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Carlo Pareto

Lavoro, sgravi contributivi in arrivo. Assegno sociale, requisiti e come fare domanda

Lavoro

SGRAVI CONTRIBUTIVI IN ARRIVO

Sgravi contributivi in arrivo, con la legge di stabilità in via di approntamento, per favorire nuove assunzioni. Gli sgravi saranno riservati all’assunzione di giovani fino a 29 anni e la decontribuzione a favore dell’azienda dovrebbe arrivare a coprire fino al 50% dei contributi previdenziali, con un tetto massimo di 3.250 euro per 2 o 3 anni.

Gli sgravi saranno concessi solo a chi non ha licenziato nei 6 mesi precedenti l’assunzione e non procederà a licenziamenti nei 6 mesi successivi, così da evitare che le nuove assunzioni diventino un modo per rottamare altri lavoratori già in forza all’azienda.

Il governo sta valutando se limitare il divieto di licenziamento per 6 mesi più 6 pena la perdita di incentivo a lavoratori con la stessa mansione di quello assunto con gli sgravi o prevederlo per la totalità del personale dell’azienda che accede al beneficio.

Gli sgravi dovrebbero essere concessi anche se non aumentano gli occupati complessivi dell’azienda, purché venga rispettato il divieto di sostituire lavoratori già contrattualizzati con persone che costano di meno.

Nel 2017 scadono le agevolazioni per assunzioni al Sud e tra i 16-29enni previste dal programma Garanzia giovani. Per questi ultimi, come documentato dal rapporto sul precariato dell’Inps, le assunzioni sono state appena 21.800, 7mila delle quali a tempo determinato.
Nell’intero 2016, quando l’agevolazione contributiva era al 50% per tutte le assunzioni a tempo indeterminato, i giovani fino a 29 anni interessati dal fenomeno sono stati 129mila.

Previdenza giovani e assegno sociale

COSA CAMBIA

Dopo il recente incontro svoltosi tra governo e sindacati al ministero del Lavoro, in tema di trattamento pensionistico per chi ha iniziato a lavorare dopo il 1995, l’ipotesi di lavoro ultima messa sul tavolo riguarda una pensione base di circa 500 euro. Cifra che potrà essere ottenuta a 66 anni e 7 mesi (riferimento attuale di chi va in pensione) se la persona avrà maturato 20 anni di contributi e un importo pensionistico pari ad almeno 1,2 volte l’assegno sociale (dunque, circa 540 euro).

Ma cos’è l’assegno sociale a cui invece si sta facendo riferimento in queste ore – e probabilmente anche tra pochi giorni, durante i prossimi appuntamenti tra sigle confederali ed esecutivo (previsti anche per il mese di ottobre) – nelle trattative? E che differenze ci sono tra questo strumento (che ha sostituito la ‘pensione sociale’) e un classico trattamento pensionistico?

Di cosa si tratta

– Intanto è una prestazione economica erogata a domanda e dedicata ai cittadini italiani e stranieri in condizioni economiche disagiate, con redditi inferiori alle soglie previste annualmente dalla legge. Dal 1° gennaio 1996, si legge sul sito dell’Inps, l’assegno sociale ha sostituito la pensione sociale.

Soggetti beneficiari

– È rivolto a cittadini italiani, agli stranieri comunitari iscritti all’anagrafe del comune di residenza e ai cittadini extracomunitari/rifugiati/titolari di protezione sussidiaria con permesso di soggiorno per soggiornanti di lungo periodo. I beneficiari devono percepire un reddito al di sotto delle soglie stabilite annualmente dalla legge.

Come si realizza

– Il pagamento dell’assegno inizia dal primo giorno del mese successivo alla presentazione della domanda. Inoltre, ricorda l’istituto di previdenza, il beneficio ha carattere provvisorio e la verifica del possesso dei requisiti reddituali e di effettiva residenza avviene annualmente.

Quanto viene corrisposto

– L’importo dell’assegno è pari a 448,07 euro per tredici mensilità. Per il 2017 il limite di reddito è pari a 5.824,91 euro all’anno e 11.649,82 euro se il soggetto è coniugato. Hanno titolo a ricevere l’assegno in misura intera i soggetti non coniugati che non possiedono alcun reddito e i soggetti coniugati che hanno un reddito familiare inferiore al totale annuo dell’assegno.

Soglia reddituale

– Hanno diritto all’assegno in misura ridotta, viceversa, i soggetti non coniugati che hanno un reddito inferiore all’importo annuo dell’assegno e i soggetti coniugati che hanno un reddito familiare compreso tra l’ammontare annuo dell’assegno e il doppio dell’importo annuo dell’assegno. L’assegno non è soggetto alle trattenute Irpef (Imposta sul reddito delle persone fisiche).

Decadenza

– L’assegno viene sospeso se il titolare soggiorna all’estero per più di 30 giorni. Dopo un anno dalla sospensione, la prestazione è revocata. Non è reversibile ai familiari superstiti ed è inesportabile, quindi non può essere erogato all’estero.

Requisiti

– Per ottenere l’assegno, tutti i cittadini italiani e stranieri devono soddisfare i seguenti requisiti:

– 65 anni e 7 mesi di età;

– stato di bisogno economico;

– cittadinanza italiana;

– residenza effettiva, stabile e continuativa per almeno 10 anni in Italia.

Come fare domanda

– Va presentata online all’Inps attraverso il servizio dedicato (dove è possibile scaricare il manuale con le istruzioni per la compilazione). In alternativa, si può fare tramite: Contact Center al numero 803.164 (gratuito da rete fissa) oppure 06.164.164 da rete mobile; infine, anche da enti di patronato e intermediari dell’Istituto, attraverso i servizi telematici offerti dagli stessi.

Assegno minimo da 650 euro

PENSIONI, IL PIANO GIOVANI

Pensioni, governo e sindacati al lavoro. Sul tavolo c’è l’ipotesi di una riduzione della soglia del trattamento pensionistico minimo maturato per i giovani. È quanto è emerso dall’ultimo incontro avuto sul tema, durato circa 3 ore al ministero del Lavoro. Ovvero, si sta pensando di garantire un assegno di circa 650 euro nel caso in cui i contributi versati non abbiano raggiunto un livello tale da garantire la cifra. E questo attraverso un meccanismo di garanzia che consenta la percezione di un trattamento minimo, ottenuto sommando alla pensione contributiva una quota dell’assegno sociale.

“Abbiamo registrato una disponibilità del governo ad affrontare le questioni legate alla prospettiva previdenziale per i giovani e alla previdenza complementare”, ha sottolineato il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso. In particolare è stato evidenziato come “la base di una pensione adeguata non possa essere 1,5 volte l’assegno sociale (pari a 448,07 euro per tredici mensilità), ma che appunto la soglia vada rivista al ribasso”, soprattutto per chi ha una carriera discontinua o carente a livello delle retribuzioni. Si parla di 1,2 volte l’assegno sociale; quindi, circa 540 euro.

Meccanismo di garanzia

– E dal governo, ha rilevato anche il segretario confederale della Cisl, Maurizio Petriccioli, “ci è stato prospettato un intervento volto ad aumentare le possibilità di pensionamento dei lavoratori più giovani con pensioni esclusivamente contributive riducendo la soglia del trattamento pensionistico minimo maturato (da 1,5 a 1,2 volte l’assegno sociale) necessario per l’accesso alla pensione con 66 anni e 7 mesi e proponendo anche un meccanismo di garanzia che consenta la percezione di un trattamento minimo ottenuto sommando alla pensione contributiva una quota dell’assegno sociale”.

Aspettativa di vita

– È però necessario, ha sostenuto ancora il sindacalista, “rimuovere anche il vincolo che lega la possibilità di pensionamento nel contributivo a 63 anni e 7 mesi al raggiungimento di una soglia di importo minimo della pensione pari a 2,8 volte il valore del l’assegno sociale ed eliminare l’aggancio dei requisiti pensionistici all’aspettativa di vita, perché nel sistema contributivo i lavoratori vengono doppiamente penalizzati dato che l’aspettativa di vita incide sia sull’aumento dei requisiti pensionistici, sia sul calcolo della pensione attraverso la riduzione periodica dei coefficienti di trasformazione”.

Assegno sociale

– “Siamo parzialmente soddisfatti” dall’incontro con il Governo, ha dichiarato anche il segretario generale della Uil, Carmelo Barbagallo. “C’è stato questo sforzo da parte del ministero di individuare la possibilità di un nuovo meccanismo che riguarda i coefficienti portandolo da 1,5 a 1,2 volte il valore dell’assegno sociale e eventualmente anche quello del 2,8 ma riteniamo che sia necessario arrivare ad una soluzione entro il mese di settembre anche perché ad ottobre sarà presentata la finanziaria al Parlamento”, ha aggiunto Barbagallo.

Metodo contributivo

– Oggi, ha rimarcato ancora Petriccioli, “sono arrivate alcune ipotesi di soluzione da parte del Governo per migliorare l’accesso alla pensione dei giovani che avranno pensioni interamente calcolate col metodo contributivo ed alcune aperture per il rilancio della adesioni alla previdenza complementare e per la parificazione della tassazione delle prestazioni dei lavoratori pubblici al livello di quella dei privati. Sono ipotesi positive ma ancora non sufficienti per tenere insieme, secondo lo spirito dell’intesa del 28 settembre 2016, il necessario ripristino delle condizioni di flessibilità nell’accesso al pensionamento con il tema dell’adeguatezza dei trattamenti pensionistici”.

Poletti

– L’incontro al ministero si è svolto “in un clima positivo. È stato un lavoro utile e c’è un impegno a continuare il confronto” ha affermato il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, evidenziando come gli incontri continueranno la settimana prossima. Sono già in agenda incontri il 5 sulle tematiche del lavoro, il 7 e il 13 settembre prossimo sui temi pensionistici.

Altri incontri

– La discussione odierna, rileva Poletti, “si è sviluppata sui temi previsti dalla fase 2 del confronto tra governo e sindacati. Sono state affrontate le problematiche legate ai giovani e in particolare alle carriere discontinue e al tema della previdenza complementare. È stata sviluppata una proposta e la discussione continuerà nei prossimi giorni”.

Carriere discontinue

– Una proposta, spiega, “che punta ad arrivare a costruire un percorso per i giovani che hanno carriere discontinue. Ci sono alcune opzioni in campo del tipo assistenziale e previdenziale per far fronte a questa situazione. Il tema è ancora aperto a discussione”. I sindacati, rileva Poletti, “hanno sottolineato la volontà di affrontare la questione dell’aspettativa di vita e noi abbiamo confermato la posizione del Governo su questo tema: il tema potrà essere discusso dal momento in cui l’Istat darà il quadro della situazione”.

Carlo Pareto

Crescono i lavoratori stagionali ed è boom
del sommerso

Ape social

PER EDILI ANCHE CON DICHIARAZIONE CASSE

Gli operai edili che vogliono presentare domanda per l’ottenimento dell’Ape sociale, potranno sostituire le attestazioni delle mansioni svolte in via continuativa, che devono essere rilasciate dal datore di lavoro, con una idonea dichiarazione, sottoscritta dai responsabili delle Casse edili, dalla quale risultino i periodi durante i quali sono stati iscritti alle Casse stesse. Lo ricorda il ministero del Lavoro, citando una comunicazione Inps che fa seguito alle difficoltà segnalate dalle organizzazioni sindacali, per gli operai edili, di reperire i datori di lavoro per la sottoscrizione della relativa attestazione da allegare alla domanda di Ape sociale.

La comunicazione, si legge nella nota del ministero, chiarisce che la dichiarazione rilasciata dalle casse edili dovrà essere allegata alla domanda telematica e che il richiedente dovrà dichiarare, nell’apposito campo, che, stante l’impossibilità di reperire i datori di lavoro, è stata allegata la dichiarazione delle casse edili interessate, in modo da consentire ai competenti uffici del ministero del Lavoro, dell’Inail e dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro le verifiche di loro competenza.

Economia

CESSIONE DEL QUINTO PENSIONATI: ULTIME NOVITA’

I pensionati possono tornare a rivolgersi all’Inps per la cessione del quinto. Questa tipologia di prestiti era stata recentemente sospesa dall’ente previdenziale, che, con la disposizione 1.446 del 31 marzo 2017, aveva stabilito il recesso dalle convenzioni stipulate con banche e finanziarie per la cessione del quinto.

Molti gli interventi registrati in seguito a tale decisione nei quali sono state spiegate le motivazioni di questa iniziativa.

In pratica il Ministero, tramite il decreto 24.126 del 27 marzo 2017, ha aggiornato i tassi effettivi globali anti usura e, di conseguenza, è stato necessario modificare le convenzioni in atto tra l’Istituto Previdenziale e le banche.

Più nello specifico, il Ministero ha aggiornato le classi di importo rilevanti ai fini delle operazioni di cessione del quinto dello stipendio e della pensione secondo i seguenti parametri: < 15.000 euro e > 15.000 euro.

Pertanto dal primo aprile sono state sospese le procedure burocratiche di accreditamento, chiedendo a banche e finanziarie che erogano prestiti con cessione del quinto di operare in regime diretto.

Con la determinazione presidenziale n.78 del 14/04/2017 è stato approvato il nuovo schema di convenzione, permettendo così all’Inps di riattivare i finanziamenti ai pensionati.

Per aderire al nuovo schema di convenzione, gli istituti di credito e gli intermediari finanziari interessati, in possesso dei requisiti di legge, potranno aderire al nuovo testo di convenzione rivolgendosi alla Direzione Centrale Organizzazione e Sistemi Informativi.

Ricordiamo che, tramite Inps, non vengono erogati prestiti personali ai dipendenti privati.
Possono accedere ai finanziamenti dell’ente pubblico, legati alla cessione del quinto, i dipendenti del settore pubblico e statale, i dipendenti di Poste Italiane e delle società collegate e i dipendenti della Magistratura, oltre ai pensionati di questi settori.

Chi non fosse in possesso di questi requisiti e volesse richiedere un finanziamento con cessione del quinto, può comparare le offerte su un comparatore come PrestitiOnline.it, che permette di calcolare la rata del finanziamento e visualizzare in pochi click il preventivo personalizzato.

Tra le società partner del network focalizzate su questo comparto del credito vi è Pitagora, uno tra i leader nella cessione del quinto.

E’ bene consigliare sempre, quando si procede alla richiesta di un finanziamento, di informarsi sulle condizioni applicate e sulle  caratteristiche del prodotto.

PrestitiOnline.it mette a disposizione degli utenti una guida dedicata alla cessione del quinto, dove si possono trovare consigli utili.

In particolare ricordiamo che la legge prevede che un contratto di cessione del quinto debba contenere i seguenti elementi:

il tasso di interesse praticato;

ogni altro prezzo e condizione praticati, inclusi i maggiori oneri in caso di mora;

l’ammontare e le modalità del finanziamento;

il numero, gli importi e la scadenza delle singole rate;

il tasso annuo effettivo globale (Taeg);

Devono inoltre essere specificate le condizioni analitiche secondo cui il Taeg può essere eventualmente modificato, l’importo e la causale degli oneri che sono esclusi dal calcolo del Taeg e le eventuali garanzie richieste.

Sottolineiamo che, per questa tipologia di prestiti, le coperture assicurative sono obbligatorie.

Il richiedente deve in ogni caso fornire, oltre ai propri dati anagrafici e personali, alcuni allegati che consentano di definire la sua posizione lavorativa (o pensionistica) e reddituale.

Ma è boom del nero

CRESCONO I LAVORATORI STAGIONALI

Bar e ristoranti pieni, stabilimenti balneari presi d’assalto. Ma anche alberghi e villaggi vacanze sold out. L’estate ha portato un buon giro d’affari e anche opportunità di lavoro per tanti, giovani e meno giovani. Ma se è cresciuta l’offerta di impiego stagionale, in media il 10% in più rispetto allo scorso anno, sale anche la quota di lavoro nero: più della metà dei lavoratori (quasi il 60%) è stato impiegato senza contratto o con rapporti irregolari. E’ quanto emerge da un’indagine dell’Adnkronos che ha sondato sindacati e associazioni di categoria nelle principali località turistiche italiane.

Il dato positivo riguarda la maggiore richiesta di personale rispetto alle stagioni scorse. A incidere positivamente il ‘risveglio’ dell’attività di molti piccoli esercenti e delle strutture recettive minori che, evidentemente superata la fase più acuta della crisi, sono tornate (+15%) ad avvalersi di personale esterno. Ma anche le strutture più grandi, dalle catene alberghiere ai villaggi vacanze, hanno incrementato l’offerta di lavoro, +5%.

Il problema, segnalano i sindacati interpellati, è la natura spesso completamente fuori dalle regole del rapporto di lavoro. Un trend confermato anche dai controlli della Guardia di Finanza che, dall’inizio dell’estate, ha scoperto 1.450 i lavoratori ‘in nero’ o irregolari. Un fenomeno diffuso in tutta Italia ma che registra punte di sommerso vicine al 70% in diverse realtà meridionali. Si segnalano, in particolare, aree di grande evasione contributiva in Campania e Calabria. A pesare, segnalano le associazioni datoriali, è anche l’incertezza normativa percepita dopo l’uscita di scena dei voucher e le novità introdotte successivamente.

In queste realtà sono comunque frequenti i controlli e le sanzioni da parte della Guardia di Finanza, così come è costante l’azione degli ispettori del ministero del Lavoro su tutto il territorio nazionale. In particolare, sono stati 1.450 i lavoratori “in nero” o irregolari scoperti da inizio estate dalle Fiamme Gialle: 268 di loro sono stranieri, 27 i minori, impiegati soprattutto nei campi agricoli. In Sicilia, in un’operazione anti-caporalato e contro lo sfruttamento della manodopera della Gdf di Siracusa, è̀ stato applicato, tra le prime volte in assoluto, il ‘controllo giudiziario d’azienda’. Istituto, introdotto lo scorso anno, che prevede la nomina di uno o più̀ amministratori da affiancare all’imprenditore nella gestione dell’attività̀.

Ma, segnalano i sindacati, non basta. Per fronteggiare veramente il sommerso, fanno notare, servirebbe una maggiore disponibilità a denunciare lo sfruttamento, sia da parte dei lavoratori sia da parte degli operatori onesti, che subiscono una concorrenza sleale. Per questo, l’invito è a utilizzare i canali a disposizione per far emergere le situazioni di sfruttamento. La prima cosa da fare è denunciare la propria condizione all’Ispettorato del Lavoro che ha sede presso la Direzione Principale del Lavoro competente. Ma un lavoratore irregolare può denunciare la sua condizione anche presso la Guardia di Finanza. E, ricordano i sindacati, se necessario per tutelare la propria posizione, possono farlo anche in forma anonima.

Carlo Pareto

Welfare, Come funziona il reddito di inclusione. Ichino, Bene Governo su lavoro giovanile

Welfare
IL NUOVO REDDITO DI INCLUSIONE (REI)
Da gennaio 2018 spariscono il sostegno all’inclusione attiva (Sia) e l’assegno di disoccupazione (Asdi) per i disoccupati a fine Naspi, sostituiti dal nuovo strumento di sostegno alla povertà Rei: il reddito di inclusione spetterà però soltanto a chi possiede determinati requisiti Isee. Pronti due miliardi l’anno per un’assistenza che si rivolge a circa 660mila famiglie, ovvero 1,8 milioni di persone, a partire dal 2018.
L’ammontare – Il Reddito di Inclusione viene versato su 12 mensilità, per un massimo di 18 mesi.
Il sussidio – che dura fino a 18 mesi, con importo minimo di 190 euro per i single fino a un massimo di 485 euro per i nuclei familiari con almeno cinque componenti – è previsto da un decreto legislativo approvato nel Consiglio dei Ministri del 9 giugno 2017, attuativo di una delega, soggetto a discussione in Parlamento per i necessari pareri per poi essere approvato in versione definitiva.
Requisiti – I beneficiari per rientrare nel Reddito di inclusione devono avere un reddito Isee sotto i 6mila euro e un patrimonio immobiliare inferiore ai 20mila euro: le risorse a disposizione per il reddito di inclusione sono circa “due miliardi di euro l’anno nei prossimi anni”, ha dichiarato il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, al termine del Cdm che ha approvato il decreto per la lotta alla povertà: “La misura appena approvata per il contrasto all’indigenza nella prima fase si rivolgerà a 660 mila famiglie, di cui 560mila con figli minori”. La priorità verrà data ai nuclei “con almeno un figlio minorenne o con disabilità anche se maggiorenne, a quelli con una donna in stato di gravidanza o un over50 in disoccupazione”.
Come averlo – Per chiederlo, bisogna presentare domanda, attraverso specifici sportelli comunali che verranno istituiti sul territorio. Sono previste procedure veloci, meno di un mese per incassare la prima mensilità. Lo sportello che raccoglie le istanze ha infatti dieci giorni di tempo per trasmettere la documentazione all’Inps, che ha cinque giorni per il via libera. È possibile poi fare un’istanza di rinnovo, nel caso in cui sussistano ancora i requisiti, ma solo dopo sei mesi dal termine del precedente trattamento. Il Rei verrà corrisposto attraverso un specifica Carta di Pagamento elettronica, una sorta di prepagata sui cui viene accreditata la somma spettante mensilmente.
Chi ne è escluso – Verranno esclusi coloro che nei due anni precedenti la richiesta hanno acquistato auto, moto, barche. La dichiarazione Isee per accedere al Rei sarà, inoltre, precompilata.
Introito mensile – L’aiuto del reddito di inclusione sarà su base mensile, per un periodo tanto maggiore quanto più è numerosa la famiglia. Il totale periodo di sostegno continuativo non potrà comunque superare i 18 mesi e per ottenere un secondo contributo mensile dopo tale lasso di tempo si dovranno attendere altri sei mesi.
Reinserimento lavorativo – Il ReI prevede anche la presa in carico del lavoratore in un programma di politiche attive tramite un “progetto personalizzato” di inserimento / reinserimento lavorativo e inclusione sociale, che dovrà indicare obiettivi generali e risultati specifici nonché i sostegni, in termini di interventi e servizi, di cui il nucleo necessita, oltre al beneficio economico connesso al Rei e, infine, gli impegni a svolgere specifiche attività, a cui il beneficio economico è condizionato, da parte dei componenti il nucleo familiare. Questo progetto viene messo a punto tenendo conto di una serie di valutazioni, relative a situazione lavorativa, profilo di occupabilità, educazione, istruzione e formazione, condizione abitativa, reti familiari, di prossimità e sociali della persona.

Welfare
NASCE LA RETE DELLA PROTEZIONE E DELLA INCLUSIONE SOCIALE
Tutti hanno elogiato, più volte, il metodo che ha portato alla nascita del Reddito di Inclusione. Ora così quel metodo diventa strutturale: nasce la Rete della protezione e dell’inclusione sociale, una struttura permanente di confronto e programmazione delle politiche sociali, nonché di coinvolgimento nelle decisioni programmatiche del terzo settore, delle parti sociali e degli altri stakeholder. La Rete è presieduta dal Ministro del lavoro e delle politiche sociali e composta da rappresentanti dei diversi livelli di governo, si articola in tavoli regionali e territoriali e ha l’obiettivo di rendere più omogeneo il sistema delle misure di protezione sociale, superando le attuali sperequazioni territoriali. Lo prevede il decreto legislativo approvato il 9 giugno dal Consiglio dei Ministri, che ora andrà in Parlamento, per l’attuazione della legge 15 marzo 2017, n. 33 (qui e in fondo alla pagina la sintesi del decreto).
Rispetto al Reddito di Inclusione, in particolare, il decreto dettaglia due articolazioni di questa Rete: il Comitato per la lotta alla povertà, per il confronto permanente tra i diversi livelli di governo e l’Osservatorio sulle povertà, che dovrà predisporre un Rapporto biennale sulla povertà, in cui siano formulate analisi e proposte in materia di contrasto alla povertà, di promuovere l’attuazione del Rei, evidenziando eventuali problematiche riscontrate, anche a livello territoriale, e di esprimere il proprio parere sul Rapporto annuale di monitoraggio sull’attuazione del Rei.

Ichino
LAVORO: BENE GOVERNO SUI GIOVANI
Governo promosso in tema di lavoro giovanile, ma se innalzare il taglio del cuneo fiscale per i contratti a tempo indeterminato è una “misura transitoria”, la vera riforma è “il potenziamento dei servizi di orientamento scolastico e professionale”. Parola di Pietro Ichino, professore, giuslavorista, con un passato nel mondo sindacale e ora senatore tra le fila del Partito democratico. “Rispetto alla proposta del presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia – ha detto Ichino all’Adnkronos – mi sembra decisamente meglio tarato il progetto del governo: non soltanto per l’equilibrio, che pure è necessario, tra costo e beneficio atteso, ma soprattutto perché la misura che si adotta deve servire essenzialmente a neutralizzare lo svantaggio di cui soffre la nuova generazione nel mercato del lavoro, senza produrre nuovi squilibri”.
Nella finanziaria 2015 era previsto l’azzeramento totale dei contributi per le nuove assunzioni, ma quella misura “aveva funzione di defibrillatore: aveva il compito di rimettere in moto con uno shock positivo un mercato del lavoro infartuato. Era la cosa giusta in quel momento e i risultati si sono visti”. Una misura applicabile a ogni nuova assunzione, indipendentemente dall’età, “ora, invece, occorre correggere uno squilibrio che si è evidenziato e che penalizza un’intera generazione. Se si adottasse uno sgravio totale si creerebbe un altro squilibrio di segno opposto”, ha sottolineato Ichino.
Nel testo su cui il Mef lavora è prevista una norma ‘anti licenziamenti’: l’esclusione dello sgravio quando l’impresa ha fatto licenziamenti negli ultimi sei mesi per evitare il rischio dell’abuso delle assunzioni agevolate per sostituire vecchi lavoratori. “A mio avviso – ha rimarcato Ichino – non ce ne sarebbe bisogno, perché uno sgravio contributivo al 50% genera una riduzione del costo del lavoro intorno al 12,5%: nessun imprenditore licenzia una persona sperimentata da due o tre anni con soddisfazione, solo per poter ridurre il costo del 12,5% per un anno o due. Se non altro perché il costo del licenziamento, anche con il Jobs Act, è nettamente superiore a quel risparmio contabile”.
Il taglio del cuneo fiscale per i contratti a tempo indeterminato “è dunque utile come misura transitoria, ma – ha evidenziato l’esperto – sul piano strutturale occorrono altre misure di sostegno al giovane nel suo primo accesso al mercato del lavoro”. In primis “Il potenziamento dei servizi di orientamento scolastico e professionale, capaci di raggiungere ciascun adolescente, di tracciarne il profilo e indicargli gli strumenti per accedere alle occasioni di lavoro corrispondenti alle sue attitudini e aspirazioni”. Per questo “è indispensabile che di ogni corso di formazione professionale o di istruzione universitaria venga fornito il tasso di coerenza tra formazione impartita e sbocchi occupazionali effettivi”.
Non una misura immediata ma “se si incomincia subito, almeno con le Regioni disponibili, a realizzare l’anagrafe dei frequentatori dei centri di formazione, nel giro di due o tre anni, incrociando i dati con quelli delle comunicazioni obbligatorie al ministero del Lavoro, sarà possibile individuare il tasso di coerenza per ciascun centro di formazione operante in ciascuna Regione coinvolta. Per la scuola media superiore e per le facoltà universitarie questo si potrebbe già fare oggi”. È una riforma “che non richiede nuove norme legislative, ma soltanto cooperazione tra centro e Regioni, e capacità di implementazione sul piano operativo”, ha concluso Ichino.

Carlo Pareto

Inps, medici possono comunicare decesso. Inail, si possono sorvegliare colf e badanti. Bonus giovani, arriva norma antilicenziamento

Circolare Inps 33/2015
ANCHE I MEDICI POSSONO COMUNICARE ALL’INPS IL DECESSO

L’obbligo di presentare il certificato di morte all’Inps da parte del parente del defunto sussisteva nonostante l’obbligo del Comune, in quanto, com’è facile immaginarsi, a questi obblighi i vari Comuni adempivano dopo diverso tempo dall’evento.
Per provvedervi in maniera più adeguata si è infatti opportunamente intervenuti con un apposito intervento legislativo.
Al fine quindi di dare piena esecuzione a quanto previsto al riguardo dalla citata norma di legge del 2014, la Direzione Centrale Sistemi Informativi dell’Inps ha, a suo tempo, messo a punto una specifica applicazione, ad uso dei medici che accertano i decessi, per la trasmissione della “comunicazione di constatazione del decesso” attraverso il portale Internet.
Specifiche tecniche
L’accesso al servizio di trasmissione telematica dei certificati di constatazione del decesso avviene attraverso il portale Internet dell’Istituto, nell’ambito dei Servizi per i Medici Certificatori, con l’identificazione tramite codice fiscale e l’autenticazione tramite Pin.
I medici già riconosciuti dall’Istituto, perché accreditati per l’invio dei certificati medici introduttivi alle domande di invalidità civile, e convenzionati con il S.S.N., non hanno bisogno di richiedere di nuovo l’abilitazione all’Istituto.
I medici non ancora riconosciuti dall’Istituto invece devono, ai fini dell’accreditamento:
– scaricare e stampare il modulo di richiesta del Pin disponibile sul sito Inps e presso le Strutture territoriali dell’Istituto;
– recarsi personalmente presso una qualunque Struttura territoriale dell’Inps, muniti di un documento d’identità;
– consegnare il modulo di richiesta del Pin, debitamente compilato e sottoscritto, che verrà conservato agli atti.
L’operatore Inps provvede alla registrazione dei dati anagrafici e all’attribuzione di un codice Pin iniziale di accesso che consegnerà in busta chiusa numerata al medico.
Al primo accesso, il medico deve modificare il Pin iniziale seguendo la procedura guidata.
Per le successive eventuali comunicazioni con l’Istituto, il medico fornirà l’indirizzo della sua casella Pec (Posta elettronica certificata), prevista dalla legge 28 gennaio 2009, n. 2.
Per accedere al servizio è necessario seguire la seguente procedura:
Collegarsi al portale dell’Istituto, disponibile all’indirizzo http://www.inps.it nella sezione “Servizi Online”, selezionare la voce “Per tipologia di utente”;
nella schermata riportante l’elenco dei servizi, suddivisi per tipologia di utente, posizionarsi sulla categoria dei “Medici Certificatori” e selezionare la voce “Certificato di constatazione del decesso”.
Una volta fornite le credenziali di accesso (Codice fiscale e Pin), al medico autenticato verrà presentata la Home Page (o Pagina di accoglienza), riportante i suoi dati i identificativi (da confermare e/o modificare).
Il medico potrà così accedere alle varie funzionalità messe a disposizione dal sistema tramite un menù di scelta rapido che consente di:
trasmettere il certificato tramite il Codice Fiscale del deceduto;
consultare e stampare i certificati di competenza emessi e trasmessi o l’elenco dei soggetti per i quali la trasmissione del certificato non sia riuscita;
annullare un certificato.
Per maggiori dettagli in ordine alle modalità operative è comunque possibile consultare direttamente il manuale utente pubblicato sulle singole pagine del servizio.
Le informazioni presenti sui certificati di decesso pervenuti dai medici sono, in modalità del tutto analoga alla gestione dei dati provenienti dalle anagrafi comunali, messe prontamente a disposizione della base anagrafica Arca e degli archivi delle prestazioni pensionistiche erogate.
Va per mera curiosità precisato, infine, che l’Inps (per ragioni operative) ha inizialmente proceduto all’acquisizione telematica dei certificati di accertamento del decesso con data evento successiva alla pubblicazione della prima circolare.

Inail fa chiarezza
SORVEGLIARE A DISTANZA COLF E BADANTI È POSSIBILE

Colf, badanti e baby-sitter: si tratta di figure professionali alle quali molte persone affidano la cura dei propri cari (anziani o bambini) e della propria abitazione. Ma è possibile controllare a distanza il loro operato mentre non si è in casa, utilizzando un impianto di videosorveglianza? Una nota emessa recentemente dall’Ispettorato Nazionale del Lavoro (8 febbraio 2017 prot. N. 1004) aiuta a fare chiarezza su questo punto. Innanzitutto l’Inail specifica che per ‘lavoro domestico’ si intende “l’attività lavorativa prestata esclusivamente per le necessità della vita familiare del datore di lavoro (art. 1, legge 339/1958), che ha per oggetto la prestazione di servizi di carattere domestico diretti al funzionamento della vita familiare”. Tale attività viene svolta nella casa abitata esclusivamente dal datore di lavoro e dalla sua famiglia (non in un’impresa organizzata e strutturata) e pertanto – come ha affermato la Cassazione nella sentenza n. 565 del 1987 – “per la sua particolare natura si differenzia da ogni altro tipo di lavoro”. Il lavoro domestico non è soggetto alla tutela dello Statuto dei lavoratori (come nella parte relativa all’estinzione del contratto, che può avvenire ‘ad nutum’, ovvero senza che il dipendente possa opporsi) e si sottrae all’applicabilità dei limiti e dei divieti di cui all’art. 4 della legge n. 300/1970, che riguarda l’installazione di telecamere sul luogo di lavoro. Chi intende installare un sistema di videosorveglianza all’interno della propria abitazione può farlo dunque senza richiedere il via libera alla sede competente dell’Ispettorato territoriale. Tuttavia il datore è tenuto comunque a rispettare la disciplina sul trattamento dei dati personali, “essendo confermata la tutela del diritto del lavoratore alla riservatezza”.

Bonus giovani
CI SARÀ NORMA ANTILICENZIAMENTO

Un bonus fiscale alle aziende che assumeranno giovani con contratto a tempo indeterminato. Protetto, però, da una norma anti-licenziamento. È questa la conferma arrivata dal ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, a margine del suo intervento al Meeting di Rimini. Rispondendo alle domande dei cronisti, il ministro ha confermato l’inserimento di una clausola nel bonus giovani per evitare “comportamenti furbeschi” da parte dei datori di lavoro e tutelare così i neo assunti. “Dobbiamo evitare che ci siano effetti negativi di una regola che vogliamo in termini positivi – ha specificato Poletti -. L’obiettivo è aumentare il numero degli occupati, il numero degli occupati giovani e il numero degli occupati stabili”.
Con il bonus fiscale, le aziende che assumeranno giovani potranno beneficiare di decontribuzioni, anche se non è ancora chiaro quale fascia d’età sarà interessata dalla misura. “Sarebbe grave se si producesse un effetto ‘collaterale’ non voluto – ha sottolineato il ministro – che produca magari il ricambio-scambio tra una persona occupata e una persona che viene assunta. Ci sarà quindi un chiarissimo divieto ad utilizzare queste norme attraverso un meccanismo di scambio. Ci sarà un periodo di tempo entro il quale non si potrà licenziare prima e non si potrà licenziare dopo”.
Con il dimezzamento dei contributi il governo punta a incentivare, per il primo anno, fino a 300mila assunzioni stabili di giovani. Lo ha detto all’Ansa Marco Leonardi, consigliere economico di Palazzo Chigi. Molto probabilmente le imprese potranno usufruire dei nuovi sgravi per i neoassunti under 29: fissare l’asticella a 29 anni è, spiega, una scelta “preferibile” per rispettare le norme europee che chiedono di non discriminare per età.
Il nuovo incentivo avrà un tetto a 3.250 euro che consentirà comunque alla “stragrande maggioranza” delle nuove assunzioni di rientrare nello sconto del 50% visto che “circa il 75% dei giovani sta dentro quella soglia con il salario di ingresso” nel mondo del lavoro.
Difficile, sempre per le regole Ue, che si possa passare al termine dell’incentivo a un taglio strutturale del 3% dei contributi.

Carlo Pareto

Inps. Invalidità civile. Breve vademecum

Breve vademecum

INVALIDITÀ CIVILE 2017

Affinché si possa parlare di invalidità è necessario essere affetti da malattie e menomazioni permanenti che riducono la capacità lavorativa della persona in misura non inferiore ad un terzo. Superata la soglia del 33% di invalidità i benefici variano in base alla percentuale accertata. Da 34% in su si ha diritto agli ausili e protesi previsti dal Servizio sanitario nazionale. Le concessione di ausili e protesi è però subordinata alla diagnosi accertata nella certificazione di invalidità.

Ecco, indicati in breve sintesi e per pronta lettura, i benefici attribuibili a seconda della percentuale di invalidità riconosciuta (qui ci riferiamo ai soggetti di età compresa fra i 18 e i 65 anni):

Meno di 33%: non invalido. Nel verbale si riporta questa dicitura: “assenza di patologia o con una riduzione delle capacità inferiore ad 1/3”.

Dal 34%: Concessione gratuita di ausili e protesi previsti dal nomenclatore nazionale. Le concessione di ausili e protesi – come detto – è subordinata alle patologie segnalate nel verbale di invalidità.

Dal 46% in su si ha diritto al collocamento mirato.

Dal 50%: Oltre ai punti precedenti, si ha titolo al congedo straordinario per cure, se previsto dal contratto collettivo nazionale di lavoro.

Dal 67% in su si ha diritto all’esenzione dalla partecipazione alla spesa sanitaria.

Dal 74 % in su si ha titolo all’assegno mensile di invalidità.

Dal 100% si ha diritto alla pensione di invalidità.

Con il 100% più l’indennità di accompagnamento: si accede a tutte le agevolazioni descritte ai punti precedenti

Pensione di invalidità e assegno ordinario di invalidità: a chi spetta?

La pensione di invalidità civile viene riconosciuta ai soggetti nei cui confronti sia accertata una totale inabilità lavorativa, ossia una invalidità pari al 100%.

L’assegno di invalidità civile viene invece riconosciuta ai soggetti nei cui confronti sia accertata una invalidità civile ricompresa tra il 74% ed il 99%.

Chi può avanzare apposita domanda all’Inps?

I cittadini italiani residenti in Italia nonché i cittadini comunitari ed extracomunitari purché residenti in Italia, aventi un’età ricompresa tra i 18 anni e i 65 anni e 7 mesi. Raggiunto tale limite di età la pensione di invalidità/assegno di invalidità si trasforma automaticamente in assegno sociale il cui importo base è pari a 364,90 euro al mese più la maggiorazione di € 83,17.

Quali sono i limiti di reddito?

Per avere diritto alla pensione di invalidità civile il limite di reddito annuo da rispettare è apri ad € 16.532,10. Invece, per avere diritto all’assegno di invalidità civile il limite di reddito annuo da non superare è pari ad € 4.800, 38.

E’ possibile svolgere attività lavorativa?

Il beneficiario dell’assegno mensile non può svolgere attività lavorativa giacché, tra le condizioni per il conseguimento dell’assegno la legge richiede che l’interessato non svolga alcuna attività né di natura subordinata né autonoma. Qualora tale condizione venga meno, lo stesso beneficiario è tenuto a darne tempestiva comunicazione all’Inps. Nonostante il generale divieto sopra indicato la prassi amministrativa Inps ritiene che la percezione di un reddito da lavoro inferiore al limite stabilito dalla norma (4.800 euro annui) per la concessione dell’assegno di invalidità, non configura uno svolgimento di attività lavorativa e, pertanto, l’interessato possa comunque ottenere il beneficio. Invece la pensione di invalidità è compatibile con l’espletamento di un’attività lavorativa. In merito al requisito della totale inabilità, il Ministero del Lavoro ha difatti stabilito che questo non deve essere inteso come assoluta impossibilità a svolgere qualsiasi proficuo lavoro (Circolare Ministero Lavoro 5/1988).

In caso di rigetto della domanda è possibile proporre ricorso? Contro il giudizio sanitario della commissione medica per l’accertamento dell’invalidità è possibile proporre ricorso innanzi all’Autorità Giudiziaria entro 6 mesi dalla notifica del verbale sanitario. Il termine è perentorio: una volta decaduto sarà possibile solo inoltrare una nuova istanza.

Solo 3mila domande

FLOP DELL’ASSEGNO DI RICOLLOCAZIONE

L’assegno di ricollocazione rischia il flop: al momento sono meno di 3.000 le persone disoccupate in Naspi da almeno 4 mesi che hanno fatto domanda per avere l’assegno, circa il 10% di quelle rientranti nella sperimentazione per l’assegno (tra 250 e 5.000 euro). Il 90% di coloro che ha ricevuto la lettera ha invece deciso di non attivarsi.

Il numero arriva dal presidente Anpal, Maurizio Del Conte che ha puntato il dito sulla scarsa informazione e sul timore dei disoccupati di perdere il sussidio in caso di rifiuto del lavoro offerto.

Stress e orari no stop

MANAGER IN CERCA DI PAUSE

C’è chi esce alle 17 dal lavoro per andare a suonare uno strumento musicale, chi si prende un’ora per camminare in solitudine e chi fa meditazione. Tra manager e amministratori delegati cresce la voglia – e la necessità – di fare ‘pausa’ e di staccare, durante la giornata di lavoro. Colpa di aziende sempre più complesse e del fatto che prendersi momenti, anche lunghi, per pensare non è più visto come una perdita di tempo, ma come qualcosa di indispensabile.

All’argomento è dedicato uno studio di Boston Consulting Group, basato su interviste ad amministratori delegati di diverse nazionalità. Le imprese, spiegano, non sono mai state tanto complesse quanto ora: negli ultimi 50 anni, l’indice di complessità delle maggiori compagnie elaborato da Bcg è cresciuto a un tasso del 7 per cento ogni anno. I manager sono sotto pressione sette giorni su sette, 24 ore su 24. C’è chi ha raccontato di aver ricevuto mille suggerimenti diversi a pochi giorni dall’incarico. Rispondere a questo con altrettanta frenesia e attivismo non porta sempre ai risultati sperati.

Anche in Italia, il “sempre connesso” risulta sempre più indigesto: il rischio, quando gli stimoli esterni sono troppi, è quello di non essere più in grado di fare il proprio lavoro. E, nel caso dei ceo, di risolvere i problemi. Michele Panzetti, senior trainer della Scuola di Palo Alto, che si occupa di formazione manageriale e life coaching, sostiene che “in Italia c’è ancora una cultura manageriale di basso livello, ma la consapevolezza di come funziona il cervello sta crescendo, anche perché, semplicemente, i dirigenti si rendono conto che lavorare così non assicura migliori performance”.

Corsi per imparare a gestire il proprio tempo tra manager sono in crescita, così come il numero di dirigenti che scelgono di distrarsi facendo corsi di cucina o studiando la musica. “Se si lavora dodici ore al giorno tutti i giorni il nostro cervello ci fa andare più lenti, crea meccanismi di difesa, al pari del ‘fiatone’ quando si corre. I manager che funzionano sono quelli che hanno il coraggio di delegare e di avere momenti di stop”, ha spiegato all’Adnkronos. I ceo intervistati da Bcg che si prendono pause durante il giorno per riflettere, infatti, “dicono che quello è tempo ben speso: riflessione e meditazione – sottolinea la società di consulenza – hanno dato loro risultati migliori e maggiore credibilità agli occhi dei cda, dei dipendenti e di tutti gli altri stakeholder”.

Il più celebre ‘meditatore’ è Warren Buffet, che trascorre almeno sei ore al giorno leggendo. Un suo partner, Charlie Munger, ha raccontato che nell’agenda di Buffet c’è anche l’haircut day, ossia il giorno delle riflessioni. Non è un privilegio concesso a tutti, ma chi mette da parte un po’ di tempo a settimana, secondo Boston Consulting, ne riceve benefici. “Non bisogna confondere l’iperattività con l’efficacia: essere indaffarati non significa essere produttivi”. Uno studio della Harvard Business School mostra come gli amministratori delegati trascorrano il 60 per cento del loro tempo in riunioni, il 25 per cento al telefono e il restante 15% al ‘resto’, compresa la lettura delle mail.

Tutto questo ha costi cognitivi: il cervello ha dei limiti nel prestare attenzione, ricordare ed elaborare idee. Più lo si distrae, più gli si permette di sedimentare le informazioni che ha raccolto in precedenza. Il punto è che all’estero ci sono arrivati da tempo, in Italia ci sono ancora parecchi miti da sfatare. Sempre Panzetti della Scuola di Palo Alto ha raccontato di una sua conoscente andata a lavorare in una grande multinazionale negli Usa: “Il suo capo si preoccupava che restasse al lavoro dopo la fine del suo orario perché temeva non fosse in grado o non fosse performante. Lei, paradossalmente, ha paura di fare straordinari; in Italia sei considerato bravo se resti in ufficio fino a tardi”.

Oggi, secondo Bcg, “una delle più grandi sfide per gli amministratori delegati è placare l’iperattività per impegnarsi nel pensiero critico, facendolo diventare una routine”. E non c’è bisogno di avere stipendi milionari per raccogliere la sfida. Il trend è in atto anche tra le persone comuni e ha alla base motivazioni filosofiche: “Oggi, nella società iperconnessa, dalle molteplici attività che si svolgono nell’unità di tempo, si sta finalmente capendo che il tempo è la risorsa più scarsa di cui disponiamo”, ha sottolineato Fabio Massimo Lo Verde, docente all’Università di Palermo di sociologia ed esperto di sociologia del tempo libero.

Questo accade all’uomo comune ma anche all’amministratore delegato. Secondo Lo Verde, “oggi interessa di più investire in tempo che consumarlo, utilizzando criteri non più efficientisti ma qualitativi”. Ad esempio, ha detto all’Adnkronos, “alle aziende interessa chi sa prevedere gli scenari e i trend di cambiamento significativi. E questo arriva solo con un approccio più riflessivo, dedicato alle analisi”. Tra dieci o vent’anni, “la frenesia del target” e della “sequenza di task” sarà rimpiazzata con altre logiche. Quella per cui, ha spiegato il docente, “più produco e più riesco ad avere vantaggi nel mercato sarà sostituita con la logica del meglio produco e meglio riesco a stare su mercato. L’azienda che riflette su se stessa è un’azienda vincente”.

Carlo Pareto

Inps. Spesa pensionistica in aumento. 26 MLD in più nei prossimi 4 anni

Eessi

SCAMBIO ELETTRONICO DI INFORMAZIONI SULLA SICUREZZA SOCIALE

Eessi (Electronic exchange of social security information) è un sistema informatico che aiuterà gli enti previdenziali dei vari paesi dell’Ue a scambiarsi informazioni con maggiore rapidità e sicurezza, come previsto dalla normativa dell’Ue sul coordinamento dei regimi di sicurezza sociale Attualmente la maggior parte degli scambi avviene ancora su carta: questi saranno gradualmente digitalizzati nei prossimi anni con l’adozione progressiva del sistema Eessi da parte degli Stati membri.

Come funziona il sistema Eessi?

Tutte le comunicazioni tra amministrazioni nazionali su fascicoli riguardanti la sicurezza sociale in ambito transfrontaliero avranno luogo attraverso il sistema Eessi: gli enti previdenziali si scambieranno documenti elettronici strutturati seguendo procedure concordate. Tali documenti saranno inoltrati attraverso il sistema Eessi al destinatario dell’altro Stato membro.

Il personale degli enti previdenziali sarà in grado di trovare il destinatario corretto nell’elenco degli enti nazionali.

Quando il sistema Eessi diventerà operativo in tutti gli Stati membri?

Il sistema centrale è stato messo a disposizione dalla Commissione nel luglio 2017. A partire da tale data gli Stati membri hanno due anni per recepirlo a livello nazionale e per collegare i loro enti previdenziali al sistema di scambi elettronici transfrontalieri.

Quali saranno i vantaggi del sistema Eessi?

Scambi più veloci ed efficienti tra gli enti previdenziali:

il sistema Eessi renderà più celeri gli scambi tra le amministrazioni nazionali, consentendo loro di esaminare più rapidamente i singoli casi e velocizzando la gestione e il pagamento delle sovvenzioni.

Maggiore accuratezza nello scambio di dati tra le amministrazioni nazionali:

gli enti previdenziali di tutta l’Ue utilizzeranno dei documenti elettronici standardizzati tradotti in tutte le lingue per agevolare la comunicazione multilingue.

Il sistema Eessi prevede delle garanzie per l’esattezza e completezza dei dati scambiati, in modo da aiutare gli enti previdenziali a combattere frodi ed errori.

Il sistema ottimizzerà la gestione dei casi, introducendo procedure elettroniche standard che tutte le amministrazioni saranno tenute a seguire; ciò agevolerà ulteriormente la corretta applicazione della normativa per il coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale.

Gestione sicura dei dati personali:

il sistema Eessi introdurrà l’uso di un’infrastruttura comune sicura per lo scambio transfrontaliero di dati tra gli enti previdenziali.

Il sistema permetterà lo scambio di messaggi tra amministrazioni nazionali, ma non prevede la creazione di una banca dati per archiviare messaggi e dati personali a livello centrale. Il contenuto dei messaggi sarà disponibile soltanto per gli enti interessati e gli Stati membri avranno la responsabilità di garantire un elevato livello di protezione dei dati, in linea con la normativa europea.

Eessi adotterà gli standard più elevati in fatto di sicurezza informatica.

Inps

ASSEGNO SOCIALE: ULTIME NOVITA’

La complessità della materia, l’evoluzione giurisprudenziale e le richieste di chiarimenti da parte delle Sedi territoriali dell’Inps hanno reso necessarie alcune precisazioni dell’Istituto in materia di requisiti per il riconoscimento del diritto all’assegno sociale.

Le disposizioni di legge ordinaria stabiliscono, quale requisito per la concessione dell’assegno, la cittadinanza italiana. Sono equiparati ai cittadini italiani i cittadini della Repubblica di San Marino, i cittadini comunitari e gli stranieri o apolidi titolari dello status di rifugiato politico o di protezione sussidiaria e rispettivi coniugi ricongiunti, extracomunitari titolari di permesso di soggiorno di lungo periodo e cittadini svizzeri e dello Spazio economico Europeo.

L’assegno sociale è corrisposto agli aventi diritto a condizione che abbiano soggiornato legalmente, in via continuativa, per almeno dieci anni nel territorio nazionale.

Il diritto si perfeziona con la dimora effettiva, stabile ed abituale in Italia: la residenza deve sussistere al momento della domanda ai fini della concessione della provvidenza economica e deve permanere successivamente ai fini del mantenimento della prestazione.

Nel messaggio 3239 recentemente diramato dall’Ente di previdenza vengono forniti chiarimenti di dettaglio relativi ai requisiti necessari, in particolare sono descritte le situazioni equiparate alla cittadinanza, i motivi di sospensione, di recupero delle somme e i motivi di revoca.

Un paragrafo è dedicato alla documentazione estera presentata da cittadini extracomunitari, utile a comprovare l’esistenza dei requisiti.

Pensioni

26 MLD IN PIU’ DI SPESA NEI PROSSIMI 4 ANNI

Spesa pensionistica in aumento

Si è discusso molto nei giorni scorsi dell’ipotesi di evitare l’aumento dell’età pensionabile che dovrebbe scattare dal 2019. E la Ragioneria generale dello Stato, insieme a Tito Boeri, sono tra le voci che hanno messo in guardia sui rischi di un tale provvedimento, per i costi che implicherebbe. Unimpresa, analizzando i dati contenuti nel Documento di economia e finanza messo a punto dal Governo lo scorso aprile, segnala che nei prossimi quattro anni la spesa per gli assegni pensionistici crescerà di 26 miliardi euro, mentre l’aumento della spesa per le prestazioni sociali sarà di 8 miliardi e quello per la sanità di 6 miliardi. Nello specifico, segnala il Centro studi di Unimpresa, il totale degli assegni pensionistici passerà dai 261 miliardi del 2016 ai 287 miliardi del 2020

(+10%); le prestazioni sociali passeranno da 76 miliardi a 84 miliardi (+11%); le spese sanitarie cresceranno da 112 miliardi a 118 miliardi (+5,36%).

“Come confermato in questi giorni dalla Ragioneria generale dello Stato, restano dei preoccupanti squilibri e l’aumento della spesa pensionistica dimostra che le riforme degli scorsi anni non hanno risolto i problemi delle nostre finanze pubbliche”, è il commento del vicepresidente di Unimpresa, Claudio Pucci, a questi dati. Il rischio

più concreto però deriva dal fatto che la spesa per pensioni e prestazioni sociali, resterà sostanzialmente stabile rispetto al Pil. Invece, la spesa sanitaria in rapporto al Pil scenderà del 6,73%, dunque sembra che lo Stato investirà più nelle pensioni e meno nelle cure mediche.

Via ai limiti per la pensione anticipata

Secondo quanto scrive Repubblica, uno degli interventi sulle pensioni che potrebbe entrare nella Legge di bilancio riguarda “l’abolizione o la riduzione delle barriere poste dalla riforma Fornero per l’accesso alla pensione contributiva anticipata (al momento può essere perfezionata a 63 anni e 7 mesi): è indispensabile che l’assegno maturato sia paria a 2,8 volte l’assegno sociale (di 448 euro)”. Inoltre, potrebbe essere tolto il limite che impone di accedere alla pensione di vecchiaia con il contributivo puro se si ha diritto a un assegno almeno pari a una volta e mezza l’assegno sociale. Ipotesi che trova d’accordo Cesare Damiano, secondo cui l’eliminazione di queste due soglie rappresenterebbe “una grande vittoria, soprattutto per i giovani”. Vedremo se l’esecutivo confermerà queste indiscrezioni. Lo si potrà capire quando ricomincerà il confronto con i sindacati sulla previdenza.

Giacobbe: cambiano la legge Fornero

Negli ultimi giorni sembra che si stia riaccendendo una sorta di “scontro generazionale” sulle pensioni. Anna Giacobbe, dal suo profilo Facebook, ci tiene però a dire che “non sarà un meccanismo che automaticamente e inesorabilmente allontana l’età della pensione (per ‘aumento aspettativa di vita’), o che a ciascuno ‘ridà quello che ci ha versato’ (il ‘contributivo puro’), a fare giustizia tra le generazioni, a dare il giusto a ciascuno”. Per la deputata del Partito democratico è giunto il momento di cambiare la Legge Fornero, perché “nel 2011 eravamo sull’’orlo del baratro’, così si disse, e per questo si intervenne sulla previdenza con grande durezza. Oggi le cose vanno meglio, l’economia è in ripresa (io credo davvero che sia così). E allora ‘la Fornero’ non è vangelo (con rispetto parlando)”. “Cambiare si può, cambiare si deve”, è la conclusione di Giacobbe.

Carlo Pareto

Inps, da settembre arriva il “Polo unico
per le visite fiscali”

Inps

POLO UNICO VISITE FISCALI

Dal 1° settembre, come stabilisce il decreto legislativo 75 del 27 maggio, entra in vigore il “Polo unico per le visite fiscali”, con l’attribuzione all’Istituto della competenza esclusiva ad effettuare visite mediche di controllo, sia su richiesta delle pubbliche amministrazioni, in qualità di datori di lavoro, sia d’ufficio.

Il decreto prevede anche la revisione della disciplina, da regolamentare mediante apposite convenzioni, del rapporto tra Inps e medici di medicina fiscale. Un apposito decreto ministeriale procederà all’armonizzazione della disciplina dei settori pubblico e privato in materia di fasce orarie di reperibilità e alla definizione delle modalità per lo svolgimento degli accertamenti medico legali.

Dal 1° settembre, in sede di prima attuazione della normativa, gli applicativi in uso presso l’Istituto sono stati adattati al fine di acquisire i dati dei certificati dei dipendenti pubblici e disporre un numero prestabilito di visite d’ufficio.

In considerazione della vastità e rilevanza delle modifiche che è necessario apportare, le soluzioni tecniche ed amministrative che sono state adottate dal 1° settembre rappresentano una prima applicazione sperimentale, che sarà progressivamente messa a punto in tempi successivi, fino alla realizzazione di un sistema a regime organico e completo.

In attesa della della pubblicazione dei decreti ministeriali e della conseguente circolare Inps, il messaggio 3265, per l’attuazione tempestiva della disposizione, fornisce le prime informazioni e indicazioni operative su:

Categorie di dipendenti pubblici interessati

Budget disponibile

Richiesta delle visite mediche di controllo da parte delle PP.AA.

Disposizione d’ufficio delle visite mediche domiciliari

Assegnazione delle visite mediche di controllo

Visite mediche di controllo per i casi di infortunio sul lavoro e malattia professionale

Compiti e funzioni degli Uffici amministrativi e delle U.O.C./U.O.S.T. delle Strutture territoriali competenti

Gestione reperibilità e assenza del lavoratore

Il Polo Unico e la dotazione e distribuzione attuale di medici fiscali

Pensioni

26 MLD IN PIÙ DI SPESA NEI PROSSIMI 4 ANNI

Spesa pensionistica in aumento

Si è discusso molto nei giorni scorsi dell’ipotesi di evitare l’aumento dell’età pensionabile che dovrebbe scattare dal 2019. E la Ragioneria generale dello Stato, insieme a Tito Boeri, sono tra le voci che hanno messo in guardia sui rischi di un tale provvedimento, per i costi che implicherebbe. Unimpresa, analizzando i dati contenuti nel Documento di economia e finanza messo a punto dal Governo lo scorso aprile, segnala che nei prossimi quattro anni la spesa per gli assegni pensionistici crescerà di 26 miliardi euro, mentre l’aumento della spesa per le prestazioni sociali sarà di 8 miliardi e quello per la sanità di 6 miliardi. Nello specifico, segnala il Centro studi di Unimpresa, il totale degli assegni pensionistici passerà dai 261 miliardi del 2016 ai 287 miliardi del 2020

(+10%); le prestazioni sociali passeranno da 76 miliardi a 84 miliardi (+11%); le spese sanitarie cresceranno da 112 miliardi a 118 miliardi (+5,36%).

“Come confermato in questi giorni dalla Ragioneria generale dello Stato, restano dei preoccupanti squilibri e l’aumento della spesa pensionistica dimostra che le riforme degli scorsi anni non hanno risolto i problemi delle nostre finanze pubbliche”, è il commento del vicepresidente di Unimpresa, Claudio Pucci, a questi dati. Il rischio

più concreto però deriva dal fatto che la spesa per pensioni e prestazioni sociali, resterà sostanzialmente stabile rispetto al Pil. Invece, la spesa sanitaria in rapporto al Pil scenderà del 6,73%, dunque sembra che lo Stato investirà più nelle pensioni e meno nelle cure mediche.

Via ai limiti per la pensione anticipata

Secondo quanto scrive Repubblica, uno degli interventi sulle pensioni che potrebbe entrare nella Legge di bilancio riguarda “l’abolizione o la riduzione delle barriere poste dalla riforma Fornero per l’accesso alla pensione contributiva anticipata (al momento può essere perfezionata a 63 anni e 7 mesi): è indispensabile che l’assegno maturato sia paria a 2,8 volte l’assegno sociale (di 448 euro)”. Inoltre, potrebbe essere tolto il limite che impone di accedere alla pensione di vecchiaia con il contributivo puro se si ha diritto a un assegno almeno pari a una volta e mezza l’assegno sociale. Ipotesi che trova d’accordo Cesare Damiano, secondo cui l’eliminazione di queste due soglie rappresenterebbe “una grande vittoria, soprattutto per i giovani”. Vedremo se l’esecutivo confermerà queste indiscrezioni. Lo si potrà capire quando ricomincerà il confronto con i sindacati sulla previdenza.

Giacobbe: cambiano la legge Fornero

Negli ultimi giorni sembra che si stia riaccendendo una sorta di “scontro generazionale” sulle pensioni. Anna Giacobbe, dal suo profilo Facebook, ci tiene però a dire che “non sarà un meccanismo che automaticamente e inesorabilmente allontana l’età della pensione (per ‘aumento aspettativa di vita’), o che a ciascuno ‘ridà quello che ci ha versato’ (il ‘contributivo puro’), a fare giustizia tra le generazioni, a dare il giusto a ciascuno”. Per la deputata del Partito democratico è giunto il momento di cambiare la Legge Fornero, perché “nel 2011 eravamo sull’’orlo del baratro’, così si disse, e per questo si intervenne sulla previdenza con grande durezza. Oggi le cose vanno meglio, l’economia è in ripresa (io credo davvero che sia così). E allora ‘la Fornero’ non è vangelo (con rispetto parlando)”. “Cambiare si può, cambiare si deve”, è la conclusione di Giacobbe.

Indagine Uil sulla PA

ASSENZA DI SALUTE, SICUREZZA E BENESSERE ORGANIZZATIVO

“Si è conclusa l’ultima fase del monitoraggio avviato dalla Uilpa nel novembre 2015, quando fu chiesto ai datori di lavoro pubblici (Ministeri, Agenzie Fiscali ed Enti Pubblici non economici) un confronto sugli adempimenti previsti dall’art. 26 del D. Lgs. 9 aprile 2008, 81, finalizzato a misurare lo ‘stato di salute’ della Pubblica Amministrazione”.  Lo  ha recentemente dichiarato in una nota il Segretario Generale della Uilpa, Nicola Turco il quale ha aggiunto:  “Si è trattato di un importante monitoraggio inteso a verificare le reali condizioni degli ambienti, delle relazioni di lavoro e della qualità della vita dei lavoratori delle amministrazioni pubbliche, i cui risultati sono stati oggetto di un’elaborazione statistica”.

“Un’indagine a tappeto – ha proseguito Turco – sulle varie articolazioni centrali e periferiche della P.A.,  il  cui risultato più significativo è sicuramente il  ‘silenzio’  diffuso su tutto il territorio nazionale, che si riferisce indistintamente a tutte le macro Aree del Paese (Nord, Centro, Sud ed Isole), con punte eclatanti che riguardano il Ministero della Giustizia (75,9%), il MEF (73,9), il MIUR (73,8%), l’Interno (73,2%), il Mibact (69,6%), il MIT (66,7%), il Lavoro (69,4%), la Difesa (51,9%).

“Un silenzio – ha sottolineato Turco – che fa riflettere non solo sulla reale conformità a norma dei luoghi e dei processi di lavoro ma soprattutto sulla stessa percezione e sensibilità del management pubblico  rispetto a tali problematiche”.

Il Segretario Generale della Uilpa ha inoltre evidenziato che “i risultati dell’indagine rappresentano plasticamente la scarsa cultura e l’insufficiente programmazione in materia di prevenzione e benessere organizzativo, fattori che si ripercuotono sulla qualità della vita dei lavoratori ma anche sui servizi erogati ai cittadini”.

In particolare ha precisato Turco che: “E’ appena il caso di ricordare che il costo sostenuto dalla finanza pubblica per gli incidenti sul lavoro e per le malattie professionali oscilla tra il 2,6 e il 3,8 per cento del PIL e che una strategia nazionale indirizzata a eliminare queste falle di sistema, contribuirebbe ad un abbattimento di costi di notevole entità. Basti pensare al calo delle assenze per malattia,  alla  riduzione di costi per l’assistenza sanitaria, al mantenimento in servizio di dipendenti altrimenti costretti al pensionamento per sopravvenuta inidoneità fisica.

L’abbattimento  di   tali  costi  potrebbe  trasformarsi  in un risparmio di gestione da investire in rinnovi contrattuali seri e degni di questo nome”.

“Questa realtà  – ha ulteriormente puntualizzato Turco –  ci ha indotto a rompere il silenzio con una pubblicazione dal titolo ‘Salute e sicurezza del lavoro nella P.A. – La tutela della  persona’   che presenteremo  a settembre  e  che  abbiamo  immaginato come un doppio binario: la realtà da cambiare da un lato e il modello a cui tendere dall’altro. Una operazione verità finalizzata a raccontare ai cittadini le reali condizioni in cui versa la Pubblica Amministrazione ed in cui operano quotidianamente i tanto bistrattati dipendenti pubblici che erogano i servizi alla collettività”.

“Abbiamo voluto dimostrare – ha concluso il Segretario Generale della Uilpa – che chi pensa di riformare la Pubblica Amministrazione tagliando e non investendo, senza alcun confronto, non potrà andare da alcuna altra parte se non su quella dello smantellamento dei servizi, a discapito dei cittadini e di tutti gli utenti in generale”.

Carlo Pareto

Voucher, maxisanzione dall’Ispettorato. Come funziona il Ccnl. Fisco: Boom incassi per rottamazione cartelle

Voucher
RISCHIO MAXISANZIONE

Dare indicazioni al personale ispettivo in modo da applicare correttamente le conseguenze sanzionatorie a chi viola le regole previste dai nuovi voucher. È questo l’obiettivo della circolare n.5/2017 dell’Ispettorato nazionale del lavoro, che è intervenuto sul regime che regola il lavoro occasionale. Il superamento da parte di un utilizzatore per ogni singolo prestatore del limite economico di 2.500 euro – ricorda l’Inl – o comunque del limite di durata della prestazione pari a 280 ore nell’arco di un anno civile, comporta la trasformazione del relativo rapporto nella tipologia di lavoro a tempo pieno e indeterminato a far data dal giorno in cui si realizza il predetto superamento, con applicazione delle connesse sanzioni civili ed amministrative.
Tali regole, precisa l’Ispettorato, valgono anche per il settore agricolo, ma non operano nel caso in cui l’utilizzatore sia la pubblica amministrazione. Aver acquisito invece “prestazioni di lavoro occasionali da soggetti con i quali l’utilizzatore abbia in corso o abbia cessato da meno di sei mesi un rapporto di lavoro subordinato o di collaborazione coordinata e continuativa” integra, secondo l’Inl, un difetto ‘genetico’ afferente alla costituzione del rapporto. Ciò comporta quindi, in applicazione dei principi civilistici, la conversione dello stesso rapporto nella tipologia ordinaria del lavoro a tempo pieno e indeterminato, con applicazione delle relative sanzioni civili e amministrative, se accertata la natura subordinata dello stesso. Le sanzioni non sono applicabili se il rapporto precedente era regolato con un contratto di somministrazione.
L’Ispettorato nazionale del lavoro fornisce inoltre dei chiarimenti in merito alla sanzione prevista in caso di violazione dell’obbligo di comunicazione della prestazione occasionale e la cosiddetta ‘maxisanzione’ per il lavoro ‘nero’. L’Inl evidenzia che nelle ipotesi di mancata trasmissione della comunicazione preventiva, ovvero di revoca della stessa a fronte di una prestazione di lavoro giornaliera effettivamente svolta, la mera registrazione del lavoratore sulla piattaforma predisposta dall’Inps non costituisce di per sé elemento sufficiente ad escludere che si tratti di un rapporto di lavoro sconosciuto alla pubblica amministrazione con la conseguente possibilità di contestare l’mpiego di lavoratori ‘in nero’ (stesso principio espresso dalla Cassazione nella sentenza n. 16340/2013).
Ciò premesso – rimarca l’Inl – occorre individuare dei criteri utili a differenziare le ipotesi in cui la prestazione di lavoro effettivamente resa possa considerarsi quale prestazione occasionale non comunicata ovvero come un ‘normale’ rapporto di lavoro ‘in nero’, e come tale sanzionabile esclusivamente con la cosiddetta maxisanzione. In tal senso, L’Ispettorato ritiene necessaria una attenta valutazione della singola fattispecie rispetto alla quale si applicherà esclusivamente la sanzione ogniqualvolta ricorrano congiuntamente i seguenti requisiti: quando la prestazione è comunque possibile perché non si sono superati i limiti economici e temporali (280 ore); e se la prestazione può effettivamente considerarsi occasionale in ragione della presenza di precedenti analoghe prestazioni lavorative correttamente gestite.
Agli utilizzatori che violano gli obblighi di comunicazione preventiva (esclusi i libretti famiglia e la pubblica amministrazione) e a chi utilizza il contratto di prestazione occasionale nonostante i divieti del comma 14 (ad esempio gli utilizzatori che hanno alle proprie dipendenze più di cinque lavoratori subordinati a tempo indeterminato) viene applicata una sanzione amministrativa da 500 a 2.500 euro. Laddove venga riscontrata invece la violazione degli obblighi in relazione a più lavoratori, la sanzione corrisponderà al prodotto tra 833,33 euro e la somma delle giornate lavorative non regolarmente comunicate. Stesso discorso per chi viola le regole relative a riposo giornaliero, pause e riposi settimanali. Il mancato rispetto, precisa l’Inl, comporta l’applicazione delle specifiche sanzioni previste.

Diritto
IL CONTRATTO COLLETTIVO NAZIONALE DI LAVORO

Il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (Ccnl) è il contratto stipulato a livello nazionale tra le organizzazioni rappresentative dei lavoratori (sindacati) e le associazioni dei datori di lavoro (associazioni di categoria), con lo scopo di:
determinare il contenuto essenziale dei contratti individuali di lavoro in un certo settore (commercio, industria metalmeccanica, industria chimica, ecc.), sia sotto l’aspetto economico (retribuzione, trattamenti di anzianità), che sotto quello normativo (disciplina dell’orario, qualifiche e mansioni, stabilità del rapporto, ecc.);
disciplinare i rapporti tra i soggetti collettivi, ad esempio tra le rappresentanze sindacali e quelle dei datori di lavoro (“relazioni industriali”).
Nel settore del pubblico impiego, il contratto collettivo è stipulato tra le rappresentanze sindacali dei lavoratori e l’Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni (Aran), che rappresenta per legge l’Amministrazione Pubblica nella contrattazione collettiva.
Il motivo principale per cui si tende a stipulare contratti nazionali, anziché a livello di singola azienda, è di preservare, nell’ambito di ciascuna categoria, una concorrenza corretta, basata su regole comuni di trattamento dei lavoratori. In altre parole, lo scopo è di impedire che le aziende si facciano concorrenza abbassando i costi, tramite il peggioramento delle condizioni dei lavoratori stessi.
Esempi di contratti collettivi possono essere facilmente consultati nell’Archivio nazionale gestito dal Cnel, che li contiene tutti.
Una tendenza diversa, rispetto ai suddetti principi, è stata adottata con la Legge n. 106 del 2011 (Manovra correttiva), la quale ha previsto incentivi per i contratti territoriali o aziendali, tramite un regime fiscale e contributivo agevolato, anche se limitatamente al 2012.
Rapporti tra contratti collettivi e altre fonti
Il rapporto di lavoro è disciplinato, oltre che dal contratto collettivo, anche dalle leggi in materia e dal contratto individuale. Queste tre fonti sono tra loro “gerarchicamente sovraordinate”: prima viene la legge, poi il contratto collettivo, poi quello individuale.
Ma nel caso in cui ci siano discordanze, tra tali fonti, la regola generale da applicare è che la fonte inferiore (il contratto individuale rispetto al CCNL, il CCNL rispetto alla legge) possa prevalere, rispetto a quella superiore, derogandone le norme, se le norme che contiene sono più favorevoli al lavoratore. Se sono ad esso più sfavorevoli, prevale la fonte superiore. Dunque il contratto individuale del lavoratore vale di più, rispetto a quello collettivo, solo in senso migliorativo, per il lavoratore stesso.
Quando invece si tratta di fonti di pari gerarchia (ad es. tra diversi contratti nazionali), la regola da applicare è che prevale la fonte più recente: un contratto collettivo nazionale di lavoro può liberamente modificare il precedente, sia in modo peggiorativo, sia migliorativo.
Come va interpretato il contratto
L’interpretazione delle norme contenute nel contratto va fatta in base al Codice civile (articoli 1362-1371, si veda il file allegato). Il codice civile dice che, nell’interpretare il contratto, si deve indagare quale sia stata la comune intenzione delle parti e non limitarsi al senso letterale delle parole. Per determinare la comune intenzione delle parti, si deve valutare il loro comportamento complessivo, anche posteriore alla conclusione del contratto.
Inoltre, non se ne deve allargare il campo di applicazione: per quanto generali siano le espressioni usate nel contratto, quest’ultimo comprende unicamente gli oggetti sui quali le parti si sono proposte di contrattare.

Tesoretto per la manovra
FISCO: BOOM INCASSI ROTTAMAZIONE

Boom per la rottamazione delle cartelle esattoriali che, secondo quanto ha appreso l’Ansa, dovrebbero portare in dote al governo per la prossima legge di Bilancio un extragettito di almeno 1,5-2 miliardi. Stando alle prime proiezioni dei dati alla prima scadenza di luglio, le adesioni alla definizione agevolata dei crediti col fisco – se i pagamenti delle altre rate continueranno regolarmente – consentiranno di superare ampiamente il target di 7,2 miliardi fissato dal decreto fiscale collegato alla scorsa manovra.

Carlo Pareto

Inps, più assegni di anzianità. Novità su Ape sociale. Perché cresce l’occupazione femminile

Inps

PIU’ ASSEGNI DI ANZIANITA’

Nei primi sei mesi del 2017 sono state liquidate complessivamente 251.708 pensioni, per un importo medio pari a 1.035 euro. Lo rileva l’Inps che annota anche come relativamente al solo fondo pensioni dei lavoratori dipendenti si registri un aumento su base annua di circa il 9%.

Il numero degli assegni di vecchiaia e anzianità tra gennaio e giugno, si legge nell’introduzione del Report, è stato infatti di “entità superiore al corrispondente valore del 2016”. In particolare le pensioni di vecchiaia sono salite del 27,5% e quelle di anzianità del 54,9%.

Sostanzialmente stabili invece le liquidazioni per genere e per distribuzione territoriale per le quali “non si ravvisano differenze significative tra l’anno 2016 ed i primi sei mesi del 2017”. In calo invece i trattamenti di invalidità rispetto a quelli di vecchiaia “giustificato dai tempi più lunghi di liquidazione delle pensioni d’invalidità oltre che da un aumento delle pensioni di vecchiaia”.

Pensioni, Poletti: con sindacati lavoro utile e positivo – “È stato un lavoro positivo e utile. Abbiamo ripercorso tutti gli argomenti esaminati fino ad oggi sia sul lavoro che sulla previdenza e definito un primo calendario operativo. L’obiettivo è arrivare a un documento su cui ci sia la massima condivisione possibile. Lavoriamo in questo senso”. Così si è espresso il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, al termine dell’ultimo lungo incontro, prima della pausa estiva, avuto con i leader di Cgil, Cisl e Uil

 Fondazione studi Consulenti lavoro

TUTTO SU APE SOCIALE E PRECOCI

Quali sono i lavoratori precoci che possono accedere alla pensione anticipata? Chi è stato licenziato deve rinunciare alla NASpI per poter richiedere l’Ape Sociale? Per rispondere a questi e tanti altri quesiti la Fondazione Studi Consulenti del Lavoro ha elaborato un documento contenente 10 Faq sull’ Ape sociale ed i lavoratori precoci.

Riguardo all’Ape sociale, i consulenti, tra le altre cose, fanno presente che ci sono requisiti che possono essere maturati anche dopo l’invio di richiesta di certificazione all’Inps. Infatti “sono sempre valutati in via prospettica dall’Istituto (dunque maturabili anche dopo l’invio della richiesta di certificazione) il requisito anagrafico dei 63 anni di età; l’anzianità contributiva di 30 anni e dei 36 anni per lavoratori ‘usurati’; l’assenza di qualunque indennità connessa allo status di disoccupazione e la cessazione di qualsiasi attività lavorativa prima della decorrenza della indennità”.

“Per chi richiede la Pensione Anticipata ‘Precoce’, la Circolare Inps 99/2017 -spiegano ancora gli esperti della Fondazione Sudi Consulenti del Lavoro- ha chiarito i requisiti che possono essere maturati anche dopo la richiesta di certificazione: il requisito di 41 anni di contribuzione accantonata in Gestioni Inps, Casse Professionali o Forme di Sicurezza Sociale UE o di Stati Convenzionati; la cessazione dell’attività lavorativa. Per i lavoratori disoccupati i 3 mesi di inoccupazione successivi alla indennità di disoccupazione spettante. Per i lavoratori ‘usurati’ i 6 anni di svolgimento in via continuativa dell’attività difficoltosa negli ultimi sette prima della decorrenza della indennità o in alternativa i 7 anni negli ultimi 10 o la metà della propria vita lavorativa in una delle condizioni di lavoro richieste dall’art. 1 del D.lgs. 67/2011”.

Lavoro

PERCHE’ CRESCE L’OCCUPAZIONE FEMMINILE

Migliora il tasso di occupazione femminile, che a giugno ha raggiunto il 48,8%, il valore più alto dal 1977. Un dato che ha a che fare anche con il gap salariale rispetto agli uomini, secondo Simone Colombo, consulente del lavoro ed esperto di direzione del personale in outsourcing: “In primis le donne costano meno, dato rilevante ai fini di una valutazione oggettiva del livello di crescita globale del tasso di occupazione. La ripresa è comunque fisiologica, dal momento che all’inizio del 2016 le aziende hanno fatto tutti i licenziamenti strutturali, ergo la ripresa era prevedibile”.

“Lo stesso vale – ha spiegato – per le donne laureate, molto più ricercate perché, a parità di condizioni, avranno uno stipendio inferiore rispetto ai laureati di sesso maschile. Seconda ragione: le donne accettano favorevolmente un part time, tanto che, se le aziende hanno necessità di recuperare del personale a orario ridotto, è più semplice attingere da un bacino femminile”.

“Una ulteriore motivazione, che esula dalla selezione del personale – ha affermato – ma che ben si lega all’evoluzione naturale del percorso di vita al femminile, è che ora la donna, dopo la maternità, torna più volentieri ad affacciarsi sul mercato del lavoro, specie dopo che i figli sono cresciuti ed è possibile dedicarsi nuovamente alla carriera”.

“È quindi disposta – ha sottolineato Simone Colombo – ad avanzamenti di carriera più lenti, o a non avanzare proprio, pur di tornare attiva, a differenza degli uomini che non si assentano per la maternità e non devono quindi pagarne lo scotto rimanendo indietro rispetto alle colleghe”.

“Il quarto motivo – ha proseguito l’esperto – è dovuto alla possibilità di stipulare contratti di inserimento per le donne che lavorano in aree con un tasso di livello occupazione femminile inferiore al 20% rispetto a quello maschile. Si tratta di una delle pochissime agevolazioni all’assunzione rimaste e interessa tipicamente in aree in cui il divario dell’occupazione per genere è statisticamente maggiore: Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Sicilia e alcuni comuni del Centro-Nord”.

“L’ultima motivazione – ha aggiunto – riguarda la tipologia di lavori richiesti, meno attinenti alle attività di ‘fatica’ e maggiormente rivolti al Terzo settore e ai servizi, attività in cui la differenza di genere è sempre più relativa e si tendono ad assumere più donne di una volta”.

“Tornando alle rilevazioni Istat, il picco riguarda naturalmente anche i contratti a termine: il punto è che la situazione lavorativa è cambiata perché, a seguito del Jobs Act, i contratti a tempo determinato oggi consentono alle aziende di fare una prova di 3 anni grazie a un sistema di proroghe di 6 mesi in 6 mesi o di anno in anno, avendo l’opportunità di licenziare con maggiore semplicità”, ha detto Colombo.

“Stesso discorso vale anche in parte per il tempo indeterminato, laddove è molto più semplice oggi licenziare, a vantaggio dell’azienda. Se quindi l’Istat ci fornisce qualche speranza da un lato, dall’altro è importante andare a scavare in fondo alla questione: dal confronto europeo usciamo sconfitti con due punti percentuali più alti sul tasso di disoccupazione rispetto alla media dell’Eurozona, in particolare rispetto alla Germania”, ha avvertito.

“L’aumento dei contratti a termine (+37mila), raggiungendo quota 2,69 milioni (il valore più alto dal 1992), evidenzia quale sia lo stato dell’arte, ossia che oggi il lavoro c’è ma è sempre più precario, mentre il lavoro autonomo di free lance e partite Iva è sceso ai minimi storici (5,3 milioni)”, ha concluso Colombo.

 Professionisti

PAGHE PIU’ POVERE PER DIRIGENTI NAPOLETANI E BARESI

Un dirigente napoletano o uno barese arrivano a guadagnare quasi 12 mila euro in meno all’anno di un collega lombardo. Stessa sorte per un dirigente siciliano. Va ancora peggio ai calabresi. Appena 86 mila euro lordi l’anno a fronte di quasi 105 mila del primo in classifica. E’ quanto emerge dalla Guida alla retribuzione dei dirigenti in Italia, realizzata da Badenoch & Clark, azienda specializzata nel recruiting di figure manageriali ed executive, in collaborazione con JobPricing.

I dirigenti meridionali non escono bene dalla classifica. Occupano tutti (tranne i sardi) la seconda metà della classifica. I lucani addirittura ultimi con una ral (retribuzione annua lorda) di 20 mila euro inferiore a quella dei colleghi lombardi. Dall’indagine, condotta su oltre 300.000 osservazioni in tutta Italia, è emerso che sono i dirigenti che lavorano in grandi aziende della Lombardia nel settore alimentare e dei beni di largo consumo e con ruoli di direzione generale o legale quelli che guadagnano meglio mentre, all’altro capo della classifica, ci sono i dirigenti con ruoli it in società di servizi e consulenza software e che operano in Basilicata.

Il gap tra ral di un dirigente milanese e uno potentino è infatti di circa 20 mila euro annui (104 mila euro contro 84 mila), mentre la distanza tra stipendi di dirigenti che operano in una micro e una grande azienda è del 25,3% (89 mila euro contro 112 mila euro). Tra i dirigenti nel settore food&wine e quelli che operano in società di servizi e consulenza software c’è un divario di 23 mila euro (112 mila contro 89 mila). Si tratta di scostamenti che non tengono conto della retribuzione variabile che pure incide nel 76% dei casi sullo stipendio dei dirigenti per circa il 20% della ral.

La quota variabile per i dirigenti è infatti consistente, pari a circa 19 mila euro annui, ma questa categoria professionale è l’unica ad aver registrato un calo delle retribuzioni (-2,9%) nel 2016 rispetto all’anno precedente. Per quanto riguarda la quota variabile, è sempre sullo stipendio dei dirigenti lombardi che si ha il peso maggiore (20,8%), mentre pesa di meno per i dirigenti della Valle d’Aosta e del Molise (15,3% della ral).

All’interno delle famiglie professionali, ad esclusione dei ruoli di direzione generale (peso di retribuzione variabile del 22% e ral di 119 mila euro), i ruoli dell’area legal e compliance presentano la ral più elevata (106 mila euro), in particolare per la loro presenza in aziende di grandi dimensioni dove anche il peso della retribuzione variabile è alto (20,7%).

Analogamente, osservando l’età anagrafica e la seniority nel ruolo, si osserva che le retribuzioni crescono del 7,1% con un’esperienza che varia da meno di 2 anni a più di 5 e addirittura del 30,3% per dirigenti da 25-34 anni a oltre i 65 anni.

Carlo Pareto

Dubbi sull’età pensionabile. Lavoro: il dipendente può essere pedinato. Unioncamere cerca traduttori e interpreti

Semmai occorre neutralizzare l’aggancio dell’anzianità contributiva all’aspettativa di vita

BRAMBILLA: NO A STOP AVANZAMENTO ETA’ PENSIONABILE

No all’eventuale stop dell’avanzamento dell’età pensionabile perché “ha ragione Tito Boeri: non so giudicare la cifra che secondo il presidente dell’Inps ci costerebbe lo stop (141 mld, ndr), ma tendo a pensare che sia esatta perché Boeri è persona molto seria e preparata”. Lo ha recentemente detto a Labitalia Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi & Ricerche Itinerari Previdenziali, e docente all’Università Statale di Milano.

Brambilla ha parlato anche dell’iniziativa congiunta dei presidenti delle commissioni Lavoro di Camera e Senato, Cesare Damiano e Maurizio Sacconi, che, ha osservato, “si pone un obiettivo sbagliato: l’obiettivo non può essere quello di fermare l’età pensionabile”. “Peraltro – ha ricordato l’esperto – l’aggancio dell’età di pensione all’aspettativa di vita fu proposto dal Nucleo di valutazione della spesa pensionistica da me presieduto nel 2006 e la proposta fu accolta dal IV Governo Berlusconi con Giulio Tremonti ministro dell’Economia e Maurizio Sacconi ministro del Lavoro. Era l’unica soluzione possibile per tenere in equilibrio il sistema previdenziale”.

“Semmai – ha spiegato Brambilla – occorre neutralizzare l’aggancio dell’anzianità contributiva all’aspettativa di vita. Questo sì che è un errore”.

“In Italia ormai si va in pensione con 43 anni di contributi e di questo passo – ha puntualizzato il tecnico – arriveremo a 45 anni. Un’enormità. Occorrerebbe ripristinare la quota di 41 anni e mezzo perché questa sarebbe la giusta risposta di flessibilità da dare a tutti i lavoratori precoci e le donne. Ben sapendo che chi inizia a lavorare presto sovente fa anche mestieri di un certo tipo, faticosi spesso”.

Anche se in questo periodo “la stragrande maggioranza delle persone che lascia il lavoro percepisce assegni pensionistici con la componente retributiva”, per Brambilla ipotesi quali quella del ricalcolo delle pensioni con il solo sistema contributivo, non sono indicate. “Intanto, siamo in uno Stato dove c’è la certezza del diritto e se tu hai assicurato quel trattamento non puoi andare a richiedere i soldi indietro a persona magari di più di 70 anni”, ha affermato.

Poi, ha precisato Brambilla, “il problema vero non sono né le pensioni retributive né quelle contributive”. “Il tema vero è la voce ‘assistenza’: 100 miliardi l’anno che gravano sul bilancio pubblico. Un esborso che oltretutto continua a crescere: +5,9% all’anno contro l’1,5-1,8% in più all’anno della spesa pensionistica vera e propria”.

 

Lavoro

IL DIPENDENTE PUO’ ESSERE PEDINATO: ECCO QUANDO

Il datore di lavoro che sospetta di eventuali abusi riguardanti la legge 104 può assoldare un investigatore o effettuare controlli a mezzo di agenzie, per verificare se i permessi siano utilizzati per scopi diversi da quelli previsti dalla legge. Nel caso in cui dalle indagini emerga la fondatezza dell’abuso, ossia che il lavoratore sta utilizzando il permesso per attività diverse da quelle consentite, (come l’assistenza al parente disabile), le prove raccolte possono essere utilizzate a fondamento del licenziamento per giusta causa. A tale proposito, ricorda lo “Studio Cataldi”, la giurisprudenza ha evidenziato come l’utilizzo improprio dei permessi 104 (ad esempio per soddisfare interessi personali anziché assistere il parente disabile) rappresenti un abuso idoneo a ledere il rapporto fiduciario con il datore di lavoro, nonché un comportamento che viola i doveri imposti dalla convivenza sociale e che costringe l’intera collettività a sopportarne l’indebito costo, dunque rilevante in ambito penale. La giurisprudenza si è più volte pronunciata sulla legittimità di una simile pratica (ossia assoldare un detective), stante quanto previsto dallo Statuto dei Lavoratori sul divieto di “spiare i dipendenti”. Sul punto, la Corte di Cassazione ha ribadito che non viola lo Statuto dei lavoratori il datore di lavoro che si serve di un investigatore per accertare l’abuso dei permessi ex lege 104/92, considerando dunque legittimo il controllo finalizzato ad accertare l’uso improprio dei permessi, suscettibile di rilevanza anche penale. Nella recente sentenza n. 9749/2016, la sezione lavoro ha dato continuità all’insegnamento che ha considerato legittimo il controllo finalizzato all’accertamento dell’utilizzo improprio dei permessi ex. L. n. 104 del 1992, art. 33, suscettibile di rilevanza anche penale, essendo stato effettuato al di fuori dell’orario di lavoro, e in fase di sospensione dell’obbligazione principale di rendere la prestazione lavorativa. Difatti, rammenta la Corte, le agenzie investigative per operare lecitamente non devono sconfinare nella vigilanza dell’attività lavorativa vera e propria, riservata, dall’art. 3 dello Statuto, direttamente al datore di lavoro e ai suoi collaboratori, restando giustificato l’intervento in questione non solo per l’avvenuta perpetrazione di illeciti e l’esigenza di verificarne il contenuto, ma anche in ragione del solo sospetto o della mera ipotesi che illeciti siano in corso di esecuzione. Con la pronuncia richiamata, la Cassazione ha dato seguito a quanto affermato in precedenza dalla sentenza n. 4984/2014, in cui gli Ermellini, sempre interrogati sulla liceità o meno dei controlli effettuati a mezzo di investigatori privati, hanno rammentato che le disposizioni che delimitano la sfera di intervento di persone preposte dal datore di lavoro a difesa dei propri interessi (e cioè per scopi di tutela del patrimonio aziendale e di vigilanza dell’attività lavorativa), non precludono il potere dell’imprenditore di ricorrere alla collaborazione di soggetti diversi dalla guardie particolari giurate (quale, nella specie, un’agenzia investigativa) per la tutela del patrimonio aziendale. Nel caso considerato, il controllo finalizzato all’accertamento dell’utilizzo improprio dei permessi ex art. 33 L. 104/92 (suscettibile di rilevanza anche penale) non ha riguardato l’adempimento della prestazione lavorativa, essendo stato effettuato al di fuori dell’orario di lavoro e in fase di sospensione dell’obbligazione principale di rendere la prestazione lavorativa.

 

Unioncamere

LAVORO: INTERPRETI E TRADUTTORI CERCASI

La conoscenza delle lingue è indispensabile per rafforzare la propria presenza all’estero, ma interpreti e traduttori sono i laureati più ‘rari’ da procurarsi sul mercato secondo le aspettative delle aziende. Meno difficile ma altrettanto complicato reperire ingegneri elettronici (58,7%) e ingegneri industriali (50,2%), matematici e fisici (40,9%). E’ quanto emerge dall’analisi del sistema informativo Excelsior, realizzata da Unioncamere, in accordo con l’Anpal, sulle previsioni di assunzione delle imprese private dell’industria e dei servizi tra luglio e settembre di quest’anno.

Per la ripartenza dopo la pausa estiva le aziende prevedono che faranno più fatica a reperire un ‘dottore’ su tre. La laurea è richiesta per il 12,3% dei 969 mila posti di lavoro programmati dalle imprese tra luglio e settembre 2017, ma la ‘caccia’ al titolo giusto sarà dura per il 34,4% delle posizioni aperte per mancanza di candidature (17,8%) o per inadeguatezza degli stesse (14,8%).

Meno ardua, invece, si prospetta la ricerca tra i diplomati (19,3%), ai quali sono riservate il 36% delle entrate previste nel periodo considerato, ma si registrano punte di complessità decisamente elevate per l’indirizzo produzione industriale e artigianale (45,1%) e per l’indirizzo informatico e telecomunicazioni (44,9%).

L’esperienza è spesso un fattore discriminante per la ricerca del candidato giusto, in particolare per i laureati ai quali viene richiesta nel 79,6% dei casi (contro una media del 67%). Per questo tirocini curriculari e percorsi di alternanza scuola-lavoro che possano fornire ai giovani le giuste attitudini costituiscono uno strumento strategico per andare incontro alle esigenze delle aziende.

Ma a fare la differenza nella scelta della persona da reclutare sono anche le competenze maturate. A quattro dottori su cinque viene richiesto l’utilizzo di tecnologie e strumenti Internet e a un laureato su due l’abilità ad applicare soluzioni creative e innovative. A rischio il successo di più di una ricerca di laureati su due in indirizzo linguistico (69,9% la difficoltà di reperimento), ingegneria elettronica e dell’informazione (58,7%) e ingegneria industriale (50,2%). Ma anche la ‘caccia’ ai matematici mostra difficoltà nettamente più elevate della media (40,9% contro 34,4%).

Mentre per i diplomati sono faticose due ricerche su cinque rivolte all’indirizzo in produzione industriale e artigianale e in informatica e telecomunicazioni. Tra gli altri profili tecnici di non facile reperimento si trovano i diplomati in costruzioni, ambiente e territorio (34,0%), quelli in meccanica (29,6%) e quelli in elettronica ed elettrotecnica (30,6%).

Qualificati specializzati in impianti termoidraulici, ad indirizzo elettrico e meccanico sono, invece, quelli che le imprese cercano ma non trovano facilmente tra chi ha seguito un percorso professionale. Tra titoli di studio che danno più chance di lavoro gli economisti sono in cima alla classifica dei laureati più richiesti tra luglio e settembre di quest’anno (28mila le entrate a loro indirizzate su 119mila previste). Seguono insegnanti e formatori (16.330), ingegneri elettrotecnici e dell’informazione (9.840) e, a breve distanza, laureati in indirizzo sanitario e paramedico (9.140) e ingegneri industriali (8.550).

Tra i diplomati, richiesti per circa 351mila posizioni programmate, più chance di trovare un lavoro l’avrà chi è ‘uscito’ dall’indirizzo amministrativo, finanza e marketing (60mila le posizioni programmate), dall’indirizzo meccanico e di meccatronica (32.570) e dall’indirizzo in turismo enogastronomia e ospitalità (27.030).

Ristorazione (59.580), meccanica (34.940) e benessere (30.830) sono le qualifiche professionali più richieste dalle imprese. In termini relativi a puntare maggiormente sui laureati sono le imprese lombarde (17,6% delle entrate programmate contro una media nazionale del 12,3%), seguite da quelle piemontesi (14,6%) e, a ruota, da quelle laziali (14,5%). Fanno invece maggiormente leva sulle figure con qualifiche professionali le aziende della Liguria (41,5% contro la media del 22,4%), quelle del Trentino Alto Adige (40,4%) e della Valle d’Aosta (38,1%). Vicina alla media, seppure con qualche differenza, la richiesta invece di diplomati nelle varie regioni.

 

Carlo Pareto