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Carlo Da Prato

Molière, ancora oggi
il dono dell’attualità
del suo Don Giovanni

Molière Don Giovanni teatro KhoreKhora Teatro e il Teatro Stabile di Abruzzo ripropongono in tutta la sua forza drammaturgica uno dei capolavori di Molière, quel Don Giovanni che ancora oggi possiede il dono dell’attualità, calato in una dimensione universale dove le interrogazioni e le risposte sui tanti temi esistenziali trovano uno spessore degno di essere gettato tra le inquietudini della nostra società.

Numerosissime erano state le rappresentazioni teatrali con protagonista questo personaggio, la cui immensa fortuna letteraria era cominciata nel 1630, quando Tirso de Molina, probabilmente ispirandosi a racconti popolari che utilizzavano i padri Gesuiti negli spettacoli edificanti dei loro piccoli allievi (e facendone il prototipo dell’eretico blasfemo per definizione) scrisse il suo Burlador de Sevilla. Venne in seguito ripreso dalla Commedia dell’Arte italiana, che lo incluse nel suo repertorio accentuando gli aspetti più comici della vicenda. Molière attinge a queste fonti italiane e le rielabora per ricavarne un suo personale Don Giovanni: ritraendolo come un personaggio raffinato, cinico, dissacrante, in aperta opposizione con le convenzioni sociali, pronto a burlarsi anche della religione e filosofeggiare sul libertinismo, sullo status sociale, sul rapporto con la nobiltà, sul contrasto padre-figlio, ma soprattutto per scagliarsi polemicamente contro il vizio dell’ipocrisia, frequente a ogni livello della società e particolarmente odioso sotto la maschera della religione.

L’allestimento di Khora Teatro/Teatro Stabile di Abruzzo aggiunge una dimensione visionaria al testo con l’ausilio di video scenografie che stilizzano i luoghi scenici e le ammantano di sbuffi liquido/eterei che dilagano sul fondale, abbracciando portici, boschi, interni di case. Preziosi confeziona una regia molto pulita ed elegante, ma non risulta pienamente convincente nella caratterizzazione del protagonista, concedendogli spesso e volentieri un incedere da cicisbeo effeminato che non solo gli sottrae il fisiologico vigore e carisma, ma lo colloca sullo stesso registro di Sganarello (ottimamente interpretato da Nando Paone) impedendo il divertente contrasto padrone-servitore (che è anche il contrasto tra l’audace pensiero e il convenzionale buon senso). Ciò è evidente soprattutto nel primo atto, mentre nella seconda parte dello spettacolo Preziosi/Don Giovanni cresce di spessore nelle sue arringhe e cancella in parte quei tratti artificialmente stucchevoli che rischiavano di far deragliare il convoglio.

L’operazione nel complesso è pienamente convincente; possiamo abbandonare la sala con la percezione di aver assistito alle gesta di un personaggio che a distanza di anni e a dispetto delle svariate rappresentazioni conserva pienamente il suo colore enigmatico, imprevedibile, inedito, intorno al quale non è difficile avvertire un certo alone di simpatia e di indulgenza da parte dell’autore.

Carlo Da Prato

Il socialismo secondo
Loris Fortuna

Loris FortunaParte seconda: i bagliori di una visione innovatrice

Capita sovente al giovane Loris di soffermarsi negli angoli di vita che la guerra gli aveva sottratto e non trovare altre certezze che ideali, sogni e rinnovamenti da inseguire con assoluta determinazione. Dal caleidoscopio della sua coscienza riverberano esperienze che si incrociano con il recente passato, segnato con graffi indelebili dalla tormentata prigionia: raffiche di spari nascosti dalla cortina di nebbia, brandelli di muri, polvere, valichi da penetrare tra pietre dure e fredde e la neve che cade lenta su tutte queste macerie, sugli ostinati fiori che vi crescono, sui petali piegati dalla paura ma ancora illuminati dalla policromia della speranza, dall’insostituibile valore della lotta. E’ una conferma alla definitiva consapevolezza dell’ innata e insopprimibile dedizione alla vita politica. Laureatosi in Giurisprudenza nel 1949 si iscrive nel 1959 anche alla facoltà di Fisica e poi a quella di Lettere e Filosofia; se alcuni anni prima era dedito a reclutare armi per i partigiani, adesso si cinge la vita con un’ ideale cartuccera munita di  ferrata preparazione giuridica, filosofica e politica da mettere al servizio della comunità. Seguendo le orme paterne si iscrive al Partito Comunista Italiano e diviene il Legale della camera del Lavoro e della Federterra. Emerge fin dai primi tempi della sua militanza un malcelato malessere nei confronti del proverbiale centralismo comunista, che media con evidente ingombro le questioni sociali, civili e democratiche. Il logorio si esaspera fino alla rottura definitiva, avvenuta sotto la spinta dei fatti d’Ungheria. Il 12 febbraio del 1959 si dimette dal Consiglio Regionale, da Consigliere del P.C.I. e dal partito stesso. Così scrive al segretario della federazione del partito e sindaco di Udine Silvano Bacicchi: “ Caro Bacicchi, indirizzo questa mia dichiarazione a te, nella Tua veste di Segretario della Federazione cui fino a tre anni fa ho avuto l’onore di appartenere, come iscritto al P.C.I. (…) Non ti nascondo che alla base della non facile decisione di non rinnovare l’iscrizione negli ultimi anni, vi sono particolari concezioni dei diritti di libertà del cittadino dello Stato Socialista, della difesa pratica di tali diritti, del metodo democratico per l’edificazione e difesa delle realizzazioni dello Stato Socialista finché è necessario, della concezione dello Stato quale la struttura sempre obiettivamente oppressiva e quindi da eliminarsi (…) Non mi sento più di lottare per le comuni generali idee del progresso e della civiltà  nella particolare organizzazione costituita dal P.C.I. Non ritengo però che per battermi con modeste forze e i naturali limiti che posseggo – per la classe cui appartengo – debba necessariamente essere legato ad una esclusiva forma di organizzazione. Credo sia giusto – nell’ipotesi di adeguare ciò che penso ad una organizzazione o movimento esistente – poter continuare poco o tanto che sia nel campo politico, la mia attività, se tale attività avrà la possibilità di essere utile, in qualche modo. (…) Dato – per concludere – che sono stato eletto per la designazione e l’appoggio del Partito a Consigliere Comunale, rimetto naturalmente il mandato ricevuto per conto del Partito e allego una lettera di dimissioni al Consiglio che – se la riterrete valida nella sua stesura prego di inoltrare tramite il Capo Gruppo Consigliere.

Loris Fortuna.”

(Gisella Pagano, Loris Fortuna, Intimo e Politico, Ardini Editore 1990, cit. pag. 83, 84,85)

L’approdo fisiologico di Loris Fortuna sarà il Partito Socialista Italiano, la forza politica che nel panorama della sinistra italiana si contraddistingue per la sua spiccata vocazione riformista, per una idiosincratica allergia al centralismo democratico della struttura interna di Partito e per una visione dell’organizzazione statale che prende nettamente le distanze dal totalitarismo sovietico. L’ingresso di Loris nel PSI è nello stesso tempo spiazzante e singolare: si propone con tutto il suo entusiasmo innovatore costituendo il Centro di Ricerche Culturali “Pietro Calamandrei” per promuovere la conoscenza, la ricerca e la divulgazione dei principali temi della cultura moderna e di promuovere iniziative che in ogni direzione comportassero adesioni da parte della popolazione friulana ai problemi culturali. Anche la focalizzazione su Pietro Calamandrei predispone ad uno smarcamento dalla visione marxista della lotta di classe per una sterzata vigorosa in direzione  liberalsocialista e di grande attenzione e sensibilità alle libertà civili. Come organo del Centro Calamandrei nasce la pubblicazione “Politica e Cultura” di cui Loris ne è il direttore; una rivista che traeva ispirazione dalle ideologie di sinistra e che sosteneva la miscellanea di elementi politici, culturali, economici, sindacali e perfino sportivi.

Da questo suo primo e definitivo approccio al P.S.I. emerge un Loris Fortuna che si  contraddistingue per una forte linea autonoma rispetto agli schemi tradizionali di Partito e che verrà magistralmente capita e scolpita a colpi di inchiostro da Giorgio Bocca nel suo reportage giornalistico in occasione del 40° Congresso del P.S.I., tenutosi nel marzo del 1976: “Qui al Congresso c’è un modo antico, cattedratico, da professorini, di pensare il Partito Socialista Italiano come il partito della classe operaia (…) E poi c’è un modo di essere socialisti di tipo diverso, il modo di chi non scomoda la mitica classe operaia e lascia dormire il grande Carlo, ma sta dalla parte di quelli che hanno un problema serio da risolvere, un’ingiustizia iniqua da riparare, un’aggressione, una mobilitazione civile da compiere, di cui mi sembra un buon esemplare Loris. Chi sia più vicino all’essenza, al grado quinto del socialismo, proprio non lo sappiamo, ma crediamo di sapere che gli italiani si aspettano molto dal socialismo di Loris e piuttosto poco da quello degli altri. Il fatto è che mentre gli altri si occupano ancora a parole del marxismo e del suo ectoplasma, un tipo in maniche di camicia come Loris capisce per istinto che la rivoluzione c’è oggi, che le idee nuove ci sono oggi, e che se il partito non le coglie può dolcemente spegnersi, di Congresso in Congresso. Già; Loris non è un socialista chic, nessuno gli chiede saggi marxsiani da pubblicare su Mondoperaio e negli elenchi della cultura socialista il suo nome non compare. E invece magari la cultura socialista che lascia il segno nella vita degli uomini e nella loro dignità è poi quella a cui Loris è arrivato per istinto;  la cultura dei diritti  civili del divorzio, del femminismo, dell’aborto, delle minoranze religiose ed etniche, di tutte le libertà concrete, sostanziali, che rifanno del Partito Socialista un polo di attrazione, un fratello che non tradisce nel momento del bisogno. Loris non è un uomo da amare come Nenni o Lombardi e neppure da stimare come Giolitti, per quelli della mia età, o Cicchitto per i più giovani, perché non c’è mai stato il tempo di capire se è amabile e per approfondire la stima, quando si tratta di stargli dietro, di non lasciarsi distaccare dalle sue galoppate in avanti e di lato e da ogni parte, in compagnia di radicali effervescenti, di femmine d’assalto, di comitati, di movimenti. Il partito non è solo questo, si capisce, è anche il resto che c’è e non c’è: una stampa da rimettere in piedi, un archivio storico da fare, un governo ombra che non pensi ai ministeri come posti da occupare, ma come occasioni per fare qualcosa di diverso. Ma anche l’attività pragmatica, dinamica, presenzialista di Loris Fortuna è importante; senza di lui e di quelli come lui e più matti di lui (tanti saluti a tutti da Marco Pannella), il Partito sarebbe isolato e più vecchio e prigioniero delle sue storiche prigioni. (…) Ecco perché siamo dell’avviso che ci sia grande bisogno di dinamitardi alla Loris Fortuna.” (Giorgio Bocca, articolo pubblicato da La Repubblica, in Gisella Pagano, Loris Fortuna, Intimo e Politico, Ardini Editore 1990, cit. pag. 193, 194, 195)

Un articolo dunque importante, denso di elementi su cui riflettere e che hanno una validità anche per il nostro presente, che molto spesso ci interroga sulla via da intraprendere per modellare un serio rilancio dell’identità socialista, messa in crisi da un ventennio di ghettizzazioni, politiche di basso profilo, marginalizzazioni, divisioni interne. Ma la cosa fantastica e suggestiva è proprio il fatto che il detonatore di questi stimoli propositivi e positivi sia proprio Loris Fortuna, il socialista che “sta dalla parte di quelli che hanno un problema serio da risolvere, un’ingiustizia iniqua da riparare, un’aggressione, una mobilitazione civile da compiere”.

Carlo Da Prato

Una manifestazione per la cannabis terapeutica

cannabisBella e partecipata manifestazione per incentivare l’applicazione della normativa toscana che legalizza l’utilizzo della cannabis terapeutica e per proporre l’autocoltivazione da parte dei pazienti bisognosi. L’iniziativa politica, organizzata dall’Associazione Radicale “Andrea Tamburi”, si è tenuta sabato 4 luglio in Piazza Duomo, sotto il Palazzo della Presidenza della Regione Toscana e, nonostante sia stata accompagnata da un epico solleone, si è nutrita della partecipazione di numerosi militanti radicali, della segretaria di Radicali Italiani, Rita Bernardini e della presenza del consigliere regionale Tommaso Fattori (SI – Toscana a sinistra) e Mauro Romanelli (ex consigliere regionale SEL). Dopo l’approvazione in Toscana, nel 2012, della prima legge sulla cannabis terapeutica, c’è stato un lungo lavoro di concertazione con le associazioni dei malati fino a renderla formalmente una delle migliori leggi al mondo sul tema.

Purtroppo le vistosissime lacune si evidenziano nei suoi aspetti applicativi, che non riescono a scorrere parallelamente al fabbisogno reale; possono accedere alla terapia solo una piccolissima percentuale di malati ed anche quei pochi pazienti che già ricevono la cannabis cominciano ad incontrare difficoltà per ottenerla: dosaggi sempre più “omeopatici” (milligrammi anziché grammi), preferenza per la forma oleosa (con l’idea di contrastare lo spaccio del farmaco) fino al punto di provocare importanti effetti collaterali (stati di dissenteria da prevenire con la somministrazione di antidiarroici). Da questo evanescente scenario nasce una riflessione d’obbligo; e cioè che un sistema nato e cresciuto sotto l’ala proibizionista non è in grado di dispensare la canapa medica perché le preclusioni sono così invasive da bloccare qualsiasi buon intento legislativo.

Durante lo svolgimento della manifestazione Rita Bernardini, proprio per amplificare la difesa del diritto alle cure, ha messo in atto una disobbedienza civile con la semina di una serie di piantine di canapa. Anche  Tommaso Fattori (Toscana a sinistra) ha aderito all’iniziativa prendendo un paio di piantine, ripromettendosi di coltivarle nel proprio ufficio istituzionale del consiglio regionale. La segretaria di Radicali Italiani ha inoltre affermato che “recentemente la Direzione Nazionale Antimafia, nella sua relazione depositata in Parlamento, ha evidenziato che la politica proibizionista è andata incontro a un totale fallimento e che occorre ripensare una strategia per la legalizzazione della cannabis. I dati forniti sono eloquenti: la popolazione che si rifornisce al mercato clandestino gestito dalle narcomafie o che se la coltivano a proprio rischio oscilla tra i 4 e i 5 milioni. Ma non solo; in base ai sequestri effettuati, prendendo come campione una popolazione che va da 0 a 100 anni, ogni abitante ha a disposizione 210 dosi di cannabis.

Numeri dunque da capogiro che evidenziano una diffusione del consumo pari a quella dell’alcool e del tabacco (sostanze legalizzate ma, come alcuni studi medici hanno oramai confermato, risultano maggiormente dannose per l’organismo rispetto alla cannabis). Con questo tipo di diffusione la lotta proibizionista non riesce minimamente a tenere il passo, con grande felicità delle associazioni criminali che possono vantare un giro di affari di 7 miliardi di euro”. Rita Bernardini continua la sua conferenza stampa aggiungendo che: “se gli oltre 200 parlamentari che sono entrati a far parte dell’intergruppo per la legalizzazione della Cannabis aderissero alla disobbedienza civile adottando simbolicamente una piantina da coltivare, la presa di coscienza del problema si amplificherebbe sull’opinione pubblica e avrebbe importanti ripercussioni anche a livello istituzionale”.

Rita Bernardini si sofferma poi sul drammatico problema della difficile acquisizione del Bedrocan (farmaco a base di infiorescenze essiccate di cannabis sativa): “Dal 2007 la legge prevede che possa essere fornito ai malati, ma nella realtà solo un centinaio di pazienti lo ricevono gratuitamente. Per tutti gli altri malati gli scenari che si aprono sono impercorribili: considerato che un grammo costa circa 40 euro e che per lenire le sofferenze della sclerosi multipla possono occorrere circa 3/4 grammi giornalieri, capiamo bene come la situazione sia insostenibile”. E se pensiamo che la cannabis può essere utile a livello terapeutico per malattie importanti come il cancro, la sclerosi multipla, il glaucoma, l’epilessia, il Morbo di Parkinson, lo Stafilococco Aureo, l’importanza che assume questa battaglia politica può avere una ricaduta positiva enorme sui cittadini.

Carlo Da Prato

 

Caso Lonzi. Continua
la ricerca della verità

marcello-lonzi“La Procura di Livorno… morte naturale già detto, infarto detto. Questa volta devo vedere cosa decide il GIP”…

Questa è una delle tante frasi che possiamo estrapolare dai comunicati che Maria Ciuffi, madre di Marcello Lonzi, lancia sui social network nella speranza di sensibilizzare l’opinione pubblica o semplicemente per condividere un doppio dolore: la perdita drammatica di un figlio e l’intollerabile muro di gomma sollevato dalla ragion di Stato. Dopo la mobilitazione del 26 novembre scorso davanti al tribunale di Livorno per scongiurare la definitiva archiviazione del caso (presenti Rita Bernardini, segretaria di Radicali Italiani, l’Associazione per l’iniziativa Radicale Andrea Tamburi di Firenze, Irene Testa, segretaria dell’Associazione Il Detenuto Ignoto, una delegazione territoriale del PSI e tanti altri manifestanti) torno nuovamente ad occuparmi della vicenda perché tra pochi giorni il Gip sarà chiamato a pronunciarsi di nuovo sulla morte di questo ragazzo, avvenuta in circostanze drammatiche 11 anni fa nel carcere di Livorno mentre stava scontando una condanna a 9 mesi per tentato furto.

“L’istituzione che doveva condannare ha scelto la via più breve, insabbiare. Non si muore di infarto con otto costole rotte, due denti rotti, mandibola, polso e sterno fratturati e due buchi in testa di cui uno tocca il piano osseo. Penso che guardando le foto, anche il più sprovveduto si può rendere conto che mio figlio è stato picchiato” fa notare la madre di Lonzi.

Il GIP dunque dovrà decidere se le immagini che mostrano il corpo senza vita di Lonzi ferito e insanguinato e le fratture rilevate dai medici legali nelle varie autopsie che si sono susseguite negli anni sono compatibili o meno con la versione ufficiale di quel decesso, che lo attribuisce a cause naturali.

“Questo non è infarto, ma omicidio di Stato” ammonisce Maria Ciuffi. “E chi sbaglia deve pagare… Nessuno mi restituisce mio figlio, ma devono smettere di uccidere nelle carceri italiane. Altrimenti diciamo che in Italia la pena di morte esiste”.

Se alziamo l’ottenebrante velo dell’ipocrisia troveremo il concetto medioevale di giustizia ancora applicato da insensati aguzzini che ricordano i boia-scheletri e i loro patiboli del Trionfo della morte, uno dei dipinti più spaventosi della storia della pittura, dove Pieter Bruegel Il Vecchio ci ammonisce nichilisticamente che non solo la morte è inevitabile e spietata (ad ogni livello della società, alta o bassa che sia), ma è anche perversamente creativa. Uno scenario inaccettabile se calato dentro una cornice impreziosita da intagli realizzati dal sacrificio di chi ha conquistato una Repubblica libera e democratica.

E reso ancor meno accettabile dal fatto che molti dei responsabili di gravi violazioni dei diritti umani sono sfuggiti alla giustizia grazie alla mancanza di strumenti idonei per prevenire e punire efficacemente i reati. Sono emersi molti casi che chiamano in causa la responsabilità delle forze di polizia e, purtroppo, continuano a emergere, senza che vi sia stata una risposta adeguata da parte delle istituzioni. Per fermare queste violazioni e a beneficio del ruolo centrale della polizia nella sua funzione di protezione dei cittadini, è urgente colmare le lacune esistenti al più presto. Un buon deterrente sarebbe quello di approvare tempestivamente la legge che introduce il reato di tortura in Italia e che questa soddisfi tutti gli standard internazionali che il nostro Paese si è più volte impegnato a osservare.

“Credo che combattere contro lo stato per quasi 12 anni non sia stato affatto facile; per questo ho smesso di votare, di credere nelle istituzioni e nella giustizia”.

Perché morire in un luogo che la civiltà illuminista ha preposto in tutta la sua funzione riabilitativa e rieducativa è una sconfitta che ricade pesantemente sulle coscienze istituzionali, che in questo modo tradiscono i propri cittadini negando il fondante principio dello stato di diritto.

“Vivo con 287 euro al mese di pensione di invalidità dimostrabili, – racconta la madre di Lonzi – devo pagare tutte le spese processuali, ma pur saltando alcuni pasti non ci riesco. Ci sono voluti tanti soldi per gli avvocati. Ne ho cambiati tre. Non ricordo più quanti ne ho spesi. Posso dire che quel poco di oro che avevo, l’ho venduto. Per la sola riesumazione della salma di Marcello ci sono voluti tremila euro per il medico legale, più 500 euro di rimborsi spese ogni volta che veniva a Livorno , ma fu importante perché vennero fuori altri elementi che portavano al pestaggio. Proprio in questi giorni la Procura di Livorno mi ha recapitato le spese processuali per un ammontare di 700 euro, pena l’attivazione del pignoramento. Veloci nel chiedermi i soldi, lenti perché mio figlio abbia giustizia. Ho chiesto ieri all’avvocato di scontarli in carcere, in primo luogo perché non li ho e in secondo luogo perché è paradossale dover pagare chi sta insabbiando la morte di mio figlio”.

La lampada di Diogene si muove tra i gelidi palazzi dei Tribunali, rovista nei meandri delle macchinazioni, nei baratri delle archiviazioni in cerca non solo della verità insabbiata, ma anche di quella dignità in grado di vestire di nuova luce l’uomo del nostro tempo, che si forma attraverso la mediazione delle istituzioni con cui entra quotidianamente, inevitabilmente in contatto. L’augurio è che ben presto la lotta di Maria Ciuffi, dallo spessore titanico se pensiamo al pesantissimo risvolto economico e psicologico, possa sfociare in un regolare processo.

“Ogni volta che suona il telefono il mio pensiero corre al mio avvocato che mi dice: “Maria, hanno deciso. Si va a Livorno in procura”. Speriamo bene” auspica la donna.

Carlo Da Prato

Il socialismo secondo
Loris Fortuna

LLoris_Fortunaoris Fortuna, il socialismo dell’impegno civile

Parte prima: le gemme calpestate dalla guerra

Non sono mai state facili le battaglie di Loris Fortuna, quasi sempre portate avanti con straordinaria tenacia nell’incomprensione quasi generale dei suoi colleghi socialisti. Storie di impegni civili combattute fianco a fianco con quelli che considerava “gli eredi intransigenti di Ernesto Rossi”: quel Marco Pannella e quei Radicali dei quali non smetterà mai di sottolinearne la straordinaria fantasia militante; marce, digiuni, sottoscrizioni, sit-in, lotte non violente,  cartelli sandwich tutti al servizio di battaglie determinanti come il divorzio e l’aborto, o semplicemente impensabili come le denunce contro il racket clericale dell’infanzia, quello sulla Previdenza Sociale, le campagne sull’assistenza pubblica, sull’antimilitarismo. Nell’anno che celebra il trentesimo anniversario della sua morte (5 dicembre 1985) intendo proporre ai nostri lettori un excursus della sua vita e del suo impegno politico, ricapitolandone i momenti salienti in più articoli seriali.

Le gemme calpestate dalla guerra

La sua giovinezza ha un sapore acre di polvere, di sofferenze che hanno ineluttabilmente graffiato la tela della spensieratezza a tutta una generazione cresciuta sotto la pioggia dei bombardamenti; ma per il giovane Loris la strada delle difficoltà è una scelta dettata dalla consapevolezza di una maturità politica e umana che non accetta l’immobilismo, la possibilità di attendere senza forzare gli avvenimenti. Appena diciannovenne entra nella resistenza nella “divisione Ossopo”, formata per lo più da studenti con il rischioso compito di reclutare armi per i partigiani annidati sulle montagne e segnalare possibili azioni di sabotaggio.

E’ il 20 aprile del 1944 il giorno del suo arresto come “delinquente in possesso di armi”; Loris viene prelevato da Udine e consegnato al carcere di Gorizia e da lì una stagione di penosa e interminabile prigionia, dietro una grata che mostra beffardamente il cortile per i condannati a morte assieme al cielo, dove i voli degli uccelli disegnano traiettorie di libertà e le raminghe nuvole, bianche come l’alabastro, sono lavagne su cui proiettare il ricordo degli occhi delle fanciulle di scuola, timidamente pudici e restii nell’accettare gli inviti al cinema, nelle domeniche di una tranquilla città di provincia. Il più delle volte il colore del cielo confonde il ricordo delle macerie dei bombardamenti con la paura del cortile, perché anche Loris rischia fortemente di essere condannato a morte.

Nell’attesa del processo  della Corte Marziale Tedesca più di una volta trascorre le notti assieme a compagni di cella che il giorno seguente vedranno per l’ultima volta sorgere il sole, vittime della mitraglia… quel suono che penetra le pareti, che si insinua tra le fessure della grata come un diapason carnefice. Un suono che l’11 settembre diviene drammatica percezione fisica perché nel quarto processo della corte il Pubblico Ministero chiede la pena di morte per Loris Fortuna, poi miracolosamente convertita in condanna a tre anni ai lavori forzati, a Bernau Am Chiemsee, in Baviera, vestito con giacca di panno nero, a righe, e un paio di zoccoloni olandesi: la catenina di Loris ha il numero 37483 e ciondola con la sua forza lavoro nel ramazzamento delle baracche, nel preparare il pasto ai maiali, nelle segherie, cuoierie, falegnamerie, stirerie.

Un microcosmo al limite della sopportazione umana, tra camerate di 70 posti letto e panni mai troppo sufficienti per proteggersi dal gelo che riverbera dai manti di neve. Infine un nuovo suono avanza dall’orizzonte della campagna, un rollio cigolante che imprime orme sulla terra con tutto il suo carico di tonnellate: sono i carri armati americani che segnano lo spartiacque troppo bello per essere vero; la guerra è finita!. I cancelli si stanno chiudendo dietro di lui, con ampi sorrisi, stremati dalle pene subite edalla felicità sopraggiunta. Gli occhi umidi di lacrime salutano i suoi compagni più cari, tra di essi il caro Alfredo, amico polacco che continuerà a scrivergli anche dopo la sua morte, ignaro dell’accaduto. Si chiude un cancello e si apre una nuova vita, fatta di studi e di dedizione al servizio della collettività.

Carlo Da Prato 

La straordinaria eredità
della Commedia dell’Arte

Commedia dell'ArteIn epoca rinascimentale la storia del teatro fu essenzialmente la storia di una straordinaria rivoluzione scenografica e architettonica che favorì la nascita di rappresentazioni fortemente spettacolarizzate: dalle feste di corte le “mirabilie”, frutto della fantasia e dell’esperienza tecnica di abili scenografi, finirono con l’essere traferite nei teatri, sotto le sembianze di intermezzi pastorali che andavano ad intrattenere il pubblico tra un atto e l’altro della commedia erudita. Esperienze, queste, che prepararono il terreno alla nascita dell’Opera Lirica, discendente diretta della tragedia greca. In questo contesto storico e culturale la Commedia dell’Arte si pose al di fuori di questi meccanismi stilistici e commerciali: essendo incentrata sull’attore non aveva bisogno di teatri speciali, di scenografie, né del mecenatismo di ricchi principi; tutto quello che occorreva ai suoi comici era un palco sollevato da terra e una tenda in cui cambiarsi. In queste piccole compagnie professionali ciascun attore era specializzato a impersonare un solo tipo fisso: caratterizzazioni che affondano le loro radici nelle tipologie già delineate dall’antica commedia greco-romana ma che adesso vengono codificate in maschere immediatamente identificabili: “Arlecchino” tra la categoria dei servi è sicuramente il personaggio più conosciuto, ai quali si aggiungono gli altrettanto conosciuti “Brighella” e “Pulcinella”.

Da parassiti della società questa allegra brigata vive alle spalle di altri gruppi di personaggi: giovani senza esperienza (di solito innamorati) e anziani professionisti (Dottori, Mercanti e Militari). Come tipo fisso, il costume del Dottore deriva da quello dei professori della più antica città universitaria, Bologna. La maschera archetipa del mercante era quella di un veneziano residente a Rialto dal nome scenico di “Pantalone”. La vita militare era rappresentata dal “Capitano”, ironicamente dipinto tanto più codardo quanto più si atteggiava con i suoi vanti e le sue false imprese. Gli Innamorati erano convenzionali, come tutte le parti giovanili; ma avevano la libertà di adottare nomi e costumi adatti alla propria personalità. Il fatto veramente saliente della Commedia dell’Arte consisteva nel fatto che l’autore, invece di scrivere un copione, si limitava a tracciare per sommi capi una trama, detta in gergo canovaccio, che gli attori erano poi tenuti  a rispettare attraverso l’improvvisazione delle loro battute. Ne deriva quindi la posizione centrale e fondamentale dell’interprete rispetto a quella dell’autore, un contrasto che non è venuto mai meno nella storia del teatro. Recitando a soggetto gli interpreti dovevano colorire nei particolari la personalità dei loro personaggi.

Questo comportò la tendenza da parte degli attori stessi a specializzarsi nella rappresentazione di un personaggio in particolare: in pratica gli interpreti portavano in scena, ad ogni recita, lo stesso “tipo fisso”, il servo astuto, il servitore pigro, il vecchio brontolone, il soldato fanfarone. Questo permetteva anche una certa facilità di comunicazione con il pubblico popolare che si abituava a questi schemi; il tipo fisso poi variava nei dettagli nello sviluppo delle rappresentazioni e nella evoluzione storica. Per “sorreggere” le sue interpretazioni, ad un buon comico erano necessarie doti non solo mimiche, ma anche atletiche poiché salti, capriole e contorsioni erano parte integrante del repertorio di alcuni personaggi. In breve tempo questo teatro, destinato inizialmente al popolo, entusiasmò tutti, compresi i nobili, e le compagnie furono chiamate ad esibirsi presso le corti d’Europa, particolarmente in quella francese. L’eredità che la Commedia lasciò al successivo sviluppo drammaturgico e attoriale del teatro fu enorme, ma si propagò anche ad altre forme spettacolari, ivi compreso il cinema, una simbiosi questa che si instaurò sin dalle sue origini. Le cadute spettacolari, le corse a rotta di collo, schiaffi e acrobazie varie le possiamo trovare nei grandi comici del cinema degli anni ’20 (Chaplin, Keaton, Laurel & Hardy) per arrivare ad epoche più vicine a noi (Totò, Jerry Lewis, Jack Tati) e giungere infine ai contemporanei Jim Carrey e Eddie Murphy. Ma l’eredità non converge solo sui meccanismi recitativi e sullo stile decisamente extra-quotidiano di comunicare e interagire con il pubblico; si estende anche alle dinamiche che coinvolgono il genere della commedia tout-court (sia essa teatrale, cinematografica o addirittura televisiva) dove possiamo andare a ripescare situazioni e caratterizzazioni che riproducono fedelmente il percorso che parte da Aristofane e Menandro, passa per Plauto e Terenzio e si “canonizza” con la Commedia dell’arte.

Carlo Da Prato

 

“Sarto per Signora” lo spettacolo che non parla
il linguaggio della satira

"Sarto per Signora" di Georges Feydeau

Lo spettacolo teatrale “Sarto per Signora” di Georges Feydeau

Georges Feydeau resta per lo più conosciuto come un grande autore di commedie brillanti e di vaudeville dal ritmo iperrealistico dell’azione, fatte di entrate e di uscite regolate da un’energica geometria che non ammette incertezze né tantomeno errori di sincronismo. Anche le situazioni comiche partorite dalla sua creatività funzionano come le lancette di un orologio,  con dialoghi cristallini e serrati sempre pronti a scandire il meccanismo della risata, anche nei silenzi riempiti da una prevista e intenzionale comunicazione gestuale dell’attore.

Ma Feydeau non fu solo un autore, ma un uomo di teatro a trecentosessanta gradi, coinvolto anche negli altri aspetti creativi e produttivi della messa in scena. La sua professionalità si estendeva su di un abile e complementare utilizzo delle scene, dei costumi e perfino delle luci; proverbiali le sue scenografie che calzavano a pennello sulla funzionalità del testo e che proponevano complicati cambi a vista ed al buio, astutamente realizzati con porte, finestre e armadi in numero calcolato ed angolazioni millimetriche per suscitare effetti esilaranti.

A distanza di tanti anni (Feydeau compose “Sarto per Signora” a soli ventitré anni, nel 1886) è difficile affrontare questo copione con convincente professionalità. Oltre alle citate problematiche legate al ritmo scenico, “Sarto per Signora” sembra quasi animato da un doppio binario: quella sagacia di battute e di riflessioni che apparentemente potrebbero apparire come superficiali e superate dai tempi rivelano invece in filigrana uno strato profondo dove si annida una spietata satira all’ipocrisia della morale e dell’apparenza sociale che dalla Belle Epoque parigina di fine ‘800 possiede le potenzialità per proiettarsi anche in luoghi e tempi diversi, affermandosi nella sua strabordante universalità.

Nell’allestimento proposto da Solfrizzi, curato dalla regia di Valerio Binasco, non tutto sembra scivolare nel verso giusto: a volte il gioco degli equivoci pare non ben oliato e la scelta di vestire la recitazione di alcuni personaggi con le cadenze regionali appartenenti rispettivamente all’Emilia Romagna, alla Sicilia, alla città di Napoli toglie al testo quell’eleganza letteraria che invece è una sua componente inscindibile. I personaggi di Susanna e Anatolio Aubin, Rosa Pichennette acquistano lo spessore di macchiette che non aggiungono niente alla loro comicità, anzi, nella loro ridondante caratterizzazione, l’ironia viene fortemente provincializzata e si cade nel trabocchetto di snaturare quella portata universale di cui invece il testo è depositario. Un maggior rigore interpretativo a mio modesto avviso avrebbe giovato ad una messa in scena che non ha lesinato in quanto a dedizione ed energie spese sul testo, che comunque si evincono da una generosità attoriale riscontrabile non solo in Solfrizzi ma anche nella restante compagnia.

Carlo Da Prato

‘La scena’ di Comencini.
L’emancipazione sotto
le rovine del passato

la-scena-2La drammaturgia di Cristina Comencini accompagna i cambiamenti sociali e di costume della nostra epoca e contribuisce, con il suo messaggio culturale, a diffondere la consapevolezza che in questi mutamenti il ruolo delle donne assume un peso determinante se non imprescindibile. Fondatrice nel 2011 dell’Associazione “Se non ora quando”, ha completato il suo impegno con un’attività teatrale ricca di spunti interessanti, sia nella veste di autrice oltre che in quello consueto di regista: Se “Due partite” era la storia di quattro madri e quattro figlie nel passaggio da un’epoca all’altra, e se “Libere” è stato una sorta di “agit-prop” per promuovere la questione femminile in Italia, ora la nuova commedia “La scena”, con Angela Finocchiaro, Maria Amelia Monti e Stefano Annoni, racconta con ironia e coraggio il rapporto della donna con il maschio, reso ancora più complicato e intrigante da un dialogo che coinvolge due generazioni diverse. “Il passato sono solo muri sventrati, case terremotate da cui si deve fuggire”.

Su questa frase che investe di macerie un’infanzia e un’adolescenza che ha segnato il carattere delle due donne, si anima un confronto serrato tra Lucia (Angela Finocchiaro) e Maria (Maria Amelia Monti), l’una intransigente nell’idealizzazione del sentimento quanto l’altra appare invece tutta proiettata verso gli slanci disinibiti della passione. Due tattiche di difesa diverse, due scudi per proteggere le rispettive insicurezze, causate dai detriti che hanno rispettivamente il volto severo di un’educazione rigida e autoritaria che annienta ogni slancio vitale nell’una, a cui fa da contraltare una visione di genuina apertura alle emozioni che diventa facile preda di pregiudizi nell’altra.

In questo gioco degli opposti le differenze tra le due donne appaiono abissali: Lucia tende a nascondere il proprio corpo, a temerlo e a soffocare le proprie passioni idealizzando l’uomo perfetto nei drammi shakespeariani, a rifiutare incontri occasionali in nome di un’ esigenza che la porta ad elaborare cerebrali domande investigative sul “malcapitato” di turno. L’altra invece si offre con generosità al primo che capita, salvo poi mollarlo la mattina dopo perché avendo due figli a casa pensa di non avere alcuna possibilità con gli uomini e non cerca nemmeno di conoscerli, li usa e poi li allontana. Come l’ultimo agganciato la sera prima a una festa in cui ha bevuto troppo, e di cui non ricorda esattamente il nome né l’età ma che – lei sostiene – potrebbe essere proprio l’atteso.

Anche se risvegliandosi al mattino non l’ha trovato più nel suo letto. Eccolo invece apparire dalla camera dei bambini (assenti perché a casa del padre) in mutande, un giovane ventenne che rimane vittima di uno scambio di ruoli: incontrando Lucia nel salotto la scambia per Maria e quest’ultima lo asseconda, un po’ per liquidarlo e un po’ per divertimento. Lucia dunque si trova ad interpretare la parte dell’amica disinibita e Maria, rientrata dalla preparazione del caffè, è costretta a recitare il ruolo della sua amica severa e moralista. È’ proprio da questo scambio di identità che emergono i veri volti di ciascuno; il cinico giudizio che le due protagoniste danno l’una dell’altra contribuisce a rovistare tra le macerie del passato e ad evidenziare le esperienze che hanno segnato le rispettive vite.

Il ragazzo a sua volta, confondendole l’una per l’altra, rimane vittima di interrogazioni, prese in giro, lezioni da assimilare per avviarsi alla scuola della vita e si rivela per quello che è: un giovane uomo cresciuto da una madre assolutista che ha annientato la figura paterna fino a farla fuggire dal focolare domestico.

I tre interpreti de "La Scena": Angela Finocchiaro, Stefano Annoni e Maria Amelia Monti

I tre interpreti de “La Scena”: Angela Finocchiaro, Stefano Annoni e Maria Amelia Monti

La sua fragilità, stimolata e specchiata dall’insolenza delle due donne, alla fine si tramuta in rabbia che esplode improvvisamente in un’esibizione di violenza trattenuta nei confini di un combattimento di arti marziali contro un nemico virtuale. Uno scarto drammaturgico repentino che mette in soggezione Lucia e Maria e che chiarisce il concetto di come le loro esistenze abbiano bisogno di una nuova “progettazione” (questo il divertente termine utilizzato dal testo).

Uno spettacolo ironico, ben scritto e diretto che centra l’obiettivo delle sue indagini mescolando le rabbie, le fragilità, le pulsioni, le ricerche d’amore e di libertà in un mondo mutante che si confronta con nuovi volti sociali e di costume. Angela Finocchiaro è molto brava a colorare le indovinate ironie del testo con la sua fisicità esilarante, Maria Amelia Monti pur non sfigurando per niente accanto ad Angela forse dovrebbe accompagnare le sue battute anche fisicamente,  con un’impostazione più “calda” e sensuale del corpo. Stefano Annoni è bravo a fare emergere l’ingenuità del suo ruolo e a virare nella grottesca scena in cui lascia sfogare la rabbia repressa.

Carlo Da Prato

 

Barbareschi mattatore
in “Cercando segnali
d’amore nell’universo”

Luca-Barbareschi-in-Cercando-segnali-d'amore-nell'universo-GubbioNell’Italietta che ama dividersi tra blocchi ideologici, tanto intransigenti quanto inconsistenti nella loro esasperante (e stancante) superficialità, Luca Barbareschi rappresenta l’ostinato spirito polemico che osserva la realtà, riflette e non pone limiti al suo sdegnarsi di fronte  al conformismo imperante. Questo atteggiamento di lucida analisi è diventato molto spesso sfida ad un sistema politico/culturale che ha ricambiato queste “provocazioni” in una sorta di ostracismo nei suoi confronti. Dunque non sorprende che molte realtà teatrali alzino mura difensive per non esporsi nei confronti di un’opinione pubblica subito pronta ad indignarsi verso scelte di cartellone non condivise a prescindere dalla loro effettiva qualità.

Un vero peccato, perché “Cercando segnali d’amore nell’universo” è un grande spettacolo one man show che ci regala un Luca Barbareschi autentico mattatore a destreggiarsi tra recitazione, canto e musica in una drammaturgia assolutamente vitale e ironica.

Luca Barbareschi

Luca Barbareschi nello spettacolo “Cercando segnali d’amore nell’universo”

Il racconto è quello di un’autobiografia spietata nella sua analisi, affrontata quasi al limite di un cinismo che ripercorre la sua infanzia tra le vie di Montevideo e le gite improvvisate nelle altrettanto improvvisate stazioni sciistiche andine, per passare poi con improvvisi salti temporali all’adolescenza milanese, alla gioventù vissuta ad alta velocità tra le montagne russe della New York degli anni ’70, ai primi vagiti teatrali che poi diventeranno una professione gridata, per giungere infine alla dimensione dell’uomo maturo, inserito a sua volta nella propria dimensione familiare.

Tra figure genitoriali strabordanti e surreali, solitudini, zie premurose, amicizie fittizie o autentiche, disponibili ragazze metropolitane, smarrimenti esistenziali e accese sensibilità, la costruzione dello spettacolo prosegue a ritmo serrato, regalandoci una performance attoriale giocata su ritmi vertiginosi che non conoscono pausa. Barbareschi giganteggia divorando lunghe tirate, canti e inserti musicali suonati con chitarra e pianoforte e coadiuvati da un’orchestra di cinque elementi (la band di Marco Zurzolo, musicista e amico con cui Barbareschi ha condiviso tante avventure sui palcoscenici d’Italia) a fare da tappeto sonoro ai cicli della vita: Mozart, James Taylor, Simon & Garfunkel, Elton John ci accompagnano in questo viaggio emotivo che non fa sconti nemmeno sulle vicende più drammatiche, raccontate coraggiosamente senza filtri.

Il testo si muove continuamente tra riflessioni shakespeariane piene di poesia, citazioni di Mamet, entusiasmi visionari di Cervantes, tutte miscelate nella magia di un gioco teatrale che sfocia in trovate umoristiche di irresistibile cinismo e sincerità, a coinvolgerci definitivamente in un dinamismo di emozioni  davvero raro e che proietta i suoi temi universali anche sul nostro vissuto, sul nostro sentire, catapultandolo in un passato fatto di attese, di rimpianti, di scelte e proiettandolo in un futuro in cui cerchiamo ostinatamente di captare segnali dall’universo: illusioni, speranze, sogni, certezze d’amore.

Carlo Da Prato

Un “Barbiere” nel segno
della contagiosa vitalità

Barbiere di SivigliaApplauditissimo e coinvolgente debutto al Teatro Goldoni di Livorno de “Il Barbiere di Siviglia”, andato in scena il 6 e 7 febbraio a sigillare la quattordicesima produzione del progetto LTL Opera Studio. I tre Teatri di Tradizione della Toscana (Teatro Goldoni di Livorno, Teatro del Giglio di Lucca e Teatro Verdi di Pisa) assieme al Teatro Coccia di Novara rafforzano dunque l’ impegno per un progetto oramai divenuto centrale all’interno della loro programmazione. Con questo allestimento il “Laboratorio Toscano per la Lirica” si conferma un’esperienza unica  nel panorama nazionale di perfezionamento ed alta formazione per i giovani cantanti e per le professioni legate al teatro musicale, già insignito nel 2013 del prestigioso Premio della critica musicale “Franco Abbiati” per la categoria “migliore iniziativa”.

Il progetto si apre ad una nuova fase approdando ad una delle opere più amate e rappresentate dal grande repertorio italiano, quel “Barbiere di Siviglia” considerato universalmente il capolavoro di Gioacchino Rossini nell’ambito del genere dell’opera buffa, da lui portata all’altezza suprema di quel comico assoluto e di quella “follia organizzata” riconosciutagli da Sthendal. Il confronto inevitabile con le grandi edizioni di questo titolo non ha scoraggiato, bensì stimolato i giovani interpreti provenienti da molte parti del mondo (perfino dal Libano o dalla lontana Costa Rica) a calarsi nei rispettivi ruoli ed a viverli come gioco ed espressione artistica nello stesso tempo. La regia di Pizzech mira a restituire la dimensione surreale e anticonvenzionale dell’infallibile drammaturgia musicale dell’opera, coadiuvato dall’elegante impianto ideato da uno scenografo del calibro di Pier Paolo Bisleri. La scenografia riproduce infatti uno spazio vuoto e lineare che può divenire (grazie alla mobilità di sei grandi veneziane) in pochi secondi piazza o interno della casa di Bortolo.

Gli elementi scenici, i mobili, tutti gli oggetti sono bianchi, gessati, statue-oggetto che aiutano e servono all’azione, ma grazie all’utilizzo di un colorato disegno luci dipingono improvvisamente di riflessi la scena. Il rimando è ad un accennato taglio anni’50 che si completa con una costumistica divertita nel nascondersi dietro un vintage rockabilly ambiguamente infarcito di inserti settecenteschi.  Un Barbiere di Siviglia dunque fatto di colori che si stagliano sulla scena e assecondano uno spirito giovanilistico che si respira e si plasma sugli spettatori attraverso il medium della vitalità. Pizzech riesce infatti a concretizzare lo scontro generazionale tra l’intraprendenza dei personaggi più giovani (il Barbiere Figaro e la coppia degli “amorosi” Rosina e Almaviva”) e la vecchia, ottusa classe dell’ancien regime incarnata dal Dottor Bortolo, che si troverà alla fine stritolato da una vera e propria macchina infernale.

E’ il trionfo delle ascendenze illuministiche che permeano la partitura di Rossini, complici la pièce originale di Beaumarchais e la splendida rielaborazione librettistica di Cesare Sterbini: l’uomo nuovo che avanza, illuminando con la sua creatività e la sua esuberanza il vecchio mondo che fu. Elementi che si concretizzano sulla scena incarnandosi in movenze rock sospese tra Freddy Mercury, Michael Jackson e John Travolta, di cui ne è portavoce la splendida figura di Figaro, vero e proprio deus ex machina dell’intreccio teatrale e musicale, che dona inesauribile e irrefrenabile energia a tutti gli altri personaggi, compreso il burbero e riottoso antagonista.

Carlo Da Prato