Carlo Correr
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LABOUR’S PARTY

corbyn apre1“La sinistra europea non è affatto defunta e quanti ne hanno cantato il requiem anzitempo devono cominciare a ricredersi”. Lo ha detto Pia Locatelli, presidente del gruppo socialista alla camera dei deputati, commentando l’esito delle elezioni in Gran Bretagna. Una dura batosta per Theresa May che non ha più una maggioranza per governare da sola dopo aver convocato le elezioni anticipate sicura di una vittoria travolgente. Si trova invece oggi con 318 seggi e ne perde 12. Il Labour ne conquista 261, ben 29 in più consacrando la vittoria politica di Jeremy Corbyn su una linea di sinistra-sinistra. Si profila un parlamento bloccato, ‘appeso’ ad eventuali alleanze difficili anche da immaginare. Per ora non si dimette, ma i conservatori hanno davanti ormai solo la prospettiva di nuove elezioni. Problemi aggiuntivi per la Brexit. Londra sperava in un Governo robusto per condurre il negoziato con Bruxelles da posizioni di forza e invece si trova in grandi difficoltà.


La vittoria di Jeremy Corbyn per noi socialisti è una bellissima notizia e per più di qualche ragione.
La prima è ovviamente tutta dovuta alla straordinaria rimonta del Labour che, seggi a parte, con il 40% dei voti si piazza appena due punti sotto i Tory.
Il 7 maggio del 2015, il Labour guidato allora da Ed Miliband si era fermato al 30,6%. Dunque Corbyn ha guadagnato la bellezza di dieci punti percentuali e per poco non ha battuto i conservatori. In termini di seggi ne aveva 232 e oggi ne ha 29 di più, 261. Il meccanismo del sistema maggioritario uninominale a un turno difatti distorce la rappresentanza reale del voto e, in questo caso, non riesce neppure a dare una maggioranza di Governo al Paese.

L’altra buona ragione per essere contenti è che la vittoria laburista spazza via la narrazione imperante, soprattutto in Italia e soprattutto dalle parti del Pd e dei suoi simpatizzanti esterni, che la sinistra non avesse ormai altro orizzonte possibile che quello di rincorrere gli elettori di centro sposando tutte le ricette liberiste, ma guardandosi bene dal metterne in discussione la sua base sociale e i suoi interessi consolidati. Ecco dunque che scompare la classe operaia non solo nominalmente, ma anche nella sostanza perché il ceto sempre più vasto dei lavoratori del web, di quelli senza un contratto, dei giovani senza lavoro e senza più nulla da studiare, della classe media che scivola in basso un gradino di reddito dopo l’altro e non vede più possibilità di risalita neppure per i figli, non meriterebbe una difesa politica organizzata.
Corbyn si è invece caratterizzato, e non da ieri, nella difesa di questi nuovi ultimi mettendo in discussione tabù come le privatizzazioni o proponendo un sistema fiscale davvero progressivo, ricordando l’essenzialità strategica del welfare e disdegnando la moda imperante di una comunicazione fatta solo di social media, slogan, tweet e smorfie televisive.
Uno all’antica, uno che Renzi l’avrebbe rottamato senza neppure chiedergli come si chiamava.

Corbyn dunque capovolge la narrazione politica cristallizzatasi ai tempi del New Labour di Tony Blair, riscoprendo che i voti non si conquistano al centro, ma a sinistra.

La sua vittoria – chiamiamola pure così anche se ha meno seggi e meno voti di Theresa May e del suo Tory perché tale è nella sostanza politica – non ha confini, attraversa la Manica.
Il vento inglese nutre difatti speranze in altri Paesi a cominciare dalla Germania dove Schulz sta tentando la stessa rimonta contro Angela Merkel che domina la scena economica, diplomatica e mediatica dalla poltrona della Cancelleria.
Il vento inglese è anche debitore della forza dell’esempio portoghese dove c’è una sinistra-sinistra che governa senza drammatiche difficoltà nonostante i programmi di austerità imposti dalla Trojka.

Un’altra buona notizia è per l’Europa nel suo insieme. Theresa May aveva convocato le elezioni anticipate sull’onda di sondaggi che le assegnavano una vittoria travolgente (anche qui una lezione per chi in Italia come Renzi immagina ogni giorno una blitz krieg elettorale) per sbaragliare oppositori interni ed esterni e sedersi al tavolo di Bruxelles con le spalle coperte da una maggioranza d’acciaio e portare a termine la Brexit imponendo le sue condizioni.
Ben altra è invece oggi la prospettiva, tanto che si allarga la schiera in Gran Bretagna di quanti propongono un nuovo referendum per correggere l’errore di quello del 23 giugno scorso. Dunque dopo l’allontanamento dello spettro populista nelle elezioni olandesi e francesi, arriva un segnale che dovrebbe ridare coraggio a chi crede ancora nel progetto europeo.

Una notazione infine che dovrebbe indurre a valutare meglio le strategie tutte basate sui sondaggi e sui maghi della comunicazione.
Con questa della May siamo alla quarta sconfitta di fila per il grande comunicatore Jim Messina che ha già accompagnato la sconfitta di Cameron nella Brexit, di Hillary Clinton nelle presidenziali Usa e di Matteo Renzi nel referendum costituzionale.
Grazie insomma a Corbyn che ci ridà un po’ fiducia nel socialismo e anche nella politica vera, non quella virtuale che va così tanto di moda anche qui da noi.

Carlo Correr

Israele cede, più diritti
per i carcerati palestinesi

Dopo 41 giorni circa 1500 palestinesi di al-Fatah detenuti in Israele hanno interrotto sabato 27 maggio lo sciopero della fame che avevano cominciato assieme al loro leader Marwan Barghouti per protestare contro le condizioni di detenzione e le violazioni dei diritti umani cui sono sottoposti dal regime carcerario. I parlamentari italiani Locatelli e Manconi scrivono all’ambasciatore di Israele che nega ogni violazione dei diritti umani. Il Foglio pubblica solo la lettera dell’ambasciatore.


Dopo 41 giorni circa 1500 palestinesi di al-Fatah detenuti in Israele hanno interrotto sabato 27 maggio lo sciopero della fame che avevano cominciato assieme al loro leader Marwan Barghouti per protestare contro le condizioni di detenzione e le violazioni dei diritti umani cui sono sottoposti dal regime carcerario.
Lo hanno reso noto le stesse autorità israeliane dopo l’accordo raggiunto con l’Anp, l’Autorità Nazionale Palestinese, la mediazione della Croce Rossa internazionale e una consistente pressione internazionale cui pare si sia aggiunta perfino quella del neo presidente americano Donald Trump durante la sua visita in Israele.

Palestinesi in festa per la fine dello sciopero Marwan Barghouti

Palestinesi in festa per la fine dello sciopero inneggiano a Marwan Barghouti

Il comunicato delle autorità israeliane parla della concessione di una serie di “benefici di carattere umanitario” mentre l’agenzia di stampa palestinese InfoPal entra nel dettaglio ed elenca una serie di misure che dovrebbero alleggerire il regime di detenzione e rendere più frequenti le visite dei familiari ai loro congiunti. In particolare è stata in qualche misura corretta la situazione che si era creata con i palestinesi che erano stati arrestati e trasferiti nelle prigioni israeliane impedendo così di fatto, soprattutto per quelli di Gaza, contatti regolari con i loro congiunti per la difficoltà di ottenere il permesso di entrare in Israele.

Numerose organizzazioni umanitarie israeliane e internazionali si sono schierate a sostegno dello sciopero. In un comunicato Amnesty International ricorda che Israele “porta avanti da decenni politiche illegali e crudeli nei confronti dei palestinesi dei Territori occupati e di Gaza detenuti nelle prigioni israeliane, i quali in alcuni casi non vedono da anni i loro familiari”. Inoltre “trattenere nelle prigioni israeliane palestinesi arrestati nei Territori occupati costituisce una violazione della Quarta Convenzione di Ginevra. Si tratta di una politica illegale e crudele nei confronti sia dei detenuti che delle loro famiglie, che spesso non possono incontrarsi per mesi e in alcuni casi per anni”.

Carcere israelianoSecondo l’Ong “Associazione dei prigionieri palestinesi”, 6500 prigionieri palestinesi sono attualmente detenuti in 17 prigioni e centri di detenzione gestiti dalle autorità israeliane, 16 dei quali all’interno di Israele. Tra i 6500 detenuti, le donne sono 57. I minori di 18 anni sono 300, tra cui 13 ragazze. Della popolazione carceraria fanno parte anche 13 componenti del Consiglio legislativo palestinese. Almeno 500 palestinesi si trovano in detenzione amministrativa senza accusa né processo, una prassi contraria al diritto internazionale.

Della questione in Italia si sono occupati anche Pia Locatelli e Luigi Manconi, rispettivamente presidentessa del Comitato diritti umani della Camera e presidente della commissione diritti umani del Senato, che hanno inviato una lettera all’ambasciatore israeliano in Italia.
”Ci è stato riferito – scrivono i due parlamentari – che in seguito a quest’azione di protesta non violenta sono state messe in atto una seria di azioni punitive che comprendono un inasprimento delle condizioni di isolamento, il divieto di incontrare i propri avvocati e perfino il sequestro del sale”.

Immediata la replica dell’ambasciatore Sachs che nella sua risposta ha negato categoricamente qualsiasi violazione dei diritti umani nei confronti dei detenuti palestinesi e ha respinto tutte le accuse. La lettera dell’ambasciatore è stata pubblicata oggi (30 maggio) da Il Foglio, senza però dare ai lettori alcune informazione circa le proteste e la lettera scritta dai parlamentari italiani.
Un modo davvero curioso di fare informazione, come se il giornale diretto da Cerasa fosse non un organo di informazione italiano, ma un bollettino dello Stato di Israele. Però ancora più sorprendente, al limite del ridicolo, è stato il non aver dato notizia della fine dello sciopero e dell’accoglimento – perlomeno parziale – delle richieste dei palestinesi, evidentemente per non smentire l’ambasciatore che avrebbe fatto una brutta figura dopo aver negato l’evidenza dei fatti.

D’altra parte dello sciopero si è parlato molto anche in Israele, dove i cittadini conoscono bene la situazione dei Territori e il comportamento delle autorità militari. Lo scrittore Abraham Yehoshua in un’intervista a “ il Fatto quotidiano” solo pochi giorni fa aveva affermato che “i detenuti palestinesi hanno ragione a scioperare perché sono discriminati e chiedono di poter godere degli stessi diritti di tutti gli altri carcerati, che sono peraltro i diritti sanciti da tutte le Convenzioni per i diritti umani”.

Comunque la vicenda ha anche avuto un importante risvolto politico interno allo Stato palestinese e forse anche in Israele.

Marwan Barghouti

Marwan Barghouti

La popolarità del 58enne Marwan Barghouti, leader della prima e seconda Intifada, in carcere da 15 anni per scontare cinque ergastoli in quanto ritenuto responsabile di alcuni fatti di sangue commessi dagli uomini di Tanzim, una forza paramilitare della resistenza palestinese, sotto il suo comando, è in continua ascesa. Contro di lui è schierata Hamas, l’organizzazione islamista che controlla Gaza, da sempre in rotta di collisione con Fatah, il principale movimento politico palestinese, laico e progressista, di cui era leader Yasser Arafat.
In un recente passato in Israele si è spesso parlato anche di un perdono presidenziale per liberare Barghouti; ne erano convinti Yossi Beilin e Shimon Peres, ma con la crescita politica della destra, dell’estrema destra e dei partiti religiosi ultraortodossi, che oggi controllano il governo di Nethanyau, della questione non si è più parlato. Ecco dunque che anche l’esito di questo sciopero della fame induce a pensare che forse si sta muovendo qualcosa sotto la crosta di ghiaccio di un’intransigenza irragionevole come non mai.

Alberto La Volpe, un socialista e un grande giornalista

È morto nella notte di lunedì a 83 anni Alberto La Volpe, giornalista protagonista di una lunga carriera in Rai. Dall’87 al ’93, ha diretto il Tg2, inventando insieme a Giovanni Falcone “Lezioni di mafia”. Eletto alla Camera nel 1994 con i ‘Progressisti’, fu sottosegretario ai Beni Culturali nel primo governo Prodi e agli Interni nel primo governo D’Alema. È stato direttore di Mondoperaio e dell’‘Avanti! della domenica. Alberto La Volpe era nato a Napoli, ma viveva a Roma.


alberto la volpeDi Alberto conservo intatto negli anni il ricordo di una grande simpatia umana e intellettuale. Non sto qui a ricordare i suoi meriti di giornalista, acquisiti soprattutto alla direzione del Tg2 dove seppe davvero portare qualcosa di nuovo per l’informazione pubblica, mi piace invece che di lui venga conservata l’immagine di un’intelligenza vivace, di una persona che nel suo lavoro aveva come stella polare un rapporto molto concreto, autentico, con gli interessi, i bisogni, le necessità dei cittadini, soprattutto se si trattava degli ‘ultimi’, dei disoccupati, degli immigrati o dei senza tetto.

Alberto era prima di tutto un socialista, poi tutto il resto. Aveva la capacità professionale, la cultura e l’esperienza indispensabili per essere un buon giornalista, ma non era disposto a tutto, non era disponibile a dimenticare valori e punti di riferimento di una vita pur di raccontare una bella storia. Non avrebbe mai potuto nascondere un fatto, negare la realtà anche quando poteva essere scomodo farlo, ma la cosa più importante era per lui contribuire in qualche modo a costruire un mondo più giusto.

Con Enrico Boselli segretario del Sì-Sdi-Psi, abbiamo lavorato assieme prima a Mondoperaio, resuscitandolo dal silenzio seguito al collasso del nostro partito nel 1993, e successivamente alla direzione dell’Avanti! della domenica, e non l’ho visto mai venir meno a questa filosofia di vita, sia che si trattasse di affrontare i temi della politica interna che quelli dell’economia come della politica estera. Un’onestà di fondo che non abbandonava mai e sempre coniugata a una gentilezza di modi e a una delicatezza di sentimenti che lo rendevano simpatico anche a chi non condivideva affatto le sue posizioni politiche. Alberto non era un ipocrita e mai sarebbe potuto esserlo. Se doveva dire che non era d’accordo lo diceva, gentilmente, ma lo diceva. Sempre con un grande rispetto per il suo interlocutore.

Con il partito, negli anni in cui abbiamo lavorato assieme, aveva un rapporto profondo, a tratti anche conflittuale. Era e si considerava un uomo di sinistra, quando ancora dirsi di sinistra aveva un senso e uno scopo. Le sue scelte politiche le aveva fatte con grande chiarezza ed impegno negli anni difficili di tangentopoli, candidandosi nelle liste del Psi con i ‘Progressisti’. E socialista del Psi era rimasto, pur credendo con convinzione e passione alla necessità dell’unità di socialisti ed ex comunisti, anche quando altri, eletti con lui, avevano scelto diversamente. Le confluenze per opportunità non rientravano tra le sue ambizioni e preferiva di gran lunga restare libero nello spirito e fedele agli ideali di una vita.
Io lo ricordo così.

Carlo Correr

Internazionale Socialista. Locatelli vicepresidente

locatelli isPia Locatelli è stata eletta all’unanimità vicepresidente dell’Internazionale Socialista. La decisione è stata presa nel corso del XXV Congresso dell’Internazionale Socialista “For a world in peace, with solidarity and equality”, che si svolge a Cartagena in Colombia.

Al Congresso, i cui lavori si concluderanno domani, sabato 4 marzo, partecipano oltre 350 delegati, provenienti da 85 partiti membri.
Pia Locatelli, capogruppo PSI alla Camera e presidente del Comitato Diritti umani, che ha ricoperto la carica di presidente dell’Internazionale socialista Donne dal 2003 al 2012 e da allora ne è Presidente onoraria, è la prima donna italiana ad accedere alla vicepresidenza. Tra gli anni ’80 e ’90 l’incarico è stato lungamente ricoperto dal leader socialista Bettino Craxi mentre negli ultimi due congressi (2003-2008) è stato eletto vicepresidente Massimo D’Alema.

I lavori sono stati aperti dal presidente in carica, il greco George Papandreou, e dall’intervento del presidente colombiano Juan Manuel Santos. Il Congresso a Cartagena è anche un segno di riconoscimento per il successo nel negoziato di pace tra il governo colombiano e le Farc (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia) che ha messo fino a 50 anni di guerra civile. Un negoziato però che non ha avuto ancora fine perché l’accordo è stato bocciato, seppure per pochissimi voti di differenza, in un referendum che si è tenuto l’anno scorso. E il tema della ‘pace’ è al centro di questo Congresso. Ne abbiamo parlato con Pia Locatelli.

Nel tuo intervento davanti ai delegati hai fatto riferimento a Boutros Ghali e al problema di garantire ‘una pace sostenibile’. Cos’è una pace sostenibile?

Vuol dire una pace che duri nella sostanza perché non è sufficiente interrompere una guerra per far sì che l’assenza di conflitto si traduca in una pace stabile e duratura. Per ottenere questo occorre spesso infatti ricostruire il tessuto sociale di un Paese, ridare corpo alle sue istituzioni, e poi ricostruirne le infrastrutture. Solo in questo modo la pace può diventare duratura e si tratta di un processo molto complesso, che richiede molto tempo e un grande impegno collettivo che includa tutti i soggetti, a partire dalle donne, troppo spesso escluse dal processo. Questo approccio è oggi largamente accettato e si è affermato nella comunità internazionale, ma è Boutros Ghali che è stato Segretario generale delle Nazioni Unite, ruolo oggi ricoperto dal nostro compagno Antonio Guterres, ad averlo detto per primo 25 anni fa.

Dell’Internazionale Socialista fanno parte oggi 153 tra partiti e movimenti da tutti i continenti, è un’organizzazione gigantesca, ma con quali concrete possibilità di intervento, cosa può fare?

Il vantaggio dell’Internazionale socialista è che spesso ospita al suo interno come membri partiti che appartengono a schieramenti, a Paesi, in conflitto tra di loro come nel caso, ad esempio, del Marocco e del Sahara occidentale o di Israele e della Palestina. Il premier israeliano Shimon Peres e il leader dell’Olp, Yasser Arafat, si sono stretti la mano la prima volta proprio nel corso di una riunione dell’Internazionale socialista. Poi ci sono stati gli accordi di Oslo. E così ancora abbiamo favorito il dialogo del Marocco col Fronte Polisario e oggi l’USFP (Socialist Union of Popular Forces) non si è opposto a che la partecipazione del Polisario, oggi solo un partito col rango di ‘osservatore’, facesse un passo avanti divenendo membro consultivo. E ancora qui oggi i rappresentanti di due partiti, uno dell’Azerbaijan e uno dell’Armenia, due Paesi che in un recente passato si sono fatti la guerra, si sono stretti la mano dopo aver superato un momento di scontro. Insomma siamo dei ‘facilitatori’, offriamo un contesto in cui è più facile parlarsi, aprire un dialogo, perché in fondo tutti condividiamo gli stessi ideali, valori, principi. E ricordo che oltre un terzo dei Paesi del mondo, 69 Paesi per l’esattezza, è attraversato da conflitti, e dunque il tema di questo Congresso è quanto mai attuale; anzi è di dimensioni enormi.

Lì a Cartagena si sono incontrati anche il rappresentante palestinese di al Fatah e quello israeliano del Meretz. Ci sono novità?

Purtroppo no. Colette Avital, del Meretz, che è anche vice presidente dell’IS, ci ha confermato che il governo attuale presieduto da Netaniahu, non sta facendo quello che servirebbe per far avanzare il processo di pace, anzi, sta facendo il contrario col favorire l’occupazione di altre terre dei palestinesi.

In fondo, il raccogliere al vostro interno partiti che sono anche idealmente affratellati dall’appartenere alla stessa organizzazione, ma pure contemporaneamente a Paesi in conflitto tra di loro, è un vantaggio rispetto alle Nazioni Unite, però di tutto questo lavoro emerge ben poco all’esterno …

Il problema non è che non riusciamo ad avere un ruolo più incisivo, ma piuttosto che non riusciamo a rendere visibile il risultato del nostro lavoro. Purtroppo quando i problemi sono complessi, non ci sono soluzioni semplici e dunque neppure messaggi così semplici da comunicare. Paghiamo lo scotto di una comunicazione che è spesso dominata dal populismo che lancia continuamente messaggi fatti di slogan, ma senza contenuto e invece la democrazia, la pace, si costruiscono faticosamente, passo dopo passo.

Ma non parlerete solo di conflitti…

No, affronteremo temi che sono l’essenza del messaggio del socialismo, ovvero come conseguire una maggiore eguaglianza sia a livello nazionale che a livello globale. E poi ci occuperemo di un tema che è uno dei pilastri fondamentali della nostra organizzazione, quello della solidarietà tra nazioni.

Oggi sei presidente onoraria dell’Internazionale socialista donne dopo averne ricoperto per due mandati il ruolo di presidente. Come pensi di poter trasferire questa tua esperienza nell’internazionale socialista? Con quali obiettivi?

Oggi il mio impegno sarà anche nel fare in modo che le tematiche di genere siano maggiormente avvertite e valorizzate. Più donne ci sono meglio si lavora, perché la diversità di genere corrisponde a una diversità di sensibilità di approccio e tutto questo si traduce in una ricchezza che consente di ottenere maggiori e migliori risultati. Di questo approccio ne è oggi convinto il mondo dell’impresa che ha capito come ottenere migliori risultati coinvolgendo maggiormente le donne. Non si capisce allora perché questo non sia stato ancora pienamente accettato dalla politica che continua ad essere un mondo a prevalenza maschile. Le diversità sono una ricchezza, un vantaggio da utilizzare al meglio.

Carlo Correr

INTERNAZIONALE SOCIALISTA
LOCATELLI VICEPRESIDENTE

locatelli is

Da sinistra Isabel Allende, George Papandreou, Pia Locatelli, Colette Avital

Pia Locatelli è stata eletta all’unanimità vicepresidente dell’Internazionale Socialista. La decisione è stata presa nel corso del XXV Congresso dell’Internazionale Socialista “For a world in peace, with solidarity and equality”, che si svolge a Cartagena in Colombia.

Al Congresso, i cui lavori si concluderanno domani, sabato 4 marzo, partecipano oltre 350 delegati, provenienti da 85 partiti membri.

Pia Locatelli, capogruppo PSI alla Camera e presidente del Comitato Diritti umani, che ha ricoperto la carica di presidente dell’Internazionale socialista Donne dal 2003 al 2012 e da allora ne è Presidente onoraria, è la prima donna italiana ad accedere alla vicepresidenza. Tra gli anni ’80 e ’90 l’incarico è stato lungamente ricoperto dal leader socialista Bettino Craxi mentre negli ultimi due congressi (2003-2008) è stato eletto vicepresidente Massimo D’Alema.

I lavori sono stati aperti dal presidente in carica, il greco George Papandreou, e dall’intervento del presidente colombiano Juan Manuel Santos. Il Congresso a Cartagena è anche un segno di riconoscimento per il successo nel negoziato di pace tra il governo colombiano e le Farc (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia) che ha messo fino a 50 anni di guerra civile. Un negoziato però che non ha avuto ancora fine perché l’accordo è stato bocciato, seppure per pochissimi voti di differenza, in un referendum che si è tenuto l’anno scorso. E il tema della ‘pace’ è al centro di questo Congresso. Ne abbiamo parlato con Pia Locatelli.

Nel tuo intervento davanti ai delegati hai fatto riferimento a Boutros Ghali e al problema di garantire ‘una pace sostenibile’. Cos’è una pace sostenibile?

Vuol dire una pace che duri nella sostanza perché non è sufficiente interrompere una guerra per far sì che l’assenza di conflitto si traduca in una pace stabile e duratura. Per ottenere questo occorre spesso infatti ricostruire il tessuto sociale di un Paese, ridare corpo alle sue istituzioni, e poi ricostruirne le infrastrutture. Solo in questo modo la pace può diventare duratura e si tratta di un processo molto complesso, che richiede molto tempo e un grande impegno collettivo che includa tutti i soggetti, a partire dalle donne, troppo spesso escluse dal processo. Questo approccio è oggi largamente accettato e si è affermato nella comunità internazionale, ma è Boutros Ghali che è stato Segretario generale delle Nazioni Unite, ruolo oggi ricoperto dal nostro compagno Antonio Guterres, ad averlo detto per primo 25 anni fa.

Dell’Internazionale Socialista fanno parte oggi 153 tra partiti e movimenti da tutti i continenti, è un’organizzazione gigantesca, ma con quali concrete possibilità di intervento, cosa può fare?

Il vantaggio dell’Internazionale socialista è che spesso ospita al suo interno come membri partiti che appartengono a schieramenti, a Paesi, in conflitto tra di loro come nel caso, ad esempio, del Marocco e del Sahara occidentale o di Israele e della Palestina. Il premier israeliano Shimon Peres e il leader dell’Olp, Yasser Arafat, si sono stretti la mano la prima volta proprio nel corso di una riunione dell’Internazionale socialista. Poi ci sono stati gli accordi di Oslo. E così ancora abbiamo favorito il dialogo del Marocco col Fronte Polisario e oggi l’USFP (Socialist Union of Popular Forces) non si è opposto a che la partecipazione del Polisario, oggi solo un partito col rango di ‘osservatore’, facesse un passo avanti divenendo membro consultivo. E ancora qui oggi i rappresentanti di due partiti, uno dell’Azerbaijan e uno dell’Armenia, due Paesi che in un recente passato si sono fatti la guerra, si sono stretti la mano dopo aver superato un momento di scontro. Insomma siamo dei ‘facilitatori’, offriamo un contesto in cui è più facile parlarsi, aprire un dialogo, perché in fondo tutti condividiamo gli stessi ideali, valori, principi. E ricordo che oltre un terzo dei Paesi del mondo, 69 Paesi per l’esattezza, è attraversato da conflitti, e dunque il tema di questo Congresso è quanto mai attuale; anzi è di dimensioni enormi.

Lì a Cartagena si sono incontrati anche il rappresentante palestinese di al Fatah e quello israeliano del Meretz. Ci sono novità?

Purtroppo no. Colette Avital, del Meretz, che è anche vice presidente dell’IS, ci ha confermato che il governo attuale presieduto da Netaniahu, non sta facendo quello che servirebbe per far avanzare il processo di pace, anzi, sta facendo il contrario col favorire l’occupazione di altre terre dei palestinesi.

In fondo, il raccogliere al vostro interno partiti che sono anche idealmente affratellati dall’appartenere alla stessa organizzazione, ma pure contemporaneamente a Paesi in conflitto tra di loro, è un vantaggio rispetto alle Nazioni Unite, però di tutto questo lavoro emerge ben poco all’esterno …

Il problema non è che non riusciamo ad avere un ruolo più incisivo, ma piuttosto che non riusciamo a rendere visibile il risultato del nostro lavoro. Purtroppo quando i problemi sono complessi, non ci sono soluzioni semplici e dunque neppure messaggi così semplici da comunicare. Paghiamo lo scotto di una comunicazione che è spesso dominata dal populismo che lancia continuamente messaggi fatti di slogan, ma senza contenuto e invece la democrazia, la pace, si costruiscono faticosamente, passo dopo passo.

Ma non parlerete solo di conflitti…

No, affronteremo temi che sono l’essenza del messaggio del socialismo, ovvero come conseguire una maggiore eguaglianza sia a livello nazionale che a livello globale. E poi ci occuperemo di un tema che è uno dei pilastri fondamentali della nostra organizzazione, quello della solidarietà tra nazioni.

Oggi sei presidente onoraria dell’Internazionale socialista donne dopo averne ricoperto per due mandati il ruolo di presidente. Come pensi di poter trasferire questa tua esperienza nell’internazionale socialista? Con quali obiettivi?

Oggi il mio impegno sarà anche nel fare in modo che le tematiche di genere siano maggiormente avvertite e valorizzate. Più donne ci sono meglio si lavora, perché la diversità di genere corrisponde a una diversità di sensibilità di approccio e tutto questo si traduce in una ricchezza che consente di ottenere maggiori e migliori risultati. Di questo approccio ne è oggi convinto il mondo dell’impresa che ha capito come ottenere migliori risultati coinvolgendo maggiormente le donne. Non si capisce allora perché questo non sia stato ancora pienamente accettato dalla politica che continua ad essere un mondo a prevalenza maschile. Le diversità sono una ricchezza, un vantaggio da utilizzare al meglio.

Carlo Correr

Arriva Trump, la sua è un’America spaccata

 

Donald Trump giura da 45.mo Presidente degli Stati Uniti

Donald Trump giura da 45.mo Presidente degli Stati Uniti

Alle 17, ora italiana, – ma l’intera cerimonia del passaggio delle consegne è durata cinque ore – si è formalmente insediato il nuovo presidente degli Stati Uniti. Si è detto così male fino a oggi di Donald Trump che c’è solo da sperare che la realtà sia migliore di quella che si teme.
Un discorso di insediamento brevissimo, di soli 16 minuti, in cui praticamente ha ripetuto gli slogan della sua campagna elettorale. Molto populismo e molte promesse degli scorsi mesi, compresa quella di “vincere ancora, vincere come mai prima di oggi”, sradicare il terrorismo, sconfiggere la disoccupazione, tagliare le tasse e molto altro ancora.
Per ora abbiamo di sicuro solo l’eredità di Barak Obama, il primo presidente di colore che hanno avuto gli americani.
Così come Trump si insedia al vertice di un’America divisa, radicalizzata, soprattutto perché così l’ha voluta lui, così quello che lascia Obama dietro di sé è il sogno di un popolo profondamente unito attorno a valori largamente condivisi.
“Sarò accanto a voi a ogni passo. E quando l’arco del progresso vi sembrerà lento, ricordatevi: l’America non è il progetto di una sola persona. La parola più potente della nostra democrazia è ‘We’, noi. Come in ‘We the People’. ‘We Shall Overcome’. E “Yes, we can”.
Quello di Obama ieri nel suo saluto agli americani, è stato un inno all’unità nazionale in un Paese che ha sempre creduto fortemente nell’unità della nazione e nell’amore della bandiera.

Il ‘Noi’ così ripetutamente citato da Obama è nella Costituzione, una delle più belle del mondo libero, “We the People” è scritto nel preambolo e poi ancora “We shall overcome”, titolo e ritornello della canzone divenuta l’inno del movimento per i diritti civili negli anni ‘60. E poi c’è il suo “Yes We Can”, lo slogan con cui scalò le primarie del Partito Democratico per divenire il 44.mo Presidente degli stati Uniti.

Un messaggio di unità dunque mentre ancora si discute e si ci si interroga sulla sua eredità politica che, comunque la si giudichi, ha lasciato tracce profonde dentro e fuori l’America.
Sul piano interno è davvero difficile negare che abbia fatto molto per il suo popolo in termini di sviluppo, sicurezza e giustizia sociale. Basti ricordare le condizioni in cui si trovavano gli Stati Uniti nel 2008 alle prese con una tempesta economica e finanziaria il cui unico precedente per gravità e intensità era quello del ’29 e confrontarlo ai dati macroeconomici di oggi: Pil positivo al 2,3%, disoccupazione in decrescita costante al 4,7%, inflazione all’2%, crescita dei salari nominali al 2,6%. Riforma fiscale e sanitaria sono stati poi i due grandi impegni portati a termine non senza difficoltà con l’intento di ridurre il divario enorme tra ricchi e poveri, tagliare il deficit di bilancio e aiutare le fasce meno protette della popolazione ad avere per lo meno un’assistenza medica di base.
Nettissimo poi il suo profilo a difesa dell’ambiente, dei diritti civili, per ridurre le tensioni razziali, assorbire l’immigrazione clandestina e combattere la vendita delle armi ai privati.

Non meno netto il profilo in politica estera dove fin dall’inizio si è impegnato a mantenere le promesse della campagna elettorale a cominciare dalla riduzione dell’impegno militare in Iraq alla chiusura di Guantanamo e nettissimi sono alcuni successi, come l’accordo sul nucleare iraniano e la normalizzazione dei rapporti con Cuba. Abile anche nell’evitare di cadere in qualche trappola come quella siriana e libica aperte dall’interventismo britannico e francese per non ripetere il disastro iracheno condotto da Bush padre e figlio dietro l’ipocrita formula dell’esportazione della democrazia.
Infine ha fatto tutto quello che ha potuto per far ripartire il processo di pace tra israeliani e palestinesi, ma si è scontrato col peggior governo che forse Israele abbia mai avuto, guidato da unja brutta destra, conservatrice e reazionaria come mai e alleata con gli ultraortodossi dei partiti religiosi mentre dall’altra parte cresceva in parallelo la forza dei radicali di Hamas a danno dei laici di Fatah.

La partita più difficile ancora aperta è quella con la Russia di Putin dopo l’annessione della Crimea e il tentativo di invasione dell’Ucraina. Ed è proprio da qui che si cominceranno a vedere le differenze col nuovo inquilino della Casa Bianca.

Trump non nasconde di voler ‘normalizzare’ le relazioni con Putin, ma per far questo dovrà mutare radicalmente la rotta fin qui tenuta in difesa della libertà e della democrazia nei Paesi dell’ex blocco sovietico.

Occhi puntati anche sui rapporti con la Cina, gigante emergente che detiene gran parte del debito americano, e più in generale con tutta l’aerea asiatica e del Pacifico. Fino a oggi il neopresidente ha promesso novità, anzi sconquassi, non solo per la politica estera e quella interna, ma anche in economia. Ma tra la campagna elettorale e la realtà del governo degli Stati Uniti, la distanza può davvero essere molto ampia perché Trump per primo sa che, per esempio, il protezionismo può arrecare danni anche all’America.
Insomma per ora non solo il popolo americano, ma tutto il mondo si pone una lunga lista di domande perché non c’è dubbio che il futuro dipende in gran parte anche dalla scelte della unica superpotenza sopravvissuta alla Guerra Fredda.
C’è solo da sperare che il 45.mo Presidente degli Stati Uniti non mantenga tutte le promesse della campagna elettorale.

Carlo Correr

Elezioni Usa. Clinton in testa, minacce da WikiLeaks

clinton-trumpAll’ultimo secondo utile ieri l’FBI ha escluso che anche l’ultimo blocco di mail sotto indagine contenga qualcosa di penalmente rilevante, ma Julian Assange, il fondatore di WikiLeaks, promette nuove rivelazioni, così pesanti da portare all’arresto, esattamente quello che continua a dire Trump nei suoi comizi, un incubo insomma che minaccia di oscurare anche la possibile vittoria.

Alla vigilia del voto è stata così di nuovo una lettera del numero uno dell’Fbi, James Comey, al Congresso, a imprimere la spinta forse decisiva alla corsa di Hillary Clinton. Nella lettera Comey certifica che pure l’ultima indagine sulle email della Clinton è chiusa perché non sono state trovate tracce di illeciti e dunque non ci sarà nessuna richiesta di incriminazione per l’ex Segretario di Stato. I dati delle ultime rilevazioni danno Hillary Clinton sopra Trump di 5 punti per Abc/Washington Post (48% a 43%), di 4 punti per Nbc/Wall Street Journal (44% a 40%) e di 3 punti per Politico/Morning (45% a 42%).

I sondaggi dicono insomma che la Clinton è in ripresa e che ce la farà a battere Donald Trump, ma sono solo sondaggi perché la gran massa di indecisi costituisce a oggi un elemento assolutamente imperscrutabile in grado di capovolgere qualunque previsione.
Sono ancora una decina gli Stati in bilico, quelli dove tra i due candidati ci sono meno di 5 punti di differenza fino al testa a testa. In Florida, North Carolina, Ohio, Pennsylvania vincere vuol dire acquisire un blocco di ‘grandi elettori’ che può rivelarsi determinante per raggiungere il mumero magico che farà scattare l’elezione: 270.

Comunque sia è arrivato il martedì dopo il primo lunedì di novembre, il giorno in cui ogni quattro anni negli stati Uniti si svolgono le elezioni presidenziali, ma questa volta, tra stanotte e domani, il risultato sembra destinato qualunque esso sia a segnare un punto di svolta per gli americani e per il resto del mondo.
A pesare come non mai sul risultato ci sono diversi fattori che costituiscono una novità nella politica statunitense. Il primo, e il più banale, è che sono ambedue decisamente impopolari.

Donald Trump

Trump, finto miliardario che deve la sua ricchezza alle speculazioni edilizie e all’aver eluso le tasse per almeno due lustri, è un repubblicano inviso al suo stesso partito. Politicamente schierato su posizioni nettamente conservatrici, ha fin dall’inizio della sua campagna scelto una linea di rottura con le convenzioni. Personaggio unpolitically correct per scelta, che dell’insulto ha fatto uno strumento per cavalcare abilmente la cresta dell’onda mediatica, prendendosela di volta in volta con i messicani, i musulmani, i negri, le donne, i gay o qualunque gruppo, etnia o razza rappresentasse un buon bersaglio per le sue grossolane battute. Nello stesso tempo, ha sposato apertamente la causa degli americani impoveriti da una economia completamente finanziarizzata, governata dalla speculazione e dalle lobby, promettendo il ‘miracolo’ a suon di protezionismo, tagli di tasse e sussidi. Il tutto condito da una linea di politica estera che prevede apertamente l’appeseament con l’orso russo e l’alleggerimento del peso della difesa dell’Europa sulla strada di un neoisolazionismo per il XXI secolo, ma sempre in nome di un’America più grande e più forte. Insomma tutto e il contrario di tutto pur di piacere e di parlare alla pancia del Paese, quella della provincia più gretta e conservatrice che in questo momento sente soprattutto frustrazione e rancore contro i politici e il potere economico. Insomma una specie di leghista all’americana, con venature grilline.
Il risultato di queste scelte è stato di aver mobilitato i suoi supporter e di aver sicuramente perso il voto dei moderati. Male che gli vada, si dice, fonderà una Tv col suo nome, insomma trasformerà la sconfitta in un affare.

E se Trump riesce a parlare solo a una parte del Paese e il suo programma èhillary-clinton-thumbs-up un’accozzaglia di promesse non credibili, Hillary Clinton non se la cava molto meglio pur avendo dalla sua una preparazione e un’esperienza di governo che non teme rivali, tantomeno può essere impensierita da un ‘palazzinaro’ dai dubbi trascorsi. Il fatto è che è sempre apparsa ai suoi concittadini come un perfetto prodotto dell’establishment economico-finanziario, avviluppata in una rete di interessi giganteschi con diramazioni in Paesi stranieri, arricchitasi in mille modi e non sempre con eleganza come nel caso delle conferenze strapagate ai banchieri in un Paese che ha pagato duramente proprio la loro ingordigia. Cionondimeno ha un alto profilo politico, con un impegno pluridecennale a favore delle minoranze, a sostegno delle riforme – come quella per l’allargamento della sanità pubblica – e una linea di politica estera che prevede che gli Usa mantengano il loro ruolo di superpotenza anche a costo di esacerbare i già tesi rapporti con la Russia di Putin. Non sa parlare alla gente, nemmeno alla pancia del Paese come fa invece Trump, ma solo alle élite, che – soprattutto per paura che vinca l’altro – sono schierate compattamente, media soprattutto, al suo fianco.
La maggior parte dei pronostici la danno vittoriosa forse anche perché alla fine, come diceva Indro Montanelli a proposito del voto che avrebbe dato alla Dc, la voteranno turandosi il naso pur di non far vincere Trump.

Comunque sia il futuro si presenta piuttosto complicato, soprattutto se Trump terrà fede alla sua minaccia di non riconoscere il risultato e se i Democratici non riuscissero a riconquistare almeno la Camera dei rappresentanti. Ma c’è ancora una mina vagante che potrebbe rendere esplosiva la situazione per Hillary Clinton alla casa Bianca.julian-assangeIl sito israeliano ‘Debka files’, ben introdotto negli ambienti dello spionaggio internazionale, riferiva ieri di una minaccia che arriva da Julian Assange, il fondatore di WikiLeaks. Assange che vive da cinque anni nell’ambasciata ecuadoregna a Londra per evitare di essere estradato verso gli Stati Uniti che lo accusano di aver pubblicato informazioni classificate, ha fatto sapere di essere in procinto di diffondere un nuovo blocco di email della candidata democratica che per il loro contenuto porterebbero all’arresto della Clinton. Il giornalista ha pubblicato 21 mail della Clinton a ottobre e promette di pubblicarne altre 50 mila e questo nonostante la decisione presa dal Governo ecuadoregna, su pressione del segretario di Stato John Kerry, di ‘tagliargli’ la connessione a internet.

Probabilmente forse solo un’operazione di disturbo per vendicarsi dell’Amministrazione che lo vuole carcerare a vita, ma le rivelazioni del passato consigliano anche di non prendere le minacce di Assange alla leggera.

Carlo Correr

Asimov e la Google Car

Qualcuno ricorda le tre leggi della robotica dello scrittore (e scienziato) Isaac Asimov? La fantascienza a volte, molto spesso, anticipa la realtà soprattutto affronta dilemmi legati all’avanzamento della tecnologia. Le tre leggi prescrivevano che “un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno; un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Prima Legge; un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge”.

Bene, la questione sta per porsi più o meno nei termini che prevedeva Asimov. Accade difatti che le industrie automobilistiche stiano sperimentando veicoli autoguidati e in qualche caso, vedi la Google car, hanno già percorso milioni di chilometri e avuto anche un paio di incidenti, di cui uno grave. Di fronte ai programmatori che devono insegnare al computer di bordo a reagire correttamente a tutte le possibili e prevedibili evenienze al posto dell’uomo, si sta ponendo un quesito di non facile soluzione, questo:

Di fronte all’auto si pone improvvisamente un ostacolo. L’urto, per la velocità e la qualità dell’ostacolo, è perfino potenzialmente in grado di provocare la morte dei passeggeri. L’autopilota può tentare di frenare oppure di sterzare a destra o a sinistra. Se frena l’urto avverrà comunque, ma se scarta l’ostacolo rischia di uccidere a sinistra una mamma col suo bambino e a destra un anziano pedone. Come programmare il computer?

Qui ciascuno di noi pensa subito che in un caso del genere non c’è tempo per pensare e che si reagirà d’istinto, chi frenando, chi sterzando. Ma se si programma una macchina, la reazione d’istinto non è contemplata. Occorre obbligatoriamente prevedere una risposta precisa: rischiare comunque di recidere una o più vite. Ma di chi? Qual è la scala delle priorità? Si può pre-stabilire una graduatoria di vittime possibili?

Sul piatto della bilancia pesano diverse considerazioni come quella che se tutte le auto si guidassero da sole avremmo certissimamente molte meno vittime di quelle che abbiamo oggi; anzi forse nessuna.

Inoltre, in un passato recentissimo, quando si è stati costretti ad decidere se abbattere o meno un aereo passeggeri dirottato da terroristi, si è deciso che sì, era meglio abbatterlo che rischiare una nuova Twin Tower.

Consolante e non c’è da stare allegri, ma il problema dei costruttori comunque resta e le nuove auto dovranno avere un autoguida con una risposta incorporata per un quesito che impone di compiere una scelta vitale a meno di non decidere che non se ne fa nulla e che meglio continuare a guidarci l’auto da soli.

Alla fine però si scopre che nell’età del progresso tecnologico, la filosofia occupa tutt’ora un posto preminente e che le macchine non possono sostituirsi mai all’uomo, ma solo obbedirgli.

Carlo Correr

Match Tv: Trump perde, ma è come se avesse vinto

Un’ora e mezza di attacchi personali, feroci e poco o niente di politica. “Ha il cuore pieno di odio” ha detto a un certo punto Donald Trump di Hillary Clinton. Il secondo dibattito – in diretta tv ieri sera (ieri notte per l’Italia) per la corsa alle presidenziali – si è risolto in una vittoria con qualche dubbio per la candidata democratica. Secondo un sondaggio della CNN al termine del match televisivo, Hillary, ha vinto nettamente con il 57% delle preferenze contro 34. Le impressioni dei commentatori sono però più caute. Si è capito che la partita, purtroppo, non è chiusa e Trump è ancora in corsa. Si è visto cadere ancora più in basso il livello del dibattito e si è capito che mentre il tycoon finto-miliardario riesce a galvanizzare il suo elettorato e portarlo alle urne, Hillary non scalda i cuori e dunque i sondaggi per lei potrebbero non trasformarsi in americani che vanno a votarla.

Donald

Donald

La Clinton poteva e doveva vincere questo secondo round in maniera più netta mettendo definitivamente fuori gioco Trump dopo che tutta la settimana precedente era stata caratterizzata dal nuovo scandalo sul machismo del candidato repubblicano e sulla marea di esponenti del suo partito che avevano deciso di non sostenerlo più.

Trump ha cominciato ad attaccare a testa bassa, rinunciando al taglio moderato del primo incontro, già prima del dibattito con una conferenza stampa in cui ha portato tre donne che sostengono di essere state stuprate da Bill Clinton e una quarta che ha accusato la moglie-avvocato, Hillary, di aver difeso solo il marito e non le vittime. Poi per difendersi dal video del Washington Post (il più visto nella storia dei quotidiani online) che risale a un episodio del 2005, che lo dipinge come un truce maschilista, spiega che le sue erano solo parole, chiacchiere da spogliatoio, che gli dispiace di averle pronunciate, ma che sono meno gravi delle aggressioni sessuali del marito Bill alle donne. Hillary cerca di evitare lo scontro e citando la sua amica Michelle Obama, risponde “quando gli altri volano basso, noi voliamo alto”.

Dopo venti minuti di scambi polemici sul machismo di Trump e sull’integrità morale di Bill Clinton, si apre un’altra partita difficile per Hillary, quella delle mail di lavoro quando era Segretario di Stato, finite sul suo blackberry personale con possibili rischi per la sicurezza nazionale. “Ho sbagliato, mi sono scusata, non lo rifarei”, si difende la Clinton, ma l’avversario insiste: “Stai mentendo di nuovo (…) dovresti vergognarti”. E a questo punto promette, a uso e consumo dei suoi fan: “Se fossi presidente nominerei un procuratore speciale per indagare l’uso del server privato (…) e tu saresti in galera”.

La replica di Hillary è sulla tasse federali non pagate da Trump per oltre dieci anni utilizzando degli stratagemmi fiscali. “Certo che l’ho fatto. E così fanno gran parte dei tuoi donatori”. Insomma è un ‘così fan tutti’, non una colpa, ma un comportamento giusto rispettando le regole più favorevoli.

L’ultima parte del dibattito alla fine arriva a sorvolare sui temi seri della campagna elettorale. Qui è l’ex Segretario di Stato ad avere sicuramente la meglio, a uscire dalla difensiva per mostrarsi sicura nel maneggiare questioni delicate soprattutto di politica estera.

Cominciato malissimo, anche sul piano formale, la stretta di mano arriva alla fine con un riconoscimento reciproco all’avversario: La Clinton esprime un giudizio positivo sui figli di Trump “devoti e capaci”, e questi riconosce all’ex first lady di essere una che “non molla mai, una combattente”.

In attesa del terzo ed ultimo round che si terrà il 19 ottobre, e del voto vero, questa campagna elettorale sta però dimostrando quanto logoro sia ormai l’intero sistema del confronto tra gli sfidanti, quanto il mezzo televisivo, il web, l’immagine, il colpo ad effetto, lo scandalo vero o presunto, distolga l’opinione pubblica dai temi che dovrebbero essere al centro del dibattito e che invece vengono oscurati da un frastuono mediatico quasi sempre inutile e senza sostanza.

Proprio le colonne portanti dell’informazione moderna, la Tv e il web, che dovrebbero allargare le basi della democrazia, sembrano invece in grado di svuotarla dal suo interno e logorarla mortalmente.

Gli americani sanno tutto, o credono di saperlo, sui vizi e i difetti dei due concorrenti, ma non sanno ancora quali risposte intendono dare alla crisi globale dell’economia, alla crisi di leadership della prima superpotenza mondiale, alle tante sfide del futuro. Alla fine, per esempio, non si riesce a capire davvero quali siano stati e quali saranno i rapporti del tycoon repubblicano con la Russia di Putin oppure se davvero costruirà un muro al confine col Messico e rimpatrierà cinque milioni di immigrati illegali. Ma neppure quali siano le responsabilità della Clinton in una politica mediorientale che si è rivelata quantomeno inefficace e quali siano i suoi rapporti con l’establishment economico-finanziario che determina i destini del mondo intero.

La ‘discesa’ in campo di Donald Trump, forse solo un finto miliardario perché carico di debiti, ricorda da vicino, anche nel machismo ostentato, l’esperienza di Silvio Berlusconi in Italia. Si dice che in realtà il tycoon non punti a vincere, ma a sfruttare l’enorme notorietà conquistata nella corsa elettorale per sfruttarla subito dopo nella fondazione di una sua catena televisiva. Berlusconi ‘sceso’ in politica per difendere le sue tv, Trump per costruirsene una tutta sua.

Gossip a parte, lo scontro dimostra ancora una volta il peso dei soldi nelle campagna elettorali, un peso che lascia sempre meno spazio ai cittadini comuni e stravolge il sistema democratico.

Comunque il rischio che gli Stati Uniti siano guidati da Donald Trump è tutt’ora concreto e il

dibattito tv con il livello più basso della storia per contenuti, ha sancito la capacità di Trump di trasformare anche dei severi handicap in vantaggi per lui, parlando alla pancia dell’America profonda. Molto dipenderà da quanti americani andranno alle urne perché quelli che si identificano nel candidato repubblicano lo faranno di sicuro mentre, finora, non altrettanto può dirsi di quell’elettorato moderato e progressista che dovrebbe votare per Hillary Clinton e che oggi appare ‘naturalmente’ distante dai toni e dagli argomenti di questa bruttissima campagna elettorale.

Carlo Correr

Aleppo. Gelo Usa-Russia, via libera per Assad

Ieri gli Stati Uniti hanno annunciato l’interruzione dei contatti diplomatici con la Russia per arrivare a una nuova tregua in Siria e come risposta la Russia ha sospeso un accordo con gli Usa vecchio di 16 anni per smaltire il plutonio delle armi atomiche. Sull’onda delle notizie terrificanti che arrivano da Aleppo dove la popolazione paga ogni giorno con la vita e con sofferenze enormi il costo della guerra civile, sembra che la situazione sia arrivata a una svolta importante. Quello di Washington potrebbe essere un passo indietro, o quasi, lasciando che sia Mosca a pagare il prezzo di immagine per la sua alleanza con Assad, ma al tempo stesso aprendo anche la via alla soluzione militare per la riconquista di Aleppo.
aleppoLa battaglia per Aleppo
Facciamo un passo indietro per ricordare che i guai recenti della Siria sono iniziati militarmente alla fine del 2012, sull’onda delle ‘Primavere arabe’, quando i ribelli – circa 30 mila uomini organizzati nelle file di al-Nusra (al-Qaeda) e Ahrar al-Sham (salafiti) con altre forze di opposizione laiche, riuniti nel cosiddetto Esercito libero siriano si scontrarono con l’esercito regolare subendo una prima dura sconfitta. I ribelli avevano alle loro spalle il sostegno più o meno concreto di Stati Uniti, Turchia, Francia, Croazia, Arabia Saudita, Giordania e Qatar, con l’ausilio di mercenari e contractor che avevano già partecipato alla coalizione anti-irachena.

Negli ultimi mesi l’attenzione dei mass media si è concentrata su Aleppo dove le forze ribelli sono assediate dall’esercito regolare siriano.

Come di consueto nel caso di battaglie che coinvolgono centri abitati, a farne le spese sono in larga parte civili inermi e le strutture essenziali per la sopravvivenza della comunità, acquedotti, linee elettriche, ospedali, collegamenti viari ecc.
Gli assedianti difatti, anche volendolo, non riescono a non colpire obbiettivi civili – i famosi ‘danni collaterali’ che inseguono la coscienza dell’Occidente dai tempi del Vietnam – perché nell’attacco per limitare le perdite tra le proprie file, non usano fanteria, ma mortai e bombardamenti aerei.
Le forze assediate ovviamente amplificano l’entità dei danni inflitti alla popolazione per alleggerire la pressione militare e ottenere maggiori sostegni a loro vantaggio.
Nella fase di assedio inoltre è ‘utile’ che la popolazione civile terrorizzata abbandoni le abitazioni perché questo consente agli assedianti, nella fase successiva, di penetrare più facilmente nel tessuto cittadino, anche con la fanteria, senza l’‘impiccio’ dei civili e di preoccuparsi dei ‘danni collaterali’.
Da Bagdad a Gaza city, la storia recente dell’assedio di Aleppo non fa eccezione.

La scontro sul campo
Le forze regolari siriane, sostenute attivamente dall’esercito russo e iraniano, stanno in questi giorni producendo lo sforzo maggiore possibile per far cadere Aleppo, l’ultima roccaforte in mano ai ribelli, che consentirebbe loro di stringerli in una tenaglia e conquistare l’enclave di Idlib ancora sotto il loro controllo, unificando tutto il territorio dal confine israelo-giordano fino a quello turco lungo l’asse che corre da Damasco fino ad Aleppo passando per Homs.

Per questo per Bashir Assad è assai importante la conquista di Aleppo e probabilmente per questa ragione è fallito l’ultimo tentativo di tregua umanitaria (10 settembre) che se da un lato avrebbe consentito di aiutare la popolazione civile, dall’altro avrebbe dato però respiro agli assediati consentendo loro di rifornirsi di armi e munizioni (la Turchia aveva annunciato l’invio di un convoglio di 20 camion con aiuti).

aleppo-convoglio-onu

I resti del convoglio di soccorsi dell’Onu

La tregua avrebbe dovuto consentire il ritiro delle ‘forze attive’ dalla via che conduce all’antica fortezza medievale situata nel centro di Aleppo (Kastilo road), principale strada di accesso alle zone in mano ai ribelli, e creare “una zona demilitarizzata” in quell’area. Ma la tregua è durata meno di dieci giorni.
Il 17 settembre, 62 soldati siriani sono stati uccisi in un attacco aereo della coalizione guidata dagli Stati Uniti sulla base militare siriana di Deir el-Zour. Gli Usa hanno chiesto ufficialmente scusa per l’incidente.
Pochi giorni dopo, un convoglio umanitario dell’Onu che portava soccorsi ad Aleppo, è stato colpito da aerei di cui a tutt’oggi si ignora la nazionalità. Nel bombardamento sono morti 18 autisti e l’Onu ha sospeso i soccorsi. Mosca e Washington si sono scambiate accuse reciproche.
Di certo la fine della tregua gioca a favore di Assad e per questa ragione la logica dell’‘incidente’ del bombardamento americano del 17 sulle forze regolari siriane, appare quantomeno misteriosa, a meno di non prendere per buone le giustificazioni americane e convenire però che, militarmente parlando, sono degli inetti.

Le conseguenze
L’assedio di Aleppo – e la probabile/possibile? vittoria di Assad – dimostra sul campo che da una parte c’è un’alleanza tra Damasco, Mosca e Teheran determinata a raggiungere i suoi obiettivi, ovvero una vittoria militare e politica che consenta di trattare da posizioni di forza anche l’eventuale ‘dopo Assad’, dall’altra c’è una coalizione di forze occidentali, assieme a quelle turche, saudite e degli Emirati, tutt’altro che coerente negli obiettivi di strategia politica e un arco di forze ribelli inquinate dal radicalismo islamico compreso quello di al-Nusra.
Ognuno dei partecipanti alla coalizione occidentale sembra avere obiettivi diversi: la Turchia vuole liberare il fronte curdo, sauditi ed emiratini castrare la marcia iraniana alla leadership regionale, gli Usa frenare la (ri)crescita regionale della Russia, la Francia riprendere il suo ruolo di king maker regionale e sostenere (allora) la rielezione di Sarkozy (dopo la sciagurata avventura libica) …
Più semplice invece la ‘visione’ comune del fronte che sostiene Assad: Mosca non vuole perdere il suo storico insediamento in Siria e in particolare la base militare (strategica per il Mediterraneo) di Tartus dove oggi è schierata un’imponente squadra navale; l’Iran vuole mantenere il controllo militare e politico di una porzione del Libano e per questo non può scoprire il fronte siriano, combattere il radicalismo sunnita, ma soprattutto deve costruire la sua credibilità regionale; Assad deve semplicemente salvarsi la pelle.

Anche Israele ha avuto (e probabilmente lo ha tuttora) un ruolo nella guerra civile siriana, ma sempre molto defilato nonostante la Siria occupi un posto cruciale nel suo passato come nel suo futuro, se non altro per ovvie ragioni geografiche. Israele ha avuto un ruolo sicuramente attivo all’inizio sostenendo militarmente i ribelli, ma più avanti è sembrato più preoccupato dalle conseguenze della destabilizzazione del Paese che non dalla permanenza al potere di Assad. Ancora oggi le alture siriane del Golan sono occupate illegalmente dalle forze israeliane.
Per Israele, molto pragmaticamente, è forse meglio un cattivo equilibrio con Assad (o chi per lui) al potere, che nessun equilibrio in un caos dove potrebbero trovare spazio il terrorismo islamico sunnita come quello sciita alleato di Teheran.

Ancora, mentre russi e iraniani hanno messo i loro ‘boots on the ground’, insomma sono impegnati in prima persona, americani, francesi e inglesi per ora si sono limitati a un sostegno indiretto, ambiguo, semi nascosto, con bombardamenti aerei, armamenti, intelligence, addestramento.
Niente fa credere che questa situazione possa mutare perché il rischio che militari delle due parti si trovino coinvolti in un confronto diretto, con un possibile allargamento del conflitto, viene considerato evidentemente reale ed eccessivo per tutti. Il gioco non vale la candela.
Non a caso proprio la settimana scorsa il ministro degli esteri russo Lavrov ha apertamente evocato lo spettro di uno scontro militare Usa-Russia.

Lavrov-Kerry

Il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov e l’americano John Kerry

Comunque il fronte pro-Assad è oggi parecchio in vantaggio e se sfrutta bene i tempi, può sbaragliare le opposizioni e recuperare buona parte delle posizioni perdute. Dalla sua ha almeno due fattori decisivi:
Primo. Mentre l’intervento della Russia è stato richiesto da Damasco nessuno ha chiesto alle forze pro ribelli di intervenire. Almeno formalmente i ribelli non hanno nessuna legittimità. Dicono a Mosca: “Il governo legittimo della Siria ha invitato la Russia, il suo stretto alleato. Ha chiesto a Mosca di prestare aiuto, per combattere ISIS e altri gruppi terroristici impiantati dall’Occidente e dai suoi alleati. Nel 2011 si è voluto scatenare la guerra in Siria intendendo punire il popolo siriano per aver sempre dato il proprio sostegno alla resistenza palestinese e per aver sostenuto quella irachena durante l’occupazione americana del 2003”. Lo stesso Kerry ha comunque riconosciuto che gli Usa non hanno alcun fondamento giuridico per attaccare il governo di Assad.

Secondo. Tra due mesi ci saranno le elezioni presidenziali e a Washington nessuno ha né la forza né la voglia per decidere una rischiosa escalation militare per sconfiggere Assad (e Putin). Meglio lasciare che Putin vada fino in fondo e appaia come un autocrate guerrafondaio (il ché non è poi molto lontano dalla realtà). In fin dei conti che nessuno sapesse come gestire il dopo-Assad, era chiaro fin dall’inizio.

Conclusioni
Come per la Libia, e prima ancora per l’Iraq, quando si è deciso di far cadere Assad sostenendo le forze di opposizione, nessuno sembra essersi preoccupato delle conseguenze, previsto gli sviluppi, preparato un piano ‘B’, soprattutto nel caso in cui il regime di Damasco non fosse stato sconfitto. Così hanno ignorato o sottavlutato:
la destabilizzazione militare, politica, economica, sociale dell’area e della regione;
i milioni di profughi – la metà dell’intera popolazione – in fuga dentro e fuori i confini siriani;
l’effetto ‘contagio’ del radicalismo islamico col tramite del terrorismo di Daesh, al-Nusra ecc.;
l’effetto ‘insicurezza’ che il comportamento degli Usa può produrre amici e alleati per l’ambiguità e la contraddittorietà dell’agire;
la marginalizzazione ulteriore degli interessi europei e il danno diretto e indiretto a Paesi neppure coinvolti, ma che, ad esempio, si trovano ad assorbire il flusso dei profughi;
il rischio ‘domino’ di un’implosione della Siria sui Paesi limitrofi, soprattutto Libano e poi la Giordania, ma anche Israele, intimamente connessi alle vicende del popolo siriano;
il rischio reale, per quanto remoto, di un allargamento del conflitto su base regionale e mondiale.

Prepariamoci dunque a qualche altro giorno di cattive notizie in arrivo da Aleppo, alla conquista della città da parte delle forze regolari, a un – si spera temporaneo – ulteriore peggioramento dei rapporti Usa-Russia.

A breve il capo della politica estera dell’Ue, Federica Mogherini, discuterà con il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov della situazione in Siria mentre ha già parlato con il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif. Lo fanno sapere da Bruxelles, ma che serva a qualcosa è improbabile.
Il proverbio dice: chi rompe paga e i cocci sono i suoi. Qui invece i cocci – leggi migranti e profughi – sono solo nostri, con tutti i costi che comportano, economici e politici.

Carlo Correr