Carlo Correr
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Torna a Roma
Andrea Sestieri
mago giramondo

Mago, ma senza abracadabra. Ecco la parolina magica è l’unica cosa che è mancata nello spassosissimo e sorprendente spettacolo che Andrea Sestieri ha tenuto la prima domenica pomeriggio di dicembre, terzo giorno consecutivo, al teatro If di Roma, in una sala bomboniera che è stata sempre stracolma e dove gli adulti hanno riso anche più forte dei bambini.

italia_039_s_got_talent_2013_andrea_sestieriAndrea Sestieri, giovane mago di professione, sempre in giro per il mondo, per nostra fortuna ha interrotto le sue vacanze per far divertire un po’ anche il pubblico romano e lo ha fatto scegliendo una modalità originale e intrigante.

Sul palcoscenico ha raccontato gli ultimi due anni trascorsi varcando le frontiere di 40 Paesi utilizzando piccoli fatti che gli sono accaduti per imbastire il suo spettacolo: il ladruncolo che tenta di derubarlo e si ritrova a mani vuote anziché col suo orologio e il suo anello, un grande bloc notes dove una palla da bowling solo disegnata diventa reale e casca con un gran botto sulle tavole del palcoscenico o ancora la richiesta di creare denaro dal nulla.

Magia da Re Mida questa che si concretizza sul palco davanti agli occhi spalancati di un bimbetto che vede riempirsi un contenitore d’acciaio di monete che gli escono in continuazione da ogni dove: ascelle, orecchie, naso, mento e bocca aperta, anzi spalancata come i suoi occhi.Locandina Teatro If

E ancora a un altro bambino tocca la fortuna di partecipare alla danza di un tavolino che lui stesso poi accompagna con le sue mani mentre questo si alza da terra e volteggia per l’aria con una candela accesa sopra.

Poi il racconto si fa più complesso con la collaborazione del pubblico chiamato a esprimere desideri di viaggi in Paesi lontani o a leggere e memorizzare parole scelte a caso da un libro portato dagli stessi spettatori per poi scoprire che tutto era stato già previsto da Andrea e quindi scritto e depositato in uno scrigno appeso per aria.

E non manca la splendida e brava ballerina (Silvia Pinna), che entra e poi riesce da uno scatolone che nel frattempo però si era ridotto a un piccolo cubo rosso di qualche decimetro di lato e per di più trafitto da micidiali katane giapponesi. E poi eccola di nuovo che entra in un baule, sparisce e … oplà riappare in carne e ossa, ma con abiti diversi.

ScatolaTutti apprezzati e applauditissimi i numeri, con un’esecuzione senza sbavature e in un susseguirsi rutilante di parole, suoni e luci.
Il tutto con un’eleganza naturale che si accompagna a un’evidente passione per la recitazione irrobustita dai corsi di mimo e di teatro. Tutte qualità che spiegano come mai un mago così giovane (33 anni) abbia già mietuto tanti successi in Italia e all’estero. Consulente magico per alcune importanti trasmissioni Mediaset (Pequenos Gigantes, Le Iene, C’è Posta per te), finalista della nota trasmissione Italia’s Got Talent (in onda su Canale 5) e protagonista di eventi di importanza mondiale, compreso una delle più note trasmissioni televisive francesi in onda su France 2, (Le plus grand cabaret du monde) e dello Shangai magic festival, nonchè artista di punta dell’arcinota Costa crociere e altro ancora.
Ci si stanca solo di applaudire dopo ogni magia e l’ora e mezza del suo nuovo One man show vola via davvero troppo in fretta.Andrea_Sestieri_tavolino
Andrea Sestieri ripercorre così il suo lungo viaggio assieme al pubblico, che diventa anch’esso protagonista di questa avventura intorno al mondo.

Grandi illusioni, numeri di mentalismo, manipolazione e tecniche originali che abilmente crea o adatta senza mai uscire dalla sua storia, senza che nulla sia lasciato al caso… non gli oggetti e gli effetti, ma neppure le parole …
In un mondo pieno di cose che non capiamo, di fatti che avvengono attorno a noi e di cui a volte neppure lontanamente afferriamo la natura, ma che dobbiamo subire anche a nostro danno, finalmente in un teatro possiamo divertirci e stupirci, scoprendo che chissà forse la magia esiste davvero, che nulla è ciò che sembra eppure è accaduto e proprio davanti ai nostri occhi. Un sogno che diventa realtà e per questo non solo ci diverte, ma ci fa felici.

Carlo Correr

Sito ufficiale di Andrea Sestieri
e la pagina su Facebook

PS: alla fine, uscendo dalla sala, ci è venuto un pensiero: forse il mago Andrea Sestieri potrebbe essere l’ultima risorsa da spendere a Bruxelles per convincere l’Europa e il mondo intero che questo governo è in grado di rispettare i parametri di Maastricht, ridurre la spesa, il debito pubblico e far crescere il Pil. O no?

Idee per Roma
una città che muore

Gazometro

Il Gazometro nel quartiere Ostiense

Archeologia industriale, si chiamano così i vecchi edifici, i capannoni, le strutture dismesse delle vecchie fabbriche, fonderie, impianti del gas. Muri e torri di mattoni rossi segnati dai fumi, gigantesche strutture in ferro dominate dalla ruggine, sconfinati piazzali in cemento spazzati dal sole e dalla pioggia dove facilmente si immaginano operai, camion, grandi gru, rumore, movimento. E invece oggi c’è solo abbandono, vetri rotti, erbacce, spazzatura. È un fascino indescrivibile quello che emana da questi luoghi e Roma ne è piena.
Al di là delle buche nell’asfalto, dei bus che quando passano, e se passano, poi casomai prendono fuoco, della metro che si ferma quando piove che neppure a Calcutta, o degli onnipresenti cumuli di spazzatura, a Roma servono idee, disperatamente idee.
Prima ancora della pessima amministrazione, questa città sta morendo perché non ha più progetti, non immagina più un futuro, vive alla giornata ed è una giornata segnata dalle piccolezze di una nuova classe politica che annaspa e muore se solo gli stacchi facebook.

Ma per fortuna non ci sono solo sacerdoti della magica rete e qualche fascio rivestito, casomai di verde, e in attesa che la sinistra vecchia e nuova dia qualche segnale di vita, la cultura, la scienza, il mondo dell’università, si interrogano. Fuori dalla politica in senso stretto, che questo giornale tratta egregiamente in altre parti, qua e là qualche buona idea ancora c’è.
È il caso di un progetto bello e ambizioso che si pone l’obiettivo di ‘Reinventare Roma’, di mettere mano a quello che c’è e non si usa più, e farlo rinascere, rivivere, resuscitare.

Invece di consumare altro terreno tirando su cemento armato nei pochi prati fuori dal Raccordo anulare perché non ridare vita a quelle aree urbane, edifici dismessi, fabbriche e stazioni che a Roma fanno solo la felicità di sbandati ed erbacce?
L’idea tra l’altro può benissimo rientrare in un progetto internazionale che coinvolge 16 città in giro per il mondo, da Auckland a Vancouver passando per Città del Messico e Montreal, con un bando internazionale che si propone di ricostruire a ‘zero emissioni’, per ‘trasformare siti sottoutilizzati in baluardi di sostenibilità e resilienza’. Milano già c’è, perché non anche Roma?

Di questa città che non si rassegna a morire, si è parlato giovedi 8 novembre, nell’Aula Magna della Facoltà di Architettura di Roma Tre, completamente piena, nell’ex mattatoio, in occasione della presentazione di “Roma. La rigenerazione dei quartieri industriali. Il progetto urbano Ostiense-Marconi”, un ponderoso volume di Umberto Marroni, che raccoglie 48 schede assistite da fotografie di grande suggestione. Una raccolta di progetti, di idee, realizzate, in corso di realizzazione o da avviare per fare di questi luoghi dell’archeologia industriale un motore nuovo della città. Il viaggio parte dall’ex Mattatoio, già parzialmente recuperato ospitando ora anche l’Università grazie all’ultimo sprazzo di idee creative negli anni di Ruberti ministro dell’Università (1990), per concludersi con un riassunto delle iniziative private che hanno contribuito a riqualificare, meglio sarebbe dire resuscitare culturalmente, socialmente, economicamente, i vecchi quartieri popolari e operai della Garbatella, di Testaccio e dell’Ostiense.

L'Air Terminal Ostiense oggi

L’Air Terminal Ostiense oggi

Il nodo di fondo che soffoca la città è evidente: “Dobbiamo pensare in grande, abbiamo bisogno di politici che pensino in grande”. Oscar Farinetti, l’imprenditore che ha dato forma e vita a Eataly, prima a Torino e poi a Roma, ha le idee abbastanza chiare sui problemi romani e dell’Italia in generale per quanto riguarda lo sviluppo e l’innovazione. E poi ha un’esperienza diretta nella capitale perché è opera sua la trasformazione dei 18 mila metri quadri dell’Air Terminal Ostiense da monumento al degrado e all’inefficienza a esempio della qualità italiana nel settore della distribuzione e dell’alimentazione. Un successo testimoniato dai diecimila visitatori giornalieri e, con quello di Torino, dalla creazione di 8700 posti di lavoro in dieci anni. E poi, e non è poco, un aiuto al marchio made in Italy. E il tutto senza soldi pubblici.

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Così appariva l’Air Terminal Ostiense all’inaugurazione nel 1990

Non per caso dunque la presenza di questo imprenditore al tavolo dell’Aula Magna per un libro che suggerisce la possibilità di replicare la strada seguita da Farinetti perché come esclamava nello spassoso film di Mel Brooks, Frankestein Junior, Gene Wilder, “Si – può – fare!”.
Certo, basta però volerlo. Occorre avere dei progetti in grande perché Roma non è un piccolo paese semi disabitato, ma una capitale, e anche piuttosto affollata.

Oggi “niente progetti, solo buche”, è il concetto che riemerge un pò in tutti gli interventi, da quello dell’ex sindaco Rutelli a quello della professoressa Elisabetta Pallottino, direttrice del Dipartimento di Architettura, declinato in forme diverse e anche con qualche digressione storico-politica, come nel caso dell’architetto Paolo Desideri, che allarga l’orizzonte ben oltre le miserie capitoline dell’oggi.
L’intensità e la velocità dei processi di trasformazione, come quelli che sarebbero desiderabili per queste aree abbanonate di Roma, – suggerisce Desideri – sono inversamente proporzionali al livello di democrazia e solo facendo un balzo all’indietro di 70 anni, nel Ventennio fascista, assistiamo alla realizzazione di giganteschi progetti che hanno modificato il volto della città. Il committente era lo Stato che aveva il potere per muovere le cose e ci metteva anche il capitale.
Nelle parole dell’architetto nessuna nostalgia, ma piuttosto la voglia di trovare una soluzione a uno dei problemi fondamentali del sistema democratico, quello della contraddizione tra ricerca del consenso e necessità di operare scelte nette. Un problema che con la salita al potere dei Cinque Stelle è esploso, paralizzando non solo Roma, ma tutto il Paese, perché alla tendenza all’immobilismo si unisce l’incapacità della nuova classe dirigente, priva di idee e di progetti, in un diluvio di slogan e di propaganda.

Sala

Aula Magna della Facoltà di Architettura di Roma Tre

Umberto Marroni, l’Autore, già consigliere comunale, parlamentare (Pd), con una formazione storica e un’attività da fotografo professionista, dà al libro un’impronta culturale e scientifica assai netta. Ne esce un bel libro, utile, istruttivo, piacevole anche solo da sfogliare, e che potrebbe e dovrebbe essere ben utilizzato da chi volesse scrivere un programma elettorale serio per la Capitale. Anzi, andrebbe replicato per tante altre città d’Italia.

All’incontro, presentato da Paolo Boccacci, giornalista di La Repubblica, hanno partecipato oltre all’Autore e ai già citati Francesco Rutelli, Oscar Farinetti, Paolo Desideri, Elisabetta Pallottino, anche Davide Zanchi, presidente del Consorzio Euroma2, Carlo Maria Travaglini, direttore di CROMA (Centro di Ateneo per lo Studio di Roma – Università Roma Tre) e Domenico Cecchini, professore associato presso il Dipartimento di Ingegneria Civile dell’Università La Sapienza di Roma.
Carlo Correr

La presentazione su Radio Radicale QUI
e su Facebook QUI
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Roma. La rigenerazione dei quartieri industriali.
Il progetto urbano Ostiense-Marconi
di Umberto Marroni
Editore Ponte Sisto – Rilegatura, pagg.470 – euro 60,00

LABOUR’S PARTY

corbyn apre1“La sinistra europea non è affatto defunta e quanti ne hanno cantato il requiem anzitempo devono cominciare a ricredersi”. Lo ha detto Pia Locatelli, presidente del gruppo socialista alla camera dei deputati, commentando l’esito delle elezioni in Gran Bretagna. Una dura batosta per Theresa May che non ha più una maggioranza per governare da sola dopo aver convocato le elezioni anticipate sicura di una vittoria travolgente. Si trova invece oggi con 318 seggi e ne perde 12. Il Labour ne conquista 261, ben 29 in più consacrando la vittoria politica di Jeremy Corbyn su una linea di sinistra-sinistra. Si profila un parlamento bloccato, ‘appeso’ ad eventuali alleanze difficili anche da immaginare. Per ora non si dimette, ma i conservatori hanno davanti ormai solo la prospettiva di nuove elezioni. Problemi aggiuntivi per la Brexit. Londra sperava in un Governo robusto per condurre il negoziato con Bruxelles da posizioni di forza e invece si trova in grandi difficoltà.


La vittoria di Jeremy Corbyn per noi socialisti è una bellissima notizia e per più di qualche ragione.
La prima è ovviamente tutta dovuta alla straordinaria rimonta del Labour che, seggi a parte, con il 40% dei voti si piazza appena due punti sotto i Tory.
Il 7 maggio del 2015, il Labour guidato allora da Ed Miliband si era fermato al 30,6%. Dunque Corbyn ha guadagnato la bellezza di dieci punti percentuali e per poco non ha battuto i conservatori. In termini di seggi ne aveva 232 e oggi ne ha 29 di più, 261. Il meccanismo del sistema maggioritario uninominale a un turno difatti distorce la rappresentanza reale del voto e, in questo caso, non riesce neppure a dare una maggioranza di Governo al Paese.

L’altra buona ragione per essere contenti è che la vittoria laburista spazza via la narrazione imperante, soprattutto in Italia e soprattutto dalle parti del Pd e dei suoi simpatizzanti esterni, che la sinistra non avesse ormai altro orizzonte possibile che quello di rincorrere gli elettori di centro sposando tutte le ricette liberiste, ma guardandosi bene dal metterne in discussione la sua base sociale e i suoi interessi consolidati. Ecco dunque che scompare la classe operaia non solo nominalmente, ma anche nella sostanza perché il ceto sempre più vasto dei lavoratori del web, di quelli senza un contratto, dei giovani senza lavoro e senza più nulla da studiare, della classe media che scivola in basso un gradino di reddito dopo l’altro e non vede più possibilità di risalita neppure per i figli, non meriterebbe una difesa politica organizzata.
Corbyn si è invece caratterizzato, e non da ieri, nella difesa di questi nuovi ultimi mettendo in discussione tabù come le privatizzazioni o proponendo un sistema fiscale davvero progressivo, ricordando l’essenzialità strategica del welfare e disdegnando la moda imperante di una comunicazione fatta solo di social media, slogan, tweet e smorfie televisive.
Uno all’antica, uno che Renzi l’avrebbe rottamato senza neppure chiedergli come si chiamava.

Corbyn dunque capovolge la narrazione politica cristallizzatasi ai tempi del New Labour di Tony Blair, riscoprendo che i voti non si conquistano al centro, ma a sinistra.

La sua vittoria – chiamiamola pure così anche se ha meno seggi e meno voti di Theresa May e del suo Tory perché tale è nella sostanza politica – non ha confini, attraversa la Manica.
Il vento inglese nutre difatti speranze in altri Paesi a cominciare dalla Germania dove Schulz sta tentando la stessa rimonta contro Angela Merkel che domina la scena economica, diplomatica e mediatica dalla poltrona della Cancelleria.
Il vento inglese è anche debitore della forza dell’esempio portoghese dove c’è una sinistra-sinistra che governa senza drammatiche difficoltà nonostante i programmi di austerità imposti dalla Trojka.

Un’altra buona notizia è per l’Europa nel suo insieme. Theresa May aveva convocato le elezioni anticipate sull’onda di sondaggi che le assegnavano una vittoria travolgente (anche qui una lezione per chi in Italia come Renzi immagina ogni giorno una blitz krieg elettorale) per sbaragliare oppositori interni ed esterni e sedersi al tavolo di Bruxelles con le spalle coperte da una maggioranza d’acciaio e portare a termine la Brexit imponendo le sue condizioni.
Ben altra è invece oggi la prospettiva, tanto che si allarga la schiera in Gran Bretagna di quanti propongono un nuovo referendum per correggere l’errore di quello del 23 giugno scorso. Dunque dopo l’allontanamento dello spettro populista nelle elezioni olandesi e francesi, arriva un segnale che dovrebbe ridare coraggio a chi crede ancora nel progetto europeo.

Una notazione infine che dovrebbe indurre a valutare meglio le strategie tutte basate sui sondaggi e sui maghi della comunicazione.
Con questa della May siamo alla quarta sconfitta di fila per il grande comunicatore Jim Messina che ha già accompagnato la sconfitta di Cameron nella Brexit, di Hillary Clinton nelle presidenziali Usa e di Matteo Renzi nel referendum costituzionale.
Grazie insomma a Corbyn che ci ridà un po’ fiducia nel socialismo e anche nella politica vera, non quella virtuale che va così tanto di moda anche qui da noi.

Carlo Correr

Israele cede, più diritti
per i carcerati palestinesi

Dopo 41 giorni circa 1500 palestinesi di al-Fatah detenuti in Israele hanno interrotto sabato 27 maggio lo sciopero della fame che avevano cominciato assieme al loro leader Marwan Barghouti per protestare contro le condizioni di detenzione e le violazioni dei diritti umani cui sono sottoposti dal regime carcerario. I parlamentari italiani Locatelli e Manconi scrivono all’ambasciatore di Israele che nega ogni violazione dei diritti umani. Il Foglio pubblica solo la lettera dell’ambasciatore.


Dopo 41 giorni circa 1500 palestinesi di al-Fatah detenuti in Israele hanno interrotto sabato 27 maggio lo sciopero della fame che avevano cominciato assieme al loro leader Marwan Barghouti per protestare contro le condizioni di detenzione e le violazioni dei diritti umani cui sono sottoposti dal regime carcerario.
Lo hanno reso noto le stesse autorità israeliane dopo l’accordo raggiunto con l’Anp, l’Autorità Nazionale Palestinese, la mediazione della Croce Rossa internazionale e una consistente pressione internazionale cui pare si sia aggiunta perfino quella del neo presidente americano Donald Trump durante la sua visita in Israele.

Palestinesi in festa per la fine dello sciopero Marwan Barghouti

Palestinesi in festa per la fine dello sciopero inneggiano a Marwan Barghouti

Il comunicato delle autorità israeliane parla della concessione di una serie di “benefici di carattere umanitario” mentre l’agenzia di stampa palestinese InfoPal entra nel dettaglio ed elenca una serie di misure che dovrebbero alleggerire il regime di detenzione e rendere più frequenti le visite dei familiari ai loro congiunti. In particolare è stata in qualche misura corretta la situazione che si era creata con i palestinesi che erano stati arrestati e trasferiti nelle prigioni israeliane impedendo così di fatto, soprattutto per quelli di Gaza, contatti regolari con i loro congiunti per la difficoltà di ottenere il permesso di entrare in Israele.

Numerose organizzazioni umanitarie israeliane e internazionali si sono schierate a sostegno dello sciopero. In un comunicato Amnesty International ricorda che Israele “porta avanti da decenni politiche illegali e crudeli nei confronti dei palestinesi dei Territori occupati e di Gaza detenuti nelle prigioni israeliane, i quali in alcuni casi non vedono da anni i loro familiari”. Inoltre “trattenere nelle prigioni israeliane palestinesi arrestati nei Territori occupati costituisce una violazione della Quarta Convenzione di Ginevra. Si tratta di una politica illegale e crudele nei confronti sia dei detenuti che delle loro famiglie, che spesso non possono incontrarsi per mesi e in alcuni casi per anni”.

Carcere israelianoSecondo l’Ong “Associazione dei prigionieri palestinesi”, 6500 prigionieri palestinesi sono attualmente detenuti in 17 prigioni e centri di detenzione gestiti dalle autorità israeliane, 16 dei quali all’interno di Israele. Tra i 6500 detenuti, le donne sono 57. I minori di 18 anni sono 300, tra cui 13 ragazze. Della popolazione carceraria fanno parte anche 13 componenti del Consiglio legislativo palestinese. Almeno 500 palestinesi si trovano in detenzione amministrativa senza accusa né processo, una prassi contraria al diritto internazionale.

Della questione in Italia si sono occupati anche Pia Locatelli e Luigi Manconi, rispettivamente presidentessa del Comitato diritti umani della Camera e presidente della commissione diritti umani del Senato, che hanno inviato una lettera all’ambasciatore israeliano in Italia.
”Ci è stato riferito – scrivono i due parlamentari – che in seguito a quest’azione di protesta non violenta sono state messe in atto una seria di azioni punitive che comprendono un inasprimento delle condizioni di isolamento, il divieto di incontrare i propri avvocati e perfino il sequestro del sale”.

Immediata la replica dell’ambasciatore Sachs che nella sua risposta ha negato categoricamente qualsiasi violazione dei diritti umani nei confronti dei detenuti palestinesi e ha respinto tutte le accuse. La lettera dell’ambasciatore è stata pubblicata oggi (30 maggio) da Il Foglio, senza però dare ai lettori alcune informazione circa le proteste e la lettera scritta dai parlamentari italiani.
Un modo davvero curioso di fare informazione, come se il giornale diretto da Cerasa fosse non un organo di informazione italiano, ma un bollettino dello Stato di Israele. Però ancora più sorprendente, al limite del ridicolo, è stato il non aver dato notizia della fine dello sciopero e dell’accoglimento – perlomeno parziale – delle richieste dei palestinesi, evidentemente per non smentire l’ambasciatore che avrebbe fatto una brutta figura dopo aver negato l’evidenza dei fatti.

D’altra parte dello sciopero si è parlato molto anche in Israele, dove i cittadini conoscono bene la situazione dei Territori e il comportamento delle autorità militari. Lo scrittore Abraham Yehoshua in un’intervista a “ il Fatto quotidiano” solo pochi giorni fa aveva affermato che “i detenuti palestinesi hanno ragione a scioperare perché sono discriminati e chiedono di poter godere degli stessi diritti di tutti gli altri carcerati, che sono peraltro i diritti sanciti da tutte le Convenzioni per i diritti umani”.

Comunque la vicenda ha anche avuto un importante risvolto politico interno allo Stato palestinese e forse anche in Israele.

Marwan Barghouti

Marwan Barghouti

La popolarità del 58enne Marwan Barghouti, leader della prima e seconda Intifada, in carcere da 15 anni per scontare cinque ergastoli in quanto ritenuto responsabile di alcuni fatti di sangue commessi dagli uomini di Tanzim, una forza paramilitare della resistenza palestinese, sotto il suo comando, è in continua ascesa. Contro di lui è schierata Hamas, l’organizzazione islamista che controlla Gaza, da sempre in rotta di collisione con Fatah, il principale movimento politico palestinese, laico e progressista, di cui era leader Yasser Arafat.
In un recente passato in Israele si è spesso parlato anche di un perdono presidenziale per liberare Barghouti; ne erano convinti Yossi Beilin e Shimon Peres, ma con la crescita politica della destra, dell’estrema destra e dei partiti religiosi ultraortodossi, che oggi controllano il governo di Nethanyau, della questione non si è più parlato. Ecco dunque che anche l’esito di questo sciopero della fame induce a pensare che forse si sta muovendo qualcosa sotto la crosta di ghiaccio di un’intransigenza irragionevole come non mai.

Alberto La Volpe, un socialista e un grande giornalista

È morto nella notte di lunedì a 83 anni Alberto La Volpe, giornalista protagonista di una lunga carriera in Rai. Dall’87 al ’93, ha diretto il Tg2, inventando insieme a Giovanni Falcone “Lezioni di mafia”. Eletto alla Camera nel 1994 con i ‘Progressisti’, fu sottosegretario ai Beni Culturali nel primo governo Prodi e agli Interni nel primo governo D’Alema. È stato direttore di Mondoperaio e dell’‘Avanti! della domenica. Alberto La Volpe era nato a Napoli, ma viveva a Roma.


alberto la volpeDi Alberto conservo intatto negli anni il ricordo di una grande simpatia umana e intellettuale. Non sto qui a ricordare i suoi meriti di giornalista, acquisiti soprattutto alla direzione del Tg2 dove seppe davvero portare qualcosa di nuovo per l’informazione pubblica, mi piace invece che di lui venga conservata l’immagine di un’intelligenza vivace, di una persona che nel suo lavoro aveva come stella polare un rapporto molto concreto, autentico, con gli interessi, i bisogni, le necessità dei cittadini, soprattutto se si trattava degli ‘ultimi’, dei disoccupati, degli immigrati o dei senza tetto.

Alberto era prima di tutto un socialista, poi tutto il resto. Aveva la capacità professionale, la cultura e l’esperienza indispensabili per essere un buon giornalista, ma non era disposto a tutto, non era disponibile a dimenticare valori e punti di riferimento di una vita pur di raccontare una bella storia. Non avrebbe mai potuto nascondere un fatto, negare la realtà anche quando poteva essere scomodo farlo, ma la cosa più importante era per lui contribuire in qualche modo a costruire un mondo più giusto.

Con Enrico Boselli segretario del Sì-Sdi-Psi, abbiamo lavorato assieme prima a Mondoperaio, resuscitandolo dal silenzio seguito al collasso del nostro partito nel 1993, e successivamente alla direzione dell’Avanti! della domenica, e non l’ho visto mai venir meno a questa filosofia di vita, sia che si trattasse di affrontare i temi della politica interna che quelli dell’economia come della politica estera. Un’onestà di fondo che non abbandonava mai e sempre coniugata a una gentilezza di modi e a una delicatezza di sentimenti che lo rendevano simpatico anche a chi non condivideva affatto le sue posizioni politiche. Alberto non era un ipocrita e mai sarebbe potuto esserlo. Se doveva dire che non era d’accordo lo diceva, gentilmente, ma lo diceva. Sempre con un grande rispetto per il suo interlocutore.

Con il partito, negli anni in cui abbiamo lavorato assieme, aveva un rapporto profondo, a tratti anche conflittuale. Era e si considerava un uomo di sinistra, quando ancora dirsi di sinistra aveva un senso e uno scopo. Le sue scelte politiche le aveva fatte con grande chiarezza ed impegno negli anni difficili di tangentopoli, candidandosi nelle liste del Psi con i ‘Progressisti’. E socialista del Psi era rimasto, pur credendo con convinzione e passione alla necessità dell’unità di socialisti ed ex comunisti, anche quando altri, eletti con lui, avevano scelto diversamente. Le confluenze per opportunità non rientravano tra le sue ambizioni e preferiva di gran lunga restare libero nello spirito e fedele agli ideali di una vita.
Io lo ricordo così.

Carlo Correr

Internazionale Socialista. Locatelli vicepresidente

locatelli isPia Locatelli è stata eletta all’unanimità vicepresidente dell’Internazionale Socialista. La decisione è stata presa nel corso del XXV Congresso dell’Internazionale Socialista “For a world in peace, with solidarity and equality”, che si svolge a Cartagena in Colombia.

Al Congresso, i cui lavori si concluderanno domani, sabato 4 marzo, partecipano oltre 350 delegati, provenienti da 85 partiti membri.
Pia Locatelli, capogruppo PSI alla Camera e presidente del Comitato Diritti umani, che ha ricoperto la carica di presidente dell’Internazionale socialista Donne dal 2003 al 2012 e da allora ne è Presidente onoraria, è la prima donna italiana ad accedere alla vicepresidenza. Tra gli anni ’80 e ’90 l’incarico è stato lungamente ricoperto dal leader socialista Bettino Craxi mentre negli ultimi due congressi (2003-2008) è stato eletto vicepresidente Massimo D’Alema.

I lavori sono stati aperti dal presidente in carica, il greco George Papandreou, e dall’intervento del presidente colombiano Juan Manuel Santos. Il Congresso a Cartagena è anche un segno di riconoscimento per il successo nel negoziato di pace tra il governo colombiano e le Farc (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia) che ha messo fino a 50 anni di guerra civile. Un negoziato però che non ha avuto ancora fine perché l’accordo è stato bocciato, seppure per pochissimi voti di differenza, in un referendum che si è tenuto l’anno scorso. E il tema della ‘pace’ è al centro di questo Congresso. Ne abbiamo parlato con Pia Locatelli.

Nel tuo intervento davanti ai delegati hai fatto riferimento a Boutros Ghali e al problema di garantire ‘una pace sostenibile’. Cos’è una pace sostenibile?

Vuol dire una pace che duri nella sostanza perché non è sufficiente interrompere una guerra per far sì che l’assenza di conflitto si traduca in una pace stabile e duratura. Per ottenere questo occorre spesso infatti ricostruire il tessuto sociale di un Paese, ridare corpo alle sue istituzioni, e poi ricostruirne le infrastrutture. Solo in questo modo la pace può diventare duratura e si tratta di un processo molto complesso, che richiede molto tempo e un grande impegno collettivo che includa tutti i soggetti, a partire dalle donne, troppo spesso escluse dal processo. Questo approccio è oggi largamente accettato e si è affermato nella comunità internazionale, ma è Boutros Ghali che è stato Segretario generale delle Nazioni Unite, ruolo oggi ricoperto dal nostro compagno Antonio Guterres, ad averlo detto per primo 25 anni fa.

Dell’Internazionale Socialista fanno parte oggi 153 tra partiti e movimenti da tutti i continenti, è un’organizzazione gigantesca, ma con quali concrete possibilità di intervento, cosa può fare?

Il vantaggio dell’Internazionale socialista è che spesso ospita al suo interno come membri partiti che appartengono a schieramenti, a Paesi, in conflitto tra di loro come nel caso, ad esempio, del Marocco e del Sahara occidentale o di Israele e della Palestina. Il premier israeliano Shimon Peres e il leader dell’Olp, Yasser Arafat, si sono stretti la mano la prima volta proprio nel corso di una riunione dell’Internazionale socialista. Poi ci sono stati gli accordi di Oslo. E così ancora abbiamo favorito il dialogo del Marocco col Fronte Polisario e oggi l’USFP (Socialist Union of Popular Forces) non si è opposto a che la partecipazione del Polisario, oggi solo un partito col rango di ‘osservatore’, facesse un passo avanti divenendo membro consultivo. E ancora qui oggi i rappresentanti di due partiti, uno dell’Azerbaijan e uno dell’Armenia, due Paesi che in un recente passato si sono fatti la guerra, si sono stretti la mano dopo aver superato un momento di scontro. Insomma siamo dei ‘facilitatori’, offriamo un contesto in cui è più facile parlarsi, aprire un dialogo, perché in fondo tutti condividiamo gli stessi ideali, valori, principi. E ricordo che oltre un terzo dei Paesi del mondo, 69 Paesi per l’esattezza, è attraversato da conflitti, e dunque il tema di questo Congresso è quanto mai attuale; anzi è di dimensioni enormi.

Lì a Cartagena si sono incontrati anche il rappresentante palestinese di al Fatah e quello israeliano del Meretz. Ci sono novità?

Purtroppo no. Colette Avital, del Meretz, che è anche vice presidente dell’IS, ci ha confermato che il governo attuale presieduto da Netaniahu, non sta facendo quello che servirebbe per far avanzare il processo di pace, anzi, sta facendo il contrario col favorire l’occupazione di altre terre dei palestinesi.

In fondo, il raccogliere al vostro interno partiti che sono anche idealmente affratellati dall’appartenere alla stessa organizzazione, ma pure contemporaneamente a Paesi in conflitto tra di loro, è un vantaggio rispetto alle Nazioni Unite, però di tutto questo lavoro emerge ben poco all’esterno …

Il problema non è che non riusciamo ad avere un ruolo più incisivo, ma piuttosto che non riusciamo a rendere visibile il risultato del nostro lavoro. Purtroppo quando i problemi sono complessi, non ci sono soluzioni semplici e dunque neppure messaggi così semplici da comunicare. Paghiamo lo scotto di una comunicazione che è spesso dominata dal populismo che lancia continuamente messaggi fatti di slogan, ma senza contenuto e invece la democrazia, la pace, si costruiscono faticosamente, passo dopo passo.

Ma non parlerete solo di conflitti…

No, affronteremo temi che sono l’essenza del messaggio del socialismo, ovvero come conseguire una maggiore eguaglianza sia a livello nazionale che a livello globale. E poi ci occuperemo di un tema che è uno dei pilastri fondamentali della nostra organizzazione, quello della solidarietà tra nazioni.

Oggi sei presidente onoraria dell’Internazionale socialista donne dopo averne ricoperto per due mandati il ruolo di presidente. Come pensi di poter trasferire questa tua esperienza nell’internazionale socialista? Con quali obiettivi?

Oggi il mio impegno sarà anche nel fare in modo che le tematiche di genere siano maggiormente avvertite e valorizzate. Più donne ci sono meglio si lavora, perché la diversità di genere corrisponde a una diversità di sensibilità di approccio e tutto questo si traduce in una ricchezza che consente di ottenere maggiori e migliori risultati. Di questo approccio ne è oggi convinto il mondo dell’impresa che ha capito come ottenere migliori risultati coinvolgendo maggiormente le donne. Non si capisce allora perché questo non sia stato ancora pienamente accettato dalla politica che continua ad essere un mondo a prevalenza maschile. Le diversità sono una ricchezza, un vantaggio da utilizzare al meglio.

Carlo Correr

INTERNAZIONALE SOCIALISTA
LOCATELLI VICEPRESIDENTE

locatelli is

Da sinistra Isabel Allende, George Papandreou, Pia Locatelli, Colette Avital

Pia Locatelli è stata eletta all’unanimità vicepresidente dell’Internazionale Socialista. La decisione è stata presa nel corso del XXV Congresso dell’Internazionale Socialista “For a world in peace, with solidarity and equality”, che si svolge a Cartagena in Colombia.

Al Congresso, i cui lavori si concluderanno domani, sabato 4 marzo, partecipano oltre 350 delegati, provenienti da 85 partiti membri.

Pia Locatelli, capogruppo PSI alla Camera e presidente del Comitato Diritti umani, che ha ricoperto la carica di presidente dell’Internazionale socialista Donne dal 2003 al 2012 e da allora ne è Presidente onoraria, è la prima donna italiana ad accedere alla vicepresidenza. Tra gli anni ’80 e ’90 l’incarico è stato lungamente ricoperto dal leader socialista Bettino Craxi mentre negli ultimi due congressi (2003-2008) è stato eletto vicepresidente Massimo D’Alema.

I lavori sono stati aperti dal presidente in carica, il greco George Papandreou, e dall’intervento del presidente colombiano Juan Manuel Santos. Il Congresso a Cartagena è anche un segno di riconoscimento per il successo nel negoziato di pace tra il governo colombiano e le Farc (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia) che ha messo fino a 50 anni di guerra civile. Un negoziato però che non ha avuto ancora fine perché l’accordo è stato bocciato, seppure per pochissimi voti di differenza, in un referendum che si è tenuto l’anno scorso. E il tema della ‘pace’ è al centro di questo Congresso. Ne abbiamo parlato con Pia Locatelli.

Nel tuo intervento davanti ai delegati hai fatto riferimento a Boutros Ghali e al problema di garantire ‘una pace sostenibile’. Cos’è una pace sostenibile?

Vuol dire una pace che duri nella sostanza perché non è sufficiente interrompere una guerra per far sì che l’assenza di conflitto si traduca in una pace stabile e duratura. Per ottenere questo occorre spesso infatti ricostruire il tessuto sociale di un Paese, ridare corpo alle sue istituzioni, e poi ricostruirne le infrastrutture. Solo in questo modo la pace può diventare duratura e si tratta di un processo molto complesso, che richiede molto tempo e un grande impegno collettivo che includa tutti i soggetti, a partire dalle donne, troppo spesso escluse dal processo. Questo approccio è oggi largamente accettato e si è affermato nella comunità internazionale, ma è Boutros Ghali che è stato Segretario generale delle Nazioni Unite, ruolo oggi ricoperto dal nostro compagno Antonio Guterres, ad averlo detto per primo 25 anni fa.

Dell’Internazionale Socialista fanno parte oggi 153 tra partiti e movimenti da tutti i continenti, è un’organizzazione gigantesca, ma con quali concrete possibilità di intervento, cosa può fare?

Il vantaggio dell’Internazionale socialista è che spesso ospita al suo interno come membri partiti che appartengono a schieramenti, a Paesi, in conflitto tra di loro come nel caso, ad esempio, del Marocco e del Sahara occidentale o di Israele e della Palestina. Il premier israeliano Shimon Peres e il leader dell’Olp, Yasser Arafat, si sono stretti la mano la prima volta proprio nel corso di una riunione dell’Internazionale socialista. Poi ci sono stati gli accordi di Oslo. E così ancora abbiamo favorito il dialogo del Marocco col Fronte Polisario e oggi l’USFP (Socialist Union of Popular Forces) non si è opposto a che la partecipazione del Polisario, oggi solo un partito col rango di ‘osservatore’, facesse un passo avanti divenendo membro consultivo. E ancora qui oggi i rappresentanti di due partiti, uno dell’Azerbaijan e uno dell’Armenia, due Paesi che in un recente passato si sono fatti la guerra, si sono stretti la mano dopo aver superato un momento di scontro. Insomma siamo dei ‘facilitatori’, offriamo un contesto in cui è più facile parlarsi, aprire un dialogo, perché in fondo tutti condividiamo gli stessi ideali, valori, principi. E ricordo che oltre un terzo dei Paesi del mondo, 69 Paesi per l’esattezza, è attraversato da conflitti, e dunque il tema di questo Congresso è quanto mai attuale; anzi è di dimensioni enormi.

Lì a Cartagena si sono incontrati anche il rappresentante palestinese di al Fatah e quello israeliano del Meretz. Ci sono novità?

Purtroppo no. Colette Avital, del Meretz, che è anche vice presidente dell’IS, ci ha confermato che il governo attuale presieduto da Netaniahu, non sta facendo quello che servirebbe per far avanzare il processo di pace, anzi, sta facendo il contrario col favorire l’occupazione di altre terre dei palestinesi.

In fondo, il raccogliere al vostro interno partiti che sono anche idealmente affratellati dall’appartenere alla stessa organizzazione, ma pure contemporaneamente a Paesi in conflitto tra di loro, è un vantaggio rispetto alle Nazioni Unite, però di tutto questo lavoro emerge ben poco all’esterno …

Il problema non è che non riusciamo ad avere un ruolo più incisivo, ma piuttosto che non riusciamo a rendere visibile il risultato del nostro lavoro. Purtroppo quando i problemi sono complessi, non ci sono soluzioni semplici e dunque neppure messaggi così semplici da comunicare. Paghiamo lo scotto di una comunicazione che è spesso dominata dal populismo che lancia continuamente messaggi fatti di slogan, ma senza contenuto e invece la democrazia, la pace, si costruiscono faticosamente, passo dopo passo.

Ma non parlerete solo di conflitti…

No, affronteremo temi che sono l’essenza del messaggio del socialismo, ovvero come conseguire una maggiore eguaglianza sia a livello nazionale che a livello globale. E poi ci occuperemo di un tema che è uno dei pilastri fondamentali della nostra organizzazione, quello della solidarietà tra nazioni.

Oggi sei presidente onoraria dell’Internazionale socialista donne dopo averne ricoperto per due mandati il ruolo di presidente. Come pensi di poter trasferire questa tua esperienza nell’internazionale socialista? Con quali obiettivi?

Oggi il mio impegno sarà anche nel fare in modo che le tematiche di genere siano maggiormente avvertite e valorizzate. Più donne ci sono meglio si lavora, perché la diversità di genere corrisponde a una diversità di sensibilità di approccio e tutto questo si traduce in una ricchezza che consente di ottenere maggiori e migliori risultati. Di questo approccio ne è oggi convinto il mondo dell’impresa che ha capito come ottenere migliori risultati coinvolgendo maggiormente le donne. Non si capisce allora perché questo non sia stato ancora pienamente accettato dalla politica che continua ad essere un mondo a prevalenza maschile. Le diversità sono una ricchezza, un vantaggio da utilizzare al meglio.

Carlo Correr

Arriva Trump, la sua è un’America spaccata

 

Donald Trump giura da 45.mo Presidente degli Stati Uniti

Donald Trump giura da 45.mo Presidente degli Stati Uniti

Alle 17, ora italiana, – ma l’intera cerimonia del passaggio delle consegne è durata cinque ore – si è formalmente insediato il nuovo presidente degli Stati Uniti. Si è detto così male fino a oggi di Donald Trump che c’è solo da sperare che la realtà sia migliore di quella che si teme.
Un discorso di insediamento brevissimo, di soli 16 minuti, in cui praticamente ha ripetuto gli slogan della sua campagna elettorale. Molto populismo e molte promesse degli scorsi mesi, compresa quella di “vincere ancora, vincere come mai prima di oggi”, sradicare il terrorismo, sconfiggere la disoccupazione, tagliare le tasse e molto altro ancora.
Per ora abbiamo di sicuro solo l’eredità di Barak Obama, il primo presidente di colore che hanno avuto gli americani.
Così come Trump si insedia al vertice di un’America divisa, radicalizzata, soprattutto perché così l’ha voluta lui, così quello che lascia Obama dietro di sé è il sogno di un popolo profondamente unito attorno a valori largamente condivisi.
“Sarò accanto a voi a ogni passo. E quando l’arco del progresso vi sembrerà lento, ricordatevi: l’America non è il progetto di una sola persona. La parola più potente della nostra democrazia è ‘We’, noi. Come in ‘We the People’. ‘We Shall Overcome’. E “Yes, we can”.
Quello di Obama ieri nel suo saluto agli americani, è stato un inno all’unità nazionale in un Paese che ha sempre creduto fortemente nell’unità della nazione e nell’amore della bandiera.

Il ‘Noi’ così ripetutamente citato da Obama è nella Costituzione, una delle più belle del mondo libero, “We the People” è scritto nel preambolo e poi ancora “We shall overcome”, titolo e ritornello della canzone divenuta l’inno del movimento per i diritti civili negli anni ‘60. E poi c’è il suo “Yes We Can”, lo slogan con cui scalò le primarie del Partito Democratico per divenire il 44.mo Presidente degli stati Uniti.

Un messaggio di unità dunque mentre ancora si discute e si ci si interroga sulla sua eredità politica che, comunque la si giudichi, ha lasciato tracce profonde dentro e fuori l’America.
Sul piano interno è davvero difficile negare che abbia fatto molto per il suo popolo in termini di sviluppo, sicurezza e giustizia sociale. Basti ricordare le condizioni in cui si trovavano gli Stati Uniti nel 2008 alle prese con una tempesta economica e finanziaria il cui unico precedente per gravità e intensità era quello del ’29 e confrontarlo ai dati macroeconomici di oggi: Pil positivo al 2,3%, disoccupazione in decrescita costante al 4,7%, inflazione all’2%, crescita dei salari nominali al 2,6%. Riforma fiscale e sanitaria sono stati poi i due grandi impegni portati a termine non senza difficoltà con l’intento di ridurre il divario enorme tra ricchi e poveri, tagliare il deficit di bilancio e aiutare le fasce meno protette della popolazione ad avere per lo meno un’assistenza medica di base.
Nettissimo poi il suo profilo a difesa dell’ambiente, dei diritti civili, per ridurre le tensioni razziali, assorbire l’immigrazione clandestina e combattere la vendita delle armi ai privati.

Non meno netto il profilo in politica estera dove fin dall’inizio si è impegnato a mantenere le promesse della campagna elettorale a cominciare dalla riduzione dell’impegno militare in Iraq alla chiusura di Guantanamo e nettissimi sono alcuni successi, come l’accordo sul nucleare iraniano e la normalizzazione dei rapporti con Cuba. Abile anche nell’evitare di cadere in qualche trappola come quella siriana e libica aperte dall’interventismo britannico e francese per non ripetere il disastro iracheno condotto da Bush padre e figlio dietro l’ipocrita formula dell’esportazione della democrazia.
Infine ha fatto tutto quello che ha potuto per far ripartire il processo di pace tra israeliani e palestinesi, ma si è scontrato col peggior governo che forse Israele abbia mai avuto, guidato da unja brutta destra, conservatrice e reazionaria come mai e alleata con gli ultraortodossi dei partiti religiosi mentre dall’altra parte cresceva in parallelo la forza dei radicali di Hamas a danno dei laici di Fatah.

La partita più difficile ancora aperta è quella con la Russia di Putin dopo l’annessione della Crimea e il tentativo di invasione dell’Ucraina. Ed è proprio da qui che si cominceranno a vedere le differenze col nuovo inquilino della Casa Bianca.

Trump non nasconde di voler ‘normalizzare’ le relazioni con Putin, ma per far questo dovrà mutare radicalmente la rotta fin qui tenuta in difesa della libertà e della democrazia nei Paesi dell’ex blocco sovietico.

Occhi puntati anche sui rapporti con la Cina, gigante emergente che detiene gran parte del debito americano, e più in generale con tutta l’aerea asiatica e del Pacifico. Fino a oggi il neopresidente ha promesso novità, anzi sconquassi, non solo per la politica estera e quella interna, ma anche in economia. Ma tra la campagna elettorale e la realtà del governo degli Stati Uniti, la distanza può davvero essere molto ampia perché Trump per primo sa che, per esempio, il protezionismo può arrecare danni anche all’America.
Insomma per ora non solo il popolo americano, ma tutto il mondo si pone una lunga lista di domande perché non c’è dubbio che il futuro dipende in gran parte anche dalla scelte della unica superpotenza sopravvissuta alla Guerra Fredda.
C’è solo da sperare che il 45.mo Presidente degli Stati Uniti non mantenga tutte le promesse della campagna elettorale.

Carlo Correr

Elezioni Usa. Clinton in testa, minacce da WikiLeaks

clinton-trumpAll’ultimo secondo utile ieri l’FBI ha escluso che anche l’ultimo blocco di mail sotto indagine contenga qualcosa di penalmente rilevante, ma Julian Assange, il fondatore di WikiLeaks, promette nuove rivelazioni, così pesanti da portare all’arresto, esattamente quello che continua a dire Trump nei suoi comizi, un incubo insomma che minaccia di oscurare anche la possibile vittoria.

Alla vigilia del voto è stata così di nuovo una lettera del numero uno dell’Fbi, James Comey, al Congresso, a imprimere la spinta forse decisiva alla corsa di Hillary Clinton. Nella lettera Comey certifica che pure l’ultima indagine sulle email della Clinton è chiusa perché non sono state trovate tracce di illeciti e dunque non ci sarà nessuna richiesta di incriminazione per l’ex Segretario di Stato. I dati delle ultime rilevazioni danno Hillary Clinton sopra Trump di 5 punti per Abc/Washington Post (48% a 43%), di 4 punti per Nbc/Wall Street Journal (44% a 40%) e di 3 punti per Politico/Morning (45% a 42%).

I sondaggi dicono insomma che la Clinton è in ripresa e che ce la farà a battere Donald Trump, ma sono solo sondaggi perché la gran massa di indecisi costituisce a oggi un elemento assolutamente imperscrutabile in grado di capovolgere qualunque previsione.
Sono ancora una decina gli Stati in bilico, quelli dove tra i due candidati ci sono meno di 5 punti di differenza fino al testa a testa. In Florida, North Carolina, Ohio, Pennsylvania vincere vuol dire acquisire un blocco di ‘grandi elettori’ che può rivelarsi determinante per raggiungere il mumero magico che farà scattare l’elezione: 270.

Comunque sia è arrivato il martedì dopo il primo lunedì di novembre, il giorno in cui ogni quattro anni negli stati Uniti si svolgono le elezioni presidenziali, ma questa volta, tra stanotte e domani, il risultato sembra destinato qualunque esso sia a segnare un punto di svolta per gli americani e per il resto del mondo.
A pesare come non mai sul risultato ci sono diversi fattori che costituiscono una novità nella politica statunitense. Il primo, e il più banale, è che sono ambedue decisamente impopolari.

Donald Trump

Trump, finto miliardario che deve la sua ricchezza alle speculazioni edilizie e all’aver eluso le tasse per almeno due lustri, è un repubblicano inviso al suo stesso partito. Politicamente schierato su posizioni nettamente conservatrici, ha fin dall’inizio della sua campagna scelto una linea di rottura con le convenzioni. Personaggio unpolitically correct per scelta, che dell’insulto ha fatto uno strumento per cavalcare abilmente la cresta dell’onda mediatica, prendendosela di volta in volta con i messicani, i musulmani, i negri, le donne, i gay o qualunque gruppo, etnia o razza rappresentasse un buon bersaglio per le sue grossolane battute. Nello stesso tempo, ha sposato apertamente la causa degli americani impoveriti da una economia completamente finanziarizzata, governata dalla speculazione e dalle lobby, promettendo il ‘miracolo’ a suon di protezionismo, tagli di tasse e sussidi. Il tutto condito da una linea di politica estera che prevede apertamente l’appeseament con l’orso russo e l’alleggerimento del peso della difesa dell’Europa sulla strada di un neoisolazionismo per il XXI secolo, ma sempre in nome di un’America più grande e più forte. Insomma tutto e il contrario di tutto pur di piacere e di parlare alla pancia del Paese, quella della provincia più gretta e conservatrice che in questo momento sente soprattutto frustrazione e rancore contro i politici e il potere economico. Insomma una specie di leghista all’americana, con venature grilline.
Il risultato di queste scelte è stato di aver mobilitato i suoi supporter e di aver sicuramente perso il voto dei moderati. Male che gli vada, si dice, fonderà una Tv col suo nome, insomma trasformerà la sconfitta in un affare.

E se Trump riesce a parlare solo a una parte del Paese e il suo programma èhillary-clinton-thumbs-up un’accozzaglia di promesse non credibili, Hillary Clinton non se la cava molto meglio pur avendo dalla sua una preparazione e un’esperienza di governo che non teme rivali, tantomeno può essere impensierita da un ‘palazzinaro’ dai dubbi trascorsi. Il fatto è che è sempre apparsa ai suoi concittadini come un perfetto prodotto dell’establishment economico-finanziario, avviluppata in una rete di interessi giganteschi con diramazioni in Paesi stranieri, arricchitasi in mille modi e non sempre con eleganza come nel caso delle conferenze strapagate ai banchieri in un Paese che ha pagato duramente proprio la loro ingordigia. Cionondimeno ha un alto profilo politico, con un impegno pluridecennale a favore delle minoranze, a sostegno delle riforme – come quella per l’allargamento della sanità pubblica – e una linea di politica estera che prevede che gli Usa mantengano il loro ruolo di superpotenza anche a costo di esacerbare i già tesi rapporti con la Russia di Putin. Non sa parlare alla gente, nemmeno alla pancia del Paese come fa invece Trump, ma solo alle élite, che – soprattutto per paura che vinca l’altro – sono schierate compattamente, media soprattutto, al suo fianco.
La maggior parte dei pronostici la danno vittoriosa forse anche perché alla fine, come diceva Indro Montanelli a proposito del voto che avrebbe dato alla Dc, la voteranno turandosi il naso pur di non far vincere Trump.

Comunque sia il futuro si presenta piuttosto complicato, soprattutto se Trump terrà fede alla sua minaccia di non riconoscere il risultato e se i Democratici non riuscissero a riconquistare almeno la Camera dei rappresentanti. Ma c’è ancora una mina vagante che potrebbe rendere esplosiva la situazione per Hillary Clinton alla casa Bianca.julian-assangeIl sito israeliano ‘Debka files’, ben introdotto negli ambienti dello spionaggio internazionale, riferiva ieri di una minaccia che arriva da Julian Assange, il fondatore di WikiLeaks. Assange che vive da cinque anni nell’ambasciata ecuadoregna a Londra per evitare di essere estradato verso gli Stati Uniti che lo accusano di aver pubblicato informazioni classificate, ha fatto sapere di essere in procinto di diffondere un nuovo blocco di email della candidata democratica che per il loro contenuto porterebbero all’arresto della Clinton. Il giornalista ha pubblicato 21 mail della Clinton a ottobre e promette di pubblicarne altre 50 mila e questo nonostante la decisione presa dal Governo ecuadoregna, su pressione del segretario di Stato John Kerry, di ‘tagliargli’ la connessione a internet.

Probabilmente forse solo un’operazione di disturbo per vendicarsi dell’Amministrazione che lo vuole carcerare a vita, ma le rivelazioni del passato consigliano anche di non prendere le minacce di Assange alla leggera.

Carlo Correr

Asimov e la Google Car

Qualcuno ricorda le tre leggi della robotica dello scrittore (e scienziato) Isaac Asimov? La fantascienza a volte, molto spesso, anticipa la realtà soprattutto affronta dilemmi legati all’avanzamento della tecnologia. Le tre leggi prescrivevano che “un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno; un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Prima Legge; un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge”.

Bene, la questione sta per porsi più o meno nei termini che prevedeva Asimov. Accade difatti che le industrie automobilistiche stiano sperimentando veicoli autoguidati e in qualche caso, vedi la Google car, hanno già percorso milioni di chilometri e avuto anche un paio di incidenti, di cui uno grave. Di fronte ai programmatori che devono insegnare al computer di bordo a reagire correttamente a tutte le possibili e prevedibili evenienze al posto dell’uomo, si sta ponendo un quesito di non facile soluzione, questo:

Di fronte all’auto si pone improvvisamente un ostacolo. L’urto, per la velocità e la qualità dell’ostacolo, è perfino potenzialmente in grado di provocare la morte dei passeggeri. L’autopilota può tentare di frenare oppure di sterzare a destra o a sinistra. Se frena l’urto avverrà comunque, ma se scarta l’ostacolo rischia di uccidere a sinistra una mamma col suo bambino e a destra un anziano pedone. Come programmare il computer?

Qui ciascuno di noi pensa subito che in un caso del genere non c’è tempo per pensare e che si reagirà d’istinto, chi frenando, chi sterzando. Ma se si programma una macchina, la reazione d’istinto non è contemplata. Occorre obbligatoriamente prevedere una risposta precisa: rischiare comunque di recidere una o più vite. Ma di chi? Qual è la scala delle priorità? Si può pre-stabilire una graduatoria di vittime possibili?

Sul piatto della bilancia pesano diverse considerazioni come quella che se tutte le auto si guidassero da sole avremmo certissimamente molte meno vittime di quelle che abbiamo oggi; anzi forse nessuna.

Inoltre, in un passato recentissimo, quando si è stati costretti ad decidere se abbattere o meno un aereo passeggeri dirottato da terroristi, si è deciso che sì, era meglio abbatterlo che rischiare una nuova Twin Tower.

Consolante e non c’è da stare allegri, ma il problema dei costruttori comunque resta e le nuove auto dovranno avere un autoguida con una risposta incorporata per un quesito che impone di compiere una scelta vitale a meno di non decidere che non se ne fa nulla e che meglio continuare a guidarci l’auto da soli.

Alla fine però si scopre che nell’età del progresso tecnologico, la filosofia occupa tutt’ora un posto preminente e che le macchine non possono sostituirsi mai all’uomo, ma solo obbedirgli.

Carlo Correr