BLOG
Barbara Conti

Il capitano Maria: il ‘Ready player one’ di Annagreca Zara

Capitano-Maria

Si è conclusa la nuova fiction per la regia di Andrea Porporati: “Il capitano Maria”. La serie TV ha analizzato alcune problematiche della società attuale tra antico e moderno, dando uno sguardo tra passato e presente, tra ieri ed oggi. Un caso personale, l’uccisione del marito del capitano Maria, che sfocia da una vicenda privata in un caso pubblico di interesse collettivo. Una ‘scomparsa’ – per citare l’altra fiction con Vanessa Incontrada -che porta alla scoperta di una verità ben più profonda. Quasi una denuncia sociale che si svela poco a poco, fino a una realtà assai complessa che si palesa; preannunciata da una sorta di veggente (come fu in ‘Scomparsa’ appunto).

Ma nella drammaticità, nella crudeltà, nella durezza, nel mistero così burrascoso che si dipana, prende vita e si snoda mano a mano, un’aura di romanticismo ha luogo -anche inaspettato-; ed ha luogo grazie alla storia d’amore tra Filippo Gravina (Carmine Buschini) e Luce Guerra (Beatrice Granno’): “è bello perché non c’è più rabbia”, dice quest’ultima. Ed è questo il nocciolo della situazione: annientare ed azzerare ogni dolore e rancore per i soprusi e le ingiustizie che ci circondano e si vedono e si sentono tutti i giorni. Liberare tutti da questa sofferenza. Paladina sacrificale, capro espiatorio ne è la giovane Annagreca Zara (Camilla Diana). Per questo potremmo dire che è lei la vera protagonista della fiction, che a ragione potremmo intitolare “Il capitano Annagreca”. Ma Maria serve a dare l’ammonimento che dà il via al cambiamento, il la a un moto di ribellione: “lei ha scelto una strada coraggiosa e pericolosa pertanto” – fa notare sulla scelta encomiabile di Annagreca di rivoltarsi ai fautori del male -. Però tutto oggigiorno è più rischioso perché non bisogna mai fidarsi delle apparenze, ma sempre diffidare appunto, perché “tutta la realtà è manipolata” con le nuove tecnologie avanzate e sofisticate d’avanguardia, fa notare il capitano Maria. Donne assolutamente protagoniste di questa nuova battaglia (come del resto sta dilagando e prendendo piede nella collettività contemporanea).

Dove vediamo regnare problemi quali traffico illecito di armi (e di droga), anche chimiche; una guerra combattuta con strumenti più subdoli e feroci, sfide tra clan di stampo mafioso della malavita organizzata, faide interne intestine violente e spietate, che non guardano in faccia nessuno; regolamenti di conti per un fatto d’onore e di vendetta personale per chi ha distrutto intere famiglie (quelle di Maria, Luce, Annagreca ad esempio). Ma anche traffici di persone, quelli di profughi sfruttati ad esempio, o quello di bambini purtroppo (utilizzati per lavorare, trattati come bestie, sottoterra – quasi fossero miniere nascoste come spesso rappresentate nello scenario diffuso collettivo -), intossicati nel vero senso della parola con ‘nuovi’ e più potenti veleni.

Dunque non solo terrorismo, perché la vera minaccia arriva da chi ha una sete di potere spietata. Per fare chiarezza e giustizia, quanti morti dovranno ancora esservi? Si riuscirà davvero a mettere fine a tutta questa violenza sanguinolenta? Quale il prezzo da pagare e il sacrificio ultimo da ottemperare per porvi una conclusione? Questi gli interrogativi che si sollevano spontanei in uno scenario apocalittico: sembra di essere dentro un videogioco in cui si combattono duelli all’ultimo sangue con personaggi che sono supereroi con poteri straordinari, un po’ come ci trovassimo dentro la realtà virtuale del recente film di Steven Spielberg “Ready Player One”. Tutto sembra così assurdo e irreale che non si riesce a capire dove finisca la realtà e dove cominci l’immaginazione: si sogna o si è desti? È pura fantasia o accade tutto veramente? Possibile che esista così tanto male? Riuscirà a regnare l’amore ed Annagreca e i suoi amici riusciranno a proteggere la loro famiglia: le uniche cose che contano davvero, umanità in mezzo a tanta disumanità alienante?

In questo la figura del capitano Maria è equivalente a quella della Madonna che assiste al sacrificio del figlio che si immola sulla Croce per l’umanità: prega, sostiene e approva con dolore quest’opera di misericordia. Lei con estrema sofferenza ‘lascia andare libere’ verso il loro destino (di liberazione e sogno di libertà) le due ‘figlie’ (tali ormai sono diventate): Annagreca e Luce, perché in fondo siamo tutti fratelli e tutti figli di Dio, promotori dell’esempio del Cristo che ci guida e forti della certezza di agire per il bene comune universale. Annagreca, nuova Giovanna D’arco moderna e nostrana (in questo spettacolare Sud d’Italia), sa che non c’è bene più prezioso della libertà e vale sempre la pena perseguirla, inseguirla e lottare per essa. Ci si riconosce così tutti appartenenti ad un’unica razza: quella umana, la sola esistente che ci fa tutti esseri umani uguali e simili nel nostro bagaglio di medesimi sentimenti; perché, in fondo, tutti vogliamo la stessa cosa: amare, essere amati ed essere liberi, poter vivere in pace e realizzare tutti i nostri sogni – in primis quello di veder sorgere un mondo migliore e meno violento e crudele -.
In ciò, per rendere tutta la tensione, la drammaticità e l’intensità della circostanza, attrice più profonda di Vanessa Incontrada non poteva esserci (che ha la sensibilità per dare la giusta emotività al suo personaggio).

Da sottolineare la straordinaria interpretazione di Camilla Diana (carismatica ed eccellente nel trascinare il cast di giovani attori, nel suo ruolo di certo non facile, nel muoversi tra una spietata cinica vendicativa e una ‘pasionaria’ generosa e buona). Ad affiancarla anche la valida Beatrice Granno’, che con Carmine Buschini infondono l’entusiasmo adolescenziale di voler crescere in fretta, cambiare, fuggire, andare lontano, ribellarsi. In questo anche la presenza di Giorgio Pasotti (nei panni di Dario Ventura) alleggerisce un po’, con il suo insegnare ai più piccoli una danza buffa e divertente, che però non è ridicola, ma propiziatoria in quanto preparatoria alla ‘guerra’. Infine, a sottolineare l’importanza dell’Arma (a tenerne alto il valore e il prestigio), fatta di uomini e donne valorosi e coraggiosi che lottano sino alla morte per un ideale di bontà, è il personaggio di Andrea Bosca: il tenente Enrico Labriola, che muore per amore con convinzione, senza esitazione né rassegnazione (lottando sino alla fine è all’ultimo per questo).

Barbara Conti

‘Il capitano Maria’, una fiction tra ‘Don Matteo’ e ‘Scomparsa’

il capitano maria“Il Capitano Maria”, per la regia di Andrea Porporati, con Vanessa Incontrada, Carmine Buschini, Andrea Bosca e la partecipazione straordinaria di Giorgio Pasotti, affronta temi d’attualità, rivisitando cliché cinematografici e guardando ad esperienze in tale ambito del passato. Tra “Scomparsa” e “Don Matteo”. Tra droga e disagi esistenziali ed adolescenziali. Nel pieno divario tra città e periferia, ci si trasferisce per trovare un’identità e un equilibrio, per ritrovarsi e riscoprire le proprie origini, i posti da cui si (pro)viene, alla ricerca del sé, per cercare “un’altra (e nuova) vita” (per citare un’altra fiction con la Incontrada); per superare dei traumi come l’uccisione del magistrato Dino Guerra, marito di Maria Guerra (ora capitana dei carabinieri, come abbiamo visto nell’ultima serie di “Don Matteo” tra l’altro) e padre di Lucia Guerra, detta “Luce” (ragazza ribelle, ma sensibile), interpretata da Beatrice Grannò. Un caso da risolvere, che significa rimettere a posto i pezzi del puzzle della propria vita e del proprio animo. Il giallo è duplice e a carattere molto moderno: la droga che circola nelle scuole e un esplosivo piazzato proprio nella scuola di Lucia Guerra ad introdurre il tema del terrorismo islamico (forse per la prima volta nella fiction italiana e comunque un gesto di coraggio e molto significativo); per una fiction esplosiva potremmo dire. A parte la battuta, ci si muoverà tra lo scontro tra la generazione dei genitori e quella dei figli, dei docenti che insegnano e dei loro alunni, ovvero quella degli adulti e l’altra dei giovani rappresentata da Luce, ma anche dal suo coetaneo e compagno di classe Filippo Gravina (Carmine Buschini). Si oscillerà tra polveri da sparo, polvere chimica da sniffare, la polvere dell’inquinamento atmosferico e la polvere delle prove e degli indizi da rispolverare per scoprire la verità e giungere alla risoluzione del caso. Non manca un forte e centrale aspetto di mistero, che infonde suspense e tensione alla fiction: tra amori (anche tenuti nascosti) e confessioni e rivelazioni segrete dove, tra malavitosi e carabinieri, tra legalità e illegalità, la quotidianità è fatta di entrambi gli aspetti: contrasti antipodici, opposti estremi con cui si deve imparare a convivere perché coincidono entrambi nella realtà di tutti i giorni. Gli innocenti sono sempre i bambini, occorre far trionfare il bene sul male. I più piccoli sono protagonisti, con i giovani adolescenti, perché è da loro che deve partire il cambiamento (dicendo ad esempio basta, niente più droga né pillole, ribellandosi alla microcriminalità che li vorrebbe assoggettare, manipolare e schiavizzare; facendo profitto e guadagnando sulla loro pelle in modo cinico). C’è un ordigno nelle scuole dei bambini perché il terrorismo oggi passa per il più grande terrore e pericolo che è quello di non sentire più niente e di non avere più valori o esempi da dare e da lasciare alle generazioni future (come potrebbe essere quello del magistrato Dino Guerra), né umanità: quella che insegue, ricerca e tenta di riportare in auge Maria Guerra. Quest’ultima, poi, ha anche un altro figlio più piccolo: Riccardo Guerra (alias Martino Lauretta).
Per scampare dall’ordigno (“potente abbastanza da far saltare in aria tutta la zona”), ci si muove come nella simulazione di un’esercitazione a scuola, quasi ad imparare a destreggiarsi nelle insidie della vita. Si chiamano i servizi segreti anche perché ognuno ha un segreto. E Luce finisce per mettersi nei guai e in serio pericolo, tanto da scomparire e far preoccupare a morte la madre (come proprio avvenne in “Scomparsa”). Sono e siamo tutti in pericolo, in uno scenario apocalittico moderno. Nello scontro tra due mondi: adulti ed adolescenti, ma anche quello dell’universo della legalità e quello della criminalità. In mezzo c’è la normalità, che è fatta di amore, odio, gioia, dolore, rabbia, paura. I due mondi si contaminano e allora si è tutti in fuga: verso dove? In soccorso, in aiuto a salvare, un po’ ancora come in “Scomparsa”, arriva un personaggio nuovo, misterioso, sconosciuto: chi sarà? Si sa solo che è in contatto, con cellulari di ultima generazione (di nuovo il ruolo ricoperto nella società moderna dalle tecnologie), con un’amica e compagna di scuola e di banco di Luce: due amiche (proprio sempre come nella fiction “Scomparsa”), unite da un filo sottile, linea di confine tra il loro bene e il loro male: quasi a dire, ritrovare Luce per ritrovare la luce, la serenità, la pace, in un mondo di sofferenza e dolore.
Nel tormento di queste anime solitarie, vite naufragate e naufragi sulle coste alla ricerca di nuove spiagge, nuove speranze oltre le illusioni, le allucinazioni di pillole che anestetizzano l’anima, narcotizzano ogni sentimento, ogni famiglia, ogni quartiere, ogni città, ogni periferia, dove troviamo minorenni kamikaze di un mondo alla deriva, alla ricerca di una religione, di un dialogo con Dio.
Il Capitano Maria deve risolvere tutti questi problemi, forte del suo ‘sacro’ nome: Maria, come la madre di Gesù, la Madonna, diventa metaforicamente la guida per l’umanità, come la Vergine fu scelta quasi per miracolo per la Rivelazione. A ciò si unisce il cognome: Maria Guerra, come lo stesso conflitto mondiale planetario che pervade tutto il pianeta, ad indicare il tormento interiore di questa donna, come della figlia (Luce si chiama non a caso anche lei). Quasi che anche Maria si chiedesse, come la madre di Cristo, perché proprio io? Perché proprio a me spetta dare un futuro, una speranza, un domani soprattutto alle nuove generazioni, e salvare la mia città, la mia famiglia, la mia gente? E non a caso hanno lasciato Roma (sede del massimo potere religioso, della fede cattolica dove risiede il Pontefice), quasi a portare tale insegnamento e dottrina nei posti sperduti, nelle periferie. Una fiction realistica, moderna e noir.
Partita bene, forte del successo di share: più di sette milioni di spettatori con il 28,5% di share e capace di battere persino “Star Wars” su Canale 5 (che ottiene circa l’8%) e dunque -potremmo dire-, di fare concorrenza al Commissario Montalbano. Da segnalare l’ambientazione in Puglia. Infatti, dopo 10 anni, Maria Guerra fa ritorno in un piccolo porto del Sud Italia da dove era partita per Roma. Ciò è dovuto a due motivi: primo perché nella Capitale sua figlia aveva un giro di brutte amicizie e poi per il suo nuovo lavoro di capitana. Inoltre vuole scoprire la verità sull’uccisione di suo marito, proprio in quella città, un magistrato del Tribunale dei Minori. La fiction in quattro episodi vedi la partecipazione di Giorgio Pasotti (che lavora nella scuola di Luce, nei panni di Dario Ventura) e di Andrea Bosca (collega di Maria Guerra, alias Enrico Labriola). La fiction è un prodotto Palomar-Rai Fiction; inoltre uno dei produttori è Carlo Degli Esposti (già impegnato con la Palomar nel progetto di “Braccialetti Rossi” dove recitò lo stesso Carmine Buschini).

“Scomparsa” e “Il capitano Maria” a confronto. Il successo iniziale di questa nuova della serie ci ricorda che la speranza, l’amore, l’amicizia, la fratellanza, la solidarietà, l’umanità non devono mai essere una cosa scomparsa nel nulla, ma una certezza. Come, del resto, fece “Scomparsa”.
Non come, potremmo aggiungere, le protagoniste di quest’ultima fiction: Sonia e Camilla. Due adolescenti, due amiche inseparabili, due sedicenni, due ragazze dai caratteri completamente opposti, due giovani che sognano di fuggire da San Benedetto del Tronto per due ragioni diverse: Sonia Iseo (Pamela Stefana) vuole andare a Milano per avere una vita diversa, nuova, migliore e soprattutto lontano dal padre (con cui ha un forte attrito) e dalla madre (con cui non riesce a parlare), ma pronta a portare con sé la sorellina minore Greta; esuberante, irriverente, sfrontata, ribelle, spregiudicata e incosciente, non ha paura di “osare” e di “provocare” a suo rischio e pericolo. Camilla Telese (Eleonora Gaggero), invece, vorrebbe incontrare il padre che non ha mai conosciuto; decide di assecondare l’amica nella rischiosa impresa sebbene abbia un carattere più docile, sia più introversa, più moderata, più riflessiva, razionale e tranquilla dell’altra, meno impulsiva. Vedono in una festa “in” (che viene proposta loro dal farmacista del paese e sponsor della loro squadra di pallavolo dove giocano insieme: Ugo Turano, alias Alberto Molinari), l’occasione di evasione e svago, da cui potrebbe partire tutto, dove trovare la chance e la fortuna per poter andare via e scappare.
Da questo episodio prende il via la serie tv “Scomparsa” di Fabrizio Costa, campione di ascolti (come “Il capitano Maria”) nelle penultime due puntate, con quasi sette milioni di spettatori. Questo, soprattutto in periodo di feste e festeggiamenti, ci ricorda quanto vi siano due attitudini diverse per approcciarsi al divertimento e alle nostre ambizioni, sogni e desideri: uno più misurato ed equilibrato (col minimo rischio e accontentandosi), l’altro più estremista (dando il massimo e giocandosi il tutto per tutto). Quanto i giovani siano vulnerabili, influenzabili e fragili; ma di quanto, allo stesso tempo, insieme si possa essere più forti. Soprattutto se non si perdono di vista i sentimenti e l’umanità di ognuno di noi; in particolare la fiducia nell’altro e la sincerità con l’altro, senza maschere e senza più segreti. Anche persone apparentemente all’opposto, possono ben conciliarsi perfettamente. Ognuno cela -in fondo- (in)sofferenza e insicurezza.

Tennis: pre-qualificazioni agli IBI 2018 e i campioni si prenotano

ibi tennis

Mentre si giocano al Foro Italico le pre-qualificazioni degli Internazionali Bnl d’Italia 2018, i big si prenotano un posto d’onore tra i favoriti per la vittoria finale agli IBI.

Chi saranno i più quotati? Già abbiamo detto di Rafael Nadal. Ora si aggiunge anche il campione Next Gen (ma ormai superato perché entrato a pieno regime nella top ten dei più forti, non a caso attuale n. 3 al mondo), Alexander Zverev che conquista in casa il titolo all’Atp di Monaco, in finale in un derby tedesco che ha sempre dominato e controllato (con maturità e sicurezza sorprendenti) sul connazionale più anziano Philipp Kohlschreiber con un doppio 6/3. Il giovane era testa di serie n. 1 ed ha rispettato i pronostici che lo davano superfavorito; l’altro ha fatto un buon torneo, ma non è bastato al n. 6 del seeding per portare a casa il trofeo. Il vincitore della passata edizione degli Internazionali, infatti, ha saputo sfruttare ogni occasione e fare il break decisivo che lo ha portato a servire prima per il set e poi per il match, in sicurezza, sbagliando molto poco, con una padronanza dei propri mezzi e del campo sorprendente: non ha tremato neppure un solo attimo. Più solido, concentrato, preciso, freddo e lucido, concreto in una parola, che nella semifinale contro Hyeon (testa di serie n. 4), che comunque ha battuto per 7/5 6/2, dopo essersi sbarazzato facilmente ai quarti di un fallosissimo Jan-Lennard Struff per 6/3 6/2.

Così come ha convinto il giapponese Taro Daniel all’Atp 250 di Istanbul, che la nostra nazionale di Coppa Davis ben ha imparato a conoscere e temere, sapendo quanto possa essere insidioso. Qui in Turchia prima ha battuto il nostro Matteo Berrettini per 7/5 6/3: l’azzurro ben si è difeso, ma la superiorità del talento nipponico si è vista; difficile che conceda un gratuito, rimette e respinge sempre ogni palla; poi ha eliminato la testa di serie n. 4 Bedene con un doppio 6/2; dopo ha avuto due match duri terminati al terzo set nei quarti e in semifinale: prima contro il brasiliano Dutra Da Silva (conclusosi con il punteggio di 1/6  6/1 6/4), in seguito – al turno successivo – del francese Chardy per 6/3 4/6 6/4. In finale contro Jaziri ha fatto la differenza con la regolarità, la precisione e il maggiore autocontrollo rispetto a un nervosissimo Jaziri. Daniel ha saputo mantenere più la calma e la concentrazione, ha avuto più pazienza, ha saputo aspettare e, al momento giusto, ha realizzato i punti del vantaggio che gli servivano giocando egregiamente il tiebreak del primo set (vinto per sette punti a quattro) e 6/4. Jaziri era anche in vantaggio e il giapponese ha dovuto rimontare il punteggio, ma non ha mai mollato, mentre l’altro si è distratto in contestazioni di chiamate di palle con l’arbitro che gli sono state poco utili.

Mentre nel femminile tornano a vincere di nuovo Elise Mertens e Petra Kvitova, rispettivamente al Wta di Rabat e al Wta di Praga. La prima finale è stata senza storia, dominata completamente dalla belga che ha prevalso nettamente sulla Tomljanović. Netto il 6/2 che le ha imposto nel primo set, l’avversaria ha avuto un sussulto solamente nel finale del secondo set. La belga è andata di nuovo a servire sul 5/2 per il match e tutto sembrava destinato a chiudersi con un doppio 6/2; invece la Tomljanović è riuscita con coraggio e orgoglio a strappare il servizio alla belga, poi a tenere il suo e portarsi sul 5/4, a crederci e pareggiare i conti sul 5-5; c’è stato di nuovo il break della Mertens, che però non è riuscita a completare il parziale e si è andati a un giusto, onesto e meritato tiebreak, però giocato meglio dalla più esperta belga, che lo ha portato a casa per sette punti a quattro, contro un’amareggiata ma generosa Tomljanović.

La ceca, invece, conquista il titolo al Wta di Praga (in casa) su un’avversaria ostica da tenere a bada, molto insidiosa e difficile, che emerge e sorprende tutti: la rumena Mihaela Buzarnescu. Si va al terzo set e solo la maggiore esperienza della Kvitova le ha permesso di vincere. 4/6 6/2 6/3 il punteggio con cui la rumena ha messo davvero in difficoltà diverse avversarie, tra cui la nostra Camila Giorgi in semifinale (in una maratona finita dopo due ore e mezza al terzo set, con molte occasioni non sfruttate dall’azzurra, che poteva anche chiudere). Tenace, grintosa, ha buoni fondamentali molto incisivi, profondi e potenti, in più passa bene e viene anche all’occorrenza avanti a rete, serve bene e potrebbe essere un misto della Mertens e della Giorgi perché tira ogni colpo, lotta su ogni palla, corre tanto e sbaglia poco, aggredisce molto. Abbastanza regolare, ha saputo sempre mantenere la lucidità e la freddezza necessarie al controllo del match, ma forse in finale ha accusato un po’ di stanchezza per la lunga battaglia sostenuta contro la marchigiana e di tensione e di emozione per giocarsi un titolo per lei importantissimo; tanto che ha iniziato a mostrare cenni di cedimento fisico e mentale e di nervosismo. Visibile la sua delusione nel finale, con gli occhi lucidi di dispiacere, tra l’esultanza euforica di Petra Kvitova, che si conferma ritornata e ritrovata. Ancor più evidenti i segnali di calo fisico e nervosismo della Buzarnescu, li si sono notati maggiormente contro la russa Maria Sharapova al primo turno del successivo torneo del Wta di Madrid. Qui contro la siberiana ha iniziato a commettere più errori, ad arrivare un po’ in ritardo sulla palla e a sbattere la racchetta con gesti di stizza a terra. Più lucida, precisa e fresca la Sharapova; con facilità e supremazia Masha si è imposta per 6/4 (con un solo break decisivo di vantaggio) per poi dilagare con un severo e netto 6/1 nel secondo set, in poco tempo, con una stremata rumena. La siberiana ha fatto tutto bene e giusto, sbagliando poco, mentre per l’avversaria c’è stato qualche errore di troppo con il dritto e al servizio (con il regalo di qualche doppio fallo di troppo); la Sharapova, invece, è stata incisiva soprattutto con il rovescio lungolinea. La Buzarnescu è diventata la nuova n. 32 al mondo, mentre la Sharapova ha confermato il buono stato fisico e di condizione anche al secondo turno battendo Irina-Camelia Begu per 7/5 6/1, in maniera speculare a quella con l’latra rumena.

Tra l’altro, nel recente Wta di Madrid, la Kvitova ha continuato a vincere facile per 6/1 6/2 sulla Tsurenko; ma bene anche la Halep (6/0 6/1 alla Makarova) e la Muguruza (6/4 6/2 alla Peng). In terra spagnola continuano a trionfare Kristina Pliskova (doppio 6/4 alla Vikhlyantseva) ed Elise Mertens (con un doppio 6/4 alla connazionale belga Van Uytvanck); positivo il doppio 6/3 della Azarenka sulla Krunic; ci sono anche la Wozniacki, che si impone sulla Gavrilova per 6/3 6/1, e la Konta (6/3 7/5 su Rybarikova); male la Errani, che perde 6/1 6/4 dalla Barty (che si scontrerà proprio con la danese); perde la Osaka dalla cinese Zhang per 6/1 7/5.

Tennis: ATP Barcellona e Monte Carlo… aspettando gli IBI 2018

nadal-finale-barcellona-2018-265x198Ormai pochi giorni e prenderanno il via gli IBI 2018, con le qualificazioni (che, purtroppo, per motivi di sicurezza -diversamente da quanto annunciato – non si giocheranno a piazza del popolo nel centro di Roma). Vediamo, allora, intanto, quale è lo scenario che si apre. Sicuramente il più quotato ed atteso tra i tennisti per la sezione maschile sarà Rafael Nadal, che ha già vinto consecutivamente i tornei dell’Atp di Barcellona e dell’Atp di Monte Carlo. La testa di serie n. 1 ha un legame particolare con quest’ultima manifestazione: gli ha dato i natali tennisticamente parlando e qui ha visto iniziare la sua carriera sin da giovane. In finale si è imposto nettamente sul giapponese Kei Nishikori per 6/3 6/2 e, nella cerimonia di premiazione, non ha dimenticato di ricordare l’affetto che ha per tale torneo, che lo ha omaggiato con un video che ripercorreva la sua storia professionale. Lo spagnolo, tuttavia, ha proseguito facendo bingo anche al successivo Atp di Barcellona, vincendo in casa in una finale senza storia contro il giovane greco Stefanos Tsitsipas per 6/2 6/1, complice il forte vento a cui è seguito un sole radioso, dopo uno scroscio di pioggia che ha reso il campo più pesante e che ha provocato un’interruzione per pioggia subito in apertura di finale; forse ciò non ha permesso al talento greco di trovare ritmo per competere alla pari e quantomeno giocarsela con Rafa. Tsitsipas veniva da un buon risultato in semifinale, dove aveva eliminato (per 7/5 6/3) l’altro giovane talento Pablo Carreno Busta, rovinando così la festa a chi sperava in un derby tutto iberico. Tra l’altro Pablo Carreno Busta nei quarti aveva battuto un buon Grigor Dimitrov (con il punteggio di 6/3 7/6), testa di serie n. 2, mentre Tsitsipas si era sbarazzato di Dominic Thiem per 6/3 6/2 (l’austriaco era n. 3 del seeding). Ad eliminare, invece, la testa di serie n. 4, ossia David Goffin, ci ha pensato proprio Nadal in semifinale (con un parziale netto di 6/4 6/0); dopo che lo spagnolo aveva superato nei quarti Martin Klizan (per 6/4 7/5), qualificato che aveva sconfitto il serbo Novak Djokovic (testa di serie n. 6, che aveva ottenuto una wild card) al primo turno al terzo set (per 6/2 1/6 6/3: dopo la reazione d’orgoglio nel secondo set è come se Nole avesse avuto un crollo improvviso nel terzo, forse calo fisico o anche mentale, a tratti un po’ rinunciatario o poco convinto, meno aggressivo del solito sia sui singoli colpi che tatticamente).
Di certo tutto il percorso fatto nel torneo di Barcellona da Nadal mostra il suo stato fisico al top, una forma fisica e mentale eccezionali, una convinzione ferrea nei propri mezzi, una voglia di vincere superiore al normale. Ora punterà, verosimilmente, tutto su Roma. Di certo ha un ritmo troppo veloce per gli altri, con accelerate pazzesche, soprattutto in dritto lungolinea in anticipo. Per non parlare del suo tempo sulla palla e della sua mobilità in campo con cui si muove rapidamente e facilmente, anche in avanti a rete. Oltre alla potenza, profondità, precisione e velocità dei suoi colpi. Tsitsipas è sembrato non riuscire a tenere lo scambio, la forza dei fondamentali di Rafa, ma soprattutto del cambio repentino improvviso di ritmo nello scambio appunto. Ha cercato di farlo spostare, ma lo spagnolo lo ha sempre anticipato e lo ha lasciato fermo con accelerate lungolinea sul lato di campo rimasto scoperto dal greco. Quando quest’ultimo lo ha attaccato, lo ha sempre passato a rete. Tuttavia alcuni punti molto belli li ha eseguiti Tsitsipas, che si è dimostrato generoso, ma forse un po’ stanco e soprattutto bisognoso ancora di migliorare e perfezionare la sua tecnica, in special modo al net (ha commesso, ripetiamo forse per il maltempo, molti gratuiti che ha sbagliato in maniera sciocca, volées comprese in primis). Con un Nadal in questo stato, però, è davvero difficile competere e non ce n’è per molti. Anche al greco ha concesso pochissimo e sbagliato ancor meno, ma soprattutto non ha sciupato pressoché nessuna occasione offertagli di palla break. Per lui era l’undicesimo titolo consecutivo qui a Barcellona: sicuramente forte l’emozione.
A proposito di gioia, la soddisfazione enorme dell’azzurro Marco Cecchinato per la vittoria sull’australiano John Millman all’Atp di Budapest, salendo così di fatto al n. 59 del ranking mondiale. 7/5 6/4 il risultato finale che mostra un certo equilibrio che ha caratterizzato il match. Entrambi tesi, in particolare Millman molto nervoso, mentre Cecchinato ha mostrato più autocontrollo, tranne nell’esplosione di felicità che non è riuscito a trattenere alla fine, quando si è sdraiato a terra sul campo per esultare per la vittoria. L’italiano parte bene, sembra superiore tecnicamente e avere più chiare le idee su come impostare il gioco: va 3-1, ha la palla del 4-1, ma poi non la sfrutta e così Millman recupererà terreno sino alla parità (sul 3-3); da qui si proseguirà fino a che l’azzurro non riuscirà a fare il break decisivo nel finale per il 7/5, con l’australiano che aveva avuto la palla per andare al tie break non concretizzata. Millman è ancor più nervoso, ma reagisce bene; diventa più aggressivo ed insidioso e rimonta: guadagna sempre più campo, tanto da volare in un attimo sul 4-1. Sembra partita da terzo set, l’azzurro rischia addirittura il 5-1, invece è 4-2, poi 4-3, l’italiano recupera fiducia e completa il recupero. Sul 4 pari, con due brutti errori di Millman, con tanto di doppi falli (rari nel match), c’è il break che fa intravedere a Cecchinato il titolo: è 6/4 con il nostro atleta in avanti a rete. Cinque games consecutivi e porta a casa il titolo, con un’emozione in più per aver anche vinto il derby azzurro in semifinale contro Andreas Seppi, in rimonta sotto di un set (con il punteggio di 5-7, 7-6, 6-3). I due tennisti sono uniti da una strana coincidenza: allenato agli inizi prima dallo zio Gabriele e poi dal cugino Francesco Palpacelli (allenatore anche in passato di Roberta Vinci), Cecchinato poi passò sotto la guida di Massimo Sartori e di Piatti: e proprio Sartori è stato nel team di Seppi. Qui a Budapest “Ceck” -come è soprannominato- ha compiuto un vero miracolo: partito dalle qualificazioni, aveva perso ed è stato poi ripescato come lucky loser. Un riscatto che vale doppio per il 25enne di Palermo che era stato squalificato per 18 mesi per presunte scommesse (pena sospesa nel dicembre del 2016 per un difetto procedurale) ed a pagare 40mila euro di multa; la pena era stata poi ridotta ad un anno di sospensione e a una multa di 20mila euro. Tra l’altro, da segnalare però che quell’anno, il 2016, vede anche la sua prima partecipazione in Coppa Davis contro la Svizzera (e vince anche il suo match contro Adrien Bossel per 6-3 7-5): in quell’occasione fu convocato da Corrado Barazzutti per il forfait e l’assenza di Fabio Fognini. Ora allenato da Simone Vagnozzi, nel suo angolo qui a Budapest abbiamo visto anche Vincenzo Santopadre.
Tra l’altro, curiosa coincidenza, al primo turno dell’Atp di Monaco, Marco Cecchinato ha incontrato proprio Fabio Fognini. Ha vinto in rimonta al terzo set per 5/7 6/3 6/2: era partito avanti 3-0 nel primo set, poi Fognini ha pareggiato, per andare a vincere nel finale nel game decisivo che avrebbe potuto portare al tiebreak Cecchinato, il che sarebbe stato anche giusto visto l’equilibrio del match. Nel secondo Marco è andato subito 2-0 ed ha continuato a dominare con la palla corta e le smorzate sotto rete a “ricamo”; nel terzo set era in vantaggio addirittura 4-1, ma Fabio non mollava, tanto da farsi male a una caviglia tentando un recupero su una smorzata, che lo avrebbe potuto portare 4-2, invece è stato 5-1 e, a quel punto, ognuno ha tenuto il proprio servizio e con un dritto a uscire in avanzamento, Cecchinato ha chiuso 6-2. Ora il siciliano affronterà al turno successivo Fucsovics. Un peccato per Fognini che, tra l’altro, promuoveva lo sponsor ufficiale del torneo, portando sulla maglia il logo dell’azienda di assicurazioni “Fwu” (che ha sedi in Germania, Francia, Italia e Spagna) di cui è “un’icona” che la rappresenta (insieme a Roberto Bautista Agut); tanto che il suo slogan è, come si legge sul sito, “il mio assicuratore di fiducia, forte come una squadra vincente!”. Molto nervoso all’inizio Cecchinato, ai due tennisti sono stati chiamati anche diversi falli di piede (molto rari nel tennis).
Tra l’altro, a proposito di azzurri, all’Atp di Monaco abbiamo visto (tra i veterani, anche di Davis) Paolo Lorenzi, che ha battuto Ilkel per 6/3 6/2; mentre (tra i giovani) ha perso un altro talento interessante: Matteo Berrettini, che ha incassato un netto, severo ed ingiusto 7/5 6/3 dal giapponese Taro Daniel, che tanto filo da torcere ha dato all’Italia in Coppa Davis nello scontro vinto contro il Giappone. Sicuramente, però, Berrettini ha dimostrato di essere un talento: valido tecnicamente, ha una buona personalità in campo, con la giusta aggressività e un buon schema tattico che applica con concentrazione, impegno e serietà; gli manca solo più esperienza, un po’ di precisione in più e -perché no- di fortuna.
Così come lacrime di gioia si sono viste nella finale, molto emozionante e difficile emotivamente per entrambi i finalisti, simile dell’Atp di Houston vinta da Steve Johnson. Lo statunitense ha battuto il connazionale ed amico Tennys (quasi a dire: un nome, un destino) Sandgren, al terzo set, con il punteggio di 7/6 2/6 6/4. Non è stata una finale avvincente solo o non tanto per la rimonta di Sandgren, con Johnson che sembrava uscito dal match nel secondo set e invece ritornava e chiudeva la partita, senza che l’altro facesse neppure in tempo ad accorgersene, il terzo in maniera memorabile. Resterà nella storia del torneo, non solo perché Johnson ha messo poi -per il secondo anno consecutivo- il sigillo su questo trofeo. Lo scorso anno, infatti, Johnson aveva battuto il brasiliano Thomaz Bellucci per 6/4 4/6 7/6. Quest’anno non ha sconfitto soltanto un avversario altrettanto ostico, ma quasi ha cercato di scacciar via il fantasma di un triste e doloroso ricordo di malinconia che lo legava all’Atp di Houston. Nel 2017 quando vinse c’era suo padre sugli spalti ad applaudirlo. Un mese dopo sarebbe morto e non vederlo ad esultare per lui sicuramente non è stato facile. La tenuta emotiva che gli si richiedeva era enorme. Al net è scoppiato in lacrime sulla spalla dell’amico avversario, anch’egli commosso e nervoso pere tutto il match evidentemente per la stessa ragione di un’assenza che però si faceva sentire molto. La dedica al padre della coppa ha fatto calare un’aura di umanità sul torneo sulla terra rossa di Houston difficile da dimenticare e che comunque non poteva passare inosservata.

Internazionali di Tennis 2018: presentate tutte le novità di quest’anno

ibi 2018“Ogni anno c’è qualcosa di bello, non si può fare a meno di dirlo; neppure il peggior denigratore può negarlo”. Così Nicola Pietrangeli, che insieme a Lea Pericoli ha tanto contribuito ad esportare il tennis italiano nel mondo, ha riassunto ed anticipato quello che sarà lo spirito che caratterizzerà la 75esima edizione degli Internazionali di tennis Bnl d’Italia. Ormai si gioca pensando già al master di Roma. E, alla presentazione ufficiale di ogni anno con la conferenza stampa d’apertura (moderata da Piero Valesio, direttore editoriale di Supertennis che è da anni primo canale tv ufficiale degli IBI) ben è stato evidenziato quanto la parola che meglio li possa descrivere è “novità”. Tantissime quelle che saranno messe in campo.

È stato il presidente della FIT (la Federazione italiana tennis), Angelo Binaghi, a illustrare le principali. “75 anni sono tre quarti di secolo, sembrano un’enormità nella storia dello sport; gli Internazionali sono una delle manifestazioni più datate, ma ciò che li rende così longevi è anche l’esempio che ci è stato e ci viene ancora dato da Nicola e Lea, che impersonificano gli ideali in cui tutti noi vorremmo sempre poterci rispecchiare e ritrovare”. Ma il filmato iniziale proiettato, che ripercorre tutti questi anni di vita degli IBI, ben mostra come siano cambiati e in che modo si siano evoluti, dove si sia arrivati. Ciò, poi, ha suscitato l’interrogativo: dove stiamo andando? Da sempre, è stato sottolineato da più fronti, nel loro Dna hanno avuto una forte attrattiva e hanno suscitato un’aspettativa enorme. Questo è un dato di fatto; ma si è comunque andati oltre, cercando di superare ogni immaginazione.

Seguendo l’esperimento fortunato del passato della collocazione riuscita di un campo nel centro di Roma, da quest’anno le pre-qualificazioni si giocheranno nei campi montati a piazza del popolo, a partire dalle ore 11 di mattina; “manca l’ultima autorizzazione formale” – ha precisato Binaghi –, ma aprirsi alla città di Roma e offrire il tennis mondiale alla Capitale sembra davvero a un passo dal raggiungimento concreto di un obiettivo ambizioso che diventerà presto realtà: “sarà la porta d’accesso al cuore della città”, ha commentato il presidente FIT. Verranno, infatti, coinvolti altri quartieri di Roma; tanto che, ha puntualizzato la sindaca di Roma Virginia Raggi, la partnership forte con l’amministrazione capitolina prosegue e vedrà il coinvolgimento del terzo municipio. I grandi campioni, come lo scorso anno (con ad esempio Maria Sharapova al Colosseo), arriveranno in periferia e l’intento – puntualizza Raggi – è quello di rendere permanente il campo anche lì. Inoltre si sta cercando di rendere sempre più attuativa e definitiva la copertura del campo Centrale: “a breve dovrebbe partire un concorso di idee per sbloccare tale progetto, cercando di rendere la pratica il più veloce possibile”, ha voluto aggiungere.

Tuttavia, c’è anche un’altra novità meno positiva. “Quest’anno forse, – ha annunciato Binaghi – non batteremo il record di incassi degli anni passati”; finora si è registrato un -6%, che però, ad ogni modo, non scoraggia di fronte a un’affluenza pazzesca che si avrà comunque: “si parla sempre di una marea umana, per poco meno di 11-12 milioni di euro di incassi, il che non ha paragoni nella storia dello sport”. Questo, poi – prosegue Binaghi -, viene contemperato dal forte incremento invece, al contrario, delle aziende che hanno scommesso sugli IBI 2018, investendo in tale manifestazione, instaurando partnership e sponsorizzazioni importanti e significative. Tutto questo dà e rappresenta “una grossa opportunità” di entrare in un circuito sempre più vasto, arricchendo il proprio prestigio e la propria visibilità.

A tale proposito il presidente FIT ha fatto altri due grossi annunci: avrà luogo la seconda edizione delle Next Gen Atp Finals di Milano. E poi ha comunicato le wild cards assegnate, molto attese: nel femminile, due sono andate a Sara Errani e a Roberta Vinci; mentre la terza andrà alla vincitrice delle pre-qualificazioni. Nel maschile, invece, due sono state attribuite ad Andreas Seppi ed a Paolo Lorenzi; ma ve ne sono altre due: una terza, che andrà al vincitore del torneo delle pre-qualificazioni, una quarta che verrà concessa a un giovane che è emerso, è molto cresciuto e ben si è messo in mostra mancando per poco l’accesso al tabellone alle Next Gen Atp Finals di Milano lo scorso anno: Matteo Berrettini, che già lo scorso anno agli Internazionali aveva raggiunto il primo turno di tabellone, perdendo da Fabio Fognini (in un derby che tanto aveva emozionato). “È nostro dovere valorizzare i giovani e gli esempi positivi: e lui lo è”, ha commentato in merito Binaghi.

Ed a tale proposito, ha rincarato la dose la sindaca Raggi, ribadendo il necessario coinvolgimento dei giovani, anche tramite l’accoglimento di scuole e di sempre più alunni e ragazzi nello Young Village; ma non solo. Un’altra categoria cui rivolgersi è quella dei diversamente abili e quest’anno si avrà la nona edizione degli Internazionali Bnl Wheelchair Tennis, ossia dei giocatori del tennis in carrozzina, ormai a pieno regime ospiti degli IBI. Ed al riguardo Luigi Abete, attuale presidente di BNL, ha voluto ricordare la forte, continuata e consolidata collaborazione tra Bnl e Telethon. Poi si è voluto soffermare sull’evento degli IBI, manifestazione sempre più social, annunciando altre novità in merito: l’introduzione di un’altra app. OItre alla pagina FB con più di due milioni di fans, dopo il successo di “We are tennis”, arriva la seconda app: Bnl Academy, che consentirà ai circoli di tutta Italia di essere sempre in contatto tra loro, di conoscersi meglio permettendo loro di organizzare partite tra di loro, acquisendo ed avendo maggiore visibilità e incrementando la comunicazione tra di essi. Si è trattato di una misura ormai diventata indispensabile, oggi che siamo in una realtà glocal – al contempo globale e locale –, in cui si è contemporaneamente cittadini del mondo e di Roma (e, ovviamente d’Italia) – ha fatto notare Abete -.

Infine le conclusioni sono aspettate a Giovanni Malagò, presidente del Coni. “Premettendo che bisogna sempre rinnovarsi ed evolversi, vorrei evidenziare come Roma sia il motore di tutto lo sport, in grado di attivare anche altre discipline sportive. E il punto di partenza sono proprio gli IBI. La Capitale, infatti, ha nel suo Dna una grande vocazione per lo sport, che bisogna valorizzare assolutamente sempre di più”. Malagò ha poi voluto tenere segreto il nome del luogo dove avverrà il sorteggio ufficiale dei tabelloni, location ancora incerta: non è stato infatti ancora deciso il posto, anche se se ne ha in mente uno, ma si punta talmente in alto che non si vogliono azzardare per il momento anticipazioni rischiose e un po’ premature. Viceversa, il presidente del Coni è voluto andare oltre, facendo una riflessione sull’attuale situazione del tennis – italiano in particolare -: “il tennis è in piena fase di transizione”, è stata la sua considerazione. Non è stata una provocazione, ma Malagò ha voluto spiegare i motivi della sua affermazione: “c’è un’interessante generazione di giocatori che si sta via via affermando (quella degli stessi Next Gen per esempio), ma che non si è ancora consolidata del tutto nell’immaginario collettivo come ‘generazione vincente’ nei confronti dei campioni di sempre, penso a Federer, Djokovic e Nadal ad esempio; sicuramente anche l’incremento degli investimenti da parte di grandi aziende ci fa ben sperare per il futuro”. Con questo auspicio positivo e ottimistico ci si è dati appuntamento a maggio, dal 7 al 20, con gli IBI 2018, una kermesse sempre più in crescita e sempre più articolata: una realtà allargata a 360°.

Torneo di Miami 2018: vittoria di talenti ormai ‘cresciuti’

vincitori-miami-2018-696x338Come ogni anno, dopo il torneo di Indian Wells segue l’importante Master 1000 di Miami. E quest’anno l’America incorona due suoi campioni sempre più emergenti. Davvero “cresciuti” per dirla con il termine usato dal vincitore della sezione Atp: John Isner, quasi 33 anni, vero battitore di aces da record, tanto da chiudere il match (al terzo set) sul game decisivo (con un break di vantaggio strappato all’avversario) con un ace centrale, che faceva seguito ad altri due (sempre nello stesso game) oltre a un dritto vincente eccezionale. Un sogno per lui vincere in casa, in terra americana, il suo primo Master 1000 in carriera; su un avversario durissimo e ritrovato come Alexander Zverev. Isner ha vinto eliminando sia Cilic che niente di meno che Juan Martin Del Potro, campione uscente del precedente torneo di Indian Wells, in semifinale per 6/1 7/6(2). Evidenti le sue lacrime di commozione per il traguardo raggiunto nel finale, mentre in panchina quelle di amarezza, dispiacere, delusione, sofferenza, rancore, rabbia di Alexander Zverev (che ha rotto malamente una racchetta proprio dopo aver concesso il break fondamentale che ha portato Isner a servire per il match sul 5-4). Ma simpatica la dedica che John ha riportato sulla telecamera che lo inquadrava, scrivendo “he is risen”, “lui è cresciuto”: a chi si rivolgeva, a se stesso o all’avversario? Non c’è che dire che il livello di tennis di entrambi è stato altissimo e i successi collezionati dai due sempre più continui; due tennisti solidi e campioni di tecnica. Del resto ormai questa è l’ennesima dimostrazione anche da parte del tedesco di essere entrato a pieno regime nella top ten dei “grandi”, in grado di competere con i primi cinque più forti al mondo (solamente dopo Nadal, Federer e Cilic), seguito a poca distanza da Dimitrov. Ha surclassato ormai i giovani coetanei o vicini di età; come Coric e Pablo Carreno Busta, che ha sconfitto rispettivamente nei quarti (con un doppio 6/4, e lo stesso punteggio ha rifilato a Kyrgios negli ottavi; l’australiano aveva eliminato il nostro Fabio Fognini con un doppio 6/3 ai sedicesimi) e in semifinale (per 7/6 6/2). Oltre a questi, nei sedicesimi, il tedesco e testa di serie n. 4 del tabellone era venuto a capo di un duro match contro Ferrer, vinto al terzo set (per 2/6 6/2 6/4). Per lui comunque raggiungere di nuovo una finale con ottimi risultati, dopo un momento di appannamento, è sicuramente un segnale positivo.
Ma le gioie per i tifosi americani non sono finite qui, perché nel femminile si impone un’altra statunitense come Sloane Stephens, che torna a conquistare un torneo dopo la vittoria lo scorso settembre agli Us Open (sull’altra connazionale Madison Keys per 673 6/0). Nuova n. 9 al mondo, ha saputo riconfermare l’importante obiettivo raggiunto, dando prova e dimostrazione di un grande autocontrollo, non solo e non tanto per la preferenza per una superficie quale il cemento, quanto per la capacità di giocare davanti al pubblico di casa che si fa sentire eccome. Nel match di Isner più volte ha esultato e lo ha esortato, così come il campione americano lo ha incitato a supportarlo. Lo stesso ha fatto, a sua volta, anche Zverev, replicando persino gli stessi punti. Nel femminile non era facile mantenere la concentrazione contro un’avversaria come la Ostapenko, vogliosa anche lei di far vedere che l’exploit al Roland Garros non era solo una parentesi. Ma la Stephens ha dimostrato più intelligenza tattica. Inoltre, curiosità, sugli spalti ad assistere c’erano due Miss Florida; una bianca con i capelli ricci lunghi e biondi, l’altra di colore e mora: esattamente come Ostapenko e Stephens. Così come il torneo di Miami ha visto trionfare un tennista bianco e una tennista di colore. Sloane, tra l’altro, sembra destinata a voler rincorrere l’esempio tracciato all’epoca dalle sorelle Williams: e per gli Usa lei potrebbe essere a pieno regime un’atleta da Federation Cup. Per quanto riguarda la replica del duo delle Williams, potrebbe chiedere aiuto a un’altra giovane di colore, seppure nipponica: la giapponese Osaka, che ha fatto faville nonostante la giovane età, tanto da vincere agevolmente il primo turno anche al Wta di Charleston battendo nettamente l’americana Jennifer Brady con un doppio 6/4. Quello che stupisce di lei è la capacità di rimonta nel match, sotto nel punteggio, con un gioco tutto in anticipo sui tempi dell’avversaria, e in accelerata coi fondamentali. Così come ha sovvertito i pronostici di inizio match Sloane Stephens, a partire dalla finale. Stava perdendo dalla Ostapenko, eppure ha rimontato ed è andata a vincere in un duro tie-break nel primo set dominandolo per 7 punti a 5, giocando in maniera esemplare i punti decisivi. Infine ha dilagato ed è stata protagonista assoluta del secondo set, strapazzando per 6/1 la Ostapenko. Molto è dipeso dalla lettone, che ha fatto più colpi vincenti rispetto alla Stephens, ma il doppio degli errori gratuiti; inoltre non ha servito in maniera brillante, mentre Sloane ha avuto buone percentuali sia (soprattutto) di prima che di seconda. Sicuramente ammirevole l’impegno e lo sforzo di Jelena di fare sempre lei il punto, di costruirselo e di cercare di chiuderlo, ma meno buona una presa di rischio così alta, che l’ha portata a perdere il controllo dei colpi. Ma si conosce il suo carattere ostinato, determinata, gioca sempre per il tutto per tutto, al massimo, senza mai risparmiarsi. Lodevole la sua semifinale contro un’altra giovane americana emergente molto interessante (con buoni fondamentali e un gioco aggressivo valido e solido) come Danielle Collins, che ha battuto per 7/6(1) 6/3, Collins che tra l’altro ai quarti aveva eliminato proprio Venus Williams con il punteggio di 6/2 6/3. Sia Ostapenko che Collins hanno dimostrato di essere due tenniste in grado di costruirsi il gioco e dettare lo schema tattico, senza paura di tirare i colpi, anzi prendendosi rischi molto elevati. E proprio la Collins, insieme alla Stephens, potrebbero rappresentare le due nuove miss Florida del tennis. Di Sloane rimarrà impressa sicuramente la semifinale contro un’altra tennista ritrovata che forse meritava di più: la bielorussa Viktoryja Azarenka, reduce da un momento difficile (dopo l’assenza per gravidanza, la contesa del figlio con il compagno, il duro ritorno soprattutto a causa di una condizione fisica non al top in cui è apparsa molto dimagrita). Nella semifinale contro Vika era sotto di un set e la bielorussa, che mostrava un’ottima qualità di tennis, era in vantaggio 2 a 0 anche nel secondo. Poi la rimonta dell’americana sino al 3 a 2 e, da quel momento, ha preso sempre più campo fino ad impartirle un netto 6/2 6/1. Nel terzo set la Azarenka non ce la fa più, lotta tanto, ma non riesce a correre per un problema alla caviglia, o forse per la stanchezza di un match duro in cui ha speso tanto; ha tentato in tutti i modi di essere aggressiva, ma forse il forte vento le ha giocato contro. Ma la sua vittoria personale, come il suo nome, è scritta nelle sue scarpe: Leo, il nome del figlio, quello per cui lottare e combattere e continuare a giocare. Sempre, per rialzarsi dopo ogni sconfitta bruciante. Tuttavia di questo torneo resterà l’incetta di avversarie ‘nobili’ che ha battuto: la Bellis (per 6/3 6/0), la Keys per ritiro (sul 7/6 2/0 in suo favore), la Sevastova al terzo set in rimonta dopo aver perso il primo, la Radwanska con un doppio 6/2, la Pliskova per 7/5 6/3. Continua il periodo no di Radwanska e Karolina Pliskova.
La finale femminile. Si incomincia con i primi quattro games che sono una serie di break e contro break alternati. Fino al 2-2, dunque, totale equilibrio. Poi sul 4-3 c’è un altro break della Stephens, ma nel momento di andare a servire si fa strappare di nuovo la battuta e non è 5-3; non chiude e si arriverà sino al 5-5, poi di nuovo break di Sloane che, però, fallisce di nuovo l’occasione (forse per l’emozione). Si giunge a un meritato tie-break che, però, la Ostapenko gioca malissimo. La lettone cambia anche racchetta con una tensione di corda diversa, forse per trovare più sensibilità di palla, ma nemmeno questo basta ad impedirle di commettere il doppio degli errori gratuiti non forzati rispetto ai suoi vincenti, rispettivamente 48 a 25. Complice anche la percentuale bassa al servizio. Più aggressiva la Ostapenko cerca il vincente, ma rischia troppo e sbaglia, perdendo il controllo dei colpi; mentre Sloane vince di rimessa, con un gioco più contenitivo, di difesa, in sicurezza o almeno finché non trova fiducia e attacca. Jelena spreca tante energie e corre parecchio, in campo è molto generosa, non si risparmia. Del resto già in precedenza (con la Azarenka stessa) abbiamo visto la Stephens in difficoltà nel primo set e poi recuperare sempre meglio pian paino, fino a ‘sciogliersi’ del tutto. Forse la tensione di giocare in casa e in un torneo importante. Sloane, infatti, dopo il 7/6 del primo set, dilaga nel secondo set e fa doppio break alla Ostapenko: prima sul 2-1 e si porta 3-1 e poi 4-1 con il proprio servizio, e dopo sul 4-1 che la conduce sul 5-1 e a servire per il match; stavolta non fallisce l’occasione e con molto sangue freddo chiude la partita tenendo la battuta a 0.
Del resto altre volte nel tennis femminile abbiamo visto tenniste vincere puntando sull’errore dell’avversaria, o almeno cercando di far sbagliare molto l’altra atleta e tentando di mandarle fuori palla, con un gioco senza rischiare troppo. Era accaduto alla Sharapova contro la Niculescu al Wta di Doha, quando la rumena si è imposta sulla russa al terzo set, in rimonta dopo essere stata sotto di uno, con il punteggio di 4/6 6/4 6/3 mandando in confusione la siberiana e stracciandola con palle corte e smorzate velenosissime. Lo stesso fece la Kasatkina ad Indian Wells contro Venus Williams in semifinale (vinta dalla prima per 4/6 6/4 7/5) : l’americana l’ha persa per un soffio, devastata dalle continue corse laterali e a rete di un’avversaria che respingeva e prendeva tutto, che la costringeva a rischiare e spingere sui colpi per chiudere, non trovando più le righe nel finale per evidente stanchezza e appannamento fisico. La Kasatkina ha aspettato il momento giusto, l’ha lasciata sfogare e l’ha logorata, per poi mordere e attaccare lei per mettere a segno vincenti favolosi. Questo dimostra che occorre saper alternare il gioco difensivo a quello offensivo e non tenere sempre lo stesso ritmo. Questa una cosa che ha migliorato lo stesso Alexander Zverev, ma che deve incrementare per essere ancor più vincente: non giocare solamente in pressione sull’avversario, ma contenere anche a fasi alternate. Questo anche quello che manca un po’ ancora a Denis Shapovalov, che comunque è già a un buon livello, seppure non si ancora esploso del tutto. La capacità di mandare fuori palla l’avversario/a cambiando continuamente ritmo e tipo di colpo, così che vada fuori giri appena prova a spingere i colpi su palle prive di peso, puntando anche sul back e sui tiri lobati o lavorati (specie al servizio). Questo fa perdere sensibilità di palla e regala molti errori gratuiti non forzati appunto.
La finale maschile. Isner vince su Alexander Zverev per 6/7(4) 6/4 6/4. Il tedesco gioca bene il tie break del primo set, poi la partita continua in equilibrio e in parità fino al 4-4 nel secondo set in cui regala il 5/4: Zverev commette un errore di dritto clamoroso. Isner attacca e chiude con un dritto in avanzamento, dopo che il tedesco aveva avuto due colpi del contro break, si procura il vantaggio decisivo: un attacco col dritto straordinario e uno scambio che gli regala il più bel punto del match, passando Zverev a rete col dritto lungolinea, dopo averlo costretto al recupero due volte anche venendo in avanti con palle corte sotto il net, non solo facendolo correre lateralmente tanto; ma Zverev non ci sta e ricambia il punto alla stessa maniera, ma il servizio di Isner è troppo forte e chiude 6/4; così sarà anche nel terzo set quando regala il break sul 4-4 e suo servizio, portando alla battuta Isner sul 5/4 con un errore per cui il tedesco rompe la racchetta molto arrabbiato, che tira al pubblico. Più controllo e maturità dell’americano, ma uno Zverev davvero molto cresciuto.

Torneo di Indian Wells: Del Potro avanti tutta, si afferma la Osaka

del-potroIl recente torneo di Indian Wells ha portato due grossi risultati. Innanzitutto l’affermazione che consolida il ritorno di forma – tra l’altro per sua stessa ammissione – di Juan Martin Del Potro. Il campione argentino non solo diventa il nuovo numero sei al mondo, guadagnando molte posizioni in classifica ed entrando a pieno regime nella top ten, ma si toglie anche la soddisfazione enorme di battere in finale ad Indian Wells appunto lo svizzero Roger Federer. In tre set, con il punteggio di 6/4 6/7(8) 7/6(2). Da evidenziare la grande sportività di entrambi e la loro amicizia in un abbraccio finale sincero; sicuramente, altrettanto da sottolineare, la particolarità di una finale un po’ anomala. Infatti, in primis la presenza di un pubblico un po’ rumoroso (più fragoroso rispetto alla norma) ha agitato un po’ gli animi dei due tennisti: incitando molto Del Potro, lo ha un po’ deconcentrato, innervosendo – al contempo – l’elvetico. Entrambi, poi, si sono lamentati dell’arbitraggio, per certe chiamate dubbie e non condivise, mentre avrebbero voluto più “controllo” da parte sua di ciò che accadeva in campo e fuori. Infine, per la prima volta in assoluto nella storia del tennis, si è visto il numero uno indiscusso nervoso come non mai; e pertanto anche falloso più del solito. Federer ha commesso molti errori banali per lui, sbagliando anche volée facili per un talento come il suo; ma forse complice il forte vento o il caldo di un orario di punta a Indian Wells. Forse Roger ha pagato un errore tattico, di insistere troppo sul dritto potentissimo di Del Potro, che lo ha lasciato fermo più volte, con accelerate fulminanti che ha potuto solo seguire immobile con lo sguardo da lontano. Neppure il supporto della moglie sugli spalti è stato sufficiente a sostenerlo sino alla fine. Bravo lo svizzero a rimontare al terzo set, vincendo un lottatissimo tie-break al secondo set; vice-versa ha giocato meno bene quello del terzo set, sprecando tre match point, con la possibilità di chiudere 6/4 per poi pareggiare invece sul 5 pari; a quel punto era inevitabile il tie-break, ma non lo ha impostato bene l’elvetico che è andato subito molto sotto nel punteggio, anche se abile successivamente a recuperare; ma non è bastato, alcuni errori clamorosi gli hanno impedito di mettere il suo sigillo sul trofeo e di completare la rimonta. Capita anche ai migliori di avere giornate no; sicuramente questa partita meno brillante nulla toglie al valore tennistico e sportivo di Federer, e non inficia la sua eccellente carriera – che lo vede forte del primato alla conduzione della vetta della classifica mondiale -. Anche Del Potro conferma di essere tornato e di essersi ritrovato, nonostante i problemi al polso che hanno fatto sì che il suo rovescio non sia più quello di prima. Convalida la vittoria facile su Kevin Anderson in finale, con un doppio 6/4 senza storia, della settimana precedente al torneo di Acapulco.

Sicuramente per entrambi vale il discorso di vedere l’andamento del match molto indirizzato dal rendimento al servizio: più alto è quest’ultimo, più facile la vittoria. E questo lo si è visto anche nel femminile. Nella sezione Wta si impone una giovane esordiente come la ventenne Naomi Osaka. Vince sulla coetanea Kasatkina in una finale veloce terminata per 6/3 6/2, senza che la russa sia riuscita a trovare un modo per impensierire quantomeno la giapponese. Tuttavia Daria si dimostra avversaria non da poco e tennista più che valida: non solo centra il suo best ranking, piazzandosi alla posizione n. 11 del mondo, ma elimina una dopo l’altra avversarie del calibro di: Sloane Stephens (che batte per 6/4 6/3 e vincitrice dell’ultima edizione di settembre scorso 2017 degli Us Open, dove si impose su Madison Keys per 6/3 6/0); la danese, e attuale n. 2 al mondo, Caroline Wozniacki (sconfitta per 6/4 7/5, vincitrice lo scorso gennaio degli Australian Open su Simona Halep in tre set: per 7–6, 3–6, 6–4); la tedesca Angelique Kerber, umiliata con un netto e severo 6/0 6/2 (tra l’altro la tedesca aveva vinto il torneo di Sydney in gennaio, con un doppio 6/4 sulla Barty, che l’aveva portata al n. 10 della classifica mondiale); poi Venus Williams in tre set, in una semifinale combattutissima, con il punteggio di: 4-6 6-4 7-5; brava la russa ad approfittare di qualche errore di troppo, nei momenti decisivi, dell’americana e a sfruttare ogni chance. Nella semi-finale ha sicuramente vinto con la praticità di una tattica essenziale, di contenimento e di difesa, respingendo ogni colpo e tenendo sempre in campo le palle, anche con tiri privi di peso, così da costringere Venus a rischiare di più, sprecare più energie, sbagliando maggiormente e facendola stancare con un dispendio di energie superiore; non semplice tirare su colpi lavorati, palle basse o in back, per poi variare l’intensità, accelerando improvvisamente con tiri profondi e più violenti. Intelligente e furba la Kasatkina, che forse – però – poi nella finale ha pagato un po’ di stanchezza per il duro match, chiedendo più volte il coaching e prendendosi forse un anti-dolorifico o un integratore. Venus sicuramente ha mostrato un bel gioco; poi si è resa protagonista di una notizia importante per il torneo e per tutto il tennis femminile. Innanzitutto ha battuto la sorella Serena per 6/3 6/4, ma la più piccola delle Williams già aveva vinto la sua conquista più grande; in primis per essere tornata a giocare dopo la lunga assenza e il recente posticipo che aveva comunicato (dopo il forfait agli Australian Open) e aver subito sconfitto la Diyas per 7/5 6/3, e poi la Bertens per 7/6 7/5; poi, sicuramente, la nascita di sua figlia è una gratificazione superiore, così come il gesto d’amore del marito, che ha fatto mettere dei cartelloni a seguire in successione a formare la scritta ‘sei la più grande mamma del mondo’. Ma Serena ha dimostrato, forse soprattutto a se stessa, di essere quella di sempre, la numero uno dentro, per il suo carattere combattivo: subito dopo il parto ha rischiato di morire per un embolo, come le accadde già in passato; il fatto di aver superato questo pericolo enorme, rende tutte le altre battaglie tennistiche in campo irrilevanti quasi, poca cosa. Un’altra tennista che si è contraddistinta nella sezione femminile è Simona Halep; la rumena si ferma nuovamente a un passo dal trionfo, forse ha ceduto fisicamente, o forse si è fatta sorprendere dalla maggiore vivacità tattica ed incisività ed esplosività ei colpi, più in pressione, della Osaka: sicuramente il 6/3 6/0 incassato dalla nipponica in semifinale pesa alla numero uno al mondo; ma non è una coincidenza questa vittoria strabiliante della giapponese. Onore al merito alla rumena che rimonta due duri match al terzo set: prima contro la Dolehide e successivamente contro la Martinic (dunque forse un po’ di stanchezza accumulata per lei). La Osaka, d’altronde, aveva eliminato ai primi due turni campionesse come Maria Sharapova (con un doppio 6/4) e la Radwanska (per 6/3 6/2). Per la russa e per la polacca continua il periodo negativo, ma fase ‘no’ anche per la ceca Pliskova, che perde proprio dalla Osaka con un netto 6/2 6/3; ma quello che stupisce sono le percentuali molto basse al servizio, sia di vincenti con la prima che con la seconda palla di battuta, da parte sua: lei che di solito piazza aces a raffica.

Nulla di regalato per la giovane ventenne, ma tutto guadagnato e meritato. A proposito di talenti precoci, non si può non menzionare la vittoria all’Atp 250 di Delray Beach di Frances Tiafoe (sempre 20 anni): impartisce una dura lezione, con tiri da maestro, al giovane statunitense Peter Gojowczyk, sicuramente afflitto da problemi fisici, ma pesante il risultato finale di 6-1 6-4; è sembrata più un riscaldamento, uno sparring partner quasi, che una battaglia alla pari tra due tennisti. È stata netta la differenza tra loro. Del resto Tiafoe aveva già dimostrato di meritare la vittoria e la conquista del titolo, dopo aver sconfitto Ebden in tre set (6-2 2-6 6-2), Del Potro (per 7-6 5-6 7-5), Chung (per 5-7 6-4 6-4) e poi Shapovalov in due set. Sicuramente gli sarà utile l’assegno di 100mila dollari, per questo ventenne ora arrivato al n. 61 del mondo, che invece di guardare i cartoni animati da piccolo seguiva Tennis Channel. Un talento predestinato, che ha coltivato con ostinazione la sua passione e ne ha fatto il mestiere della vita.

Un altro giovane, che ha pochi anni in più, è l’argentino Diego Schwartzman. Classe ’92, nato a Buenos Aires, ha conquistato il torneo ‘di casa’ quasi a Rio de Janeiro sull’altro superfavorito Fernando Verdasco, su terra rossa, per 6/2 6/3. Circa 179mila euro di montepremi per lo spagnolo e 300 punti importanti; viceversa, 381mila dollari circa e ben 500 punti per il vincitore, premiato da Guga Kuerten sul campo intestato proprio a lui. Commovente la dedica della vittoria alla zia ‘malata’ diciamo, che stava attraversando un periodo difficile e complicato per problemi fisici di salute.

Tra l’altro proprio Verdasco aveva battuto il nostro Fabio Fognini (per 6/1 7/5), messo in difficoltà da uno spagnolo veramente in giornata e con un gioco vivace e strabiliante: sorpreso nel primo set nettamente, che corre via veloce e rapido in poco tempo, nel secondo Fabio prova a reagire, ma non basta per portare il match al terzo. Tuttavia l’azzurro saprà rifarsi nel successivo torneo di San Paolo in Brasile, dove si imporrà in tre set in finale su Nicolas Jarry per 1/6 6/1 6/4, rigirando un match che lo vedeva partito molto male e sempre in recupero sui colpi ostici di Jarry, che lo spostava molto da una parte all’altra del campo, lo attaccava e lo passava appena l’azzurro veniva a rete. Poi il cambio di schema, aiutandosi con palle corte di precisione, ritrovando la sua sensibilità sulle corde della racchetta (che nel primo set lo aveva un po’ abbandonato), lo ha portato a riprendere le redini del gioco e della partita, fino al break decisivo nel terzo set con cui ha chiuso, festeggiando e dedicando al figlio Federico la vittoria. L’italiano raggiunge la posizione n. 19 al mondo, la n. 18 per Schwartzman. Dopo il trionfo del ligure, in tema di colori azzurri, c’è da annoverare il successo di Sara Errani: all’ Oracle challenger series-Indian Wells (della categoria 125S), parte dalle qualificazioni, ma arriva in finale e vince sulla Bondarenko per 6/4 6/2, aggiudicandosi il 10° titolo in carriera e il primo in questa categoria 125S.

Infine, nel maschile si fa notare anche Lucas Pouille, che entra in top ten al posto n. 10 della classifica mondiale. In finale ben tre volte in tre tornei differenti di seguito sul cemento, evidentemente è la sua superficie preferita e ne porta a casa una: vince a Montpellier in un derby in finale su Richard Gasquet, conquistando un match difficile con il connazionale che stava giocando molto bene; ma lui sa fare di meglio conquistando prima il primo set con un tie-break giocato impeccabilmente e vinto per sette punti a due; dopo trova sempre più fiducia fino a chiudere il secondo set per 6/4 conquistando il break necessario. In seguito arriva in finale anche nell’altro torneo francese a Marsiglia, ma perde dal giovane Karen Chacanov, altro 21enne che si impossessa di una coppa in questo inizio di 2018. Dopo Tiafoe, anche lui conquista il titolo a Marsiglia per 7/5 3/6 7/5, bravo a rientrare nel match e a ritrovare quella dinamica vincente che gli aveva permesso di conquistare il primo set: anticipando i tempi di Pouille, aggredendolo e venendo avanti a rete, mettendogli pressione accelerando i colpi in profondità, velocità e potenza, con più precisione e sensibilità di corda. Da notare la sportività di entrambi, nell’abbraccio lungo e amichevole a fine partita tra Chacanov e Pouille. Nel successivo torneo di Dubai i due si re-incontreranno e Pouille riuscirà a vendicarsi, sconfiggendolo ai primi turni, e spingendosi fino in finale. Pouille ricercherà il secondo titolo qui negli Emirati arabi, ma di fronte ha un ostico e insidioso Bautista Agut che non gli lascerà scampo e si imporrà per 6/3 6/4: troppo più brillante il suo gioco, più sprezzante del rischio con tempi più rapidi, con giocate d’istinto e più precise; più merito suo che demerito di Pouille dunque tale vittoria. Quest’ultimo si conferma tennista degno del posto che ricopre in top ten, così come è indiscusso il talento dell’ostico Bautista Agut.

Barbara Conti

Next Gen Atp Finals di Milano: Chung asso piglia tutto, ma c’è anche Quinzi

Le Next Gen Atp Finals erano l’evento dell’anno. Innanzitutto perché scendevano in campo i giovani; poi per le nuove regole sperimentate, poi perché era la prima edizione e si poneva un po’ in concorrenza con le Atp Finals di Londra. La manifestazione non si è smentita ed è stata un successo. Tanto che soddisfazione è stata espressa dal presidente della Federtennis, Angelo Binaghi, che si è detto entusiasta delle nuove regole, che hanno reso più “entusiasmante” il torneo: un’innovazione e una sperimentazione riuscita. Vediamole da vicino.

Hyeon-Chung-675x275Le nuove regole delle Next Gen Atp Finals. Si giocava al meglio dei 5 set, ma ogni parziale si concludeva in 4 games, senza differenza di due, e sul 3-3 c’era il tie-break a sette punti. Non c’erano neppure i vantaggi e il net sul servizio non faceva ripetere la prima battuta, ma si continuava a giocare. Poi tra un punto e un altro i giocatori avevano a disposizione 25 secondi e non più 20. I tennisti potevano contare, inoltre, su un coaching molto più ampio: tramite delle cuffie potevano usufruirne quando volevano (anche ad ogni cambio campo), purché parlassero in inglese. Più peso dato al “falco” e via i giudici di linea. Infine, grossa novità, il pubblico sugli spalti poteva muoversi purché non sedesse in prima fila, ma nelle fasce più lontane per non disturbare i giocatori. Lo scopo era velocizzare i match e renderli più avvincenti. Sicuramente impresa riuscita, in quanto i ritmi più rapidi hanno reso gli scambi più interessanti, ma non hanno scorciato i tempi delle partite (molte sono finte in due ore). Approvate – come detto – da Binaghi, è stato lo stesso presidente di Federtennis ad annunciare che per i prossimi quattro anni si giocherà ancora di nuovo a Milano, per altre edizioni che si apprestano ad essere appuntamenti importanti e fissi, anche se a fine stagione. Di sicuro le Next Gen elevano il tennis italiano nel panorama mondiale; con le Finals di Milano, che seguono agli Internazionali Bnl d’Italia a Roma, si equipara un po’ il nostro Paese ad altre nazioni quali Regno Unito e Francia. Inoltre la regione Lazio ha stanziato più di nove milioni di euro per la riqualificazione, l’adeguamento e la messa in sicurezza degli impianti sportivi esistenti in tutta la regione. Un primo passo per avere una sorta di Next Gen a Roma, di preparazione agli Internazionali del Foro Italico di maggio, magari di sole tenniste per creare le Next Gen Wta Finals? Chissà.

Le rivelazioni delle Next Gen. A sancire il tripudio delle Next Gen Atp Finals di Milano, intanto, sono state molte rivelazioni. Innanzitutto il vincitore assoluto è stato – a sorpresa – Hyeon Chung, primo coreano dopo 14 anni a vincere un torneo, che ha fatto incetta. Ha incassato ben 390mila dollari, derivanti dal montepremi finale, a cui sommare il bonus di partecipazione di 50mila dollari e quello (di circa 30mila dollari) per aver vinto tutte le partite. Un torneo strepitoso il suo, con cui ha strappato di mano la vittoria al super-favorito. Dopo il forfait di Alexander Zverev (che ha optato per giocare a Londra e che qui a Milano si è reso protagonista di un match d’esibizione ad apertura della manifestazione), era di certo Andrey Rublev ad avere tutti gli occhi puntati su di sé. Ed era anche cresciuto durante il torneo, aprendosi sempre di più al pubblico, più disponibile e spigliato nelle interviste, sempre più in fiducia, soprattutto dopo la semifinale eccezionale (“la migliore partita che abbia giocato in tutto il torneo”, per sua stessa ammissione) disputata contro Borna Coric (sconfitto per 4/1 4/3 4/1). Forse, però, problemi fisici per il croato che non è sceso in campo (per problemi allo stomaco) a giocare la semifinale per contendersi il terzo posto contro Medvedev (e infatti si è tenuto un altro incontro-esibizione). Tuttavia, l’uomo rivelazione delle Next Gen non è stato tanto o non solo Rublev, ma soprattutto (oltre Chung) Denis Shapovalov. Il 18enne canadese, infatti, ha ricevuto un importante riconoscimento da parte dell’Atp, che gli ha consegnato il premio “Most Improved Player Of The Year”, quale giocatore che ha fatto più progressi durante la stagione, per cui era candidato anche lo stesso Andrej Rublev (oltre Alexander Zverev). Sicuramente ha vinto in simpatia per il pubblico Denis, che ha saputo conquistarlo con la sua disinvoltura (incitandolo ed esortandolo a sostenerlo e supportarlo). Lui ha incassato 80mila dollari (a pari-merito con Khachanov), mentre 235mila per il secondo classificato Rublev. Coric è arrivato terzo (con un assegno incassato di 190mila dollari), seguito a poca distanza da Medvedev (con 185mila). Ma Milano si è scaldata, già entusiasta del nuovo torneo come ha dimostrato il sold out dei match e gli spalti colmi di gente che applaudiva e guardava con interesse, anche grazie all’azzurro Gianluigi Quinzi. Per l’italiano un buon risultato raggiunto dopo aver superato le qualificazioni (in una finale molto combattuta contro Baldi); per lui match molto equilibrati e lottati, alla pari con questi giovani campioni internazionali. Non c’erano in palio punti Atp, per non fare disparità dato che erano in pochi e una nicchia di giocatori a disputarlo e non era aperto a tutti, ma l’impegno dei tennisti è stato comunque massimo. Un vero spettacolo che Quinzi ha contribuito ad alimentare (portando a casa, come Donaldson, 50mila euro). Rivelazione di un Gianluigi generoso, che non si è risparmiato, ma ha lottato, corso tanto e tirato fuori dal suo cilindro i colpi migliori e la grinta più tenace. Così come altra sorpresa è stato Medvedev, dimostratosi un grande lottatore (anche se forse in maniera meno eclatante e più contenuta) e in grado di rimontare diversi match, che sembravano persi per lui. Anche per questo il quarto posto è stato il suo.

La finale e le partite più belle. Ma sicuramente il vero protagonista delle Nexy gen Atp Finals sono state le emozioni, che hanno fatto dei finalisti un vero e proprio “personaggio”: ciascuno a suo modo. Chung per aver avuto il pieno auto-controllo di ogni momento e fase del match, su ogni punto, senza perdere il comando dei “nervi”. Dall’altro lato un Rublev che, invece, a un passo dal trionfo, ha tremato, ha esitato un attimo e avuto un po’ di tensione, un lieve black-out che gli è stato fatale e lo ha mandato in confusione, rimettendo in partita il coreano. Visibilmente nervoso (sua la prima racchetta del torneo rotta malamente), le grida di rabbia e di disappunto, di risentimento per scarso rendimento a suo avviso, e la delusione e l’amarezza per la sconfitta e per l’occasione sciupata (che non ha nascosto durante la premiazione). Dopo l’entusiasmo della semifinale straordinaria contro Coric, il rammarico per questa finale non proprio al top. Ma del resto giocare contro questo Chung non era facile, richiedeva di non avere cedimenti e di non concedere nulla. Finale terminata (dopo quasi due ore, in rimonta per il coreano) per: 3/4 4/3 4/2 4/2. Due tie-break dimostrano l’equilibrio del match. In sintesi: Rublev parte bene, poi sbaglia qualcosina di troppo e il secondo tie-break è di Chung, che prende il volo. Infila un doppio 4/2 a dimostrazione di una partita ormai a senso unico, in cui Hyeon ha preso il controllo e domina un Rublev confuso, che non sapeva più che fare (ma ha dato il massimo, ci ha messo il cuore, quasi in lacrime a fine incontro). Il coreano ha, così, confermato il 4/0 4/1 4/3 che aveva rifilato a Rublev nell’altro ‘girone di andata’ – per così dire – di questo torneo a due gironi (A e B). È stato sempre lui a rendersi protagonista di alcuni dei più bei match del torneo. Innanzitutto contro Medvedev (terminato per 4/1 4/1 3/4 1/4 4/0) o contro il nostro Quinzi (sempre in 5 set: 1/4 4/1 4/2 3/4 4/3). Se, poi, Gianluigi si era comportato egregiamente anche contro Rublev (con cui ha perso al quinto set con il punteggio di: 1/4 4/0 4/3 0/4 4/3), non si possono non evidenziare almeno altri due match eccezionali. In primis quello, tanto atteso, di Rublev e Shapovalov (portato a casa dal finalista solo dopo 5 set per: 4/1 3/4 4/3 0/4 4/3): tre tie-break, non male. Così come equilibratissimo è stato quello tra Khackanov e Coric (Bora si è imposto per 3/4 2/4 4/2 4/0 4/2). A Rublev resterà la soddisfazione di vedersi assegnato il miglior punto del torneo: un rovescio in cross molto stretto di risposta sul servizio di Coric in semifinale sul suo lato sinistro: imprendibile e semplicemente eccezionale, anche il suo avversario non ha potuto che applaudire e complimentarsi.

Atp di Rotterdam e Wta di Doha: Federer sempre n. 1 e Kvitova regina

Federer-trofeo-rotterdam-2018-696x464L’Atp di Rotterdam e il Wta di Doha hanno regalato una gioia immensa rispettivamente a Roger Federer e Petra Kvitova: il primo per essere tornato n. 1, la seconda semplicemente per essere ritornata ai vertici, entrando in top ten proprio alla posizione n. 10. Già dopo la vittoria su Robin Haase nei quarti (rimontando al terzo set, sotto di uno, con il punteggio di 4/6 6/1 6/1), era riuscito a piazzarsi nuovamente sulla vetta della classifica mondiale. Per questo il direttore del torneo Richard Krajicek gli aveva donato un simbolico n°1 con la scritta: “il più anziano di sempre”. Ma la corsa per lui non era finita lì. Da vero campione non si è accontentato dell’obiettivo raggiunto che ha bissato; lo era già diventato nel 2004 per la prima volta, dopo aver sconfitto Marat Safin in semifinale agli Australian Open, li ha riconquistati anche quest’anno e da allora la sua ascesa non si è arrestata: fortuita coincidenza? Sicuramente il Grand Slam di Melborune gli ha portato bene; ma qui all’Atp 500 di Rotterdam non ha mai perso di vista il suo scopo di conquistare anche il titolo del torneo olandese. Soprattutto è sembrato inarrestabile e sempre in crescita, mai stanco o scarico (sia fisicamente che mentalmente), tanto da strapazzare un buon e più che valido Grigor Dimitrov in finale, annientandolo con un doppio 6/2 forse troppo severo (nel finale il n. 5 al mondo, è sembrato davvero arrendersi alla maggiore prestazione del campione svizzero). Tra l’altro il bulgaro arrivava forse anche più riposato, poiché nella semifinale contro David Goffin (che veniva dal ritiro di Berdych che non aveva neppure giocato la partita), il belga si era ritirato nel secondo set per un infortunio ad un occhio (a causa del colpo di una pallina che gli ha provocato un ematoma che gli ha impedito di proseguire il match): il bulgaro, comunque, era avanti per 6/3 e 0-1. Dimitrov, poi, tra l’altro aveva convinto anche contro Rublev, apparso molto nervoso e infastidito nel finale, che ha ‘piegato’ con il punteggio di 6/3 6/4.

Il torneo dell’ABN AMRO ha legato il destino dell’elvetico all’Italia. Non solo era stato in grado di dominare e controllare bene un insidioso giocatore come il tedesco Philipp Kohlschreiber per 7/6(8) 7/5, ma in semifinale è riuscito a tenere a bada il nostro Andreas Seppi, artefice di uno dei suoi migliori tornei e che ha mostrato un tennis molto dinamico e vario, con ottimi colpi (anche in attacco a rete, molto offensivi e aggressivi, cercando di sorprendere l’avversario e di prendere l’iniziativa). Con un 6/3 7/6(3) Federer è venuto a capo di Seppi; ma per l’azzurro la gioia e la soddisfazione di aver giocato e lottato alla pari con il numero uno, di averlo impensierito a tratti e di aver battuto altri campioni come l’altro talento tedesco Alexander Zverev (per 6/4 6/3) e poi l’altro giovane emergente Daniil Medvedev, dopo una dura battaglia terminata al terzo set (il punteggio a favore dell’italiano è stato: 76(4) 46 63). Proveniente dalle qualificazioni, prima dei successi contro Zverev e Medvedev poteva annoverare la vittoria su Joao Sousa per 6/4 1/6 6/2.

A proposito di Italia, poi, il pensiero rimanda alla Federation Cup delle ragazze a Chieti. Una super Sara Errani ha trascinato la squadra di Fed Cup capitanata da Tatiana Garbin, affiancata da Chiesa e Paolini. Oltre alla buona notizia di battere la Spagna di Carla Suarez-Navarro per 3 a 2 in casa, l’altra piacevole sorpresa è che si sono rivelate delle campionesse nostrane molto valide e giovani. Oltre alla migliore delle Sara Errani mai viste prima d’ora, con un gioco profondo, potente, aggressivo con slanci a rete e soprattutto con tanta convinzione e tenacia di poter vincere e tanta voglia di trionfare e di riscattarsi (vincendo entrambi i suoi due singolari e regalando, nella seconda giornata, il punto decisivo che ci serviva); occorre citare, infatti, anche l’impegno enorme delle due giovanissime Chiesa e Paolini. La prima, di Trento e classe 1996, ha iniziato a giocare a tennis sin dall’età di sei anni, debuttava da singolarista in Fed Cup l’11 febbraio scorso, ma è riuscita a battere Lara Arruabarrena per 6/4 2/6 7/6(5); merito anche di Tatiana Garbin che, dopo la pausa a fine secondo set, durante il rientro in campo dagli spogliatoi per il break le ha detto: “vuoi essere ricordata come una leonessa o no?” e lei ha risposto affermativamente, dimostrando di esserne convinta. Partita bene, ha avuto un calo nel secondo set: l’avversaria ha stravolto il match attuando il suo stesso gioco, applicando il medesimo schema, ovvero l’attacco in controtempo, facendole fare molti errori gratuiti, infastidendola soprattutto col back che non permetteva a Deborah di spingere sui colpi e tirarli in top spin. Forte soprattutto di dritto, si è dimostrata coraggiosa nel venire a rete, anche se lì deve migliorare ancora un po’. Così come l’altra nostra atleta: Jasmine Paolini, classe 1993, nata a Bagni di Lucca da padre italiano e madre ghanese e polacca; in carriera ha vinto 5 tornei di singolare e 1 di doppio del circuito ITF. Quest’anno si era fatta notare al torneo di Shenzhen (dove sarà battuta dalla Wang per 6/0 6/4), eliminando nelle qualificazioni anche Schmiedlová e Lu. Anche lei ha spinto molto sui colpi, con coraggio, cercando sempre di fare il punto più che di ricercare solamente l’errore dell’avversaria, con il massimo del rischio, prendendo l’iniziativa anche a costo di rimetterci nel punteggio. Buon servizio per entrambe e non è cosa da poco (anche il servizio dell’Errani è migliorato e per le due giovani anche qualche aces). Entrambe rovescio bimane e buona mobilità in campo, anche se spesso si sono fatte trovare o un po’ lontane dalla palla o con la palla addosso, perdendo un po’ di timing. Ma hanno convinto soprattutto per il carattere: hanno lottato sino all’ultimo (anche la Paolini che ha perso il suo singolare), senza scoraggiarsi e mantenendo sempre costante l’impegno. Ultima nota per quanto riguarda Sara Errani: il fatto di aver battuto Lesia Tsurenko per 6/4 6/3 al primo turno dell’Atp di Dubai, per poi perdere dalla Kerber per 6/4 6/2 in poco più di un’ora di gioco; contro la tedesca ha tenuto abbastanza nel primo set, poi nel secondo la ex n. 1 ha dilagato sino al 4-1 con la possibilità (con il servizio a disposizione) di arrivare sino al 5-1, ma è riuscita a strappare il servizio a 0 ad Angelique e ad accorciare lo svantaggio; poi, però, la tedesca ha subito recuperato il break ed è andata a chiudere agevolmente per 6/2 il secondo parziale. Una buona e generosa Sara Errani non è bastata a fermare una dilagante Kerber, anche se complice un po’l’azzurra, che ha insistito troppo a giocare sul dritto mancino della tedesca, che le ha piazzato dei lungo-linea e dei dritti potenti ad uscire a chiudere paurosi, imprendibili (uno lungolinea e due incrociati in particolare sono stati da rimarcare). Forse avrebbe dovuto giocare più sul rovescio della Kerber e, soprattutto, in attacco a rete, dive Sara ha fatto dei punti interessanti dimostrando di avere tutte le capacità di una giocatrice d’attacco e da vera doppista. Si ferma, così, a Dubai la corsa della Errani a un passo dai quarti di finale. La Kerber nei quarti affronterà, invece, la Pliskova.

Ed a proposito di tennis femminile, non si può non sottolineare il successo di Petra Kvitova al Wta di Doha. Si è imposta in maniera strepitosa in semifinale su Caroline Wozniacki in tre set: 3/6 7/6(3) 7/5. Si va al terzo set anche in finale, contro la Muguruza: 3/6 6/3 6/4 il risultato finale. Ma è una Kvitova da record. Vince rimontando al terzo set, sotto di uno, per ben tre volte nel torneo: oltre che contro la Wozniacki e la Muguruza, anche contro la Radwanska (che batte per 6/7 6/3 6/4). Quindi sorprende tutti per la sua tenuta fisica, per la sua resistenza da vera maratoneta del tennis, per la sua caparbietà e capacità di restare nel match, concentrata e di reagire, recuperando terreno. La sua forza di volontà è stata la sua arma vincente: certo complici qualche chiamata strategica di time-out medico per problemi fisici dell’avversaria (come la Muguruza per il ginocchio), che hanno fatto recuperare anche lei, che ha risposto chiedendo il coaching, e qualche polemica poco utile (come quella della Wozniacki che ha chiesto che fosse ripetuto il punto su una chiamata errata che ha assegnato il 15 alla Kvitova). Ma ci si aggrapperebbe a sterili stratagemmi. È stata una Kvitova impeccabile, quasi perfetta, da primati: dopo la rimonta in tre set per ben tre volte, il fatto di vincere la sua 22esima finale su 29, di portare a casa 12 vittorie consecutive nelle ultime 3 settimane e di battere quattro top ten in sei partite: Muguruza, Wozniacki, Svitolina (per 6/4 7/5), Goerges al Wta di Doha; oltre ad aver sconfitto al Wta di San Pietroburgo (conquistando il titolo con una wild card) la Mladenovic, la Ostapenko e la stessa Goerges nuovamente.

Al termine del Wta di Doha la Wozniacki resta comunque n. 1. Per la ceca un montepremi incassato di 391.750 dollari. Ma il torneo è stato messo in luce anche per altri due episodi rilevanti: il forfait in semifinale della Goerges (proprio contro Petra), sul punteggio di 6/4 2/1 (per un problema all’anca); poi il fatto che a dare partita vinta senza giocare sia stata proprio la rumena Simona Halep, in semifinale contro la Muguruza, che accedeva così alla finale senza fatica.

Riemerge anche Dominic Thiem, che si impone facilmente senza difficoltà in finale all’Atp di Buenos Aires (su terra rossa); su Bedene, che non è sembrato mai impensierirlo troppo (nonostante qualche ‘regalo’ che gli ha concesso il giovane tennista austriaco). Dopo essersi imposto con un netto 6/2 6/1 su Monfils in semifinale, Thiem ha conquistato la finale e il titolo in Argentina per 6/2 6/4: faticando un po’ di più nel secondo set, rischiando di rimettere in partita l’avversario, ma bravo a riprendersi nel momento giusto e cruciale e a sfruttare le occasioni decisive a disposizione per non allungare il match al terzo, dopo qualche chance sprecata da parte sua. Thiem ha stupito tutti con il suo rovescio ad una mano in top spin in accelerata (che finalmente sembra aver ritrovato decisamente), ben mascherato dal movimento del braccio, di cui era quasi impossibile leggere ed intuire la traiettoria.

“Fabrizio De Andrè-principe libero”, polemiche per il film

principe libero“Fabrizio De Andrè-principe libero”, per la regia di Luca Facchini, racconta la vita del noto cantautore italiano con molto realismo e umanità. Dall’adolescenza, con la passione per la musica e il conflitto con il padre Giuseppe; all’età adulta con il vizio dell’alcol e delle donne; alla fase più matura caratterizzata da eventi importanti. Il film, infatti, ci mostra il successo che la scoperta della chitarra gli porterà – tanto da diventare sua inseparabile compagna di viaggio -, con cui affrontava e riusciva a superare le sue paure; ma non solo. Ci fa vivere la nascita (nel 1962) del suo primo figlio Cristiano, avuto dalla prima moglie Enrica Rignon, detta “Puny” (interpretata da Elena Radonicich), da cui si separerà a metà degli anni Settanta e l’incontro con Dori Ghezzi (Valentina Bellé), che sposerà nel 1989, da cui ebbe una figlia (Luisa Vittoria, detta Luvi, forse omaggio alla madre dell’artista Luigia “Luisa” Amerio) e con cui fuggì lasciando la sua prima famiglia (stabilendosi nella tenuta sarda dell’Agnata, vicino a Tempio Pausania). E poi il rapimento di Fabrizio e Dori, con tanto di richiesta di riscatto: il rapimento avverrà la sera del 27 agosto 1979, ad opera dell’anonima sequestri sarda e i due furono tenuti prigionieri alle pendici del Monte Lerno presso Pattada, per essere liberati dopo quattro mesi (Dori il 21 dicembre alle undici di sera, Fabrizio il 22 alle due di notte, tre ore dopo), con un riscatto versato pari a circa 550 milioni di lire, in buona parte a spese del padre Giuseppe. Ed un altro degli eventi significativi della vita di Fabrizio è proprio la riappacificazione del cantautore con il padre (Ennio Fantastichini), che era in punto di morte. Se grazie a una promessa fatta al papà lui supererà l’alcolismo, viceversa resterà sempre dipendente dalle sigarette – senza cui non riusciva a stare -¸tanto che – nel 1998 – dopo il sopraggiungere di una seria difficoltà fisica (on era in grado di sedersi, di tenere la chitarra e aveva un forte dolore al torace e alla schiena), da controlli e accertamenti gli verrà diagnosticato un cancro ai polmoni. Faber, nome che gli darà il suo amico Paolo Villaggio (interpretato nel film da Gianluca Gobbi), interromperà i concerti, ma non la musica. Il soprannome deriva dal fatto che il cantautore amava usare i pastelli e le matite della Faber-Castell, oltre che per un richiamo dal punto di vista sonoro, quasi un’assonanza, con il suo nome.
Il film si chiude con la sua ultima esibizione in “Bocca di Rosa”, ma sicuramente – tra gli altri momenti storici dell’epoca originali mostrati – non si può non citare l’interpretazione di Mina del suo famoso brano “La canzone di Marinella” (del 1964, che Mina canterà tre anni dopo). Tra gli altri suoi amici più stretti c’è sicuramente Fernanda Pivano (Orietta Notari). Il film è un biopic che riproduce in maniera fedele la sua biografia, ma va anche oltre. E non è insolito, a quasi vent’anni dalla sua scomparsa (l’11 gennaio del 1999). Gli hanno reso onore uno speciale a “Porta a porta” e a “Domenica In”.

Le polemiche. Di sicuro un film che ha fatto parlare di sé. Per l’interruzione del finale, con il taglio dei titoli di coda su “Bocca di rosa”, per l’interpretazione di Luca Marinelli, che deve vestire i panni di Faber: recitata con troppo accento romanesco, sarebbe servito più quello genovese; in realtà, dall’altra parte – a onore del vero -, da far notare che ha dovuto imparare a cantare e suonare e a superare la tensione per il peso di un personaggio così glorioso a cui andava a dare corpo. E poi Luca Marinelli (che aveva già recitato al fianco di Valentina Bellè in “Una questione privata”), sarà protagonista della serie “Trust” (trasmessa su Sky Atlantic a partire da fine marzo prossimo) al fianco di Donald Sutherland (che è il nobile industriale John Paul Getty di cui lui è il nipote); registi dei dieci episodi della serie sono Danny Boyle ed Emanuele Crialese. Quindi merita più rispetto.
Se poi dei particolari biografici sono stati tralasciati, è giustamente impossibile mettere tutto in un biopic. L’importante è non travisare il messaggio.

Le due ‘dimensioni’ del film. E “Fabrizio De Andrè-principe libero”, sembra proprio fondarsi piuttosto su una duplicità. Innanzitutto sul binomio ‘principe libero’, una citazione del pirata britannico Samuel Bellamy iscritta sulla copertina del disco di Faber “Le nuvole” del 1990. In essa così si dice: “Io sono un principe libero e ho altrettanta autorità di fare guerra al mondo intero quanto colui che ha cento navi in mare”. Principe anche per la ricercatezza del suo stile, di un’arte sofisticata e per la sontuosità e magnificenza dei contenuti, con un impegno sociale forte (anche politico se necessario), con un’attenzione particolare sempre rivolta (ovunque e perennemente) ai diversi, agli ultimi, ai diseredati, alla società che lo circondava con i suoi problemi e i principali avvenimenti che accadevano. E poi l’aggettivo più importante di tutti: “libero”, per un’attitudine forte al cambiamento, rivoluzionaria, a rompere ogni schema (anche se voleva farlo in modo pacifico e non violento o bellico). Come gridava e ricercava lui la libertà forse nessuno prima, quasi un precursore in questo d’avanguardia. Tanto che a un concerto si rifiutò di cantare per parlare di libertà, rivolto soprattutto ai giovani. “Parliamo – esortò in quell’occasione – di libertà, di come essere padroni di quello che abbiamo in mano, che è in nostro possesso”, prima che ce lo tolgano – sembrò continuare implicitamente -. Maestro della rima baciata, per lui era un modo di darsi delle regole prima che gliele dessero gli altri. Sempre controcorrente -sin da adolescente -, non amava le imposizioni e i vincoli, di nessun genere. Cantava, scriveva e componeva in qualunque momento su qualsiasi cosa; con gli amici, per gli amici, tra gli amici, sugli amici: “mi piace cincischiare con le parole”, scherzava. Univa genio e sregolatezza e il suo sogno era vedere giovani e ragazzi come lui essere “geniali e felici”, liberi, come una sorta di ‘figli dei fiori’. Forse il più grande autore italiano di tutti i tempi, emerge quasi il suo essere combattuto tra due mondi, agitato interiormente dalla ricerca di un equilibrio che non riusciva a trovare.
Due mondi: come quelli di Puny e di Dori, così diversi eppure così fortemente presenti nell’animo di Faber; quasi a rappresentare due fasi della sua vita. La prima è quella del ‘principe’, più nobile, elevata, ricercata, di maggiore fasto formale e racchiusa in un ambiente nobile ed elevato; a cui, però, non sembra sentirsi troppo conforme e in cui non si trova perfettamente a suo agio. Un uomo fatto di genio e sregolatezza, e un talento puro, ma anche un genio ribelle. Ed è per questo che entra nella ‘seconda’ fase, quella della libertà, del contatto con la natura, passione che lo legava (con quella per i cavalli) a Dori. Un uomo istrionico, istintivo, introverso, chiuso e timido, ombroso a volte, riservato, a volte così brusco e immediato nelle reazioni, eppure così delicato, fragile e sensibile (tanto da avere difficoltà ad affrontare le esibizioni in pubblico, ricercando una dimensione più intima della sua musica). Un animo complesso e nobile, eppure così umile e semplice, che mal si conformava alle etichette ed ai canoni da rispettare di facciata del mondo nobile di Puny, lui proveniente da famiglia di origini modeste, quasi che non si sentisse al suo livello eppure proprio in grado di elevarsi fino a tale soglia. Riservato, non amava essere al centro della scena. Lui credeva che l’unica cosa che sapesse fare bene fosse comporre musica, cantare e suonare. Molti pensarono che non fosse in grado di prendersi le sue responsabilità, fosse un irresponsabile e immaturo: nella paura di fare concerti live, come in quella di diventare padre. Più volte nel film Puny lo riprende: “perché non sei contento che tutti si interessino alla tua arte?”, perché quando cantava era come se non esistesse nessun’altro che lui in sala; oppure “penso che ora la priorità sia un’altra”, quando lui si lamentò che con il figlio Cristiano che piangeva non riusciva a lavorare.
E un altro tema che viene affrontato è proprio la paternità, in più occasioni: nel suo rapporto con il padre Giuseppe, in quello suo con il figlio Cristiano, quasi come in un triangolo di specchi, di figure speculari e così simili. La capacità di parlarsi e capirsi anche senza parole e con soli sguardi. Ma quello che sembra emergere di più di Fabrizio De Andrè è un uomo fortemente in conflitto con se stesso, con i propri sensi di inferiorità, ma soprattutto – oltre che per le sue conflittualità interiori – perché molto severo ed esigente in primis con se stesso più che con gli altri. È come se si guardasse dentro e, parlandosi, dicesse a sé quelle che sono le parole della canzone che Cristiano (chiamato così poiché è il secondo nome del padre) ha portato a Sanremo nel 2014, “Il cielo è vuoto”: “Io sono illuminato dai lampi che sono tutto il mio sereno. Non posso accettare niente di meno di quello che mi aspetto da te”. Mai appacificato o appagato, in pace con se stesso, sereno o soddisfatto, pretendeva molto da sé e si faceva guidare dalle sue sensazioni e percezioni istintive e istintuali, di pensieri in libertà quasi appunto, irrefrenabili e che nessuno poteva fermare in nessun modo. E non è un caso, dunque, se molti riconoscimenti ha ricevuto; uno su tutti quando, il 26 luglio 1997, Fernanda Pivano gli ha consegnato il Premio Lunezia per il valore letterario del testo di “Smisurata preghiera”, paragonandolo a Bob Dylan.
Grande il successo del film biopic su di lui, che ha ottenuto sei milioni e 100mila spettatori (con uno share del 24,3%) nella prima puntata e poco più addirittura nella seconda serata, con una visibilità riscontrata da parte di sei milioni e 200mila spettatori e uno share del 25,5%.