BLOG
Biagio Riccio - Angelo Santoro

Istituti diScredito, noi lo avevamo detto!

Iniziamo questo articolo con una cosa che non si dice “noi lo avevamo detto!”; non si dice perché è triste voler sottolineare parole che avevi espresso già da tempo, ma soprattutto non si dice perché le notizie vanno contestualizzate al momento, altrimenti si passa per visionari.

Ecco, noi siamo stati dei visionari, degli sciamani che avevano visto tra le zampe di rospo e le teste di serpente il futuro di quella realtà bancaria che stava collassando a spese dei risparmiatori. In realtà, non è così, bastava entrare in un negozio o andare in mezzo alla gente stupita di quanto stava succedendo e che lamentava comportamenti sconcertanti da parte di quei funzionari di banca i quali gli chiedevano – senza ragione – di rientrare dei fidi concessi a tempo indeterminato e in molti casi, obbligandoli a sottoscrivere le azioni fallimentari della stessa banca – dimenticando (il funzionario) di aver fatto le elementari insieme (al cliente).

I messaggi dell’inversione di marcia c’erano tutti, ma le persone, o molte di esse, non hanno decodificato il nuovo linguaggio firmando tutto quanto gli veniva sottoposto dall’ex compagno di banco che, a pensarci dopo, era vigliacco e spione anche a scuola.

Oggi, passato del tempo prezioso, sembra che le responsabilità del tracollo bancario del Paese siano da attribuire a tutti quei privati e piccoli imprenditori che avevano e hanno partecipato, da buone formiche, a far diventare grande, credibile e importante il nostro sistema bancario messo in crisi dalle fallimentari e avide imprese private e di Stato – di cui non si sono mai potuti fare i nomi. E non solo, abbiamo avuto, salvo qualche eccezione, una classe dirigente bancaria pasticciona e golosa di compensi e benefit da regnanti.

Dunque, lo avevamo detto; ebbene sì con la serie di libri Istituti diScredito 1 e 2 presentati sia in Senato che a Palazzo Mezzanotte, sede della Borsa Valori di Milano, da noi era stata fatta una denuncia precisa. Ora, a virus dilagante e fuori tempo massimo si è insediata la Commissione Parlamentare d’Inchiesta sulle Banche presieduta da Pier Ferdinando Casini e Ernesto Brunetta come vice; se volessero davvero fare opera di disinfezione sugli untori che hanno ucciso il 30% delle imprese italiane e degli operai risparmiatori, prima di sentire funzionari e amministratori delle banche (gli untori), dovrebbero ascoltare le vittime (le associazioni dei risparmiatori).

Oltretutto, sarebbe anche una buona mossa elettorale, ma lo faranno? Assolutamente no, perché anche loro e prima ancora la Banca d’Italia, ascolteranno le ragioni dei serial killer bancari responsabili di aver ucciso i risparmi e il 30% delle aziende del Paese. Ormai, il “danno” è tratto, ma questo lo sanno bene, altrimenti avrebbero chiesto ad un altro ex Presidente della Camera che, almeno nell’idea, avrebbe avuto un significato di giustizia diverso da quello che possono offrire i due noti politici (Casini e Brunetta), ci riferiamo a Luciano Violante.

Perché noi sosteniamo la banca che faceva ricchezza nel rispetto dell’articolo 41 che tutela l’iniziativa economica privata e dell’articolo 47 che incoraggia e promuove il risparmio.

Angelo Santoro e Biagio Riccio

Il malaffare tra politica
e banche

banche

Colpisce, con la sua nitida prosa, l’articolo, anche dal titolo icastico, apparso sulle colonne del Corriere della Sera del 7 agosto 2016, scritto da Ernesto Galli della Loggia: Quei Notabili locali tra soldi e potere”.

La riflessione diventa stimolante soprattutto quando  Della Loggia ci ricorda che la storia del nostro paese è irretita nella morsa tra politica ed affari, suggellata in una scansione di avvenimenti che si ripetono con una impressionante cadenza, a cicli ripetitivi, nei quali primeggia una squallida gestione del potere, divorante e famelica: necessariamente le mani tentacolari vanno messe dove ci sono soldi, per rimpinguare un sistemabecero,dalla cuspide della piramide alla sua base inveterata di sottobosco, endemicamente malata.

Ebbene  egli afferma che “viene da pensare al film della  storia unitaria, al film degli ultimi 150 anni, che ormai sempre più spesso sembra riavvolgersi al contrario”.

E’ proprio così: il potere deve sorreggersi ed alimentarsi, tra l’altro, attraverso l’occupazione delle banche, chiamate a concedere fidi e prestiti  ad accoliti ed adepti che non apporteranno garanzie: liberamente possono usufruire di ragguardevoli somme che non restituiranno giammai.

La crisi recente che ha coinvolto Banca dell’Etruria, Carichieti, Banca Popolare di Vicenza, Veneto Bancasino ad avvinghiare il Monte dei Paschi di Siena, rimanda alla mente gli scandali che hanno caratterizzato la storia del sistema creditizio italiano.

Il dispositivo è sempre  lo stesso, la cifra è uguale. Si è infatti scoperto che politici benemeriti, che hanno nominato discrezionalmente ed arbitrariamente  amministratori in banche, hanno poi beneficiato di prestiti facili.

Chi non ricorda Bernardo Tanlongo, personaggio pittoresco che stava per essere insignito anche dellaticlavio di senatore del Regno, grazie al Presidente del Consiglio dell’epoca, Giovanni Giolitti.

Il Tanlongo fu governatore della Banca dello Stato Pontificio, con sede in via Della Pigna a Roma, divenuta poi, dopo la breccia di Porta Pia, nel 1870, Banca Romana. Egli era amico di tutti potenti dell’epoca: Sella,RattazziDepretisMinghetti, ma soprattutto di Francesco Crispi e Giovanni Giolitti. 

La Banca di Italia è nata propria a seguito dello scandalo famigerato che coinvolse nel 1893 una delle più grandi Banche del paese: la Banca Romana.

Già nel 1889 un’inchiesta sul tal istituto di credito( avviata nell’aprile dal senatore Alvisi e da due funzionari Biagini del Tesoro e Manzilli dell’Agricoltura) aveva accertato gravi irregolarità e in particolare un ammanco di cassa di oltre 9 milioni di lire, coperto con emissione abusiva di biglietti.

Tanlongo, come scrive Silvio Bertoldi (Corriere della Sera- Terza Pagina 26 aprile 1993) per colmare l’ammanco tra l’altro si fa prestare, in un gioco di bussolotti, dalla Banca Nazionale 10 milioni per 24 ore,copre il buco e restituisce la somma. Egli crede di aver appianato lo scandalo, sta di fatto che la circolazione della moneta è pari a 25 milioni lire, per effetto delle transazioni avvenute.

Nonostante la gravità dei fatti( anche corroborata dalla circolazione di biglietti falsi) l’inchiesta venne insabbiata da tre successivi governi, presieduti rispettivamente da Giolitti, Di Rudinì e Crispi.

Ritornò clamorosamente alla luce il 20 dicembre del 1892, in un appassionato intervento tenuto in Parlamento da Napoleone Colajanni, che aveva ricevuto l’incarto dell’inchiesta dall’economista Maffeo Pantaleoni, che mestamente scrisse : lo scandalo era la luce spia, il segno di una crisi morale immensa, di un’autentica bancarotta morale.

Tanlongo che era stato il finanziatore di Re( Umberto I e Vittorio Emanuele II), ministri, presidenti del Consiglio(Crispi e Giolitti) Papi e cardinali, era noto a tutti, tanto che  il suo nome  fu ribattezzato con unanagramma: Gran Ladro Ben Noto e comunemente apostrofato in romanesco: sor Berna’.

E’ stato ricordato in un libro scritto da Sergio Turone “Corrotti e corruttori dall’Unità di Italia alla P2”,come l’antesignano di altri banchieri che comunque hanno sporcato il destino e la storia di Italia: Michele Sindona e Roberto Calvi.

Che le Banche siano state al servizio del potere lo possiamo desumere da altri scandali: ricordiamo quello dell’Italcasseche è costato 12 anni di processo concluso in Cassazione senza colpevolezza dei fratelli Caltagirone. Così scrive La Repubblica del tempo: Una storia complicata e incandescente che scoppia nel 1977 quando si scopre che l’ Italcasse ha concesso ai palazzinari (definizione che i Caltagirone hanno sempre puntigliosamente respinto) finanziamenti per 209 miliardi di lire. Una somma enorme a quei tempi, accordata, secondo le accuse, senza le necessarie garanzie. Una normale operazione finanziaria garantita da centinaia di fabbricati, a detta della difesa. Ma è subito scandalo. I fratelli, lo si capisce immediatamente, non godono di buona stampa. Sfarzo, roulette, poker, feste milionarie. Buone entrature nella magistratura. E soprattutto solidi collegamenti politici. I Caltagirone sono amici di Giulio Andreotti e di un buon numero di democristiani importanti. Anche l’ Italcasse del pio Arcaini è piuttosto vulnerabile: le rivelazioni e le indagini del governatore della Banca d’ Italia Paolo Baffi confermano che si tratta di una specie di forziere a disposizione dei partiti. Documenti e analisi compiute dall’ allora vicedirettore generale e responsabile delegato della vigilanza di via Nazionale, Mario Sarcinelli danno man forte alla Procura: i soldi dell‘ Italcasse non figurano nei bilanci delle società beneficiate. Gli ingredienti dello scandalo sembrano esserci tutti.(La Repubblica 2.2.1989- Elena Polidori).

Allo stesso modo la storia di Italia vede nell’intreccio, tra politica  affari e banche colluse,  due personaggi dei quali, grazie a magistrati coraggiosi come Gherardo Colombo e Giuliano Turone, si sa tutto: Michele Sindona e Roberto Calvi.

Massimo Teodori in un articolo pubblicato sul Sole 24 Ore nella pagina del Domenicale il 26 luglio del 2009 scrive: La vicenda del banchiere definito da Andreotti «il salvatore della lira» non avrebbe oggi alcun interesse se non fosse stata intrecciata con alcuni nodi della storia della Repubblica che fanno ancora sentire i loro effetti. Fu proprio Sindona, divenuto nel 1969 l’uomo di fiducia di Paolo VI per gli affari finanziari, ad architettare il sistema che trasformò l’Istituto per le opere di religione (Ior) di Paul Marcinkus, in un efficace canale di lavanderia per la finanza nera. È accertato che Sindona fu il principale banchiere di Cosa Nostra, a cui era affidato il riciclaggio dei tesori delle famiglie mafiose italoamericane; ed è proprio in virtù della stretta collaborazione di Marcinkus con Sindona che i capitali mafiosi passarono anche attraverso lo Ior, dove si mescolavano con quelli destinati alle opere di bene e con altri provenienti dal sottobosco politico-affaristico nazionale e internazionale.

Ma i giochi finanziari sindoniani pesarono anche sulla politica italiana, innanzitutto con il finanziamento alla Dc di Andreotti e Fanfani i quali, non per nulla, si adoperarono per il salvataggio del bancarottiere dopo la caduta di là e di qua dell’Atlantico. L’intreccio tra finanza nera e politica italiana continuò tuttavia anche dopo la caduta attraverso il successore di Sindona, Roberto Calvi che applicò di concerto con lo Iorle stesse tecniche nei paradisi offshore fino al fallimento del Banco Ambrosiano e alla sua stessa morte. La regia di quelle manovre politico-finanziarie-criminali a un certo punto passò nelle mani del capo della P2 Licio Gelli, che tirò i fili di alcuni importanti capitoli della travagliata storia d’Italia: il tentativo di salvare Sindona, il patronage del sistema finanziario Sindona-Calvi-Ior, l’occupazione della maggiore stampa italiana, il condizionamento tramite Calvi e le tangenti dei partiti italiani, e le maxitangenti dei primi anni Ottanta. Infine, però, fu proprio grazie all’inchiesta sul finto rapimento di Sindona dell’estate 1979 condotta con rigore dai giudici istruttori milanesi, Colombo e Turone, che fu smantellata la P2, con il disvelamento di quelle armi cartacee che ne avevano fatto la più agguerrita agenzia italiana del ricatto.

Quello che vide protagonisti Sindona, Calvi, Marcinkus e Gelli è stato un importante capitolo della vicenda della nostra Repubblica negli ultimi tre decenni del secolo scorso. Una storia, tuttavia, che deve essere ricondotta alle peculiarità dell’Italia contemporanea(L’ultima beffa di Sindona– Massimo Teodori).

Sindona fu processato e condannato per bancarotta fraudolenta sia negli Stati Uniti sia in Italia e successivamente fu anche condannato all’ergastolo, come mandante dell’omicidio dell’avvocato Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore della sua Banca Privata Italiana.

Quando bevve il caffè avvelenato era l’unico ospite di un’ala super-sorvegliata del carcere di Voghera.

La storia della Banca dei preti, come era definita il Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, termina con la dichiarazione di insolvenza il 25 agosto del 1982.Il buco, accertato dagli organi dell’amministrazione straordinaria il 6 agosto 1982, risultò intorno a 1200 miliardi di lire dell’epoca.

Speculare alla vicenda di Sindona e di Calvi in quegli anni fu l’arresto di Mario Sarcinelli direttore di Banca di Italia(24.03.1979) e le dimissioni di Paolo Baffi, Governatore, ingiustamente accusati( favoreggiamento nella vicenda Imi Sir) dal giudice Antonio Alibrandi, come “punizione” per aver intralciato gli oscuri traffici delle banche di entrambi.

E’ ben noto che furono assolti e reputati uomini di rigore morale indiscusso, proprio dal Presidente della Repubblica e già governatore della Banca di Italia  Carlo Azeglio Ciampi.

In una lettera inedita così scrisse Paolo Baffi: Se penso agli interventi di certa stampa, a come furono trattati alcuni degli economisti, alle ore di berlina degli imputati nei corridoi del Palazzaccio, alle vere trappole che ci sono state tese, alle modalità con cui furono condotte le incursioni nel mio istituto, ai commenti a carico mio e di altri più in alto da cui furono accompagnate, non posso evitare la conclusione che, dei poteri conferiti e della libertà degli ordinamenti repubblicani ,qualcuno ha fatto un uso eccessivo e ordinato a fini abietti”(Il Sole 24 ore 6.11.2010).

Baffi e Sarcinelli vennero scagionati nel 1981 per l’assoluta insussistenza delle accuse. E’ significativo ricordare che al momento di lasciare la Magistratura, dopo 42 anni di carriera, il Sostituto Procuratore dellaCassazione, Cesare d’Anna scrisse: “Mi sia permesso di chiudere la mia carriera con un atto di umiltà: a nome di quella giustizia italiana che non ho mai tradita, intendo chiedere solennemente perdono ai professori Baffi e Sarcinelli ed a tutte le eventuali vittime di un distorto, iniquo esercizio del potere giudiziario”.

Prima del suo assassinio Giorgio Ambrosoli il 25.02. 1975( data in cui fu depositato lo stato passivo della Banca Privata Italia di Sindona) scrisse una lettera alla moglie Anna, nella quale concedeva già il suo testamento morale, cosciente della sua morte futura. Non ho timori per me… È indubbio che, in ogni caso, pagherò a caro prezzo l’incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto, perché per me è stata un’occasione unica di fare qualcosa per il paese…. A quarant’anni, di colpo, ho fatto politica e in nome dello Stato e non per un partito.  Con l’incarico, ho avuto in mano un potere enorme e discrezionale al massimo ed ho sempre operato – ne ho la piena coscienza – solo nell’interesse del paese, creandomi ovviamente solo nemici, perché tutti quelli che hanno per mio merito avuto quanto loro spettava non sono certo riconoscenti… I nemici comunque non aiutano, e cercheranno in ogni modo di farmi scivolare su qualche fesseria, e purtroppo, quando devi firmare centinaia di lettere al giorno, puoi anche firmare fesserie.  Qualunque cosa succeda, comunque, tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo.  Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto […] Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il paese, si chiami Italia o si chiami Europa. Riuscirai benissimo, ne sono certo, perché sei molto brava e perché i ragazzi sono uno meglio dell’altro […] Sarà per te una vita dura, ma sei una ragazza talmente brava che te la caverai sempre e farai come sempre il tuo dovere costi quello che costi”.

Mi scusi, signor Ambrosoli“: sono queste le parole – decisamente inusuali visto il contesto – utilizzate dal killer italoamericano William Aricò, un attimo prima di scaricare la sua 357 magnum all’indirizzo di Giorgio Ambrosoli. Era l’11 luglio del 1979, così venne assassinato, su commissione di Michele Sindona, l’eroe borghese, come lo battezzò in famoso libro Corrado Stajano.

Ha ragione Della Loggia : A questo Stato è venuta meno l’arma della politica, e insieme quella sua preziosa appendice democratica rappresentata dai partiti, che in passato si è rivelata decisiva per imporre la propria volontà alle periferie. Per tenerle insieme, per legarle a un progetto capace di guardare lontano, oltre i loro confini e i loro interessi immediati. Oltre i consigli d’amministrazione bancarottieri e gli arricchimenti personali”.

Biagio Riccio e Angelo Santoro

Decreto banche:
l’iniquità elevata a legge

banche potere L’estate del 1789 in Francia si ricorda per due fondamentali avvenimenti: la presa della Bastiglia, che si concretò il 14 luglio del 1789 ed il varo della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino che si registrò il 26 agosto dello stesso anno.

In realtà, i grandi storici ci ammoniscono, perché è necessario capire che cosa sia avvenuto nei mesi precedenti, in particolar modo nel periodo che va dall’aprile al giugno del 1789. Infatti la Francia di quel tempo era un fiorire di attività culturali, filosofiche, politiche: si conta che la nobiltà illuminata e la borghesia progressista si ritrovava in oltre 700 caffè e club, disseminati in tutta Parigi. Qui si intrecciavano complotti, alleanze, si disegnavano utopie. Si ricorda, in modo particolare, il Palais Royal, animato dal duca Filippo D’Orleans. “Il Palais-Royal, situato sula sponda settentrionale della Senna vicino al Louvre- avrebbe avuto un ruolo particolarmente determinante negli sviluppi successivi tanto che fu soprannominato il vestibolo della Rivoluzione. Circondato da portici gremiti di caffè, come il Cafè de Chartres, il Cafè de Conti e la grotte Flamande, di librerie, ristoranti e locali d’intrattenimento ch’attraevano visitatori di tutti i tipi, era già uno dei luoghi cardine del dibattito politico. L’area del Palais, che era stata ereditata nel 1780 dal figlio del duca D’Orleans, era aperta a tutti. A partire dal 1788 il quartiere era rinomato per le animate discussioni ch’avvenivano nei caffè, per la prostituzione e vendita clandestina di testi proibiti e stampe oscene. Il Palais Royal fu il luogo in cui la Francia intera poté assimilare il messaggio dei volantini rivoluzionari che trasformò tutti, persino i soldati in philosophes” (Jonathan Israel- La Rivoluzione francese- Una storia intellettuale dai Diritti dell’uomo a Robespierre- Einaudi editore 2015- la biblioteca- pag. 38).

Fu in questo contesto che l’abate Sieyes pubblicò tra il novembre del 1788 ed il gennaio del 1789, prima della convocazione dell’assemblea degli Stati Generali, due eccezionali trattati che ebbero un impatto fortissimo: delinearono la cornice politica e fomentarono le coscienze prima della grande estate del 1789: Essai sur les privilèges (Saggio sui privilegi) ed il famosissimo Qu’ est-ce que le Tiers Etat? (Che cosa è il Terzo Stato?).

Il conte Mirabeau, dissoluto signore pieno di debiti, amante del lusso e della bella vita, ma dalla dialettica forbitissima e di eloquio affascinante, distinto pubblicista che non aveva mai smesso di attaccare l’assolutismo, le corti reali e l’ancien regime, fu un altro grande protagonista di quella indimenticabile estate del 1789. Egli sosteneva il radicalismo più sfrenato per l’abbattimento dei privilegi della nobiltà e del clero: le sue tesi erano riportate su un giornale il “Courrier”, nel quale si sosteneva che i diritti dell’Uomo erano sanciti dalla philosophie e non dalle leggi o dagli atti costitutivi di qualcuno, né da qualche religione e perciò erano “eternels, inaliènables,imprescriptibles” eterni, inalienabili, imprescrittibili.

Nei cahier de doleances si esponevano le lamentele al sovrano: provenivano da tutte e tre gli Stati: infatti i francesi oltre a votare, per volere del Re, che aveva indetto la riunione ed elezione degli Stati Generali, erano chiamati ad esporre le loro lamentele: “Sua maestà desidera che fin dalle terre estreme del suo reame e dalle più umili abitazioni, a ciascuno sia garantito di poter far giungere i suoi voti ed i suoi reclami”,così recitava l’editto reale letto dai pulpiti delle chiese di Francia. In essi è consacrato lo spirito della Rivoluzione.

Il saggio sul Terzo Stato dell’abate Sieyes si compendiava nei famosi tre interrogativi:

1) Che cosa è il Terzo stato? Tutto.

2) Che cosa è stato finora nell’ordinamento politico? Nulla.

3) Che cosa chiede? Divenir qualche cosa, una Nazione.

Alla riunione degli Stati Generali che il re Luigi XVI convocò dopo oltre un secolo (l’ultima si ebbe nel 1614) a Versailles il 5 maggio nel salone dell’Hotel des Menus Plaisirs, il Terzo Stato subì la grande umiliazione. “Il 2 maggio, ci racconta Francois Furet nella sua Rivoluzione Francese, il re riceve separatamente i tre ordini; il giorno 4 si svolge il cerimoniale del corteo degli Stati, vera umiliazione per il Terzo: i deputati borghesi restano accuratamente tenuti in disparte, alla testa del corteo, il più lontano possibile dal re e giunti alla chiesa di San Luigi si sistemano come possono, mentre i posti della nobiltà del clero sono segnati. Il vescovo di Nancy, pronunciando il sermone presenta al re “gli omaggi del clero, i rispetti della nobiltà e le umilissime suppliche del Terzo Stato” (La Rivoluzione Francese- Francois Furet- Denis Richet- Storia Universale-Biblioteca del Corriere Della Sera- volume quindicesimo- pag. 72).

In modo più rimarcato, affinché ne sia data una rappresentazione plastica della condizione d’inferiorità, così descrive Albert Soboul la condizione del Terzo Stato nella riunione degli Stati Generali: “il 2 Maggio i deputati agli Stati Generali furono presentati al re; fin da quel momento la Corte dimostrò una precisa volontà di conservare le tradizionali distinzioni tra gli ordini. Il sovrano ricevette infatti i deputati del Clero nel suo gabinetto a porte chiuse, secondo l’abituale cerimoniale; ricevette poi, ma a porte aperte la nobiltà, mentre la delegazione del Terzo Stato gli fu presentata con un’informale sfilata nella sua camera da letto. I rappresentanti del Terzo avevano indossato per l’occasione un costume ufficiale nero, d’aspetto assai severo, con un mantello di seta e una cravatta di batista; la nobiltà s’era invece presentata in abito nero, veste e paramenti d’oro, mantello di seta, cravatta di pizzo, cappello a piume rialzato alla Enrico IV” (La Rivoluzione Francese- Albert Soboul- Grandi tascabili economici Newton- Edizione Giugno 1996 pagina 109).

Il Terzo Stato era il cuore della Francia costituito dalla grande borghesia, ma anche da nobili decaduti e preti che avevano abbandonato i rispettivi ordini.

La grande battaglia politica sarebbe stata quella di votare per testa e non per ordine. Infatti il voto pro-capite conferiva la maggioranza proprio al Terzo Stato, il più numeroso, quello per ordini ne decretava il completo isolamento: bastava, come sempre avveniva, l’alleanza fra gli altri due ordini,il clero e la nobiltà per difendere privilegi e prebende ed il Terzo era sempre in minoranza.

Il 6 maggio 1789 il Terzo Stato, come se si volesse lavare da un’umiliazione secolare, si dà un nuovo nome: i suoi rappresentanti si chiameranno d’ora in poi “Deputati dei Comuni”.

Il 10 giugno, su proposta di Sieyes, il Terzo Stato decide di uscire da una troppa lunga inerzia ed invita i deputati dei primi due ordini a riunirsi per procedere alla verifica globale dei poteri di tutti i rappresentanti della nazione: i non comparenti saranno considerati assenti.

L’appello comincia la sera del 12 giugno, ma il Terzo è solo; il 13 giugno gli si uniscono tre curati del Poitou; il 14 ed il 16 il movimento si allarga lentamente: 19 deputati del clero passano all’assemblea dei Comuni.

Terminata la verifica l’Assemblea affronta la grande, l’immensa questione del proprio nuovo battesimo: che cos’è? Che cosa vuole essere? Nonostante la prudenza di Mounier e di Mirabeau, Sieyes riprende la sua battaglia: nasce a larghissima maggioranza il 17 giugno, dopo un dibattito durato 3 giorni, l’ Assemblea Nazionale. Il grande atto rivoluzionario è compiuto: il Terzo Stato ha distrutto la vecchia società politica e creato un nuovo potere indipendente dal Re.

Luigi XVI prevede una seduta degli Stati Generali per il 22 giugno, ma il salone dell’hotel des Menus Plaisirs verrà chiuso. Il 20 giugno, i deputati dell’Assemblea nazionale che non sono stati dunque avvertiti, trovano la porta sbarrata.

Ammucchiati sotto la pioggia, nella avenue de Paris si recano nella vicina sala della Pallacorda illuminata da finestre altissime, senza sedili, con le pareti spoglie di qualsiasi ornamento, questo ampio stanzone nudo, tagliato a mezz’altezza da gallerie di legno, traboccanti di pubblico, fa da solenne cornice al celebre giuramento redatto da Target e letto da Bailly: “l’Assemblea nazionale, considerato che chiamata a stabilire la Costituzione del regno ad operare la rigenerazione dell’ordine pubblico e a mantenere i veri principi della monarchia, nulla può impedirle di continuare a deliberare, qualunque sia il luogo in cui sarà costretta a riunirsi . Decreta che tutti i membri prestino immediatamente giuramento di non separarsi mai e di riunirsi dovunque le circostanze lo richiederanno, finché la Costituzione del regno non sarà stabilita e poggiata su solide fondamenta e che, prestato il suddetto giuramento, tutti i membri e ciascuno in particolare confermino con la propria firma questa incrollabile risoluzione.”

Contemporaneamente il re Luigi XVI, pur ammettendo un’eguaglianza fiscale, rifiuta le riforme del Terzo Stato, tanto è vero che il giovane marchese de Dreux-Breze, gran maestro delle cerimonie, si avvicina agli uomini del Terzo, immobili e silenziosi ed esclama: “Signori, conoscete le intenzioni del re”; risponde Sieyes: “Siete gli stessi di sempre”; rincalza Mirabeau: “Lasceremo i nostri posti solo con la forza delle baionette”.

L’Assemblea decide infatti di persistere nelle precedenti risoluzioni e decreta l’inviolabilità dei propri membri.

Il 24 giugno la maggioranza del clero si unisce a quella dell’Assemblea nazionale; il 25 comincia a disgregarsi anche la resistenza nobiliare: 47 deputati della nobiltà passano all’Assemblea nazionale.

Il 27 giugno Luigi XVI è costretto a sanzionare un fatto compiuto: invita il suo fedele clero e la sua nobiltà ad unirsi al Terzo Stato. A sera tutta Parigi si illumina. I deputati del Terzo hanno vinto la loro rivoluzione; il 7 luglio l’Assemblea nomina un comitato per la Costituzione. Nasce la rivoluzione borghese.

Le notizie da Versailles arrivano a Parigi, tra l’altro stremata da una grave crisi economica: ha fame e ha paura. Il re, in uno stato di grande confusione, ordina la mobilitazione di sei reggimenti; viene licenziato il ministro delle finanze Necker e un nuovo Gabinetto, con un manifesto controrivoluzionario, si insedia.

La destituzione di Necker è un gesto rischioso: a Parigi dalla fine di giugno si sente fortissimo il rincaro del pane e la disoccupazione è aumentata in ragione della temporanea sovrappopolazione creata dai poveri cacciati dalla miseria delle campagne: sono esasperati i quartieri popolari del centro.

Il 14 luglio, simbolica coincidenza, il pane costerà più caro che in qualsiasi altro momento del secolo.

La riunione dei deputati del Terzo Stato ha ridestato nell’animo popolare l’ansiosa attesa della rivincita dei poveri e della felicità degli umiliati. In questa crisi generale la borghesia parigina si organizza; il popolo assale le barriere daziarie, cerca le armi. Allo spuntare del 14 la rivoluzione si dirige verso la Bastiglia.

La mirabile scelta dell’obiettivo fu istintiva ed improvvisa. Nell’intimo delle coscienze umiliate balenò la sensazione che la tetra fortezza, i cui 8 grossi torrioni sbarravano l’ingresso, era un lampante simbolo del nemico. La leggendaria prigione, mostruoso anacronismo urbano, umano e politico, galvanizzò il coraggio popolare: fu abbattuta (Passim Furetla Rivoluzione Francese- Georges Lefebvre La Rivoluzione Francese).

Il re il giorno prima, raccontano gli storici, si addormentò serenamente e nel suo diario scrisse la famosa parola: ”Nulla”. Fuori pioveva a scrosci: a tarda notte il re fu svegliato. Era il conte de La Rochefoucauld-Liancourt che raccontò al sovrano i drammatici avvenimenti parigini. “Ma si tratta di una rivolta” chiese il re. “No Sire è una rivoluzione”.

Ma se ne annuncia un’altra, quella dei contadini. Essa cova dalla primavera del 1789: chiare testimonianze si leggono nei cahiers de doleances. Georges Lefebvre parla della grande paura.

I contadini assalirono i castelli e le abbazie per bruciarne gli archivi e per imporre la rinuncia ai diritti signorili: volevano la riaffermazione del libero pascolo, l’abolizione della decima e di tutti i tributi che avevano arricchito la nobiltà ed il clero. Una forza irresistibile, la Grande paura, diede al movimento una spinta propulsiva irrefrenabile. Parigi tremava, perché temeva che la rivolta agraria potesse diffondersi a macchia d’olio. Si sospettò di briganti devastatori e di un’invasione straniera: correva voce di uno sbarco inglese a Brest.

Di villaggio in villaggio la falsa notizia si arricchisce di emozioni e leggende, dilagando nelle vallate, nelle pianure e lungo i sentieri.

Rispetto alla rivoluzione contadina si pone al fronte borghese il fondamentale interrogativo: se ristabilire o meno l’ordine con la forza e dunque rompere lo spirito che aveva portato alla presa della Bastiglia il 14 luglio.

Nella notte fra il 3 e il 4 agosto un centinaio di deputati al caffè Amaury, club bretone, decisero di scavalcare le esitazioni dell’Assemblea Costituente e di aprirsi alle rivendicazioni dei contadini. Sarà il duca D’Aiguillon, uno dei più ricchi signori del regno, a dover propendere per la soppressione dei diritti feudali. Perciò la sera del 4 agosto l’Assemblea approvò con entusiasmo l’eguaglianza fiscale, il riscatto dei diritti signorili.

Prendeva piede la grande magia: ciascuno si affretta alla tribuna per essere il primo a dichiarare estinti i privilegi dell’ancien regime. L’11 agosto si approva un fondamentale decreto: l’Assemblea nazionale abolisce interamente il regime feudale; viene sanzionata la fine dei privilegi personali e il generale accesso a tutti gli impieghi; viene soppressa la decima ecclesiastica.

Il dibattitto all’Assemblea Nazionale riprende e si pone il fondamentale problema di votare separatamente dalla Costituzione una Dichiarazione dei diritti e dei doveri dell’uomo che abbia valore universale.

Essa viene votata il 26 agosto e contiene 17 brevi articoli, ammirevoli per forma e densità intellettuale,non più dettati dalle cautele tattiche o dalle timidezze borghesi.

I diritti sono dichiarati naturali ed imprescrittibili, in omaggio al deismo dei filosofi e al naturalismo dei fisiocrati. Gli uomini nascono e vivono liberi e uguali.

I diritti sono la libertà, la proprietà, la sicurezza, la resistenza all’oppressione. Si sancisce l’eguaglianza civile, fiscale, la libertà individuale, l’accessibilità per tutti a tutti gli impieghi, l’habeas corpus, la non retroattività delle leggi penali, la libertà di parola, di opinione di stampa, la separazione dei poteri.

L’individualismo borghese ha ormai la sua Magna Charta di diritto pubblico.

La descrizione degli avvenimenti della Rivoluzione francese ci pone il dilemmatico quesito di come sia possibile che nella temperie di questi mesi, nonostante che in Europa sia forte la pressione dei popoli, manifestata anche con scelti elettorali estreme che confluiscono in forze antisistema, i poteri forti abbiano incidenza, imponendo scelte legislative a favore delle Banche.

In Italia per esempio è stato convertito in legge un decreto(n.59/2016) che ha legittimato l’usura reale.

E’ eluso il divieto del patto commissorio sancito dall’ art.2744 c.c: “È nullo il patto col quale si conviene che, in mancanza del pagamento del credito nel termine fissato, la proprietà della cosa ipotecata o data in pegno passi al creditore”.

Fu l’imperatore Costantino con un editto a decretarne la nullità nel 324 d.c.: il fondamento della disposizione è stato ravvisato nell’esigenza di tutelare il debitore dall’illecita coercizione da parte del creditore oppure nella necessità di arginare l’eventuale sproporzione fra l’importo del debito e il valore del bene oggetto dell’accordata garanzia.

Con l’articolo 2 del richiamato decreto si disciplina che una Banca possa concedere un finanziamento che, se non fosse restituito dal debitore, legittima, senza l’intervento dello Stato, che l’istituto di credito ne diventi proprietario, con il solo obbligo di quest’ultimo di elargire la differenza in denaro, se vi fosse una diversità di valore tra il bene ed il mutuo concesso.

La norma è monca, perché non tutela il debitore al momento della concessione del finanziamento. Infatti non è precisato, né affrontato il delicato problema della sproporzione tra il valore del finanziamento e quello del bene dato in garanzia, quando viene stipulato il contratto. Il valore del bene in garanzia può essere anche il triplo, il quadruplo del finanziamento concesso. La norma di tutto questo non si preoccupa.

Il legislatore, non disciplinando l’equilibrio al momento (fondamentalmente decisivo) della confezione del contratto tra il valore della res data in garanzia ed il finanziamento concesso, non preoccupandosi della relativa e sottesa proporzionalità, sposta solo al momento successivo dellavendita la tutela del debitore, che perderà l’immobile e dovrà accontentarsi della sola eccedenza, scaturita dalla cautela marciana (se equa).

Ma in questo modo non è rispettato il divieto del patto commissorio.

La sussistenza di un eventuale patto commissorio va soppesata al momento del contratto (al legislatore del decreto n.59 del 2016 questo è sfuggito), perché bisogna verificare se il creditore abbia ordito l’approfittamento dello stato di debolezza del debitore e l’annessa acquisizione di un bene, il cui valore non potrà mai essere compensato dall’eccedenza del patto marciano.

Potrà infatti accadere che la stima,anche se effettuata da un terzo, non possa supplire alla sproporzione detta. Potrà altresì verificarsi che il debitore non sia d’accordo con la detta stima, ma la norma prevede in questi casi che la banca diventi comunque proprietaria iniquamente e l’eventuale fondatezza delle doglianze del debitore sia possibile solo sull’eccedenza: sta di fatto che il debitore ha perduto già la res.

Se non vi è nessun controllo tra il valore della res ed il finanziamento concesso, il debitore saràsempre sacrificato.

Il trasferimento non dovrebbe essere convenuto in relazione a immobili, il cui valore sia sproporzionato rispetto al finanziamento concesso. Prima dell’erogazione del finanziamento la banca, in contraddittorio con l’imprenditore, dovrebbe verificare la detta sproporzione e, nel caso in cui vi sia disputa, non dovrebbe ottenere la proprietà dell’immobile, se non dopo un accertamento giurisdizionale.

Con questa legge ci avviamo ad un massacro sociale: viene in mente il Terzo Stato della Rivoluzione francese, privo di ogni tutela ed asservito ai poteri forti del clero e della nobiltà. Non è cambiato l’ordine delle cose, perché il fine della Storia è sempre lo stesso: una classe di ricchi (oggi banchieri, manager, speculatori finanziari) ed un popolo senza salvaguardia giuridica, tra l’altro vessato anche con norme anticostituzionali.

Non c’è né lo spirito della Rivoluzione, né uomini con ideali pronti a battersi per i più deboli. La classe politica ha consentito che si approvasse una legge contro i debitori; senza battere ciglio e senza neppure conoscere la portata della norma e le sue conseguenze nefaste ha votato silente.

Ma almeno il ricordo della Rivoluzione sia dato, per chi crede ancora al cambiamento ed al diritto di opporsi a leggi inique ed oppressive.

Biagio Riccio e Angelo Santoro

Quando Gesù scacciò
gli usurai dal tempio

soldi

Ricordiamo poche volte, nel seno dei Vangeli, che Gesù si sia adirato. Quando entra in Gerusalemme è accolto trionfalmente, ma nel Tempio, nella Casa di Dio, avverandosi le Scritture, diventa violento al cospetto dei mercanti.

Così è descritta la scena dall’Evangelista Giovanni: “Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e i cambiavalute seduti al banco. Fatta allora una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori dal tempio con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi e ai venditori di colombe disse: “Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato“.

Nel Vangelo di Marco ancora più incisivamente è scritto:” Andarono intanto a Gerusalemme. Ed entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano e comperavano nel tempio; rovesciò i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe e non permetteva che si portassero cose attraverso il tempio. Ed insegnava loro dicendo: “Non sta forse scritto: la mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti? Voi invece ne avete fatto una spelonca di ladri!

Nell’una e nell’altra citazione si rammostrano i cambiavalute seduti al banco e si scatena ed esplode la violenza del Rabbì proprio contro di loro, scaraventandone e rovesciandone i banchi, gettando a terra il loro denaro. Dice Giovanni che Gesù si adopera nel costruire una sferza di cordicelle, perché intende frustare, scudisciare i venditori di denaro, gli usurai  che hanno profanato la casa del Padre, il Tempio di Dio.

Nella descrizione degli Evangelisti i cambiavalute sono seduti, serafici, calmi, tranquilli, indifferenti al frastuono: sanno che altri, miseramente, si rivolgono ad essi per chiedere il cambio della valuta, per la qualcosa lucrano ed incettano a dismisura denaro:  solo pagando la decima agli usurai, ai cambiavalute, è resa possibile l’entrata nel Tempio.

Un grande biblista, Gianfranco Ravasi, ha così commentato questo passo: il monumentale tempio di Erode,dalla planimetria piuttosto complessa, accoglieva, soprattutto in occasione delle grandi solennità ebraiche, una folla variopinta di pellegrini che avevano bisogno di acquistare animali sacrificali, ritualmente attestati come ‘puri’ dalle commissioni ispettive sacerdotali. Il mercato si svolgeva nel cosiddetto ‘atrio dei gentili’, cioè in un vasto cortile aperto anche agli stranieri, largo 300 metri e lungo 475. Si contrattavano non solo buoi e pecore per i sacrifici più importanti, ma anche colombe e tortore per le offerte dei meno abbienti, come era attestato dalla stessa normativa biblica: «Se uno non ha mezzi per procurarsi una pecora o una capra, offrirà al Signore due tortore o due colombi» ( Levitico 5, 7).

Così avevano fatto anche Giuseppe e Maria in occasione del rito di purificazione della puerpera, a quaranta giorni dalla nascita di Gesù ( Luca 2, 22-24).

Non mancava neppure il commercio del vino per i riti di libagione e quello degli incensi e aromi per i cosiddetti ‘sacrifici vegetali’. Ogni ebreo, poi, doveva versare la sua decima per il tempio, tassa che anche Gesù aveva pagato, come narra Matteo (17, 24-27). Era, però, necessario ricorrere a una valuta che non recasse l’effigie di qualche sovrano, considerata come segno idolatrico: così, era ammessa solo l’antica monetazione giudaica o la valuta della città fenicia di Tiro, priva di tali immagini. Ecco, allora, la presenza dei cambiavalute, chiamati da Marco in greco kollybistai,  perché l’imposta ammontava a un kollybos, cioè a mezzo siclo.

Secondo le testimonianze rabbiniche, nel cambio gli operatori trattenevano per sé una commissione che oscillava dal 2,1 al 4,2%.Attorno al tempio ruotava, dunque, un vero e proprio sistema commerciale sul quale lucrava il sacerdozio gerosolimitano”( I mercanti e il tempio dalla Bibbia ai nostri giorni

di Gianfranco Ravasi).

Gesù piomba come scrive Giovanni con «una sferza di cordicelle» e, citando la parola dei profeti di Israele, cerca di riportare il tempio alla sua vera anima di «casa di preghiera», impedendo che si trasformi in una «spelonca di ladri».

Questa è un’ espressione mutuata  dai testi di due profeti, Isaia (56, 7) e Geremia (7, 11). Con questo gesto di alta carica simbolica egli colpiva interessi consolidati ed è in questa luce che l’evangelista Marco registra la reazione aspra e quasi scomposta dei sommi sacerdoti e degli scribi, i gestori del Tempio.

La voce dei profeti aveva già delineato il nesso tra culto e giustizia sociale ed aveva denunciato, senza esitazione, le degenerazioni del mercato che si effettuava anche in sede civile, cioè alle porte della città, l’ambito pubblico per eccellenza.

Amos, un pecoraio e coltivatore di sicomori chiamato a svolgere la missione profetica nella prospera capitale del regno nell’VIII secolo a.C. aveva ammonito: «hanno venduto il giusto per denaro e il povero per un paio di sandali – egli grida – e bevono il vino confiscato come ammenda nel tempio del loro Dio… Violenza e rapina accumulano nei loro palazzi… Voi schiacciate l’indigente e gli estorcete una parte del grano… Voi siete oppressori del giusto e incettatori di ricompense… Piuttosto scorra come acqua il diritto e la giustizia ,come un torrente perenne» (2, 6.8; 3, 10; 5, 11-12.24).

Un altro profeta dello stesso secolo, Isaia denunziava invece le speculazioni terriere che conducevano al latifondismo: «Guai a voi che aggiungete casa su casa e unite campo a campo, finché non vi sia più spazio e così restate soli ad abitare nel paese» (5, 8).

Quasi tutti i profeti, poi, protestavano con severità sulle falsificazioni commerciali, emblematicamente rappresentate dalle bilance truccate. Già la legge biblica ammoniva: «Non avrai nel tuo sacco due pesi diversi, uno grande e uno piccolo. Non avrai in casa due tipi di efa [unità di misura di 45 litri], una grande e una piccola… Chiunque compie tali cose e commette ingiustizia è in abominio al Signore» ( Deuteronomio 25, 13-16)(passim Gianfranco Ravasi).

L’azione di Gesù ha un alto significato simbolico: sceglie bene la situazione: è circondato da pellegrini di tutto il mondo, la polizia del tempio è attenta a qualsiasi incidente e i soldati romani vigilano dalla torre Antonia. È lo scenario adatto, affinché il suo messaggio riscuota la debita eco.

Quel che Gesù intende fare non è «purificare» il culto, non si avvicina al luogo dei sacrifici per condannare pratiche abusive. Il suo gesto è più radicale e profondo. Gesù blocca e interrompe le normali attività, necessarie al funzionamento religioso del tempio, come il cambiamento della moneta o la vendita di colombe. Il suo intervento è  direttamente rivolto a condannare la vita corrotta dell’aristocrazia sacerdotale.

Annuncia il giudizio di Dio non contro quell’edificio, bensì contro un sistema economico, politico e religioso che non può piacere a Dio.

Il tempio è divenuto il simbolo di tutto ciò che opprime il popolo. Nella «casa di Dio» si accumula la ricchezza, mentre nei villaggi dei suoi figli crescono la povertà e l’indebitamento. Il tempio non è al servizio dell’Alleanza. Da lì, nessuno difende i poveri, né protegge i beni e l’onore dei più vulnerabili. Si sta nuovamente ripetendo ciò che Geremia condannava ai tempi suoi: il tempio era diventato un «covo di ladri».

Il «covo» non è il luogo dove si commettono i crimini, bensì quello in cui si rifugiano i ladri e i criminali dopo averli commessi. Così avviene a Gerusalemme: non è nel tempio che si commettono i crimini, bensì al di fuori di esso; il tempio è il luogo dove i ladri si rifugiano e ammassano il loro bottino.

Presto o tardi, sarebbe stato inevitabile l’urto frontale fra Gesù ed il  sistema. Il gesto di Gesù è una distruzione simbolica e profetica, non reale ed effettiva, ma annuncia la fine di quell’ordinamento. Il Dio dei poveri e degli esclusi non regna, né regnerà da quel tempio: mai legittimerà tale sistema. Con la venuta del regno di Dio, il tempio perde la sua ragion d’essere( passim il Segno del Tempio, testo offerto da Padre Marco Salvoldi).

L’operato di Gesù è andato troppo lontano.

Il Sinedrio comprende che non è più un profeta, ma quello che può scardinare l’ordine precostituito, rivoluzionare l’assetto della provincia romana della Giudea: occorre dunque eliminarlo. Non è consigliabile arrestarlo in pubblico, mentre è circondato da seguaci e simpatizzanti. Troveranno bene il modo di catturarlo in maniera discreta: infatti sarà arrestato di notte, con la correa collaborazione di un traditore, Giuda.

Alla violenza del tempio, soggiunge la sofferenza della notte, quella della cattura ed il silenzio avanti al Sinedrio e a Pilato.

In un bellissimo libro, un raffinato storico del diritto romano, Aldo Schiavone così scrive: “E’ ormai notte alta: il Maestro esce dalla casa che lo aveva ospitato e con i suoi commensali, raggiunge in breve un luogo che gli era familiare: un piccolo podere oltre la valle del Kedron, nei pressi del monte degli Ulivi: l’orto o il giardino di Getsemani. Era infatti sua abitudine passare la notte fuori città. Si allontana poi di qualche passo dai suoi, che non hanno capito (o non hanno voluto capire) la gravità del momento. Sono stanchi, distratti, incupiti. Dormono. Gesù invece veglia e prega nel buio schiacciato dallo sgomento e dall’angoscia. Appena prima aveva detto a Pietro, Giovanni e Giacomo “l’anima mia è triste da morire”, mentre il suo sudore divenne come gocce di sangue che cadevano a terra. Sotto il peso della catastrofe che avverte imminente l’umano ed il divino si lacerano e si separano in lui: i due piani si sconnettono in un lago di sofferenza solo umana…..”Aldo Schiavone- Ponzio Pilato un enigma tra storia e memoria- Einaudi da pag. 24 a pag. 31- in una notte del mese di Nisan).

Alla violenza da rivoluzionario di cui si sente protetto dalle Scritture per scacciare i mercanti e gli usurai dal Tempio, corrisponde la sofferenza e la pietà del giardino di Getsemani ed il silenzio innanzi ai suoi implacabili accusatori.

Schiavone descriverà tuttavia nel colloquio più lacerante tra il potere- Roma- e la pietà sottesa al rispetto del diritto- il silenzio che Gesù ha tenuto davanti a Pilato. “Pilato non poteva non essere implicato nella vicenda, è impensabile che il sinedrio avesse agito senza il suo beneplacito. Le autorità religiose giudaiche volevano coinvolgere i Romani nell’eliminazione di Gesù: farsi schermo di loro rispetto al popolo del quale temevano la reazione.

Gesù parla poco; i suoi sono lunghi silenzi. Si aspettava un esaltato, un agitatore, un pericoloso sovversivo. Ma nel confronto diretto con Pilato e prima ancora con il Sinedrio la personalità del prigioniero aveva suscitato stupore per la tenuta del suo silenzio…Ve lo porto fuori affinchè sappiate che non trovo in lui alcun motivo di condanna, dirà Pilato.La tortura, l’umiliazione fisica che il Rabbì subisce non ne compromettono la sua dignità, non disperdono il suo nobile silenzio” (Schiavone passim pagine 118-119).

I nostri usurai sono quelli che difendono le banche, profondendo ogni energia affinchè siano difesi le loro prerogative e rafforzati i loro poteri.

Non contenti di aver obbedito ai diktat europei con l’introduzione del bail in ed aver introdotto nuovamente l’anatocismo nel computo degli interessi, a discapito dei poveri debitori vogliono ottenere il diritto, la legge, il potere di apprendere la res pignorata, l’immobile, la casa, colpita dall’espropriazione forzata, con facilità ed estrema celerità, senza attendere gli esiti di un processo.

Vogliono abolire il divieto del patto commissorio( art.2744 c.c), guarentigia di nobile conio giuridico a difesa dei poveri debitori, per sfuggire all’usura reale.

Il creditore, una volta che il debitore non abbia pagato  sette o 18 rate del mutuo concesso, a prescindere di stabilire preventivamente se la sua pretesa sia o meno usuraria( e molto spesso lo è e perciò c’è il sacro controllo del  Giudice),può direttamente ottenere la cosa pignorata.

Siamo alla Mammona, la ricchezza voluta e difesa dagli scribi e dai farisei. Le banche devono fare incetta dei beni pignorati che ovviamente attraverso le loro agenzie dovranno porre sul mercato per mutui che intendono offrire.

Guadagnano più volte:

  1. con la diretta assegnazione della res pignorata, apprenderanno beni di un valore maggiore al prestito concesso;
  2. se hanno commesso usura nell’elargizione del mutuo, non subiranno controllo alcuno e la loro pretesa è intatta;
  3. costituiranno agenzie immobiliari che lucreranno profitti;
  4. porranno sul mercato immobili con sottesi mutui, per i quali otterranno un ulteriore guadagno.

La sacralità del diritto è violata, quando l’interesse del più debole viene conculcato.

Il Tempio della legge, anche quella naturale, è abitato da questi scribi e farisei. Nessuno li scaccia, nessuno utilizza la sferza di cordicelle come il Maestro.

La sofferenza di Getsemani ed il silenzio davanti a Pilato incupiscono i più deboli, i poveri debitori. Non difesi da nessuno.

Biagio Riccio e Angelo Santoro

Analisi e riflessioni
su banche e usura

usura

E’ possibile una relazione penalmente rilevante fra usura e suicidio dell’usurato: in una  memorabile sentenza, che assumeva come fatto non solo il suicidio dell’usurato, ma anche l’omicidio da lui compiuto ai danni della moglie e del figlio, la Corte Suprema ebbe a ritenere che può esservi un legame indissolubile  fra tali efferati comportamenti: l’uccisione dei propri cari, compiuta dall’usurato, è il risultato di uno stato mentale perturbato ed intaccato dai comportamenti estorsivi dell’ autore del delitto doloso presupposto: l’usuraio. In tali casi l’imputazione riflette l’applicazione dell’art.586 del codice penale ed il reo (l’usuraio) dovrà necessariamente rispondere anche di altri delitti: l’omicidio ed il suicidio delle sue vittime (Cassazione penale 19.10.1998).

Si ricorda tale avvenimento per quanto recentemente accade: non si dimentichi il suicidio del pensionato che ha perduto tutti i suoi risparmi detenuti nelle obbligazioni subordinate, sottoscritte per imposizione di funzionari sciacalli, quelli della Banca dell’Etruria, dichiarata insolvente. La morte del pensionato ha come responsabili gli avvoltoi dell’Etruria.

Tali circostanze suggeriscono riflessioni più profonde sul delitto di usura che involgono un’analisi più approfondita sui beni protetti dalla norma.

La meditazione non è giuridica, ma costitutivamente filosofica e sottende una lettura del reato che necessariamente pone all’interprete considerazioni sul disvalore sociale della condotta criminosa.

Si vuol sostenere, ed è questo il tema su cui siamo chiamati ad esprimere le nostre valutazioni, che attraverso la punizione del reato di usura si approda alla realizzazione di un disegno, quello dell’eguaglianza sostanziale, contemplata dall’art.3 della Carta Costituzionale, come è stato caldeggiato, autorevolmente, in una monografia apparsa nel 1970, scritta da un eminente giurista e parlamentare della Repubblica, Luciano Violante.

Quelle pagine sono preziose per chi intende studiare il reato previsto dall’art.644 c.p.  ed anche se vi è stata la modifica con la legge 108/96 ne resta il valore inconcusso.

Secondo Violante il bene protetto della norma non è solo di natura patrimoniale, perché prima della spoliazione dei beni della vittima viene colpita la sua libertà di autodeterminazione, la stessa dignitas.

L’usura colpisce al cuore dell’aequitas. Le relazioni economiche di scambio, parte fondamentale dei rapporti fra gli individui, sono presiedute dall’idea della giustizia: che a ciascuno sia dovuto il suo. Che l’uomo dia all’uomo quello che gli spetta. Quando si contravviene alla giustizia, gli scambi corrispettivi perdono la loro funzione ed il loro fondamento di legittimazione, diventando esclusivo mezzo di sopraffazione: è la persona stessa ad esserne colpita. La giustizia che regola gli scambi è commutativa: due individui si pongono in un rapporto di assoluta parità, in virtù del loro connotarsi come persone, con uguale dignità ed uguale libertà dell’uno rispetto all’altro. Nel contratto (quando è giusto) non vi è solo un accordo per quantità, pesi, misure. Vi è molto di più: si giunge ad un giusto scambio di ricchezze che soddisfa il bisogno di entrambe le parti, per la soddisfazione ciascuna delle proprie necessità. Un contratto equo è un atto sociale, il cui aspetto essenziale risiede nella considerazione dell’altro, come parte della medesima comunità: primeggia il rispetto della dignità ed è visto come veicolo, strumento che realizza, in una perfetta simbiosi equitativa, la realizzazione delle esigenze di tutti (passim Annalisa Boido Usura e diritto penale la meritevolezza della pena nell’attuale momento storico Cedam Padova 2010 da pagina 1-24).

Dike è una parola greca che si traduce con giustizia, ma prima di avere un significato giuridico, ne ha uno religioso e filosofico. E’ proprio la filosofia che porta alla luce un concetto più profondo di questa parola. Dike significa incondizionata stabilità del sapere, che richiede quella dell’Essere. Dike è chiamata da Aristotele il principio più stabile (Dike Emanuele Severino Adelphi editore pagine 1 e 2).

Il Digesto accoglie sotto il titolo De iustitia et iure il precetto di Ulpiano tratto dal primo libro delle Regulae: dare a ciascuno il suo. Dunque la giustizia, il cammino di Dike, consisterà nell’assicurare a ciascuno il suo contro ogni altro (Immanuel Kant la Metafisica dei Costumi- principi metafisici della dottrina del diritto La terza Bari 1983, pag.43). Giustizia dunque significa dare a ciascuno ciò che gli compete, ciò che gli è dovuto: suum cuique tribuere.

Dike può significare anche rispetto del limite, misura, confine: metron e peras.

Per la mitologia nasce dall’unione di Zeus con Themi. Prima del sorgere di quest’ultima il mondo era nel vuoto di giustizia. Themi allora genererà Dike giustizia, Eirene, Pace ed Eunomia, Ordine conforme a giustizia. Trattasi di tre divinità che sono sorelle ed identificate con un unico nome: Ore. Le Ore sono figlie dell’autorità e della regola: nascono, necessariamente insieme in una sola volta, nello stesso momento, da Zeus, signore dell’Olimpo e da Themi, primigenia dea della Giustizia, custode dell’ordine cosmico. (Anna Jellamo il cammino di Dike l’idea di giustizia da Omero ad Eschilo Donzelli Editore 2005 passim da pagina 1-25).

La ferrea legge della mitologia (anche essa ha un logos) accomuna la Giustizia, con l’Ordine e con la Pace.

La società è solida quando c’è l’aequitas, quando ha il presidio di Dike.

Quando l’usuraio chiede il corrispettivo ingiusto, commette frode, abusa nello scambio tra beni, danneggia l’altro, l’offende. L’attività fraudolenta ed abusiva si generalizza e quello che dovrebbe essere cemento sociale si trasforma in causa di disgregazione. E se poi attraverso la frode o l’abuso si fa profitto della necessità altrui, si attenta al cuore della società, alla comunanza civile, all’amore del prossimo che sono il sostentamento e l’anima della vita in comune (J.A.Widow l’etica economica e l’usura).

Ecco allora che si delinea il vero bene protetto dalla norma: si attenta in primo luogo alla libertà ed all’autodeterminazione dell’usurato. Prima del patrimonio vi è la protezione della persona. Il profilo della tutela della dignità della persona si coglie perfettamente nella scelta legislativa della punizione del mero patto usurario, a prescindere dall’effettivo pagamento degli interessi sproporzionati.

La punizione della mera promessa dell’interesse usurario si giustifica in termini di anticipazione della tutela del bene patrimoniale, perché il diritto penale non intervenga quando il danno ormai è compiuto. La tutela del patto, però ha anche un carattere più pregnante. In radice essa si giustifica, perché, con la stipulazione l’usuraio si è già assicurato lo strumento della futura spoliazione. Allora l’accordo contrattuale è deviato nel suo scopo fondamentale, fino a snaturarsi e a divenire un’offesa, menomando già, in quel momento, la dignità di colui dal quale si sia ottenuta la promessa iniqua (Così Annalisa Bodio).

Violante sostiene che la norma dell’art. 644 c.p. tuteli l’interesse all’autonoma determinazione del contenuto del contratto; da tale proposizione nasce l’assunto, di portata considerevole, secondo cui il momento consumativo del reato di usura si ha con la pattuizione e, dunque, la fattispecie delittuosa può essere definita come reato istantaneo (seppure a consumazione prolungata) che si perfeziona al momento della conclusione del patto usurario.

Il reato di usura è stato definito reato di pericolo, perché il bene protetto (la libertà di autodeterminazione della vittima) viene dal disegno criminoso attentato già al momento della confezione della pattuizione usuraria, a prescindere dal verificarsi dell’evento di danno: la materiale dazione: “è opportuno precisare, scrive il giurista piemontese, in che senso la fattispecie in esame è un reato di pericolo […] La formulazione alternativa, si fa dare o promettere, è comune a tutte le previsioni mediante le quali il legislatore pone la sanzione..[…]; la valutazione politica, che precede il momento di confezione della norma, intende evitare anche la semplice possibilità che il soggetto attivo realizzi il profitto illecito e pertanto persegue la condotta di richiesta o di accettazione dell’altrui promessa ritenuta lesiva, indipendentemente dal conseguimento del risultato al quale essa tende. In definitiva l’ipotesi di usura, nella quale l’atto di disposizione del soggetto passivo consiste in una promessa, è un reato di pericolo, nel senso che la sua ratio tende a coincidere con il pericolo del verificarsi dell’evento lesivo”.

Ma quando si persegue e si punisce il disvalore dell’atto si realizza l’eguaglianza sostanziale, così come prevista dall’art.3 della Carta Costituzionale nella prospettazione di quel grande giurista che fu Lelio Basso. “ l’art.644 c.p. è una norma di chiusura del sistema nel senso che, vietando la strumentalizzazione dell’altrui situazione di inferiorità economica, determinata dall’esigenza di esercitare diritti riconosciuti dall’ordinamento, compresi quelli per i quali sinora è mancata una scelta del legislatore ordinario coerente con i principi costituzionali, si pone come l’unica forma repressiva nei confronti del detentore del bene di produzione o di consumo e di colui che dispone dei servizi idonei ad eliminare deficit, l’esistenza dei quali contrasta con l’assetto economico sociale del Paese voluto dalla Costituzione” (Violante 244-388).

La punizione del reato di usura  perciò attecchisce nell’applicazione dell’art.41 della Carta: per quanto attiene all’usurarietà deve precisarsi che chi esercita l’iniziativa privata (che può esplicitarsi anche attraverso un contratto di scambio o di prestito) ricevendo una prestazione caratterizzata da un contenuto lesivo della dignità della sicurezza e della libertà della controparte più debole, non ha, alla stregua dei principi del nostro ordinamento, alcun titolo a ricevere la prestazione medesima. Deve perciò qualificarsi usurario ogni vantaggio ottenuto da chi esercita l’iniziativa privata mediante la lesione dei diritti di libertà, dignità, sicurezza umana, dei quali nella singola fattispecie era titolare la parte economicamente più debole (Violante pag.242-243).

Biagio Riccio e Angelo Santoro   

Le banche e l’omologazione del potere

banche potereIl 3 novembre 1975 su “Stampa sera” Enzo Siciliano scriveva un articolo in ricordo di Pier Paolo Pasolini, assassinato la sera prima all’Idroscalo di Ostia.

“Pier Paolo era un amico generoso e dolce: aveva uno sguardo mite, la voce gentile anche quando si infervorava, quando dibatteva le sue idee con veemenza, la veemenza che gli dava la certezza della solitudine.

Aveva il coraggio di dire sempre la verità, sconfessando le reticenze degli altri. E’ vissuto di questo coraggio, sfidando chiunque, persino il suo stesso cuore: “quando scrivo poesia è per difendermi e lottare, compromettendomi, rinunciando ad ogni mia antica dignità: appare così indifeso quel mio cuore elegiaco di cui ho vergogna e stanco e vitale riflette la mia lingua, una fantasia di figlio che non sarà mai padre”.

Pasolini fu un poeta civile. Lo fu perché genialmente sottopose la poesia a sollecitanti processi conoscitivi. La parola doveva restituire i contenuti del mondo, la forma, plasmarli. La sua presenza era comunque dirompente. Egli perseguitava i suoi nemici nell’intelletto e nella sensibilità in forme così esplicite e gioiose da suscitare in ogni momento uno scandalo. Ma la ragione ultima di questo scandalo a lui stesso era nota. Lo aveva scritto per Gramsci: lo scandalo di contraddirmi, dell’essere con te e contro di te.

L’umile Italia oramai irresolubilmente violenta l’ha ucciso. La telefonata non verrà; non sentirò la sua voce dire ciao sono Pier Paolo”.

Oriana Fallaci, che non aveva mai accettato l’idea che ad uccidere il poeta friulano fosse stato il solo Pelosi, diceva di Pasolini che portava addosso la malinconia come un profumo (Lettera a Pier Paolo Pasolini del 17 novembre 1975).

Pasolini aveva denunciato l’omologazione culturale che l’Italia aveva subito nel secondo dopoguerra.

Nei suoi Scritti corsari (articoli pubblicati su “Il Corriere della Sera” diretto da Piero Ottone) lo aveva stigmatizzato: l’omologazione culturale, di cui parlava con ossessiva e didascalica insistenza, si racchiudeva nella riduzione degli italiani ad un unico, solo dispotico modello di comportamento: quello della piccola borghesia (Berardinelli introduzione a Scritti Corsari). Lo aveva scritto in un articolo memorabile del dieci giugno 1974 dal titolo pregnante e suggestivo: Gli italiani non sono più quelli : hanno subito una mutazione antropologica.

Infatti Pasolini era nostalgico delle lucciole, della migliore civiltà contadina che veniva prima del processo di omologazione, massa indistinta di forze politiche e culturali che acriticamente subiscono il potere.

Tutti i miei lettori si saranno certamente accorti del cambiamento dei potenti: in pochi mesi essi sono diventati delle maschere funebri. E’ vero. Essi continuano a sfoderare radiosi sorrisi, di una sincerità incredibile. Nelle loro pupille si raggruma della vera, beata luce di buon umore. Quando non si tratta dell’ammiccante luce dell’arguzia e della furberia… I nostri potenti continuano imperterriti i loro sproloqui incomprensibili, in cui galleggiano i flatus vocis delle solite promesse stereotipe. In realtà essi sono appunto delle maschere, non si troverebbe nemmeno un mucchio di ossa o di cenere: ci sarebbe il nulla, il vuoto. La spiegazione è semplice: oggi in Italia c’è un drammatico vuoto di potere. Ma questo è il punto: non un vuoto di potere legislativo o esecutivo, non un vuoto di potere dirigenziale, né infine un vuoto di potere politico in un qualsiasi senso tradizionale. Ma un vuoto di potere in sé. Gli uomini di potere hanno cambiato natura e non si sono accorti della scomparsa delle lucciole… Quanto a me se ciò ha qualche interesse per il lettore sia chiaro: io, ancorchè multinazionale, darei l’intera Montedison per una lucciola (articolo pubblicato su “Il corriere della sera “ il primo febbraio 1975 con il titolo “Il vuoto di potere in Italia).

L’omologazione fa sentire i suoi effetti soprattutto nella tenuta del potere, che non può identificarsi solo con l’incisività delle forze politiche.

Oggi il ceto bancario si muove pesantemente, senza che nessuno difenda i risparmiatori. La stampa, la televisione e gli stessi partiti politici non si ribellano all’attacco sferrato dalle banche.

Ecco che si sentono gli effetti pratici dell’omologazione.

E’ accaduto spesso in Italia che alla lacunosità ed impreparazione della classe politica al suo compiaciuto e delirante silenzio o incipiente connivenza con i poteri forti o corrotti, la società civile o altri corpi sani abbiano reagito e si è avviato, perciò, il cambiamento o si è conferito un adeguato sostegno alla sua spinta propulsiva.

Si ricordi in proposito la rivoluzione dei magistrati con Mani pulite che ha prodotto significativi cambiamenti, sopportati inevitabilmente dalla classe politica che necessariamente ha dovuto varare leggi anticorruzione.

L’omologazione di oggi produce il silenzio e le banche indisturbate rafforzano con leggi anticostituzionali il loro potere.

1-Infatti, nonostante che la legge abbia vietato l’introduzione dell’anatocismo, il Comitato interministeriale del credito e del risparmio, su proposta della Banca di Italia, lo ha reintrodotto con uno strumento anticostituzionale: la direttiva. Non può quest’ultima derogare ad una legge: eppure è avvenuto e si registra mestamente anche questo incauto comportamento. L’art. 120, comma 2, T.U.B., così come novellato dall’art.1, comma 629, della L. 27 dicembre 2013, n. 147, vieta – a far data dal 1° gennaio 2014 – di dare corso a qualsiasi ulteriore forma di anatocismo degli interessi passivi, con riferimento ai contratti di conto corrente bancario già in essere o da stipulare con consumatori, irrilevante essendo al riguardo la mancata emanazione della disciplina regolamentare da parte del C.I.C.R., in tema di modalità e criteri per la produzione di interessi nelle operazioni poste in essere nell’esercizio dell’attività bancaria (Tribunale di Milano ordinanza del 25 marzo 2015).

2-Il governo intende con l’introduzione della Bad Bank liberare le banche di tutte le sofferenze, in modo che le stesse siano curate da cessionari aguzzini, che acquistano crediti deteriorati, a basso costo, e li riscuotono con l’obiettivo di massimizzare l’utile.  Il cessionario si avvale di adiectus senza scrupoli, che urlano sotto casa del povero debitore, esponendolo al pubblico ludibrio: qualsiasi mezzo è consentito, anche quelli incivili ed illegali, per la riscossione del credito, che può essere anche usurario.

3-Il bail in. Far ricadere sui risparmiatori e correntisti oltre i 100 mila euro le insolvenze delle banche, anche se provocate dalla malagestio di amministratori incapaci e corrotti.

Dove sono gli intellettuali che scuotevano la classe politica interrogandola per spronare la dinamica del cambiamento del potere?

L’assassino di Pier Paolo Pasolini è di facile individuazione: in un bellissimo libro (Qualcosa di scritto) con il pregio del lessico del grande letterato Emanuele Trevi ha ritenuto: ”arrivano i critici, i professori gli intellettuali, freddi e seriosi come i conigli neri al capezzale di Pinocchio. Tenace e paziente, la mediocrità riafferma sempre i suoi diritti. Se cercate un mandante della morte di Pier Paolo Pasolini dovrebbe essere la mediocrità, la prima sulla lista dei sospetti” (Emanuele Trevi Qualcosa di scritto pagina 23).

Le banche comandano, dettano legge, perché la società e la classe politica sono nella mediocrità.

Ma l’eresia di Pasolini non c’è più: noi la stiamo cercando.

Angelo Santoro e Biagio Riccio

Giochi di palazzo:
sfida di “briganti”

bancaLa Centrale Rischi nasce per consentire al sistema interbancario di ottenere tutte le informazioni possibili di un correntista, in modo da segnalare quelli che versino in stato di insolvenza e dunque non più meritevoli di fiducia.

Sono le stesse banche che fanno la “spia” alla loro casa madre: la Banca d’Italia. Appena il titolare del conto corrente sconfina di un tot, scatta l’informativa “con tanto di foto e impronte digitali” proprio alla Centrale Rischi: spesso anticamera del Gioco d’Azzardo e della disperazione!  

Nonostante le antiche istruzioni della Banca d’Italia (clicca e vedi il video integrale)  prevedano che lo stesso correntista debba essere preventivamente avvertito prima che l’istituto di credito effettui la comunicazione, e quindi lo stato di cattivo pagatore del cliente, le banche, per dirla alla Marchese del Grillo: “… perché io so io e voi non siete un c***o”, senza alcun rispetto del contraddittorio, spifferano il nome alla famigerata Centrale Rischi. Per obbligo? Macché, per strafottenza, per gioco: ricordate cosa è successo a Gasperino il carbonaro?!? Non parliamo poi del povero ebanista Aronne Piperno!

Sempre più frequentemente si incorre in madornali errori, dal momento che il segnalato non versa affatto in stato di insolvenza e la sua esposizione non può considerarsi un debito in sconfinamento, perché si tratta di una posizione contro legge, in quanto usuraria.

In questi casi, con grave dispendio, bisogna rivolgersi alla Magistratura per ottenere in via d’urgenza un provvedimento di cancellazione di cui comunque rimarrà sempre una cicatrice indelebile: come una foto sul web con la tua faccia sfregiata irrimediabilmente!

Avviene tuttavia che, pur ottenendo l’accoglimento del relativo ricorso, le banche comunque siano restie (per usare un eufemismo) a ripristinare il credito. Il correntista ormai rovinato sine die si trova nell’impossibilità di pagare le scadenze: entra nella lista nera e finisce all’Inferno! Non esiste nel nostro ordinamento nessuna legge che punisca una banca che erroneamente ha marchiato il cliente come inaffidabile.

La Centrale Banche di Rischio nasce anche per questo, ma soprattutto per denunciare l’arroganza bancaria che favorisce la “calata dei briganti”, quelli che fanno capo alle società di riscossione, quasi invisibili ed incubo dei debitori prostrati dal contagio della deflazione. Interessi Comuni ha già denunciato l’argomento in altro articolo, ma forse oggi con la nascita della sua Centrale Banche di Rischio è opportuno ricordare di nuovo che non è sempre ben chiaro a chi rispondono e dove tengono la cassaforte, tantomeno da dove originano questi “briganti”, e ancora, cosa coprono e fin dove si spingono, nel senso che dove indicano la loro sede sociale spesso c’è solo un recapito. Non li trovi sui campanelli dei palazzi degli uffici, e quando ti contattano per te sono solo una voce al telefono.

Pretendono, sprezzanti, il saldo di quanto tu dovevi alla banca. Tutto ciò a tua insaputa. Difatti la banca, nella maggior parte dei casi non ti ha avvisato che hanno venduto il tuo debito a queste atipiche società.

Mi risulta che molti istituti di credito siano loro stessi comproprietari delle “smacchiatrici” industriali di ultima generazione. Nella migliore tradizione della nostra ipocrisia borghese sembra non esistano documenti ufficiali delle banche che le colleghino direttamente a loro. Chissà perché?!?

Fatto è che un brutto giorno ti arriva un telegramma senza intestazione e riferimenti, con su indicato solamente un numero di cellulare che chiede di mettersi immediatamente in contatto per informazioni urgenti che ti riguardano. In questo telegramma non si fa cenno alla banca, non si fa cenno al motivo del perché dovresti chiamare, insomma, nulla di nulla. Tu brancoli nel buio, ti comincia a salire la pressione e pure ti viene la tachicardia, questo ancora prima di telefonare e scoprire di che cosa si tratta.

Quando poi decidi di chiamare ti fanno capire, prima in modo gentile (la voce è sempre quella di una donna) che sarebbe buona cosa se tu pagassi velocemente per evitare che qualcuno si presenti a casa. Le parole che vorresti dire si fermano in gola, ti sembra di impazzire, ed ecco che inizia una trattativa al telefono che si conclude con una possibilità di riduzione del valore del debito a fronte di un pagamento immediato, oppure una piccola, lunga, rateizzazione con interessi da capogiro.

A questo punto tu cominci a sudare freddo e cerchi di far capire a questa gentile signorina che i soldi per pagare non ce li hai. Allora il tono cambia. La signorina inizia a descriverti una serie di ipotesi possibili su quello che la loro società può fare, una sorta di catalogo dettagliato delle coercizioni. La più tenera di queste potrebbe essere lo sputtanamento con i vicini di casa, e pure sul luogo di lavoro tuo o di un familiare. In termini spiccioli ti avvisano che possono chiedere per te, o anche per lui, il sequestro del quinto dello stipendio. Poi per essere più convincenti ti avvisano che una volta ottenuto questo pignoramento di parte della retribuzione il titolare ed i colleghi, cominceranno a valutare la possibilità di evitarti perché persona non degna, puzzolente! L’ottenimento coatto della requisizione del quinto dello stipendio fa approdare l’uomo nell’isola della vergogna. Il titolare dell’impresa non può e non vuole entrare nel merito del perché un Giudice ha disposto il sequestro di una parte della retribuzione del suo collaboratore: però di fatto diventa una nota di demerito per la tua carriera! Tutto ciò accade perché queste società di riscossione sanno tutto di te, e della tua sfera familiare, grazie alla banca che gli ha girato come cadeau tutte le informazioni in suo possesso, questo in barba a qualunque diritto sulla tua privacy.

Tanto è vero che negli accordi scellerati di compravendita tra banca e agenzie di riscossione c’è la clausola che tutte le informazioni in possesso del venditore (l’istituto di credito) siano cedute all’acquirente (la società che acquista il credito), tra cui la tua vita privata sopra e pure sotto il letto. Merito di quel funzionario di banca che negli anni, fingendosi tuo amico, ti aveva strappato le informazioni che adesso regala a questi soggetti “pericolosi” per l’uso che possono farne. Ma lo fanno? Accidenti se lo fanno!

Tutta la tua vita è scritta nei dossier bancari e passa tout court alla società che rastrella i crediti incagliati. Tornando al catalogo iniziale delle azioni coercitive l’altra possibilità è quella del “mazziere”. Un individuo, di solito in pensione da un lavoro al servizio della sicurezza altrui, che, siccome tiene famiglia, si presta ad importunarti a casa tua e “minacciarti” affinché tu decida in qualsiasi modo a pagare. Sono personaggi che nella loro attività precedente hanno assistito spesso a tragedie, incidenti e disgrazie, violenze e soprusi. Si sono pertanto costruiti una crosta calcificata sulle umane tragedie, e poco o nulla li smuove dalla convinzione di essere dalla parte della ragione. Questi mazzieri sono nella bolla di Amplifon, non sentono, e neanche si fanno convincere dalla pubblicità per comperare gli apparecchi acustici all’ultima moda. Loro, gli spregiudicati, non vogliono sapere perché ti trovi in questa situazione, agiscono come mercenari al soldo delle agenzie di riscossione (complici le banche azioniste), piombano nella tua casa mentre tieni il bambino in braccio, e con l’indice alzato ti comunicano che hanno comprato il tuo credito: “se non vuoi grane è bene iniziare a versare gli interessi”! Ricordano tanto gli aguzzini medievali, quelli che chiedevano le tasse ed appartenevano al regno dei farisei e dei pubblicani. Intanto tua moglie è lì che piange mentre la suocera urla che sei un buono a nulla.

di Angelo Santoro e Biagio Riccio

Giochi di palazzo:
sfida di “briganti”

bancaLa Centrale Rischi nasce per consentire al sistema interbancario di ottenere tutte le informazioni possibili di un correntista, in modo da segnalare quelli che versino in stato di insolvenza e dunque non più meritevoli di fiducia.

Sono le stesse banche che fanno la “spia” alla loro casa madre: la Banca d’Italia. Appena il titolare del conto corrente sconfina di un tot, scatta l’informativa “con tanto di foto e impronte digitali” proprio alla Centrale Rischi: spesso anticamera del Gioco d’Azzardo e della disperazione!  

Nonostante le antiche istruzioni della Banca d’Italia (clicca e vedi il video integrale)  prevedano che lo stesso correntista debba essere preventivamente avvertito prima che l’istituto di credito effettui la comunicazione, e quindi lo stato di cattivo pagatore del cliente, le banche, per dirla alla Marchese del Grillo: “… perché io so io e voi non siete un c***o”, senza alcun rispetto del contraddittorio, spifferano il nome alla famigerata Centrale Rischi. Per obbligo? Macché, per strafottenza, per gioco: ricordate cosa è successo a Gasperino il carbonaro?!? Non parliamo poi del povero ebanista Aronne Piperno!

Sempre più frequentemente si incorre in madornali errori, dal momento che il segnalato non versa affatto in stato di insolvenza e la sua esposizione non può considerarsi un debito in sconfinamento, perché si tratta di una posizione contro legge, in quanto usuraria.

In questi casi, con grave dispendio, bisogna rivolgersi alla Magistratura per ottenere in via d’urgenza un provvedimento di cancellazione di cui comunque rimarrà sempre una cicatrice indelebile: come una foto sul web con la tua faccia sfregiata irrimediabilmente!

Avviene tuttavia che, pur ottenendo l’accoglimento del relativo ricorso, le banche comunque siano restie (per usare un eufemismo) a ripristinare il credito. Il correntista ormai rovinato sine die si trova nell’impossibilità di pagare le scadenze: entra nella lista nera e finisce all’Inferno! Non esiste nel nostro ordinamento nessuna legge che punisca una banca che erroneamente ha marchiato il cliente come inaffidabile.

La Centrale Banche di Rischio nasce anche per questo, ma soprattutto per denunciare l’arroganza bancaria che favorisce la “calata dei briganti”, quelli che fanno capo alle società di riscossione, quasi invisibili ed incubo dei debitori prostrati dal contagio della deflazione. Interessi Comuni ha già denunciato l’argomento in altro articolo, ma forse oggi con la nascita della sua Centrale Banche di Rischio è opportuno ricordare di nuovo che non è sempre ben chiaro a chi rispondono e dove tengono la cassaforte, tantomeno da dove originano questi “briganti”, e ancora, cosa coprono e fin dove si spingono, nel senso che dove indicano la loro sede sociale spesso c’è solo un recapito. Non li trovi sui campanelli dei palazzi degli uffici, e quando ti contattano per te sono solo una voce al telefono.

Pretendono, sprezzanti, il saldo di quanto tu dovevi alla banca. Tutto ciò a tua insaputa. Difatti la banca, nella maggior parte dei casi non ti ha avvisato che hanno venduto il tuo debito a queste atipiche società.

Mi risulta che molti istituti di credito siano loro stessi comproprietari delle “smacchiatrici” industriali di ultima generazione. Nella migliore tradizione della nostra ipocrisia borghese sembra non esistano documenti ufficiali delle banche che le colleghino direttamente a loro. Chissà perché?!?

Fatto è che un brutto giorno ti arriva un telegramma senza intestazione e riferimenti, con su indicato solamente un numero di cellulare che chiede di mettersi immediatamente in contatto per informazioni urgenti che ti riguardano. In questo telegramma non si fa cenno alla banca, non si fa cenno al motivo del perché dovresti chiamare, insomma, nulla di nulla. Tu brancoli nel buio, ti comincia a salire la pressione e pure ti viene la tachicardia, questo ancora prima di telefonare e scoprire di che cosa si tratta.

Quando poi decidi di chiamare ti fanno capire, prima in modo gentile (la voce è sempre quella di una donna) che sarebbe buona cosa se tu pagassi velocemente per evitare che qualcuno si presenti a casa. Le parole che vorresti dire si fermano in gola, ti sembra di impazzire, ed ecco che inizia una trattativa al telefono che si conclude con una possibilità di riduzione del valore del debito a fronte di un pagamento immediato, oppure una piccola, lunga, rateizzazione con interessi da capogiro.

A questo punto tu cominci a sudare freddo e cerchi di far capire a questa gentile signorina che i soldi per pagare non ce li hai. Allora il tono cambia. La signorina inizia a descriverti una serie di ipotesi possibili su quello che la loro società può fare, una sorta di catalogo dettagliato delle coercizioni. La più tenera di queste potrebbe essere lo sputtanamento con i vicini di casa, e pure sul luogo di lavoro tuo o di un familiare. In termini spiccioli ti avvisano che possono chiedere per te, o anche per lui, il sequestro del quinto dello stipendio. Poi per essere più convincenti ti avvisano che una volta ottenuto questo pignoramento di parte della retribuzione il titolare ed i colleghi, cominceranno a valutare la possibilità di evitarti perché persona non degna, puzzolente! L’ottenimento coatto della requisizione del quinto dello stipendio fa approdare l’uomo nell’isola della vergogna. Il titolare dell’impresa non può e non vuole entrare nel merito del perché un Giudice ha disposto il sequestro di una parte della retribuzione del suo collaboratore: però di fatto diventa una nota di demerito per la tua carriera! Tutto ciò accade perché queste società di riscossione sanno tutto di te, e della tua sfera familiare, grazie alla banca che gli ha girato come cadeau tutte le informazioni in suo possesso, questo in barba a qualunque diritto sulla tua privacy.

Tanto è vero che negli accordi scellerati di compravendita tra banca e agenzie di riscossione c’è la clausola che tutte le informazioni in possesso del venditore (l’istituto di credito) siano cedute all’acquirente (la società che acquista il credito), tra cui la tua vita privata sopra e pure sotto il letto. Merito di quel funzionario di banca che negli anni, fingendosi tuo amico, ti aveva strappato le informazioni che adesso regala a questi soggetti “pericolosi” per l’uso che possono farne. Ma lo fanno? Accidenti se lo fanno!

Tutta la tua vita è scritta nei dossier bancari e passa tout court alla società che rastrella i crediti incagliati. Tornando al catalogo iniziale delle azioni coercitive l’altra possibilità è quella del “mazziere”. Un individuo, di solito in pensione da un lavoro al servizio della sicurezza altrui, che, siccome tiene famiglia, si presta ad importunarti a casa tua e “minacciarti” affinché tu decida in qualsiasi modo a pagare. Sono personaggi che nella loro attività precedente hanno assistito spesso a tragedie, incidenti e disgrazie, violenze e soprusi. Si sono pertanto costruiti una crosta calcificata sulle umane tragedie, e poco o nulla li smuove dalla convinzione di essere dalla parte della ragione. Questi mazzieri sono nella bolla di Amplifon, non sentono, e neanche si fanno convincere dalla pubblicità per comperare gli apparecchi acustici all’ultima moda. Loro, gli spregiudicati, non vogliono sapere perché ti trovi in questa situazione, agiscono come mercenari al soldo delle agenzie di riscossione (complici le banche azioniste), piombano nella tua casa mentre tieni il bambino in braccio, e con l’indice alzato ti comunicano che hanno comprato il tuo credito: “se non vuoi grane è bene iniziare a versare gli interessi”! Ricordano tanto gli aguzzini medievali, quelli che chiedevano le tasse ed appartenevano al regno dei farisei e dei pubblicani. Intanto tua moglie è lì che piange mentre la suocera urla che sei un buono a nulla.

di Angelo Santoro e Biagio Riccio

Il mito di Antigone
e la rivoluzione silenziosa

antigone

Il mito di Antigone ancora affascina: diventa il luogo ove si rifugia la splendida disobbedienza, la spasmodica ricerca di una giustificazione da conferire ad un comportamento rivoltoso.

L’eretico, il rivoluzionario intendono colorare la tensione: rompere ed infrangere irriducibilmente la stasi dell’ortodossia.

Antigone attrae, perché è consapevole del suo destino: inevitabilmente sa di perdere, ma al contempo è consapevole che l’effetto delle sue parole, il significato recondito che le dona, sarà imperituro e diventerà la bandiera di tutte le rivoluzioni della Storia.

Il conflitto tra il divino e l’umano delinea la trama della tragedia: è giustificabile  che  un ordinamento democratico ponga delle leggi positive che non possono essere rispettate, che inducono alla disobbedienza, perché infrangono quelle non scritte?

Si pensi alle leggi razziali: si approda ad una verità incontrovertibile: non meritano rispetto quelle leggi che disattendono i precetti morali, che violano i dettami divini delle leggi non scritte.

Creonte, nella tragedia di Antigone, scritta da Sofocle, è il tiranno o lo Stato positivo che ha reso l’editto di non apprestare la sepoltura ai nemici della patria: Antigone disobbedisce e grida al “dolce vento” la sua indignazione e la sua motivata  rivolta, perché il sovrano non può ignorare, con i suoi proclami, le leggi degli dei: donare la sepoltura ai propri cari è un’antica costumanza, affinché il cadavere non subisca l’inevitabile decomposizione.

La sepoltura è un atto umano che sancisce il riconoscimento del singolo essere come amato, in modo che ciò che è accaduto(cioè la vita) divenga piuttosto un’opera, affinché l’ultimo essere, sia anche voluto e  gradito(Fenomenologia dello Spirito Hegel, capoverso 25).

La sepoltura è dunque un’azione etica, assolutamente necessaria, perché il morto non si trovi in balia del vento e degli animali, perché non resti solo un corpo destinato a dissolversi. Solo così ci si può conciliare e consolare con la morte (Antigone Storia di un mito a cura di Sotera Fornaro Carocci editore pagina 110).

Il tiranno ha disposto che dei due fratelli, Eteocle e Polinice, deve essere offerta dallo Stato onorata sepoltura solo al primo, che ha combattuto per la difesa della Patria; il cadavere dell’altro può essere lasciato in pasto agli avvoltoi: è un traditore, nemico di Tebe.

“Dei nostri due fratelli- parla Antigone alla sorella Ismene-Creonte non ha forse deciso di concedere all’uno onorata sepoltura e di lasciare l’altro indegnamente insepolto? Eteocle, dicono, ritenendo giusto di trattarlo secondo le norme rituali, lo ha fatto seppellire, perché avesse onore fra i morti sotterranei; ma il cadavere del misero Polinice ha ordinato, si dice, che nessun cittadino lo seppellisca e lo pianga, bensì che sia lasciato illacrimato, insepolto, tesoro agognato per soddisfare la fame degli uccelli all’erta nel cielo. Tale dicono, è l’editto che il  buon Creonte ha proclamato e sta per venire egli stesso ad annunciare, apertamente, il suo divieto a chi ancora lo ignora. Non prende la cosa alla leggera: ai danni dei trasgressori è prevista la morte per pubblica lapidazione” (Sofocle L’Antigone (vv.25-35)

Ma si polarizzi l’attenzione sul dialogo tra Creonte ed Antigone, per soppesare come, nella tragedia, sia implacabile la forza e l’indefettibile volontà dei contendenti, fermi, inesorabilmente, sulle reciproche posizioni.

Nella “Fenomenologia dello Spirito” Hegel vede nella tragedia, alla luce della sua filosofia dialettica, l’antinomia fra due principi che hanno ambedue gli stessi diritti ed entrano in collisione tra loro. Se chi agisce prende uno di questi principi a regola e norma unica, ferisce l’altro. Si tratta di un conflitto dialettico tra due avversari che sono sullo stesso piano: Antigone difende le leggi degli dei, la famiglia, le leggi naturali che non si sa quando siano apparse e godono di luce sconfinata. Creonte, invece, è paladino delle leggi dello Stato, che superano ed inglobano quelle della famiglia. Questo contrasto, nella logica hegeliana, si compie nella soluzione che fornirà il destino della compiutezza dell’Autocoscienza (Luciano Canfora Storia della letteratura greca La Terza Bari pag.176).

Ma è la legge divina che soppianta quella del tiranno, che come dice Goethe, compie il delitto di Stato.

Non a caso la tragedia finisce con l’avveramento delle profezie dell’indovino Tiresia, non ascoltato dal tiranno: morirà Emone, fidanzato di Antigone, la moglie di Creonte, Euridice. Con paradossale inversione colui che aveva negato – Creonte – sepoltura ad un morto,  si rivela, da ultimo, come un morto che respira e, dietro la peripezia, si scopre la presenza decisiva degli dei:” un dio, si un dio  allora mi percosse sul capo con il suo peso enorme e su atroci sentieri mi traviò e ahimè con il piede calpestò la mia felicità” (vv.1272-1375).

“Guardia: Quando dopo molto tempo la bufera si allontanò, scorgemmo la ragazza, che emetteva gemiti acuti, come un uccello desolato, che trovi il suo nido vuoto, predato dai pulcini. Così anche ella, quando vide il cadavere messo a nudo, scoppiò in lacrime, scagliando orribili imprecazioni contro gli autori di un tale sacrilegio …..

Creonte ad Antigone: Dico a te, si a te che abbassi il capo: neghi o ammetti di aver compiuto il fatto?

Antigone: Si sono stata io, non lo nego.

Creonte: Conoscevi l’editto che vietava proprio ciò che hai fatto?

Antigone: Si, lo conoscevo e come potevo ignorarlo? Era pubblico.

Creonte: Eppure hai osato trasgredire questa norma?

Antigone: Si, perché questo editto, non Zeus proclamò per me, né Dike, che abita con gli dei sotterranei. No, essi non hanno sancito per gli uomini queste leggi; né avrei attribuito ai tuoi proclami tanta forza, che un mortale potesse violare le leggi non scritte, incrollabili, degli dei, che non da oggi né da ieri, ma da sempre sono in vita, né alcuno sa quando vennero alla luce”.

La parola di entrambi è segno ineluttabile di guerra che va oltre la pietà violentata di Antigone, che si impiccherà per non consegnarsi al tiranno.

Diventa tragico lo scontro; il conflitto tra i due sistemi, quello scritto e non scritto, è in primo luogo una tenzone fra il valore e la forza tragica della parola nella sua intima essenza.

Il grido acuto di Antigone, «come di uccello angosciato alla vista del nido deserto», deve poter essere udito, ora lontano ora incombente, in ogni momento della tragedia. Esso riempie ogni sua pausa e ne determina il ritmo. La parola articolata non può liberarsene, ma lo porta in sé come sua propria, intima «dissonanza».

La parola assume questo timbro, perché  è  capace di uccidere, di recare morte, di «divenire» mortale, meramente «assassina» che è per Hölderlin la parola greco-tragica. Tale tremenda potenza  si manifesta nell´Antigone nella sua forma più pura, comearchè . È la sua originaria energia che la produce e la muove, è essa che ne spiega l´inesausto agonismo: per essa  si affronta  la  più pericolosa delle gare: il dialogo. Uccide la parola di Creonte, ancor più duramente colpisce quella di Antigone.

Questo è l´essenziale: comprendere l´inseparabilità dei Due, Antigone e Creonte. E dare alla voce di entrambi tutta la sua potenza “omicida”. Assolutamente necessari l´uno all´altro, metafisicamente estranei a ogni odio personale, inarrestabili nel “rendersi morte”, essi incarnano così l´essenza del dialogo tragico. Il dialogo è tragico, quando le distinte dimensioni della Parola si incontrano e affrontano, pervenendo ciascuna all´acme della propria chiarezza, della coscienza di sé: proprio su questo limite manifestano l´impotenza a comprendersi ed accogliersi.

Quando due figure si affrontano con l´arma più tremenda, la parola, e scoprono reciprocamente di essere, per un efferato destino, impotenti all´ascolto, lì scoppia il conflitto incomponibile – che significa tuttavia, a un tempo, la necessità della loro relazione. Antigone non sarebbe senza Creonte. Soltanto con Antigone il dialogo diviene polemos purissimo, affrontamento di principî che si “conciliano” solo nel darsi reciproca morte (passim: Cacciari Introduzione ad Antigone).

Dunque quando una legge conferisce del male o non ha una sua precisa collocazione e giustificazione ,può essere disattesa?

È giusto non rispettarla, se essa è contro l’interesse del più debole, perché ne distrugge ogni suo bene, ne conculca i diritti fondamentali?

Le leggi vanno osservate, ma un diritto di resistenza (Hobbes, Kant) è dato, qualora esse non siano conformi ai principi dell’ordinamento, che affondano e si ritrovano nella culla di quelle non scritte , le leggi naturali.

Nel seno dell’applicazione del diritto bancario assistiamo, inermi, al trionfo delle circolari, istruzioni che addirittura sono superiori alla norma scritta. La ricaduta è devastante per il perseguimento del delitto di usura.

Le direttive della Banca di Italia rappresentano, per i magistrati, il sostrato normativo necessario per determinare il calcolo del Tasso effettivo globale. Significa, in ultima analisi, obbedire alla legge del più forte e non riconoscere giammai l’usura.

Infatti il tasso effettivo globale è il parametro matematico necessario che deve essere confrontato con il tasso soglia, stabilito dai decreti ministeriali, al fine di verificare la sussistenza o meno del reato di usura.

È ben noto che ogni linea di credito comporti un costo per un correntista. Questo costo è di natura globale, perché tiene conto di tutte le remunerazioni e commissioni che deve il correntista, al fine del suo pieno utilizzo.

Inserire tutti i costi (escluse le imposte e le tasse) nel tasso globale, sarebbe perciò la regola che ha stabilito il legislatore con la normativa anti usura di cui alle disposizioni della legge 108/96.Dunque, per esempio, nel tasso effettivo globale si dovrà inserire anche la commissione di massimo scoperto, il costo dell’anatocismo ,perché rappresentano le effettive remunerazioni, le più influenti ai fini del computo del Teg.

Ebbene, secondo le direttive della Banca di Italia, nel Tasso effettivo globale non devono essere indicate queste remunerazioni: inevitabilmente il numero finale del Teg sarà sempre minore, rispetto al tasso soglia e l’usura non sarà mai riscontrabile.

Le direttive della Banca di Italia sono mere circolari, istruzioni becere per funzionari incompetenti. Eppure magistrati (di Corti di merito asservite) le applicano supinamente, acquiescentemente, senza giustificazione alcuna, né normativa, né giurisprudenziale.

Inevitabilmente questo uniformarsi provoca il rigetto di tutte le domande civili e di ogni querela, che voglia trasmettere lanotitia criminis del rinvenimento dell’usura nei conti bancari.

L’usura, in questo modo, non troverà mai punizione, perché applicando  la legge del più forte, fatta di mere circolari, si schiaccia il debole. La soluzione di comodo non è appagante, è di regime ed a difesa delle lobbies: nessuno ha il coraggio di dire che tale orientamento dei Tribunali di Italia, soprattutto ove sono ubicate le sedi delle Banche (Milano, Torino, Brescia, Padova, Venezia), non è conforme agli orientamenti della Cassazione Penale.

E’ esoterica e misteriosa la spiegazione dei giudici e dei procuratori della Repubblica che   richiamano dette direttive: essi, acriticamente, asseriscono che non vi sia alcun organo che dia una modalità per il calcolo del TEG.

La giustificazione declina nell’ incompetenza e costituisce una scappatoia infantile, in quanto che la norma, nella sua asciuttezza e nella sua interpretazione autentica, statuisce che ogni remunerazione vada sussunta nel computo del tasso effettivo globale.

Anche la commissione di massimo scoperto deve essere tenuta in considerazione quale fattore potenzialmente produttivo di usura, essendo rilevanti, ai fini della determinazione del tasso usurario, tutti gli oneri che l’utente sopporta, in relazione all’utilizzo del credito e ciò indipendentemente dalle istruzioni o dalle direttive della Banca d’Italia, nelle quali si prevede che la commissione di massimo scoperto non debba essere valutata ai fini della determinazione del tasso effettivo globale, traducendosi, questa interpretazione, in un aggiramento della norma penale, che impone alla legge di stabilire il limite oltre il quale gli interessi sono sempre usurari(Cassazione penale 23-11-2011, n. 46669).

La Cassazione è stata chiarissima: l’applicazione strumentale delle direttive della Banca di Italia conferisce la stura ad un’interpretazione che rappresenta un aggiramento della norma penale e dunque della legge ,perché è  solo la legge, che stabilisce il limite del tasso soglia e  la modalità della comparazione con il tasso effettivo globale.

I magistrati non rispettano i principi, come il sovrano Creonte le leggi non scritte, che li contengono.

Così muore Antigone:” Guardate o principi tebani, quale sopruso e da quali uomini subisco io, dei vostri re ultima figlia, solo perché onorai la pietà “(vv935-940).

Così si chiude la tragedia: ”Non si deve mai commettere empietà verso gli dei. Le parole superbe degli uomini arroganti scontano i colpi spietati del destino ed in vecchiaia insegnano ad essere saggi” (vv.1345-1350).

Il dado è tratto: è necessaria una rivoluzione silenziosa che richiami la dottrina affascinante di Luciano Violante, il quale sosteneva che punire il delitto di usura rendeva possibile un’uguaglianza sostanziale ai sensi dell’art.3 della Carta, perché si ristabiliva un equilibro, un’aequitas ad un contratto sinallagmatico nato sotto la legge del più forte: quella dell’usuraio.

di Biagio Riccio e Angelo Santoro

Bad Bank. Nessuna tutela
prevista per i correntisti

bad bankE’ recente l’approvazione del governo di uno schema di decreto legge per attuare la strutturazione della Bad Bank. Si dà prosieguo alle recenti considerazioni finali del governatore della Banca d’Italia, Visco sulle sofferenze (crediti in contenzioso ad oggi inesigibili) oggettivamente, aumentate degli istituti di credito.

Si è ritenuto che intanto è possibile che le imprese abbiano maggiore liquidità, qualora le Banche siano liberate dalle dette sofferenze, crediti incagliati da trasferire a cessionari che ne curino il relativo incasso, dietro la corresponsione di un prezzo di cessione, inferiore notevolmente al valore nominale del credito.

E’ in studio di predisporre un organismo pubblico che possa garantire la protezione, se i cessionari non conseguano la realizzazione del credito acquistato (si pensi alla operazione SGA quando fu salvato il Banco Napoli).

Nello schema di decreto per esempio è previsto che la perdita possa  essere defiscalizzata solo in un anno.

Si rafforza anche il potere delle banche, rendendo ancora più spedita la già snellita espropriazione forzata.

Questa iniziativa nasce tuttavia ancora contro i soggetti deboli del rapporto, i correntisti. Infatti alcuna guarentigia è delineata per il debitore, anche al cospetto di un credito contestato o addirittura di natura usuraria. Le banche godono del potere, per esempio, di  ottenere un decreto ingiuntivo solo attraverso una dichiarazione (che può essere anche mendace) che il proprio credito sia certo liquido ed esigibile. Con l’ingiunzione si consegue il titolo di iscrivere ipoteca giudiziale e addirittura di incardinare un pignoramento sui beni del debitore.

Si scopre dopo che il credito è usurario o inesistente, ma intanto in forza di esso un patrimonio è stato bloccato, si è subita la segnalazione alla centrale rischi e se del caso, come sta avvenendo, un ricorso di fallimento. Le banche restano comunque impunite.

Nessuna forza politica si fa portatrice anche di queste esigenze, oramai neglette nei programmi dei partiti  per incompetenza e perché sono prone ai poteri forti: la bancocrazia della razza padrona. 1q

Noi segnaliamo il dato culturale: l’assenza dei partiti che non vedono la distruzione del tessuto economico delle piccole e medie imprese e siamo pronti anche ad audizioni parlamentari per rappresentare le voci dei deboli nel sinedrio dei più forti.

di Angelo Santoro e Biagio Riccio