BLOG
Carlo Pareto

Inps, quali le condizioni per concedere prestiti ai pensionati

Polo unico di tutela della malattia

PUBBLICATI I DATI DEL II TRIMESTRE 2018

È stato recentemente pubblicato l’osservatorio Inps sul polo unico di tutela della malattia contenente i dati relativi al II trimestre 2018.

In questo trimestre si registra un incremento del numero dei certificati rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente per il settore privato (+3,9%) mentre si rileva una diminuzione per il comparto pubblico (-2,2%). Al rialzo del numero dei certificati nel settore privato corrisponde un aumento meno che proporzionale del numero dei giorni di malattia (+1,1%) mentre nel comparto pubblico alla diminuzione del numero dei certificati si osserva un decremento più che proporzionale dei giorni di malattia (-4,8%).

Nel secondo trimestre del 2018, per le visite mediche d’ufficio del settore privato, si registra, rispetto al trimestre precedente, una drastica contrazione del tasso di idoneità, vale a dire il rapporto tra il numero di visite con esito di idoneità al lavoro e il numero di visite effettuate. Questo indicatore si riduce da 40 a 15 ogni cento visite. Anche il tasso di compressione prognosi si riduce in modo marcato passando da 6,3 a 4,2.

Queste riduzioni sono da imputare, in buona parte, alla sospensione, a partire dal marzo 2018, dell’utilizzo del modello statistico di data mining “Savio” che consentiva all’Inps di concentrare le visite mediche di controllo sui casi in cui è più ragionevole ipotizzare che il certificato medico del lavoratore riporti una prognosi non coerente con lo stato di salute.

A tale proposito giova ricordare che la sospensione del modello “Savio” è stata decisa dall’Ente di previdenza a seguito dell’intervento del Garante della privacy il quale ha avviato un procedimento sanzionatorio nei confronti dell’Istituto per la violazione di più norme vigenti a tutela della riservatezza dei dati personali.

Al riguardo, è bene chiarire che, tra le variabili considerate nel modello Savio, non vi sono assolutamente i dati nosologici relativi alla malattia da cui è affetto il lavoratore, dato particolarmente sensibile e quindi soggetto a specifiche restrizioni di trattamento da parte della legislazione sulla privacy.

L’Inps confida, in ogni caso, nella collaborazione con il Garante della Privacy sotto gli auspici della Commissione Lavoro del Senato (presso la quale sia l’Inps che il Garante sono stati auditi sull’argomento) al fine di trovare una soluzione al problema che da un lato, permette di tutelare la privacy dei lavoratori e, dall’altro di evitare un ulteriore spreco di risorse pubbliche, consentendo all’Inps di svolgere in maniera efficiente ed efficace le visite mediche di controllo per la malattia.

Assistenza fiscale: nuovo servizio Inps

I contribuenti che hanno presentato il modello 730, indicando l’Inps quale sostituto d’imposta per l’effettuazione dei conguagli fiscali, possono verificare tramite il servizio “Assistenza fiscale (730/4): servizi al cittadino”, presente sul sito istituzionale, le risultanze contabili inviate all’Inps dall’Agenzia dell’Entrate, da caf o associazioni o professionisti abilitati.

Oltre alla funzione di consultazione delle risultanze contabili e delle eventuali trattenute o rimborsi effettuati mensilmente sulle prestazioni erogate in applicazione di tali risultanze, il servizio consentiva tra l’altro di effettuare on line, entro lo scorso il 30 settembre, la richiesta di annullamento e di variazione della seconda rata d’acconto Irpef o della cedolare secca .

Inps

PRESTITI AI PENSIONATI

Il legislatore ha esteso anche ai pensionati la possibilità di contrarre prestiti personali estinguibili con una trattenuta diretta sulla rata della pensione. Per offrire la massima tutela ai pensionati, l’Inps ha definito tutte le modalità e le condizioni necessarie per concedere tali prestiti. Si tratta, in pratica, di un prestito che il pensionato può ottenere da un istituto di credito e rimborsare attraverso un addebito automatico che l’Inps effettua sulla sua pensione. Il prelievo non può superare un quinto dell’importo mensile della pensione. E poiché il pensionato può cedere fino a un quinto della propria pensione, la rata dipende dall’importo dell’assegno stesso.

L’importo cedibile è calcolato al netto delle trattenute fiscali e previdenziali, e in modo da non intaccare l’importo della pensione minima stabilito annualmente dalla legge. Per questo motivo i trattamenti pensionistici integrati al minimo non possono essere oggetto di cessione. Nel caso si sia titolari di più prestazioni cedibili, il calcolo si effettua sull’importo totale delle pensioni percepite. Per accedere all’operazione, il pensionato deve richiedere il prestito alla Banca o alla Società finanziaria. L’Inps provvede poi a versare la quota stabilita trattenendola direttamente dalla pensione.

La durata del contratto di prestito non può andare oltre i dieci anni ed è obbligatoria la copertura assicurativa per il rischio di premorienza del titolare del trattamento previdenziale.

La cessione del quinto può essere chiesta su tutte le prestazioni pensionistiche, ad eccezione di: pensioni e assegni sociali; invalidità civili; assegni mensili per l’assistenza ai pensionati per inabilità; assegni di sostegno al reddito(VOCred, VOCoop, VOeso); assegni al nucleo familiare; pensioni con contitolarità per la quota parte non di pertinenza del soggetto richiedente la cessione; prestazioni di esodo ex art. 4, commi da 1 a 7 – ter, della Legge n. 92/2012.

Per ottenere un prestito con cessione del quinto, il pensionato deve prima richiedere  la comunicazione di cedibilità della pensione: un documento in cui viene indicato l’importo massimo della rata del prestito.

La quota cedibile deve essere richiesta personalmente dal pensionato presso qualsiasi Sede Inps e va consegnata alla banca o alla società finanziaria con la quale stipulare il contratto di finanziamento. Nel caso in cui il pensionato, per la stipula del contratto, si rivolga ad un ente finanziario convenzionato con l’Inps, la comunicazione di cedibilità verrà elaborata direttamente dalla Banca/Finanziaria attraverso un collegamento telematico con l’Istituto stesso, e i tassi di interesse applicati al contratto di prestito saranno più vantaggiosi.

Per contenere il livello dei tassi di interesse e tutelare i pensionati, l’Inps ha predisposto una Convenzione, sottoscritta da numerose Banche e Società finanziarie, che garantisce tassi più favorevoli rispetto a quelli di mercato. L’elenco delle Banche e degli Istituti convenzionati è disponibile sul sito istituzionale dell’Inps www.inps.it

L’ultimo decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze del 27 settembre 2018, emanato al riguardo, ha indicato i Tassi Effettivi Globali Medi (TEGM) praticati dalle banche e dagli intermediari finanziari nel 4° trimestre 2018, in vigore dal 1° ottobre al 31 dicembre. Il messaggio Inps del 3 ottobre 2018, n. 3629 riporta i tassi soglia del Tasso Annuo Effettivo Globale ( TAEG) da utilizzare per i prestiti estinguibili con cessione del quinto dello stipendio e della pensione.

Welfare

450 MILIARDI SPESI NEL 2016

Nel 2016 la spesa complessiva per pensioni, sanità e assistenza è stata di 451,903 miliardi di euro contro i 447,36 miliardi del 2015 (+4,5 miliardi pari al +1% circa): pari a 181,225 miliardi di euro (176,303 nel 2015, con una crescita del 2,75%) la quota finanziata da contributi sociali versati dalla produzione, a fronte di una restante quota pari a circa 270,678 da erogare ricorrendo alla fiscalità generale (e quindi ricorrendo alle tasse pagate). E’ quanto emerge dall’Approfondimento 2018 sulle ‘Dichiarazioni dei redditi ai fini Irpef 2016 per importi, tipologia di contribuenti e territori e analisi Irap’, realizzato dal Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali e sostenuto da Cida, Confederazione Italiana Dirigenti e Alte Professionalità. Il rapporto è stato presentato al Cnel.

Il risultato, sottolineano gli autori del Rapporto (Alberto Brambilla e Paolo Novati), è che “per finanziare la spesa per la protezione sociale sono occorse anche tutte le imposte dirette – l’Irpef (ordinaria, regionale e comunale), l’intero importo di Ires, Isos e Irap – e ulteriori 40,1 miliardi (34,5 nel 2015)”. “Se di questo importo 32,5 miliardi derivano da contribuzioni Inail e altre prestazioni temporanee, i restanti 7,6 miliardi sono da ricavare attingendo alle imposte indirette, vale a dire Iva e accise”, spiegano.

“Una situazione indubbiamente difficile -commenta Brambilla- e che lo diventa ancor di più se si considera che il nostro Paese non vive uno dei suoi momenti migliori neppure sotto i profili di finanza pubblica, occupazione e produttività”.

Ma come si finanzia quindi il “generoso” sistema di welfare italiano? Nel dettaglio, si legge nel Rapporto, il totale dei redditi 2016 dichiarati ai fini Irpef tramite i modelli 770, Unico e 730 ammonta a 842,977 miliardi di euro, 10 in più rispetto al 2015, con un incremento di circa l’1,2%, e 25,7 in più rispetto al 2014.

Su questi redditi sono stati complessivamente versati ai fini Irpef 163,377 miliardi di euro (al netto del bonus da 80 euro, di cui beneficiano ben 11.468.245 di contribuenti, per uno sconto totale sull’Irpef pari a 9,367 miliardi di euro), rispetto ai 162,750 miliardi dell’anno precedente, dei quali 146,680 – pari all’89,78% del totale – per Irpef ordinaria, 11,948 miliardi per l’addizionale regionale – pari al 7,31% del totale – e 4,749 miliardi – pari al 2,91% del totale – per l’addizionale comunale (stabili rispetto al 2015).

Fatto 100 il totale dei redditi e l’Irpef dichiarata nel 2008, nel 2016 i valori sono pari rispettivamente a 107,72 e 103,77. Se non ci fosse stato il bonus Renzi, le imposte avrebbero raggiunto il valore di 109,72. In pratica, mentre la spesa per il welfare aumenta, si riduce di circa 6,448 miliardi il finanziamento a mezzo di Irpef ordinaria.

Commercio

IN 6 ANNI SPARITI OLTRE 6MILA NEGOZI

La liberalizzazione del commercio introdotta dal governo Monti, concedendo la facoltà ai negozianti di stare aperti 24 ore su 24 per 365 giorni l’anno, domeniche e festivi compresi, ha contribuito, in 6 anni, alla chiusura di 55.951 negozi di piccole e medie dimensioni, con superfici inferiori ai 400 mq. Ma non solo, nello stesso periodo che va dal 2011 al 2017, i megastore, al contrario, sono aumentati di oltre 2.400 unità in Italia. E’ quanto emerge da un’elaborazione condotta da Confesercenti su dati Istat e Mise per l’Adnkronos in vista del round di audizioni che si è recentemente svolta a partire dal 25 settembre scorso, alla commissione Attività produttive della Camera, su cinque proposte di legge in tema di liberalizzazioni per abrogare o modificare le norme contenute dal decreto Salva Italia.

In particolare, la Confesercenti rileva che con la totale “deregulation” degli orari e dei giorni di apertura, complice naturalmente il calo dei consumi delle famiglie, ad aver subito il maggiore contraccolpo sono stati soprattutto gli esercizi commerciali di dimensioni più piccole: quelli con una superfice inferiore ai 50 metri quadri hanno registrato 31.594 chiusure; a seguire quelli tra i 50 e 150 mq con – 22.873. Perdite di gran lunga inferiori per i negozi tra 150 e 250 mq (-754) e tra 250 e 400 mq (-730). In controtendenza risultano quindi i megastore con 2.419 nuove aperture.

Lo scenario si riflette, di conseguenza, sulle quote di mercato dei consumi commercializzati. La Gdo nei 6 anni considerati ha guadagnato 7 miliardi pari ad un incremento di circa il 3% a danno dei piccoli. Nel 2011 infatti la Gdo aveva una quota di mercato pari al 57,7%, salita nel 2016 al 60,2%, laddove il comparto ‘tradizionale’, nel medesimo periodo, è passato dal 29,8% al 27,2%. In crescita anche il commercio online che ha guadagnato il 2,5 punti percentuali passando da una quota dell’1,9% al 4,4%. Mentre altre forme di commercio hanno perso terreno passando dal 10,6% a 8,2%.

La liberalizzazione inoltre, secondo l’indagine di Confesercenti, ha inciso negativamente sull’occupazione complessiva del settore senza creare posti di lavoro aggiuntivi: tra il 2012 e il 2016 infatti, gli occupati del commercio sono passati da 1.918.675 a 1.888.951 con una perdita di 29.724 posti di lavoro.

Un calo dovuto soprattutto alla moria di piccoli negozi. A spingere il dato verso il basso è infatti il crollo dei lavoratori indipendenti, cioè imprenditori e collaboratori familiari, che in questi quattro anni sono diminuiti di oltre 62mila unità, e la flessione degli esterni (imprenditori della consulenza e altro, che appoggiavano la rete dei negozi di vicinato) che invece perdono oltre 17mila posti di lavoro. Un’emorragia di occupazione che la crescita dei dipendenti (+47mila) e dei lavoratori temporanei (oltre 3.400 in più) non è riuscita a compensare.

Carlo Pareto

Legge 104: diritti e abusi. 4 laureati su 10 sono senza lavoro o sottopagati

Lavoro
LEGGE 104: DIRITTI E ABUSI

La Legge 104 concede al familiare di una persona con gravi problemi di salute di assentarsi da lavoro per particolari circostanze, senza perdere la retribuzione. I permessi retribuiti sono utilizzabili unicamente dal “referente unico”, colui che beneficia dei permessi mensili per tutti i mesi di assistenza alla persona con handicap grave.
I permessi retribuiti ai familiari
Il diritto al permesso retribuito per assistere la persona disabile non può essere concesso a più di un dipendente alla volta. Tuttavia, se la persona disabile è assistita alternativamente da più parenti entro il secondo grado per un certo periodo di tempo, ciascuna persona autorizzata deve di volta in volta presentare la domanda di riconoscimento dei permessi retribuiti in relazione alla Legge 104.
Un’eccezione alla regola è prevista per i genitori che possono in alternativa beneficiare dei permessi per sostenere il figlio gravemente disabile.
Chiunque però abusi dei permessi concessi dalla legge n. 104 commette un reato che può essere perseguito d’ufficio perché usufruendo dei permessi riceve un’indennità economica anticipata dal datore di lavoro, ma effettivamente versata dall’Inps.
Chi è autorizzato a controllare e accertare la corretta applicazione della legge 104
Chiunque può denunciare l’abuso dei permessi alle forze di polizia, i quali sono tenuti ad aprire un fascicolo e a iniziare le indagini per trovare le prove della segnalazione e degli abusi. L’accertamento sul comportamento del dipendente spetta al giudice, ma le attività di controllo possono essere effettuate anche da diversi soggetti: datore di lavoro; collega; personale esterno ingaggiato dal datore di lavoro (investigatore); l’Inps
La segnalazione alla polizia comporta il trasferimento al Pubblico Ministero per l’inizio di un’indagine. In caso di comportamento non conforme alla legge 104, vista la gravità della condotta, basta dimostrare il comportamento in malafede verso il datore di lavoro per essere immediatamente licenziati senza preavviso.
Se durante l’assenza dal lavoro in cui si usufruisce dei permessi disposti dalla legge 104/92 il lavoratore svolge mansioni diverse da quelle relative all’assistenza al parente disabile, va incontro a sanzioni disciplinari.
Il comportamento del dipendente, infatti, in questo modo costituisce una frode nei confronti del datore di lavoro, perché viola allo stesso tempo i principi di correttezza e buona fede prefigurati dal contratto. In particolare, il datore di lavoro sarà in grado di imporre varie sanzioni al dipendente, che potrebbe addirittura lasciare il servizio per una buona ragione e essere licenziato.
L’orientamento della Cassazione.
Recentemente, tuttavia, la Cassazione ha dato le sue considerazioni in merito, affermando l’occorrenza di dare maggiore flessibilità ai lavoratori che beneficiano dei permessi retribuiti concessi dalla legge 104/92. Secondo la Suprema Corte, i tre giorni di permesso servirebbero non solo a garantire un maggiore sostegno alla persona disabile, ma anche a dare al lavoratore “un breve periodo di tempo per soddisfare i suoi bisogni personali”.
Ciò non significa che gli abusi non debbano essere puniti, ma che tutto il tempo del permesso non è indispensabile unicamente per l’aiuto della persona disabile. Esempi di abuso in questo caso potrebbero essere attività che non danno alcun aiuto al familiare come viaggi o vacanze.
Diritti e tutele nella 104
Il lavoratore che beneficia dei permessi legati alle Legge 104 per accudire un parente o coniuge disabile o malato grave, gode degli stessi diritti dei suoi colleghi, ovvero: ha diritto alla tredicesima e quattordicesima (se prevista) mensilità; ha diritto ai premi di produzione, solo se sono stati raggiunti i risultati prefissati.
Per quanto attiene i buoni pasto invece, per averne titolo il lavoratore deve svolgere attività lavorativa effettiva sia al mattino sia al pomeriggio con una pausa non maggiore di 2 ore e non inferiore a 30 minuti.
Con la sentenza della Cassazione del 6 giugno 2018 i giudici hanno confermato che il dipendente che usufruisce dei giorni di permesso legati alla legge 104, matura le ferie anche durante i giorni di assenza.
Congedo straordinario retribuito
Le persone che assistono un familiare convivente con una disabilità grave certificata hanno diritto a un congedo straordinario retribuito per un massimo di due anni nell’arco vita lavorativa.
Remunerazione.
L’assenza di lavoro per congedo straordinario è remunerata attraverso un’indennità corrispondente agli elementi fissi e continuativi dell’ultimo stipendio. Prevede il diritto all’accredito dei contributi figurativi a fini pensionistici. Viene applicato inoltre un limite massimo, valido sia per l’indennità che per il contributo figurativo, pari a circa 48 mila euro annuali (cifra rivalutata periodicamente).

Dati
4 LAUREATI SU 10 SENZA LAVORO O SOTTOCCUPATI

Cresce il divario tra l’offerta formativa dei laureati italiani e la loro effettiva occupabilità. Con un Paese che continua a produrre tantissimi giovani altamente formati in segmenti di mercato dove non c’è più occupazione. E’ quanto emerge dall’indagine ‘Quale laurea dà maggiori opportunità occupazionali? L’analisi dei laureati trentenni in Italia’, realizzata dall’Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro Uno studio che fotografa chiaramente il divario tra l’offerta formativa dei laureati italiani e la loro effettiva occupabilità, mostrando un Paese che continua a produrre tantissimi giovani altamente formati in segmenti di mercato dove non c’è più occupazione.
L’analisi dell’Osservatorio, infatti, si focalizza sulla posizione nel mercato del lavoro di giovani laureati, di età compresa fra i 30 e i 39 anni, e studia le dinamiche occupazionali ricorrendo a tre diversi indicatori: la variazione nel tempo dello stock di laureati trentenni nelle varie classi di laurea del sistema universitario italiano; l’effettiva quota di occupati sul totale dei laureati; il tasso di sovra istruzione dei laureati per classi di laurea. Secondo la ricerca dei consulenti del lavoro, degli oltre 1,7 milioni di trentenni laureati residenti in Italia il 19,5% (pari a 344 mila persone) è privo di un’occupazione, mentre un ulteriore 19% (circa 336 mila) lavora in posizioni professionali che non richiedono la laurea. Il restante 61,5%, invece, lavora mettendo a frutto il titolo di studio conseguito.
Dai dati emerge, inoltre, che nel 2017 il tasso di occupazione dei trentenni laureati (81,3%) è superiore di 8 punti percentuali rispetto ai giovani diplomati di pari età e arriva a 24 punti percentuali rispetto ai trentenni con la sola licenza media. Le prospettive occupazionali, quindi, spiegano i consulenti del lavoro, migliorano per gli individui che hanno raggiunto almeno un titolo secondario superiore e sono massime per coloro che raggiungono un titolo universitario.
Il vantaggio in termini occupazionali nel possedere un livello di istruzione più elevato è più marcato per le donne trentenni, specie nel Mezzogiorno. L’analisi dell’Osservatorio mostra anche i dati assoluti e in percentuale dei livelli di occupabilità per singola classe di laurea.
Tra le classi di laurea che registrano un incremento maggiore del numero di laureati: Medicina (+55mila), Scienze Economiche (+21 mila), Scienze Sociali (+19 mila) e Psicologia (+15 mila). Aumento, però, non sempre guidato da una effettiva richiesta da parte dei datori di lavoro in Italia.
Infatti, rispetto al tasso di occupazione medio dei laureati trentenni (81,3%), esiste una forte variabilità dell’occupazione rispetto al tipo di laurea conseguita. Ad esempio, se quasi la totalità dei trentenni in possesso di una laurea in Scienze Statistiche è occupato (96,3%), tra i laureati in Lingue solo tre su quattro lavorano (73,2%). Di questi, inoltre, il 44% svolge una mansione per la quale non è richiesta la laurea. A colpire è anche il caso di Giurisprudenza che negli anni presi in esame registra una diminuzione sia in termini occupazionali sia nel numero di giovani laureati.
Nel settore giuridico si può dire che la consapevolezza di avere poche occasioni di lavoro ha comportato anche una riduzione dei laureati che aspirano alla professione forense. Aumentano, invece, i laureati in Medicina, che mantengono un tasso di occupazione invariato. Nel campo sanitario, infatti, la forte domanda di medici ha trovato nel bacino dei laureati trentenni una ampia disponibilità, tanto che i laureati aggiuntivi (+34%) sono stati ‘assorbiti’ dal settore che ha registrato un aumento dell’occupazione di mezzo punto percentuale. La forte espansione della domanda del settore sanitario è dovuta anche all’uscita per pensionamento di molti medici di famiglia.
Spiccano, poi, per livelli di dispersione del capitale umano, i 287 mila laureati trentenni in Lettere, Filosofia, Storia (gruppo disciplinare Insegnamento), dei quali, spiega la ricerca dei consulenti del lavoro, il 25% (71 mila persone) non lavorano e solo il 55,6% è occupato in posizioni lavorative in linea con il titolo di studi conseguito. Per concludere, poi, qualche numero sugli stipendi dei laureati che risultano occupati alle dipendenze.
La retribuzione mensile è pari a 1.632 euro, ovvero il 30% in più di un occupato con la licenza media (1.139 euro) e del 20% di un diplomato (1.299 euro). Tuttavia, un trentenne psicologo guadagna mensilmente 1.351 euro (solo 52 euro in più di un coetaneo diplomato) mentre un ingegnere (1.850 euro) o un medico (1.869 euro) percepiscono come retribuzione oltre 550 euro in più rispetto a un diplomato.

Carlo Pareto

140mila senza CIG. A chi spetta la pensione di cittadinanza. Naspi, accesso alla domanda

140mila a rischio
STOP A CASSA INTEGRAZIONE
“Migliaia di lavoratrici e lavoratori a fine settembre si sono di fatto ritrovati disoccupati poiché sono scaduti gli ammortizzatori sociali”. È quanto ha recentemente dichiarato la segretaria confederale della Cgil Tania Scacchetti, per la quale servono “nuove norme che correggano provvedimenti ingiusti e sbagliati, come il dlgs 148/2015″. “Sosteniamo – ha affermato – la mobilitazione di Fim Cisl, Fiom Cgil, Uilm Uil” davanti al Mise “per chiedere risposte immediate al Governo e per evitare migliaia di licenziamenti”. Secondo alcune stime sono 140mila, nel solo settore metalmeccanico le persone colpite dallo stop degli ammortizzatori sociali ma la crisi riguarda anche altri comparti e aziende impegnati da mesi in difficili vertenze.
Da un’analisi degli ultimi dati Inps sulla Cassa integrazione, quelli di luglio, la Cgil rileva un quadro “allarmante”: è evidente, su base annuale, che vi è stato un calo complessivo medio della Cig del 32,4%, ma questo è accompagnato ad un aumento del 9,4% della cessata occupazione. In particolare, preoccupa il raddoppio della Naspi a seguito dell’aumento di 136.617 posizioni, ovvero un +98%, rispetto al mese di giugno. La crescita del ricorso all’indennità mensile di disoccupazione, dimostra che sono molte le aziende che si approssimano all’esaurimento della loro disponibilità di cassa. Cresce quindi il ricorso alla Disoccupazione che nei primi 7 mesi del 2018, rispetto al 2017, ha fatto segnare un +6,2%. Alla fine di dicembre termineranno anche le proroghe di cassa e mobilità in deroga per le aree di crisi complessa e preoccupano le persistenti difficoltà nel ricorso al Fis, ammortizzatore che ha sostituito la cassa integrazione in deroga.
“La prossima legge di Bilancio – ha aggiunto in conclusione Scacchetti – dovrà assolutamente dare risposte a questa emergenza e individuare interventi strutturali capaci di garantire gli ammortizzatori fino alla ripresa delle attività aziendali o fino a nuove opportunità di occupazione”.

Welfare
PENSIONE DI CITTADINANZA, A CHI SPETTA
Dovrebbe esserci anche la pensione di cittadinanza nella prima manovra targata M5S-Lega. L’assegno minimo di 780 euro mensili, infatti, sarebbe una delle misure previdenziali allo studio del governo giallo-verde.
“Avere una pensione per sopravvivere un intero mese è un principio di civiltà”, ha più volte ribadito il vicepremier Di Maio, promettendo che dal 1 gennaio 2019 scatterà l’aumento. Ma in cosa consiste e a chi spetterebbe? Cavallo di battaglia dei pentastellati, la pensione di cittadinanza sarebbe riservata ai pensionati indigenti, in maggioranza donne, che attualmente percepiscono un assegno inferiore a 780 euro mensili, valore che l’Istat considera come soglia di povertà.
Al primo gennaio 2018 – secondo i dati riportati dall’Inps, nel suo osservatorio sulle pensioni del marzo scorso – il 62,2% dei pensionati in Italia percepisce un importo inferiore a 750 euro. “Questa percentuale però – sottolinea l’Inps – costituisce solo una misura indicativa della povertà, per il fatto che molti pensionati sono titolari di più prestazioni pensionistiche o comunque di altri redditi”.
La pensione di cittadinanza, infatti, non sarebbe riconosciuta a tutti coloro che percepiscono un trattamento pensionistico inferiore all’importo minimo prestabilito, ma soltanto a chi ha un reddito familiare e un patrimonio insufficiente per vivere una vita dignitosa e di conseguenza si trova in una condizione di povertà.
Dunque, per accedere al nuovo strumento pensionistico, come per usufruire di altre prestazioni previdenziali, non verrebbe preso in considerazione solamente il reddito del titolare ma si potrebbe tener conto anche di altri fattori come il numero di familiari a carico ed il reddito del coniuge. D’altronde “delle 11.117.947 pensioni con importo inferiore a 750 euro” erogate in Italia al primo gennaio 2018, evidenzia ancora l’Inps, “solo il 44,3% (4.930.423) beneficia di prestazioni legate a requisiti reddituali bassi, come integrazione al minimo, maggiorazioni sociali, pensioni e assegni sociali e pensioni di invalidità civile”. Ciò vuol dire, in pratica, che i destinatari della nuova misura previdenziale dovrebbero aggirarsi intorno ai 4 milioni e mezzo di persone.

Inps
NASPI: ACCESSO SEMPLIFICATO ALLA DOMANDA
La Nuova Assicurazione Sociale per l’Impiego (Naspi) è una indennità mensile di disoccupazione, istituita dall’art. 1 del decreto legislativo 4 marzo 2015, n. 22, che sostituisce le precedenti prestazioni di disoccupazione Aspi e MiniAspi in relazione agli eventi di disoccupazione involontaria che si sono verificati a decorrere dal 1° maggio 2015. La Naspi è erogata su domanda dell’interessato dall’Inps.
La Naspi spetta ai lavoratori con rapporto di lavoro subordinato che hanno perduto involontariamente l’occupazione.
Importante, chi intende avviare un’attività lavorativa autonoma o d’impresa individuale o vuole sottoscrivere una quota di capitale sociale di una cooperativa, nella quale il rapporto mutualistico ha a oggetto la prestazione di attività lavorativa da parte del socio, può richiedere la liquidazione anticipata e in un’unica soluzione della Naspi.
Dal 23 febbraio 2018 è in sperimentazione su un campione di soggetti il servizio di accesso semplificato alla domanda di Naspi precompilata destinato a lavoratori dipendenti che hanno perduto involontariamente il lavoro e che potrebbero avere diritto alla indennità Naspi, se in possesso dei requisiti legislativamente previsti. Alla domanda l’interessato dovrà aggiungere solo gli altri eventuali elementi in suo possesso.
Per fruire del servizio l’assicurato dovrà accedere, tramite il proprio Pin, all’Area MyInps – I tuoi avvisi – dove troverà un avviso e il link alla domanda precompilata. Qualora in possesso di Pin ordinario, al termine della compilazione della domanda si raccomanda di convertire il Pin in Pin dispositivo.
Gradualmente il servizio verrà esteso alla generalità degli assicurati, con contratto di lavoro dipendente, cessati involontariamente.

Inps
COLF: ENTRO IL 10 OTTOBRE IL VERSAMENTO ALL’INPS
È scattato il conto alla rovescia per il versamento dei contributi Inps relativi a colf e badanti. Entro mercoledì 10 ottobre prossimo tutte le famiglie che si avvalgono della collaborazione di personale domestico dovranno saldare la rata relativa al terzo trimestre (luglio – settembre 2018).
Con la circolare numero 15 del 29 gennaio 2018 l’Inps ha reso noto i nuovi importi relativi ai contributi previdenziali da corrispondere per i lavoratori domestici (cosiddetti colf e badanti). Gli importi dei contributi dovuti sono validi dal 1° gennaio 2018 al 31 dicembre 2018. Inoltre sempre relativamente al lavoro domestico, lo scorso 17 gennaio è stato sottoscritto, fra le rappresentanze sindacali, l’accordo relativo alle retribuzioni minime di colf e badanti.
Oltre alle retribuzioni minime con l’accordo di rinnovo del Ccnl lavoro domestico sono stati aggiornati anche i valori convenzionali di vitto e alloggio da erogare con decorrenza 1° gennaio 2018. I contributi previdenziali utili ai fini pensionistici e previdenziali dei collaboratori domestici, presentano anche una novità sui versamenti da effettuare per l’anno in corso. Per i datori di lavoro, in particolare, vige un obbligo di pagamento dei contributi previdenziali su base trimestrale e in base alle ore effettivamente lavorate. Il versamento può avvenire con diverse modalità come:
Utilizzo di bollettini Mav da inviare all’Inps per l’attestazione del corretto pagamento dei contributi ai lavoratori domestici.
Servizio online sul portale dei pagamenti dell’Inps. In questo caso la sezione da utilizzare è pagamento immediato pagoPa.
Presso i punti aderenti al circuito Reti amiche, comunicando il codice fiscale e la tipologia di contributi da corrispondere.
Sul sito dell’Inps, è allocato un comodo software per la simulazione del calcolo della contribuzione da corrispondere per il personale domestico. In tutti i casi comunque è l’Inps che invia a domicilio i modelli di pagamento ai datori di lavoro domestico in base alle modalità da loro indicate.
Per il 2018 l’Istat ha rilevato una variazione dei prezzi al consumo pari all’1,1% per le famiglie degli operai e degli impiegati per il 2017. Di conseguenza l’Inps ha rideterminato l’importo delle retribuzioni convenzionali sulle quali calcolare i contributi per previdenza e pensioni di colf e badanti assunti con regolare contratto. Per i rapporti di lavoro a termine invece continua ad applicarsi il contributo addizionale, a carico del datore di lavoro, pari all’1,4% (L. 92/2012).
Di seguito si riporta la tabella dei contributi relativi all’anno di riferimento 2018:

Rapporti di lavoro di durata fino a 24 ore settimanali – retribuzione oraria effettiva – contributo orario (tra parentesi la quota a carico del lavoratore) con Cuaf (*) senza Cuaf

Retribuzione oraria     Contributo orario con Cuaf     Contributo orario senza Cuaf*

fino a 7,97 euro                 1,51 (0,35)                                       1,51 (0,35)

da 7,97 fino a 9,70 euro    1,70 (0,40)                                    1,71 (0,41)

oltre 9,70 euro                   2,07 (0,49)                                      2,08 (0,49)

più di 24 ore settimanali   1,10 (0,26)                                      1,10 (0,26)

Come detto sopra a queste quote va aggiunta l’eventuale addizionale dell’1,4% per i contratti a tempo determinato (tranne per le sostituzioni di lavoratori assenti).
(*) Il contributo Cassa Unica Assegni Familiari (Cuaf) è sempre dovuto, esclusi i casi di rapporto di lavoro tra coniugi e tra parenti o affini entro il terzo grado conviventi. (parenti: figli, fratelli o sorelle e nipoti; affini: genero, nuora e cognati). Fra parentesi è invece indicata la quota parte a carico del lavoratore. Se la colf però lavora più di 24 ore settimanali presso la stessa famiglia l’onere previdenziale complessivamente dovuto è di 1,10 euro (0,26) (o di 1,10 (0,26) senza Cuaf) a prescindere dalla retribuzione oraria effettivamente percepita.
Da ricordare, infine, che il prossimo termine di pagamento da osservare quello relativo al quarto e ultimo trimestre dell’anno (ottobre – dicembre) sarà per il 10 gennaio prossimo.

Carlo Pareto

Censis, a causa della crisi gli italiani sono più infelici

Polo unico di tutela della malattia

PUBBLICATI I DATI DEL II TRIMESTRE 2018

È stato recentemente pubblicato l’osservatorio Inps sul polo unico di tutela della malattia contenente i dati relativi al II trimestre 2018.

In questo trimestre si registra un incremento del numero dei certificati in confronto all’analogo lasso di tempo dell’anno precedente per il settore privato (+3,9%) mentre si rileva una diminuzione per il settore pubblico (-2,2%). All’ascesa del numero dei certificati nel settore privato corrisponde un rialzo meno che proporzionale del numero dei giorni di malattia (+1,1%) mentre nel comparto pubblico alla diminuzione del numero dei certificati si osserva un decremento più che proporzionale dei giorni di malattia (-4,8%).

Nel secondo trimestre del 2018, per le visite mediche d’ufficio del settore privato, si osserva, rispetto al trimestre precedente, una drastica contrazione del tasso di idoneità, vale a dire il rapporto tra il numero di visite con esito di idoneità al lavoro e il numero di visite effettuate. Questo indicatore si riduce da 40 a 15 ogni cento visite. Anche il tasso di riduzione prognosi si abbassa in modo marcato passando da 6,3 a 4,2.

Questi risultati sono da imputare, in buona parte, alla sospensione, a partire dal marzo 2018, dell’utilizzo del modello statistico di data mining “Savio” che consentiva all’Inps di concentrare le visite mediche di controllo sui casi in cui è più ragionevole ipotizzare che il certificato medico del lavoratore riporti una prognosi non coerente con lo stato di salute.

A tale riguardo, si ricorda che la sospensione del modello “Savio” è stata decisa a seguito dell’intervento del Garante della privacy il quale ha avviato un procedimento sanzionatorio nei confronti dell’Istituto per la violazione di più norme vigenti a tutela della riservatezza dei dati personali.

A questo proposito, è bene chiarire che, tra le variabili considerate nel modello Savio, non vi sono assolutamente i dati nosologici relativi alla malattia da cui è affetto il lavoratore, dato particolarmente sensibile e quindi soggetto a specifiche restrizioni di trattamento da parte della legislazione sulla privacy.

L’Istituto confida, in ogni caso, nella collaborazione con il Garante della Privacy sotto gli auspici della Commissione Lavoro del Senato (presso la quale sia l’Inps che il Garante sono stati auditi sull’argomento) al fine di trovare una soluzione al problema che da un lato, permetta di tutelare la privacy dei lavoratori e, dall’altro di evitare un ulteriore spreco di risorse pubbliche, consentendo all’Inps di svolgere in maniera efficiente ed efficace le visite mediche di controllo per la malattia.

Assistenza fiscale: nuovo servizio Inps
I contribuenti che hanno presentato il modello 730, indicando l’Inps quale sostituto d’imposta per l’effettuazione dei conguagli fiscali, possono verificare tramite il servizio “Assistenza fiscale (730/4): servizi al cittadino”, presente sul sito istituzionale, le risultanze contabili inviate all’Inps dall’Agenzia dell’Entrate, da caf o associazioni o professionisti abilitati.

Oltre alla funzione di consultazione delle risultanze contabili e delle eventuali trattenute o rimborsi effettuati mensilmente sulle prestazioni erogate in applicazione di tali risultanze, il servizio consentiva inoltre di effettuare on line, entro lo scorso 30 settembre, la richiesta di annullamento e di variazione della seconda rata d’acconto Irpef o della cedolare secca .

Addio carta o mail

ORA IL PERSONALE SI SCEGLIE CON LA VIDEOINTERVISTA

Addio vecchio pezzo di carta e addio anche alla formale, ma impersonale mail. La nuova frontiera del recruitment, ossia del reperimento delle persone da assumere, è video, anzi è un’intervista video. Ad indicare la direzione da intraprendere anche alle piccole e media aziende per ora sono più di 300 grandi aziende presenti in Francia, Europa e Asia che usano piattaforme dedicate come parte integrante del processo di selezione dei futuri impiegati; tra queste imprese ci sono Ing Direct, Burger King, Blablacar, Leroy Merlin, Lvmh, Crédit Agricole, Sephora, Deloitte, Swatch, Cartier, Gazprom.

Principale operatore del mercato per le soluzioni di video recruitment è Visiotalent, una start-up in rapida ascesa fondata nel 2014 dagli imprenditori francesi Gonzague Lefebvre e Louis Coulon. Con sede principale a Lille, Visiotalent ha attualmente di una rete di uffici dislocati nelle città francesi di Parigi, Lione e Nantes, oltre alle nuove aperture di Milano, Madrid e Bruxelles. La piattaforma consente, infatti, ai professionisti delle risorse umane di invitare i candidati a registrare una video intervista online a supporto della propria candidatura, con benefici per le aziende in termini di tempo, costi ed efficacia del processo di selezione. Fin dal suo lancio, Visiotalent è stato utilizzato da centinaia di migliaia di candidati in più di 75 paesi.

I video colloqui sono una pratica sempre più diffusa all’interno del processo di pre-selezione dei candidati. Durante questa prima fase, al candidato viene richiesto di rispondere ad alcune domande predefinite dal selezionatore e di registrare un video tramite webcam o smartphone. Per i recruiter questo sistema è un modo per rendere più efficiente, veloce e meno dispendioso il processo di pre-selezione. Il video colloquio è anche un’occasione unica per i candidati in quanto dà loro la possibilità di esprimersi al di là del proprio cv e mostrare la propria personalità. Il video consente, infatti, di far emergere le ‘soft skills’, oggi importanti quanto le ‘hard skills’, ma impossibili da individuare sulla base di un semplice curriculum.

La nuova frontiera del recruitment in azienda è dunque la videointervista. Ma come affrontare al meglio un video colloquio? Labitalia lo ha recentemente chiesto ad Andrea Pedrini, Country Manager Italia di Visiotalent, azienda leader nel campo del video recruitment. “Innanzitutto, occorre scegliere – ha spiegato Pedrini – l’ambiente adatto. La scelta del luogo in cui registrare il video è molto importante: l’ambiente deve essere confortevole e tranquillo in modo da permettere una registrazione ottimale di suoni e immagini. È consigliabile impostare il telefono in modalità silenziosa, spegnere il televisore e limitare tutti quei rumori di sottofondo che potrebbero creare interruzioni o interferire con la registrazione”. Anche la luce fa la sua parte. “E’ preferibile evitare ambienti bui o eccessivamente illuminati -prosegue- e attenzione anche a non posizionarsi controluce. Lo sfondo deve essere il più neutro e professionale possibile: per esempio, è meglio effettuare la registrazione dal soggiorno, piuttosto che dalla cucina o dal bagno”, ha ricordato Pedrini. Il dispositivo utilizzato – computer o smartphone – deve essere posizionato su una superficie piana e stabile. Non bisogna, infine, scordarsi di verificare che microfono, webcam e connessione Internet funzionino correttamente.

La seconda raccomandazione è di impostare correttamente tutti i dispositivi per far sì che siano “attivi e funzionanti”. “Informazioni sui requisiti tecnici – browser, velocità di connessione Internet, gestione delle impostazioni sono solitamente fornite dal selezionatore o direttamente dal tool di video colloquio. È, comunque, sempre consigliabile fare un test dei dispositivi prima dell’inizio del colloquio”, ha consigliato Pedrini.

Terza cosa importante: “Essere ben preparati e avere fiducia in se stessi e nelle proprie capacità comunicative è la chiave per un colloquio di successo. La maggior parte delle piattaforme di video colloquio permette ai partecipanti di testare in anticipo il tool. Visiotalent, ad esempio, accompagna i candidati, passo dopo passo, durante tutta la fase di preparazione, fornendo loro tutorial specifici, programmi di coaching e un modulo di training che simula l’intervista vera e propria, ma con domande fittizie”.

Quarto suggerimento da esperto: “Essere sintetici – ha detto Pedrini – e andare al ‘dunque’. Il tempo mediamente concesso per rispondere a ciascuna domanda varia tra i trenta secondi e i due minuti. Può sembrare breve, ma è solitamente sufficiente per permettere al candidato di articolare una risposta esaustiva. L’importante è parlare in modo chiaro ed esprimersi correttamente, senza fretta. La risposta deve adattarsi al tempo a disposizione: occorre essere sintetici e utilizzare frasi brevi, motivando le proprie affermazioni (da evitare ‘humm’ e altri tic linguistici). È meglio parlare di tre elementi in dettaglio, piuttosto che di una dozzina senza avere modo di svilupparli”.

Infine, va considerato che “il video colloquio è un’opportunità per distinguersi”, ha osservato Pedrini. “Allo stesso tempo, l’utilizzo di questo tipo di tecnologia – ha proseguito – consente ai selezionatori d’individuare più rapidamente e con maggiore accuratezza il potenziale dei candidati. Non bisogna, inoltre, dimenticarsi che la prima impressione è importante. Un abbigliamento appropriato darà al selezionatore la sensazione che il candidato stia prendendo seriamente la propria candidatura. Il dress code dipende dal settore aziendale: è quindi opportuno informarsi in anticipo sul tipo di abbigliamento richiesto e scegliere un vestiario consono”.

Crisi

CENSIS, ORA ITALIANI PIÙ INFELICI

Aspettative in calo, diseguaglianze sociali, rancore, chiusura e repressione, sullo sfondo di una società che ha rinunciato a consumi e investimenti. Sono queste le caratteristiche dell’eredità lasciata all’Italia dalla crisi del 2008 secondo la ricerca ‘Miti del rancore, miti per la crescita: verso un immaginario collettivo per lo sviluppo’ condotta dal Censis in collaborazione con Conad.

L’analisi sull’Italia, presentata di recente a Roma, mostra un Paese che nutre un forte disagio per il presente, ha una grande nostalgia del passato (7 italiani su 10 sostengono che si stava meglio prima) ed è incapace di investire nel proprio futuro. Le ragioni sono tante: dalla bassa natalità (dal 1951 a oggi si sono persi 5,7 milioni di giovani), alla progressiva scarsità di reddito (rispetto alla media della popolazione, le famiglie giovani, con meno di 35 anni, hanno un reddito più basso del 15% e una ricchezza inferiore del 41%), dalla crisi sociale allo smarrimento della cultura del rischio personale.

Carlo Pareto

Inps. Cosa fare se la quattordicesima non è arrivata

Pensioni

COSA FARE SE LA 14ESIMA NON È ARRIVATA

“Il pensionato che non ha ricevuto la quattordicesima, pur avendone il diritto, non deve attenderla, con l’idea che l’Inps pagherà prima o poi, ma deve rivolgersi a un patronato per presentare idonea domanda di ‘ricostituzione reddituale per quattordicesima’”. A dirlo sono gli Istituti di patronato e di assistenza sociale, presenti su tutto il territorio nazionale che forniscono la propria assistenza gratuita nello svolgimento delle pratiche relative a tutte le tipologie di prestazioni erogate dall’Inps.

“Da quanto riferito dall’Inps – sottolineano – il problema sarebbe attribuibile a un disguido nella raccolta dei dati relativi ai redditi dei pensionati pervenuti allo stesso ente previdenziale da parte dell’Agenzia delle Entrate. Tale disservizio avrebbe provocato delle incertezze in relazione alla situazione ‘reddituale’ dei pensionati e per tale ragione si è reso necessario che i patronati si attivassero per presentare all’Inps di competenza un’apposita domanda di ricostituzione della pensione”.

“Solo attraverso la presentazione della domanda di ricostituzione -avvertono i patronati – il pensionato potrà, infatti, ottenere un diritto che gli sarebbe, invece, spettato automaticamente, ovverosia la riliquidazione della pensione con decorrenza dalla data in cui ha maturato il diritto alla prestazione aggiuntiva. Ne consegue che l’Inps dovrà corrispondere al pensionato la quattordicesima per l’anno di presentazione della domanda oltre agli arretrati per gli anni pregressi a partire dall’anno in cui è sorto il diritto alla prestazione (compatibilmente con il termine di prescrizione di 5 anni)”.

L’Inps, invece, “liquida esclusivamente – hanno detto – l’ultima spettanza o, in caso di benefici mensili, vi provvede riconoscendo gli arretrati a far data dalla domanda, omettendo di saldare il dovuto nel rispetto della prescrizione quinquennale”. “Ciò significa che, nonostante il pensionato abbia diritto a recuperare quanto gli appartiene – continuano – entro 5 anni dall’istanza, l’Inps non vi provvede automaticamente neppure quando è l’interessato a sollecitarne la liquidazione. Ma c’è di più: infatti, sulla lettera recante la comunicazione di accoglimento della pratica, che l’Ente previdenziale trasmette al beneficiario, non si legge alcuna motivazione o riferimento in merito all’esistenza e alla possibilità di procedere al recupero delle restanti somme”.

“Così, proseguendo con l’esempio fatto per la quattordicesima – precisano i patronati – facendo due calcoli, il pensionato rischierebbe di non percepire ben 2.520,00 euro (fino a 5 anni) di arretrati, in tali casi, difatti, sarà necessario, formulare un ricorso amministrativo nei confronti dell’Inps, che sarà deciso dagli organi interni dello stesso Istituto. Nell’ipotesi in cui il ricorso dovesse avere esito negativo, inoltre, bisognerà rivolgersi all’autorità giudiziaria entro tre anni dalla decisione del ricorso da parte dell’Inps”.

“Non c’è solo la quattordicesima – concludono – perché in altri casi è possibile ragionare addirittura nell’ottica di centinaia di euro per ogni rateo mensile (si pensi a una integrazione totale, o ad un assegno sociale non erogato per la presunta sussistenza di altri redditi nel frattempo venuti meno)”.

Inps

BOPERI: INPS SPENDE 2 MLD L’ANNO PER LA MALATTIA

“L’Inps spende ogni anno circa 2 miliardi di euro per indennità di malattia per i dipendenti privati che sono a carico delle imprese invece nei primi 3 giorni di assenza, mentre le giornate di assenza dei pubblici dipendenti valgono circa 2,8 mld su base annua quando vengono calcolati in termini di retribuzione corrisposta al lavoratore in caso di malattia. Sono numeri importanti”. Ad affermarlo nel corso di una recente audizione al Senato in Commissione Lavoro sulle visite fiscali è stato lo stesso presidente dell’Inps, Tito Boeri.

“L’Inps riceve ogni anno circa 12 milioni di certificati di lavoratori privati assicurati per la malattia e 6 milioni di certificati di dipendenti pubblici nel cosiddetto Polo Unico. A fronte di 18 milioni di certificati e, quindi, di malattie potenziali destinatarie di controlli medico fiscali, l’attuale capacità produttiva dell’Istituto, si attesta intorno al milione di visite di controllo all’anno, ossia il 5%. Da qui la necessità di scegliere con cura dove, quando e come eseguire le visite”. E’ evidente, ha rilevato Boeri, “che una selezione intelligente dei certificati medici per i quali disporre le visite mediche di controllo sia essenziale per l’Inps. Data la numerosità dei controlli, un milione, è, inoltre, inevitabile che la selezione sia, almeno in parte, automatizzata, non essendo certo gestibile a mano”.

L’Inps, ha osservato ancora Boeri, “ha circa 400 medici di ruolo, che dovrebbero esaminare manualmente 30 mila certificati pro capite, cui andrebbero aggiunti i 15 mila pro capite dei lavoratori pubblici del Polo Unico. Il fondamento della selezione su riscontri obiettivi e procedure informatiche è importante anche per garantire una uniformità di trattamenti su tutto il territorio nazionale e scoraggiare potenziali comportamenti collusivi che ci potrebbero essere a livello locale tra medici fiscali e lavoratori assenti per malattia”.

“Non si vedono ragioni per cui dovrebbe essere vietata una programmazione mirata delle visite mediche di controllo quando forme ben più ampie di profilazione vengono comunemente praticate nel contrasto all’evasione fiscale, nella programmazione dei controlli medico-sanitari, nella definizione di corsi di recupero per i partecipanti ai test di ammissione alle facoltà universitarie, e in un’infinità di altre occasioni da parte di enti pubblici e soggetti privati”. Così Boeri ha commentato la decisione del Garante per la protezione dei dati personali, dopo un’istruttoria e un fitto scambio di corrispondenza con Inps iniziato a febbraio 2018, che ha chiesto la sospensione dell’attività di data mining e avviato un procedimento sanzionatorio nei confronti dell’Istituto per la violazione di più norme vigenti a tutela della riservatezza dei dati personali.

La programmazione ‘intelligente’ delle visite fiscali, ha chiosato Boeri, “è stata sospesa” il 14 marzo 2018 e si è proceduto ad una estrazione casuale dei malati da sottoporre a visite d’ufficio. “Questo – ha sottolineato il presidente dell’Inps – ha provocato costi ingenti all’Istituto, alle imprese e agli stessi lavoratori malati e non, riducendo fortemente l’efficacia delle visite nel limitare comportamenti opportunistici e, invece, imponendo ai malati e alle loro famiglie visite di controllo che non si sarebbero altrimenti effettuate in virtù dell’alta probabilità di confermare il giudizio del medico curante”.

Una nota elaborata dal centro studi dell’Inps, ha evidenziato Boeri, “propone una stima degli effetti dell’intervento del Garante comparando gli esiti delle visite prima del 15 marzo 2018, data in cui, ricordiamo, l’Ente assicuratore ha sospeso le procedure di data mining, e quelli nei tre mesi successivi. Questi rilievi ci portano a concludere che l’abbandono del modello statistico per la selezione dei certificati da sottoporre a controllo ha ridotto fortemente la capacità delle visite fiscali di individuare casi di assenza ingiustificata alla visita del medico (-26,8%)”.

In particolare, dopo l’intervento del Garante, ha rimarcato Boeri, “si è assistito a una riduzione del 39,5% delle visite fiscali che riscontrano idoneità al lavoro e prevedono una riduzione della prognosi, e ad una riduzione del 74,5% dei casi in cui si pone un limite inderogabile alla durata della malattia (idoneità con conferma della prognosi)”. In termini monetari, ha aggiunto, “la perdita per le casse dell’Inps è stata di circa 335.000 euro al mese”.

Anche nei mesi a venire, ha precisato il presidente dell’Inps, “la perdita per le casse dell’Inps sarebbe superiore ai 4 milioni di euro su base annua. In termini percentuali , si tratta di una riduzione di quasi un quarto delle somme recuperate dall’Istituto a seguito delle visite di controllo d’ufficio nel settore privato (pari a 17.803.037 euro nel 2017). A queste spese vanno poi aggiunti gli oneri legati alle contribuzioni figurative accreditate ai dipendenti in malattia”.

Alla luce dei rilievi del Garante per la Privacy e delle più recenti disposizioni del Regolamento europeo in materia di protezione dei dati “solo un intervento normativo può consentire all’Inps di ripristinare un sistema automatizzato o profilazione che consenta, nell’interesse complessivo del Paese, di far emergere quelle situazioni in cui, non necessariamente in mala fede, il lavoratore è ‘meno malato’ di quanto dica il suo certificato medico”.

L’intervento normativo, ha affermato, “dovrà garantire che le esigenze di efficienza, efficacia e economicità dell’azione amministrativa dell’Istituto e i connessi rilevanti motivi d’interesse pubblico, siano contemperati con le obbligatorie stringenti disposizioni introdotte dal recente Regolamento europeo in materia di protezione dei dati che, in particolare, per quanto attiene al trattamento di dati relativi alla salute, stabilisce che i processi decisionali automatizzati – compresa la profilazione (art. 22 Regolamento) – siano autorizzati da un’apposita norma di legge che precisi adeguate misure a tutela dei diritti fondamentali, delle libertà e dei legittimi interessi degli interessati e che sia proporzionato alla finalità perseguita l’Istituto”.

Tale norma, ha commentato Boeri, “consentirebbe, già nel breve termine, di superare l’attuale situazione di contrapposizione tra Inps e Autorità, normando e circoscrivendo in modo chiaro e inequivocabile per quali finalità l’Inps sia autorizzato al trattamento dati e alla profilazione nell’ambito delle sue competenze. In ogni caso di profilazione, l’Istituto, nel rispetto degli obblighi, provvederà a dare adeguata informativa a tutti gli interessati, secondo quanto disposto dal Regolamento europeo”.

L’auspicata norma, ha aggiunto ancora il presidente dell’Inps, “risulterà enormemente utile su vari fronti (la lotta ai fenomeni fraudolenti, la proposizione proattiva di servizi e prestazioni, l’elaborazione di studi e ricerche sull’andamento delle prestazioni e su proposte di innovazioni normative, etc.), anche nell’ambito dei controlli, anch’essi auspicabili, che il legislatore vorrà introdurre sulla fruizione dei permessi di cui alla legge 104/92, i quali costano più di un miliardo nel solo settore del lavoro privato”.

Quei controlli, se mirati ed efficaci, ha concluso Boeri, “potrebbero anche ‘restituire’ alle aziende e al sistema produttivo centinaia di migliaia di giornate di lavoro all’anno. L’Istituto si rende disponibile a collaborare con la Commissione nell’elaborazione di una norma che sia rispettosa della normativa europea e italiana in materia di trattamento dei dati ma che consenta, nel rispetto di tali principi fondamentali, all’Istituto di adempiere ai doverosi e normativamente previsti controlli sui lavoratori assenti per malattia”.

Carlo Pareto

Pensioni. Quota 100, ecco le ultime indiscrezioni

Pensioni-Inps

La Quota 100 è una proposta di revisione parziale della Riforma delle Pensioni introdotta nel 2011 durante il Governo Monti dall’allora Ministro del Lavoro Elsa Fornero, da cui ha preso il nome. La sua introduzione, annunciata dai vicepremier Salvini e Di Maio per il 2019, permetterà l’uscita anticipata dal mondo del lavoro (rispetto alla Legge Fornero) per tutti coloro che possono vantare un’anzianità assicurativa che, sommata all’età anagrafica, risulti 100. Si ipotizza una soglia minima di età di 62 anni.

Ad esempio, il prossimo anno un lavoratore con 38 anni di contributi e 62 di età potrebbe andare il pensione cinque anni prima rispetto alla Riforma pensioni Fornero (che richiede almeno 67 anni).

L’obiettivo di cancellare l’odiato provvedimento Fornero, motore della manovra Salva-Italia messa a punto dal governo Monti nel 2011, a questo punto è sempre più vicino.

In buona sostanza, la quota 100 secca, così come pare configurarsi secondo le ultime indiscrezioni trapelate, varrà solo per chi cessa dal lavoro avendo maturato 62 anni di età e 38 di contributi mentre se si esce con un requisito anagrafico più elevato la quota sale (101 con 63 anni più 38, 102 con 64 anni più 38 e così via. L’intero intervento prefigurato sulle pensioni dovrebbe costare circa otto miliardi l’anno prossimo e nove il successivo con un incremento abbastanza limitato atteso che la gran parte delle persone dovrebbero uscire nel corso del 2019. Potranno andare in quiescenza prima dei 62 anni i precoci con 41 anni di contributi e tutti coloro che hanno 42 anni e 10 mesi di contributi (41 e 10 mesi le donne) con il blocco all’adeguamento dell’aspettativa di vita per i trattamenti anticipati rispetto alla vecchiaia che avrebbe dovuto scattare nel 2019. Dovrebbe essere inoltre prevista la proroga dell’opzione donna con l’accesso anticipato alla pensione delle lavoratrici a fronte del ricalcolo interamente contributivo dell’assegno previdenziale per gli anni di lavoro. Non dovrebbero invece essere previste (stando sempre a quanto si è appreso da fonti vicino all’esecutivo) particolari penalizzazioni per chi anticipa l’uscita. Con il pacchetto delle nuove norme sulla previdenza (che potrebbero includere anche qualche aggiustamento sull’Ape sociale che al momento scade a fine anno) dovrebbero lasciare l’attività lavorativa in base ai conti fatti dal Governo circa 420 mila interessati. Negli auspici di Palazzo Chigi, questo massiccio esodo dovrebbe promuovere un maxi-ricambio generazionale sui luoghi di lavoro.

Carlo Pareto

Pensioni. Cida: “Il ricalcolo contributivo non è tecnicamente percorribile”

Previdenza

PENSIONE E RISCATTO

La pensione totalizzata «estingue» il riscatto. Idem la pensione in cumulo. Chi sta versando a rate gli oneri contributivi di un riscatto, infatti, non può aver accesso alla pensione liquidata in regime di

totalizzazione o in regime di cumulo, se prima non chiude la partita del riscatto. Due le possibilità: pagare il debito contributivo residuo (ottenendo, così, la valutazione dell’intero periodo di riscatto ai fini pensionistici); non pagare più altre rate (ma in tal caso sarà valutato il segmento di riscatto corrispondente all’onere effettivamente versato). Non è possibile, invece, chiedere le trattenute in pensione. A precisarlo è l’Inps nel messaggio n. 3190/2018 recentemente diramato.

Segmenti contributivi.

L’Inps dà chiarimenti in merito alla gestione delle trattenute sulle pensioni erogate in regime di totalizzazione (dlgs n. 42/2006) o cumulo (legge n. 232/2016). Si tratta di due ipotesi simili: sia la totalizzazione e sia il cumulo, infatti , consentono a tutti i lavoratori (dipendenti, autonomi e liberi professionisti ), che hanno corrisposto contributi in diverse casse, gestioni o fondi di previdenza, di acquisire gratuitamente il diritto a un unico trattamento pensionistico di vecchiaia, anzianità, inabilità e ai superstiti. Con la totalizzazione la pensione è liquidata solo e soltanto con il sistema contributivo; con il cumulo, invece, la prestazione di quiescenza è il risultato della somma di tanti spezzoni, ciascuno determinato dalle diverse gestioni previdenziali coinvolte nel cumulo (vale il criterio cosiddetto del «pro quota»).

Stop al riscatto.

Come accennato, sulla pensione liquidata per totalizzazione o cumulo non sono applicabili le discipline prefigurate nelle diverse gestioni previdenziali sul versamento degli oneri da riscatto, discipline peraltro divergenti e non omogenee tra loro. In mancanza di un’espressa norma, afferma l’Inps, su tali pensioni non possono essere fatte le trattenute per il pagamento di oneri di riscatto che devono, dunque, essere interamente corrisposte prima dell’accesso all’assegno pensionistico. Nelle ipotesi di pagamento rateale in corso, sottolinea l’Inps, affinché il periodo da riscatto sia interamente valutato, i soggetti richiedenti devono versare l’onere residuo in unica soluzione. Altrimenti, i periodi contributivi oggetto di riscatto saranno valutabili per la durata corrispondente all’importo dell’onere effettivamente pagato.

Cessione del quinto.

Per la stipula di contratti di finanziamento da parte di titolari di pensione, spiega l’Inps, il calcolo della quota cedibile (della pensione) soggiace ai limiti indicati in tabella. Pertanto, nel caso di pensioni concesse in regime di totalizzazione o di cumulo, la quota cedibile va calcolata, nell’ambito delle predette soglie, in relazione all’importo totale della pensione effettivamente in pagamento, a prescindere dalla circostanza che le singole quote siano erogate dall’Inps e/o da altri enti e/o casse professionali e, dunque, anche qualora non sia presente alcuna quota a carico dell’Inps.

Trattenute per Ape volontario.

Sulla pensione liquidata per totalizzazione o cumulo il recupero dell’Ape volontario avviene secondo le stesse modalità di recupero previste per le pensioni ordinarie (cioè in 240 rate mensili).

Pignoramenti.

L’Inps precisa che la pensione liquidata per totalizzazione o cumulo, quale unico trattamento pensionistico, pur costituito da vari pro‐rata, è pignorabile a seguito di procedure esecutive promosse da terzi in base alla disciplina stabilita per i redditi di pensione (art. 545, comma 7, codice di procedura civile).

Cida

RICALCOLO CONTRIBUTIVO NON PERCORRIBILE

“Finalmente il buon senso sembra prevalere sugli slogan: il ricalcolo contributivo sulle pensioni medio-alte non è tecnicamente percorribile e, nel modo, inoltre, come è stato annunciato e proposto nella proposta di legge Molinari-D’Uva, è iniquo e incostituzionale”. Così Giorgio Ambrogioni, presidente di Cida, la confederazione dei dirigenti e delle alte professionalità, commentando lo studio riportato di recente dal quotidiano ‘la Repubblica’. “Non possiamo che condividere la tesi contenuta nel documento anticipato dal quotidiano. L’analisi elaborata dal centro studi autonomo ‘Itinerari previdenziali’ sugli effetti dell’ultima iniziativa legislativa sulle pensioni coincide e amplia quanto sostenuto da Cida, che aveva interpellato economisti e giuristi per confortare le proprie tesi”, spiega Ambrogioni.

“Non solo il cosiddetto ricalcolo contributivo è tecnicamente impraticabile per carenza o mancanza dei dati previdenziali necessari -rimarca- ma la soluzione prospettata nell’articolato governativo appare giuridicamente insostenibile perché mette insieme retroattività, coefficienti stimati e calcoli presunti”.

“Nella nostra azione sindacale -continua Ambrogioni- a difesa del trattamento pensionistico di dirigenti e manager (cui si sono aggiunti magistrati, diplomatici, militari, professionisti) abbiamo denunciato gli aspetti velleitari della proposta fortemente sponsorizzata dal ministro del Lavoro, Di Maio, e ne abbiamo dimostrato le palesi carenze tecniche, l’incongruenza giuridica e la strumentalizzazione politica ai danni di una parte importante della classe dirigente di questo Paese. Lo abbiamo fatto ‘a viso aperto’, chiedendo a più riprese un incontro con il ministro per spiegare ed argomentare le nostre tesi. Richieste finora rimaste senza risposta”, avverte.

“Voltiamo pagina, allora, e apriamo un confronto leale -spiega ancora Ambrogioni- fra governo e chi rappresenta diritti e interessi di importanti categorie professionali. I cosiddetti corpi intermedi non vanno demonizzati, né ghettizzati, ma ascoltati e apprezzati al di fuori di pregiudizi lobbistici. Sta emergendo – dice – l’ipotesi di un contributo di solidarietà sulle pensioni medio-alte per recuperare risorse da destinare ad interventi nel welfare e nell’assistenza”.

“Diciamo subito -aggiunge- che tale scenario non ci piace affatto, visto che le nostre categorie di pensionati hanno già dato in termini di contributi di solidarietà e blocchi della perequazione. Però, siamo disponibili a sederci attorno a un tavolo e a discutere se la proposta viene sostenuta da un contesto politico convincente e da un’impalcatura tecnica sostenibile”.

“Altra sarebbe la nostra reazione se si volesse testardamente insistere sulla via dell’imposizione di un ricalcolo contributivo delle pensioni, basato sul pregiudizio e su quella ‘caccia alle streghe’ mediatica che è si è voluta costruire con il trucco delle pensioni d’oro”, conclude Ambrogioni.

Stipendio

ECCO QUANTO GUADAGNANO GLI ITALIANI

Difficile dire con precisione quanto guadagna un dipendente italiano. Naturalmente rispondere a questa domanda non è semplice dal momento che lo stipendio dipende dal tipo di professione che si ricopre. Per farsi un’idea delle retribuzioni basta guardare il Jp Salary Outlook 2018, realizzato dall’Osservatorio JobPricing, tramite i dati forniti dalla società di consulenza HR Pros.

Come rilevato dal report, nel 2017 lo stipendio medio di un dipendente in Italia è stato pari a 29.380 euro lordi, che al netto corrispondono a circa 1.580 euro mensili. Un dato che preoccupa poiché mette in risalto una lenta crescita delle retribuzioni nel nostro Paese, visto che nel 2015 il livello medio si era assestato a 1.560 euro. Un altro problema da risolvere riguarda la differenza che c’è tra lo stipendio dei dipendenti del Nord e del Sud Italia; chi è occupato nel Settentrione, infatti, guadagna il 7,1% in più di chi lo fa nelle zone centrali del Paese e il 17,3% in più degli occupati al Sud o nelle Isole.

A tal proposito, però, bisogna sottolineare che anche il costo della vita decresce scendendo nello Stivale. Nel dettaglio, tra le Regioni dove i dipendenti guadagnano di più troviamo la Lombardia (31.718 euro lordi) seguita da Trentino Alto Adige (30.908 euro) ed Emilia Romagna (30.523 euro); viceversa agli ultimi tre posti abbiamo rispettivamente il Molise (25.197€), la Basilicata (24.883€) e la Calabria (24.453€). Come è ovvio ci sono dei lavori dove si guadagna di più e altri dove invece la retribuzione è più bassa; secondo il report realizzato da JobPricing, ad esempio, la Ral media più alta a livello settoriale è quella relativa al mondo della finanza (41.000 euro), mentre con 23.778 euro lordi chiude la classifica il settore agricolo.

Fisco

IN 20 ANNI 200 MILIARDI DI TASSE IN PIÙ

Quasi duecento miliardi di tasse in più in vent’anni. Dal 1997 al 2017 il peso delle imposte che gravano sui 41 milioni di contribuenti italiani è infatti aumentato di 198 miliardi di euro (passando da 304 a 502 miliardi) ma con un tasso di evasione pari al 16,3 per cento, con punte del 24,7 in Calabria, del 23,4 in Campania e del 22,3 per cento in Sicilia. A rivelarlo, l’ultima analisi della Cgia di Mestre, che valuta a livello nazionale il livello delle imposte sottratte al fisco intorno ai 114 miliardi di euro.

La ricerca dell’Ufficio Studi della Cgia evidenzia come nei 20 anni considerati le entrate tributarie sono cresciute di oltre 65 punti, un livello nettamente superiore all’andamento dell’inflazione aumentata di quasi 43 punti percentuali.

Peraltro – ricorda la Cgia – “l’armamentario fiscale italiano è composto da oltre 100 voci: una sequela di addizionali e bolli, dai canoni ai contributi, dai diritti alle imposte per passare alle ritenute. Non mancano, ovviamente, le tasse i tributi e le sovraimposte; senza contare che paghiamo, purtroppo, anche le tasse sulle tasse. L’esempio più clamoroso lo subiamo quando ci rechiamo a fare il pieno alla nostra autovettura. La base imponibile su cui si applica l’Iva è composta anche dalle accise sui carburanti”.

Nel 2016 (ultimo anno in cui è possibile effettuare una comparazione con i paesi Ue) i contribuenti italiani hanno lavorato per il fisco fino al 2 giugno (154 giorni lavorativi), vale a dire 4 giorni in più rispetto alla media registrata nei Paesi dell’area euro e 9 se, invece, la comparazione è realizzata con la media dei 28 Paesi dell’Unione europea. Solo la Francia presenta un numero di giorni di lavoro necessari per pagare le tasse nettamente superiore a quello italiano (+21); tutti gli altri, invece, hanno potuto festeggiare la liberazione fiscale con un netto anticipo. In Germania, ad esempio, 7 giorni prima di noi, in Olanda 12, nel Regno Unito 27 e in Spagna 28. Il paese più virtuoso è l’Irlanda: con una pressione fiscale del 23,6 per cento permette ai propri contribuenti di assolvere gli obblighi fiscali in soli 86 giorni lavorativi .

“Come emerge in molti manuali di scienza delle finanze – sottolinea il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia Paolo Zabeo – con un carico impositivo smisurato anche l’evasione fiscale assume dimensioni economiche preoccupanti”. “In linea generale – segnala il segretario della Cgia Renato Mason – in nessun altro Paese d’Europa viene richiesto uno sforzo fiscale come in Italia. La nostra giustizia civile è lentissima, la burocrazia ha raggiunto livelli ormai insopportabili, la Pubblica amministrazione rimane la peggiore pagatrice d’Europa e il sistema logistico-infrastrutturale registra dei ritardi spaventosi: nonostante queste inefficienze, la richiesta del nostro fisco si colloca su livelli elevatissimi e, per tali ragioni, appare del tutto ingiustificata”.

Oltre all’eccessivo carico fiscale che grava sui contribuenti, concludono dalla Cgia, il problema nel nostro Paese è anche il peso dell’oppressione fiscale che ostacola l’attività quotidiana, soprattutto delle imprese di piccola dimensione. Al netto delle tariffe applicate dai commercialisti per la tenuta della contabilità aziendale, secondo una indagine realizzata periodicamente dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, il costo della burocrazia fiscale in capo agli imprenditori (obblighi, dichiarativi, certificazione dei corrispettivi, tenuta dei registri, etc.) ammonta a circa 3 miliardi di euro all’anno.

Carlo Pareto

Inail, infortuni sul lavoro: niente visita fiscale. Ecco cosa spetta a chi è senza lavoro

Inail
INFORTUNI SUL LAVORO, NIENTE VISITA FISCALE

Visita fiscale, non sempre se ne occupa l’Inps. Sia lo stesso Istituto nazionale di previdenza sociale che il consiglio dei Ministri hanno di recente ribadito che non le può fare nel caso in cui dipendenti pubblici o privati sospendano la propria attività lavorativa a causa di un infortunio subito sul lavoro o di una malattia professionale.
Come si legge nella nota 246/2018, infatti, è l’Inail ad essere competente per quanto riguarda la valutazione medica e giuridica di questi lavoratori. Per questo motivo nel messaggio 3265/2017 l’Inps ha chiarito di non poter interferire sulle competenze esclusive dell’Inail. Spetta a quest’ultima, quindi, accertare l’effettività dell’infortunio o della malattia professionale, procedendo “secondo le proprie metodologie”.
Ma cosa significa questo? Il dipendente deve comunque rispettare l’obbligo di reperibilità in caso di una visita a domicilio di un medico incaricato dall’Inail? No, dal momento che l’Inail non effettua visite fiscali a domicilio (e di conseguenza non esistono fasce orarie di reperibilità). Potrebbe succedere, però, che l’Inail decida di convocare presso la propria sede territoriale un lavoratore assente per malattia o infortunio sul lavoro così da poter procedere con gli accertamenti sanitari necessari.
In tale ipotesi il lavoratore è obbligato a rispondere alla convocazione e non può rifiutarsi senza giustificato motivo di sottoporsi alle cure mediche e chirurgiche che il medico, incaricato dall’Inail, ritiene necessarie per la sua guarigione. E’ opportuno ricordare, al riguardo, che nel caso in cui un lavoratore sia vittima di un infortunio sul lavoro deve darne immediata comunicazione al datore di lavoro (può farlo anche incaricando terzi). A seconda della gravità della lesione, poi, deve rivolgersi al medico dell’azienda (o anche al medico curante) oppure al Pronto Soccorso. Sarà il medico che ha prestato la prima assistenza al lavoratore infortunato a rilasciare il certificato medico sul quale è indicata la diagnosi e il numero di giorni di inabilità temporanea assoluta e a trasmetterlo per via telematica all’Inail.
Il particolare tema trattato ci fornisce inoltre lo spunto giusto per ribadire ancora una volta (ritenendo di fare cosa utile) cosa devono fare i lavoratori in caso invece di malattia comune. Lo spiega l’Inps con una guida sulla certificazione telematica e sulle visite mediche di controllo. L’Istituto risponde così alle domande più frequenti dei dipendenti, sia privati che pubblici, indicando loro i passi da seguire quando, causa malattia, sono impossibilitati a recarsi a lavoro.
La prima cosa da fare è contattare il proprio medico curante che ha il compito di redigere e trasmettere il certificato in via telematica all’Inps. Certificato e attestato cartacei (l’attestato indica solo la prognosi, ossia il giorno di inizio e di fine presunta della malattia; il certificato indica la prognosi e la diagnosi, ossia la causa della malattia) sono accettati solo quando non sia tecnicamente possibile la trasmissione telematica.
Il lavoratore, rammenta l’Istituto, deve prendere nota del numero di protocollo del certificato e controllare l’esattezza dei dati anagrafici e dell’indirizzo di reperibilità per la visita medica inseriti. Può altresì verificare la corretta trasmissione del referto sanitario tramite l’apposito servizio sul sito Inps, inserendo le proprie credenziali (codice fiscale e Pin o Spid per consultare il certificato; codice fiscale e numero di protocollo per consultare l’attestato).
Nel certificato il medico deve inserire (solo se ricorrono) l’indicazione dell’evento traumatico e la segnalazione delle agevolazioni per cui il lavoratore, privato o pubblico, sarà esonerato dall’obbligo del rispetto della reperibilità.

Statali
IMPRONTE DIGITALI CONTRO I FURBETTI DEL CARTELLINO

Rilevazione biometrica delle presenze dei lavoratori della pa. È una delle misure contenute nel ddl concretezza varato dal cdm. “Non è un provvedimento punitivo”, ha recentemente detto il ministro della Pa, Giulia Bongiorno, illustrando il provvedimento che, ha puntualizzato, punta “a contrastare i furbetti del cartellino”.
Il ddl prefigura dunque misure “per contrastare l’assenteismo dei dipendenti pubblici, prevedendo l’utilizzo generalizzato di sistemi di identificazione biometrica e di videosorveglianza per rilevare presenze e il rispetto dell’orario di lavoro” e “recepisce un’osservazione della Corte dei conti sulle stabilizzazioni effettuate nella precedente legislatura postulando, mediante una norma di interpretazione autentica, l’adeguamento dei fondi destinati al trattamento economico accessorio del personale in proporzione al numero delle nuove assunzioni”.
Il ddl ipotizza anche l’istituzione del Nucleo della concretezza che, in collaborazione con l’Ispettorato della funzione pubblica, svolge sopralluoghi e visite presso le singole amministrazioni, proponendo eventuali misure correttive con l’indicazione dei tempi di realizzazione; il ‘Piano triennale delle azioni concrete per l’efficienza delle pubbliche amministrazioni’ che contiene azioni dirette a garantire la corretta applicazione delle disposizioni in materia di organizzazione e funzionamento delle pubbliche amministrazioni e le azioni dirette ad implementare la loro efficienza, con indicazione dei tempi per la loro realizzazione; la mancata attuazione delle misure correttive determina responsabilità dirigenziale e disciplinare dei dirigenti e l’iscrizione dell’amministrazione in un’apposita ‘black list’; il coinvolgimento del Ministero dell’interno è assicurato sia nella fase di predisposizione del Piano, sia all’esito dei sopralluoghi mediante la trasmissione dei verbali al Prefetto competente, sia attraverso la possibile utilizzazione da parte del Prefetto o dei Commissari prefettizi del Nucleo della concretezza (in questi ultimi casi con il coinvolgimento del personale della Prefettura); l’assegnazione al Dipartimento di 53 unità di personale già appartenente alle pubbliche amministrazioni o da reclutare tramite concorso pubblico.
Inoltre il ddl “detta misure per garantire assunzioni mirate e accelerare il ricambio generazionale. In particolare, per le pubbliche amministrazioni prevede la possibilità di assumere personale a tempo indeterminato in misura pari al 100 % del personale cessato dal servizio nell’anno precedente; l’obbligo di reclutare, in via prioritaria, figure professionali con elevate competenze in materia di digitalizzazione, di razionalizzazione e semplificazione dei processi amministrativi, di qualità dei servizi pubblici, di gestione dei fondi strutturali e della capacità di investimento, di contrattualistica pubblica, di controllo di gestione e attività ispettiva; la possibilità di procedere, nel triennio 2019 – 2021, all’effettuazione di assunzioni, mediante scorrimento delle graduatorie ovvero tramite apposite procedure concorsuali indette in deroga alla normativa vigente in materia di mobilità del personale e senza la necessità della preventiva autorizzazione, da svolgersi secondo procedure semplificate e più celeri”.
Il ddl “contiene una disposizione finalizzata a prevedere la sostituzione dei buoni pasto erogati in base delle Convenzioni BP 7 e BPE1, stipulate da Consip” e “prevede che le disposizioni della legge costituiscano principi fondamentali ai sensi dell’articolo 117 della Costituzione e siano applicabili nelle regioni a statuto speciale e nelle province autonome di Trento e di Bolzano compatibilmente con i rispettivi statuti e le relative norme di attuazione”.

Economia
SENZA LAVORO, ECCO COSA SPETTA

Il reddito di cittadinanza secondo il vice premier Luigi Di Maio deve essere tassativamente introdotto già nel 2019, non intendendo aspettare altro tempo per introdurre nel panorama del Welfare nazionale lo strumento di contrasto alla povertà che in questi anni ha rappresentato un vero e proprio cavallo di battaglia per i pentastellati. Nell’attesa del suo molto probabile avvio proviamo a delineare attualmente cosa spetta a chi si trova oggi senza sostegno economico e senza lavoro.
Sia per chi è inoccupato che disoccupato infatti le agevolazioni non mancano. Prima vediamo, però, le differenze tra i due termini. Gli inoccupati sono coloro che non hanno svolto alcuna attività lavorativa né come dipendenti né tantomeno come autonomi. Per essere riconosciuti come tali è necessario essere alla ricerca di un’occupazione ed essere iscritti al Centro per l’impiego da almeno 6 mesi per i giovani. Il disoccupato, invece, è colui che un posto di lavoro lo aveva, ma lo ha perso.
Le agevolazioni riconosciute oggi a queste due categorie sono più o meno le stesse. Ad esempio, a differenza degli anni scorsi sia per gli inoccupati che per i disoccupati spetta l’esenzione dal ticket sanitario, come tra l’altro confermato da una recente circolare del Ministero del Lavoro. Discorso differente per la Naspi (indennità di disoccupazione) che, invece, può essere richiesta solamente dai disoccupati. Per averne diritto, infatti, è necessario aver perso un impiego per cause indipendenti alla propria volontà, nonché aver maturato almeno 13 settimane contributive negli ultimi 4 anni e 30 giorni di lavoro effettivo nell’ultimo anno. Per questo motivo coloro che non hanno mai avuto un lavoro non possono richiedere l’indennità di disoccupazione, pur potendo aderire alle iniziative del Centro per l’impiego, finalizzate al loro inserimento nel mercato del lavoro.

Carlo Pareto

Servizio Civile, pronto il bando. Bonus bus e metro, novità in arrivo

Civ Inps
APPROVATO ASSESTAMENTO DEL BILANCIO PREVENTIVO 2018

Il Consiglio di Indirizzo e Vigilanza dell’Inps ha approvato l’Assestamento del Bilancio Preventivo 2018. Ne ha dato notizia una nota che ricorda come “gli organi dell’Inps hanno aggiornato il Bilancio Preventivo 2018 dell’Istituto sulla base della situazione finanziaria al primo semestre di questo anno”. “I riscontri al 30 giugno hanno permesso di registrare un contenimento del ‘rosso di bilancio’ (disavanzo) prevedibile al 31/12/2018 in 1,841 miliardi di euro con un dimezzamento in confronto alle previsioni di inizio anno. Questo risultato riflette la moderata ma positiva crescita delle ore lavorate, che hanno comportato un incremento dello 0,6% dei contributi da imprese e lavoratori del settore privato”, prosegue la nota del Civ.
I contributi Inps ammontano complessivamente a 228,794 miliardi di euro, per far fronte alle prestazioni previdenziali (pensioni al netto delle componenti assistenziali) e a quelle di protezione sociale (cassa integrazione, naspi) che necessitano di 229,461 miliardi di euro a carico del sistema solidale tra imprese e lavoratori. Il Civ sottolinea che queste attività (“cuore dei compiti dell’Istituto”), presentano quindi una previsione di disavanzo di 667 milioni di euro che potrà essere coperto da un positivo andamento della ripresa economica.
“Le prestazioni a carico del Bilancio dello Stato di carattere assistenziale o di protezione sociale fanno registrare una riduzione dello 0,9% relativa alla contrazione delle prestazioni per invalidità civile ed accompagnamento. Nonostante questi contenimenti di spesa i trasferimenti dallo Stato a questo titolo pesano sul disavanzo Inps per 621 milioni di euro”, evidenzia la nota.
Il Civ dell’Inps, nel quale sono rappresentati lavoratori e imprese, cioè i maggiori contribuenti, ha rimarcato, nell’approvare l’assestamento al Bilancio 2018, come “il disavanzo sia conseguenza, anche, di un prelievo ‘forzoso’ di 798 milioni di euro dai contributi Inps, prefigurato dalle norme della cosiddetta spending review e, quindi, destinato alle Casse dello Stato”. Un prelievo che porta alla diminuzione degli investimenti in tecnologia e innovazione e risorse umane e che alimenta, inevitabilmente, criticità organizzative e funzionali.
Grava, inoltre, negativamente la politica di cartolarizzazione del patrimonio istituzionale dell’Inps costretto, oltre un decennio fa, alla cessione delle più importanti sedi con l’obbligo, fino al 2022, di sottoscrizione di onerosi canoni di affitto. Risulta importante sottolineare, altresì, che i pensionati Inps concorrono, con il prelievo sulle pensioni, al fabbisogno del Bilancio dello Stato con un versamento annuo di oltre 56,377 miliardi di euro.
Il Civ Inps ha anche messo in rilievo che nella prossima Legge di Bilancio per il 2019 risulterà opportuno prevedere il rifinanziamento dei provvedimenti adottati negli scorsi anni per sostenere l’occupazione e gli ammortizzatori sociali. È poi urgente che le diverse amministrazioni pubbliche mettano a disposizione dell’Inps i dati dei contributi dovuti per i dipendenti pubblici affinché essi abbiano piena consapevolezza della propria storia contributiva.
Guglielmo Loy, presidente del Civ Inps, proponendo l’approvazione in via definitiva dell’Assestamento del Bilancio Preventivo 2018 ha precisato che “la situazione Inps mette in mostra la possibilità di mantenere un importante ruolo dell’Istituto come soggetto di garanzia del nostro welfare. Occorre, però, una forte iniziativa del legislatore che liberi l’Inps da prelievi economici gravosi e dai vincoli che ne riducono l’efficienza e rallentano il miglioramento dei servizi verso l’utenza anche per prevenire l’eccesso di contenzioso”. Continua la nota del Consiglio di indirizzo e vigilanza dell’Inps.
“Il Civ Inps è impegnato a costruire un rapporto positivo con i cittadini, le parti sociali e gli intermediari istituzionali, anche per mezzo di un forte impulso agli ‘open data’, affinché tutti possano essere partecipi delle scelte strategiche di carattere previdenziale e di protezione sociale”, afferma la nota.
“Questi dati fanno pure maggiore chiarezza, non solo sullo stato economico dell’Istituto, ma anche sulla più netta distinzione tra le uscite di carattere previdenziale rispetto a quelle, orientate dalle leggi e da scelte politiche, più strettamente assistenziali e di incoraggiamento alla crescita economica. Maggiore comprensibilità andrebbe riportata anche nel Bilancio generale dello Stato per permettere all’opinione pubblica ed ai cittadini di avere il massimo della trasparenza su un tema, quello della sostenibilità della protezione sociale, che coinvolge 40 milioni di cittadini”, conclude la nota del Civ dell’Inps.

Servizio civile
BANDO PER 50MILA VOLONTARI

Sono 53.363 i posti disponibili per i giovani tra i 18 e 28 anni che vogliono diventare volontari di Servizio Civile. Fino al 28 settembre 2018, infatti, riferisce il Dipartimento della Gioventù e del Servizio civile nazionale della Presidenza del Consiglio dei ministri, è possibile presentare domanda di partecipazione a uno dei 5.408 progetti che si realizzeranno tra il 2018 e il 2019 su tutto il territorio nazionale e all’estero.
Nel bando nazionale sono inseriti anche i 94 progetti all’estero, che vedranno impegnati 805 volontari, e i 151 progetti ‘sperimentali’ che consentiranno a 1.236 giovani di ‘collaudare’ alcune novità introdotte dalla recente riforma del servizio civile universale. Si tratta, nello specifico, della flessibilità della durata del progetto e dell’orario di servizio; di un periodo di tutoraggio, fino a tre mesi, finalizzato a facilitare l’accesso al mercato del lavoro dei volontari o, in alternativa, di un periodo di servizio in un altro Paese dell’Unione europea; di misure che favoriscono la partecipazione dei giovani con minori opportunità.
Quest’anno, per facilitare la partecipazione dei giovani al Bando volontari e, più in generale, per avvicinarli al mondo del servizio civile, è stato realizzato il sito dedicato www.scelgoilserviziocivile.gov.it che, spiega il dipartimento, “grazie al linguaggio più semplice, diretto proprio ai ragazzi, potrà meglio orientarli tra le tante informazioni e aiutarli a compiere la scelta migliore”.
Per consultare l’elenco dei progetti di Servizio Civile disponibili in Italia e all’Estero basta utilizzare i motori di ricerca ‘Scegli il tuo progetto in Italia’ e ‘Scegli il tuo progetto all’Estero’ collocati nella sezione ‘Progetti’ del sito ufficiale. La domanda di partecipazione e la relativa documentazione vanno presentati a mano, via pec o con raccomandata direttamente all’ente che realizza il progetto scelto entro il 28 settembre 2018 .

Economia
ARRIVA IL BONUS PER BUS E METRO

Bonus bus e metro, novità in arrivo. Le spese sostenute quest’anno per l’abbonamento a metropolitana e trasporto pubblico locale, regionale e interregionale possono essere detratte con la dichiarazione dei redditi 2019. È quanto ricorda l’Agenzia delle Entrate, via Twitter, specificando che “la legge di Bilancio 2018 ha introdotto una detrazione Irpef del 19% per le spese sostenute per l’acquisto degli abbonamenti ai servizi di trasporto pubblico locale, regionale e interregionale, su un costo annuo massimo di 250 euro”.
“L’agevolazione – si legge sul sito dell’Agenzia – riguarda sia le spese sostenute direttamente dal contribuente per l’acquisto di un abbonamento del trasporto pubblico, sia quelle affrontate per conto dei familiari fiscalmente a carico. Per le detrazioni relative all’acquisto dell’abbonamento da parte dei cittadini e dei familiari a carico dovranno essere conservati il titolo di viaggio e la documentazione relativa al pagamento”.
Inoltre, “non concorrono a formare reddito di lavoro le somme erogate o rimborsate ai dipendenti dal datore di lavoro o le spese sostenute direttamente da quest’ultimo per l’acquisto degli abbonamenti per il trasporto pubblico del dipendente e dei suoi familiari”.

Carlo Pareto

Il riscatto della laurea ai fini pensionistici. Come può essere richiesto

Nuova proposta di legge

INDENNITÀ PARLAMENTARE PIGNORABILE

Impignorabilità dell’indennità parlamentare addio. Un altro pezzo dei “privilegi” di senatori e deputati potrebbe essere demolito, qualora venisse approvata una proposta di legge, presentata da Maria Edera Spadoni, vice presidente cinquestelle della Camera, depositata a giugno scorso in commissione Affari Costituzionali e sottoscritta da una novantina di deputati del M5S.

Attualmente, premette l’esponente pentastellata, le norme in vigore ‘mettono al riparo’ l’indennità parlamentare e la diaria dal sequestro e dal pignoramento, cosicché chi reclama un credito da un parlamentare, può vedersi sbarrata la strada dal diritto di esigerlo e dal potersi rivalere economicamente.

“Tra le disposizioni che richiedono ancora di essere adeguate alla mutata sensibilità sociale”, scrive la Spadoni sulla relazione al testo di legge c’è appunto il “trattamento economico dei membri del Parlamento” che è disciplinato dalla legge 31 ottobre 1965, n. 1261, in attuazione dell’articolo 69 della Costituzione. Nel corso degli anni alcune peculiarità (come il regime tributario di favore previsto per l’indennità), sono state corrette dalla legge 724 del 1994.

Dal punto di vista giuridico, i componenti delle Camere non sono inquadrabili fra i pubblici impiegati, ma la dottrina corrente “ritiene che l’indennità parlamentare abbia ormai assunto una natura sostanzialmente retributiva” e “anche la giurisprudenza costituzionale – osserva la vice presidente della Camera – sembra essersi avviata su questo percorso”.

“È giunto dunque il momento – spiega Spadoni, introducendo le ragioni della sua proposta – di prevedere, nel rispetto del principio di eguaglianza sancito dall’articolo 3 della Costituzione, che l’indennità e la diaria dei parlamentari, come quelli di qualsiasi altro lavoratore italiano, possano essere pignorate da eventuali creditori o sequestrate, rimuovendo una norma che può essere percepita come immotivata diseguaglianza tra i parlamentari e i cittadini”.

Nel contesto della crisi economico-finanziaria che ha colpito l’Italia, la norma, “concepita in origine come tutela dell’indipendenza del parlamentare, finisce per alimentare il sentimento di sfiducia dei cittadini italiani verso il sistema politico”. Nel corso della XVII legislatura, conclude Spadoni, il M5S “ha raggiunto importanti risultati nell’eliminazione dei privilegi dei parlamentari: è stata ottenuta una maggiore trasparenza nei documenti di bilancio, si sono ridotte le automobili di servizio della Camera e i contributi erogati ad associazioni varie e si è operata una decisa razionalizzazione delle spese di rappresentanza”.

Iscritti Gestione separata Inps (Parasubordinati)

IMPORTI 2018 PER MALATTIA E DEGENZA

I collaboratori coordinati e continuativi, consulenti, venditori porta a porta, liberi professionisti, ecc. a determinate condizioni possono avere l’indennità giornaliera di malattia. L’indennità segue regole molto particolari: ad esempio, è stabilita in misura fissa, e non in percentuale dei compensi guadagnati. Sono quattro le iniziali condizioni chieste dalla legge per riconoscere il diritto alla indennità nel corso di quest’anno.

1) Hanno titolo all’indennità solo i lavoratori che versano all’Inps i contributi più alti, in quanto non hanno altre assicurazioni per concomitanti altri lavori e non sono neanche pensionati. Sono le persone che pagano le a aliquote del 25,72% o del 33,72% e del 34,23%.

2) Nei 12 mesi precedenti l’inizio del periodo di malattia devono avere corrisposto contributi per almeno 3 mesi.

3) Nell’anno precedente (2017), devono avere avuto compensi per un importo complessivo non superiore a 70.266,80 euro.

4) Devono essere ammalati e assenti dal lavoro per almeno quattro giorni.

Attenzione: se manca anche una sola di queste condizioni si perde il diritto al trattamento economico. La misura delle indennità Inps segue regole particolari. È diversa a seconda del numero di contributi versati e del luogo dove si svolge la malattia, e cioè in casa o in ospedale.

In base alla variazione dell’indice Istat del costo della vita, intervenuta rispetto al 2017 per gli iscritti alla gestione separata dell’Inps, la prestazione di malattia e degenza ospedaliera dovuta per il 2018 risulta in aumento. Come di consueto, infatti, sono stati determinati i valori in vigore quest’anno, che sono stati aggiornati in aumento in confronto a quelli dell’anno prima. Per l’indennità di malattia giornaliera quindi nel 2018 si ha diritto a 11,12 euro se nei 12 mesi precedenti l’evento risultano accreditati, a favore de soggetto interessato, da 3 a 4 mesi di contribuzione, e si sale a 16,67 euro se i mesi coperti da contributi sono da 5 a 8, per arrivare poi a 22,23 euro se le mensilità risultano da 9 a 12.

In caso di degenza ospedaliera, invece, l’indennità corrisposta va, diversamente dal 2017, da un minimo di 22,33 euro (con accrediti contributivi da 3 a 4 mesi), a 33,35 (con accrediti per 5-8 mesi), fino a un massimo di 44,46 euro (da 9 a 12 mesi). Rispetto all’ultimo incremento (2017) i valori sono stati ritoccati al massimo di un euro o poco più. L’indennità di malattia e di degenza ospedaliera – si ricorda – spetta, sin dal 2007, ai collaboratori a progetto e categorie assimilate iscritti alla gestione separata e, dall’inizio del 2012, anche ai liberi professionisti che rientrano in tale gestione. Infatti, il decreto legge 201/2011 salva Italia ha incluso, dal 1° gennaio 2012, tra i beneficiari dell’indennità economica di malattia e quella per i congedi parentali i «professionisti iscritti alla gestione separata. non titolari di pensione e non iscritti ad altre forme previdenziali obbligatorie».

I valori, segnala opportunamente l’Inps in una apposita informativa diramata in proposito, vengono determinati in percentuale sul massimale contributivo prefigurato per la gestione, che per il 2018 è stato fissato a 101.427 euro, corrispondente a 278,00 euro al giorno circa. Il trattamento di malattia deve essere pari al 4, al 6 o all’8 per cento di tale importo, mentre quella di degenza ha quote doppie. Al riguardo, è appena il caso di precisare che a decorrere dal 1° gennaio del 2000 la tutela per malattia in caso di degenza ospedaliera è stata estesa ai lavoratori iscritti alla gestione separata con un minimo di tre contributi mensili nei dodici mesi precedenti la data del ricovero e con un determinato reddito individuale. Con esclusione, invece, dei soggetti che risultano contemporaneamente iscritti ad altra forma pensionistica obbligatoria ed i pensionati.

Sempre nella stessa nota interna dell’Istituto sono stati altresì comunicati i nuovi valori di retribuzione da utilizzare per la liquidazione delle indennità di malattia, maternità e tubercolosi di altre categorie di lavoratori. Per i soci di cooperative, l’importo retributivo giornaliero minimale è di 48,20 euro; per gli agricoli a tempo determinato è di 42,88 euro; per i compartecipanti familiari e piccoli coloni è di 56,83 euro. Inoltre per la maternità delle lavoratrici autonome gli importi di riferimento sono di 56,83 euro in caso di coltivatrici dirette; di 48,20 per artigiane e commercianti; di 26,78 euro per le pescatrici.

Inps

RISCATTO LAUREA

Il riscatto della laurea ai fini pensionistici può essere richiesto da tutti i lavoratori iscritti alle gestioni Inps che abbiano già conseguito il titolo di studio, e non siano già coperti da contribuzione nel periodo di frequentazione dell’università. E’ consentito riscattare solo gli anni previsti dalla durata ordinaria del corso di laurea, se lo studente è andato fuori corso non avrà la possibilità di riscattare gli anni in più che ci ha impiegato per laurearsi.

Tutti i dettagli sul riscatto della laurea presso le gestione Inps sono contenuti in un approfondimento della Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro del 19 settembre 2017, ancora del tutto attuale. I riferimenti normativi fondamentali per il riscatto della laurea sono il decreto legislativo 184/1997 e la legge 247/2007.

Possono dunque, come detto, riscattare la laurea gli iscritti a tutte le gestioni Inps, purché il periodo di studi sia precedente a quello in cui è stata istituita la gestione previdenziale. Nel caso, ad esempio, della gestione separata, la frequentazione dell’università deve essere successiva al 31 marzo 1996. Il riscatto della laurea può del pari essere richiesto anche da chi è già titolare di trattamento pensionistico. Naturalmente, se lo si chiede per anticipare la pensione di vecchiaia, l’operazione andrà fatta prima dell’età pensionabile perché gli anni siano poi conteggiabili ai fini del perfezionamento del titolo alla pensione. Possono comunque accedere al beneficio del riscatto dalla laurea anche i soggetti inoccupati.

Come già riferito, una regola fondamentale consiste nel fatto che i periodi oggetto dell’operazione di riscatto non devono essere coperti da contribuzione. Nell’ipotesi in cui, durante il corso di studi universitari, ci sia stato un periodo limitato di lavoro, ad esempio un impiego part-time, potrà essere chiesto il riscatto della laurea al netto dei lassi di tempo per i quali già risulta accreditata una contribuzione. Sono ammessi al riscatto tutti i titoli di laurea (vecchio ordinamento, laurea triennale, laurea magistrale, diplomi di specializzazione post-laurea, Accademia delle Arti e Conservatorio, dottorati di ricerca. Non sono inclusi, invece, i master universitari.

L’accesso all’operazione è a titolo oneroso, ed il cui costo dipende da diversi fattori: collocazione cronologica del lasso temporale di studio (prima o dopo il 1995, e prima e dopo il 2011), e modalità di calcolo della pensione (contributivo o retributivo).

Se il periodo di riscatto è valutato con il sistema retributivo, il computo si effettua in base al principio della riserva matematica. Molto in sintesi, si conteggiano due diversi trattamenti pensionistici: quello senza riscatto, e quello che comprende anche gli anni del corso di studi. La nuova rendita previdenziale tiene conto di un beneficio corrispondente all’aumento delle settimane in quota A (media rivalutata degli ultimi 5 anni di contribuzione prima del pensionamento).

Lo schema di calcolo: Pensione annua con riscatto – Pensione annua senza riscatto = Incremento pensionistico generato dal riscatto (Beneficio). Il vantaggio pensionistico va a questo punto moltiplicato per un coefficiente attuariale legato a età, sesso e stato lavorativo del richiedente. Esempio: beneficio (calcolato in base allo schema sopra indicato) pari a 15mila 600 lordi annui. Coefficiente di un lavoratore di 63 anni pensionato pari a 16,68. Onere spettante: 26mila 200 euro annui.

Se invece il periodo di riscatto è valutato con il metodo contributivo, il computo si effettua con il sistema a percentuale, che consiste nell’applicazione dell’aliquota contributiva in vigore al momento della domanda sull’imponibile previdenziale dello ultime 52 settimane. In pratica, si conteggiano gli ultimi 12 mesi di contribuzione obbligatoria precedenti alla richiesta di riscatto, si applica l’aliquota vigente (ad esempio, il 33% per l’Assicurazione generale obbligatoria), si calcola l’adeguamento per il periodo oggetto di riscatto. Esempio: retribuzione imponibile ultimi 12 mesi 40mila euro. Aliquota Ago 33%. Costo onere annuale 13mila 200 euro, per quattro anni di studi 52mila 800 euro.

Esiste poi uno specifico criterio di calcolo per gli inoccupati, che è simile a quello che si utilizza per chi ha la pensione contributiva (quindi, su base percentuale) prendendo come riferimento il minimale reddituale della Gestione Commercianti per l’anno della domanda di riscatto. Per esempio, il minimale 2018 è pari a 15.710 euro, quindi l’onere di riscatto è di 5mila 131,40 euro per ogni anno.

Giova infine ricordare che è possibile pagare l’onere di riscatto in 120 rate suddivise in dieci anni, senza interessi.

Società di calcio professionistiche

ASSUNZIONE DEGLI STEWARD CON TUTELE

A partire dal 6 settembre scorso, le società di calcio professionistiche possono gestire i rapporti di lavoro occasionale degli addetti alla sorveglianza negli stadi di calcio (steward) attraverso la piattaforma informatica predisposta dall’Inps.

È quanto è stato recentemente comunicato dall’Istituto con il messaggio n. 3193 del 24 agosto 2018, con il quale sono state diramate le istruzioni operative che consentono alle società di calcio professionistiche l’utilizzo della piattaforma telematica del lavoro occasionale per la gestione dei rapporti di lavoro degli steward.

I profili amministrativi per l’utilizzo del lavoro occasionale, che ha sostituito il vecchio sistema dei voucher, per l’occupazione degli steward, erano stati chiariti dall’Inps con la circolare n. 95 del 14 agosto scorso.

Per quanto attiene le prestazioni effettuate nel mese di agosto, le società di calcio potevano comunicarle dal 6 al 12 settembre, per consentire il pagamento delle stesse ai lavoratori entro la fine del mese di settembre. All’uopo sono stati accettati anche i pagamenti effettuati dopo lo svolgimento della prestazione operati in tempi utili per consentire l’inserimento delle prestazioni entro il 12 settembre e il conseguente accredito delle somme sul conto del lavoratore nello stesso mese.

Nel messaggio 3193/2018 l’Istituto ha opportunamente ricordato ai lavoratori di effettuare con immediatezza la registrazione nella piattaforma e alle società di calcio di praticare, prima dello svolgimento della prestazione lavorativa, il versamento della provvista destinata a finanziare il compenso del lavoratore e i contributi previdenziali e a trasmettere all’Inps la Pec per l’assegnazione degli importi alla gestione steward (dc.entraterecuperocrediti@postacert.inp.gov.it).

Carlo Pareto