugli errori dell’avversario. Ripercorrendo la sua carriera, la prima possibilità sfiorata arriva con la finale (persa come tutte le altre che citeremo) nel 2004 appunto sul cemento di Washington, sconfitto da Hewitt per 6/3 6/4; poi è la volta, l’anno successivo, sempre sul cemento, del torneo di Los Angeles: giustiziato da André Agassi per 6/4 7/5; con un salto avanti nel tempo, arriviamo al 2012 e, per la terza occasione si trova a disputare una finale contro Andy Roddick: ed è di nuovo il cemento ad essergli fatale, dopo un match duro e lottato conclusosi al terzo set (per 6-1, 62-7, 2-6); lo scorso anno, nel 2016, arriva sempre all’ultimo turno e sempre qui a ‘s Hertogenbosch: quarta chance sfumata per mano di Nicolas Mahut, che gli infligge un netto doppio 6/4. Sempre dello stesso anno è l’altra quinta opportunità avuta di conquistare il suo primo titolo, sempre sull’erba: stavolta quello di Newport, dove cade sconfitto proprio da Ivo Karlovic (con cui si è preso la rivalsa). Un match strepitoso, con tre lunghissimi tie-break sancisce la vittoria del croato, sudatissimi: 7-62, 65-7, 612-7; l’ultimo dimostra proprio quanto sia stata una partita persa per poco da parte del lussemburghese, in cui la differenza è stata proprio di un punto (o meglio dei due punti di distacco necessari al tie-break).E poi l’ultima finale sfumata è stata, sulla terra (dove Müller ha più difficoltà), quest’anno, lo scorso maggio, all’Atp di Estoril, contro Carreno Busta: un giovane talentuoso, molto interessante e dal gioco “vivace”, “frizzante” e “sprezzante”, molto incisivo, che lo ha eliminato per 6/2 7/6(5). Ovviamente il livello alto raggiunto dal lussemburghese lo si vede dai nomi degli avversari contro cui ha perso, tutti eccellenti. Attuale n. 26 del mondo, la top venti ormai è a sua portata, ma la top ten non è così distante se continuerà con questa continuità.
E, sempre nel maschile, è arrivato il momento anche per il francese Lucas Pouille. Gioco aggressivo, grintoso, spinge su tutto e pretende molto da sé; si infervora facilmente se qualcosa non gli riesce, lotta molto, ma soprattutto rischia tantissimo, commettendo spesso qualche errore di troppo. Non esita ad attaccare e venire in avanti a rete, soprattutto nei momenti in cui il punteggio si fa più stringente, per trovare la soluzione vincente; altrimenti rimane inossidabile a fondo (quasi un muro che ribatte e respinge tutto alla Agassi per capirsi), correndo da una parte all’altra generoso, cercando qualche soluzione di fino e di precisione. Anche per lui secondo titolo stagionale, dopo la conquista del torneo di Budapest su Bedene (per 6/3 6/1) sulla terra rossa ad aprile. A distanza di due mesi, lo scorso 18 giugno ha scritto il suo nome sull’Atp di Stoccarda (sull’erba), sconfiggendo in rimonta un avversario ostico come Feliciano Lopez (giocatore più da terra che da erba). 4-6, 7-65, 6-4 il punteggio di una partita che sembrava volgere tutta a favore dello spagnolo. Il transalpino acciuffa, quasi per miracolo visto l’andamento del match, il tie-break del secondo set e poi decolla andando a dominare il terzo e decisivo. Ha mostrato maturità giocando egregiamente, e molto meglio rispetto a Lopez, il tie-break, indovinando tutte le trovate necessarie di variazioni di schema tattico. Arrivando persino a primeggiare da fondo sul terreno tipico, favorevole e consono allo spagnolo: lo scambio lungo da fondocampo. Ad un certo punto, con un Lopez in confusione e in difficoltà (ed anche stanco), è stato tutto più semplice e facile. Per lui, invece, è il terzo titolo in carriera, poiché le vittorie a Budapest e Stoccarda vanno ad aggiungersi a quella in Francia a Metz, all’Open della Mosella (sull’austriaco Thiem per 7/6 6/2) del 2016. Mentre sono due le finali perse: dopo quella in casa contro Tsonga (con un doppio 6/4) sul cemento di Marsiglia quest’anno, nel 2016 era stata la terra rossa di Bucarest ad essergli fatale, dove si arrese per mano di Fernando Verdasco per 6/3 6/2. Tuttavia in più occasioni Lucas Pouille si era messo in evidenza con il suo talento.
Ed altro talento prodigio è quello di Anett Kontaveit. Il 2017 sembra davvero essere il suo anno fortunato. Dopo la finale, contro l’altra giovane esordiente Vondrousova, alla prima edizione del Wta di Biella, è tornata in finale anche qui ad ‘s Hertogenbosch. Il cemento svizzero le era stato fatale, ed aveva perso per 6/4 7/6(6) contro la Vondrousova, diventando molto fallosa soprattutto nella parte conclusiva del primo set, per poi approfittare di un lieve calo dell’avversaria e rimontare nel secondo set. Non fallisce qui nei Paesi Bassi e vince facilmente (sull’erba stavolta) per 6/2 6/3 su un’altra giovane, interessante ed emergente avversaria (che sicuramente farà di questa finale persa il suo trampolino di lancio): Natal’ja Vichljanceva. Classe ’95, la tennista estone nata a Tallinn mostra buoni fondamentali con cui ama sorprendere le avversarie con accelerate improvvise e passarle con passanti sia lungolinea che incrociati. Sicuramente, se un appunto si vuole fare alla Kontaveit, è di rafforzare il gioco di rete (negli smash e nelle volée è più fallosa), che la agevolerebbe, facilitandola nel trovare la soluzione giusta vincente. Facendole risparmiare anche un po’ di energie, scorciando gli scambi da fondo, che regge benissimo, ma che di solito sono lunghissimi: la vedono protagonista in quanto riesce sempre a tenere il ritmo, con una precisione notevole, ma in cui spesso fatica a trovare il colpo definitivo o comunque dove deve rischiare moltissimo, anche se la maggior parte delle volte è lei a concludere con l’accelerata vincente, che spiazza l’avversaria lasciandola letteralmente ferma a guardare.
Tutti invece incantati a guardare Roger Federer, tornato a giocare a Stoccarda (dove però ha perso al primo turno da Tommy Haas per 2/6 7/6 6/4) e ad Halle: è il solito Federer che tutti siamo abituati a vedere, dai colpi magistrali, per lui sembra tutto facile e semplice. Ma anche Petra Kvitova al Wta di Birmingham, dopo l’infortunio per l’incidente alla mano: più forte di prima, più potenza nei colpi, ma anche più precisione. Sicuramente due notizie che fanno piacere.

Tiziano Ferro da sold out! Ritmo ‘lento o veloce’? Decide(rà) il pubblico

Tiziano Ferro live: scopre ‘il mestiere della vita’ scrivendo con la sua stilografica l’incanto di dare ‘il conforto’.
Ed anche a Roma, allo Stadio Olimpico il 28 e 30 giugno, ‘potremo ritornare’ a godere della sua musica per un tour da una venatura particolarmente romantica. Sarà ‘lento o veloce’? Decide(rà) il pubblico.

tiziano ferroUn nuovo singolo “Lento/Veloce” che sta spopolando. Un videoclip e un duetto del pezzo che ha cantato con Carmen Consoli, con cui ha instaurato una recente collaborazione in “Il conforto”. Il neo sostegno a “Save the children” e la sua canzone storica “Il regalo più grande” ‘donata’ per lo spot della Vodafone. Un futuro da imitatore e un tour che lo attende: due date all’Olimpico di Roma (il 28 e 30 giugno), di cui la prima già sold out e la seconda con pochi posti disponibili rimasti. Che altro può attendere Tiziano Ferro? Uno scenario lo ha aperto la sua partecipazione alla trasmissione di Virginia Raffaele “Facciamo che io ero”. Durante la sua apparizione ha cantato in “Joyful joyful”, pezzo gospel che gli ricorda i suoi esordi nei cori di Chiesa; ma soprattutto ha chiesto alla comica, imitatrice e presentatrice di fare un programma insieme. Non male. Ma per Ferro un’opportunità sarebbe proprio un tour nei teatri con uno spettacolo con intermezzi comici e, soprattutto, dove portare cover gospel, con cui potrebbe fare un nuovo disco insieme a qualche inedito (o perché non un intero disco unplugged?). Non solo la musica gospel gli riesce perfettamente, ma anche l’ambientazione del teatro e del musical, della recitazione affiancata all’imitazione. E in questo Virginia Raffaele sarebbe perfetta anche perché, con la sua voce, può permettersi perfino qualche duetto. Se Tiziano non dimentica le origini e una linea musicale di genere più tradizionale, é comunque sempre attento alle nuove tecnologie. Ben descrive l’universo della musica sui social, diffusa tramite Internet e il web in “My steelo”, in cui dice “a 16 anni hai già un video in rete”: un riferimento che offre una doppia lettura; ai giovani talenti prodigio premiati (come del resto Ferro stesso) ai Wind Music Awards per i milioni di visualizzazioni che riescono a fare, ma fa intravedere anche una connotazione negativa. Oggi postiamo di tutto sui social e in rete, senza che ci sia più privacy né rispetto della persona: stiamo parlando del bullismo e cyberbullismo, i cui casi aumentano sempre di più così come i connessi suicidi, a seguito delle umiliazioni subite, tanto che anche “Porta a porta” vi ha dedicato una puntata e l
di recente è stata approvata la nuova normativa più stringente al riguardo. Perché allora, per un artista della sua sensibilità, non scrivere un testo ad hoc su tale tragico fenomeno in ricordo delle vittime e far partire una campagna di sensibilizzazione di cui farsi promotore e portavoce? Un tormentone incentiverebbe la diffusione del messaggio. La campagna potrebbe partire dalla sua città di Latina stessa, magari con un duetto o una collaborazione con il piccolo talento di “Ti lascio una canzone” Simone Iouè: con cui potrebbe fare persino una canzone (a prescindere dal cyberbullismo) sul racconto della storia (autobiografica per entrambi) di un bimbo che riesce a realizzare il suo sogno di cantare e mostra tutte le difficoltà e le vicissitudini che ha dovuto affrontare. Ma per promuovere la problematica del (cyber)bullismo, soluzione migliore sarebbe coinvolgere associazioni già impegnate in merito: tipo l’ACBS (Associazione contro il bullismo scolastico), fondata nel febbraio 2015 dal ventenne Vincenzo (con il fratello Giuseppe e una decina di altri giovani), per tutte le vittime di tale atteggiamento vessatorio e di cui è stato vittima egli stesso. Per ricordare che, come si legge sul sito, “il coraggio è quello che ci vuole per alzarsi e parlare; ma il coraggio è anche quello che ci vuole per sedersi ed ascoltare” (Winston Churchill) e poi che “la comunicazione non è (tanto o solo) quello che diciamo, ma quello che arriva agli altri” (Thorsten Havener). Ed a proposito di campagne solidali, perché non scrivere qualcosa per “Save the children”? Di storie non ne mancherebbero: dal tema dei migranti, della povertà, della guerra, dei bimbi stranieri e del loro diritto all’istruzione; per educare con e attraverso la musica, in cui essi stessi si rifugiano per trovare una speranza. A parte qualche collaborazione black e soul che non guasterebbe, sarebbe importante per l’artista -a nostro avviso- approfittare dei 90 anni di Avis quest’anno (di cui lui è da anni sostenitore) per parlare della malattia e della salute (ispirata a qualche vicenda vera e che potrebbe ‘regalare’ a una nuova serie di “Braccialetti Rossi” per la colonna sonora, che ne gioverebbe perché quasi costruita ad hoc, senza considerare il fatto di poter contare su un nome importante e garanzia di qualità); anche in vista del prossimo centenario. E Ferro sa che la musica è uno strumento e un veicolo importante per smuovere le coscienze. Lo stesso termine inglese ‘steel’, racchiuso in ‘steelo’ significa ‘(d’)acciaio (inossidabile)’, ovvero qualcosa che resta indelebile e lascia un segno intangibile che resiste nel tempo. Un po’ a richiamare lo slogan di Avis che, come ogni anno, sarà presente ad ogni tappa del suo tour: “comunicare il mio unico vero valore assoluto”, a richiamare un altro dei suoi successi racchiusi nell’ultimo album, “Il mestiere della vita”. Perché il ‘mestiere della vita’ è anche questo: diffondere il valore assoluto per eccellenza che è la solidarietà. Quest’ultimo un principio morale che lui contribuisce a scrivere con una sorta di penna stilo-grafica (la pronuncia della prima parte è la stessa della parola inglese ‘steel’ di ‘steelo’) immaginaria. D’altronde se l’anagramma di ‘Avis’ è ‘vasi’, i suoi dischi e le sue tournée con i suoi successi equivalgono un po’ come a piantare in tanti vasi numerosi semi ‘solidali’ e preziosi. Ed anche questo contribuisce a creare nella musica di Ferro una venatura più romantica che ‘Potremo ritornare’ a godere nelle tappe romane del live tour (del 28 e 30 giugno), che di sicuro sarà un “Incanto”.
E allora a questo punto dovrebbe sollevarsi un grido al coro di: “Senza scappare mai più”, per non fuggire più davanti né continuare ad essere indifferenti di fronte a soprusi, vessazioni, ingiustizie, discriminazioni e ogni atto di violenza (e non solo di cyber-bullismo). Questo è davvero “Epic”(o), come la sua vita (in bilico), come un libro -come canta nell’omonima canzone del suo ultimo cd. Per andare avanti e non restare ‘indietro’ nella lotta e in queste battaglie sociali ancora da vincere continuando la battaglia.

Barbara Conti

“Con il cuore nel nome di Francesco”: riscoprire
la solidarietà e la pace

conilcuoreTornata, come ogni anno, “Con il cuore-nel nome di Francesco”. In diretta da Assisi. “Sempre con San Francesco nel cuore” – come ha detto a conclusione di trasmissione Carlo Conti, di nuovo alla conduzione del programma in questa suggestiva location. Da subito è stata forte l’impronta che anche quest’anno avrebbe avuto: seguire l’esempio di San Francesco. Per insegnare la solidarietà (con tanti progetti solidali), ma soprattutto per parlare di pace (di cui c’è quanto mai bisogno), di religione e, in particolare, di fede. Con una testimonianza inedita d’eccezione: quella di Max Laudadio. Fede come fratellanza. Un’unione che nasce anche grazie alla forza e alla potenza della musica. E poi, da qualche mese, Assisi ha un altro nuovo santuario (inaugurato il 20 maggio scorso): il secondo si chiama “Santuario della Spogliazione” (non a caso), perché qui c’è stato un uomo che si è spogliato di tutto per trovare la vera gioia e la purezza della e nella bellezza. Si tratta della chiesa di Santa Maria Maggiore, l’antica Cattedrale della città serafica dove venne battezzato San Francesco. Il suo gesto emblematico (compiuto davanti al padre Pietro di Bernardone per rimanere nudo come Cristo) ci ricorda come anche la Chiesa intera debba spogliarsi di tutto ciò che è futile ed effimero e seguire il cammino indicato dal percorso cominciato con questa scelta, apparentemente di rinuncia ma in realtà di enorme ricchezza spirituale ed interiore, di San Francesco. Per ritrovare, appunto, un più alto senso di moralità e gratificazione più intime – ha sottolineato mons. Domenico Sorrentino, arcivescovo di Assisi.

Meglio “Con il cuore” non poteva cominciare. La vera notizia è la vera esplosione di entusiasmo portata da Francesco Gabbani. Già album d’oro per il cd “Magellano”, multi-platino per il singolo “Occidentali’s karma” ai Wind Music Awards (condotti dallo stesso Conti con Vanessa Incontrada), ha fatto ballare tutti: suore, preti, sacerdoti e molti religiosi divertiti. Soprattutto il successo che gli ha regalato la vittoria all’ultimo Festival di Sanremo (stiamo parlando di “Occidentali’s karma” ovviamente, una sorta di vero inno alla fratellanza anche) è stato un trionfo, la cui esibizione qui ad Assisi ha fatto danzare decine di bambini, che lo hanno circondato e voluto abbracciare e che hanno intonato a memoria la melodia, di cui conoscevano tutte le parole (come anche i sacerdoti del resto, con le mani in alto verso il cielo). Tra l’altro Francesco Gabbani (un nome che lo lega ancor di più al messaggio del programma e al posto) sarà in concerto a Spoleto il 31 luglio prossimo, con una tappa del suo tour, una delle zone più colpite dal sisma. Non a caso uno dei progetti solidali promossi da “Con il cuore” è trovare fondi per la ricostruzione di San Pellegrino a Norcia: meglio e più bella di prima perché alcune attività sono ferme, c’è meno lavoro e la gente rischia di andare via da qui per trovare un’occupazione e poter ricominciare e questo sarebbe un altro terremoto – hanno spiegato – c’è un’emergenza assistenziale e abitativa a Norcia, dove si intende realizzare un centro polifunzionale. Altri riguardano le mense francescane a Milano e le missioni francescane in Africa e Nigeria ad esempio. Per diffondere l’accoglienza, non abbandonare le zone terremotate, ma anche creare inclusione. Per riconciliarci e guardare avanti insieme. Come ha detto Papa Francesco: “avere occhi nuovi per guardare i nostri fratelli”; lo straniero, il diverso, l’altro, non più visto come un problema, ma un’opportunità, una risorsa. Ed a tale riguardo, a proposito di Sanremo e fratellanza, come non citare il progetto “Saremo italiani” da “Sanremo italiano”, per insegnare l’italiano agli stranieri africani attraverso le canzoni italiane. Un concorso con le tre migliori portate qui nel programma in diretta da Assisi. Una di queste, la più importante forse, è stata “Felicità” (della coppia Al Bano e Romina Power): “Affinché sia (felicità appunto) quello che speriamo possano trovare qui nel nostro Paese”. Quando è stato regalato a Carlo Conti il libro sulla visita di Papa Bergoglio a Castel Nuovo di Porto, sono state ricordate le parole che pronunciò: “siamo diversi, siamo differenti, abbiamo culture differenti, ma siamo fratelli e vogliamo tutti vivere in pace e in armonia, in serenità”.

Ciò ci fa comprendere la portata religiosa di un messaggio evangelico di stampo moderno. Per questo Gabbani ha deciso di esibirsi subito in “Amen”. A seguire, Giorgia stessa ha portato qui ad Assisi il suo ultimo singolo “Credo”: “credo nelle persone, anche se in questo periodo è difficile avere e dare fiducia agli altri –ha commentato la cantante-; credo, poi, nel ‘sentire’, che è quello che non si vede, né tocca, qualcosa di intangibile, ma vero, che c’è” – ha aggiunto -, ringraziando per “quest’atmosfera che si respira che ti obbliga a guardarti dentro (in profondità) più che fuori”. Ma non è finita qui. Illustrando il progetto delle mense per i poveri (e dell’Emporio solidale) a Milano si è detto che “dà voglia di fare qualcosa per l’altro, per regalare un sorriso e un po’ di pace”. E si è sfiorata, così, l’altra parola chiave della serata: pace. Così ecco il contributo di testi quali la canzone di Paolo Vallesi e Amara, “Pace” appunto: “In nome dell’amore e della libertà, la pace per ritornare a dare un senso a questa umanità” – esorta il brano -. E poi “Pace” è anche il titolo del nuovo album di Fabrizio Moro, che ha cantato “Portami via”, il suo brano sanremese.

Ed è la stessa descrizione di tre affreschi, raffiguranti varie tappe della vita di San Francesco, ad illustrare nel migliore dei modi ed esplicitamente il suo messaggio evangelico appunto. Quello di Giotto in cui dona il suo mantello a un nobile decaduto richiama i nuovi poveri di oggi, che sono sempre di più; e, se le nuove povertà aumentano, occorre donare qualcosa di sé all’altro, questo è l’invito. Il secondo è quello del crocifisso di San Damiano, in cui lui comincia a riparare con le sue mani la Chiesa: è un nuovo stile di vita, con cui avvicina i giovani e lo fa edificando nella fratellanza; costruire qualcosa tenendo fisso lo sguardo su Gesù e rivolto a Dio per creare insieme fraternità. Il terzo è quello sul naufragio in Dalmazia: Francesco si imbarca da clandestino e alla fine del viaggio restano solo le sue provviste; lui che era un problema all’inizio, ora è una risorsa. Così come lo straniero, il diverso, non è un problema, ma un’opportunità.

Ma il vero senso della fede è venuto da Max Laudadio. A 44 anni –ha raccontato- si è trovato a pregare per la prima volta. Era sempre stato, prima di allora, ateo, non si aspettava la conversione e la “rivelazione”. La scoperta della fede è avvenuta proprio il giorno della nomina di Papa Francesco a Pontefice. Da non credente era lì con la sua famiglia, come spettatore ad assistere. Ma già sapeva che si sarebbe chiamato Francesco, aveva avuto “un’illuminazione”, “un’intuizione”. Lo confessò alla moglie senza troppa convinzione. Pensò si trattasse di una coincidenza. Quando dovettero decidere se far fare la comunione alla figlia Bianca, con la moglie non erano d’accordo di far prendere questo sacramento alla figlia. Poi acconsentirono. Quando andò ad accompagnare Bianca a pregare e confessarsi, incontrò Don Silvano, un parroco di 80 anni: è stato lui ad insegnargli che il Vangelo è qualcosa che si applica alla quotidianità, nelle piccole e semplici cose. Da quel momento è cambiato tutto dal giorno alla notte nella sua vita. “Bisogna eliminare lo stereotipo del cristiano un po’ ‘sfigato’ –ha rincarato Laudadio-. Il cristiano è qualcuno che fa”. E lui “ha scritto delle canzoni che sono preghiere, con parole importanti e molto profonde” –ha aggiunto Conti-. Un gesto emblematico perché spesso “chi crede, si vergogna” di mostrarlo –ha proseguito il conduttore. “Mentre bisogna fare: mettetevi sempre in campo e in gioco” –è stato l’appello di Max-. “Uno con un cognome così non poteva che avere un altro destino se non quello di fede”, ha commentato Conti. Laudadio ha cantato il suo brano “Liberi”, in cui si dice che si è “liberi di scegliere”, il proprio destino e quale cammino seguire.

La fede, la religione, l’amore di Dio, la solidarietà, la fratellanza sono come la pianta dell’ortica –ha spiegato Padre Enzo: simbolica perché spesso malvista, disprezzata, viene calpestata e strappata, ma più la si calpesta e più cresce e si rafforza.

Questo è quanto più vero e lo si vede tanto più attraverso i progetti umanitari, che ogni anno di più vengono creati e incrementati. Quest’anno c’è stato quello in Colombia, da parte della Custodia Provinciale dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali, per costruire e rendere efficace una casa di cura per circa 40 anziani indigenti. E poi la realizzazione di un centro aggregativo a Norcia, quale punto di ritrovo e di socializzazione e di un presidio di sicurezza utilizzabile in situazioni di emergenza per poterla gestire ed affrontare meglio, evitando momenti di ‘crisi’ e di disagio come accaduto nei mesi scorsi. A cui si aggiunge quella del Centro formativo in Libano per 70 bimbi siriani e libanesi tra i 3 e i 17 anni (ma anche per 70 mamme e papà che non hanno potuto studiare) con disturbi psicologici, cognitivi o comportamentali, formati da 30 insegnanti della regione del Keserwan (che a loro volta hanno seguito corsi ad hoc per prepararsi). E ancora la mensa francescana di Assisi con il supporto della Caritas diocesana, per 300 famiglie, che vedrà entro questo mese di giugno partire il servizio di distribuzione di alimenti anche per il Comune di Bettona (e l’obiettivo è di allargare sempre più il campo d’azione ai territori circostanti e confinanti). Oppure quella di Milano ad opera della Fondazione Opera San Francesco per i Poveri Onlus e di 143 volontari, destinata a senzatetto italiani e stranieri (per creare ancor di più inclusione appunto). Inoltre tutte le attività di sviluppo integrale della persona della Comunità dei Frati Minori Conventuali e delle Suore Francescane Missionarie di Assisi (presenti entrambi a Longiano), con l’Associazione di Volontariato “Homo Viator. Per l’umanità in crescita” Onlus. Dunque, se già di per sé è un traguardo che si sia giunti alla 15^ edizione di “Con il cuore-nel nome di Francesco”, il fatto di donare non solo per le mense francescane in Italia, ma anche per le missioni francescane all’estero amplifica la cassa di risonanza di un evento sempre più cosmopolita e mondiale, internazionale e universale. Per portare beneficienza ai più bisognosi e promuovere i valori francescani di pace, solidarietà e fraternità, alla base dell’azione dell’associazione “Francesco d’Assisi un uomo un fratello”. Perché, come disse San Francesco: “Finché abbiamo tempo, operiamo il bene!”. E donare è molto più facile e gratificante che ricevere. “C’è più gioia nel donare che nel ricevere” è, infatti, lo slogan del programma per oltre “14 anni di bene annunciato, raccolto e donato”. Ma anche di coraggio. Ed è stato Marco Masini, esibendosi nella canzone tributo di omaggio a Giorgio Faletti (presentata a Sanremo nella serata delle cover”) “Signor tenente” a voler evidenziare che “la musica ha il potere e il dovere di assorbire il coraggio di chi ce l’ha veramente” avuto e l’ha messo in tutto ciò che ha fatto (per sé e per l’altro). Presentato l’ultimo singolo dell’artista “Tu non esisti”, Conti ha voluto ricordare l’appuntamento con il memorial e concerto-tributo per omaggiare Pino Daniele di giugno 2018 allo Stadio San Paolo di Napoli “Pino è”.

Barbara Conti

Roland Garros 2017, la festa di Rafael Nadal e la guerra della Ostapenko

3Jelena-Ostapenko-Roland-Garros-2017Il Roland Garros del 2017 è stato la festa di Rafael Nadal. È stato il punteggio di 6/2 6/3 6/1 a regalare la decima vittoria qui al torneo del Grand Slam parigino allo spagnolo. Rafa si è imposto su uno stanco Stan Wawrinka; testa di serie n. 3, lo svizzero era reduce da una dura semifinale contro Andy Murray, sconfitto per 6/7(8) 6/3 5/7 7/6(3) 6/1, mentre per il n. 4 del seeding c’è stato un tabellone facile: non solo ha vinto sempre agevolmente tutti gli incontri, compresa la semifinale (portata a casa per 6/3 6/4 6/0) su Thiem (vendicandosi sull’austriaco della dura vittoria che gli aveva rifilato a Roma), ma si è avvantaggiato anche del ritiro nei quarti (sullo score di 6/2 2/0 tutto a suo favore) di Carreno-Busta; prima si era, poi, sbarazzato di Bautista Agut con un netto 6/1 6/2 6/2 e ancora di Basilashvili (con un match senza storia finito per 6/0 6/1 6/0), ma in precedenza aveva eliminato anche Paire al primo turno (6/1 6/4 6/1) e dopo Haase (6/1 6/4 6/3). In forma, fresco, concentrato, determinato, non ha sbagliato nulla per tutto il torneo, e soprattutto nella finale, dove già il pronostico sembrava segnato. Sulle sue scarpe aveva disegnato un toro stilizzato e il numero 9 (quante le volte che aveva vinto sinora il Roland Garros). Ora dovrà aggiornare i conti. Infatti già dal pubblico sapevano come sarebbe andata a finire e sventolavano cartelloni con scritto “Rafa10”, oppure nella finale si sono visti agitare due manifesti durante la premiazione: uno con la cifra “10” e un altro con la scritta “Bravo Rafa”. E lui non ha deluso le aspettative che tutti avevano su di sé, anzi è sembrato gestire anche meglio emotivamente la circostanza rispetto a un Wawrinka apparso più “scosso” a tratti. Un Nadal da 10 fa 10 al Roland Garros dunque. Sugli spalti anche re Juan Carlos ad applaudire questo campione. Dovremmo iniziare allora a parlare di Rola(nd) Nadal? Difficile trovare le parole per descrivere tale traguardo se non riportare, per cercare di ricordare, le lacrime sul suo volto, visibilmente commosso, mentre sollevava la coppa. “È il torneo più importante della mia carriera; è incredibile e indescrivibile l’adrenalina e l’emozione che si prova: sono talmente forti che non riesco a trovare un modo per esplicitarle. È un torneo speciale, che preparo in modo speciale. Ḕ il torneo che amo di più in assoluto” –ha detto emozionato-: che altro aggiungere? Se non tenere a mente quello che questo tennista talentuoso e grintoso ha fatto qui. Un filmato con le sue vittorie ha ripercorso tutte le tappe di queste dieci volte che ha trionfato e si è imposto qui, da vero “re della terra rossa”. Entrambi i tennisti hanno dato appuntamento al prossimo anno, garantendo la loro presenza. Ma belle anche le parole di Stan (“The man”, come scrive sulle sue scarpe a ricordare anche la sua di tenacia) Wawrinka: “sono state due settimane molto entusiasmanti; è un peccato che oggi non sia riuscito a dare il massimo e il meglio. Un grazie va alla mia famiglia. Mi è piaciuto soprattutto l’ambiente in cui si è giocato e l’atmosfera che si è respirata (di amicizia e molto rilassata e serena): ed è ciò che mi fa sorridere oggi”.
Nel femminile è sempre più guerra tra le teen(agers) e Simona Halep. Sembrava sarebbe stata la replica di Roma, invece c’è stata la new entry di Jelena Ostapenko, ma nemmeno troppo, a modificare il corso degli eventi. La lettone ha giocato forse la miglior partita della sua carriera, nella finale contro la rumena. Con grande maturità ha gestito i momenti del match con lucidità. Ha eseguito colpi perfetti da manuale, variando la tattica, alternando aggressività e difensiva; il che non solo ha messo in difficoltà la Halep, ma l’ha quasi mandata fuori giri: Simona non sapeva più cosa fare e inventarsi per fare punto a un’avversaria sempre più padrona in campo. Nonostante la giovane età, a soli vent’anni, ha dimostrato di essere pronta ad entrare nella top ten. Attuale n. 12 del ranking mondiale, non è una meteora. Vince un torneo quale il Roland Garros senza neppure essere testa di serie e convalida una buona annata e una crescita atletica, tennistica e professionistica che quest’anno già l’aveva vista finalista al Wta di Charleston, dove lo scorso 9 aprile perse da Daria Kasatkina per 6/3 6/1. Qui al Grand Slam parigino è andata addirittura in rimonta: dopo aver perso il primo set per 6/4, ha restituito un altro 6/4 ed è andata a concludere per 6/3, ma ormai era lei a dominare la partita, concedendosi di tutto ed ogni tipo di colpo e finezza. Mentre la rumena correva quasi disperata da ogni parte del campo: ha dato assolutamente il massimo, generosissima, ma non è bastato a frenare il momento e la giornata di esaltazione della lettone. Spregiudicata e incosciente come un’adolescente che vede il suo sogno realizzarsi ad occhi aperti e non può che gioirne. Un nuovo nome compare nell’albo del torneo. Ma, alla vigilia della finale, nessuno avrebbe creduto possibile un’impresa del genere. Soprattutto perché Simona Halep veniva da un successo appena raggiunto. Dopo la finale persa a Roma dalla Svitolina, nei quarti qui in Francia è riuscita a prendersi la sua rivincita, con una convincente partita conquistata per 3/6 7/6(8) 6/0. Tutti avrebbero dato la trionfatrice degli Internazionali Bnl d’Italia per vincente di nuovo sulla rumena, invece con ostinazione Simona ha trovato tutta la concentrazione, la convinzione e la grinta giuste per rigirare un match che sembrava chiuso: il 6/0 dell’ultimo set dimostra quanto sia riuscita a mandare in confusione la più giovane avversaria e testa di serie n. 5. La testa di serie n. 3, poi, in semifinale, si è imposta su una tennista sempre ostica (anche se non ha brillato qui al Roland Garros) quale la Pliskova per 6/4 3/6 6/3. Non facile con il servizio potente della ceca dominare in tal modo. Tre set anche per la Ostapenko in semifinale sulla svizzera Bacsinszky (n. 30 del seeding). Una partita finita per 7/6(3) 3/6 6/3, ma l’elvetica non è sembrata mai essere davvero insidiosa, al punto da poter vincere: troppo fallosa; però ha giocato un buon match con un tennis di buon livello. Ma la Ostapenko ha battuto teste di serie come la Wozniacki (n. 11), con un doppio 6/2 dopo aver perso il primo set per 6/4; o della Stosur (n. 23), con il punteggio di 6/2 6/4, dopo che l’austriaca aveva conquistato il primo per 6/2; più facile il match contro la Tsurenko (su cui si è imposta con un facile 6/1 6/4) o quello contro la Makarova, a cui ha rifilato un doppio 6/2. Ma la vera sorpresa la lettone l’ha regalata al primo turno, al match d’esordio contro la tedesca Angelique Kerber: la ventenne si è sbarazzata della n. 1 con un doppio 6/2, con una vittoria che nessuno si sarebbe aspettato così agevole. Sicuramente, però, è significativo anche il fatto di impiegare tre set lottati e faticati per vincere le partite contro Pliskova, Bacsinszky, Wozniacki e Stosur, questi ultimi tre dopo aver perso il primo; ciò dimostra maturità, concentrazione e capacità di gestire il match anche emotivamente, non facile né scontato per la sua giovane età. Senza mai andare fuori giri e in pieno controllo dei colpi e dell’incontro.

Barbara Conti