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Carlo Pareto

Nel 2019 la manovra porterà maggiori tasse per le aziende per 6,2 miliardi

Invalidità civile

ACCESSO SEMPLIFICATO ALL’ACCOMPAGNAMENTO

Dal 1° gennaio 2019 entra a regime l’accesso semplificato all’indennità di accompagnamento per i cittadini ultrasessantacinquenni, introdotto in via sperimentale nel maggio 2018. È quanto ha recentemente comunicato l’Inps con il messaggio del 28 novembre 2018, n. 4463.

La semplificazione consiste nella possibilità per il cittadino di anticipare al momento della presentazione della domanda di invalidità civile le informazioni di natura socio-economica contenute nel modello AP70, di norma comunicate solo al termine dell’esito positivo della fase sanitaria.

Grazie all’acquisizione anticipata di tali notizie, è possibile, una volta definito positivamente l’iter dell’accertamento sanitario, liquidare in tempi brevi la prestazione economica riconosciuta.

L’indennità di accompagnamento è un trattamento economico assistenziale, erogato a richiesta, a favore degli invalidi civili totali a causa di minorazioni fisiche o psichiche per i quali è stata accertata l’impossibilità di deambulare senza l’aiuto di un accompagnatore oppure l’incapacità di compiere gli atti quotidiani della vita.

E’ concessa, in particolare, ai soggetti per i quali è stata accertata la totale inabilità (100%) residenti in forma stabile in Italia, a prescindere dalla condizione reddituale personale annua e dall’età.

Ai fini dell’ammissione alla prestazione numeraria, il cittadino deve chiedere il riconoscimento dei requisiti sanitari inoltrando la prescritta istanza mediante il servizio denominato “Invalidità civile – Invio domanda di riconoscimento dei requisiti sanitari”.

Accertato il possesso dei requisiti sanitari e amministrativi previsti, il conseguente trattamento economico viene corrisposto per 12 mensilità, a partire dal primo giorno del mese successivo all’inoltro della richiesta o, eccezionalmente, dalla data indicata dalle commissioni sanitarie nel verbale di riconoscimento dell’invalidità civile inviato dall’Inps. Attenzione, il pagamento dell’indennità viene sospeso in caso di ricovero in istituzioni sanitarie o case di cura e assistenza a totale carico dello Stato per un periodo superiore a 29 giorni.

Per quest’anno l’importo dell’assegno di accompagnamento è di 516,35 euro. L’indennità di accompagnamento è incompatibile con le prestazioni simili corrisposte per cause di servizio, lavoro o guerra, salvo il diritto di opzione per il trattamento più favorevole.

L’indennità di accompagnamento è compatibile invece con lo svolgimento di attività lavorativa, dipendente o autonoma, e con la titolarità di una patente speciale.

L’indennità di accompagnamento è altresì compatibile e cumulabile anche con la pensione di inabilità, con le pensioni e le indennità di accompagnamento per i ciechi totali o parziali (soggetti pluriminorati). Importante, ai minori titolari di assegno di accompagnamento, al compimento della maggiore età, viene automaticamente riconosciuta senza necessità di inoltrare l’apposita domanda amministrativa e senza necessità inoltre di ulteriori accertamenti sanitari. la pensione di inabilità riservata ai maggiorenni totalmente inabili. Per i neo diciottenni rimane tuttavia confermato l’obbligo di trasmettere il modello AP70.

Per la domanda, Una volta ottenuto il certificato medico introduttivo dal proprio medico curante e il codice allegato, l’istanza si invia online all’Inps attraverso il servizio dedicato. In alternativa si può fare domanda tramite gli enti di patronato o le associazioni di categoria dei disabili (Anmic, Ens, Uic, Anfass), usufruendo dei servizi telematici offerti dagli stessi.

Importante, con l’eccezione delle domande di aggravamento presentate dai malati oncologici, non è possibile inoltrare una nuova istanza per la stessa prestazione fino a quando non sia completamente esaurito l’iter di quella in corso o, in caso di ricorso giudiziario, finché non sia intervenuta una sentenza passata in giudicato.

Chiarimenti in caso di trasferimento all’estero

INDENNITÀ DI MALATTIA: PRECISAZIONI INPS

La libera circolazione delle persone all’interno dei Paesi dell’unione Europea si è nel tempo rafforzata con l’introduzione del concetto di cittadinanza europea, la creazione dello “spazio Schengen” e la direttiva generale del Parlamento Europeo e del Consiglio elaborata per incoraggiare i cittadini dell’Unione a circolare e soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri.

Alla luce di questi principi l’Inps ha previsto che, in caso di trasferimento del lavoratore nei Paesi dell’Unione e in paesi extraeuropei, durante l’assenza dal lavoro per malattia, il riconoscimento della prevista indennità è subordinato al possesso di un’autorizzazione al trasferimento rilasciata dalla Asl o dall’Istituto stesso.

A tale proposito, il messaggio Inps n.4271 fornisce chiarimenti in ordine ai numerosi quesiti, recentemente pervenuti dalle Strutture territoriali dell’Istituto, sulla perdurante validità, pur nel mutato quadro normativo europeo, delle indicazioni formulate con la circolare 192 del 1996, in merito alla necessità dell’autorizzazione al trasferimento in paesi Ue.

Il provvedimento di autorizzazione va inteso come una valutazione medico-legale volta a escludere eventuali rischi di aggravamento del paziente, derivanti dal trasferimento, in ragione dei maggiori costi per indennità di malattia che una tale circostanza comporterebbe a carico dell’Istituto. Qualora il paziente proceda comunque al trasferimento nonostante il parere negativo dell’Inps, il diritto all’indennità economica verrà sospeso nell’ipotesi in cui il lavoratore compia atti che possano pregiudicare il decorso della malattia.

Pensioni

CON QUOTA 100 PIÙ FACILE IL RISCATTO LAUREA

La possibilità di pensionamento anticipato con Quota 100 potrebbe implicare anche il rilancio dell’operazione di riscatto degli anni di laurea per consentire a un maggior numero di dipendenti di perfezionare i 38 anni di contributi necessari a raggiungere, con i 62 anni, la fatidica quota 100.

Il riscatto degli anni di studio all’università consente di sommare diversi anni di contribuzione a seconda della durata legale del corso di studi praticato, utile ai fini del computo dell’età pensionabile. Con quota 100 tale operazione diventa ancora più appetibile: in tal modo i lavoratori riuscirebbero a maturare più facilmente i 38 anni richiesti per l’accesso alla quota 100, nel rispetto del requisito anagrafico di almeno 62 anni di età.

Non solo, ma l’utilità del riscatto laurea tornerebbe sotto forma di incentivo vantaggiosa anche per i datori di lavoro che intendono finanziare l’uscita dei dipendenti più prossimi alla quiescenza facendo ricorso ai fondi bilaterali. La novità potrebbe riprendere l’impostazione che nel 2017 era stata costruita per agevolare gli esodi dei bancari in esubero ovvero, come di recente riportato dal Sole 24Ore, attingendo al Fondo di solidarietà del credito ordinario e cooperativo.

Grazie a questa misura, il numero di domande per il riscatto ai fini pensionistici degli anni di università è notevolmente lievitato negli ultimi anni, accompagnato anche dai risvolti favorevoli del riscatto per perfezionare i requisiti per la pensione anticipata con il cumulo dei contributi. La stessa formula potrebbe essere impiegata per altri settori e fondi di solidarietà, permettendo quindi ai datori di lavoro di incentivare l’uscita anticipata con quota 100 dei lavoratori senior.

Dal 2016 al 31 agosto scorso l’Inps ha ricevuto 62.282 domande di riscatto laurea e ne ha accolte 28.389 tra gestione pubblica e privata. Nel settore privato, delle 43.686 domande presentate, 12.920 sono pervenute nei primi otto mesi di quest’anno, ovvero da quando è in vigore la circolare Inps (n.188 del 22 dicembre) che ha dato attuazione a questo strumento che consente alle banche la facoltà di riscatto e ricongiunzione di periodi utili al conseguimento del diritto alla pensione anticipata o di vecchiaia dei propri dipendenti.

Da quando è entrato in vigore il cumulo gratuito a gennaio 2017, in molti hanno riscoperto la convenienza del riscatto laurea per soddisfare prima le condizioni richieste per accedere alla pensione anticipata (42 anni e 10 mesi fino a fine anno) e di vecchiaia (67 anni dal gennaio prossimo).

Passare a una gestione che prefigura redditi più bassi ha consentito a molti di unire anche gli anni della laurea al cumulo, reso gratuito, dei versamenti in gestioni diverse. Tra le 18.062 domande del settore privato e le 6.553 del settore pubblico ce ne sono parecchie (8.447) fatte da over 56enni: il motivo è proprio nella gratuità del cumulo.

Da segnalare infine che possono essere riscattati soltanto i periodi corrispondenti alla durata legale del corso di laurea (o una sua parte), compresi i dottorati di ricerca, i diplomi di specializzazione post laurea ed i titoli di studio equiparati a seguito dei quali sia stata conseguita la laurea o i diplomi previsti dall’articolo 1, della legge 341/1990. Ma possono essere inoltre riscattati anche i titoli conseguiti all’estero, se però hanno valore legale in Italia.

Non possono invece essere riscattati: i periodi di iscrizione fuori corso; i periodi già coperti da contribuzione o riscatto; le borse di studio universitarie per la frequenza del dottorato di ricerca; gli assegni concessi da alcune scuole di specializzazione.

Cgia

IN 2019 A IMPRESE +6,2 MLD DI TASSE

Nel 2019 la manovra di bilancio comporterà alle aziende italiane un aggravio di gettito di 6,2 miliardi: di cui 4,5 miliardi circa in capo alle imprese non finanziarie e quasi 1,8 miliardi a carico di banche e assicurazioni. A dirlo è l’Ufficio studi della Cgia che è giunto a questi risultati dopo aver misurato gli effetti fiscali sulle imprese di ogni singolo articolo presente nel disegno di legge di bilancio. La cifra tiene conto delle nuove misure che appesantiranno la tassazione, della rimozione o del differimento di altre che avrebbero dovuto essere applicate e dell’introduzione di novità che invece alleggeriranno il prelievo. Le cose, invece, andranno meglio nel 2020, quando la crescita del prelievo si ridurrà a soli 374 milioni di euro, per cambiare completamente segno nel 2021, quando il sistema delle imprese, le banche e le assicurazioni beneficeranno di una diminuzione del prelievo fiscale per un importo di circa 1 miliardo di euro.

Carlo Pareto

Inps, aumento richiesta disoccupazione. Più domande per malattia nel Privato. Evasione, responsabile anche commercialista

Inps
DOMANDE DI DISOCCUPAZIONE IN LEGGERA RIPRESA

A settembre sono pervenute all’Inps 223.555 richieste per sussidio di disoccupazione tra Naspi, Aspi, mini Aspi, mobilità e Discoll con un aumento dell’1,9% rispetto a settembre 2017.
Lo si legge sull’Osservatorio Inps sulla cassa integrazione recentemente reso noto. Nei primi nove mesi del 2018 sono arrivate 1.382.670 domande totali di disoccupazione con un incremento del 5,8%% in confronto allo stesso periodo del 2017. A ottobre l’Inps ha autorizzato alle aziende, nel complesso, 19,2 milioni di ore di cassa integrazione con un progresso del 69,7% su settembre e un calo del 47% su ottobre 2017. Nei primi 10 mesi dell’anno sono stati autorizzati 181,25 milioni di ore di cassa con una flessione del 39,76% rispetto ai primi 10 mesi del 2017.
L’Istituto ricorda che i dati sulle integrazioni salariali degli ultimi mesi non sono agevolmente raffrontabili perché risentono di modifiche sostanziali e procedurali. In particolare è stata modificata la durata delle prestazioni.
Osservatorio Lavoro – Le assunzioni dei datori di lavoro privati nei primi 9 mesi del 2018 sono state 5.661.000 (+5,3%) a fronte di 4.996.511 cessazioni (+7,4%) con un saldo positivo di 665.000 contratti. Lo si rileva sempre nell’Osservatorio sul precariato dell’Inps. Nel periodo la variazione netta per i rapporti di lavoro a tempo indeterminato (assunzioni più trasformazioni meno le cessazioni) è stata positiva per 168.937 unità. Il risultato è stato favorevole soprattutto grazie al boom delle trasformazioni di rapporti a tempo indeterminato passate dalle 272.812 dei primi 9 mesi del 2017 a 397.374 (+45,6%).
Nel complesso i nuovi rapporti a tempo indeterminato nei primi nove mesi dell’anno (comprese le assunzioni in apprendistato) sono stati oltre 1,5 milioni.

Inps
CALA MALATTIA NEL PUBBLICO

Malattia, cambia il ‘trend’. Nel terzo trimestre del 2018, secondo quanto riporta l’Osservatorio dell’Inps, aumentano nel privato, più 6,8%, e diminuiscono nel pubblico, segnando una flessione del 3,1%.
A livello territoriale per il settore privato l’ascesa del numero di certificati è prevalente al Sud (+7,9%), mentre per il settore pubblico la diminuzione risulta più consistente al Nord (-5,5%).
Nel mese di dicembre 2017 il numero di lavoratori dipendenti, interessati al controllo d’ufficio dello stato di malattia da parte dell’Inps, è stato di 13,7 milioni di cui 2,8 nel comparto pubblico e 10,9 nel settore privato. All’incremento del numero dei certificati nel settore privato corrisponde una crescita meno che proporzionale del numero dei giorni di malattia (+4,9%), mentre nel comparto pubblico alla discesa del numero dei certificati si osserva un decremento più che proporzionale dei giorni di malattia (-7,3%). Stabile anche il numero medio dei certificati dei lavoratori sia nel comparto pubblico che in quello privato (rispettivamente di 3 e 2 certificati ogni 10 lavoratori).
L’Inps precisa che qualsiasi confronto sul numero di certificati tra il settore pubblico e privato va sempre interpretato tenendo conto della diversa struttura per età dei lavoratori e della diversa normativa di riferimento. Il numero medio di giornate di malattia per lavoratore con almeno un giorno di malattia rimane stabile per il settore privato a 11,6 giorni mentre si abbassa lievemente per il comparto pubblico passando da 11,5 a 11,3 giorni.
Per quanto attiene l’attività di verifica e controllo dello stato di malattia, nel terzo trimestre 2018, nonostante la notevole differenza in termini assoluti del numero di visite mediche di controllo effettuate (129 mila nel settore privato rispetto alle 84 mila di quello pubblico), in termini relativi il numero di visite è risultato pari a 119 ogni mille certificati per il comparto pubblico del Polo unico in confronto alle 52 visite del settore privato.
Nel comparto pubblico la maggior parte delle visite sono effettuate su richiesta dei datori di lavoro, solo il 20% sono disposte d’ufficio. Nel settore privato il 65% delle visite mediche di controllo sono invece disposte d’ufficio.

Inps
LAVORATORI EXTRA UE OLTRE 2 MILIONI

Nel 2017 il numero di cittadini extracomunitari conosciuti all’Inps, perché lavoratori nel settore privato o percettori di prestazione a sostegno del reddito o pensionati, è pari a 2.259.652, in aumento rispetto ai 2.189.702 del 2016 (+3,2%). Lo si rileva dall’Osservatorio Inps.
Del totale, 2.042.156 sono lavoratori, il 90,4% (erano 1.991.544 nel 2016), 96.743 pensionati, il 4,3% (89.455 l’anno prima) e 120.753 percettori di prestazioni a sostegno del reddito, il 5,3% (108.703 nel 2016). Al top gli albanesi (299.731).

Cgia
IN 2019 A IMPRESE +6,2 MLD DI TASSE

Nel 2019 la manovra di bilancio comporterà alle aziende italiane un aggravio di gettito di 6,2 miliardi: di cui 4,5 miliardi circa in capo alle imprese non finanziarie e quasi 1,8 miliardi a carico di banche e assicurazioni. A dirlo è l’Ufficio studi della Cgia che è giunto a questi risultati dopo aver misurato gli effetti fiscali sulle imprese di ogni singolo articolo presente nel disegno di legge di bilancio. La cifra tiene conto delle nuove misure che appesantiranno la tassazione, della rimozione o del differimento di altre che avrebbero dovuto essere applicate e dell’introduzione di novità che invece alleggeriranno il prelievo. Le cose, invece, andranno meglio nel 2020, quando la crescita del prelievo si ridurrà a soli 374 milioni di euro, per cambiare completamente segno nel 2021, quando il sistema delle imprese, le banche e le assicurazioni beneficeranno di una diminuzione del prelievo fiscale per un importo di circa 1 miliardo di euro.

Corte di Cassazione
EVASIONE CONTRIBUTIVA, RESPONSABILE ANCHE IL COMMERCIALISTA

Il commercialista è responsabile dei danni provocati al fallimento per essersi accordato con la società cliente a non pagare i contributi Inps ai lavoratori.
Lo ha sancito la Corte di cassazione che, con l’ordinanza n. 29846 del 20 novembre 2018, ha respinto il ricorso del professionista. La terza sezione civile ha dunque confermato il verdetto con il quale la Corte d’appello di Firenze aveva sancito il 50% delle responsabilità a carico del consulente che insieme ai manager aveva deliberatamente deciso di omettere gli oneri assicurativi Inps.
Infatti, spiegano i Supremi giudici, il professionista, per suo dovere professionale, non avrebbe dovuto accettare la proposta illecita della società cliente di conteggiare la contribuzione previdenziale secondo criteri contrari alla legge che avrebbe dovuto dunque «decisamente rifiutare, proprio in adempimento al suo dovere di diligenza professionale che gli impone il rispetto della normativa cogente di settore rientrante nella sua specifica competenza.
Accettando di non indicare i contributi di legge il professionista ha posto in essere un atto di inadempimento all’incarico conferitogli, assumendone ogni collegata responsabilità risarcitoria». In tal modo, la condotta del professionista risulta essere stata valutata sotto il profilo della responsabilità contrattuale proprio in relazione agli obblighi cui egli è tenuto secondo le regole della professione.
Difatti , le obbligazioni inerenti all’esercizio dell’attività professionale sono, di regola, obbligazioni di mezzi e non di risultato, in quanto il professionista, assumendo l’incarico, si impegna a prestare la propria opera per raggiungere il risultato desiderato, ma non a conseguirlo.
Pertanto, ai fini del giudizio di responsabilità nei confronti del professionista, rilevano le modalità di svolgimento della sua attività in relazione al parametro della diligenza fissato dall’art. 1176, secondo comma, cod. civ., che è quello della diligenza del professionista di media attenzione e preparazione in relazione alla prestazione resa, così da assicurare che la scelta professionale cada sulla soluzione che meglio tuteli il cliente. Nel frattempo il giudizio legale è divenuto definitivo e il professionista pagherà metà dei danni.

Carlo Pareto

REI negato, come fare ricorso. Eurostat, lavoratori italiani primi in pensione

Inps
REI NEGATO, COME FARE RICORSO

Importanti novità per i numerosi cittadini che hanno presentato domanda per il Rei ma ai quali è stata respinta la possibilità di beneficiare del reddito di inclusione.
Con il messaggio n. 2937 del 20 luglio 2018 l’Inps ha spiegato come presentare ricorso per richiedere il riesame della domanda, fornendo inoltre chiarimenti sui tempi e sulle modalità di invio dell’istanza.
Il ricorso in caso di domanda per il reddito di inclusione non accolta dall’Inps potrà essere inoltrato tramite apposita istanza da parte del richiedente agli uffici dell’Inps che hanno assunto la decisione di rigetto. Ma anche i comuni, in base ovviamente alle loro specifiche competenze, possono effettuare il riesame d’ufficio delle domande scartate per difetti sui requisiti richiesti a loro ascrivibili.
A tale proposito si ricorda l’Inps ha già comunicato di aver avviato una fase di riesame d’ufficio delle domande inviate dal 1° gennaio 2018 e rifiutate per mancanza dei requisiti familiari.
Come noto, infatti, dal mese di luglio contano soltanto i requisiti economici e pertanto sono stati molti i soggetti non ammessi e poi successivamente recuperati che ora possono beneficiare del contributo economico e del programma di reinserimento nel mondo del lavoro e della formazione.
Come inoltrare la contestazione
Per avanzare ricorso e richiedere il riesame della domanda di Rei respinta l’interessato dovrà inviare una specifica richiesta entro il termine di 30 giorni dalla data in cui è stato emesso il provvedimento da parte dell’Inps.
È questo uno dei primi chiarimenti che l’Inps ha opportunamente fornito nel proprio messaggio n. 2937 del 20 luglio 2018.
La domanda per il riesame dei requisiti per l’accesso al reddito di inclusione dovrà essere inviata presso la sede territoriale dell’Inps che ha emanato il provvedimento. Per presentare ricorso, l’istanza dovrà essere presentata nelle seguenti modalità:
in forma cartacea direttamente allo sportello;
all’indirizzo di posta elettronica certificata (Pec) reperibile sul sito dell’Inps;
tramite posta ordinaria.
Il richiedente la prestazione di REI può presentare richiesta di riesame dopo l’emanazione del provvedimento con il quale la domanda è stata definita; le eventuali istanze di riesame trasmesse prima della definizione del procedimento possono essere gestite come mere istanze di sollecito.
L’esito del ricorso sarà notificato all’interessato sia nel caso di provvedimento a favore che contrario alla domanda di riconoscimento del reddito di inclusione.

Welfare e previdenza
IN UN APP I SERVIZI INPS

Scatti una foto alla fattura dell’asilo, con un’app, e la trasmetti via internet all’Inps. E così ottieni il rimborso dallo Stato. Oppure, con pochi clic sempre sull’app, fai richiesta per il bonus premio alla nascita da 800 euro o della Naspi. Senza doverti recare personalmente allo sportello, né dell’Inps né del patronato.
Ci sono queste tra le novità che l’Inps sta di fatto lanciando, sulla propria app – Inps Mobile; quella sul bonus asilo (per le famiglie a basso reddito) arriverà tra pochi giorni, mentre per le altre bisognerà aspettare gennaio, a quanto ha recentemente spiegato a Repubblica.it Vincenzo Damato, Direttore Centrale Organizzazione e sistemi informativi dell’ente previdenziale italiano. “Stiamo rendendo i servizi di Inps più digitali e nel farlo li vogliamo anche più semplici da utilizzare; di qui la scelta di portarli su cellulare”, ha detto Damato.
“Alle spalle, c’è stato un lavoro non solo sui nostri servizi ma anche di accordi con le banche e altri soggetti”, ha aggiunto. Si consideri il bonus mamma. “Sull’app il genitore dovrà registrarsi inserendo solo il codice fiscale del bambino e l’iban dell’accredito. E basta. Tutti i controlli li faremo a noi, collegandoci alle varie anagrafi e verificando con le banche la correttezza dell’Iban”. In modo simile, sempre da gennaio, l’app dell’Inps permetterà di richiedere direttamente la Naspi (ex trattamento di disoccupazione) e varie prestazioni pensionistiche.
Finora invece la procedura ha invero spesso messo a dura prova la pazienza di molti (e purtroppo continuerà così, fino a gennaio, come precisato). Ancora oggi infatti è necessario recarsi in banca per farsi attestare il codice Iban, far apporre un timbro su un apposito modulo (l’SR 163) e portarlo all’Inps. Tutto di persona, ovviamente. Come se internet non esistesse. “Ma per poter fare noi il controllo dell’iban abbiamo dovuto fare una lunga trattativa con le banche e le convenzioni le abbiamo chiuse a ottobre”, ha affermato Damato. Il problema è che dal 2010 le banche non sono più obbligate a controllare la coerenza tra nome e iban; quindi l’Inps doveva chiedere l’attestazione per essere sicuro che il pagamento andasse alla persona giusta (e così tra l’altro evitare frodi o errori). “Abbiamo convinto le banche facendo capire loro che così, passando i controlli a noi, risparmieranno tantissimo sul tempo del personale. Complessivamente difatti girano due milioni di attestazioni l’anno”. “Queste novità semplificano anche il lavoro dell’Inps”, ha proseguito il dirigente dell’Istituto di previdenza. Avviene già con alcuni dei servizi già disponibili sull’app, da quest’anno. Come la possibilità di verificare lo stato di domanda per la naspi e sapere quando sarà posta in pagamento. O il download del cud della pensione, con la possibilità di trasmettere il file al commercialista, tutto attraverso l’app. O l’estratto di pagamento. È tempo risparmiato sul personale Inps allo sportello; ne deriva anche una riduzione di costi del call center dedicato, che sempre meno utenti hanno ora bisogno di usare.
Ci sono stati 1,6 milioni di accessi a gennaio per l’estratto di pagamento, saliti a 2 milioni a ottobre. L’app ha avuto circa 1,1 milioni di installazioni su mobile. “Tutto questo compensa l’emorragia di personale causata da pensionamenti. Siamo 27 mila dipendenti, ne perdiamo 1.200 l’anno. E con quota 100 possono arrivare fino a 4.500 pensionamenti aggiuntivi”, ha concluso Damato.

Previdenza
LAVORATORI ITALIANI PRIMA ALLA PENSIONE

Nella polemica sulle pensioni tra il presidente dell’Inps, Tito Boeri e il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, si inseriscono i dati sulla situazione previdenziale in Europa forniti da Eurostat. L’Istituto europeo di statistica certifica come gli italiani siano i cittadini europei con la vita lavorativa più breve. Nel senso che un quindicenne italiano di oggi dovrà lavorare in media 31,6 anni prima di ricevere l’assegno previdenziale. Mentre un coetaneo islandese dovrà darsi da fare per quasi mezzo secolo. Per la precisione, 47 anni.
L’ultima polemica in termini di previdenza è nata dopo la recente audizione del presidente dell’Inps Tito Boeri alla commissione Lavoro della Camera. A margine dell’incontro, il numero uno dell’istituto previdenziale ha affermato che l’introduzione di quota 100 (cifra da raggiungere sommando età anagrafica e contributiva per andare in pensione) e lo stop dell’adeguamento alla speranza di vita produrranno un aggravio di 100 miliardi del debito pensionistico.
Affermazioni alle quali ha risposto il ministro dell’Interno Matteo Salvini, che dell’abolizione della legge Fornero aveva fatto uno dei pilastri della sua campagna elettorale. Salvo poi fare una mezza retromarcia, edulcorando il tutto nella proposta di introduzione della quota 100.
In questa disputa si inserisce, del tutto casualmente, Eurostat. Che proprio nelle ore in cui infuriava la polemica Salvini-Boeri ha diffuso i dati relativi alla durata della vita lavorativa. Ovvero al periodo medio che un quindicenne di oggi dovrà lavorare prima di aver maturato i requisiti per andare in pensione.

Inca Cgil
PATRONATO PORTATORE DIRITTI COSTITUZIONALI

“La Costituzione riconosce un ruolo istituzionale al patronato e noi stessi, come Inca, anche per il ruolo che la Cgil ci ha voluto attribuire, siamo espressione dei diritti costituzionali, anzi siamo ‘portatori’ di diritti costituzionali”. Così Morena Piccinini, presidente di Inca Cgil, ha aperto a Roma la presentazione del libro promosso dal patronato ‘La dignità della persona nella Costituzione’, in occasione dei 70 anni della Carta.
“Il patronato – ha aggiunto Piccinini – è un’istituzione unica nel mondo, non esiste in altri Paesi e deve la sua forma alla intuizione che ebbe Giuseppe Di Vittorio, che comprese e vide con grande lungimiranza la necessità di istituire tutele a salvaguardia dei lavoratori”. La presidente ha ricordato che la funzione del patronato è “quella di tutelare i diritti e lo fa con una duplice veste: quella di ente riconosciuto dallo Stato e al contempo, quella di ‘soggetto di parte’, non tanto e non solo perché espressione di un sindacato, ma perché dalla parte del cittadino”.
Dunque, le caratteristiche del patronato sono quelle di “una tutela universale, della gratuità delle prestazioni, e di un’azione autonoma, esercizio non proprio facile – ha spiegato Piccinini – perché gli ostacoli frapposti sono tanti”. “Ma anche la lotta alle forme di razzismo e discriminazione, perché i principi costituzionali sono il nostro faro e chiediamo rispetto, soprattutto quando le norme non inverano tali principi”, ha concluso.

Carlo Pareto

Inps. In partenza entro fine anno un milione di buste arancioni

My Inps

L’UTENTE AL CENTRO DEL PORTALE

Con MyInps l’utente è al centro del Portale dell’Istituto. MyInps, infatti, è l’area personale e personalizzabile che permette di organizzare e raccogliere i contenuti di proprio interesse, rendendo più efficaci la navigazione, la comunicazione con l’Istituto e la gestione online dei servizi.

Per accedere a MyInps è necessario il possesso del codice Pin rilasciato dall’Istituto, di una identità Spid oppure di una Carta Nazionale dei Servizi (Cns).

Come rendere personale la piattaforma MyInps

MyInps si compone del menu “I tuoi strumenti” e delle sezioni Bacheca e Anagrafica. “I tuoi strumenti” raccoglie tutti i contenuti salvati attraverso il “cuoricino”, l’icona che consente di personalizzare in modo semplice il proprio MyInps. Ogni volta che, navigando sul Portale, l’utente trova contenuti di proprio interesse può salvarli cliccando sul tasto “cuoricino”. In base alle preferenze espresse, il Portale interpreta automaticamente gli interessi personali riproponendoli in MyInps, suddivisi per categorie.

Possono essere selezionate notizie, schede di prestazione, pagine di approfondimento, pagine di orientamento, termini di glossario e argomenti in base alla suddivisione per temi e utenti. L’utente può inoltre salvare i moduli per richiedere all’Istituto le prestazioni a cui ha diritto.

Grazie a MyInps, quindi, è possibile avere a portata di clic tutte le informazioni che rispondono alle proprie esigenze, ottimizzando i tempi di navigazione sul Portale e la gestione delle prestazioni. Un pensionato, ad esempio, potrà consultare in modo rapido e diretto, salvandole, le schede di prestazione che trattano di pensione. Una mamma, allo stesso modo, salvando i relativi contenuti resterà aggiornata sui benefici per la maternità e potrà accedere più rapidamente alla modulistica in uso all’Ente per richiedere i bonus.

Inps

IN ARRIVO PER FINE ANNO LE BUSTE ARANCIONI

Entro la fine dell’anno l’Inps invierà circa un milione di buste arancioni ad altrettanti lavoratori. Le buste conterranno l’estratto contributivo, la simulazione dell’importo della propria pensione futura sulla base dei contributi attualmente versati, della retribuzione attesa e della probabile data di uscita dal lavoro. Lo ha recentemente annunciato il presidente dell’Inps Tito Boeri.

Quello della trasparenza è uno dei cavalli di battaglia di Boeri, che si è speso per fare in modo che i lavoratori sappiano quale futuro previdenziale li attende. Dal marzo 2016 5 milioni e mezzo di lavoratori dipendenti hanno effettuato oltre 16 milioni di simulazioni per calcolare la propria pensione attraverso il servizio Inps ‘La mia pensione futura’. Il servizio, ha dichiarato Boeri, verrà esteso nei prossimi due anni anche ai lavoratori del servizio pubblico: ‘La platea di chi potrà accedere alla simulazione online, attraverso un pin, si allargherà a 500mila dipendenti pubblici, artigiani e commercianti’.

Previdenza

LA PENSIONE DELLE DONNE SECONDO L’INPS

Le pensioni rappresentano un costo sempre più oneroso per l’Inps. L’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale ha chiuso il 2017 con un rosso da 6 miliardi e 984 milioni di euro. Il buco è causato dalla sproporzione fra i ricavi e le pensioni da pagare.

A fine ottobre l’Inps ha pubblicato un breve rapporto con informazioni relative alla dimensione e alla composizione della spesa per pensioni in Italia al 31.12.2017.

In un periodo di annunci e promesse di cambiamento, può essere molto utile dare un’occhiata alle statistiche relative alla più significativa componente della spesa pubblica italiana, per capirne il peso e le principali caratteristiche. Cercando di focalizzarla, sia pure molto sommariamente, al femminile.

La spesa corrente è per molti aspetti frutto e conseguenza delle dinamiche passate del mercato del lavoro. L’importo medio del reddito pensionistico, ovvero la somma delle prestazioni in capo a ogni pensionato, è di quasi 21 mila euro per gli uomini e di 15 mila euro per le donne. Il differenziale di genere è quindi pari al 28 per cento, a favore degli uomini. Non solo, mentre tra gli uomini sono prevalenti le pensioni di vecchiaia e anzianità, per le donne sono le pensioni di reversibilità e quelle assistenziali a farla da padrone. Il modello produttivo del passato, con l’uomo capofamiglia spesso unico produttore di reddito da lavoro e la donna casalinga e quindi non produttrice di reddito monetario, trova oggi una conferma nella composizione della spesa per pensioni. In termini numerici sono le donne a essere in maggioranza (8,4 milioni contro 7,6 milioni di uomini). Questa caratteristica è spiegata completamente dalla netta prevalenza femminile nella classe di età superiore agli 80 anni, a causa della loro maggiore aspettativa di vita.

Da segnalare, in proposito, l’importante iniziativa dell’Inps Regionale Emilia Romagna organizzata nell’ambito delle celebrazioni per i 120° anni dalla nascita dell’Istituto con un interessante convegno, presso l’omonima Direzione regionale dell’Emilia Romagna, dal titolo “Le donne nell’Istituto: ieri, oggi, domani”.

Un’occasione per riflettere sull’impatto crescente della presenza femminile nell’organizzazione, partendo dall’analisi del passato e ripercorrendo tappe e momenti storici; per riscoprire il percorso lento, ma costante, di emancipazione delle donne e per ragionare su prospettive e scenari evolutivi.

Avvocatura Inps

PUBBLICAZIONE AVVISO PER LO SVOLGIMENTO DELLA PRATICA FORENSE

Da lunedì scorso 12 novembre 2018, è partita la procedura per l’ammissione alla pratica forense presso alcune Avvocature dell’INPS.
I bandi sono pubblicati sul sito istituzionale (www.inps.it) oltre che esposti presso le  Direzioni regionali e di Coordinamento metropolitano ed i Consigli degli ordini degli avvocati territorialmente competenti.
Per poter svolgere la pratica presso l’Avvocatura dell’Inps, il richiedente deve possedere i seguenti requisiti:

essere cittadino italiano o di uno Stato membro dell’Unione Europea ovvero essere cittadino di uno Stato non appartenente all’U.E. in possesso dei requisiti previsti dall’art. 17, comma 2 della L. 247/2012;

essere in possesso dei requisiti richiesti per l’iscrizione nel registro dei praticanti Avvocati tenuto dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati presso il Tribunale nel territorio del cui circondario si trova l’Ufficio legale dell’I.N.P.S. indicato nella domanda di pratica;

se già iscritto nel registro speciale dei praticanti presso il Consiglio dell’Ordine, non avere una anzianità di iscrizione superiore a 2 (due) mesi.

I suddetti requisiti devono essere posseduti alla data di scadenza del termine di presentazione della domanda.
La domanda per l’ammissione alla pratica forense di cui ai predetti bandi dovrà essere presentata esclusivamente in via telematica, utilizzando l’apposito form presente sul sito internet dell’Istituto (secondo il percorso: www.inps.it – Homepage – Avvisi, bandi e fatturazione – Avvisi – Pratica forense presso l’avvocatura dell’INPS) dalle ore 12,00 del 12 novembre scorso fino alle ore 14,00 del 12 dicembre 2018.  Saranno escluse le richieste inoltrate con modalità diverse da quella prefigurata (quali, ad esempio, invio con raccomandata con ricevuta di ritorno o consegna a mano presso le sedi locali dell’Istituto).

L’istanza di ammissione alla pratica forense dovrà essere presentata per uno soltanto degli Uffici Legali dell’Inps citati nell’art. 1 dei bandi. Alla domanda dovrà essere allegato, a pena di irricevibilità della stessa, un curriculum vitae redatto nel formato europeo (in pdf).

Le Direzioni regionali e di Coordinamento metropolitano verificheranno il possesso dei requisiti prescritti dal bando e la veridicità delle dichiarazioni rese nella richiesta di partecipazione.

Una commissione, appositamente costituita presso ciascuna Direzione regionale e di Coordinamento metropolitano, valuterà l’idoneità dei candidati sulla base dei criteri riportati nel bando e formerà la graduatoria.

Le liste definitive saranno pubblicate sul sito istituzionale dell’Istituto.

Carlo Pareto

Pensioni Inps, la rata di dicembre tarderà. Lavoro nero e malaffare valgono 12% del Pil

Pensioni Inps
LA RATA DI DICEMBRE CAMBIA DATA

La pensione di dicembre tarderà ad arrivare. Stando al calendario dei pagamenti stilato ad inizio anno dall’Inps, l’accredito dell’assegno del prossimo mese, solitamente previsto il primo, slitterà di qualche giorno, almeno per quanto riguarda gli assegni ricevuti tramite bonifico bancario. Il primo di dicembre infatti cadrà di sabato, giorno non bancabile, per cui i pensionati dovranno aspettare il 3 dicembre prima di poter ricevere l’accredito bancario. Situazione diversa invece per coloro che ritirano il trattamento Inps alla posta, l’assegno sarà disponibile come al solito il primo del mese. “La differenza tra Poste italiane e sistema bancario – si legge sul sito dell’Inps – è dovuta all’apertura di sabato degli uffici postali, condizione che consente alle Poste di poter operare un giorno in più a settimana rispetto alle Banche”.

Previdenza
LAVORATORI ITALIANI PRIMA ALLA PENSIONE

Nella polemica sulle pensioni tra il presidente dell’Inps, Tito Boeri e il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, si inseriscono i dati sulla situazione previdenziale in Europa forniti recentemente da Eurostat. L’Istituto europeo di statistica certifica come gli italiani siano i cittadini europei con la vita lavorativa più breve. Nel senso che un quindicenne italiano di oggi dovrà lavorare in media 31,6 anni prima di ricevere l’assegno previdenziale. Mentre un coetaneo islandese dovrà darsi da fare per quasi mezzo secolo. Per la precisione, 47 anni.
L’ultima polemica in termini di previdenza è nata dopo la recente audizione del presidente dell’Inps Tito Boeri alla commissione Lavoro della Camera. A margine dell’incontro, il numero uno dell’istituto previdenziale ha affermato che l’introduzione di quota 100 (cifra da raggiungere sommando età anagrafica e contributiva per andare in pensione) e lo stop dell’adeguamento alla speranza di vita produrranno un aggravio di 100 miliardi del debito pensionistico.
Affermazioni alle quali ha risposto il ministro dell’Interno Matteo Salvini, che dell’abolizione della legge Fornero aveva fatto uno dei pilastri della sua campagna elettorale. Salvo poi fare una mezza retromarcia, edulcorando il tutto nella proposta di introduzione della quota 100.
In questa disputa si è inserito, del tutto casualmente, Eurostat. Che proprio nelle ore in cui infuriava la polemica Salvini-Boeri ha diffuso i dati relativi alla durata della vita lavorativa.
Ovvero al periodo medio che un quindicenne di oggi dovrà lavorare prima di aver perfezionato i requisiti per andare in pensione.

Previdenza
LA PAGELLA DELLE PENSIONI
Quando l’assegno pensionistico percepito alla fine di una carriera lavorativa si può definire sufficiente? In occasione del XII congresso nazionale, svoltosi di recente a Roma, gli attuari, impegnati in prima linea nei meccanismi di calcolo previdenziale, hanno risposto all’interrogativo dando i voti e stilando una vera e propria pagella. La sufficienza si raggiunge con una copertura tra il 50% e il 70% dell’ultimo stipendio, ottenuta con la pensione base più eventuale assegno integrativo.
Al di sotto ci sono l’insufficienza piena, quando l’assegno pensionistico non arriva complessivamente a superare il 30% dell’ultima retribuzione, e la quasi sufficienza, quando la percentuale è compresa tra il 30% e il 50%. Il trattamento di quiescenza si può valutare pienamente sufficiente quando raggiunge una percentuale inclusa tra il 70% e l’80% della retribuzione. Al di sopra dell’80% può essere decisamente definita ottima.
Analogamente, gli attuari hanno dato i voti al livello di copertura dei fondi sanitari, completando quella che si potrebbe definire la pagella del welfare italiano. Qui l’insufficienza corrisponde all’assenza totale di copertura sanitaria integrativa. Il voto quasi sufficiente viene attribuito alla semplice copertura di grandi interventi e di grandi eventi morbosi, ma solo per chi ancora lavora, più la copertura della non autosufficienza (ltc-long term care) sia per i lavoratori attivi sia per i pensionati.
Per meritare la sufficienza, occorre che le stesse coperture per grandi interventi e grandi eventi morbosi siano estese anche ai pensionati, come la ltc. Se a queste prestazioni si aggiunge la copertura dei ricoveri, il voto diventa ‘pienamente sufficiente’. Per ottenere il massimo, corrispondente all’ottimo in pagella, ci vogliono in più anche la copertura dell’alta diagnostica, delle visite specialistiche e delle analisi diagnostiche.
Previdenza e assistenza, assicurate ai cittadini con la combinazione di pensioni e sanità di base più forme integrative, sono parte determinante di un progetto di welfare integrato e allargato, fondato sulla collaborazione tra pubblico, privato e terzo settore, che gli attuari hanno presentato al congresso. A governo, istituzioni e forze politiche gli attuari offrono il contributo della loro esperienza e competenza che dalle analisi quantitative e dai calcoli e assicurativi e previdenziali, volti a determinare tariffe e assegni pensionistici sostenibili nel tempo, si è via via allargata all’analisi e alla gestione del rischio nelle attività finanziarie e nelle imprese.
Giampaolo Crenca, presidente del Consiglio nazionale della categoria, ha definito gli attuari ‘valutatori dell’incertezza’, delineandone un futuro sempre più manageriale legato alla gestione del rischio e alla partecipazione alle decisioni di governo e imprese finanziarie e non.

Economia
LAVORO NERO E MALAFFARE VALGONO 12% PIL
Nel 2016 l’economia non osservata (sommerso economico e attività illegali) vale circa 210 miliardi di euro, pari al 12,4% del Pil. Il valore aggiunto generato dall’economia sommersa ammonta a poco meno di 192 miliardi di euro, quello connesso alle attività illegali (incluso l’indotto) a circa 18 miliardi. Lo indica l’Istat, le cui stime al 2016 confermano la tendenza alla discesa dell’incidenza della componente non osservata dell’economia sul Pil dopo il picco del 2014. Si riscontra infatti un’ulteriore diminuzione di 0,2 punti percentuali dopo quella di 0,5 punti registrata nel 2015.
La composizione dell’economia non osservata registra variazioni limitate. Nel 2016 la componente relativa alla sotto-dichiarazione pesa per il 45,5% del valore aggiunto (circa -0,6 punti percentuali rispetto al 2015). La restante parte è attribuibile per il 37,2% all’impiego di lavoro irregolare (37,3% nel 2015), per l’8,8% alle altre componenti (fitti in nero, mance e integrazione domanda-offerta) e per l’8,6% alle attività illegali (rispettivamente 9,6% e 8,2% l’anno precedente).
Le Altre attività dei servizi (33,3% nel 2016), il Commercio, trasporti, alloggio e ristorazione (23,7%) e le Costruzioni (22,7%) si confermano i comparti dove l’incidenza dell’economia sommersa è più elevata. Anche il peso della sotto-dichiarazione sul complesso del valore aggiunto risulta più rilevante nei medesimi settori: 16,3% nei Servizi professionali, 12,4% nel Commercio, trasporti, alloggio e ristorazione e 11,9% nelle Costruzioni. Nel Manifatturiero, l’incidenza è relativamente elevata nella Produzione di beni alimentari e di consumo (7,5%) e molto contenuta nella Produzione di beni di investimento (2,3%).
La componente di valore aggiunto generata dall’impiego di lavoro irregolare incide maggiormente nel settore degli Altri servizi alle persone (con un peso del 22,8% nel 2016), dove è principalmente connessa al lavoro domestico, e nell’Agricoltura, silvicoltura e pesca (16,4%).
Nel 2016, le unità di lavoro irregolari sono 3 milioni 701 mila, in prevalenza dipendenti (2 milioni 632 mila), in lieve diminuzione rispetto al 2015 (rispettivamente -23 mila e -19 mila unità). Il tasso di irregolarità, calcolato come incidenza delle unità di lavoro (ULA) non regolari sul totale, è pari al 15,6% (-0,3 punti percentuali rispetto all’anno precedente).
L’incidenza del lavoro irregolare è particolarmente rilevante nel settore dei Servizi alle persone (47,2% nel 2016, in calo di 0,4 punti percentuali rispetto al 2015) ma risulta significativo anche nei comparti dell’Agricoltura (18,6%), delle Costruzioni (16,6%) e del Commercio, trasporti, alloggio e ristorazione (16,2%).
Le attività illegali considerate nella compilazione dei conti nazionali, conclude l’Istat, hanno generato poco meno di 18 miliardi di euro di valore aggiunto (compreso l’indotto) con un aumento di 0,8 miliardi, sostanzialmente riconducibile alla dinamica dei prezzi relativi al traffico di stupefacenti.

Carlo Pareto

Truffe online. L’Inps: sono in atto tentativi di rubare le credenziali degli utenti

Maternità e congedi Gestione separata

NUOVE ISTRUZIONI INPS

Nell’ottica di garantire un’adeguata tutela del lavoro autonomo non imprenditoriale e di favorire l’articolazione flessibile nei tempi e nei luoghi di lavoro subordinato, la legge 22 maggio 2017, n. 81, ha introdotto importanti modifiche al Testo Unico in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità.

Con la circolare Inps n. 109 del 16 novembre scorso, l’Inps descrive le novità introdotte dalla legge in tema di diritto all’indennità di maternità o paternità in favore delle lavoratrici e dei lavoratori iscritti alla Gestione Separata, a prescindere dall’effettiva astensione dall’attività lavorativa.

In particolare, l’Istituto di previdenza fornisce, alle proprie strutture periferiche e no solo, istruzioni amministrative, operative, contabili e le nuove modalità di fruizione del congedo parentale in seguito all’aumento da tre a sei mesi del periodo massimo di fruizione del congedo da parte di entrambi i genitori e dell’elevazione dei limiti temporali di fruibilità del beneficio da uno a tre anni.

Truffe online

L’INPS SEGNALA TENTATIVI DI PHISHING

L’Inps segnala che sono in atto tentativi fraudolenti di carpire le credenziali degli utenti Inps (il cosiddetto phishing) con diverse modalità.

Una delle modalità riscontrate è l’invio di email contenenti un invito a verificare le proprie credenziali effettuando l’accesso al Casellario dei lavoratori attivi, con relativo link che ovviamente non conduce al sito istituzionale dell’Inps.

Un altro tentativo prevede l’invio di un’email con la richiesta di aggiornare i dati personali al fine di finalizzare l’accredito di una somma economica da parte dell’Istituto. Anche in questo caso nel corpo dell’email è contenuto un link che non rimanda al sito dell’Inps. Si raccomanda pertanto la massima attenzione.

pensioni

QUOTA 100 DA FEBBRAIO

La riforma Fornero, con l’introduzione della quota 100, partirà da febbraio. E’ quanto stabilito durante l’ultimo vertice sulla manovra tenutosi recentemente a Palazzo Chigi. La nuova misura previdenziale, tra i cavalli di battaglia della Lega, consente di andare in pensione all’età di 62 anni purché nel contempo si abbiano almeno 38 anni di contributi. Quota 100 quindi permetterà di uscire dal lavoro con circa 5 anni di anticipo rispetto a quanto previsto dalla pensione di vecchiaia, per la quale nel 2019 il requisito anagrafico pensionabile sarà aumentato a 67 anni.

Secondo quanto prefigurato dall’accordo conseguito dopo il vertice, non ci sarà inoltre nessun limite a livello di platea, né penalizzazioni per aderire allo schema che modifica la Legge Fornero. Alla modifica della riforma saranno destinati “7 miliardi euro più, euro meno” nel primo anno così “diamo una sostanziosa iniezione di ossigeno” per 400mila italiani, ha spiegato il vicepremier Matteo Salvini in apposita conferenza stampa tenutasi al termine del cdm sulla manovra. Si parte con lo schema “62-38 per quest’anno”, con il quale “diamo soddisfazione a circa mezzo milione di italiani che non è roba da poco”. Con le modifiche, ha aggiunto Salvini, “inizia un percorso con 7 miliardi il prossimo anno, che crescono negli anni successivi”, sottolineando che “l’obiettivo finale è azzerare tout court la legge Fornero”. L’obiettivo, ha detto, è anche quello “di arrivare a quota 41 pura”.

Reddito e pensioni di cittadinanza – Per la bandiera del M5S servono 9 miliardi (di cui 2,6 da attingere dalle risorse già stanziate per il Rei) a cui aggiungere un ulteriore miliardo destinato al rafforzamento dei centri per l’impiego. L’attivazione vera e propria della misura scatterà nei primi tre mesi del 2019. L’assegno da 780 euro, secondo quanto annunciato finora, verrà caricato sul bancomat, con una sorta di monitoraggio degli acquisti. Il sostegno sarebbe garantito solo a patto di frequentare corsi di formazione e di prestare 8 ore a settimana di lavoro socialmente utile. Il reddito verrebbe meno dopo il rifiuto di tre offerte di lavoro, ma con una specifica “geografica”, con l’obiettivo di non penalizzare cioè chi non accetterà come prima offerta un’occupazione al di fuori della propria città o Regione.

Pensioni

4 FINESTRE D’USCITA

La soglia minima per il pensionamento anticipato è di 62 anni di età e 38 anni di contributi, a cui si potrà accedere durante quattro ”finestre” l’anno. Così si legge nel Documento programmatico di Bilancio, quello trasmesso a Bruxelles subito dopo il varo della manovra da parte del governo. Si tratta del periodo che va dalla maturazione del diritto alla pensione all’effettivo ritiro dal lavoro.

La famigerata ‘quota 100 ‘, che corrisponde alla somma dell’età anagrafica, cavallo di battaglia della Lega, scatterà a febbraio. L’obiettivo finale, per il Carroccio, resta lo “smontaggio” totale della riforma Fornero.

L’uscita tramite le 4 ‘finestre di uscita’ l’anno. Si tratta del periodo che va dalla maturazione del diritto alla pensione alla reale uscita dal lavoro.

Quota 100 permetterà di ritirarsi dal lavoro con circa 5 anni di anticipo rispetto a quanto previsto dalla pensione di vecchiaia, per la quale nel 2019 l’età pensionabile sarà aumentata a 67 anni.

Per ora non sembra esserci limiti a livello di platea, né penalizzazioni per aderire allo schema che modifica la Legge Fornero. Modifica a cui saranno destinati per il 2019 6,7 miliardi, con un totale che nel triennio arriverà a 20 miliardi.

Consulenti lavoro

BENE ABOLIZIONE LIBRO UNICO

“Accolte le richieste del Consiglio nazionale dell’ordine dei consulenti del lavoro. Il decreto legge ‘Disposizioni urgenti per la deburocratizzazione, la tutela della salute, le politiche attive del lavoro e altre esigenze indifferibili’ – approvato di recente dal Consiglio dei ministri e annunciato da Palazzo Chigi con un comunicato stampa – contiene l’abrogazione dell’art. 15 del decreto legislativo 15 settembre 2015, n. 151. La disposizione abrogata prevedeva, infatti, che a partire dal 1° gennaio 2019 il Libro unico del lavoro avrebbe dovuto essere tenuto in modalità telematica presso il ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, demandando a un decreto ministeriale (ad oggi non emanato) l’individuazione delle modalità tecniche e organizzative della tenuta. Finora, però, nulla era stato fatto proprio per la farraginosità delle procedure da attuare”. E’ quanto si legge in una del Consiglio nazionale dell’ordine dei consulenti del lavoro.

Il Consiglio nazionale dell’Ordine dei consulenti del lavoro, si legge nella nota, “già nel 2015, nel corso delle audizioni parlamentari sui decreti attuativi del Jobs Act, nel documento contenente proposte e osservazioni per la razionalizzazione e la semplificazione in materia di costituzione e gestione dei rapporti di lavoro, aveva evidenziato la mancanza di indicazioni atte a chiarire le finalità della tenuta telematica del Lul e il raccordo con gli altri flussi, quali Uniemens e modello 770”. “In quella occasione -ricordano i professionisti- si ribadiva la necessità di regolare le modalità di accesso ai dati sia da parte del personale ispettivo che dei soggetti interessati, raccordando tali disposizioni alla normativa in materia di privacy, senza costi aggiuntivi per le imprese. Richiesta nuovamente formulata nei mesi scorsi”.

“Si tratta di un grande passo avanti verso la semplificazione amministrativa”, ha dichiarato la presidente del Consiglio nazionale dell’ordine dei consulenti del lavoro, Marina Calderone. “A tal proposito la denominazione ‘telematico’ non deve trarre in inganno. La nuova tenuta del Libro unico avrebbe, infatti, rappresentato un ulteriore aggravio di adempimenti per aziende e professionisti, a cui il ministro Di Maio ha posto rimedio”, ha sottolineato la presidente.

Carlo Pareto

Pensioni. In arrivo un nuovo prelievo sulle pensioni d’oro

Pensioni

QUOTA 100: BOOM DI USCITE IN 2019

Il prossimo anno circa 420.000 italiani riusciranno a sommare alla nuova soglia anagrafica di 62 anni almeno 38 anni di contributi pensionistici e potranno andare in pensione con le nuove regole. Ma negli anni successivi, calcola una fonte che ha avuto accesso a dati riservati dell’Inps, la platea aggiuntiva dei potenziali nuovi pensionati ‘quota 100’ sarà di 20.000-30.000 persone l’anno, il 5-7% di quanti usciti il primo anno.

Nel 2019 infatti l’accesso alla pensione, oltre a chi soddisfa la condizione 62+38, si aprirà a tutti i cittadini con un’età tra i 63 e i 66 anni e contributi tra i 38 e i 42 anni, in totale 21 possibili differenti profili. Nel 2020 si aggiungerà un solo profilo, quello dei neo-62enni con almeno 38 anni di contributi.

Il governo Conte definirà i dettagli della nuova norma previdenziale in un disegno di legge ancora tutto da scrivere, ma l’evidenza di queste proiezioni spiega perché abbia stanziato risorse simili nel 2019 (6,75 miliardi), nel 2020 e nel 2021 (7 miliardi ogni anno) per finanziare questa riforma.

L’impatto scaricato in gran parte sul primo anno rende poco significativo anche chiedersi se questa quota 100 sia una misura una tantum, come ipotizzato da Moody’s, o strutturale, come sostiene il governo, essendo poco rilevante la differenza nell’impatto sui conti pubblici.

Possibili variabili

In questo quadro non mancano comunque le incognite. Quanti dei potenziali 420.000 cittadini andranno davvero in pensione? La convenienza sarà un fattore importante. Il governo ha assicurato che il calcolo della pensione con questo nuovo metodo non avrà penalizzazioni, ma ci saranno comunque due fattori di potenziale scoraggiamento. Ci sarà il divieto di cumulo oltre una cifra limitata e l’assegno della pensione sarà più leggero perché costruito con un minor numero di anni di contributi. Questa penalizzazione potrebbe essere pesante soprattutto per i lavoratori che ancora godono del sistema retributivo e che sono la maggior parte della platea 2019, perché verrebbero probabilmente a mancare loro gli anni di maggiore remunerazione. Potrebbe poi esserci chi rinuncia ad andare in quiescenza nel 2019, pur avendo raggiunto quota 100, per farlo poi dal 2020 o dal 2021: al risparmio per lo Stato nel 2019 seguirebbe un maggior onere, comunque nei livelli previsti, negli anni seguenti. Altro elemento di incertezza attiene i cosiddetti ‘silenti’, i cittadini che da anni non corrispondono contributi all’Inps e quindi non rientrano più nei conteggi dell’istituto. Si tratta di un segmento di persone che hanno iniziato a lavorare presto, maturando i 38 anni di contributi, ma che negli ultimi anni sono usciti dal mercato del lavoro e non versano contributi volontari. Le stime numeriche su questo segmento sono ancora più difficili, ma è tuttavia un ulteriore elemento di cui il governo, quando definirà il disegno di legge, dovrà tenerne conto.

Decreto Lavoro 2018

LE NUOVE REGOLE PER I CONTRATTI A TEMPO DETERMINATO

Scaduto il periodo transitorio per i contratti a termine, scattano le nuove norme del decreto lavoro, stabilite dallo scorso 14 luglio. Secondo Inps, i nuovi contratti a termine in agosto si sono ridotti del 50% rispetto al mese precedente, mentre Istat ha rilevato una crescita dei rapporti a tempo (+0,8% a settembre) contro un calo di quelli permanenti (-0,5%). La circolare del Ministero del lavoro chiarisce i termini del nuovo decreto. Il 31 ottobre scaduto il periodo transitorio Dal primo novembre è scattata la nuova normativa che coinvolge oltre 500 mila tra lavoratori e imprese, per un totale di circa tre milioni di dipendenti a tempo determinato. Per loro le vecchie regole sul rinnovo del rapporto lavorativo sono rimaste valide fino al 31 ottobre scorso. Ora il periodo transitorio stabilito dal decreto lavoro (Dl 87/2018), convertito nella legge 96/2018 in vigore dal 12 agosto scorso, è scaduto, e dall’inizio di novembre sono partite le nuove misure.

Le nuove norme sul lavoro dal 1 novembre

In particolare le nuove regole, applicate ai contratti rinnovati a partire dal 1 novembre 2018 (o iniziati a partire dal 14 luglio 2018, momento dell’entrata in vigore del decreto) e chiarite dalla circolare del Ministero, prevedono che:

1. La durata massima del primo contratto a termine senza causale sia di 12 mesi;

2. Oltre i 12 mesi, la proroga necessita di causale, ovvero occorre precisare la temporaneità del rapporto di lavoro e le esigenze lavorative alle quali si fa fronte con tale contratto, che devono avere natura straordinaria. Questa necessità si pone anche quando i 12 mesi si raggiungono con la proroga e non con il contratto originario;

3. Il numero massimo di proroghe è fissato a quattro nell’arco di 24 mesi (prima erano cinque nell’arco di 36 mesi);

4. La durata massima dei rapporti a tempo determinato fra uno stesso datore di lavoro e uno stesso lavoratore è fissato in 24 mesi, a meno che il contratto collettivo non preveda diversamente;

5. Tali norme non valgono per i contratti stagionali;

6. A partire dal 14 luglio sono già validi i criteri di maggiorazione dei costi ad ogni rinnovo: lo 0,5% per ogni proroga, in via cumulativa;

7. A partire dal 12 agosto è entrato in vigore il limite del 30% di lavoratori flessibili per azienda (a tempo determinato o in somministrazione) rispetto al totale.

Bonus laureati con 110 e lode

COME SARA?

Nella legge di bilancio è stato inserito un articolo che prevede, solo per il 2019, un anno di esonero dal versamento dei contributi Inps fino a 8 mila euro, a chi assume a tempo indeterminato, anche part time, giovani laureati con 110 e lode. La misura riguarda chi si è laureato, non in università telematiche, e abbia meno di 30 anni, limite che sale a 34 anni per chi è in possesso del dottorato. Il titolo deve essere stato conseguito dal 1 gennaio 2018 al 30 giugno 2019. L’incentivo esclude premi e contributi Inail ed è cumulabile con altri bonus.

L’incentivo non si applica ai datori di lavoro domestico, né spetta ai datori di lavoro che, nei 12 mesi precedenti l’assunzione con l’incentivo, hanno proceduto a licenziamenti individuali per giustificato motivo oggettivo o a licenziamenti collettivi nella stessa unità produttiva dove s’intende procedere all’assunzione agevolata.

Il licenziamento per giustificato motivo oggettivo del soggetto assunto con il bonus o il licenziamento di un diverso lavoratore impiegato nella stessa unità produttiva e inquadrato con la stessa qualifica del lavoratore assunto con il bonus, effettuato nei 24 mesi successivi all’assunzione agevolata, comporta la revoca del bonus e il recupero di quanto fruito. L’incentivo è fruito nel rispetto della normativa sugli aiuti in regime «de minimis».

“In Italia, nel 2017 si sono contati un totale di 44.422 laureati magistrali (biennio o ciclo unico). La quota dei 110 e lode è pari in media al 38,1% del totale, ma l’asticella varia in base alla collocazione geografica dell’ateneo: il 33,3% al Nord, il 40,9%, nel Mezzogiorno e il 42,9% nel Centro”.

Manovra Governo

RISPUNTA IL PRELIEVO SULLE PENSIONI D’ORO

In arrivo un nuovo prelievo sulle pensioni d’oro. Accantonata l’idea del ricalcolo con il metodo contributivo, l’esecutivo giallo-verde, come già anticipato in diverse occasioni, starebbe pensando di introdurre un contributo di solidarietà sugli assegni pensionistici che superano i 4.500 euro.

Il taglio, come già sperimentato in passato, dovrebbe colpire in maniera progressiva e dovrebbe essere modulato su diversi scaglioni, anche a seconda dell’età di accesso alla pensione, tutti ancora da definire. La misura infatti, ha ammesso anche la capogruppo della Lega in commissione Lavoro della Camera, Laura Murelli, “non è stata messa a punto e arriverà nel corso dell’esame della manovra alla Camera, come emendamento alla legge di Bilancio”.

Carlo Pareto

Non rifinanziati i congedi di paternità. Boeri: “Aspetto grave, sono strumento fondamentale”

Congedi per i papà

RADDOPPIATI IN 5 ANNI

Senza interventi di proroga, al momento non previsti in manovra, salterà la sperimentazione del congedo obbligatorio “lungo” introdotta fin dal 2013 per i papà che quest’anno possono avere fino a 5 giorni di assenza dal lavoro coperto al 100% (quindi con stipendio pieno), alla nascita dei figli. Il tema è stato sollevato dal presidente dell’Inps, Tito Boeri che ha dichiarato a margine di un convegno: «C’è l’aspetto grave che non vengono rifinanziati i congedi di paternità, che sono uno strumento fondamentale per promuovere una maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro e per realizzare l’uguaglianza delle opportunità». Pronta la replica del sottosegretario all’Economia, Laura Castelli, che in una intervista al Corriere della Sera ha precisato: «Nei saldi di bilancio della manovra sono già compresi i fondi per diverse misure a favore delle donne».

Ma al di là del dibattito pubblico, i numeri certificati dall’Inps sui lavoratori privati evidenziano l’aumento dei neo papà che si assentano dal lavoro fruendo dei congedi prefigurati dalla legge, anche se restano pochi. Sono passati dai 50.474 del 2013 (anno di introduzione del congedo obbligatorio per i papà) ai 107.369 del 2017, con una crescita del 113%, pure se si tratta comunque di poco più della metà dei neo padri.

Il congedo – all’inizio di un giorno, portato a due nel 2016 e 2017 e salito a 4 giorni nel 2018 – si può utilizzare entro cinque mesi dalla nascita, dall’adozione o dall’affidamento del figlio.

C’è poi il congedo facoltativo, quest’anno un giorno, da scalare dai cinque mesi di maternità obbligatoria.

Come Detto, al debutto, nel 2013, l’astensione per i neopapà è stata introdotta in via sperimentale per tre anni, dal 2013 al 2015: il congedo obbligatorio era di un giorno e quello facoltativo (in sostituzione della madre) di due giorni. Nel 2016 è arrivata la prima proroga con modifiche: il congedo obbligatorio è stato portato a due giorni e sono stati confermati i due giorni di congedo facoltativo. Nel 2017, seconda proroga per il congedo obbligatorio di due giorni, ma non per il congedo facoltativo, che quindi non spetta a chi è diventato papà lo scorso anno (le 861 richieste registrate dall’Inps riguardano le nascite avvenute negli ultimi mesi del 2016). Nel 2018, nuova modifica: i giorni di congedo obbligatorio diventano quattro e torna anche il congedo facoltativo, ma solo per un giorno. Per l’anno prossimo si vedrà.

Secondo Paola Profeta, docente di economia delle finanze all’università Bocconi di Milano ed esperta di gender gap, «Se non si continua a finanziare il congedo di paternità si torna indietro, già era poco quello che avevamo, ma è importante concedere il congedo ai padri in via esclusiva e pienamente retribuito perché è un modo per bilanciare i carichi di cura nella famiglia e progredire dal punto di vista dei diritti sociali. Sullo scacchiere europeo l’Italia è fanalino di coda: i nostri 5 giorni di congedo per i papà si confrontano con una media europea di 6,2 settimane secondo l’Ocse. In Francia i papà possono astenersi dal lavoro fino a 28 settimane (retribuite in media l 20%), in Germania quasi nove (retribuite al 65%), in Spagna poco più di due (al 100%) e in Svezia si superano le 14 settimane (retribuite al 76 per cento)”.

Sospensione dei contributi nell’isola d’Ischia

DOMANDA ALL’INPS PER BENEFICIARNE

Con la entrata in vigore del decreto legge che ha disposto misure urgenti per la città di Genova ed altre emergenze (Dl 109/2018, attualmente in corso di conversione), dal 29 settembre sono sospesi nei comuni di Casamicciola Terme, Forio e Lacco Ameno dell’isola di Ischia, interessati dagli eventi sismici del 21 agosto dello scorso anno, i termini relativi agli adempimenti e ai versamenti dei contributi previdenziali e assistenziali nonché dei premi in scadenza nel periodo 29 settembre 2018 – 31 dicembre 2020 (articolo 34 del decreto).

La circolare Inps 6 novembre 2018, numero 105 , ha in proposito fornito le prime indicazioni operative circa gli adempimenti e i relativi obblighi previdenziali. Destinatari della sospensione (che riguarda le quote a carico dell’azienda e del lavoratore) sono i datori di lavoro privati, anche domestici e agricoli, nonché i lavoratori autonomi (artigiani, commercianti e agricoli) e gli iscritti alla gestione separata. Sono interessate solo le attività e le unità produttive/cantieri insistenti nei territori colpiti. Oltre ai contributi assistenziali e previdenziali saranno oggetto di sospensione, per lo stesso arco temporale, anche i versamenti relativi a piani di rateazione concessi dall’Inps e in corso alla data del 29 settembre. La sospensione non è automatica ma è concessa dietro specifica richiesta da inoltrare utilizzando l’apposito modello “SC93” disponibile nella sezione “Tutti i moduli” del sito www.inps.it. Le aziende del settore agricolo dovranno invece utilizzare l’apposita istanza telematica presente nei servizi telematici per l’agricoltura sullo stesso sito.

Alle aziende con dipendenti in possesso dei requisiti che operano con il sistema DM sarà attribuito il nuovo codice di autorizzazione “7C”. Nel modello UniEmens (i periodi di paga interessati sono quelli da settembre 2018 a novembre 2020) dovrà essere valorizzato l’elemento con il valore “N965” e l’elemento con l’importo dei contributi sospesi. Per eventuali rapporti interrotti durante il periodo di sospensione, la contribuzione già trattenuta dovrà essere corrisposta alla prima scadenza utile successiva alla cessazione. Da sottolineare che la sospensione opera anche per le quote di Tfr da versare al Fondo di tesoreria. Per la liquidazione del Tfr ai cessati durante il periodo di sospensione, ai fini del calcolo della capienza non si considerano le partite esposte a credito con la causale “N965”.

I contributi assistenziali o previdenziali, nonché i premi sospesi, dovranno essere pagati entro il 31 gennaio 2021, senza applicazione di sanzioni o interessi. In alternativa potrà essere richiesta la rateizzazione dei versamenti, per un massimo di sessanta rate mensili, a partire dal febbraio 2021 (saranno in proposito diramate istruzioni dedicate).

Dal 31 gennaio 2021 riprenderanno i piani di rateazione concessi dall’Inps il che significa, secondo gli espliciti chiarimenti indicati nella nota, che entro tale data dovranno essere corrisposte in unica soluzione tutte le rate precedentemente sospese. Le rate successivamente in scadenza, invece, riprenderanno il loro normale corso secondo il piano di ammortamento originario. La sospensione interesserà anche la riscossione delle somme a qualunque titolo dovute all’Inps e l’emissione di eventuali avvisi di addebito.

L’Inps a Napoli

L’ISTITUTO PRESENTE ALLA MANIFESTAZIONE ORIENTASUD 2018

La XIX edizione della manifestazione Orienta Sud si è tenuta alla Mostra D’Oltremare di Napoli dal 6 all’8 novembre scorso. L’Inps – secondo quanto comunicato in precedenza dallo stesso Istituto di previdenza – ha partecipato all’iniziativa in collaborazione con il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e l’Inapp, con uno spazio espositivo in condivisione.

Il significativo evento, come più volte rappresentato dalla stessa organizzazione, nasce – si ricorda – dall’esigenza di offrire ai ragazzi uno spazio nel quale trovare spunti di riflessione per il proprio progetto di vita e ha previsto, nel corso del suo svolgimento, un fitto calendario di conferenze, workshop, laboratori, colloqui di orientamento e aree informative. La manifestazione gode tradizionalmente dell’adesione del Presidente della Repubblica e delle più alte cariche dello Stato. L’Inps è stato presente a Orienta Sud 2018 per affrontare con i giovani il tema del lavoro e delle tutele, illustrando la materia previdenziale come insieme di regole e strumenti di cui ciascuno deve essere consapevole per poter costruire il presente e pianificare il futuro.

Orienta Sud cos’è?

Orienta Sud si prefigge un obiettivo tanto ambizioso quanto indispensabile in una realtà socio-economica complessa come quella del Meridione: offrire ai giovani un orientamento efficace in tema di formazione e lavoro. La manifestazione nasce dall’esigenza di offrire ai ragazzi uno spazio nel quale trovare spunti di riflessione per il proprio progetto di vita.

Migliaia i visitatori che ogni anno partecipano alla kermesse più importante del Mezzogiorno. Il suo ricco programma è teso a soddisfare la domanda di orientamento di studenti degli ultimi anni degli Istituti di Istruzione Superiore di II grado, neodiplomati e giovani in cerca di opportunità.

Destinatari dell’iniziativa

Studenti degli ultimi anni degli Istituti d’Istruzione Superiore di II° grado di ogni indirizzo di studio, neodiplomati, giovani in cerca di opportunità.

Carlo Pareto

Pensioni. La quota 100 mette in allarme la pubblica amministrazione

Quota 100

RIFORMA IRRAGIUNGIBILE PER LE DONNE

La riforma delle pensioni 2019, è stato detto dal presidente dell’Inps Tito Boeri, è maschilista. E a parte il numero uno dell’Inps non sono mancati altri commenti sulla Quota 100 che hanno evidenziato come si tratti di una misura che non favorisce certo le donne, visto che per loro raggiungere un’anzianità contributiva di 38 anni è tutt’altro che semplice. Orietta Armiliato, sulla pagina Facebook del Comitato Opzione donna social, ha al riguardo evidenziato: “Le Donne non sono e non vogliono essere spettatrici idiote del destino della loro pensione e dunque scrivono, partecipano, condividono il loro dissenso e lo disseminano ovunque. Si passano la voce, si documentano, si attivano e comprendono perfettamente che questa non è una manovra per donne, e dunque chiedono ai membri delle commissioni ed al Governo di inserire emendamenti in nostro favore nella Legge di Bilancio”.

Armiliato, a proposito della misura principale della riforma delle pensioni, ha sottolineato: “Quota 100 è irraggiungibile per le lavoratrici, sono tanti, troppi gli anni di contribuzione che sono richiesti dal provvedimento che stanno per proporre a meno che, non venga finalmente valorizzato e riconosciuto il ‘lavoro di cura’ che tutte le donne indistintamente per radicata convenzione socio-culturale (e opportunismo di comodo…) svolgono, lavorando di fatto h 24 per 365 giorni l’anno e 366 giorni ogni quattro anni fuori e dentro casa, a vantaggio di tutta la comunità”. Su questo fronte, però, non sembra che verrà fatto molto, anche se la richiesta avanzata dal Cods è parte integrante della piattaforma unitaria sindacale relativa alla previdenza.

Probabile nuova governance all’Istituto di previdenza

BRAMBILLA VERSO LA PRESIDENZA INPS

Novità in arrivo per l’Inps. A quanto ha appreso e diffuso l’Adnkronos il governo si accinge a modificare la governance dell’Istituto di previdenza reintroducendo il Cda al posto dell’attuale assetto commissariale che concentra gran parte dei poteri nelle mani del presidente. La misura sarà inserita nella manovra di bilancio assieme alla riforma Fornero attraverso un ddl collegato o un decreto legge.

L’accordo raggiunto tra Lega e M5S, sempre secondo quanto diramato dall’Adnkronos, prevedrebbe anche una accelerazione del ricambio al vertice dell’Inps dove l’attuale presidente Tito Boeri, nominato dal governo Renzi e in rotta con il vicepremier Matteo Salvini che più volte ne ha chiesto le dimissioni, verrebbe fatto decadere con l’entrata in vigore delle nuove norme sulla governance. L’accelerazione dell’esecutivo sarebbe arrivata anche a seguito delle ultime uscite del numero uno dell’Inps, sempre critico sulle scelte dell’esecutivo in materia previdenziale. Al suo posto, sempre stando alle stesse fonti, andrebbe Alberto Brambilla, da sempre vicino alla Lega e sottosegretario al Lavoro nei governi Berlusconi. Brambilla sarebbe comunque affiancato, oltre che dal ricostituito Cda, da un direttore generale indicato dal M5S.

Pensioni

QUOTA 100, STATALI IN ALLARME

La quota 100 nel pubblico impiego desta preoccupazione non solo nei sindacati ma anche nel ministro per la Pa Giulia Bongiorno che ha annunciato di voler emanare una norma ad hoc temendo esodi negli uffici. “Si deve garantire la continuità dell’azione amministrativa – ha recentemente detto Bongiorno ad ‘Agorà’ su Raitre – si valuterà che tipo di convenienza avrà il dipendente a usufruirne o meno. Perché non è detto che poi tutti ne usufruiranno” e andrà stabilito se dovranno dare “un preavviso”.

A stretto giro i sindacati hanno di riflesso parlato di possibili “penalizzazioni” e “disparità” per gli statali. Per Antonio Foccillo, segretario confederale Uil, la quota 100 potrebbe essere “l’ennesima norma che crea differenze tra pubblico e privato in quanto costringerà molti impiegati pubblici a rimanere più a lungo rispetto ai privati e sembra addirittura contraddire l’idea del turn over al 100% contenuta nel ddl concretezza” ha sostenuto Foccillo all’Adnkronos nel commentare l’approvazione del provvedimento al Cdm della scorsa settimana.

Per Serena Sorrentino, segretaria generale Fp Cgil invece, “le modifiche che si paventano sulle pensioni, ancorché non essere la cancellazione della legge Fornero, rischiano di non affrontare la penalizzazione che si determina nel pubblico impiego data dalla minore entità dell’assegno previdenziale, in virtù dell’anticipo di uscita rispetto al requisito ad oggi in essere per l’anzianità contributiva e l’erogazione del trattamento di fine rapporto dopo 27 mesi dal pensionamento”.

Comunque, ha ulteriormente aggiunto Sorrentino “se una quota di dipendenti deciderà di accedere a quota 100, l’effetto di esodo previsto nei prossimi tre anni si aggraverà. Per questo servono misure urgenti e straordinarie per lo scorrimento rapido delle graduatorie in essere, procedure concorsuali tempestive e stabilizzazione dei precari” ha sottolineato la sindacalista apprezzando la volontà di Bongiorno che ha annunciato una norma ad hoc anche per formulare concorsi rapidi ed omogenei, e laddove nel ddl concretezza per le assunzioni a tempo indeterminato si fa riferimento ai vincitori di concorso e allo scorrimento delle graduatorie nel limite massimo dell’80% delle facoltà di assunzione maturate per ogni anno.

La questione delle pensioni rappresenta in ogni caso “un aspetto delicato e dovrà essere oggetto di un confronto con i sindacati” ha dichiarato all’AdnKronos il segretario confederale della Cisl Ignazio Ganga. Va definito come la “quota 100 si può calare nel comparto pubblico – ha continuato – quindi invitiamo il ministro ad aprire un confronto rispetto alla materia previdenziale e a non fare l’errore di penalizzare i lavoratori pubblici”. Anche perché ha rimarcato Ganga “deve essere incentivato un sistema di relazioni sindacali partecipativo, le cui caratteristiche sono state definite nei nuovi contratti, per renderle più snelle ed efficaci”.

Inail

INORTUNI, AUMENTANO I MORTI SUL LAVORO

Aumentano i morti sul lavoro nei primi nove mesi del 2018. Da gennaio a settembre di quest’anno le denunce di infortunio sul lavoro con esito mortale presentate all’Inail sono state 834, 65 in più rispetto alle 769 denunciate nello stesso periodo del 2017 (+8,5%). L’aumento dei casi mortali è dovuto soprattutto all’elevato numero di decessi avvenuti lo scorso mese di agosto in confronto all’agosto 2017 (109 contro 65), alcuni dei quali causati da incidenti ‘plurimi’, ovvero quelli che causano contemporaneamente la morte di due o più lavoratori. I casi di infortunio denunciati all’Inail, invece, sono stati 469.008, in diminuzione dello 0,5% rispetto all’analogo lasso di tempo del 2017.

Decessi – I dati rilevati al 30 settembre evidenziano, a livello nazionale, un incremento sia dei casi avvenuti in occasione di lavoro, che sono passati da 551 a 581 (+5,4%), sia di quelli occorsi in itinere, in aumento del 16,1% (da 218 a 253). Nei primi nove mesi di quest’anno si è registrato un rialzo di 67 casi mortali (da 648 a 715) nella gestione Industria e servizi e di cinque casi in Agricoltura (da 100 a 105), a fronte di un decremento di sette casi nel Conto Stato (da 21 a 14).

Incidenti ‘plurimi’. L’ascesa dei casi mortali è dovuta soprattutto all’elevato numero di decessi avvenuti lo scorso mese di agosto rispetto all’agosto 2017 (109 contro 65), alcuni dei quali causati da incidenti ‘plurimi’, ovvero quelli che provocano contemporaneamente la morte di due o più lavoratori. Nel solo mese di agosto, infatti, si è contato lo stesso numero di vittime (36) in incidenti plurimi dell’intero periodo gennaio-settembre 2017. Tra gli eventi di quest’anno con il bilancio più tragico si ricordano, in particolare, il crollo del ponte Morandi a Genova e gli incidenti stradali avvenuti a Lesina e a Foggia, in cui hanno perso la vita numerosi braccianti. Allargando l’analisi dei dati ai primi nove mesi, nel 2018 tra gennaio e settembre si sono verificati in totale 18 incidenti plurimi che sono costati la vita a 66 lavoratori, in confronto ai 12 incidenti plurimi del 2017, che hanno determinato 36 morti.

Analisi territoriale. L’analisi territoriale mostra una crescita di 40 casi mortali nel Nord-Ovest (da 183 a 223), di 15 nel Nord-Est (da 196 a 211) e di 14 al Sud (da 165 a 179). Modeste flessioni si riscontrano, invece, al Centro (da 158 a 156) e nelle Isole (da 67 a 65). A livello regionale spiccano i 20 casi in più del Veneto (da 70 a 90) e i 19 in più della Lombardia (da 94 a 113). Cali significativi si riscontrano, invece, in Abruzzo (da 38 a 22) e nelle Marche (da 28 a 15). L’aumento rilevato nel raffronto tra i primi nove mesi del 2017 e del 2018 è legato prevalentemente alla componente maschile, i cui casi mortali denunciati sono stati 64 in più (da 696 a 760), mentre quella femminile ha contato un decesso in più (da 73 a 74). L’incremento ha interessato sia le denunce dei lavoratori italiani (da 649 a 698), sia quelle dei lavoratori extracomunitari (da 84 a 97) e comunitari (da 36 a 39).

Analisi per età. Dall’analisi per classi di età emerge come quasi una morte su due abbia coinvolto lavoratori di età compresa tra i 50 e i 64 anni, con un rialzo tra i due periodi di 67 casi (da 322 a 389). In progresso anche le denunce che hanno riguardato gli under 34 (da 132 a 154) e gli over 65 (da 59 a 62). In discesa, invece, le morti dei lavoratori tra i 35 e i 49 anni (da 256 a 229).

Infortuni – I casi di infortunio denunciati all’Inail sono stati 469.008, in flessione dello 0,5% rispetto al medesimo periodo del 2017. I dati rilevati allo scorso 30 settembre hanno evidenziato, a livello nazionale, un ridimensionamento dei casi avvenuti in occasione di lavoro, passati da 401.474 a 398.759 (-0,7%), mentre quelli in itinere, avvenuti cioè nel tragitto di andata e ritorno tra l’abitazione e il posto di lavoro, hanno fatto osservare un balzo pari allo 0,3%, da 70.044 a 70.249. Tra gennaio e settembre il numero degli infortuni denunciati è calato dello 0,5% nella gestione Industria e servizi (dai 375.499 del 2017 ai 373.670 casi del 2018), del 2,4% in Agricoltura (da 25.219 a 24.610) e del -0,1% nel Conto Stato (da 70.800 a 70.728).

Analisi territoriale. L’analisi territoriale mostra una sostanziale stabilità delle denunce di infortunio sul lavoro nel Nord-Ovest (-0,01%), una diminuzione al Centro(-2,0%), al Sud (-0,5%) e nelle Isole (-3,1%), e una lieve ascesa nel Nord-Est (+0,4%). Tra le regioni con le maggiori flessioni percentuali si segnalano la Provincia autonoma di Trento (-9,2%), la Valle d’Aosta (-5,0%) e l’Abruzzo (-4,1%), mentre gli incrementi maggiori sono quelli rilevati in Friuli Venezia Giulia (+4,1%), nella Provincia autonoma di Bolzano (+4,0%) e in Molise (+2,4%).

I lavoratori. Il decremento rilevato nel raffronto tra i primi nove mesi del 2017 e del 2018 è legato quasi esclusivamente alla componente femminile, che riscontra una caduta pari all’1,5% (da 167.631 a 165.145), rispetto al -0,01% di quella maschile (da 303.887 a 303.863). La discesa ha interessato gli infortuni dei lavoratori italiani (-1,7%) e di quelli comunitari (-0,4%), mentre per i lavoratori extracomunitari l’incremento è stato dell’8,0%. Dall’analisi per classi di età emergono decrementi per i lavoratori delle fasce 30-44 anni (-4,1%) e 45-59 anni (-1,4%). Viceversa, le classi fino a 29 anni e 60-69 anni registrano un aumento pari, rispettivamente, al +3,5% e al +5,2%.

Malattia – Dopo la diminuzione riscontrata nel corso di tutto il 2017, in controtendenza in confronto al costante aumento degli anni precedenti, nei primi nove mesi di quest’anno le denunce di malattia professionale protocollate dall’Inail sono tornate a lievitare, anche se a un ritmo sempre più decrescente nelle diverse rilevazioni mensili. Al 30 settembre scorso la crescita si è attestata al +1,8% (pari a 771 casi in più rispetto allo stesso periodo del 2017, da 43.312 a 44.083). Si tratta della variazione più bassa osservata quest’anno: a gennaio, infatti, l’aumento riscontrato era stato pari al +14,8%, a febbraio al +10,3%, a marzo al +5,8%, ad aprile al +5,5%, a maggio al +3,1%, a giugno al +2,5%, a luglio al +3,5% e ad agosto al 2,3%. L’incremento ha interessato in particolare l’Agricoltura, con un salto percentuale pari al 5,2% (da 8.397 a 8.831), e l’Industria e servizi, le cui denunce di malattia professionale sono schizzate dell’1,0% (da 34.387 a 34.739), mentre nel Conto Stato il numero delle patologie denunciate è diminuito del 2,8% (da 528 a 513).

Analisi territoriale. L’analisi territoriale evidenzia aumenti delle denunce al Centro (+809), dove si concentra oltre un terzo del totale dei casi protocollati dall’Istituto, al Sud (+385 casi), dove le tecnopatie denunciate sono quasi un quarto del totale, e nel Nord-Ovest (+120). In calo, invece, il dato del Nord-Est (-233) e delle Isole (-310). In ottica di genere si rilevano 850 denunce di malattia professionale in più per i lavoratori (da 31.412 a 32.262, pari al +2,7%) e 79 in meno per le lavoratrici (da 11.900 a 11.821, per una diminuzione dello 0,7%). L’innalzamento ha riguardato le denunce dei lavoratori italiani, passate da 40.494 a 41.237 (+1,8%) e quelle dei lavoratori comunitari, da 834 a 910 (+9,1%), mentre le denunce dei lavoratori extracomunitari sono calate del 2,4% (da 1.984 a 1.936).

Patologie. Le patologie del sistema osteo-muscolare e del tessuto connettivo (26.732 casi), con quelle del sistema nervoso (5.065) e dell’orecchio (3.369), nei primi nove mesi di quest’anno hanno continuato a rappresentare le prime tre malattie professionali denunciate e sono pari a circa l’80% del totale. Seguono le denunce di patologie del sistema respiratorio (1.973) e dei tumori (1.753).

Carlo Pareto

Naspi anche a chi lascia l’Italia. Statali in pensione dopo 9 mesi. Bonus Manovra per i 110 e lode

Inps
NASPI ANCHE A CHI LASCIA L’ITALIA

Una recente novità previdenziale riguarda la nuova prestazione di assicurazione sociale per l’impiego (Naspi) che ha preso il posto di Aspi e mini-Aspi dal 1° maggio 2015. L’indennità  di disoccupazione è rivolta a tutti i lavoratori dipendenti che hanno perso involontariamente il lavoro, a cui vanno aggiunti gli apprendisti, i soci di cooperative che hanno stipulato un rapporto di lavoro in forma subordinata e il personale artistico inquadrato con rapporto di lavoro subordinato. Sono escluse dalla tutela le risoluzioni consensuali e le dimissioni, fatta eccezione per quelle per giusta causa e quelle rassegnate durante il periodo di tutela della maternità.
Il lavoratore disoccupato viene convocato dal centro per l’impiego, entro 2 mesi dalla data di licenziamento, per effettuare il primo colloquio conoscitivo e viene iscritto all’Anpal (Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro). Contestualmente stipula un patto di servizio che prevede la disponibilità a incontri di orientamento e formazione e l’accettazione di congrue proposte di lavoro.
In seguito al parere espressamente richiesto e fornito dal Ministero del lavoro, l’Inps ha di recente modificato parzialmente il suo orientamento in caso di espatrio del lavoratore: la Naspi infatti, in tale fattispecie, potrà essere percepita per tre mesi anche dai disoccupati che escono dall’Italia per soggiornare all’estero con momentanea sospensione degli obblighi previsti dalla legge.
Restano, invece, invariati i requisiti richiesti per accedere al trattamento economico di disoccupazione e cioè: nei quattro anni precedenti alla disoccupazione involontaria occorre aver maturato almeno 13 settimane di contribuzione e negli ultimi dodici mesi almeno 30 giornate di lavoro effettivo, con alcune eccezioni.
La durata della Naspi 2018, varia a seconda di quanti contributi si sono stati versati negli ultimi quattro anni prima del licenziamento involontario, ma la durata massima è di 24 mesi. Diverse le polemiche su quest’indennità, soprattutto sulla durata e sulla modalità di calcolo che, secondo i sindacati, penalizzano alcune categorie di lavoratori, tra cui gli stagionali.
Fine dell’Asdi
Tra le altre novità prefigurate per i lavoratori, nel corso di quest’anno, c’è stato l’addio all’Asdi, l’assegno sociale di disoccupazione che aveva preso il via a gennaio 2016 ed era riservato ai soggetti che avevano fruito già della Naspi per la durata massima.
Prorogato per tutto il 2017, dal 1° gennaio 2018 non è più in vigore e le risorse che prima erano destinate a questo assegno sono andate a finanziare il Reddito di inclusione (Rei).
Mentre è rimasta immodificata l’indennità di disoccupazione agricola, che spetta ai lavoratori agricoli, con almeno due anni di contribuzione Naspi versata e che abbiano accreditati sulla loro posizione assicurativa non meno di 102 contributi giornalieri corrisposti nei 24 mesi precedenti la domanda.
Nessuna novità è intervenuta anche per la Dis-coll, la disoccupazione pensata per i collaboratori coordinati e continuativi (con o senza progetto) rimasti senza lavoro. Per essere ammessi a beneficiare di tale prestazione – si ricorda – bisogna essere disoccupati, iscritti in via esclusiva alla Gestione separata Inps, non avere partita Iva e avere corrisposto almeno tre mensilità di contribuzione dal 1 gennaio dell’anno precedente.
L’assegno di ricollocazione
Un ulteriore importante innovazione, introdotta sempre nel 2018 con l’obiettivo di evitare i licenziamenti collettivi, ha interessato sia le aziende strategiche sia quelle allocate nelle aree di crisi complessa. E’ stato difatti reso possibile per il personale in Cigs accedere all’assegno di ricollocazione prima del licenziamento (in precedenza era indispensabile essere disoccupati da almeno 4 mesi) per poi iniziare un percorso finalizzato a un nuovo lavoro entro 12 mesi. L’assegno – si sottolinea – va dai 250 euro (al Sud, sotto i tre mesi di assunzione) ai 5mila euro (per un contratto di almeno un anno) e viene pagato al centro per l’impiego o all’agenzia privata accreditata a ricollocazione effettuata.
Importante, lo strumento della conciliazione protegge l’impresa da possibili contenziosi, mentre l’indennità è defiscalizzata per i primi nove mesi. Il lavoratore, invece, incassa la Cigs e partecipa attivamente alla ricerca del nuovo posto di lavoro. Una volta reperito, oltre al nuovo stipendio, potrà intascare anche il 50% della Cigs residua.

Lavoro
MALATTIA, QUANDO SCATTA IL LICENZIAMENTO

Licenziare un dipendente assente per malattia è possibile, ma solo al trascorrere di un determinato periodo di tempo. Nelle prime settimane di malattia, infatti, il dipendente non può essere licenziato visto che la legge lo tutela preservandolo da eventuali provvedimenti disciplinari da parte del datore di lavoro. Nel contempo il lavoratore percepisce un’indennità di malattia che nei primi tre giorni (periodo di carenza) è corrisposta dal proprio datore di lavoro, mentre per quelli successivi dall’Inps. Da parte sua il dipendente ha l’obbligo di comunicare l’assenza per malattia al datore di lavoro, di richiedere il certificato medico e di rispettare l’obbligo di reperibilità negli orari delle visite mediche.
Ma torniamo a parlare del licenziamento per malattia. Come anticipato questo non è possibile nei primi giorni, tuttavia una volta decorso un determinato arco di tempo – chiamato periodo di comporto – al datore di lavoro viene lasciata la libera facoltà di poter recedere anticipatamente il contratto di lavoro. È l’articolo 2210 del Codice Civile, precisamente nel II comma, a permettere il licenziamento per malattia una volta trascorso il periodo di comporto, il quale è quantificato dal CCNL a cui fa riferimento il lavoratore. Ad esempio, per gli impiegati con meno di 10 anni di servizio il periodo di comporto è di 3 mesi, mentre per quelli con anzianità superiore è di 6 mesi. Per avere la certezza di quanti giorni di assenza non bisogna superare, quindi, bisogna fare riferimento al contratto collettivo di riferimento.
Di solito, comunque, il periodo di comporto è pari a 180 giorni che tra l’altro è anche il limite annuo dei giorni di assenza per malattia che l’Inps retribuisce. Scaduto il 180esimo giorno, quindi, il dipendente non percepisce alcuna indennità sostitutiva. Prima di concludere è bene sottolineare che il periodo di comporto può essere secco, ossia quando fa riferimento a un’unica malattia ininterrotta, o anche per sommatoria, ossia quando nel calcolo si tiene conto di tutti i giorni di assenza per malattia effettuati nel corso dell’anno anche se non consecutivi.

Manovra
STATALI IN PENSIONE DOPO 9 MESI

Per i dipendenti della Pubblica amministrazione che usciranno con quota 100 sarà prevista una norma ad hoc, che conterrà “un preavviso di 9 mesi”. Lo ha detto il ministro della Pubblica amministrazione Giulia Bongiorno, nel corso dell’Intervista di Maria Latella su SkyTg24, fornendo ulteriori dettagli sulla possibilità per gli statali di lasciare il lavoro usufruendo della nuova misura previdenziale promossa dal governo giallo-verde. “Voglio anche concorsi più veloci e unici, perché ci vuole omogeneità in preparazione”, ha aggiunto il ministro. Quanto al turn over, Bongiorno ha ribadito: “Ho sempre detto che investiremo nella pubblica amministrazione, a differenza dei precedenti governi. Con noi non si taglia. Abbiamo un turn over al 100%, quindi per 100 persone che escono ce ne saranno 100 che entrano. La norma è già finanziata”.

Manovra
BONUS PER I 110 E LODE

Tra gli interventi inseriti in manovra c’è poi il bonus lavoro per le giovani eccellenze italiane che riguarderà i datori di lavoro che assumono laureati da 110 e lode. I datori di lavoro – per un anno ed entro il limite di 8mila euro – potranno evitare di versare i contributi previdenziali (esclusi Inail) se assumeranno con contratto subordinato a tempo indeterminato laureati o dottori di ricerca in possesso dei requisiti. Si tratta di giovani che hanno riportato una votazione pari a 110 e lode che abbiano ottenuto il titolo “dal 1° gennaio 2018 al 30 giugno 2019 e prima del compimento del 30esimo anno di età, in università statali e non statali legalmente riconosciute, italiane o estere se riconosciute equipollenti in base alla legislazione vigente in materia, ad eccezione delle Università telematiche”.
Per i dottori di ricerca, invece, il titolo deve essere ottenuto “prima del compimento del 34esimo anno di età, in università statali e non statali legalmente riconosciute italiane ad eccezione delle Università telematiche”. L’esonero, si legge ancora, “è riconosciuto anche per assunzioni a tempo parziale, purché con contratto subordinato di tipo indeterminato. In tal caso, il limite massimo dell’incentivo è proporzionalmente ridotto”. L’esonero “si applica anche nei casi di trasformazione, avvenuta tra il 1° gennaio 2019 ed il 31 dicembre 2019, di un contratto a tempo determinato in contratto a tempo indeterminato fermo restando il possesso dei requisiti previsti alla data della trasformazione”.

Carlo Pareto