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Carlo Lorenzo Corelli

Carlo Lorenzo Corelli
Il socialismo riformista la via per una sinistra di governo

A sinistra è necessario un bagno di umiltà e di ragionevolezza, forse ancora possibile rinnovando non soltanto l’approccio politico, ma gli stessi gruppi dirigenti, non guidati però da furia parricida, poiché ognuno dovrà contribuirvi nell’alleanza tra le generazioni: chi con la dottrina e l’esperienza, chi con la voglia e lo slancio necessario di guidare un nuovo corso con la forma mentis e nei modi dettati dai rapidi mutamenti del tempo che viviamo.
Per farlo serve innanzi tutto superare ritrosie a lasciare il comando e ripristinare quel rispetto reciproco che può rendere operosa e coesa una comunità politica.

Né può valere il sospetto che il rinnovamento sia una lacerazione insopportabile, poiché opporvisi, ormai, lo sarebbe ancor di più e ci condurrebbe ad una inesorabile, inaccettabile e insormontabile ulteriore perdita di consensi.

Tante sono, infatti, le domande che i giovani possono porsi e porci, alle quali non dobbiamo però rispondere come se a porle fossero dei pericolosi “rottamatori”, ma con spirito di servizio.  Se discutono a modo loro su cosa sia la sinistra, come noi facevamo quando era il tempo nostro, non abbiamo nulla da temere. In fondo il fine resta comune: la sinistra non è altro che la speranza di costruire un futuro migliore per milioni di individui che vivono nel disagio, nella miseria, nell’incertezza. E, oggi, le giovani generazioni sono tra quelle che si aspettano dal futuro meno assistenza sociale, meno garanzie di inclusione e più difficoltà economiche. Quando poi, a sinistra, i primi attori del confronto di idee e proposte per un nuovo presente, sono i quadri e i militanti socialisti più giovani, è ancora meglio, se vogliamo tentare di ricucire la frattura tra le generazioni che i disastri di queste seconde e terze repubbliche, mai nate eppure imperanti, hanno prodotto.

Con tutti i suoi limiti, la stella polare resta il socialismo riformista, come unica via per rimettere concretamente con i piedi per terra una sinistra di governo, partendo dal dato ineludibile che essa, in Italia, da sola non è mai stata maggioranza.

Cosa debba essere la sinistra, dunque, dipende dalla sua capacità di inquadrare correttamente i fenomeni, individuare le soluzioni possibili a favore dei ceti più deboli, disporsi, infine, alle alleanze compatibili il più possibile con i suoi programmi. Un compito complesso, per il quale non può mancare l’apporto, a gruppi dirigenti rinnovati, delle più qualificate esperienze di quelli che li hanno preceduti.

A voler soltanto esemplificare, prendiamo il fenomeno dell’immigrazione e esaminiamolo in tutte le sue sfaccettature per fare emergere la verità.

Non è vero che, nella globalità del fenomeno migratorio verso l’Europa, l’Italia sia la più invasa.

Non è vero che l’Italia non riceva dall’Europa, per la gestione dei migranti, un sostegno finanziario, certo insufficiente, poiché cinque sono i miliardi che, ci sono riconosciuti a questo titolo.
Non è vero che i clandestini – quelli per intenderci che non hanno motivi legittimi per migrare in Italia – rappresentino il 90%, poiché i clandestini sono causati piuttosto dalla legge Bossi-Fini.

Non è vero neppure che gli immigrati tolgono lavoro agli italiani, ma più semplicemente svolgono attività di bassa manovalanza, in condizioni per altro di semi schiavitù, per i quali non è disponibile manodopera italiana.

Vero è, piuttosto, che buona parte della disoccupazione, soprattutto quella drammatica giovanile, ma non solo, è figlia della bassa scolarizzazione, della mancanza di adeguati programmi di formazione ai nuovi lavori, di centri per l’impiego cenerentola, se confrontati con quelli di Stati Europei all’avanguardia.

Vero è, inoltre, che l’accoglienza, una volta svolto il doveroso salvataggio umanitario in mare di disperati, è stata gestita senza alcuna oculatezza e in modo sgangherato: nessun controllo sull’utilizzo delle risorse dedicate, una vigilanza a dir poco approssimativa sulla presenza nel territorio degli immigrati, pressoché nessuna politica di integrazione, come avviene negli Stati Europei più virtuosi.

La concretezza e l’intelligenza del socialismo riformista ci possono aiutare a meglio comprendere che la risposta per la Patria Europa non è quella, sedicente europeista – né di destra né di sinistra – di Macron, ma neppure  quella incapace di vdere che in Europa c’è già la casa della sinistra di governo, il Partito del Socialismo Europeo. A che serve, infatti, anteporre la domanda di breve respiro di quale sia l’alternativa di governo, se prima non ricostruiamo il nostro campo di sinistra? Facciamolo e soltanto dopo discutiamo delle alleanze compatibili con noi.
Prefissarsi, come Socialisti, di cooperare con tutte le forze che non rinunciano a una visione del mondo egualitaria e che si richiamano senza reticenze ai valori fondanti del nostro costituzionalismo repubblicano, significa aprire la nostra casa e farne la casa comune di un centrosinistra che affronti con concretezza ed intelligenza le questioni poste dai mutamenti epocali che la sinistra contemporanea fatica a interpretare e sui quali non sa agire in assenza di forti riflessi liberisti. Si escludono, così, non solo i tradizionali ceti di riferimento della sinistra, ma si indeboliscono pure le fila di quel ceto medio che, diciamolo, è una assicurazione contro il prevalere delle tentazioni autoritarie, xenofobe e nazionaliste.

Una nuova generazione che soffre tutto questo, ci chiede di consentirle di organizzarsi per rivendicare nuovi diritti civili e lavorativi, e vuole rappresentare quei giovani che non chiedono singolarmente un futuro, ma una speranza che li riguardi tutti. Un futuro che postula una connessione diversa tra sapere e produzione, un nesso nuovo tra lavoro e reddito, una strutturazione differente tra stato sociale e una vera inclusione nelle scelte democratiche. Ciò è ancor più necessario là dove la crisi economica ha segnato profondamente il Paese, ha impoverito e condotto nella marginalità ampie porzioni della nostra società, ha ingrossato la disoccupazione – con punte elevatissime in quella giovanile e soprattutto nel Meridione – e annichilito milioni di giovani che non si formano, non lavorano e nemmeno cercano occupazione. È proprio là che bisogna essere presenti.

È anche per tutto questo che un confronto a sinistra senza reticenze potrebbe rappresentare un percorso che torni ad indicare un orizzonte di conquiste per chi vive la marginalità economica e l’esclusione sociale, coniugando competizione globale e coesione sociale.

È a rischio lo stesso patrimonio ideale del socialismo, che non può essere immiserito dal pensiero breve di formule tanto ambigue da sfiorare la sottigliezza semantica, mancando il “con chi e per cosa”, nè può essere oggetto di rivalse interne, ma messo al servizio di coloro che sanno immaginare, e realmente vogliono costruire, un futuro migliore.

Pronti per questo anche al cambio della guardia tra gruppi dirigenti, con un passaggio di testimone che conduca assieme al traguardo le esperienze mature e le nuove leve che si apprestano a prendere in mano il proprio futuro.

Carlo Lorenzo Corelli
Segretario provinciale Psi Ravenna

Il Pd è quasi tutto di Renzi. 
Così il 40% resta una chimera     

Premesso che il Pd è il partito italiano con l’asset più importante – primo o secondo per voti e di gran lunga il più strutturato per organizzazione, iscritti e partecipazione popolare – al punto da rappresentare il perno e l’architrave di tenuta del sistema politico italiano, l’analisi ridotta all’osso delle primarie 2017 evidenzia tre dati: il primo, che il dominio di Renzi su di esso va di fatto oltre il consenso esplicito del 70% degli elettori, stante il fatto che il 20% di Orlando, autorevole membro del suo governo e di quello di Gentiloni, non può andare oltre la proposta di un diverso approccio politico, senza però incidere sui fondamentali del progetto renziano, così come il 10% di Emiliano altro non rappresenta che una minoranza fisiologica in parte sempre in bilico, come per altro è apparso il loro stesso capofila, tra restare o uscire da partito, una frangia che in un grande partito sempre ci sarà, con o senza Emiliano; la seconda, a conferma della premessa sull’importanza del Pd nel sistema politico italiano, che la pur ragguardevole e per certi versi encomiabile partecipazione alle primarie di 1.850.000 elettori, rappresenta ormai soltanto quanti sono disposti a sostenere un Pd a trazione renziana; la terza, diretta conseguenza delle prime due, che questo Pd da solo non va oltre un consenso elettorale che si aggira attorno al 25%.

È tanto vero che nelle regioni del suo più tradizionale forte insediamento – Emilia Romagna, Toscana ed Umbria oltre che Piemonte – ad una diminuzione della partecipazione alle primarie più drastica che altrove, ha corrisposto un consenso ancora più ampio – il 75% – a Renzi. Un fenomeno, quest’ultimo, che evidenzia come qui si sia consumata la più massiccia fuga dal Pd di quanti non intendono più restare con Renzi. Vogliamo ricordare a chi se ne fosse già dimenticato che in Emilia Romagna di tutto questo c’erano già le evidentissime premesse nel gigantesco segnale di insofferenza manifestatosi con la drammatica astensione dalla partecipazione al voto nelle ultime elezioni regionali del novembre 2014, proprio mentre quasi tutta la dirigenza bersaniana passava armi e bagagli a Renzi, addirittura sgomitando per rubare la scena a qualche Renziano che, in territorio ostile, ne aveva fino ad allora tenuta alta la bandiera. In regione votò allora un misero 37% degli elettori, praticamente la metà di quanti in passato e addirittura molti meno che in Calabria, anch’essa al voto nel novembre 2014.
Come socialisti dedichiamo queste riflessioni agli amici del Pd perché crediamo che molto o quasi tutto dipenda da loro: se accontentarsi di andare significativamente oltre il 25% dei consensi elettorali sulla base di una minore partecipazione degli elettori al voto e nel contempo creando attorno a sè un deserto di possibili alleati, addirittura scegliendo di far terra bruciata tanto a destra quanto a sinistra, ovvero se mettere in campo un centro sinistra largo, che coalizzato in una qualche forma federata, possa vincere le elezioni.

Per un Pd solo contro tutti, il canto delle sirene che insinua nelle orecchie il richiamo del 40% – sia quello, per intenderci, del pur perso referendum costituzionale del 4 dicembre scorso, sia quello delle ultime elezioni europee – è pericolosamente attraente, lo sappiamo. Ma non crediamo sia verosimile. In ogni caso, passate le elezioni, si dovrà pur governare, e come e con chi non sarà indifferente, rispetto agli interessi da rappresentare. Perciò, detto che continuando così, se non il consenso formale – la percentuale dei voti a prescindere dal numero dei votanti – si riduce il consenso reale rappresentato dal numero degli elettori in carne ed ossa e quindi dei loro voti. La scelta sarà un po’ più chiara quando vedremo con quale legge elettorale si andrà al voto alle ormai prossime elezioni politiche.

Carlo Lorenzo Corelli
Federazione Psi Ravenna

Carlo Lorenzo Corelli
Dall’Emilia Romagna
un importante contributo progettuale

La sinistra italiana è sofferente, soprattutto quella riformista e di governo. Ad un peso elettorale importante non corrispondono, infatti, riferimenti ideali e politici capaci di ridarle chiarezza di intenti. Mentre alla sua sinistra è un pullulare di formazioni a somma elettorale modesta, tra le quali è difficile distinguere chi sia effettivamente pronto ad alleanze di governo.

Collocare il Psi in questo panorama della sinistra sarebbe piuttosto complicato, se non si facesse chiarezza sul fatto che siamo interessati ai valori, agli ideali ed agli interessi da rappresentare, piuttosto che a posizionarci rispetto agli uni o agli altri.

Di qui nasce, al momento, il nostro maggiore interesse ad analizzare lo stato di salute della sinistra riformista di governo, partendo dal suo principale Partito, il Pd.

Il Pd è frutto della confluenza di quattro filoni politici, quelli comunista, democristiano, socialista e liberale, in parte però tuttora rappresentati anche da altri Partiti e Movimenti.

Un po’ come dire tutto e il contrario di tutto. Un equivoco che fonda la sua ragion d’essere nelle formule, non molto dissimili, del veltroniano “Partito a vocazione maggioritaria” e del renziano “Partito della nazione”, ovvero, in entrambi casi, pur nella loro diversa connotazione, un Partito del potere per il potere.

Per convincerci del contrario non bastano né l’auspicio di Bersani che il Pd possa essere un “campo aperto” dove trovino piena cittadinanza politica tutti quegli apporti, né una qualche similitudine del democristiano Renzi con il socialista Craxi. La convivenza in un unico Partito sono, infatti, ben altra cosa dalle possibili alleanze di governo tra forze politiche distinte. Così come sottoporre, finalmente e per intero, ad una elaborazione critica la vicenda politica craxiana non potrebbe comunque mai portarci alla conclusione che, in Italia come in Europa, popolari e socialisti possano convivere nello stesso Partito.

In realtà, ex Comunisti ed ex Democristiani non sembrano solidali in null’altro che nell’avversione “genetica” al socialismo italiano, il terzo incomodo di sempre. Mentre Socialisti e Liberaldemocratici, che pure hanno tra loro molte ragioni di comunanza e pressoché nessuna per stare assieme a comunisti e democristiani, nel Pd non possono che avere, ed hanno, un peso assolutamente minoritario.

Uscire da questo equivoco, che tiene forzosamente insieme almeno tre aree di pensiero ideale – Comunista, Democristiana a Liberalsocialista – sarebbe salutare per liberare di nuovo energie politiche che, non più compresse in quel coacervo o disperse altrove, potrebbero rappresentare la rinascita della partecipazione come antidoto ai cattivi maestri del tanto-peggio-tanto-meglio.

Forse non è un caso che socialisti approdati nel Pd e socialisti che trasferiscono lo scontro politico nei tribunali siano accomunati nel fare guerra al Psi, gli uni e gli altri per ora uniti nel comune obiettivo di colpirci a morte per sostituirsi a noi.

Dunque, il prossimo congresso del Partito deve mettere in chiaro che non abbiamo alcuna intenzione di soggiacere nè agli uni, né agli altri e di immolarci ad un destino di irrilevanza.

Esiste solo un modo per farlo: lasciare che si liberino tutte le energie per un rinnovamento vero del Partito, che passi attraverso un dibattito senza rendite di posizione.

Presenti dunque, chi vuole, tesi e mozioni congressuali o la propria candidatura alla segreteria, anche se sarebbe improvvido offrire, ai nemici esterni del Partito, la testa del nostro segretario, al quale però dobbiamo chiedere che guidi, con una significativa discontinuità, una transizione indispensabile verso nuovi gruppi dirigenti per porre, assieme a loro, le basi di un cambiamento strategico degli indirizzi politici. Un cambiamento che non può che esprimersi attraverso il riconoscimento di maggiori spazi di manifestazione non solo all’eventuale dissenso, ma anche alle semplici critiche.

Una casa socialista ospitale per tutti i socialisti, che ponga in primo piano, con rinnovata convinzione, le ragioni del socialismo democratico, tradizionali e del nostro tempo, sempre attente alla difesa degli ultimi ed al bene comune, è la strada maestra.

Non si tratta di riproporre, all’interno del Partito, distinzioni che hanno un sapore ormai stantio – destra e sinistra, giovani e anziani – ma di esaltare gli apporti di tutti, ognuno secondo il loro peso e valore, e anche di non temere di affidarci ad una nuova classe dirigente, che possa essere il nostro futuro.

E’ compito, dunque, delle personalità più autorevoli del Partito supportare, con la loro esperienza, la crescita di una nuova classe dirigente e di individuare, assieme, il percorso di rinascita del socialismo, che riunisca, in uno spaccato più ampio di interessi, tra loro complementari, da rappresentare, un movimento Laico e RossoVerde.

Un movimento del quale, per altro, già ci sono le tracce, non solo in casa nostra.

Si pensi, ad esempio, alla convention nazionale della “Marianna” di Giovanni Negri, che si terrà in febbraio a Bologna.

Per parte nostra, in Emilia Romagna, potremmo offrire al congresso un contributo progettuale e, al Partito, una nuova “Bertinoro” che, al pari di quella per la Rosa nel Pugno del 2007, raccolga, in una o due giornate di riflessione, Socialisti, Verdi, Radicali e Liberaldemocratici.

Carlo Lorenzo Corelli
Consigliere nazionale