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Barone Rosso

Il popolo sovrano non sbaglia mai

Il popolo sovrano si è espresso. La Democrazia è salva. La riforma costituzionale promossa da Renzi e da Boschi, sostenuta dalla forze governative è stata nettamente respinta. Le reazioni dei mercati, le fibrillazioni, la volatilità non si sono manifestate. Anzi.

Ha senza dubbio pesato la rabbia e la frustrazione di buona parte della popolazione, di coloro che si sono sentiti danneggiati dal Governo Renzi, di una classe media sempre più povera ed a cui si voleva ulteriormente ridurre la voce in capitolo.

E’ vero  anche che il vento del cosiddetto “populismo” spira in tutto il mondo, ma il voto popolare ha innanzitutto respinto una riforma costituzionale raffazzonata, messa insieme con logiche da supermarket: ti vendo un pacchetto con qualcosa di buono (riforma del Titolo V, abolizione del CNEL) e qualcosa di molto meno buono (riduzione della Democrazia e vassallaggio del Senato).

Un risibile risparmio economico, rilanciato da una instancabile propaganda, non è stato tuttavia sufficiente a convincere la stragrande maggioranza degli Italiani a rinunciare al proprio spazio democratico, conquistato in decenni di lotte politiche.

Matteo Renzi ne ha preso atto. Il suo errore più grande è stato forse quello di non capire il momento: ha continuato a puntare sulle riforme costituzionali anche quando non aveva più i numeri sufficienti in Parlamento, sperando in un esito positivo del referendum confermativo che ai suoi occhi probabilmente avrebbe sostituito quella investitura popolare che non aveva avuto, non essendo mai stato eletto in Parlamento. Ha sprecato tre anni fondamentali, tre anni in cui abbiamo goduto della protezione della politica monetaria espansiva di Draghi e dei conseguenti tassi bassi, in cui avremmo dovuto riformare profondamente economia, giustizia, burocrazia di questo Paese.

La Borsa sembra comunque aver reagito bene all’esito referendario ed alle dimissioni di Renzi. Smentite quelle cassandre catastrofiste che fino a pochi giorni orsono prevedevano sui mercati finanziari, nel migliore dei casi volatilità temporanea nel peggiore il caos incontrollato. Scriveva Munchau sul Financial Times un paio di settimane fa: “On December 5th, Europe could wake up to an immediate threat of disintegration” ovvero il 5 dicembre l’Europa si sarebbe risvegliata con la minaccia immediata di disintegrazione. Riflettiamo anche su questo.

Per definizione quando si esprime in termini democratici, il popolo sovrano non sbaglia mai. Ed occorrerebbe ricordarselo sempre. Allo stesso tempo sono ancora troppo pochi coloro che hanno finora ammesso, seguendo l’esempio di Renzi, il clamoroso errore politico commesso: sostenere in Parlamento una riforma sonoramente bocciata dalla popolazione. Sarebbe il caso di fare autocritica, anche interna, prima di volgere lo sguardo alle future battaglie.

E fra queste quella la prioritaria è approvare una legge elettorale proporzionale, che prenda atto dei tre poli oggi esistenti nell’arco istituzionale. Il sole, oggi, risorge sull’Italia.

Barone Rosso

Riforma costituzionale
il dibattito entra nel vivo

Il dibattito sulla riforma costituzionale inizia a scaldarsi ed i sostenitori del SI e quelli del NO si mobilitano e si contrappongono sempre più vivacemente in vista del referendum che dovrebbe tenersi il prossimo autunno. A maggior ragione perché gli ultimi sondaggi indicano un certo equilibrio tra i due fronti, anche se la percentuale degli indecisi è ancora prevalente. Quindi i giochi sono tuttora molto aperti, vieppiù considerando che questo tipo di referendum non necessita di un quorum, cioè di un numero minimo di votanti.

Enrico De Nicola firma la CostituzioneIn questo contesto, i sostenitori del NO si ritroveranno il prossimo 25 luglio alle 17 presso la Biblioteca della Camera dei Deputati . L’occasione è la presentazione del libro “NO allo sfregio della Costituzione” della  Licosia Edizioni.

Il volume raccoglie le riflessioni a sostegno del fronte del “NO” al referendum costituzionale di Nunziante Mastrolia, Arnaldo Miglino, Felice Besostri, Alfiero Grandi, Paolo Cirino Pomicino, Rino Formica, Danino Toninelli, Luigi Compagna, Giuseppe Gargani, Domenico Gallo, Domenico Argondizzo, Giampiero Buonomo, Ennio Di Nolfo e Franco Mari.

Si tratta di una raccolta di scritti che ha l’obiettivo di confutare le ragioni che il governo Renzi adduce a sostegno della corposissima riforma costituzionale. Nello specifico si mostra come la questione della riduzione dei costi della politica è pericolosissima se applicata a quegli istituti che caratterizzano una moderna democrazia. Se riduzione dei costi deve esserci – si chiedono gli autori – perché andare a menomare proprio gli istituti attraverso i quali si esprime la volontà popolare come il Parlamento, ed il Senato nello specifico. La riduzione dei costi è un tema molto delicato, che se portato alle estreme conseguenze potrebbe avere effetti distruttivi: una sola Camera costa molto meno di due, ed un Parlamento chiuso costa ancora di meno.

Ancora più inconsistente è il tema di una riforma costituzionale da attuarsi per poter avere un maggiore sviluppo economico. L’Italia ha conosciuto una fase di straordinario sviluppo economico con la costituzione del ’48 vigente. Il che significa che quel testo costituzionale e quegli istituti non sono di impedimento alla crescita economica.

Quanto poi all’altro cavallo di battaglia dei novelli padri costituenti, vale a dire quello dell’accelerazione dell’iter legislativo, basti dire che il buon Parlamento non è quello che fa tante leggi, ma quello che fa buone leggi che durano nel tempo. Ed ancora questo Paese soffre per una eccessiva proliferazione legislativa, tanto è vero che da anni è in vita un Ministero per la Semplificazione legislativa, ora guidato dall’on. Marianna Madia. Delle due l’una: o è necessario sfoltire la selva delle leggi o plasmare le istituzioni in modo che possano produrre sempre più leggi.

Tutto ciò, rende tali riforme un pericoloso guazzabuglio al quale è necessario opporsi. E ad opporsi scendono in campo anche importanti menti politiche della Prima Repubblica, come a rimproverare una nuova classe politica, eccessivamente boriosa e poco consapevole di quanto le liberal-democrazie siano un meccanismo complesso, delicato e fragile.

Barone Rosso


Copertina libro No allo sfregio della CostituzioneAutori Vari
No allo sfregio della Costituzione
Pp 246 – Euro 18,00
LICOSIA EDIZIONI

Portogallo, non caos

In Portogallo si è votato per il rinnovo del Parlamento lo scorso 4 ottobre, con legge elettorale proporzionale senza sbarramento. Il partito del premier uscente aveva ottenuto il 36,8% dei consensi, mentre i socialisti di centrosinistra si sono fermati al 32,4%. Il giorno dopo le elezioni i titoli dei principali quotidiani italiani erano i seguenti: “Il centrodestra di Coelho vince in Portogallo. Ora il rebus delle alleanze” (Corriere della Sera), “In Portogallo vince il centrodestra, ma senza maggioranza assoluta” (La Stampa), “Portogallo, la coalizione di centrodestra sotto la maggioranza assoluta. Il fronte guidato dal premier Passos Coelho vince ma non trionfa” o infine “Lisbon’s centre-right PM defies austerity curse in lesson for left” (ovvero Il premier di centro-destra di Lisbona sfida la sciagura dell’austerità dando una lezione alla sinistra, Financial Times).

In televisione si è potuto assistere alle usuali scene di giubilo dei vincitori. Insomma, il 5 ottobre per tutti i media il vincitore era Coelho, solo perché, semplicisticamente, il suo partito aveva preso più voti degli altri.

Il Presidente della Repubblica portoghese ha così dato mandato a Coelho di formare un Governo e trovare la maggioranza che lo sosteneva. Peccato però che l’operazione non sia riuscita, cioè Coelho non sia riuscito ad ottenere la maggioranza in Parlamento. Non vi erano altre formazioni politiche disposte a sostenere il suo programma.

Quindi il Presidente della Repubblica ha dato mandato al leader del Partito Socialista portoghese Antonio Costa di formare un Governo e trovare la maggioranza. Da notare che Costa aveva dichiarato che non avrebbe fatto alleanze con il centrodestra.

E vuoi anche perché a sinistra del Partito Socialista vi erano altri partiti più piccoli rappresentati in Parlamento, disponibili a sostenere un Governo socialista ma non uno di centrodestra, Costa è riuscito nell’impresa di formare un Governo socialista, sostenuto da una maggioranza che include anche Verdi e Comunisti. Dopo 51 giorni dalle elezioni, Costa è stato nominato ufficialmente Premier.

L’Avanti! ha seguito le elezioni con impeccabili articoli, tra gli altri si segnalano quelli di Giuseppe Guarino, a cui si rimanda per tutte le informazioni del caso.

Quello che preme qui sottolineare è come, nonostante una legge elettorale proporzionale, nonostante la notte delle elezioni il premier in pectore fosse Coelho, nonostante i media europei avessero di fatto assegnato la vittoria al centrodestra, il Portogallo è oggi governato da una coalizione di centrosinistra. Semplicemente perché questa detiene la maggioranza dei seggi in Parlamento, specchio di una maggioranza di consenso nel Paese.

Si è vero, ci sono voluti quasi due mesi per ratificare questo risultato. Ma nel frattempo il Portogallo non è fallito e neanche l’Europa. Normali tempi tecnici.

Durerà, non durerà il Governo socialista portoghese: non lo sappiamo. Ma sappiamo che applicando una legge elettorale proporzionale senza sbarramento, quanto di meglio si possa chiedere in termini di democrazia, il Portogallo ha oggi un Governo con un orientamento politico ben definito.

Perché questo non dovrebbe essere possibile anche in Italia, dove di fatto stanno sorgendo a sinistra del Partito Democratico altre formazioni politiche che si rifanno ai principi di tutela del lavoro e dei lavoratori?

Con una legge elettorale ed un Governo simile, il Jobs Act che ha livellato i diritti dei lavoratori verso il basso, all’insegna della flessibilità senza sicurezza, sarebbe stato possibile? O invece si sarebbero estesi ai lavoratori più giovani i diritti del lavoro frutto di tante battaglie sindacali, producendo un innalzamento delle tutele per tutti?

Queste sono le stesse ragioni per le quali in Italia sarà difficile una modifica dell’Italicum, una legge che riduce gli spazi democratici nel nostro Paese, che ci viene propinata come strumento per conoscere subito chi ha vinto, per dare stabilità e così via dicendo. In realtà è stato concepito come strumento di conservazione, in caso di vittoria del PD, ma potrà rivelarsi strumento di cambiamento estremo, in caso di vittoria del Movimento 5 Stelle o della destra targata Salvini. E quale stabilità si potrà in ogni caso accampare se l’astensionismo sfiorerà, come alle ultime Regionali, il 50%? Quale senso di partecipazione potranno avere i cittadini da partiti che dicono tutto ed il contrario di tutto ed in cui non mancano le impronte populiste?

Riflettiamo dunque sul fatto che in altri Paesi europei non si è così stupidi da voler sapere la sera delle elezioni chi abbia vinto, ma si abbia invece il buon senso di avere Governi sostenuti da maggioranze le più rappresentative possibili delle volontà del corpo elettorale. Senza eccessive distorsioni.

Barone Rosso

Marino, lascia perdere i Fori …

Provate a chiedere ai cittadini romani che di buon ora si svegliano per andare a lavorare, che prendono la metropolitana e, quando sono fortunati, riescono a raggiungere la stazione Colosseo e, da lì, a continuano il viaggio verso l’ufficio in centro con un vecchio autobus se siano contenti dell’ultima spiazzante proposta di Ignazio Marino: pedonalizzare completamente i Fori Imperiali durante i giorni feriali. Se vi va bene, vi manderanno a quel paese.

Davvero quest’ultima proposta, che giunge fuori tempo massimo, testimonia come il sindaco Marino sia poco allineato con i reali bisogni della città di Roma. Da questo giornale avevamo in passato dato fiducia ad Ignazio Marino ed alla sua giunta; nonostante i trasporti in sfacelo, la spazzatura abbandonata sulle strade, il degrado imperante, si diceva: diamo tempo ad Ignazio Marino, che sta rivoluzionando una città, ed aspettiamo i risultati positivi della sua azione. Lo stesso Marino era solito fare metaforicamente riferimento ad un trapianto: il malato era grave, dopo aver debellato la malattia, occorreva tempo per la convalescenza.

Purtroppo, però, con la sfiducia del Partito Democratico e di Sel e le dimissioni di Ignazio Marino occorre fare il punto ad oggi: e, ad oggi, i risultati amministrativi non sembrano certo brillanti. Colpa forse di un Sindaco troppo isolato, ma anche di chi doveva sostenerlo. Colpa forse di un sindaco privo di una squadra adeguata: troppi i contrasti, a volte tra gli stessi assessori e le società controllate dal Comune. Gli ultimi in ordine di tempo riguardano l’Atac e le dimissioni dei suoi vertici in polemica con l’assessore ai trasporti.

Si è dunque persa forse un’occasione unica, visto che raramente capita a Roma che consiglio comunale, o Assemblea Capitolina come pomposamente si chiama, e consigli municipali siano tutti retti da esponenti dello stesso colore.

In questo clima la proposta di pedonalizzare completamente i Fori Imperiali giunge fuori tempo massimo. Faceva parte di un progetto più ampio, che vedeva una ideale prosecuzione della passeggiata nel Parco del Colle Oppio, alle spalle del Colosseo. Fate un giro in questo parco ed ai Fori Imperiali durante il fine settimana: sporcizia e degrado nel Parco, alberi tagliati perché pericolosi e non ripiantati (anche ai Fori), verde non curato, giostrine per bambini vicino al pattume, arredi urbani inutilizzabili. Ed ai Fori taxi-risciò privi di qualsiasi autorizzazione e che mettono a repentaglio la sicurezza dei pedoni, venditori abusivi di generi alimentari e cianfrusaglie nonché artisti di strada improvvisati. Insomma un’area pedonale che nei fine settimana non è stata gestita e controllata come dovrebbe, complici forse anche i lavori per la Metro C. Figuratevi se quest’area dovesse essere pedonalizzata anche nei giorni feriali: per realizzare il desolante quadro sopra descritto, i cittadini romani, che in quei giorni sono soliti lavorare e prendere i mezzi pubblici, subirebbero notevoli disagi. E ragione hanno anche i tassisti, quando dicono che il loro percorso si allungherebbe di molto e dovrebbe passare per piccole strade tuttora già alquanto congestionate. Insomma, volente o nolente, i Fori Imperiali sono un’arteria di passaggio nella già congestionata Roma e non ne sarà possibile una completa pedonalizzazione fin quando non sarà realizzata la stazione della metropolitana a Piazza Venezia, se mai sarà realizzata. Chi conosce e vive la città lo sa.

A volte occorre essere umili. Il Sindaco ha rassegnato le dimissioni, non gode più della fiducia della sua città non avendo più il supporto dei consiglieri comunali che lo sostenevano. Dovrebbe prenderne atto. Se vuole perseguire il progetto della pedonalizzazione dei Fori Imperiali si ricandidi e, se sarà votato, potrà continuare nell’impresa, quando i tempi e lo circostanze lo consentiranno. Nel frattempo, nei pochi giorni che mancano di qui ad inizio novembre, quando Marino abbandonerà definitivamente Palazzo Senatorio, gli consigliamo di occuparsi dell’ordinaria amministrazione. Ci considereremmo già fortunati e gli saremmo grati se le strade di Roma fossero spazzate almeno una volta la settimana e non si verificassero ulteriori guasti sulle linee della metropolitana.

Barone Rosso

La crisi di Roma,
degrado chiama degrado

Roma_spazzaturaLa Grande Bellezza di Paolo Sorrentino o il Sacro G.R.A. di Gianfranco Rosi? Forse entrambi i film meritano di esser visti per farsi un’idea della Roma dei nostri giorni. Ancora meglio l’osservazione diretta della città, ma vi avvertiamo che un sentimento di profonda tristezza e rabbia può investirvi se, come il sottoscritto, deciderete di passeggiare in pieno centro in un sabato di metà giugno. A maggior ragione se amate la Capitale per la sua storia, i suoi monumenti e per quello che rappresenta per tutti noi italiani. Questo breve resoconto non vuole essere una critica al Sindaco Ignazio Marino, che pure sembrerebbe stia provando a fare qualcosa per riportare un po’ di dignità e moralità nel Senatus PopulusQue Romanus, ma una mera testimonianza.

Iniziamo la nostra passeggiata dal Parco del Colle Oppio, a cinquanta metri dal Colosseo. Un Parco che nelle intenzioni del Sindaco Marino avrebbe dovuto rappresentare l’ideale prosecuzione dei Fori Imperiali pedonalizzati. Un Parco frequentato, soprattutto nel fine settimana, da famiglie e turisti. Vediamo cumuli di rifiuti che pervadono le aree verdi, proprio vicino alle (malandate) giostre per i bambini, mettendo a repentaglio la salute dei frequentatori, soprattutto di quelli più piccoli che, come noto, tendono a raccogliere tutto da terra. Vediamo migranti che vi stazionano come accampati, senza che nessuno chieda loro i documenti per verificare quale sia la loro dimora. Vediamo fontanelle a cui si è costretti a rinfrescarsi ed abbeverarsi in mezzo al lerciume e, poco più in là, fontane monumentali che sono a secco, o meglio, con poca acqua stagnante e putrida all’interno. Vediamo dappertutto inferriate che segnalano lavori senza fine alla Domus Aurea e che, allo stesso tempo, ostacolano la visuale, precludono l’accesso ad alcuni settori del Parco, violentano il paesaggio. Ci troviamo in una delle aree verdi più centrali di Roma, alle spalle del Colosseo, un luogo che andrebbe tenuto come un gioiello, eppure non possiamo non notare uno stato di abbandono che fa male al cuore e di cui i turisti, sì, i turisti, loro per primi, si stupiscono.

Ma il degrado non colpisce solo le aree verdi. Restando in zona Colosseo, continuiamo la nostra passeggiata lungo i Fori Imperiali, dove ci imbattiamo in venditori abusivi, prevalentemente stranieri, che vorrebbero propinarci bastoni per fare autoscatto con i telefonini, i cosiddetti selfies, cappelli in simil-paglia, acqua in bottiglie di ignota origine, rose rosse non si sa dove spuntate o sottratte e via dicendo, come in una medina. Sembra che questi non abbiano minima consapevolezza della portata storica del luogo in cui si trovano e purtroppo, a lungo andare, rischiamo che questo accada anche a noi.

Decidiamo di uscire dalla bolgia e, deviando di duecento metri, dirigerci a Piazza Madonna ai Monti, la principale piazza del rione Monti, dove solo pochi giorni fa è stata riposta una targa alla memoria di Mario Monicelli. Il grande regista e sceneggiatore italiano, che in questo quartiere ha vissuto, si starà rivoltando nella tomba nel vedere come la fontana cinquecentesca che arreda la piazza sia contornata da personaggi che, dopo aver fumato e consumato alcool sui gradini ai bordi della fontana, buttano cicche e bottiglie vuote ovunque o, se va bene, in cartoni improvvisati (forse lì riposti da una manina interessata). Raccontano che a volte, se si è davvero fortunati, ci si può anche imbattere nello spettacolo di chi, in preda ai fumi dell’alcool, entra nella fontana vestito e, eccitato da una folla non meno alticcia, si esibisce in improvvisati spogliarelli. Peccato che neanche lontanamente ricordino quello famoso di Anita Ekberg nella Fontana di Trevi.

Consigliamo comunque a tutti di evitare di attardarsi, in quanto potreste ritrovarvi al buio, essendo la pubblica illuminazione non sempre assicurata. Si racconta che all’origine del fenomeno di intere strade con lampioni spenti vi siano furti di rame; tuttavia occorrerebbe porre rimedio al fenomeno e riparare questi lampioni in tempi brevissimi e non in mesi come talvolta accade. Inoltre di sera, nonostante la spazzatura in centro a Roma dovrebbe essere raccolta porta a porta, si rischia pure di inciampare nei sacchi neri di spazzatura lasciati qui e là, soprattutto da ristoranti ed alberghi, alla mercé di disperati.

Potremmo continuare, ma per il bene che portiamo nei confronti della nostra Città Eterna preferiamo non infierire. A buon intenditore poche parole: urge un cambio di passo da parte dell’Amministrazione capitolina per riportare decoro a Roma Capitale! A beneficio innanzitutto dei cittadini residenti che, a valle dei recenti aumenti delle rendite catastali, sono costretti a pagare salate TASI che dovrebbero garantire i servizi – illuminazione, pulizia, manutenzione delle aree verdi, ordine pubblico e sicurezza – di cui lamentiamo la mancanza. A beneficio, anche, dei turisti italiani e stranieri per i quali Roma rappresenta lo specchio dell’Italia e della nostra cultura.

Barone Rosso

PD-FI, la straordinaria convergenza

Viviamo in una situazione paradossale, non c’è che dire. Nei mesi scorsi Matteo Renzi ha scalato il Partito Democratico ed ha dato il benservito ad Enrico Letta, che pure con il suo Governo si era dato un orizzonte di diciotto mesi per fare alcune riforme istituzionali e poi tornare al voto.

Enrico Letta veniva infatti designato premier nell’aprile 2013 e se fosse rimasto al Governo ed i suoi programmi fossero stati rispettati, entro la fine del 2014 le riforme sarebbero state completate e saremmo prossimi al ritorno al voto.

Intanto è però arrivato Renzi che, dopo le consultazioni primarie, cioè una consultazione ufficiosa aperta non solo ad iscritti e simpatizzanti del Partito Democratico, ma a chiunque, ha scalzato Letta e si è insediato sia ai vertici del Partito che al Governo dandosi un orizzonte temporale di mille giorni per far cambiare l’Italia.

Con la sua azione di Governo, Renzi ha però di fatto modificato la linea rispetto al programma che gli elettori di centro sinistra avevano votato al momento delle ultime elezioni politiche, quando il PD era alleato con PSI e SEL nell’alleanza ‘Italia Bene Comune’. Quest’ultima alleanza, agli occhi degli elettori, lasciava presumibilmente intendere un programma di Governo ben diverso da quello attuale.

A riprova il fatto che, nonostante Berlusconi sia temporaneamente fuori dei giochi e fuori dal Governo, negli ultimi mesi si è registrata una forte convergenza di voto tra il Partito Democratico e Forza Italia: stando al sistema messo a punto dal sito Openpolis, si è scoperto che i due capigruppo di Forza Italia e del PD alla Camera, rispettivamente Renato Brunetta e Roberto Speranza, hanno espresso lo stesso voto in 436 occasioni su 667, per una percentuale di voto convergente pari al 65%. I capigruppo degli stessi partiti al Senato, Paolo Romani (FI) e Luigi Zanda (PD), entrambi presenti in oltre 2362 votazioni, hanno espresso una convergenza addirittura superiore al 90%. Forse anche questa convergenza è un frutto dell’accordo del Nazareno?

Veniamo così ai giorni nostri. Da un lato l’evento della Leopolda, palcoscenico celebrativo per Renzi e la sua squadra nonché occasione per raccogliere idee da amici e simpatizzanti.  Dall’altro la manifestazione della CGIL, durante la quale la Camusso ha ribadito la proposta di estendere giuste tutele a tutti i lavoratori, senza privarne chi attualmente ne gode. La manifestazione della CGIL ha visto la partecipazione di un milione di cittadini nonché di importanti esponenti della minoranza del PD.

È dunque evidente una spaccatura in seno al PD tra un’anima che potremmo, per intenderci, definire centrista ed un’anima più di sinistra dello stesso Partito. Le parti ancora si rispettano e non vogliono arrivare ad un aperto conflitto. Tuttavia i nodi stanno per arrivare al pettine: i parlamentari della minoranza PD, da Bersani a Civati, se ritengono di dover sostenere le istanze della piazza di San Giovanni allora, visto che siedono in Parlamento, è lì che dovrebbero efficacemente esprimere il loro dissenso non votando la fiducia al provvedimento sul Jobs Act in arrivo dal Senato.

Quali potrebbero essere le conseguenze? Per quanto detto sopra si cristallizzerebbe così una situazione di cui il Presidente della Repubblica non potrebbe non tener conto. Avremmo un Primo Ministro non eletto dai cittadini in Parlamento che non gode più del sostegno di una rilevante fetta di parlamentari del suo Partito. Matteo Renzi cosa potrebbe fare? Espellere tutti i parlamentari PD non allineati? Andare alla ricerca di una maggioranza parlamentare diversa, appoggiandosi esplicitamente a Forza Italia?

Se pure una nuova maggioranza fosse avallata dal Capo dello Stato, per quanto detto sopra si tratterebbe di una maggioranza simile a quella del Governo Letta, cioè una maggioranza al massimo destinata a completare poche riforme istituzionali e poi tornare al voto. Ma, anche in questo caso, a questo punto della storia occorrerebbe valutare se in Parlamento ci siano i numeri per effettuare realmente alcune riforme costituzionali o se sia poi comunque necessario ricorrere al referendum confermativo. Se dovesse valere la seconda ipotesi, anche l’idea di un Governo istituzionale potrebbe tramontare.

Non resterebbe dunque al Capo dello Stato che prendere atto della situazione e restituire la parola agli elettori. Con l’attuale sistema elettorale, cioè proporzionale, con le preferenze e senza sbarramenti, si potrebbe fare davvero chiarezza: le varie forze politiche avrebbero rappresentanti in funzione degli elettori che hanno loro espresso il voto e la preferenza. Sarebbe questo non solo il modo per approcciare le riforme con un più rappresentativo equilibrio tra le forze politiche, ma anche per verificare davvero il sostegno politico di cui gode Renzi e la sua squadra. L’imponente partecipazione alla manifestazione indetta dalla CGIL ed il calo degli iscritti in seno al PD, qualche segnale lo hanno pur lanciato…

Barone Rosso

L’Art.18 per non parlare
delle cose serie

A valle del Forum Ambrosetti, leggendo i giornali italiani ed esteri, si assiste ad una campagna mediatica che più o meno suona così: l’economia italiana va male, occorre agire con urgenza (l’urgenza è un elemento immancabile), la soluzione è la riforma dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.

Il Ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi non lo esclude in un’intervista sul Messaggero, dove parla della necessità di una rivalutazione di tutto lo Statuto dei Lavoratori. Sulla stessa linea il Ministro delle Finanze Pier Carlo Padoan che, dalle pagine del Financial Times, si aspetta una accelerazione del dibattito sulla riforma del mercato del lavoro. Lo stesso Ministro riconosce poi che gli ultimi dati sul calo dell’economia italiana, meno 0,2% nel secondo trimestre 2014, hanno sorpreso persino lui. Di qui l’urgenza di approvare le riforme. Non si sottrae al dibattito Giuliano Poletti, Ministro del Lavoro, che, a margine dell’inaugurazione nel bresciano di un nuovo stabilimento in cui si produrrà rubinetteria, dichiara che l’Italia guarda al modello tedesco, non a quello americano, confermando quanto aveva annunciato il premier Renzi nei giorni scorsi. E cogliamo qui l’occasione per ricordare che il modello tedesco prevede forme di cogestione con il coinvolgimento dei lavoratori nella governance aziendale.

Dinanzi a questo disco rotto, che peraltro ha la sfumatura di un déjà-vu, vengono in mente due considerazioni, una di forma e l’altra di merito, sempre che sia possibile separare i due piani.

Primo, tutti gli attori citati non sono membri eletti del Parlamento: Renzi, Padoan, Poletti e Guidi non sono stati eletti dai cittadini italiani in elezioni politiche. Si dirà che con la legge elettorale precedente, ovvero il Porcellum, poco sarebbe cambiato, visto che non vi sarebbe stata la possibilità da parte dei cittadini di esprimere le preferenze. Ma permetteteci almeno di replicare che, con le modifiche imposte al Porcellum dalla Corte Costituzionale, se non interverrà una nuova legge elettorale, e sempre che i predetti Ministri si candidino, avremo la possibilità di riscontrarlo in futuro.

Secondo: è mai possibile che quando si dibatta sui mali dell’economia italiana si atterri sempre e solo sulla necessità di riforma dello Statuto dei Lavoratori e in particolare dell’articolo 18, che, peraltro, coinvolge principalmente i lavoratori dipendenti del settore privato. È davvero questa la panacea di tutti i mali?

È mai possibile che privando il lavoratore del diritto a non essere licenziato senza una giusta causa, si risolvano i problemi italiani? Forse l’idea della nostra classe dirigente è inseguire la Cina? Diciamo Cina, e non USA, perché gli imprenditori italiani vorrebbero massima flessibilità e minimo costo; e nel mondo anglosassone la flessibilità si paga …

Battere sempre sullo stesso tasto, indica forse mancanza di visione da parte della nostra classe dirigente?

Perché non si arriva mai a fare quanto sarebbe davvero necessario per far ripartire l’Italia? Parliamo ad esempio dell’inefficienza della giustizia. Stando al rapporto Doing Business 2013 della Banca Mondiale, in Italia occorrono 1.210 giorni per concludere una controversia commerciale tra due imprese, a fronte dei 331 impiegati in Francia e dei 394 impiegati in Germania. Secondo la Banca d’Italia il malfunzionamento della giustizia civile costa l’1% del Prodotto Interno Lordo. Sulla giustizia, dunque, possiamo dire di essere al passo con l’Occidente?

È mai possibile che non si ritenga prioritario affrontare il problema dell’evasione fiscale, che sottrae all’erario una quantità elevata di gettito e aggrava il prelievo sui contribuenti onesti, oltre a generare condizioni di concorrenza sleale tra le imprese? L’economia sommersa, in base alle ultime stime, vale in Italia tra il 17% ed il 21% del PIL, ovvero oltre 300 miliardi di Euro. Basterebbe farne emergere la metà e tassarla, per avere risorse notevoli da impiegare nella nostra economia. A questo proposito perché non incentivare seriamente i pagamenti con moneta elettronica?

Possibile poi che non ci si renda conto che, prima di immolarsi sull’articolo 18, occorrerebbe tagliare il bosco di partecipazioni in perdita degli Enti Locali, che sono ottime per dispensare posti di lavoro improduttivi e poltrone a chi non meriterebbe, ma che sottraggono ingenti risorse alla nostra economia. Lo stesso commissario alla spending review Carlo Cottarelli indica che si potrebbero risparmiare 500 milioni di Euro nel solo 2015 se si sfoltissero e semplificassero le municipalizzate da 8.000 a 1.000.

Ed inoltre, è mai possibile che, prima di pensare all’articolo 18, non si pensi ad acquisire una maggiore indipendenza energetica, soprattutto alla luce dei conflitti che direttamente o indirettamente coinvolgono Paesi nostri fornitori, come Libia e Russia? Se si decidesse di dar seguito a 40 progetti estrattivi già pronti in Italia, si sbloccherebbero investimenti per circa 15 miliardi di Euro in quattro-sei anni, per stare alle stime del Ministero dello Sviluppo economico.

Ed infine, per restare al mondo del lavoro, è possibile che non si ritenga prioritario agire sulla apertura delle professioni intellettuali, riducendo il peso di Ordini ed Albi? Qualcosa su cui anche la Francia, con il plauso del Fondo Monetario Internazionale, ha ritenuto dover puntare. Nel solco dell’abolizione del numero chiuso di accesso alle università (almeno fino al termine del primo anno), occorrerebbe dunque ridurre i tempi di praticantato e le modalità di accesso alle professioni. Quanta vitalità e quante risorse si libererebbero nella nostra economia…

Quelli che precedono sono solo alcuni esempi di riforme che, a nostro umile avviso, sono prioritarie e ben più efficaci per la nostra economia rispetto a quella della modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Riforme che ci sentiamo di suggerire ai Ministri Padoan, Guidi e Poletti. Capiamo che siano difficili, ma se si è ritenuto di chiamare alla guida dei Ministeri economici persone non elette evidentemente è perché le si è ritenute particolarmente all’altezza del compito di traghettare l’Italia fuori dalla crisi.

Barone Rosso

Roma soffoca tra i rifiuti Non basta ricordare
i cattivi Sindaci passati

Rifiuti-RomaRoma città eterna, Roma dai mille monumenti e dalle mille chiese, Roma scenografia naturale di tanti film di successo? Oppure… Roma come immensa discarica? Da settimane si verificano disservizi nel servizio di raccolta dei rifiuti, che sono lasciati giacere in strada ad imputridire. Una situazione di degrado tale da far vergognare pubblicamente Bruno Vespa di essere residente nella Capitale. Ne è scaturita una polemica con il Sindaco Ignazio Marino, che ha invitato il giornalista a fare una trasmissione televisiva sul caso. Continua a leggere

IMU-Bankitalia, un groviglio dietro la gazzarra del M5S

Decreto IMU BankItaliaSul filo di lana, il Decreto IMU BankItalia è stato convertito in legge. Trascurato dai media, è tardivamente venuto alla ribalta anche se più per modalità, certamente non ortodosse come la gazzarra dei parlamentari del Movimento 5 Stelle, di ostruzionismo e protesta che non per la sostanza dei fatti. Proviamo a spiegare cosa è successo. Il decreto, ora convertito in legge, prevede che una parte dell’IMU abbonata ai cittadini italiani nel 2013 sia coperta tramite una entrata erariale straordinaria derivante dalla rivalutazione delle quote detenute da banche ed assicurazioni nella Banca d’Italia. Vi è quindi una certa correlazione tra le due questioni, anche se non così stretta, visto che le coperture IMU potevano essere recuperate in altre voci del bilancio pubblico. Continua a leggere

Una legge elettorale conservatrice

Diciamocelo con franchezza. La legge elettorale frutto dell’accordo Renzi-Berlusconi, il cosiddetto italicum, è una legge elettorale conservatrice. Una legge elettorale che all’altare di una (presunta) governabilità sacrifica la rappresentatività (certa). È una legge elettorale conservatrice perché mira a conservare le prerogative, non democratiche, del cosiddetto porcellum. In spregio anche a quanto recentemente sentenziato dalla Corte Costituzionale.

Due erano infatti i punti fondamentali per i quali la Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionale il porcellum: l’eccessivo premio di maggioranza e l’impossibilità di esprimere la preferenza sul candidato. Ebbene l’italicum invece di sanare questa situazione mira a riproporre un sistema che replica i difetti della legge Calderoli. Gli elettori non avrebbero la possibilità di scegliere i propri candidati. I piccoli collegi con liste bloccate da quattro o cinque candidati non sono infatti assimilabili alla possibilità di scegliere il candidato. Con la lista bloccata l’elettore che, ad esempio, preferisce il candidato in coda alla lista, ma non è in grado di esprimere la propria preferenza, vota la lista. Tuttavia se il numero dei voti che quella lista prende non è sufficientemente ampio, il candidato preferito da quell’elettore non sarà eletto. Si dice che questo sistema sia paragonabile a quello del collegio uninominale. Non è vero. Nel collegio uninominale ogni Partito deve candidare il candidato più forte in quel territorio, altrimenti rischia di perdere. Invece con l’italicum i Segretari dei maggiori Partiti possono mescolare a persone rappresentative sul territorio, ammesso che ne abbiano, anche propri uomini di fiducia. E magari assegnare i posti in lista in modo tale che le persone che più si spendono sul territorio facciano da civetta, mentre i propri fidati possano avere alla fine un posto sicuro in Parlamento. Comprensibile al riguardo la posizione di Berlusconi e anche quella di Renzi. Questa legge farebbe comodo a Berlusconi, che, grazie alla possibilità di schierare in prossimità degli appuntamenti elettorali una forza economica e soprattutto mediatica incontrastata, può agevolmente sopperire alla carenza di radicamento territoriale. Ma farebbe comodo anche a Renzi, che potrebbe, se la nuova legge elettorale fosse approvata in questi termini, tenere dal giorno seguente in scacco i Parlamentari PD, e non solo, con la minaccia di mancata ricandidatura.

L’altra caratteristica dell’italicum, che sembra non tenere in alcun conto quanto stabilito dalla nostra Costituzione, è il disposto combinato del premio di maggioranza del 18% che scatta al raggiungimento della soglia del 35% con la soglia di sbarramento del 5% o 8% per i partiti non coalizzati. Le caratteristiche del voto sono fissate dall’art.48 della Costituzione che sancisce che il voto, oltre ad essere personale, segreto, libero è anche eguale. E premio e sbarramento certamente fanno pesare il voto di un elettore che vota un piccolo Partito molto meno del voto di chi vota un grande Partito. Il voto non sarebbe così eguale.

Quindi il sistema che la Consulta con la sua recente sentenza ha riportato in auge, il sistema proporzionale, risulta essere il sistema meno distorsivo possibile, in cui la rappresentanza è garantita. Si vuole introdurre un premio di maggioranza, lo si può fare ma alzando la soglia di accesso al premio e riducendo il premio stesso. E soprattutto non ci si racconti ancora la favola della governabilità, della necessità di sapere il giorno dopo le elezioni chi abbia vinto, perché il porcellum, del tutto simile all’italicum, non ha prodotto negli ultimi anni la agognata stabilità politica ma, al contrario, ha pure selezionato una classe politica cortigiana e mediocre.

Barone Rosso