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Carlo Pareto

Istat. Diminuiscono i pensionati ma aumenta il reddito

Addio all’Asdi

AMMORTIZZATORI SOCIALI INPS 2018: COSA CAMBIA

Dall’addio definitivo all’Asdi alle nuove regole della cassa integrazione. Dall’1 gennaio 2018 sono scattate diverse novità sul fronte degli ammortizzatori sociali, alcune delle quali introdotte con la legge di Bilancio. Altre erano già in programma, dato che il sistema è ancora oggetto di una significativa trasformazione per effetto di norme approvate negli ultimi anni. Le principali novità riguardano soprattutto la cassa integrazione guadagni straordinaria per le imprese di rilevanza economica e strategica con più di 100 dipendenti e per quelle delle 12 aree di crisi complessa. Significativo, al riguardo, il dato contenuto nel recente rapporto della Uil: da gennaio a ottobre 2017 sono state autorizzate oltre 302 milioni di ore di cassa integrazione (in flessione del 39,9% rispetto allo stesso periodo del 2016), di cui la gestione straordinaria ha assorbito il 62,4% del montante complessivo (189 milioni di ore). Ma se nei primi 10 mesi di quest’anno sono diminuite le ore di cassa integrazione straordinaria, rispetto al 2007 – l’inizio della crisi – sono quasi triplicate. Erano 71 milioni dieci anni fa a fronte delle 189 milioni del 2017. Più lieve l’aumento dell’ordinaria (da 59 milioni di ore del 2007 rispetto agli 87 milioni di ore del 2017).

L’assegno di ricollocazione – Un prolungamento di 12 mesi per Cassa integrazione straordinaria e mobilità è prospettato per le imprese delle 12 aree di crisi complessa, per le quali si utilizzeranno le risorse non spese. Nel 2016 sono stati stanziati 216 milioni di euro per l’anno di riferimento (con richieste per 167 milioni) e 117 milioni di euro per il 2017. Un’altra novità, introdotta con l’obiettivo di evitare i licenziamenti collettivi, riguarda sia le aziende strategiche sia quelle nelle aree di crisi complessa. Sarà possibile per il personale in Cigs accedere all’assegno di ricollocazione prima del licenziamento (prima bisognava essere disoccupati da almeno 4 mesi) per poi iniziare un percorso che porti a un nuovo lavoro entro 12 mesi. L’assegno va dai 250 euro (al Sud, sotto i tre mesi di assunzione) ai 5mila euro (per un contratto di almeno un anno) e viene pagato al centro per l’impiego o all’agenzia privata accreditata a ricollocazione effettuata. Lo strumento della conciliazione protegge l’impresa da possibili contenzioni, mentre l’indennità è defiscalizzata per i primi nove mesi. Il lavoratore, invece, intasca la Cigs e partecipa attivamente alla ricerca del nuovo posto di lavoro. Una volta trovato, oltre al nuovo stipendio, potrà intascare il 50% della Cigs residua. Per questa operazione sono disponibili 200 milioni per il 2018.

Naspi anche a chi lascia l’Italia – Una recente novità riguarda la nuova prestazione di assicurazione sociale per l’impiego (Naspi) che ha preso il posto di Aspi e mini-Aspi dal 1° maggio 2015. L’indennità  di disoccupazione è rivolta a tutti i lavoratori dipendenti che hanno perso involontariamente il lavoro, a cui vanno aggiunti gli apprendisti, i soci di cooperative che hanno stipulato un rapporto di lavoro in forma subordinata e il personale artistico inquadrato con rapporto di lavoro subordinato. Sono escluse dalla tutela le risoluzioni consensuali e le dimissioni, fatta eccezione per quelle per giusta causa e quelle rassegnate durante il periodo di tutela della maternità. Il lavoratore disoccupato viene convocato dal centro per l’impiego, entro 2 mesi dalla data di licenziamento, per effettuare il primo colloquio conoscitivo e viene iscritto all’Anpal (Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro). Il lavoratore stipula un patto di servizio che prevede la disponibilità a incontri di orientamento e formazione e l’accettazione di congrue proposte di lavoro. In seguito al parere fornito dal Ministero del lavoro, l’Inps ha modificato parzialmente il suo orientamento in caso di espatrio del lavoratore: la Naspi potrà essere percepita per tre mesi anche dai disoccupati che escono dall’Italia per soggiornare all’estero con momentanea sospensione degli obblighi previsti dalla legge. Invariati i requisiti: nei 4 anni precedenti alla disoccupazione involontaria bisogna aver maturato almeno 13 settimane di contribuzione e negli ultimi 12 mesi almeno 30 giornate di lavoro effettivo, con alcune eccezioni. La durata della Naspi 2018, varia a seconda di quanti contributi si sono stati versati negli ultimi 4 anni prima del licenziamento involontario, ma la durata massima è di 24 mesi. Diverse le polemiche su quest’indennità, soprattutto su durata e modalità di calcolo che, secondo i sindacati, penalizzano alcune categorie di lavoratori, tra cui gli stagionali.

Fine dell’Asdi – Tra le altre novità che attendono i lavoratori nel 2018 c’è l’addio all’Asdi, l’assegno sociale di disoccupazione che aveva preso il via a gennaio 2016 ed era destinato ai soggetti che avevano fruito già della Naspi per la durata massima. Prorogata per tutto il 2017, dal 1° gennaio 2018 non è più in vigore e le risorse che prima erano destinate a questo assegno ora andranno a finanziare il Reddito di inclusione (Rei). Resta invariata anche l’indennità di disoccupazione agricola, che spetta ai lavoratori agricoli, con almeno due anni almeno 2 anni di contributo Naspi versato e che abbiano almeno 102 contributi giornalieri versati nei 24 mesi precedenti la domanda. Nessuna novità anche per la Dis-coll, la disoccupazione per i collaboratori coordinati e continuativi (con o senza progetto) rimasti senza lavoro. Per ottenerla bisogna essere disoccupati, iscritti in via esclusiva alla Gestione separata Inps, non avere partita Iva e avere versato almeno tre mensilità di contribuzione dal 1 gennaio dell’anno precedente.

Istat

MENO PENSIONATI MA AUMENTA REDDITO

Nel 2016 i pensionati sono circa 16,1 milioni e percepiscono in media 17.580 euro lordi, 257 euro in più rispetto all’anno precedente. Lo rileva l’Istat specificando che tra il 2015 e il 2016 il numero di pensionati scende di 115mila unità e che per 3,2 milioni di famiglie la pensione é l’unica fonte monetaria di reddito. Le donne sono il 52,7% dei pensionati e ricevono in media importi annuali di circa 6mila euro inferiori a quelli degli uomini.

Le diminuzioni più rilevanti si riscontrano tra i pensionati di vecchiaia (quasi 94mila in meno), tra quelli di invalidità previdenziale (circa 57mila in meno) e tra i superstiti (quasi 29mila in meno). Sono invece in aumento i pensionati sociali (+5mila circa) e quelli d’invalidità civile (+52mila). Il reddito pensionistico sembra proteggere da situazioni di forte disagio economico. Nel 2015 l’incidenza delle famiglie a rischio di povertà tra quelle con pensionati (16,5%) è sensibilmente inferiore a quello delle altre famiglie (24,2%).

Professionisti

CONSULENTI DEL LAVORO ATTESTANO STATO DI DISOCCUPAZIONE

Stop alle incertezze sullo stato di disoccupazione dei lavoratori assunti tramite i Consulenti del lavoro. Lo prevede la Legge Finanziaria 2018 che assegna alla Fondazione Consulenti per il Lavoro la possibilità di ricevere dall’Anpal i dati relativi ai soggetti in stato di disoccupazione o a rischio di disoccupazione. Ciò permetterà alle agenzie per il lavoro, nonché agli iscritti all’albo nazionale dei soggetti accreditati ai servizi per il lavoro (ex art. 12 Dlgs. 150/2015, fra cui la Fondazione Consulenti per il Lavoro) di avere precisa contezza sullo stato dei lavoratori e sui loro precedenti occupazionali. I consulenti del lavoro, tramite della Fondazione Consulenti per il Lavoro, potranno dunque accedere legittimamente alla banca dati informativa dell’Anpal per confermare lo status occupazionale dei lavoratori in via di assunzione e la presenza di eventuali precedenti contratti a tempo indeterminato nella pregressa carriera degli stessi.

Tale informazione si rivelerà fondamentale per confermare definitivamente la legittimità della fruizione del nuovo incentivo occupazionale triennale per i giovani, varato nella stessa legge di stabilità 2018. “Scelta del legislatore assolutamente coerente e in linea con quanto deciso negli anni scorsi in materia di mercato del lavoro – ha commentato Marina Calderone, presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro – scelte che confermano la centralità dei consulenti del lavoro rispetto alla gestione del rapporto di lavoro, anche per il ruolo di grande impulso dato alle politiche attive con la gestione di 8milioni di lavoratori”.

“Così – ha sottolineato – i datori di lavoro avranno la possibilità di avere la certezza dei presupposti dei rapporti di lavoro da instaurare e quindi la garanzia della legittimità della decontribuzione applicata in base alle nuove assunzioni agevolate, previste dalla Finanziaria 2018”.

Lavoro

GLI AUMENTI DEGLI STATALI

Un aumento lineare, che fa crescere di circa il 4,5% lo stipendio fisso (il «tabellare») e offre aumenti effettivi fra i 45 e i 60 euro netti al mese, a seconda della posizione economica di ogni dipendente, attestandosi intorno ai 50 euro per i livelli di inquadramento dove si concentra la maggioranza del personale; un bonus temporaneo da 21-25 euro per dieci mesi, pensato con l’obiettivo di sterilizzare l’effetto degli aumenti sul bonus da 80 euro (che da 26.600 euro lordi in su scende al crescere del reddito); e un ricco elenco di materie lasciate alla contrattazione integrativa, a cui dovrebbe toccare il solito compito di differenziare gli stipendi singoli in base alla “produttività” dopo che dal testo dell’intesa nazionale sono usciti anche i meccanismi che avrebbero dovuto azzerare i premi individuali negli uffici in cui le valutazioni sono prodighe con tutti.

Aumenti lineari

Sono questi i tre risultati pratici dell’accordo sul contratto nazionale per le oltre 240mila persone che lavorano in ministeri, agenzie fiscali ed enti pubblici «non economici» come l’Enac, l’Inps o il Cnel. L’intesa, siglata nella notte dell’antivigilia di Natale, fissa la linea che sarà seguita anche per gli altri comparti, dalla sanità alla scuola passando per gli enti territoriali. E mostra il compito principale dei nuovi contratti: recuperare almeno in parte il tempo perduto negli otto anni di blocco, rimandando al futuro le sfide più complicate come l’allineamento degli stipendi fra i vecchi comparti ora confluiti sotto un’unica etichetta. O, appunto, la questione eterna delle buste paga differenziate in base alle solite parole d’ordine del «merito» e della «produttività».

L’effetto netto

Meglio, allora, partire dal pratico. L’aumento del 4,5%, con qualche piccolo aggiustamento fra categoria e categoria, non si spiega con l’inflazione del periodo contrattuale. Nel 2016-2018, infatti, l’indice cumulato dei prezzi al consumo (Ipca, al netto dei beni energetici importati) che dovrebbe guidare i ritocchi degli stipendi pubblici si ferma al 2,5%. Il rinnovo, allora, guarda più indietro, e punta nei fatti a sanare almeno un pezzo del passato, anche prima che dal 30 luglio 2015 la sentenza 178 della Consulta imponesse di scongelare la macchina dei contratti. Calcolatrice alla mano, con i soldi messi a disposizione dalla manovra, e necessari a tradurre in pratica gli 85 euro medi di aumento previsti come «prezzo politico» dall’intesa del 30 novembre 2016, il recupero si spinge indietro fino al 2013.

Gli arretrati

Questo slancio determina anche la misura degli arretrati, l’una tantum che arriverà nella prima busta paga utile dopo che il pre-accordo appena raggiunto avrà passato l’esame del ministero dell’Economia e della Corte dei conti e otterrà quindi la firma definitiva. L’una tantum recupera gli effetti del rinnovo solo sul 2016 e 2017, ma le cifre dipendono dallo stanziamento complessivo. Se lo stipendio interessato, come probabile, sarà quello di marzo 2018, per un ministeriale medio (area seconda, posizione economica F4) l’una tantum sarà di 570 euro lordi. Per calcolarla, bisogna considerare l’andamento progressivo degli aumenti, che nel caso degli statali valgono 300 milioni per il 2016, 900 milioni per il 2017 prima di raggiungere il livello a regime da 2,85 miliardi dal 2018. La stessa dinamica si incontra nei tabellari di ogni categoria, che rispetto ai livelli di partenza crescono dello 0,46% nel 2016 e dell’1,4% nel 2017 prima di arrivare al +4,5% del prossimo anno. L’una tantum di ognuno, quindi, sarà la somma degli aumenti relativi alle 13 mensilità del 2016, alle altrettante di quest’anno e ai primi due mesi del prossimo, nel caso di avvio effettivo dei nuovi contratti a marzo. Da aprile, poi, sarà incorporata nel tabellare anche l’indennità di vacanza contrattuale (154 euro lordi per il ministeriale citato poche righe sopra).

La questione 80 euro

A completare i calcoli c’è infine il “bonus” per le fasce più basse, che oscilla dai 21,10 ai 25,80 euro lordi al mese a seconda della posizione economica ed è previsto solo per dieci mesi: da marzo, quando gli aumenti contrattuali dovrebbero appunto arrivare nei cedolini, a dicembre, quando scadrà il triennio. La sua funzione è quella di evitare che gli aumenti contrattuali facciano perdere ai diretti interessati una parte del bonus Renzi, completando il lavoro della manovra che ha modificato le soglie di reddito di riferimento del bonus: dal 2018 gli 80 euro cominceranno ad alleggerirsi dai 24.600 euro di reddito lordo in su (e non più da 24mila), e spariranno a partire da 26.600 euro lordi (e non più da 26mila). L’effetto reale sulle singole buste paga, però, dipende da un incrocio di variabili, perché il bonus Renzi si calcola sul reddito complessivo (non solo quello da lavoro). E soprattutto il puntello è temporaneo: e la prossima manovra dovrà riaffrontare il problema.

Carlo Pareto

Pensioni, nel 2018 alla pari uomini e donne. Fondinps, la pensione integrativa dell’Inps

Pensioni

NEL 2018 ALLA PARI DONNE E UOMINI

Solo pochi giorni dall’inizio del nuovo anno e le lavoratrici dipendenti del privato e quelle autonome hanno già subito un balzo in avanti dell’età pensionabile rispettivamente di un anno secco e di 5 mesi e, così, raggiungono la quota a regime di 66 anni e 7 mesi. Era l’ultimo scalino della riforma Fornero per arrivare alla piena equiparazione tra uomini e donne di tutti i comparti nelle regole di accesso alla pensione di vecchiaia. Una parificazione che prelude al successivo salto in alto per tutti che scatterà dal 2019, con l’aumento a 67 anni. E allora vale la pena di mettere in fila le novità e le conferme per districarsi nei requisiti previsti.

Pensione di vecchiaia. A distanza di sei anni dal varo della riforma del governo Monti si è raggiunti anche un’altra tappa nella vita di milioni di persone: la completa unificazione dell’età pensionabile per le diverse categorie di lavoratori. All’appello mancavano le lavoratrici dipendenti del settore privato, che negli ultimi due anni (2016 e 2017) potevano andare in pensione di vecchiaia a 65 anni e 7 mesi e le lavoratrici autonome (artigiane e commercianti) che potevano lasciare l’attività a 66 anni e un mese. Le dipendenti del pubblico impiego erano state equiparate agli uomini fin dal 2012. Dall’inizio di gennaio tutti a 66 anni e 7 mesi. Da quello successivo tutti con 5 mesi in più.

Pensione anticipata. Non cambiano, invece, i requisiti per la cosiddetta pensione anticipata, quella alla quale si può accedere a prescindere dall’età anagrafica, sulla base degli anni di contributi versati. Per questa formula, però, rimane la distinzione tra uomini e donne: i primi potranno lasciare il lavoro con 42 anni e 10 mesi di attività, le seconde con 41 anni e 10 mesi. Dal 2019 si aggiungeranno cinque mesi in più.

Assegno sociale. Sempre a partire dal primo gennaio è cambiato anche il limite di età richiesto per ottenere l’assegno sociale, che è quella prestazione assistenziale prevista al posto della pensione sociale per coloro che hanno bassi redditi e contributi zero o inadeguati per chiedere il pensionamento normale. Anche qui si è passati da 65 anni e 7 mesi a 66 anni e 7 mesi.

Lavori usuranti. Le regole generali presentano diverse deroghe. Quella più tradizionale riguarda coloro che svolgono mansioni usuranti o lavori notturni, come individuati nelle tabelle specifiche. Nel 2018 la pensione, per i lavoratori indicati, può essere conquistata con 61 anni e 7 mesi di età, 35

anni di contributi e il contestuale raggiungimento della quota 97,6 (come somma di età e contribuzione).

Ape Social per lavori gravosi (e non solo). Dal 2017 è possibile ottenere una sorta di pre-pensione assistenziale a partire dai 63 anni e 7 mesi per coloro che si trovano in condizioni di disagio (disoccupati, invalidi, con familiari disabili) o che svolgono attività considerate gravose (15 categorie).

Pensione per precoci. I lavoratori che si trovano nelle condizioni per ottenere l’Ape social o che sono impiegati in lavori usuranti possono agganciare direttamente la pensione anticipata con 41 anni di contributi se hanno lavorato per almeno dodici mesi durante la minore età.

Ape volontario. Il 2018 dovrebbe essere, infine, l’anno dell’Ape volontario: con la possibilità di lasciare il lavoro dai 63 anni e 7 mesi in avanti, chiedendo un prestito-ponte ventennale erogato mensilmente dall’Inps da rimborsare con rate sulla pensione maturata.

Fondo Inps

STOP ALLA PREVIDENZA INTEGRATIVA

L’Inps rinuncia alla previdenza integrativa e da quest’anno ha abrogato il fondo pensione cosiddetto residuale, FondInps, che dal 2007 accoglie il Tfr dei lavoratori «silenti»: i lavoratori, cioè, che hanno «tacitamente» destinato il trattamento di fine rapporto lavoro alla costruzione della pensione di scorta senza però scegliere il fondo pensione (opzione preferita, probabilmente, proprio perché si tratta di un fondo statale, in quanto gestito dall’Inps). Le posizioni contributive esistenti a FondInps verranno trasferite in un fondo pensione negoziale esistente, che sarà individuato con decreto ministeriale «tra quelli di maggiori dimensioni». Al fondo così individuato, inoltre, finiranno iscritti i futuri dipendenti «silenti». A stabilirlo è stato il ddl Bilancio 2018.

FondInps.

FondInps, come accennato, è il fondo pensione complementare istituito presso l’Inps, al fine di erogare una pensione integrativa (di scorta) a quella pubblica. Destinatari sono i lavoratori dipendenti che, entro sei mesi dalla data di prima assunzione, non esprimono alcuna volontà sulla destinazione del tfr maturando e che sono occupati presso aziende o presso settori che risultano sprovvisti di un fondo pensione collettivo (c.d. negoziale), un fondo individuato cioè da accordi o contratti collettivi, anche territoriali, o da accordo aziendale. Chi finisce iscritto a FondInps costruisce la pensione integrativa destinandovi esclusivamente il tfr e, liberamente, può decidere di versarvi anche contributi. Al 31 dicembre 2016 (ultimo bilancio disponibile), FondInps annovera 37.313 lavoratori dipendenti iscritti, riferibili a 3.341 aziende. Gestisce un patrimonio di 75 milioni di euro, investito tramite Unipol Assicurazioni spa in maggioranza in titoli di Stato (50 milioni di euro circa, quelli dello stato italiano).

Eliminato dal 2018.

La soppressione di FondInps, in particolare, è avvenuta da quest’anno, con decorrenza fissata da un apposito decreto (lavoro ed economia). La stessa decretazione, inoltre, stabilisce anche i criteri per individuare il fondo pensione sostitutivo di FondInps, tra quelli «negoziali di maggiori dimensioni sul piano patrimoniale» e con linee d’investimento «più prudenziali tali da garantire la restituzione del capitale e rendimenti comparabili al tasso di rivalutazione del tfr». Al fondo pensione sostitutivo finiranno iscritti tutti i futuri lavoratori «silenti», nonché le posizioni individuali già esistenti a FondiInps alla data di soppressione. Il trasferimento avverrà secondo modalità da stabilire sempre con lo stesso decreto. Il decreto verrà adottato dopo aver sentito le organizzazioni dei datori di lavoro e quelle dei lavoratori più rappresentative sul piano nazionale dei diversi comparti del settore privato.

lavoro

LUL UN ALTRO ANNO SABBATICO

Slitta al 1° gennaio 2019 (anziché 2018) l’obbligo della tenuta in modalità telematica, presso il ministero del lavoro, del Libro unico del lavoro (Lul). A fissare la proroga, con sollievo per aziende e consulenti, è il ddl Bilancio 2018, dopo che già il Milleproroghe del 2016 (il dl n. 244/2016) aveva spostato l’entrata in vigore dal 1° gennaio 2017 al 1° gennaio 2018.

Il Lul, si ricorda, ha la funzione di documentare lo stato effettivo di ogni singolo rapporto di lavoro e rappresenta per gli organi di vigilanza lo strumento attraverso il quale verificare lo stato occupazionale dell’impresa. Il datore di lavoro privato, a meno che non si tratti di datore di lavoro domestico, è tenuto a istituire e tenere il libro unico del lavoro, sul quale iscrivere i lavoratori subordinati (dipendenti), i collaboratori coordinati e continuativi e gli associati in partecipazione con apporto lavorativo.

La riforma Jobs act (art. 15 del dlgs n. 151/2015) ha stabilito che il Lul venga istituito e tenuto presso il ministero del lavoro, in modalità telematica, secondo modalità da fissare mediante un apposito decreto ministeriale. Dal 2015 a oggi, però, del decreto non c’è stata traccia. Il ddl Bilancio 2018 ha fissato la proroga dell’obbligo al 1° gennaio 2019.

Legge 104

COME FRUIRE DEI PERMESSI A ORE

Non tutti forse sanno che i permessi per la legge 104 possono essere fruiti anche a ore. A spiegare come usufruirne in modo frazionato è il portale di informazione giuridica Studio Cataldi che precisa come non sia prevista dalla legge 104, ma attraverso delle circolari dell’Inps che fanno chiarezza su come poterne disporre. A stabilire come sia possibile utilizzare i tre giorni al mese nel settore privato, dividendoli in permessi orari è la numero 15995/2007, si legge sullo Studio Cataldi, specificando che non si sarebbero potute superare le 18 ore mensili. In seguito con un altro messaggio, il numero 16866/2007 ha aggiunto che il limite orario di 18 ore vada riferito ai casi in cui l’orario di lavoro sia di 36 ore divise per 6 giorni. Per tutti gli altri casi va applicato questo algoritmo: orario di lavoro diviso numero di giorni lavorati settimanali per tre. Il risultato sono le ore di cui si può fruire in modo frazionato.

Nel settore pubblico, invece, spiega lo Studio Cataldi, è stata subordinata a un’esplicita previsione nel Ccnl di comparto. Anche in questo caso il tetto fissato è di 18 ore senza che venga concesso il diritto a godere del residuo nel mese successivo.

Carlo Pareto

Inps. Solo un nuovo posto di lavoro su cinque è a tempo indeterminato

Lavoro

INPS: SOLO 1 POSTO SU 5 È FISSO

Solo un nuovo posto di lavoro su cinque è a tempo indeterminato. Lo segnala l’Inps in un report sul precariato recentemente diramato. Nei primi dieci mesi dell’anno, scrive l’Inps, sono stati creati oltre mezzo milione di posti in più ma alla crescita delle assunzioni il maggior contributo è stato dato dai contratti a tempo determinato (+28%) e dall’apprendistato (+26,3%); sono invece diminuite le assunzioni a tempo indeterminato (-3,7%), contrazione interamente imputabile alle assunzioni a part time. Tra le assunzioni a tempo determinato appare significativo – sottolinea l’Inps – l’incremento dei contratti di somministrazione (+21,7%) e ancora di più dei contratti di lavoro a chiamata che, con riferimento sempre all’arco temporale gennaio-ottobre, sono passati da 160mila (2016) a 363mila (2017), con un incremento del 126,4%. Questo significativo aumento – come, in parte, anche quello dei contratti di somministrazione e dei contratti a tempo determinato – può essere posto, evidenzia ancora l’Inps, in relazione alla necessità per le imprese di ricorrere a strumenti contrattuali sostitutivi dei voucher, cancellati dal legislatore a partire dalla metà dello scorso mese di marzo e sostituiti, da luglio e solo per le imprese con meno di 6 dipendenti, dai nuovi contratti di prestazione occasionale.

L’incidenza dei contratti a tempo indeterminato sul totale delle assunzioni, informa l’Inps, è stata del 24% nei primi dieci mesi del 2017 mentre nel 2015, quando era in vigore l’esonero contributivo triennale per i contratti a tempo indeterminato, la quota di assunzione a tempo indeterminato era stata del 38,5%. Le trasformazioni complessive – includendo accanto a quelle da tempo determinato a tempo indeterminato anche le prosecuzioni a tempo indeterminato degli apprendisti – sono risultate nel periodo gennaio-ottobre 2017 310.000, un livello analogo a quello del medesimo periodo del 2016 (+0,5%). Per le cessazioni, la crescita è dovuta principalmente ai rapporti a termine (+25,8%) mentre le cessazioni di rapporti a tempo indeterminato risultano sostanzialmente stabili (+0,8%).

Istat

MENO PENSIONATI MA AUMENTA REDDITO

Nel 2016 i pensionati sono circa 16,1 milioni e percepiscono in media 17.580 euro lordi, 257 euro in più rispetto all’anno precedente. Lo rileva l’Istat specificando che tra il 2015 e il 2016 il numero di pensionati scende di 115mila unità e che per 3,2 milioni di famiglie la pensione é l’unica fonte monetaria di reddito. Le donne sono il 52,7% dei pensionati e ricevono in media importi annuali di circa 6mila euro inferiori a quelli degli uomini.

Le diminuzioni più rilevanti si riscontrano tra i pensionati di vecchiaia (quasi 94mila in meno), tra quelli di invalidità previdenziale (circa 57mila in meno) e tra i superstiti (quasi 29mila in meno). Sono invece in aumento i pensionati sociali (+5mila circa) e quelli d’invalidità civile (+52mila). Il reddito pensionistico sembra proteggere da situazioni di forte disagio economico. Nel 2015 l’incidenza delle famiglie a rischio di povertà tra quelle con pensionati (16,5%) è sensibilmente inferiore a quello delle altre famiglie (24,2%).

Professionisti

CONSULENTI DEL LAVORO ATTESTANO STATO DI DISOCCUPAZIONE

Stop alle incertezze sullo stato di disoccupazione dei lavoratori assunti tramite i Consulenti del lavoro. Lo prevede la Legge Finanziaria 2018 che assegna alla Fondazione Consulenti per il Lavoro la possibilità di ricevere dall’Anpal i dati relativi ai soggetti in stato di disoccupazione o a rischio di disoccupazione. Ciò permetterà alle agenzie per il lavoro, nonché agli iscritti all’albo nazionale dei soggetti accreditati ai servizi per il lavoro (ex art. 12 Dlgs. 150/2015, fra cui la Fondazione Consulenti per il Lavoro) di avere precisa contezza sullo stato dei lavoratori e sui loro precedenti occupazionali. I consulenti del lavoro, tramite della Fondazione Consulenti per il Lavoro, potranno dunque accedere legittimamente alla banca dati informativa dell’Anpal per confermare lo status occupazionale dei lavoratori in via di assunzione e la presenza di eventuali precedenti contratti a tempo indeterminato nella pregressa carriera degli stessi.

Tale informazione si rivelerà fondamentale per confermare definitivamente la legittimità della fruizione del nuovo incentivo occupazionale triennale per i giovani, varato nella stessa legge di stabilità 2018. “Scelta del legislatore assolutamente coerente e in linea con quanto deciso negli anni scorsi in materia di mercato del lavoro – ha commentato Marina Calderone, presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro – scelte che confermano la centralità dei consulenti del lavoro rispetto alla gestione del rapporto di lavoro, anche per il ruolo di grande impulso dato alle politiche attive con la gestione di 8milioni di lavoratori”.

“Così – ha sottolineato – i datori di lavoro avranno la possibilità di avere la certezza dei presupposti dei rapporti di lavoro da instaurare e quindi la garanzia della legittimità della decontribuzione applicata in base alle nuove assunzioni agevolate, previste dalla Finanziaria 2018”.

Soldi, ferie e malattia

COSA CAMBIA PER GLI STATALI

Aran e sindacati hanno recentemente firmato l’Ipotesi di contratto collettivo nazionale di lavoro 2016 – 2018 per i pubblici dipendenti appartenenti alle Funzioni Centrali, nuovo comparto nel quale sono confluiti i precedenti comparti di Ministeri, Agenzie Fiscali, Enti Pubblici non Economici, Agid, Cnel ed Enac. Il primo contratto di lavoro del settore pubblico ad essere rinnovato dopo 8 anni di blocco della contrattazione nazionale che coinvolge circa 240 mila lavoratori. Il contratto riconosce aumenti economici a regime, pari a circa 85 Euro medi e prevede altresì, per il 2018, un elemento perequativo della retribuzione destinato solo alle categorie collocate nelle fasce più basse della scala parametrale. Sono riconosciuti anche gli arretrati contrattuali per il periodo 2016-2017. E’ L’Aran a fare il punto sul contratto del pubblico impiego appena siglato dai sindacati.

L’intesa, si legge nella nota, interviene anche sulle relazioni sindacali e su molti aspetti normativi (assenze, permessi e congedi, orario di lavoro e banca delle ore, ferie, codici disciplinari, rapporti di lavoro flessibile). C’era infatti la necessità di riscrivere alcune parti del contratto superate dalle norme di legge vigenti e, comunque, non più attuali. Inoltre, si è reso necessario armonizzare, in un unico quadro regolativo, le discipline contrattuali dei diversi comparti di provenienza.

In materia di relazioni sindacali, il nuovo contratto definisce nuove regole semplificate che valorizzano gli istituti della partecipazione sindacale, nel rispetto dei distinti ruoli dei datori di lavoro e delle organizzazioni sindacali. In questo ambito, è stato previsto un nuovo Organismo paritetico (“Organismo paritetico per l’innovazione”) che avrà il compito di instaurare un dialogo costruttivo e collaborativo con le organizzazioni sindacali. Sono state anche riviste ed aggiornate le materie attribuite alla contrattazione integrativa, con l’obiettivo di chiarirne il contenuto e la portata.

Sotto il profilo normativo, è stata elaborata una disciplina comune degli istituti del rapporto di lavoro quali l’orario, le ferie, i permessi, tra cui quelli, del tutto nuovi, previsti per l’effettuazione di terapie, visite specialistiche ed esami diagnostici. Il quadro generale degli istituti è stato rivisitato e aggiornato alla luce dei più recenti interventi legislativi.

Di particolare rilevanza, spiega la nota Aran, è l’introduzione della disciplina delle ferie solidali, che consente ai dipendenti con figli minori in gravi condizioni di salute, che necessitino di una particolare assistenza, di poter utilizzare le ferie cedute da altri lavoratori. Altre novità rilevanti riguardano le tutele introdotte per le donne vittime di violenza le quali, oltre al riconoscimento di appositi congedi retribuiti, potranno avvalersi anche di una speciale aspettativa. Per le stesse, viene altresì prevista la possibilità di ottenere il trasferimento ad altra sede in tempi rapidi e con procedure agevolate.

Ampliate le tutele riconosciute in caso di malattie gravi che richiedano terapie salvavita (quali chemioterapia ed emodialisi): infatti, le condizioni di miglior favore, prima previste per i soli giorni di assenza nei quali si effettuano le terapie, sono estese anche al periodo successivo nel quale sia impossibile tornare al lavoro, per gli effetti invalidanti dovuti alle terapie effettuate. Il contratto ha inoltre recepito le nuove disposizioni sulle Unioni civili, prevedendo che tutte le tutele del contratto riferite al matrimonio riguardino anche ciascuna delle parti dell’unione civile.

Aggiornate inoltre, prosegue la nota, le tipologie di rapporto di lavoro flessibile con particolare riguardo ai contratti di lavoro a tempo determinato, in coerenza con i principi di non discriminazione più volte affermati anche a livello europeo e con le modifiche normative recentemente introdotte. A tal fine, sono state estese ai dipendenti a tempo determinato alcune tutele (ad esempio, in materia di ferie e di diritto allo studio) Presso ciascuna amministrazione, è stato inoltre previsto un tetto complessivo per i rapporti di lavoro flessibile.

Il nuovo contratto collettivo, in attuazione della Riforma Madia, ha poi operato una revisione del codice disciplinare dei dipendenti pubblici, prevedendo specifiche sanzioni in caso di assenze ingiustificate in prossimità dei giorni festivi o per assenze collettive. Alla luce delle recenti modifiche legislative, è stato individuato un nuovo meccanismo per l’attribuzione degli incentivi economici al personale, che ha l’obiettivo di riconoscere premi aggiuntivi a coloro che abbiano ottenuto le valutazioni più elevate.

Il contratto ha infine creato le basi per promuovere un nuovo modello di “welfare contrattuale”, che consenta di sviluppare e diffondere sistemi analoghi a quelli già presenti nel settore privato. E’ stata prevista la possibilità di riconoscere ai dipendenti prestazioni integrative nei seguenti ambiti: sostegno al reddito della famiglia (aiuti economici e sussidi), supporto all’istruzione e promozione del merito dei figli (ad esempio borse di studio), contributi a favore di attività culturali, ricreative e con finalità sociale; prestiti a favore di dipendenti in difficoltà ad accedere ai canali ordinari del credito bancario o che si trovino nella necessità di affrontare spese non differibili; polizze sanitarie integrative delle prestazioni erogate dal servizio sanitario nazionale.

Carlo Pareto

Ape social, a partire dicembre effettuati i primi pagamenti

Inps

IL NUOVO REI

La circolare 172 illustra le disposizioni previste dal Decreto legislativo 147 del 2017, per l’introduzione dal 1° gennaio 2018 di una nuova misura di contrasto alla povertà denominata Reddito di inclusione (ReI).

Quest’ultima viene concessa ai nuclei familiari in condizioni economiche fortemente disagiate ed è composta da un beneficio economico e da una componente di servizi alla persona; quest’ultima si concretizza nel cosiddetto “progetto personalizzato”, realizzato a seguito di una valutazione del bisogno del nucleo familiare. Il progetto è definito attraverso la partecipazione del nucleo familiare, che deve essere coinvolto anche nel monitoraggio e nella valutazione del progetto stesso. Il progetto prevede l’individuazione, sulla base della natura del bisogno prevalente emergente, di una figura di riferimento, che ha il compito di curarne la realizzazione e il monitoraggio.

Il beneficio viene erogato dall’Inps mediante l’utilizzo di una carta di pagamento elettronica, denominata “Carta ReI”, previa presentazione di apposita domanda e della dichiarazione DSU dalla quale sia rilevabile la situazione economica di bisogno.

La domanda di ReI deve essere presentata presso i comuni o altri punti di accesso, sulla base dell’apposito modello di domanda predisposto dall’Inps. I comuni comunicano all’Istituto, entro quindici giorni lavorativi dalla data della richiesta del ReI, le informazioni contenute nel modulo di domanda. L’Inps, a sua volta, verifica, il possesso dei requisiti per l’accesso al ReI, sulla base delle informazioni disponibili nei propri archivi e in quelli delle amministrazioni collegate.

In caso di esito positivo delle verifiche di competenza dei comuni e degli ambiti territoriali, nonché delle verifiche effettuate dall’Istituto, il ReI è riconosciuto dall’Inps condizionatamente alla sottoscrizione del progetto personalizzato.

Per l’attuazione, il monitoraggio e la valutazione del ReI è responsabile il Ministero del lavoro e delle politiche sociali. Per agevolarne l’attuazione, il decreto 147 istituisce anche un Comitato per la lotta alla povertà, che riunisce i diversi livelli di governo e un Osservatorio sulle povertà, che, oltre alle istituzioni competenti, riunisce rappresentanti delle parti sociali, degli enti del Terzo settore ed esperti.

Il decreto 147 ha inoltre riordinato le altre prestazioni assistenziali finalizzate al contrasto alla povertà (Sia, Asdi e carta acquisti).

La Circolare descrive nel dettaglio i destinatari, i requisiti, le modalità e i termini per la presentazione delle domande.

Il messaggio 4636 fornisce agli enti preposti le specifiche tecniche per l’inoltro delle domande all’Istituto con apposito servizio telematico, che verrà a breve rilasciato sul portale istituzionale.

Inps

NEL 2016 CRESCONO I PERMESSI PER LA LEGGE 104

La norma originaria e principale in materia di permessi lavorativi retribuiti è la Legge quadro sull’handicap (Legge 5 febbraio 1992, n. 104) che all’articolo 33 prevede agevolazioni lavorative per i familiari che assistono persone con handicap e per gli stessi lavoratori con disabilità e che consistono in tre giorni di permesso mensile o, in alcuni casi, in due ore di permesso giornaliero.

Ad occuparsi principalmente dei permessi lavorativi previsti dall’articolo 33 della Legge 104/1992, sono stati gli enti previdenziali (Inps e Inpdap, solo per citare i principali) emanando circolari ora applicative ora esplicative. Non sempre le indicazioni fornite dai diversi enti assicuratori sono fra loro omogenee. Le condizioni e la documentazione necessaria per accedere ai permessi lavorativi sono differenti a seconda che a richiederli siano i genitori, i familiari o gli stessi lavoratori con handicap grave. Inoltre vi sono molti aspetti applicativi che si diversificano a seconda delle situazioni.

Crescono anche nel 2016 i permessi concessi ai lavoratori dipendenti con disabilità grave (legge 104/92) e quelli concessi ai lavoratori dipendenti che prestano assistenza ai loro familiari con disabilità grave. Secondo i dati diffusi dall’ Inps nelle statistiche sulle Prestazioni a sostegno della famiglia, i permessi personali sono stati 51.215 (da 48.746 del 2015), mentre i permessi per familiari sono stati pari a 363.430 (da 342.339 dello scorso anno).

Il prolungamento dei congedi parentali e congedi parentali è stato concesso a 48.307 persone (da 44.780 del 2016). Il trend dal 2012 evidenzia una progressiva crescita sia dei permessi personali che di quelli per familiari: in particolare in questi cinque anni i permessi personali sono aumentati del 22,3%, mentre quelli per familiari del 30,1%.

Inps

INSEDIATO IL NUOVO CIV

Si è recentemente insediato alla presenza del ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Giuliano Poletti, del presidente dell’Inps, Tito Boeri, e del direttore generale dell’istituto, Gabriella Di Michele, il nuovo Consiglio di Indirizzo e Vigilanza dell’Inps. Nel corso della seduta inaugurale il Civ ha nominato presidente dell’organo Guglielmo Loy e vicepresidente Sabina Valentini.

Il consiglio, rinnovato con decreto del presidente del Consiglio dei ministri del 14 novembre 2017, è composto dai seguenti membri: in rappresentanza dei lavoratori dipendenti del settore privato Michele Gentile e Francesco Rampi (Cgil), Giuseppe Gargiulo e Ciro Giulio Colecchia (Cisl), Guglielmo Loy (Uil), Claudio Durigon (Ugl), Rosario Giuseppe Meli (Confsal) e Walter De Candiziis (Cisal); in rappresentanza dei lavoratori dipendenti del settore pubblico Marco Valerio Broccati (Cgil) e Antonio Marsilia (Cisl).

In rappresentanza dei datori di lavoro del settore privato, sono stati nominati Fabio Pontrandolfi e Giulia Dongiovanni (Confindustria), Jole Vernola (Confcommercio), Elvira Massimiano (Confesercenti); Roberto Caponi (Confagricoltura), Sabina Valentini (Confcooperative/Legacoop/Agci); in rappresentanza della parte datoriale pubblica Claudia Trovato (designata dal ministero del Lavoro e delle politiche sociali d’intesa col ministero dell’Economia e delle finanze e il ministero dell’Interno), Maurizio Oliviero (designato dalla Conferenza Unificata); in rappresentanza dei lavoratori autonomi Romano Magrini (Coldiretti), Riccardo Giovani (Confartigianato/Cna/Casa); in rappresentanza dei lavoratori dei settore dello spettacolo Antonio Donato Pantaleo Pellegrino (Cgil); in rappresentanza dei datori di lavoro del settore dello spettacolo Maria Magri (Confindustria).

Il presidente Boeri ha salutato il rinnovato Consiglio dando il benvenuto ai nuovi membri. Ha ribadito l’importanza delle funzioni svolte dall’Istituto in un momento di estrema delicatezza per i cambiamenti in atto. Ha inoltre sottolineato, ricordando i fondamentali compiti del CIV nella funzione di indirizzo strategico e nella fase di approvazione del bilancio, la necessità della corretta dialettica fra gli organi dell’Istituto.

Il Ministro Poletti ha a sua volta rivolto al nuovo Consiglio gli auguri per il lavoro che lo attende, sottolineando come gli organi che sono chiamati al governo dell’Istituto debbano svolgere la propria funzione con piena autonomia e completa corresponsabilità. Ha ricordato come molte delle decisioni del governo nei delicati temi del lavoro e della previdenza abbiano ricadute sull’attività dell’Inps. Il Ministro ha infine auspicato una sempre maggiore collaborazione fra gli enti, così come avvenuto per la diffusione dei dati sul lavoro, frutto dell’attività congiunta di Inps, Istat, Inail e Ministero del lavoro, e in tema di tutela della legalità, con la riunione degli ispettori nell’INL.

Comunicazioni Inps sull’Ape sociale

A DICEMBRE IL PAGAMENTO DEL 78% DELLE PRESTAZIONI RICHIESTE

A partire dal 22 dicembre sono stati effettuati i primi pagamenti, comprensivi di arretrati, per 9.839 beneficiari dell’APe sociale, pari al 78% di coloro che hanno presentato domanda entro il 15 luglio 2017 (del totale delle 15.559 certificazioni accolte relativamente alle richieste inoltrate entro metà luglio, sono 12.624 i soggetti che hanno trasmesso l’istanza per accedere alla prestazione).

Questo risultato è stato possibile grazie all’operazione di liquidazione straordinaria messa in atto dall’Inps a partire dall’11 dicembre.

L’Inps continuerà nei prossimi giorni con la liquidazione delle restanti 2.785 domande di prestazione relative al primo scrutinio. I prossimi pagamenti saranno effettuati a partire dal 20 gennaio 2018.

L’Inps, a partire dai primi giorni di gennaio, ha già iniziato a liquidare anche le prestazioni destinate ai lavoratori precoci. I beneficiari riceveranno i primi pagamenti a partire dai primi di febbraio 2018.

Per quanto attiene l’anticipo finanziario a garanzia pensionistica (Ape volontario), l’Istituto è in attesa della firma degli accordi quadro fra Ministeri,

Abi e Ania. Una volta siglati gli accordi, l’Inps, entro i successivi 15 giorni, invierà al Ministero del Lavoro, per la sua approvazione, la circolare interpretativa e pubblicherà un simulatore online che consentirà agli interessati di stimare l’entità del finanziamento richiedibile.

Carlo Pareto

Lavoro, nel 2017 meno cassa integrazione e più assunzioni

Inps

PAGAMENTO PENSIONI GENNAIO 2018

Nel mese di gennaio 2018, i pagamenti dei trattamenti pensionistici, degli assegni, pensioni e indennità di accompagnamento erogate agli invalidi civili, nonché delle rendite vitalizie dell’Inail vengono effettuati il secondo giorno bancabile. Pertanto, la rata di gennaio 2018 è stata posta in riscossione da Poste e Banche a partire dal 3 gennaio 2018.

Pensioni

ASSEGNI ROSA PIU’ BASSI

Sedici milioni di pensionati. Un po’ più della metà (52,7%), donne. Ma con un assegno più basso di quello percepito dagli uomini. E’ quanto rileva l’Istat nei nuovi dati sulle condizioni di vita dei pensionati che, nel 2016, sono stati 16,1 milioni (-115mila rispetto al 2015, -715mila rispetto al 2008).

Il reddito pensionistico lordo percepito è stato in media di 17.580 euro (+257 euro sull’anno precedente). Per quanto riguarda le donne, la quota in rosa è stata pari al 52,7% ma hanno ricevuto in media importi annuali di circa 6mila euro inferiori rispetto a quelli degli uomini.

Differenze – Per gli importi medi delle pensioni, le differenze di genere rimangono marcate ma tendono a ridursi (per le pensioni di vecchiaia, dal +72,6% a favore degli uomini nel 2005 al +62,1% del 2016). Si ampliano invece le differenze territoriali: l’importo medio delle pensioni del Nord-est supera del 18,2% quello delle pensioni del Mezzogiorno (era il 17,3% nel 2015), quasi il doppio rispetto al divario dell’8,8% del 1983 (primo anno per cui i dati sono disponibili).

Cumulo – Il cumulo di più assegni pensionistici sullo stesso beneficiario è meno frequente tra i pensionati di vecchiaia (ha più trattamenti il 27,9% dei pensionati) mentre è ovviamente molto più diffuso tra i pensionati superstiti (67,4%), soprattutto donne (86,6%).

Occupazione – Nel 2016, i percettori di pensione che risultano occupati sono 436mila (-15,5% rispetto al 2011) uomini in tre casi su quattro; l’85,8% svolge un lavoro autonomo, quasi i due terzi risiede nelle regioni settentrionali e il 54,0% ha conseguito al massimo la licenza media.

Riepilogando, quindi, nel 2016 i pensionati sono circa 16,1 milioni e percepiscono in media 17.580 euro lordi, 257 euro in più rispetto all’anno precedente. Lo rileva l’Istat specificando che tra il 2015 e il 2016 il numero di pensionati scende di 115mila unità e che per 3,2 milioni di famiglie la pensione è l’unica fonte monetaria di reddito. Le donne sono il 52,7% dei pensionati e ricevono in media importi annuali di circa 6mila euro inferiori a quelli degli uomini.

Le diminuzioni più rilevanti si riscontrano tra i pensionati di vecchiaia (quasi 94mila in meno), tra quelli di invalidità previdenziale (circa 57mila in meno) e tra i superstiti (quasi 29mila in meno). Sono invece in aumento i pensionati sociali (+5mila circa) e quelli d’invalidità civile (+52mila). Il reddito pensionistico sembra proteggere da situazioni di forte disagio economico. Nel 2015 l’incidenza delle famiglie a rischio di povertà tra quelle con pensionati (16,5%) è sensibilmente inferiore a quello delle altre famiglie (24,2%).

Inps – Comune

APERTO A MILANO PRIMO SPORTELLO FAMIGLIA

Dal 21 dicembre scorso è stato formalmente aperto, presso il Centro di aggregazione multifunzionale del Municipio 8, in via Lessona 20, il primo ‘Sportello Famiglia’ di Milano. Punto di consulenza per l’erogazione di servizi alla famiglia e a sostegno del reddito, questo ‘desk pilota’ darà il via all’attivazione di ulteriori centri presso tutti i Municipi o altri spazi comunali destinati al contatto con i cittadini.

Prende così forma l’impegno previsto dall’accordo di collaborazione sottoscritto lo scorso mese di giugno dal sindaco di Milano, Giuseppe Sala, e dal presidente dell’Inps, Tito Boeri, finalizzato all’attuazione di iniziative congiunte di promozione, progettazione e gestione di servizi all’utenza, nell’ambito di progetti di innovazione e semplificazione compresi nel programma di mandato 2016-2021.

Sempre a partire dal 21 dicembre, presso lo sportello sperimentale di via Lessona 20, i cittadini di Milano possono avvalersi sia del supporto del personale del Comune sia di quello dell’Inps per ottenere informazioni e risposte alle proprie necessità. L’accordo, infatti, prevede una gestione integrata delle richieste da parte dei due enti, allo scopo di garantire un punto di riferimento certo, in grado di favorire la tempestività e l’efficacia dei servizi resi.

Come funziona

APE AZIENDALE VOLONTARIA

L’Ape aziendale è un contributo con cui i datori di lavoro possono alleggerire il costo dell’Ape volontaria dei propri dipendenti. Serve in primo luogo ad agevolare l’uscita dal lavoro dei lavoratori più anziani. Possono essere ammessi all’Ape aziendale solo i lavoratori dipendenti del comparto privato. Oltre l’Ape aziendale e quello volontario esiste un terzo tipo di anticipo pensionistico. E’ l’Ape sociale, anch’essa una forma di accompagnamento alla pensione, ma riservata ad alcune tipologie di soggetti particolarmente disagiate. In questo caso non intervengono soggetti privati, e l’indennizzo viene eseguito dall’Inps ed è a carico dello Stato.

Cos’è Ape volontaria

L’Ape volontaria la si può chiedere dopo aver compiuto i 63 anni di età. E’ un prestito ponte che accompagna il lavoratore fino alla pensione di vecchiaia. Viene corrisposto da un istituto di credito, dopo che l’Inps ha accertato l’esistenza di tutti i requisiti richiesti. Il prestito verrà poi rimborsato in vent’anni. La rata verrà sottratta automaticamente dal trattamento pensionistico mensile. Sul prestito viene anche stipulata un’assicurazione per il caso di premorienza del pensionato.

Ape aziendale: come funziona

Il contributo Ape aziendale va ad incrementare il montante contributivo, e quindi l’assegno pensionistico futuro. In questo modo rende meno onerosa la rata mensile di restituzione del prestito dell’anticipo pensionistico volontario. Deve essere versato in una unica soluzione. Può essere stabilito liberamente tra le parti, ma non deve essere inferiore all’equivalente della contribuzione volontaria per tutta la durata dell’anticipo.

Per avere una idea di massima, ad esempio, se un lavoratore ha uno stipendio lordo di 40mila euro l’anno, e vuole anticipare l’uscita dal lavoro di due anni, la cifra non dovrà essere inferiore a: 40mila x 2 x 0,33.

Per definire l’importo minimo dell’Ape aziendale vengono considerate anche le porzioni di anno di anticipo. L’accordo tra il lavoratore e l’azienda deve avvenire prima dell’invio della richiesta dell’anticipo Ape volontaria, e dovrà essere indicato nella domanda stessa.

Lavoro

MENO CASSA INTEGRAZIONE E PIU’ ASSUNZIONI NEL 2017

Ancora in calo il ricorso alla cassa integrazione. A novembre, informa l’INPS nel consueto osservatorio sulla CIG, il numero di ore di cassa integrazione complessivamente autorizzate è stato pari a 28,4 milioni, in diminuzione del 25,1% rispetto allo stesso mese del 2016 (38 milioni).

Nei primi 11 mesi le ore autorizzate ammontano a 331,2 milioni, il livello più basso dal 2008 quando furono 228 milioni. A ottobre, invece, le domande di disoccupazione sono aumentate di quasi il 10%.

Nell’aggiornamento sul precariato l’Istituto di previdenza sociale segnala inoltre un rafforzamento del saldo positivo tra assunzioni e cessazioni nel settore privato. Nei primi 10 mesi dell’anno ammontano a 729.000 i nuovi posti di lavoro, un livello superiore a quello del corrispondente periodo sia del 2016 (+496.000) che del 2015 (+626.000).

Calcolando il saldo annualizzato, la differenza tra assunzioni e cessazioni realizzate negli ultimi dodici mesi, si ottiene la misura della variazione tendenziale delle posizioni di lavoro: a fine ottobre questa risultava pari a +559.000, in lieve incremento rispetto a quella rilevata a settembre (+538.000). Questo risultato – secondo i dati dell’osservatorio – è la somma algebrica di: -2.000

per i contratti a tempo indeterminato, +61.000 per i contratti di apprendistato, +16.000 per i contratti stagionali e, soprattutto, +484.000 per i contratti a tempo determinato.

Carlo Pareto

Pensioni, dal 2018 un anno in più per le donne

Incentivi Inps per disabili

RIFINIANZIATO IL BONUS PER L’ASSUNZIONE

Per le assunzioni disabili 2018, è previsto per i datori di lavoro privati, un incentivo economico sulla retribuzione mensile lorda imponibile ai fini previdenziali che varia in funzione della tipologia del contratto e del grado di riduzione di capacità lavorativa.

Il Jobs Act, intervenuto a modificare la normativa vigente (legge 68/99), ha previsto a partire dal 2017 poi slittato al 2018, l’obbligo di assunzione di un disabile a partire dal 15° lavoratore, compreso, assunto dall’azienda.

Le aziende per calcolare il numero di disabili da assumere obbligatoriamente devono fare il computo tra i dipendenti, di tutti i lavoratori assunti con contratto di lavoro subordinato.

Al datore di lavoro che assume un lavoratore appartenente alle Categorie Protette spetta però un incentivo economico, la cui misura varia a seconda delle caratteristiche del lavoratore assunto e del tipo di contratto.

Nell’eventualità in cui sussistano sia i presupposti di applicazione dell’incentivo previsto per l’assunzione di disabili, sia i presupposti di applicazione di incentivi previsti da altre disposizioni sotto forma di riduzione contributiva in senso stretto, il datore di lavoro può godere per il medesimo lavoratore di entrambi i benefici purché la misura complessiva degli incentivi non superi la misura del 100% dei costi salariali.

Proprio di recente è stato rifinanziato il bonus sulle assunzioni dei disabili. Con decreto 29 settembre 2017, infatti, pubblicato il 30 novembre 2017 nella sezione pubblicità legale del sito internet del ministero del Lavoro, sono stati trasferiti all’Inps altri 58 milioni di euro per il riconoscimento dello sgravio contributivo (in misura variabile: 35% o 70%), della durata di tre anni, sulle assunzioni a tempo indeterminato relative all’anno 2017. Visto l’elevato ricorso agli incentivi, i nuovi fondi vanno ad aggiungersi ai 15 milioni stanziati in origine e andati esauriti l’8 maggio scorso.

Intanto, è terminato anche l’ultimo mese di deroga (dicembre scorso) per le imprese con un numero di dipendenti da 15 a 35: dal 1° gennaio 2018 dovranno coprire la quota di riserva (1 posto), effettuando l’assunzione di un disabile entro il 2 marzo 2018 (60 giorni). Il rifinanziamento riguarda nella fattispecie l’incentivo che riconosce ai datori di lavoro il diritto a uno sgravio contributivo della durata di 36 mesi, sulle assunzioni a tempo indeterminato di soggetti affetti da disabilità, da fruire mediante conguaglio con i contributi pagati all’Inps. La misura dello sgravio è del 70% se il lavoratore disabile assunto ha una riduzione della capacità lavorativa superiore al 79% o minorazioni ascritte dalla prima alla terza categoria del testo unico in materia di pensioni di guerra; oppure in presenza di disabilità intellettiva e psichica che comporti una limitazione della capacità lavorativa superiore al 45% e in tal caso la durata arriva a 60 mesi.

Lo sgravio è pari al 35%, invece, in caso di lavoratori con una percentuale d’invalidità compresa tra il 67% e il 79% o con minorazioni ascritte dalla quarta alla sesta categoria del testo unico in materia di pensioni di guerra.

Il rifinanziamento dell’incentivo può tornare utile, tra l’altro, ai datori di lavoro che hanno un numero di dipendenti compreso tra 15 e 35, i quali dal primo gennaio sono tenuti a coprire obbligatoriamente la propria quota (pari a 1). Fino allo scorso 31 dicembre, l’obbligo di assunzione del disabile scattava soltanto in caso di nuove assunzioni; dal 1° gennaio 2018, invece, la quota di riserva andrà coperta anche in assenza di nuove assunzioni, mediante l’assunzione di un disabile entro 60 giorni.

Giova inoltre ricordare che, trascorsi i 60 giorni dall’obbligo dell’assunzione del disabile (nel caso specifico sarà il 2 marzo 2018), per ogni giorno lavorativo durante il quale risulterà non coperta la quota dell’obbligo il datore di lavoro sarà tenuto al versamento, a titolo di sanzione, di una somma pari a 153,20 euro al giorno (cinque volte la misura del contributo esonerativo) per ciascun disabile non occupato nella giornata.

Welfare

NEL 2016 CRESCONO I PERMESSI PER LA LEGGE 104

Crescono anche nel 2016 i permessi concessi ai lavoratori dipendenti con disabilità grave (legge 104/92) e quelli concessi ai lavoratori dipendenti che prestano assistenza ai loro familiari con disabilità grave. Secondo i dati diffusi dall’ Inps nelle statistiche sulle Prestazioni a sostegno della famiglia, i permessi personali sono stati 51.215 (da 48.746 del 2015), mentre i permessi per familiari sono stati pari a 363.430 (da 342.339 dello scorso anno).

Il prolungamento dei congedi parentali e congedi parentali è stato concesso a 48.307 persone (da 44.780 del 2016). Il trend dal 2012 evidenzia una progressiva crescita sia dei permessi personali che di quelli per familiari: in particolare in questi cinque anni i permessi personali sono aumentati del 22,3%, mentre quelli per familiari del 30,1%.

Bonus mamma

INPS, LO DAREMO A STRANIERE CON PERMESSO

L’Inps darà attuazione all’ordinanza del Tribunale di Milano che ha ordinato all’Istituto di dare il premio alla nascita alle mamme straniere che hanno avuto un figlio nel 2017 in possesso di qualsiasi permesso di soggiorno e non solo quello di lungo periodo. Lo fa sapere l’Inps. “In ottemperanza all’ordinanza sopra citata – si legge sul sito dell’Istituto – l’Inps ha già interessato i ministeri vigilanti e la Presidenza del Consiglio dei ministri e sta predisponendo i necessari interventi sulle procedure online”.

“Con ordinanza 12 dicembre 2017, n. 6019 – si legge in un chiarimento pubblicato sul sito – il Tribunale di Milano ha accolto il ricorso di APN, ASGI e Fondazione Giulio Piccini avverso le circolari Inps in materia di premio alla nascita, per aver limitato l’accesso al beneficio economico ad alcune categorie di donne straniere e precisamente alle sole donne titolari della carta di soggiorno o carta di soggiorno permanente. Il Tribunale – prosegue la precisazione – ha conseguentemente ordinato all’Inps di estendere il beneficio in questione a tutte le future madri regolarmente presenti in Italia che ne facciano domanda e che si trovino nelle condizioni previste dall’articolo 1, comma 353, legge 11 dicembre 2016, n. 232”. L’Inps ribadisce che le circolari che avevano limitato l’erogazione del Premio alla nascita (800 euro una tantum) alle mamme in possesso della carta di soggiorno permanente, sulla base dei requisiti previsti per il Bonus bebè deciso con la legge di Stabilità 190/2014 “sono state redatte seguendo le indicazioni scritte della Presidenza del Consiglio dei ministri. L’Istituto – si legge – aveva fatto presenti queste restrizioni e da alcuni mesi aveva chiesto ai ministeri di valutare la possibilità di cambiare orientamento e fornire indicazioni per estendere la copertura prevista per i soggiornanti di lungo periodo anche agli altri possessori di permesso. In ottemperanza all’ordinanza sopra citata – conclude l’Istituto – l’Inps ha già interessato i ministeri vigilanti e la Presidenza del Consiglio dei ministri e sta predisponendo i necessari interventi sulle procedure online”.

Pensioni

DAL 2018 1 ANNO IN PIU’ PER LE DONNE

Scatta tra pochi giorni la parificazione per l’età per la pensione di vecchiaia tra uomini e donne: da gennaio le donne del settore privato dovranno aspettare un anno in più per la pensione di vecchiaia arrivando a 66 anni e sette mesi, così come già accade per gli uomini e le donne del pubblico. A questo incremento, a meno che non si sia impegnati in una delle 15 categorie di lavori gravosi identificati dal Governo, si aggiungerà un nuovo incremento di cinque mesi nel 2019 legato all’incremento della speranza di vita. Per le donne l’età di vecchiaia tra il 2010 e il 2019 aumenterà di 7 anni.

L’età per l’accesso alla pensione di vecchiaia sarà già nel 2018 la più alta in Europa (ad esclusione della Grecia) e il divario si accrescerà ancora nel 2019 con il passaggio a 67 anni. In Germania e’ previsto il passaggio a 67 anni per l’uscita nel 2030, in Francia dopo il 2022 e nel Regno Unito nel 2028. Ad attutire lo scatto ci saranno le norme sull’Ape social e di lavoro precoce.

Carlo Pareto

Inps, in scadenza il termine per i versamenti volontari

Inps

VERSAMENTI VOLONTARI: ENTRO IL 2 GENNAIO IL PAGAMENTO ALL’INPS

Scade martedì prossimo 2 gennaio (essendo il 31/ 12 e il 1°/1 festivi), il termine ultimo utile per corrispondere all’Inps i contributi volontari relativi al terzo trimestre dell’anno corrente (Luglio – Settembre 2017). Al riguardo è appena il caso di precisare che nel 2017 per coprire un anno di contribuzione volontaria occorre una spesa minima di 2.903 euro. E se si è stati autorizzati dopo il 31 dicembre del 1995 si deve addirittura spendere 522 euro in più. Entro l’inizio del nuovo anno – come già indicato in apertura – scade quindi il termine per il pagamento riferito al trimestre luglio – settembre, il terzo dei quattro appuntamenti previsti per quest’anno (il restante ultimo è infatti fissato il 31 marzo 2018). L’aumento, in confronto al 2014 (ultimo incremento intervenuto per effetto dell’inflazione zero registrata dall’Istat nel 2015 e 2016), è dovuto alla consueta lievitazione delle retribuzioni di riferimento, aggiornate all’1,1% per via dell’inflazione. La «volontaria» – si ricorda – coinvolge numerosi ex lavoratori (soprattutto donne) che hanno scelto di continuare l’assicurazione provvedendo in proprio, con lo scopo di maturare comunque il diritto alla pensione. Da un’occhiata sommaria alle tabelle, i cui vigenti parametri sono indicati in un’apposita, specifica circolare Inps, si nota facilmente come costa sempre di più «farsi» una prestazione pensionistica da soli, per chi si è ritirato prima del tempo dall’attività lavorativa. Non solo, ma in passato – giova sottolinearlo – la sola autorizzazione al versamento ha costituito un ottimo scudo per difendersi dalle novità progressivamente introdotte in materia di requisiti pensionistici. Anche se, dopo la riforma Monti-Fornero, ora non è più così.

Valori 2017. Le somme da corrispondere differiscono a seconda della decorrenza dell’autorizzazione: prima o dopo dicembre 1995. L’ammontare del contributo volontario si ottiene, infatti, applicando alla retribuzione di riferimento (quella dell’ultimo anno di lavoro) l’aliquota contributiva vigente che per gli ex dipendenti è pari al 27,87%, se autorizzati sino al 31 dicembre 1995, e al 32,87% (33% per le quote eccedenti i 46.123 euro annui) per le autorizzazioni successive.

Esiste anche una retribuzione base (minimale), pari al 40% del minimo di pensione mensile. In altri termini, per il 2017, con un minimale di retribuzione settimanale pari a 200,76 euro, il contributo non può essere inferiore a 64,98 euro per i soggetti autorizzati sino al 31 dicembre 1995 e a 55,95 euro per le autorizzazioni successive.

Il pagamento dei contributi volontari può avvenire in tre modi diversi:

1) utilizzando il bollettino Mav (pagamento mediante avviso);

2) online, sul sito internet www.inps.it;

3) telefonando al numero verde gratuito 803.164, utilizzando la carta di credito;

Una protezione vulnerabile. La possibilità di versare volontariamente in occasione delle precedenti riforme ha sempre costituito una vera e propria polizza assicurativa. A cominciare dall’elevazione del minimo di contributi richiesto per la vecchiaia, innalzato da 15 a 20 anni dalla riforma Amato del 1993, dove è prefigurata la conservazione dei «vecchi» 15 anni in favore dei soggetti autorizzati alla prosecuzione volontaria entro il 31 dicembre 1992. Per non parlare dei famosi «blocchi» temporanei delle pensioni di anzianità, avvenuti più volte tra il 1994 e il 1998, che in questi casi non hanno trovato applicazione,

Adesso la musica è cambiata. Soltanto un ristretto numero di contribuenti volontari è infatti rientrato nella schiera dei cosiddetti “salvaguardati” dall’inasprimento dei requisiti pensionistici della riforma Fornero. Ciò non toglie che la richiesta di autorizzazione alla prosecuzione volontaria, inoltrata alla cessazione o sospensione del servizio lavorativo, sia inutile. Non costa nulla e non è soprattutto impegnativa (nel senso che non si è affatto obbligati a continuare a versare fino alla quiescenza).

Inps

NUOVO REQUISITO PER L’ASSEGNO SOCIALE

L’articolo 24, comma 8, del decreto legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito con modificazioni dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, stabilisce l’incremento di un anno del requisito anagrafico per il conseguimento dell’assegno sociale a decorrere dal 1° gennaio 2018.

Ne consegue che, a decorrere dalla data suddetta, il requisito anagrafico minimo previsto per il conseguimento dell’assegno sociale di cui all’articolo 3, commi 6 e 7, della legge 8 agosto 1995, n. 335, dell’assegno sociale sostitutivo della pensione d’inabilità civile e dell’assegno mensile di assistenza agli invalidi parziali di cui all’articolo 19 della legge 30 marzo 1971, n. 118, nonchè dell’assegno sociale sostitutivo della pensione non reversibile ai sordi di cui all’articolo 10 della legge 26 maggio 1970, n. 381, è innalzato ad anni sessantasei rispetto ai sessantacinque previsti dalla legge istitutiva.

Ad esso occorre aggiungere l’adeguamento all’incremento della speranza di vita, in attuazione dell’articolo 12 del D.L. n. 78/2010, convertito dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, richiamato dall’articolo 24, commi 12 e 13, del D.L. 201/2011.

A seguito degli adeguamenti alla speranza di vita intervenuti nel 2013 e nel 2016, pertanto, a partire dal 1° gennaio 2018, le prestazioni suindicate potranno essere concesse al compimento dell’età di 66 anni e 7 mesi.

Per effetto dell’innalzamento del requisito anagrafico, a decorrere dal 1° gennaio 2018, la pensione d’inabilità civile e l’assegno mensile di assistenza agli invalidi parziali di cui agli articoli 12 e 13 della legge 30 marzo 1971, n. 118, nonché la pensione non reversibile ai sordi di cui alla legge 26 maggio 1970, n. 381, saranno concesse, a seguito del riconoscimento sanitario e sussistendo le altre condizioni socio economiche previste, a soggetti di età non inferiore al diciottesimo anno e fino al compimento del sessantaseiesimo anno e sette mesi d’età.

Si precisa che resta confermato il previgente requisito anagrafico per coloro che compiono sessantacinque anni e sette mesi prima del 1° gennaio 2018, a prescindere dalla data della domanda di assegno sociale. Costoro, pertanto, qualora presentino domanda successivamente al 1° gennaio 2018, in caso di accoglimento, avranno diritto all’assegno con decorrenza dal mese successivo a quello della domanda (art. 26, comma 12, L. 153/1969).

Opzione donna

NUOVA RICHIESTA DI PROROGA

Lucia Rispoli, amministratrice del Movimento Opzione donna, in un post su Facebook ha voluto ricordare i dati relativi alle pensioni liquidate con Opzione donna dal 2011 al 31 agosto 2017. Dati che mostrano un trend crescente per via dell’innalzamento dell’età pensionabile seguito alla Legge Fornero. Rispoli ricorda che dopo Opzione donna non c’è stata alcuna misura specificatamente pensata per le donne. “Allora perché non prorogare questa misura pensionistica anticipata, consentendo a tutte le donne che hanno subito i drammatici effetti della Riforma Fornero di poter esercitare un’opzione, scegliendo liberamente il sistema contributivo per accedere alla pensione?”, si chiede Rispoli, che ricorda come la legislatura che sta per terminare abbia dedicato tempo e risorse per approfondire le disparità di genere presenti anche nel sistema previdenziale. Ciò nonostante, è stata eliminata “l’unica possibilità per le donne di andare in pensione con qualche anno di anticipo, utilizzando il sistema contributivo in grado di generare un virtuoso risparmio per lo Stato”.

Rispoli dà anche un’indicazione importante circa l’ipotesi di valorizzare i lavori di cura ai fini previdenziali: “Il Movimento Opzione Donna ritiene che il ‘lavoro di cura’ non sia una responsabilità femminile, ma una responsabilità collettiva: per questo a favore delle lavoratrici deve essere trovata una compensazione almeno come riconoscimento di una contribuzione previdenziale, oppure con un intervento di agevolazione ad un pensionamento anticipato”.

Cottarelli

SPESA PENSIONI LE INCOGNITE DEI NOSTRI CONTI

Nell’Italia che dibatte dei correttivi alle pensioni con un pacchetto da 300 milioni di euro, si riaccende la spia dell’erogazione di prestazioni agli invalidi civili (pensioni e indennità accompagnamento) secondo maglie troppo larghe. Una partita che vale ben più risorse. Ne è convinto Carlo Cottarelli, ex commissario alla revisione della spesa ed economista del Fmi, che ha da poco lanciato l’Osservatorio sui Conti Pubblici italiani presso l’Università Cattolica di Milano.

Secondo i numeri messi in fila dall’Osservatorio, dopo una stabilizzazione avviata nel 2010 – quando nelle Commissioni che validano le domande è entrato un medico dell’Istituto – seguita da qualche anno di tregua, dal 2014 la curva della spesa per invalidi civili dell’Inps è tornata a impennarsi. La stima è che quest’anno si chiuderà a 17,8 miliardi, 700 milioni in più del 2014. Nell’arco di 15 anni l’esborso è salito del 60 per cento. Se quattro anni fa erano attive 4.670 prestazioni ogni 100mila abitanti, ora siamo saliti oltre 5mila. L’amara percezione è che l’andamento “rifletta ancora logiche clientelari”, dice Cottarelli.

“Le forti differenze tra regioni nella frequenza delle prestazioni d’invalidità, come pure nell’aumento registrato dal 2014, suggerisce che molte prestazioni siano erogate senza un effettivo bisogno. Per ridurre gli abusi occorrerebbe centralizzare le decisioni di erogazione delle prestazioni di invalidità e i successivi controlli, aumentando i poteri dell’Inps”, è la conclusione della ricerca elaborata dall’Osservatorio di cui Cottarelli è direttore. “L’inclusione dell’Inps nelle commissioni preposte alle decisioni sull’erogazione di prestazioni ha contribuito a una riduzione degli abusi (come evidenziato per esempio dal calo rispetto al passato dei casi di ricorso in cui richieste di prestazioni inizialmente respinte vengono accettate per decisione giudiziale), ma non sembra aver risolto del tutto i problemi, anche perché l’Inps – si evidenzia – svolge ancora un ruolo minoritario nelle commissioni”.

Come per molti indicatori, anche alla voce degli invalidi il Paese è spaccato. E gli estremi si allontanano sempre più. L’andamento delle prestazioni ha viaggiato al doppio proprio laddove era già anomalo il numero di partenza. In Calabria, nel 2014 le pensioni di invalidità superavano quota 7mila ogni 100mila abitanti, record in Italia. Da allora l’aumento è stato di 686 unità ogni 100mila persone, contro una media nazionale di 390. Oggi, in rapporto alla popolazione, la Calabria ha il doppio delle prestazioni dell’Emilia Romagna, il territorio più virtuoso. Seguono: Sardegna, Umbria e Puglia. Il fenomeno, annota l’ex commissario, è “particolarmente odioso perché, oltre ad accrescere la spesa pubblica, sottrae risorse a chi avrebbe bisogno di maggiore assistenza”. Non è un caso che mentre la cronaca raccontava degli episodi- scandalo di cui sopra, a Firenze una coppia di invalidi si rivolgeva al Comune disperata perché metteva insieme appena 500 euro, tra marito e moglie, insufficienti a vivere decorosamente. E dire che i denari a disposizione andrebbero centellinati: come denunciato nella recente Giornata internazionale della disabilità, nel 2015 l’Italia ha destinato a quella voce 27,7 miliardi di euro pari all’1,7 per cento del Pil. Per la stessa funzione, in Europa si spende in media il 2 per cento del reddito nazionale.

Alla voce della spesa sanitaria, previdenziale e per le prestazioni sociali agevolate – nella quale rientrano anche i falsi invalidi – le Fiamme gialle hanno dedicato quasi 15mila controlli lo scorso anno, denunciato oltre 17mila persone e accertato frodi per più di 163 milioni di euro, facendo scattare il sequestro su 23,5 milioni. Dall’introduzione nelle commissioni di un rappresentante dell’Istituto previdenziale, si è dimezzata la quota di ricorsi contro le mancate erogazioni accolti in sede di contenzioso giudiziale. Significa che un po’ di potere di contrasto è stato messo in campo. Ma non basta. Secondo Cottarelli, la “via per ridurre gli abusi” passa attraverso “la centralizzazione delle decisioni di erogazione delle prestazioni di invalidità e dei successivi controlli, aumentando i

poteri dell’Inps”. Una strada intrapresa in Calabria, dove il commissario ad acta ha stipulato un’intesa con l’Istituto per il controllo degli invalidi civili, contro il quale la Regione aveva fatto ricorso al Tar. Battaglia giunta fino al Consiglio di Stato, e risolta in favore dell’accordo nelle scorse settimane. Dai dati raccolti da Cottarelli è evidente che urge accelerare in quella direzione.

Carlo Pareto

Dati Istat: quasi una persona su tre a rischio povertà o esclusione

Caos contributi colf

LETTERA INPS A 200MILA FAMIGLIE

 Famiglie ancora in agitazione per gli avvisi bonari inviati dall’Inps sui contributi delle colf per il 2012-2013: in queste ore come nei giorni scorsi, ha spiegato il segretario nazionale dell’Assindatcolf, Teresa Benvenuto, le sedi dell’associazione dei datori di lavoro domestico sono state contattate da tantissime persone per avere informazioni sugli avvisi con le richieste di contributi arrivate dall’Inps per il 2012-13 (circa 210.000 inviate dall’Inps, ndr) spesso per alcune migliaia di euro.

“Va bene pulire gli archivi, ha detto Benvenuto – ma l’onere non si può trasferire sulle famiglie causando ansia oltre che perdita di tempo per cercare materiale che magari non hanno più”. Prima del 2009 le cessazioni di contratto arrivavano all’Inps per via cartacea, via bollettino postale o attraverso gli uffici per l’impiego. Ci sono negli archivi dell’Inps migliaia di rapporti per i quali non è stata registrata la cessazione. L’Inps nei giorni scorsi ha precisato che basta una autocertificazione, nel caso di rapporto estinto, per fare sapere all’Istituto di non dover versare i contributi chiesti. L’Inps – ha aggiunto – ha inviato avvisi bonari creando ansia. Se non rispondi entro 30 giorni arriva il secondo avviso e se non si risponde ancora la richiesta di contributi diverrà “un avviso di addebito con valore di titolo esecutivo”. Noi diciamo a tutti che basta l’autocertificazione ma sappiamo di arrivo di avvisi anche a chi si è autocertificato negli anni passati. La verità è che 200.000 famiglie sono state disturbate e devono dimostrare loro di aver adempiuto al versamento dei contributi o di aver chiuso il rapporto di lavoro quando dovrebbe essere l’Inps ad avere i dati. Se con questa operazione si riusciranno a pulire definitivamente gli archivi avremo fatto un lavoro di utilità sociale. Avremmo però potuto evitare il carico di tensione che è sotto gli occhi di tutti”.

“Basta denunciare la data di cessazione del rapporto di lavoro – ha recentemente affermato il direttore dell’area Entrate e recupero crediti dell’Inps, Sandra Perrotta a Radio 24 – e l’avviso di accertamento sarà annullato. E’ sufficiente una dichiarazione sotto la propria responsabilità anche utilizzando il modulo annesso all’avviso. La stampa ha equivocato, non si tratta di cartelle, sono avvisi con lo scopo informativo e di interruzione della prescrizione sui contributi. Lo diventeranno se i datori di lavoro non collaboreranno e non contesteranno gli avvisi di accertamento”.

lavoro

L’INPS ALLA 27° EDIZIONE DI JOB&ORIENT

“Orientarsi all’innovazione per costruire futuro”. Questo è stato il tema centrale delle tre giornate della 27a edizione di JOB&Orienta, il Salone nazionale dell’orientamento, la scuola, la formazione e il lavoro. L’Inps ha partecipato all’interno di uno spazio espositivo insieme al Ministero del Lavoro e delle politiche sociali, Anpal, Inapp e Covip.

L’evento si è concluso sabato scorso con oltre 75mila visitatori, per la maggior parte ragazzi degli ultimi anni della scuola superiore, che hanno potuto sperimentare diversi percorsi formativi e professionali.

Ampia partecipazione ai workshop dell’Inps: “Vivi il presente, guarda al futuro. La previdenza spiegata ai giovani”, condotti con grande vivacità dalla nostra collega della sede di Verona, Francesca Belloni.

I ragazzi hanno avuto modo di conoscere l’Inps in una atmosfera friendly. Sono stati coinvolti in un gioco interattivo che ha lasciato loro alcuni concetti base: la differenza tra tirocinio e apprendistato, la compatibilità dei contributi italiani con quelli esteri, l’iscrizione all’Inps di quasi tutti i lavoratori italiani.

Il Ministro del Lavoro e delle politiche sociali Giuliano Poletti, ospite di quest’anno alla manifestazione, è passato a salutare i colleghi a lavoro nel nostro stand insieme ad altri rappresentanti del mondo della politica e delle istituzioni, dell’economia e della cultura.

Dati Istat: in 18 milioni a rischio

QUASI UNA PERSONA SU TRE A RISCHIO POVERTA’ O ESCLUSIONE

Quasi uno su tre, il 30%, delle persone residenti in Italia, nel 2016 è a “rischio di povertà, esclusione sociale, registrando un peggioramento rispetto all’anno precedente quando tale quota era pari al 28,7%”. Lo stima l’Istat, spiegando che “aumentano sia l’incidenza di individui a rischio di povertà (20,6%, dal 19,9%) sia la quota di quanti vivono in famiglie gravemente deprivate (12,1% da 11,5%), così come quella delle persone che vivono in famiglie a bassa intensità lavorativa (12,8%, da 11,7%)”.

Nel 2016 in Italia l’Istat stima in oltre 18 milioni le persone a rischio povertà o esclusione sociale. Questa la traduzione in numeri assoluti di una percentuale pari al 30%. Numeri che, scrive l’Istituto, vedono gli obiettivi prefissati dalla Strategia Europa 2020 “ancora lontani: la popolazione esposta a rischio di povertà o esclusione sociale – precisamente pari a 18.136.663 individui – è infatti superiore di 5.255.000 unità rispetto al target previsto”.

“Una significativa e diffusa crescita del reddito disponibile e del potere d’acquisto delle famiglie” che però si associa a “un aumento della disuguaglianza economica” oltre che “del rischio di povertà o esclusione sociale”. In particolare, spiega, nel 2015, “la crescita del reddito è più intensa per il quinto più ricco della popolazione, trainata dal sensibile incremento della fascia alta dei redditi da lavoro autonomo, in ripresa ciclica dopo diversi anni di flessione pronunciata”. Ecco che la forbice tra i più benestanti e i più poveri si è allargata.

+45% in 10 anni

MAI COSI’ TANTI LAVORATORI IN DISAGIO

Nel primo semestre 2017 l’area del disagio contava 4 milioni 492 mila persone (+45,5% rispetto al primo semestre 2007, pari a +1 milione e 400 mila persone), il numero più alto degli ultimi dieci anni. E’ quanto emerge da una ricerca della Fondazione di Vittorio della Cgil, che rielabora le statistiche sull’area del disagio nell’occupazione (occupati in età 15-64 anni con lavoro temporaneo o a tempo parziale perché non hanno trovato un’occupazione stabile o a tempo pieno).

Il tasso di disagio è maggiore nel Mezzogiorno (23,9%) rispetto al Nord (17,7%), nell’occupazione femminile (26,9%) rispetto a quella maschile (15,2%). Si dilata inoltre la distanza tra generazioni: nella fascia 15-24 anni il tasso di disagio è del 60,7% (+21 punti rispetto a dieci anni prima); segue la classe dei giovani-adulti (25-34 anni) con un tasso vicino al 32% (era il 19% nel 2007). Anche la forbice tra italiani e stranieri si allarga: il disagio coinvolge un lavoratore straniero su tre (18,4% dei cittadini italiani).

E’ boom di imprese

RIVOLUZIONE DIGITALE AL SUD

“Se rivoluzione deve essere, che rivoluzione sia. Non solo nei numeri, ma anche nella geografia della dinamicità imprenditoriale. Tra le certezze che il digitale ci obbliga a rivedere c’è anche quella, consolidata, che vede nel Mezzogiorno i vagoni di un treno appesantito che viene trainato dalla locomotiva delle regioni del Nord. Mappe del passato destinate a vita breve. Campania, Sicilia e Puglia sono tra le prime quattro regioni italiane dove negli ultimi 6 anni c’è stata la maggiore crescita di imprese digitali. In Campania le imprese digitali sono cresciute del triplo rispetto al Piemonte. Staccate del 10% Veneto, Toscana, Emilia Romagna e Lombardia”. Lo dice il focus Censis/Confcooperative ‘4.0 la scelta di chi già lavora nel futuro’, presentato di recente a Roma.

Ma cosa fanno le imprese digitali? Sono quelle dedite alla produzione di software, consulenza informatica; elaborazione dati, hosting, portali web; edizione di software; erogazione di servizi di accesso a Internet e altre attività connesse alle telecomunicazioni e il commercio al dettaglio attraverso la Rete.

“Le persone più qualificate – ha spiegato Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative – saranno quelle che potranno cogliere le opportunità del 4.0. Questo ci deve portare a un investimento straordinario in formazione e innovazione perché tutti siano in condizione di capitalizzare le opportunità. Siamo per un 4.0 dal volto umano che non lasci indietro nessuno. In Italia, solo l’8,3% dei lavoratori è impegnato in programmi di formazione permanente, al di sotto della media europea 10,8%. Dobbiamo fare molto di più formare non è una spesa, ma un investimento sul futuro del paese”.

Tra il 2011 e il 2017, la crescita maggiore di imprese digitali si è avuta in Campania con un incremento del 26,3%, in Sicilia con il 25,3%, nel Lazio con il 25,1% e in Puglia, 24,2%. Dati che confermano come i processi di sviluppo basati sul digitale trovano terreno fertile anche in aree spesso ai margini della dinamica economica e produttiva intesa in senso tradizionale. Spostando il confronto dalle regioni alle macro aree, il risultato non cambia: il Mezzogiorno è quella con il più alto tasso di crescita di imprese digitali, +21,9%; seguito dal Centro con un incremento del 20,7%, mentre al Nord si osserva un’estensione della base produttiva del 14%.

A riprova del fatto che il digitale ha profondamente cambiato la rilevanza dei vantaggi competitivi dei territori e la configurazione dei fattori di crescita, abbattendo confini e rendite consolidate, può essere presa in esame – sottolinea lo studio – la posizione in graduatoria di regioni come il Piemonte, che dispone di infrastrutture materiali e immateriali orientate all’innovazione (poli universitari, grandi aziende e centri di ricerca), ma incrementa lo stock di imprese digitale del 9,1%: dato, questo, inferiore non solo rispetto alla media nazionale (+17,6%), ma anche rispetto a regioni come l’Umbria o il Molise (rispettivamente l’11,8% e il 12,7%).

Passando dai flussi allo stock, torniamo a una visione più consueta della geografia imprenditoriale italiana. Sono settentrionali più della metà delle imprese digitali: il primato spetta alla Lombardia dove risiede 1 impresa digitale su 4, seguita dal Lazio che precede la Campania, che anche in termini assoluti conquista un posto di tutto rilievo nella graduatoria nazionale.

Carlo Pareto

Inps, Avvisi di accertamento per i rapporti di Lavoro Domestico. Buoni di Lavoro entro il 31/12

Modalità di comunicazione all’Inps per la contestazione del provvedimento
AVVISI DI ACCERTAMENTO PER I RAPPORTI DI LAVORO DOMESTICO

In questi giorni l’Inps sta inviando gli avvisi di accertamento per mancato pagamento dei contributi ai datori di lavoro domestico inadempienti per almeno un trimestre tra il 4° trimestre 2012 e il 2013.
Nell’avviso si invitano i contribuenti a regolarizzare la posizione.
I datori di lavoro che ritengono non dovuti i contributi indicati possono contestare l’avviso seguendo le istruzioni contenute in calce al provvedimento.
È possibile effettuare ogni contestazione telefonicamente, tramite Contact center dell’Inps, oppure utilizzando il servizio “lavoratori domestici” sul sito internet.
Per la contestazione il datore di lavoro può utilizzare il modulo prestampato di autocertificazione allegato al provvedimento, che guida il contribuente nella indicazione di tutti gli elementi utili. Il modulo consente di autocertificare la pregressa comunicazione della cessazione del rapporto di lavoro così come l’avvenuto pagamento dei bollettini.
Se il datore di lavoro ha già comunicato all’Inps la cessazione del rapporto di lavoro, può inviare copia della ricevuta di comunicazione, oltre che tramite i canali sopra indicati, anche via fax al numero verde gratuito 800803164.
Tale comunicazione consentirà alla sede Inps di chiudere il rapporto di lavoro ed eventualmente di annullare l’avviso inviato per i periodi per i quali i contributi non siano dovuti. In questi casi, ovviamente, sarà ritenuta valida l’originaria data di comunicazione della cessazione del rapporto di lavoro e pertanto nessuna sanzione amministrativa sarà dovuta dal datore di lavoro.

L’Inps ricorda che possono essere utilizzati fino al 31 dicembre
BUONI DI LAVORO ACCESSORIO

Il prossimo 31 dicembre scadrà il periodo transitorio per l’utilizzo dei buoni di lavoro accessorio.
I buoni lavoro richiesti entro il 17 marzo, comunica l’Inps, possono essere utilizzati esclusivamente per prestazioni il cui svolgimento avrà luogo entro il prossimo 31 dicembre; pertanto i committenti non potranno inserire nella procedura informatica prestazioni con data di inizio o fine successiva a questa data. Le prestazioni inserite erroneamente nella procedura informatica relative a periodi decorrenti dal 1° gennaio 2018 verranno cancellate d’ufficio e il committente non riceverà nessuna comunicazione in merito. Nel caso di prestazioni che abbiano data inizio nel 2017 e data fine nel 2018, verranno cancellate d’ufficio soltanto le prestazioni relative al 2018.
Per l’utilizzo di buoni tramite la procedura telematica, precisa l’Inps, le prestazioni fino al 31 dicembre 2017 dovranno essere consuntivate dal committente improrogabilmente entro il 15 gennaio 2018; dal 16 gennaio sarà infatti inibito l’accesso alla procedura internet dedicata.
I rimborsi delle somme versate entro il 17 marzo e non utilizzate dal committente entro il 31 dicembre, potranno essere richiesti all’Inps mediante modello Sc52 entro il 31 marzo 2018.

Ocse
ETÀ EFFETTIVA PENSIONE PRIMA DEI 63 ANNI

L’Italia è il paese che nell’Ocse ha per gli uomini l’età di uscita “effettiva” per pensionamento più bassa rispetto a quella di vecchiaia legale. Lo scrive l’Ocse nel Panorama sulle pensioni 2017 secondo il quale nel 2016 ci sarebbero stati tra l’età di uscita per vecchiaia (66,7 anni) e quella media effettiva 4,4 anni di differenza, il divario più alto nell’area Ocse. Si esce quindi abbondantemente prima dei 63 anni. In media nell’area il divario tra età legale ed effettiva di uscita per pensionamento è di 0,8 anni per gli uomini e di 0,2 anni per le donne.
L’attuale sfida dell’Italia è limitare al tempo stesso la spesa pensionistica nel breve e medio termine e affrontare i problemi di adeguamento per i futuri pensionati”, si legge nel Panorama Pensioni Ocse 2017. L’aumento dell’età pensionabile effettiva dovrebbe continuare a essere la priorità” dell’Italia al “fine di garantire benefici adeguati senza minacciare la sostenibilità finanziaria”, si legge. “Ciò significa concentrarsi sull’aumento dei tassi di occupazione, in particolare tra i gruppi vulnerabili. Un mercato del lavoro più inclusivo ridurrebbe anche il futuro tasso di utilizzo delle prestazioni sociali per la vecchiaia”, aggiunge l’Ocse.

Cida, pensioni
GLI ALLARMI INGIUSTIFICATI FANNO MALE AL PAESE

“Non c’è pace per le pensioni: a giorni alterni si susseguono allarmi sulla spesa previdenziale o sull’incerto futuro di chi in pensione deve andare. Così si crea ansia fra lavoratori e pensionati, si innesca un potenziale conflitto generazionale e si contribuisce a dare l’immagine di un Paese confuso e disorientato”. E’ quanto ha recentemente affermato Giorgio Ambrogioni, presidente di Cida, la confederazione dei dirigenti ed alte professionalità del pubblico e del privato.
“Prima era la Commissione Europea a lamentare una voragine di 88 mld – ha sottolineato Ambrogioni – adesso è la volta dell’Ocse che disegna un’Italia in cui si va in pensione ancora troppo presto grazie a leggi e leggine compiacenti e ad avvisarci che per i giovani – una volta trovato il lavoro – il traguardo pensionistico si colloca oltre i 70 anni”.
“Siamo abituati alle ‘docce fredde’ sulle pensioni propinateci da centri studi, italiani e non, o da presunti esperti del settore. Così come siamo assuefatti al coro di commenti seriosi e preoccupati che arriveranno da ambienti politici e governativi. Ma resta il fatto che le cifre su cui si sta ragionando sono sempre le stesse: ovvero, in Italia, quando si parla di spesa previdenziale non si distingue fra assistenza e previdenza”, ha avvertito il presidente della Cida.
“In questo modo l’Istat comunica a Eurostat e poi all’Ocse e al Fmi – ha spiegato Ambrogioni – che la nostra spesa per le pensioni è pari al 18,5% del Pil, mentre quella della media dei Paesi Ue a 27 è del 14,7%. Ma gli altri Paesi non mettono insieme la previdenza e le diverse funzioni dell’assistenza, voci che gli uffici statistici italiani non specificano nelle comunicazioni all’Ue. Sono i conti dell’assistenza ad essere fuori controllo, non quelli della previdenza. Se si leggono bene i dati, nel 2016 il disavanzo tra contributi e previdenza è di -21 miliardi, all’interno dei quali sono ben 19 i miliardi spesi in assistenza, di cui 10 miliardi per l’integrazione al salario minimo e 9 miliardi di maggiorazione per dipendenti pubblici”.
“E come è accaduto con i dati Eurostat, e ora con l’Ocse – ha ancora ammonito Ambrogioni -, il vero rischio è che i soliti titoli allarmistici sulla stampa nazionale producano l’effetto indesiderato di destabilizzare l’opinione pubblica, contrapponendo classi e ceti sociali e finendo per fare del male al Paese. Cida si batte da anni per una sana politica previdenziale che non può che basarsi, da un lato, sul rispetto dei diritti acquisiti e, dall’altro, sull’introduzione di dosi massicce di politiche attive dell’occupazione per dare nuova linfa al mercato del lavoro e rinvigorire la fiducia dei nostri giovani. Anche l’impegno dei nostri pensionati come ‘tutor’ all’interno dei percorsi tracciati dall’alternanza scuola-lavoro, dimostra che le generazioni non vanno divise né, tantomeno, contrapposte. Oggi vi sono aziende in cui operano quattro generazioni ed è un arricchimento reciproco che merita rispetto e un qualche approfondimento”.
“L’imminente appuntamento elettorale dovrebbe essere interpretato come un grande cantiere dove impegnarsi per trovare soluzioni innovative a problemi complessi; problemi che richiedono di difendere il potere d’acquisto, evitare la demagogia, promuovere l’avvento di una nuova cultura del welfare e del lavoro, elaborare una visione diversa dei seniores, per costruire il futuro della previdenza pensando ai giovani e non solo ai pensionati”, ha concluso Ambrogioni.

19 milioni i certificati
OCSE: IN ITALIA CI SI AMMALA SOPRATTUTTO DI LUNEDì

L’Italia è il paese che nell’Ocse ha per gli uomini l’età di uscita “effettiva” per pensionamento più bassa rispetto a quella di vecchiaia legale. Lo scrive l’Ocse nel Panorama sulle pensioni 2017 secondo il quale nel 2016 ci sarebbero stati tra l’età di uscita per vecchiaia (66,7 anni) e quella media effettiva 4,4 anni di differenza, il divario più alto nell’area Ocse. Si esce quindi abbondantemente prima dei 63 anni. In media nell’area il divario tra età legale ed effettiva di uscita per pensionamento è di 0,8 anni per gli uomini e di 0,2 anni per le donne.
L’attuale sfida dell’Italia è limitare al tempo stesso la spesa pensionistica nel breve e medio termine e affrontare i problemi di adeguamento per i futuri pensionati”, si legge nel Panorama Pensioni Ocse 2017.
L’aumento dell’età pensionabile effettiva dovrebbe continuare a essere la priorità” dell’Italia al “fine di garantire benefici adeguati senza minacciare la sostenibilità finanziaria”, si legge. “Ciò significa concentrarsi sull’aumento dei tassi di occupazione, in particolare tra i gruppi vulnerabili. Un mercato del lavoro più inclusivo ridurrebbe anche il futuro tasso di utilizzo delle prestazioni sociali per la vecchiaia”, aggiunge l’Ocse.

Carlo Pareto

Tredicesime, in arrivo 36 miliardi di euro

Previdenza

RIVALUTAZIONI PENSIONI INPS 2018

Rivalutazione delle pensioni dell’1,1% nel 2018; è stato recentemente pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto del ministero dell’Economia che rende ufficiale il tasso di rivalutazione e conferma come i trattamenti previdenziali siano tornati a salire dopo un biennio di sosta in cui erano rimasti fermi per effetto dell’inflazione stagnante. Per ogni tipologia di assegno bisogna poi fare i calcoli a seconda delle rispettive, specifiche regole.

Pensioni ordinarie – Per quanto attiene le pensioni ordinarie, la perequazione è completa soltanto per le prestazioni di quiescenza fino a tre volte il minimo. Per le altre fasce di importo è necessario fare il calcolo in base agli indici previsti dalla legge 147/2013:

Pensioni fino a tre volte il minimo: rivalutazione al 100% e aumento dell’1,1%;

Pensioni fra tre e quattro volte il minimo: si aggiornano al 95%, quindi nel 2018 cresceranno dell’1,045%;

Pensioni fra quattro e cinque volte il minimo: adeguamento al 75%, quindi incremento dello 0,825%;

Pensioni fra cinque e sei volte il minimo: indicizzazione al 50%, quindi aumento dello 0,55%;

Pensioni sopra sei volte il minimo: indicizzazione al 45%, quindi adeguamento dello 0,495%.

Trattamenti minimi 2018

Le pensioni minime salgono a 507,41 euro al mese (da 501,89);

l’assegno sociale si posiziona a 453 euro al mese (da 448,07);

la pensione sociale arriva a 373 euro al mese.

Conguagli – Gli incrementi attribuiti saranno poi successivamente conguagliati nel 2019, in base all’inflazione reale, che determinerà la conseguente variazione del calcolo della perequazione delle pensioni.

Al riguardo, si ricorda che nel corso del 2018 bisognerà ad esempio rimborsare uno 0,1% di indicizzazione in più riconosciuta nel 2014, per effetto della differenza rilevata fra l’indice di rivalutazione provvisorio e quello definitivo. In genere, questo scarto differenziale si recupera l’anno seguente, ma essendo l’inflazione rimasta in pratica vicino allo zero, il recupero è stato via via differito per evitare di far flettere le pensioni. Le modalità con cui verrà effettuato il recupero dovranno comunque essere stabilite dall’Inps.

Inps

IL RISCATTO DEI LAVORI SOCIALMENTE UTILE (LSU)

Gli Lsu, ossia i lavori socialmente utili possono essere riscattati al fine di aumentare l’assegno di pensione. I costi variano a seconda del periodo in cui è stata svolta l’attività di Lsu e riguardano tutti quelli effettuati dal 1° agosto 1995. Oggi per tali attività è prevista una contribuzione figurativa utile grazie all’articolo 8 del decreto legislativo 468/1997.

Secondo la legge per le attività Lsu (lavori socialmente utili o di pubblica utilità) per cui è stato corrisposto l’assegno fino al 31 luglio del 1995 il lavoratore non dovrà farsi carico di nessun onere per poter avvalersi dell’attività ai fini pensionistici Al contrario, per far sì che l’accredito effettuato a partire dal 1° agosto 1995 sia utile per aumentare l’assegno pensionistico, è indispensabile riscattare tali periodi. In questo caso l’attività rientrerà nel sistema di calcolo contributivo o retributivo in base alla durata dei periodi assicurativi, ma anche alla loro collocazione temporale.

Il calcolo retributivo di solito si applica:

fino al 31 dicembre 2011, se si possono vantare 18 anni di contribuzione al 31 dicembre 1995;

fino al 31 dicembre 1995, se si possiedono meno di 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995.

Il calcolo contributivo solitamente si applica:

prendendo come riferimento la retribuzione pensionabile negli ultimi 12 mesi;

moltiplicando la retribuzione per gli anni da ricongiungere e  l’aliquota contributiva (32,95% per l’ex Inpdap, 33% per l’Inps Fondo pensioni lavoratori dipendenti).

Il conteggio retributivo viceversa dipende da variabili differenti come l’età, il sesso e l’anzianità assicurativa.

Sempre riguardo i lavori socialmente utili, il decreto legislativo n. 150/2015 attuativo del Jobs Act, all’articolo n. 26, prevede che i lavoratori che percepiscono dei sostegni al reddito e quelli sottoposti a delle procedure di mobilità, potranno svolgere delle attività di pubblica utilità (Lpu) nel territorio del Comune in cui risiedono in base a delle specifiche convenzioni stipulate stabilite sulla base della convenzione quadro predisposta dall’Anpal. Per queste attività è prefigurata, allo stesso modo, una contribuzione figurativa che sarà utile ai fini della misura della pensione. Resta la possibilità per il lavoratore, anche in questa ipotesi, di chiederne riscatto all’Inps.

Cgia

36 MILIARDI DI TREDICESIME

Sono in arrivo 36 mld di euro per la 13/a mensilità e secondo la stima fatta dalla Cgia di Mestre anche l’erario farà festa perché incasserà 10,4 mld di Irpef.

Da il primo dicembre e le prossime 2 settimane oltre 33 milioni di italiani riceveranno la tredicesima mensilità. Al netto delle ritenute Irpef, l’importo complessivo che pensionati e lavoratori dipendenti incasseranno sfiorerà i 36 mld di euro. A livello territoriale la Regione che presenta il più alto numero di beneficiari è la Lombardia: le persone interessate dalla gratifica natalizia saranno poco più di 6 milioni. Seguono 3.197.000 residenti nel Lazio e 2.869.000 abitanti nel Veneto.

Insieme per legalità e trasparenza

ACCORDO POSTE ITALAINE – GUARDIA DI FINANZA

Contrasto all’evasione, all’elusione e alle frodi fiscali, contrasto agli illeciti in materia di spesa pubblica; contrasto alla criminalità economica e finanziaria, al riciclaggio, alla falsificazione e alle frodi concernenti i sistemi di pagamento attraverso la condivisione del patrimonio informatico di Poste Italiane. Questi sono i principi cardine del Protocollo di intesa che Matteo Del Fante, Amministratore Delegato di Poste Italiane, e Giorgio Toschi, Comandante Generale della Guardia di Finanza, hanno recentemente sottoscritto.

“La grande sinergia, che dura da oltre un secolo, con la Guardia di Finanza – ha dichiarato l’Amministratore Delegato di Poste Italiane, Matteo Del Fante – rappresenta un motivo di orgoglio, siamo sempre più determinati nella lotta alla illegalità e continuiamo a lavorare per garantire la qualità e la trasparenza del lavoro del nostro Gruppo e dare ancora una volta un contributo concreto allo sviluppo del Paese. Sono giornate molto importanti per la nostra Azienda, solo pochi giorni fa abbiamo siglato con tutte le Organizzazioni sindacali il rinnovo del contratto collettivo di lavoro, un traguardo importante per la difesa dei diritti dei lavoratori, apprezzato dalle sigle sindacali. Questo accordo ci permette anche di proseguire nel consolidamento della leadership nella logistica grazie alla crescita dell’e-commerce.”

“Questa giornata è molto importante per il Gruppo Poste Italiane – ha affermato Giuseppe Lasco, Direttore della divisione Corporate Affairs di Poste – perché queste iniziative, il Protocollo con la Guardia di Finanza ed il lancio del portale ”Contratti Aperti e Trasparenti”, contribuiscono ad accrescere in tutta la filiera economica del nostro Gruppo, la cultura della legalità”.

Il Generale Giorgio Toschi ha espresso la sua soddisfazione: “L’intesa odierna certamente favorirà una più efficiente acquisizione di informazioni da parte della Guardia di Finanza da Poste Italiane SpA, per prevenire e reprimere al meglio le frodi e gli illeciti che minano il tessuto economico del Paese”.

Grazie a questo accordo Poste Italiane metterà a disposizione della Guardia di Finanza il proprio patrimonio informatico anche per l’accertamento e la tutela dell’identità digitale del cittadino costituendo una task force per lo studio dei nuovi scenari criminali. Altra iniziativa è l’accesso via web all’ “Identity Check” per la segnalazione di informazioni rilevanti per prevenire e reprimere le frodi e ogni altro illecito di natura economico-finanziaria.

Poste Italiane per l’occasione mette in campo il nuovo portale “Contratti Aperti e Trasparenti”, nell’ottica di una chiarezza sempre maggiore verso i cittadini, per rendere pubbliche e accessibili tutte le informazioni sulla gestione degli appalti e subappalti affidati dall’azienda.

Navigando in “Contratti Aperti e Trasparenti” sarà possibile conoscere il numero e il dettaglio dei contratti sottoscritti da Poste Italiane con i suoi fornitori: costo, durata, ambito merceologico, procedura di affidamento, nome, posizione geografica dell’aggiudicatario e dei subappaltatori.

Poste Italiane si appresta a chiudere il 2017 anche con un altro importante risultato: 50 milioni di pacchi consegnati nelle case degli italiani che hanno acquistato on line.

Con i suoi 34 milioni di clienti, 12.822 uffici postali, 6,4 milioni di conti correnti, 26 milioni tra carte prepagate e carte di debito e 505 miliardi di euro di risparmio gestito, Poste Italiane, la prima azienda in Italia a pubblicare tutti i dati dei suoi contratti, conferma la sua grande attenzione e sensibilità per la cultura della legalità e della trasparenza, principi fondamentali per lo sviluppo del Paese.

Carlo Pareto