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Barbara Conti

“Una vita spericolata” di Marco Ponti: tre giovani alle prese con il destino

vita spericolata filmÈ uscito nelle sale il 21 giugno scorso il film per la regia di Marco Ponti: “Una vita spericolata”. Nel cast: Lorenzo Richelmy, Matilda De Angelis, Eugenio Franceschini (che ha sostituito nel ruolo Domenico Diele, che inizialmente doveva avere la parte prima dei suoi problemi giudiziari e della condanna). Compaiono, però, anche Antonio Gerardi, Massimiliano Gallo e Michela Cescon.
Una storia di giovani e per giovani. Una commedia realistica (molto poco comica e più realistica), in cui non mancano gag divertenti e battute esilaranti, grazie anche alla verve spontanea degli attori, ma che è soprattutto una denuncia sociale aspra della situazione di stallo attuale che vive il nostro Paese, in cui soprattutto le nuove generazioni non trovano né un futuro né un possibile sbocco (professionale e umano di realizzazione). Per loro sembra quasi non esserci possibilità di trovare una propria identità e un proprio ruolo nella società. Tutto parte, come suggerisce il titolo, dalla citazione dell’omonima canzone di Vasco Rossi: “Una vita spericolata”, piena di difficoltà e di problemi da superare. Perché la vera protagonista è proprio la vita, in toto, a 360 gradi. “Forse questo film parla di una cosa sola: di quanto sia importante avere una vita intensa, dignitosa, generosa e, ovviamente, spericolata. Ho voluto incentrarmi -ha spiegato il regista Marco Ponti- sulla fase dell’esistenza in cui la vita stessa ti arriva addosso con la massima velocità possibile, adottando e descrivendo il tutto con uno spirito e un carattere adolescenziale”, che desse freschezza al film.
E la storia parte proprio da quando uno dei protagonisti si reca in banca. Roberto Rossi (Lorenzo Richelmy) è un meccanico la cui officina è in fallimento; gli pignorano la casa e perde tutto (anche la fidanzata Eva, Desirée Noferini, che lo lascia). Considerato da tutti un fallito e un buono a nulla, decide di prendersi il suo riscatto tentando proprio di chiedere un prestito alla banca. Lì incontra una giovane ragazza (Matilda De Angelis); ma il loro incontro si trasformerà prima in una lite con il personale e i responsabili della banca (rappresentati dal direttore interpretato da Michele De Virgilio), poi in una rapina non voluta, nata accidentalmente. Sorta per “divergenze di veduta”. I giovani partiranno in fuga, accompagnati dall’amico di Rossi (Bartolomeo, detto BB, alias Eugenio Franceschini), uno sfaticato ma buono d’animo e generoso. Inseguiti dalla polizia sognano di fuggire lontano: ci riusciranno? Arriveranno a coronare il loro sogno di libertà?
La situazione che si presenta è tragicomica, direi tragica, ma fa’ ridere dal nervosismo e dalla tensione palpabile. La banca non concede il prestito ai “poveretti” come Rossi; non vuole venirgli incontro ed investire (dando fiducia) – come dice il ragazzo- “nella vera risorsa del Paese: i giovani”. Quelli che lavorano in banca diventano degli “sciacalli”; non c’è giustizia: la polizia non è in grado di risolvere casi di corruzione e di traffico illecito di soldi riciclati (che tra l’altro circolano all’interno della stessa banca) o di droga; ma non è solo la corruzione, con l’arrivismo o il solo interesse personale privato che guidano ogni azione, il male dell’Italia. Il fatto è che neppure l’economia può crescere se “pochi hanno tanto e molti hanno poco”. E non è neppure il solo divario esistente (quello economico fra ricchi e poveri, fortunati e sfortunati), l’unico gap a dividere a metà il nostro Stato. C’è anche appunto il divario Nord-Sud, ma se si dice che “tutto il mondo è Paese” è vero che la situazione di stallo non cambia da Nord a Sud. Si parte da Torino e si arriverà in Puglia, ma non è che cambi poi molto. Inoltre non è devastata solo l’economia, il nostro Paese non è martoriato solo economicamente, ma anche dal punto di vista ambientale: “prima tracciano una riga sulla cartina, che poi diventa l’alta velocità che spazza via i piccoli paesi come il nostro” ragionano insieme Rossi e BB. E non sono solo i piccoli centri cittadini a ‘sparire’: intere fabbriche chiudono e un sacco di lavoratori vengono mandati a casa. La disoccupazione imperversa. E non è l’unico scempio. I ragazzi, disperati, si ‘vendono’, buttano via i loro sentimenti e la loro umanità, o finendo in mano alla malavita organizzata oppure sognando di andare a “L’isola dei famosi” o in tv, magari da Maria De Filippi. Questo è il loro sogno: la fama e la gloria, diventare noti sul piccolo e grande schermo; ma sono successi effimeri. Il personaggio di Matilda De Angelis, infatti, è una nota giovane attrice prodigio di telenovele di successo che non tutti riconoscono, ma che molti sfruttano. Il suo nome d’arte è “Soledad Agramante”. Soledad appunto, solitudine, come sono ‘sole’ e ‘solitarie’ le anime dei tre ragazzi protagonisti; loro sono alla ricerca della loro identità e il film è intramezzato da brevi narrazioni della loro vita vera: la verità sulla loro vita; ma non sappiamo mai davvero chi siano, soprattutto Soledad, che racconta tante storie, quante ne ha sentite, quante le bugie che le hanno raccontato. Eppure sono ragazzi che sognano solamente una vita normale. Ogni caso di cronaca è strumentalizzato dai media (la cui icona è la giornalista tv di cui veste i panni Stella Novari), dediti solamente allo scoop. Eppure al momento della rapina in banca, che non voleva fare, Rossi continua a gridare: “Non voglio i soldi! Non voglio niente!”, “Voglio solo andare via!”. E, prima di scappare, alle telecamere che li inquadravano e cercavano di strappargli una dichiarazione loro dicono solamente: “Siamo innocenti!”. È il grido sommesso, disperato e quasi rassegnato di una generazione allo sbaraglio. Non manca, poi, la pittura del mondo delle escort (di cui un po’ Soledad fa parte). Corpi venduti quasi al miglior prezzo e al miglior offerente in cambio del niente che hanno indietro se non delusioni, amarezza, rimpianti, dolore, umiliazione, frustrazione, vergogna, repulsione per se stesse di donne ‘mercificate’. Rimpiazzate subito poco dopo da altre vittime come loro: per quanto giovane talento prodigio, a soli 23 (o 25) anni Soledad è già vecchia, a lei si preferisce una 17enne uscita da Disney Channel che ha un botto di followers su Instagram. E così si sente una fallita, una che “ha avuto la sua grande occasione e l’ha sprecata”. D’altronde è lo stesso Vasco a ricordare in “Delusa” che: “Ehi tu ‘delusa’ attenta che chi troppo ‘abusa’ rischia poi di più”. E allora ci si chiede: appurato che “il mondo fa schifo”, un dato di fatto ormai purtroppo, ma “che cosa è successo a questo mondo?” ci si domanda. Se nessuno crede più in loro giovani (la banca non dà credito, crede solo alla burocrazia), nessuno la cerca e la vuole più per fare contratti (Soledad), per loro sembra finita. È davvero la fine di ogni speranza? Eppure lei (Soledad) non chiede poi tanto alla vita: sogna solo di avere l’ultimo I-phone 5 come desiderio massimo. Se la polizia (impersonificata dal capitano Greppi, alias Massimiliano Gallo) è incapace e corrotta essa stessa (almeno qui nel film nella parodia viene un po’ ridicolizzata per estremizzare i connotati tragici della situazione nazionale) e se l’interesse che sembra regnare è solo quello per il denaro, loro invece hanno ancora degli ideali: “sono i buoni”, come sottolinea più volte BB, che ama donare il denaro della rapina a tutti e sogna di poterne regalare un po’ anche ai bimbi poveri e bisognosi dell’Albania dove andranno a fuggire. Non solo, ma anche la donna più perfida (Elena Castiglioni, alias Michela Cescon), cattiva e ‘avida di sangue e di sofferenza’, odia ‘la violenza gratuita’ (cioè che non porta soldi), ma poi forse ci ripenserà. A tale proposito da notare il bacio (tipo quello di stampo mafioso di fedeltà al clan) che concede a Soledad: che sia lei (la Castiglioni) la sua vera madre, o lei (Soledad) è solo la figlia putativa che si è concessa per trovare una strada? In realtà ciò che accomuna i personaggi è che tutti cerano ‘amore’. Se il tema delle escort ad esempio ci ricorda quando Massimiliano Bruno lo affrontò con ironia in “Nessuno mi può giudicare” con Paola Cortellesi, sicuramente Ponti lo racconta in modo più serioso. Inoltre tutti i temi sono affrontati in maniera rapida, in rapida successione e sequenza senza soffermarvisi troppo, quasi accennati e non approfonditi (il che appesantirebbe i toni). Quasi a dire “Veloce come il vento” per citare il film che vede protagonista Matilda De Angelis con Stefano Accorsi. Forse perché lei stessa, va “veloce come il vento” (come dice Vasco nella canzone “Rewind”: “perché tu vai vai, veloce come il vento”); quasi a riavvolgere la sua vita (e quella degli altri due con lei), a ricominciare tutto da capo, da zero, azzerando e annullando tutta la sofferenza. E non è la sola. Infatti i tre si ritroveranno “a ridere e sorridere dei guai, proprio come non hanno fatto mai” (sempre per mantenere la linea tracciata dai brani del Blasco) perché “vogliono trovare un senso a questa vita anche se non ce l’ha e se non ha un senso domani arriverà, ormai è qua” (sempre per parafrasare le sue parole): loro tre insieme in fuga. Su una macchina a tutta velocità, guidata come un pilota di rally o di formula Uno da Eugenio Franceschini (BB). Allora potremmo pensare a un nuovo progetto che li vede protagonisti in “Veloce come il vento due” con Stefano Accorsi. Sicuramente essere al volante di quell’auto da corsa sarà stata un’esperienza emozionante indescrivibile, molto eccitante per il giovane attore. Ma non si può neppure escludere un sequel di “Una vita spericolata”, visto il finale aperto: magari lei incinta, in attesa di un figlio che non sa di chi dei due sia, a cui deve dare un futuro e dovrà affrontare le difficoltà di trovare un lavoro quale giovane madre con figlio a carico. E tutto ricomincia di nuovo. Perché, come ricorda Vasco, “stammi vicino e poi col tempo tutto si aggiusterà”. Se lo scenario sembra quello descritto da Vasco Rossi in “Sono innocente…ma”, a proposito della frase pronunciata proprio da Rossi nel film, loro capiscono bene che alla fine la lezione che più hanno imparato è che: “buoni o cattivi non è la fine, prima c’è il giusto o sbagliato da sopportare”.
Se sembra che “qui non arrivano gli angeli” (per dirla alla Vasco Rossi), c’è chi è ancora integerrimo ed agisce con integrità morale e fa rispettare le regole e viene in soccorso. Per ironia della sorte, se paiono esserci invece che angeli due demoni (gli uomini della Castiglioni Rambo e Rambo due la vendetta, alias rispettivamente Mirko Frezza e Alessandro Bernardini) loro agiscono “sempre in buona fede” (per citare una battuta del film). E saranno proprio la musica e la fede (cioè la religione) a salvarli -o forse no?-: la banda musicale durante la festa per il santo patrono in un paese della Puglia. E forse dunque non è un caso che il nome (o meglio il cognome) del protagonista interpretato da Lorenzo Richelmy (Roberto Rossi) possa essere al contempo un tributo al rocker Vasco oppure una citazione (solidale) al noto donatore benefico citato sempre nelle offerte per beneficenza (Mario Rossi) per donare il 5X1000 ad esempio alla Chiesa Cattolica (come un po’ sogna, come detto, BB). Del resto, se un minimo di romanticismo è accennato è rappresentato proprio da Soledad: “anima fragile” come canterebbe Vasco Rossi, delicata e sensibile in fondo, anche se si cela dietro la maschera della ‘cinica dura’. Se “non è niente male essere qui con voi” – dice a Rossi e BB -, si prende coscienza con amarezza che (nel bene e nel male però) “Niente è mai come te lo aspettavi”; parafrasando, potremmo dire, “Tutto può succedere” per citare un film in cui compare Matilda De Angelis (che si dimostra sempre più attrice giovane ma adatta a ruoli impegnati, che molto l’hanno fatta maturare artisticamente, professionalmente ed umanamente e che con coraggio ha fortemente voluto e ricercato; tra l’altro nel film “Una vita spericolata” c’è un’altra attrice della fiction con Matilda: Benedetta Porcaroli). Del resto tutto il repertorio di Vasco Rossi andrebbe bene e si potrebbe citare per questo film, lui sempre così attento al disagio giovanile. Qui, certo, questa problematica regna sovrana accanto a crisi economica, di valori morali, disoccupazione e quant’altro. Come poter riuscire a superare tutto questo? Si capisce che l’arma vincete è una sola: il coraggio, anche per (voler) andare via e fuggire. E questi tre ragazzi ne hanno da vendere, non hanno paura di affrontare nulla. Basterà? Soledad è la nuova “Sally” che sogna di vivere “Come nelle favole”. Sarà in grado di trasformare in realtà vera la favola che ha disegnato nella sua mente con la sua fantasia? Sicuramente un primo passo è la fuga da tutto ‘il male’: per far sì che si inizi ad avere una situazione di cambiamento per cui “c’è chi dice no” alla corruzione, al malaffare; come fanno loro tre, in un certo qual modo, scappando via. Per disegnare davvero “un mondo migliore”. Ma quanta strada c’è da fare, quanta fatica, non è affatto facile: “Eh già!” verrebbe da esclamare con Vasco. Ognuno dei tre sembra pensare il messaggio racchiuso nel brano: “Come vorrei”. Hanno bisogno di “Cambia-menti”, ma non è semplice attuarli. Per loro è tutto un andare e venire come ne “Il mondo che vorrei”. I giovani come Soledad e i suoi amici sono in grado di insegnare agli adulti come il suo manager Leonardi (Antonio Gerardi) ‘lezioni morali’ importanti proprio coi loro esempi di coraggio; ma Gerardi stesso non si dimostrerà da meno, anzi sarà e si comporterà come un vero padre per Soledad. E questo film sembra proprio disegnato sul repertorio musicale di Vasco Rossi: un viaggio attraverso le sue canzoni per conoscere meglio il disagio giovanile; un regalo indiretto (o forse voluto?), dunque, del regista, per tutti i fans del Blasco; che sicuramente avrà successo. Per promuoverlo al meglio forse basterebbe un pensiero di Matilda De Angelis per tutte le giovani ragazze come lei che sognano di intraprendere la sua strada. La giovane attrice non ha nascosto -in un’intervista a Mattia Pasquini di “Amica”- di “odiare l’ipocrisia” e amare viceversa la correttezza, la precisione e il rigore (compresa la puntualità agli appuntamenti). Già questo basterebbe, anche se le recenti parole di Anna Falchi hanno rincarato molto la dose inasprendo i connotati della vicenda (reclutamento giovani talenti e attrici): “per fare tv oggi ti ci vuole un potente, come manager o come amante” ha asserito senza mezzi stermini a “Tv fan page”.

Torneo di Stoccarda a Federer. Bene Gasquet e Krunic nei Paesi Bassi

roger federer stoccardaL’assenza dai campi non ha influito negativamente sul ritorno di Roger Federer. Lo svizzero, dopo lo stop per la stagione sulla terra rossa, torna a giocare sull’erba a Stoccarda. Perfettamente a suo agio sulla superficie, in una forma fisica ottima (fisico asciutto, freschezza agonistica, sembra ringiovanito), disegna il campo che è una bellezza. Sicuro al servizio, quando lascia partire il dritto si apre il campo (ma anche col rovescio, in accelerata con quale dei due fondamentali gli capiti prima) e va a chiudere col passante di rovescio o in avanti a rete con la volée o lo smash. Solitamente è questo il suo schema vincente, ma non disprezza il serve&volley. Specialmente sull’erba diventa in-giocabile e neppure il potente dritto di Milos Raonic (fino a 137 km/h) riesce a fermarlo e ad impedirgli di alzare la coppa in Germania. Per 6/4 7/6 si aggiudica il suo 98esimo titolo in carriera. Più lottato il secondo set perché lo svizzero si è complicato un po’ la vita insistendo di più appunto proprio sul dritto micidiale del canadese; tuttavia ha saputo giocare meglio i punti decisivi e fondamentali: il talento dell’elvetico è indiscusso, ma sicuramente la sua arma vincente per essere un campione così “longevo” è proprio la forza mentale più che la tecnica ineccepibile e straordinaria, un’esperienza che non si può insegnare. Ed in questo insegna molto la semifinale contro l’australiano Nick Kyrgios: una dura battaglia terminata solamente al terzo set (6-7 6-2 7-6) e dopo due tie-break in cui non sono mancate le occasioni al giovane ‘Aussie”; non facile rimontare, sotto di un set, per il n. 1 del mondo contro il re degli aces, perfettamente a suo agio sull’erba. Anche al successivo torneo di Halle, sempre in Germania, parte bene e continua la sua corsa ad accumulare vittorie su vittorie: vince facile il primo turno contro Aljaz Bedene per 6/3 6/4. A Stoccarda è bastata un’ora e venti minuti circa al 36enne svizzero per completare quella che era la sua 148^ finale (record di e per pochi altri tennisti) e portarsi a casa la ‘Mercedes Cup’ (con la macchina in palio con cui è tornato a casa prima di ripartire appunto per Halle).
Se Federer è il re di Stoccarda, nei Paesi Bassi (all’Atp 250 di ’s-Hertogenbosch, Atp 250 proprio come quello appena citato di Stoccarda con un montepremi di 656mila euro e poco più, circa), invece, vi sono due trionfatori: Richard Gasquet (che si aggiudica il derby francese contro Chardy) e Aleksandra Krunic (che si era imposta al Foro Italico sulla nostra Roberta Vinci). Ma vediamo meglio nel dettaglio cosa è successo.
La finale maschile nei Paesi Bassi a Gasquet. Gasquet va subito avanti nel punteggio e si porta in vantaggio per 4-2 nel primo set; ma a questo punto Chardy fa contro-break, però poi perde di nuovo il servizio e manda il connazionale a servire per il primo set. Grazie a due passanti strepitosi di Gasquet (prima di dritto incrociato e poi di rovescio) si aggiudica il primo set definitivamente; da segnalare anche un recupero straordinario su una volée, con il rovescio in corsa che mette all’incrocio delle righe prima di riportarsi di nuovo in vantaggio. Non bastano i dritti potenti (anche a 147 km/h) di Chardy, che spreca le occasioni di break che ha. Nel secondo set, infatti, Chardy va addirittura avanti 5-3, ma si fa rimontare prima 5-4 poi 5-5 ed è tie-break; ma Gasquet nel tie-break va subito avanti e lo conquista abbastanza tranquillamente.
Il momento clou che però ha fatto svoltare e ‘rigirare’ il match e il secondo set (ovvero annullando la possibilità di allungarlo al terzo set per Chardy e di ritornare in partita e rimontare, per poi andare a vincere) è stato proprio quando è andato a servire sul 5-3. Chardy conduceva per 40-15 sul 5-3, ma -prima un passante incredibile di Gasquet- poi soprattutto una palla chiamata out sulla sua seconda di servizio lo ha fatto particolarmente innervosire (dopo un errore di rovescio, che ha mandato lungo), facendogli perdere il controllo, i nervi e la concentrazione. Ha dato così la palla break a Gasquet, che poi se ne è procurata un’altra con uno straordinario passante di rovescio incrociato in cross ad uscire a cui è seguito il doppio fallo di Chardy che, al cambio campo, ancora discuteva di quella palla (la seconda di servizio) con l’arbitro. Gasquet ha completato, successivamente, a 15 il recupero sul 5-5 (con un ace).
Il tie-break che ne è derivato si è svolto così: 1-0 Gasquet, 1-1, 2-1 Gasquet (su un errore in risposta di Chardy), 2-2 (Gasquet manda lungo un recupero di rovescio), 3-2 Gasquet con uno stupendo passante di dritto rasoio alla rete, errore di dritto di Gasquet ed è 3-3, 4-4 con una bella volée di Gasquet, errore dritto di Chardy e Gasquet va 5-4 (due match points con il servizio a disposizione), ace di Gasquet ed è 6-4 per lui, poi 6-5 con Chardy che si aggiudica il punto con un dritto in attacco in avanzamento, 7-5 Gasquet con un recupero su una palla bassa di dritto che trasforma in demi-volée in attacco in controtempo che non riesce a prendere Chardy, su cui non arriva decretando, così, la vittoria definita del connazionale francese.
Tra l’altro, qui ad ‘s-Hertogenbosch, Gasquet (testa di serie n. 2) aveva battuto il giovane greco Stefanos Tsitsipas (testa di serie n. 5) per 7/6(2) 7/6 (4) ai quarti e Bernard Tomic in semifinale per 6/4 6/7(8) 6/2 (semifinale dura e molto combattuta che, ciononostante, non gli ha impedito di vincere la finale).
La finale femminile di ‘s-Hertogenbosch. Ad imporsi è la serba Aleksandra Krunic (testa di serie n. 7), in grado di battere in semifinale niente di meno che la testa di serie n. 1 Coco Vandeweghe in tre set per 2/6 7/6(4) 7/6(1): la statunitense è sempre una giocatrice temibile, soprattutto ha dimostrato di esserlo particolarmente sull’erba, superficie che predilige e che ben si confà al suo schema tattico aggressivo, al suo tennis d’attacco e al suo gioco basato sempre sul ricercare il colpo vincente con pochi scambi (dunque un risultato che vale doppio per la Krunic). Poi altri tre set sono serviti alla serba per aggiudicarsi la finale del torneo e imporsi sulla belga Kirsten Flipkens, che va avanti di un set nel primo parziale subito per 7/6; poi la Krunic rimonta, prendendo sempre più terreno riuscendo a fare il break decisivo che la porterà sul 7/5 (dopo un parziale in equilibrio ancora, ma in cui la Flipkens concede qualcosina in più, facendo qualche errore in più). Poi dilaga per 6/1 nel terzo e decisivo set, andando subito 4-1 e poi 5-1. Impegno premiato per la giovane atleta, che non ha mai mollato, ma è stata più incisiva quando è servito, approfittando del momento di cedimento dell’avversaria e di ogni suo ‘regalo’ (ogni gratuito concesso), entrando sempre più in partita fino a dominare nel terzo e decisivo set. La serba, a soli 25 anni, sale così alla posizione n. 44 del mondo e si impone nel torneo, nonostante una vistosa fasciatura al braccio. Inutile non associare e far tornare alla mente il ricordo che la lega all’Italia. Infatti la Krunic agli Internazionali Bnl d’Italia di quest’anno, lo scorso maggio, ha affrontato proprio la nostra Roberta Vinci nella sua ultima partita che ha disputato prima del ritiro definitivo ufficiale dal tennis giocato. In quel turno la serba ha trionfato con il punteggio di 2-6 6-0 6-3, parziale che ha entusiasmato ancor di più tutti i fans azzurri che hanno sperato nella vittoria dell’atleta di casa.

Wind Music Awards: ‘besitos’, tanti premi e nuove ‘categorie’

conti-e-incontradaNuova edizione dei “Wind Music Awards”, condotta sempre insieme da Vanessa Incontrada e Carlo Conti; all’insegna della tradizione, nella forma consona. Dai “besitos” della Incontrada ai bacetti sulle labbra scambiatisi a fine puntata dai due presentatori. Se gli ascolti sono stati un po’ in calo, intorno al 18% di share (18,1%) e con una percentuale di spettatori inferiore ai 4 milioni di spettatori (pari circa a 3.752.000 spettatori), non sono diminuiti invece i premi assegnati. Nella prima puntata incetta ha fatto Claudio Baglioni (anche per il suo Sanremo condotto quest’anno) in particolare, con quasi una decina di premi ricevuti; nella seconda gli ha fatto eco in particolare Coez. Poi, nella serata d’esordio, c’è stata Laura Pausini che ha presentato il nuovo singolo. Ma a tutti quanti gli ospiti sono stati assegnati molti più riconoscimenti degli anni passati. Quello che è buono, dall’altro lato, è che sono stati forniti anche per categorie nuove: innanzitutto a veterane come Fiorella Mannoia, ma pure per la sua veste di produttrice, non solo per la sua musica; il premio le è venuto da parte dell’Associazione fonografici: “non solo come artista raffinata e di grande successo, ma anche nella sua veste di produttrice indipendente”. Del resto anche il singolo che ha cantato, “I miei passi”, è un pezzo dal sound insolitamente pseudo-elettronico. Oppure quello ad Enrico Brignano per il suo spettacolo teatrale, ribadendo e sottolineando l’importanza di una tale forma di arte, il teatro appunto, esempio di massima levatura di cultura; il comico ha ricevuto lo speciale premio “Biglietto d’oro” per la stagione teatrale 2017/2018, che ha raccolto addirittura 161.853 spettatori al suo spettacolo “Enricomincio da me”. Inoltre da rilevare l’attenzione ai giovani, come Federica Carta (premiata per il suo album), che si è esibita prima con Shade in “Irraggiungibile” e poi con la band dei La Rua (di “Amici”, composta da: Daniele Incicco, William D’Angelo, Davide Fioravanti, Nacor Fischetti, Alessandro “Charlie” Mariani e Matteo Grandoni) in “Sull’orlo di una crisi d’amore”: la canzone unisce folk e rock e la voce di Federica le si adatta benissimo – ha spiegato Daniele -. Il brano, con l’altro singolo “Molto più di un film”, anticipa il secondo album della cantante romana arrivata terza al talent di Maria de Filippi lo scorso anno (a cui partecipò lo stesso gruppo de La Rua); inoltre c’è stata anche l’uscita di un libro (“Mai così felice”) dal titolo quanto mai indicativo dello stato attuale che sta vivendo e un ruolo come conduttrice del programma di Rai Gulp “Top Music”; oltre all’essere impegnata nella colonna sonora della nuova serie di Disney Channel “Penny On M.A.R.S.” (in onda dallo scorso 7 maggio alle ore 20.10). Tuttavia questa edizione ha regalato anche attenzione ad artisti stranieri, come quello internazionale rumeno: Mihail, con il suo splendido singolo “Who you are”.

Inoltre particolarmente importanti, tra i premi assegnati (come quello Fimi a Baglioni o della Siae), quello per il live a Coez e l’altro – sempre all’artista romano – (oltre ai WMA per “Le Luci della città”, per “Faccio un casino”, per il singolo “La musica non c’è”), ancor più inedito: il premio dei Produttori Musicali Indipendenti italiani (PMI); con la seguente motivazione: “per la ricerca e lo sviluppo delle nuove tendenze musicali italiani”. Il premio per il live, inoltre, va a pochi e a riceverlo è stata una cantante del calibro di Elisa. Due momenti hanno poi colpito. Quando per la premiazione dei TheGiornalisti, per il live, dopo che si sono esibiti in “Completamente” e in “Riccione”, hanno fatto salire Giorgia, una bambina loro fan che ha cantato interamente tutte le loro canzoni. Dopo, sicuramente, la performance di Ermal Meta in “Dall’alba al tramonto” ha molto convinto il pubblico. Da sottolineare il premio del WMA per il singolo “La Cintura”, che ha ottenuto niente di meno che il platino digitale, ad Alvaro Soler. E quello a Fabri Fibra: il premio Earone per il maggior numero dei passaggi in radio. Se la pioggia ha “danneggiato” la prima serata, la seconda è stata “rovinata” dal blackout che ha colpito l’intera Rai.

Il successo di tali artisti e di simili brani ci fa venire in mente che i Wind Music Awards sono sempre più il nuovo “Music Summer Festival”, tanto che potremmo coniare il neo nome di Wind Music Summer Awards e che tra due settimane, ovvero martedì 26 giugno, ci sarà un altro appuntamento chiamato Wind Music Awards-Summer condotto da Federico Russo e Marica Pellegrinelli; i due sono stati ospiti della seconda e ultima puntata dei Wind Music Awards, condotta da Vanessa Incontrada e Carlo Conti. Proprio il presentatore, infatti, sarà impegnato martedì prossimo (19 giugno) con “Con il cuore-nel nome di Francesco”, come ogni anno in diretta direttamente da Assisi. Infine si è trovato spazio anche per fornire uno sguardo sulla musica a tutto tondo, ricordando più volte l’altro importante appuntamento (già preannunciato da un anno a questa parte) con: “Pino è”, omaggio a Pino Daniele; tanto che si è concluso con la canzone (in cui si è esibito Biagio Antonacci) “Napule è”: perché Pino è Napoli e Napoli è colori di emozioni. Infatti, non a caso, molti sono stati gli artisti che gli hanno voluto rendere un tributo tra cui c’era anche Ornella Vanoni, che ha detto che una parola che associa al grande artista scomparso è proprio “emozioni”: quelle che ha sempre regalato al pubblico. Alcuni rapper come J-Ax e Clementino lo hanno voluto ringraziare perché ha regalato loro l’ultima canzone che abbia scritto prima di scomparire. Il primo ha, poi, associato la sua musica alla poesia, non solo per la melodiosità che la contraddistingue, ma perché la musica come la poesia è eterna: “Muore il poeta, ma non la sua poesia perché essa è eterna come la vita”, immortale pertanto. Elisa ha inoltre voluto raccontare un aneddoto: adorava (come lei, nello stesso posto anni dopo) sedersi su una panchina in un giardino che un giardiniere sistemava tutte le mattine e guardare nel vuoto all’orizzonte senza parlare, muto perché amava il valore e l’importanza del silenzio, il suo ‘rumore’, la sua valenza così come il peso delle pause tra una parola e un’altra, pregno di significato e in grado di fornire valore aggiunto, maggiore senso alle cose e alle parole stesse. Altri artisti, più giovani, hanno voluto riportare l’emozione di esibirsi al suo fianco, rimarcando la sua enorme e profonda umanità, in grado di mettere tutti subito a suo agio con una risata e un sorriso di solidarietà; la sua voglia di collaborare con più artisti possibili e contaminare il genere musicale delle sue canzoni e della sua produzione artistica. Tra i nomi che vi hanno preso parte: Claudio Baglioni, Giorgia, Emma, Alessandra Amoroso, Il Volo, oltre ai già citati Biagio Antonacci, Ornella Vanoni, J-Ax e Clementino, per citarne solo alcuni e i principali suoi “amici” più stretti e confidenziali. Non sono mancati, infatti, anche reperti d’epoca, filmati che riproducevano sue antiche esibizioni oppure interviste o curiosità più inedite. Molte curiosità sono state svelate in una piazza gremita dove non tutti i fan, purtroppo, sono riusciti ad entrare.

Amici 2018: tonfo audience e vince Irama

In dieci anni calano visibilmente gli ascolti di un format ormai ‘datato’. La finale di Amici 18 è stata vista da una media di 4 milioni e 872 mila spettatori (share 25,1%), mentre nel 2008 la media è stata di 7 milioni e 187 mila spettatori (35,38% di share). Fa riflettere come il calo sia graduale e costante. Nel 2017, ad esempio, gli ascolti andarono meglio di quest’anno (28,5%). L’anno prima ancora meglio (29,2%). Nel 2015 ben 6.536.000 spettatori e 34,2% di share.

iramaSulla 17^ edizione del talent condotto da Maria De Filippi, “Amici”, piovono “Piume”: quelle del vincitore Irama, che ama indossarle e che vengono un po’ citate nel titolo del suo nuovo album “Plume” (ma dove compare anche la parola lume, ovvero luce, serenità in fondo al tunnel). Il giovane accede alla fase della finalissima senza dover sostenere nessuna sfida prima. A tutto ritmo, dunque, e da favorito rispetta appunto il favore dei pronostici. Il suo nome d’arte, infatti, in malese significa ritmo, oltre ad essere l’anagramma di Maria (in onore della De Filippi potremmo dire, ma soprattutto del suo nome di battesimo: Filippo Maria Fanti). A parte i giochi di parole, la sua è una storia di riscatto ed è questo forse che ha colpito. Il giovane di Carrara, dopo il successo, ha avuto problemi – ora chiariti – con la Warner, la sua casa discografica; non è stato facile per lui uscire da questo periodo di crisi e “Amici” gli ha dato proprio questa possibilità. Nel 2016 partecipa tra le “Nuove proposte” di Sanremo (battuto proprio da Ermal Meta, in giuria ad Amici, con “Odio le favole”) con “Cosa resterà” e poi al Coca Cola Summer Festival con “Tornerai da me”, dove invece si impone sia su Ermal Meta che su Madh. Quest’anno, durante la sua partecipazione al programma di “Queen Mary” ha presentato i singoli “Un giorno in più” (che lo porterà ai vertici della classifica iTunes), “Che ne sai”, “Che vuoi che sia”, “Un respiro” e “Nera”, contenuti nell’EP “Plume”. Ottiene anche il premio di radio 105, ma queste ultime canzoni sono per lui particolarmente importanti: “Nera” perché ama emergere proprio per il ritmo, la musicalità che trascina dei suoi brani, ballad dal sapore fresco, sensuale, estivo, che si candidano a diventare veri e propri tormentoni dell’estate; la seconda perché mostra la sua parte più profonda e sensibile, la sua vera anima emotiva. E lui stesso ha detto di voler essere apprezzato più che per il suo aspetto fisico affascinante, più che per il “colore” delle sue canzoni con il loro ritmo, per i contenuti, per le parole e le emozioni che vogliono comunicare e che suscitano in lui. Durante i ringraziamenti finali, dopo la vittoria, ha detto: “Quello che conta è rialzarsi. È stato un percorso incredibile e voglio ringraziare soprattutto Maria: sei una persona speciale”; concetto ribadito poi scrivendo ancora: “grazie per aver creduto nella mia musica, l’unica cosa che ho” (ma ne dubitiamo, poiché ha molte altre doti da vendere). “Spero – ha aggiunto visibilmente emozionato e contento – che sia solo l’inizio di un percorso, di qualcosa di bello per tutti noi”. Poi ha proseguito, commosso, con un pensiero ad un’altra persona speciale: “Ho pensato tutta la sera, mentre cantavo, alla persona per cui ho scritto il brano ‘Un respiro’, ovvero mia nonna a cui ero molto legato, perché penso che il ricordo sia qualcosa che rimanga per sempre e il suo, di sicuro, lo resterà”; concetto che ribadisce anche in “Che vuoi che sia” quando dice: “di una cosa sono certo un po’ mi dà conforto che due persone non si possono dividere finché esisterà il ricordo”. E non è un caso che anche il premio 105 gli sia stato conferito – come si può leggere nella motivazione –: “per il carattere e la grande personalità, perché è un artista completo che sa scrivere molto bene, coraggioso, che ha saputo reinventarsi” e conquistare il pubblico, arrivando e riuscendo ad instaurare con esso un’empatia particolare. Non è, pertanto, neppure una coincidenza che si sia imposto sulla finalista Carmen con il 63% dei voti contro il 37% dell’altra. Ed, ovviamente, poi un ringraziamento speciale non poteva che andare a tutti i suoi fan che lo hanno votato, come ha scritto sulla sua pagina FB: “Semplicemente grazie. Inizia adesso un nuovo percorso, ma con una grande differenza: ora ci siete voi con me”.

Sicuramente quello che è emerso è che “Amici” ha saputo tirare fuori il meglio e la grinta da giovani riservati e introversi, timidi, proprio come i due finalisti: Irama e Carmen. Il primo è stato definito vero “animale da palcoscenico” per come ha saputo muoversi e tenere il palco; ma, di certo, la finalissima ha regalato le migliori esibizioni di sempre dei ragazzi in tutte le puntate: Irama in “Un giorno in più”, Carmen in “Caruso” prima e poi – scatenatissima – in “Quando finisce un amore”, ad esempio. A Carmen è andato anche il premio dell’Università e-Campus (sponsorizzata dalla ballerina Elena D’Amario, che la pubblicizza): una borsa di studio per poter frequentare uno dei corsi di laurea triennali disponibili nell’ateneo. Poi veniamo agli altri due: Lauren, vincitrice della categoria danza, che non solo è riuscita a conquistare il titolo a pieno regime di “vera ballerina” nonostante le critiche di Alessandra Celentano per il suo fisico non esile (ma in forma diciamo noi), si aggiudica anche il Premio Vodafone della critica da 50mila euro e nella sfida della finale contro Einar canta pure. Forse a quest’ultimo sarebbe potuto essere attribuito qualche riconoscimento, così da premiare tutti e quattro i finalisti, ma comunque per loro c’è stata la possibilità di far ascoltare i loro inediti (oltre ai singoli con cui si sono presentati) e di cantare cover importanti di artisti immortali come Vecchioni (Irama), Cocciante o Dalla (Carmen) ad esempio. Però forse Einar è stato penalizzato dal fatto che i professori non sono rimasti abbastanza soddisfatti da come sia riuscito ad esprimersi e comunicare le sue emozioni, che comunque tutti erano certi avesse, pur apprezzando la semplicità e genuinità di questo umile ragazzo. Sensibile come tutti gli altri del resto. E proprio i professori sono stati protagonisti di uno dei momenti più esilaranti di tutte le serate e nella storia di “Amici”: quando, in un video, si sono andati a ripescare ad esempio Alessandra Celentano, Garrison e Rudy Zeri da giovani alle prese con alcune delle loro prime interpretazioni.

È stata forse, per quanto criticata, una delle edizioni più belle di “Amici” per varie ragioni. Ha trionfato con ascolti soddisfacenti nonostante il cambio di giornata in cui è andata in onda nella semifinale (spostata per la partita da sabato a domenica) e della finale al lunedì. Maria vorrebbe fortemente lasciare l’appuntamento del sabato sera e posizionarsi la domenica o un altro giorno, vedremo che cosa si deciderà. Poi per i momenti comici con le straordinarie interpretazioni di Elisa, Giulia Michelini e Marco Bocci. Poi per il momento di intrattenimento di Geppi Cucciari, in cui ha fatto commuovere anche Maria De Filippi che si è raccontata in un’intervista semi-seria e ha parlato di quanto le manchi la madre, di quanto al liceo copiasse mentre all’università fosse bravissima: voleva fare il magistrato, ma è stata bocciata all’esame, però si è laureata con 110 e lode in Giurisprudenza. Scegliere tra “C’è posta per te” e “Amici” non saprebbe, il suo cuore è diviso a metà. Poi per i momenti seri con le recitazioni ed interpretazioni dei giurati (da Marco Bocci a Giulia Michelini) con la lettura di poesie e di lettere o il racconto di storie commoventi, per affrontare temi importanti come la violenza sulle donne e la malattia, ma anche quelli per combattere i disturbi alimentari legati alla non accettazione di un fisico non perfetto e/o da modelli: ballerini non proprio filiformi hanno ballato più volte sul palco davanti al pubblico, esprimendo un carisma che molto è stato apprezzato.

Di questa 17^ edizione non resterà solamente la sorpresa di Laura Chiatti al marito, ma anche il pensiero del primo ministro canadese Justin Trudeau ai giovani, che Maria ha voluto leggere a memoria del compito che essi hanno, del dovere e del diritto che spetta alle nuove generazioni al cambiamento e al ruolo di promotori di un impegno sociale collettivo. Per loro c’è sempre una prospettiva positiva e di speranza, anche nelle massime difficoltà e anche dopo le sconfitte. Basti pensare, ad esempio, che nella memoria dei fans di “Amici” non rimarrà solo impressa la storia d’amore e il suo romanticismo tra Emma e Biondo, oppure i video che i rispettivi familiari hanno inviato (in lacrime) ai propri ragazzi mano a mano, ma ugualmente il fatto che – ad esempio – anche dopo l’uscita dal programma c’è sempre una strada possibile da percorrere tutta in crescita per loro; sebbene, per esempio, una voce eccezionale come quella di Emma non abbia vinto, con qualche contestazione pure condivisibile che possa esservi stata, però lei ha subito avuto l’occasione della sua vita: il contratto con la casa discografica Warner Music. E poi ha trovato l’amore: che vogliamo di più!? A volte la fortuna arriva, basta solo saperla accogliere e intravedere. Ma a volte la vita rivela anche qualche triste “perdita”: come il ballerino Andrea Muller, che ha detto di voler lasciare la scuola per futuri impegni prossimi a venire in altri progetti diversi. Tra l’altro già scalpore aveva fatto l’uscita del ballerino Bryan (molto voluto dalla Celentano). Ed a proposito di danza, sono molto in tema le parole, pubblicate sul sito ufficiale della trasmissione, del coreografo Luca Tommassini (e le sue coreografie molto hanno lasciato esterrefatti, a bocca aperta e senza parole per il loro splendore): “Io adoro scoprire e aiutare i piccoli sognatori a creare un grande sogno”. E che dire del titolo della canzone e del suo messaggio che hanno cantato insieme nel finale i cantanti della giuria e che molto ha commosso perché molto toccante: “Ragazzo mio” di Luigi Tenco, sulla difficoltà di inseguire una passione, i sogni, cantata all’unisono da: Ermal Meta, Elisa Paola Turci, Emma, Alessandra Amoroso e Giusy Ferreri. Con l’invito, nelle parole finali, a: “non essere anche tu un acchiappanuvole che sogna di arrivare non devi credere, no, no, no non invidiare chi vive lottando invano col mondo di domani”, cioè lottare per i propri desideri con convinzione ed impegno, senza essere un perditempo con la testa fra le nuvole che spera e basta senza far poi nulla o molto per realizzare e inseguire i suoi sogni. Di certo, invece, al contrario è piaciuto meno l’intervento degli pseudo-comici Amedeo e Pio e la querelle tra la Celentano e la Parisi.

Roland Garros 2018: 11 volte Rafa. L’impresa di Ceck, il riscatto di Simona

nadal

Un Roland Garros 2018 memorabile per tanti motivi, anche grazie ad una nota d’azzurro merito del nostro Marco Cecchinato. Il “Ceck”, come tutti lo chiamano affettuosamente, è arrivato infatti ben oltre l’immaginabile, spingendosi fino alle semifinali ed arrendendosi solo a Dominic Thiem. Il tennista siciliano ha combattuto alla pari per ben due set interi con l’austriaco e perdendoli per 7/5 e 7/6, con molte palle break e set points a disposizione, prima di crollare per 6/1 nel terzo set; dopo due ore di gioco, infatti, nell’ultimo parziale si è ritrovato sotto 5/0 dopo solamente un quarto d’ora di gioco, indice di quanto fosse stremato. Rassegnato, ma soddisfatto, sicuramente stanco, ha alzato le spalle come un atleta che aveva dato tutto e a cui non restava che accontentarsi e godersi l’ottimo risultato raggiunto, sapendo di aver fatto tutto il possibile per inseguire la finale; un sapore dolce-amaro per lui, che aveva intravisto l’impresa ancora più miracolosa di poter persino strappare un set al n. 8 (ed ora n. 7) del mondo. Perdere per ben 12 punti a 10 il tie-break del secondo set di certo gridava vendetta, ma il palermitano non ce la faceva davvero più: provava a spingere più sui colpi, a scorciare gli scambi cercando subito la soluzione vincente; ma stavolta i colpi gli uscivano anche di un soffio e le palle corte non passavano la rete per poco; in più aveva corso tantissimo e tirato di velocità e potenza per tantissime ore sul campo, contro molti top ten e altri campioni (non ultimo Novak Djokovic). Con condizioni meteo difficili (dal caldo asfissiante, alla pioggia umida che ha provocato l’interruzione dei match, sospensione che ha portato anche al rinvio alla giornata successiva, con partite stravolte in quanto in condizioni totalmente differenti appunto).

Ora Cecchinato ha raggiunto la posizione n. 27 del mondo, in pochissimi mesi, un record che conferma anche la precedente vittoria all’Atp di Budapest (su Millman per 7/5 6/4) e dunque che non è una meteora, ma un vero e proprio talento che il capitan Barazzutti dovrà tenere in considerazione in vista dei prossimi appuntamenti di Coppa Davis. Il suo servizio e i suoi aces, il suo dritto, ma particolarmente i suoi passanti di rovescio ad una mano, le sue smorzate, hanno impressionato positivamente il pubblico parigino e mondiale; le sue straordinarie capacità difensive, la sua enorme regolarità da fondo, ma anche la sua capacità di attacco e di aggressività al momento giusto, lo hanno reso un tennista completo, in grado di competere con chiunque e di essere temibile anche dai più “grandi”: solo un Thiem al meglio della forma ha potuto arrestare la sua ascesa e corsa verso il sogno, ossia bissare l’impresa che riuscì a Francesca Schiavone nel 2010. Un percorso iniziato in salita per Marco, ma terminato con il conseguimento di un importante obiettivo raggiunto di crescita professionale, innanzitutto: solo l’esperienza di poter continuare a giocare a questo alto livello, tanti altri Grand Slam e tanti altri Roland Garros in primis, gli darà quell’abitudine a competere a ritmi così elevati, che lo renderanno ancor più tennista da top ten, cui sicuramente ambisce e traguardo che ora può assolutamente porsi e che intravede con più facilità più vicino. Già ai 64esimi, qui a Parigi, aveva dovuto rimontare al quinto set Marius Copil, due set sotto nel punteggio: dopo aver perso i primi due per 6/2 e 7/6, è andato a vincere gli altri tre per 7/5 6/2 e ben 10 a 8 nel quinto e ultimo; più facile poi imporsi sull’argentino omonimo Marco Trungelliti: netto il parziale di 6/1 7/6 (ma ha concesso solamente un punto all’avversario) e di nuovo 6/1; dopo è stata la volta dei campioni: prima ha eliminato Carreno Busta per 2/6 7/6(5) 6/3 6/1; un solo set ha lasciato anche a Goffin agli ottavi, che ha battuto per 7/5 4/6 6/0 6/3 (sicuramente quel ko al terzo set rimarrà nella storia, dove ha espresso davvero il suo miglior tennis, diventando in-giocabile per il belga); dopo quattro set ha costretto anche il ritrovato campione serbo Novak Djokovic ad arrendersi ai quarti:; l’azzurro parte bene e si porta avanti per 6/3 7/6, poi ha un calo e Nole rimonta con un duro 6/1 al terzo set, infine al quarto si va nuovamente al tie-break – lottatissimo – che l’italiano conquista per 13 punti ad 11, con il serbo a un passo dal completare la rimonta ed allungare il match al quinto, il che forse lo avrebbe potuto persino vedere favorito a quel punto: bravo Ceck a riconcentrarsi, ritrovare le energie e riordinare le idee e spengere l’entusiasmo del serbo. Battere teste di serie del genere, in un torneo del genere, è da pochi. Il tutto, in più, a soli 25 anni. Fin dove potrà arrivare nessuno lo sa, sicuramente però il tennis italiano ha trovato un nuovo beniamino da aggiungere agli altri.

Dopo questa piacevole parentesi per noi italiani, veniamo ai vincitori. Innanzitutto partiamo proprio dal settore maschile, che ha visto affrontarsi in finale proprio l’austriaco Dominic Thiem opposto al campione di sempre: lo spagnolo Rafael Nadal. Rafa è riuscito ad alzare la coppa per l’undicesima volta qui a Parigi, dominando completamente la finale, giocando alla perfezione ogni colpo, respingendo ogni palla insidiosa dell’avversario. Prima di lui, ci riuscì otto volte solo il francese Max Décugis, prima del 1968. Da parte sua, Thiem guadagna una posizione in classifica e diventa il nuovo n. 7. Evidente la commozione di gioia di Nadal, ma Dominic si è reso protagonista di uno dei più bei ringraziamenti finali di sempre: “complimenti a Nadal, hai fatto qualcosa di straordinario per questo sport, la tua vittoria è stata un evento nella storia del tennis, una pagina importante che hai scritto giocando in maniera eccezionale; è stato un onore perdere contro di te e vorrei avere un’altra opportunità il prossimo anno per poter provare di nuovo ad affrontarti in finale e vincere, giocando di nuovo contro di te; spero il prossimo anno di riuscire a ringraziare il pubblico in francese. Per il momento un po’ di amaro per aver perso qui sia la finale juniores che quella dei professionisti adulti quest’anno” – ha detto, più o meno parafrasando le sue parole letterali, davanti agli occhi della sua fidanzata commossa Kiki Mladenovic -. Rafa è, così, l’indiscusso ‘moschettiere’ del Roland Garros, alzando ancora una volta la Coppa dei moschettieri dei campioni, anche se i romani lo definirebbero più un gladiatore. Proprio lui è l’esempio della difficoltà di giocare con condizioni metereologiche proibitive: prima la pioggia ha provocato la sospensione del suo match contro Diego Schwartzmann, con l’argentino avanti di un set (dopo aver vinto il primo per 6/4) e nel punteggio anche nel secondo; l’interruzione di certo ha alterato un po’ il match, ma la forza mentale del campione spagnolo è emersa ancora una volta. Poi i crampi alla mano nella finale, per l’enorme caldo che lo ha fatto sudare tantissimo e che lo ha costretto a chiamare il time-out medico. Di certo i risultati ottenuti non lasciano scampo ad equivoci: ha concesso un solo set a Schwartzmann, il resto ha battuto tutti gli avversari in tre set netti con un punteggio drastico, giustiziere di ben tre argentini: 6/2 6/1 6/1 a Pella, 6/3 6/2 6/2 a Gasquet, 6/3 6/2 7/6 a Marterer, 6/3 6/2 6/2 a Schwartzmann dopo aver incassato il 6/4 iniziale; 6/4 6/1 6/2 a Del Potro, prima di liquidare Thiem per 6/4 6/3 6/2. Sicuramente molta amarezza per quest’ultimo che pensava di potercela fare contro il 10 volte campione qui a Parigi, tanto che prima della finale aveva affermato: “so come battere Nadal” e ne era sicuro, forte del suo ultimo successo contro lo spagnolo al torneo di Madrid dove lo aveva sconfitto per 7/5 6/3 ai quarti; ma occorre ricordare che, nel precedente torneo di Monte Carlo, l’austriaco aveva perso, sempre ai quarti e sempre contro lo spagnolo, da lui con un netto 6/0 6/2.

La Coppa Suzanne Lenglen è andata, invece, per la prima volta alla rumena Simona Halep che inseguiva questo sogno da quando aveva 14 anni – come ha raccontato commossa -. Bello il momento della premiazione, durante la quale è stata ripercorsa in un video la carriera vincente qui al Roland Garros (per ben tre volte) dell’atleta che è andata a incoronare la Halep: la tennista spagnola Arantxa Sánchez Vicario. La tennista rumena è stata sostenuta da molte colleghe e colleghi, che hanno condiviso con lei la gioia meritata della vittoria; le hanno voluto manifestare solidarietà per un risultato tanto ambito, inseguito e – finalmente – raggiunto -: perché è l’esempio della forza vincente di chi non molla, non demorde, ma ostinatamente va avanti e ricerca di portare a termine il suo obiettivo. Infatti la tennista rumena ha vinto in rimonta al terzo set su un’avversaria ostica come Sloane Stephens (che aveva trionfato agli Us Open). 3/6 6/4 6/1 il risultato finale. L’americana sembrava destinata ad imporsi nuovamente e parte bene e forte. Soprattutto dalla sua aveva la vittoria nel 2017 agli Us Open su Madison Keys (per 6/3 6/0), avversaria che aveva battuto di nuovo in semifinale qui a Parigi con un doppio 6/4, e quella di quest’anno al torneo di Miami su Jelena Ostapenko per 7/5 6/1. Dopo il 6/3 6/1 ai quarti alla Kasatkina, agli ottavi il 6/2 6/0 alla Kontaveit (semifinalista a Roma con la Halep proprio, che agli Ibi aveva inseguito il titolo per bene due volte), solo la nostra Camila Giorgi le aveva dato del filo da torcere perdendo solamente al terzo set durissimo per 4/6 6/1 8/6. Sembrava destinata a dominare come Nadal. In più la giocatrice di Costanza veniva, non solo da due finali perse a Roma (nel 2017 e nel 2018) da Elina Svitolina, ma anche da altrettante due non maturate qui a Parigi: nel 2014 perse da Maria Sharapova per 4/6 7/6 4/6, mentre nel 2017 dalla Ostapenko per 6/4 4/6 3/6. Nessuno avrebbe pensato riuscisse in tanto. Invece è rimasta sempre lì nel match, ha lottato, ha aumentato la sua incisività ed aggressività, ha continuato a spingere e ad attaccare laddove possibile, fino a che l’altra non è calata leggermente in ritmo, potenza e solidità e lei ha potuto entrare maggiormente in partita sino a dominarla. Infatti, se le percentuali al servizio (di prime e seconde) sono state quasi sempre a favore della Stephens, quelle della Halep sono cambiate per quanto riguarda i vincenti (di più di Sloane) e gli errori non forzati (meno dell’americana). Questo ha fatto la differenza. Non solo l’ha incoronata regina del Roland Garros, come agli juniores del 2008, ma le ha regalato l’enorme soddisfazione di fare un torneo impeccabile. Ha battuto, infatti, in fila: dopo la Townsend per 6/3 6/1, la Petkovic (una delle prime a congratularsi con lei) per 7/5 6/0, la Mertens (vincitrice di tre tornei quest’anno: a Hobart, a Lugano e a Rabat) per 6/2 6/1, la Kerber in tre set per 6/7 6/3 6/2, la Muguruza per 6/1 6/4: sia la tedesca che la spagnola si sono complimentate con lei caldamente e sinceramente. Bello l’affetto delle colleghe e del suo staff, che è corsa subito ad abbracciare. Ci tiene davvero tanto al Roland Garros, ha tenuto a sottolineare, dando l’appuntamento al prossimo anno. Ed ora ci si sposta sull’erba per la stagione preparatoria all’altro Grand Slam molto atteso di Wimbledon.

Barbara Conti

IBI 2018 o 2019? Trasformazioni in corso, cantiere quasi aperto

angelo binaghiMentre si guarda già al Roland Garros 2018, sono state prima tratte le somme dell’edizione di quest’anno degli Internazionali Bnl d’Italia di tennis; guardando al futuro e pensando già al prossimo anno, perché tra un mese neppure già si sarà al lavoro per ideare l’edizione del 2019: nel segno dell’innovazione e della sperimentazione. È stato il presidente della FIT, Angelo Binaghi, a farne il sunto evidenziando i punti focali e facendo intravedere quali potrebbero essere le prospettive prossime.
Innanzitutto il risultato positivo raggiunto non poteva che portare ad esprimere soddisfazione; ed i numeri confermano la fondatezza di un ottimismo ponderato. In primis oltre 62 milioni di visualizzazioni durante il torneo, con un incremento del 9% rispetto allo scorso anno; poi il gradimento del pubblico è stato espresso soprattutto in particolare -ovviamente- sui canali social, con un tasso pari a circa 495mila fan e followers; a cui si aggiunge l’aumento del 58% delle visualizzazioni di video su Facebook, paragonate a quelle del 2017; così come sono state più di 1,4 milioni le interazioni avvenute sui social appunto, cresciute di un +32% rispetto ad un anno fa; durante lo svolgimento del torneo, inoltre, sono stati caricati e pubblicati più di 2.400 contenuti sui social sempre (via preferenziale utilizzata dagli appassionati di tennis giunti agli IBI); dal sito web ufficiale sono state, poi, visualizzate più di sette milioni di pagine, per non parlare degli utenti iscritti alla newsletter; successo anche per le app create e per la connessione WI-FI (sebbene non abbia sempre funzionato bene): 38.600 installate tra le prime (con oltre 28mila utenti registrati) e 33.900 per la seconda, con accessi alla rete gratuita molto ricercati e richiesti (con uso di password e username e con l’aiuto del personale del desk). Poi vi è un ultimo dato importante: l’ascolto del canale ufficiale della kermesse, Supertennis, è cresciuto notevolmente (di un +10% circa); rispetto al 2016, quando era il sesto delle emittenti sportive con un ascolto medio pari a circa 11.038 utenti, nel 2017 è salito al quarto posto, con una media aumentata sino a 14.041 utenti: ha saputo offrire un prodotto di qualità sempre maggiore e più evoluto, grazie all’uso delle nuove tecnologie. Una posizione che lo vede superato solo da colossi quali Rai sport 1 (al primo posto), Sky sport 1 (al secondo) e Sky sport 24 (al terzo). Questi ultimi, però, non sono ‘cresciuti’ nella loro media utenti, a differenza di Supertennis, sebbene mantengano le loro postazioni di prestigio grazie ormai all’affidabilità dimostrata (nella lunga esperienza di anni ed anni di attività sul campo) e alla fidelizzazione raggiunta di una clientela affezionata anche alle figure di esperti che si sono fatti apprezzare per la loro competenza.
In questa edizione, inoltre, sono stati molti i momenti centrali e toccanti che hanno animato la manifestazione diventata sempre più complessa: non è solo sportiva, commerciale, agonistica o mondana, ma anche culturale nel vero senso della parola; non di settore, ma aperta a tutti e in grado di coinvolgere chiunque. A ricordare tali attimi è stato il presidente della FIT Binaghi, che non ha parlato solo della seconda edizione a Milano delle Next Gen Atp Finals o non è stato solo protagonista della consegna della racchetta d’oro (prima dell’inizio della finale maschile tra Rafael Nadal e Alexander Zverev) a Jan Kodes: ex tennista cecoslovacco che vinse tre prove del Grande Slam nei primi anni Settanta, tra cui Wimbledon nel 1973; quell’anno arrivò al quinto posto della classifica mondiale. In carriera ha vinto otto tornei di prima fascia in singolare e diciassette in doppio. Nel 1990 è entrato anche nella International Tennis Hall of Fame. Agli Internazionali Bnl d’Italia è arrivato tre volte in finale, ma le ha perse tutte e tre: la prima nel 1970 da Nastase, la seconda nel 1971 da Laver, la terza nel 1972 dallo spagnolo Manuel Orantes. Mancava da Roma da circa 24 anni.
Dopo tali momenti topici, Binaghi si è detto innanzitutto “orgoglioso di questa edizione degli IBI”. “Abbiamo avuto, nel maschile, lampi da Lorenzo Sonego, Matteo Berrettini, che ha impegnato persino Alexander Zverev, Filippo Baldi, Marco Cecchinato, ma anche Stefano Napolitano, Andrea Pellegrino e Salvatore Caruso; un settore che ha un’ottima prospettiva, che ha offerto una fase di spettacolo durata ancora di più grazie a Fabio Fognini (giunto sino ai quarti e arresosi solo a Rafa Nadal): tutto impensabile sino a poco tempo fa”, ha commentato in proposito il presidente FIT. Si apre un futuro con una prospettiva rosea, perché sono “una reale speranza” per il tennis italiano. “Nel femminile, invece – ha aggiunto Binaghi – c’è una fase di lavori in corso: c’è necessità di ritrovare giocatrici che possano darci prospettive, che una grande Federazione come quella italiana deve avere”. A tale proposito, non ha potuto fare a meno di rilevare Binaghi, “Roberta Vinci ci ha regalato forti emozioni e ci ha gratificato nello scegliere il Foro per terminare la sua carriera”. Sì, la salentina si è ritirata e a Roma ha giocato la sua ultima partita, ma non è stato un addio al tennis. A spiegarlo è stato il presidente stesso annunciando quale sarà il futuro della Vinci: “resterà nella Fit ad accelerare il processo di crescita del settore femminile, dove intanto – ha comunicato ufficialmente Binaghi – abbiamo recuperato Camila Giorgi, che con Sara Errani costruiranno un gruppo solido, una squadra che possa essere competitiva in Fed Cup”. A proposito della tennista salentina, il presidente Binaghi ha avuto parole moto affettuose e gentili: “Non riesco a ricordarmi un episodio che non sia stato perfetto in tutta la sua carriera; Roberta è una grande atleta e una grande persona. Con Sara (Errani), Flavia (Pennetta), Francesca (Schiavone, wild card speciale quest’anno) hanno regalato emozioni irripetibili: chapeau a una carriera del genere. Il giorno dopo il suo ultimo incontro giocato qui al Foro ho parlato con lei, che ha meritato adesso un periodo di vacanza giustificata molto lunga. Avevamo pensato per lei, per il suo futuro, diversi scenari possibili, tra cui uno di essi credevamo potesse essere quello di commentatrice sui nostri canali Tv: ha una buona comunicativa e una simpatia immediata, empatica e carismatica che arriva subito. Invece lei ha scelto la strada più scomoda: vuole continuare a vivere di tennis giocato con le nostre ragazze di Fed Cup (tra cui abbiamo visto durante le qualificazioni Martina Trevisan, Martina Caregaro, Deborah Chiesa, Jessica Pieri su tutte). Ha deciso di lavorare nel settore tecnico della Fit, ma deve prima capire quale potrà essere il suo contributo e soprattutto quanto sia difficile operare e adoperarsi in tale contesto”.
Risultati superiori alle aspettative, anche grazie ai ritorni di Maria Sharapova e Novak Djokovic (arrivati entrambi alle semifinali), che neppure il lieve calo di incasso (un -3%) dalla vendita di biglietti ha potuto incrinare. Qualche giorno di maltempo (la finale maschile stessa è stata interrotta per pioggia per un’ora) non ha inficiato gli introiti e il successo della manifestazione, di cui un valore aggiunto – ha precisato Binaghi – è la location. Ed a proposito di innovazione, i maggiori cambiamenti potrebbero riguardare proprio quest’ambito. “È stato un prodotto finale fantastico. L’intero impianto della location ha contribuito in maniera preponderante alla riuscita stessa dell’evento e ne ha rappresentato un valore aggiunto. Cercheremo di fare tutto il possibile per migliorarlo e rinnovarlo, tentando di cambiarne la connotazione. Il prossimo anno faremo una struttura nuova dell’attuale Next Gen Arena, che chiameremo in modo diverso. Ci sarà, inoltre, una maggiore razionalizzazione dello spazio, sia dell’area commerciale che di quella riservata alla stampa. Stiamo trattando, poi, anche per la copertura del Centrale, un’operazione necessaria quanto complessa per i vincoli presenti nella zona, ma pensavamo a una struttura che fosse adattabile e fruibile anche dalla pallavolo e dalla pallacanestro”. Infine, c’è sempre la parentesi di portare il tennis a piazza del popolo: “i rapporti con l’amministrazione capitolina ci sono e sono buoni, riapriremo la questione e posso garantire che il tennis a piazza del popolo ci andrà perché sono testardo come tutti i sardi e tengo molto a che sia raggiunto tale traguardo”. Maggiore attenzione dovrà essere riposta in futuro, poi, anche al pubblico di utenti stranieri, che hanno fatto sì che ci potesse esserci il sold out nelle tre giornate conclusive.

Il capitano Maria: il ‘Ready player one’ di Annagreca Zara

Capitano-Maria

Si è conclusa la nuova fiction per la regia di Andrea Porporati: “Il capitano Maria”. La serie TV ha analizzato alcune problematiche della società attuale tra antico e moderno, dando uno sguardo tra passato e presente, tra ieri ed oggi. Un caso personale, l’uccisione del marito del capitano Maria, che sfocia da una vicenda privata in un caso pubblico di interesse collettivo. Una ‘scomparsa’ – per citare l’altra fiction con Vanessa Incontrada -che porta alla scoperta di una verità ben più profonda. Quasi una denuncia sociale che si svela poco a poco, fino a una realtà assai complessa che si palesa; preannunciata da una sorta di veggente (come fu in ‘Scomparsa’ appunto).

Ma nella drammaticità, nella crudeltà, nella durezza, nel mistero così burrascoso che si dipana, prende vita e si snoda mano a mano, un’aura di romanticismo ha luogo -anche inaspettato-; ed ha luogo grazie alla storia d’amore tra Filippo Gravina (Carmine Buschini) e Luce Guerra (Beatrice Granno’): “è bello perché non c’è più rabbia”, dice quest’ultima. Ed è questo il nocciolo della situazione: annientare ed azzerare ogni dolore e rancore per i soprusi e le ingiustizie che ci circondano e si vedono e si sentono tutti i giorni. Liberare tutti da questa sofferenza. Paladina sacrificale, capro espiatorio ne è la giovane Annagreca Zara (Camilla Diana). Per questo potremmo dire che è lei la vera protagonista della fiction, che a ragione potremmo intitolare “Il capitano Annagreca”. Ma Maria serve a dare l’ammonimento che dà il via al cambiamento, il la a un moto di ribellione: “lei ha scelto una strada coraggiosa e pericolosa pertanto” – fa notare sulla scelta encomiabile di Annagreca di rivoltarsi ai fautori del male -. Però tutto oggigiorno è più rischioso perché non bisogna mai fidarsi delle apparenze, ma sempre diffidare appunto, perché “tutta la realtà è manipolata” con le nuove tecnologie avanzate e sofisticate d’avanguardia, fa notare il capitano Maria. Donne assolutamente protagoniste di questa nuova battaglia (come del resto sta dilagando e prendendo piede nella collettività contemporanea).

Dove vediamo regnare problemi quali traffico illecito di armi (e di droga), anche chimiche; una guerra combattuta con strumenti più subdoli e feroci, sfide tra clan di stampo mafioso della malavita organizzata, faide interne intestine violente e spietate, che non guardano in faccia nessuno; regolamenti di conti per un fatto d’onore e di vendetta personale per chi ha distrutto intere famiglie (quelle di Maria, Luce, Annagreca ad esempio). Ma anche traffici di persone, quelli di profughi sfruttati ad esempio, o quello di bambini purtroppo (utilizzati per lavorare, trattati come bestie, sottoterra – quasi fossero miniere nascoste come spesso rappresentate nello scenario diffuso collettivo -), intossicati nel vero senso della parola con ‘nuovi’ e più potenti veleni.

Dunque non solo terrorismo, perché la vera minaccia arriva da chi ha una sete di potere spietata. Per fare chiarezza e giustizia, quanti morti dovranno ancora esservi? Si riuscirà davvero a mettere fine a tutta questa violenza sanguinolenta? Quale il prezzo da pagare e il sacrificio ultimo da ottemperare per porvi una conclusione? Questi gli interrogativi che si sollevano spontanei in uno scenario apocalittico: sembra di essere dentro un videogioco in cui si combattono duelli all’ultimo sangue con personaggi che sono supereroi con poteri straordinari, un po’ come ci trovassimo dentro la realtà virtuale del recente film di Steven Spielberg “Ready Player One”. Tutto sembra così assurdo e irreale che non si riesce a capire dove finisca la realtà e dove cominci l’immaginazione: si sogna o si è desti? È pura fantasia o accade tutto veramente? Possibile che esista così tanto male? Riuscirà a regnare l’amore ed Annagreca e i suoi amici riusciranno a proteggere la loro famiglia: le uniche cose che contano davvero, umanità in mezzo a tanta disumanità alienante?

In questo la figura del capitano Maria è equivalente a quella della Madonna che assiste al sacrificio del figlio che si immola sulla Croce per l’umanità: prega, sostiene e approva con dolore quest’opera di misericordia. Lei con estrema sofferenza ‘lascia andare libere’ verso il loro destino (di liberazione e sogno di libertà) le due ‘figlie’ (tali ormai sono diventate): Annagreca e Luce, perché in fondo siamo tutti fratelli e tutti figli di Dio, promotori dell’esempio del Cristo che ci guida e forti della certezza di agire per il bene comune universale. Annagreca, nuova Giovanna D’arco moderna e nostrana (in questo spettacolare Sud d’Italia), sa che non c’è bene più prezioso della libertà e vale sempre la pena perseguirla, inseguirla e lottare per essa. Ci si riconosce così tutti appartenenti ad un’unica razza: quella umana, la sola esistente che ci fa tutti esseri umani uguali e simili nel nostro bagaglio di medesimi sentimenti; perché, in fondo, tutti vogliamo la stessa cosa: amare, essere amati ed essere liberi, poter vivere in pace e realizzare tutti i nostri sogni – in primis quello di veder sorgere un mondo migliore e meno violento e crudele -.
In ciò, per rendere tutta la tensione, la drammaticità e l’intensità della circostanza, attrice più profonda di Vanessa Incontrada non poteva esserci (che ha la sensibilità per dare la giusta emotività al suo personaggio).

Da sottolineare la straordinaria interpretazione di Camilla Diana (carismatica ed eccellente nel trascinare il cast di giovani attori, nel suo ruolo di certo non facile, nel muoversi tra una spietata cinica vendicativa e una ‘pasionaria’ generosa e buona). Ad affiancarla anche la valida Beatrice Granno’, che con Carmine Buschini infondono l’entusiasmo adolescenziale di voler crescere in fretta, cambiare, fuggire, andare lontano, ribellarsi. In questo anche la presenza di Giorgio Pasotti (nei panni di Dario Ventura) alleggerisce un po’, con il suo insegnare ai più piccoli una danza buffa e divertente, che però non è ridicola, ma propiziatoria in quanto preparatoria alla ‘guerra’. Infine, a sottolineare l’importanza dell’Arma (a tenerne alto il valore e il prestigio), fatta di uomini e donne valorosi e coraggiosi che lottano sino alla morte per un ideale di bontà, è il personaggio di Andrea Bosca: il tenente Enrico Labriola, che muore per amore con convinzione, senza esitazione né rassegnazione (lottando sino alla fine è all’ultimo per questo).

Barbara Conti

‘Il capitano Maria’, una fiction tra ‘Don Matteo’ e ‘Scomparsa’

il capitano maria“Il Capitano Maria”, per la regia di Andrea Porporati, con Vanessa Incontrada, Carmine Buschini, Andrea Bosca e la partecipazione straordinaria di Giorgio Pasotti, affronta temi d’attualità, rivisitando cliché cinematografici e guardando ad esperienze in tale ambito del passato. Tra “Scomparsa” e “Don Matteo”. Tra droga e disagi esistenziali ed adolescenziali. Nel pieno divario tra città e periferia, ci si trasferisce per trovare un’identità e un equilibrio, per ritrovarsi e riscoprire le proprie origini, i posti da cui si (pro)viene, alla ricerca del sé, per cercare “un’altra (e nuova) vita” (per citare un’altra fiction con la Incontrada); per superare dei traumi come l’uccisione del magistrato Dino Guerra, marito di Maria Guerra (ora capitana dei carabinieri, come abbiamo visto nell’ultima serie di “Don Matteo” tra l’altro) e padre di Lucia Guerra, detta “Luce” (ragazza ribelle, ma sensibile), interpretata da Beatrice Grannò. Un caso da risolvere, che significa rimettere a posto i pezzi del puzzle della propria vita e del proprio animo. Il giallo è duplice e a carattere molto moderno: la droga che circola nelle scuole e un esplosivo piazzato proprio nella scuola di Lucia Guerra ad introdurre il tema del terrorismo islamico (forse per la prima volta nella fiction italiana e comunque un gesto di coraggio e molto significativo); per una fiction esplosiva potremmo dire. A parte la battuta, ci si muoverà tra lo scontro tra la generazione dei genitori e quella dei figli, dei docenti che insegnano e dei loro alunni, ovvero quella degli adulti e l’altra dei giovani rappresentata da Luce, ma anche dal suo coetaneo e compagno di classe Filippo Gravina (Carmine Buschini). Si oscillerà tra polveri da sparo, polvere chimica da sniffare, la polvere dell’inquinamento atmosferico e la polvere delle prove e degli indizi da rispolverare per scoprire la verità e giungere alla risoluzione del caso. Non manca un forte e centrale aspetto di mistero, che infonde suspense e tensione alla fiction: tra amori (anche tenuti nascosti) e confessioni e rivelazioni segrete dove, tra malavitosi e carabinieri, tra legalità e illegalità, la quotidianità è fatta di entrambi gli aspetti: contrasti antipodici, opposti estremi con cui si deve imparare a convivere perché coincidono entrambi nella realtà di tutti i giorni. Gli innocenti sono sempre i bambini, occorre far trionfare il bene sul male. I più piccoli sono protagonisti, con i giovani adolescenti, perché è da loro che deve partire il cambiamento (dicendo ad esempio basta, niente più droga né pillole, ribellandosi alla microcriminalità che li vorrebbe assoggettare, manipolare e schiavizzare; facendo profitto e guadagnando sulla loro pelle in modo cinico). C’è un ordigno nelle scuole dei bambini perché il terrorismo oggi passa per il più grande terrore e pericolo che è quello di non sentire più niente e di non avere più valori o esempi da dare e da lasciare alle generazioni future (come potrebbe essere quello del magistrato Dino Guerra), né umanità: quella che insegue, ricerca e tenta di riportare in auge Maria Guerra. Quest’ultima, poi, ha anche un altro figlio più piccolo: Riccardo Guerra (alias Martino Lauretta).
Per scampare dall’ordigno (“potente abbastanza da far saltare in aria tutta la zona”), ci si muove come nella simulazione di un’esercitazione a scuola, quasi ad imparare a destreggiarsi nelle insidie della vita. Si chiamano i servizi segreti anche perché ognuno ha un segreto. E Luce finisce per mettersi nei guai e in serio pericolo, tanto da scomparire e far preoccupare a morte la madre (come proprio avvenne in “Scomparsa”). Sono e siamo tutti in pericolo, in uno scenario apocalittico moderno. Nello scontro tra due mondi: adulti ed adolescenti, ma anche quello dell’universo della legalità e quello della criminalità. In mezzo c’è la normalità, che è fatta di amore, odio, gioia, dolore, rabbia, paura. I due mondi si contaminano e allora si è tutti in fuga: verso dove? In soccorso, in aiuto a salvare, un po’ ancora come in “Scomparsa”, arriva un personaggio nuovo, misterioso, sconosciuto: chi sarà? Si sa solo che è in contatto, con cellulari di ultima generazione (di nuovo il ruolo ricoperto nella società moderna dalle tecnologie), con un’amica e compagna di scuola e di banco di Luce: due amiche (proprio sempre come nella fiction “Scomparsa”), unite da un filo sottile, linea di confine tra il loro bene e il loro male: quasi a dire, ritrovare Luce per ritrovare la luce, la serenità, la pace, in un mondo di sofferenza e dolore.
Nel tormento di queste anime solitarie, vite naufragate e naufragi sulle coste alla ricerca di nuove spiagge, nuove speranze oltre le illusioni, le allucinazioni di pillole che anestetizzano l’anima, narcotizzano ogni sentimento, ogni famiglia, ogni quartiere, ogni città, ogni periferia, dove troviamo minorenni kamikaze di un mondo alla deriva, alla ricerca di una religione, di un dialogo con Dio.
Il Capitano Maria deve risolvere tutti questi problemi, forte del suo ‘sacro’ nome: Maria, come la madre di Gesù, la Madonna, diventa metaforicamente la guida per l’umanità, come la Vergine fu scelta quasi per miracolo per la Rivelazione. A ciò si unisce il cognome: Maria Guerra, come lo stesso conflitto mondiale planetario che pervade tutto il pianeta, ad indicare il tormento interiore di questa donna, come della figlia (Luce si chiama non a caso anche lei). Quasi che anche Maria si chiedesse, come la madre di Cristo, perché proprio io? Perché proprio a me spetta dare un futuro, una speranza, un domani soprattutto alle nuove generazioni, e salvare la mia città, la mia famiglia, la mia gente? E non a caso hanno lasciato Roma (sede del massimo potere religioso, della fede cattolica dove risiede il Pontefice), quasi a portare tale insegnamento e dottrina nei posti sperduti, nelle periferie. Una fiction realistica, moderna e noir.
Partita bene, forte del successo di share: più di sette milioni di spettatori con il 28,5% di share e capace di battere persino “Star Wars” su Canale 5 (che ottiene circa l’8%) e dunque -potremmo dire-, di fare concorrenza al Commissario Montalbano. Da segnalare l’ambientazione in Puglia. Infatti, dopo 10 anni, Maria Guerra fa ritorno in un piccolo porto del Sud Italia da dove era partita per Roma. Ciò è dovuto a due motivi: primo perché nella Capitale sua figlia aveva un giro di brutte amicizie e poi per il suo nuovo lavoro di capitana. Inoltre vuole scoprire la verità sull’uccisione di suo marito, proprio in quella città, un magistrato del Tribunale dei Minori. La fiction in quattro episodi vedi la partecipazione di Giorgio Pasotti (che lavora nella scuola di Luce, nei panni di Dario Ventura) e di Andrea Bosca (collega di Maria Guerra, alias Enrico Labriola). La fiction è un prodotto Palomar-Rai Fiction; inoltre uno dei produttori è Carlo Degli Esposti (già impegnato con la Palomar nel progetto di “Braccialetti Rossi” dove recitò lo stesso Carmine Buschini).

“Scomparsa” e “Il capitano Maria” a confronto. Il successo iniziale di questa nuova della serie ci ricorda che la speranza, l’amore, l’amicizia, la fratellanza, la solidarietà, l’umanità non devono mai essere una cosa scomparsa nel nulla, ma una certezza. Come, del resto, fece “Scomparsa”.
Non come, potremmo aggiungere, le protagoniste di quest’ultima fiction: Sonia e Camilla. Due adolescenti, due amiche inseparabili, due sedicenni, due ragazze dai caratteri completamente opposti, due giovani che sognano di fuggire da San Benedetto del Tronto per due ragioni diverse: Sonia Iseo (Pamela Stefana) vuole andare a Milano per avere una vita diversa, nuova, migliore e soprattutto lontano dal padre (con cui ha un forte attrito) e dalla madre (con cui non riesce a parlare), ma pronta a portare con sé la sorellina minore Greta; esuberante, irriverente, sfrontata, ribelle, spregiudicata e incosciente, non ha paura di “osare” e di “provocare” a suo rischio e pericolo. Camilla Telese (Eleonora Gaggero), invece, vorrebbe incontrare il padre che non ha mai conosciuto; decide di assecondare l’amica nella rischiosa impresa sebbene abbia un carattere più docile, sia più introversa, più moderata, più riflessiva, razionale e tranquilla dell’altra, meno impulsiva. Vedono in una festa “in” (che viene proposta loro dal farmacista del paese e sponsor della loro squadra di pallavolo dove giocano insieme: Ugo Turano, alias Alberto Molinari), l’occasione di evasione e svago, da cui potrebbe partire tutto, dove trovare la chance e la fortuna per poter andare via e scappare.
Da questo episodio prende il via la serie tv “Scomparsa” di Fabrizio Costa, campione di ascolti (come “Il capitano Maria”) nelle penultime due puntate, con quasi sette milioni di spettatori. Questo, soprattutto in periodo di feste e festeggiamenti, ci ricorda quanto vi siano due attitudini diverse per approcciarsi al divertimento e alle nostre ambizioni, sogni e desideri: uno più misurato ed equilibrato (col minimo rischio e accontentandosi), l’altro più estremista (dando il massimo e giocandosi il tutto per tutto). Quanto i giovani siano vulnerabili, influenzabili e fragili; ma di quanto, allo stesso tempo, insieme si possa essere più forti. Soprattutto se non si perdono di vista i sentimenti e l’umanità di ognuno di noi; in particolare la fiducia nell’altro e la sincerità con l’altro, senza maschere e senza più segreti. Anche persone apparentemente all’opposto, possono ben conciliarsi perfettamente. Ognuno cela -in fondo- (in)sofferenza e insicurezza.

Tennis: pre-qualificazioni agli IBI 2018 e i campioni si prenotano

ibi tennis

Mentre si giocano al Foro Italico le pre-qualificazioni degli Internazionali Bnl d’Italia 2018, i big si prenotano un posto d’onore tra i favoriti per la vittoria finale agli IBI.

Chi saranno i più quotati? Già abbiamo detto di Rafael Nadal. Ora si aggiunge anche il campione Next Gen (ma ormai superato perché entrato a pieno regime nella top ten dei più forti, non a caso attuale n. 3 al mondo), Alexander Zverev che conquista in casa il titolo all’Atp di Monaco, in finale in un derby tedesco che ha sempre dominato e controllato (con maturità e sicurezza sorprendenti) sul connazionale più anziano Philipp Kohlschreiber con un doppio 6/3. Il giovane era testa di serie n. 1 ed ha rispettato i pronostici che lo davano superfavorito; l’altro ha fatto un buon torneo, ma non è bastato al n. 6 del seeding per portare a casa il trofeo. Il vincitore della passata edizione degli Internazionali, infatti, ha saputo sfruttare ogni occasione e fare il break decisivo che lo ha portato a servire prima per il set e poi per il match, in sicurezza, sbagliando molto poco, con una padronanza dei propri mezzi e del campo sorprendente: non ha tremato neppure un solo attimo. Più solido, concentrato, preciso, freddo e lucido, concreto in una parola, che nella semifinale contro Hyeon (testa di serie n. 4), che comunque ha battuto per 7/5 6/2, dopo essersi sbarazzato facilmente ai quarti di un fallosissimo Jan-Lennard Struff per 6/3 6/2.

Così come ha convinto il giapponese Taro Daniel all’Atp 250 di Istanbul, che la nostra nazionale di Coppa Davis ben ha imparato a conoscere e temere, sapendo quanto possa essere insidioso. Qui in Turchia prima ha battuto il nostro Matteo Berrettini per 7/5 6/3: l’azzurro ben si è difeso, ma la superiorità del talento nipponico si è vista; difficile che conceda un gratuito, rimette e respinge sempre ogni palla; poi ha eliminato la testa di serie n. 4 Bedene con un doppio 6/2; dopo ha avuto due match duri terminati al terzo set nei quarti e in semifinale: prima contro il brasiliano Dutra Da Silva (conclusosi con il punteggio di 1/6  6/1 6/4), in seguito – al turno successivo – del francese Chardy per 6/3 4/6 6/4. In finale contro Jaziri ha fatto la differenza con la regolarità, la precisione e il maggiore autocontrollo rispetto a un nervosissimo Jaziri. Daniel ha saputo mantenere più la calma e la concentrazione, ha avuto più pazienza, ha saputo aspettare e, al momento giusto, ha realizzato i punti del vantaggio che gli servivano giocando egregiamente il tiebreak del primo set (vinto per sette punti a quattro) e 6/4. Jaziri era anche in vantaggio e il giapponese ha dovuto rimontare il punteggio, ma non ha mai mollato, mentre l’altro si è distratto in contestazioni di chiamate di palle con l’arbitro che gli sono state poco utili.

Mentre nel femminile tornano a vincere di nuovo Elise Mertens e Petra Kvitova, rispettivamente al Wta di Rabat e al Wta di Praga. La prima finale è stata senza storia, dominata completamente dalla belga che ha prevalso nettamente sulla Tomljanović. Netto il 6/2 che le ha imposto nel primo set, l’avversaria ha avuto un sussulto solamente nel finale del secondo set. La belga è andata di nuovo a servire sul 5/2 per il match e tutto sembrava destinato a chiudersi con un doppio 6/2; invece la Tomljanović è riuscita con coraggio e orgoglio a strappare il servizio alla belga, poi a tenere il suo e portarsi sul 5/4, a crederci e pareggiare i conti sul 5-5; c’è stato di nuovo il break della Mertens, che però non è riuscita a completare il parziale e si è andati a un giusto, onesto e meritato tiebreak, però giocato meglio dalla più esperta belga, che lo ha portato a casa per sette punti a quattro, contro un’amareggiata ma generosa Tomljanović.

La ceca, invece, conquista il titolo al Wta di Praga (in casa) su un’avversaria ostica da tenere a bada, molto insidiosa e difficile, che emerge e sorprende tutti: la rumena Mihaela Buzarnescu. Si va al terzo set e solo la maggiore esperienza della Kvitova le ha permesso di vincere. 4/6 6/2 6/3 il punteggio con cui la rumena ha messo davvero in difficoltà diverse avversarie, tra cui la nostra Camila Giorgi in semifinale (in una maratona finita dopo due ore e mezza al terzo set, con molte occasioni non sfruttate dall’azzurra, che poteva anche chiudere). Tenace, grintosa, ha buoni fondamentali molto incisivi, profondi e potenti, in più passa bene e viene anche all’occorrenza avanti a rete, serve bene e potrebbe essere un misto della Mertens e della Giorgi perché tira ogni colpo, lotta su ogni palla, corre tanto e sbaglia poco, aggredisce molto. Abbastanza regolare, ha saputo sempre mantenere la lucidità e la freddezza necessarie al controllo del match, ma forse in finale ha accusato un po’ di stanchezza per la lunga battaglia sostenuta contro la marchigiana e di tensione e di emozione per giocarsi un titolo per lei importantissimo; tanto che ha iniziato a mostrare cenni di cedimento fisico e mentale e di nervosismo. Visibile la sua delusione nel finale, con gli occhi lucidi di dispiacere, tra l’esultanza euforica di Petra Kvitova, che si conferma ritornata e ritrovata. Ancor più evidenti i segnali di calo fisico e nervosismo della Buzarnescu, li si sono notati maggiormente contro la russa Maria Sharapova al primo turno del successivo torneo del Wta di Madrid. Qui contro la siberiana ha iniziato a commettere più errori, ad arrivare un po’ in ritardo sulla palla e a sbattere la racchetta con gesti di stizza a terra. Più lucida, precisa e fresca la Sharapova; con facilità e supremazia Masha si è imposta per 6/4 (con un solo break decisivo di vantaggio) per poi dilagare con un severo e netto 6/1 nel secondo set, in poco tempo, con una stremata rumena. La siberiana ha fatto tutto bene e giusto, sbagliando poco, mentre per l’avversaria c’è stato qualche errore di troppo con il dritto e al servizio (con il regalo di qualche doppio fallo di troppo); la Sharapova, invece, è stata incisiva soprattutto con il rovescio lungolinea. La Buzarnescu è diventata la nuova n. 32 al mondo, mentre la Sharapova ha confermato il buono stato fisico e di condizione anche al secondo turno battendo Irina-Camelia Begu per 7/5 6/1, in maniera speculare a quella con l’latra rumena.

Tra l’altro, nel recente Wta di Madrid, la Kvitova ha continuato a vincere facile per 6/1 6/2 sulla Tsurenko; ma bene anche la Halep (6/0 6/1 alla Makarova) e la Muguruza (6/4 6/2 alla Peng). In terra spagnola continuano a trionfare Kristina Pliskova (doppio 6/4 alla Vikhlyantseva) ed Elise Mertens (con un doppio 6/4 alla connazionale belga Van Uytvanck); positivo il doppio 6/3 della Azarenka sulla Krunic; ci sono anche la Wozniacki, che si impone sulla Gavrilova per 6/3 6/1, e la Konta (6/3 7/5 su Rybarikova); male la Errani, che perde 6/1 6/4 dalla Barty (che si scontrerà proprio con la danese); perde la Osaka dalla cinese Zhang per 6/1 7/5.

Tennis: ATP Barcellona e Monte Carlo… aspettando gli IBI 2018

nadal-finale-barcellona-2018-265x198Ormai pochi giorni e prenderanno il via gli IBI 2018, con le qualificazioni (che, purtroppo, per motivi di sicurezza -diversamente da quanto annunciato – non si giocheranno a piazza del popolo nel centro di Roma). Vediamo, allora, intanto, quale è lo scenario che si apre. Sicuramente il più quotato ed atteso tra i tennisti per la sezione maschile sarà Rafael Nadal, che ha già vinto consecutivamente i tornei dell’Atp di Barcellona e dell’Atp di Monte Carlo. La testa di serie n. 1 ha un legame particolare con quest’ultima manifestazione: gli ha dato i natali tennisticamente parlando e qui ha visto iniziare la sua carriera sin da giovane. In finale si è imposto nettamente sul giapponese Kei Nishikori per 6/3 6/2 e, nella cerimonia di premiazione, non ha dimenticato di ricordare l’affetto che ha per tale torneo, che lo ha omaggiato con un video che ripercorreva la sua storia professionale. Lo spagnolo, tuttavia, ha proseguito facendo bingo anche al successivo Atp di Barcellona, vincendo in casa in una finale senza storia contro il giovane greco Stefanos Tsitsipas per 6/2 6/1, complice il forte vento a cui è seguito un sole radioso, dopo uno scroscio di pioggia che ha reso il campo più pesante e che ha provocato un’interruzione per pioggia subito in apertura di finale; forse ciò non ha permesso al talento greco di trovare ritmo per competere alla pari e quantomeno giocarsela con Rafa. Tsitsipas veniva da un buon risultato in semifinale, dove aveva eliminato (per 7/5 6/3) l’altro giovane talento Pablo Carreno Busta, rovinando così la festa a chi sperava in un derby tutto iberico. Tra l’altro Pablo Carreno Busta nei quarti aveva battuto un buon Grigor Dimitrov (con il punteggio di 6/3 7/6), testa di serie n. 2, mentre Tsitsipas si era sbarazzato di Dominic Thiem per 6/3 6/2 (l’austriaco era n. 3 del seeding). Ad eliminare, invece, la testa di serie n. 4, ossia David Goffin, ci ha pensato proprio Nadal in semifinale (con un parziale netto di 6/4 6/0); dopo che lo spagnolo aveva superato nei quarti Martin Klizan (per 6/4 7/5), qualificato che aveva sconfitto il serbo Novak Djokovic (testa di serie n. 6, che aveva ottenuto una wild card) al primo turno al terzo set (per 6/2 1/6 6/3: dopo la reazione d’orgoglio nel secondo set è come se Nole avesse avuto un crollo improvviso nel terzo, forse calo fisico o anche mentale, a tratti un po’ rinunciatario o poco convinto, meno aggressivo del solito sia sui singoli colpi che tatticamente).
Di certo tutto il percorso fatto nel torneo di Barcellona da Nadal mostra il suo stato fisico al top, una forma fisica e mentale eccezionali, una convinzione ferrea nei propri mezzi, una voglia di vincere superiore al normale. Ora punterà, verosimilmente, tutto su Roma. Di certo ha un ritmo troppo veloce per gli altri, con accelerate pazzesche, soprattutto in dritto lungolinea in anticipo. Per non parlare del suo tempo sulla palla e della sua mobilità in campo con cui si muove rapidamente e facilmente, anche in avanti a rete. Oltre alla potenza, profondità, precisione e velocità dei suoi colpi. Tsitsipas è sembrato non riuscire a tenere lo scambio, la forza dei fondamentali di Rafa, ma soprattutto del cambio repentino improvviso di ritmo nello scambio appunto. Ha cercato di farlo spostare, ma lo spagnolo lo ha sempre anticipato e lo ha lasciato fermo con accelerate lungolinea sul lato di campo rimasto scoperto dal greco. Quando quest’ultimo lo ha attaccato, lo ha sempre passato a rete. Tuttavia alcuni punti molto belli li ha eseguiti Tsitsipas, che si è dimostrato generoso, ma forse un po’ stanco e soprattutto bisognoso ancora di migliorare e perfezionare la sua tecnica, in special modo al net (ha commesso, ripetiamo forse per il maltempo, molti gratuiti che ha sbagliato in maniera sciocca, volées comprese in primis). Con un Nadal in questo stato, però, è davvero difficile competere e non ce n’è per molti. Anche al greco ha concesso pochissimo e sbagliato ancor meno, ma soprattutto non ha sciupato pressoché nessuna occasione offertagli di palla break. Per lui era l’undicesimo titolo consecutivo qui a Barcellona: sicuramente forte l’emozione.
A proposito di gioia, la soddisfazione enorme dell’azzurro Marco Cecchinato per la vittoria sull’australiano John Millman all’Atp di Budapest, salendo così di fatto al n. 59 del ranking mondiale. 7/5 6/4 il risultato finale che mostra un certo equilibrio che ha caratterizzato il match. Entrambi tesi, in particolare Millman molto nervoso, mentre Cecchinato ha mostrato più autocontrollo, tranne nell’esplosione di felicità che non è riuscito a trattenere alla fine, quando si è sdraiato a terra sul campo per esultare per la vittoria. L’italiano parte bene, sembra superiore tecnicamente e avere più chiare le idee su come impostare il gioco: va 3-1, ha la palla del 4-1, ma poi non la sfrutta e così Millman recupererà terreno sino alla parità (sul 3-3); da qui si proseguirà fino a che l’azzurro non riuscirà a fare il break decisivo nel finale per il 7/5, con l’australiano che aveva avuto la palla per andare al tie break non concretizzata. Millman è ancor più nervoso, ma reagisce bene; diventa più aggressivo ed insidioso e rimonta: guadagna sempre più campo, tanto da volare in un attimo sul 4-1. Sembra partita da terzo set, l’azzurro rischia addirittura il 5-1, invece è 4-2, poi 4-3, l’italiano recupera fiducia e completa il recupero. Sul 4 pari, con due brutti errori di Millman, con tanto di doppi falli (rari nel match), c’è il break che fa intravedere a Cecchinato il titolo: è 6/4 con il nostro atleta in avanti a rete. Cinque games consecutivi e porta a casa il titolo, con un’emozione in più per aver anche vinto il derby azzurro in semifinale contro Andreas Seppi, in rimonta sotto di un set (con il punteggio di 5-7, 7-6, 6-3). I due tennisti sono uniti da una strana coincidenza: allenato agli inizi prima dallo zio Gabriele e poi dal cugino Francesco Palpacelli (allenatore anche in passato di Roberta Vinci), Cecchinato poi passò sotto la guida di Massimo Sartori e di Piatti: e proprio Sartori è stato nel team di Seppi. Qui a Budapest “Ceck” -come è soprannominato- ha compiuto un vero miracolo: partito dalle qualificazioni, aveva perso ed è stato poi ripescato come lucky loser. Un riscatto che vale doppio per il 25enne di Palermo che era stato squalificato per 18 mesi per presunte scommesse (pena sospesa nel dicembre del 2016 per un difetto procedurale) ed a pagare 40mila euro di multa; la pena era stata poi ridotta ad un anno di sospensione e a una multa di 20mila euro. Tra l’altro, da segnalare però che quell’anno, il 2016, vede anche la sua prima partecipazione in Coppa Davis contro la Svizzera (e vince anche il suo match contro Adrien Bossel per 6-3 7-5): in quell’occasione fu convocato da Corrado Barazzutti per il forfait e l’assenza di Fabio Fognini. Ora allenato da Simone Vagnozzi, nel suo angolo qui a Budapest abbiamo visto anche Vincenzo Santopadre.
Tra l’altro, curiosa coincidenza, al primo turno dell’Atp di Monaco, Marco Cecchinato ha incontrato proprio Fabio Fognini. Ha vinto in rimonta al terzo set per 5/7 6/3 6/2: era partito avanti 3-0 nel primo set, poi Fognini ha pareggiato, per andare a vincere nel finale nel game decisivo che avrebbe potuto portare al tiebreak Cecchinato, il che sarebbe stato anche giusto visto l’equilibrio del match. Nel secondo Marco è andato subito 2-0 ed ha continuato a dominare con la palla corta e le smorzate sotto rete a “ricamo”; nel terzo set era in vantaggio addirittura 4-1, ma Fabio non mollava, tanto da farsi male a una caviglia tentando un recupero su una smorzata, che lo avrebbe potuto portare 4-2, invece è stato 5-1 e, a quel punto, ognuno ha tenuto il proprio servizio e con un dritto a uscire in avanzamento, Cecchinato ha chiuso 6-2. Ora il siciliano affronterà al turno successivo Fucsovics. Un peccato per Fognini che, tra l’altro, promuoveva lo sponsor ufficiale del torneo, portando sulla maglia il logo dell’azienda di assicurazioni “Fwu” (che ha sedi in Germania, Francia, Italia e Spagna) di cui è “un’icona” che la rappresenta (insieme a Roberto Bautista Agut); tanto che il suo slogan è, come si legge sul sito, “il mio assicuratore di fiducia, forte come una squadra vincente!”. Molto nervoso all’inizio Cecchinato, ai due tennisti sono stati chiamati anche diversi falli di piede (molto rari nel tennis).
Tra l’altro, a proposito di azzurri, all’Atp di Monaco abbiamo visto (tra i veterani, anche di Davis) Paolo Lorenzi, che ha battuto Ilkel per 6/3 6/2; mentre (tra i giovani) ha perso un altro talento interessante: Matteo Berrettini, che ha incassato un netto, severo ed ingiusto 7/5 6/3 dal giapponese Taro Daniel, che tanto filo da torcere ha dato all’Italia in Coppa Davis nello scontro vinto contro il Giappone. Sicuramente, però, Berrettini ha dimostrato di essere un talento: valido tecnicamente, ha una buona personalità in campo, con la giusta aggressività e un buon schema tattico che applica con concentrazione, impegno e serietà; gli manca solo più esperienza, un po’ di precisione in più e -perché no- di fortuna.
Così come lacrime di gioia si sono viste nella finale, molto emozionante e difficile emotivamente per entrambi i finalisti, simile dell’Atp di Houston vinta da Steve Johnson. Lo statunitense ha battuto il connazionale ed amico Tennys (quasi a dire: un nome, un destino) Sandgren, al terzo set, con il punteggio di 7/6 2/6 6/4. Non è stata una finale avvincente solo o non tanto per la rimonta di Sandgren, con Johnson che sembrava uscito dal match nel secondo set e invece ritornava e chiudeva la partita, senza che l’altro facesse neppure in tempo ad accorgersene, il terzo in maniera memorabile. Resterà nella storia del torneo, non solo perché Johnson ha messo poi -per il secondo anno consecutivo- il sigillo su questo trofeo. Lo scorso anno, infatti, Johnson aveva battuto il brasiliano Thomaz Bellucci per 6/4 4/6 7/6. Quest’anno non ha sconfitto soltanto un avversario altrettanto ostico, ma quasi ha cercato di scacciar via il fantasma di un triste e doloroso ricordo di malinconia che lo legava all’Atp di Houston. Nel 2017 quando vinse c’era suo padre sugli spalti ad applaudirlo. Un mese dopo sarebbe morto e non vederlo ad esultare per lui sicuramente non è stato facile. La tenuta emotiva che gli si richiedeva era enorme. Al net è scoppiato in lacrime sulla spalla dell’amico avversario, anch’egli commosso e nervoso pere tutto il match evidentemente per la stessa ragione di un’assenza che però si faceva sentire molto. La dedica al padre della coppa ha fatto calare un’aura di umanità sul torneo sulla terra rossa di Houston difficile da dimenticare e che comunque non poteva passare inosservata.