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Bruno Degasperi

Bruno Degasperi
Le due sinistre, ieri e oggi,
e il compito del Partito Socialista

Bene ha fatto il nostro Direttore Mauro Del Bue ad insistere sull’importanza che ha il recupero della verità storica sulla sinistra italiana. Che non è mai stata un monolite, ma è stata attraversata per il tutto il Novecento da un dualismo che storiograficamente viene identificato con le “due sinistre”, l’una riformista, l’altra rivoluzionaria e massimalista. Su questo tema merita di essere ancora una volta citato uno dei più bei libri scritti su questo tema negli ultimi anni: “Gramsci e Turati: le due sinistre”, di Alessandro Orsini (Ed. Rubbettino). In questo agile saggio Orsini contrappone efficacemente la pedagogia riformista, tollerante, pacifista, pragmatica di Filippo Turati a quella intollerante, violenta, ideologica di Antonio Gramsci, così come di una parte dello stesso Partito Socialista (da Labriola a Lazzari). Il riformismo di Turati ha portato tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento a conquiste importanti per i lavoratori: l’aumento dei salari, la riduzione della giornata lavorativa, l’ampliamento dell’accesso all’istruzione, l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni, le leggi per la protezione del lavoro di donne e fanciulli. Non ci sono pervenute conquiste sociali ottenute dai parolai massimalisti e rivoluzionari.

Da queste opposte concezioni si possono far discendere le radici culturali delle due sinistre, ed è un bene ricordarlo in fasi storiche come quella che stiamo vivendo, nella quale vi è chi si definisce “socialista”, da Enrico Rossi a Walter Veltroni, ma dimentica del tutto che non ci si può definire tali inserendo nel proprio “pantheon” Gramsci e Berlinguer e omettendo leader politici della statura di Filippo Turati, Giacomo Matteotti, Giuseppe Saragat, Pietro Nenni. E’, semplicemente, una “frode” storica ed ideale a cui è un dovere ribellarsi.

Interrogarsi oggi sulle due sinistre vuol dire assumersi la responsabilità di definire quale sinistra vuole interpretare in questa nostra epoca il Partito Socialista. Lo abbiamo detto più volte: non basta dire che la storia ci ha dato ragione, che Turati aveva ragione e Gramsci aveva torto, dobbiamo sforzarci di proiettare questa ragione nel presente e nel futuro degli italiani. Verremmo meno all’eredità ideale e politica di cui siamo portatori se non ci assumessimo questo onere. Turati diceva che i socialisti dovevano tenere “i piedi sulla terra, in mezzo ai dolori, ai bisogni, alle esperienze di ogni giorno” e anche oggi noi siamo chiamati a questo.

Per questo in prossimità del Congresso Nazionale del nostro Partito mi permetto di declinare alcune sintetiche osservazioni, che possano contribuire a questo “compito per il futuro” a cui ho accennato, senza altra pretesa di quella di portare un piccolo contributo al dibattito. Ritengo infatti che le questioni cardine su cui il Partito Socialista sia chiamato ad esprimersi siano quelle relative al lavoro, all’istruzione, ai diritti civili.

Lavoro. Da Grillo al PD si fa un gran discutere di sussidi, dal reddito di cittadinanza al lavoro di cittadinanza (idea che Renzi forse ha copiato da Vendola governatore della Puglia). Quasi ignorando, pare, che nei paesi in cui esiste un sistema di sussidi come quello ipotizzato non c’è una disoccupazione giovanile al 40,1%! Ci si dovrebbe preoccupare non di garantire rendite più o meno parassitarie ma di creare le condizioni per incrementare l’occupazione. Per questo servirebbero interventi strutturali e risorse per agire su alcuni fronti: la riduzione del costo del lavoro, l’allineamento della formazione scolastica con le richieste produttive nazionali ed internazionali, la promozione di politiche attive del lavoro che si avvicinino a quelle vigenti in altri paesi europei.

Istruzione. L’allineamento della formazione scolastica con le richieste produttive non deve essere inteso come una volontà di appiattimento della formazione dei giovani esclusivamente su competenze tecnico-professionali. La scuola deve formare cittadini, teste libere e pensanti, non solo lavoratori. Un giovane tornitore ha lo stesso diritto di un liceale di avere l’opportunità di leggere una pagina di Voltaire. Gli Istituti professionali vanno rafforzati nell’offerta formativa e nella modernità degli strumenti e delle strutture a loro disposizione, ma anche i programmi vanno incrementati nelle materie che consentano ad un lavoratore di essere anche un uomo capace di utilizzare strumenti cognitivi adeguati per guardare criticamente al mondo e alla realtà che lo circonda.

Diritti civili. Il socialismo è libertà o non è: ce lo ha insegnato per primo, pagando con la sua stessa vita, Carlo Rosselli. Oggi quel motto va declinato nella promozione di spazi di libertà per i cittadini, a partire dalla condizione dei detenuti nelle carceri italiane per arrivare al testamento biologico. I diritti civili non sono questioni che riguardino solo delle minoranze, ma sono il termometro dello stato di salute di una civiltà.

Solo pochi spunti, in attesa di un confronto più ampio e approfondito.

Bruno Degasperi
Vicesegretario PSI Trentino

Bruno Degasperi
Enrico Rossi e noi: quale socialismo?

Mentre il nostro Partito si avvicina al Congresso Nazionale, ho appreso della notizia del tesseramento avviato dall’associazione “Democratici socialisti” promossa dal Governatore della Toscana Enrico Rossi. Questi da qualche tempo fa professione di socialismo (“Io credo che l’identità del PD non possa essere che quella del socialismo”, ha dichiarato) e sconcerta constatare come riesca ad infilare nel suo libro, “Rivoluzione socialista”, Gramsci e Berlinguer, le immancabili “socialdemocrazie europee”, Kennedy e Bernie Sanders… ma più di 120 anni di socialismo italiano non sembrano trovare posto nella suddetta “rivoluzione”.

Non si può nascondere che la sollecitazione di Enrico Rossi non serva anche a noi, nel senso che ormai appare chiaro come non sia sufficiente dirsi “socialisti” per definire univocamente un’identità politica e una storia, tantomeno un’appartenenza partitica. Se perfino Enrico Rossi, autodichiaratosi comunista berlingueriano, può dirsi oggi socialista, vuol dire che davvero abbiamo bisogno noi, oggi, di pensare il socialismo del futuro, la sua declinazione moderna e credibile in una società che ha impulsi disgreganti ed individualisti sempre più marcati, contrassegnata da una povertà economica, morale ed intellettuale la cui unica risposta non può essere il “Vaffa Day” di un pasciuto comico ligure.

Scriviamo noi la pagine del socialismo futuro, prima che siano altri a provare a scriverle al posto nostro.

Bruno Degasperi

Vicesegretario PSI Trentino

Bruno Degasperi
Il Psi e il 2017,
sia l’anno del lavoro

Ho la convinzione che il dato più rilevante relativo alla sconfitta del SI’ al referendum costituzionale sia la prevalenza dei NO tra i giovani. Proprio quella fascia di elettorato a cui Renzi ha sempre dedicato grande energia mediatica. Sarebbe davvero riduttivo e sbagliato liquidare tutto con l’etichetta del “populismo”. Siamo di fronte ad una crisi profonda, che investe soprattutto le nuove generazioni: pochi di noi credo possono dire di non avere in famiglia un figlio, un nipote, un familiare alle prese con la disoccupazione o con la precarietà dell’impiego. Una crisi economica che si affianca e si irrobustisce grazie ad una crisi anche culturale e morale.

L’INPS ha pubblicato pochi giorni fa, il 19.12.2016, i dati dell’osservatorio sul precariato, relativi al periodo gennaio-ottobre, nei quali appare con tutta evidenza come gli effetti della decontribuzione siano svaniti, se solo si pensa che nei primi 10 mesi dell’anno 2016 le assunzioni a tempo indeterminato si sono ridotte non solo rispetto al medesimo periodo del 2015 (giustificato dal fatto che nel 2015 vigeva un esonero triennale pari a 8.060 euro l’anno), ma anche rispetto ai primi 10 mesi del 2014 nel quale non era previsto alcun incentivo. Il gap negativo tra le assunzioni del 2016 e quelle del 2014 è di 63mila assunzioni a tempo indeterminato in meno.

Servirebbero interventi strutturali e risorse per agire su alcuni fronti: la riduzione del costo del lavoro; l’allineamento della formazione scolastica con le richieste produttive nazionali ed internazionali; la promozione di politiche attive del lavoro che si avvicinino a quelle vigenti nei paesi del Nord Europa.

Non mi pare che il Governo, purtroppo, abbia queste priorità. Per questo auspico che il PSI faccia del 2017, per la sua attività politica, l’anno del lavoro. Rimango convinto che il Partito Socialista abbia ancora molto da dire. Ricordiamoci che di tattica si sopravvive ma di mancanza di strategia si muore: il mio auspicio è che il PSI torni a parlare con determinazione di lavoro, di istruzione, di inclusione sociale. Questo hanno sempre fatto i Socialisti Italiani e questo sono chiamati a fare nella ricomposizione del quadro politico.

Bruno Degasperi
Vicesegretario PSI Trentino