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Barbara Conti

Arena di Verona festeggia Claudio Baglioni per i suoi 50 anni di carriera

baglioni-fotoNozze d’oro per Claudio Baglioni con la musica. Il cantante festeggia i 50 anni di carriera e lo fa con un concerto evento all’Arena di Verona di quasi tre ore, trasmesso su Rai Uno. Un vero e proprio spettacolo teatrale più che musicale. Per dirla con una delle canzoni che ha cantato, “Notte di note, note di notte”. Note da sottofondo a una serata indimenticabile. Ha ripercorso la sua carriera, dagli anni Settanta ad oggi, con i suoi principali successi. Sempre al centro la sua figura, anche se si è spostato durante le esibizioni, ma soprattutto la sua musica. Più che altro, però, l’Arte. E si potrebbe dire che è stato un po’ un live anomalo in stile “Zerovskij-solo per amore” di Renato Zero. Insomma, da Zerovskij a Bagliovskij. Del resto, entrambi sono due icone della musica italiana nel mondo. La particolarità del primo era la costruzione in (due) atti dello spettacolo, sullo sfondo di una stazione, caratterizzata dal passaggio di treni e dei protagonisti: Amore, Odio, Vita/Morte, Tempo, Enne Enne, Adamo ed Eva. Qui l’assoluta originalità di un’infaticabile Baglioni è stata che è sembrata più la rappresentazione teatrale delle sue canzoni che il classico concerto live, in cui delle scenografie le hanno portate sul palco come in una sorta di realizzazione scenografica, quasi a dare vita e corpo a tanti videoclip costruiti ad hoc, strutturati e studiati nei minimi dettagli. Grazie anche a un corposo corpo di ballo; a parte il gioco di parole, ballerini non ne mancavano neppure in Zerovskij, ma mai si sarebbe potuto immaginare di dar vita a una molteplicità di tali scenografie straordinarie, persino acrobatiche, come in “Al centro” (l’evento di Baglioni). Se la parte iniziale di alcuni brani poteva cominciare con delle immagini proiettate sul palco, anche un po’ psichedeliche o tridimensionali, man mano si andava a creare invece una vera e propria sceneggiatura della canzone. Entravano in scena gli attori-ballerini, in grado di creare scenografie straordinarie ed eccezionali, con vere danze acrobatiche. Quasi che Baglioni abbia voluto riprodurre il ‘circo della vita’ (se speso gli acrobati li vediamo al circo), con le sue ‘vie dei colori’ (come la sua omonima canzone del 1995). E, infatti, la scenografia di quest’ultimo testo è stata una delle più belle. Una sorta di danza dei colori; dapprima sul pavimento del palco appare come una scacchiera su cui il cantante si muove (quasi ad attraversare un labirinto o delle strade di una città), poi si trasforma come in una sorta di lavagna psichedelica su cui disegnare e dare pennellate di colore; quasi una tavolozza interattiva. In più, quando sale sul palco l’intero corpo di ballo, i ballerini hanno delle magliette di tutti i colori che cambieranno di volta in volta (dapprima gialle, poi rosse, poi celesti e così via).
Tutto studiato nei dettagli, dicevamo. Ogni brano era introdotto dal titolo e dall’anno in sovra-impressione (annunciato a scorrimento); ma ogni periodo aveva un’icona a rappresentarlo, un’immagine scelta ad indicare quell’epoca. Piccoli particolari che fanno la differenza. Baglioni sa come colpire. Tanto che comincia subito -all’inizio- con una prima parte tutta molto romantica dei suoi maggiori successi più popolari: da “Questo piccolo grande amore”, a d“Amore bello”, a “Tu come stai?”, a “E tu”, a “Sabato Pomeriggio”, ma anche ad “Avrai” ed a “Strada facendo”. Poi alleggerisce un po’ con la simpatica coreografia di “W l’Inghilterra”, con il tributo a questa terra, con il simbolo della bandiera inglese e dei suoi colori ben ripresi durante l’esibizione. Subito torna a brani più ‘impegnati’ come “Un po’ di più” e “Ragazze dell’Est”; nella prima le ballerine danzavano con una coreografia studiata con delle sedie e con l’emblema delle scarpe rosse, alternate poi -successivamente- dai ballerini. E, dopo il brano “Via” (in cui dei ballerini si sono cimentati in acrobazie e in danze al ritmo quasi di passi di street-dance), va in pausa: per uno dei 3-4 cambi d’abito della serata e per riprendersi un attimo dall’ininterrotta serie di quasi un’ora di canzoni e di concerto.
Quando ritorna parte forte, con quella che è stata la più emozionante delle coreografie. Dopo “Strada Facendo”, “Avrai”, “Uomini persi” (del 1982) canta “Notte di note, note di notte”. E la scenografia programmata per animare questa canzone prevede l’esibizione -su un filo sospeso e teso- di un acrobata, che su quell’asse sottile di corda combina di tutto: cammina, salta, si rigira, si lancia e vi ricade sopra senza mai perdere l’equilibrio. Semplicemente da applausi; non lascia che esterrefatti tutti, il pubblico e anche Baglioni stesso. La migliore forse, ma altre bellissime ne verranno ancora. Baglioni non ha finito le sue sorprese. Passiamo al 1985 con “Adesso la pubblicità” e sul pavimento vengono proiettate immagini a raffica, quasi in uno zapping frenetico con il telecomando. Anche il cantante ne ha uno e lo preme, poi viene spento da un altro pulsante, quasi fosse un robot o un automa; e potrebbe pure esserlo, vista la sua resistenza inesauribile e instancabile.
Infaticabile, perfezionista e mai pienamente soddisfatto, ricerca sempre ulteriori migliorie, la sua musica è una garanzia, ma le coreografie ancor di più. Vediamone altre. Nel suo spettacolo la musica si fa arte e l’arte, a sua volta, danza; il ballo diventa recitazione e la recitazione teatro. Rappresentazione e messa in scena delle canzoni. Andando avanti con classici quali “Sei tu”, “La vita è adesso”, si arriva al 1990 con l’intramontabile “Mille giorni di me e di te”. E poi “Acqua dalla Luna” con – ancora una volta – acrobati eccezionali protagonisti con le loro performance da capogiro. Il pezzo forte è “Noi no” del 1990, in cui i ballerini rappresentano dei giovani, con delle felpe (di un colore tra il grigio e il verde) e i cappucci tirati su a coprire le loro teste; poi tirano fuori ciascuno una rosa dalle mani, che tengono e che mostrano: un duplice gesto di protesta e di generosità.
Tuttavia il pezzo più commovente, che lascia veramente a bocca aperta basiti -per la sua complessità e per la realistica umanità che si respira-, è “Cuore di aliante” del 1999. Qui non c’è solo nuovamente l’acrobata con le sue esecuzioni perfette, ma -ai suoi piedi- c’è un sacco di gente sbarcata o che aspetta di imbarcarsi quasi sembrerebbe, in attesa -forse- di partire con i suoi bagagli per il viaggio o il volo di un eterno istante -come canta-. Si è tutti “sospesi nell’irrealtà”, che è la magia che Baglioni ha saputo dare e restituire con il suo concerto.
Non appena si arriva al 2003-2005, Baglioni si ferma per i ringraziamenti. “Sembra impossibile che sia passato tutto questo tempo così lungo: 50 (anni di carriera ndr) è una bella cifra. Non avrei mai creduto che tutto questo sarebbe potuto succedere davvero”. E allora, 50 volte grazie a Baglioni.
Prima di congedarsi è la volta di “Tutti qui” del 2005, che dona l’immagine più tenera di tutte: suona solo al pianoforte al centro (guarda caso!) del palco e per terra vengono proiettate tutte sue foto che descrivono e ripercorrono tutta la sua carriera, perché -come dice- “siamo storie di un secondo”. Frammenti, istantanee, fotogrammi che disegnano il puzzle di questi 50 anni di carriera.
Per ultimo, in conclusione, tocca a “Con voi” – del 2013 -, per tutti i suoi fans e il suo pubblico. L’intero corpo di ballo sale sul palco, uno ad uno, con dei palloncini rossi in mano che lanceranno poi in aria. Quanti non sappiamo, se 50 o più, ma questo volo di palloncini rossi è stato davvero suggestivo e simbolico. Per una “notte bellissima”, come l’ha definita Baglioni. Un ultimo ringraziamento lo rivolge “alla magnifica compagnia del corpo di ballo”, che sicuramente ha avuto un ruolo preponderante e ha dato un contributo non indifferente alla riuscita dello spettacolo. Tutti bravissimi; Renato Zero ne aveva 60, Baglioni non sappiamo, ma tutti di altissimo livello (come per Zerovskij). Sicuramente l’altro merito va ai cameramen per le riprese, senza le quali (probabilmente), non si sarebbe potuto godere e fruire dello spettacolo in maniera adeguata. Soprattutto nel caso di spettacoli teatrali e artistico-musicali ciò è quanto mai valido.
E la dimostrazione che ha dato Baglioni è degna di un direttore artistico alla regia del Festival di Sanremo e di buon auspicio per esso, su cui adesso si potrà concentrare a pieno.

Illuminate, Rita Levi Montalcini ‘brilla’ come esempio per i giovani

rita levi montalciniFemminile, elegante, tenace, curiosa, generosa, libera, una sognatrice serena, che usava un linguaggio universale, semplice, senza retorica, in grado di farsi comprendere da tutti. Questi sono solo alcuni degli aggettivi usati per descrivere Rita Levi Montalcini. Le si può attribuire qualsiasi connotato si voglia, ma sicuramente resta il suo esempio di piccola, grande donna, e tutta una vita spesa con dovizia al totale servizio della scienza e dei giovani. Questo l’aspetto principale che traspare dal programma di Rai Tre (prodotto da “Anele” in collaborazione con “Rai Cinema”): “Illuminate”, di cui una puntata è stata interamente dedicata alla scienziata. Le altre tre avranno al centro altre protagoniste quali: Margherita Hack, Palma Bucarelli e Krizia; e saranno raccontate da Francesca Einaudi, Valentina Bellè e Carolina Crescentini.
Molti i contributi di personalità che l’hanno conosciuta: dalla nipote a Milena Gabbanelli, da Romano Prodi ad Anna Finocchiaro. Per non parlare di Caterina Guzzanti, voce narrante di questo viaggio alla scoperta di Rita Levi Montalcini. Per lei più che il Nobel contava quello che uno è e che riesce a fare nella vita. Dunque una persona normalissima per la quale ognuno poteva essere un genio. A una sola condizione imprescindibile: l’uso dell’immaginazione. Dove effettuava gli esperimenti e gli studi c’era una scritta (che rispecchiava il suo pensiero): imagination is more important than knowledge, l’immaginazione è più importante della conoscenza, perché è solo attraverso la prima che si arriva alla seconda. Per lei, per fare sì che sorga una scoperta, occorrono: creatività, intuito, talento e fortuna. Ma la vera risorsa risiedeva nei giovani. Spese gran parte della sua vita a insegnare e parlare ai giovani. Non divenne mai madre per scelta, per coltivare il dono che aveva ricevuto: la dote di scienziata. Eppure – fa notare Anna Finocchiaro -, tra i ricercatori, gli studenti, i suoi allievi aveva migliaia di ‘figli’ e ‘figlie’. Senza dimenticare i libri che dedicò loro. Quello che sorprendeva era – precisa Romano Prodi -, non solo il dialogo che aveva con i suoi collaboratori (di 27-28 anni), ma soprattutto il rapporto di assoluto rispetto reciproco e paritario nel condividere contenuti scientifici di una certa portata. Eppure la sua maggiore capacità fu quella di “uscire da linee pre-costituite”, come evidenzia Milena Gabbanelli, di non risparmiarsi mai, di continuare a indagare, sperimentare, ricercare, senza paura di aver ‘perso del tempo’, sicura che prima o poi quel sacrificio avrebbe dato i suoi frutti (come ben spiega la giornalista). La sua arma vincente era la semplicità e l’umorismo con cui interagiva e si relazionava.
Commentò il conseguimento del Nobel dicendo: “mi ha tolto la privacy, ma mi ha fatto conoscere l’Italia. Da quando l’ho ricevuto mi chiamano da ogni dove, anche da piccoli paesi prima per me ignoti; ma, soprattutto, mi ha fatto incontrare i giovani”. Quest’ultimo aspetto è stato – ribadiamo – una costante per la scienziata.
A caratterizzare lil suo operato, in particolare nella ricerca, era una “totale dedizione e un continuo tentativo di superare i ‘blocchi'”. Lei era contraria a ogni ‘indottrinamento’, mentre era favorevole alla ‘indignazione’. Diceva ‘no’ ad ogni accettazione passiva e ad ogni imposizione, ‘sì’ all’informazione al documentarsi per farsi una propria opinione personale.
Uno ‘spirito indomito’, l’ha definita Anna Finocchiaro: continuò ad operare a favore dei poveri anche quando le leggi razziali glielo proibivano. Perché? Perché – per citare una sua battuta a conclusione della puntata su di lei – aveva sempre sentito “una forte tendenza ad aiutare l’altro” e ciò per lei rappresentava “il massimo dell’armonia”. Infatti operò e si batté sempre nell’ambito dei diritti umani, per le donne e i bambini, senza mai dimenticarsi di dedicarsi a tutto il potente ‘capitale umano’ sparso e di cui è ricco il mondo.
Descrivere la sua immensa personalità è cosa complessa e non si può che farlo attraverso dei binomi opposti: era – allo stesso tempo – forte e fragile, sensibile e coriacea, spesso non doveva essere rincuorata perché molte volte era lei che confortava; esile e minuta fisicamente, quasi trasparente, – osserva Romano Prodi – eppure molto presente e carismatica per la sua tenacia. Ad affascinare di lei erano soprattutto la dedizione, la serietà, la passione, la costanza e il senso di responsabilità che metteva sul lavoro e in ogni sua azione. In questo fu “una battagliera fino alla fine”, nonostante la malattia e l’età – ricorda Anna Finocchiaro -.
Se non ebbe mai paura di ‘indagare’ e ‘sperimentare’, non temette mai neppure la morte. Di essa diceva: “la morte non conta, conta piuttosto che la vita sia stata vissuta e quello che abbiamo lasciato. Credete sempre nei valori”. Per questo, incessantemente, andò sempre avanti – nonostante tutto – a lavorare per il cambiamento. A suo avviso, vi si arriva spesso con l’intelligenza, ma ancor di più con la costanza e la perseveranza. Il dialogo con la scienza è importante e lei voleva divulgare tale aspetto, ma per lei la cultura era ciò che essa rappresenta e che era davvero fondamentale per l’impatto che ha sul futuro e per costruirlo.

Us Open 2018: finale femminile ‘difficile’, Nole sale al n. 3

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Questa edizione degli Us Open non passerà di certo inosservata, ma anzi – al contrario – passerà alla storia: in positivo e in negativo. Per le emozioni che ha regalato e per quanto successo in campo. Finale dolce-amaro per le finali. Ma procediamo con ordine. Innanzitutto segnaliamo le condizioni meteo molto pregiudicanti non trascurabili: la pioggia incessante molte volte ha fatto disputare i match col tetto coperto, cambiando le condizioni di gioco; altrimenti, in via alternativa, c’è stato un caldo allucinante e afoso con anche quasi quaranta gradi. E con il rischio disidratazione dietro alla porta e sensazioni terribili di calore asfissiante e senso di soffocamento per i giocatori, che faticavano a respirare; come accaduto a Stefano Travaglia prima (che si è ritirato appunto per disidratazione, tra la commozione generale) e a Roger Federer (ritiratosi per il caldo eccezionale che gli faceva mancare l’aria e non lo faceva respirare, tanto da essere sottoposto ad accertamenti). Dunque già vincere in tali condizioni era un successo. Poi il prestigio del torneo è indiscutibile. Intanto, su Eurosport, Flavia Pennetta faceva conoscere i retroscena e descriveva le emozioni di arrivare in finale, giocare e vincere. Indescrivibili, ma ha provato a farle comprendere anche se è qualcosa di incredibile quello che si prova. E, a proposito d’Italia, da segnalare il ritiro di Francesca Schiavone, con il suo sorriso sgargiante di gioia, perché è felice della sua scelta, decisione che ha preso con il cuore perché ora vuole allenare (meglio i maschi possibilmente); tornare a vincere ed essere competitiva ‘in panchina’. La sua passione per il tennis non si spegne, ma basta col tennis giocato in prima persona: vuole vedere crescere con lei altri tennisti, da seguire come coach. In bocca al lupo per la sua nuova avventura a Francesca, che ha regalato un’altra emozione, insieme a Flavia. Certo ha emozionato vedere condizioni di gioco così dure; basti pensare che un altro momento ‘toccante’ è arrivato da Rafael Nadal; lo spagnolo è stato costretto al ritiro contro Del Potro in semifinale per un infortunio (forse una contrattura muscolare) al ginocchio. Rafa ha richiesto il time out medico, ma a nulla è servito; giocare non al top per lui è stato straziante e alla fine ha deciso di ‘fermarsi’ piuttosto che continuare a giocare così (male a suo avviso). Prima ha battibeccato per una chiamata col giudice di linea annunciando che si sarebbe ritirato di lì a poco, poi ha alzato bandiera bianca e si è arreso (sul 7/6 6/2 a favore dell’argentino) definitivamente. Con Del Potro rammaricato, che lo ha stretto a rete in un sincero abbraccio amichevole. E proprio a lui sarebbe toccato piangere di dispiacere in finale contro Novak Djokovic. Il serbo ha vinto in tre set e, così, sale alla posizione n. 3 del ranking mondiale. È decisamente quello dei tempi migliori. Fa molto piacere vederlo ritrovato. Nole vince bene il primo set per 6/3, disegnando alla perfezione il campo (con esecuzioni da manuale in totale sicurezza e disinvoltura). Poi cala leggermente di livello, mentre Del Potro ha una reazione d’orgoglio e alza il ritmo, soprattutto col dritto. Inizia a guadagnare terreno e va in vantaggio; poi Nole riesce a recuperare e pareggiare i games; si arriva al giusto e meritato tie-break, che Djokovic riesce ad acciuffare per 7 punti a 4. Se nel secondo set l’argentino aveva messo in difficoltà il serbo, nel terzo Nole è carico, ha ritrovato fiducia e sembra anche più fresco fisicamente, rispetto a un Juan Martin affaticato e stanco; sofferente, per Del Potro sembra finita, anche perché Nole va in vantaggio di un break e rischia di fare il secondo, di andare 4-1 e servizio; invece così non è e ci si attesta sul 3-2; a quel punto Juan Martin pareggia i conti e si prevede un altro set molto lottato; ma Nole ha un sussulto e strappa la battuta e va a servire sul 5-3; chiude con un punto strepitoso in attacco in controtempo. Gioia infinita per Nole, amarezza profonda per Juan Martin, che aveva creduto nella rimonta e nell’allungo almeno al quarto set. Una partita molto equilibrata ed entusiasmante: un paio di turni di servizio di Nole sono durati decine di minuti, uno oltre 16 minuti. Nole abbraccia a rete l’amico di sempre in lacrime. Poi corre dal suo team e da sua moglie a festeggiare. Quando scende, cambio di maglietta per entrambi i giocatori e l’argentino ancora in lacrime in panchina; allora Nole va da lui e cerca di confortarlo. Molto commovente ed emozionante vederli così vogliosi di vincere e attaccati al torneo. Ora Nole sale al n. 3. Il segreto della forma ritrovata? Una scalata con la moglie in trekking sui monti della Francia (per cinque giorni, lontano da tutto e tutti), dopo la sconfitta contro Marco Cecchinato al Roland Garros in Francia, che gli ha fatto ritrovare l’entusiasmo per il tennis.

Ma le emozioni non sono finite. Procediamo con ordine. Per quanto riguarda il maschile, particolarmente entusiasmanti i quarti di finale. La partita più bella del torneo forse è stata proprio quella tra Nadal e Thiem (finita al quinto set con il punteggio di 0/6 6/4 7/5 6/7 7/6 a favore dello spagnolo): davvero si è deciso tutto su un punto in questa maratona che ha acceso il pubblico. Così come nella finale tra Djokovic e Del Potro sono stati tre dritti facili sbagliati dall’argentino a segnare il parziale e fare la differenza (discriminanti dunque). Ad assistere sugli spalti (forse a sostegno di Del Potro) anche l’attrice Meryl Streep. Protagonista al cinema (dal 6 settembre) in questi giorni con “Mamma mia-ci risiamo”, ad assistere ai match maschili anche un altro attore che ha recitato nel film-musical precedente: Pierce Brosnan. Ed a proposito di cuori che palpitano, è stato proprio Novak Djokovic a chiedere di essere controllato, facendosi misurare la pressione per un battito anomalo che ha sentito: un’aritmia probabilmente dovuta al caldo, allo stress e alla stanchezza, che però un po’ ha fatto preoccupare gli spettatori. Caldo torrenziale che ha costretto nei quarti a due stop di oltre dieci minuti, anche venti, per cambiarsi di vestiti e rigenerarsi e rinfrescarsi un po’. Il primo è avvenuto proprio nel match tra Del Potro e Isner, con una lunga pausa concessa prima del quarto set. L’americano ha ceduto fisicamente, in una partita ‘dura’ comunque, a suon di aces. Dopo aver vinto il primo set al tie-break, Isner inizia a cedere terreno e perde gli altri tre per 6/3 7/6 6/2 (con un crollo netto nell’ultimo, dove rischia un fragoroso 6/1). L’altra interruzione per cambio d’abiti la chiede Millman a Djokovic nella sfida dei quarti, dominata dal serbo in tre set netti per 6/3 6/4 6/4; così come, in semifinale, il serbo vincerà facile contro Nishikori con il punteggio di 6/3 6/4 6/2. In forma strepitosa Nole, nulla da fare (ha fatto anche serve&volley contro Del Potro, anche se non ha messo a segno molti aces, percentuale bassa di servizi vincenti anche se non alla battuta, il che ha stupito molto poiché di solito serve davvero bene). Invece il giapponese è stato al centro di un altro match straordinario nei quarti, contro Cilic. Il croato era favorito, invece si è trovato in difficoltà con il nipponico (più veloce e rapido), bravo a sorprenderlo al quinto set. Forse stanco per il caldo, Cilic ha dovuto mettere in moto una rimonta strepitosa e fare ricorso a tutta la sua alta percentuale di aces, per rimanere in partita e restare ancorato al match. Dopo aver vinto il primo set per 6/2, il croato esce un po’ dal match, mentre il nipponico inizia ad entrare in partita e vince gli altri due set per 6/4 7/6; finalmente nel quarto il croato si ritrova e acciuffa il set per 6/4, facendo il break decisivo; ma nel quinto il giapponese gli ricambia il 6/4.

E dalle lacrime di Del Potro (che ha ammesso: “contro Nole ho giocato sempre al limite”), si è andati a quelle delle protagoniste della finale femminile, che molto ha fatto discutere. Se Nole ha eguagliato il record di Pete Sampras (suo idolo da bambino) di vincere 14 Grand Slam (tra cui tre Us Open), Serena Williams rincorreva il suo 24esimo titolo. Invece la finale è stata molto controversa. Di fronte aveva la giapponese Naomi Osaka: 20 anni, il 2018 per lei è stato un anno fortunato. Qui a New York ha centrato il suo secondo titolo in carriera e il primo Grand Slam che mette in archivio; e che potrebbe diventare il primo di una lunga serie. La nipponica è molto talentuosa e ha dominato il primo set, facendo correre Serena e soprattutto passandola con il suo dritto stretto in cross incrociato: passanti fulminanti per l’americana, che ha potuto solamente applaudire. Si aggiudica nettamente per 6/2 il primo parziale Naomi, ma poteva essere anche un 6/1 se di fronte non avesse avuto una n. 1. Serena inizia a perdere le staffe e prende un penalty point per ‘abuso di racchetta’, che rompe. Questo faceva seguito a un altro ‘penalty point’ per coaching, poiché l’allenatore Patrick Mouratoglou aveva fatto un gesto spingendola ad avanzare e non rimanere ancorata a fondo campo. A quel punto la Williams ha perso la pazienza ed è incorsa nel terzo penalty point per ‘abuso di parola’, dando del ladro all’arbitro Carlos Ramos, convinta che non dovesse ricevere la penalità; a suo avviso, se fosse stata un uomo non le avrebbe dato l’ammonimento, poiché gli uomini spesso fanno cose ben peggiori e non vengono sanzionati. La Osaka è attonita, interdetta, non capisce cosa stia succedendo, è confusa. Serena disperata e in lacrime. Lei chiama i supervisor, il marito è triste sugli spalti; la tennista crede che ormai per lei sia impossibile giocare, poiché va a servire sul 5-3 per la nipponica, che chiuderà 6/4. In realtà così non è perché un break di differenza si poteva ancora recuperare, ma ormai è fuori controllo, infuriata. La giapponese non esulta per la vittoria e durante la premiazione cadrà in lacrime, quasi dispiaciuta. A quel punto Serena tira fuori la classe e prima abbraccia e cerca di confortare l’avversaria prima della premiazione, poi – durante il discorso finale – ricorda che bisogna rendere merito e onore alla maggiore prestazione e al talento della giovane tennista, nonostante tutto il pubblico fosse dalla parte della statunitense. Peccato perché nel secondo set Serena era anche in vantaggio e avanti nel punteggio. Tutti speravano in un terzo set. Il dato di fatto è che Serena dovrà risarcire la federazione tennis statunitense di 17mila dollari: 10mila per l’abuso verbale, 4mila per coaching e 3mila per aver rotto la racchetta. La multa è una certezza, così come che la Osaka abbia meritato la vittoria; così come fu contro la Kasatkina ad Indian Wells, quest’anno nel marzo scorso, quando si impose per 6/3 6/2, in maniera similare, giocando una finale favolosa e strepitosa. L’altra cosa sicura è che non era una finale facile per nessuno; ma una situazione difficile per tutti. Per Serena, per la pressione che aveva su di sé, per le aspettative e per la voglia di centrare il 24esimo titolo, per le difficoltà di giocare pur non essendo al 100% (anche se avendo ritrovato la forma comunque). Per la Osaka, per la soggezione di un’avversaria stimata, apprezzata da tutti, che tutti sostenevano e tifavano, che incuteva timore per il prestigio e il carisma da n. 1 che ancora riveste; tra l’altro è stata la sua icona del tennis da seguire sin da piccola. Anche la Wozniacki ha sottolineato – nel docufilm biografico sulla vita di Serena -, quanto sia rispettata e apprezzata nel circuito. Ma per la Williams non era facile tornare e giocare, dopo un anno difficile come il 2017. Come ben ha raccontato in “Being Serena” (il titolo del docufilm prima citato), è stato per lei estenuante recuperare la forma fisica dopo il parto, il rischio di morire per un’embolia polmonare dopo la nascita della figlia. Rivivere quelle emozioni, che evidentemente le sono tornate alla mente, non le ha facilitato il compito e non le ha permesso di avere quella tranquillità per competere. Lei è un tipo molto esigente con se stessa, non ama perdere; in più sente il peso di essere d’esempio per la figlia, per tutte le mamme come lei, per le altre colleghe e per tutte le donne. Quest’ultima, una ausa che ha abbracciato e che la rende ancor più ‘vulnerabile’. La forza nella fragilità di una combattente, di cui è evidente la sensibilità e suscettibilità. L’orgoglio di non voler cedere né mollare per dignità, ma è dura rassegnarsi alla superiorità di un’avversaria giovane e fresca, nel pieno vigore della forma. Tutto questo non giustifica il suo atteggiamento esasperato, ma neppure quello dell’arbitro. Anche se è facilmente comprensibile che non era facile neppure per lui arbitrare una partita così difficile. Ha deciso di farlo nel modo più conforme possibile, con rigore ligio e ferreo, nel massimo rispetto del regolamento, che ha applicato in piena regola. Ineccepibile, ma forse anche questo esagerato. Forse avrebbe dovuto adottare un po’ più di psicologia: tranquillizzare, calmare e rasserenare Serena, cercando di metterla più in condizione di giocare la sua partita. Un po’ come ha fatto Lahyani con Nick Kyrgios (contro Herbert), lì forse anche troppo disponibile: infatti l’australiano era sotto di un set e anche nel secondo e perdeva 6-4 3-0 dal francese, ma Lahyani è sceso dalla sedia, lo ha confortato e Nick ha rimontato e vinto il match al terzo; e non sono tardati ad arrivare i guai per l’arbitro. Di sicuro, però, l’aspetto psicologico è importante, anche da parte del giudice di sedia verso i tennisti. Una delle regole principali, al di là di tutto, è che l’arbitro deve sempre rivolgere uno sguardo a un tennista e poi all’altro; in particolare prima al tennista più a ‘rischio’, anche a seguito del risultato del gioco, che potrebbe ‘esplodere’ da un momento all’altro, proprio per scalzare tale evenienza. E questo Ramos non lo ha fatto, anche se ha applicato correttamente il regolamento. Anche le sanzioni per Serena sono state molto salate, ma del resto ciò accadde anche a Fabio Fognini quando gli fu aperto il codice di condotta per comportamento antisportivo. Ancora una volta, al di là di giudizi, delle critiche, delle vedute, delle opinioni più o meno condivisibili e opinabili, si può discutere quanto si vuole: ognuno ha le sue ragioni e la sua visione in merito, il suo punto di vista incontrovertibile; ma il dato di fatto è che Naomi Osaka tocca il suo best ranking salendo alla posizione n. 7 del mondo, mentre Serena Williams si ferma alla n. 16, inseguendo la top ten; comunque anch’esso un ottimo risultato, forse impensabile per lei fino a poco tempo fa, quando discuteva sul da farsi sul suo coach, incerta sul suo futuro. E tutto questo è una nota più che positiva.

Tennis: Djokovic, Bertens e Sabalenka show prima degli Us Open

sabalenkaOrmai sono entrati nel vivo gli Us Open, ma prima il tennis ha regalato l’exploit di Aryna Sabalenka e di Kiki Bertens, e confermato lo stato di grazia di Novak Djokovic. Intanto è stato introdotto lo shot clock e sono state ‘presentate’ nuove regole anche per la Coppa Davis.
Djokovic sale alla posizione n. 6 del ranking mondiale e segna il record di essere l’unico tennista ad aver vinto tutti i tornei del Master 1000 (almeno una volta). Non solo, ma al Master di Cincinnati è stato in grado di battere in finale Roger Federer con un doppio 6/4: evidente un crollo fisico dell’elvetico, ma convincente il tennis del serbo. Infatti, dopo la vittoria al Grand Slam di Wimbledon, parte bene anche al primo turno del Grand Slam degli Us Open. A Flushing Meadows si sbarazza abbastanza facilmente di Fucsovic, concedendogli solamente il secondo set, con un lieve calo di concentrazione; ma poi dilaga negli altri set con un gioco formidabile come quello dei ‘suoi’ tempi migliori: da vero numero uno, come nel 2011. 6-3 3-6 6-4 6-0 il punteggio finale; il ko nell’ultimo set dimostra quanto il serbo si fosse ritrovato (dopo essere riuscito a ottenere il break decisivo nel terzo e averlo chiuso per 6/4). Un risultato positivo anche per l’enorme caldo che ha provocato molti disagi: sofferente Nole, ma anche l’italiano Stefano Travaglia è stato costretto al ritiro per disidratazione (con il corpo affaticato e i muscoli ‘induriti’) contro il polacco Hurkacz e ha protestato contro gli organizzatori per le condizioni difficili in cui si svolgono i match (con anche oltre i 40°). Una ‘follia’ a suo avviso, che lo ha costretto a una flebo per riprendersi (una cosa simile era successa anche a Simona Halep). Se Stefano Travaglia si è ‘arreso’ sul parziale di 2/6 6/2 6/7 0/3, anche Marco Cecchinato è stato eliminato dal francese Benneteau (per 6/2 6/7 3/6 4/6), ma ha accusato problemi alla mano destra (probabilmente per una vescica, che non gli ha permesso di mantenere il livello espresso all’inizio nel primo set).
Viceversa agli Us Open ha dilagato Roger Federer contro il giapponese Nishioka: nettamente, per 6/2 6/2 6/4; due set speculari, nel terzo sembrava la stessa storia però poi -quando lo svizzero è andato a servire sul 5/2- si è fatto brekkare e dopo il nipponico ha tenuto la sua battuta (sorridente e divertito per il tennis messo in campo, pensando solo a fare più punti possibili al campione elvetico e i più belli e migliori che potessero farlo esultare di gioia contento così, anche solo di quella piccola soddisfazione che si era tolto di fare punti straordinari a un immenso campione); dopo il 5/3 è stato il 5/4, ma a quel punto Federer non ha sbagliato e ha chiuso 6/4. Tuttavia il giapponese lo ha fatto molto correre, ma alla fine ha prevalso il talento (soprattutto a rete) dello svizzero, con punti da manuale.
Nessun problema neppure per Alexander Zverev che ha vinto facilmente per 6/2 6/1 6/2 sul canadese Polansky. Per quanto riguarda l’Italia, poi, buone notizie sono venute da Fabio Fognini (testa di serie n. 14), che ha sconfitto l’americano Mmoh al quarto set (dopo aver perso il primo) per 4/6 6/2 6/4 7/6(4). Curiosità, la moglie Flavia Pennetta ha iniziato una collaborazione con Eurosport (come commentatrice, proprio a partire da Flushing Meadows che vinse prima del ritiro), che trasmette il torneo del Grand Slam. Male, invece, nel femminile dove perde Camila Giorgi: incassa un severo 6/4 7/5 da Venus Williams; diciamo severo perché è stato un match molto lottato ed equilibrato e l’azzurra avrebbe anche potuto vincere e comunque portare la partita al terzo set; sicuramente per lei una sconfitta molto amara che le fa male, per le molte occasioni sciupate: ha lottato Camila, ha fatto punti eccellenti da vera n. 1 con tutti i colpi, ma poi ha commesso troppi errori con cui ha sprecato e annullato tutto il vantaggio conquistato. Troppo fallosa, nonostante la tenacia di essere sempre comunque combattente e incisiva, mettendo in difficoltà la testa di serie n. 16. Tutto ok per Serena Williams, che ha imposto un doppio e netto 6/2 alla tedesca Witthoeft (dopo il 6/0 6/4 alla Linette); a Serena -tra l’altro- è stata assegnata la testa di serie n. 17 tra le polemiche.
La sorpresa invece arriva dall’eliminazione proprio della testa di serie n.1 Simona Halep. Evidentemente la campionessa non ha recuperato la stanchezza di aver giocato (e vinto) tanto nelle ultime settimane. In appena 76 minuti viene eliminata da Kaia Kanepi (n. 44 del mondo) con un drastico 6/2 6/4. Tuttavia per lei questo 2018 rimane comunque positivo: ha vinto al Roland Garros il suo primo Grand Slam, su Sloane Stephens (per 3/6 6/4 6/1). Proprio l’americana agli US Open ha faticato contro la valida ‘esordiente’ Kalinina: si è imposta solo al terzo set per 4/6 7/5 6/2. Inoltre la rumena aveva iniziato l’anno conquistando il torneo di Shenzhen, superando la Siniakova per 6/1 2/6 6/0; e poi ha trionfato in Canada al Wta di Montréal, dove ha vinto sempre sulla Stephens per 7/6 3/6 6/4. Dopo l’esperienza della Rogers Cup, l’avevamo vista impegnata nel Wta di Cincinnati. Se nel primo caso è riuscita a completare il quadro delle vittorie, nel secondo si è fermata in finale. In Canada aveva battuto la Pavljučenkova, Venus Williams, Caroline Garcia, Ashleigh Barty e la Stephens ovviamente. A Cincinnati, invece, Alja Tomljanovic, di nuovo Ashleigh Barty (testa di serie numero 16), Lesja Curenko e Aryna Sabalenka. In finale ha perso da Kiki Bertens, che si è imposta per 6-2 6-7 2-6. Il prolungarsi al terzo set della finale femminile ha fatto slittare anche quella maschile successiva tra Djokovic e Federer; ma ha disegnato un doppio scenario curioso: da un lato il tracollo fisico della rumena, dall’altra parte il trionfo e la commemorazione all’Olimpo delle top players della giovane tennista olandese (coetanea, tra l’altro della Halep, classe ’91). La Bertens diventa n. 13 al mondo e segna il record di battere ben 4 ‘top ten’ in un solo torneo. Infatti durante la straordinaria settimana a Cincinnati Kiki ha sconfitto, in fila: Coco Vandeweghe (per 6/2 6/0), Caroline Wozniacki (che si è ritirata quando l’olandese era avanti per 6/4), Anett Kontaveit (per 6-3 2-6 6-3), Elina Svitolina (n. 7 del mondo, per 6-4 6-3) e Petra Kvitová (n. 6 del mondo, per 3-6 6-4 6-2), prima di imporsi in una finale mozzafiato sulla rumena Halep. Quest’ultima resta comunque la n. 1 al mondo, a discapito della Wozniacki, che rimane n. 2. Quest’anno, ritornata dopo l’infortunio, la Kvitova aveva vinto il torneo di Madrid (sulla terra rossa) proprio sulla Bertens (per 7-6 4-6 6-3), e successivamente sull’erba il Wta di Birmingham (sulla Rybarikova per 4-6 6-1 6-2). Probabilmente ha ceduto anche lei per stanchezza, poiché in campo è apparsa stremata. Comunque, attuale n. 5 del mondo, è assolutamente ritornata, ritrovata e più competitiva che mai.
Del Wta di Cincinnati resterà di certo l’impresa di Kiki Bertens in finale (dopo essersi ‘vendicata’ della Kvitova), che rimonta quando la partita sembrava chiusa: perde malamente il primo set per 6/2; anche nel secondo sembrava in vantaggio e favorita la Halep, invece l’olandese è riuscita a restarle attaccata nel punteggio e a portarla al tie-break; qui la rumena gioca meno bene, sbaglia di più, concede qualcosina in più, è più fallosa e commette più errori gratuiti che allungano gli scambi e rimettono in partita la Bertens, che non si lascia scappare l’occasione e -concentrandosi- trova più aggressività e sicurezza, più adrenalina e convinzione che le permettono di acciuffare il tie-break e il secondo set. Così al terzo la situazione è completamente ribaltata: stavolta è Kiki a dominare gli scambi più aggressiva, a spostare e far correre la Halep, sempre più in affanno. L’olandese vince, incredula, con un’esultazione finale tra le lacrime di gioia e commozione.
Un’impresa simile ha compiuto Aryna Sabalenka. Classe 1998, vince il torneo di New Haven battendo la Stosur per 6/3 6/2, la Gavrilova per 6-3 6-7 7-5, la Bencic per 6-3 6-2 e la Görges per 6/3 7/6. Si porta così alla posizione n. 20 del ranking mondiale, dopo la vittoria in finale su Carla Suarez Navarro. La spagnola si era avvantaggiata di tre ritiri: di Johanna Konta nel secondo turno, di Petra Kvitová nei quarti di finale e di Mónica Puig in semifinale. Il match della finale è stato senza storia, completamente dominato dalla bielorussa: 6/1 6/4, con la Sabalenka già avanti 5-0 dopo soli 24 minuti di gioco. Superiore in tutti i colpi, la bielorussa si è assolutamente meritata la conquista del suo primo titolo e della top 20. Non solo ha ringraziato il suo coach, a cui ha attribuito tutto il merito: “in sei mesi mi hai cambiato la vita” -ha detto riconoscente-. Il suo più grande merito è stato aver vinto tutte partite diverse: nervosissima contro la Gavrilova, si sono sempre rincorse nel punteggio regalandosi molte chance a vicenda. Nel secondo set la partita sembrava finita, poiché la Sabalenka era avanti 4-0 con la palla del 5-0; poi ha sprecato quell’occasione e da lì è cominciata la rimonta della Gavrilova, brava nel tie-break, giocato malamente dalla Sabalenka. Nel terzo la bielorussa è riemersa in tutta la sua maturità; ma durante la partita ha rotto una racchetta per il nervosismo: era tesissima. Contro la Bencic ha controllato bene il match, anche se c’è stato equilibrio, ma è stato più facile forse per lei, perché la svizzera le ha concesso davvero tanto. Bel match contro la Görges, in cui ha rischiato tantissimo: sembrava addirittura favorita quest’ultima, poi ha scelto di adottare una tattica forse poco produttiva, ovvero quella di venire in avanti a rete in attacco, con il risultato che veniva passata dalla Sabalenka o sbagliava le volée perché leggermente in ritardo; ma hanno fatto vedere delle ottime cose. Un po’ come quando, contro la Gavrilova, la Sabalenka è voluta avanzare e veniva sistematicamente passata con precisione dall’avversaria. Tuttavia abbiamo visto Aryna servire bene e tentare anche gli attacchi a rete, quasi per provare un nuovo schema tattico di gioco, per essere una tennista più completa. La violenza e profondità dei suoi colpi, soprattutto del dritto anomalo, sono indubbi poi. Tuttavia prosegue il momento ‘no’ della Gavrilova, che agli Us Open ha perso da una ritrovata Azarenka (altra bielorussa di talento) per 6/1 6/2.

Concerto di Patty Pravo a Manziana, la ragazza del Piper e il suo ‘Oltre’

La ragazza del Piper di strada ne ha fatta, ma non si ferma. Tra programmi tv, concerti live ed a teatro, è inarrestabile e trova anche il tempo per iniziare a lavorare a un nuovo album. In una tappa del suo tour “La cambio io la vita che 2018” approda anche nel Comune di Manziana, in provincia di Roma. L’amministrazione l’ha voluta accogliere ed omaggiare con una conferenza stampa per i giornalisti locali a lei dedicata. La cantante di origini veneziane ha carinamente dato la sua disponibilità con simpatia. C’era anche L’Avanti on line.

patty pravoSubito si inizia a palare di giovani, che molto stanno a cuore all’artista. Quando l’agente Alberigo Crocetta la scoprì durante una serata al Piper Club, subito venne soprannominata “La ragazza del Piper”. Ma quando, soprattutto dopo il suo primo singolo del 1966 “Ragazzo triste” (versione italiana di But you’re mine di Sonny & Cher), esplose il ‘suo’ successo, Nicoletta Strambelli dovette trovare un vero nome d’arte. Infatti il cognome d’arte Pravo deriva da un riferimento a un verso dell’Inferno all’interno della “Divina Commedia” di Dante Alighieri (“guai a voi anime prave”, cioè malvagie). E queste anime malvagie sono quelle di tutte le persone tormentate e che hanno un disagio interiore (non tanto di tutti coloro che portano sulla cattiva strada i giovani); quelle di tutti i giovani che si fanno del male, si rovinano la vita con l’alcool e la droga ad esempio, ubriacandosi e poi commettendo atti osceni come abusi e violenze sessuali, che li segneranno per sempre (nell’animo, non solo sulla fedina penale sporca). Ed è così che ha insistito sull’importanza della scuola di istruire, anche con corsi specifici che spieghino il grave rischio che corrono e che fanno correre agli altri: facendosi male credendo di far bene, invece fanno molto male, sbagliano perché è come se stessero buttando via la loro vita. E non va bene. “La scuola ha un ruolo importantissimo. È il punto esatto d’arrivo di tutto ciò” -ha commentato la cantante-. Quando gli viene chiesto, infatti, cosa fosse la trasgressione per lei, subito ha risposto: “che cos’è oggi la trasgressione? Non c’è più, non esiste. Ci sono solo il casino e il pessimo gusto. Sto parlando soprattutto dei giovani”, che appunto non hanno sempre piena consapevolezza del valore della vita e la vivono in maniera sbagliata, negli eccessi, nelle trasgressioni appunto, contravvenendo al buon senso e alle regole apparentemente solo per divertirsi, per fare qualcosa di diverso, quando invece appunto rischiano la vita e non stanno altro che giocando con la loro pelle, che non potranno più avere indietro una volta che l’hanno buttata via per sempre. Non ritornerà la giovinezza che non si sono goduti o che hanno vissuto nel modo sbagliato. E detto da un’artista che trasgressiva lo è stata sin dagli esordi non è poco. Infatti ricordiamo che la Rai censurò una frase del brano “Ragazzo triste”, modificandola: sostituì “scoprire insieme il mondo che ci apparterrà” con “scoprire il mondo che ci ospiterà”. Dunque non ebbe mai paura di esporsi, di dire la sua, di fare a modo suo, perché per lei l’importante era essere vera e autentica.
E se il tour si intitola “La cambio io la vita che”, se Patty Pravo è sempre la stessa, quello in cui è cambiata -volendo trovare un’evoluzione- è solo una maturazione ulteriore: professionale, artistica, ma soprattutto umana. Infatti sembra molto sensibile al fatto di voler lasciare un esempio positivo e di lanciare un messaggio sociale importante e significativo proprio alle nuove generazioni; con cui pare voler instaurare un dialogo forte. Mette questa passione in tutto ciò che fa. Dalla musica, al teatro, alla tv. Anche nella recente esperienza di “Ora o mai più” (il programma musicale condotto da Amadeus) come coach e insegnante di Massimo Di Cataldo. Quando le chiediamo di commentare quella parentesi professionale, subito dice: “è stata un’esperienza simpatica, con i miei colleghi ci siamo molto divertiti insieme. Con Massimo Di Cataldo c’è stato un buon rapporto: è una persona deliziosa; ho cercato di insegnargli qualcosa che gli potesse essere utile anche in seguito per la sua carriera. Spero di esserci riuscita, ora sta a lui farsi valere; ma è una persona magnifica e credo riuscirà a trovare la sua strada”. Lei, intanto, sia riuscita nel suo intento di ‘maestra’; ma il suo segreto è fare tutto sempre divertendosi. E per lei è ciò che conta anche durante una serata live. Sul concerto serale del 25 agosto a Manziana ha infatti commentato: “la piazza ha un sapore diverso (diverso al teatro o altri luoghi); è come se lì fossimo tutti uguali. Mi sembra ogni volta di stare a casa. Mi piace far divertire la gente e il pubblico”. E, tra vecchi e nuovi successi, il risultato è garantito. Il repertorio non manca, ma subito scattano domande sulla scaletta serale del concerto e su eventuali progetti futuri. Della prima dice che la scelta delle canzoni da eseguire e con le quali esibirsi è dettata da una semplice regola: “porto i nuovi brani, ma non posso privare il mio pubblico dei pezzi più famosi e gettonati, che ama e che sono i più apprezzati”. Quando le domandiamo, a tale proposito, se vi sia una canzone del cuore tra le sue a cui si senta più legata, la sua risposta è semplice: tutte; ma la preferenza per una canzone piuttosto che un’altra dipende anche da come risponde il pubblico: “se c’è, ad esempio, qualche mio pezzo difficilissimo che invece viene molto apprezzato -quasi di più degli altri- beh, allora questo evidentemente mi fa molto piacere”.
Così, immediatamente, scatta la curiosità per un suo eventuale album futuro, già in lavorazione per altro. Non vuole dare troppe anticipazioni, ma una cosa la dice: “il nuovo disco non uscirà prima di aprile prossimo, probabilmente per il mio compleanno (il 9 aprile, la cantante veneziana è del 1948); ho voluto quasi farmi un regalo, ma -con tutti i miei impegni- davvero non ce la faccio prima. Credetemi! Ho talmente tane cose da fare, che non riesco per la fine dell’anno. Volevamo uscire prima dell’inverno addirittura, ma non è proprio possibile con gli appuntamenti in agenda che ho”.
Tra questi non manca il teatro (dove ama molto esibirsi), sua grande passione sin da giovane, così come la danza e il pianoforte, che -sin da ragazza- studiò presso il Conservatorio Benedetto Marcello. E il teatro, rispetto al concerto live in piazza, le dà una possibilità diversa in più: quella di suonare e di partire accompagnata da una grande orchestra. Infatti è ben noto che, già da quando aveva quattro anni, seguì persino un corso di direzione d’orchestra.
Una grandissima artista molto accurata e sofisticata, in grado di andare persino oltre la musica. Un talento che le permette di toccare corde molto più profonde, quelle dell’animo umano. Non a caso è per questo che l’Amministrazione comunale di Manziana ha voluta omaggiarla e ringraziarla con un quadro della sua partecipazione qui nel paese e della sua disponibilità alla conferenza stampa. Il titolo dato al dipinto è proprio “Oltre”, per un’artista che fa della musica una forma d’arte. Anche la sua personalità estrosa e passionale ben si addicono a quelle dell’estro artistico e il colore che dà a tutto ciò che fa è quello dei toni caldi e accessi del quadro: semplice, spontanea, diretta, chiara, concisa e simpatica, un fare che sembra voler quasi accarezzare ogni cosa che affronta, con la calma e il sorriso di chi dell’educazione, delle buone maniere, dell’umiltà e dell’umanità ha fatto le sue coordinate. Con cortesia, ma anche con il rigore e la precisione di chi è molto oculata, attenta ed esigente (soprattutto da se stessa). “Meglio uscire più tardi, ma fare le cose fatte per bene, che anticipare e fare un casino e un caos”, aveva detto senza remore né mezze misure dell’uscita del suo nuovo album. Nel salutare a fine conferenza, ha liberato tutti dando appuntamento alla sera (“andiamo a divertirci!”, ha esclamato) e ha salutato con un cenno del viso e della mano, che ha agitato appena, senza esimersi prima dal fare foto con piacere. Un lungo appaluso, quasi una standing ovation, per lei, per un’artista moderna che rimane sempre la stessa e che ha lo spirito di una donna libera: più che preoccuparsi delle critiche, pensa ad essere se stessa (sempre, fino in fondo) e ad occuparsi del mondo intorno a lei e dei suoi problemi.
“In arte Party Pravo”. E dal concerto a Manziana, per scoprire meglio chi è Patty Pravo, passiamo alla trasmissione musicale a lei dedicata: “In arte-PattyPravo” (con Pino Strabioli, per la regia di Graziano Paiella). E se si parla della cantante Patty Pravo, quello che andiamo a conoscere è la vera Nicoletta Strambelli. In un viaggio che ripercorre la sua carriera da Londra, passando per Roma, fino ad arrivare alla sua Venezia. Vi sono le testimonianze di Giuliano Sangiorgi dei Negramaro, di Renzo Arbore, di Nina Zilli, di Luca Barbareschi, di Emis Killa e di Barbara Alberti. Molti gli aggettivi che le sono stati attribuiti per connotarla: travolgente, unica, simpatica, carina, elegante e raffinata, sincera, fine e coinvolgente; ma in realtà la sua è un’energia esplosiva che si scatena sul palco. Di sé lei dice: “sono una persona normalissima e tranquillissima, solo quando salgo sul palco mi scateno”. Ha incontrato i Rolling Stones, Lucio Dalla e Battisti, il cardinale Angelo Roncalli (ovvero papa Giovanni XXIII) e il poeta statunitense Ezra Pound; e poi Luciano Pavarotti, suo caro amico di sempre che le manca molto e che ricorda con piacere (“ho una sua foto a casa” -afferma con un sorriso), ‘gigante buono’ “pieno di energia positiva e di stimoli che dava”. In questo 2018 si è esibita all’Auditorium della Conciliazione a Roma e al teatro “La fenice” di Venezia.
E poi la passione per la musica black: “”se si spiegasse nei conservatori da dove viene, forse la si capirebbe di più” -ritiene-; quasi si commuove quando canta “Motherless child” durante l’esibizione a “La Fenice”: “un pezzo che amo e che vorrei tutti amassero” (diceva in quell’occasione al pubblico). Per lei “la musica è rivoluzione”, del resto. E poi il rapporto un po’ speciale con Vasco Rossi: “con lui abbiamo deciso che è la mia parte maschile e io la sua femminile, per come è riuscito ad imitarmi alla perfezione”. Per lei “la nostalgia e la malinconia non esistono. Non ho paura!”. E forse è per questo che ha saputo sempre risollevarsi anche dopo i periodi difficili (come quando è stata due giorni nel carcere di Rebibbia per possesso e uso di droga): “rinascere dipende dalla forza che hai”. Lei seppe sempre rifiutare ogni imposizione se non la condivideva. Eppure di lei titolavano: “Chi è Patty Pravo? Io gli uomini li fumo come sigarette”. Invece, al di là dell’immagine di lei che volessero dare di cinica irriverente, nasconde un romanticismo e una sensibilità straordinarie. Cinque matrimoni finiti con il divorzio alle spalle: con Gordon Faggetter (nel 1968), con Franco Baldieri (nel 1972), con Paul Jeffery (nel 1976), con Paul Martinez (nel 1978) e con John Edward Johnson (nel 1982). Nel 1974 ha anche sposato in Scozia Riccardo Fogli con un rito non valido in Italia. “Eppure li amo ancora tutti sai!”, scherza, “perché abbiamo mantenuto ottimi rapporti”. Del resto la sua prerogativa è: “è fondamentale sorridere”, almeno mezzora al giorno; e infatti ama Totò. Amava andare in giro scalza per Roma, ma si mette più a nudo di tutto quando parla della nonna e della mamma: “mia nonna è straordinaria; sono cresciuta con lei e ne parlo al presente perché per me esiste sempre”; della madre dice di essere stata contenta di aver ritrovato e scoperto il rapporto con lei, anche se in tarda età, poiché probabilmente non avrebbero saputo (confidarsi e confessarsi) tante cose l’una dell’altra se ciò fosse avvenuto prima, se si fossero davvero parlate e conosciute in un momento diverso e anteriore non si sarebbero svelate e rivelate i loro segreti in maniera così sincera e profonda.
“La Divina” è solo una delle accezioni a lei rivolte. Per concludere elenchiamo quelle che le sono state date dagli altri artisti intervenuti a “In arte Patty Pravo”. Nina Zilli: “è la Lady Gaga 2.0. L’essere così camaleontica è il suo segreto”. “La sua capacità è saper dialogare con tutte le generazioni” (Emis KIlla). “La sua prerogativa è l’anarchia più totale, sempre avanti e sempre anticonformista” (Luca Barbareschi). “Scrivi per lei e ancora non ci credi di averlo fatto anche quando canta le tue canzoni. È il futuro della musica” (Giuliano Sangiorgi). Sicuramente ha lanciato delle mode; ha fatto e suscitato quello scalpore con cui abbiamo visto presentarsi renato Zero agli esordi. Assimilata a Joan Baez, ricorda l’esuberanza dei cambiamenti avuti da Madonna in carriera; pop come Madonna, è rock come Pink; ha la stessa intensità della voce e lo stesso modo sensuale di fare nella gestualità di Mina; la stessa passionalità di Anna Oxa a tratti. La sua grinta carismatica ha lanciato un modello, per cui lei è tutte quelle altre artiste insieme, tanto è poliedrica, e loro sono tutte lei -quasi suoi cloni e copie-, che l’hanno imitata o da lei hanno tratto ispirazione, contaminandosi a vicenda. Sono soprattutto le sue pettinature, i suoi vestiti, il personaggio che si è costruito anche per le esibizioni a Sanremo, a farne un’Artista che ha espresso la donna in assoluto e non in termini relativi. Per chiudere la trasmissione ci si è posti una domanda: “abbiamo detto la verità?”; e la risposta è arrivata dal ritornello della canzone successiva trasmessa: “io amo la libertà e nessuno me la toglierà mai”. Questa sembra essere davvero Patty Pravo, che ha in sé due anime: quella di Nicoletta Strambelli e quella dell’artista cantante.

Fognini colpisce ancora, il ritorno di Alexander Zverev in America

Fognini

Fabio Fognini: un talento nero messicano per l’Italia che mette ko in finale l’argentino Juan Martin Del Potro (che poi, per problemi al polso, si ritirerà e salterà il torneo di Toronto). Fuori John Isner, il ritorno di Andy Murray e il trionfo di Alexander Zverev. I ritiri dello stesso britannico (prima per le ‘maratone notturne’ all’Atp di Washington e poi anche dal successivo Atp di Toronto, per seguire i suoi tempi di recupero fisici lunghi dopo il ritorno dalla prolungata assenza per l’intervento all’anca di inizio anno, in gennaio scorso) e di Serena Williams (‘per motivi personali’ alla Rogers Cup); infine il ‘cambio generazionale’ con l’invasione dei Next Gen. Intanto, nel femminile, si fanno largo la Kuznetsova e la Buzarnescu rispettivamente al Wta di Washington e al Wta di San Josè. Su questi binari si è articolata l’ultima settimana di tennis precedente agli importanti appuntamenti dell’Atp di Toronto e del Wta di Montréal (meglio noto come Rogers Cup).

All’Atp di Los Cabos Fabio Fognini si presenta con delle treccine, che ha dovuto sfoggiare a seguito di una scommessa persa -ha spiegato in conferenza stampa-. Tuttavia quello che è emerso, non è solo e non tanto il suo look diverso, ma il talento messo in campo dal campione azzurro. Il ligure è parso molto ispirato, a tratti persino ingiocabile, con un’esecuzione ben riuscita da tutti i punti di vista. Può a ben ragione essere definito un talento dunque nero, per la carnagione molto abbronzata che presentava; messicano per il fatto di aver vinto in Messico (dopo il trionfo a Bastad in Svezia). Raccoglie l’eredità del trionfo di Matteo Berrettini della settimana precedente (a Gstaad in Svizzera). Dunque per entrambi è una sana competizione e uno stimolo continuo che si mette in moto per tutti e due, il fatto di primeggiare in maniera equilibrata e tenere alti i colori azzurri. Con la vittoria all’Atp di Los Cabos Fognini sale di una posizione nella classifica mondiale, attestandosi al n. 14 del ranking mondiale. Insegue sia la top ten (molto vicina per lui, un obiettivo non da escludere da qui a fine anno) e il suo best ranking (la posizione n. 13 del mondo, che dovrebbe riuscire a raggiungere in questo 2018, come accadde nel marzo del 2014). Soprattutto la carica gli deriva dal riuscire a competere con dei top players a pari livello. In finale a Los Cabos batte niente poco di meno che Juan Martin Del Potro per 6/4 6/2. Nel primo set l’argentino era avanti 3-0, il ligure non solo ha rimontato sino al 3-3, ma ha fatto break, si è portato sul 4-3, ha tenuto il servizio ed è andato a condurre per 5-3; poi il favorito (in quanto prima testa di serie del seeding) ha manutenuto il proprio servizio e, al successivo turno, l’azzurro (e testa di serie n. 2 del tabellone) ha chiuso il primo set; più in discesa il secondo; Fabio con il rovescio e le palle corte ha fatto ciò che voleva, si è divertito anche ad accelerare e lasciare andare il dritto a tutto braccio, anche con buone percentuali alla battuta. Ineccepibile e nulla da dire né criticare. Sembrava una sorta di Monfils azzurro (con le treccine e la carnagione scura, anche se mancavano alcuni centimetri del gigante francese) oppure un nuovo Guillermo Coria (altro campione argentino del passato): un po’ ci somigliava; ma inutile fare paragoni, perché Fognini è Fognini e quando decide di giocare c’è ben poco da fare se non correre a rincorrere i suoi colpi rapidi, veloci, profondi e (perché no?) anche potenti. Un talento naturale, difficile da paragonare o imitare, perché ha una sensibilità di corda molto rara e un’istintività nell’approccio alla palla originale. Del Potro, tra l’altro, in semifinale ha battuto Dzumhur (testa di serie n. 3, per 6/3 7/6) che aveva sconfitto il nostro Thomas Fabbiano con un doppio tie-break.

Se dal Messico ci spostiamo a Washington, vediamo i giocatori essere refrigerati ai cambi-campo da ventilatori per le alte temperature, sebbene il maltempo abbia rovinato un po’ alcune giornate (soprattutto le prime); tanto che Andy Murray ha terminato la sua partita contro Copil alle ore 3 di mattina; conclusa tra le lacrime con il punteggio di 6/7 6/3 7/6, il campione britannico ha deciso poi di ritirarsi il giorno dopo accendendo un’aspra polemica con gli organizzatori. In compenso lo spettacolo qui a Washington D. C. è stato offerto tutto da quattro talenti Next Gen: il tedesco Alexander Zverev, il greco Stefanos Tsitsipas, l’australiano Alex De Minaur e il russo Andrey Rublev. A trionfare è stato il primo, che ha dimostrato una netta superiorità rispetto agli altri; perfetto per tutto il torneo, evidentemente aveva una carica emotiva in più, che gli ha permesso anche di battere il fratello Misha per 6/3 7/5 (ai sedicesimi). In finale si è scontrato con l’australiano Alex De Minaur che, però, deve aver sentito la tensione della finale ed è apparso meno ‘efficace’ che nel turno precedente nella semifinale contro Rublev (in cui ha rimontato al terzo set, sotto del primo, in un mega-partitone straordinario in cui entrambi hanno eseguito colpi eccezionali). 5/7 7/6 6/4 il punteggio che ha regalato un posto in finale a De Minaur, apparso però come ‘bloccato’ contro Zverev, forse sentendo la maggiore presenza in campo del tedesco, più a suo agio con appuntamenti fondamentali del genere. Alexander ha regolato l’avversario facilmente per 6/2 6/4: senza storia il primo set, nel secondo Alex De Minaur stava man mano emergendo e prendendo campo, ma bravo il tedesco a ‘controllarlo’. Così come aveva fatto contro Stefanos Tsitsipas in semifinale: stesso punteggio; non male per un avversario molto insidioso come il greco. Gracile, esile, ma molto agile, rapido, veloce, combattivo, respinge tutto e recupera ogni colpo con una regolarità sorprendente e azzardando anche qualche discesa a rete. Tuttavia, quanto aveva giocato splendidamente ai quarti contro il belga David Goffin (dominandolo per 6/4 6/1, in un match a senso unico), quanto non ha reso contro il tedesco: è apparso molto falloso, quasi non riuscisse a tenere lo scambio, male con il servizio, era molto nervoso, tanto da darsi delle botte in testa. Invece la forza di Zverev è stato proprio il giocare in sicurezza e tranquillità, sicuro delle sue capacità e in scioltezza, ma soprattutto con convinzione e sbagliando pochissimo. Una forza mentale, dunque, più che fisica la sua.

Se un’altra sorpresa all’Atp di Washington l’ha regalata la testa di serie n. 2 John Isner (uscendo subito contro la wild card Noah Rubin per 6/4 7/6), al Wta di San Josè invece un’altra americana è uscita prima del previsto: stiamo parlando proprio di Serena Williams (che ha perso 6/1 6/0 da Johanna Konta al primo turno). Se poi la britannica è arrivata sino ai quarti di finale, a contendersi il titolo sono state due tenniste che stanno cercando di imporsi maggiormente sulla scena mondiale. Ovvero la rumena Buzarnescu e Maria Sakakri: entrambe quest’anno hanno ottenuto risultati importanti e soddisfacenti, ma alla fine l’ha spuntata la rumena per 6/1 6/0: poco altro da dire o da aggiungere se non da rilevare la caparbietà con cui la Buzarnescu scende in campo e lotta, cerca continuamente il vincente e la vittoria. Del resto era carica e molto motivata anche a seguito della conquista della semifinale contro la favorita Elise Mertens: la belga ha perso al terzo set per 4-6 6-3 6-1. La rumena, con il conseguimento del titolo al Wta di San José diventa la n. 20 al mondo per la prima volta (un traguardo importante per lei raggiunto di cui può ritenersi più che soddisfatta, molto faticato e sudato, a coronare un buon 2018 per lei). Classe 1988, così giovane, la tennista di Bucarest entra nella top 20 dunque ed ora, per le avversarie, è assolutamente da tenere d’occhio e temibile, perché il suo percorso d’ora in avanti può essere solo che in ascesa e in miglioramento; difficilmente regredirà vista la tenacia, il carattere e il suo mordente.

Mentre al Wta di Washington sono state altre due tenniste ugualmente in auge a disputare la finale: Svetlana Kuznetsova e Donna Vekic (fidanzata di Stan Wawrinka). Ad imporsi è stata la prima al terzo set, con il punteggio di 4-6 7-6(7) 6-2. Un’occasione persa per la Vekic, che ha buttato via una partita pressoché quasi vinta. In vantaggio sempre fino al 4-1 del secondo set, quando ha avuto la palla del 5-1 e servizio a sua disposizione invece è stato 4-2 per la russa (con il game dunque conquistato da Svetlana). A quel punto la russa ha cominciato a caricarsi e crederci ed ha pareggiato i conti, portando l’altra al tie-break; a quel punto è partita subito avanti la Kuznetsova e la Vekic è apparsa molto stanca, sempre a rincorrere il punteggio fino a che non ha perso il tie-break; in quel momento per la russa il gioco era fatto, tutto a suo favore ed ha dominato il terzo set su una ‘sfinita’ Donna Vekic che ‘arrancava’ ai cambi campo. Probabilmente hanno pesato ed inciso molto prima le palle break sciupate per il 5-1 nel secondo set e poi il tie-break sfumato e non maturato: molto fallosa al servizio, ha cominciato a commettere anche qualche doppio fallo in più del previsto (da stanchezza per l’appunto crediamo) propri nel tie-break che per lei sarebbe stato decisivo per chiudere il match. Ma Svetlana l’ha fatta correre molto e spostare parecchio in campo; recuperava quasi tutto e per fare il punto Donna era costretta a spingere molto sui colpi, rischiando anche tanto. E di certo questo non l’ha favorita.

Tennis. Successo italiano con Berrettini. Precisione da talento svizzero

Matteo-BerrettiniUn altro successo per l’Italia e stavolta doppio (in tutti i sensi). È riuscita, infatti, l’impresa a Matteo Berrettini di conquistare sia il titolo in singolare che in doppio (in coppia con l’altro connazionale Daniele Bracciali, e ciò vale ancor di più per i colori azzurri) in Svizzera: un successo tutto italiano all’Atp di Gstaad. Il tennis maschile nostrano si aggiudica così un altro campione, a soli 22 anni. Un talento dalla precisione tutta svizzera, allora pare proprio il caso di dire. Si tratta del giovane romano Matteo Berrettini, che in finale ha battuto la testa di serie n. 2: lo spagnolo Roberto Bautista Agut. Nella finale maschile di doppio, invece, la coppia tutta italiana -formata da Matteo con Daniele- si è imposta su quella composta da Denys Molchanov ed Igor Zelenay con un doppio tie-break: vinto per 7 punti a 2 il primo e per 7 punti a 5 il secondo e decisivo, che ha decretato il trionfo degli azzurri al J. Safra Sarasin Swiss Open di Gstaad.
Dunque ora il campione italiano avrà ancor più responsabilità con questa vittoria nel difendere ed imporre il tennis italiano nel mondo e tenerne alti gli onori a livello internazionale. E sicuramente ne sente tutto il peso, a partire dalla consistenza ponderale della coppa che ha dovuto alzare (con gioia, ma faticando non poco) qui in Svizzera. Scherzi a parte, sembra davvero pronto. Per sua stessa ammissione, nella settimana dell’Atp di Gstaad ha espresso il suo miglior tennis, con una qualità di gioco elevatissima. Non ha dimenticato di rivolgere un ringraziamento alla sua famiglia che lo ha sempre supportato, sostenuto ed accompagnato ovunque, indispensabile alla sua crescita umana, professionale ed atletica. Un esempio di umiltà e genuinità significativo, poiché non ha nascosto la sua incredulità, la positiva sorpresa inaspettata ricevuta di ritrovarsi a festeggiare un trionfo importante, quasi un trampolino di lancio giunto imprevisto. Ancora non ci credeva che aveva raggiunto tale traguardo e se l’è voluto godere tutto sino all’ultimo.

Atp di Gstaad. Del resto i suoi colpi e il suo percorso qui in Svizzera non hanno lasciato spazio ad equivoci. Per arrivare alla finale ha battuto, in fila, Rublev (con un doppio 6/3 netto), poi Feliciano Lopez (per 6/3 6/4, non male per un avversario sempre ostico), poi il qualificato Jurgen Zopp (per 6/4 7/6), giocando un tennis strepitoso e vendicando il connazionale Fabio Fognini (reduce dalla vittoria in Svezia, ma sconfitto in tre set proprio da Zopp qui in Svizzera con il punteggio di 6/1 3/6 6/3). Infine l’exploit nel big match della finale contro il veterano e favorito Bautista Agut; esperto ed abile, lo spagnolo era dato per vincitore assoluto indiscusso; poche le chances riservate a Matteo. Invece, sin da subito, il romano ha messo le carte in tavola. Il primo game è durato tantissimo (più di otto minuti) e Berrettini ha avuto subito l’opportunità di portarsi avanti di un break (poi sfumata, così come nel secondo set). Si è arrivati, così, ad un giusto tie-break che Matteo ha ben gestito (conquistandolo per 11 punti a 9). Lottato anche il secondo set, soprattutto nel primo game, ma poi il giovane italiano ha trovato il break decisivo, che ha mantenuto e che lo ha portato a chiudere il secondo parziale per 6/4.

Un 7/6 6/4 che dice molto. Un punteggio molto gratificante, visto l’avversario; ma soprattutto è stata la qualità di gioco del romano -molto convincente- ad entusiasmare: le ottime percentuali di servizio, soprattutto di prime e di aces (circa 15), sono indice di una tecnica più che valida alla battuta, favorita dall’alto del suo metro e 93 di statura. Però la differenza l’ha fatta in particolare con un colpo: il passante lungolinea alla sinistra dell’avversario in top spin (inside in), specialmente di rovescio, ma anche in dritto a sventaglio. Eccezionale veramente, ha scatenato l’appaluso del pubblico più volte, quasi in una standing ovation. Inoltre apprezzabile il suo impegno per migliorare, con la volontà di venire in avanti a rete, in attacco, giocando in avanzamento, ma difendendosi anche molto bene (con buoni passanti). Serio e solido, Matteo non ha tremato neppure nei momenti di maggiore difficoltà, ma è rimasto concentrato e ha reagito; tanto da mettere lui in difficoltà un avversario esperto come Bautista Agut, anche nello scambio da fondo basato su regolarità di scambi lunghi da cui la testa di serie n. 2 ha tentato alla fine di uscire venendo avanti a rete, ma trovandosi spesso ‘infilato’ dal passante vincente di Berrettini.
Atp di Amburgo. Il giovane romano classe 1996 si avvicina così sempre più alla top 50, raggiungendo l’attuale n. 54 della posizione nel ranking mondiale. Speriamo sia solo l’inizio di un lungo cammino sempre più ricco di soddisfazioni per lui. E, a proposito di settimane di tennis spettacolare e di miglior gioco espresso, non si può non rilevare quella ugualmente di Nikoloz Basilashvili. Da qualificato è andato a vincere niente di meno che un prestigioso torneo quale l’Atp di Amburgo, su un altro veterano come Leonardo Mayer, che altrettanti grandi cose aveva fatto vedere durante la ‘sua’ settimana qui in Germania. L’aria tedesca lo ha particolarmente ispirato, ma soprattutto lo ha incoronato con il suo primo titolo Atp in carriera. Il tennista georgiano diventa, dunque, n. 35 nel mondo impedendo a Leonardo Mayer di portare a casa per la terza volta il titolo qui in Germania. Lo si ricorderà lo scorso anno quando si commosse per la vittoria dedicandola al figlioletto (presente anche quest’anno in braccio alla mamma ovvero sua moglie), imponendosi sul tedesco Florian Mayer (stesso cognome per curiosa coincidenza) per 6-4 4-6 6-3; l’argentino, poi, lo aveva già conquistato nel 2014 vincendo sullo spagnolo David Ferrer per 6/7 6/1 7/6 (in rimonta, al terzo, partendo sotto di un set). Eppure anche in questo 2018 è stato il Mayer di sempre, preciso e solido; ma non abbastanza per piegare il georgiano. Quest’ultimo potente particolarmente col dritto, è stato incisivo con le accelerate da fondo che hanno spiazzato l’avversario, lasciandolo fermo, quasi attonito e a tratti scoraggiato e rinunciatario, quasi rassegnato. Dopo aver vinto bene il primo set per 6/4 (trovando il break decisivo nel finale, dopo un gioco molto lottato ed equilibrato), Basilashvili si è un attimo come deconcentrato; o almeno ha avuto un lieve calo, con una diminuzione delle percentuali al servizio, che lo ha mandato in confusione e l’altro è entrato sempre più in partita rifilandogli un netto 6/0; bravo nel finale Nikoloz a rientrare, riuscendo ad andare a vincere per 7/5 (set simile al primo, con un solo break decisivo, ma ottenuto più tardi perché ancor più conteso quale parziale in quanto fondamentale). Una prova di gran carattere e concentrazione, di enorme forza di volontà e dedizione, di impegno massimo per il georgiano (sostenuto molto sugli spalti tra il pubblico, con striscioni affettuosi per lui). Finalmente l’incoronamento di un giusto riconoscimento di merito per il grande lavoro svolto in quest’ultimo periodo soprattutto (quando si era fatto di più notare anche a Roma agli IBI). Basilashvili aveva rincorso altre due volte il primo titolo Atp in un paio di occasioni, in anni diversi: nel 2016, quando perse la finale di Kitzbühel contro Paolo Lorenzi (che si impose per 6/3 6/4) e nel 2017 (l’anno dopo dunque) quando fu sconfitto a Memphis da Ryan Harrison (che gli rifilò un netto e severo 6/1 6/4). Ad Amburgo ha colpito la solidità di Basilashvili, in grado di battere molti avversari ‘regolari’. Partito dalle qualificazioni, ha sconfitto -in rassegna-: il tedesco Tobias Kamke, poi Jurgen Melzer, poi Philipp Kohlschreiber in tre set (il tedesco si è arreso solamente col punteggio di 7/5 1/6 6/4), poi Pablo Cuevas (sconfitto per 7/6 6/4), poi un altro Pablo -stavolta Carreno Busta (testa di serie n. 3 del tabellone)- battuto con lo stesso score, infine la durissima semifinale contro Jarry (vinta in tre set per 7/5 0/6 6/1). Se consideriamo, da ultimo, il risultato della finale (6/4 0/6 7/5), rileviamo quanto non sia stata facile né da poco l’impresa che ha compiuto di risollevarsi dopo aver incassato un cappotto come un 6/0, che avrebbe messo ko chiunque, soprattutto dopo essere stato avanti di un set. Reagire, ritrovare le redini del gioco e del comando del match e vincere la partita tornando a dominare non era affatto scontato; e Basilashvili ci è riuscito per ben due volte: considerato out, fuori dalla partita, è rientrato a pieno ed è andato a vincere. Da vero campione ‘mentale’, dando una prova di solidità di nervi degna del miglior Roger Federer (per tornare alla Svizzera prima citata per il nostro Berrettini).

Atp di Atlanta. E se prima abbiamo citato Ryan Harrison e la conquista pluriennale qui ad Amburgo di Leonardo Mayer, una situazione simile ci riporta all’Atp di Atlanta; dove era di casa John Isner. Il campione americano si conferma appunto campione di casa qui al BB&T Atlanta Open, che ha vinto ben 5 volte con questa, di cui questa del 2018 è la seconda consecutiva e la seconda di seguito proprio contro Ryan Harrison. Il connazionale americano non è riuscito a vendicare la sconfitta dello scorso anno incassata dal campione, che gli aveva rifilato un doppio tie-break nel 2017. Quest’anno, invece, quanto meno lo è riuscito a portare sino al terzo set; ma forse per John proprio per questo ha più valore tale vittoria. Isner ha dato prova di grande reattività, con una reazione di orgoglio proprio nel finale, che forse il pubblico non si aspettava più. Forse era semplicemente ancora stanco (dalla maratona contro Anderson a Wimbledon) o provato dal caldo, forse deconcentrato oppure un po’ demotivato (nel senso con la testa più rivolta alla futura nascita della sua bambina che sulla vittoria). Se ha affermato che per assistere alla nascita della sua primogenita lascerebbe persino di corsa gli Us Open, forse poi ha riflettuto su quanto tenesse a questo torneo e quanto l’Atp di Atlanta gli abbia dato. Anche in semifinale aveva faticato a vincere e stentato contro Ebden (archiviato solo al terzo set, per 6/4 6/7 6/1). Nella finale, invece, il punteggio è stato di 5/7 6/3 6/4; dunque John ha dimostrato che quando gioca non ce n’è per nessuno, soprattutto perché si regge sulla sua battuta potente e su un record di aces che ogni volta mette a segno. Contro Ebden, infatti, aveva vinto il primo set, poi si è rilassato, ha commesso qualche errore in più ed ha perso il secondo ad un tie-break molto equilibrato; ma poi, quando è rientrato nel match e ha ripreso a giocare e a controllare la partita, ha dilagato per 6/1, senza troppa possibilità di recupero per il britannico. Contro Ryan, invece, ha rischiato ancor di più, se possibile, perché era sotto di un set 7/5 e sembrava quasi assente dal match. Poi è come se avesse riflettuto che si stava giocando una finale a quanto ci tenesse e così è entrato davvero in partita e ha dominato i successivi due set per 6/3 6/4 molto facilmente. Quello dell’Atp di Atlanta è davvero il suo torneo. E forse è proprio quello che si è detto John Isner (“questo è il mio torneo”), ripensando ai traguardi qui raggiunti. Ricordiamo in rassegna le 5 vittorie cumulate: la prima risale al 2013 contro Kevin Anderson (lo stesso della strepitosa semifinale di Wimbledon); altrettanto dura fu quella finale di Atlanta, con tre tie-break molto lottati giocati, ma alla fine la spuntò Isner (e non Anderson come a Wimbledon): dopo aver perso il primo, vinse gli altri due. Poi fu la volta della conquista del titolo sia nel 2014 che nel 2015, battendo prima Sela (per 6/3 6/4) e poi Baghdatis (con un doppio 6/3). Infine dello scorso anno abbiamo già detto: fu un doppio 7/6 rifilato sempre a Ryan Harrison ad incoronarlo re del BB&T Atlanta Open. Se lo sponsor era ben visibile nella palazzina alle spalle del campo dove hanno disputato i match i tennisti, sembra quasi una dedica non solo agli atleti, al tennis, ma anche ai raccattapalle. BB&T può significare sia bed&breakfast e tennis (con la T maiuscola da notare), ossia il tennis vissuto in pieno, come in vacanza, tra mondanità e massimo divertimento, goduto in toto e in estremo relax e agio, usufruendo dei migliori servizi qui all’Atlanta Open. Ma quest’ultimo e la città di Atlanta riconoscono anche il merito dei raccattapalle quasi. BB potrebbero essere le iniziali di ball-boys in inglese, perché anche loro fanno parte della squadra dell’organizzazione che mette in moto un torneo di successo del genere, facendole uno dei punti di forza.

A parte il gioco di parole, se BB&T è un’assicurazione bancario-finanziaria per gli utenti, per l’Atp di Atlanta averla come main sponsor significa garantire la sicurezza della qualità del tennis quasi, come la banca fornisce agli utenti garanzie sulla sicurezza e l’affidabilità delle transazioni finanziarie. Se la garanzia di sicurezza è essenziale per ogni tipo di operazione economica, allora (metaforicamente) potremmo dire che anche i ball-boys -e tutto l’apparato di accoglienza e di ricettività (tipo un bed &breakfast)- lo sono per la riuscita del torneo. Invece, per quanto riguarda il vincitore, il successo di un campione quale Isner dipende tutto assolutamente dal suo servizio: quando la battuta ha funzionato meno si è perso un po’, mentre si è ritrovato non appena ha ritrovato anche le percentuali al servizio. Sicuramente questo per lui è stato il coronamento di un anno fortunato: dopo il matrimonio, la prossima nascita della figlia, il buon exploit a Wimbledon, con la conquista del trofeo qui ad Atlanta, John può considerare la stagione di questo 2018 assolutamente ben riuscita.

Barbara Conti

Atp di Umago e di Bastad: in Svezia e in Croazia due tornei per gli azzurri

tennis cecchinato

Quest’anno gli Atp di Bastad (in Svezia) e di Umago (in Croazia) sono stati due tornei “azzurri”. Infatti la presenza trionfante dei tennisti italiani ha dominato. Nel primo in singolare si è imposto Fabio Fognini; nel secondo Marco Cecchinato. Il primo è arrivato in finale anche in doppio, insieme a Simone Bolelli. Tra l’altro il bolognese partiva dalle qualificazioni in singolare ed è giunto sino ai quarti dove ha perso da Gasquet. Il tennista di Budrio, però, si è tolto la più grade delle soddisfazioni: quella di eliminare al primo turno la testa di serie n. 1, ovvero Diego Schwartzman. Certo i due atleti azzurri non sono riusciti a portare a casa il titolo in doppio, ma hanno regalato molte emozioni. Non da ultimo, dei sorrisi sono venuti dalla videochiamata (al figlio Federico ed alla moglie Flavia Pennetta probabilmente), dopo la vittoria, del tennista ligure (mentre mandava dei baci affettuosi). Enorme la sua soddisfazione. Per quanto abbia ringraziato tutti gli organizzatori per l’ottima gestione del torneo appunto, però forse è stato un po’ pregiudicante per la coppia azzurra giocare immediatamente dopo (circa mezzora) che Fognini (attuale n. 13 del ranking) aveva disputato la finale: faticosa, tra l’altro, perché terminata al terzo set e molto lottata con Gasquet. Dopo aver finito il match decisivo, infatti, è dovuto di nuovo scendere in campo nella finale di doppio, subito a seguire. Evidentemente stanco, non è bastato un generoso Bolelli (che molto si è impegnato e ha cercato di fare, dandosi da fare per prendere l’iniziativa): ha dominato il gioco più rapido e veloce della coppia avversaria, basato su attimi, in cui occorrevano solo saldi riflessi per rispondere ad attacchi sporadici ed estemporanei; un po’ di sfortuna ha fatto il resto -con colpi usciti davvero di poco-. Un terzo set forse sarebbe stato giusto, ma non c’è stato. Forse se Fabio avesse speso meno nella finale di singolare le cose sarebbero potute andare diversamente. Sicuramente bello il fatto di aver ritrovato questa coppia solida di nuovo insieme, da veri amici, compagni di squadra in Coppa Davis e campioni seri. Non è da escludere, infatti, che Fabio abbia scelto di disputare il torneo di Bastad invece che quello di Umago proprio per la presenza dell’amico. Il ligure, infatti, in Croazia avrebbe difeso il titolo, conquistato due anni prima, quando vinse in finale nel 2016. Certo qui in Svezia i due atleti azzurri avrebbero potuto scrivere un esito diverso all’ultima pagina, se gli organizzatori avessero concesso una pausa più lunga al neo campione: giocare alle ore 18 invece che alle 17 italiane la finale di doppio non sarebbe poi cambiato molto per loro, ma avrebbe dato più tempo di recupero al ligure.

Tante le emozioni che gli azzurri hanno comunque regalato; innanzitutto il fatto che Bolelli stesso era ad un passo dalla semifinale e tutti gli italiani sognavano una finale tutta azzurra tra Fabio e Simone. Invece il tennista di Budrio si è fatto sorprendere dal talentuoso e coraggioso Laaksonen, in una rimonta strepitosa. Il nostro giocatore conduceva 6/1 (tutto facile e senza storia il primo parziale, quasi un’esibizione di tutto il suo miglior tennis e dei suoi colpi più belli e talentuosi; un vero e proprio show per Bolelli); poi avanti 3-0 con break nel secondo, sembrava tutto fatto, storia conclusa e invece il mach si è riaperto con la rimonta di Laaksonen fino al 3-3 e poi il break che lo ha portato in vantaggio sul 6-5, dove ha servito e chiuso per 7/5. Al terzo Bolelli è stato sempre più in difficoltà e si è piegato all’avversario, complice anche un po’ di stanchezza. Ma tanto amaro per lui, che è uscito dal campo molto rattristato e deluso per l’occasione sfumata.

Altre emozioni sono venute anche da Marco Cecchinato. Il tennista siciliano in Croazia ha dato proprio spettacolo, vincendo una finale giocata benissimo contro l’argentino (molto insidioso) Guido Pella. 6/2 7/6(4) il risultato finale, che dimostra quanto l’italiano sia partito bene e abbia dominato il primo parziale, mentre nel secondo stava rischiando di far rientrare in partita Pella (era avanti di un break) e si è andati al giusto tie-break, dove ha giocato benissimo: più aggressivo, rischiando di più e soprattutto regalando pochi punti e pochi errori all’avversario (dopo i primi punti persi, ha conquistato gli ultimi tutti di fila). Ormai il tennista nostrano è diventato n. 22 del mondo e si prepara già ai discorsi finali di ringraziamento a chiusura di premiazione come i veri campioni; davanti agli occhi soddisfatti della fidanzata sugli spalti, oltre ai suoi di gioia. E Cecchinato ha continuato a fare bene anche all’Atp di Amburgo, dove ha vinto un primo turno non facile contro il francese Gaël Monfils, decisamente in giornata. Dopo aver trovato il break decisivo nel primo set, che ha chiuso per 6/4, il francese si è portato subito avanti nel punteggio, dominando la partita con un gioco molto aggressivo e mettendo in seria difficoltà Marco, che non sembrava molto in giornata. Tutti ormai lo davano già negli spogliatoti e sotto la doccia, altri lo criticavano perché non aveva partecipato invece a Gstaad (da non confondere con il nome simile del torneo di Bastad, almeno nella pronuncia), dove c’era meno competizione, invece che giocare un torneo così importante come quello qui in Germania. Al contrario, scelta decisamente coraggiosa di confrontarsi con i più grandi in un torneo come quello di Amburgo (sempre di prestigio) proprio per crescere di più tennisticamente. Sugli spalti ad assistere al suo match c’era proprio la testa di serie n. 1 Thiem. L’austriaco, tra l’altro, si è sbarazzato facilmente del giovane francese Corentin Moutet per 6/4 6/2, ma il ragazzo ha fatto vedere molte cose buone (soprattutto con grossi colpi in accelerata), ma Dominic ha giocato in maniera strepitosa piazzando ogni tiro alla perfezione, da tutti i punti di vista, con delle mazzate da manuale, quasi a punire il più giovane ‘esordiente’, annichilendolo e imponendosi con il dominio e l’egemonia del più forte ed esperto, del più ‘anziano’ verrebbe da dire, ma vista la giovane età dei due non è forse il termine più adatto. Per quanto riguarda l’azzurro, invece, Marco Cecchinato pian piano ha ritrovato la fiducia e la concentrazione, riuscendo a pareggiare i conti nel secondo set per poi andare in vantaggio e portare il match al terzo set. La chiave è stata proprio la smorzata millimetrica che ama eseguire e che gli riesce alla precisione, ma drop-shot che lo stava tradendo in questa circostanza in cui era soprattutto Monfils a rifilargli delle spinose e velenose palle corte. Dopo aver vinto il secondo set per 6/3, con il break decisivo sul 5-3, nel terzo aveva più sicurezza di sé e la lotta è stata più alla pari. Match equilibrato che, ancora una volta, il siciliano ha sbloccato con il break fondamentale nel finale, strappando il servizio avanti sul 5-4. Non facile giocare dopo la finale in Croazia, con appena un giorno di recupero: la stanchezza sicuramente si faceva sentire. Bravo a rimanere calmo e concentrato. Ad Amburgo, poi, a proposito degli avversari di Bolelli- da segnalare che Laaksonen ha perso da Bedene (per 6/3 1/6 6/4), mentre Schwartzman ha vinto al terzo sul giovane Ruud (per 6/4 2/6 6/2). Anche Gasquet, avversario in finale di Fognini a Bastad dicevamo, ha conquistato il derby francese contro Paire per 7/6 6/4, come già accaduto in maniera simile contro Chardy ad s-Hertogenbosch dove in finale riuscì a portare a casa il titolo per 6/3 7/6.

A proposito dell’Open in Svezia, Fognini ha vinto bene il primo set in finale proprio contro Gasquet per 6/3; poi si è un po’ deconcentrato ed è come uscito dal match (molto falloso e quasi irriconoscibile), merito anche del campione transalpino, che si è imposto nel secondo parziale per 6/3; ma nel terzo è stata la reazione d’orgoglio del tennista ligure che non ha lasciato più scampo a Gasquet: ha iniziato ad avere fretta di chiudere e nel giro di poco il campione azzurro ha messo il sigillo sul torneo per 6/1; un parziale netto che gli rende merito e gli fa di certo onore. Grande prova di maturità la sua, soprattutto per il montare della stanchezza. Tra l’altro nelle semifinali Fognini aveva avuto un duro match (speculare, in cui si era fatto rimontare nel secondo set, avanti di uno) contro Fernando Verdasco: show di Fognini nel primo che rifila un severo 6/1 allo spagnolo; innervosito, l’altro ha reagito diventando sempre più aggressivo e riuscendo a sfruttare un lieve calo del ligure per strappargli il servizio, trovando il break per portare a casa il secondo set per 6/4. Poi Fognini ha riordinato le idee (infatti stava insistendo troppo sul pericoloso dritto mancino di Verdasco e stava scambiando troppo da fondo con lui; un gioco più aggressivo a rete gli è stato utile) ed è riuscito a venire a capo di un difficile ed equilibrato terzo set, che ha chiuso per 7/5. Buone, soprattutto, le percentuali di servizio, in particolare di prime, del tennista azzurro in questo torneo. Di certo non è stata una semifinale così faticosa come la sua, quella del francese Gasquet (che ha imposto un netto 6/2 6/3 in poco più di un’ora a Laaksonen). Questo nella finale tra i due si è sentito. Proprio Laaksonen ha impedito di avere Bolelli (un altro italiano) in semifinale. Il bolognese vince bene in maniera convincente ai quarti il primo set per 6/3. Mette in scena davvero un buon tennis di ottimo livello, con accelerazioni di precisione e potenza, buon servizio (con qualche aces) e solido da fondo nello scambio, ma a suo agio anche in attacco in avanzamento a rete. Sembrava tuto facile e destinato ad evolversi per il meglio. Nel secondo set, infatti, il tennista di Budrio conduceva 3-0. Poi, forse un po’ di stanchezza, forse un po’ di deconcentrazione, forse un po’ di sfortuna complice, ha iniziato a commettere qualche errore gratuito in più (con qualche palla uscita di pochissimo) e lo svizzero è riuscito a strappargli un 6/2 e a portarlo al terzo set. Un po’ innervosito, infastidito e confuso, è sembrato un po’ disorientato, quasi a chiedersi: ma come ho fatto a perdere il secondo set per 6/2? La verità è che lo ha fatto scambiare troppo da fondo, mentre avrebbe dovuto attaccarlo di più col dritto ad uscire in avanzamento (schema che per lui si è dimostrato vincente). Allungando gli scambio da fondo lo ha rimesso in partita e l’altro ha trovato ritmo e regolarità e si è fatto più insidioso. Tanto che, nel finale di partita, era il tennista di Budrio a sbagliare di più e l’altro è riuscito a fargli il break necessario che gli ha regalato la semifinale e il 6/4 decisivo. Un posto in semifinale che forse Bolelli aveva intravisto troppo presto, dando per finita una partita che stava appena cominciando e aprendosi. Comunque si è dimostrato un tennista molto cresciuto, in grado di esprimere un buon tennis, con un buono schema in attacco, da vero tennista di doppio (e forse da erba più che da terra). Comunque resterà quel memorabile 7/6 6/3 che ha rifilato a Schwartzman in un’ora e 54 minuti di gioco all’Atp di Svezia. In sintesi; Atp di Bastad e di Umago: tre finali (due di singolare e una di doppio) per tre campioni, tre talenti azzurri.

Per quanto riguarda, infine, i loro avversari citati, possiamo dire che (al successivo torneo di Amburgo), Monfils ha perso dall’argentino Leonardo Mayer per 6/1 7/6; mentre Schwartzman si è poi sbarazzato con un doppio 6/2 del giovane tedesco Masur al secondo turno; mentre Verdasco è stato sconfitto al terzo set (dopo una dura battaglia) dal talento brasiliano Tiago Monteiro, con il punteggio di 3/6 6/2 7/5 a favore del più giovane tennista.

Barbara Conti

Wimbledon 2018: tornano due ex numeri uno, Nole e Kerber

Wimbledon

Un numero uno lo è per sempre. Anche quando non vince un torneo ed esce ai quarti, come Roger Federer (lo svizzero è stato battuto da Anderson in 4 set: per 6/2 7/6 5// 4/6 11/13); o come Rafael Nadal (che ha perso in semifinale da Novak Djokovic: per 4/6 6/3 6/7 6/3 8/10); o come Juan Martin Del Potro (uscito ai quarti proprio per mano di Rafa, ma vero campione atletico: più volte a terra, è caduto, ma si è rialzato ed ha lottato ‘generosissimo’ fino all’ultimo. Chapeau. Del resto il punteggio ben evidenzia la dura lotta dei due: l’argentino si è arreso allo spagnolo solo al quinto set, 5/7 7/6 6/4 4/6 4/6; ce l’ha messa davvero tutta). Anche quando ritorna da un lungo e grave infortunio, come Novak Djokovic. Anche quando rientra da mesi dopo la maternità e un parto cesareo che ne ha ostacolato il recupero, come Serena Williams. Anche quando ti piovono addosso critiche e malelingue ti dicono che ‘la tua luce si è spenta’ o ‘sei finita’ oppure ‘non sei più quella di una volta’ (esagerando, ma non troppo, perché a volte la stampa sa essere molto dura e i fans stancarsi presto degli in-successi e non hanno la pazienza di capire il momento ‘no’ o di grave difficoltà di un’atleta): come Angelique Kerber (ma anche per Nole stesso c’è stato l’identico discorso). Invece eccoli tutti qua a disegnare l’edizione 2018 di Wimbledon, ognuno mettendo a suo modo il proprio sigillo. E poi ci sono i numeri uno dentro, il talento evidente anche se non si afferma con primati di vittorie: quelli dei campioni della passione, della sportività, dell’umiltà, della generosità, dello spirito di sacrificio, campioni di talento ed umanità che contribuiscono ugualmente a scrivere la storia del tennis; come il finalista Kevin Anderson e/o John Isner. E poi, a tale proposito, come non citare -ancora una volta- l’esempio di impegno di Del Potro e/o quello di umanità ed umiltà di Rafael Nadal: rispetta sempre ogni avversario e gli altri campioni, che gli danno modo e gli stimoli giusti per migliorarsi continuamente -afferma-; molto amichevole nel dare sempre una parola di conforto e di amichevole stima, anche con un abbraccio sincero molto sportivo a fine partita (proprio come accaduto contro Del Potro, dopo averlo sconfitto; o dopo aver perso in semifinale contro Nole).

E poi ci sono i numeri da record paralleli, che si cerca di rilevare ad ogni edizione, in particolare di uno Slam: e questo sicuramente spetta alla semifinale durata sei ore e 36 minuti tra Isner ed Anderson appunto. Dall’altro lato, ancora, ci sono inoltre anche i record non numerici, ma ‘di colore’: e questa di quest’anno a Wimbledon è stata un’edizione particolare per vari momenti ‘colorati’. Per dirla con una canzone, con Shakira e il ritornello del suo brano-tormentone “Waka waka”: “This time for Africa…’cause this is Africa”. In sintesi dice, tradotto dall’inglese: “questo tempo è per l’Africa perché questa è l’Africa”. Come noto la cantante colombiana lo interpretò con il gruppo sudafricano Freshlyground quale inno ufficiale dei mondiali di calcio FIFA 2010, svoltisi appunto quella volta in Sudafrica. Sebbene i mondiali di calcio 2018 abbiano visto trionfare in Russia la Francia, noi riadattiamo il testo per omaggiare il finalista sudafricano Kevin Anderson. Commovente il suo discorso: nel ringraziare la sua bellissima moglie, ha detto che avrebbe giocato altre 21 ore pur di rivivere le emozioni della semifinale e della finale di Wimbledon. Così come ha emozionato il ringraziamento di Nole nel riconoscere il valore umano, morale -oltre che atletico e professionale- dell’avversario; poi si è commosso nel vedersi applaudito ed evocato dal figlioletto Stefan (“è il mio miglior sparring partner” -ha scherzato il quattro volte campion qui a Wimbledon). L’ex n. 1 è davvero tornato. Lui stesso ha avuto dei dubbi seri, ha spiegato, e non è stato neppure facile recuperare dall’infortunio e dall’intervento al gomito. Ma eccolo di nuovo qui, più grintoso che mai. Senza il sostegno della moglie Jelena (che soffriva nel suo angolo, prima di scoppiare in un’esultazione di gioia finale) e di tutti quelli che hanno creduto in lui, lo hanno sostenuto e hanno lavorato con lui, probabilmente non ce l’avrebbe fatta. Ha dominato una finale non facile contro uno stanco Anderson: un doppio 6/2 iniziale nei primi due set senza dover far troppo, poi ha controllato bene un match che gli stava sfuggendo di mano (che stava diventando pericoloso perché il sudafricano si stava facendo sempre più insidioso), con Kevin che stava entrando in partita (anche con il servizio micidiale) e al tie-break ha giocato splendidamente i punti decisivi: da campione, da vero n. 1, con autocontrollo e grinta, serafico. E non si è deconcentrato neppure nella semifinale contro Nadal: giocata in notturna col campo coperto e l’illuminazione artificiale (perché posticipata a causa delle sei ore e mezza dell’altra semifinale maschile), ha iniziato subito aggressivo e alla grande, portandosi avanti due set a uno. Poi al rientro, il giorno dopo prima della finale femminile, è apparso meno in forma e i due tennisti sono andati al quinto set; ma, dopo aver concesso il quarto set, nell’ultimo e decisivo parziale si è di nuovo fatto più solido. Forse giocare con il campo chiuso non ha agevolato Nadal; forse il dover tornare di nuovo in campo il giorno dopo l’interruzione di una notte non ha facilitato Djokovic nel chiudere il match. Forse lo spagnolo non ha particolarmente brillato nel gioco a rete quando è avanzato (ma coraggioso ed apprezzabile nel suo avanzare al net) e Nole, invece, avrebbe dovuto attaccarlo maggiormente, mentre ritornava indietro dopo aver accelerato con i passanti, ancorato a fondo. Però sono stati comunque due campioni che hanno dovuto affrontare situazioni di disagio nel giocare e le hanno accettate con sportività. Al serbo, comunque, funziona di nuovo molto bene il servizio (e questa è una nota più che positiva).

Sicuramente da record la semifinale di John Isner contro Anderson: sei ore e 36 minuti, una delle più lunghe della storia del tennis, seconda solo alla partita che lo stesso Isner ha sostenuto contro Nicolas Mahut e durata ben 11 ore e 5 minuti. L’esito è stato da record e l’ultimo set (senza tie-break) è durato un’infinità: 7/6(8) 6/7(5) 6/7 6/4 26/24 per il sudafricano. Del resto l’equilibrio del match già si vedeva dall’indicazione delle teste di serie: 8 Anderson e 9 Isner. L’americano è uscito dal campo barcollando, stremato: non ce la faceva più, si è fatto mandare anche degli altri integratori, aveva vesciche alla mano che si è fatto più volte fasciare. Ha messo a segno il record di aces, delle vere e proprie ‘sassate’. Ma, soprattutto, con Anderson sono stati campioni di umanità, abbracciandosi sportivamente a fine match. Isner, del resto, ha già vinto: sugli spalti sua moglie in dolce attesa è il più bel regalo e premio che potesse ricevere dalla vita e già quello lo ripaga di ogni fatica e sofferenza. Così come ha già vinto Serena Williams: l’americana non ha recuperato la forma fisica e ha perso la finale anche malamente per certi versi (con un netto doppio 6/3 dalla tedesca Angelique Kerber); ma anche lei non avrebbe pensato mai di poter tornare a giocare ed arrivare sino in fondo al Grand Slam di Wimbledon. È tornata a giocare “per tutte le mamme” come lei e ha dedicato loro il traguardo di finalista raggiunto. Ovviamente ciò merita un plauso, così come era stato ben gradito questo messaggio al Roland Garros quando scelse di giocare con una tuta nera aderente -disegnata a posta per lei su sua esplicita richiesta- (a difesa e sostegno della ‘maternità’ per così dire).

E se la finale maschile è stata quella che più ha emozionato, per popolarità segue solo quella storica tra Borg e McEnroe (al centro dell’omonimo film uscito al cinema), Wimbledon ha avuto i suoi Borg e McEnroe: sia nei finalisti Nole e Anderson (il primo ha un bel caratterino come John, mentre l’altro sembra di una fredda lucidità come Borg; ma poi anche Nole ha disegnato il campo splendidamente come su un foglio di carta); sia tra gli spettatori. Infatti lo spettacolo è stato anche assicurato tra gli spalti, dalla presenza di molti fan che avevano la stessa fascia e pettinatura tipo Borg. Tra l’altro Borg è venuto ad assistere ai match, come la Navratilova, la Martinez e la Bartoli. E come i Reali. La semifinale maschile è stata seguita con attenzione da Kate e Megan (che amichevolmente hanno avuto degli scambi di opinione tra loro, durante le varie pause, con dei bei sorrisi); mentre alla finale maschile hanno partecipato William&Kate. Non certo facile giocare con la loro presenza.

Infine di questo Wimbledon rimarrà un po’ di colore azzurro. Camila Giorgi è arrivata sino ai quarti dove ha perso al terzo set proprio da Serena Williams: dopo aver vinto il primo set per 6/3, ha incassato dall’americana -e dalla sua risposta e reazione d’orgoglio- un altro 6/3, prima che l’ex campionessa affondasse definitivamente la marchigiana per 6/4; ma l’italiana diventa così n. 35 al mondo e questo è un success enorme per lei. Fabio Fognini ha vinto il derby italiano contro Simone Bolelli (in tre set netti per 6/3 6/4 6/1). Thomas Fabbiano ha eliminato (giocando una partita strepitosa) l’elvetico Stan Wawrinka (continua il momento di difficoltà dello svizzero), in tre set in un match straordinario e molto lottato – con tanto equilibrio e due tie-break -: 7/6(9) 6/3 7/6(8) il punteggio finale.

Infine è stato un Wimbledon dai due volti: positivo per la copertura del Campo Centrale, negativo per il persistere dell’impossibilità di giocare il tie-break al quinto set, il che strema gli atleti, laddove ci sarebbe l’opportunità almeno di un match tie-break decisivo in via ipotetica o comunque quando si potrebbero senz’altro trovare altre alternative; già arrivare e uscire al quinto set (giocando tre su cinque e non al meglio dei tre set) è già un bel test molto importante per i tennisti. Sarà ripetitivo, inutile e retorico sottolinearlo, ma ci sembra quanto mai significativo.

L’erba londinese del Queen’s incorona un Cilic smagliante, ma Nole c’è

cilicE, se si tratta di parlare dei tornei su erba preparatori a Wimbledon 2018, non si può non citare il centrale Atp del Queen’s. Che dire? Non se ne può non discutere, soprattutto perché quest’anno in particolare ha riservato grosse e piacevoli sorprese. Dopo Stoccarda (dove c’è stato il ritorno di Roger Federer con la vittoria su Raonic e la conquista di nuovo della prima posizione mondiale) i riflettori erano tutti puntati sull’Atp di Halle e su quello del Queen’s londinese. In Germania lo svizzero cercava il bis tedesco: invece in finale si è dovuto arrendere al giovane croato Borna Coric che ha vinto a sorpresa il primo set al tie-break per 8 punti a 6: un tie-break particolarmente lottato seguito a un set in cui i due tennisti si sono sempre rincorsi, facendosi reciprocamente punti straordinari per rispondere a punti altrettanto eccezionali ed errori sorprendenti per cumulare regali all’avversario su altri doni equivalenti di gratuiti inaspettati; di solito l’elvetico sa sempre giocare meglio i punti decisivi invece qui ha sbagliato, anche con dritti clamorosamente mandati fuori, quelli più importanti; e sono state palle uscite non sempre di poco, dunque per lui sia sfortuna che cali di concentrazione o di stanchezza. È stato un Federer non solo un po’ deconcentrato, ma anche tanto nervoso, forse innervosito dalle polemiche con lo sponsor Nike e sul suo nuovo futuro contratto con Uniqlo. E questo è stato uno dei connotati curiosi e divertenti che hanno caratterizzato il suo esordio al primo turno a Wimbledon, contro Lajovic: non solo ha vinto facile in tre set netti per 6/1 6/3 6/4, ma a fine match, quando è andato a firmare autografi, una ragazza lo ha avvicinato chiedendogli in un cartellone giallo la sua fascia; lui l’ha cercata nel suo borsone e gliel’ha donata divertito e sorridente, felice della vittoria agevole. Invece all’Atp di Halle non era riuscito ad esprimere questo tennis e man mano si era lasciato sorprendere da un coraggioso Coric, sempre più aggressivo, che ha spinto di più nei momenti clou del match venendo anche avanti a rete (a costo di sbagliare qualche volée clamorosa). Il merito dell’impegno è stato premiato, per il giovane tennista che è rimasto sempre concentrato e non ha mai mollato. Dopo il duro primo set e tie-break, Coric ha avuto un calo nel secondo set che ha perso per 6/3, ma poi è ritornato subito alla grande nel terzo dove ha dominato con un netto 6/2: evidente la delusione e l’amarezza dello svizzero, che si è complimentato tuttavia con il giovane e talentuoso avversario, dispiacendosi di non aver espresso il suo miglior tennis al massimo come sempre. Sicuramente il croato si era avvalso del ritiro in semifinale di Bautista Agut per infortunio sul 3-2 e gli ha giovato aver giocato così poco ed essere arrivato fresco all’appuntamento decisivo con lo svizzero. Invece il n.1 in semifinale se l’era dovuta vedere con un altro giovane talento emerso: quello di Kudla, che ha sconfitto solo per 7/6 7/5; tra l’altro lo svizzero nei quarti con lo stesso punteggio aveva eliminato Ebden, mentre Kudla a sua volta aveva battuto Sugita (per 6/2 7/5), in grado di rifilare un netto 6/2 7/5 a Thiem, e Coric aveva sconfitto il nostro Andreas Seppi (per 7/5 6/3); forse invece Bautista Agut ha pagato il duro scontro di quarti contro Chacanov (3/6 7/6 6/3 il parziale a favore dello spagnolo), che aveva rifilato un doppio 6/2 a Nishikori. Dunque fuori Thiem, Nishikori c’era più spazio per Coric, dopo che aveva eliminato al primo turno la testa di serie n. 2 Alexander Zverev per 6/1 6/4 (ma visibile il suo problema fisico alla coscia, con una doppia fasciatura e la fatica a correre evidente). Se Coric porta un po’ d’Italia in Germania (poiché si allena con Riccardo Piatti), ad Halle subito in apertura derby italiano tra Seppi e Matteo Berrettini: quest’ultimo perde dall’altoatesino per 6/3 7/5; sfortunato il romano anche nel sorteggio di Wimbledon dove, al primo turno, troverà Jack Sock (l’americano è testa di serie n. 18).
Se la vittoria ad Halle è un ottimo risultato e nessuno toglie valore e merito al croato, dall’altro lato è vero che subito in apertura a Wimbledon non è riuscito a replicare l’esito positivo di tale vittoria: infatti il croato partiva da testa di serie n. 16, ma ha perso immediatamente contro il Next Gen Medvedev per 7/6(8) 6/2 6/2, tre set netti di cui un tie-break seguito da un doppio 6/2 finale molto drastico sono un invito a Borna a migliorarsi perché i margini che ha sono tanti.
E proprio in vista di Wimbledon, oltre a Federer, sono da tenere a mente e d’occhio proprio i due finalisti dell’Atp del Queen’s: Marin Cilic e Novak Djokovic. Il serbo è assolutamente ritrovato e il croato è assolutamente in fiducia. Nole ha mostrato un’ottima forma fisica e mentale, i colpi da manuale di sempre e sembra sentirsi decisamente ritornato e pronto a lottare per riconquistare i primati del passato e la vetta della classifica mondiale a pieno regime. Questa è la buona notizia, che lo ha caratterizzato in maniera costante per tutto il torneo del Queen’s. Dall’altro lato deve continuare ancora a giocare tanto e il più possibile per ritrovare la resistenza dei tempi migliori. Nella finale contro Cilic, infatti, era partito molto bene, ma è sembrato accusare un calo fisico che gli ha provocato una fase di lieve appannamento che non gli ha permesso di vincere, ma gli ha fatto perdere una finale lottata e abbordabile assolutamente per lui. Cilic del resto era in forma smagliante e testa di serie n. 1; eppure Djokovic riesce a strappargli il primo set subito in apertura per 7/5, poi però nel secondo set lottano in equilibrio entrambi molto e si va al tie-break, ma Nole se lo fa ‘soffiare sotto il naso’ per 7 punti a 4; questo è il momento decisivo che farà rigirare la partita: il serbo si innervosisce, il croato ritrova fiducia e coraggio e prende sempre più campo; nel frattempo un po’ di sfortuna clamorosa per Nole e un po’ di stanchezza per il serbo, lo fanno sbagliare qualcosina in più che pregiudicherà l’esito del terzo set, che perderà per 6/3 (quasi come avesse ceduto rassegnato ad un certo punto, crollando stavolta anche fisicamente). Comunque l’ex n. 1 è assolutamente in corsa per Wimbledon con i più forti, dove può arrivare tranquillamente sino in fondo al torneo e fino agli ultimi turni (laddove non a conquistare il titolo come più volte in passato). Da notare al torneo del Queen’s l’arrivo in semifinale di Nick Kyrgios: l’australiano ha battuto al primo turno proprio Andy Murray in tre set (per 2/6 7/6 7/5); peccato che poi si sia preso una multa per imprecazioni in campo e apertura del codice di comportamento antisportivo per non aver giocato in campo, ma per aver buttato via i punti. Il giovane ‘aussie’ ha perso in semifinale contro Cilic con un doppio 7/6: il primo per 7 punti a 3, il secondo per 7 punti a 4; l’australiano cercava qui al Queen’s il riscatto dalla semifinale persa contro Federer a Stoccarda. Djokovic, invece, in semifinale a Londra ha battuto il francese Chardy per 7/6(5) 6/4, che aveva vinto il derby transalpino con Richard Gasquet nei Paesi Bassi all’Atp 250 di ’s-Hertogenbosch.