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Barbara Conti

“La strada di casa”: in dodici episodi la via per giungere alla verità

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Su Rai Uno è andata in onda un’altra serie televisiva: “La strada di casa”, per la regia di Riccardo Donna; in dodici episodi. Altro ruolo drammatico per Alessio Boni, dopo “La ragazza nella nebbia” di Donato Carrisi. In quest’ultimo film interpretava il professor Loris Martini, principale indiziato della scomparsa (e forse dell’omicidio) di una giovane ragazza (Anna Lou) ad Avechot, su cui indaga l’agente Voegel (Toni Servillo).

In “La Strada di casa” c’è lo stesso tono di giallo-poliziesco, quasi un thriller al tempo stesso realistico e drammatico. Siamo a Torino (dove sono avvenute gran parte delle riprese). La location è quella della cascina Morra, dove il proprietario dell’azienda (Fausto Morra, Alessio Boni), con la sua famiglia, coltiva pannocchie da destinare al suo bestiame. Tutto bene finché un giorno non riceve un controllo a sorpresa di Paolo Ghilardi, ispettore veterinario della ASL di Torino; durante la verifica Ghilardi scopre che un bovino è affetto da tubercolosi. Però non farà in tempo a denunciare il tutto perché verrà trovato morto, ucciso prima di poter parlare. Principale indiziato è proprio, ovviamente, Fausto Morra. Soprattutto quando si risveglia dal coma, dopo cinque anni; perché –nel frattempo- ha un brutto incidente che lo getta in stato comatoso, da cui si riprende. L’indagine che ne nasce per scoprire la verità mobiliterà (come in “La ragazza nella nebbia” tutto il paese di Avechot) tutti coloro che ruotano intorno alla cascina, che è il principale interesse in gioco. Ognuno deve chiarire la sua posizione, avere un alibi, è ugualmente indiziato. Anche se tutte le colpe ricadono su Fausto. Un caso poliziesco, ma anche realistico dicevamo; perché, durante il periodo del suo coma, il controllo dell’azienda lo prende il figlio Lorenzo (Eugenio Franceschini), che -però- adotta un altro tipo di sistema di produzione e di coltivazione, più all’avanguardia, più tecnologico e più “bio”. Dunque un modo per mettere a confronto i due tipi di produzione e coltivazione, molto diffusi e in voga attualmente, e di cui ancora adesso si disquisisce parecchio.

Però il tema centrale non è questo esclusivamente del sistema produttivo. E la serie non è neppure meramente un giallo. Ci sono due connotazioni su cui si muove. Una è quella che riprende un po’ quella del film (in cui compare sempre Alessio Boni): “Di padre in figlia”, in cui (a Bassano del Grappa, in luogo di Torino) lui lasciava in eredità il ‘birrificio’ di famiglia alla figlia maggiore (Maria Teresa Franza, Cristiana Capotondi), delle tre avute dalla moglie (Franca Franza, Stefania Rocca). Diverse le analogie. In “Di padre in figlia” è Giovanni Franza, uomo rude e non molto benvisto per i suoi modi burberi e per le sue ambizioni prive di scrupoli. Tanto da litigare con il socio e amico Enrico Sartori (Denis Fasolo), estremamente onesto e che voleva adottare un altro modo di produrre birra, più artigianale ma più genuino; ma Giovanni gli ruberà la sua idea, che brevetterà. In “La strada di casa”, il divario tra i due sistemi di produzione compare lo stesso, anche se è rappresentato grazie alla presenza del figlio Lorenzo. Però c’è un contrasto tra soci dato da Fausto e dall’amico Michele (Thomas Trabacchi). Al posto di Franca Franza (Stefania Rocca) c’è la moglie Gloria (Lucrezia Lante Della Rovere) che, tra l’altro, ha un ruolo preponderante in quanto tradirà (durante il coma) il marito proprio con Michele. E poi ci sono le figlie; da una parte (in “Di padre in figlia”) avevamo Maria Teresa (come detto, Cristiana Capotondi) –diligente, seria, equilibrata, posata, che ama studiare e che si occuperà di riprende in mano il birrificio di famiglia- ed Elena (la minore, Matilde Gioli) -più effervescente e incosciente, che si metterà nei guai-. In “La strada di casa” abbiamo: Milena Morra (Benedetta Cimatti) e Viola Morra (Sabrina Martina). La prima rinuncerà a studiare medicina e a partire con il fidanzato (il fisioterapista Bashir, Alberto Boubakar Malanchino) per il Canada, per stare vicino al padre -come farà un po’ Maria Teresa in “Di padre in figlia”, che si riavvicinerà al padre dopo una dura lite e diverbio-. La seconda si metterà nei guai come Elena in “Di padre in figlia” (che rimane incinta), subendo una violenza dal suo professore: il professor Riccardi (Marco Cocci). E poi ci sono i figli maschi ultimogeniti. In “Di padre in figlia”, Giovanni Franza voleva un figlio maschio in eredità cui lasciare il birrificio. Finalmente lo avrà perché nasceranno due gemelli (un maschio, che chiamerà Antonio come suo padre, e una femmina, a cui daranno il nome di Elena); sarà proprio la nascita di questo figlio maschio il motore di tutto, poiché avrà tutte le attenzioni di Giovanni e le sorelle (soprattutto Maria Teresa) si sentiranno ferite, trascurate e ignorate. In “La strada di casa”, invece, la monetina da dieci lire ritrovata dal piccolo Martino Morra (Andrea Lobello) salverà il padre, permettendogli di fuggire dalla macchina in cui lo avevano rinchiuso (riuscendo ad aprire il portabagagli dove era stato messo). In più c’è una relazione sentimentale che unisce in modo particolare due protagonisti. In “Di padre in figlia” erano Maria Teresa e il figlio del socio del padre (Enrico Sartori), ovvero Riccardo Sartori; lei ne è da sempre innamorata, ma il ragazzo è attratto anche dalla sorella Elena, che rimarrà incinta non si sa se di lui o del figlio del sindaco Filippo Biasolin (Domenico Diele). In “La strada di casa”, Lorenzo Morra è fidanzato con Irene Ghilardi (Silvia Mazzieri), sorella di quel Paolo Ghilardi (l’ispettore della Asl trovato morto). E sarà lei con Lorenzo, come Maria Teresa e Riccardo, che cercheranno di fare chiarezza e rimettere in piedi i pezzi del puzzle della ditta o cascina. Non sarà facile, perché ognuno ha i suoi segreti e vi sono molti tradimenti. Se Gloria tradisce il marito con Michele, anche lui prima la tradiva con la moglie di un suo ex dipendente morto: Veronica (Christiane Filangieri), come -del resto- molto tradiva la moglie Franca, Giovanni Franza. E poi c’è chi, come l’agente Voegel de “La ragazza nella nebbia” (interpretato da Toni Servillo), indaga come un poliziotto – per lui è un caso di vita o di morte-: Ernesto Baldoni (Sergio Rubini), ex dirigente della Asl. A loro si unirà il redivivo Fausto Morra, che vuole scoprire la verità ad ogni costo, facendone una questione di principio.

Se “la strada di casa” riprende i filoni tracciati da “Di padre in figlia” (fiction per la regia di Riccardo Milani), aggiunge un connotato nuovo. Innanzitutto si muove su due presupposti di fondo: “non si costruisce niente con i segreti”. Dunque se si vuole scoprire la verità, devono cadere tutte le maschere e ognuno non deve più mentire, non devono esserci più segreti, ma sincerità; perché -in mezzo ai molteplici tradimenti- per tornare ad avere fiducia l’uno nell’altro occorre parlarsi con chiarezza e trasparenza. Infatti tutto potrà cambiare quando padre e figlio si parlano e si confessano reciprocamente le loro posizioni, scoprendosi entrambi innocenti e allora -da quel momento- potranno procedere insieme alla ricerca della verità e della giustizia. E poi che “la vera vergogna è nascondersi”, ossia non riconoscere le proprie colpe, non confessare liberamente e apertamente, sinceramente, gli errori commessi e gli sbagli fatti. Fausto Morra diventerà un esempio per la figlia Viola quando dichiarerà dove ha peccato; così come lei denuncerà la violenza subita, senza più vergogna (e infatti la frase è pronunciata proprio da Viola).

Ma a tutto questo si aggiunge un’ultima nota aggiuntiva diversa che dà la serie tv (rispetto agli altri prodotti cinematografici citati). Con il fatto che Fausto Morra si risveglierà dal coma dopo cinque anni, si sollevano molti interrogativi. La perdita di memoria può far dimenticare tutto o vi sono cose che rimangono indelebili? Con la perdita di memoria, mutano anche i propri sentimenti? La perdita di memoria cancella anche l’onestà e l’integrità morale di una persona? Se l’assenza per coma cambia gli eventi, è azzerato tutto, si deve ripartire da zero o c’è sempre qualcosa, un appiglio da cui ricominciare? Il coma e la perdita di memoria, cambiano solo gli eventi o pure le persone con la loro identità e moralità, oppure queste rimangono eterne e sempre le stesse immutate e immutabilmente? Fausto deve recuperare la memoria con l’aiuto della psicanalista: la dottoressa Madrigali (Magdalena Grochowska), però c’è una scena che gli si ripresenta sempre davanti agli occhi e che deve cercare di ricostruire in toto. Allora vuol dire che la verità è immortale e non potrà mai essere cancellata, perché prima o poi verrà comunque a galla e si scoprirà? Possibile ricostruire un rapporto dopo un’assenza così lunga come quella sua di cinque per il coma? Di certo anche questo pone scelte etiche e morali. Ci si deve occupare esclusivamente del malato in coma o si è legittimati a ricostruirsi una vita (come fa Gloria)? Un po’ a richiamare le scelte aziendali: per il bene della cascina (che rappresenta però anche un po’ un bene di famiglia, una tradizione antica, le proprie origini), è giusto scendere a compromessi e corrompere anche o fare affari loschi? Giusto usare tecnologie più avanzate che aumentano la produzione, o bisogna sempre mantenere una linea produttiva più artigianale, ma più ridotta? Si devono fare sacrifici e rinunciare alla propria strada per salvaguardare questa proprietà che è un bene e un affare di famiglia (come fa Milena Morra)? In poche parole, come fare a trovare la propria strada? O meglio: la strada di casa? Cioè il proprio senso di identità e di appartenenza, un posto in cui riconoscersi. Dove tutto non è come sembra, come fare a riconoscere chi è sincero e chi no, di chi ci si può fidare e di chi no? Quando e quanto si deve essere sinceri? Si può mantenere un segreto a fin di bene, per proteggere una persona cui si tiene? Oppure mentire e dire una bugia è sempre negativo? Un po’ il segreto che distrugge, logora, dilania Lorenzo Morra (nei confronti di Irene Ghilardi).

“The Help” di Tate Taylor: aiuto e discriminazione nell’America di Luther King

the_help_filmAiuto e discriminazione nell’America dove imperversa il Movimento per i diritti civili promosso da Martin Luther King. Siamo a Jackson, nel Mississippi. Che significato assume il termine aiuto in una società profondamente razzista? Che tipo di solidarietà può esistere? In una collettività drasticamente divisa in due, tra bianchi e neri, separati e differenziati nei diritti, gesti solidali possono avvenire solo tra neri e tra bianchi oppure anche tra bianchi e neri reciprocamente? Rivendicare i propri diritti e denunciare i soprusi, le discriminazioni e le ingiustizie può accadere? Un cambiamento sociale può avvenire? E, soprattutto, la realtà poco nota delle domestiche afroamericane può venire alla luce?

Barbara Conti

Questo il contesto su cui si muove il film “The Help”, per la regia di Tate Taylor. Con Emma Stone, Viola Davis, Bryce Dallas Howard, Jessica Chastain e Octavia Spencer. Tratto dall’omonimo romanzo L’aiuto (del 2009) di Kathryn Stockett, amica d’infanzia di Tate Taylor, il film vanta il Premio Oscar ad Octavia Spencer come miglior attrice non protagonista. Non è la prima volta che un tale soggetto viene affrontato nel cinema. “The Help” è del 2011, mentre nel 1994 c’era stato il già noto “Una moglie per papà (Corrina, Corrina)”, per la regia di Jessie Nelson (con Whoopi Goldberg e Ray Liotta); ma vi sono alcune differenze. Il primo è ambientato nel 1963, mentre il secondo alla fine degli anni Cinquanta. “The Help” è corale, mentre “Una moglie per papà” un po’ meno. Qui c’è un uomo, Manny Singer (Ray Liotta), rimasto solo con la figlia dopo la morte della moglie. Creatore di jingle per la pubblicità, deve trovare una governante per la figlia Molly (Tina Majorino). Si tratterà di Corrina Washington (Whoopi Goldberg). La bimba si affezionerà subito a lei e Manny e Corrina finiranno per innamorarsi; ma per loro due non sarà facile farlo accettare alla famiglia “nera” di lei e a tutto il “circondario” del quartiere (fatto anche di molti bianchi).

In entrambi i casi (sia di “The help” che di “Una moglie per papà”) i passi muovono sempre da un rapporto sempre più stretto che si va formando, nonostante il razzismo e le discriminazioni, tra le domestiche afroamericane e i figli dei bianchi che custodiscono. Questi ultimi chiamavano “mamme” le prime, che –a loro volta- consideravano i secondi come i loro propri figli, e che anzi curavano meglio dei loro. Eppure non potevano mangiare nella stessa tavola dei loro ricchi e potenti padroni bianchi, oppure usare lo stesso bagno perché era pericoloso in quanto potevano portare molte malattie infettive. Non esisteva neppure riconoscenza, in quanto venivano solo impartiti loro ordini senza gentilezza, anzi le si deridevano alle spalle e le si umiliavano alla prima occasione; quasi fossero oggetti nelle loro mani; da manipolare. E si era convinti di riuscirci, poiché tacevano sempre e obbedivano, infatti non si lamentavano mai e nessuno sapeva di loro persino; a mala pena si pensava a loro come persone. Denigrate e maltrattate, non avevano mai pensato di ribellarsi. Ma qualcosa stava per cambiare, grazie all’avvento del movimento di Martin Luther King e, soprattutto, di un punto di vista diverso e nuovo. Ma non è solo grazie ai neri simili a loro che queste donne ebbero giustizia. Sarà merito anche di alcune eccezioni tra i bianchi, di persone “buone”, che un rinnovamento mentale sociale sarà realizzabile. Infatti “The Help” ha il pregio di mostrare più sfumature e più sfaccettature dello stesso problema.

Innanzitutto il punto di partenza viene dal titolo, ossia il nome di un libro e di un articolo che una giovane giornalista rampante vuole scrivere, di rottura con le ipocrisie sociali vigenti. Ossia il primo passo è la denuncia e far sentire la propria voce, da parte di queste donne afroamericane; ma ancor prima deve esserci chi dà loro la possibilità di esprimere il proprio pensiero. In questo caso, nel film è Eugenia ‘Skeeter’ Phelan (alias Emma Stone). Dunque non tutti i bianchi sono razzisti o egoisti o superficiali. E non c’è solo discriminazione, umiliazione per queste domestiche da parte di altre donne bianche. Esistono alcune donne –ricche e benestanti- che sono buone d’animo, solidali, generose, semplici e umili, che trattano con bontà e paritarietà le domestiche; come Celia Foot (interpretata da Jessica Chastain), sempre gentile con tutti e anche lei vittima di denigrazione da parte delle altre nobili bianche perché ha rubato il fidanzato (ora suo marito) a una potente signora che ha un salotto in cui discute di cose futili e, soprattutto, dove paventa tutto il suo odio e ripudio per le donne nere. Si tratta di Hilly Holbrook (di cui veste i panni Bryce Dallas Howard), emblema per eccellenza della cattiveria miope e razzista dell’élite bianca locale che la snobba ed emargina. L’amicizia tra Celia e una domestica, Minny Jackson (Octavia Spencer) richiama specularmente quella tra due domestiche: la stessa Minny e Aibileen Clark (Viola Davis), che da poco ha perso per un incidente sul lavoro il suo unico figlio -a cui non è stato prestato alcun soccorso immediato-.

Quindi le domestiche diventano emblema della più ampia categoria di tutti i neri afroamericani. Questi casi di “contaminazioni benigne” tra bianchi e neri riescono e provano a sorgere, nonostante l’esplosività del contesto.

Infatti nel finale la situazione degenererà. Vi sarà, dapprima, il brutale assassinio di Medgar Evers, un attivista per i diritti degli afroamericani, a cui seguirono imponenti manifestazioni del Movimento per i diritti civili guidato da Martin Luther King; ma ciò dà il là a numerose domestiche afroamericane, che decidono finalmente di collaborare con ‘Skeeter’ al suo libro. Se questo permette la pubblicazione ed il successo di “The help”, dall’altro potrebbe essere la fine per le domestiche. Dopo Milly anche Aibileen viene licenziata, tra le lacrime della figlia che accudiva, Mae Mobley, a cui lei dirà: “sei carina, sei brava, sei importante”. Ma per loro sarà un nuovo inizio. Anche Aibileen deciderà di darsi alla scrittura, mentre Milly si era già vendicata con Hilly dandole un dolce condito con le sue feci a suo dire. Skeeter, però, non riuscirà a proteggere queste donne nere con l’anonimato, cambiando nomi e riferimenti, in quanto le loro identità saranno presto ben riconosciute.

Però da un male nascerà un bene, poiché loro si decideranno ad “alzare la testa”. Forse non è un caso, allora, che le canzoni incluse nella colonna sonora, vi è compreso un brano scritto e interpretato da Mary J. Blige appositamente per il film e che ha ottenuto una candidatura al Golden Globe per la migliore canzone originale. Si tratta di “The living proof”, ovvero che -tradotto dall’inglese- significa “la prova vivente”. Le domestiche afroamericane sono la prova vivente e concreta che un cambiamento è possibile e dell’esistenza reale della discriminazione razzista da parte dei bianchi (che non è un’invenzione); sono la prova vivente stessa in persona, in quanto sono l’incarnazione della dura prova cui la vita stessa le ha sottoposte prima del riscatto, della rivincita e della rivalsa. Molto bello il fatto che si guardi al connotato positivo di tutta la vicenda, ossia al “the help”, l’aiuto -materiale e morale- dell’invito a parlare, alla denuncia e della solidarietà di un aiuto solidale sincero e reciproco, anche con alcune donne bianche come Celia.

Da Tonya Harding a Bebe Vio. Da figure sportive a icone mediatiche

I campioni sportivi sono delle star, ma diventano veri e propri eroi se si tratta di atleti paralimpici, soprattutto se conquistano medaglie o trofei, oppure se hanno dietro sé storie struggenti di riscatto, di rinascita. Spesso, infatti, le vicende di protagonisti sportivi diventano veri e propri casi mediatici, pronti a esplodere e invadere le scene televisive per molto tempo, come esempi forti e longevi nella memoria collettiva. Le loro pratiche diventano filosofia di vita per tutti gli appassionati che li seguono.

tonya hardingBebe Vio. Di recente il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha ricevuto al Quirinale (alla presenza del presidente del Comitato Italiano Paralimpico, Luca Pancalli, del presidente del Comitato Olimpico Nazionale Italiano, Giovanni Malagò, e del ministro dello Sport, Luca Lotti) la nazionale italiana di scherma paralimpica che ha partecipato ai campionati del mondo, tenutisi a Roma dal 7 al 12 novembre scorsi. Icona per eccellenza ne è diventata la giovane, energetica, carismatica, solare, briosa e grintosa Bebe Vio; in diverse occasioni. Nel 2012 fu tra i tedofori ai Giochi paralimpici di Londra; ad Expo 2015 Vio è stata testimonial della Regione Veneto (sua terra d’origine natìa); l’anno successivo, il 18 settembre 2016, è stata portabandiera dell’Italia alle Paralimpiadi di Rio, durante la cerimonia di chiusura della XV^ edizione; dopo aver posato quell’anno per Anne Geddes per la promozione di una campagna a sostegno della vaccinazione contro la meningite (che l’ha colpita a 11 anni, causandole un’infezione che ha portato a necrosi di mani e piedi, che le hanno dovuto amputare); dopo aver partecipato, il 18 ottobre 2016, alla cena di Stato alla Casa Bianca con la delegazione italiana (alla presenza del Presidente Barack Obama); quest’anno, nel 2017, ha condotto -infine-, il programma “La vita è una figata”. Nel 2015, poi, era uscito -circa un paio d’anni fa dunque- anche il suo libro: “Mi hanno regalato un sogno” (edito Rizzoli). Non è solo la sua tenacia di combattente a farne un’icona, ma anche la sua positività nonostante tutto e la sua sensibilità. Ricordiamo, infatti, che nel 2009 ha fondato con la sua famiglia “art4sport”, una onlus a favore dell’integrazione sociale, attraverso lo sport per l’appunto, dei bimbi che hanno subìto amputazioni.

“Stronger” & Jeff Bauman. Spesso vicende così “forti” e “struggenti” diventano casi mediatici. Viene in mente “Stronger”, per la regia di David Gordon Green; protagonista è Jeff Bauman, di cui si racconta la storia realmente accaduta. Presentato all’ultima edizione della Festa del cinema di Roma, Bauman stesso ha partecipato ed è intervenuto alla manifestazione, portando la sua testimonianza personale diretta, molto emozionante per tutti. Jeff (di cui veste magnificamente i panni l’attore Jake Gyllenhaal) era fidanzato con Erin (interpretata da Tatiana Maslany); per riconquistarla, dopo una dura lite, andò a seguirla in prima fila (con un cartellone) alla maratona di Boston del 2013, dove lei correva. Ma vi fu un attentato: una bomba esplose colpendolo in pieno e provocandogli l’amputazione degli arti inferiori. Senza gambe non voleva neppure più vivere; ma diventò un eroe perché vide in faccia il terrorista che causò la tragedia e lo seppe riconoscere e identificare (poi fu preso anche il secondo terrorista). Curioso come vi sia, in questa vicenda, una duplicità – su cui tutto il film si muove -. La gente che lo osannava da una parte, creando il gruppo di sostenitori “Boston strong”; e dall’altra lui che brancolava sempre più nella sofferenza: “sono un eroe? Per cosa? Per aver perso due gambe?”, rispondeva. Da un lato la madre che voleva facesse interviste, andasse in televisione, perché “voleva far vedere al mondo quanto fosse meraviglioso il figlio”; dall’altro la fidanzata che cercava di proteggerlo, perché lui voleva solo dimenticare quel giorno: non riusciva a superare il trauma che lo faceva sobbalzare e gridare di notte, all’improvviso. E, infine, se da un lato l’aiuto gli venne da una persona che aveva avuto un vissuto simile al suo, la scena finale lo vede entrare in un campo da baseball per il tiro simbolico d’avvio della partita. Lui voleva poter tornare a camminare sulle sue gambe, come la città di Boston voleva riprendersi dall’angoscia di quell’attentato. E lui fu l’immagine simbolica e icona di Boston per molto tempo; la gente accorreva da ogni dove a portargli sostegno, gli inviava regali, gli sponsor lo cercavano.
Eppure, altra coincidenza assurda, a distanza di pochi giorni dalla presentazione alla Festa del cinema di Roma del film, un 29enne Uzbeko (Sayfullo Saipov) si è fatto esplodere lungo la pista ciclabile di Manhattan; era arrivato negli Usa nel 2010, si era sposato, aveva avuto due figli, aveva lavorato come autista di Uber e aveva ottenuto una “green card”. Eppure ha ucciso otto persone (di cui cinque argentini) e ferito altre 15 a New York e forse dietro c’era la mano dell’Isis. Da un lato è vero che molte persone imitano -pericolosamente- ciò che vedono in tv, dall’altro è molto preoccupante quanto episodi così violenti -come quelli terroristici- siano purtroppo ancora fortemente radicati nella società moderna; i fautori degli stessi sono persone che facilmente si confondono tra la gente della comunità in cui vivono.

Chi era Tonya Harding. Eppure è altrettanto stupefacente il fascino che vicende dolorose hanno sull’opinione pubblica, innescando un’adulazione che sa di idolatria, provocando una forte immedesimazione. Eventi sportivi così diventano eventi mediatici in un attimo. La stampa vuole immortalare, sapere, conoscere, ad ogni costo. Vuole la verità e, se non la ha, è pronta a costruirci sopra chissà quali altre storie verosimili. A discapito della dignità individuale e del rispetto della persona umana (pensiamo anche al caso di Oscar Pistorius). Un po’ il caso della pattinatrice Tonya Harding, raccontato nel film “I, Tonya”. Per la regia di Craig Gillespie, è un altro film della selezione ufficiale alla 12^ edizione della Festa del cinema di Roma. Raccontato un po’ alla “Houdse of cards”, con interviste sue, della madre e del marito Jeff Gillooly, con un tono e un’ironia a tratti sarcastici e taglienti, molto pungenti e incisivi. Spesso l’interesse che regnò su di lei, fu per gli scandali che la videro coinvolta, più che per le sue capacità e doti atletiche, per il suo talento. Molti ricorderanno sempre che è stata un’ex campionessa statunitense di pattinaggio artistico sul ghiaccio; e la seconda, dopo la giapponese Midori Itō, ad eseguire un triplo axel (ai Campionati nazionali statunitensi del 1991). E la sua valenza sembrava dipendere proprio da questo; quasi che valesse solo per il fatto di aver saputo fare un triplo axel, un vero miracolo certo, ma che non poteva essere la sua unica prerogativa e qualità. Pochi si interessarono alla sua persona, se non per le forti critiche che gli piovvero addosso dopo due eventi che la videro protagonista. Più volte nel film lei disse che desiderava solo essere amata, mentre conobbe solo violenza, la stessa che mise nel pattinaggio. Una durezza che sconfinò anche nell’autolesionismo, in una relazione difficile e tormentata con un uomo altrettanto violento (come la madre, che verso di lei usava parole dure e mai dolci; per rafforzarla, ma così facendo anche arrecandole dolore e delusione).
I giornalisti e fotografi la seguirono, pronti a paparazzarla senza sosta, quando fu accusata di essere responsabile dell’aggressione della rivale Nancy Kerrigan del 1994: uno scandalo che divenne mondiale, planetario. Ma spesso non si considerano con la dovuta attenzione la fatica, i sacrifici che hanno dovuto patire, quelli che oggi sono dei campioni, per diventarlo. Tutto ha un prezzo da pagare e la vita è strada proprio la loro palestra migliore. Ad ogni colpo duro che si riceve, colpire più duro, reagire, rialzarsi sempre, non piangere e resistere, andare avanti e cercare di riscattarsi il doppio di ciò che si è sofferto.

“A prayer before dawn”. Una disciplina dura che insegna a non “piegarsi” mai al dolore. A mostrarlo in maniera ancora più forte, nuda, cruda e drammatica (rispetto a “I, Tonya”) è stato, alla Festa del cinema, un altro film ‘in concorso’: “A prayer before dawn”. Il film, per la regia di Jean-Stéphane Sauvaire, vanta la straordinaria interpretazione di Joe Coel; l’attore veste i panni del protagonista, Billy Moore. La storia è quella vera di questo pugile inglese rinchiuso in una nota prigione della Thailandia per tre anni, che cerca il suo riscatto. E riporta in auge il pugilato, uno sport spesso “oscurato”. Mentre all’Auditorium Parco della Musica (in Sala Petrassi), veniva proiettato il film, poco distante (al PalaBoxe Santoro di via Ventumno a Roma) si sfidavano per il campionato d’Italia di pesi massimi leggeri (detti anche cruiser) Simone Federici e Marco Scafi (sfida trasmessa in diretta streaming sulla pagina Facebook della Federazione pugilistica italiana).
Devastato e sopraffatto dalla violenza del carcere, in cui imperversano brutalità e droga, Billy Moore capisce che il pugilato può diventare la sua arma di rinascita. Decide di combattere “per essere migliore”, per migliorarsi e perché “a volte è tutto quello che ti resta”: la speranza è riposta solo nello sport e nel pugilato in questo caso. “Io sono un pugile” si ripete, “non un assassino” – sembra voler continuare la frase, quasi a dirsi che non è quell’”animale” come lo vedono o descrivono; se ci è diventato è stato costretto-. Lì in prigione c’è gente senza cuore; se una possibilità viene, viene dal pugilato. E parte la musica di “Fame” a fare da colonna sonora. I carcerati fanno tutto insieme eppure non hanno rispetto l’uno dell’altro, non hanno il minimo senso del gruppo. “Questa è una prigione per uomini non per cani” –si dice a un certo punto-. Lui vuole sfuggire a tutto questo e chiede di essere trasferito nella sezione dei pugili, dove avrà più privilegi. Ma ha solo due mesi per allenarsi per partecipare ai campionati per rappresentare la sua prigione; ma la legge per la sopravvivenza è più forte e accetta la sfida – innanzitutto con se stesso-; per il cambiamento.
Tra l’altro la Thailandia è legata (per le migrazioni) anche ad altre aree del sud-est asiatico, come Cina e Corea del Sud. Proprio quest’ultimo Stato ha visto arrivare la fiaccola olimpica (nei giorni della kermesse cinematografica), quando mancavano cento giorni all’avvio dei Giochi invernali di PyeongChang. La cerimonia d’apertura ci sarà, infatti, il 9 febbraio prossimo. In attesa del 2019, una settimana prima dell’arrivo in Corea del Sud, la fiaccola era stata accesa in Grecia, ad Olimpia. Ma “A prayer before dawn” ci insegna che prima di tutto c’è un’olimpiade della vita, quella che canta anche Tiziano Ferro: rischiare tutto, anche di perire, per non soccombere definitivamente per sempre.
E forse è per questo che anche una manifestazione cinematografica come la Festa del cinema di Roma abbia dato così tanto spazio a film sullo e di sport, che però vanno oltre diventando metafora emblematica della vita.

Love in Famiglia: “La Cena di Natale” di Ponti, sequel di “Io che amo solo te”

cena di nataleTempo di Natale, anche il cinema mostra film natalizi: non solo cine-panettoni. Rai Due manda in onda Frozen con Olef alla ricerca delle tradizioni natalizie da riscoprire; mentre Rai Uno punta su un film del 2016: il sequel di “Io che amo solo te” di Luca Bianchini (tratto dall’omonimo libro), ovvero “La cena di Natale” (sempre con Riccardo Scamarcio, Laura Chiatti, Michele Placido, Maria Pia Calzone, Eva Riccobono); per la regia di Marco Ponti. Sempre una commedia sentimentale.
Ne succederanno delle belle a Polignano a Mare, la sera della cena di Natale; organizzata dalla moglie di Don Mimì, Matilde (Antonella Attili), per mostrare a tutti il prezioso gioiello (un anello di smeraldo enorme, simbolo di amore eterno) che le ha regalato il marito. Ciò farà riflettere sull’importanza della famiglia, di ritrovarsi tutta unita. Del perdono, anche dopo il tradimento e le ostilità; infatti Ninella riceverà la visita della sorella da Milano Pina (Veronica Pivetti), con cui aveva litigato e con cui si riappacificherà ritrovando una forte intesa; ma non solo.
Il film vuole mostrare a superare le incomprensioni e, soprattutto, che ci sono diversi tipi di amore. Quelli clandestini, oppure eterni anche se non riescono a sbocciare – come quello tra Mimì e Ninella -; quelli apparentemente di facciata, ma che poi riescono a diventare più veri – come quello tra Don Mimì e Matilde -; quelli autentici ed immortali, indistruttibili nonostante tutto e tutti – come quello di Damiano (Ricardo Scamarcio) e Chiara (Laura Chiatti) -; quelli superficiali e volatili, di qualche notte, di un tradimento – come quelli tra Damiano e Deborah (Giulia Elettra Gorietti) -; quelli che durano poco e quelli che superano persino la morte; quelli tra simili, tra un ex ladro e un’ex prostituta, come quello tra il fratello di Ninella, Franco Torres (Antonio Gerardi), e la cameriera degli Scagliusi; quelli impossibili, mere tentazioni cui si cede per un attimo, tra Franco Torres e Matilde; quelli omosessuali tra Orlando Scagliusi (Eugenio Franceschini) e Mario (Dario Aita); oppure quello di Daniela (Eva Riccobono) e la sua compagna lesbica; quello di puro sesso e quello dedito al concepimento, come quello tra Orlando ed Eva e tra Damiano e Chiara; e se una vita potrà nascere (come sarà, poiché Chiara è incinta e darà alla luce una splendida bambina), sarà perché il sentimento è reale. Nonostante comporti delle rinunce, dei sacrifici: lasciare tutto e partire per seguirlo (come vorrebbe Ninella, a cui don Mimì voleva regalare un viaggio a Parigi per loro due soltanto). E poi ci sono l’amore di un padre e di una madre per un figlio, o quello dei nonni per i nipoti, che vanno oltre tutto. Bella l’immagine finale in cui Ninella tiene in mano e abbraccia la nipotina appena nata. Infine c’è l’amore che unisce un’intera collettività, anche degli sconosciuti: la solidarietà dello spirito natalizio. Ma per avere unione ed amore, occorre andare oltre il tradimento, pentirsi degli errori, chiedere scusa e perdonare – come fanno in primis, rispettivamente, Damiano e Chiara -. “L’amore è come un bambino, nasce da solo, bisogna solo aiutarlo a tirare fuori la testa” – afferma il ginecologo -; ovvero ad uscire (allo scoperto), a palesarsi, a dichiararsi.
Se il noto brano “Io che amo solo te” (sempre sullo sfondo comunque anche nel sequel), faceva da colonna sonora al film omonimo del 2015 di Luca Bianchini, quello per la regia di Marco Ponti (“La cena di Natale”, del 2016) vanta la canzone di Emma Marrone: “Quando le canzoni finiranno”; spesso le canzoni parlano di amori, di storie finite o che nascono, spesso quasi raccontano di noi; ma, come l’amore, anche la musica e le canzoni non finiranno mai anche quando sembrano finire, non poter dire più nulla.

Nuovo cd per Stefano Ianne, le emozioni
del caso Chernobyl

roli & meUn nuovo disco, dopo “Iamaca”, per Stefano Ianne. Il settimo, sempre in trio. Anche nell’ultimissimo “Duga-3”, canta con altri due colossi della musica: il “veterano” e “compagno d’avventure” di sempre Mario Marzi e poi il vero “asso nella manica” Terl Bryant. I sintetizzatori, poi, danno quell’in più che fa la differenza con gli altri dischi. Nell’album ha voluto soprattutto descrivere le emozioni che il film “Il complotto di Chernobyl” di Chad Gracia gli ha lasciato. La tragedia della strage successiva al disastro nucleare di Chernobyl in musica, diventa musica, che fa da base a un viaggio descritto dalle parole in rima di Franco Costantini. Ha voluto provare a cambiare cifra stilistica per essere più incisivo e impressivo sulle coscienze popolari, per smuovere l’opinione pubblica e dare un contributo al cambiamento sociale. Un impegno e una missione non da poco. Ianne sicuramente è una persona – almeno ci appare dalla chiacchierata che abbiamo fatto con lui per l’intervista – una persona eclettica che ama mettersi in gioco e sperimentare. Sicuramente sempre in movimento e occupato, molto creativo, non sa mai stare fermo e mette mano a innumerevoli progetti: “Sono davvero tanti. Tutti molto curiosi, elaborati e rischiosi. A volte penso di mettere in una scatola tanti foglietti quanti i progetti che vorrei realizzare ed estrarre a sorte, perché so già che non riuscirò a farli tutti. E ciò mi dispiace molto” – ci confessa -.

Tra i prossimi impegni di sicuro spicca l’imminente appuntamento del 7 dicembre al teatro del Centro Culturale di Quero (BL), in cui presenterà un nuovo rivoluzionario strumento che ha inventato. Non vuole dare anticipazioni, perché tutto è “ancora in fase di studio ed elaborazione”; in fase di lavorazione, ma l’idea è già stata brevettata. “Il pubblico di Quero sarà protagonista – ci dice solo – per primo di questa sperimentazione”. Ci preannuncia poi solamente: “muoverò le mani nell’aria e produrrò suoni, plasmandoli come voglio”. Cosa dobbiamo aspettarci allora dopo l’esperienza del 2012 quando è stato il primo compositore al mondo a comporre per un robot con “Rain Again”, prima opera in assoluto per robot e pianoforte, espressamente scritta per TeoTronico, il robot ideato da Matteo Suzzi e che sfida nei concerti il pianista Roberto Prosseda? Staremo a vedere. Intanto di quell’esperienza afferma simpaticamente: “Ricordo solo che io parlavo al robot e lui non mi rispondeva”.

Invece sicuramente il pubblico risponderà benissimo al suo nuovo disco “Duga-3”…
Sì credo proprio di sì e lo spero fortemente. Ci tengo particolarmente; già in passato i miei album hanno riscosso successo con mia (e dei miei compagni di musica) grande soddisfazione; qui ho voluto fare addirittura qualcosa di più e di nuovo. Basti pensare che il titolo è basato sulla storia vera di un’antenna costruita a 12 km dalla centrale nucleare di Chernobyl e che è stata senza dubbio la causa “morale” del disastro nucleare. Ho voluto leggere con i miei occhi musicali questa tragedia. Una volta non mi piacevano tanto i musicisti impegnati socialmente; adesso, invece, la vedo in maniera diversa: se qualcuno può fare qualcosa di buono nel sensibilizzare l’opinione pubblica, quelli sono proprio gli artisti. La mia cifra stilistica è sempre riconoscibile, come sul precedente Iamaca; anche se questi due album differiscono parecchio. Ascoltarli, per credere e poi poter dire.

ianne webUn album che vede inoltre la collaborazione con Terl Bryant.
Terl ha già suonato con me in “Piano Car”, il mio quarto album. Un album pieno di collaborazioni felici: Nick Beggs, Ricky Portera, Trilok Gurtu, John De Leo. Rispetto al precedente “Iamaca”, che aveva preso una strada che sfiorava a tratti il free jazz, ho preferito rimanere qui sul mio binario progressive e Terl Bryant è un ‘Caterpillar’ in tal senso. Con in più tanto gusto ed eleganza.

Il CD è ispirato a “Il complotto di Chernobyl” di Chad Gracia: cosa c’è del film nel disco?
Il docu-film è un’inchiesta giornalistica e politica. Io ho voluto introdurre le emozioni in musica che mi hanno coinvolto vedendo il film, aggiungendovi la voce narrante di Franco Costantini che in endecasillabi accompagna questo “viaggio”.

E poi, Mario Marzi nuovamente. È proprio un vizio allora…
Eh sì! Ma in realtà è lui che mi ha viziato. Quando lo ritrovo uno così, che suona come lui e che capisce perfettamente le mie intenzioni? Lasciando stare il prestigio di avere in ‘ensemble’ uno che è il primo sax dell’orchestra La Scala. La verità è che ci completiamo perfettamente. E un po’ della mia musica è anche sua.

Quanto valore aggiunto danno i sintetizzatori e le chitarre che ha usato?
Tantissimo; nell’ultimo anno il mio studio è stato completamente assorbito dalla chitarra e dal synth. Un conto è suonicchiare uno strumento ed un conto è conoscerlo bene. Come in tutte le cose, ci vogliono impegno, sacrificio e dedizione. Per conoscere il variegatissimo mondo dei sintetizzatori, per esempio, ci vorrebbe veramente una vita. Ma anche quel poco che ho imparato ha portato qualcosa di profondamente diverso a DUGA-3, integrandosi perfettamente con noi tre. Inoltre confesso che vorrei tanto provare a portare ‘live’ un mio concerto “solo con sintetizzatori”: è uno dei miei “sogni nel cassetto” che mi piacerebbe realizzare per primo; lo desidero davvero molto.

Come intendete promuovere “Duga-3”?
Fino ad adesso ho sempre fatto tutto io, da indipendente: televisione, radio, stampa, internet, concerti. Ma non nascondo che sarei ben lieto di avere qualcuno che mi sollevi da tutto il resto che non sia espressamente la musica. In passato avevo provato con qualcuno, che però si è dimostrato inadeguato. Proprio in questi giorni mi trovo in una trattativa interessante con un’etichetta discografica che sta decidendo di prendere in mano la situazione, occupandosi del booking, dell’ufficio stampa, delle edizioni, della promozione. Spero che si riesca a trovare un accordo. Ci stiamo lavorando. Vediamo quello che succederà.

È stato anche editore e ideatore, con Roberto “Freak” Antoni, del fumetto bimestrale “Freak” ispirato alla vita del leader e cantante del gruppo rock demenziale Skiantos. Pensa di continuare su quella strada e riprenderla anche in futuro, magari con un prodotto per il Romics? Che cosa offre di più il fumetto rispetto alla musica oppure quanto sono complementari e affini?
Difficile che io riprenda a fare fumetti di qualsiasi tipo. È stata una bella esperienza, ma è stato anche un bagno di sangue. Sembra che quando fai qualcosa di originale e inaspettato il pubblico abbia bisogno di molto tempo per capirlo; nel frattempo le casse si svuotano. Con il Freak abbiamo provato a fare una cosa mista, ma non ci siamo riusciti poiché lui se ne è andato prima. Spesso, poi, gli appassionati di fumetto sono anche musicisti, come nel caso del mio caro amico Giancarlo Berardi, l’autore di Ken Parker e Julia.

È laureato in Conservazione dei Beni Culturali. Tra questi ultimi è stata inserita anche la musica e i prodotti discografici: quanto ciò è importante? Viceversa, per quanto riguarda la normativa sul diritto d’autore che ne pensa: dovrebbe cambiare qualcosa secondo lei?
Ci stanno lavorando da un po’. In Italia le cose vanno sempre a rilento. Per dire: per smuovere quelli della Siae è dovuta nascere Soundreef (l’ente di gestione indipendente, nato nel Regno Unito nel 2011, che permette agli utenti di tracciare le utilizzazioni, rendicontare i compensi al 100% in modo analitico e pagare velocemente gli aventi diritto; diffusa in 20 Paesi del mondo, la società è punto di riferimento di 10mila autori/editori in Italia e 25mila nel mondo, ha 250 milioni di ascoltatori e gestito fino a 215mila brani). Nel nostro Paese – prosegue Ianne – si fa tutto mai per propria sponte, ma per riflesso. Segno di uno scarso pensiero laterale. Ogni tanto nasce qualche dirigente illuminato ed è su questi rari eventi che dobbiamo contare.

È laureato in Musicoterapia con indirizzo neuro-riabilitativo (GCA). Quanto la musica può aiutare a guarire o a stare meglio? Ha avuto esperienze in tal senso?
Tante sono state le evidenze scientifiche. Certo! Io le ho vissute in prima persona, avendo avuto a che fare con diagnosi di tutti i tipi e situazioni anche molto difficili. È in ospedale che si imparano le cose, informandosi, leggendo cartelle cliniche e poi agendo. Non come musicisti eruditi, ma come “persone”, con tanta attenzione, ascolto, empatia. Oggi, poi, è sorto Pubmed: è un contenitore scientifico al quale si può accedere molto semplicemente su Internet; più nello specifico, è un motore di ricerca gratuito, basato principalmente sul database Medline, di letteratura scientifica biomedica dal 1949 ad oggi (la sua prima versione online è del gennaio del 1996 ed è stata prodotta dal National Center for Biotechnology Information, NCBI; sono in tutto oltre 24 milioni i riferimenti bibliografici derivati da circa 5.300 periodici biomedici inclusi e forniti, resi disponibili dal motore di ricerca). Non servono tante chiacchiere quando abbiamo la possibilità di leggere quanto la musica può fare per determinate patologie. Certo, il contenitore di evidenze scientifiche è in inglese. Ebbè, fate uno sforzo.

Per quanto riguarda il suo sostegno a Sea Shepherd che cosa può dire? Come noto è un’organizzazione senza scopo di lucro che si occupa della salvaguardia della fauna ittica e degli ambienti marini ed è registrata negli USA. I membri si autodefiniscono ‘eco-pirati’ e l’associazione no profit è stata fondata nel 1977 con il nome di Earth Force Society da Paul Watson, in precedenza membro di Greenpeace.
Sea Shepherd è come un faro isolato che illumina un territorio piuttosto buio. Se accendete la luce vi rendete conto del disastro che il nostro mondo sta sopportando. In particolare nei mari. Supporto Sea Shepherd nei miei concerti e desidero portare a conoscenza di questa nobile associazione quante più persone possibili. Perché loro possono rivelarsi una soluzione culturale, ma non solo.

Barbara Conti

‘Prodigi – la musica è vita’: dare voce e speranza ai bambini

Prodigi_Flavio_Insinna_Anna_Valle_2017_thumb660x453Il 20 novembre scorso è stata la giornata mondiale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, promossa dall’Onu nel 1989 e a cui l’Italia ha aderito nel 1991; tra l’altro tale data segna anche l’anniversario dell’adozione della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza: attualmente più di 190 Paesi l’hanno già ratificata. Il 22 e 23 novembre, invece, in Italia è stata la seconda Giornata nazionale per la sicurezza nelle scuole: molte le iniziative per scuole all’avanguardia e più sicure appunto; inoltre l’on. Valeria Fedeli (ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) per la circostanza firmerà sia un decreto per destinare risorse ai Comuni per mettere a norma (secondo criteri anti-sismici anche tramite progetti come quello di #scuoleinnovative) i plessi scolastici, sia il Protocollo d’intesa per l’avvio della programmazione #MutuiBei 2018-2020 – con la vicepresidente della Banca Europea degli Investimenti, Dario Scannapieco, e ad Antonella Baldino, della Cassa Depositi e Prestiti (CDP) -.
In linea con tali ricorrenze ed iniziative su Rai Uno è andata in onda, come lo scorso anno, una nuova edizione di “Prodigi – la musica è vita”. Condotta, invece che da Vanessa Incontrada, da Flavio Insinna ed Anna Valle. A valutare i giovani piccoli talenti una giuria composta dal maestro Beppe Vessicchio (per la categoria della musica strumentale), da Gigi D’Alessio (per il canto) e da Carla Fracci (per la danza). Non è stato solo un modo per festeggiare l’Unicef, ma soprattutto per parlare di quanto c’è bisogno nel mondo di aiuto, di quanto questo possa venire dalla musica e dall’arte in genere (anche la danza stessa ad esempio), di quello che è stato realizzato e di quanto ancora si può fare. Quasi per sollevare una preghiera di speranza, per dare fiducia nel futuro. Forse per questo, non a caso, ha vinto – prodigio tra i prodigi (erano sette tra musicisti, cantanti e ballerini) – il 13enne di Avezzano Marco Boni (nel canto con la sua esibizione in “Halleluja” di Leonard Cohen e votato da una giuria di 100 esperti oltre che dalla preferenza dei tre giurati d’eccezione). Il vincitore è stato finalista a “Ti lascio una canzone” e tre volte a Sanremo Junior e ha vinto ben 26 concorsi canori internazionali.
Un appello a compiere una vera e propria rivoluzione è venuto da più fronti, a partire dalla cantante Anastacia: il titolo del suo ultimo album “Evolution” (di cui ha presentato il singolo) invita quasi al cambiamento e al progresso, ad andare avanti nello sviluppo di nuovi modi per dare una speranza. “Per me la musica – ha detto la cantante – è la luce nel buio, è qualcosa che mi rasserena e dà speranza”. Poi da Francesco Totti, con il suo messaggio solidale di promozione dell’acquisto di pigotte dell’Unicef a scopo di beneficenza. Poi soprattutto da una bambina siriana cieca, che ha molto commosso. La piccola ha cantato un brano il cui testo è molto profondo e significativo: “rivogliamo la nostra infanzia … insieme cresceremo più forti …. abbiamo scritto questa canzone con il nostro dolore e la sofferenza: ascoltateci!”. Sono solo alcune delle frasi della canzone. Ha “impressionato” soprattutto l’appello all’ascolto: ovvero a sentire la loro voce che grida il diritto all’infanzia e all’istruzione.
Molto è stato fatto dall’Unicef, ma non basta. Storie vere fanno ben rendere conto della gravità della situazione. Beppe Vessicchio è stato in Brasile, dove si muore per malnutrizione sin dall’infanzia. Con un piccolo gesto si può fare molto: basti pensare che delle bustine nutritive del costo di soli 0,30 euro possono salvare una vita. Oppure, ad esempio, Samantha Togni e Samuel Pedron (di “Ballando con le stelle”) sono stati in Bangladesh e in Yemen, dove si muore per polmonite o diarrea; allora si rendono indispensabili vaccini, che costano 0,10 euro (con un euro se ne possono acquistare, dunque, ben dieci). Cifre irrisorie per noi, non ci si paga neppure un caffè – ha fatto notare Anna Valle -. A dare qualche numero poi è stato Andrea Iacomini, portavoce di Unicef Italia: in Siria e in Iraq è stata portata acqua potabile a 25 milioni di persone; 11 milioni di bambini si sono visti garantiti il diritto allo studio e all’istruzione con la costruzione di scuole ex novo con il contributo di Unicef; sono state consegnate due milioni di dosi di vaccini per bambini e tre milioni di loro sono stati salvati dalla malnutrizione. Donare è un gesto facile e semplice (basta chiamare o inviare un sms al 45566) e per i primi 200mila che telefonavano per donare ricevevano in regalo una maglietta dell’Unicef disegnata da Francesca Versace.
Ma non tutte le storie sono a lieto fine. Particolarmente drammatiche quelle di due scuole: quella di canto in Brasile e quella di danza in Bangladesh. La prima è stata salvata dalla violenza dei poliziotti (che volevano farla chiudere brutalmente) dal maestro di un piccolo gruppo di bambini (come anche nell’altro caso), che li ha invitati a non andarsene, a non uscire dalla scuola, ma a restare e cantare: con un’opposizione e una resistenza pacifica non violenta. Purtroppo la vicenda non è finita bene perché, nonostante non abbia chiuso, la scuola ha subito una grave perdita e ha visto un grave lutto colpirla: la morte di un bimbo kamikaze (Moises), che si è fatto saltare in aria; il piccolo aveva anche cantato con i suoi compagni lo scorso anno per Papa Francesco.
Bimbi a cui non occorrono solo medicine, zaini (con libri, quaderni, penne e matite, astucci) per andare a scuola o cibo, ma soprattutto serenità. “Il mio sogno è che la pace e la stabilità (e la tranquillità aggiungiamo noi) tornino nella mia patria”, ha detto la bimba siriana che ha incantato tutti con la sua voce.
Ma esistono storie dolorose anche dalle nostre parti. Gigi D’Alessio è andato a Rocca di Papa a visitare il centro d’accoglienza “Un mondo migliore”. “Non c’è solo la prima accoglienza da curare, ma occorre anche occuparsi dell’inclusione” delle persone che accogliamo – ha affermato il cantante a proposito dei migranti che sbarcano sulle nostre rive -. A tale proposito non è stato fatto vedere solo il messaggio (durante un concerto) del vocalist degli U2, Bono, di ringraziamento alla Guardia Costiera, che salva molte vite umane. Lo stesso Flavio Insinna ha voluto sottolineare in maniera sentita che questi soccorritori marittimi “salvano vite umane, non numeri”. A bordo delle navi della Guardia Costiera vi sono operatori Unicef, proprio per poter interagire meglio con i migranti; per i soccorritori “fare del bene è una missione, non può essere considerato un lavoro, ma è un privilegio” – ha commentato chi ne ha fatto una professione e ha contribuito a salvare ben 26mila minori non accompagnati (anche orfani) su quelle barche. Ad esempio, molto dimostrativo, è stato mostrato il salvataggio di una bimba. Tra l’altro proprio Papa Francesco ha invitato a non strumentalizzare politicamente i migranti, in vista della prossima Giornata internazionale della pace del primo gennaio 2018.
E poi ci sono stati a “Prodigi” 2017 le vicende di Alessandro, un bimbo di Amatrice che ama suonare la tromba e da cui non si è voluto separare neppure durante il terremoto; quando c’è stata la terribile scossa, prima di evacuare dalla scuola è tornato indietro ed è salito a prendere il suo inseparabile strumento. Oppure quella di Giada, che ha voluto danzare sin da piccolina; ma non avevano soldi per comprare scarpe nuove, buone; le facevano male, dunque, ai piedi e così il padre le ha cucito a mano sulla suola della spugna all’interno delle scarpe per non farla ferire. Se “la musica è vita”, è anche passione non meno della danza. “La danza è respiro, è armonia, è sensibilità pura senza affettazioni” – ha commentato Carla Fracci. E proprio il vissuto di un bambino, il ballerino 14enne Luigi, si lega a quello passato dell’étoile. Come è stato per quest’ultima agli esordi, anche il piccolo studia danza classica nella stessa scuola di danza classica a Stoccarda dove andò la Fracci. Un vero talento, la cui impostazione tecnica, la profusione, l’impegno, lo spirito di sacrificio e di dedizione, l’amore e la passione sono stati ben visibili a tutti. E allora, a proposito di talenti, la Fracci ha voluto rivolgere un appello: “i talenti non devono emigrare, devono restare in Italia e il nostro Paese non deve lasciarli andare via e far morire la danza, che è un’arte pura”. Come la purezza di questi bambini, dell’infanzia.
A loro spetta il dono della speranza. Dando loro voce. Perciò ci piace concludere ricordando la significativa iniziativa centrale messa in campo su più fronti (dalla politica, allo sport, alla musica, alla moda) per la Giornata mondiale del “takeover”, ossia il fatto che i piccoli hanno “preso il posto” degli adulti in questi settori con esibizioni, scelte e decisioni palesando le loro volontà. Per citare alcune delle personalità di prestigio che si sono prodigate per tale “causa”: il Goodwill Ambassador dell’Unicef, David Beckham, la presidente del Cile Michelle Bachelet, la cantante, autrice e attrice Pink, l’attrice Millie Bobby Brown, le cantanti, autrici e musiciste Chloe x Halle, le star del rugby degli All Blacks, Ryan Crotty, Kane Hames e Jeffrey Toomaga-Allen e gli attori Hugh Jackman e Debora-lee Furness (che hanno avviato una campagna di raccolta fondi per garantire acqua potabile, assistenza sanitaria e cibo ai bambini delle parti più povere del mondo).

L’emancipazione femminile nelle Fiction: Il paradiso delle signore

il-paradiso-delle-signore-1024x682“Il paradiso delle signore” non chiude mai, potremmo dire. Conclusa la seconda stagione della nota serie tv italiana, vediamo due dei suoi protagonisti ancora al lavoro. Stiamo parlando di Giuseppe Zeno (che interpreta Pietro Mori) e Christiane Filangeri (nei panni della signorina Mantovani). Il primo per questo 2017 è impegnato nel progetto di un’altra fiction al fianco di Vanessa Incontrada (“Scomparsa”), dove è il vice questore Giovanni Nemi, che indaga sulla scomparsa di due sedicenni: Camilla (Eleonora Gaggero), figlia della neuropsichiatra infantile Nora Telese (Vanessa Incontrada) e l’amica Sonia (Pamela Stefana). Mentre vedremo la Filangeri sia al cinema in “Caccia al tesoro” (che uscirà il 23 novembre prossimo, con Vincenzo Salemme, Carlo Buccirosso, Gennaro Guazzo Francesco Di Leva, Serena Rossi, Max Tortora) di Carlo Vanzina, che nella fiction per la regia di Riccardo Donna “La strada di casa” (con Alessio Boni).
“Il paradiso delle signore 2” vs “Velvet”. Se il cast di “Scomparsa” ha assicurato che non ci sarà una seconda stagione della serie (in sei puntate), invece una scia de “Il paradiso delle signore 2” rimane. Riassumendo: “Innovazione sostantivo femminile” citava un bando della regione Lazio a favore dell’imprenditoria femminile e giovanile. E la fiction “Il paradiso delle signore” ben racconta, attraverso la moda, l’universo dell’emancipazione femminile e dell’imprenditoria giovanile che porta innovazione. Ben descrivendo strategie di marketing d’avanguardia di stampo moderno; pur nella Milano del 1956. Ispirato a un romanzo di Èmile Zola ne conserva il realismo e il tono drammatico di fondo, senza troppo spettacolarizzare, ma aggiungendo un briciolo di tono poliziesco che lo avvicina ad un’altra serie (spagnola questa volta), che si muove nello stesso ambito: “Velvet”. Impossibile non notare un po’ di somiglianza e di affinità (nella diversità e nella connotazione di ciascuna) tra le due serie tv. Simili e quasi equivalenti i personaggi, che si richiamano un po’ specularmente. Innanzitutto le protagoniste del cambiamento e del progresso: Teresa Iorio (Giusy Buscemi) da una parte e Anna Rivera (Paula Echevarría) dall’altra, entrambe tormentate da una grande storia d’amore struggente con Pietro Mori (Giuseppe Zeno) e Alberto Márquez Campos (Miguel Ángel Silvestre). L’ascesa delle due giovani talentuose è affiancata dalla signorina Mantovani (Christiane Filangeri), come da Donna Blanca (Aitana Sánchez-Gijón), che però potrebbe tranquillamente ricordare la contessa Torriano interpretata da Valeria Fabrizi ne “Il paradiso delle signore”. Poi l’amica Anna Imbriani (Giulia Vecchio) di Teresa, somiglia un po’ alla Rita di Anna Rivera (Cecilia Freire); mentre l’ex moglie di Alberto Cristina Otegui (Manuela Velasco) richiama evidentemente la Rose Anderson (Andrea Osvart) di Pietro Mori: entrambe moriranno in maniera violenta e tragica. Così come c’è un’altra figura intraprendente intermedia tra bene e male (nel senso che inizialmente sembra ostile e antipodica al successo dell’eroina protagonista, ma poi si trasformerà in un personaggio positivo, cambiando molto): nella serie spagnola è quello di Patricia Màrquez Campos (Miriam Giovanelli, sorellastra di Alberto, che aspira a prendere le redini della galleria Velvet), in quella italiana è Andreina Mandelli (Alice Torriani), insieme alla madre Marina (Helene Nardini), legate da un astio antico a Pietro Mori (di cui vogliono vendicarsi, per poi trovare una soluzione di conciliazione).

Modernità de “Il paradiso delle signore 2”. Queste sono solo alcune delle analogie individuabili, seppure labili e blande, a volte stridenti. Per quanto il personaggio di Alberto ad un certo punto scompaia per poi ritornare alla fine della serie “Velvet”, rispetto a Pietro Mori, sempre presente seppur un po’ oscurato in una fase della fiction. Imprenditore di successo, la figura di Mori è controversa (amato e odiato, apprezzato e stimato o invidiato, ha qualcosa di oscuro che a tratti incute timore e rispetto). Per un attimo la sua intraprendenza sembra incartarsi e incapace di portare avanti “Il paradiso”, mentre le idee originali e nuove di Teresa portano clientela e ricchezza e un’immagine innovativa del negozio più accattivante e fresca. In contro-tendenza le visioni dell’una e dell’altro, i due spesso si scontrano, ma poi Mori capirà che è giusto seguire la strada disegnata dalla Iorio. Così come molto più intraprendente è il pubblicitario Vittorio Conti (Alessandro Tersigni), innamorato di Teresa e molto simile a lei, in grado di intravedere modalità diverse di veicolare il messaggio pubblicitario. Per non parlare della capacità “mediatica” di comunicare dell’altra consulente pubblicitaria Elsa Tadini (Claudia Vismara). Ma il personaggio di Mori rappresenta un uomo diviso a metà: combattuto tra onestà e spregiudicatezza. La moda e “Il paradiso” diventano fonte di business, ma c’è chi questi affari li vuole fare onestamente (come Teresa), rispondendo alla propria coscienza, e chi (come Rose) senza scrupoli, solo per soldi e guadagno. La tentazione sarà forte, ma associare “Il paradiso” a una passione, un impegno, un luogo d’affetto e di scambi umani contribuirà a darne un’ulteriore nuova visione. Sempre grazie a Teresa Iorio. In questo significativa anche la figura di Andreina, che inizialmente aveva la tendenza a comportarsi da donna d’affari cinica e spregiudicata e che poi si evolverà in senso più positivo. Così come cambierà molto la signorina Clara Mantovani (Christiane Filangeri), diventando più premurosa verso la figlia data in adozione (cui rinuncerà per il suo bene e per amore del capo-magazziniere Corrado, Marco Bonini). Ma non si scopre solo l’amore (un sentimento e un valore che non si ‘vende’), ma la serie ci fa vedere quanto fosse difficile all’epoca (ma anche oggi) essere una donna sola, madre (pensiamo anche ad Anna) e non sposata (con i matrimoni organizzati e combinati dell’epoca e le rigide tradizioni familiari e regionali come quelle dei genitori di Teresa) o per lei fare carriera (come Silvana, Silvia Mazzieri, che sogna il teatro); ma anche denunciare la propria omosessualità (come l’altro assistente pubblicitario e amico di Vittorio, Roberto Landi, interpretato da Filippo Scarafia). Ed essere un uomo integerrimo, che fa successo senza scendere a compromessi (con la malavita, con il contrabbando di droga o sigarette o con la corruzione). In questo è esemplare Pietro Mori, che anche lui avrà un’evoluzione profonda, intima e personale, con un forte senso di autocritica, con cui si interroga, cerca di cambiare ed essere migliore (di uscire anche dal vizio dell’alcool). Il suo sacrificio nella scena finale (in cui per proteggere Teresa dallo sparo di una pistola sembra farsi uccidere e morire), forse serve proprio a questo: a rivalutarlo, riabilitarlo, a dimostrare la volontà di sacrificarsi per una giusta causa e andare sino in fondo. Lezione morale importante, tutti sperano in una terza stagione e, soprattutto – visto il ritorno di Alberto nella serie “Velvet” (creduto morto) -, chissà che anche Pietro Mori non sia deceduto e possa “resuscitare” dando un nuovo futuro a “Il paradiso delle signore”? Velvet è arrivato alla quarta stagione, sebbene con meno episodi: sette in tutto in Italia contro i 20 de “Il paradiso delle signore”; magari questo potrebbe essere un nuovo formato per la serie italiana (meno puntate ed episodi, ma pur sempre un continuo con “Il paradiso delle signore 3”). Perché la moda non è solo tendenza, ma una sorta di specchio della propria personalità, è identità che dà senso di appartenenza: appartenersi e non perché è cool o trendy, ma l’appeal deriva dal fatto di sentir proprio quell’elemento che ci rappresenta e che non è solo “decorativo”.

Musical, fiducia, diritti e tradimento. Detroit, Hostiles e Sirene

detroitIl 23 novembre uscirà nelle sale “Detroit”, film per la regia di Kathryn Bigelow nella selezione ufficiale della XII Festa del cinema di Roma. In più in queste settimane è in onda la nuova fiction “Sirene” che, tra l’altro, ben descrive il tema del tradimento grazie al personaggio di Francesca, di cui veste i panni Lorena Cacciatore. Quest’ultima sta per sposarsi con Gegè de Simone (Michele Morrone) che, nonostante le sembianze umane, è il tritone Ares di cui è ancora perdutamente innamorata la sirena Yara (Valentina Bellè). Lei, con la sorella e la madre, finisce nel B&B di Salvatore Gargiulo (interpretato da Luca Argentero) detto Sasà, un allenatore di pallavolo. Per aiutare la giovane a riconquistare Gegè, Sasà cercherà di sedurre Francesca, che cede alle sue attenzioni nonostante sia a un passo dalle nozze. Dunque le sirene (richiamo un po’ al film “Splash” di Ron Howard del 1984, tanto che loro usano un motore di ricerca che invece di Google si chiama così) non conosceranno solo l’amore, ma anche il tradimento. E così sarà per gli umani. Tradimento in diversi sensi: sia per il fatto di avere un’altra relazione prima del matrimonio, sia per le bugie che ci si dice, sia per la confusione tra finzione e realtà, tra mondo umano e marino delle sirene. Tra ciò che si racconta e ciò che è.
Ma esiste un altro tipo di tradimento più ampio: il tradire i diritti inviolabili di una persona o la sua fiducia. Se Yara si sente privata del diritto di poter amare Ares (che sente “suo”) e, al contempo, di poter essere una sirena felice, è proprio il film “Detroit” ad illustrare la lotta per vedersi riconosciuti i propri diritti umani, ad essere se stessi, rispettati, secondo il riconoscimento dei diritti razziali, al di là di ogni discriminazione; anche in un’America multi-etnica e multi-culturale. Se Ares nella mitologia viene identificato come il dio della guerra, il film della Bigelow ben descrive un fatto storico, una sorta di guerra civile: quella che avvenne nel 1967 nella città degli Stati Uniti. All’epoca la polizia uccise tre afroamericani, su cui si accanì in maniera violenta (ferendo centinaia di altre persone innocenti), vittime della loro rabbia feroce e cieca e immotivata, basata su un odio xenofobo ingiustificato e irrazionale. Un po’ come avviene nelle banlieues parigine, qui la convivenza tra bianchi e neri è difficilissima e durissima. Non a caso l’America è stata la patria della guerra d’indipendenza e ha visto anche un’altra lotta per ottenere la “libertà” da ogni forma di ghettizzazione. Simile a quello che avvenne nel capoluogo della contea di Wayne (nel Michigan) lo è stato anche per gli indiani d’America (ridotti in schiavitù nelle loro “riserve”). Sterminati, denominati “pellerossa” o “indios” dai colonizzatori, furono salvati dai missionari cattolici, è il film “Hostiles” (regia di Scott Cooper, sempre nella selezione ufficiale della Festa del cinema di Roma 2017) a raccontare i duri e atroci scontri che agitarono il Messico e tutto il Sud America prevalentemente: intere popolazioni di indiani, ma anche di americani, sterminati con terribili razzie, saccheggi e distruzione di interi villaggi e famiglie. Sullo sfondo c’è questa parte di storia e la trama ben delinea la volontà di mettere fine a tutte queste sofferenze derivanti dal fatto di essere “ostili” (come cita il titolo del film). Nemici che si (auto)distruggono. Il protagonista è un capitano dell’esercito (interpretato da Christian Bale) che deve portare in salvo un capo Cheyenne (ferito in punto di morte che vuole tornare “a casa sua”, di cui veste i panni Wes Studi). Le loro vite si incroceranno a quella di una vedova a cui hanno ucciso tutta la famiglia (marito, due figlie e l’ultimogenito neonato): un’intensa ed eccellente Rosamund Pike, che spesso ha dovuto recitare senza parlare, solo con un’espressività del volto; spettacolare. Allora sembra che ci si chieda quasi: vale davvero la pena scontarsi? A cosa porta essere l’uno contro l’altro? Del resto è stato lo stesso Mahatma Ghandi a promuovere la nonviolenza (ahimsa) nella cosiddetta satyagraha (resistenza all’oppressione) con una resistenza pacifica non violenta nella disobbedienza civile. Pensiero che ha guidato molti altri noti difensori dei diritti civili: da Martin Luther King, a Nelson Mandela, ad Aung San Suu Kyi.
E che dire, a proposito di Italia, di “Una questione privata” di Paolo e Vittorio Taviani. Siamo nel 1943, tempo dunque di resistenza e di giovani che partono partigiani. Come Giorgio e Milton (interpretati da Luca Marinelli e Lorenzo Richelmy), che si contendono l’amore di Fulvia (Valentina Bellè). Milton scoprirà che forse lei l’ha tradito con l’amico Giorgio. Il film si regge sulla colonna sonora di “Over the rainbow”, e tratta le medesime tematiche della lotta per la liberazione dal regime di oppressione del (nazi)fascismo per il trionfo dell’unità e dell’uguaglianza, del tradimento (e della gelosia), sempre nella cornice bellica di una guerra come il conflitto mondiale. Basato sul capolavoro di Fenoglio, la trama è simile a quella di “Fango e gloria – la Grande Guerra”, per la regia di Leonardo Tiberi (del 2014) con Valentina Corti, Eugenio Franceschini e Francesco Martino che danno vita a un triangolo tra amicizia e amore. Agnese (Valentina Corti) è divisa tra il fidanzato Emilio (Francesco Martino) e le attenzioni dell’amico Mario (Eugenio Franceschini). I due giovani partiranno per il fronte e anche lei andrà a lavorare (come tutte le altre donne al posto degli uomini) in fabbrica, sognando il matrimonio con Emilio. Ambientato in Emilia Romagna è un docu-film, con immagini di repertorio ripescate dall’archivio dell’Istituto Luce e con la voce narrante del milite ignoto: un giovane sconosciuto morto per la patria, che non è stato possibile individuare, che potrebbe essere chiunque dei ragazzi partiti per il fronte con tante speranze.
Se l’impostazione di “Detroit” e “Hostiles” è la stessa, abbastanza drammatica nella sua rappresentazione cruda, dura e violenta – molto intensa e profonda -, a vincere il premio Panorama Italia nella sezione “Alice nella città” è stato un film divertente, che mostra un altro tipo di tradimento. Si tratta di una sorta di musical: “Metti una notte”, per la regia di Cosimo Messeri (con Amanda Lear, Cristiana Capotondi ed Elena Radonicich). Protagonista è lo stesso regista nei panni di Martino, un giovane entomologo (che studia gli insetti) molto erudito (usa solerzia invece di dire prontezza e scrupolosità nello svolgere un compito, un lavoro o un mestiere, un’attività). Tornato a Roma dalla Svizzera, lo zio gli chiederà di guardare la figlia di alcuni amici (Linda) poiché la sua babysitter (Gaia, interpretata da Cristiana Capotondi) è occupata; ma vi troverà anche la stravagante ed estroversa nonna della bimba (Lulù, Amanda Lear). Strada facendo incontrerà un suo vecchio amore del liceo: Tea (Elena Radonicich). O almeno così gli pare. Scoprirà che Tea non era Tea; e non solo per un eventuale scambio di persone, ma perché lei si approfitta dei suoi buoni sentimenti e lo inganna. Tradisce la sua fiducia. Così come spesso ci fidiamo troppo dell’altro, anche di chi non conosciamo. Martino è un uomo onesto, sincero, un po’ ingenuo, crede fermamente nella sincerità degli altri e nella loro buona fede. Si fida insomma e si comporta con altruismo e generosità. Mentre “la gente è quello che sembra”; cioè se uno somiglia a un delinquente o un ingannatore, un truffatore, probabilmente lo è. E lui sarà molto ingannato e raggirato. Un po’ incompreso, denigrato e deriso per il suo interloquire iperbolico e filosofeggiante, è lui stesso ad ammettere che “a volte la testa gli parte e le parole non tengono il passo”. Ossia resta senza parole, incapace di esprimere i propri sentimenti e di (re)agire. Per questo lo zio ritiene che, per uscire dal suo “marasma sentimentale” ci voglia “qualcosa di più travolgente”. La sua lezione è: “detesta gli errori, ma comprendi gli erranti”. Sbagliare è umano e, in fondo, la vita è “un misto di ansia e fatalità”, che ha in sé la parola fato: “bisogna crederci, è tutta un’illusione”. Bella la parte finale in cui, per la prima volta, dopo tanti battibecchi Gaia e Martino riescono a parlarsi solo guardandosi negli occhi. Il film ci insegna in maniera delicata a non tradire mai la fiducia dell’altro, i suoi sentimenti, ad accettarlo così com’è.
In questo validissimi altri due film della sezione “Alice nella città” della Festa del cinema di Roma. Entrambi sempre una sorta di musical: il genere è ritornato in auge qui alla Festa del cinema di Roma e non accadeva dai tempi dello strepitoso “Mental” di P.J. Hogan (con Liev Schreiber, Toni Collette, Anthony LaPaglia, Caroline Goodall); una commedia strabiliante che, attraverso la musica, trattava la malattia mentale. E mentale è proprio l’aggettivo giusto per descrivere il più corretto approccio all’altro, alla diversità, ossia basandosi sull’affinità empatica, emotiva, irrazionale: quell’alchimia che provoca una reazione chimica incontrollata e istintiva, naturale, senza passare per l’aspetto fisico esterno e l’esteriorità e l’avvenenza fisica. Quasi una scossa che la nostra psiche, anche a livello inconscio, subisce (che ci fa riconoscere tutti simili se non uguali, o comunque ci mette in sintonia con l’altro e ci si intende al volo).
Quella che vuole dare, ad esempio, il protagonista di “Freak show” (basato sul romanzo di James St. James), diretto da Trudie Styler (con Alex Lawther, Bette Midler, Annasophia Robb, Abigail Breslin, Laverne Cox): Billy Bloom (con l’interpretazione da premio Oscar di Alex Lawther). Discriminato, emarginato, quasi ghettizzato e vittima di bullismo perché considerato diverso e non conforme ai canoni comuni e sociali condivisi nel suo liceo, combatterà la sua battaglia per il rispetto della persona umana nella sua diversità e nei suoi diritti inviolabili a modo suo. Affronterà intolleranza, violenza e bullismo in maniera drastica. Amando vestirsi in maniera eccentrica, deciderà di candidarsi a reginetta del liceo, nelle elezioni di fine anno. Andando contro tutto e tutti, contravvenendo a qualsiasi moda e regola tradizionali e più conformiste e conservative. Isolato da tutti, anche in maniera offensiva, perché omosessuale, lui porterà avanti l’idea di tirare fuori, proteggere, manifestare, esibire senza vergogna, difendere e lottare per mostrare la parte freak che c’è in ognuno di noi. Il “freak” letteralmente è una “persona eccentrica, stravagante, strana” perché magari vista come diversa; in realtà Billy (omaggio forse a Billy Elliot per la sua passione per la danza) si riferisce alla parte più infantile, nel senso di incontaminata, schietta e sincera, immune da ogni forma di preconcetto, pregiudizio o di odio, per cui non si teme di essere se stessi. Anzi il suo invito è a comportarsi con il cuore, in maniera spontanea, senza temere il giudizio degli altri o solo per farsi “accettare” dalla massa. Paladino di questa libertà assoluta di essere autentici, senza censure, senza limiti né vincoli né obblighi o costrizioni. Non ha paura di andare sino in fondo a questa lotta per un ideale in cui crede molto (al di là di quale sarà l’esito delle votazioni dei suoi compagni). E la musica non poteva che essere la protagonista e il volano perfetto per veicolare un messaggio del genere. Pensiamo in passato alle canzoni “Freak of nature” di Anastacia o “Il bimbo dentro” di Tiziano Ferro.
E che dire, poi, dell’altro film (non meno forte emotivamente, sempre a musical) di “Saturday Church” di Damon Cardasis, che si regge sull’intensità espressiva di Luka Kain? Il giovane attore veste i panni del protagonista Ulysses ovvero Ulisse (che vive una sorta di Odissea personale che è un romanzo di formazione molto struggente). Anche lui vittima di bullismo perché omosessuale, vivrà esperienze molto forti soprattutto perché un ragazzo adolescente di colore del Bronx. Un 14enne come lui a New York per crescere deve conoscere realtà molto dure, che condividerà con altri neri come lui di una comunità transgender. Non sarà facile farsi accettare e superare certi traumi di violenze e abusi, ma la musica può aiutare ad estraniare la sofferenza che si ha dentro quantomeno: diventa un modo per parlare, comunicare e comprendersi, capirsi e aiutarsi. Molto sensibile, per quelli come Ulisse è facile rimanere terribilmente feriti dalla crudeltà di un mondo violento. Il diritto ad essere liberi sarà una dura conquista: un po’ come andare in Chiesa il sabato, luogo dove si è tutti uguali e fratelli e ci si vuole bene, ci si rispetta e ci si aiuta uno con l’altro (forse questo un po’ il senso del titolo: senso di comunità da riscoprire, ritrovare e diffondere). Film come “Freak show” non premiato, ma che tratta in modo simile temi speculari. Per il diritto alla diversità gridato da più fronti. Nel cast di “Saturday Church” (in cui molto rigida e un po’ bigotta, autoritaria e severa è la zia Rose del ragazzo) anche: Margot Bingham, Regina Taylor, Marquis Rodriguez.
Infine, a proposito di accoglienza, inclusione, rispetto e accettazione dell’altro, lotta all’emarginazione anche attraverso la religione, non si può non citare un altro interessante film (non premiato) della sezione “Alice nella città”: “Beyond the sun” di Graciela Rodriguez Gilio e Charlie Mainardi. Un invito a scoprire il Vangelo e a praticarlo con coraggio, in maniera semplice e spontanea, con il Catechismo e soprattutto parlando a Dio attraverso un raccoglimento intimo e il dialogo (parola quanto mai importante che viene introdotta). “La paura è un’illusione”, con “forza e coraggio” si può arrivare a scoprire e sentire la fede, a conoscere e diffondere la parola di Gesù, seguendo il suo esempio (come fecero gli apostoli). Questo l’insegnamento per cinque bambini di culture e mondi diversi, da parte dello stesso Santo Padre. Eccezionalmente, infatti, Papa Francesco appare nel film per esortare a seguire un cammino apostolico, per quanto insidioso e difficile, ma senza paura appunto; nonostante possa risultare astioso e pericoloso a tratti, irraggiungibile o impossibile da conseguire e perseguire. L’amore di Dio è in ogni cosa, la parola di Gesù e gli insegnamenti della religione e del cristianesimo sono nelle piccole cose della vita di tutti i giorni, nei semplici gesti.

Molto originale come gli altri nell’affrontare temi particolari e insidiosi con disinvoltura e nel parlare in maniera semplice e diretta, molto chiara, al pubblico di ogni età. Per una sorta di piccola grande rivoluzione non-violenta (per ritornare al punto di partenza d’avvio).

Next Gen Atp Finals di Milano: Chung asso piglia tutto, ma c’è anche Quinzi

Le Next Gen Atp Finals erano l’evento dell’anno. Innanzitutto perché scendevano in campo i giovani; poi per le nuove regole sperimentate, poi perché era la prima edizione e si poneva un po’ in concorrenza con le Atp Finals di Londra. La manifestazione non si è smentita ed è stata un successo. Tanto che soddisfazione è stata espressa dal presidente della Federtennis Angelo Binaghi, che si è detto entusiasta delle nuove regole, che hanno reso più “entusiasmante” il torneo: un’innovazione e una sperimentazione riuscita. Vediamole da vicino.
quinziLe nuove regole delle Next Gen Atp Finals. Si giocava al meglio dei 5 set, ma ogni parziale si concludeva in 4 games, senza differenza di due, e sul 3-3 c’era il tie-break a sette punti. Non c’erano neppure i vantaggi e il net sul servizio non faceva ripetere la prima battuta, ma si continuava a giocare. Poi tra un punto e un altro i giocatori avevano a disposizione 25 secondi e non più 20. I tennisti potevano contare, inoltre, su un coaching molto più ampio: tramite delle cuffie potevano usufruirne quando volevano (anche ad ogni cambio campo), purché parlassero in inglese. Più peso dato al “falco” e via i giudici di linea. Infine, grossa novità, il pubblico sugli spalti poteva muoversi purché non sedesse in prima fila, ma nelle fasce più lontane per non disturbare i giocatori. Lo scopo era velocizzare i match e renderli più avvincenti. Sicuramente impresa riuscita, in quanto i ritmi più rapidi hanno reso gli scambi più interessanti, ma non hanno scorciato i tempi delle partite (molte sono finte in due ore). Approvate – come detto – da Binaghi, è stato lo stesso presidente di Federtennis ad annunciare che per i prossimi quattro anni si giocherà ancora di nuovo a Milano, per altre edizioni che si apprestano ad essere appuntamenti importanti e fissi, anche se a fine stagione. Di sicuro le Next Gen elevano il tennis italiano nel panorama mondiale; con le Finals di Milano, che seguono agli Internazionali Bnl d’Italia a Roma, si equipara un po’ il nostro Paese ad altre nazioni quali Regno Unito e Francia. Inoltre la regione Lazio ha stanziato più di nove milioni di euro per la riqualificazione, l’adeguamento e la messa in sicurezza degli impianti sportivi esistenti in tutta la regione. Un primo passo per avere una sorta di Next Gen a Roma, di preparazione agli Internazionali del Foro Italico di maggio, magari di sole tenniste per creare le Next Gen Wta Finals? Chissà.
Le rivelazioni delle Next Gen. A sancire il tripudio delle Next Gen Atp Finals di Milano, intanto, sono state molte rivelazioni. Innanzitutto il vincitore assoluto è stato – a sorpresa – Hyeon Chung, primo coreano dopo 14 anni a vincere un torneo, che ha fatto incetta. Ha incassato ben 390mila dollari, derivanti dal montepremi finale, a cui sommare il bonus di partecipazione di 50mila dollari e quello (di circa 30mila dollari) per aver vinto tutte le partite. Un torneo strepitoso il suo, con cui ha strappato di mano la vittoria al super-favorito. Dopo il forfait di Alexander Zverev (che ha optato per giocare a Londra e che qui a Milano si è reso protagonista di un match d’esibizione ad apertura della manifestazione), era di certo Andrey Rublev ad avere tutti gli occhi puntati su di sé. Ed era anche cresciuto durante il torneo, aprendosi sempre di più al pubblico, più disponibile e spigliato nelle interviste, sempre più in fiducia, soprattutto dopo la semifinale eccezionale (“la migliore partita che abbia giocato in tutto il torneo”, per sua stessa ammissione) disputata contro Borna Coric (sconfitto per 4/1 4/3 4/1). Forse, però, problemi fisici per il croato che non è sceso in campo (per problemi allo stomaco) a giocare la semifinale per contendersi il terzo posto contro Medvedev (e infatti si è tenuto un altro incontro-esibizione). Tuttavia, l’uomo rivelazione delle Next Gen non è stato tanto o non solo Rublev, ma soprattutto (oltre Chung) Denis Shapovalov. Il 18enne canadese, infatti, ha ricevuto un importante riconoscimento da parte dell’Atp, che gli ha consegnato il premio “Most Improved Player Of The Year”, quale giocatore che ha fatto più progressi durante la stagione, per cui era candidato anche lo stesso Andrej Rublev (oltre Alexander Zverev). Sicuramente ha vinto in simpatia per il pubblico Denis, che ha saputo conquistarlo con la sua disinvoltura (incitandolo ed esortandolo a sostenerlo e supportarlo). Lui ha incassato 80mila dollari (a pari-merito con Khachanov), mentre 235mila per il secondo classificato Rublev. Coric è arrivato terzo (con un assegno incassato di 190mila dollari), seguito a poca distanza da Medvedev (con 185mila). Ma Milano si è scaldata, già entusiasta del nuovo torneo come ha dimostrato il sold out dei match e gli spalti colmi di gente che applaudiva e guardava con interesse, anche grazie all’azzurro Gianluigi Quinzi. Per l’italiano un buon risultato raggiunto dopo aver superato le qualificazioni (in una finale molto combattuta contro Baldi); per lui match molto equilibrati e lottati, alla pari con questi giovani campioni internazionali. Non c’erano in palio punti Atp, per non fare disparità dato che erano in pochi e una nicchia di giocatori a disputarlo e non era aperto a tutti, ma l’impegno dei tennisti è stato comunque massimo. Un vero spettacolo che Quinzi ha contribuito ad alimentare (portando a casa, come Donaldson, 50mila euro). Rivelazione di un Gianluigi generoso, che non si è risparmiato, ma ha lottato, corso tanto e tirato fuori dal suo cilindro i colpi migliori e la grinta più tenace. Così come altra sorpresa è stato Medvedev, dimostratosi un grande lottatore (anche se forse in maniera meno eclatante e più contenuta) e in grado di rimontare diversi match, che sembravano persi per lui. Anche per questo il quarto posto è stato il suo.
La finale e le partite più belle. Ma sicuramente il vero protagonista delle Nexy gen Atp Finals sono state le emozioni, che hanno fatto dei finalisti un vero e proprio “personaggio”: ciascuno a suo modo. Chung per aver avuto il pieno auto-controllo di ogni momento e fase del match, su ogni punto, senza perdere il comando dei “nervi”. Dall’altro lato un Rublev che, invece, a un passo dal trionfo, ha tremato, ha esitato un attimo e avuto un po’ di tensione, un lieve black-out che gli è stato fatale e lo ha mandato in confusione, rimettendo in partita il coreano. Visibilmente nervoso (sua la prima racchetta del torneo rotta malamente), le grida di rabbia e di disappunto, di risentimento per scarso rendimento a suo avviso, e la delusione e l’amarezza per la sconfitta e per l’occasione sciupata (che non ha nascosto durante la premiazione). Dopo l’entusiasmo della semifinale straordinaria contro Coric, il rammarico per questa finale non proprio al top. Ma del resto giocare contro questo Chung non era facile, richiedeva di non avere cedimenti e di non concedere nulla. Finale terminata (dopo quasi due ore, in rimonta per il coreano) per: 3/4 4/3 4/2 4/2. Due tie-break dimostrano l’equilibrio del match. In sintesi: Rublev parte bene, poi sbaglia qualcosina di troppo e il secondo tie-break è di Chung, che prende il volo. Infila un doppio 4/2 a dimostrazione di una partita ormai a senso unico, in cui Hyeon ha preso il controllo e domina un Rublev confuso, che non sapeva più che fare (ma ha dato il massimo, ci ha messo il cuore, quasi in lacrime a fine incontro). Il coreano ha, così, confermato il 4/0 4/1 4/3 che aveva rifilato a Rublev nell’altro ‘girone di andata’ – per così dire – di questo torneo a due gironi (A e B). È stato sempre lui a rendersi protagonista di alcuni dei più bei match del torneo. Innanzitutto contro Medvedev (terminato per 4/1 4/1 3/4 1/4 4/0) o contro il nostro Quinzi (sempre in 5 set: 1/4 4/1 4/2 3/4 4/3). Se, poi, Gianluigi si era comportato egregiamente anche contro Rublev (con cui ha perso al quinto set con il punteggio di: 1/4 4/0 4/3 0/4 4/3), non si possono non evidenziare almeno altri due match eccezionali. In primis quello, tanto atteso, di Rublev e Shapovalov (portato a casa dal finalista solo dopo 5 set per: 4/1 3/4 4/3 0/4 4/3): tre tie-break, non male. Così come equilibratissimo è stato quello tra Khackanov e Coric (Bora si è imposto per 3/4 2/4 4/2 4/0 4/2). A Rublev resterà la soddisfazione di vedersi assegnato il miglior punto del torneo: un rovescio in cross molto stretto di risposta sul servizio di Coric in semifinale sul suo lato sinistro: imprendibile e semplicemente eccezionale, anche il suo avversario non ha potuto che applaudire e complimentarsi.

Al cinema sfilano le “Sirene”, la mitologia
che affascina

Sirene-serie-tv-raiDopo il premio Taodue al film della sezione “Alice nella città” “Blu my mind”, alla 12^ Festa del cinema di Roma, su Rai Uno arriva la serie tv “Sirene”, per la regia e soggetto di Ivan Cotroneo. Da sempre nella mitologia hanno affascinato gli uomini, incantandoli e quasi ipnotizzandoli con il loro canto soave. Chi non ricorda le peripezie di Ulisse e dei suoi compagni e le disavventure nell’isola di Calipso? Ma cosa succede se delle sirene piombano sulla Terra accanto agli umani? E se l’incontro avviene nella città di Napoli – con i suoi colori partenopei – e nell’era moderna, con tutti i problemi contemporanei di una società cambiata e in continuo mutamento, che cosa accade? Di sicuro puro divertimento assicurato per il pubblico. Questo il punto di partenza della nuova serie tv firmata da Ivan Cotroneo e diretta da Renato Marengo, dal titolo appunto “Sirene”. E il successo, sin dagli esordi, non poteva che essere garantito; e non solo da un soggetto interessante. Il primo episodio ha visto ben 4.8 milioni di spettatori (pari a uno share del 20.6%) nella prima serata. Il tema di certo è trattato in maniera originale. Poi si avvale di un cast eccellente, che vede la partecipazione di: Valentina Bellè, Luca Argentero, Maria Pia Calzone, Ornella Muti, Denise Tantucci e Massimiliano Gallo.

Ovviamente il tema non è la prima volta che viene affrontato nella cinematografia. Approda sul piccolo schermo, ma già il cinema lo ha trattato. Come non pensare a “Splash – Una sirena a Manhattan”, film del 1984 diretto da Ron Howard, con protagonisti Tom Hanks e Daryl Hannah. Pensiamo – poi – al rimando evidente all’omonimo titolo del film del 1990, per la regia di Richard Benjamin, con: Cher, Bob Hoskins, Winona Ryder, Christina Ricci, Michael Schoeffling, Bob Rogerson, Jerry Quinn. Una commedia, di certo riprende il tono divertente dell’opera pensata da Cotroneo. Dall’altro lato, quest’ultima, ha un genere più impegnato in quanto vuole andare oltre parlando di tematiche attuali. Questo un po’ richiama lo spirito di “Blu my mind” (per la regia di Lisa Brühlmann); presentato alla 12^ Festa del cinema di Roma, quest’ultimo film drammatico che ha vinto il premio Taodue. Dimostrazione che la figura delle sirene sono ben viste e portano bene, se sviluppate nel modo giusto. Infatti per Brühlmann diventa metafora del disagio giovanile ed adolescenziale di una ragazza che si sente inadatta, disadattata percependo qualcosa di anomalo nel suo fisico. Diventerà una sirena, che dovrà tornare nel suo mondo. Sognerà sempre il blu del mare nella sua mente, sempre presente, ma la sua permanenza tra i coetanei umani sarà un modo per confrontarsi con i problemi della crisi esistenziale che vivono i ragazzi d’oggi, con il loro corpo che cambia; e poi la drammaticità dell’abuso di droghe, alcool, della violenza, dell’eccesso di sesso sfrenato, della difficoltà dell’inserimento, dell’accettazione, dell’auto-accettazione e dell’inclusione, di entrare in un gruppo e farsene riconoscere parte attiva, con il rischio della denigrazione fisica e morale, del bullismo e di atti che sfociano nell’autolesionismo, ma anche nel conflitto generazionale con i genitori. Di dubbi esistenziali su chi siamo, da dove veniamo, cosa cerchiamo, dove andiamo. E dove siamo arrivati.

Interrogativi amletici intrinseci nella natura umana, sempre vincenti (come dimostrano i riconoscimenti e gli apprezzamenti ricevuti dal pubblico). Soprattutto se trattati in forma innovativa e nuova, originale appunto – come dicevamo – come accaduto per la serie “Sirene”. Si tratta di un fantasy, che per la prima volta approda in Italia e vede protagonista il nostro Paese con una produzione tutta nostrana. I suoi “creatori” l’hanno definita “una favola romantica che racconta una storia di tutti i giorni”, moderna dunque. “È un progetto importante che rompe un tabù: quello del genere fantasy in Italia. È la prima volta – ha spiegato Ivan Cotroneo alla presentazione ufficiale in anteprima – che ci si è avvicinati a tale tipo di prodotto. In più c’è il corredo di effetti speciali per raccontare anche il mondo marino”; le sirene, infatti, si parlano nel pensiero e si capiscono senza esprimersi a voce. “Ne è stato ricavato un genere nuovo quasi – aggiunge Cotroneo – in quanto filtrato con la particolarità della nostra cultura italiana. Partendo dall’immaginario comune di queste figure mitologiche, che derivano dalla mitologia latina, si affronta in modo simpatico la battaglia fra il genere femminile e maschile con molta leggerezza”. “Ma si trattano altri temi ancor più importanti – sottolinea Cotroneo -, come quello dell’accoglienza, dell’inclusione, dell’accettazione, della diversità, del bullismo e delle problematiche ambientali. È una storia ricca di tanti elementi”. E poi c’è stata la scelta coraggiosa di ambientarla a Napoli. Infatti il primo incontro con la produzione è avvenuto proprio nella città partenopea, dove Cotroneo ha lanciato l’idea di tre sirene a Napoli, che cercano un tritone scappato che all’inizio non riescono a trovare. Ne accadranno delle belle. Perché ha pensato proprio a queste figure? Non ha difficoltà a rispondere Cotroneo: “Le sirene sono come delle persone, venute da altrove, in grado di descrivere la realtà che vedono, che guardano e osservano con occhi nuovi, diversi e più oggettivi. Sperso inorridiscono o rimangono stupefatte notando la violenza della società moderna, poco attenta all’ambiente, in cui gli uomini non hanno molto rispetto reciproco. Un mondo che, al contempo, appare loro nuovo, non comprendono e fanno fatica ad accettare e giustificare”; ma che le incuriosisce anche e su cui vorrebbero intervenire per cambiarlo e migliorarlo, dettando regole nuove. Non si spiegano il perché di tante cose assurde e strane che accadono intorno a loro; ma non è solo questo. Da qui si sfocia in una riflessione più profonda cui “Sirene” ci costringe: “quando abbiamo di fronte qualcuno così diverso da noi, perché appartiene ad un’altra specie (o razza) possiamo convivere con lui e amarci comunque ad ogni modo, nonostante questo?”. Per questo diventa una storia leggera e attuale, frutto di un lavoro di squadra – sottolinea tutto il cast -, che si trasforma in un percorso di conoscenza (e di formazione e di cambiamento) sia per le sirene che per gli umani. “Scoprono anche il dolore e la perdita, la separazione e l’obbligo di fare delle scelte e delle rinunce a volte, non solo l’amore. Così come si mescolano vari generi e non solo il fantasy”, sintetizza Cotroneo. Se il tema centrale è quello dell’inclusione – rimarca Cotroneo – “è stato difficile – confessa – trovare il tono e il modo giusto per renderle reali, più naturali. C’è tanta leggerezza, ma anche molta accuratezza nei particolari, curati nei minimi dettagli: dall’aspetto estetico, alla scenografia, ai dialoghi, ai connotati della personalità e del carattere di ogni personaggio”. In questo si inserisce il ruolo che gioca la lingua, il napoletano, dialetto che contribuisce a dare colore e ilarità alla serie. “Una sfida esaltante”, come ha definito Luca Argentero (torinese doc) il fatto di dover imparare a parlare in napoletano e con questo dialetto così particolare e pregnante. È stato un po’ come “uscire da una comfort zone, da un luogo sicuro e certo, per mettersi in gioco. È bello sfidarsi. Per me il napoletano è stata una scoperta positiva. Il loro parlato diventa come uno specchio di un modo di vivere e una filosofia di approccio alla quotidianità. I napoletani – ha spiegato l’attore – vivono la vita a un livello più profondo, che riflette il loro entusiasmo genuino di vivere la vita; anche se è difficile a volte, non perdono mai tale entusiasmo. Cominciano, infatti, la giornata sempre con un ‘wow’”. A tale proposito l’attrice Teresa Saponangelo, nata a Taranto da padre pugliese e madre napoletana – che ha vissuto a Napoli fino a vent’anni -, si è detta particolarmente contenta della nuova visione di Napoli che viene data.

Riusciranno queste sirene nella loro missione? Quanto ne usciranno più umanizzate? Intanto quanto scompiglio porteranno e quanto caos ci sarà ancor di più nella città di Napoli? Riusciranno a non utilizzare i loro sortilegi? E a parlare col pensiero anche con gli uomini e non solo tra di loro? Chissà. Tutto può essere. Vedere per scoprirlo.

Barbara Conti