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Carlo Pareto

Inps, disponibile per i cittadini la certificazione unica 2017

Inps

DISPONIBILE PER I CITTADINI LA CERTIFICAZIONE UNICA 2017

E’ disponibile, per tutti i cittadini che hanno come sostituto di imposta Inps, la Certificazione Unica 2017, relativa ai redditi percepiti nel 2016.

Per ottenere la Certificazione Unica gli utenti devono accedere con le proprie credenziali (SPID o codice fiscale e PIN  o CNS) al servizio online Certificazione Unica 2017, accessibile dal Menu Servizi on line del portale web o tramite smarphone e tablet , scaricando gratuitamente l’app Inps-Servizi Mobile.

Tramite il servizio è possibile visualizzare, scaricare e stampare il modello della Certificazione Unica 2017. Per i pensionati la Certificazione Unica 2017 è accessibile anche tramite il servizio Cedolino pensione e servizi collegati. Le certificazioni relative agli anni precedenti possono essere consultate e scaricate invece tramite il servizio Fascicolo Previdenziale del cittadino.

Chi non fosse ancora in possesso delle credenziali per utilizzare i servizi Inps web e mobile può richiedere:

le credenziali SPID agli identity provider certificati dall’AGID oppure il codice PIN:

direttamente online sul sito istituzionale – sezione Servizi > PIN online;

tramite Contact Center al numero 803164 gratuito da rete fissa o a pagamento dal cellulare al numero 06164164;

presso le sedi Inps.

 

Inps

VOLONTARIA IMMUTATA ANCHE NEL 2017

Anche nel 2017 (come nel 2015 e 2016), per coprire un anno di contribuzione volontaria occorre una spesa minima di 2.909 euro. E se si è stati autorizzati dopo il 31 dicembre del 1995 si dovrà spendere 522 euro in più. Il prossimo 30 giugno scade il termine per il pagamento relativo al trimestre gennaio-marzo, primo dei quattro appuntamenti di quest’anno (gli altri tre sono fissati al 30 settembre, 31 dicembre e 31 marzo 2018). L’aumento zero, rispetto al 2016, è dovuto alla mancata lievitazione delle retribuzioni di riferimento, aggiornate allo 0,20% per via dell’inflazione. La «volontaria» coinvolge numerosi ex lavoratori (soprattutto donne) che hanno scelto di continuare l’assicurazione pagando in proprio, con lo scopo di maturare comunque il diritto alla pensione. Da un’occhiata sommaria alle tabelle, i cui nuovi parametri sono indicati in un apposita circolare Inps, (la n. 12 del 27 gennaio 2017), si nota facilmente come costa sempre di più «farsi» una pensione da soli, per chi si è ritirato prima del tempo dall’attività lavorativa. Non solo, ma in passato la sola autorizzazione al versamento ha costituito un ottimo scudo per difendersi dalle novità – sempre insidiosamente in agguato – intervenute in materia di requisiti pensionistici. Dopo la riforma Monti-Fornero, ora non è più così.

Valori 2017. Le somme da versare differiscono a seconda della decorrenza dell’autorizzazione: prima o dopo dicembre 1995. L’ammontare del contributo volontario si ottiene, infatti, applicando alla retribuzione di riferimento (quella dell’ultimo anno di lavoro) l’aliquota contributiva vigente che per gli ex dipendenti è pari al 27,87%, se autorizzati sino al 31 dicembre 1995, e al 32,87% (33,87% per le quote eccedenti i 46.123 euro annui, minimale 2017) per le autorizzazioni successive. Mentre il massimale di cui all’art. 2, comma 18, della legge n. 335/95, da applicare, per l’anno in corso, ai prosecutori volontari titolari di contribuzione non anteriore al 1° gennaio 1996 o che, avendone il requisito, esercitino l’opzione per il sistema contributivo, è di euro 100.324,00.

Esiste anche una retribuzione base (minimale), pari al 40% del minimo di pensione mensile. In altri termini, per il 2015, con un minimale di retribuzione settimanale pari a 200,76 euro, il contributo non può essere inferiore a 55,95 euro per i soggetti autorizzati sino al 31 dicembre 1995 e a 65,98 euro per le autorizzazioni successive.

Il pagamento dei contributi volontari può avvenire in tre modi diversi:

1) utilizzando il bollettino Mav (pagamento mediante avviso);

2) online, sul sito internet www.inps.it;

3) telefonando al numero verde gratuito 803.164, utilizzando la carta di credito;

Uno scudo perforato. La possibilità di versare volontariamente in occasione delle precedenti riforme ha sempre costituito una vera e propria polizza assicurativa. A cominciare dall’elevazione del minimo di contributi richiesto per la vecchiaia, innalzato da 15 a 20 anni dalla riforma Amato del 1993, dove è prevista la conservazione dei «vecchi» 15 anni in favore dei soggetti autorizzati alla volontaria entro il 31 dicembre 1992. Per non parlare dei famosi «blocchi» temporanei delle pensioni di anzianità, avvenuti più volte tra il 1994 e il 1998, che in questi casi non hanno trovato applicazione,

Ora la musica è cambiata. Solo un ristretto numero di contribuenti volontari è infatti riuscito a rientrare nella schiera dei cosiddetti “salvaguardati” dall’inasprimento dei requisiti pensionistici della riforma Fornero. Ciò non toglie che la richiesta di autorizzazione alla volontaria, alla cessazione o sospensione dell’attività lavorativa, sia inutile. Non costa nulla e non è impegnativa.

Enpam

PIU’ SOLDI ALLE MAMME MEDICO

Un’iniezione di welfare per la maternità delle professioniste. L’Enpam ha deciso di aumentare l’assegno staccato alle dottoresse che diventano mamme: un minimo che sfiora i 1.200 euro mensili per cinque mesi, più un cospicuo pacchetto di misure che vanno dalla protezione dei periodi per gravidanza a rischio, la copertura dei buchi previdenziali, aiuti per asili nido e baby sitter e l’estensione di tutele anche alle studentesse di medicina e odontoiatria non ancora laureate. “La professione medica è sempre più femminile ed è necessario prenderne atto anche nelle tutele offerte – ha detto il presidente dell’Enpam Alberto Oliveti –. Da custodi di un sistema previdenziale, inoltre, dobbiamo pensare al lavoro ed è importante che una professionista possa diventare serenamente mamma, sapendo di avere a disposizione delle opzioni che le consentano di conciliare vita e professione. Per noi infatti le dottoresse mamme sono colleghe che hanno dei figli, non delle donne che devono essere aiutate paternalisticamente”. Queste nel dettaglio le misure previste. Indennità di maternità: l’assegno copre i due mesi precedenti la data presunta del parto e i tre mesi successivi alla nascita del bambino. A differenza dell’Inps, l’Enpam paga l’indennità anche se non si interrompe l’attività lavorativa. L’importo minimo garantito sarà di 4.958,72 euro (per il 2017) a cui si aggiungerà un ulteriore assegno di 1000 euro (indicizzati) per le dottoresse con redditi inferiori a 18mila euro (indicizzati), il che fa arrivare l’indennità minima totale a quasi 6mila euro l’anno, circa 1200 euro al mese. Per le professioniste con redditi superiori verrà comunque garantita un’indennità pari all’80 per cento di cinque dodicesimi del reddito professionale dichiarato ai fini fiscali nel secondo anno precedente a quello della gravidanza. L’indennità massima è di 24.793,60 euro.

Gravidanza a rischio: le professioniste potranno essere tutelate da una copertura specifica, prevista per un massimo di sei mesi (il periodo rimanente ricade nell’assegno di maternità). L’importo viene stabilito annualmente dal Consiglio di amministrazione dell’Enpam. Prima di questo nuovo regolamento la gravidanza a rischio rientrava nelle tutele assistenziali previste per la malattia che sono vincolate a limiti di reddito, per cui le dottoresse con un reddito familiare superiore a una determinata soglia non erano garantite per il periodo in cui erano costrette a interrompere la professione per una gravidanza a rischio. Questa nuova tutela protegge anche le dottoresse convenzionate con il Ssn che in alcune situazioni particolari in precedenza non ne avevano diritto. Sussidi per spese di nido e baby sitter: le neo mamme potranno contare su aiuti economici per le spese di baby sitter e nido (pubblico e privato accreditato) entro i primi dodici mesi di vita del bambino. Il beneficio è concesso una volta per ciascun figlio. Modalità, termini e limiti per la fruizione di questi sussidi saranno contenuti in un bando annuale deliberato dal Consiglio di amministrazione. Contributo volontario: nel caso in cui ci dovessero essere periodi privi di contribuzione a seguito di una gravidanza (maternità, aborto, gravidanza a rischio) o di adozione o affidamento, è possibile colmare gli eventuali buchi con dei versamenti volontari e garantirsi così una continuità utile ai fini dei requisiti e dell’importo della pensione. Il contributo volontario viene calcolato sulla base del reddito professionale dichiarato nel secondo anno precedente alla gravidanza. In assenza di reddito si prende come riferimento per la base del calcolo il minimo Inps previsto nello stesso anno.

Adozione e affidamenti: niente più distinzioni tra adozioni (e gli affidamenti preadottivi) nazionali e internazionali, per entrambe le quali viene garantita un’indennità di cinque mesi. Le tutele sono le stesse previste per la maternità. Sono tutelate le professioniste iscritte all’Ordine dei medici e degli odontoiatri. L’indennità di maternità viene corrisposta se non sussiste analogo diritto presso altre gestioni previdenziali obbligatorie oppure se ha diritto a percepire, in forza di leggi o contratti, trattamenti economici per gli stessi eventi o in alcuni altri casi particolari. L’Enpam integra comunque le prestazioni che non dovessero arrivare al mimino assicurato. Le tutele per la maternità sono state estese anche alle studentesse universitarie che decideranno di iscriversi alla Fondazione Enpam già a partire dal quinto o sesto anno del corso di laurea. Per queste ultime è previsto un sussidio di importo pari all’indennità minima prevista per ciascuna fattispecie. Per l’apertura delle iscrizioni all’Enpam che farebbe scattare le garanzie anche alle studentesse, la Fondazione sta attendendo il necessario via libera dei ministeri.

Carlo Pareto

Carlo Pareto

Mamma domani, un bonus di 800 euro per le donne
in dolce attesa

Inps

BONUS MAMME FUTURE ANCHE AI PREMATURI

Grazie all’ultima legge di Bilancio le donne in dolce attesa hanno diritto a un contributo di 800 euro, chiamato “Mamma domani”. Un bonus, spiegava il ministro per la Famiglia, Enrico Costa, per le “prime spese” legate al lieto evento: gli esami pre parto, i farmaci, il passeggino, la culla, i vestitini. Tutto a partire dal 1° gennaio 2017. Solo che ad oggi, del modulo per fare domanda, non c’è ancora neanche l’ombra.

Sebbene importanti novità sono recentemente intervenute sulla nuova misura assistenziale. Hanno infatti diritto al bonus mamma domani 2017 tutte le donne che partoriscono un figlio, Anche se la nascita avviene prima dell’ingresso nell’ottavo mese di gravidanza. È quanto ha comunicato l’Inps nella circolare n. 61 del 16 marzo. La precisazione si è resa necessaria per colmare un vuoto normativo. Tanto la legge di bilancio 2017 quanto i successivi documenti dell’Inps dicevano semplicemente che le future madri avrebbero potuto richiedere il nuovo bonus mamma domani una volta concluso il settimo mese di gravidanza oppure al momento dell’adozione del figlio.

Nessuno, a quanto pare, aveva pensato ai cosiddetti “settimini”, cioè i bambini venuti al mondo prima del “compimento del settimo mese di gestazione” prescritto dalla legge. Questa opportuna integrazione pone pertanto rimedio alla improvvida dimenticanza, garantendo anche alle madri di figli prematuri il beneficio numerario alla nascita di 800 euro.

Requisiti generali

Il premio alla natalità è riconosciuto alle donne gestanti o alle madri che siano  in possesso dei seguenti requisiti attualmente presi in considerazione per l’assegno di natalità di cui alla legge di stabilità n. 190/2014 (art. 1, comma 125): residenza in Italia; cittadinanza italiana o comunitaria; le cittadine non comunitarie in possesso dello status di rifugiato politico e protezione sussidiaria sono equiparate alle cittadine italiane per effetto dell’ art. 27 del Decreto Legislativo n. 251/2007; per le cittadine non comunitarie,  possesso del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo di cui all’articolo 9 del Decreto Legislativo n. 286/1998 oppure di una delle carte di soggiorno per familiari di cittadini UE previste dagli artt. 10 e 17 del Decreto Legislativo n. 30/2007, come da indicazioni ministeriali relative all’estensione della disciplina prevista in materia di assegno di natalità alla misura in argomento (cfr. circolare INPS 214 del 2016).

Maturazione del premio alla nascita o all’adozione

Il beneficio di 800 euro può essere concesso esclusivamente per uno dei seguenti eventi verificatisi dal 1° gennaio 2017: compimento del 7° mese di gravidanza; parto, anche se antecedente all’inizio dell’8° mese di gravidanza; adozione del minore, nazionale o internazionale, disposta con sentenza divenuta definitiva ai sensi della legge n. 184/1983; affidamento preadottivo nazionale disposto con ordinanza ai sensi   dell’art. 22, comma 6, della legge 184/1983 o affidamento preadottivo internazionale ai sensi dell’art. 34 della legge 184/1983.

L’agevolazione è concessa in un’unica soluzione, per evento (gravidanza o parto, adozione o affidamento), e in relazione ad ogni figlio nato o adottato/affidato.

L’inps applica la legge

PENSIONI, NESSUN CONGUAGLIO IMPAZZITO

Con riferimento alla segnalazione della Spi Cgil riguardo a “conguagli ‘impazziti’ e non meglio specificati sulle pensioni si fa presente che in merito ai conguagli fiscali l’Istituto non ha rilevato alcun malfunzionamento della piattaforma. L’Inps ha recentemente specificato le modalità di applicazione dei conguagli fiscali di fine anno 2016 da parte dell’Istituto nella qualità di sostituto d’imposta. Queste modalità, disciplinate per legge, prevedono che, nelle ipotesi di incapienza, possano derivare posizioni con pensioni azzerate. La legge infatti prevede una rateizzazione solo per titolari di pensione non superiore a 18.000 € lordi annui, per i quali viene effettuata d’ufficio una dilazione senza interessi per 11 rate di uguale importo.

Inps

CUMULO ASSICURATIVO

Con la circolare n. 60 del 16 marzo 2017 vengono fornite le prime istruzioni applicative sul cumulo dei periodi assicurativi non coincidenti da parte degli iscritti a due o più forme di assicurazione gestite dall’Inps (lavoratori dipendenti, autonomi, gestione separata e forme sostitutive ed esclusive), al fine del conseguimento di un’unica pensione, secondo quanto disposto dalla legge 232/2016, con la quale si è provveduto a modificare quanto già previsto in materia dalla legge 228/2012. Con una successiva circolare, a seguito delle istruzioni che saranno emanate dalle casse professionali coerentemente con gli indirizzi ministeriali, saranno fornite le istruzioni applicative per i casi di cumulo di periodi assicurativi non coincidenti anche presso le Casse professionali. Si riportano di seguito alcuni punti della circolare, rimandando alla stessa per ogni ulteriore approfondimento.

In base a quanto previsto dalla legge 232/2016, dal 1° gennaio 2017 la facoltà di cumulo può essere esercitata per conseguire la pensione di vecchiaia anche da coloro che sono già in possesso dei requisiti per il diritto autonomo al trattamento pensionistico in una delle gestioni interessate oppure per conseguire la pensione anticipata con i requisiti previsti dalle norme in vigore, compreso l’adeguamento agli incrementi della speranza di vita. La facoltà di cumulo può essere esercitata dai superstiti di un lavoratore per conseguire la pensione indiretta, anche nel caso in cui quest’ultimo abbia già maturato i requisiti per il diritto autonomo alla pensione in una delle gestioni di cui sopra. Anche la contribuzione estera sarà oggetto di valutazione, nei limiti delle norme previste dai regolamenti comunitari e dalle convenzioni bilaterali: il cumulo è possibile soltanto se risulta perfezionato in Italia il minimale di contribuzione richiesto per la totalizzazione internazionale. In caso di domande di pensione in totalizzazione presentate anteriormente al 1° gennaio 2017 ed il cui procedimento amministrativo non sia ancora concluso, è possibile rinunciare a tale domanda e accedere al trattamento pensionistico in cumulo. Tale rinuncia può essere effettuata anche dai superstiti di assicurato. Allo stesso modo, la rinuncia può essere utilizzata anche da coloro i quali, pur avendo in corso un provvedimento di ricongiunzione onerosa, non hanno ancora perfezionato il pagamento integrale dell’importo dovuto, sempre che abbiano già perfezionato un diritto a pensione in cumulo. I n tal caso, previa rinuncia alla domanda di ricongiunzione effettuata entro il 1° gennaio 2018, è prevista la restituzione delle quote versate in quattro rate annuali.

Pensioni

RICALCOLI PER I DIRITTI INESPRESSI

Diritti inespressi. Così li chiama l‘Inps. Cosa sono? Diritti e agevolazioni sugli assegni previdenziali che non scattano in automatico: bisogna richiederli. E chi non lo fa di fatto rinuncia ad una buona fetta dell’assegno pensionistico. A poterne godere sarebbero migliaia di pensionati che finora, ignari di questa procedura, non hanno fatto alcuna domanda all’Istituto di previdenza sociale. Come sottolinea LaVerità, in diversi casi basta fare una semplice domanda con un apposito modulo per ottenere un aumento dell’assegno di circa 300 euro.

E secondo alcune stime su 18 milioni di pensionati, ben 6 milioni avrebbero diritto ad un ricalcolo. Inoltre si estende fino a 5 anni il periodo della retroattività sugli arretrati. I “diritti inespressi” riguardano le pensioni che viaggiano sotto i 750 euro. E così una pensione su tre andrebbe ricalcolata. Per ottenere il ricalcolo bisogna andare sul sito Inps, www.inps.it e avviare la procedura collegandosi alla scheda personale “cedolino pensione e servizi collegati”.

Ritardi tecnici

NUOVO BONUS MAMME, CODE ALL’INPS

Bonus annunciato, ma non ancora attivato. A trovarsi in tale situazione è il rimborso da 800 euro per le mamme. Un provvedimento deliberato dal governo e finora fermo per la mancata messa a punto del programma di gestione della nuova misura. Già perché negli uffici Inps prosegue la coda di chi richiede il bonus e la risposta è sempre la stessa: “Non è ancora disponibile la procedura online per l’inoltro telematico della relativa domanda”. Come racconta Repubblica, la corsa al bonus è cominciata da tempo, ma le disposizioni varate dall’esecutivo per le famiglie stentano a mettersi in moto. A fine febbraio sul sito Inps una circolare definiva i primi parametri per far richiesta. “Cittadine italiane, comunitarie o extracomunitarie con permesso di soggiorno, residenti nel nostro Paese”, questi i requisiti. Nessun accenno alle fasce di reddito. E nessuna indicazione operativa sulle modalità da osservare per la presentazione delle richieste. Poi è arrivata una seconda circolare che ha posto nuovi paletti, omettendo di fornire l’iter da seguire per la trasmissione delle istanze. E adesso, come riporta Repubblica, arriva la risposta dell’Inps che parla di tempi tecnici per l’avvio delle procedure. Il lancio, per l’Istituto di previdenza sociale resta “imminente”, ma nessuno si sbilancia su una possibile data. I fondi stanziati nella legge di Bilancio per la misura sono abbastanza consistenti: 600 milioni di euro per il 2017, che dovrebbero garantire il bonus di 800 euro a 750 mila famiglie, senza che per loro sia richiesto un reddito sotto una certa soglia. Un dettaglio che di fatto darà un gran da fare agli operatori del servizio informazioni dell’Inps.

Carlo Pareto

Reversibilità. I tagli dell’Inps e i redditi esclusi dai limiti di cumulo

Cdm abolisce i buoni lavoro

VOUCHER ADDIO

Addio ai voucher e al referendum, in tandem con il quesito sugli appalti, promosso dalla Cgil, che incassa il successo. Il consiglio dei ministri ha approvato il decreto legge che cancella i buoni lavoro – quelli già acquistati fino all’entrata in vigore saranno utilizzabili fino al 31 dicembre 2017 – e ripristina “integralmente” la responsabilità solidale del committente con l’appaltatore e gli eventuali subappaltatori per garantire le tutele dei lavoratori. I due temi oggetto del referendum convocato il 28 maggio e destinato così a saltare. L’ultima parola sarà comunque della Cassazione, a cui compete la decisione ufficiale e finale. “Nel momento in cui sarà legge, lo considereremo un grande risultato” visto che quello tracciato dal decreto è “esattamente l’obiettivo che si siamo proposti con i quesiti referendari”, ha commentato la segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso. Con l’abrogazione dei voucher, il governo si prepara a mettere in campo nuove norme: “useremo le prossime settimane – ha spiegato il premier Paolo Gentiloni, al termine del Cdm – per una regolazione seria del lavoro saltuario e occasionale”, aprendo “un confronto” con le parti sociali ed il Parlamento. Perché “avevamo la risposta sbagliata ad una esigenza giusta”, ha detto ancora il presidente del Consiglio affermando di aver agito “nella consapevolezza” che l’Italia “non aveva certo bisogno nei prossimi mesi di una campagna elettorale” su questi temi e “nella consapevolezza che la decisione è coerente con l’orientamento maturato nelle ultime settimane in Parlamento”. E, ha proseguito, “dividere il Paese tra chi demonizza i voucher e chi ne voleva circoscrivere i limiti sarebbe stato un errore e un danno per l’Italia”. In questo modo, invece, “si libera il tavolo da una discussione ideologica che non ci avrebbe aiutato e conferma il nostro impegno per regolare in modo moderno e avanzato il mercato del lavoro”. E’ questo infatti il tema “vero”, ha dichiarato anche il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, rimarcando la linea di azione dell’esecutivo: “Non è prefigurato un cambio di passo nelle politiche dell’esecutivo sul lavoro, perché il voucher non era materia del Jobs act”, è “improprio” collegarli, “affrontiamo una questione che doveva essere riesaminata”. Poletti ha respinto pure le voci di chi parla di vittoria per la Cgil e di sconfitta per il governo: “Non era in campo una gara”. E sulla posizione espressa dai ministri di Ap, contraria all’abrogazione dei voucher, il ministro si è limitato a far notare che il decreto “è stato votato”. Un voto, però, che appunto non trova il pieno consenso né nel fronte politico, né sindacale-imprenditoriale. Anzi. Contrarie si sono dette Confindustria, Confcommercio, Confapi, che hanno parlato di “scelta sbagliata”. Molto critica anche la Cisl, secondo cui la decisione di eliminare i voucher è “tutta politica ed incomprensibile dal punto di vista del merito”. La Uil sottolinea, invece, come occorra subito “trovare una soluzione” per regolare le attività occasionali (per studenti, pensionati, disoccupati) e per questo “ora vogliamo puntare a un accordo con l’esecutivo”. Pronto a dare battaglia il presidente della commissione Lavoro del Senato, Maurizio Sacconi, che ha parlato di una scelta “gravissima e inaccettabile. Ora decide la Cgil per tutti. Non voterò mai questo decreto”. Con l’abolizione dei voucher “siamo passati dall’abuso indiscriminato a zero per paura della Cgil”, ha chiosato il segretario della Lega Nord, Matteo Salvini, e “il risultato è il lavoro nero”. Un rischio, questo, evidenziato da più parti, da Forza Italia a Scelta civica. No fermo anche dall’ex ministro del Lavoro, Elsa Fornero: “Eliminare i voucher è errato, mi sembra un’operazione dettata dalla paura. La necessità di disciplinare più correttamente il lavoro occasionale c’è, con o senza voucher”. Mentre il M5S denuncia l’ennesima “piroetta alla Nureyev” del Governo. Resta comunque in campo il fattore tempo. “Certo noi pensiamo che bisogna convertire presto” il decreto in legge, ha concluso Poletti.

 Come ottenerlo

ASSEGNO CONGEDO MATRIMONIALE 2017

Il matrimonio, si sa, comporta un notevole onere economico. Ma chi sta per convolare a giuste nozze con la propria metà può usufruire di una particolare misura a sostegno del reddito istituita dall’Inps. Si tratta del cosiddetto ‘assegno congedo matrimoniale’, che consiste in un assegno concesso per un congedo straordinario della durata di 8 giorni in occasione del matrimonio (civile o concordatario). E’ possibile usufruire di questo bonus entro i 30 giorni successivi alla data delle nozze. L’assegno congedo matrimoniale spetta a determinate categorie di persone, ovvero operai, apprendisti, lavoratori a domicilio, marittimi di bassa forza dipendenti da aziende industriali, artigiane, cooperative, che:

– contraggono matrimonio civile o concordatario;

– possono far valere un rapporto di lavoro da almeno una settimana;

– o fruiscono effettivamente del congedo (assenza dal lavoro) entro 30 giorni dalla

celebrazione dell’evento.

Come specificato sul sito dell’Istituto nazionale della previdenza sociale, la misura è destinata anche:

– ai lavoratori disoccupati che siano in grado di dimostrare che nei novanta giorni precedenti il matrimonio hanno prestato, per almeno 15 giorni, la propria opera alle dipendenze delle aziende sopra dette;

– ai lavoratori, che ferma restando l’esistenza del rapporto di lavoro, per un qualunque giustificato motivo non siano comunque in servizio (malattia, sospensione dal lavoro, richiamo alle armi ecc.)”.

Va inoltre ricordato che per ottenere l’assegno non basta la celebrazione del matrimonio religioso e che per ricevere un successivo assegno bisogna essere vedovi o divorziati.

Quanto spetta ai richiedenti

Gli operai e gli apprendisti hanno diritto a 7 giorni di retribuzione meno la percentuale a carico del lavoratore, pari al 5,54%. Ai lavoratori a domicilio spettano 7 giornate di guadagno medio giornaliero meno la percentuale a carico del lavoratore, pari al 5,54%; i marittimi beneficeranno di 8 giornate di salario medio giornaliero meno la percentuale a carico del lavoratore, pari al 5,54%. Nel caso del part-time verticale, invece, l’assegno spetta “solo per i giorni di retribuzione che coincidono con quelli previsti dal contratto per lo svolgimento dell’attività lavorativa” e “si detrae sempre la percentuale a carico del lavoratore”.

Chi non ha diritto all’assegno

Non hanno diritto all’assegno i dipendenti di: aziende industriali, artigiane, cooperative e della lavorazione del tabacco con qualifica di: impiegati, apprendisti impiegati, dirigenti; aziende agricole; commercio; credito; assicurazioni; enti locali; enti statali; aziende che non versano il relativo contributo alla Cuaf (Cassa Unica Assegni Familiari)”.

L’assegno congedo matrimoniale risulta cumulabile “con l’indennità Inail per infortunio sul lavoro fino a concorrenza dell’importo che sarebbe spettato a titolo di retribuzione”, mentre è incumulabile “con le prestazioni di malattia, maternità, cassa integrazione ordinaria e straordinaria, trattamenti di disoccupazione”.

Ecco come si inoltra la domanda

Ma come si invia la richiesta per ottenere l’assegno? I lavoratori occupati – spiega l’Inps – devono presentare l’istanza al datore di lavoro alla fine del congedo e non oltre 60 giorni dalle nozze, “allegando il certificato di matrimonio o stato di famiglia con i dati del matrimonio rilasciato dall’Autorità comunale o dichiarazione sostitutiva di certificazione ex art. 46 D.P.R. 445/00 comprovante lo stato di coniugato e contenente gli estremi del matrimonio”.

I lavoratori disoccupati o richiamati alle armi possono invece fare richiesta tramite:

– Internet, tramite il servizio di “Invio online di Domande di prestazioni a Sostegno del

reddito”, sul sito Inps;

– Patronati;

– Contact Center, attraverso il numero 803164 gratuito da rete fissa o il numero 06164164

da rete mobile a pagamento.

Nel caso dei lavoratori occupati l’assegno congedo matrimoniale viene corrisosto per conto dell’Inps dal datore di lavoro, per i lavoratori disoccupati o richiamati alle armi, invece, la somma viene erogata direttamente dall’Istituto.

Reversibilità

I TAGLI CHE OPERA L’INPS

Ci si può opporre nel caso l’Inps chieda il rimborso per superamento dei limiti di cumulo dei redditi di quote di pensione di reversibilità? In base alla Legge Dini, la pensione ai familiari superstiti (che può essere di reversibilità se il dante causa era pensionato, o indiretta se ancora lavorava) non è pienamente cumulabile con i redditi del beneficiario, ma è soggetta a dei limiti, al contrario di quanto avviene per la pensione anticipata e di vecchiaia.

Reversibilità e redditi del pensionato: limiti di cumulo

In particolare, è possibile cumulare la pensione di reversibilità o indiretta con gli altri proventi del beneficiario, sino alle seguenti soglie: se la situazione reddituale del pensionato è superiore a 3 volte il trattamento minimo annuo del Fondo pensioni lavoratori dipendenti (Fpld), la percentuale di cumulabilità del trattamento di reversibilità è pari al 75%: in parole semplici, la reversibilità è ridotta del 25% se il reddito dell’interessato supera i 19.573,71 euro (pari a 3 volte il trattamento minimo del 2017 moltiplicato per 13 mensilità); se i proventi del pensionato superano 4 volte il trattamento minimo annuo Fpld, la percentuale di cumulabilità dell’assegno di reversibilità è pari al 60%: in pratica, la reversibilità è ridotta del 40% se la situazione reddituale dell’interessato va oltre i 26.098,28 euro, per l’anno 2017; se il reddito del pensionato è superiore a 5 volte il trattamento minimo annuo Fpld, la percentuale di cumulabilità della prestazione di reversibilità è pari al 50%: in pratica, la reversibilità è dimezzata se i proventi dell’interessato risultano al di sopra dei 32.622,85 euro, per l’anno 2017. Il trattamento che deriva dal cumulo dei redditi con la reversibilità tagliata non può comunque essere inferiore a quello spettante per il reddito pari al limite massimo della fascia immediatamente precedente.

Reversibilità e redditi del pensionato: redditi esclusi dai limiti di cumulo

Ci sono però dei redditi esclusi, cioè che non concorrono all’ammontare massimo relativo ai limiti di cumulo: il Tfr, i trattamenti assimilati e le relative anticipazioni; il reddito della casa di abitazione; gli arretrati sottoposti a tassazione separata; l’importo della pensione ai superstiti su cui deve essere eventualmente operata la riduzione. Sono stati successivamente esclusi anche pensione e assegno sociale, rendite Inail, assegni di accompagnamento, pensioni privilegiate, pensioni

Reversibilità e redditi del pensionato: come verificare se la pretesa dell’Inps è legittima

In base a quanto esposto, per capire se l’applicazione delle limature della pensione, da parte dell’Inps, per il superamento dei limiti di cumulo, bisogna procedere in questo modo: reperire la dichiarazione dei redditi (modello Unico e 730) relativamente all’anno in cui l’Inps afferma che i limiti reddituali siano stati splafonati; reperire ulteriori certificazioni relative ai proventi conseguiti dell’anno in oggetto, nel caso non sia stata presentata la dichiarazione o la situazione reddituale non rientri nella dichiarazione; sottrarre dai redditi totali l’importo della pensione di reversibilità e dei proventi esclusi; confrontare l’ammontare così ottenuto con i limiti al di sopra dei quali deve essere operata la sforbiciata, considerando comunque che il trattamento che deriva dal cumulo dei redditi con la reversibilità ridotta non può essere inferiore a quello spettante per il reddito pari al limite massimo della fascia immediatamente precedente.

Reversibilità e redditi del pensionato: niente tagli se ci sono figli aventi diritto

Nell’ipotesi in cui i limiti di cumulo siano comunque stati superati, non deve essere operata alcuna riduzione se nel nucleo familiare sono presenti figli minori, studenti (sino a 26 anni se universitari) o inabili, aventi diritto alla pensione di reversibilità.

Reversibilità e redditi del pensionato: niente tagli se si rientra nella sanatoria Inps

Nel caso in cui i tagli siano legittimi e non ci siano figli aventi diritto alla pensione ai superstiti nel nucleo, l’unica possibilità di contestare la pretesa dell’Inps è far valere la cosiddetta sanatoria: se i redditi incidenti su diritto o misura della pensione sono compresi nella dichiarazione annuale (730 o modello Unico), l’indebita erogazione delle somme deve essere notificata dall’Inps entro il 31 dicembre dell’anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione. Se l’Istituto notifica la richiesta di restituzione degli indebiti, dovuti al taglio della reversibilità, dopo questo termine, perde il diritto alla restituzione, salvo il caso in cui sia dimostrato il dolo del pensionato.

Tagli alla reversibilità: come presentare ricorso

Nel caso in cui, per uno dei motivi esposti, la pretesa dell’Inps risulti illegittima, l’interessato dovrà proporre ricorso amministrativo contro il provvedimento che dispone la decurtazione della pensione, entro 90 giorni dalla data di ricevimento della raccomandata da parte dell’istituto. Qualora non intervenga alcuna decisione nei successivi 90 giorni, potrà proporre un’azione giudiziaria, da notificare direttamente alla sede emittente. Il ricorso contro la decurtazione della pensione può essere inoltrato con le seguenti modalità: tramite la sezione ricorsi online del sito dell’Inps (direttamente, qualora si disponga del codice pin o dell’identità digitale spid, o conferendo delega ad un intermediario autorizzato, come un consulente del lavoro o un commercialista); tramite patronato.

 Carlo Pareto

Inps, bocciato bilancio preventivo 2017. Caf valuta sospensione servizio Isee. Corte dei Conti, servizio ispettivo all’Inps

Inps
IL CIV DELL’ISTITUTO NON APPROVA IL BILANCIO DI PREVISIONE 2017
Dieci voti contrari, sette astenuti e uno a favore, quello del rappresentante del ministero del Lavoro. Con questi numeri il Consiglio di vigilanza dell’Inps ha recentemente bocciato il bilancio preventivo 2017 dell’istituto presieduto da Tito Boeri, sostenendo che le sue indicazioni non sarebbero state attuate. Il Consiglio aveva chiesto, in particolare, informazioni dettagliate sui crediti contributivi e il patrimonio immobiliare dell’ente, ma i documenti forniti avrebbero evidenziato, al contrario, una «carenza di risposte». Insomma: una presunta mancanza di trasparenza, che avrebbe impedito al Consiglio di dare il suo ok. «Pur restando garantite dallo Stato le prestazioni poste a carico dell’istituto», ha spiegato l’organo di vigilanza in una nota, «è evidente che una gestione del bilancio che presenti un andamento negativo del patrimonio debba essere oggetto di un’adeguata e immediata attenzione». Il bilancio preventivo 2017 era stato trasmesso al Consiglio dal presidente Boeri nel mese di dicembre. Presenta un risultato economico d’esercizio negativo per 6,1 miliardi di euro e prevede, alla ne dell’esercizio 2017, un disavanzo patrimoniale di 7,8 miliardi. Il direttore generale dell’Inps, Gabriella Di Michele, ha replicato sostenendo che le motivazioni a supporto della bocciatura del documento sarebbero «strumentali». Ora il bilancio, come prevede la legge, passerà all’esame del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali. E il ministro Poletti ha promesso che si metterà subito al lavoro «per raccogliere tutte le informazioni necessarie». Un’altra tegola per l’Istituto di previdenza è arrivata invece dai Caf, i Centri di assistenza scale. La Consulta nazionale che li raggruppa, infatti, è sul piede di guerra: «Stiamo valutando la possibilità di sospendere il servizio di compilazione delle pratiche Isee, a partire dai primi giorni di marzo». Il motivo? «Sono quasi due mesi che i Caf assicurano il servizio a milioni di nuclei familiari in assenza di una convenzione con l’Inps. Si sta determinando un preoccupante stato di incertezza, che pone problemi di tenuta economica e finanziaria».

Isee
CAF, STOP A SERVIZIO DA MARZO SENZA RISPOSTE INPS
La Consulta Nazionale dei Caf sta valutando la possibilità di sospendere il servizio Isee a partire dal corrente mese di marzo. Se infatti, nei prossimi giorni non arriveranno dall’Inps e dal Ministero del lavoro le risposte attese circa le condizioni che possano assicurare ai Caf il proseguo dell’attività, la Consulta deciderà modalità e tempi dell’interruzione del servizio. Ad annunciarlo una nota della Cgil. I Caf dunque minacciano di bloccare la compilazione dell’Isee, l’indicatore della situazione economica che consente ai cittadini di accedere, a condizioni agevolate, alle prestazioni sociali o a servizi di pubblica utilità. “Sono quasi due mesi che i Caf assicurano il servizio Isee a milioni di nuclei familiari che hanno diritto di accedere alle diverse provvidenze sociali, in assenza di un rapporto convenzionale con l’Istituto di Previdenza Sociale; questa situazione sta determinando un preoccupante stato di incertezza nello svolgimento delle attività, che pone problemi di tenuta economica e finanziaria da parte dei Caf, privi della copertura assicurata dalla convenzione con l’Inps”, denuncia ancora la Consulta di cui la Cgil fa parte. Nonostante questo, prosegue la nota, “e per senso di responsabilità e per rispetto nei confronti dei cittadini, i Caf hanno mantenuto aperti i propri sportelli, dove nei primi 50 giorni del 2017 sono state almeno 800mila le pratiche Dsu inviate dai Caf all’Inps, per ottenere la certificazione, ma l’assenza di risposte da parte dell’Ente di Previdenza pone problemi di erogazione del servizio che richiedono rapide soluzioni”. La decisione definitiva perciò sarà adottata nei prossimi giorni, minaccia ancora la Consulta, se “non dovesse esserci nessuna apertura da parte dell’Inps nel definire tempestivamente le condizioni che possano assicurare ai Caf il proseguo dell’attività”.

Inps
VACANZE GRATIS PER I GIOVANI
Anche quest’anno l’Inps offre ai più giovani la possibilità di beneficiare di un soggiorno estivo di vacanza o studio gratis, in Italia o all’estero, tramite il Bando Estate Inpsieme 2017. I posti a disposizione ammontano a 11.900 per i soggiorni in Italia e a 22.450 per i soggiorni oltre i confini del Belpaese. Le borse di studio – si legge nel bando, pubblicato sul sito dell’Inps – sono riservate solo a determinate categorie di persone, ovvero figli, orfani ed equiparati – dei dipendenti e dei pensionati della pubblica amministrazione iscritti alla Gestione unitaria delle prestazioni creditizie e sociali;
– dei pensionati utenti della Gestione Dipendenti Pubblici;
– degli iscritti alla Gestione Fondo Ipost;
– degli assistiti Ipa (Istituto di Previdenza e Assistenza per i dipendenti di Roma Capitale).
Ai giovani disabili, spiega l’Inps, “è data la possibilità di avvalersi di assistenza continua di personale qualificato, con costi a carico dell’Istituto”. Nel caso dei soggiorni in Italia il contributo economico sarà di 800 euro per un soggiorno della durata di 8 giorni e sette notti; sarà invece di 1.400 euro per i soggiorni di durata pari a 15 giorni e 14 notti. Per quanto riguarda invece le vacanze-studio all’estero, i contributi ammonteranno a 2.400 euro per i soggiorni di durata pari a 15 giorni e 14 notti; mentre si sale a 4mila euro per i soggiorni di 4 settimane. Per inoltrare la domanda e partecipare al Bando Estate Inpsieme 2017 c’è stato tempo fino alle ore 12 del 16 marzo, mentre la graduatoria sarà pubblicata l’11 aprile. La richiesta va trasmessa solo via internet attraverso il sito dell’Inps. È possibile seguire online l’iter della richiesta nella procedura web Estate Inpsieme – Domanda. È inoltre necessario che il richiedente, al momento della presentazione della domanda, “abbia presentato la Dichiarazione Sostitutiva Unica (Dsu) per la determinazione dell’Isee ordinaria o Isee minorenni con genitori non coniugati tra loro e non conviventi, qualora ne ricorrano le condizioni ai sensi delle vigenti disposizioni”. “L’attestazione Isee riferita al nucleo familiare in cui compare il beneficiario – spiega l’Istituto – è obbligatoria per determinare la posizione in graduatoria” per l’assegnazione delle borse di studio. Per presentare la domanda bisogna essere in possesso del codice Pin Inps. Chi ancora non ce l’ha può richiederlo online, contattare il numero verde gratuito 803 164 oppure recarsi a uno sportello Inps.

Boeri
CONTRO DISOCCUPAZIONE SGRAVI CONTRIBUTIVI SUI GIOVANI
“Una disoccupazione giovanile al 40% è una cosa assolutamente da evitare e per aiutare i giovani io credo che gli sgravi contributivi debbano essere concentrati sui giovani all’inizio della loro carriera lavorativa. Bisogna aiutarli a entrare maggiormente nel mercato del lavoro”. Così si è recentemente espresso nel corso della trasmissione PresaDiretta e alla vigilia del nuovo incontro tra il ministro del lavoro, Giuliano Poletti e Cgil, Cisl e Uil sulla previdenza, il presidente Inps, Tito Boeri, che ha espressamente ribadito la necessità di circoscrivere agli under 35 incentivi e defiscalizzazioni. “Abbiamo un problema di debito che graverà sulle generazioni future e quando si pensa davvero ai giovani bisogna pensare a questo problema. I giovani hanno questo fardello che pesa sulle loro spalle. E questo debito si è creato perché in passato sono stati concessi trattamenti pensionistici troppo vantaggiosi così ad alcune persone per finalità prettamente elettorali. Mi riferisco non soltanto l’annosa questione dei vitalizi dei politici che andrebbe affrontata una volta per tutte ma anche a tanti altri privilegi che sono stati concessi”, ha proseguito. Quanto al bilancio dell’Ente, ha precisato, “il rosso dell’Inps è già dentro alle previsioni sul debito pubblico italiano e sul disavanzo. Quello a cui bisogna guardare è il bilancio gestionale dell’Inps che è una piccolissima parte di questo bilancio, circa l’1%, ed è il costo per far funzionare questa macchina, ed è qualcosa che possiamo controllare e su cui siamo impegnati a essere sempre più efficienti”.

Corte dei Conti
SERVIZIO ISPETTIVO INPS
Una delle attività tipiche dell’Inps in marcato peggioramento – osserva la Corte dei Conti – è quella ispettiva. Con la riforma del Jobs Act è nato un Ispettorato unico che unisce le attività finora svolte dal ministero del Lavoro, dall’Inail e appunto dall’Inps. «Tuttavia – prosegue la magistratura contabile – nell’attuale fase di avvio del nuovo soggetto si è determinata una situazione di incertezza, con un rallentamento delle attività ispettive dell’Inps che, soprattutto in termini di lotta al lavoro nero e irregolare, potrebbe produrre effetti negativi». La magistratura contabile sottolinea che nel 2016 c’è stato un calo dei controlli (ne sono stati effettuati appena la metà di quelli preventivati) in tre regioni del Sud: Puglia, Basilicata e Calabria. Ma, spulciando i dati, appare che la crisi dell’attività di vigilanza dell’Inps viene da lontano. Se nel 2013 erano stati scovati 33.490 lavoratori totalmente in nero, nel 2014 si è scesi a 28.627 e nel 2015 si è precipitati a 16.644.
La Corte dei Conti valuta anche i conti dell’Inps in senso stretto e il risultato economico negativo registrato dall’Inps nel 2016 ha azzerato il patrimonio dell’Istituto e mandandolo, per la prima volta dalla nascita dell’ente, in rosso. «È da rilevare – scrive la Corte dei Conti – come, per effetto di un peggioramento dei risultati previsionali assestati del 2016 (con un risultato economico negativo che si attesta su 7,65 miliardi) il patrimonio netto passi, per la prima volta dall’istituzione dell’ente, in territorio negativo per 1,73 miliardi». Il bilancio dello Stato comunque – ha assicurato il ministro del Lavoro Giuliano Poletti a proposito della Relazione della Corte – «garantisce la copertura di queste situazioni».
Il presidente dell’Inps, Boeri, ha invece sottolineato da parte sua che «la Corte non lancia alcun allarme sui bilanci. Si tratta di una questione contabile». Soprattutto, «le prestazioni sono garantite dallo Stato» e che «ciò che conta non è il bilancio dell’Inps, ma dello Stato». Il disavanzo è determinato, ha spiegato, da ritardi nei trasferimenti dello Stato che vengono anticipati dall’Istituto e poi ripianati. Quanto ai rilievi della Corte che lo toccano direttamente, Boeri è stato diplomatico: «Il rapporto con la Corte dei Conti – ha detto il presidente – è molto ricco e pieno di indicazioni e di stimoli. Lo stiamo leggendo con cura e recepiremo molti dei suggerimenti che vengono proposti. La Corte – ha ribadito – non lancia alcun allarme sui bilanci. Si tratta di una questione contabile. Bisogna sempre ricordare ai cittadini italiani che l’Inps opera per conto dello Stato. Le prestazioni che garantisce vengono infatti decise dal Parlamento italiano, dal governo e noi, semplicemente, ci limitiamo ad attuarle. Le prestazioni sono garantite dallo Stato».

Carlo Pareto

Sud e bonus. Gli sgravi
per giovani e disoccupati di lunga durata

Si punta su alternanza e apprendistato

SGRAVI 2017 PER LE IMPRESE

Con la fine degli incentivi generalizzati, da quest’anno le agevolazioni per le imprese sono mirate essenzialmente alle assunzioni di giovani e disoccupati di lunga durata. Se il biennio 2015-2016 è stato caratterizzato dalla decontribuzione per tutti i nuovi ingressi a tempo indeterminato, comprese le stabilizzazioni, dallo scorso 1° gennaio sono operative tre nuove tipologie di incentivi, destinati a promuovere l’occupazione al Sud, di under29 coinvolti nel programma Ue «Youth Guarantee», di tirocinanti e apprendisti. Benefici che si sommano a quelli in vigore da anni, destinati alle altre tipologie di apprendistato, all’assunzione degli over 50, delle donne (misure che oggi, con la fine degli sgravi targati Jobs act – e in attesa del taglio generalizzato del cuneo promesso dal governo per il 2018 – potrebbero recuperare appeal).

Bonus Sud

La prima agevolazione è finalizzata ai datori di lavoro di otto regioni italiane (Sicilia, Calabria, Basilicata, Puglia, Campania, Abruzzo, Molise e Sardegna) che assumono con contratti a tempo indeterminato (anche a scopo di somministrazione), o di apprendistato professionalizzante, o nel caso di rapporto part-time e di trasformazione a tempo indeterminato del contratto a termine. Interessa giovani disoccupati (senza lavoro) tra i 15 e i 24 anni, o con più di 24 anni se privi di impiego senza lavoro regolarmente retribuito da almeno 6 mesi, a condizione che non abbiano avuto rapporti di lavoro negli ultimi sei mesi con lo stesso datore (a meno che non si tratti di una trasformazione a tempo indeterminato). Si tratta di uno sgravio totale dei contributi previdenziali con il tetto di 8.060 euro annui per una durata massima di 12 mesi, che si applica per le assunzioni effettuate dal 1° gennaio al 31 dicembre 2017, come prefigurato da un decreto dell’Anpal. Lo sgravio finanziato con 530 milioni di Fondi strutturali europei, non è cumulabile con altre misure di vantaggio.

Giovani under 29

Il secondo incentivo è riservato ai datori di lavoro, che operano su tutto il territorio nazionale, che assumono giovani non occupati e non impegnati in percorsi di istruzione o formazione con contratto tempo indeterminato (anche a scopo di somministrazione), contratto di apprendistato professionalizzante, contratto a tempo determinato (anche a scopo di somministrazione) di durata iniziale di almeno sei mesi. Destinatari della misura finanziata con 200 milioni sono gli iscritti a Garanzia giovani tra i 16 e i 29 anni, come stabilito da un secondo decreto Anpal . Anche in questa fattispecie è previsto lo sgravio totale dei contributi previdenziali per il lavoratore assunto nel 2017 con contratto a tempo indeterminato o di apprendistato (con un tetto di 8.060 euro annui per un massimo di 12 mesi), mentre in caso di assunzione a termine per almeno sei mesi, lo sgravio è del 50% (e il tetto si dimezza a 4.060 euro annui). Entrambe queste agevolazioni sono fruibili dalle imprese nei limiti del regime “de minimis” (per non incappare nelle procedure sugli aiuti di Stato). «Con la fine della decontribuzione totale – ha spiegato il presidente dell’Anpal, Maurizio Del Conte – si è deciso di dirottare le risorse europee disponibili per obiettivi specifici, ovvero alle imprese che assumono al Sud dove la disoccupazione è più alta o che, in tutta Italia, puntano sui giovani, Ci siamo focalizzati su due segmenti deboli del mercato del lavoro, in attesa del taglio strutturale del cuneo fiscale che scatterà il prossimo anno».

Studenti in alternanza

Quanto alla terza novità, si tratta della decontribuzione per i datori che assumono con contratto a tempo indeterminato o in apprendistato giovani che hanno già svolto presso lo steso datore attività di alternanza scuola-lavoro, o, se universitari, tirocini curriculari, o effettuato un periodo di apprendistato duale. Anche in questo caso l’incentivo si applica alle assunzioni effettuate dal 1 gennaio al 31 dicembre 2017, sotto forma di sgravio totale dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro, con un tetto di 3.250 euro annui per un massimo di 36 mesi. Le risorse sono state stanziate dalla legge di Bilancio 2017 (7,4 milioni quest’anno) per il bonus che sarà erogato dall’Inps in base all’ordine cronologico di presentazione delle domande, nei limiti delle risorse disponibili. «Il nuovo sistema di incentivi per il 2017 si caratterizza per una forte discontinuità con quelli applicati nel biennio precedente – ha commentato il giuslavorista Giampiero Falasca -. A prescindere dalle polemiche politiche che hanno accompagnato il precedente sistema, non c’è dubbio che il meccanismo previsto nel 2015 e, con forme meno convenienti, nel 2016 avesse un grande pregio: la chiarezza e semplicità applicativa, in quanto il datore di lavoro sapeva già al momento dell’assunzione se poteva fruire dell’incentivo. Con le nuove regole, si torna a sistemi – storicamente poco efficaci – caratterizzati da complesse griglie di accesso, e da un’incertezza sull’effettiva applicabilità del beneficio. L’incidenza di questi sistemi sulla decisione di assumere è molto ridotta».

Dal telelavoro agli asili

STATALI, NOVITA’ PER MAMMA E PAPA’

Cambiare il pubblico impiego non solo contrastando gli assenteisti, ma anche attraverso nuove formule che abbattano le barriere casa-ufficio. L’obiettivo da centrare, infatti, non è quello di totalizzare quante più ore possibili davanti alla scrivania, ma raggiungere dei target per servizi pubblici funzionanti e di qualità. Sarebbe questa la strategia del governo, a lavoro su una direttiva ad hoc, prevista dalla riforma Madia, che punta proprio sullo smartworking, ovvero su soluzioni innovative e ‘family friendly’, per aiutare chi è dipendente e anche genitore. D’altra parte l’immagine dell’impiegato pubblico, nonostante l’era digitale, non è cambiata molto negli anni, anzi nei decenni. Spinta al telelavoro, part-time più semplice e un sistema che porti a stringere accordi tra amministrazioni e asili nido e tra enti per campi estivi (servizi aperti durante i periodi di chiusura delle scuole) dedicati ai figli dei dipendenti: è questa la ricetta che sta preparando il ministero della P.a. insieme al dipartimento per le Pari opportunità. Insomma le novità per gli statali sembrano non finire: oltre al Testo Unico, appena deliberato in Cdm, ci saranno quindi misure per migliorare la conciliazione vita-lavoro. In realtà anche il rinnovo dei contratti potrebbe riservare qualche sorpresa in materia, magari giocando sulla flessibilità oraria. Intanto si parte da quanto detta la riforma Madia, in cui si stabilisce che, laddove ci siano richieste, almeno il 10% dei dipendenti entro il 2018 debba essere messo in condizione di prestare servizio attraverso nuove modalità spazio temporali di gestione del lavoro. Oggi, ultimi dati del Conto annuale della Ragioneria dello Stato, la quota di statali in telelavoro è quasi pari a zero. Basti pensare che lo schema flessibile più tradizionale, il part time, è al 5,6%. Non solo, la capacità di organizzare l’ufficio tenendo conto delle necessità di chi è genitore dovrebbe rientrare nei canoni di valutazione del team. Senza perdere d’occhio l’efficacia e l’efficienza del servizio, per cui l’impatto dello smartworking sarebbe soggetto a un monitoraggio specifico. Le questioni saranno affrontate nella direttiva a cui sta lavorando la ministra della P.a, Marianna Madia. La conciliazione vita-lavoro non è stata comunque toccata dal nuovo Testo Unico del pubblico impiego, che rimane ancora al centro del confronto con Cgil, Cisl e Uil. L’approdo del decreto in Cdm non ha infatti esaurito il confronto in atto.

Inail fa chiarezza

SORVEGLIARE A DISTANZA COLF E BADANTI E’ POSSIBILE

Colf, badanti e baby-sitter: si tratta di figure professionali alle quali molte persone affidano la cura dei propri cari (anziani o bambini) e della propria abitazione. Ma è possibile controllare a distanza il loro operato mentre non si è in casa, utilizzando un impianto di videosorveglianza? Una nota emessa recentemente dall’Ispettorato Nazionale del Lavoro (8 febbraio 2017 prot. N. 1004) aiuta a fare chiarezza su questo punto. Innanzitutto l’Inail specifica che per ‘lavoro domestico’ si intende “l’attività lavorativa prestata esclusivamente per le necessità della vita familiare del datore di lavoro (art. 1, legge 339/1958), che ha per oggetto la prestazione di servizi di carattere domestico diretti al funzionamento della vita familiare”. Tale attività viene svolta nella casa abitata esclusivamente dal datore di lavoro e dalla sua famiglia (non in un’impresa organizzata e strutturata) e pertanto – come ha affermato la Cassazione nella sentenza n. 565 del 1987 – “per la sua particolare natura si differenzia da ogni altro tipo di lavoro”. Il lavoro domestico non è soggetto alla tutela dello Statuto dei lavoratori (come nella parte relativa all’estinzione del contratto, che può avvenire ‘ad nutum’, ovvero senza che il dipendente possa opporsi) e si sottrae all’applicabilità dei limiti e dei divieti di cui all’art. 4 della legge n. 300/1970, che riguarda l’installazione di telecamere sul luogo di lavoro. Chi intende installare un sistema di videosorveglianza all’interno della propria abitazione può farlo dunque senza richiedere il via libera alla sede competente dell’Ispettorato territoriale. Tuttavia il datore è tenuto comunque a rispettare la disciplina sul trattamento dei dati personali, “essendo confermata la tutela del diritto del lavoratore alla riservatezza”.

Il giuslavorista

SU VOUCHER PIU’ CONTROLLI E TUTELE PER EVITARE REFERENDUM

Più controlli stringenti sugli abusi e più tutele per i lavoratori, a partire da indennità di maternità e disoccupazione. Questa la strada che il governo potrebbe seguire, secondo il giuslavorista Vincenzo Ferrante, ordinario di Diritto del lavoro presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università Cattolica di Milano, per intervenire sui voucher ed ‘evitare’ il referendum, mantenendo uno strumento “che combatte il lavoro nero e rientra tra le forme semplificate richieste dall’Ue”. “Innanzitutto – ha recentemente spiegato a Labitalia Ferrante – c’è stato un intervento stringente a settembre 2016 sull’utilizzo dei voucher. L’utilizzatore, infatti, deve, un’ora prima dell’utilizzo, inviare un sms con il codice fiscale del lavoratore impiegato. Si tratta di una restrizione appunto stringente e infatti l’Inps a fine anno ha registrato un calo nell’utilizzo dei voucher”. Quindi, per il giuslavorista, si “deve continuare su questa strada, sempre più controlli e tracciabilità per evitare abusi”. “I controlli devono essere fatti dall’Ispettorato nazionale del lavoro, previsto dal Jobs act, e a questo riguardo si dovrebbero realizzare almeno 500 o più assunzioni di personale da inserire nell’Ispettorato per i controlli”. Inoltre, ha proseguito Ferrante, sono necessarie tutele in più “per i lavoratori come il trattamento di maternità e di disoccupazione”. Con questi interventi, ha sottolineato il giuslavorista, “avremmo uno strumento utile ad evitare il lavoro nero e che ci chiede anche l’Ue quando prevede forme semplificate nel caso di aziende che non possono e non vogliono assumere personale per un periodo troppo ristretto”.

Carlo Pareto

Previdenza, disoccupazione per Dis-coll. Visite fiscali, reperibilità per 7 ore. Fisco: Record Incassi per Equitalia

Previdenza
DIS-COLL CONTINUERÀ FINO A NUOVA NORMA

Il Governo ha recentemente inserito nel Milleproroghe una disposizione per “garantire la continuità” dell’erogazione dell’indennità di disoccupazione Dis-coll ai collaboratori che perdono il lavoro in vista però della definizione di una nuova norma strutturale nella legge delega sul lavoro autonomo non imprenditoriale all’esame della Camera. Lo ha comunicato il ministero del Lavoro. L’indennità di disoccupazione Dis-Coll era stata istituita in via sperimentale nel 2015 con la parte di riforma del jobs act relativa agli ammortizzatori sociali ed era poi stata rifinanziata per il 2016 con la legge di Stabilità. In precedenza, ad annunciare che la norma “non era stata oggetto di proroga” in relazione agli eventi di disoccupazione intervenuti dal primo gennaio 2017 era stato l’Inps in un comunicato. Nessuna indennità quindi – aveva avvertito l’istituto di previdenza – sarà erogabile a fronte delle cessazioni involontarie di contratti di collaborazione coordinata e continuativa anche a progetto intervenuti dall’inizio del 2017. La prestazione Dis-coll era stata istituita dal Governo Renzi con il Jobs act in via sperimentale per gli eventi di disoccupazione verificatesi nel 2015 e prorogata per il 2016. Finora non c’era stata invece proroga per il 2017. La misura prevedeva che fosse corrisposta mensilmente per la metà dei mesi di contribuzione presenti nel periodo compreso tra il 1° gennaio dell’anno solare precedente l’evento di cessazione del rapporto di collaborazione e l’evento stesso (con almeno tre mesi di contribuzione accreditata) fino a un massimo di sei mesi. La fruizione dell’indennità Dis-coll non dava diritto alla contribuzione figurativa. La misura della prestazione era pari al 75% del reddito medio mensile se inferiore all’importo di 1.195 euro. In ogni caso l’importo dell’indennità non poteva superare la misura massima mensile di 1.300 euro per l’anno 2015, rivalutato annualmente.

Visite fiscali
BOERI: TUTTI REPERIBILI A CASA ALMENO 7 ORE
Stretta in arrivo sulle visite fiscali con regole uniformi per lavoratori dipendenti pubblici e privati: il presidente dell’Inps, Tito Boeri, si è detto convinto della necessità di equiparare le regole sulle fasce di reperibilità in malattia con “almeno sette ore” giornaliere obbligatorie a casa per tutti e quindi con l’estensione delle fasce di reperibilità per il privato adesso pari a quattro ore complessive (a fronte delle sette per i lavoratori pubblici). I controlli sulla malattia, secondo quanto previsto dalla riforma della pubblica amministrazione, saranno tutti in capo all’Inps, anche quelli sui dipendenti pubblici finora effettuati dalle Asl. Ma l’armonizzazione delle fasce di reperibilità per le visite fiscali – ha sottolineato Boeri – dovrebbe andare nel senso dell’estensione. “Non ha senso – ha detto Boeri – che ci siano differenze tra pubblico e privato”. Al momento le fasce per le visite fiscali sono due in entrambi i comparti ma nel privato vanno dalle 10 alle 12 e dalle 17 alle 19 mentre nel pubblico sono fissate dalle 9 alle 13 e dalle 15 alle 18. L’armonizzazione delle regole potrebbe portare a “risparmi significativi”, a una gestione migliore dei medici e a controlli più efficienti. Le “esternazioni” del presidente dell’Inps non piacciono però ai sindacati. La Cgil le giudica “inaccettabili”, rimarcando che la materia compete al legislatore, o semmai alle parti sociali, non certo all’Istituto previdenziale. La Cisl parla invece di “una forzatura” che creerebbe solo confusione. La strada “è quella di uniformare le fasce di reperibilità tra pubblico e privato e non viceversa”, evidenzia la confederazione. La Uil ricorda poi che gli statali “pagano di tasca propria i giorni di malattia”, quindi spesso “vanno a lavorare anche in non perfette condizioni fisiche per evitare la penalizzazione in busta paga”. Secondo i dati Inps riferiti al 2015 i giorni di malattia sono stati quasi 111 milioni (+2,07% sul 2014) con percentuali molto diverse tra pubblico e privato. Nel pubblico i giorni di malattia sono stati 32,5 milioni (quasi 11 in media per dipendente) con una crescita del 3,3%. Nel settore privato i giorni persi per malattia sono stati 78,4 milioni (poco più di sei in media per dipendente) con una crescita dell’1,56%. Ma la stretta dei controlli non dovrebbe limitarsi ai giorni di malattia. Boeri ha puntualizzato che ci sono “differenze molto forti” nell’uso dei permessi per l’assistenza ai familiari disabili previsti dalla legge 104 nel pubblico e nel privato con 6 giorni per dipendente in media nella pubblica amministrazione e un giorno e mezzo nel privato. Ci sono differenze molto forti anche tra i comparti della pubblica amministrazione e questo – ha continuato Boeri – “fa pensare a potenziali forme di abuso”. La stretta sui controlli e il recupero di risorse nel caso di permessi non dovuti – ha precisato ulteriormente il presidente Inps – dovrebbe essere destinato ad aumentare i fondi per la non autosufficienza al momento ancora troppo limitati. E maggiori fondi dovrebbero arrivare, secondo Boeri, anche dalla revisione delle attuali regole sull’indennità di accompagnamento. Invece di dare a coloro che sono inabili al 100% l’indennità di accompagnamento indipendentemente dal reddito che ha la persona disabile come accade ora sarebbe opportuno “graduare” questa prestazione sulla base dei redditi. A definire le fasce orarie di reperibilità e i criteri per i controlli su chi si assenta in caso di malattia sarà comunque un decreto interministeriale ad hoc.

P.A.
IN ARRIVO LE PAGELLE DEI CITTADINI SULLA QUALITÀ DEI SERVIZI

Pubblica Amministrazione, si cambia. Tra le novità in arrivo, le pagelle dei cittadini sulla qualità dei servizi pubblici. “I cittadini e le organizzazioni della società civile partecipano al processo di misurazione delle performance organizzative”, è scritto nella versione definitiva del decreto Madia. Si potrà direttamente segnalare il proprio “grado di soddisfazione” per il servizio agli Organismi indipendenti di valutazione. I risultati saranno pubblicati, con cadenza annuale, sul sito dell’amministrazione e se ne terrà conto anche per i premi.
Premi al merito – I premi di produttività saranno distribuiti in base a quanto stabiliranno i contratti di lavoro. Nel testo del decreto Madia viene così rivisto il sistema delle fasce di merito (o demerito) inserite con la legge Brunetta. Ma resta l’indicazione per evitare elargizioni a pioggia. Si parla infatti di criteri volti a differenziare in modo significativo giudizi e trattamenti economici per premiare chi merita.
Le sentinelle delle performance – La Pubblica Amministrazione si doterà di vere e proprie ‘sentinelle’, che monitoreranno le performance degli uffici, anche attraverso un canale aperto con i cittadini. Un cambio di rotta quello inserito nel provvedimento Madia, stando alla disposizione finale. Gli organismi indipendenti di valutazione già esistevano, ma ora saranno rafforzati i loro poteri e la loro indipendenza.
‘Penalità per assenteisti’ – Saranno i contratti nazionali di lavoro a stabilire per il pubblico impiego “le condotte” e a fissare “le corrispondenti sanzioni disciplinari” nei casi “di ripetute e anomale assenze dal servizio in continuità con le giornate festive e di riposo settimanale” come anche nei casi di “anomale assenze collettive in determinati periodi nei quali è necessario assicurare continuità nell’erogazione dei servizi all’utenza”. Faro dunque acceso espressamente, in particolare, sui weekend lunghi e le date da ‘bollino rosso’.

Fisco
EQUITALIA: RECORD INCASSI 2016

Incasso record per Equitalia che nel 2016 ha riscosso 8,7 miliardi di debiti dei cittadini con il fisco, segnando un +6,17% rispetto al 2015, cioè oltre mezzo miliardo in più. A trainare il saldo positivo resta il Centro-Nord (dalla Toscana alla Valle d’Aosta) che fa segnare oltre 4,8 miliardi, mentre nelle regioni del Centro-Sud (Umbria e Lazio comprese) la riscossione sfiora i 3,9 miliardi. Al top la Lombardia, in cui Equitalia ha incassato oltre 1,8 miliardi, (+0,2%) seguita da Lazio, 1,28 miliardi (+8,8%) e Campania (875 milioni, +5,6%). I risultati record di Equitalia “confermano che le riforme messe in atto dal governo in questi tre anni, l’impegno alla lotta all’evasione e al recupero delle risorse con nuovi strumenti, così come i nostri progetti per costruire un nuovo rapporto coi cittadini grazie anche all’impegno e alla professionalità dei dipendenti vanno nella giusta direzione “. A dirlo è stato di recente l’ad di Equitalia, Ernesto Maria Ruffini, commentando i dati del 2016. Secondo i dati diffusi dall’ente di riscossione lo scorso anno a beneficiare del risultato record della riscossione è stata innanzitutto l’Agenzia delle Entrate, per la quale sono stati riscossi 4,66 miliardi di euro, 414,6 milioni di euro in più rispetto al 2015 (+ 9,75%). Molto positivo, evidenzia Equitalia, anche il saldo per conto dell’Inps, che nel 2016 sfiora i 2,5 miliardi (+5,5%), 124 milioni di euro in più rispetto al 2015. In leggera flessione, invece, il dato relativo ai Comuni, per i quali sono stati riscossi nel 2016 530 milioni di euro, 20 in meno rispetto al 2015.

Carlo Pareto

Per i diritti non basta un giorno, ma ogni giorno dell’anno

L’8 marzo si celebra la giornata internazionale della donna, durante la quale si dovrebbero ricordare non solo le conquiste raggiunte dalle donne ma anche le innumerevoli situazioni in cui queste si ritrovano, ancora oggi, a essere discriminate a causa della loro appartenenza di genere.
La presenza delle donne soprattutto nel settore dei lavori pubblici, nel quale è numericamente preponderante su quella degli uomini, la necessità di politiche contrattuali mirate, specifiche, con un maggiore interesse al benessere lavorativo e al soddisfacimento di bisogni più specificamente femminili ci deve comunque vedere impegnati come cittadini attivi ogni giorno dell’anno.
Verrebbe anzi da pensare che malgrado l’indiscusso progresso finora conseguito, ci vorrebbe, ciò non di meno, una sorta di internazionale delle donne. Se negli anni ’60 e ’70 si è tanto parlato di femminismo (riprendendo temi e figure che hanno attraversato il secolo scorso) oggi questa sembra essere diventata una brutta parola. Il femminismo rivendicava pari diritti per uomini e donne, tuttavia adesso sembra che questo termine, dal quale ci si tiene alla larga arrivando a rivendicare la propria distanza da esso, venga inteso in un altro senso, come un’affermazione di superiorità della donna rispetto all’uomo. Con il rischio di farlo diventare allora una dichiarazione di una guerra diversa, non più allo status quo che voleva la donna sottomessa ma proprio ai singoli uomini: e chi farebbe mai una cosa simile, tenuto conto che ognuno di noi è circondato di donne e uomini ai quali teniamo affettivamente molto? D’altro canto, se consideriamo l’originario significato della parola qualcuno potrebbe obiettare che oggi, nel nostro mondo occidentale, le donne abbiano ben poco da rivendicare: in teoria sono ormai aperte a loro tutte quelle carriere che originariamente erano appannaggio esclusivo degli uomini e non ci si aspetta più che solo le donne allevino i figli, restando magari a casa mentre l’uomo lavora e quando torna dà ordini. Tuttavia, mentre i ruoli delle donne nella società si sono moltiplicati rimane una domanda: quali sono quelli degli uomini? La donna attuale difatti sembra debba avere il dono dell’ubiquità, in tutti i sensi: deve saper essere madre, lavoratrice, compagna, autonoma e contemporaneamente accettare “complimenti” più o meno sessualizzati (per non parlare poi delle molestie o delle violenze familiari): il corpo della donna è ancora ritenuto una merce, nonostante il fatto che si parli tanto di parità dei diritti.
Ma movimenti e gruppi femministi esistono anche oggi e le battaglie per la parità dei diritti e per affermare la dignità delle donne, portatrici di valori sociali sono ancora portate avanti (un esempio potrebbe essere quello per le “quote rosa”, in politica ma anche nei consigli d’amministrazione), tuttavia nella generale confusione dei ruoli, mentre gli esseri umani occidentali si stanno forse lentamente risvegliando da un sogno in cui ognuno e ognuna basta a se stesso/a sembra quasi che alla donna venga richiesto di coprire uno spettro sempre più ampio di compiti mentre l’uomo, privato in parte dalla storia del suo antico ruolo, fatica a trovarne uno nuovo producendo reazioni confuse, instabili e in alcuni casi violente proprio nei confronti di questa neo donna davanti alla quale non si riconosce.
Di fronte a tutto questo, i festeggiamenti per la giornata della donna si limitano purtroppo sempre più spesso a uno sparuto mazzolino di mimose, quando va bene mentre quello che potrebbe essere più opportuno fare a proposito di questa ricorrenza sarebbe aprire momenti di discussione (principalmente nelle scuole) che invece di guardare al passato coinvolgano direttamente le giovani generazioni (e con questo intendiamo sia i ragazzi che le ragazze) in un ragionamento più ampio sui ruoli di genere nel ventunesimo secolo.

Carlo Pareto

Consulenti del lavoro, rottamazione cartelle Equitalia rischia di fallire

Pensioni anticipate

APE, DECRETI IN RITARDO MA VIA A MAGGIO

Una franchigia fino a 12 mesi per garantire – ai lavoratori impegnati in attività gravose e con 36 anni di contributi – di accertare che hanno svolto un lavoro particolarmente gravoso anche negli ultimi sei anni, requisito indispensabile per accedere all’Ape. Insieme a un via libera all’utilizzo del cumulo gratuito dei contributi corrisposti in gestioni diverse anche per il calcolo dei requisiti di accesso all’Ape social o volontaria, nonché per il ritiro anticipato dei precoci, con esclusione però per gli iscritti alle casse privatizzate. E ancora: una interpretazione estensiva dei 12 mesi di versamenti effettuati prima del 19esimo anno di età per essere riconosciuto, appunto, lavoratore precoce, riconoscimento che non si perderebbe in casi di lunghe malattie, maternità o intervalli di cassa integrazione. È ruotato perlopiù attorno a questi aspetti interpretativi il tavolo tecnico sulla previdenza che si è svolto di recente al ministero del Lavoro e al quale hanno partecipato diversi economisti della policy unit di palazzo Chigi guidata da Marco Leonardi. Parte delle richieste avanzate dai sindacalisti dovrebbero trovare posto nei decreti attuativi in lavorazione dopo l’ultimo vaglio del Mef. Da poco sono scaduti i 60 giorni prefigurati per il varo dei Dpcm, ma i tecnici impegnati in questo cantiere attuativo non si sono mostrati preoccupati: l’obiettivo del debutto dell’Ape il 1° maggio resta confermato. La certificazione della mansione di lavoro pesante sarà a carico dell’azienda e sarà poi verificata sulle banche dati di Inps, Inail e ministero del Lavoro con una procedura che dovrebbe essere la più semplificata possibile, così come sarà disegnato con la massima semplicità possibile il modulo digitale di compilazione della domanda di Ape volontaria. Su quest’ultimo strumento, tuttavia, non si sono fatti approfondimenti, in attesa della chiusura degli accordi con Abi e Ania sul costo dell’anticipo (nelle vecchie slides del governo Renzi sull’Ape volontaria e aziendale s’ipotizzava un Tan al 2,5% e un premio assicurativo sul 29% del capitale anticipato da restituire con il rateo ventennale). Il prossimo incontro sui decreti previdenziali è in programma il 13 marzo, mentre il 9 si parlerà di mercato del lavoro e voucher. In questi giorni proseguiranno anche i confronti tecnici al ministero dell’Economia cui parteciperanno anche esponenti dell’Inps, istituto fulcro dell’intera operazione Ape. Il governo intanto ha anche preso in esame il documento unitario dei sindacati che sollecitano una definizione precisa della platea di lavoratori precoci e dei beneficiari dell’Ape social, insieme alla considerazione delle specificità di alcuni settori caratterizzati da alti livelli di discontinuità del lavoro, come l’edilizia, che rendono difficilissimo il possesso dei requisiti previsti per l’anticipo pensionistico. «Su alcune richieste abbiamo avuto risposte positive – ha spiegato Roberto Ghiselli (Cgil) – come sulla franchigia di 12 mesi per l’Ape o sulla richiesta che nell’individuazione della platea dei lavoratori beneficiari dell’uscita anticipata il riferimento sia alla mansione del lavoratore e non al comparto dell’azienda. Restano comunque aperte alcune questioni, in particolare per edili e marittimi, su cui continueremo il pressing. Nella “fase 2” si affronterà invece il tema delle aspettative di vita dove potrebbero essere ricompresi tanti lavori oggi esclusi dall’uscita anticipata. Il metodo del confronto è comunque positivo». Maurizio Petriccioli (Cisl) ha infatti parlato di «passaggio interlocutorio», rimarcando le «risposte positive per rendere esigibili alcune opportunità previste dall’intesa, come per il cumulo gratuito o per l’accesso all’Ape volontaria o agevolata», ma «rimangono alcuni ostacoli che rischiano di limitare la platea degli aventi diritto ai benefici previdenziali». Anche per Domenico Proietti (Uil) l’incontro è stato «proficuo», è «importante che i decreti diano a tutte le platee individuate la possibilità di accedere all’Ape sociale, al pensionamento precoce ed alla positiva ricongiunzione dei contributi corrisposti, senza vincoli interpretativi e restrittivi. Continueremo a lavorare per rendere esigibili queste opportunità per tutti gli interessati”.

Consulenti del lavoro

ROTTAMAZIONE CARTELLE EQUITALIA RISCHIA DI FALLIRE

La rottamazione delle cartelle rischia di fallire. E’ l’allarme che arriva dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei consulenti del lavoro, che ha inviato una lettera a Inps ed Equitalia. “Per un mancato raccordo fra la normativa fiscale e quella previdenziale, infatti, le aziende che hanno debiti previdenziali anche di modesta entità -si legge in una nota dei professionisti- potrebbero decidere di non aderire alla sanatoria. Questo perché l’adesione alla rottamazione ad oggi blocca il rilascio alle imprese del Documento unico di regolarità contributiva (Durc) da parte dell’Inps e dell’Inail e di conseguenza rende impossibile partecipare agli appalti pubblici per la fornitura di beni e servizi”. “Il Consiglio nazionale dell’Ordine dei consulenti del lavoro, tramite il suo vicepresidente Vincenzo Silvestri, ha inviato -si legge ancora nella nota- una lettera all’amministratore delegato di Equitalia, Ernesto Maria Ruffini, e al direttore generale dell’Inps, Gabriella Di Michele, chiedendo di anticipare l’effetto della sanatoria. Infatti, le imprese che non hanno in essere una rateizzazione con Equitalia e richiedono la rottamazione, in attesa di ricevere il via libera per il nuovo piano di rateazione, si vedranno decadere il rinnovo del Durc”. “Questo intreccio -sottolinea il vicepresidente Silvestri nella lettera- provocherà la paradossale situazione, per coloro che accederanno alla rottamazione dei ruoli, di risultare non in linea con i pagamenti presso il concessionario”. Così, continua la nota dei professionisti, “chi avrà urgenza di chiudere contratti con la pubblica amministrazione troverà la rateazione più conveniente in termini di tempo, nonostante questa soluzione si presenti come la più onerosa”. “L’Inps e l’Inail, in realtà, potrebbero aggiornare le loro procedure informatiche – spiega – per far equivalere l’accettazione dell’istanza di rottamazione da parte di Equitalia come un primo pagamento. In questo modo, si risparmierebbero almeno due mesi, poiché la risposta di Equitalia all’istanza deve arrivare entro maggio”. “Un’altra interessante questione ancora aperta -continua Silvestri- è la definizione degli ‘interessi’ che devono essere corrisposti, in caso di debito contributivo con Inps e Inail, assieme al capitale al fine di legittimare la rottamazione. Le sanzioni previdenziali, si ricorda, hanno natura di risarcimento civilistico, con distinzione a seconda se si tratti di omissione o evasione. Da qui l’auspicio di definire la questione in tempi rapidi per consentire all’agente della riscossione di avere tutti gli elementi utili per calcolare il quantum realmente dovuto”.

Scommesse on line

ITALIA PRIMA IN EUROPA

Oggi l’Italia occupa il primo posto nel mercato europeo dei giochi on line, avendo raccolto nel 2012 circa 15 miliardi e mezzo, seguita dalla Francia che non raggiunge neppure i 9 miliardi e mezzo. Il nostro paese occupa il 22% del mercato mondiale. E il mercato legale on line nel 2012 era al primo posto nell’e-commerce. E’ quanto emerge da un articolo di Annunziata de Felice e Isabella Martucci pubblicato sulla Rivista Economica del Mezzogiorno, Trimestrale Svimez diretto da Riccardo Padovani. Nel periodo più acuto della recessione, l’incidenza della raccolta del gioco d’azzardo sul pil ha toccato i picchi di oltre il 5% nel 2012 e del 4,4% nel 2013. Nel Mezzogiorno l’incidenza nel 2013 è stata del 5,4%, di oltre un punto maggiore rispetto a quella del Centro-Nord (4,1%). “Si tratta di un mercato del tutto anomalo, che non ha risentito affatto delle difficoltà congiunturali che hanno interessato l’Italia: infatti, mentre durante la crisi si assisteva a una contrazione della domanda interna di beni e servizi e i consumi delle famiglie calavano del 3%, i giocatori hanno sestuplicato l’ammontare della spese per il gioco d’azzardo”, si legge nell’articolo. Ciò vale, ovviamente, rileva, “solo per il gioco legale, perché è impossibile stimare quello illegale”. Nel 2012 il giro d’affari del gioco d’azzardo ha toccato gli 84 miliardi, comprendendo tutti i diversi giochi gestiti dai Monopoli e dai 4 Casinò esistenti nel nostro paese (Campione d’Italia, Saint Vincent, Sanremo e Venezia): lotto, superenalotto, lotterie nazionali e Gratta e Vinci, scommesse sportive a base ippica, Bingo, apparecchi elettronici come i videopoker. In tempi più recenti, rileva la rivista Svimez, è aumentata esponenzialmente la passione per il gioco on line, che nel 2012 ha raggiunto il 16% dell’intera raccolta, e, ancor più, gli apparecchi di intrattenimento, che sfiorano il 56% della raccolta. “Un tipo di gioco che attrae di più giovani e donne: si tratta di un settore che sfugge a ogni controllo e dove più facilmente si annida la criminalità organizzata, la quale ottiene profitti ben più elevati di quelli scaturenti dal gioco legale”, si sottolinea. La spesa destinata al gioco è maggiore in Lombardia ma seguono Lazio e Campania. In Lombardia, dove il pil pro capite si attesta attorno ai 33 mila euro o li supera, nel 2013 sono stati raccolti 13 miliardi e 905 milioni, pari al 19,9% del totale nazionale destinato ai giochi. Seguono il Lazio (pil pro capite circa 28 mila euro) e Campania (dove il pil pro capite è di circa 16 mila euro), rispettivamente con l’11,1% (7 mld e 785 mln) e l’8,9% (6 mld e 226 mln). Tra le regioni che spendono in giochi d’azzardo una quota elevata del pil, oltre le prime tre, figurano l’Emilia Romagna col 4,6%, il Veneto col 4,5%, il Piemonte col 4,3%, la Sicilia col 5,9%, la Toscana col 3,9%, la Puglia col 5,9%. Se la preferenza per le tipologie di gioco varia da regione a regione, in tutte la raccolta più elevata proviene da slot machine, videolotteries, new slot, video lottery terminals. Il Lotto è preferito in Lombardia, seguita da Campania, Sicilia e Lazio, il Bingo piace molto soprattutto a campani e siciliani, mentre nei giochi a base sportiva di gran lunga la prima è la Campania.

Carlo Pareto 

Fisco: Unico in pensione, arriva “Redditi”.
Jobs Act, resta articolo 18 per gli statali

Unico in pensione, arriva “Redditi”
FISCO: DICHIARAZIONE 2017 CAMBIA NOME

Arriva la carica delle dichiarazioni fiscali che i contribuenti e le società dovranno utilizzare quest’anno per dichiarare redditi e calcolare le imposte dovute. E, dopo molti anni, va in pensione il nome ”Unico”: i nuovi moduli si chiameranno semplicemente ‘Redditi, anche perché la dichiarazione Iva non può più essere presentata in forma unificata insieme alle altre imposte. L’Agenzia delle Entrate ha reso disponibili le versioni definitive dei modelli 2017 delle diverse tipologie: da quelle per i redditi delle persone fisiche (Unico Pf) a quella per le società di capitali (Unico Sc).
Redditi Persone fisiche 2017, le novità: Nel modello di quest’anno rientrano l’agevolazione sui premi di risultato per i dipendenti del settore privato, i crediti derivanti da dichiarazioni integrative a favore presentate oltre il termine della dichiarazione successiva e il credito d’imposta per le erogazioni liberali in denaro verso gli istituti del sistema nazionale di istruzione (c.d. “School bonus”). Tra le varie proroghe si evidenzia fino al 31 dicembre 2016, quella relativa all’agevolazione fiscale che consente di detrarre dall’imposta lorda il 65 per cento delle spese relative ad interventi di riqualificazione energetica degli edifici. Spazio nella dichiarazione di quest’anno anche per la detrazione del 19% dell’importo dei canoni di leasing pagati nel 2016 per l’acquisto di unità immobiliari da destinare ad abitazione principale ai contribuenti che, alla data di stipula del contratto, possedevano un reddito non superiore a 55.000 euro.
Reddito d’impresa, cosa entra e cosa esce: Diverse le novità che fanno il loro ingresso nei quadri dedicati al reddito d’impresa. In particolare, spazio alle “variazioni in diminuzione” dedicate alla maggiorazione del 40 per cento (super ammortamento) e del 150 per cento (iper ammortamento) del costo fiscalmente riconosciuto dei beni strumentali nuovi. Spariscono, invece, i righi dedicati ai cosiddetti “costi black list”, a seguito dell’abrogazione della disciplina di indeducibilità parziale per le spese e gli altri componenti negativi derivanti da operazioni intercorse con imprese residenti ovvero localizzate in Stati o territori a fiscalità privilegiata. Infine, per quanto riguarda le persone fisiche e le società di persone, arrivano in Redditi 2017 l’agevolazione Branch exemption e il bonus domotica, oltre ad un’imposta sostitutiva in caso di assegnazione o cessione dei beni ai soci, quest’ultima prevista solo per le società. Sono state inoltre recepite le novità per l’Ace (“aiuto alla crescita economica”) introdotte dalla legge di bilancio per il 2017, che ha modificato le modalità di determinazione dell’agevolazione riconosciuta a imprese individuali, società in nome collettivo e in accomandita semplice in regime di contabilità ordinaria, equiparandole a quelle previste per le società di capitali e per gli enti commerciali.
Irap 2017: Trovano spazio nel nuovo modello Irap 2017 l’aumento della deduzione per i soggetti di minori dimensioni, l’esenzione dall’imposta per il settore agricolo e della pesca, l’estensione ai lavoratori stagionali della deduzione del costo residuo per il personale dipendente.

Cisl
+7% NEL 2016 ACCORDI AZIENDALI SULLA COMPETITIVITÀ

Crescono in Italia gli accordi aziendali sottoscritti dal sindacato sulla competitività, la qualità e la ripresa produttiva. E’ il dato che emerge dall’analisi dei circa 1.000 accordi complessivi stipulati da aziende e sindacati nel 2015/2016 presenti nell’Osservatorio della contrattazione di 2° livello della Cisl (Ocsel è il database in cui i contrattualisti della Cisl di tutta Italia stanno facendo confluire i propri dati). Gli accordi aziendali presenti in Ocsel e stipulati dal 2009 ad oggi sono 5.720, di cui 470 nel 2015 e 525 nel 2016, per un totale nel biennio di 995 accordi. In particolare, emerge che nel 2016 sono aumentati gli accordi per le riconversioni aziendali, che rappresentano il 29% delle intese sul totale degli accordi con un aumento di 7 punti rispetto al 2015. Questo, secondo la Cisl, “è un dato interessante che testimonia i processi di cambiamento e innovazione che molte aziende stanno intraprendendo per riposizionarsi in un mercato sempre più competitivo affrontando la crisi e realizzando nel contempo politiche industriali”. “Nell’ultimo biennio la contrattazione di 2° livello è mutata – ha sottolineato il segretario confederale della Cisl, Gigi Petteni, commentando i dati – non è più segnata solo dalla crisi, ma anche dai nuovi processi di competitività e di ripresa che aumentano le occasioni di rilancio”. Naturalmente, uno degli istituti maggiormente contrattati in azienda continua ad essere la gestione delle crisi, con una percentuale del 38% nel 2015 e 36% nel 2016, per un numero complessivo di lavoratori coinvolti pari a 179.830. A stipulare maggiormente accordi di crisi sono le aziende di grosse dimensioni cioè i Gruppi (75% nel 2015 e 76% nel 2016), la cui contrattazione è valida per tutti gli stabilimenti presenti nel territorio nazionale, seguiti dalle intese sottoscritte nelle Regioni del Nord (13% nel 2016, 10% nel 2015) e nel Centro ( 10% nel 2016, 12% nel 2015). La bassa percentuale di produzione contrattuale nelle Regioni della macro area sud e isole (2% nel 2015 ) è dovuta principalmente al minore tessuto produttivo presente in tali territori. Crescono nel 2016 gli accordi sulla crisi nel settore del commercio ( dal 49% nel 2015 si passa al 51% nel 2016) e nel settore della chimica e affini (dal 8% nel 2015 si passa a un 15% nel 2016), mentre si riducono nel 2016 quelli stipulati in aziende appartenenti al settore delle aziende di servizi (16% nel 2015, 10% nel 2016) al settore manifatturiero (tessile – abbigliamento – calzature -6% nel 2015, 4% nel 2016). Si osserva nel 2015 una maggiore negoziazione della cassa integrazione guadagni nelle sue tipologie (30%), percentuale che si quasi dimezza nel 2016 (16%). Seguono, sempre nel 2016, il ricorso alla mobilità ex legge 223/91 e 236/93 (28%), percentuale che aumenta di 3 punti rispetto al 2015 (25%). Il ricorso al contratto di solidarietà mantiene una percentuale pressoché stabile, diminuisce di un solo punto percentuale nel 2016 (17%) rispetto all’anno precedente (18%). Gli accordi sulla riduzione di organici nel 2016 aumentano di due punti percentuali (7% nel 2015 , 9% nel 2016). L’adozione di varie forme garanzie per il mantenimento dei livelli occupazionali in aziende in crisi sono prefigurate nel 3% degli accordi sulle gestioni delle ‘crisi aziendali’ sia nel 2015 che nel 2016. Sempre a tutela dell’occupazione il 6% degli accordi cosiddetti difensivi ha negoziato forme di ricollocazione dei lavoratori presso altre aziende del gruppo e/o subentrate nella gestione nel 2015, minore la percentuale nel 2016 (2%). In crescita nel 2016 la percentuale (3% nel 2015, 5% nel 2016) degli accordi ha negoziato forme di ricollocazione di lavoratori nel mercato del lavoro attraverso iniziative di outplacement e/o formazione strettamente finalizzate alla ricollocazione sul mercato del lavoro esterno. In progresso – infine – nel 2016 le forme di incentivazione per l’uscita dal mercato del lavoro, quali incentivi all’esodo (11% nel 2016 in salita in confronto al 2015 di tre punti percentuali), mentre diminuiscono nel 2016 gli accordi che prevedono misure di accompagnamento alla pensione (3% nel 2016 in diminuzione rispetto al 2015 di 4 punti percentuali.

Istat
SALE TASSO DI DISOCCUPAZIONE

Il tasso di disoccupazione a dicembre è al 12%, stabile su novembre e in rialzo di 0,4 punti su dicembre 2015. Lo rileva l’Istat ricordando che resta il livello più alto da giugno 2015 (12,2%). Il tasso di disoccupazione tra i giovani tra i 15 e i 24 anni risale al 40,1%. I disoccupati complessivi raggiungono quota 3.103.000 con un aumento di 9.000 unità su novembre e di 144.000 unità su dicembre 2015. Ancora in calo gli inattivi tra i 15 e i 64 anni con -15.000 unità su novembre e -478.000 unità su dicembre 2015.
Il tasso di inattività è stabile sui minimi storici al 34,8%. A dicembre gli occupati sono rimasti sostanzialmente invariati su novembre (+1.000 unità) mentre sono cresciuti di 242.000 unità su dicembre 2015 (+1,1%). Lo rileva l’Istat spiegando che gli occupati nel complesso registrati nel mese sulla base dei dati destagionalizzati erano 22.783.000. IL tasso di occupazione è al 57,3%, invariato rispetto a novembre e in aumento di 0,7 punti su dicembre 2015. Sono aumentati i lavoratori dipendenti con +52.000 unità su novembre (soprattutto a termine) mentre gli indipendenti sono diminuiti di 52.000 unità. Il tasso di disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni risale a dicembre superando quota 40%. Lo rileva l’Istat spiegando che la quota di disoccupati sul totale degli attivi in quella fascia di età (occupati e disoccupati) a dicembre è al 40,1%, in aumento di 0,2 punti percentuali sul mese precedente, al livello più alto da giugno 2015.

Jobs Act
RESTA ARTICOLO 18 PER GLI STATALI

Il governo ha optato nel Testo unico l’esclusione dei dipendenti pubblici dalle modifiche all’articolo 18 e quindi dalla reintegra in caso solo di licenziamento illegittimo. Per gli statali, dunque, le nuove regole introdotte dal Jobs act e prima ancora dalla legge Fornero non varrebbero. I tecnici sono stati alacremente al lavoro per esplicitare normativamente l’eccezione. La posizione del ministro Marianna Madia su questo importante istituto dei diritti dei lavoratori è stata motivata, secondo quanto spiegato più volte da lei stessa, per il fatto che nel privato, se il lavoratore non viene reintegrato deve essere indennizzato e siccome i dipendenti pubblici sono pagati dai cittadini, un eventuale indennizzo avrebbe un costo oneroso per gli stessi cittadini. Il governo dunque ha deliberato con il Testo unico, che riscrive le regole del pubblico impiego, l’esclusione dei pubblici dipendenti dall’articolo 18.

Cida
SFORZO MAGGIORE PER VALORIZZARE COMPETENZE

Competenza ed etica, denominatore comune del manager sia pubblico, sia privato, cui spetta, a fronte del continuo e veloce cambiamento della società contemporanea, la responsabilità di gestione i processi di trasformazione. A sottolinearlo Paolo Rebaudengo, presidente Cida Piemonte, Confederazione italiana dirigenti e alte professionalità, che nella regione rappresenta 14.500 dirigenti pubblici e privati di tutti i settori economici, che ha promosso il convegno ‘Essere dirigenti oggi: ruolo e responsabilità’. “La sfida principale – ha osservato Rebaudengo – è quella di riuscire a rincorrere e adattarsi a un mondo che sta correndo e che non si capisce in quale direzione. Ci vuole, pertanto, non solo rapidità ma uno sforzo maggiore di sfruttare e utilizzare le competenze in un contesto dove prevale lo scarico di responsabilità su qualunque ruolo organizzativo. Il dirigente deve poter esprimere la propria competenza e la propria professionalità e non può essere responsabile di tutto quello che accade perché il suo compito è quello di risolvere i problemi”. Questo, ovviamente, non prescinde dalla responsabilità che chi ricopre ruoli manageriali sente propria. “Ci sono tanti modi di essere dirigente – ha osservato a questo proposito il presidente di Cida Piemonte – ma in tutti c’è comunque quel senso etico, quel livello di responsabilità che li porta tutte le mattine a prescindere dall’aspetto economico e organizzativo di arrivare alla sera e di portare a casa dei risultati, in una scuola, in un ospedale, in un’azienda, in qualunque attività commerciale e di servizio”. Quanto alla competenza, Rebaudengo ha rilevato che “in un mondo del lavoro che si è evoluto molto rapidamente, la competenza è l’elemento di fondo e non riguarda solo il direttore di un’azienda ma anche, per esempio, il primario di un ospedale, il preside di una scuola: tutti sono chiamati a gestire il proprio business ma anche a governare spazi sempre più ampi, a organizzare un sistema complesso che è un di più che però va fatto altrimenti non riescono ad esprimere la vera professionalità che hanno”. “Questa è la vera sfida che i dirigenti devono affrontare: se il Paese va avanti – ha concluso – bisogna dire grazie a loro perché se c’è qualcosa che funziona è perché c’è gente che riesce a mandare avanti la macchina e, parafrasando una citazione, i dirigenti e più facile criticarli che farne a meno”

Carlo Pareto

Inps, più contributi per autonomi e parasubordinati. Nuove buste paga per colf e badanti

Inps
AUTONOMI E PARASUBORDINATI: CONTRIBUTI 2017
Dall’inizio di quest’anno sono scattati rispetto al 2016 gli aumenti degli oneri previdenziali dovuti per legge dai lavoratori e dai datori di lavoro agli Enti assicuratori preposti alla riscossione. Tenuto conto infatti delle risultanze Istat sul costo della vita, il carico contributivo del 2017, per i soggetti obbligati, è diventato più gravoso, anche per il lavoro autonomo. Per quanto attiene gli artigiani e i commercianti, i contributi aumentano dello 0,45% così come previsto con il Decreto Salva Italia,  nonostante la rivalutazione Istat dell’indice dei prezzi al consumo sia risultata pari a zero. Pertanto, l’aliquota di contribuzione pensionistica delle due categorie di lavoratori autonomi è passata rispettivamente al 23,55% e al 23,64%. Tale misura progressiva ha in pratica accelerato l’andata a regime dell’obbligazione assicurativa dovuta, per la quale era prefigurata il rialzo annuale di 0,45%, pianificato dal provvedimento collegato alla finanziaria 1998 (legge n. 449/1997), che avrebbe dovuto gradualmente portare l’onere contributivo verso il definitivo 24% e spostato in avanti di 1,3 punti percentuali l’obiettivo finale (partito dal 19% del 2007). Tradotto in numeri ciò significa che nel corso del 2017 gli artigiani dovranno applicare il 23,55% sui proventi di impresa conseguiti sino a 46.123 euro e il 24,55% sulla quota di reddito compreso tra 46.123,01 e 76.872 euro, massimale imponibile per il 2017. Mentre i commercianti, la cui aliquota non è stata per il nuovo anno maggiorata di uno 0,9%, destinato al fondo per la razionalizzazione della rete commerciale (per favorire cioè la cosiddetta ex rottamazione delle licenze), dovranno applicare il 23,64% sul reddito sino a 46.123 euro e il 24,64% sulla parte eccedente inclusa tra 46.123,01 e 76.872 euro. Nel 2017 il minimale imponibile ai fini della determinazione della contribuzione da versare all’Inps dovrebbe salire a quota 15.548 euro, per cui la quota assicurativa minima (comprensiva del premio di maternità) dovuta dagli artigiani sarà di 3.669,99 euro, mentre quella che dovranno corrispondere i commercianti sarà di 3.682,99 euro. Nulla di nuovo, invece, per quanto attiene i lavoratori dipendenti, ai quali la precedente finanziaria 2007 aveva disposto un innalzamento dell’aliquota contributiva destinata al fondo pensioni di uno 0,30%. Per cui il valore percentuale dell’onere previdenziale riferito all’invalidità, vecchiaia e superstiti (Ivs) dovuto all’Istituto assicuratore rimane ancora disposto al 33% (era del 32,70% fino al 2006), di cui 23,81 a carico dell’azienda (dato immutato) e 9,19 a carico del lavoratore. Nel 2017 la quota parte dovuta dal dipendente sale però al 10,19% (ex art. 3-ter della legge n. 438/1992) per la misura che splafona i 3.843,58 euro (pari a un dodicesimo di 46.123). I parasubordinati che risultano comunque i più tartassati in assoluto continuano a non restare fermi. Con l’incremento percentuale postulato dalla legge di riforma del welfare a partire dal 2008, l’aliquota contributiva dei lavoratori parasubordinati, già elevata di cinque punti dalla finanziaria 2007, (nel 2013 raggiunge quasi il traguardo ritenuto però non ancora conclusivo), nel 2017 sale al 32,72% (così ripartito: il 21,81% di competenza del committente e il 10,91% del lavoratore con massimale annuo di 100.324,00 euro). Un adeguamento assicurativo che non favorisce il settore più in difficoltà e svantaggiato del mercato del lavoro. Questa particolare ed atipica tipologia di lavoratori, nell’arco temporale di un decennio ha in sostanza dovuto fare fronte ad un maggiore prelievo di circa oltre dieci punti che incide in maniera davvero notevole sui loro complessivamente modesti compensi. E’ importante sottolineare, però, che la più volte citata finanziaria 2007 ha riconosciuto alle iscritte alla Gestione separata il congedo parentale (con un indennizzo economico pari al 30% dell’indennità di maternità, per tre mesi entro il primo anno di vita del bambino), finanziato con una ulteriore implementazione dell’onere assicurativo da corrispondere dello 0,72% dovuto nello specifico dai soggetti sprovvisti di altra copertura previdenziale, ovvero non intestatari di assegni pensionistici. Ciò premesso ecco cosa cambia, per il 2017, nella gestione separata Inps: il lavoratore non iscritto ad altro fondo obbligatorio pagherà un contributo del 32,72% (32 più lo 0,72 destinato al fondo maternità e assegni familiari), di cui 10,91% a suo carico e il 21,81% a carico dell’azienda committente, entro il tetto limite (massimale) di 100.324,00 euro; il lavoratore già iscritto ad altro fondo obbligatorio, ovvero titolare di trattamento pensionistico, verserà un contributo del 24,00% (8,00 a suo carico e 16,00% a carico del committente), entro la soglia dell’imponibile massimo previdenziale di 100.324,00 euro. Per quanto concerne l’accredito dei contributi basato sul minimale di reddito si segnala che per l’anno in corso la sua misura è pari ad euro 15.548,00. Pertanto gli iscritti con aliquota del 24,00% avranno l’accredito dell’intero anno con un contributo annuo corrisposto di euro 3.998,95. Ovvero di euro 5.087,31 per quelli che applicano l’aliquota del 32,72%

Convegno Inail

AZIONE CENTRALE PER IL PIANO NAZIONALE DELLA PREVENZIONE

Il Convegno è stato dedicato alla presentazione dei risultati del progetto promosso dal CCM-Ministero della salute e sviluppato da Inail DimeilaAzione centrale per il Piano nazionale della prevenzione: il Sistema Infor.MO per la sorveglianza dei fattori di rischio infortunistico e per la programmazione degli interventi di prevenzione”. Tra gli obiettivi del progetto figura l’implementazione del Sistema Infor.MO nella sorveglianza degli infortuni mortali e gravi, individuando i fattori di rischio sia in fase post-infortunio, attraverso le inchieste condotte dai Servizi di prevenzione delle Asl, che in fase pre-infortunio, attraverso l’attività di vigilanza condotta dai Servizi stessi, attività in accordo con quanto suggerito dal Piano Nazionale di Prevenzione 2014-2018 che riconosce al Sistema Infor.MO una fonte di conoscenze sui fattori causali degli infortuni lavorativi. L’evento è stato articolato in 3 sessioni, nella prima sono state affrontate le tematiche dell’azione centrale a supporto del PNP 2014-2018, il quale riconosce nel Sistema Infor.MO una fonte di conoscenze sui fattori causali degli infortuni in ambito lavorativo. Nella seconda sessione sono stati approfonditi alcuni esempi di piani mirati di prevenzione, quali modelli di intervento sinergico tra i diversi soggetti istituzionali, anche in ottica di valutazione di efficacia dell’attività di assistenza alle imprese.

L’ultima sessione ha avuto ad oggetto la presentazione di alcune esperienze in ambito territoriale e nazionale  in merito agli strumenti  di supporto per le imprese nella gestione della salute e sicurezza.

Colf e badanti

MICRO RITOCCHI A BUSTE PAGA

Micro cambiamenti per le buste paga di lavoratori domestici, colf e badanti. L’Inps ha recentemente diffuso le nuove tabelle dopo l’accordo trovato tra le parti sociali e l’Assindatcolf, l’associazione dei datori di lavoro aderente a Confedilizia. L’impatto sulle buste paga non poterà rincari per le famiglie e, inoltre, se il salario pagato supera già le soglie minime gli aumenti verranno assorbiti.  ”Con la definizione delle tabelle Inps si stabiliscono in modo definitivo i valori che per l’anno in corso andranno a determinare gli importi sulle busta paga dei collaboratori domestici – spiega l’Assindatcolf – Si tratta dell’ultimo tassello che ancora mancava dopo l’accordo trovato dalle parti sociali la settimana scorsa sul fronte dei nuovi minimi retributivi, rimasti sostanzialmente invariati rispetto al 2016”. ‘Le famiglie datrici di lavoro domestico – spiega l’associazione – possono tirare un sospiro di sollievo: le spese che nel 2017 verranno sostenute per pagare il lavoro di colf, badanti e baby sitter rimarranno pressoché identiche a quelle dell’anno passato o varieranno solo per cifre irrisorie, nell’ordine di alcuni centesimi. Solo a titolo esemplificativo, l’aumento destinato alle colf conviventi sarà di soli 0,64 euro al mese, circa 8 euro l’anno, mentre quello per le badanti conviventi di 0,77 euro al mese, circa 10 euro annuali. In alcuni casi, – prosegue Assindatcolf – quando il lavoratore già percepisce uno stipendio superiore rispetto ai minimi sindacali, si tratterà addirittura di rincari non percepibili poiché già assorbiti negli stipendi effettivi”. Quanto alla parte contributiva che determina gli importi netti in busta paga – spiega l’associazione – stando alle nuove tabelle Inps, rimane invariato a 1,01 euro il contributo orario da versare nel caso di rapporto di lavoro domestico dalla durata superiore a 24 ore settimanale, categoria nella quale rientra la maggior parte delle prestazioni .

 Carlo Pareto