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Carlo Lorenzo Corelli

Il Pd è quasi tutto di Renzi. 
Così il 40% resta una chimera     

Premesso che il Pd è il partito italiano con l’asset più importante – primo o secondo per voti e di gran lunga il più strutturato per organizzazione, iscritti e partecipazione popolare – al punto da rappresentare il perno e l’architrave di tenuta del sistema politico italiano, l’analisi ridotta all’osso delle primarie 2017 evidenzia tre dati: il primo, che il dominio di Renzi su di esso va di fatto oltre il consenso esplicito del 70% degli elettori, stante il fatto che il 20% di Orlando, autorevole membro del suo governo e di quello di Gentiloni, non può andare oltre la proposta di un diverso approccio politico, senza però incidere sui fondamentali del progetto renziano, così come il 10% di Emiliano altro non rappresenta che una minoranza fisiologica in parte sempre in bilico, come per altro è apparso il loro stesso capofila, tra restare o uscire da partito, una frangia che in un grande partito sempre ci sarà, con o senza Emiliano; la seconda, a conferma della premessa sull’importanza del Pd nel sistema politico italiano, che la pur ragguardevole e per certi versi encomiabile partecipazione alle primarie di 1.850.000 elettori, rappresenta ormai soltanto quanti sono disposti a sostenere un Pd a trazione renziana; la terza, diretta conseguenza delle prime due, che questo Pd da solo non va oltre un consenso elettorale che si aggira attorno al 25%.

È tanto vero che nelle regioni del suo più tradizionale forte insediamento – Emilia Romagna, Toscana ed Umbria oltre che Piemonte – ad una diminuzione della partecipazione alle primarie più drastica che altrove, ha corrisposto un consenso ancora più ampio – il 75% – a Renzi. Un fenomeno, quest’ultimo, che evidenzia come qui si sia consumata la più massiccia fuga dal Pd di quanti non intendono più restare con Renzi. Vogliamo ricordare a chi se ne fosse già dimenticato che in Emilia Romagna di tutto questo c’erano già le evidentissime premesse nel gigantesco segnale di insofferenza manifestatosi con la drammatica astensione dalla partecipazione al voto nelle ultime elezioni regionali del novembre 2014, proprio mentre quasi tutta la dirigenza bersaniana passava armi e bagagli a Renzi, addirittura sgomitando per rubare la scena a qualche Renziano che, in territorio ostile, ne aveva fino ad allora tenuta alta la bandiera. In regione votò allora un misero 37% degli elettori, praticamente la metà di quanti in passato e addirittura molti meno che in Calabria, anch’essa al voto nel novembre 2014.
Come socialisti dedichiamo queste riflessioni agli amici del Pd perché crediamo che molto o quasi tutto dipenda da loro: se accontentarsi di andare significativamente oltre il 25% dei consensi elettorali sulla base di una minore partecipazione degli elettori al voto e nel contempo creando attorno a sè un deserto di possibili alleati, addirittura scegliendo di far terra bruciata tanto a destra quanto a sinistra, ovvero se mettere in campo un centro sinistra largo, che coalizzato in una qualche forma federata, possa vincere le elezioni.

Per un Pd solo contro tutti, il canto delle sirene che insinua nelle orecchie il richiamo del 40% – sia quello, per intenderci, del pur perso referendum costituzionale del 4 dicembre scorso, sia quello delle ultime elezioni europee – è pericolosamente attraente, lo sappiamo. Ma non crediamo sia verosimile. In ogni caso, passate le elezioni, si dovrà pur governare, e come e con chi non sarà indifferente, rispetto agli interessi da rappresentare. Perciò, detto che continuando così, se non il consenso formale – la percentuale dei voti a prescindere dal numero dei votanti – si riduce il consenso reale rappresentato dal numero degli elettori in carne ed ossa e quindi dei loro voti. La scelta sarà un po’ più chiara quando vedremo con quale legge elettorale si andrà al voto alle ormai prossime elezioni politiche.

Carlo Lorenzo Corelli
Federazione Psi Ravenna

Carlo Lorenzo Corelli
Dall’Emilia Romagna
un importante contributo progettuale

La sinistra italiana è sofferente, soprattutto quella riformista e di governo. Ad un peso elettorale importante non corrispondono, infatti, riferimenti ideali e politici capaci di ridarle chiarezza di intenti. Mentre alla sua sinistra è un pullulare di formazioni a somma elettorale modesta, tra le quali è difficile distinguere chi sia effettivamente pronto ad alleanze di governo.

Collocare il Psi in questo panorama della sinistra sarebbe piuttosto complicato, se non si facesse chiarezza sul fatto che siamo interessati ai valori, agli ideali ed agli interessi da rappresentare, piuttosto che a posizionarci rispetto agli uni o agli altri.

Di qui nasce, al momento, il nostro maggiore interesse ad analizzare lo stato di salute della sinistra riformista di governo, partendo dal suo principale Partito, il Pd.

Il Pd è frutto della confluenza di quattro filoni politici, quelli comunista, democristiano, socialista e liberale, in parte però tuttora rappresentati anche da altri Partiti e Movimenti.

Un po’ come dire tutto e il contrario di tutto. Un equivoco che fonda la sua ragion d’essere nelle formule, non molto dissimili, del veltroniano “Partito a vocazione maggioritaria” e del renziano “Partito della nazione”, ovvero, in entrambi casi, pur nella loro diversa connotazione, un Partito del potere per il potere.

Per convincerci del contrario non bastano né l’auspicio di Bersani che il Pd possa essere un “campo aperto” dove trovino piena cittadinanza politica tutti quegli apporti, né una qualche similitudine del democristiano Renzi con il socialista Craxi. La convivenza in un unico Partito sono, infatti, ben altra cosa dalle possibili alleanze di governo tra forze politiche distinte. Così come sottoporre, finalmente e per intero, ad una elaborazione critica la vicenda politica craxiana non potrebbe comunque mai portarci alla conclusione che, in Italia come in Europa, popolari e socialisti possano convivere nello stesso Partito.

In realtà, ex Comunisti ed ex Democristiani non sembrano solidali in null’altro che nell’avversione “genetica” al socialismo italiano, il terzo incomodo di sempre. Mentre Socialisti e Liberaldemocratici, che pure hanno tra loro molte ragioni di comunanza e pressoché nessuna per stare assieme a comunisti e democristiani, nel Pd non possono che avere, ed hanno, un peso assolutamente minoritario.

Uscire da questo equivoco, che tiene forzosamente insieme almeno tre aree di pensiero ideale – Comunista, Democristiana a Liberalsocialista – sarebbe salutare per liberare di nuovo energie politiche che, non più compresse in quel coacervo o disperse altrove, potrebbero rappresentare la rinascita della partecipazione come antidoto ai cattivi maestri del tanto-peggio-tanto-meglio.

Forse non è un caso che socialisti approdati nel Pd e socialisti che trasferiscono lo scontro politico nei tribunali siano accomunati nel fare guerra al Psi, gli uni e gli altri per ora uniti nel comune obiettivo di colpirci a morte per sostituirsi a noi.

Dunque, il prossimo congresso del Partito deve mettere in chiaro che non abbiamo alcuna intenzione di soggiacere nè agli uni, né agli altri e di immolarci ad un destino di irrilevanza.

Esiste solo un modo per farlo: lasciare che si liberino tutte le energie per un rinnovamento vero del Partito, che passi attraverso un dibattito senza rendite di posizione.

Presenti dunque, chi vuole, tesi e mozioni congressuali o la propria candidatura alla segreteria, anche se sarebbe improvvido offrire, ai nemici esterni del Partito, la testa del nostro segretario, al quale però dobbiamo chiedere che guidi, con una significativa discontinuità, una transizione indispensabile verso nuovi gruppi dirigenti per porre, assieme a loro, le basi di un cambiamento strategico degli indirizzi politici. Un cambiamento che non può che esprimersi attraverso il riconoscimento di maggiori spazi di manifestazione non solo all’eventuale dissenso, ma anche alle semplici critiche.

Una casa socialista ospitale per tutti i socialisti, che ponga in primo piano, con rinnovata convinzione, le ragioni del socialismo democratico, tradizionali e del nostro tempo, sempre attente alla difesa degli ultimi ed al bene comune, è la strada maestra.

Non si tratta di riproporre, all’interno del Partito, distinzioni che hanno un sapore ormai stantio – destra e sinistra, giovani e anziani – ma di esaltare gli apporti di tutti, ognuno secondo il loro peso e valore, e anche di non temere di affidarci ad una nuova classe dirigente, che possa essere il nostro futuro.

E’ compito, dunque, delle personalità più autorevoli del Partito supportare, con la loro esperienza, la crescita di una nuova classe dirigente e di individuare, assieme, il percorso di rinascita del socialismo, che riunisca, in uno spaccato più ampio di interessi, tra loro complementari, da rappresentare, un movimento Laico e RossoVerde.

Un movimento del quale, per altro, già ci sono le tracce, non solo in casa nostra.

Si pensi, ad esempio, alla convention nazionale della “Marianna” di Giovanni Negri, che si terrà in febbraio a Bologna.

Per parte nostra, in Emilia Romagna, potremmo offrire al congresso un contributo progettuale e, al Partito, una nuova “Bertinoro” che, al pari di quella per la Rosa nel Pugno del 2007, raccolga, in una o due giornate di riflessione, Socialisti, Verdi, Radicali e Liberaldemocratici.

Carlo Lorenzo Corelli
Consigliere nazionale