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Carlo Pareto

Inps, come funziona la CIGS. Pensioni: Consulta, legittimo bonus sulle perequazioni

Inps
CASSA INTEGRAZIONE GUADAGNI STRAORDINARIA

Il trattamento di cassa integrazione guadagni straordinaria (Cigs) è un ammortizzatore sociale, concesso dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ed erogato dall’Inps, avente la funzione di sostituire e/o integrare la retribuzione dei lavoratori sospesi o a orario ridotto di aziende in situazione di difficoltà produttiva o per consentire alle stesse di sostenere processi di riorganizzazione o qualora abbiano stipulato contratti di solidarietà.
Sono destinatari della Cigs i lavoratori subordinati, compresi gli apprendisti qualora dipendenti di imprese per le quali trovano applicazione solo le integrazioni salariali straordinarie e limitatamente alla causale di intervento per crisi aziendale, con esclusione dei dirigenti e dei lavoratori a domicilio, che siano alle dipendenze di un’azienda destinataria della normativa Cigs e possiedano almeno 90 giorni di anzianità di effettivo lavoro alla data di presentazione della domanda presso l’unità produttiva per la quale è richiesto il trattamento.
L’intervento straordinario di integrazione salariale può essere richiesto quando la sospensione o la riduzione dell’attività lavorativa sia determinata da una delle seguenti causali:
riorganizzazione aziendale;
crisi aziendale, esclusi i casi di cessazione dell’attività produttiva dell’azienda o di un ramo di essa (dal 1° gennaio 2016);
contratti di solidarietà.
Nell’ipotesi di riorganizzazione aziendale, per ciascuna unità produttiva la durata massima è pari a 24 mesi, anche continuativi, in un quinquennio mobile.
In caso di crisi aziendale, per ciascuna unità produttiva il trattamento straordinario di integrazione salariale può avere una durata massima di 12 mesi, anche continuativi. Una nuova autorizzazione non può essere concessa prima che sia decorso un periodo pari a due terzi di quello relativo alla precedente autorizzazione.
Nell’ipotesi di stipula di contratti di solidarietà, per ciascuna unità produttiva il trattamento straordinario di integrazione salariale può avere una durata massima di 24 mesi, anche continuativi, in un quinquennio mobile.
Sussiste comunque un limite massimo complessivo (articolo 4, d.lgs. 14 settembre 2015, n. 148) in base al quale, per ciascuna unità produttiva, la somma dei trattamenti ordinari e straordinari di integrazione salariale autorizzati non può superare la durata massima complessiva di 24 mesi in un quinquennio mobile.
Per le imprese del settore edilizia e le imprese che svolgono attività di escavazione e di lavorazione di materiali lapidei, la durata massima complessiva della cassa ordinaria e straordinaria è stabilita in 30 mesi per ciascuna unità produttiva.
Inoltre, ai fini del calcolo della suddetta durata massima complessiva, la durata dei trattamenti per la causale di contratto di solidarietà viene computata nella misura della metà per la parte non eccedente i 24 mesi e per intero per la parte eccedente.
Il trattamento di integrazione salariale ammonta all’80% della retribuzione globale che sarebbe spettata al lavoratore per le ore di lavoro non prestate, comprese fra le ore zero e il limite dell’orario contrattuale.
L’importo del trattamento di cui al comma 1 è soggetto alle disposizioni di cui all’articolo 26 della legge 28 febbraio 1986, n. 41, e non può superare per l’anno 2016717 gli importi massimi mensili rapportati alle ore di integrazione salariale autorizzate e per un massimo di dodici mensilità, comprensive dei ratei di mensilità aggiuntive. I limiti sono: 971,71 euro (importo lordo), quando la retribuzione mensile di riferimento per il calcolo del trattamento, comprensiva dei ratei di mensilità aggiuntive, è pari o inferiore a euro 2.102,24; 1.167,91 euro (importo lordo), quando la retribuzione mensile di riferimento per il calcolo del trattamento, comprensiva dei ratei di mensilità aggiuntive, è superiore a 2.102,24 euro.
Con effetto dal 1° gennaio di ciascun anno, a decorrere dall’anno 2016, gli importi massimi del trattamento salariale, nonché la retribuzione mensile di riferimento sopra indicati sono aumentati nella misura del 100% dell’aumento derivante dalla variazione annuale dell’indice Istat dei prezzi al consumo per le famiglie degli operai e impiegati.
Gli importi massimi devono essere incrementati, in relazione a quanto disposto dall’articolo 2, comma 17, della legge 28 dicembre 1995, n. 549, nella misura ulteriore del 20% per i trattamenti di integrazione salariale concessi in favore delle aziende del comparto edile e lapideo per intemperie stagionali.
Il lavoratore che svolga attività di lavoro autonomo o subordinato durante il periodo di integrazione salariale non ha diritto al trattamento per le giornate di lavoro espletate. Il divieto di cumulo (circolare Inps 4 ottobre 2010 n. 130) si riferisce anche alle attività iniziate prima del collocamento del lavoratore in cassa integrazione.
Il lavoratore decade dal diritto all’integrazione salariale qualora non provveda a dare tempestiva comunicazione alla sede territoriale Inps sullo svolgimento dell’attività lavorativa. Ai fini di tale comunicazione valgono le comunicazioni obbligatorie rilasciate direttamente dal datore di lavoro (circolare Inps 6 maggio 2015 n. 57). Tale disciplina semplificatoria viene estesa anche alle comunicazioni a carico delle imprese fornitrici di lavoro temporaneo, valide quindi anch’esse ai fini dell’assolvimento degli obblighi di comunicazione dello svolgimento di altra attività lavorativa durante le integrazioni salariali.
Secondo quanto previsto dall’articolo 7, comma 3, decreto legislativo 148/2015, a pena di decadenza, l’azienda deve conguagliare le integrazioni corrisposte ai lavoratori entro sei mesi dalla fine del periodo di paga in corso alla scadenza del termine di durata della concessione o dalla data del provvedimento di concessione, se successivo. Per i trattamenti conclusi prima della data di entrata in vigore del decreto legislativo citato, i sei mesi decorrono da tale data. Per “provvedimento di concessione” si intende la delibera dell’Inps territorialmente competente per quanto riguarda le integrazioni salariali ordinarie, e il decreto ministeriale per le integrazioni salariali straordinarie.

Istat
4,2 MILIONI DI IMPRESE ATTIVE NEL 2015

Nel 2015 le imprese attive nell’industria e nei servizi di mercato sono 4,2 milioni e occupano 15,7 milioni di addetti, di cui 10,9 milioni dipendenti. Il valore aggiunto raggiunge i 716 miliardi di euro. Le imprese organizzate in gruppi sono 214.711, occupano 5,3 milioni di addetti, di cui 5,2 milioni dipendenti, con una dimensione media di 24,8 addetti. Lo rileva l’Istat nel Report sui risultati economici delle imprese. Per il secondo anno consecutivo cresce il valore aggiunto nell’industria e nei servizi di mercato (+4%), in accelerazione rispetto al +1,5% del 2014 grazie alla maggiore crescita del fatturato (+1,2%) rispetto ai costi intermedi (+0,6%).
Anche gli investimenti sono in espansione ma l’incremento è più contenuto (+2,7% dopo il +7,3% nel 2014 sul 2013). Il margine operativo lordo è in decisa crescita (+5,8%), con un contestuale incremento dal 26,8% al 28,3% dell’incidenza dei profitti lordi sul valore aggiunto.
Le imprese organizzate in gruppi generano il 55,3% del valore aggiunto dell’industria e dei servizi e conseguono risulti economici più elevati della media: rispetto al 2014 l’aumento del valore aggiunto è del 5,1% e quello del margine operativo lordo del 7,6%. Questi risultati sono determinati da una maggiore capacità di espansione delle vendite cui si associa una crescita più sostenuta dei costi intermedi e del lavoro rispetto alle imprese non appartenenti a gruppi, continua l’Istat.
L’importanza del fattore dimensionale e dell’organizzazione in gruppo per la performance di crescita tra il 2015 e il 2014 è confermato anche dai risultati delle grandi imprese che registrano una crescita del valore aggiunto del 6,3% e del margine operativo lordo del 9,1%. L’81,5% delle grandi imprese è infatti organizzato in gruppo, impiega il 90% di addetti e realizza il 95,3% del valore aggiunto delle imprese con 250 e più addetti. Le imprese di medie e grandi dimensioni hanno trainato la performance del sistema produttivo tra il 2014 e il 2015: rappresentano quasi il 50% del valore aggiunto complessivo ma spiegano il 68,3% della sua crescita. Il settore dei servizi, con il 78,2% di imprese e due terzi degli addetti totali, registra una crescita del valore aggiunto lievemente superiore alla media (+4,6%), prosegue l’Istat.
Nell’industria in senso stretto, il valore aggiunto aumenta a un tasso inferiore rispetto alla media nazionale (+3,5%) mentre la crescita è sostenuta per il margine operativo lordo (+6,4%) -prosegue l’Istat-. Gli investimenti crescono del 12% nelle imprese con 20 e più addetti e solo dell’1,2% in quelle con 10-19 addetti; sono invece in marcata flessione nelle imprese con meno di 10 addetti (-18,7%). La produttività nominale del lavoro, in crescita del 3,3%, è pari in media a oltre 45mila euro. Le imprese appartenenti a gruppi risultano più produttive di quelle indipendenti (quasi 75mila euro). Anche nell’ambito dei gruppi si rilevano significative differenze: la produttività media è più alta nei gruppi multinazionali (quasi 88mila euro in quelli con vertice residente all’estero e quasi 87mila euro per quelli con vertice residente in Italia) rispetto ai gruppi domestici (oltre 55mila euro).
La produttività mediana delle grandi imprese è pari a 76mila 400 euro, quasi quattro volte quella della classe di imprese con meno di 10 addetti (19mila 400 euro). L’eterogeneità nei livelli di produttività è più elevata fra le imprese appartenenti a gruppi rispetto alle imprese indipendenti. I differenziali di produttività fra le imprese del Nord e del Centro e quelle del Mezzogiorno sono ancora consistenti in tutti i settori di attività economica. Il divario è massimo nell’industria in senso stretto: il valore aggiunto per addetto si attesta a 72mila 300 euro al Nord-ovest e a 50mila 200 euro nel Mezzogiorno, conclude l’Istat.

Istat
SI ALLUNGA L’ASPETTATIVA DI VITA, IN PENSIONE A 67 ANNI

Si allunga l’aspettativa di vita: all’età di 65 anni, arriva a 20,7 anni per il totale dei residenti, crescendo di cinque mesi rispetto a quella registrata nel 2013. Lo rileva l’Istat. Quindi sulla base delle regole attuali l’età per la pensione di vecchiaia dovrebbe arrivare a 67 anni nel 2019.
In una nota unitaria, Cgil, Cisl e Uil chiedono ‘il blocco dell’adeguamento all’aspettativa di vita previsto per il 2019 e l’avvio del confronto per una modifica dell’attuale meccanismo per superare e differenziare le attuali forme di adeguamento, tenendo conto anche delle diversità nelle speranze di vita e nella gravosità dei lavori’.
Cala la mortalità: nel 2016 sono stati registrati oltre 615 mila decessi tra i cittadini residenti, 32 mila in meno del 2015 (-5%). In rapporto alla popolazione, nel 2016 sono deceduti 10,1 individui ogni mille abitanti, contro i 10,7 del 2015. La riduzione nel numero di morti risulta omogenea sul territorio, anche se risulta più ampia nel Nord-ovest (-5,6%) e nel Sud (-5,7%).
I più longevi in Italia sono gli abitanti del Trentino Alto-Adige, quelli meno longevi invece i campani: è quanto certifica l’Istat nel report sugli indicatori di mortalità della popolazione residente relativi al 2016. Sono 2,7 gli anni che separano le donne residenti in Trentino-Alto Adige, le più longeve nel 2016 con 86,1 anni di vita media, dalle residenti in Campania che con 83,4 anni risultano in fondo alla graduatoria. Tra gli uomini il campo di variazione è più contenuto ed è pari a 2,3 anni, ossia alla differenza che intercorre, come tra le donne, tra la vita media dei residenti in Trentino-Alto Adige (81,2) e i residenti in Campania (78,9).
Lo scatto di età è automatico, ecco la legge  – E’ da quasi un decennio che in Italia l’età pensionabile è in linea di principio collegata, praticamente in automatico, all’aspettativa di vita. La regola è stata stabilita, infatti, per la prima volta in una manovra estiva del 2009, poi rivista negli anni, passando per il ‘Salva-Italia’ di Monti-Fornero. La sostanza però non cambia: l’uscita dal lavoro va di pari passo con l’allungamento dell’aspettativa di vita. Il meccanismo agisce su tutti i lavoratori, sia privati che pubblici. L’aggiornamento è previsto ogni tre anni e dal 2019 ogni due. Si può adeguare solo al rialzo, non vale il contrario: se cala la speranza di vita l’età per la pensione di vecchiaia non scende. In caso quindi l’età resta congelata. L’aggiustamento viene fatto in base ai dati, agli indici demografici, che fornisce l’Istat. Si guarda precisamente alla speranza di vita a 65 anni. Le variazioni, calcolate in mesi, vengono trascinate sul requisito minimo per ritirarsi dal lavoro. Il tutto passa per un decreto ministeriale (Mef e Lavoro), direttoriale, che prende atto dei mesi guadagnati. Provvedimento, di natura amministrativa, che va varato 12 mesi prima dell’aggiornamento dell’asticella. L’età per la pensione di vecchiaia è stata già rivista due volte: nel 2013, aumentata di tre mesi, e nel 2016, salita di quattro arrivando a 66 anni e sette mesi per gli uomini (65 anni e sette mesi per le dipendenti del settore privato). E a bocce forme, se nulla cambia a livello normativo, dal 2019 si alzerà ancora, di cinque mesi, toccando i 67 anni tondi. C’è da dire che la riforma Fornero contiene una ‘clausola di salvaguardia’ per cui l’aumento dell’età a 67 anni scatterebbe comunque, a partire dal 2021.

Pensioni
CONSULTA, LEGITTIMO BONUS SULLE PEREQUAZIONI

Il bonus Poletti sulle perequazioni pensionistiche è legittimo. Lo ha deciso la Corte Costituzionale che ha respinto le censure di incostituzionalità sollevate, ritenendo che la norma “realizzi un bilanciamento non irragionevole tra i diritti dei pensionati e le esigenze della finanza pubblica”.
La Corte costituzionale – si legge nel comunicato diffuso dalla Corte al termine dalla camera di consiglio, che si è aperta stamani alle 9.30 – ha respinto le censure di incostituzionalità del decreto-legge n. 65 del 2015 in tema di perequazione delle pensioni, che ha inteso “dare attuazione ai principi enunciati nella sentenza della Corte costituzionale n. 70 del 2015”. La Corte ha ritenuto che – diversamente dalle disposizioni del “Salva Italia” annullate nel 2015 con tale sentenza – la nuova e temporanea disciplina prevista dal decreto-legge n. 65 del 2015 realizzi un bilanciamento non irragionevole tra i diritti dei pensionati e le esigenze della finanza pubblica.

Inps
-509MILA COLLABORATORI DAL 2012

Ancora in calo i parasubordinati, per effetto del crollo del numero dei collaboratori, a fronte invece di un leggero aumento dei professionisti. I parasubordinati, che versano i contributi alla gestione separata Inps, nel 2016 sono 1 milione 244 mila, contro 1 milione 434 mila del 2015 (-13,3%) e 1 milione e 721 mila del 2012: da allora -477 mila (-27,7%).
Il calo, come si evince dalle tabelle Inps recentemente rese note, è imputabile ai collaboratori, 917 mila nel 2016 contro 1 milione 111 mila del 2015 (-17,5%) e 1 milione 426 mila del 2012: -509 mila (-35,7%), dopo la legge Fornero, il Jobs act e gli sgravi per le assunzioni stabili.

Carlo Pareto

Lavoratori dipendenti, bonus da 288 euro
in arrivo

Lavoratori dipendenti

BONUS DA 288 EURO IN ARRIVO

Il rinnovo dei contratti nel pubblico impiego prevede un effetto collaterale positivo anche per i dipendenti del mondo privato, quanto meno coloro che dichiarano un po’ più di 24mila euro senza però superare i 26.500 euro di reddito lordo all’anno. Potranno infatti beneficiare dell’ampliamento del raggio d’azione del bonus Renzi, gli 80 euro netti al mese che hanno aumentato i soldi a disposizione dei lavoratori con redditi medio-bassi.

La misura è contenuta nella legge di bilancio 2018, e va a incrementare il pacchetto lavoro che comprende anche gli incentivi all’assunzione dei giovani (che vengono resi strutturali), ammortizzatori sociali e misure per la ricollocazione dei lavoratori delle aree di crisi complessa.

La novità altro non è che un effetto del rinnovo dei contratti del pubblico impiego. Il motivo è semplice: i 1.105 euro lordi all’anno promessi dall’intesa del 30 novembre 2016, e nel caso della pubblica amministrazione centrale finanziati dalla legge di Bilancio ora in discussione al Senato, avrebbero fatto uscire il bonus dalle buste paga di chi oggi lavora in un ufficio pubblico e guadagna da 24.895 euro in su, e l’avrebbero alleggerito per molti altri con redditi inferiori. Di qui l’idea di intervenire sulle fasce, che era comparsa qualche settimana fa prima di essere accantonata e ripescata in extremis.

Le nuove soglie – Il tetto di reddito per avere diritto al bonus di 80 euro al mese, in pratica, si alza di 600 euro. Si tratta, lo ricordiamo della detrazione per i lavoratori dipendenti pari a 960 euro annui (80 euro al mese, appunto), introdotta nel 2014, regolamentata dall’articolo 13 del TUIR, il testo unico delle imposte sui redditi. Le novità sono le seguenti:

il limite di reddito di 24mila euro annui, che consente la detrazione di 960 euro, sale a 24mila 600 euro;

il limite di 26mila euro, sopra il quale non c’è più diritto alla detrazione, sale a 26mila 600 euro;

fra i 24mila 600 e i 26mila 600 euro: la detrazione scende progressivamente, fino ad azzerarsi.

Quindi, calcola il sito delle piccole-medie imprese pmi.it – il beneficio più alto è riconosciuto a coloro che guadagnano fra 24mila e 24mila 600 euro, che prima avevano diritto alla detrazione ma in forma ridotta (perché, appunto, sopra i 24mila euro il beneficio iniziava progressivamente a scendere), mentre ora potranno detrarre interamente i 640 euro, quindi avranno il bonus da 80 euro al mese. Ricordiamo che per coloro che guadagnano fra i 24mila 600 e i 26mila 600 euro, la detrazione si calcola nel seguente modo: il rapporto fra 26mila 600 euro, meno l’importo del reddito annuo, e 2mila euro.

Vediamo un esempio di calcolo su un reddito di 25mila euro annui: detrazione dal 2018: (26600-25000) : 2000 = 1500 : 2000 = 0,75. Il bonus sarà dunque pari a 0,75 X 640 = 480 euro;

detrazione fino al 31 dicembre 2017: (26000-25000) : 2000 = 1000 : 2000 = 0,50. Il bonus è il 50% di 640, quindi 320 euro.

Il meccanismo è stato messo a punto per evitare che l’aumento del contratto dei dipendenti pubblici non incamerasse per interno l’agevolazione.

L’ampliamento del bonus, in ogni caso, attenua ma non cancella l’effetto incrociato di aumenti contrattuali e ‘decalage’. Per chi oggi guadagna 25mila euro, per esempio, i nuovi contratti preparano un reddito post-accordo da 26.100, che dimezzerebbe il bonus da 480 a 240 all’anno. L’aumento netto intorno ai 60 euro (85 lordi) sarebbe quindi nei fatti ridotto di un terzo dalla perdita dei 20 euro di aiuto: il tema, quindi, è destinato a tornare sui tavoli contrattuali per completare l’opera.

Previdenza e Welfare

ULTIME NOVITA’

Non bastava l’aumento dell’età pensionabile, a colpire le aspettative dei più anziani che attendono il meritato riposo dopo anni di duro lavoro. Nel mirino del governo ci sono anche i neonati, anzi, i papà e le mamme che contavano sul bonus bebè per far fronte alle spese dei nascituri. Niente da fare, anche per loro: la famiglia non sembra tra le priorità della maggioranza di centrosinistra, una maggioranza di cui fanno parte anche gli alfaniani, i primi a dolersi delle scelte fatte finora in manovra economica. “Certo che una finanziaria così – hanno dichiarato in una nota congiunta Laura Bianconi e Maurizio Lupi, presidenti dei senatori e dei deputati di Alternativa popolare – è difficile da votare. A parole tutti difendono la famiglia e sono preoccupati per il calo della natalità. Nei fatti la famiglia la bistrattano e i pochi provvedimenti a suo favore li annullano”, hanno sottolineato. Il punto che sta a cuore ad Ap è proprio quello dei bonus bebè: “Nella legge di bilancio dell’anno scorso con il governo Renzi si era finalmente invertita la rotta e alla famiglia erano stati destinati 600 milioni di euro, dopo il bonus bebè era stato creato anche il bonus per le neo mamme. In quella in discussione in Aula il bonus bebè è sparito. Si regalano soldi a pioggia a destra e a manca, mance e mancette che si potrebbero più prosaicamente definire marchette”.

Consulenti del lavoro

PER APE VOLONTARIA ATTESA E’ SU ACCORDI QUADRO

Per completare definitivamente il quadro regolatorio dell’Ape volontaria si dovranno attendere gli Accordi quadro con le associazioni bancarie e assicurative che conterranno, fra le altre informazioni, i dati per calcolare i costi che i contribuenti dovranno sostenere per andare in pensione prima. E’ quanto scrive in una nota la Fondazione studi consulenti del lavoro, che, con la circolare n.10/2017, analizza il dpcm illustrando i requisiti di accesso e l’iter burocratico per l’ottenimento della misura, soffermandosi anche sugli accordi quadro, sull’opzione di finanziamento supplementare, sulla possibilità di estinguere anticipatamente il prestito e sul Fondo di garanzia presso l’Inps.

“È entrato in vigore solo il 18 ottobre 2017 -si legge nella nota dei consulenti- il decreto del presidente del Consiglio dei ministri 4 settembre 2017 n.150 relativo all’anticipo pensionistico volontario. La misura avrebbe dovuto essere operativa già entro i primi di marzo, secondo quanto disposto dalla norma di riferimento (legge 232/2016), ma la complessità di questa prestazione di natura creditizia -conclude- ha comportato maggiori difficoltà nella stesura della disciplina attuativa rispetto all’Ape sociale e alla pensione anticipata dei lavoratori precoci”.

Consulenti del lavoro

ECCO GUIDA CON ADEMPIMENTI IN CASO DI DECESSO DEL DIPENDENTE

Il decesso del lavoratore dipendente comporta la risoluzione del rapporto di lavoro per causa di forza maggiore. Il datore di lavoro, di conseguenza, deve provvedere ad alcuni adempimenti come quello di comunicare al centro per l’impiego l’avvenuta risoluzione del rapporto di lavoro e versare a favore dei soggetti indicati dalla legge il trattamento di fine rapporto, l’indennità sostitutiva di preavviso e tutte le altre competenze. E’ quanto spiega la Fondazione studi dei consulenti del lavoro. La Fondazione, infatti, ha riassunto in una guida – gratuita per gli iscritti – tutte le regole da rispettare in caso di decesso del lavoratore, soffermandosi anche sulla tassazione delle somme già corrisposte al lavoratore o spettanti agli eredi.

Come si legge nella guida, “in caso di decesso del lavoratore dipendente sono previste diverse modalità di tassazione a seconda che si tratti delle somme già corrisposte al lavoratore o di somme spettanti agli eredi”. La guida, inoltre, mette in evidenza che “il decesso del lavoratore dipendente fa venir meno l’obbligo per il sostituto d’imposta di effettuare le operazioni di conguaglio”.

“Se il decesso avviene prima dell’effettuazione o della conclusione del conguaglio a debito, il sostituto – precisa – dovrà comunicare agli eredi l’ammontare delle somme o delle rate non ancora trattenute, che saranno versate dagli stessi eredi secondo i termini e le modalità previsti per la dichiarazione dei redditi”. “Nel caso di conguaglio a credito il sostituto comunicherà agli eredi i relativi importi indicandoli anche nell’ultima certificazione dei redditi Modello CU che sarà rilasciato. Gli eredi utilizzeranno tale credito nella successiva dichiarazione che gli stessi dovranno o comunque potranno presentare per conto del de cuius”, conclude.

Carlo Pareto

Inps, assegno per il nucleo familiare gestione separata. Accertamento su invalidità civile

Inps

ASSEGNO PER IL NUCLEO FAMILIARE GESTIONE SEPARATA

È una prestazione a sostegno del reddito dedicata alle famiglie dei lavoratori iscritti alla Gestione Separata. E’ rivolto ai lavoratori parasubordinati e autonomi iscritti alla Gestione Separata, di cui all’articolo 2, comma 26, legge 8 agosto 1995, n. 335, che non siano iscritti ad altre forme pensionistiche obbligatorie e non siano pensionati.

Giova al riguardo precisare, che agli iscritti alla Gestione Separata, non spettano gli assegni familiari, ma gli Assegni al nucleo familiare (Anf), come per la generalità dei lavoratori dipendenti: il diritto è riconosciuto sia ai lavoratori iscritti come parasubordinati (cococo) che come liberi professionisti.

Nel caso degli iscritti alla Gestione Separata, però, l’assegno, come avviene per le altre prestazioni a sostegno del reddito (indennità di maternità, di malattia, degenza ospedaliera), spetta soltanto se sono dovuti i contributi aggiuntivi (corrispondenti all’aliquota dello 0,72%): la contribuzione è dovuta da chi è iscritto alla Gestione Separata in via esclusiva, mentre non è dovuta da chi è iscritto ad altre gestioni, o da chi è già pensionato.

L’Assegno al nucleo familiare (Anf), di cui all’articolo 2 del decreto-legge 13 marzo 1988, n. 69, convertito, con modificazioni, nella legge 13 maggio 1988, n.153, è erogato – si ricorda – dall’Inps alle famiglie dei lavoratori suddetti, formate da più persone e con redditi compresi entro una certa soglia, che ne fanno formale richiesta. A partire dal 1° gennaio 1998 la prestazione è stata estesa anche agli iscritti alla Gestione Separata, di cui all’articolo 2, comma 26, legge 335/1995.

L’assegno è corrisposto per tutto il periodo che, ai fini previdenziali, risulta coperto dalla specifica contribuzione, comprensiva dell’aliquota contributiva aggiuntiva dello 0,72%.

L’importo dell’assegno varia, come per i lavoratori dipendenti, in base al numero dei componenti, alla tipologia e al reddito complessivo percepito dal nucleo stesso, secondo quanto stabilito nelle tabelle reddituali pubblicate ogni anno (circolare Inps 18 maggio 2017, n. 87).

I periodi lavorati possono non coincidere con i periodi coperti da contribuzione. Infatti, l’accredito dei contributi in tale gestione dell’Inps avviene partendo dal mese di gennaio, o dal primo mese di iscrizione in caso di nuovi iscritti, dell’anno in cui sono stati pagati i compensi cui si riferiscono, indipendentemente da quando essi siano maturati.

Per aver diritto al trattamento economico di cui si tratta, è necessario che i proventi complessivi del nucleo familiare siano composti, per almeno il 70%, da reddito derivante da attività indicate all’articolo 2, comma 26, legge 335/1995. In caso di nucleo familiare a composizione reddituale mista, si considera realizzato il requisito del 70% anche con la somma dei redditi da lavoro dipendente e dei redditi derivanti da attività di cui all’articolo 2, comma 26, legge 335/1995, sia che detti redditi siano conseguiti dai due coniugi/parte di unione civile o dal solo lavoratore richiedente.

Il reddito familiare considerato utile ai fini dell’erogazione dell’Anf è quello relativo all’anno solare precedente il 1° luglio di ciascun anno. Ad esempio, se la domanda è stata presentata il 1° febbraio 2017, relativamente al periodo compreso dal 1° gennaio al 31 dicembre 2016, i redditi da prendere in esame saranno: il reddito familiare del 2014 per le prestazioni relative al primo semestre 2016 (1° gennaio – 30 giugno 2016) e il reddito familiare 2015 per le prestazioni relative al secondo semestre 2016 (1° luglio – 31 dicembre 2016).

L’istanza deve essere presentata esclusivamente attraverso il servizio online dedicato, a decorrere dal 1° febbraio dell’anno successivo a quello in cui sono stati corrisposti gli emolumenti. Nei casi di inclusione di componenti nel nucleo familiare (es. genitori separati, componenti maggiorenni inabili, ecc.) o ai fini dell’aumento dei limiti reddituali (es. componente minorenne inabile) è necessario allegare la prevista documentazione alla domanda telematica di prestazione Anf. Qualora la richiesta sia inoltrata per un periodo pregresso, gli arretrati spettanti sono corrisposti nel limite massimo di cinque anni (prescrizione quinquennale).

Inps

DSU, CONTINUA SERVIZIO CAF

Si è tenuto, nelle scorse settimane, un incontro tra l’Inps e la delegazione della Consulta nazionale dei Caf al fine di trovare un accordo per garantire agli utenti la possibilità, fino a fine anno, di rivolgersi gratuitamente ai Caf per la compilazione delle Dsu, necessarie per il rilascio delle attestazioni Isee (l’Indicatore di situazione economica equivalente).

“L’Inps, riconoscendo il valore sociale e professionale dei Caf, la considerazione che riscuotono fra i cittadini e la loro presenza capillare su tutto il territorio, si è impegnato ad assicurare, per l’anno 2017, ulteriori quattro milioni di euro sull’attività Isee. Queste risorse sono disponibili grazie ai risparmi di gestione realizzati sul servizio di compilazione dei Red, anch’esso svolto dai Caf”, si legge in una nota dell’Inps.

“La Consulta dei Caf, con grande senso di responsabilità e rilevando il positivo rapporto di collaborazione con l’Istituto, assicurerà l’erogazione del servizio, fino al prossimo 31 dicembre 2017, a tutti i contribuenti che richiederanno l’Isee, senza oneri a carico dell’utenza. Le parti hanno convenuto sulla necessità di avviare rapidamente il confronto sul rinnovo della convenzione Isee per le annualità future e di aprire un tavolo tecnico sulla dichiarazione Isee precompilata”, conclude l’informativa.

Istat

SI VIVE DI PIU’: IN PENSIONE A 67 ANNI

“Per il totale dei residenti la speranza di vita alla nascita si attesta a 82,8 anni (+0,4 sul 2015, +0,2 sul 2014) mentre nei confronti del 2013 si allunga di oltre 7 mesi”. E’ quanto stabilisce l’indicatore di mortalità della popolazione residente nel 2016 reso noto oggi dall’Istat, per il quale la speranza di vita ha recuperato terreno rispetto ai livelli del 2015, anno in cui si registrò un eccesso di mortalità. L’istituto di Statistica conferma così le stime. Si profila quindi l’uscita dal lavoro a 67 anni, a partire dal 2019. Come prevede la riforma Fornero.

La speranza di vita alla nascita risulta come di consueto più elevata per le donne, 85 anni, ma il vantaggio nei confronti degli uomini, 80,6 anni, si limita a 4,5 anni di vita in più. La speranza di vita spiega ancora l’Istat, aumenta in ogni classe di età. A 65 anni arriva a 20,7 anni per il totale dei residenti, allungandosi di cinque mesi rispetto a quella registrata nel 2013. Nelle condizioni date per il 2016, cioè, spiega l’Istat, questo significa che un uomo di 65 anni può oltrepassare la soglia degli 84 anni mentre una donna di pari età può arrivare a superare il traguardo delle 87 candeline.

L’aumento della speranza di vita nel 2016 rispetto al 2015, prosegue l’Istat, si deve principalmente alla positiva congiuntura della mortalità alle età successive ai 60 anni. Il solo abbassamento dei rischi di morte tra gli 80 e gli 89 anni di vita spiega il 37% del guadagno di sopravvivenza maschile e il 44% di quello femminile. Rispetto a 40 anni fa, si legge ancora, la probabilità di morire nel primo anno di vita si è abbattuta di oltre sette volte, mentre quella di morire a 65 anni di età si è più che dimezzata. Un neonato del 1976 aveva una probabilità del 90% di essere ancora in vita all’età di 50 anni, se maschio, e a quella di 59 anni, se femmina. Quaranta anni più tardi, un neonato del 2016 può confidare di sopravvivere con un 90% di possibilità fino all’età di 64 anni, se maschio, e fino a quella di 70, se femmina.

Nel 2016 si registra una leggera riduzione delle diseguaglianze territoriali di sopravvivenza, che tuttavia permangono significative. I valori massimi di speranza di vita si hanno nel Nord-est, dove gli uomini possono contare su 81 anni di vita media e le donne su 85,6. Quelli minimi, invece, si ritrovano nel Mezzogiorno con 79,9 anni per gli uomini e 84,3 per le donne.

Disaggregata per genere, la durata media della vita risulta come di consueto più elevata per le donne, 85 anni, ma il vantaggio nei confronti degli uomini, 80,6 anni, si limita a soli 4,5 anni di vita in più (4,8 nel 2013), consolidando quel processo di avvicinamento della sopravvivenza di genere che a partire dal 1979 (6,9 anni la differenza uomo-donna in tale anno) non si è mai interrotto.

Inps

INVALDITA’ CIVILE: ACCERTAMENTO SANITARIO

Per avviare il processo di accertamento dello stato di invalidità civile l’interessato deve prima di tutto recarsi da un medico certificatore, è sufficiente il medico di base, e chiedere il rilascio del certificato medico introduttivo che deve indicare, oltre ai dati anagrafici, il codice fiscale, la tessera sanitaria, l’esatta natura delle patologie invalidanti e la relativa diagnosi.

Il medico compila il certificato online e lo inoltra all’Inps attraverso il servizio dedicato, stampando una ricevuta completa del codice identificativo della procedura attivata. La ricevuta viene consegnata dal medico all’interessato insieme a una copia del certificato medico originale che il cittadino dovrà esibire all’atto della visita medica.

Per la presentazione della domanda d’invalidità civile, il certificato medico introduttivo ha una validità di 90 giorni.

Ottenuto il certificato medico la domanda va presentata attraverso il servizio online tramite Pin. In caso di minore va utilizzato il suo codice Pin e non quello del genitore o tutore. In alternativa, è possibile presentare la domanda tramite il patronato o un’associazione di categoria dei disabili (Anmic, Ens, Uic, Anfass).

A partire dal 4 luglio 2009 (con l’eccezione delle domande di aggravamento previste dalla legge 80/2006) non è possibile presentare una nuova istanza per la stessa prestazione prima della fine della procedura in corso o, in caso di ricorso giudiziario, dell’intervento di una sentenza passata in giudicato.

Ricevuta la domanda completa l’Inps provvede a trasmetterla online alla Asl di competenza.

Una volta presentata la richiesta il cittadino riceve la data della visita medica di accertamento, in base al calendario di appuntamento della Asl di residenza o del domicilio alternativo.

All’invalido affetto da patologia oncologica la visita è fissata entro 15 giorni dalla domanda.

In caso di non trasportabilità il medico deve compilare e inviare online il certificato medico di richiesta di visita domiciliare, almeno cinque giorni prima della data già fissata per la visita ambulatoriale. Il Presidente della Commissione medica si pronuncia entro cinque giorni dalla ricezione della richiesta, comunicando al cittadino la data e l’ora della visita domiciliare o indicando una nuova data di invito a visita ambulatoriale.

In caso di impedimento, l’interessato può scegliere tra una delle date indicate dal sistema. Se l’interessato non si presenta alla visita viene convocato una seconda volta e ogni ulteriore assenza sarà considerata rinuncia e farà decadere l’istanza.

Alla visita l’interessato può farsi assistere da un medico di sua fiducia.

L’accertamento sanitario compete alla Asl attraverso una Commissione medica integrata (Cmi) che prevede anche un medico dell’Inps.

Ultimati gli accertamenti, la Commissione redige il verbale di visita firmato da almeno tre medici (incluso eventualmente il rappresentante di categoria).

Il verbale Asl è poi validato dal Centro medico legale (Cml) dell’Inps che può disporre nuovi accertamenti anche attraverso visita diretta.

Il verbale definitivo viene inviato in duplice copia all’interessato: una con tutti i dati sanitari anche sensibili e l’altra con il solo giudizio finale. L’invio avviene tramite raccomandata con avviso di ricevimento o all’indirizzo Pec se fornito dall’utente e resta disponibile nella cassetta postale online.

Sui verbali definiti dalle Commissioni mediche, la Commissione Medica Superiore (Cms) effettua un monitoraggio a campione o su segnalazione dei Centri medici dell’Inps. Gli accertamenti disposti dalla Cms, anche successivamente all’invio del verbale al cittadino possono prevedere un riesame della documentazione sanitaria agli atti o una visita diretta.

Se la Commissione medica ritiene le minorazioni suscettibili di modificazioni nel tempo, il verbale indica la data entro cui l’invalido dovrà essere sottoposto a una nuova visita di revisione.

Con decreto ministeriale 2 agosto 2007 il Ministero dell’Economia e delle Finanze e il Ministero della Salute hanno individuato le patologie e le menomazioni escluse dagli accertamenti di controllo. Il decreto indica la documentazione sanitaria da richiedere agli interessati o alle Commissioni mediche delle Asl (se non acquisita agli atti) idonea a confermare la minorazione.

Gli invalidi che accusano un aggravamento delle proprie condizioni devono presentare apposita domanda online all’Inps completa del certificato medico di accertamento della modifica del quadro clinico preesistente.

Carlo Pareto

Manovra, incentivi per assumere e le novità dell’Isee

Manovra

ECCO GLI INCENTIVI PER ASSUMERE UNDER 35

La decontribuzione del 50% per 36 mesi è riconosciuta “limitatamente alle assunzioni effettuate entro il 31 dicembre 2018 “, “ai soggetti che non abbiano compiuto il trentacinquesimo anno di età”. E’ quanto si legge in una bozza della Legge di Bilancio che l’AdnKronos è stata in grado di anticipare.

Al fine di promuovere l’occupazione giovanile stabile, ai datori di lavoro privati che, a decorrere dal primo gennaio 2018, assumono lavoratori con contratto di lavoro a tutele crescenti è riconosciuto, per un periodo massimo di 36 mesi, l’esonero dal versamento del 50% dei complessivi contributi previdenziali a carico dei datori di lavoro, con esclusione dei premi e contributi dovuti all’Inail”: “Resta ferma l’aliquota di computo delle prestazioni pensionistiche”, si legge nella bozza.

Dicembre 2018 – L’esonero, si legge, “spetta con riferimento ai soggetti che, alla data della prima assunzione incentivata ai sensi del presente articolo, non abbiano compiuto il trentesimo anno di età e non risultino essere stati occupati a tempo indeterminato con il medesimo o con altro datore di lavoro”. Limitatamente alle assunzioni effettuate entro il 31 dicembre 2018, “l’esonero è riconosciuto ai soggetti che non abbiano compiuto il trentacinquesimo anno di età”.

Licenziamenti – L’esonero contributivo, si sottolinea, “spetta ai datori di lavoro che, nei sei mesi precedenti l’assunzione, non abbiano proceduto a licenziamenti individuali per giustificato motivo oggettivo ovvero a licenziamenti collettivi nella medesima unità produttiva”.

Aliquote fiscali – Inoltre, tra le altre misure, c’è la proroga del blocco degli aumenti delle aliquote fiscali dei comuni al 2018. “Al comma 26, le parole ‘e 2017’ sono sostituite dalle seguenti: ‘, 2017 e 2018′”; “per l’anno 2018, i comuni che hanno deliberato ai sensi del periodo precedente possono continuare a mantenere con espressa deliberazione del consiglio comunale la stessa maggiorazione confermata per gli anni 2016 e 2017” si legge nella bozza della Legge di Bilancio.

Obbligatorio da settembre dell’anno prossimo

ISEE PRECOMPILATO: LE NOVITA’

A partire dal 1 settembre 2018 la dichiarazione sostitutiva unica (DSU) per il rilascio dell’Isee sarà precompilata dall’Inps in collaborazione con l’Agenzia delle Entrate. Non sarà più possibile, a partire da quella data, utilizzare il sistema manuale di compilazione.

Lo stabilisce in via ufficiale, dopo le numerose anticipazioni degli ultimi mesi, il decreto legislativo n. 147/2017, pubblicato in Gazzetta Ufficiale venerdì scorso 13 ottobre. Si tratta dello stesso decreto che introduce il Reddito di inclusione Rei, per richiedere il quale a partire dall’anno prossimo sarà necessario anche presentare l’indice Isee.

Come funziona la nuova Dsu precompilata – Come specificato dal D.Lgs. n. 147/2017, dunque, a decorrere dal 2018 l’Inps e l’Agenzia delle Entrate dovranno precompilare la Dsu utilizzando tutte le informazioni già in loro possesso, e dunque diminuendo il rischio di errori e distrazioni. L’Istituto si servirà dei dati dell’Anagrafe Tributaria, del Catasto e dei propri archivi, nonché delle informazioni su saldi e giacenze medie del patrimonio immobiliare del nucleo familiare comunicate ex art. 7 del D.P.R. n. 605/1973 e del D.L. n. 201/2011. Ulteriori informazioni riguardanti la retribuzione dovranno essere fornite dai datori di lavoro.

Servirà per il Rei – L’Isee che potrà essere calcolata dalla nuova Dsu precompilata sarà necessaria, tra le altre cose, proprio per la richiesta del Reddito di inclusione: per ottenere il Rei sarà necessario avere un indice non superiore a 6mila euro, oltre che un Isee non superiore ai 3mila euro.

Disponibile in via telematica – La Dsu precompilata dall’Inps sarà resa disponibile mediante i servizi telematici dell’Istituto direttamente al cittadino, che potrà accedervi anche per il tramite del portale dell’Agenzia delle entrate attraverso sistemi di autenticazione federata, oppure a mezzo di centro di assistenza fiscale (Caf) conferendovi apposita delega.

La Dsu precompilata potrà essere accettata o modificata, fatta eccezione per i trattamenti erogati dall’Inps e per le componenti già dichiarate a fini fiscali, per quali vale ciò che è stato dichiarato. Laddove la dichiarazione dei redditi non sia stata ancora presentata, le relative componenti rilevanti a fini Isee possono essere modificate, fatta salva la verifica di coerenza rispetto alla dichiarazione dei redditi successivamente presentata e le eventuali sanzioni in caso di dichiarazioni false.

Tasse

ITALIA DA RECORD PER PRESSIONE FISCALE

Italia al secondo posto nell’Unione europea per aumento della pressione fiscale rispetto al pil: dal 2005 al 2015 l’incremento è stato il secondo più alto dl’Europa a +3,2%, più del doppio della zona euro a +1,5% e più del triplo della Ue a 28 paesi a +1%. E’ quanto emerge dal rapporto Taxation Trends in the European Union 2017 della Commissione europea.

Tabelle alla mano, in dieci anni (2005-2015) in Europa il paese che ha segnato il rialzo più significativo è stato la Grecia (+4,5), sotto il peso dell’austerity imposta dal piano di salvataggio Ue. Ma attenzione essere al primo posto in Ue per incremento del peso del fisco sul pil non vuol dire avere le tasse più alte dell’Unione, perché ogni paese ovviamente parte da livelli differenti. Nel caso della Grecia infatti ad esempio nel solo 2015 la tassazione è stata pari al 25,7% del pil, pari a 45 miliardi di euro in valori assoluti; contro il 30,2% dell’Italia a quasi 496 miliardi di entrate fiscali totali, e in lieve calo rispetto al 30,3% del 2014.

Al terzo posto per incremento del fisco nel 2005-10 il Portogallo, altro paese sottoposto ad un piano di risanamento europeo, +2,8%, in ex equo con l’Estonia. Nello stesso decennio in esame la Germania ha segnato +2,3%, la Francia +2,2%.

Tra i paesi che invece hanno ridotto il peso della pressione fiscale nel 2005-10, troviamo l’Irlanda -6,3%, la Svezia -3,2%; la Lituania -2,9%, la Spagna -0,9% tra le differenze più rilevanti. Ma anche in questo caso va segnalato che un calo della pressione non equivale a tasse più basse: ad esempio le tasse della Svezia, che ha segnato una forte flessione del peso fiscale, erano al 40,5% del pil nel 2015.

Italia al top tra i ‘vecchi’ paesi membri (esclusi quelli dell’Est Europa dunque) anche per l’aliquota Iva. Sebbene la sterilizzazione delle clausole di salvaguardia negli ultimi quattro anni abbia scongiurato nuovi rialzi (per trovare un livello inferiore bisogna andare al 2013, al 21%), l’imposta sul valore aggiunto italiana resta elevata rispetto alle maggiori economie europee, al 22% nel 2017.

Al primo posto nel Vecchio Continente troviamo la Danimarca dove l’Iva svetta al 25%, seguita dall’Irlanda al 23%. In Germania l’Iva è saldamente ferma al 19% dal 2007; in Francia è ferma al 20% da 4 anni.

Bollette

ECCO QUANDO CONSERVARLE

Conservare una bolletta pagata di gas, luce, acqua o telefono è molto importante perché a volte rappresenta l’unica difesa del consumatore. Ma per quanti anni va tenuta? Tutto ciò che rientra nell’erogazione di servizi pubblici di consumo – si legge su guidafisco.it – devono essere conservate per 5 anni a partire dalla data di pagamento della bolletta. In questo lasso di tempo, il gestore del pubblico servizio, può richiedere copia del pagamento come dimostrazione della regolarità del versamento.

Quindi se si è pagata una bolletta il 10 ottobre 2017 si può buttare solo dopo 5 anni e solo dopo il 31 dicembre, quindi dal 1° gennaio 2022 il credito cade in prescrizione e quindi non è più esigibile da parte del gestore e il cliente ha diritto a non dover dimostrare il pagamento.

Se invece la bolletta è stata buttata prima dei 5 anni, il cliente dovrà ripagare la bolletta che non risulta contabilizzata dal gestore perché non può dimostrare l’effettivo pagamento.

Carlo Pareto

Cga, in Italia i lavoratori più vecchi d’Europa. FIS, come fare domanda

Inps

FONDO DI SOLIDARIETA’ (FIS)

I fondi di solidarietà, disciplinati dagli articoli 26 e seguenti del decreto legislativo 14 settembre 2015, n. 148 forniscono strumenti di sostegno al reddito in caso di sospensione o cessazione dell’attività lavorativa dei lavoratori dipendenti di aziende appartenenti a settori non coperti dalla normativa in materia d’integrazione salariale. Alcuni fondi, inoltre, corrispondono prestazioni integrative rispetto a quelle pubbliche in caso di cessazione del rapporto di lavoro (prestazioni emergenziali), nonché, in presenza di determinati requisiti, assegni straordinari a favore di lavoratori coinvolti in processi di agevolazione all’esodo fino alla maturazione del diritto alla pensione.

Il Fondo d’Integrazione Salariale (FIS), disciplinato dal decreto interministeriale 3 febbraio 2016, n. 94343 nasce dall’adeguamento, a decorrere dal 1° gennaio 2016, del fondo di solidarietà residuale alle disposizioni del d.lgs. 148/2015, non ha personalità giuridica, costituisce una gestione dell’Inps e gode di gestione finanziaria e patrimoniale autonoma.

Il Fondo comprende tutti i datori di lavoro, anche non organizzati in forma d’impresa, che occupano mediamente più di cinque dipendenti, che non rientrano nel campo di applicazione della cassa integrazione guadagni ordinaria e straordinaria e che appartengono a settori nell’ambito dei quali non sono stati stipulati accordi per l’attivazione di un Fondo di solidarietà bilaterale o di un Fondo di solidarietà bilaterale alternativo.

Il FIS mette a disposizione interventi a sostegno del reddito nei confronti dei lavoratori la cui attività lavorativa è sospesa o ridotta in relazione alle causali previste in materia di cassa integrazione guadagni ordinaria (a eccezione delle intemperie stagionali) o straordinaria (a eccezione del contratto di solidarietà) ovvero ridotta al fine di evitare o ridurre le eccedenze di personale. In particolare il Fondo eroga l’assegno di solidarietà, in favore dei lavoratori dipendenti di datori di lavoro che occupano mediamente più di cinque dipendenti, inclusi gli apprendisti, nel semestre precedente la data di inizio delle sospensioni o delle riduzioni di orario di lavoro e l’assegno ordinario, in aggiunta all’assegno di solidarietà, in favore dei lavoratori dipendenti di datori di lavoro che occupano mediamente più di quindici dipendenti, compresi gli apprendisti, nel semestre precedente la data di inizio delle sospensioni o delle riduzioni di orario di lavoro.

Le prestazioni del FIS spettano ai lavoratori con contratto di lavoro subordinato, inclusi gli apprendisti con contratto di lavoro professionalizzante e con esclusione dei dirigenti e dei lavoratori a domicilio. Non competono invece ai lavoratori con contratto di apprendistato per la qualifica e il diploma professionale, il diploma d’istruzione secondaria superiore e il certificato di specializzazione tecnica superiore e i lavoratori con contratto di apprendistato di alta formazione e ricerca. L’assegno di solidarietà è garantito ai lavoratori di datori di lavoro che, al fine di evitare o ridurre le eccedenze di personale nel corso della procedura di licenziamento collettivo, di cui all’articolo 24, legge 23 luglio 1991, n. 223 o al fine di evitare licenziamenti plurimi individuali per giustificato motivo oggettivo, stipulano accordi collettivi aziendali che stabiliscono una riduzione di orario con le organizzazioni sindacali più rappresentative. Agli assegni ordinari, invece, possono accedere tutti i lavoratori interessati da riduzione dell’orario di lavoro o sospensione dell’attività lavorativa per cause previste dalla normativa in materia d’integrazione salariale ordinaria o straordinaria, con le eccezioni sopra indicate e, dunque, per cause non dipendenti dalla volontà del lavoratore o del datore di lavoro. L’integrazione salariale deve essere attribuita per il tempo necessario alla ripresa dell’attività produttiva interrotta.

L’assegno di solidarietà può essere accordato per un periodo massimo di 12 mesi in un biennio mobile mentre l’assegno ordinario può essere concesso, sia per le causali della Cigo che della Cigs, fino a un periodo massimo di 26 settimane in un biennio mobile. Per ciascuna unità produttiva i trattamenti di assegno ordinario e di assegno di solidarietà non possono superare la soglia massima complessiva di 24 mesi in un quinquennio mobile. Tuttavia, ai fini del predetto limite massimo complessivo, la durata dell’assegno di solidarietà, entro il limite di 24 mesi nel biennio mobile, viene computato nella misura della metà. Oltre tale tetto la durata dei trattamenti viene computata per intero. Pertanto, è possibile, nel rispetto del biennio mobile riferito alle singole causali, a seconda della combinazione delle causali invocate, avere le seguenti durate massime: 36 mesi di assegno di solidarietà; 24 mesi di assegno di solidarietà + sei mesi di assegno ordinario + altri sei mesi di assegno ordinario; 24 mesi di assegno di solidarietà + sei mesi di assegno ordinario + sei mesi di assegno di solidarietà.

La misura della prestazione, sia per l’assegno di solidarietà che per l’assegno ordinario, è fissata nell’80% della retribuzione globale che sarebbe stata attribuita al lavoratore per le ore di lavoro non prestate, comprese tra le ore zero e il limite dell’orario contrattuale.

Per l’anno 2017 la misura massima mensile lorda della prestazione, erogabile al netto della riduzione del 5,84% che rimane nella disponibilità del Fondo, è pari a 914,96 euro per retribuzioni uguali o inferiori a 2.102,24 euro e a 1.099,70 euro per retribuzioni superiori a 2.102,24 euro.

Inps

FIS: Quando fare domanda

Per l’ammissione all’assegno di solidarietà i datori di lavoro devono presentare apposita istanza entro sette giorni dalla data dell’accordo sindacale e la riduzione dell’attività lavorativa deve avere inizio entro il trentesimo giorno successivo alla data di presentazione della domanda. La domanda non può comunque essere inviata prima di 30 giorni dall’inizio della sospensione.

La richiesta di accesso all’assegno ordinario, a prescindere dalla causale invocata, deve essere presentata non prima di 30 giorni e non oltre il termine di 15 giorni dall’inizio della sospensione o riduzione dell’attività lavorativa. Il mancato rispetto di tali termini non determina la perdita del diritto alla prestazione, ma, nel caso di presentazione prima dei 30 giorni, l’irricevibilità della stessa e, nel caso di presentazione oltre i 15 giorni, uno slittamento del termine di decorrenza della prestazione. In caso di presentazione tardiva l’eventuale trattamento di integrazione salariale non potrà aver luogo per periodi anteriori di una settimana rispetto alla data di presentazione (ovvero dal lunedì della settimana precedente).

Come fare domanda

Le domande di accesso alle prestazioni devono essere inoltrate dal datore di lavoro online all’Inps attraverso il servizio dedicato.

Avverso i provvedimenti adottati è possibile proporre ricorso, entro 90 giorni ed esclusivamente tramite il servizio online RiOL (Ricorsi on line), al comitato amministratore del FIS, presso la Direzione Generale dell’INPS. Il comitato amministratore decide in unica istanza sui ricorsi in materia di contributi e prestazioni.

Cgia di Mestre

IN ITALIA I LAVORATORI PIU’ VECCHI D’EUROPA

Un popolo di lavoratori anziani. In Italia, secondo le rilevazioni dell’Ufficio studi della Cgia, opera infatti la popolazione lavorativa più vecchia d’Europa. Nel 2016 l’età media degli occupati in Italia era di 44 anni, contro una media di 42 registrata nei principali paesi Ue. Negli ultimi 20 anni, inoltre, l’età media dei lavoratori italiani è salita di 5 anni, un incremento che in nessun altro paese è stato così rilevante.

A seguito del calo demografico, dell’allungamento dell’età media e di quella lavorativa, in Italia vi sono nei luoghi di lavoro pochissimi giovani e molti over 50. Se, infatti, nel nostro paese l’incidenza dei giovani (15-29 anni) sul totale degli occupati è pari al 12 per cento, in Spagna è al 13,2, in Francia al 18,6, in Germania al 19,5 e nel Regno Unito al 23,7 per cento.

Per contro, nel nostro Paese l’incidenza degli ultra 50enni sul totale degli occupati è del 34,1%. Solo la Germania registra un dato superiore al nostro e precisamente del 35,9 per cento, mentre in Spagna è del 28,8, in Francia del 30 e nel Regno Unito del 30,9 per cento.

La diminuzione della presenza degli under 30 nei luoghi di lavoro è un fenomeno che è in atto da parecchi anni. Tra il 1996 e il 2016, sebbene lo stock complessivo dei lavoratori occupati in Italia sia aumentato, i giovani presenti negli uffici o in fabbrica sono diminuiti di quasi 1.860.000: in termini percentuali nella fascia di età 15-29 anni la variazione è stata pari al -40,5 per cento, contro una media dei principali Paesi Ue del -9,3 per cento.

Sempre in questo arco temporale, tra gli over 50 gli occupati sono aumentati di oltre 3.600.000 unità, facendo incrementare questa coorte dell’89,8 per cento. Un boom che, comunque, ha interessato tutti i principali paesi dell’Ue presi in esame in questa analisi, con punte che in Spagna hanno toccato il +103,8 per cento e in Francia il +105,1 per cento.

“Con pochi giovani e tante persone di una certa età ancora presenti nei luoghi di lavoro – ha segnalato il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo – le nostre maestranze possono contare su una grande esperienza ed un’elevata professionalità, tuttavia stanno riemergendo una serie di problemi che credevamo aver definitivamente superato”.

“In primo luogo, sono tornati a crescere, soprattutto nei mestieri più pesanti e pericolosi, gli incidenti e la diffusione delle malattie professionali” ha rilevato Zabeo.

“In secondo luogo, il numero di attività caratterizzato da mansioni di routine è molto superiore al dato medio europeo. Con l’avvento dei nuovi processi di automazione e di robotica industriale rischiamo una riduzione di un’ampia fetta di lavoratori di una certa età con un livello di scolarizzazione medio-basso che, successivamente, sarà difficile reinserire nel mercato del lavoro” ha concluso.

Carlo Pareto

Stop indennità ragazzo ammalato di tumore: la precisazioni dell’Inps

Stop indennità ragazzo ammalato di tumore

L’INPS SPIEGA

L’Inps ha ritenuto necessarie fornire alcune precisazioni sul caso di Steven Babbi, il giovane dipendente della ditta Siropack, da tempo affetto da una grave patologia, al quale è stato sospesa l’erogazione dell’indennità di malattia, di cui si sono occupati nelle ultime settimane numerosi organi di stampa. Lo scrive l’Inps in una nota.

L’Istituto – ha scritto l’Ente previdenziale in una nota – ha garantito tutto quello che le norme prevedono in queste situazioni, ossia la possibilità di indennizzare l’azienda per la parte di retribuzione corrisposta al ragazzo entro il limite massimo annuo, che è pari a 180 giorni. Nel caso di Steven, il limite dei 180 giorni indennizzati nel 2017 è stato raggiunto l’11 settembre scorso.

Da quella data, conseguentemente, le norme di riferimento purtroppo non consentono di riconoscere ulteriori periodi indennizzabili nel corso di questo anno solare.

Non sussiste infatti alcuna potestà discrezionale da parte dell’Istituto di decidere la durata delle prestazioni erogate, che è definita dalla legge. Il riconoscimento del periodo di titolarità dell’indennità economica in questione fino all’11 settembre 2017 è stato quindi un atto del tutto vincolato, viene sottolineato dall’Inps.

L’Istituto in ogni caso – viene espressamente precisato nella nota – manifesta la più sentita vicinanza nei confronti di un ragazzo che combatte con grande dignità una difficile battaglia e si rende totalmente disponibile a ogni forma di supporto consentito dalle leggi vigenti.

Legato a ripresa e alto costo per le imprese

STUDIO UIL SUL CALO RICHIESTE CIGS

Nonostante a settembre prosegua, in generale, il calo delle richieste di cassa integrazione (-42,2%), sono oltre 174.000 i posti di lavoro protetti dagli ammortizzatori sociali, di cui oltre 100.000 dalla cassa straordinaria. Il calo, pari al 46.7 %, in questo caso, è attribuibile sia ai timidi segnali di ripresa sia al forte aumento, per le imprese che lo richiedono, dei costi di accesso a questo ammortizzatore sociale. Ecco perché uno dei provvedimenti che potrebbe essere inserito nella prossima legge di Bilancio dovrebbe riguardare il raddoppio dei costi di licenziamento collettivo per la gestione delle crisi aziendali. Questi proventi servirebbero così ad avviare la sperimentazione dell’assegno di ricollocazione in costanza di cassa integrazione guadagni straordinaria. E’ quanto emerge dallo Studio su ammortizzatori sociali e licenziamenti realizzato dal Servizio Politiche attive e passive della Uil.

Attualmente, il “ticket licenziamento – ha spiegato Guglielmo Loy, segretario confederale Uil – a seguito della riforma Fornero, che ha abolito la mobilità, è pari al 41% del massimale di riferimento della Naspi (489,95 euro annui). Precedentemente (fino al 2016) i costi per i licenziamenti collettivi erano mediamente più alti di circa il 59%, in quanto erano parametrati all’indennità mensile di mobilità. Il ticket licenziamento in vigore, in presenza di accordo sindacale, viene pagato, in un’unica soluzione, fino ad un massimo di 3 anni (da un minimo di 489,95 euro per un anno fino a un massimo di 1.469,85 euro per tre anni ) in funzione dell’anzianità del lavoratore. Senza accordo sindacale i costi sono tre volte più alti: 1.469,85 euro per un anno fino ad un massimo di 4.409,55 euro per tre anni”.

La Uil, già da tempo, ha ingaggiato con l’esecutivo, e in particolare con il Ministero del Lavoro, un confronto serrato sugli effetti di alcune delle modifiche strutturali apportate alla legislazione che regola il mercato del lavoro e in particolare i sistemi di protezione sociale, compresi i costi di licenziamento. E’ opportuno, quindi, che il Governo stesso, attraverso la manovra di bilancio 2018, innalzi il ‘ticket licenziamenti’ con un duplice obiettivo: creare un deterrente al non utilizzo della cassa integrazione, recuperare risorse da destinare all’occupabilità dei lavoratori colpiti da crisi aziendale.

“Anche grazie a queste risorse – ha commentato Guglielmo Loy – si potrebbe costruire un percorso, in forma volontaria per i lavoratori che saranno posti in cigs, i quali potranno anticipare i tempi di attivazione dell’assegno di ricollocazione e di tutte le attività, compresa un’efficace formazione, così da creare le condizioni per accedere a una nuova occupazione. La procedura dovrebbe prevedere per il lavoratore un vantaggio sia di carattere fiscale, quale l’esenzione dall’Irpef delle eventuali somme ricevute per incentivazione all’esodo, sia di carattere economico, derivante dall’erogazione del 50% del residuo di cassa integrazione spettante”.

“Vantaggi che – ha sottolineato – porterebbero nelle tasche dei lavoratori ricollocati benefici medi che vanno da un minimo di 3.585 euro (6 mesi residui di cigs), fino ad un massimo di oltre 14 mila euro (in caso di 24 mesi residui di cigs), passando per gli oltre 7 mila euro (in caso di 12 mesi di cigs residua). Il vantaggio economico sarebbe pari a 5.559 euro in 18 mesi (309 euro mensili) per le aziende che assumono con questa nuova modalità un lavoratore a tempo indeterminato (stipendio medio 24 mila euro), anche grazie al beneficio della decontribuzione del 50%”.

La misura potrebbe essere sostanzialmente finanziata con l’aumento del costo del ticket licenziamento. Un intervento, quest’ultimo, che permetterebbe di riequilibrare i costi di licenziamento in rapporto a quelli previsti prima della piena messa a regime del D.lgs. 148/2015 (Jobs Act). Con tale provvedimento, infatti, si sono innalzati in misura considerevole i costi di gestione di periodi di cassa integrazione, in particolare di quella Straordinaria, e sono invece diminuiti i costi per i licenziamenti con particolare attenzione a quelli collettivi. Tant’è che per il 2017, le aziende verseranno nelle casse dell’Inps (bilancio preventivo), per il ‘ticket licenziamento’ 441 milioni di euro a fronte dei 524 milioni versati lo scorso anno tra ticket e contributo di accesso alla mobilità. “Si tratterebbe, senza dubbio – ha avvertito Loy – di un accoglimento solo parziale delle nostre richieste, ma si confermerebbe la consapevolezza da parte del governo che la riforma del sistema di tutele in costanza di rapporto di lavoro ha bisogno di qualcosa in più di un semplice ritocco”.

Infortuni

OLTRE 470MILA DENUNCE NEI PRIMI 9 MESI DEL 2017

Nei primi nove mesi di quest’anno, le denunce d’infortunio pervenute all’Inail sono state 471.518. L’aumento di 594 casi rispetto allo stesso periodo del 2016 (+0,1%) è la sintesi della diminuzione di quelli avvenuti in occasione di lavoro (-0,5%) e dell’incremento di quelli avvenuti in itinere, nel tragitto casa-lavoro e viceversa (+3,7%). Tra gennaio e agosto si era registrato, invece, un aumento per entrambe le modalità di accadimento (+0,7% e +4,4% rispettivamente) per un incremento complessivo pari all’1,3%.

Sono alcuni dei dati disponibili nella sezione ‘Open data’ del sito Inail: dati analitici delle denunce di infortunio e malattia professionale presentate all’Istituto entro il mese di settembre. Si tratta di dati provvisori, perché per quantificare i casi accertati positivi sarà necessario attendere il consolidamento dei dati del 2017, con la conclusione dell’iter amministrativo e sanitario relativo a ogni denuncia.

All’aumento delle denunce presentate all’Inail nei primi nove mesi del 2017 ha contribuito soltanto la gestione industria e servizi con un +0,8% (nel periodo gennaio-agosto l’incremento era del 2%), mentre le gestioni agricoltura e conto Stato hanno fatto segnare un calo pari, rispettivamente, al 5,9% e all’1,3%. In particolare, per la gestione industria e servizi si assiste nel periodo preso in esame a un incremento degli infortuni in occasione di lavoro dello 0,3% (tra gennaio e agosto era dell’1,6%) e del 3,8% per quelli in itinere (nella rilevazione al 31 agosto 2017 la percentuale era del 4,4%).

A livello territoriale, tra gennaio e settembre, le denunce di infortunio sono aumentate al Nord (oltre tremila casi in più), mentre sono diminuite al Sud (-969), al Centro (-781) e nelle Isole (-683). Gli aumenti più sensibili, sempre in valore assoluto, si sono registrati in Lombardia (+1.794 denunce) ed Emilia Romagna (+1.238), mentre le riduzioni maggiori sono quelle rilevate in Sicilia (-903) e Puglia (-836).

Nei primi tre trimestri 2017, l’aumento infortunistico è stato pari allo 0,1% tra i lavoratori (330 casi in più) e allo 0,2% tra le lavoratrici (+264). L’analisi per classi di età evidenzia un sensibile aumento delle denunce per i lavoratori di età compresa tra i 55 e i 59 anni e di quelli tra i 60 e i 69 anni, con circa duemila casi in più per entrambe. Risultano, inoltre, in diminuzione le denunce dei lavoratori italiani (-1.600 casi) e in aumento quelle degli stranieri (+2.200).

Nel solo mese di settembre sono state rilevate 45.504 denunce, 3.767 in meno rispetto a settembre 2016 (-7,6%) e 1.900 in meno rispetto a settembre 2015 (-4,0%). Quest’anno il mese ha avuto un giorno lavorativo in meno (fine settimana e festività escluse) rispetto a settembre 2016 (21 contro i 22). Questo calo incide anche sul numero dei giorni lavorativi dell’intero periodo gennaio-settembre, che nel 2017 sono stati 189 contro i 190 del 2016.

Le denunce di infortuni sul lavoro con esito mortale presentate all’Inail nei primi nove mesi di quest’anno sono state 769, con un incremento di 16 casi rispetto ai 753 dell’analogo periodo del 2016 (+2,1%) e una diminuzione di 87 rispetto agli 856 decessi denunciati tra gennaio e settembre del 2015 (-10,2%). I dati rilevati al 30 settembre del 2016 e del 2017 evidenziano un aumento di 40 casi (da 608 a 648) nella gestione industria e servizi (+6,6%), una diminuzione di nove casi (da 109 a 100) in agricoltura (-8,3%) e un calo di 15 casi (da 36 a 21) nel conto Stato (-41,7%).

Nei primi tre trimestri del 2017, si sono registrati degli incrementi sia dei casi avvenuti in occasione di lavoro (+0,4%) sia di quelli occorsi in itinere (+6,9%), inferiori però rispetto a quelli dei primi otto mesi (+3,2% e +9,1% rispettivamente), nei quali era stato rilevato un aumento complessivo delle denunce mortali pari al 4,8%. Dal confronto ‘di mese’ tra il settembre 2016 e il settembre 2017 emerge, viceversa, un calo del 10,6% delle denunce in tutte e tre le gestioni, per un totale di sette decessi in meno (da 66 a 59).

L’analisi territoriale evidenzia un aumento di 33 denunce di infortuni con esito mortale nel Nord-Ovest (Liguria +15, Lombardia +14, Piemonte +4), di 11 casi al Sud (Abruzzo +19, Puglia +2, Campania -7, Basilicata -3) e di sette casi nelle Isole (Sicilia +8, Sardegna -1). Le denunce, invece, sono in diminuzione nel Nord-Est (-26 casi), dove si segnalano in particolare i dati del Veneto (-17) e dell’Emilia Romagna (-9), e al Centro, per il quale si registra un calo di nove decessi, sintesi della riduzione rilevata in Umbria (-8 casi), nelle Marche (-3) e in Toscana (-1) e dell’aumento di tre casi nel Lazio.

L’incremento rilevato nel confronto tra i primi nove mesi del 2016 e del 2017 è legato esclusivamente alla componente maschile, i cui casi mortali sono aumentati di 18 unità, da 678 a 696 (+2,7%), mentre quella femminile ha fatto registrare una diminuzione di due casi, da 75 a 73 decessi (-2,7%).

Aumentano le denunce che riguardano lavoratori italiani (+15 casi) e stranieri dell’Unione europea (+4), mentre diminuiscono quelle relative a infortuni con esito mortale occorsi a lavoratori extracomunitari (-3).

Le denunce di malattia professionale pervenute all’Inail nei primi nove mesi del 2017 e protocollate sono state 43.312, oltre 1.500 in meno rispetto allo stesso periodo del 2016 (-3,4%). Dopo anni di continua crescita, il 2017 sembra dunque contraddistinguersi per il trend in diminuzione, comunque contenuto, delle tecnopatie denunciate, già rilevato anche nei mesi precedenti.

Il calo maggiore si registra in agricoltura (-1.040 casi, da 9.437 a 8.397), seguita dall’industria e servizi (-493 casi, da 34.880 a 34.387) e dal conto Stato (-14 casi, da 542 a 528). In ottica di genere, si rilevano circa mille casi in meno per i lavoratori (da 32.421 a 31.412) e oltre 500 in meno per le lavoratrici (da 12.438 a 11.900). Le patologie del sistema osteo-muscolare e del tessuto connettivo, con quelle del sistema nervoso e dell’orecchio, continuano a rappresentare quasi l’80% del totale dei casi denunciati.

Carlo Pareto

Obbligatoria la comunicazione all’Inail degli infortuni che comportano un’assenza di almeno un giorno

Pensioni vittime del dovere

CONGUAGLI 730/2017 A CARICO DELL’INPS

I conguagli del 730 2017 per i beneficiari delle pensioni per vittime del dovere saranno a carico dell’Inps. Con il messaggio n. 3820 del 4 ottobre 2017 l’Inps è intervenuta in materia di benefici fiscali a favore delle vittime del dovere e dei loro familiari superstiti (art.1, comma 211, legge 11 dicembre 2016, n. 232), annullando quanto già comunicato nel precedente n.3505, in cui evidenziava la cessazione del ruolo di sostituto d’imposta da parte dell’Inps sui trattamenti pensionistici a partire dal 1° gennaio 2017 e annunciava che non avrebbe operato i conguagli per i contribuenti interessati.

Nelle nuove istruzioni si legge invece che : “tenuto conto che numerosi contribuenti, rientranti nella suddetta fattispecie, hanno comunque presentato il modello 730/2017 indicando l’Inps quale sostituto d’imposta, su concorde avviso dell’Agenzia delle Entrate, al fine di evitare disagi ai pensionati in questione e considerata l’imminenza del termine previsto per la conclusione delle operazioni inerenti l’assistenza fiscale, l’Istituto effettuerà in via straordinaria i rimborsi o le trattenute derivanti da modello 730/2017”

Innovazione

UFFICIALI E VERIFICATE LE PAGINE INPS SU FACEBOOK

Dal 2 ottobre scorso le quattro pagine Facebook dell’Inps: – Inps per la Famiglia – Inps Credito e Welfare Dipendenti Pubblici – Inps Giovani – Inps per i Lavoratori Migranti – riportano un badge grigio che attesta che si tratta di una Pagina autentica, ufficialmente riconducibile all’Istituto, e che ciò che vi è comunicato proviene da Inps e ha valore istituzionale.

La richiesta, della conferma di autenticità, a Facebook si è resa necessaria dopo che, nel corso del 2017, l’Istituto ha effettuato un monitoraggio di tutte le pagine Facebook che nel titolo facevano riferimento alla parola Inps. Monitoraggio dal quale è emerso che circa cinquanta pagine utilizzavano la denominazione dell’Istituto o il logo in maniera impropria.

Queste pagine contengono informazioni non vere e diffondono notizie prive di fondamento, le cosiddette bufale, inoltre è spesso utilizzato un linguaggio violento nei confronti dell’Istituto e delle persone che vi lavorano. L’Inps, in maniera continua, monitora tali attività con segnalazioni sia ai gestori di Facebook sia alla Polizia Postale laddove si rinvengano gli estremi di utilizzo e comportamenti non corretti.

Oltre al “badge” che garantisce l’affidabilità e autorevolezza delle quattro pagine Facebook ufficiali, per essere sicuri di essere sulle pagine istituzionali è sempre possibile accedere dalla home page del sito www.inps.it, cliccando sul simbolo (+) presente in alto a destra.

Sicurezza sociale Ue

NUOVI SISTEMI DI RAFFORZAMENTO DELLA COOPERAZIONE TRA GLI STATI

Il 13 settembre 2017 il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker ha pronunciato il suo discorso annuale sullo stato dell’Unione, presentando le priorità politiche della Commissione fino al 2019 ed ulteriori iniziative per il futuro dell’Europa.

Accompagnando il suo intervento, ha presentato due documenti: una tabella di marcia per un’Unione più unita, più forte e più democratica e una lettera d’intenti al Presidente del Parlamento Antonio Tajani ed alla Presidenza del Consiglio. La tabella di marcia delinea le prossime tappe del dibattito sul futuro dell’Europa, in linea col Libro bianco della Commissione del 1° marzo 2017, che delinea cinque scenari per il futuro dell’Europa. La lettera d’intenti, a sua volta, offre una prospettiva più ampia delle iniziative legislative e non legislative che la Commissione europea intende proporre, comprese quelle da lanciare o realizzare entro il 2018 e quelle da avviare prima del 2025.
Nell’ambito di questa lettera d’intenti, diverse nuove proposte hanno un impatto sui sistemi di sicurezza sociale.
Il Presidente della Commissione ha proposto l’istituzione di un’autorità europea del lavoro, per rafforzare la cooperazione tra le omologhe autorità a tutti i livelli e migliorare la gestione delle situazioni transfrontaliere ed altre iniziative a sostegno di una mobilità equa, come il numero di sicurezza sociale europeo. A tale proposito, non può non ricordarsi come l’istituzione di un numero di sicurezza sociale europeo sia una proposta avanzata dall’Inps da più di un anno: fortemente sostenuta dal presidente Boeri, essa ha già formato oggetto di incontri con varie istituzioni previdenziali. La rilevanza strategica del progetto è testimoniata dall’attribuzione di un incarico di studio denominato “ESSIN – European Social Security identification number: analisi e coordinamento della gestione dei sistemi di protezione sociale a livello europeo”. Una proposta sull’argomento dovrebbe essere pubblicata dalla Commissione europea già nel 2018.

Il pilastro europeo dei diritti sociali dovrebbe essere proclamato dalle istituzioni dell’Unione Europea già in occasione del Vertice sociale di Göteborg di novembre.

Infine, tra le nuove iniziative, Jean-Claude Juncker ha annunciato un’iniziativa sull’accesso alla protezione sociale dei lavoratori atipici ed autonomi.

Infortuni sul lavoro

COMUNICAZIONE OBBLIGATORIA ANCHE PER 1 GIORNO DI ASSENZA

E’ diventata obbligatoria la comunicazione all’Inail degli infortuni che comportano un’assenza di almeno un giorno, escluso quello dell’evento. Due circolari dell’Inail appena pubblicate illustrano infatti le modalità di trasmissione telematica all’Istituto delle comunicazioni relative agli infortuni, e delle informazioni per l’istituzione e l’aggiornamento del registro di esposizione ad agenti cancerogeni e mutageni e del registro di esposizione ad agenti biologici.

D’ora in avanti, dunque, per tutti i datori di lavoro, compresi i datori di lavoro privati di lavoratori assicurati presso altri enti o con polizze private, e per i loro intermediari scatta l’obbligo di comunicare in via telematica all’Inail – e per il suo tramite al Sistema informativo nazionale per la prevenzione nei luoghi di lavoro (Sinp) – i dati relativi agli infortuni dei lavoratori – subordinati, autonomi o a essi equiparati – che comportano l’assenza dal lavoro di almeno un giorno, escluso quello dell’evento.

Come precisato nella circolare Inail n. 42 emessa recentemente, la segnalazione all’Istituto – a fini statistici e informativi – deve essere effettuata entro 48 ore dalla ricezione dei riferimenti del certificato medico. Il mancato rispetto dei termini previsti determina l’applicazione di una sanzione amministrativa. Se la prognosi riportata sul primo certificato medico è superiore a 3 giorni, per il datore di lavoro assicurato all’Inail resta invece l’obbligo di presentare la denuncia di infortunio. In questo caso l’obbligo della comunicazione dell’infortunio all’Istituto è assolto per mezzo della denuncia.

Un’altra circolare sempre emessa da poco (la n. 43/2017), illustra le modalità di invio telematico, che rappresenta una semplificazione importante in quanto consente di rispettare, con un’unica operazione online, l’obbligo previsto dalla normativa vigente nei confronti sia dell’Inail sia dell’organo di vigilanza.

Infatti, da adesso sul portale dell’Inail è disponibile anche il nuovo servizio online per la trasmissione delle informazioni per l’istituzione e l’aggiornamento del registro di esposizione ad agenti cancerogeni e mutageni e del registro di esposizione ad agenti biologici.

Nella prima fase il nuovo servizio sarà disponibile per i datori di lavoro, o loro delegati, titolari di posizione assicurativa territoriale (Pat). I datori di lavoro, pubblici e privati, non titolari di una Pat dovranno invece inviare i dati relativi ai lavoratori esposti ad agenti biologici, cancerogeni e mutageni utilizzando la posta elettronica certificata (Pec).

Economia

DETRAZIONI: 55 MILIARDI DI SCONTI FISCALI

Detrazioni, deduzioni, esclusioni, crediti d’imposte ed esenzioni. Tanti nomi per altrettanti interventi che hanno un unico fine: ridurre il carico fiscale dei contribuenti attraverso degli sconti. Nel 2017 il sistema tributario italiano ne conta 468 per un valore di 54,5 miliardi di euro ripartiti tra persone fisiche e imprese.

Il bonus più sostanzioso è senza dubbio il credito d’imposta, declinato in 36 diverse forme, che vale 89.116 euro procapite. I fortunati, però, sono pochi: solo 18.673 soggetti a cui vanno 1,7 miliardi di euro. I dati sono contenuti nel dossier ‘Semplificazioni possibili nel settore fiscale’, approvato dalla commissione parlamentare per la semplificazione ed elaborati dall’AdnKronos.

12 tipi di sconti – Nel documento vengono illustrati i risultati dell’indagine conoscitiva, che ha portato all’identificazione di 11 macro tipologie di sconti fiscali, dalle detrazioni ai regimi sostitutivi, più una dodicesima che raccoglie tutte le agevolazioni rimaste fuori dalle precedenti. Proprio a quest’ultima categoria è destinata la quota maggiore delle tax expenditures, ben 16,4 miliardi di euro, da dividere tra 11,6 milioni di beneficiari, che corrispondono a 1.415 euro procapite.

Le detrazioni sono le misure più diffuse: nel 2017 sono 41 e interessano 46,5 milioni di persone a cui vanno 254 euro procapite, per un totale di 11,8 miliardi. Anche le 37 deduzioni vengono distribuite tra un ampio numero di contribuenti: sono 28,4 milioni i beneficiari, che si dividono 4,7 miliardi di euro, ottenendo 166 euro procapite.

Esenzioni – Sono ben 132 le esenzioni di quest’anno, che interessano 13,7 milioni di contribuenti; la spesa dell’erario per l’erogazione del bonus ammonta a 4,5 miliardi di euro, per un importo procapite pari a 328 euro. Costa poco meno la riduzione delle aliquote, declinata in 29 diverse ‘nuance’; l’erario spende 4,3 miliardi che distribuisce tra 436.153 fortunati soggetti, che beneficiano di 9.893 euro procapite di sconto. Sotto la voce ‘esenzioni’ rientrano 60 tipi di interventi che vanno a 5,3 milioni di contribuenti, per una spesa statale di 3,8 miliardi di euro, che equivale a 714 euro procapite.

E’ di poco inferiore il costo dei 20 regimi sostitutivi, pari a 3,7 miliardi di euro, che interessano 1,8 milioni di soggetti, per un bonus procapite di 2.043 euro. Tra le categorie che impegnano maggiormente l’erario, per spesa, rientrano anche i 35 tipi di regimi speciali, che costano 2 miliardi di euro e vanno a 1,4 milioni di soggetti, per uno sconto procapite di 1.413 euro.

Il dossier – Nel dossier parlamentare si sottolinea la necessità di avviare una ”seria riforma” ricordando che mettere mano al fisco ”impone un orizzonte temporale lungo, per poter condurre un’analisi scrupolosa ed esaustiva dello stato dell’arte”. Fino a oggi, invece, è prevalsa invece ”la ricerca, per certi versi fisiologica, del gettito” attraverso misure ”il cui impatto non sempre viene accuratamente valutato ex ante”.

Da qui nasce ”il moltiplicarsi degli adempimenti e delle scadenze, la volatilità delle norme e la loro stratificazione nonché la sostanziale disapplicazione dello statuto del contribuente”. Le difficoltà burocratiche, l’incertezza delle regole e ”la non eccelsa qualità media dei servizi pubblici erogati” grazie ai tributi versati ”non invoglia i cittadini al versamento delle imposte e costituisce un alibi per quanti vi si sottraggono”.

Evasione – L’elusione e l’evasione fiscale provocano un effetto a catena, che induce lo Stato e gli enti locali a ”gravare ancora di più su coloro che si comportano correttamente” e a ”escogitare un sistema estremamente complesso, caratterizzato da una vasta quantità di contributi, di adempimenti e di scadenze”. L’obiettivo di riduzione del carico fiscale, conclude lo studio, è possibile solo se è ”equamente ripartito tra tutti i soggetti”.

Carlo Pareto

Ingiusto licenziamento. Risarcimento o reintegra? Come funziona
negli altri Paesi

Welfare

LE INVALIDITA’ CIVILI SONO COMPETENZA INPS

L’accertamento delle pensioni di invalidità civile può tranquillamente passare dalle Asl all’Inps. Così aveva fatto il commissario ad acta della Regione Calabria, il quale, anche in un’ottica di risparmi per le finanze pubbliche, aveva sottoscritto un protocollo di intesa sperimentale con l’Istituto di previdenza, assegnando a quest’ultimo tutte le mansioni di controllo degli invalidi civili. In linea anche con quanto previsto dalla legge 102 del 2009.

Una manovra che non è piaciuta alla Regione, che ha imboccato la strada del contenzioso davanti ai giudici amministrativi. Non avendo, però, avuto soddisfazione in primo grado, l’ente ha deciso di proseguire la battaglia davanti al Consiglio di Stato. Lo scorso agosto i giudici di appello hanno sospeso, in sede cautelare, la decisione del Tar, ma con la sentenza breve pubblicata di recente (terza sezione, numero 4628, presidente Frattini, relatore Realfonzo) hanno definitivamente affossato le pretese della Regione.

Quest’ultima ha perso su tutta la linea. A partire dal fatto che il suo ricorso è stato ritenuto inammissibile, perché quelle in discussione non sono competenze che la Costituzione attribuisce alla Regione e, dunque, non c’era alcun interesse meritevole di tutela che l’ente potesse far valere davanti ai giudici.

Nonostante questi presupposti, il Consiglio di Stato è voluto andare fino in fondo e anche nel merito ha giudicato il ricorso infondato.

Il commissario aveva, infatti, le competenze per chiamare in causa l’Inps e questa operazione gli ha dato ragione, perché sono stati realizzati risparmi di spesa. Per esempio, i medici delle Asl che prima dovevano accertare i requisiti dei pensionati invalidi civili, ora possono fare altro. E non è vero – come sosteneva la Regione – che per gli utenti cresceranno i disagi, perché dovranno viaggiare per recarsi presso le sedi Inps di Catanzaro, Reggio Calabria e Rossano Calabro. L’articolazione delle sedi dell’Istituto sul territorio – ha precisato la terza sezione – è più capillare e i pensionati potranno effettuare le visite anche presso tutti i centri medici legali presenti nelle direzioni provinciali (dunque, anche a Cosenza, Crotone e Vibo Valentia) e nelle agenzie Inps di Lamezia Terme e Rossano.

Nuove competenze per i dipendenti pubblici

UNIVERSITA’ ED INPS INSIEME A LAVORO

Il 25 settembre scorso, presso la sede di Monte S. Angelo della Federico II, si è svolto l’evento di chiusura dei corsi di formazione che il Demi, diretto dalla dottoressa Adele Caldarelli, ed in particolare il gruppo di “Organizzazione Aziendale” coordinato dai professori Gianluigi Mangia e Riccardo Mercurio, ha organizzato in collaborazione con l’Inps di Napoli, rappresentato dal dirigente locale Dr. Bafundi Roberto, nell’ambito del progetto Valore PA.

I corsi tenuti presso il Dipartimento di Economia, Management e Istituzioni della Federico II hanno avuto ad oggetto temi di notevole attualità e importanza che impattano in maniera significativa sulle sfide impegnative che le pubbliche amministrazioni stanno affrontando, come quelli relativi alla spending review, alla comunicazione pubblica e all’utilizzo dei nuovi mezzi digitali, insieme a quello della trasformazione organizzativa nella PA.

L’intento condiviso dell’Inps con il Demi ed il gruppo di “Organizzazione Aziendale” è stato quello di potenziare la rete tra i partecipanti provenienti da diverse pubbliche amministrazioni che hanno aderito al progetto formativo.

L’obiettivo primario dell’iniziativa è stato quello di mirare sulla formazione come elemento che crea un “valore” per il sistema, da cui il titolo scelto per il progetto, amplificando il bagaglio di conoscenze di coloro che ne hanno preso parte e perfezionando ed implementando l’impiego di molteplici strumenti metodologici.

Gli incontri, oltre ad un approccio teorico, hanno dato luogo anche ad una importante fase di progettazione sul campo, mediante prove pratiche in aula di verifica di situazioni reali, con esempi specifici e discussione di casi concreti.

Risarcimento o reintegra?

LE SCELTE DEGLI ALTRI PAESI IN CASO DI LICENZIAMENTO

Il risarcimento è il rimedio predominante in caso di licenziamento individuale ingiustificato. Questo è il dato che emerge da una recente indagine condotta da Toffoletto De Luca Tamajo, uno dei maggiori studi legali italiani specializzato in diritto del lavoro e sindacale per le aziende e contratti di agenzia.

Il monitoraggio, che ha coinvolto 41 Paesi in tutto il mondo, ha preso in considerazione esclusivamente il regime sanzionatorio applicabile alle aziende di medie e grandi dimensioni in caso di licenziamento individuale ingiustificato. Escluse, invece, dall’oggetto dell’analisi le sanzioni in caso di licenziamento di dirigenti o rappresentanti sindacali, di lavoratori dipendenti di aziende di piccole dimensioni e le conseguenze sanzionatorie prefigurate per il licenziamento discriminatorio, per violazioni procedurali o per cessazione di contratti a termine.

I risultati sono stati ben rappresentati nella nuova Law Map dello Studio appena pubblicata, che evidenzia come a livello globale siano in minoranza i Paesi nei quali la reintegrazione è prevista come rimedio esclusivo. È questo il caso di Austria, Germania, Norvegia, Repubblica Ceca, Ucraina, Slovacchia e Romania; o di altri Paesi come Russia, Panama o Portogallo, dove tuttavia il lavoratore può optare per il pagamento di un’indennità sostitutiva (come in Italia fino alla riforma del 2012).

È bene sottolineare, poi, che in gran parte dei Paesi oggetto di indagine, pur essendo previsti legislativamente sia il risarcimento che la reintegrazione, di fatto quest’ultima non viene quasi mai disposta. Si tratta, in particolare, di Francia, Spagna, Uk, Australia, Lussemburgo, Cipro, Danimarca, Irlanda, Svezia e Ungheria; e ancora di Messico, Turchia, Israele ed Emirati Arabi.

La reintegrazione è del tutto esclusa, invece, in Svizzera, Finlandia, Belgio, Argentina e Cile, dove l’unico rimedio possibile è il pagamento a favore del lavoratore di un’indennità risarcitoria, il cui ammontare varia da Paese a Paese: in Finlandia, ad esempio, può arrivare fino a 24 mensilità; in Svizzera, invece, fino a un massimo di 6.

Menzione a parte meritano gli Stati Uniti che ad oggi rappresentano l’unico Paese (tra quelli presi in esame) in cui non trova applicazione alcuna sanzione, considerato che il licenziamento, salvo alcune specifiche eccezioni, può essere intimato in qualunque momento, anche senza preavviso e motivazione.

Anmil

AUMENTANO GLI INFORTUNI SUL LAVORO

La situazione per quanto riguarda gli infortuni sul lavoro resta allarmante: 421.969 eventi denunciati (dati sino ad agosto), +1,2% rispetto al 2016. Ma soprattutto 682 infortuni mortali denunciati, +4,7%. Lo denuncia l’Anmil, l’associazione per le vittime degli infortuni sul lavoro celebrando la 67ma giornata nazionale. La preoccupazione per l’aumento infortunistico – viene spiegato – è dettata soprattutto dal fatto che a determinarlo sono stati i comparti industria e servizi (2%) e Conto stato dipendenti (3,3%). il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella è recentemente intervenuto per sottolineare come sia “inconcepibile” registrare tutte queste morti sul lavoro, specialmente tra i giovanissimi”.

“Parliamo – ha detto il presidente Franco Bettoni – proprio di carenza di sicurezza nei luoghi di lavoro più rischiosi”. Come sede della manifestazione nazionale quest’anno è stata scelta Cagliari, ma i festeggiamenti si sono svolti in tutte le 106 sedi dell’associazione. Lo slogan scelto per l’edizione 2017 è “Cambiamo la storia”. A partire – ha rimarcato – dal completamento dell’attuazione del Testo unico sicurezza. “Sono più di venti i programmi ancora da attuare – ha concluso Bettoni – e alcuni riguardano materie anche di grande rilievo”.

I temi caldi affrontati a Cagliari sono stati: qualificazione delle imprese, sorveglianza sanitaria, lavoratori disabili al lavoro, malattie professionali. Sul fronte della tutela delle vittime, l’Anmil si batte per la rivalutazione delle prestazioni economiche Inail. Arretrano invece le malattie professionali denunciate: -2,8% rispetto al 2016. La giornata è iniziata con la messa nella chiesa di San Paolo. Poi c’è stata la partecipata manifestazione al Conservatorio musicale di Cagliari. Toccanti sono state le testimonianze di chi ha subito danni e dolori. Come la storia di Antonio, in coma dopo essere stato colpito da una trivella mentre scavava un pozzo a Sarroch. Ferito non solo fisicamente: “Il processo al di là della necessità di ricevere giustizia – ha raccontato – significò per me nel contempo infierire ulteriormente sulla condizione di fragilità che mi stava accompagnando. Stavo male”. Un messaggio di sofferenza, ma anche di speranza. “Oggi sto bene grazie alla terapia farmacologica, allo sport e alla mia famiglia”.

Carlo Pareto

Allarme per le partite Iva. Una su 4 sotto la soglia di povertà

Inps

RISCATTO LAUREA

Il riscatto della laurea ai fini pensionistici può essere richiesto da tutti i lavoratori iscritti alle gestioni Inps che abbiano già conseguito il titolo di studio, e non siano già coperti da contribuzione nel periodo di frequentazione dell’università. E’ consentito riscattare solo gli anni previsti dalla durata ordinaria del corso di laurea, se lo studente è andato fuori corso non avrà la possibilità di riscattare gli anni in più che ci ha impiegato per laurearsi.

Tutti i dettagli sul riscatto della laurea presso le gestione Inps sono contenuti in un approfondimento della Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro del 19 settembre 2017, ripresi dal sito delle piccole-media imprese pmi.it. I riferimenti normativi fondamentali per il riscatto della laurea sono il decreto legislativo 184/1997 e la legge 247/2007.

Possono dunque riscattare la laurea gli iscritti a tutte le gestioni Inps, purché il periodo di studi sia precedente a quello in cui è stata istituita la gestione previdenziale. Nel caso, ad esempio, della gestione separata, la frequentazione dell’università deve essere successiva al 31 marzo 1996. Il riscatto della laurea può essere chiesto anche da chi è già titolare di trattamento pensionistico. Naturalmente, se lo si chiede per anticipare la pensione di vecchiaia, l’operazione andrà fatta prima dell’età pensionabile perché gli anni siano poi conteggiabili ai fini della maturazione della pensione. Possono chiedere il riscatto dalla laurea anche i soggetti inoccupati.

Come già riferito, una regola fondamentale consiste nel fatto che i periodi di cui si chiede il riscatto non devono essere coperti da contribuzione. Nell’ipotesi in cui, durante il corso di studi, ci sia stato un periodo limitato di lavoro durante il corso, ad esempio un impiego part-time, potrà essere chiesto il riscatto della laurea al netto dei periodi per i quali già risulta accreditata una contribuzione. Sono ammessi al riscatto tutti i titoli di laurea (vecchio ordinamento, laurea triennale, laurea magistrale, diplomi di specializzazione post-laurea, Accademia delle Arti e Conservatorio, dottorati di ricerca. Non sono inclusi, invece, i master universitari.

L’ammissione all’operazione è a titolo oneroso, ed il cui costo dipende da diversi fattori: collocazione cronologica del periodo di studio (prima o dopo il 1995, e prima e dopo il 2011), e modalità di calcolo della pensione (contributivo o retributivo).

Se il periodo di riscatto è valutato con metodo retributivo, il computo si effettua in base al principio della riserva matematica. Molto in sintesi, si conteggiano due diverse pensioni: quella senza riscatto, e quella che ingloba anche gli anni del corso di studi. La nuova pensione tiene conto di un beneficio corrispondente all’aumento delle settimane in quota A (media rivalutata degli ultimi 5 anni di contribuzione prima del pensionamento). Lo schema di calcolo: Pensione annua con riscatto – Pensione annua senza riscatto = Incremento pensionistico generato dal riscatto (Beneficio). Il beneficio pensionistico va a questo punto moltiplicato per un coefficiente attuariale legato a età, sesso e stato lavorativo del richiedente. Esempio: beneficio (calcolato in base allo schema sopra indicato) pari a 15mila 600 lordi annui. Coefficiente di un lavoratore di 63 anni pensionato pari a 16,68. Onere spettante: 260mila 200 euro.

Se invece il periodo di riscatto è valutato con il contributivo, il computo si effettua con il sistema a percentuale, che consiste nell’applicazione dell’aliquota contributiva in vigore al momento della domanda sull’imponibile previdenziale dello ultime 52 settimane. In pratica, si conteggiano gli ultimi 12 mesi di contribuzione obbligatoria precedenti alla richiesta di riscatto, si applica l’aliquota vigente (ad esempio, il 33% per l’Assicurazione generale obbligatoria), si calcola l’adeguamento per il periodo oggetto di riscatto. Esempio: retribuzione imponibile ultimi 12 mesi 40mila euro. Aliquota Ago 33%. Costo onere annuale 13mila 200 euro, per quattro anni di studi 52mila 800 euro.

Esiste poi uno specifico metodo di calcolo per gli inoccupati, che è simile a quello che si effettua per chi ha la pensione contributiva (quindi, su base percentuale) prendendo come riferimento il minimale reddituale della Gestione Commercianti per l’anno della domanda di riscatto. Per esempio, il minimale 2017 è pari a 15.548, quindi l’onere di riscatto è di 5mila 130,84 euro per ogni anno.

Giova infine ricordare che è possibile pagare l’onere di riscatto in 120 rate spalmate in dieci anni, senza interessi.

Inps

ESONERO VISITA FISCALE E LEGGE 104

In caso di possibile visita fiscale, l’esonero è prefigurato in determinati casi. Queste casistiche comprendono, ad esempio, malattie a rischio di vita, gravidanze complicate, infortuni sul luogo di lavoro. Anche per tutti coloro che beneficiano della cosiddetta Legge 104 è previsto l’esonero dalla visita fiscale. E’ bene ricordare che questa può essere effettuata in qualsiasi giorno della settimana, anche nei festivi, e già a partire dal primo giorno di malattia. Le fasce orarie in cui il lavoratore deve essere reperibile variano, però, in base al comparto in cui si lavora.

Per chi ha la Legge 104, per la visita fiscale l’esonero è prefigurato solamente in un caso, ovvero quando la patologia per la quale il lavoratore si assenta dal lavoro sia collegata ai motivi di invalidità che hanno dato diritto a beneficiare della predetta legge. Vediamo di chiarire meglio il concetto con due esempi. Un lavoratore con la Legge 104 legata a motivi cardiaci si assenta dal luogo di lavoro per riscontrate problematiche al cuore. Questo lavoratore è completamente esonerato dall’obbligo di reperibilità per la visita fiscale.

Se, invece, lo stesso lavoratore (beneficiario, quindi, della Legge 104 per problemi di cuore) si assenta dal lavoro per un’altra malattia (come può essere, ad esempio, un’influenza) egli non è esonerato e potrà, quindi, essere suscettibile di controllo medico fiscale. E’ molto importante che questa regola sia rispettata e conosciuta, in quanto sono molti i lavoratori che credono di essere esonerati semplicemente perché in possesso della Legge 104 per sé stessi o per un familiare vicino. Laddove l’esonero non sussista, la sanzione può essere molto pesante per il lavoratore che potrebbe perdere l’indennità per i giorni di malattia.

Se si guarda più da vicino la normativa si osserva che la Legge 104/92 è fatta a piena difesa dei diversamente abili, uomini e donne che presentano delle menomazioni a livello fisico o psichico tali da rendere il soggetto svantaggiato all’interno della società e anche dell’ambiente lavorativo. Chi beneficia della Legge 104 ha diritto a tre giorni di permesso ogni mese per le cure relative alla propria persona o a quelle di familiari. In questa ultima ipotesi la legge è applicabile per parenti o affini fino al terzo grado di parentela. Tutte le documentazioni vanno presentate all’Inps di competenza che, previo prima visita medica pluridisciplinare effettuata dall’Asl, valuterà caso per caso.

Partite Iva

I NUOVI POVERI

Partite Iva, i nuovi poveri. La crisi economica ha infatti colpito più duramente loro che i lavoratori dipendenti e i pensionati: una partita Iva su 4 infatti è finita sotto la soglia di povertà. L’allarme arriva dalla Cgia che in uno studio annota come le famiglie che vivono grazie ad un reddito da lavoro autonomo siano quelle più a rischio: nel 2015, infatti, il 25,8% dei nuclei familiari di questa categoria è riuscita a vivere stentatamente al di sotto della soglia povertà calcolata dall’Istat.

Un rischio povertà dunque maggiore di quello a cui può esporti un pensionato o un lavoratore dipendente: per quei nuclei in cui il capo famiglia ha come reddito principale la pensione, invece, il rischio, calcola la Cgia, si è attestato al 21%, mentre per quelle che vivono con uno stipendio/salario da lavoro dipendente il tasso si è fermato al 15,5%. Questo per dire che la crisi per la Cgia ha colpito soprattutto le famiglie del cosiddetto popolo delle partite Iva: ovvero dei piccoli imprenditori, degli artigiani, dei commercianti, dei liberi professionisti e dei soci di cooperative. Il ceto medio produttivo, insomma, denuncia ancora, ” ha pagato più degli altri gli effetti negativi della crisi e ancora oggi fatica ad agganciare la ripresa”.

Dal 2008 ai primi 6 mesi di quest’anno, infatti, lo stock di lavoratori autonomi (ovvero, i piccoli imprenditori, gli artigiani, i commercianti, i liberi professionisti, i coadiuvanti familiari, etc.) è diminuito di 297.500 unità (-5,5%). Sempre nello stesso arco temporale, la platea dei lavoratori dipendenti presenti in Italia è invece aumentata di quasi 303.000 unità (+1,8%).

Sempre tra il 2008 e i primi mesi di quest’anno, a livello territoriale il popolo delle partite Iva ha segnato la contrazione più marcata in Emilia Romagna (-12,7 per cento), in Calabria (-12 per cento), in Liguria e in Abruzzo (entrambi i casi con una riduzione del 10,4 per cento). La ripartizione geografica più colpita da questa moria, invece, è stata il Mezzogiorno (-7 per cento).

Infine, il reddito delle famiglie con fonte principale da lavoro autonomo ha subito in questi ultimi anni (2008-2014) una “sforbiciata” di oltre 6.500 euro (-15,4 per cento), mentre quello dei dipendenti è rimasto quasi lo stesso (-0,3 per cento). In aumento, invece, il dato medio dei pensionati e di quelle famiglie che hanno potuto avvalersi dei sussidi (di disoccupazione, di invalidità e di istruzione) che sono stati erogati ai nuclei più in difficoltà (+8,7 per cento pari a +1.941 euro)

“A differenza dei lavoratori subordinati – ha fatto notare il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo – quando un autonomo chiude definitivamente l’attività non dispone di alcuna misura di sostegno al reddito. Perso il lavoro ci si rimette in gioco e si va alla ricerca di una nuova occupazione. In questi ultimi anni, purtroppo, non è stato facile trovarne un altro: spesso l’età non più giovanissima e le difficoltà del momento hanno costituito una barriera invalicabile al reinserimento, spingendo queste persone verso forme di lavoro completamente in nero”.

Carlo Pareto

Pensioni Inps, la Corte
dei Conti dice a no
a modifiche
alla legge Fornero

Pensioni Inps

CORTE DEI CONTI: NO A MODIFICHE DELLA LEGGE FORNERO

“Ogni arretramento” rispetto ai parametri sottostanti al disegno di riforma completato con la legge Fornero, esporrebbe la finanza pubblica “a rischi di sostenibilità”. Lo ha affermato il presidente della Corte dei Conti, Arturo Martucci di Scarfizzi, in una recente audizione resa nelle commissioni Bilancio di Camera e Senato, impegnate nell’esame della nota di aggiornamento al Def.

“Le ultime proiezioni sulla spesa pensionistica mettono in evidenza l’importanza di garantire la piena attuazione delle riforme approvate in passato, senza tornare indietro” è stato invece l’altolà ad ogni ipotesi di ulteriori interventi sulle età pensionabile che è arrivato da Luigi Federico Signorini, vice direttore generale di Bankitalia.

“L’insieme delle riforme previdenziali realizzate in più di vent’anni ha migliorato in modo sostanziale sia la sostenibilità sia l’equità intergenerazionale del sistema. Tuttavia le prospettive demografiche e di crescita potenziale sono state aggiornate e risultano meno favorevoli. Le più recenti proiezioni dell’incidenza della spesa sul prodotto, da poco rese note dalla Ragioneria Generale dello Stato, sono, conseguentemente, più alte di quanto in precedenza prospettato”, ha spiegato ricordando come la stessa Nota di aggiornamento segnali che queste ultime “comporterebbero un peggioramento degli indicatori di sostenibilità delle finanze pubbliche calcolati dalla Commissione europea”.

Secondo il Rapporto sulle tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e sociosanitario, pubblicato lo scorso agosto dalla Ragioneria Generale dello Stato, ha detto ancora Signorini, “l’incidenza sul Pil della spesa per pensioni, oggi pari a circa il 15,5 per cento, raggiungerebbe valori di poco superiori al 18 per cento tra il 2040 e il 2045, imboccando successivamente un sentiero di costante e significativa discesa”. Rispetto alle precedenti proiezioni della Ragioneria, dunque, “la spesa risulta sensibilmente maggiore in ciascun anno del periodo considerato. Il peggioramento riflette la revisione al ribasso effettuata da Eurostat delle prospettive di crescita italiane, a sua volta riconducibile a una più deludente dinamica della produttività totale dei fattori e a minori flussi migratori netti”. E’ per questo, conclude, Bankitalia, che “le ultime proiezioni sulla spesa pensionistica mettono in evidenza l’importanza di garantire la piena attuazione delle riforme approvate in passato, senza tornare indietro”.

Auto

LE AGEVOLAZIONI CON LA 104

Sono numerose le agevolazioni fiscali riservate alle persone con disabilità e per i loro familiari. Tra le varie – dalle detrazioni Irpef alle spese sanitarie, passando per Iva e assicurazioni – la normativa tributaria comprende anche benefici fiscali per quanto riguarda l’acquisto dell’auto.

In una guida messa a disposizione dall’Agenzia delle Entrate, viene illustrato il quadro aggiornato con il riconoscimento di tali benefici in favore dei contribuenti portatori di disabilità. Ma attenzione, si sottolinea, “le agevolazioni sono riconosciute solo se i veicoli sono utilizzati, in via esclusiva o prevalente, a beneficio delle persone disabili”.

Per quanto attiene un veicolo, nel documento si ricorda che sono previsti:

– detrazione Irpef del 19% della spesa sostenuta (indicata in un massimo di 18.075,99 euro) per l’acquisto;

– Iva agevolata al 4% sull’acquisto;

– esenzione dal bollo auto;

– esenzione dall’imposta di trascrizione sui passaggi di proprietà.

La detrazione al 19% spetta una sola volta (cioè, per un solo veicolo) nel corso di un quadriennio a decorrere dall’acquisto. Ma si può riottenere il beneficio entro un quadriennio, “solo se il veicolo precedentemente acquistato viene cancellato dal Pubblico Registro Automobilistico (PRA) perché destinato alla demolizione” o in caso di furto, “al netto dell’eventuale rimborso assicurativo, e deve comunque essere calcolata su una spesa massima di 18.075,99 euro”.

Chi può usufruirne – Possono usufruire delle agevolazioni: a). non vedenti e non udenti; b). disabili con handicap psichico o mentale titolari dell’indennità di accompagnamento; c). disabili con grave limitazione della capacità di deambulazione o affetti da pluriamputazioni; d). disabili con ridotte o impedite capacità motorie (che però non risultano contemporaneamente ‘affetti da grave limitazione della capacità di deambulazione’; per questa categoria, “il diritto alle agevolazioni è condizionato all’adattamento del veicolo”).

Non vedenti – Per quanto riguarda i non vedenti, rientrano nella categoria “le persone colpite da cecità assoluta o che hanno un residuo visivo non superiore a un decimo a entrambi gli occhi con eventuale correzione. Gli articoli 2, 3 e 4 della legge n. 138/2001 individuano esattamente le varie categorie di non vedenti, fornendo la definizione di ciechi totali, parziali e ipovedenti gravi”.

Non udenti – Per quanto concerne chi non ha l’udito, si legge nella guida, “occorre far riferimento alla legge n. 381 del 26 maggio 1970 (circolare dell’Agenzia delle Entrate n. 3/E del 2 marzo 2016) che all’art. 1, comma 2, recita testualmente ‘si considera sordo il minorato sensoriale dell’udito affetto da sordità congenita o acquisita durante l’età evolutiva’”.

Legge 104 – Per quanto attiene poi i disabili di cui ai punti b e c, “sono quelli che hanno un grave handicap (comma 3 dell’articolo 3 della legge n. 104/1992) certificato con verbale dalla Commissione per l’accertamento dell’handicap presso l’Asl”. In particolare, il punto riguarda disabili “con handicap grave derivante da patologie (comprese le pluriamputazioni) che comportano una limitazione permanente della capacità di deambulazione”.

Il familiare – Infine, ricorda il documento dell’Agenzia delle Entrate, “se il portatore di handicap è fiscalmente a carico di un suo familiare (possiede cioè un reddito annuo non superiore a 2.840,51 euro) può beneficiare delle agevolazioni lo stesso familiare che ha sostenuto la spesa nell’interesse del disabile”.

Prevedono di guadagnare meno dei loro genitori

GIOVANI ITALIANI PESIMISTI

Le aspettative salariali dei giovani, in Italia, sono sempre più pessimiste. E’ quanto rileva un sondaggio globale realizzato da Monster sui guadagni potenziali dei lavoratori rispetto ai genitori ha rivelato che un lavoratore italiano su due (il 50% del totale) prevede di guadagnare meno o molto meno dei genitori nel corso della propria carriera rispetto ai lavoratori di Canada (31% ), Francia (27%), Finlandia (24%) e Stati Uniti (17%). I risultati dimostrano che in Italia i giovani già inseriti nel mondo del lavoro o in cerca di occupazione avvertono un livello elevato di incertezza e preoccupazione per quanto riguarda le proprie aspettative di carriera e prospettive economiche future. Dai numeri emerge, inoltre, un netto contrasto rispetto alle prospettive dei giovani nel resto del mondo.

Più del 60% del totale degli intervistati ha delle prospettive di guadagno molto più alte o comunque superiori a quelle dei propri genitori. Meno di un quinto (17%) degli intervistati prevede un potenziale di guadagno inferiore rispetto ai genitori nel corso della propria carriera; la percentuale scende ulteriormente (solo il 7%) tra coloro che prospettano guadagni nettamente inferiori rispetto ai genitori. Tra i gruppi di intervistati italiani, questi numeri hanno raggiunto un più rassicurante 26% tra coloro che si aspettano di guadagnare più dei genitori, ma solo quando l’entusiasmo è stato ridotto da aspettative salariali ‘molto più alte’ a ‘più alte’. Si tratta tuttavia di cifre ancora ben al di sotto della media degli altri paesi inclusi nel sondaggio (-10%).

“I dati rilevati dal sondaggio lasciano emergere una situazione obiettiva contrastante – ha commentato Nicola Rossi, country manager di Monster Italia – e testimoniano il grande pessimismo che regna in Italia tra i giovani alla ricerca di occupazione rispetto ai coetanei in altre aree del mondo. Si tratta probabilmente della più grande sfida che il nostro Paese si trova ad affrontare: invertire progressivamente questa spirale negativa con incentivi e politiche che, assieme a una solida presa di posizione in materia di occupazione, offrano ai giovani in cerca di lavoro la prospettiva di un reale miglioramento della propria posizione rispetto a quella delle generazioni che li hanno preceduti”.

Tra i più ottimisti, il sondaggio Monster ha rilevato che quasi tre quarti (71%) degli americani prevedono di guadagnare ‘molto di più’ (32%) o ‘di più’ (39%) durante la propria carriera rispetto ai genitori. Tra coloro che hanno mostrato una percentuale di pessimismo per quanto riguarda il proprio potenziale di guadagno, solo il 12% si aspetta di guadagnare meno dei genitori e solo il 5% degli intervistati statunitensi prevede di guadagnare molto meno. Ad accompagnare gli americani nel loro ottimismo sono i canadesi, con più della metà (55%) che prevede guadagni di carriera ‘molto più alti’ (22%) o ‘più alti’ (33%) rispetto ai genitori. Tuttavia, dal sondaggio è emerso anche che quasi un terzo (31%) dei lavoratori canadesi ha prospettive di guadagno ‘più basse’ o ‘molto più basse’ rispetto ai genitori. Le aspettative di Finlandia e Francia sono in linea con quelle del Canada e sono quasi identiche l’una all’altra. La maggior parte degli intervistati in Francia (54%) e Finlandia (56%) ha prospettive di guadagno ‘molto più alte’ o ‘più alte’ dei genitori. Metà di questi, quasi un quarto del totale (il 27% in Francia e il 24% in Finlandia) prevedono di guadagnare ‘meno’ o ‘molto meno’ dei genitori entro la fine della propria carriera.

La percezione globale, quindi, per quanto riguarda il potenziale di guadagno nel corso della propria carriera lavorativa non è così pessimista. In realtà, questi risultati mostrano una grande speranza in termini di guadagni potenziali per i nostri leader di domani. Tuttavia, c’è ancora molto lavoro da fare e il margine di miglioramento in tutto il mondo è elevato.

I risultati ottenuti in Italia, dove il 26% ritiene di avere prospettive di guadagno superiori (ma non di molto) rispetto ai genitori, mentre un terzo (34%) ritiene che tali guadagni saranno inferiori ai genitori, sottolineano la necessità di livelli di sostegno, opportunità e risorse maggiori.

Carlo Pareto