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Beniamino Ciampi

Scrive Beniamino Ciampi:
Il disagio abitativo
nelle inchieste TV

Uno squallore assistere alle varie inchieste televisive che si occupano del disagio abitativo in Italia.
Si può passare da “Ballarò” a “Dalla vostra parte” e ascoltare i grandi esperti da Sergio Rizzo a Mario Giordano fino a Del Debbio, che ostentano la più grande sicumera nel denunciare le cose che non vanno, senza mai entrare nei dettagli, senza mai chiedersi come si può fare manutenzione sulle case, se i canoni sono di qualche decina di euro al mese. Si propongono vendite di alloggi popolari per recuperare entrate da destinare al riutilizzo degli alloggi inagibili, senza capire che il patrimonio dell’edilizia residenziale in italia è non solo il più basso di tutta l’Europa, ma è del tutto insufficiente a dare una risposta efficace alle domande di alloggi sociali. Si parla di “social housing”, senza immaginare che la domanda di alloggi a canone moderato è di bassa intensità rispetto alla massa di domande per alloggi a canone sociale. Ci si sofferma sui debiti delle Aler, senza capire che essi sono generati dalla morosità degli inquilini e dalle integrazioni con mutui ai finanziamenti regionali o nazionali, quasi sempre parziali sui costi effettivi delle costruzioni. Ci si affonda la mannaia sulle occupazioni abusive, senza sapere che queste sono la risposta, sia pure sbagliata, alle assegnazioni di alloggi che spesso non arrivano a coprire la grande domanda di famiglie senza casa, senza lavoro, senza un tetto per i propri figli. Meno sfratti, più case.
A volte mi chiedo dove vivono questi soloni della stampa o di politici che non conoscono realtà come Quarto Oggiaro, Rozzano, o dei quartieri periferici di Roma.
Siamo pure a sostenere, come socialisti, il premier Renzi e la sua maggioranza, ma prima o poi qualcuno gli dovrà spiegare che il disagio abitativo nel nostro paese è un dramma nazionale a cui non possono bastare i pochi soldi spesso concessi in periodi di cinque o dieci anni.
I titoli dei decreti emanati dal Governo sono pure entusiasmanti: piano casa, recupero alloggi inagibili, interventi di riqualificazione urbana, ecc… Ma i soldi sono scarsissimi per affrontare con coraggio e decisione il disagio abitativo in Italia.
Se dobbiamo sforare il rapporto deficit/pil, perché non intervenire sull’economia reale per sviluppare la attività edilizia nella costruzione di nuovi alloggi sociali o nel rifacimento di alloggi degradati?
Sull’utilizzo della spesa pubblica per aumentare l’occupazione ed il PIL, basterebbe leggere J. M. Keines, F. Caffè e il suo discepolo Draghi. Ma non basta costrure o rifare alloggi, c’è un problema ancora irrisolto ed è quello della carenza di reddito degli assegnatari o dei futuri assegnatari. Se il canone sociale non viene portato ad un livello sufficiente a coprire le spese, prima o poi si ritorna ancora ad avere costruzioni senza manutenzione e con degrado.
Occorre allora che il governo intervenga per stabilire un canone minimo e che imponga a comuni e regioni di coprire la quota parte che il cittadino non riesce ad esborsare.
Secondo uno studio elaborato da NOMISMA: in italia ci sono circa 1,7 milioni di famiglie in affitto con una situazione di disagio abitativo (canone su reddito superiore al 30%) che stanno andando verso forme di morosità e di marginalizzazione sociale, mentre le domande nelle graduatorie per avere una casa popolare superano ormai le 800.000 unità. Secondo Nomisma “le ricadute in termini di attivazione economica di un ipotetico piano casa potrebbero rilevarsi meno deboli e labili di quelle destinate a scaturire dagli sgravi fiscali sulle abitazioni principali”.
Secondo la stessa società le famiglie in disagio abitativo sono soprattutto italiane (65%), formate da persone sole o da due componenti. L’età media delle persone di riferimento è alta (28,3% superiore a 75 anni; 19,6% tra 65 e 75 anni) ed il reddito molto basso (44,4% guadagna in un anno meno di 10.000 euro). Mentre le risposte dello Stato sono ampiamente insufficienti.
Secondo Federcasa (associazione delle aziende casa) dagli anni ’90 ad oggi il numero delle famiglie che vivono una situazione di disagio abitativo è quasi triplicato, passando dalle circa 670.000 ad oltre un milione e 600 mila di oggi.
Potremmo dire che anche qui si stava meglio quando si stava peggio!
Occorrerebbe un finanziamento annuo e costante di un miliardo e mezzo di euro per combattere il degrado e la marginalizzazione di intere famiglie italiane e dare una prospettiva di integrazione e di sviluppo sociale.

Beniamino Ciampi

Scrive Beniamino Ciampi:
1992 su La7, quante cose da contestare a Di Pietro

Carissimo direttore, meno male che ci sei tu a contrastare la condanna senza appello dei socialisti.
La trasmissione di Mentana era una occasione per difendere la nostra storia e per condannare l’uso distorto della magistratura con la carcerazione preventiva per ottenere le confessioni degli imputati. Ma non basta tutto quello che hai detto, in nessun Paese del mondo, come purtroppo è avvenuto da noi, il potere giudiziario si oppone al potere legislativo o di governo contro le iniziative di legge o di decreti, come quello per regolamentare il finanziamento pubblico dei partiti.
È quello che è successo quando il pool di mani pulite si è ribellato ad una proposta di legge del governo Amato per disciplinare secondo la proposta del ministro Conso la situazione generale della politica nei finanziamenti pubblici. Purtroppo la presa di posizione del pool influenzò il presidente della repubblica Scalfaro, che pur avendone concordato il testo con l’esecutivo, si rifiutò poi di firmare il decreto. È in effetti la dichiarazione di Craxi dinanzi alle Camere puntò soprattutto sul fatto che tutti i partiti godevano di finanziamenti illeciti e dunque c’era una situazione che andava sanata. C’è infine una cosa ulteriore che si poteva contestare a Di Pietro: egli ha utilizzato il lavoro nella magistratura per fini politici, passando così da magistrato a legislatore o a ministro. Certamente non è vietato dalla legge, ma è un vulnus pesante sulla obbiettività della magistratura italiana. Per concludere: CHE PECCATO..!
Si parla poco e male di noi in tv ed una volta tanto che abbiamo
l’occasione ce la facciamo sfuggire.

Beniamino Ciampi

Il ‘buco nero’ dell’edilizia popolare

Sarà pur vero che dobbiamo all’Europa il riconoscimento, nel nostro Paese, del diritto alla casa, ma le politiche abitative del governo rendono questo sogno impossibile per chi aspetta l’assegnazione di un alloggio popolare.
Gli sfratti eseguiti nel 2014 ammontano a 77.278 unità, di cui 3433 per necessità del locatore, 4830 per finita locazione e ben 69015 per morosità. Le domande di un alloggio popolare ammontano a circa 72.000 famiglie in disagio economico, mentre gli alloggi sfitti, per carenza di interventi di manutenzione, ammontano a circa 16.500.
Questa è in breve la situazione italiana, ben sapendo che le cifre sono tutte al ribasso. Si può pertanto parlare di emergenza casa. Se il governo Renzi avesse voluto dare un segnale importante su questa emergenza avrebbe dovuto investire sulle case popolari le somme che ha invece destinato agli 80 euro mensili. Avrebbe così rafforzato il welfare italiano a livello europeo,avrebbe attivato con l’attività edilizia lo sviluppo dell’economia,avrebbe dato a chi si trova in gravissima difficoltà un aiuto più efficace degli 80 euro mensili, avrebbe potuto combattere le occupazioni abusive . Ma così non è stato e vediamo invece cosa è stato capace di fare in un Paese con le cifre sopra evidenziate , premettendo che l’housing sociale (affitto a canone calmierato) non è una risposta valida, infatti tutte le esperienze già fatte dimostrano che gli interventi così finanziati con investimenti privati si sono dimostrate un vero flop.
Infatti la domanda oggi non è per avere in affitto un’abitazione a canone leggermente più basso del mercato, ma abitazioni con canoni sociali.
Con il decreto per l’emergenza abitativa il governo ha così deciso di intervenire: 1) interventi manutenzione per piccola entità per lavori di importo inferiore a 15.000 € realizzabili in un programma di 30 gg.; 2) interventi di ripristino degli alloggi sfitti e di manutenzione straordinaria, finanziabili per non più di 50.000€. La disponibilità finanziaria per il primo intervento è di 67,5 mln di €, mentre per il secondo è di 400 mln di €. C’è però un piccolo particolare: lo stanziamento per le piccole opere è ripartito in 4 anni, mentre per le opere più importanti lo stanziamento è ripartito in undici anni. Prevedendo che tutti i lavori potranno iniziare in questo autunno, l’ultimo stanziamento potrebbe arrivare per le opere di maggiore entità nel 2025 per 25 mln. Il tutto per coprire col primo finanziamento 4.500 alloggi e col secondo finanziamento 8.000 alloggi.
Se nel triennio 2015/2017 si realizzassero tutte le opere si avrebbe un numero di alloggi sistemati pari a circa 2000 ogni anno. Come si vede è solo una goccia nel grande mare di bisogno.
Ma il nostro governo ne ha inventato un’altro di mistero e cioè per fare più case popolari occorre venderne alcune; non solo il nostro Paese è quello che dispone sempre meno di alloggi popolari nell’Europa, così invece di costruirne nuove o di ripristinare gli alloggi sfitti ed inutilizzabili si propone la vendita di case popolari per fare cassa, purtroppo imitato anche dalle Regioni, che invece di destinare nuovi fondi dispongono la vendita degli alloggi, sapendo che occorre venderne tre per farne uno nuovo.
È un vero sperpero di denaro pubblico, sapendo come è stata finanziata l’edilizia pubblica nel nostro Paese: con la fiscalità generale o a carico di lavoratori dipendenti e datori di lavoro.
Infine se non è possibile aumentare il canone sociale per la bassa disponibilità di spesa degli assegnatari perchè non ammettere uno sgravio fiscale sugli alloggi popolari, perchè non consentire agli enti gestori gli stessi abbattimenti sui crediti inesigibili, come peraltro ammessi per le banche? È chiedere troppo fare dell’edilizia sociale un fattore di inclusione sociale e di sviluppo economico?
Beniamino Ciampi

Edilizia popolare,
il riformismo passa da qui

Kaos calmo, sarebbe questa la definizione delle case popolari in Italia: grandi movimenti, occupazioni abusive, sfratti e poi tutto ritorna come prima senza alcuna proposta di riforma del sistema. Eppure se solo si volesse prendere seriamente in considerazione la crisi del sistema Italia afflitto da deflazione e da sottosviluppo non serve incrementare di 80 € mensili le buste paga, ma passare decisamente alla vecchia teoria keynesiana: investimenti pubblici in grado di smuovere investimenti privati.

Gli 80 € sono serviti a dare una grande potenza elettorale al PD, ebbene allora che il partito di maggioranza relativa usi questa forza per combattere le diseguaglianze e per sviluppare una grande politica di sviluppo nel settore dell’edilizia pubblica. L’economia, diceva Andreatta, è ” manutenzione”. Grandi interventi per il risanamento idrogeologico del paese e costruzioni di case popolari (l’Italia è uno dei paesi dell’Europa più povera di abitazioni sociali). Il problema casa per le famiglie italiane a basso e medio reddito sta ormai diventando un gravissimo problema sociale. Le domande per ottenere un alloggio sociale superano ormai le 800 mila e sono una emergenza nazionale per oltre 2 milioni di persone afflitte da disagio economico e sociale (lavoratori che perdono il lavoro, persone anziane con pensioni inferiori a mille euro mensili, lavoratori precari, studenti fuori sede, famiglie numerose con redditi insufficienti, padri separati senza possesso dell’abitazione, extracomunitari).

Le politiche dell’offerta di case popolari, anche con le modeste iniziative del governo, sono del tutto insufficienti in special modo nelle grandi città metropolitane dove gli Istituti gestori non riescono nemmeno a rendere agibili gli alloggi inabitati perché necessitano di pesanti interventi di manutenzione straordinaria creando così occasioni di occupazioni abusive. Eppure se si volesse intervenire con una grande azione riformatrice si svilupperebbe l’attività edilizia, motore di sviluppo per l’economia, creando nuovi posti di lavoro e creando, con gli alloggi sociali un politica di coesione nazionale.

Guardiamo ai paesi europei con efficaci interventi sul welfare abitativo o allo stato di Israele che nei momenti di crisi economica e soggetto a grandi eventi di immigrazione(dopo la shoha) è riuscito con le case popolari (shikun) a creare stabilità, sviluppo e coesione sociale.
In Italia per vedere situazioni di crescita e di sviluppo dobbiamo guardare al dopoguerra, al piano Fanfani, alla legge 457/78 piano decennale della casa fino a quando hanno funzionato i contributi Gescal (finanziamenti, ma carico della fiscalità generale). E poi … Con le Regioni e la riforma fiscale … è iniziato il declino.

Con la riforma del titolo V della Costituzione sarebbe importante rivedere tutta la politica dell’edilizia popolare sugli aspetti più importanti attribuendo la competenza esclusiva allo stato. Gli istituti autonomi case popolari o comunque denominati debbono essere gli unici interlocutori per la costruzione e gestione di case sul territorio provinciale o metropolitano, non può più succedere che il comune di Milano per fini di lotta politica (assecondata dalla regione a guida maroniana) affidi la gestione dei propri alloggi popolari alla Metropolitana milanese. Occorre definire in modo chiaro e semplice un canone minimo per un alloggio sociale – un canone di equilibrio non inferiore a 100€ mensili – per consentire la copertura dei costi amministrativi (spese per l’accertamento dei presupposti fiscali, spese per gli oneri fiscali), dei costi gestionali (manutenzione ordinaria e straordinaria) ed un minimo di copertura per gli oneri di ammortamento dei mutui stipulati per rifacimento e nuova costruzione di alloggi.

Il canone minimo deve essere accompagnato con un flusso di sostegno per l’utenza che molto spesso si trova nella incapacità di sostenere il canone sociale. I finanziamenti per il sostegno dell’utenza debbono essere garantiti ai comuni, i quali accertano la situazione finanziaria dell’utenza e garantiscono agli Istituti il pagamento del canone al posto dell’utenza, consentire ai comuni di superare il patto di stabilità. Garantire ogni anno un flusso di finanziamenti certi e costanti, provenienti dalla fiscalità generale, di almeno un milione di € all’anno.

Ci si pone a questo punto la domanda su dove recuperare i fondi richiesti: le proprietà della Chiesa in Italia ammontano ad un quarto del patrimoni immobiliare e non sono soggetti all’IMU almeno sulla parte destinata a fini di culto (di tutto e di più). Assoggettare tale immenso patrimonio ad una aliquota patrimoniale per destinarla alla edilizia sociale sarebbe una riforma che persino il santo Padre Francesco approverebbe.

Una ulteriore risorsa economica potrebbe essere una riforma fiscale che consenta agli istituti di godere degli stessi benefici di cui godono i privati nelle ristrutturazione edilizie ed ambientali. Gli istituti posseggono un enorme patrimonio che potrebbe essere destinato alla creazione di fonti alternative di energia (pannelli solari ) che consentirebbe di abbattere i costi per l’energia a carico degli inquilini troppo spesso incapaci a sostenere carichi per luce e gas a volte persino superiori ai canoni. Nelle deduzioni fiscali per giungere dal risultato di esercizio al reddito imponibile è necessario consentire lo scorporo degli oneri caratteristici degli istituti per fini sociali (p.e. gli oneri per gli ammortamenti ed quelli caratteristici delle perdite su crediti). Eliminare l’IMU dagli alloggi sociali.

Occorre infine vietare le vendite degli alloggi, non solo perché per rifarne uno nuovo bisognerebbe venderne almeno tre o quattro vecchi, ma soprattutto perché gli alloggi sociali sono insufficienti rispetto alla grande domanda. Unica eccezione sono gli alloggi di risulta situati in stabili dove la maggioranza è costituita da condomini privati, consentendo agli istituti di determinare liberamente il prezzo di vendita. Alle Regioni deve restare il compito di individuare le caratteristiche degli alloggi da costruire (più semplici, più ecosostenibili, più facili da manutenere e da modificare in più o in meno a seconda delle modifiche del nucleo familiare). Fare in modo che gli stabili siano un mix di utenza (persone anziane, giovani, extracomunitari) onde evitare situazioni di degrado sociale.

Le Regioni devono inoltre garantire il saldo dei mutui precedentemente stipulati o per carenza dei pagamenti o per mutui sostenuti sui finanziamenti parziali. Spetta infine alle Regioni di provvedere alla costituzione degli organi amministrativi individuando un unico amministratore delegato (senza altri membri) scelto tra professionisti di comprovate capacità.

So che questa sarebbe una rivoluzione, ma con la spinta dei socialisti anche questa sarebbe possibile, dopo la salute, il lavoro bisognerebbe battersi per una casa dignitosa.

Beniamino Ciampi