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C. Co.

Lina Merlin non era
una donna compiacente

Un convegno alla sala Zuccari del Senato ha ricordato i 130 anni dalla nascita della socialista che riusci’ ad abolire le case chiuse e la dicitura ‘Figlio di NN’.
A Lina Merlin si deve anche la stesura degli articoli 3 e 37 della Costituzione.


merlinpLina Merlin non era una donna compiacente e non era soltanto colei che diede il proprio nome alla legge con cui si mise fine alla vergogna delle ‘case chiuse’, il luogo dove si esercitava la prostituzione, sfruttando le donne e rendendole schiave per sempre in collaborazione con lo Stato. Era una socialista che credeva fortemente nella pace, nella libertà e nella giustizia sociale.
A Palazzo Giustiniani, al convegno ‘Lina Merlin la Senatrice: 130 anni e non li dimostra’, politici, storici e giornalisti si sono ritrovati martedì 13 giugno non solo per celebrare la ricorrenza e convincere il Senato a ricordarla con un busto, ma anche e soprattutto per interrogarsi su come valorizzarne la preziosa eredità di passione e di idee.
L’obiettivo lo ha subito dichiarato Daniela Brancati che introduceva e coordinava il convegno. Dobbiamo chiederci come possiamo arrivare “a una rivalutazione del suo operato” perché Lina Merlin (Pozzonovo, 15 ottobre 1887 – Padova, 16 agosto 1979), non può essere confinata nel ricordo della sua pur importantissima legge. Aveva fatto molto altro anche sul piano legislativo e lei stessa, unica donna eletta nella seconda legislatura, ricordava cosa dicevano di lei i colleghi maschi: “Si dice che questo parlamento ha una sola donna… ma una di troppo”.
Si alternano al microfono la vicepresidente del Senato, Linda Lanzillotta, il capogruppo del Pd, Luigi Zanda, Vannina Mulas, già sindaco socialista di Dorgali, Elena Marinucci, già senatrice ed europarlamentare socialista, Paola Lincetto, presidente del Comitato Lina Merlin, la ministra della PI, Valeria Fedeli, la senatrice Laura Puppato, la giornalista Anna Maria Zanetti, il presidente della Fondazione Kuliscioff, Walter Galbusera, la storica Monica Fioravanzo, l’economista Daniela Colombo e Pia Locatelli, capogruppo socialista alla Camera, che ha concluso i lavori.
In molti degli interventi riaffiora così il ritratto di una donna che aveva scelto la politica per passione e come reazione alla nascente dittatura fascista, che era stata partigiana, costituente, senatrice, trasferendo nelle Istituzioni il suo amore per la libertà e la giustizia, il suo modernissimo, per i tempi, femminismo.
“Io parlo da sardo – premette Luigi Zanda – e posso dire che i fascisti la esiliarono a Nuoro perché consideravano Nuoro la peggiore punizione possibile. Ignoravano che in quella zona c’è una straordinaria capacità culturale. Da Nuoro a Dorgali e poi a Orune, ma tra Merlin e i pastori sardi si crea subito un’empatia, si stabilisce un’alleanza tra l’antifascismo e la povertà”.
convegno merlin 3Oggi, aggiunge, il Fondo Monetario Internazionale “ci dice che stiamo entrando in una fase economica diversa. Si prevede una crescita del Pil dell’1,3%. Cominciamo a vedere la luce, perché +1,3% non e’ zero virgola. La domanda che però mi pongo, senza avere una risposta, è questa: la vera luce non viene solo dal progresso economico ma dalla maturità della classe dirigente. La generazione di Lina Merlin vide tra gli altri De Gasperi, Togliatti, Pertini, Craxi, Moro, Berlinguer, Anselmi… perché dopo di loro la classe dirigente del Paese è così scesa di livello?”. Dobbiamo dire che “fu una persona straordinaria e le sue qualità precedono la dimensione politica”.
Dai ritratti dei diversi oratori emerge pian piano la figura completa di questa donna.
Lina Merlin, ricordano, insegnava a leggere e a scrivere, cercava come poteva di fare qualcosa per quella gente durante il suo confino. Aveva a cuore in particolare le donne e il ritratto forse più efficace è quello che dipinge Vannina Mulas, prima donna sindaco nel 1983 proprio di quel Dorgali, “considerato uno dei comuni più fascisti dell’isola”, dove era stata confinata la Merlin dopo la prima tappa di Nuoro.
Dai ricordi dei familiari di Vannina Mulas che avevano ospitato in casa quella pericolosa antifascista, emerge l’affetto profondo che si era stabilito tra loro. “C’è una foto di Merlin con il costume dorgalese, vestita proprio come avrebbe fatto una loro figlia per il giorno del matrimonio”. In quel piccolo paese dove mancava tutto a cominciare dall’acqua corrente, le privazioni soprattutto per lei erano tante, e per alleviare la pena, ricorda, le avevano fatto una specie di corridoio nel cortile con le piante per consentirle dalla sua stanza di raggiungere il bagno, così da nasconderla un po’ e farle superare l’imbarazzo di una donna abituata a vivere in una grande città in un ambiente borghese. Insomma affetto e stima che lei cercava di ricambiare insegnando, come aveva ricordato anche Zanda, a leggere e scrivere, ma con un particolare occhio di riguardo per le donne “La firma –diceva loro – dovete imparare a farla perché nessuno deve sostituirsi a voi”.
Ma questo non piaceva ai gerarchi e così, come ulteriore punizione, le tolgono anche l’indennità di confine sostenendo che guadagnava dei soldi facendo la maestra, ma a quel punto furono i suoi nuovi amici e compagni che le passarono il necessario per vivere. Un gesto che non dimenticò mai e anche per questo quando tornò libera e divenne senatrice continuò a riceverli e a onorarli, anche a Palazzo Madama.
È insomma un “obbligo morale sottrarla all’oblio” (Zanda) anche perché non ha fatto solo la legge sulla case chiuse. E in molti ricordano il suo ruolo nella legge per dare il cognome ai figli non riconosciuti, i cosiddetti figli di NN, quella per l’assistenza gratuita al parto e quella per impedire il licenziamento per causa di matrimonio che riguardava soprattutto le impiegate e non certo le mondine.
Lina Merlin è stata anche una femminista, una scelta che è stata determinante nella stesura della Carta costituzionale. Eletta nella Costituente nel ’46, fece parte della ‘Commissione dei 75’ e si devono a lei almeno due interventi fondamentali, la stesura degli articoli 3 e 37 della Costituzione. Il primo stabilisce che “tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge” e lei fa aggiungere “senza distinzione di sesso”. Il secondo prevede che “la donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore”; una femminista insomma che aveva cominciato a fare le sue battaglie quando ancora le donne non avevano diritto di voto né attivo né passivo.
“Le donne – sottolinea Pia Locatelli – nell’Assemblea Costituente furono 21, ma fecero più loro per la causa femminile che non le 300 parlamentari donne dell’attuale legislatura”.
Insomma, come si direbbe oggi, un ‘tipo tosto’, che “fu anche una partigiana vera – ricorda Elena Marinucci – non come altre che se ne sono vantate, ma che la guerra di Liberazione l’avevano vista da casa. Fu femminista e fu riformista perché era convinta della possibilità di modificare la società con le leggi”.merlin convegno
E fu anche, ricorda Laura Puppato, una “pacifista convinta, anzi una pacefondaia”, contro l’ingresso dell’Italia in guerra. “Fu una donna coraggiosa, capace di dire cose scomode. Fu cattolica e scomunicata perché socialista. Ebbe coraggio per sé e per gli altri”. Non solo quattro anni di confino duro, ma anche minacce di morte e per cinque volte in carcere, ma lei non abbassò mai la testa.
“Le sue linee guida di una vita – ricorda Pia Locatelli – furono la pace e la libertà. Spesso rivendicò il suo essere ottocentesca, deamicisiana e romantica. Aveva scelto il partito socialista non solo per desiderio di giustizia sociale, ma anche perché era l’unico partito che si opponeva all’entrata in guerra nel 1915”. Quanto al suo amore per la libertà, all’indipendenza del suo carattere, basta ricordare che al Pci che le offriva di cambiare partito, Merlin rispose: “Sarei una pessima comunista perché non sopporto la soggezione”.
Un amore per gli altri che la tenne sempre dalla parte degli ultimi, di chi stava peggio. È la ministra Fedeli a ricordare che in occasione dell’inondazione del Polesine, arrivò a vendere anche la sua medaglietta d’oro di parlamentare per comprare coperte e viveri agli sfollati”.
In questo amore per gli ultimi, la spinta alla sua battaglia contro le ‘case chiuse’. Walter Galbusera ricorda a questo proposito che obiettava agli oppositori della legge: “Non voglio abolire la prostituzione, voglio eliminare lo sfruttamento delle donne”. “Un tema purtroppo questo, che è rimasto di drammatica attualità”.
È ancora Locatelli a ricordare a questo proposito che nel 1958, durante il dibattito parlamentare sull’abolizione dei postriboli, un deputato obiettò: “Perché abolirle? Svolgono una funzione sociale. Servono a proteggere la salute pubblica”. La risposta della parlamentare socialista fu fulminante: “Benissimo. Allora per la funzione sociale creiamo una sorta di servizio di leva di 6 mesi per tutte le ventenni, naturalmente includendo le vostre figlie e le vostre sorelle”. La legge che porta il suo nome, venne approvata.
Non furono facili i rapporti con il partito socialista cui pure si era iscritta giovanissima, a 19 anni e che avrebbe lasciato dopo 55 anni di militanza, nel 1961. “I problemi nacquero – racconta Pia Locatelli – agli inizi degli anni 50 con la segreteria Morandi per la politicafrontista che aveva impresso al partito”. Nel 1961 le venne fatto sapere che il partito non intendeva ripresentare la sua candidatura nel collegio di Rovigo, dov’era stata rieletta al Senato nel 1953 e alla Camera dei deputati nel 1958, e lei reagì strappando la tessera. Nel suo discorso di commiato dichiarò che le idee sono sì importanti, ma camminano con i piedi degli uomini, e che lei non ne poteva più di “fascisti rilegittimati, analfabeti politici e servitorelli dello stalinismo”.
“Ma aveva ciò nondimeno un’idea del suo impegno politico, come un’‘onda lunga’, sapeva guardare avanti”. Tra i punti più discussi di questa sua lunga militanza per il socialismo, la libertà e il femminismo c’è sicuramente la fase legata alla battaglia per il divorzio.
“Una posizione difficile da spiegare. Ci si chiede ancora oggi perché firmò un appello contro con democristiani e comunisti. Mi dico che forse voleva in questo modo proteggere le donne, perché le statistiche di allora dicevano che la condizione economica della donna stava peggiorando. Forse temeva che nella coppia, la parte più fragile, la donna, avrebbe subito il contraccolpo più pesante dal divorzio, nell’impossibilità dell’indipendenza economica”.
Comunque un’altra dimostrazione che “Lina Merlin non era una donna compiacente”.

Merkel si ricandida a Berlino, ma pensa all’Europa

angela-merkel-a-essen“Non tutti i profughi entrati in Germania potranno rimanere, anche le loro domande di asilo verranno esaminate, e la situazione straordinaria dell’anno scorso non si potrà ripetere”. Angela Merkel esce dal Congresso della CDU a Essen, con la ricandidatura in tasca per le politiche 2017 e una maggioranza schiacciante. Unico punto fermo in un’Europa che sbanda, la Cancelliera si è mossa ancora una volta con destrezza e senso dei tempi anticipando la richiesta che sarebbe arrivata dai maggiorenti per una sterzata a destra sul tema dell’immigrazione. Anticipando la richiesta, l’ha fatta sua, ma depotenziata, così da non entrare in contraddizione sulla linea politica delle ‘porte aperte’ che un anno fa a Karlsruhe aveva lasciato senza fiato per la sorpresa non solo la platea congressuale – ovazione di nove minuti – ma tutta l’Europa. Citando i ‘grandi vecchi’, Adenauer e Khol, aveva scavalcato a sinistra gran parte degli esponenti della socialdemocrazia europea, fin troppo timidi sul tema immigrati, sempre timorosi di perdere consensi a destra.
La Cancelliera aveva ricordato un principio che dovrebbe essere alla base di qualunque impegno politico, quell’‘imperativo umanitario’ che dovrebbe governare le decisioni dei Governi di fronte al dramma di centinaia di migliaia di migranti in fuga da fame e guerre. E mentre prometteva al Congresso di adoperarsi per ridurne il flusso, qualche mese dopo avrebbe annunciato con un altro colpo a sorpresa, la decisione del suo governo di accogliere i profughi siriani.

Come a Karlsruhe un altro lunghissimo applauso dei delegati ha accolto le sue parole quando ha affermato che il velo integrale che copre il viso “deve essere proibito” e che in Germania non potrà mai valere la sharia, la legge islamica, né si potranno creare “società parallele” dove valgono leggi diverse da quelle a cui devono rispondere i tedeschi.

Dunque anche le affermazioni di oggi a Essen, vanno lette ricordando quanto ha fatto fino a oggi, non solo l’accoglienza dei siriani, ma anche il discutibilissimo accordo con Erdogan per fare della Turchia un enorme campo profughi, capace di frenare il flusso di migranti diretti verso il nord Europa.

Un passaggio l’ha dedicato anche alla Brexit, avvertendo Londra che non ci sarà la possibilità di avere libero accesso al mercato unico europeo senza accettare la libertà di circolazione dei cittadini: l’Unione non è come il dolce natalizio tedesco, il Rosinenpickerei, non si può spiluccare, prendersi solo l’uva passa e lasciare agli altri la mollica. O tutto o niente.

Angela Merkel ha infine rivendicato con un pizzico di orgoglio la sua posizione in Europa, ricordando che la Germania da tempo non è più il ‘malato d’Europa’ ed è anzi divenuta un’‘ancora di stabilità” per il Vecchio Continente. Ha parlato insomma come se si preparasse non solo alla ricandidatura a Berlino, ma a essere eletta Cancelliera d’Europa.

C. Co.

Media strangolati, la Turchia si allontana dall’Europa

Militari sfilata TurchiaLa tenaglia di Erdogan continua a stringersi e con la scusa del fallito golpe, il presidente-sultano sta eliminando sistematicamente tutte le voci di opposizione. Secondo quanto riferisce il quotidiano Hurriyet, diffondendo i dettagli di un decreto sullo stato di emergenza, oltre 130 media sono stati chiusi nel giro dell’ultima settimana: 3 agenzie di stampa, 16 canali tv, 23 radio, 45 giornali, 15 periodici e 29 case editrici. Tra essi, l’agenzia Cihan, Zaman e Kanalturk.

Due giorni fa le autorità hanno emesso mandati di arresto nei confronti di 47 giornalisti per presunti legami con la rete di Fethullah Gulen, il rivale politico di Erdogan esule negli Stati Uniti e accusato dal Governo di aver pilotato il fallito golpe. Tra questi, ci sono molti ex reporter del quotidiano Zaman, sequestrato già a inizio marzo con la scusa di aver violato il segreto di Stato svelando i traffici attorno alle armi inviate in Siria e forse anche all’Isis. In manette è già finito il noto editorialista Sahin Alpay. Della lista fanno parte anche gli ex direttori dell’edizione inglese del giornale, Bulent Kenes e Sevgi Akarcesme.

La scusa per l’ultima tornata repressiva è generalmente quella di aver sostenuto i golpisti, ma l’impressione è che non si voglia soltanto colpire gli oppositori, ma soprattutto intimorire la popolazione agitando il bastone della disoccupazione e del carcere. Un’operazione che è stata resa possibile anche dalla precedente manovra contro la magistratura, la polizia e chiunque potesse avere voce in capitolo per sostenere l’opposizione a quello che è ormai a tutti gli effetti un regime semi-poliziesco. Già dietro il paravento della guerra al terrorismo – quella contro l’irredentismo curdo – aveva utilizzato il codice penale per mettere sotto accusa decine e decine di parlamentari dell’opposizione di fatto imbavagliando il Parlamento. Tutto questo nella cornice degli arresti in massa di militari, il licenziamento di insegnanti e professori universitari, la chiusura delle organizzazioni assistenziali legate al suo rivale politico Gulen, disegna un quadro a tinte fosche della Turchia governata da Erdogan e dal suo partito islamista.

In totale, nel settore dell’istruzione, sono stati allontanati finora almeno 1.617 dipendenti di 41 università turche, mentre 234 accademici sono stati arrestati. Inoltre, 15 atenei sono stati chiusi. Oggi almeno 32 professori universitari e 5 membri del personale amministrativo sono stati rimossi dall’università Afyon Kocatepe, nell’Anatolia occidentale, per presunti legami con Gulen.

Intanto oggi si è tenuto il Consiglio militare supremo, il massimo organismo che decide nomine, promozioni e pensionamenti nell’esercito e che quest’anno è durato un solo giorno, contro i tre del passato. Alla vigilia del vertice, dopo l’epurazione dei giorni passati, altri due alti ufficiali si sono dimessi e 1.700 militari sono stati congedati con disonore.Secondo il Governo, al golpe avrebbe partecipato appena l’1,5% dei militari non graduati e ben il 40% dei generali.

A quanto riferisce il Ministro dell’Interno, Efkan Ala, gli arresti per il tentativo di golpe sono saliti a 15.846, tra cui 10 mila soldati. Il ministro ha precisato che quelli convalidati finora sono 8.113. Comunque vari analisti prevedono altre novità e cambiamenti nei posti di comando, tutte nomine che comunque per divenire effettive hanno bisogno dell’approvazione del presidente Erdogan.

La democrazia turca, laica e liberale, che stavamo appena cominciando a conoscere, rischia in breve tempo di essere solo un ricordo nel silenzio scandaloso dell’Europa e in particolare delle sinistre europee, tramortite dal dramma del terrorismo e dal rebus migranti.

  1. Co.

Banche. Per Ft c’è la ‘grande fuga’ dai fondi italiani

PORTABORSE-InternoI fondi di investimento hanno paura e hanno deciso di allegerire le loro posizioni in Italia. A spingere le vendite, secondo il quotidiano finanziario britannico Financial Times, sarebbero i timori per la crisi delle banche in Italia e in particolare per il contrasto tra Roma e Bruxelles circa l’applicazione delle regole del bail-In. Nell’articolo c’è anche una parentesi davvero curiosa perché l’autore definisce come di ‘centro-destra’ l’attuale governo. Errore o lucida cattiveria?


I fondi di investimento hanno paura e hanno deciso di allegerire le loro posizioni in Italia. A spingere le vendite, secondo il quotidiano finanziario britannico Financial Times, sarebbero i timori per la crisi delle banche in Italia e in particolare per il contrasto tra Roma e Bruxelles circa l’applicazione delle regole del Bail-In. Le paure poi sarebbero cresciute con la Brexit e stanno raggiungendo l’acme in vista della pubblicazione degli stress test sul settore bancario in Europa, in arrivo questa settimana. Secondo alcune fonti almeno una Banca, il Monte dei Paschi di Siena, ha bisogno di iniezioni di liquidità per circa 4 miliardi. Sempre secondo il quotidiano della City, alcuni analisti e investitori temono che altri istituti italiani più deboli possano non superare i test e far esplodere una crisi devastante per l’intero sistema bancario europeo. Per questi ambienti ‘l’Italia costituisce la minaccia più seria alla valuta europea’. Inoltre, dulcis in fundo, si teme anche il collasso politico che seguirebbe alla sconfitta della riforma costituzionale voluta dal governo Renzi, una scommessa che oggi appare decisamente azzardata proprio perché è intimamente legata alla vita stessa della maggioranza di Governo.

Il Financial Times che cita i dati raccolti da Epfr Global, parla del fondo iShares MSCI Italy Capped, del potente gruppo BlackRock, che in un anno ha visto le sue quotazioni scendere del 18%, e che da gennaio a oggi ha tagliato della metà il miliardo di dollari di investimenti italiani. Decisioni analoghe sono state prese da altri fondi di investimento come l’iShares Currency Hedged MSCI Italy ETF e due guidati da Deutsche Asset Management.

Financial TimesNicholette MacDonald-Brown, gestore di un fondo azionario pan-europeo, il secondo più grande quotato in Europa, è impietosa nei giudizi prima spiegando che nel suo portafoglio ci sono soltanto tre titoli italiani su 50 perché sono gli unici abbastanza ‘liquidi’ e poi perché “il mercato italiano è di gran lunga quello con le peggiori performance in Europa e il settore bancario è quello che ha le performance peggiori”.
Tutti, nel racconto di Ft, sembrano fuggire dal sistema bancario italiano e anche chi difende la situazione come Tommaso Corcos di Assogestioni, lo fa citando il brutto quadro mondiale: “Non è uno specifico problema italiano, è un problema globale. Le banche di tutto il mondo hanno un prezzo, in media, ben al di sotto del valore contabile”.

In Italia le informazioni che arrivano dai maggiori gruppi del risparmio gestito continuano invece a essere positive anche perché gli italiani continuano a essere dei forti risparmiatori nonostante la interminabile crisi che attraversa il Paese.

Perché il Financial Times mette l’Italia sotto la lente di ingrandimento (e non è la prima volta)? Forse perché il mondo finanziario britannico prima dell’euro speculava spesso e volentieri sulle valute più fragili come la lira e  oggi ha una ragione di più per darsi da fare nell’evidenziare le debolezze altrui attirando qualche capitale oltremanica.

Secondo quanto riferito dal Wall Street Journal, la grande fuga dall’azionario europeo, non solo italiano, è iniziata all’indomani della Brexit e secondo Hsbc Global Research, ci sono stati deflussi record da decine di miliardi di euro, ma finora ad avvantagiarsi di tutto questo sono stati solo gli Stati Uniti. La City allora forse cerca di convincere gli investitori a mollare le situazioni più scabrose – l’Italia – per scommettere un po’ anche sulla piazza britannica.

In tutto questo agitarsi, nel pezzo del Financial Times, c’è anche una parentesi davvero curiosa. Scrive infatti l’autore Aliya Ram: “Investors have fled funds as a stand-off over contentious bank “bail-in” rules — disliked by Italy’s centre-right government — intensifies ahead of the publication of stress-test results on Friday”. Dunque il Governo italiano viene qualificato come di centro-destra, una definizione che farà piacere sicuramente ad Alfano e Verdini, forse meno a Renzi e per niente a Bersani. Chissà se si tratta di un banale scivolone oppure di una convinta definzione di come attualmente viene visto all’estero il nostro Governo.
C. Co.

Staff della Clinton accusa Putin per le mail hackerate

Le 20 mila mail dello staff dei Democrats contro Sanders, diffuse da Wikileaks, stanno provocando un terremoto alla vigilia dell’incoronazione di Hillary Clinton per la corsa alla Casa Bianca. Si è dimessa la presidente del comitato nazionale del partito mentre per il campaign manager della Clinton dietro l’hackeraggio c’è Putin. “Dobbiamo attenderci di tutto – ha commentato Pia Locatelli da Filadelfia – la posta in gioco è talmente alta che nessuno si farà scrupolo di usare qualsiasi mezzo per denigrare o distruggere l’avversario”.

Vladimir PutinLe quasi 20 mila mail circolate nello staff della presidenza del Partito Democratico contro Bernie Sanders e diffuse pubblicamente da Wikileaks, stanno provocando un terremoto politico, con ripercussioni internazionali, alla vigilia della Convention di Filadelfia che dovrà incoronare Hillary Clinton per la corsa alla Casa Bianca.

Dalle mail diffuse emerge che la dirigenza Democrat avrebbe manovrato per colpire il principale concorrente della Clinton, Bernie Sanders, anche portando alla luce il suo presunto ateismo (Sanders è di religione ebraica, ndr). Un colpo durissimo alla campagna dei Democratici perché proprio la scorsa settimana la Clinton ha scelto per il ticket presidenziale un esponente politico di centro – il senatore Tim Kaine – e non il secondo arrivato Sanders dando per acquisito il sostegno di quell’elettorato più di sinistra che tifava per Sanders e che ora invece, alla luce delle rivelazioni sulle mail, potrebbe scegliere di astenersi. All’orizzonte c’è insomma un possibile disastro e mentre la presidente del comitato nazionale del partito Deborah Wasserman Schultz ha presentato le proprie dimissioni per lo scandalo a tirar fuori d’impaccio i Democrats potrebbero essere le indagini circa un presunto ruolo dello spionaggio russo nell’hackeraggio dei pc del partito e nel passaggio delle informazioni all’organizzazione creata da Giulian Assange.
Un’operazione da 007 che sarebbe stata pensata per aiutare la campagna di Trump, che nei sondaggi sta oggi 5 punti sopra Clinton (ma è anche l’effetto Convention di Cleveland, ndr) perché è fuor di dubbio che Putin preferirebbe assai di più che ci fosse lui alla Casa Bianca, un personaggio di scarso spessore in grado di indebolire enormemente l’immagine e il ruolo mondiale della superpotenza americana piuttosto che l’arci-rodata Clinton, già Segretario di Stato e politico di lunghissima e solida carriera, buon punto di riferimento per l’establishment economico e finanziario del Paese.

“Alcuni esperti ci dicono – ha dichiarato Robby Mook, il campaign manager della Clinton – che è stato opera dei russi per aiutare Donald Trump”. Mook ha ricordato anche i legami d’affari degli uomini di Trump con gli alleati di Vladimir Putin, e le parole di Trump sulle regole di ingaggio tra gli alleati della Nato, sull’Unione europea e sugli aiuti all’Ucraina. Il tutto condito da una serie di ammiccamenti tra lo stesso Trump e Putin. “Quando si mette tutto insieme si ha un quadro inquietante e penso che gli elettori abbiano bisogno di riflettere su questo. Non credo che sia stata una coincidenza che le mail siano state diffuse in questo momento: per creare il massimo danno e aiutare ad eleggere Trump”.
Per ora da Mosca arrivano reazioni infuriate perché se è vero che Putin preferisce Trump alla Clinton, è vero anche che la pista spionistica potrebbe gettare una bella cortina fumogena in grado di far dimenticare in fretta lo sgambetto a Sanders. Certo è che i prossimi tre mesi di campagna per le presidenziali si annunciano quanto mai combattuti come nota Pia Locatelli, capogruppo socialista alla Camera, a Filadelfia per la Convention che deciderà la prima, storica nomination di una donna nella corsa alla Casa Bianca.
“In questi ultimi mesi di campagna elettorale negli Stati Uniti – ha commentato – dobbiamo attenderci di tutto: la posta in gioco è talmente alta che nessuno si farà scrupolo di usare qualsiasi mezzo per denigrare o distruggere l’avversario”. “Sarà difficile sapere se siano stati i russi ad aver rubato le mail del Partito democratico e averli pubblicati alla vigilia della Convention, quello che è certo e che ci saranno altri colpi bassi, volti a far perdere credibilità alla Clinton”. “Le elezioni Usa – ha proseguito Pia Locatelli che parteciperà a una serie di eventi organizzati dal National Democratic Institute in parallelo alla Convention per mettere a confronto rappresentanti dei parlamenti, ministri, leader di partito provenienti da tutto il mondo su temi di politica internazionale e statunitense – sono da sempre un evento di portata mondiale, ma mai come in questo momento la vittoria di una o dell’altro avrà conseguenze opposte nello scenario geopolitico, e queste conseguenze saranno devastanti se a vincere dovesse essere Trump”.

Elezioni Usa. Trump promette legge e ordine

Donald Trump nomination 1Alla Quicken Loans Arena di Cleveland, Donald Trump, con un discorso di oltre un’ora, il più lungo a memoria del GOP, ha ufficialmente accettato la candidatura alla presidenza degli Stati Uniti.

Dietro di sé a 13 milioni di americani, quanti sono quelli che lo hanno votato alle primarie, ma non tutto il Partito repubblicano perché il Grand Old Party, compreso Ted Cruz, il candidato alternativo e molti dei ‘vecchi’ leader come George Bush jr, non apprezzano questo affarista un po’ imbroglione che è molto bravo a infiammare gli animi, ma non ha ricette serie per il governo del suo Paese.
Ha vinto insomma la sua nomination, ma contro l’apparato di partito che non lo avrebbero mai voluto far correre contro Hillary Clinton, e non tanto perché temono che sia solo un chiacchierone, ma perché ritengono che col suo radicalismo non risucirà a convincere la maggioranza degli americani.
Di certo Trump ha finora vinto contro tutta l’intellighenzia, conservatrice e liberal, contro gran parte del mondo economico e finanziario perché parla direttamante alla ‘pancia’ del Paese, all’America profonda che ha subìto la crisi finanziaria ed economica del 2008, che ha paura del futuro, della disoccupazione, del terrorismo, della criminalità.
E infatti il candidato repubblicano si è presentato promettendo ‘legge e ordine’ e di rimettere sui binari un’America i cui problemi sarebbero dovuti in gran parte alla presidenza Obama, ma soprattutto alla politica estera di Hillary Clinton.

Donald Trump nomination follaIl suo discorso conteneva pochissimi dati, poche ragionevoli certezze, una serie ininterrotta di asserzioni e promesse di cui, non sia mai dovesse vincere, dovrà dare conto agli elettori. Se arriverà alla Casa Bianca, si è impegnato ad essere la ‘voce dell’America’, a dire la verità e anche cose spiacevoli, politicamente scorrette per un’America di nuovo sicura, di nuovo ricca, di nuovo grande…
“Il 20 gennaio 2017 gli americani si sveglieranno finalmente in un Paese dove le leggi vengono fatte rispettare. Io sono il candidato dell’ordine e della legalità”.
§2 arrivato l’uomo che ha la bacchetta magica per ‘aggiustare’ l’America, riportare la sicurezza nelle strade e nel mondo distruggendo l’Isis.
“Gli Stati Uniti devono immediatamente sospendere l’immigrazione da tutti i Paesi che sono coinvolti con il terrorismo fino a che non sia realizzato un meccanismo di controllo efficace”. L’ingresso in America sarà concesso solo “a chi sostiene i nostri valori e ama la nostra gente”. E quanto all’immigrazione clandestina interna, si farà il muro col Messico: “Fermeremo l’immigrazione illegale”. E sì perché nella visione di Trump, gli immigrati, inclusi i loro famigliari, sono la fonte primigenia della “violenza nelle nostre strade e del caos all’interno delle nostre comunità” mentre all’estero l’America è “una Nazione insultata e umiliata”.

Basta poi con il medical care, l’assistenza sanitaria estesa ai poveri e fortemente voluta proprio da Hillary Clinton fin da quando alla Casa Bianca c’era il marito Bill, un riforma che ha fatto infuriare le assicurazioni private cui ha tolto immensi guadagni per una sanità che è tra le più care e meno efficienti dei Paesi industrializzati. Basta anche con la pretesa di controllare la vendita di armi e se Trump anche su questo sposa le tesi dell’America più ricca ed egoista, dall’altra con la chiusura all’immigrazione, risponde alle paure di povertà dell’America operaia e impiegatizia che negli ultimi anni ha sceso, un gradino dopo l’altro, tutte le classifiche economiche per ritrovarsi sempre più povera.

Trump è isolazionista in politica economica come in politica estera. A cominciare dalla Nato, di cui rimette in discussione la regola fondante dell’aiuto ‘automatico’ ai Paesi membri aggrediti, perché questa clausola andrebbe ridiscussa alla luce dei costi che l’America sopporta per essere la prima superpotenza globale. E dunque globalizzazione e accordi internazionali vanno bene solo se, ragionieristicamente, convengono e in questa visione va indubbiamente contro la finanza globalizzata, la corsa all’arricchimento di un pugno di speculatori che ha provocato la crisi del 2008 perché mette in discussione la sovranazionalità degli interessi privati.

‘‘Un discorso spaventoso, molto cupo e terribile’’, è la prima reazione dall’entourage della famiglia Bush attraverso la ex speechwriter di George padre, Mary Cary, che twitta mentre Trump sta ancora parlando. Risponde subito anche Hillary Clinton: “Non sei la nostra voce’’. Poi in spagnolo – una fetta decisiva dell’elettorato americano per le sorti elettorali è ispano-americano – twitta: ‘‘Sì, costruiremo un muro tra te e la presidenza”, replicando così alla promessa di Trump di costruire il muro al confine tra Usa e Messico.
Gli intellettuali, soprattutto quelli liberal, sono esterrefatti. Non capiscono come abbia fatto Trump ad arrivare fin dove è oggi. Non è difficile rilevare il tasso di demagogia e populismo del candidato repubblicano, quello che faticano a comprendere è come abbia fatto a convincere così tanti americani di poter anche solo mantenere una parte minima delle sue promesse.

Una parte delle colpe vengono attribuite a un miscuglio di elementi che dipingono un’America ignorante e credulona, che si nutre di reality show e di social media, pronta a farsi abbindolare da questa sorta di scugnizzo che è Trump. Un’altra parte però – e questo vale ovunque, anche qui in Italia con l’ascesa del Movimento 5 stelle e nel resto d’Europa per fenomeni politici analoghi – al vuoto politico che si è creato dopo decenni di promesse a vuoto della classe dirigente, per la incapacità e/o sordità a rispondere alle richieste dei cittadini, soprattutto negli anni della crisi.

Il personaggio ha poi un’innata abilità da piazzista che ricorda quella di Silvio Berlusconi, un ‘Cavaliere nero’ a Stelle & Strisce. Prima dipinge un Paese in condizioni miserrime, poi si dipinge come il prodotto miracoloso che tutto sana. Sono arrivato alla nomination, ha spiegato, in un momento di crisi nazionale, di “povertà e violenza in casa, guerra e distruzioni fuori dai confini”. “Ogni mattina mi alzo determinato a creare le condizioni per una vita migliore per tutta questa Nazione che è stata dimenticata, ignorata e abbandonata”. Insomma è arrivato anche per gli americani l’uomo del destino, o almeno è questo quello che vuol fargli credere.Donald Trump nomination 2Per saperne di più:
Will Donald Trump’s fear mongering make Americans vote for him?

OMS, un piano mondiale per la salute di donne e bambini

Ungheria-muro-anti immigratiTrecentomila donne perdono la vita per il parto ogni anno e una su tre, dell’intera popolazione mondiale, parliamo di oltre due miliardi, sono vittime di violenza sessuale. Ci sono dei numeri che danno da pensare, che fanno paura come quelli delle statistiche che l’Organizzazione mondiale della sanità raccoglie per sensibilizzare opinioni pubbliche e Governi, per condividere strategie in difesa della salute delle donne e non solo.
Ne hanno parlato oggi alla Camera la vicedirettrice generale dell’Oms, Flavia Bustreo, con una rappresentanza parlamentare guidata da Pia Locatelli, presidente della commissione per diritti umani e presidente onoraria dell’Internazionale socialista donne. Un’audizione – coincisa con l’inaugurazione di una sala dedicata proprio alle donne e alla loro presenza nelle Istituzioni, dai giorni della resistenza a oggi – che è servita a illustrare una piattaforma chiave nell’implementazione dell’Agenda 2030 dell’Onu per lo sviluppo sostenibile per il ruolo chiave che hanno donne, bambini e adolescenti.

Flavia Bustreo OMS

Nella Sala delle Donne. Da sx: Flavia Bustreo, Maria Grazia Panunzi (Aidos), Pia Locatelli, Laura Boldrini, Maria Pia Garavaglia

La dottoressa Bustreo, che come ha ricordato Locatelli è stata l’ideatrice, la promotrice del piano mondiale dedicato alla salute delle donne, dei bambini e degli adolescenti che coinvolge i Parlamenti di tutto il mondo, ha sottolineato quanto importante sia affrontare queste problematiche in una fase di grande espansione del fenomeno migratorio. Un tema che oggi vede l’Italia in prima linea, anche per il ruolo che il nostro Paese avrà nel prossimo G7, e che ha saputo dare risposte all’altezza della sfida e di cui si è detta ‘orgogliosa’ la responsabile dell’Oms.
Il piano dell’Organizzazione mondiale della sanità si prefigge inanzitutto di verificare le condizioni di vita di donne e adolescenti tenendo anche conto che si sta assistendo ad una crescita della migrazione al femminile, non forzata, ma che risponde a una domanda in crescita di assistenza primaria nei Paesi sviluppati, soprattutto dell’Europa. Quindi non solo un’attenzione alla salute nel suo insieme, ma anche alla partecipazione delle donne allo sviluppo economico.

Ma per tornare ai numeri che fanno paura, la buona notizia è che da quando l’Oms si sta occupando a fondo del tema della mortalità materna, almeno la quantità di decessi ha iniziato a declinare. Dal mezzo milione di morti che si registravano nel 1990, si è passati ai 300 mila di oggi (2015). La riduzione vera è cominciata però solo cinque anni fa, evidentemente per l’efficacia delle misure che via via sono state adottate per arginare un fenomeno che colpisce le donne prima, durante e dopo il parto, grazie a un miglioramento dell’accesso ai servizi sanitari soprattutto nelle fasi di emergenza come emorragie e infezioni.
Quanto al tema delle violenze, le statistiche sono basate sui dati di 67 Paesi, poco meno della metà di quelli che aderiscono all’Oms e già questo elemento ci dice quanto difficile sia anche soltanto conoscere nei dettagli una piaga terribilmente diffusa.

Tra i compiti dell’Oms c’è poi anche quello di arginare minacce sanitarie gravissime come quelle della diffusione di malattie trasmesse per contagio. La dottoressa Bustreo ha a questo proposito ricordato il tema della vaccinazione e quanto importante sia combattere – un invito rivolto non solo alle Istituzioni, ma anche agli oepratori dei mass media – nell’opinione pubblica il fenomeno della ‘riluttanza’ alla vaccinazione. Accade infatti che la popolazione, avvezza a una progressiva scomparsa di talune malattie infettive, avverta sempre meno i vantaggi della vaccinazione. A questo preoccupante fenomeno si aggiungono poi certe campagne pseudoscientifiche su una supposta correlazione tra vaccinazioni e autismo e sui casi, anche se rari, di effetti collaterali dei vaccini, e si finisce per avere un calo generalizzato delle difese da malattie infettive tutt’altro che banali.
Una battaglia che l’Oms sta combattendo in tutti i modi anche per rendere accessibili a prezzi di mercato nuovi vaccini contro virus temibilissimi, potenzialmente mortali, come il Rotavirus – diarree rapide – o il Pneumococco –polmonite – ma anche al papilloma virus responsabile del cancro della cervice.

Un campo quello dei vaccini estremamente esteso e, purtroppo, fonte di spiacevoli novità come quella del virus Zika che sta conoscendo una rapida espansione in correlazione ai cambiamenti climatici invadendo aree molto popolose, come il Brasile, o raggiungendo popolazioni che fino a ieri erano naturalmente difese dall’altitudine dei loro insediamenti. Una battaglia appena cominciata contro un virus che è sospettato di provocare danni gravissimi al feto sia con la microcefalia sia con danni permanenti al sistema nervoso e che, come per le altre battaglie, per essere vinta ha bisogno non solo di medicine, vaccini, prevenzione e protezione, ma soprattutto di poter contare su una strategia mondiale condivisa, sulla collaborazione delle istituzioni e sulla sensibilizzazione delle popolazioni.
C.Co.

Rapporto Chilcot: prove fasulle per la guerra a Saddam

Rapporto Chilcot largeTony Blair si presentò il 24 settembre del 2002 davanti alla Camera dei Comuni per sostenere che l’Iraq di Saddam Hussein era in grado, o lo sarebbe stato in breve tempo, di lanciare un attacco WMD (Weapon of mass destruction), con armi atomiche, chimiche o batteriologiche e che pertanto la coalizione occidentale, di cui faceva parte la Gran Bretagna, guidata dagli Stati Uniti di George Bush jr e a cui presto si unì l’Italia di Silvio Berlusconi con altri 46 Governi, ma non quello francese e tedesco, avevano il dovere di condurre un attacco preventivo per abbattere il dittatore e proteggere innanzitutto gli alleati nella regione, a cominciare da Israele.
Era tutto falso e pretestuoso, come ha confermato sir John Chilcot presentando oggi il rapporto sulla partecipazione britannica alla guerra in Iraq, spiegando che il conflitto si basò su dati di intelligence “imperfetti” e portato avanti con una progettazione “totalmente inadeguata”.

Blair_Bush_WhitehouseIl premier britannico per sostenere la tesi della minaccia grave di Saddam, alleato di Washington contro l’Iran khomeinista, fino allo scoppio della prima Guerra del Golfo, nel 1990, produsse anche un dossier che, al pari di quello portato dagli Usa anche alle Nazioni Unite, si basava su alcune prove false, in qualche caso costruite a tavolino dai servizi segreti. Una forzatura pericolosa di cui erano in tanti consapevoli in quei giorni – in Italia a opporsi allora a quell’avventura c’era anche il Psi con le altre forze di opposizione – ma che nonostante tutto produsse le sue nefaste conseguenze con la seconda Guerra del Golfo, nell’attacco contro l’esercito di Saddam Hussein e l’invasione dell’Iraq, e con una, ampiamente prevista, successiva destabilizzazione dell’area.
Una guerra disastrosa sotto tutti i punti di vista, non solo perché provocò un grandissimo numero di vittime tra gli iracheni – alcune stime arrivano a 600 mila morti -, ma anche per le sue conseguenze politiche, sociali ed economiche interne ed esterne, di cui oggi stiamo pagando ancora le conseguenze, compresa l’espansione a macchia d’olio delle formazioni terroristiche legate all’islamismo radicale.

Catturato e giustiziato, ha avuto ragione dopo morto: non aveva armi di distruzione di massa

Catturato e giustiziato, ha avuto ragione dopo morto: non aveva armi di distruzione di massa

“Nel marzo 2003 non c’era una minaccia imminente di Saddam Hussein contro l’Occidente, l’azione militare non era l’ultima opzione”, scrive Sir Chilcot nel suo rapporto dopo aver ascoltato 150 testimoni, consultato 150mila documenti, in 7 anni di lavoro e con una spesa di 10 milioni di sterline. Sir Chilcot, alto funzionario dello Stato e più volte con incarichi di Governo, ha prodotto 12 volumi che costituiscono un’accusa formidabile non solo nei confronti dell’ex premier laburista, ma anche contro l’allora ministro degli esteri e contro il capo dei servizi segreti di Sua Maestà. Un rapporto devastante che potrebbe anche portare ad un’accusa di crimini di guerra.

Blair, con Bush e gli altri, decisero di attaccare l’Iraq consapevoli che il rischio WMD non era reale e nonostante fossero tutti ben consapevoli delle conseguenze che avrebbe avuto la guerra, a partire dalle nuove minacce terroristiche da parte di Al Qaeda contro la Gran Bretagna. “Ho preso la decisione in buona fede e nell’interesse del Paese”, si è subito difeso Blair respingendo le accuse.

Bush 'missione compiuta' portaerei USS Abraham Lincoln maggio 2003

L’annuncio di ‘missione compiuta’ dalla tolda della portaerei USS Abraham Lincoln nel maggio 2003

“L’azione militare contro Saddam Hussein non era l’ultima opzione”. “Usa e Gran Bretagna minarono l’autorità dell’Onu” presentando prove sul fatto che Saddam Hussein avesse armi di distruzione di massa “con una certezza che non era giustificata” e che venne inquivocabilmente dimostrata, prosegue il rapporto sottolineando che le circostanze con cui è stata stabilita una base legale per la guerra contro l’Iraq erano “lungi dall’essere soddisfacenti”.

Tony Blair ha reagito alle accuse spiegando di aver preso la decisione di entrare in guerra contro l’Iraq nel 2003 “in buona fede” e in quello che riteneva “essere il miglior interesse del Paese”. “Mi assumo tutta la responsabilità”, ha aggiunto Blair.

Il rapporto evidenzia il ruolo che almeno due figure chiave ebbero con lui nel portare avanti quella sciagurata avventura: John Whitaker Straw, (Jack Straw), ministro degli esteri dal 2001 al 2006 e John McLeod Scarlett, alla guida della commissione di controllo dei servizi segreti, Joint Intelligence Committee (JIC), poi passato al vertice del MI6. I rapporti truccati, utilizzati da Blair e da Bush, passarono dalle loro mani e in quest’operazione di maquillage per rendere credibile la minaccia WMD, anche l’Italia ebbe un ruolo ‘inventando’ una pista nucleare nigeriana – il Nigergate – che portava fino a Saddam.

Per saperne di più:
Il rapporto Chilcot
Il Nigergate

ITALICUM IN BALLO

Entra in vigore domani 1 luglio la nuova legge elettorale, l’’Italicum’, ma la lista di chi vuole cambiarla prima ancora che venga testata nelle urne, si allunga giorno dopo giorno.
Dal leader del Pd nonché Presidente del Consiglio Matteo Renzi, fino agli esponenti delle opposizioni, tutti in qualche modo si stanno esprimendo in queste ore, peraltro lasciando amplissimi margini di ambiguità. La questione è davvero confusa oltre che complessa, riduciamola agli attori principali.

legge elttorale urne voto elezioniMatteo Renzi
Ai suoi fan che gli chiedono se c’è da essere preoccupati per la mozione sull’Italicum che Sinistra italiana ha presentato e che verrà discussa a settembre, Renzi risponde utilizzando #matteorisponde, diretta twitter da Palazzo Chigi: “Ma che preoccupare, è una mozione dell’opposizione che si discuterà in Parlamento, ce ne sono tante…”.Matteo Renzi twitter facebook
Lo stesso risponde anche alle domande sull’eventualità di spostare la data del referendum sulle riforme costituzionali (ma la regola è stabilita dalla Carta, ndr) che sono intimamente intrecciate all’Italicum, in un combinato disposto che è in grado di mutare il volto del nostro sistema repubblicano democratico parlamentare: “No, ci sono dei tempi previsti dalla legge per il referendum costituzionale. Sono alcune delle tante notizie false che si leggono”.
Tutto deciso dunque? Non tanto perché nella maggioranza stessa, nel Pd, ammettono che non c’è più una chiusura totale e la mozione presentata da SI lascia sperare chi vuol modificare l’Italicum, ma è lo stesso Renzi che mentre su twitter ripete che non se ne parla neppure, dai portavoce e dai giornalisti ‘amici’ fa filtrare un’apertura: “Per ora – dice attraverso Maria Teresa Meli sulle colonne del Corriere della Sera – non esiste nessuna modifica, ma dopo il referendum vedremo…”. E ancora la giornalista spiega che ‘il premier segue più direttrici. Muove verso la minoranza interna: lunedì, in occasione della riunione della direzione, Renzi dovrebbe aprire uno spiraglio sull’Italicum. Nessun cedimento, ma una sorta di prova fedeltà nei confronti dei bersaniani: voi votate sì al referendum di (fine) ottobre e io posso modificare la legge elettorale’.

A rafforzare la linea del ‘non la cambio manco morto’ (altra frase riportata da Meli sul Corriere tempo fa, ndr), arriva il capogruppo del Pd alla Camera, Ettore Rosato che sempre al Corriere della Sera spiega: “Con l’Italicum abbiamo costruito un impianto solido, che garantisce la governabilità e la rappresentanza e che risolve quei problemi che anche oggi possiamo rivedere in Spagna. Detto questo, non abbiamo mai negato il dialogo”.

Un colpetto a Franceschini
Quanto alle preoccupazioni espresse già durante la discussione della nuova legge e rafforzate dall’ultima tornata delle amministrative che il M5s possa sconfiggere il Pd nell’eventuale ballotaggio e aggiudicarsi l’abnorme premio di maggioranza anche con una minoranza ssoluita di votanti, Rosato risponde che “le priorità del Paese” sono “altre, semplificazione, lotta alla disoccupazione, lotta alla povertà” piuttosto che occuparsi dell’Italicum. E poi argutamente rileva come “le leggi elettorali non si fanno a misura delle campagne elettorali, si fanno su presupposti di neutralità”. E già che ci si trova, l’esponente piddino tira in ballo anche il suo collega di partito Franceschini che viene dato dai rumours come tra più attivi nella campagna per modificare la legge con qualche suggestione per un ribaltone alla ‘stai sereno’: “Il gruppo dirigente del Pd, compreso Franceschini, – chiosa Rosato – lavora per consolidare questo governo e non per immaginare un dopo-Renzi. Io non vedo come in questa legislatura si possa costruire un governo più forte di quello che c’é”.

Stefano Ceccanti, il costituzionalista
E non si può non citare Stefano Ceccanti, senatore del Pd, tra i più autorevoli ingegneri di quelli che per conto di Renzi hanno costruito l’Italicum e le modifiche alla Costituzione. “Non ci sono i tempi tecnici per cambiare una legge elettorale prima del referendum costituzionale d’autunno – dice in un’intervista a La Stampa e se Renzi vincerà, molte cose cambieranno… Ma al fondo mi sembrerebbe suicida chiedere di cambiare una legge elettorale perché ti fanno paura i Cinque Stelle. Una posizione che definirei ‘sconfittistica’. Non reggerebbe di fronte al Paese”.
“Avresti tutti i quotidiani che titolano sulla paura di perdere. E i grillini avrebbero, gratuitamente, la patente di vincenti”. “É totalmente delegittimante ammettere di cambiare la legge per paura di perdere. E a quel punto succederebbe sul serio”. “Per il M5S sarebbe una campagna win-win. Vincente in ogni caso”. E su questa considerazione è impossibile dargli torto. Si può solo rilevare che se le cose stanno così, il Pd ha fabbricato un’ottima corda per impiccarsi.
Ceccanti infine, tanto per far capire agli alleati della maggioranza, Alfano in testa, qual è l’aria che tira, ricorda che “Il Pd è nato proprio per superare l’esperienza dell’Ulivo, i cespugli, i partiti e i partitini”. “La sola idea di coalizione puzza di vecchia politica, di establishment che cerca di sopravvivere, di manovre di corridoio”. “Il Pd renziano, anche se dovesse mai tornare il premio di coalizione, secondo me non si puo’ alleare con nessuno, pena lo snaturamento. Impossibile che stringa alleanza con quella sinistra che sputa sul governo tutti i giorni. Impossibile anche, per gli stessi motivi, un apparentamento con i gruppuscoli centristi, gli ex berlusconiani alla Verdini”. Insomma è la conferma della teoria dell’autosufficienza di veltroniana memoria, quella che portò alla magnifica sconfitta del 2008.

Tutto chiaro? Mica tanto. questo è un po’ il gioco delle tre carte. Si dice una cosa da una parte e se ne fa dire un’altra da un’altra parte. Ballon d’essai probabilmente quelli di Renzi sul Corriere e su twitter. Sondaggi per vedere ‘l’effetto che fa’ come avrebbe cantato Iannacci.

La minoranza Pd
Quanto alla dissidenza interna, in un’intervista a la Repubblica Miguel Gotor, senatore della minoranza, ripete che occorre superare l’Italicum, non correggerlo, “perché tra la cosmetica e una legge che garantisce davvero maggiore rappresentanza preferiamo la seconda strada”. E non basta la mozione di Sel, che sarà discussa a settembre: “Tocca a Renzi prendere l’iniziativa”.
Gotor propone poi un baratto: “Dopo l’estate faremo un bilancio e decideremo come schierarci al referendum costituzionale”. Insomma non come Renzi fa dire a Meli sul Corsera ‘prima votano la riforma, poi gli cambio la legge’, ma piuttosto se la cambia, la minoranza vota il Dl Boschi. “Renzi è un politico realista, attento ai rapporti di forza. Si rende conto che l’Italicum ha un limite strutturale: è pensato come un abito su misura del Pd al 40 per cento, presuppone lo sfondamento di una sola forza. Ma la realtà è molto diversa e presenta il conto”.

Pino Pisicchio (Gruppo Misto)
Il presidente del Gruppo Misto alla Camera Pisicchio, abile tessitore, salva capra e cavoli, la sua maggioranza e la voglia di cambiare la legge elettorale: “Occorre togliere enfasi al tema della correzione dell’Italicum. Non è alle viste la guerra dei mondi, ma soltanto l’opportunità di correggere in Parlamento e in modo condiviso alcune fragilità dell’attuale impianto per renderlo più efficace ai fini della rappresentanza democratica e della governabilità. Non accettiamo, dunque, di usare questo argomento, posto con spirito collaborativo, come un oggetto contundente contro il governo”.

Riccardo Nencini (Psi)
“Il voto sul referendum costituzionale di ottobre sarà un voto politico e noi dobbiamo  fare la nostra parte”- ha detto il Segretario del Psi, Riccardo Nencini, aprendo oggi a Roma i lavori della Direzione Nazionale del partito. “Intanto non va esclusa l’ipotesi di spacchettare il quesito referendario e poi – ha aggiunto – chiederemo di spostare la data della consultazione perché non leda o ritardi l’approvazione della Legge di Stabilità, con la quale – ha sottolineato il Segretario – bisogna aprire il ‘secondo tempo’ del governo. Serve una Legge di Stabilità attenta alle questioni sociali: alzare le pensioni minime da finanziare con un maggior prelievo da gioco d’azzardo; investire su giovani meritevoli e che si trovano nella  condizione del bisogno; mettere a punto un Piano Casa con cui mettere a disposizione nuovi 70.000 alloggi popolari”. Nencini, parlando ancora del referendum del prossimo ottobre, ha sostenuto che “va preso in considerazione con il doppio binario referendum -legge elettorale”. Per Nencini, “l’Italia ha ormai un sistema tripolare. Al ballottaggio possono andare forze che rappresentano soltanto un quarto dell’elettorato e potrebbero addirittura governare l’Italia in splendida solitudine” – ha detto ancora. “Rappresentare un quarto degli elettori è troppo poco per guidare un Paese. Per questo occorre modificare la legge elettorale allargando il premio di maggioranza all’intera coalizione, con un premier – ha aggiunto – che non sarà il leader del suo partito ma sarà leader e garante dell’intera coalizione”. Il Segretario ha poi annunciato la messa a punto del manifesto per un’Europa federale che i socialisti porteranno alla prossima riunione dei leader del Pse che si terrà a Parigi il prossimo 7 luglio.

Il partito di Alfano, l’NCD
Gli alfaniani vedono l’Italicum come una sentenza di morte e non c’è nulla di strano che desiderino cambiare una legge che li obbliga a entrare nel Pd o a scomparire: “L’Italicum – dice Valentina Castaldini, portavoce nazionale del Nuovo Centrodestra ai microfoni di TgCom24 – è una buona legge e per questo l’abbiamo votata e, come abbiamo sostenuto, si puo’ migliorare. Il premio alla coalizione e non alla lista permetterebbe di assicurare al Paese di avere una rappresentanza più articolata. Siamo disponibili a una discussione in questo senso con un confronto franco e schietto che vada nella direzione della costruzione di un percorso comune”.

Le opposizioni
Di Maio, M5s –
I Cinque stelle, che sarebbero i più favoriti dall’Italicum, assicurano che resta la loro contrarietà: il testo, concordano con SI, è incostituzionale. Ma nella maggioranza più d’uno si dice pronto a scommettere che al momento decisivo lavoreranno sottotraccia per lasciarlo invariato. Intanto scrive su Facebook Luigi Di Maio, vicepresidente della Camera e componente del direttorio M5s, “la Camera dei deputati ci costa 100.000 euro all’ora (avete letto bene) e il Pd vuole spendere questi soldi per cambiare l’Italicum. Facciano pure Ma quando vorranno tornare sulla Terra, gli mostreremo quali sono le priorità per l’Italia”.

Francesco Paolo Sisto, FI
“Sull’Italicum – dice il deputato di Forza Italia Francesco Paolo Sisto – Pd e M5S continuano a giocare a nascondino. Nei Dem si va avanti a contraddizioni, ieri vagiti di cambiamenti, oggi di nuovo frenata sulla possibilità di intervenire sulla legge elettorale. Ma è assai probabile che Renzi, sotto sotto, un pensierino su qualche modifica lo stia facendo, eccome. I grillini, al contrario, dopo aver tanto osteggiato l’Italicum, ora sembrano molto più cauti”.“E sebbene formalmente – aggiunge – la posizione dei 5Stelle resti contraria alla nuova legge, si intuisce che tenerla così come è a loro non dispiacerebbe affatto. Ancora una volta, dunque, l’unico partito coerente e chiaro nelle sue posizioni è Forza Italia: per noi l’Italicum andava cambiato prima e va cambiato ora”. In effetti nessuno ha mai capito perché alla fine del patto del Nazareno, Silvio Berlusconi accettò ob torto collo il premio di lista, che non voleva, anziché di coalizione. Ci fu un baratto, ma in cambio di cosa si convinse?

Massimo Villone (Comitato referendario)
“La calendarizzazione a settembre – che il PD avrebbe potuto impedire – di una mozione di Sinistra Italiana e mirata alla modifica dell’Italicum – dice Massimo Villone,  presidente del Comitato referendario per l’abrogazione delle norme della legge elettorale – conferma l’indebolimento di Renzi. Ma rimane la domanda: a quali modifiche Renzi sarà disponibile?”. “Consentire coalizioni e apparentamenti per l’attribuzione del premio – secondo Villone –  è una modifica più apparente che reale. Rimarrebbero la forzosa riduzione in chiave bipolare di un sistema ormai tripolare, l’eccesso di disproporzionalità tra voti e seggi, la possibilità di governi espressione di minoranze anche esigue, la lesione del principio del voto eguale. Ma servirebbe a Renzi per mettere nell’angolo M5S, al tempo stesso riducendo la tensione con i partiti minori, dentro e fuori il governo. Lo stesso può dirsi per la cancellazione del voto bloccato sui capilista. Le liste brevi imposte dai collegi di piccola dimensione consentono a un segretario di partito che decide su quelle liste di predeterminare in larga misura i candidati da eleggere, e di controllare così la maggioranza parlamentare. Le modifiche di cui si discute sono dunque una gruccia per il precario fronte del sì nel referendum costituzionale, mentre le censure politiche e costituzionali sulla legge rimangono tutte”.

Il 4 ottobre arriva la Corte
Nel rimpallo delle accuse, tra le mezze aperture e le mezze chiusure, nella stessa maggioranza sono sempre stati in tanti a storcere la bocca sull’Italicum già durante i passaggi in aula e solo i voti di fiducia hanno prodotto il miracolo della sua approvazione. Comunque è bene ricordare che mancando una modifica della legge anche per Palazzo Madama di fatto l’Italicum non è utilizzabile fino a conclusione del referendum. Non è immaginabile infatti andare alle elezioni con due sistemi diversi, a meno di non accettare preventivamente l’ingovernabilità delle Camere. E il 4 ottobre la Corte esamina i ricorsi sulla legge elettorale. I punti sotto la lente sono sei e, allora, come nel gioco dell’oca si potrebbe ripartire anche tutti dal Via.

Libia. Scontri, voci su vittime inglesi e italiane

Nave turca-LibiaNon accenna a migliorare la situazione in Libia mentre un intervento di forze militari europee e statunitensi, appare sempre più problematico alla luce di notizie non confermate di un coinvolgimento di militari britannici e italiani con morti e feriti in un attacco avvenuto un mese fa.
Secondo quanto riferisce l’agenzia di stampa Agi riportando fonti locali, violenti combattimenti sarebbero in corso ad ovest di Sirte, dove le milizie di Misurata legate al governo di Tripoli sono giunte al confine con il distretto della città libica. Secondo quanto riferisce il sito informativo libico Libya al Hadath, nella zona di Wadi Jaraf un militare britannico sarebbe morto e un secondo sarebbe rimasto ferito in un conflitto a fuoco con le milizie dello Stato islamico (Isis). Secondo questa fonte, che non trova ancora conferme ufficiali, i due militari britannici si trovavano in una fattoria di al Abhath in supporto alle milizie di Misurata. Da questa fattoria si vedono ora colonne di fumo levarsi verso il cielo dopo tre raid aerei condotti da non meglio precisati “velivoli stranieri” contro obiettivi del gruppo jihadista. Le milizie di Misurata, che fanno capo all’operazione “al Bunian al Marsus” avanzano verso il centro di Sirte da diverse direzioni. Nella sola giornata di oggi si sono registrati almeno otto raid aerei nell’area periferica della roccaforte jihadista.

dal sito www.internazionale.it

dal sito www.internazionale.it

Secondo quanto riporta DEBKAfiles, una webzine vicina ad ambienti militari israeliani, a sua volta ripresa dal sito russo SputnikNews, un mese fa, mercoledì 27 aprile, truppe speciali britanniche, italiane e libiche che si stavano spostando da Misurata alla volta di Sirte, sarebbero finite in una trappola dell’Isis che con i suoi uomini continua a mantenere il controllo di Sirte. Gli uomini di Daesh avrebbero fatto affiancare un autobomba al convoglio militare facendola poi esplodere. Immobilizzato il convoglio, all’esplosione avrebbe fatto seguito un attacco degli uomini del sedicente califfato che sarebbe stato respinto solo grazie all’intervento congiunto di aerei ed elicotteri da combattimento italiani e francesi.
Nell’attacco sarebbero rimasti feriti o uccisi militari italiani mentre, sempre secondo DEBKAfiles, non ci sono informazioni circa vittime britanniche. Ma ancora più grave, se venisse confermata questa notizia, gli uomini di Daesh avrebbero preso degli ostaggi tra i militari europei. Su tutto sarebbe stato imposto il silenzio dai vertici militari italiani e britannici.

La notizia non trova nessuna conferma ufficiale. Il ministro della Difesa, Roberta Pinotti esclude la presenza dell’esercito italiano in Libia, ma non quella di agenti dei servizi. “Non ci sono forze armate italiane in Libia. Può esserci – ha detto nel corso della trasmissione ‘Otto e mezzo’ su La7 – un sostegno alle operazioni di intelligence, che come è noto non dipendono da me ma da Palazzo Chigi. Il ministro ha anche riferito che da parte della Libia c’è una nuova richiesta all’Europa: l’addestramento della guardia costiera, “se a questa richiesta seguirà il sostegno dell’Europa, sono convinta che si farà un importante passo avanti”.

Appena il giorno prima del supposto attacco di cui scrive DEBKAfiles, i giornali italiani scrivevano dei preparativi per un intervento italiano di alcune centinaia di uomini con funzioni di protezione di siti sensibili, come i pozzi petroliferi, e con funzioni di addestramento dell’esercito locale. Mentre però non c’erano conferme di una presenza militare cospicua, ma solo di alcune unità inviate per preparare l’invio di un’eventuale corpo di spedizione, era stata confermata da numerosi organi di informazione la presenza di truppe speciali americane e francesi.
Di certo già a febbraio c’erano militari americani, inglesi e francesi, come scriveva l’inviato del Corriere della Sera da Tripoli: “Gli uomini delle squadre speciali americane, inglesi e francesi li incontri subito atterrando nella capitale”, ma degli italiani non c’era traccia.

Forze speciali in Libia 1Il ministro degli esteri britannico Philip Hammond in un’intervista al domenicale Sunday Telegraph non ha escluso l’eventualità di unire le forze armate del suo Paese a quelle americane ed europee per un intervento di terra e neppure l’invio di mezzi navali ed aerei se necessario e ancora secondo quanto riferisce il sito israeliano un comando congiunto composto da ufficiali britannici, francesi, italiani, tedeschi e statunitensi, insieme ai ministri della Difesa italiano e britannico, avrebbe imposto il blackout informativo sui fatti del 27 aprile.

In effetti di un comando congiunto che avrebbe dovuto avere guida e sede italiani, si parla da mesi, fatto sta che l’incidente, se avvenuto e soprattutto se ha avuto l’esito di cui riferisce DEBKAfiles, costituirebbe un ulteriore ostacolo che giustificherebbe il cambio di linea italiano divenuto molto più prudente (rispetto alle dichiarazioni di un anno fa quando si quantificava addirittura in 5 mila uomini – Pinotti – la consistenza dell’eventuale corpo di spedizione), testimoniato dalle parole del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni nel Question Time del 24 aprile, già prima dunque del supposto attacco.

“La soluzione” della crisi libica “non è in improbabili spedizioni militari – rispondeva così a una domanda della capogruppo socialista Pia Locatelli – ma nel contribuire alla stabilizzazione del Paese: serve un governo che sia un interlocutore per la comunità internazionale”.

A Gentiloni aveva fatto eco il Presidente del Consiglio Matteo Renzi assicurando che l’Italia era pronta a un ruolo più incisivo, ma non ad un’avventura militare e che comunque qualunque decisione sarebbe dipesa da una specifica richiesta del governo di unità nazionale di al Serraj sostenuto dalla comunità internazionale.
C.Co.