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Carlo Pareto

La liberazione, l’attualità del 25 aprile 73 anni dopo

25 aprile milano

Come ogni anno, il 25 Aprile trascorrerà per molti come se fosse un giorno qualunque. Nonostante la pausa dal lavoro e la chiusura di uffici e scuole, molti infatti ignorano la ragione sociale e politica della festa e l’attualità delle tematiche connesse alla “Liberazione”..

Eppure, la Festa della democrazia, possibile – si sottolinea – solo quando c’è libertà in uno con la Liberazione dal nazifascismo, che l’Italia festeggia il 25 aprile, è sicuramente la pagina del nostro paese che meglio rappresenta questo processo. Un’Italia che continua a cambiare, a 73 anni di distanza, ma che nel 25 aprile ricrea in larga parte la memoria condivisa di una transizione decisiva: dall’occupazione tedesca alla riconquista del Nord del paese e di una città simbolo come Milano. Segno premonitore quindi della definitiva vittoria nel conflitto bellico più sanguinoso della storia e della fine della dittatura.

Proprio dall’avvicendarsi anno dopo anno della ricorrenza della Liberazione, è possibile capire e comprendere l’evoluzione stessa del modo in cui gli italiani recepiscono e partecipano una giornata che non è mai stata immune da aspri conflitti politici e culturali. Come infatti è stato lucidamente osservato dallo storico Giovanni De Luna, non sono mai scarseggiate momenti in cui l’anniversario stesso ha subito i contraccolpi di altre vicende e processi, che hanno portato in alcuni casi a far sì che “gli “aspetti celebrativi tendevano a soppiantare quelli militanti”, fino a pervenire però al punto in cui si può riconoscere che “ricordare il 25 aprile 1945 vuol dire anzitutto dare la possibilità a chi non c’era di conoscere la Resistenza nella nuda e scarna verità in essa racchiusa: quel giorno l’Italia ha riacquistato la libertà; lo ha fatto grazie all’impegno attivo di una strenua minoranza”.

Non sono mancati neanche, negli anni, tentativi di mettere in discussione il 25 aprile, dentro una più vasta tendenza volta a riconfigurare in chiave critica alcuni aspetti della lotta partigiana: come più volte ben evidenziato dal presidente della Repubblica Mattarella in occasione dei precedenti, tradizionali festeggiamenti, “la Liberazione è un punto di connessione della storia del nostro popolo” e “non c’è equivalenza possibile tra la parte che allora sosteneva gli occupanti nazisti e la parte invece che ha lottato per la pace, l’indipendenza e la libertà. […] Pietà per i morti, rispetto dovuto a quanti hanno combattuto in coerenza con i propri convincimenti: sono sentimenti che, proprio perché nobili, non devono portare a confondere le cause, né a cristallizzare le divisioni di allora tra gli italiani”.

La “Liberazione” ed i valori di cui si è fatta portatrice sono, dunque, assolutamente attuali e rappresentano il filo conduttore da seguire per uno sviluppo in senso democratico del nostro Paese, che ancora oggi mostra purtroppo significative criticità in tal senso.

Farli vivere oggi significa inevitabilmente aggredire positivamente nervi scoperti della nostra società e del nostro mondo. Le violenze, le forme di oppressione che abbiamo combattuto sono tuttora presenti in molte parti, sia pure limitate, del mondo.

I valori della nostra Resistenza – giova ricordarlo – sono valori di tutti. Aldilà di ogni ostacolo e di ogni frontiera.

Carlo Pareto

Assegno di ricollocazione, lavori usuranti e reddito di inclusione: le novità

Lavoro

SLITTA A MAGGIO L’ASSEGNO DI RICOLLOCAZIONE

Slitta a maggio l’entrata a regime dell’assegno di ricollocazione, che era stato preventivato per il 3 aprile scorso. Lo prevede una nuova delibera Anpal, Agenzia Nazionale Politiche Attive per il Lavoro che sposta la partenza del contributo per i disoccupati senza peraltro fissare una nuova data. Le cause del rinvio sono da attribuire a problemi di adeguamento del sistema informatico da parte dei patronati che hanno richiesto tempi più lunghi del previsto.

Cos’è – Si tratta del contributo economico che va da 250 a 5.000 euro per i servizi per il lavoro che offrono un’opportunità di impiego ad un disoccupato che sia almeno da quattro mesi percettore di Naspi, la nuova indennità di disoccupazione erogata dall’Inps, ma anche a chi rientra nelle politiche di contrasto alla povertà (nel Rei) o è in cassa integrazione straordinaria Inps.

Un assegno che diventa tanto più pesante quanto più è difficile (per formazione, territorio e via dicendo) ricollocare il lavoratore in questione. La somma viene incassata dai centri per l’impiego, dalle agenzia per il lavoro o da altri enti accreditati se l’operazione ha avuto successo, cioè se ha portato a un contratto di lavoro.

A quanto ammonta – L’assegno di ricollocazione va da mille a 5mila euro se il disoccupato trova un nuovo impiego a tempo indeterminato, apprendistato compreso. Da 500 a 2.500 euro se si firma un contratto a termine di almeno 6 mesi. Nelle regioni considerate “meno sviluppate” (Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia) si può scendere a 250 fino a 1.250 euro se si instaura un rapporto a tempo tra i tre e sei mesi.

L’entità dell’assegno varia anche a seconda della difficoltà di reinserimento occupazionale dell’interessato, stabilita nella fase di profilazione. Si terrà conto, tra l’altro, di età, sesso, livello di istruzione, collocazione geografica, precedente esperienza lavorativa.

Chi ne ha diritto – L’assegno può essere richiesto non solo da chi ha diritto alla Naspi dell’Inps da almeno quattro mesi ma anche dai beneficiari del Reddito di inclusione e dai lavoratori in accordi di ricollocazione. L’importo dell’assegno non viene attribuito alla persona disoccupata ma al soggetto che si prende in carico il lavoratore; inoltre, viene corrisposto solamente a risultato occupazionale acquisito. Una novità appena introdotta riguarda la procedura prevista dall’ultima manovra grazie alla quale il servizio può essere anticipato per i lavoratori già in Cigs Inps.

La procedura – Una volta che il disoccupato presenta domanda, sceglie chi eroga il servizio di assistenza: può essere un centro per l’impiego o un ente accreditato ai servizi per il lavoro. La richiesta dell’assegno è volontaria e si può presentare anche in via telematica. Il centro per l’impiego, entro 15 giorni, deve decidere se rilasciare o meno l’assegno dopo le verifiche. Se viene accettato si deve quindi elaborare il Patto di servizio personalizzato e il programma di ricerca intensivo. A quel punto il disoccupato deve partecipare agli incontri concordati e deve accettare le offerte congrue di lavoro ricevute. Se rifiuta può andare incontro a sanzioni che partono da una prima riduzione dell’assegno e arrivano alla sua perdita totale.

Come ottenere l’assegno – La somma viene intascata dal centro per l’impiego o dall’agenzia privata per il lavoro “a risultato raggiunto”, cioè alla firma del contratto subordinato. Il disoccupato, per ottenere l’assegno, deve presentare al servizio pubblico (una novità è il coinvolgimento anche dei patronati) la dichiarazione di immediata disponibilità a lavorare, la “Did”, e richiedere la somma. Il servizio si conclude dopo 180 giorni, con una possibile proroga di altri 180 giorni in caso di assunzione con contratto di almeno sei mesi.

Pensione lavori usuranti

DOMANDA ENTRO IL 1° MAGGIO

È in scadenza la domanda per il riconoscimento dei requisiti che garantiscono l’accesso alla pensione anticipata per chi svolge lavori usuranti. Entro il 1° maggio 2018 i lavoratori interessati sono chiamati a presentare il modulo AP45 all’Inps a cui viene fatta richiesta per accedere anticipatamente alla pensione, nel caso si perfezionino i requisiti, dal 1° gennaio al 31 dicembre 2019. Stando alla normativa, inserita nella Legge di Bilancio 2017, infatti, è necessario l’invio dell’istanza all’Inps prima della domanda di pensione vera e propria, perché l’istituto possa riconoscere il beneficio per i lavori usuranti e il rispetto di determinati requisiti.

I requisiti- Il lavoratore, incaricato di svolgere mansioni particolarmente pesanti, ha diritto alla

pensione prima di aver maturato i requisiti previsti dal trattamento ordinario. L’età minima varia sulla base della tipologia di attività lavorativa svolta e va da un minimo di 61 anni e 7 mesi fino a un massimo di 64 anni e 7 mesi di età. Rispettato il requisito anagrafico, sia gli autonomi che i lavoratori dipendenti dediti a lavori pesanti devono vantare un minimo di 35 anni di contributi.

Le categorie – Tra le macro-categorie di lavoratori interessati alla pensione anticipata per lavoro usurante troviamo i conducenti di veicoli di capienza complessiva non inferiore a nove posti adibiti a servizio pubblico di trasporto collettivo; gli addetti alla cosiddetta ‘linea catena’; gli impegnati in mansioni particolarmente usuranti; i lavoratori notturni a turni e/o per l’intero anno (lavoratori a turni che prestano attività nel periodo notturno per almeno 6 ore non meno di 64 giorni lavorativi l’anno; i lavoratori che prestano la loro attività per almeno 3 ore tra la mezzanotte e le cinque del mattino per periodi di lavoro di durata pari all’intero anno lavorativo).

La domanda – Qui il modulo per Ap45 Inps dedicato ai lavoratori in oggetto per presentare domanda di pensione anticipata. Sarà l’Inps a valutare e a comunicare l’esito della domanda di valutazione dei requisiti. Solo dopo una conferma da parte dell’istituto il lavoratore potrà richiedere anticipatamente la pensione con decorrenza a partire dal 1° gennaio 2019 o nei mesi successivi.

Reddito d’inclusione

PRESENTATI I DATI RELATIVI AL PRIMO TRIMESTRE

A tre mesi dal lancio del Reddito di Inclusione (REI) l’Osservatorio statistico Inps ha prodotto i primi dati sulle domande di richiesta del beneficio.

Nella sede di Palazzo Wedekind il Presidente Tito Boeri, il Ministro del Lavoro Giuliano Poletti e il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni hanno recentemente presentato a giornalisti ed esperti del settore i risultati ottenuti dal REI nel primo trimestre del 2018.

Il Presidente Tito Boeri ha sottolineato l’importanza di avere una misura di contrasto alla povertà efficiente. “Il Reddito di Inclusione, il Sia (Sostegno per l’inclusione attiva) e le misure regionali collegate sottolineano l’attenzione dell’Istituto verso le famiglie in difficoltà” – ha affermato il Presidente – “I primi risultati che abbiamo, aggiornati al 23 marzo, parlano di 251mila famiglie raggiunte, corrispondenti a 870mila persone. Abbiamo raggiunto quasi il 50% della platea obiettivo di questa misura. È un dato rilevante. Non esistono schemi di contrasto alla povertà in altri paesi che abbiano superato il 40-50%”.

Tito Boeri ha tracciato un profilo delle persone che hanno fatto richiesta della misura, evidenziando un boom di richieste al sud. “Il dato rileva una evidente incidenza di richieste dove il tasso di disoccupazione è maggiore: 7 nuclei familiari su 10 dei beneficiari appartengono dal sud Italia” – ha aggiunto il Presidente – “È straordinaria la richiesta del beneficio proveniente da famiglie con presenza di persone disabili: un quinto dei richiedenti è rappresentato da questa categoria. L’aiuto alle famiglie in difficoltà con persone disabili è un ampliamento importante reso possibile dal Rei rispetto al preesistente Sia. È importante allargare la platea dei beneficiari di questo strumento e l’obiettivo è raggiungere, a partire da luglio, 2,7 milioni di persone”.

Sull’efficienza dello strumento e l’importanza di controllare i flussi di domanda, il Presidente dell’Istituto ha commentato: “È importante mantenere e controllare questa macchina e chi fa richiesta del beneficio. C’è un grande lavoro dietro il controllo delle domande che arrivano. È difficile raggiungere le persone davvero bisognose. Nelle esperienze internazionali sappiamo che ci sono stati moltissimi fallimenti, abbiamo messo su una macchina che si rivolge esclusivamente a chi davvero ne ha bisogno e siamo orgogliosi del corretto funzionamento della stessa”.

Il Ministro del Lavoro Giuliano Poletti è intervenuto elogiando la rete, permanente e stabile, di supporto alle persone bisognose, specificando che la misura del Reddito di Inclusione rientra attivamente in questo network. Nel tracciare la linea, il Ministro Poletti ha rilevato che è importante dedicare centinaia di milioni di euro alle misure di contrasto alla povertà.

Nel suo intervento il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, analizzando l’andamento economico del Paese, ha rivendicato la funzionalità del Rei. “È uno strumento efficiente che va difeso. Non abbiamo messo in campo una misura passiva che viene semplicemente a fronteggiare una condizione di difficoltà sociale” – ha dichiarato il Premier – “Abbiamo messo in campo uno strumento fondamentale ed efficiente, che va tutelato per aiutare davvero chi vive in condizioni di povertà assoluta”.

Carlo Pareto

Reddito di cittadinanza. Boeri: “Quello del M5S costa 38 miliardi di euro”

Boeri (Inps)

REDDITO DI CITTADINANZA COSTA 38MLD

Il reddito di cittadinanza proposto dal M5S riapre la mischia. Proprio di recente il presidente dell’Inps, Tito Boeri, ha riacceso le polemiche relativamente al costo che lo Stato dovrebbe sostenere per questo strumento universale. “Il reddito di cittadinanza proposto dal M5S costerebbe alle casse dello Stato tra i 35 e i 38 miliardi di euro. Una cifra molto consistente”, ha detto Boeri che ha formulato la stima sulla base del ddl presentato dai 5 stelle al Parlamento tre anni fa.

Immediata la replica dei deputati 5 Stelle. “Basta bugie”, hanno risposto a una sola voce i capigruppo di Camera e Senato, Giulia Grillo e Danilo Toninelli. “L’Istat ha calcolato in 14,9 miliardi di euro la spesa annua, più 2 miliardi d’investimento il primo anno per riformare i Centri per l’Impiego”, hanno spiegato.

Ma all’Inps i conti non tornano. “L’avevamo valutata già nel 2015 e sarebbe costata allora 29 miliardi. Ora abbiamo rifatto queste stime alla luce dei dati più recenti, combinando le nostre informazioni con quelle dell’Agenzia delle Entrate, e riteniamo che possa costare tra i 35 e i 38 miliardi”, ha argomentato ancora Boeri che nella stessa occasione ha presentato i dati del primo trimestre del Reddito di inclusione.

Inps

AIUTI A 900MILA POVERI

Sono quasi 900mila le persone che fino al primo trimestre 2018 hanno percepito misure di contrasto alla povertà tra il Sia, sostegno inclusivo attivo, e il Rei, reddito di inclusione: circa il 50% della platea potenziale. Per quello che riguarda il solo Reddito di inclusione a beneficiarne sono state 317mila persone pari a 110mila nuclei familiari.

E 7 nuclei beneficiari su 10 sono al Sud, Campania in testa seguita da Sicilia e Calabria. È quanto emerge da un Rapporto Inps.

L’importo medio mensile del Rei è stato pari a 297 euro anche se risulta variabile a livello territoriale con un range, annota ancora l’Inps, che va da 225 euro per i beneficiari della Val d’Aosta a 328 euro per la Campania. Complessivamente le regioni di Sud hanno un valore medio del beneficio più alto di quello del Nord (+20%) e del Centro (+14%).

L’importo medio varia sensibilmente per numero di componenti il nucleo familiare passando dai 117 euro per i nuclei monoparentali ai 429 euro per i nuclei con 6 o più persone.

Rispetto alla composizione delle famiglie beneficiarie l’Inps registra come siano 57mila i nuclei familiari con minori che rappresentano il 52% dei nuclei beneficiari che coprono il 69% delle persone interessate. Sono invece 21mila 500 i nuclei con disabili che rappresentano il 20% dei nuclei beneficiari e coprono il 20% delle persone interessate.

Boeri – Il presidente dell’Inps, Tito Boeri, si rivolge di fatto alla politica, a chi “ha voluto imbracciare la bandiera del reddito minimo”. L’Italia infatti “sul contrasto alla povertà ha recuperato un ritardo di 70 anni rispetto ad altri Paesi”, ha detto presentando i dati sul Rei.

“Oggi c’è un reddito minimo ai primi passi, ancora sottofinanziato, ma c’è. Tanto più da luglio prossimo, data in cui la platea dei beneficiari salirà a 2,5 milioni di persone cioè circa 700mila famiglie”, ha concluso.

Rei

SOLLECITO MINISTERO PUNTI D’INCONTRO DEI COMUNI

Il Ministero del Lavoro e delle politiche sociali con nota 3480 del 21 marzo ha sollecitato gli ambiti territoriali, che non si sono ancora conformati alle disposizioni del decreto legislativo 147 del 2017, a comunicare i punti di accesso al Rei.

Presso tali punti, viene offerta informazione, consulenza e orientamento ai nuclei familiari, sulla rete integrata degli interventi e dei servizi sociali e qualora ne ricorrano le condizioni, assistenza nella presentazione della richiesta dei benefici assistenziali.

Oltre ai punti per l’accesso la normativa prevede che, trattandosi di servizi a titolarità pubblica, i comuni possano identificare anche altre strutture ai fini della presentazione delle domande Rei. I punti per l’accesso avrebbero dovuto essere comunicati da ciascun ambito territoriale all’Inps, alla regione e al Ministero del Lavoro e delle politiche sociali entro novanta giorni dall’entrata in vigore del decreto legislativo.

Il Ministero ha anche annunciato l’ implementazione nella piattaforma Inps-Rei della specifica funzione di gestione da parte dei comuni e degli ambiti delle deleghe agli enti terzi con riferimento alla trasmissione telematica delle domande Rei ad Inps.

A decorrere dal 13 marzo, l’Inps ha reso disponibile nella versione internet della procedura, nuove funzionalità che consentono ai Comuni di delegare ai Caf (che prima si limitavano alla sola raccolta delle domande), una serie di funzioni attraverso l’accesso diretto alla piattaforma Rei. Inoltre sono state inserite la funzionalità di cancellazione e revoca delle domande Rei da parte dei Comuni.

Con il messaggio 1326 le strutture sono invitate a favorire la condivisione del contenuto della nota di sollecito del Ministero del Lavoro e delle politiche sociali ai soggetti istituzionalmente coinvolti.

Economia

GIOVANI SENZA LAVORO NON SI SCHIODANO DA CASA

Sei giovani disoccupati italiani su 10 non sono disposti a trasferirsi per cercare un lavoro, nemmeno rimanendo in Italia. E’ uno dei dati che emergono da un’indagine Eurostat sui giovani disoccupati europei tra i 20 e i 34 anni. I giovani italiani senza lavoro stanziali, comunque, sono in buona compagnia: in media nell’Ue il 50% delle persone tra i 20 e i 34 anni non è disposta a spostarsi per trovare un lavoro (per contro, il 50% si sposterebbe: il 21% all’interno del proprio Paese, il 12% in un altro Paese Ue e il 17% fuori dall’Unione) e ci sono Paesi dove i giovani disoccupati sono ancora più stanziali degli italiani, come la Danimarca (il 62% non è disponibile a trasferirsi), Cipro (il 68%), Malta (il 73%), l’Olanda (il 69%), la Romania (il 63%).

Persino nel dinamico Regno Unito ben il 57% dei giovani non è pronto a spostarsi per lavorare, preferendo aspettare di trovare un posto di lavoro a casa. I Paesi dove i giovani sono più aperti alla prospettiva di muoversi sono il Belgio (solo il 38% preferisce stare dove sta), la Spagna (il 36%; per questo Paese però i dati sono poco attendibili a causa delle poche risposte), il Portogallo (il 29%), la Finlandia (39%) e la Svezia (34%). Per non parlare della Svizzera, fuori dall’Ue, dove solo il 17% dei giovani disoccupati preferisce rimanere a casa.

In Italia, comunque, a fronte del 60% dei giovani senza lavoro che non si sposterebbe per trovare un’occupazione, c’è un 40% più dinamico: il 20% si trasferirebbe rimanendo in Italia, il 7% andrebbe in un altro Paese Ue pur di lavorare e il 13% si sposterebbe fuori dall’Ue. Il nostro Paese, comunque, ha la mobilità più bassa dell’Ue tra gli occupati: il 98% dei 20-34enni occupati non si è trasferito per il lavoro che fa attualmente, l’1% si è spostato all’interno dell’Italia, mentre una percentuale trascurabile si è spostata in un altro Paese.

Fisco

IL 45% DEGLI ITALIANI DICHIARA UN REDDITO SOTTO I 15MILA EURO

Il 45% dei contribuenti italiani dichiara fino a 15.000 euro e versa il 4,2% dell’Irpef totale mentre i “Paperoni” con oltre 300.000 euro di reddito sono 35.000 mila (lo 0,1%). E’ quanto emerge dalle rilevazioni del Mef sulle ultime dichiarazioni Irpef delle persone fisiche presentate nel 2017 (anno di imposta 2016).

Nella fascia tra 15 e 50mila euro si colloca invece il 50% dei contribuenti che dichiara il 57% dell’Irpef. Il 5,3% dichiara invece oltre 50.000 euro (39% dell’Irpef totale).

Il reddito complessivo totale denunciato dagli italiani nel 2017 ammonta a circa 843 miliardi di euro (+10 miliardi rispetto all’anno precedente) per un valore medio di 20.940 euro, in aumento dell’1,2% in confronto al reddito complessivo medio dichiarato l’anno precedente. La regione con reddito medio più alto è la Lombardia (24.750 euro, mentre la maglia nera va alla Calabria (14.950 euro).

Carlo Pareto

Ape volontaria, Ape aziendale, Rita. Un convegno sulle tre forme di flessibilità in uscita

Previdenza

CUMULO INPS – CASSE PROFESSIONALI, RAGGIUNTA L’INTESA

L’Inps, al fine di evitare penalizzazioni per i lavoratori mobili in ambito pensionistico, nel corso dell’ultimo anno si è molto impegnato sia per trovare un’interpretazione capace di sbloccare l’attuazione della legge sul cumulo, sia per trovare un punto d’incontro con le Casse professionali private al fine di dare attuazione alla legge.

Il 28 marzo scorso, l’Inps e le casse professionali Inarcassa ed Enpam hanno raggiunto l’accordo su un nuovo testo di convenzione, che è stato già siglato. In linea col testo proposto la scorsa settimana alle Casse dall’Inps, gli oneri sostenuti per le procedure amministrativo-contabili necessarie per l’erogazione delle prestazioni saranno divisi in base alla quota di pensione erogata da ciascun ente. In particolare, il testo rimette a una commissione di esperti, designati pariteticamente dalle parti ed integrati con un componente indicato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ed uno indicato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, la determinazione dell’importo da ripartire, fermo restando l’immediato rimborso analitico delle commissioni bancarie sostenute. L’Inps si attende che nelle prossime ore possano pervenire le sottoscrizioni anche da parte delle altre Casse Professionali.

Il nuovo testo di convenzione sottoscritto permette da subito di sbloccare le lavorazioni delle domande già pervenute per procedere ai pagamenti delle pensioni in cumulo, mentre le parti potranno risolvere il problema della spartizione degli oneri amministrativi in un secondo momento, senza che ciò abbia ulteriori ripercussioni sui professionisti coinvolti. Le prime liquidazioni sono partite entro Pasqua e i relativi pagamenti sono stati resi disponibili a partire dal 20 aprile.

Lavoro

ASSEGNO DI RICOLLOCAZIONE AL VIA DA APRILE

Dal 3 aprile scorso è entrato a regime l’assegno di ricollocazione, il contributo economico che va da 250 a 5.000 euro per i servizi per il lavoro che offrono un’opportunità di impiego ad un disoccupato che sia almeno da quattro mesi percettore di Naspi, la nuova indennità di disoccupazione, ma anche a chi rientra nelle politiche di contrasto alla povertà (nel Rei) o è in cassa integrazione straordinaria.

Si tratta di un voucher, un ammortizzatore sociale introdotto dal Jobs Act, con cui lo Stato finanzia i programmi di formazione per disoccupati. A gestirlo è l’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro (Anpal). Punta ad aiutare le persone senza lavoro nella ricerca di un’occupazione, offrendo un servizio personalizzato e intensivo di assistenza nei Centri per l’impiego, agenzie per il lavoro accreditate e fondazione consulenti del lavoro.

Un assegno che diventa tanto più pesante quanto più è difficile (per formazione, territorio e quant’altro) ricollocare il lavoratore in questione. La somma viene percepita dai centri per l’impiego, dalle agenzia per il lavoro o da altri enti accreditati se l’operazione ha avuto successo, cioè se ha portato a un contratto di lavoro.

A quanto ammonta – L’assegno di ricollocazione va da mille a 5mila euro se il disoccupato trova un nuovo impiego a tempo indeterminato, apprendistato compreso. Da 500 a 2.500 euro se si firma un contratto a termine di almeno 6 mesi. Nelle regioni considerate “meno sviluppate” (Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia) si può scendere a 250 fino a 1.250 euro se si instaura un rapporto a tempo tra i tre e sei mesi.

L’entità dell’assegno varia anche a seconda della difficoltà di reinserimento occupazionale dell’interessato, stabilita nella fase di profilazione. Si terrà conto, tra l’altro, di età, sesso, livello di istruzione, collocazione geografica, precedente esperienza lavorativa.

Chi ne ha diritto – L’assegno può essere richiesto non solo da chi ha diritto alla Naspi da almeno quattro mesi ma anche dai beneficiari del Reddito di inclusione e dai lavoratori in accordi di ricollocazione. L’importo dell’assegno non viene corrisposto alla persona disoccupata ma al soggetto che si prende in carico il lavoratore; viene messo in pagamento soltanto a risultato occupazionale acquisito. Una novità appena introdotta riguarda la procedura prefigurata dall’ultima manovra grazie alla quale il servizio può essere anticipato per i lavoratori già in Cigs.

La procedura – Una volta che il disoccupato presenta domanda, sceglie chi eroga il servizio di assistenza: può essere un centro per l’impiego o un ente accreditato ai servizi per il lavoro. La richiesta dell’assegno è volontaria e si può presentare anche in via telematica. Il centro per l’impiego, entro 15 giorni, deve decidere se rilasciare o meno l’assegno dopo le verifiche. Se viene accettato si deve quindi elaborare il Patto di servizio personalizzato e il programma di ricerca intensivo. A quel punto il disoccupato deve partecipare agli incontri concordati e deve accettare le offerte congrue di lavoro ricevute. Se rifiuta può andare incontro a sanzioni che partono da una prima decurtazione dell’assegno e arrivano fino alla sua perdita totale.

Come funziona – Un tutor seguirà il disoccupato, proponendogli un programma di ricerca intensiva di una nuova occupazione. Il destinatario dell’assegno dovrà svolgere le attività individuate dal tutor e accettare le offerte di lavoro congrue, come definite all’articolo 25 del decreto legislativo 150/2015. Un eventuale rifiuto ingiustificato da parte del soggetto farà scattare dei meccanismi di graduale riduzione delle misure di sostegno al reddito. Il servizio sarà sospeso se la persona ottiene un’assunzione in prova o a tempo determinato e riprenderà nel caso in cui il rapporto di lavoro abbia avuto una durata inferiore a sei mesi.

Come ottenere l’assegno – La somma viene intascata dal centro per l’impiego o dall’agenzia privata per il lavoro “a risultato raggiunto”, cioè alla firma del contratto subordinato. Il disoccupato, per ottenere l’assegno, deve presentare al servizio pubblico (una novità è il coinvolgimento anche dei patronati) la dichiarazione di immediata disponibilità a lavorare, la “Did”, e richiedere la somma. Il servizio si conclude dopo 180 giorni, con una possibile proroga di altri 180 giorni in caso di assunzione con contratto di almeno sei mesi.

Bonus bebè Inps

PER I NATI NEL 2018 ASSEGNO CORRISPOSTO SOLO PER UN ANNO

La legge di bilancio 2018 ha previsto che l’assegno di natalità, il c.d. bonus bebè, erogato dall’Inps, venga riconosciuto anche per ogni figlio nato o adottato dal 1° gennaio al 31 dicembre 2018. La legge, pur in continuità temporale con la legge 190 del 2014, istitutiva dell’assegno e tuttora in vigore, presenta alcune differenziazioni opportunamente precisate con la circolare Inps n.50/2018. In particolare per i nati o adottati nel 2018 l’assegno è corrisposto fino al compimento del primo anno di età o del primo anno di ingresso nel nucleo familiare a seguito dell’adozione.

Dal 1° gennaio di quest’anno, dunque, l’assegno di natalità trova la sua disciplina in due distinte normative: la legge 205 del 2017, relativa agli eventi che si verificheranno nel corso del 2018, che prevede un assegno di durata massima annuale, e la legge 190 del 2014, riferita agli eventi verificatisi nel triennio 2015-2017, che prefigura un assegno di durata massima triennale e, proprio per tale specifico motivo, ancora in corso di applicazione.

Ape e Rita

IL PUNTO A ROMA CON GLI ESPERTI

Ape volontaria, Ape aziendale, Rita. E’ ruotata intorno alle tre forme di flessibilità in uscita dal mercato del lavoro la discussione nel corso dell’evento promosso di recente a Palazzo dell’Informazione, a Roma, da Manageritalia e Fondazione studi dei consulenti del lavoro. Un appuntamento che è stato anche l’occasione per presentare un protocollo di collaborazione in ambito previdenziale tra Manageritalia e Fondazione studi dei consulenti del lavoro. Manageritalia avrà la possibilità, in particolare, di accedere a un elenco di consulenti del lavoro specializzati in materia previdenziale.

“Siamo onorati che Manageritalia – ha spiegato Carlo Martufi, vicepresidente della Fondazione studi dei consulenti del lavoro- ci veda come interlocutori esperti nella valutazione delle situazioni delle persone che sono in uscita dal mercato del lavoro. Noi abbiamo già 100 consulenti del lavoro che sono specializzati in materia previdenziale, e altri 500 saranno formati grazie al supporto della nostra cassa previdenziale, l’Enpacl. Noi vogliamo essere di supporto a Manageritalia per l’analisi di queste soluzioni normative”. L’intesa punta anche alla realizzazione di eventi centrati sul tema della previdenza

“Ape e Rita – ha concluso – sono opportunità per valorizzare e ottimizzare i periodi contributivi per arrivare a una soluzione pensionistica”.

Soddisfatto anche Mario Mantovani, vicepresidente di Manageritalia. “Ape e Rita – ha spiegato – sono importanti perché permettono la flessibilità in uscita e danno la possibilità di garantire la sostenibilità del sistema ma anche alle persone di programmare il futuro. Sono dei tentativi di dare flessibilità, vedremo nei prossimi anni il successo che avranno. Stiamo dedicando sempre più tempo ai temi previdenziali. E siamo sempre più convinti che non si possano più correre rischi di cadere in situazioni di insostenibilità previdenziale. Con questo protocollo intendiamo avvalerci – ha aggiunto – di professionisti specifici come i consulenti del lavoro che conoscono i dettagli normativi per aiutare i nostri colleghi a programmare il proprio futuro previdenziale”.

E del futuro del nostro sistema previdenziale ha parlato anche Guido Carella, presidente di Manageritalia: “Noi vogliamo partire dalla valutazione degli indici demografici, che molto spesso purtroppo sono dimenticati o ignorati. Il nostro è un Paese che nel prossimo decennio avrà una composizione demografica fortemente focalizzata sugli over 60. Avremo un terzo del Paese che avrà un’età superiore ai 60 anni. E c’è un indice di natalità molto preoccupante. E tutto questo non può che farci riflettere su indici di sostenibilità a 10-20-30 anni del sistema pensionistico”.

“Io credo -ha sottolineato Carella- che la riforma Fornero non debba essere toccata e noi siamo fermamente convinti che sarebbe un disastro. Anzi va rinforzata per renderla sostenibile nei prossimi 15-20 anni”.

All’appuntamento ha partecipato anche Stefano Patriarca, del nucleo coordinamento della politica economica-presidenza del Consiglio dei ministri, che ha contribuito all’ideazione dei nuovi strumenti Ape e Rita.

“L’utilità di Ape e Rita -ha puntualizzato Patriarca- consiste nel fatto che consentono alle persone di decidere quando andare via dal mercato del lavoro alcuni anni prima dell’età di pensionamento. Rita permette di farlo 5 anni o 10 se si è disoccupati, e l’Ape 3 anni e 7 mesi prima. Questo lo si fa con l’Ape sociale se si rientra nelle categorie gravose o se si è disoccupati, e gratuitamente perché è lo stato che paga l’indennità. Se non si rientra in queste categorie ognuno può scegliere liberamente di avere un pezzo della sua pensione in anticipo col patto poi di ‘restituirla’ al sistema bancario che eroga il prestito, con costi molto bassi”.

Per Patriarca, sulle riforme in ambito pensionistico non si può tornare indietro. “L’aumento dell’età di pensionamento -ha detto- è ineluttabile in un paese che invecchia. Non si possono modificare gli elementi fondamentali della riforma Fornero perché l’equilibrio finanziario è molto delicato, e allora questi strumenti come Ape e Rita consentono di perseguire ugualmente un obiettivo, che è quello di aiutare le persone rispetto al mercato del lavoro, senza oneri rilevanti a carico dello Stato”.

E sulle possibili modifiche alla legge Fornero, Patriarca ha rimarcato: “Io do un giudizio tecnico: il nostro già precario equilibrio finanziario sta diventando più precario perché abbiamo dei problemi sul dato dell’invecchiamento della popolazione che è più veloce di quello che pensavamo, e anche dal punto di vista dello sviluppo e della crescita. E questo mette in pericolo gli elementi di stabilità finanziaria. Io penso che non ci siano spazi tecnici per eliminare la riforma Fornero, poi la politica può decidere molte cose. Occorre invece trovare forme nuove -ha concluso- e questi strumenti possono dare una risposta”.

Per Antonello Orlando, esperto di Fondazione studi dei consulenti del lavoro, “Ape e Rita sono due strumenti che di fatto permettono il prepensionamento rispetto alle scadenze per le pensioni di vecchiaia che ormai sono sempre più dilatate nel tempo”. “Sono in qualche modo complementari – ha precisato – anche se pesantemente diversi. Rita consente un risparmio fiscale molto importante perché c’è un sistema di tassazione agevolata che è assolutamente imbattibile rispetto ai redditi tradizionali. I due strumenti potranno essere d’interesse per due platee diverse”.

E per Romano Benini, giornalista economico ed esperto della Fondazione studi dei consulenti del lavoro, “i cambiamenti nel mercato del lavoro richiedono una gestione della flessibilità non solo in ingresso, ma anche in uscita”. Gli strumenti come Ape e Rita possono riscontrare una forte domanda di alcune categorie, come quella dei manager, che è fortemente scossa da questi cambiamenti nel mercato del lavoro, e che potrebbe quindi utilizzare al meglio questi strumenti”, ha terminato.

Carlo Pareto

In Italia 7 pensioni su 10 sotto la soglia dei mille euro al mese

Inps

7 PENSIONI SU 10 SOTTO I MILLE EURO

In Italia 7 pensioni su 10 sotto la soglia dei mille euro. Lo scorso primo gennaio il 70,8% delle pensioni erogate per il settore privato, 12,8 milioni di assegni, sono infatti state inferiori a 1.000 euro. E’ quanto documenta l’Inps nel suo osservatorio sulle pensioni, rilevando che per le donne la percentuale è decisamente inferiore arrivando all’86,6%.

Nel complesso al primo gennaio 2018 le pensioni erogate erano 17.886.623 con un calo di circa 143 mila unità rispetto a inizio 2017: di queste 13.979.136 erano di natura previdenziale, mentre le rimanenti 3.907.487 sono di natura assistenziale. La spesa complessiva annua risulta pari a 200,5 miliardi di euro (di cui 179,6 miliardi sostenuti dalle gestioni previdenziali): un dato, spiega l’Istituto, ottenuto moltiplicando per 13 mensilità (12 nel caso delle indennità di accompagnamento) il valore dell’importo mensile di gennaio.

Pensioni liquidate – Per quanto riguarda le pensioni liquidate, nel 2017 sono state 1.112.163 per il settore privato: di queste poco meno della metà (553.105, pari al 49,7%) erano di natura assistenziale (507.177 per gli invalidi civili e 45.928 assegni sociali). L’Inps sottolinea come gli importi annualizzati, stanziati per le nuove liquidate del 2017, ammontano a 10,8 miliardi di euro, un valore che rappresenta circa il 5,4% dell’importo complessivo annuo in pagamento allo scorso primo gennaio.

Nuove pensioni – Le nuove pensioni erogate ai dipendenti privati sono state 335.246, il 30,1% del totale, per un importo annualizzato di 5,44 miliardi (il 50,2% del totale). Le nuove prestazioni erogate agli autonomi sono state invece 215.439. Le pensioni liquidate nelle altre gestioni e assicurazioni facoltative sono state 8.373.

Gestioni – Oltre la metà delle pensioni – spiega l’Inps – è in carico alle gestioni dei dipendenti privati delle quali quella di maggior rilievo (95,6%) è il Fondo Pensioni Lavoratori Dipendenti che gestisce il 48,2% del complesso delle pensioni erogate e il 61,1% degli importi in pagamento. Le gestioni dei lavoratori autonomi elargiscono il 27,5% delle pensioni per un importo in pagamento del 23,9% mentre le gestioni assistenziali erogano il 21,8% delle prestazioni con un importo in pagamento di poco superiore al 10,4% del totale.

Consulenti lavoro

VADEMECUM SU INCENTIVI OCCUPAZIONE

Un vademecum sugli incentivi occupazione Mezzogiorno e occupazione Neet. E’ il contenuto della circolare n.8/2018 della Fondazione studi dei consulenti del lavoro, una serie di Faq che tendono a coprire la maggior parte delle casistiche possibili sul tema.

I consulenti del lavoro ricordano che “sono stati pubblicati a gennaio 2018 i decreti direttoriali Anpal n. 2 e 3, rispettivamente per l’incentivo occupazione Mezzogiorno e per l’incentivo occupazione Neet, di giovani, tra i 16 e i 29 anni che non studiano e non lavorano (Neet), aderenti al programma ‘Garanzia Giovani'”. “L’Inps -continua la nota dei professionisti- ne ha reso possibile l’applicazione con la pubblicazione delle circolari n. 48 e 49 del 19 marzo scorso, contenti le procedure telematiche per le richieste dei relativi incentivi economici. Adesso, quindi, il quadro delle possibili combinazioni di assunzione con esonero, disegnato per l’anno 2018, è completo. Dopo, infatti, l’intervento della legge 205/17, commi 100 e seguenti, l’ultimo tassello erano proprio le attese circolari Inps, necessarie a sbloccare i predetti decreti dell’Anpal”.

“Lo scenario -conclude la nota- che si presenta è alquanto complesso e articolato. I predetti incentivi, infatti, si possono anche combinare fra loro (solo nel primo anno). In tal caso, occorre fare attenzione alle regole di fruizione, che sono differenti e vanno considerate prendendo a riferimento il quadro normativo di ogni singola misura. La Fondazione studi dei consulenti del lavoro ha predisposto la circolare n.8/2018, un vademecum contenente una serie di Faq che tendono a coprire la maggior parte delle casistiche possibili. Un utile strumento per orientare il consulente del lavoro nella scelta della misura ad hoc per ogni potenziale assunzione”.

lavorare in Italia

TUTTE LE AGEVOLAZIONI

Agevolazioni fiscali a favore di chi decide di trasferire la residenza in Italia per lavoro. Tali misure sono previste dal fisco per sostenere lo sviluppo economico, scientifico e culturale del Paese. Alcune sono in vigore da diversi anni, altre sono state emanate di recente. Obiettivo comune: attirare risorse umane.

Tra queste (consulta la guida), il sistema tributario agevola i redditi prodotti in Italia da docenti e ricercatori residenti all’estero che rientrano nel Paese.

Altro regime fiscale agevolato, ricorda l’Agenzia delle Entrate, “è stato pensato anche per i cosiddetti lavoratori ‘impatriati’ del quale possono usufruire: laureati che hanno svolto attività lavorative all’estero; studenti che hanno conseguito un titolo accademico all’estero; manager e lavoratori con alte qualificazioni e specializzazioni”.

100mila euro – Regime che prevede l’esenzione per 5 anni del 50% del reddito di lavoro autonomo o dipendente prodotto in Italia. Oppure, per i nuovi residenti, c’è un’imposta sostitutiva per 15 anni sui redditi prodotti all’estero: 100.000 euro annui (25.000 per ogni familiare).

Nuove ipotesi – Si tratta di una serie di misure introdotte dalla legge di bilancio 2017 (legge 11 dicembre 2016, n. 232) intervenuta per potenziare l’efficacia delle norme esistenti e introdurre nuove ipotesi, “in modo da configurare un sistema variegato e capace di cogliere le diverse realtà”.

Statali

MENO CAPI E PIÙ TRAVET

Meno capi e più dipendenti semplici: se le amministrazioni statali non possono decidere in autonomia di aumentare il numero dei dirigenti possono tuttavia tagliarlo per far posto a dipendenti ‘semplici’. Insomma, magari si perde un vertice ma, con lo stesso budget, si acquistano due o più travet non graduati. A stabilirlo sono le linee guida sui fabbisogni di personale, messe a punto dalla ministra P.A Marianna Madia. Si tratta di uno schema di decreto, già presentato a Regioni e Comuni, per orientare gli enti nella stesura dei piani per le assunzioni.

Inail – Accredia

-16% INFORTUNI NELLE IMPPRESE CERTIFICATE

Le imprese che sono passate da un livello di sicurezza base a un livello certificato hanno registrato una riduzione del 16% degli infortuni, che nel 40% dei casi sono risultati meno gravi rispetto a quelli nelle aziende non certificate. E’ quanto emerge dal Quaderno dell’Osservatorio Accredia dedicato alla salute e alla sicurezza sul lavoro, frutto della collaborazione con Inail e Aicq presentato oggi a Roma dal presidente dell’Inail, Massimo De Felice, di Accredia, Giuseppe Rossi e dell’Associazione Italiana Cultura Qualità Claudio Rosso.

Questo “è un primo risultato utile – ha detto il presidente De Felice – per individuare i fattori che hanno condotto le imprese sulla strada della certificazione e per valutare gli esiti di questa propensione alla qualità”.

Il nuovo quaderno dell’Osservatorio Accredia, a sei anni dalla prima edizione, conferma la maggiore efficacia delle politiche di prevenzione nelle aziende che adottano dei sistemi di gestione certificati sotto accreditamento. L’entità di queste riduzioni, secondo i dati raccolti, può variare sensibilmente a seconda del settore di attività. In quello del legno, per esempio, il calo della frequenza degli infortuni nelle aziende certificate è solo del 7%, mentre l’indice che ne misura la minore gravità tocca il 61%. Il tessile, invece, registra una riduzione del 10% dell’indice di frequenza e del 30% di quello di gravità.

Secondo De Felice la normazione tecnica volontaria è “un ausilio prezioso”, perché “potenzia la legislazione”. Con la certificazione, ha detto infine il presidente Inail, “è garantito il rispetto delle norme, documentata la qualità dell’impresa, correttamente tutelata la competitività. Sono tutti mezzi e azioni che contribuiscono, in grande, al miglioramento del sistema socio-economico”.

Carlo Pareto

Entro il 10 aprile versamenti all’Inps per colf e badanti. Quanto costa il reddito di cittadinanza

Inps

ENTRO IL 10 APRILE IL VERSAMENTO ALL’INPS

È scattato il conto alla rovescia per il versamento dei contributi Inps relativi a colf e badanti. Entro martedì 10 aprile prossimo tutte le famiglie che si avvalgono della collaborazione di personale domestico dovranno saldare la rata relativa al primo trimestre (gennaio – marzo 2018). Nella consapevolezza che la riforma Fornero ha introdotto un contributo addizionale dell’1,40% in caso di contratto a tempo indeterminato.

Le novità contributive.

Con la circolare 25 dell’8 febbraio 2013 l’Inps ha fornito per la prima volta due tabelle: una da utilizzare per i lavoratori assunti a tempo indeterminato e l’altra per i rapporti a termine. Nel caso l’orario non superi le 24 ore settimanali, per entrambe le tipologie di contratto i contributi orari sono commisurati a tre diverse fasce di retribuzione effettiva. Quando, invece, si sforano le 24 ore il contributo orario diventa fisso.

Il contributo addizionale

Ma la vera novità anche di questo 2018 rimane sempre il versamento del contributo addizionale dell’1,40% all’Inps. Nel caso, comunque, il contratto di lavoro a tempo determinato venga trasformato in tempo indeterminato, il contributo addizionale a carico del datore di lavoro viene restituito per gli ultimi sei mesi di rapporto. Inoltre, a partire dal 1° gennaio 2013, per effetto dell’articolo 2 della legge 92/2012 – la cosiddetta riforma Fornero – l’assicurazione contro la disoccupazione involontaria è stata prima sostituita dall’Assicurazione sociale per l’impiego (Aspi) poi dall’attuale Naspi.

Retribuzione

Sul fronte della retribuzione sono in vigore i nuovi minimi per il 2018, diversificati a seconda dell’inquadramento e della tipologia di mansione. Come ogni anno, i minimi sono stati aggiornati sulla base delle rilevazioni Istat da una apposita commissione istituita ad hoc.

Il versamento

La corresponsione dell’obbligo assicurativo essere effettuata, a scelta, con uno dei seguenti mezzi: 1) rivolgendosi ai soggetti aderenti al circuito “Reti Amiche”; Il pagamento è disponibile, senza necessità di supporto cartaceo, presso: – le tabaccherie che espongono il logo “Servizi Inps” ; – gli sportelli bancari di Unicredit Spa; – tramite il sito Internet del gruppo Unicredit Spa per i clienti titolari del servizio di Banca online; – a partire dalla fine del 2011, inoltre, il versamento senza bollettino può essere praticato anche presso tutti gli sportelli di Poste Italiane, con le modalità prefigurate per il circuito Reti Amiche. 2) online sul sito Internet www.inps.it nella sezione “Servizi Online/Per tipologia di utente/Cittadino/Pagamento contributi lavoratori domestici”, utilizzando la carta di credito; 3) utilizzando il bollettino Mav – Pagamento mediante avviso – inviato dall’Inps o generato attraverso il sito Internet www.inps.it, nella sezione “Servizi Online/Per tipologia di utente/Cittadino/Pagamento contributi lavoratori domestici”, pagabile senza commissione presso le banche oppure presso gli uffici postali, con addebito della commissione; 4) telefonando al Contact Center numero verde gratuito 803164, impiegando la carta di credito. Si ricorda per ogni opportunità che qualunque sia la modalità scelta, segnalando il codice fiscale del datore di lavoro e il codice rapporto di lavoro, è proposto l’importo complessivo per il trimestre in scadenza, calcolato in base ai dati comunicati all’assunzione o successivamente variati con l’apposita segnalazione. I dati esposti (ore lavorate, retribuzione, settimane) e il conseguente importo, determinato automaticamente, possono sempre essere modificati: – dichiarando i dati da sostituire all’operatore, se la corresponsione avviene tramite Reti Amiche o Contact Center; – facendo ricorso alla procedura a disposizione sul sito Internet per corresponsioni online o per generare un nuovo Mav stampabile. Soltanto nel caso di rapporti di lavoro a carattere temporaneo, occasionale e di breve durata, è possibile ricorrere alla modalità di versamento tramite i buoni lavoro (voucher). Di seguito si riporta la tabella dei contributi relativi all’anno di riferimento 2018:

Rapporti di lavoro di durata fino a 24 ore settimanali – retribuzione oraria effettiva – contributo orario (tra parentesi la quota a carico del lavoratore) con Cuaf (*) senza Cuaf

Retribuzione oraria Contributo orario con Cuaf Contributo orario senza Cuaf*

fino a 7,97 euro 1,51 (0,35) 1,51 (0,35)

da 7,97 euro fino a 9,70 euro 1,70 (0,40) 1,71 (0,41)

oltre 9,70 euro 2,07 (0,49) 2,08 (0,49)

più di 24 ore settimanali 1,10 (0,26) 1,10 (0,26)

(*) Il contributo Cassa Unica Assegni Familiari (Cuaf) è sempre dovuto, esclusi i casi di rapporto di lavoro tra coniugi e tra parenti o affini entro il terzo grado conviventi. (parenti: figli, fratelli o sorelle e nipoti; affini: genero, nuora e cognati). Fra parentesi è invece indicata la quota parte a carico del lavoratore. Se la colf però lavora più di 24 ore settimanali presso la stessa famiglia l’onere previdenziale complessivamente dovuto è di 1,10 euro (0,26) (o di 1,10 (0,26) senza Cuaf) a prescindere dalla retribuzione oraria effettivamente percepita. Da ricordare, infine, che la prossima scadenza, quella relativa al pagamento del 2° trimestre 2016 (periodo aprile – giugno 2018), sarà per il 10 luglio prossimo.

Gli altri adempimenti

L’appuntamento trimestrale con i contributi Inps o quello mensile con la busta paga non è l’unica incombenza cui sono tenute le famiglie che utilizzano personale domestico. Dalla tipologia del contratto da scegliere alla sua risoluzione, dalla retribuzione alla corretta gestione delle ferie, dei permessi e delle malattie fino al trattamento di fine rapporto sono infatti tante le questioni da affrontare e gestire.

Welfare

QUANTO COSTA IL REDDITO DI CITTADINANZA

Non chiamatelo reddito di cittadinanza, costerebbe oltre 100 miliardi di euro. La proposta che ha consentito al Movimento 5 stelle di diventare il primo partito in Italia è una misura mirata, che dovrebbe interessare circa 9 milioni di persone, secondo le stime contenute nel documento con cui illustrano la misura. La selezione è stata fatta, si spiega, includendo ”tutti coloro che non hanno reddito o hanno redditi molto bassi”. Dalle indicazioni fornite si può immaginare, di conseguenza, che la proposta dei grillini si potrebbe collocare a metà tra il ‘salario minimo garantito’ e il ‘reddito minimo garantito‘.

Qualcosa di diverso, dal nome con cui è stata battezzata la misura stessa, reddito di cittadinanza, che invece sta ad indicare un’erogazione universale, cioè per tutti i cittadini di un paese, ricchi e poveri, occupati e disoccupati. Il costo dell’intervento proposto dai grillini sarebbe, secondo le loro stime, pari a 16 miliardi di euro, che andrebbero divisi tra una platea di circa 9 milioni di persone. Ma gli ultimi dati disponibili dell’Istat indicano che le persone povere, in Italia, sono più di quelle stimate dal Movimento 5 stelle. Le persone che risultano in povertà assoluta sono 4,7 milioni, a cui vanno sommati altri 8,5 milioni di individui che vivono in povertà relativa, per un totale di 13,2 milioni.

Risultati simili si ottengono dall’indagine di Bankitalia sui bilanci delle famiglie, da cui emerge che il 23% delle famiglie italiane nel 2016 è a rischio povertà. Considerando che i nuclei familiari nello stesso anno sono 25,4 milioni, e in media i componenti sono 2,4 milioni, si può arrivare al totale di 14 milioni di persone. La copertura di 16 miliardi, necessari per i 9 milioni stimati dai grillini, salirebbe così a circa 25 miliardi di euro. Arrivando all’intervento universale, cioè all’intervento che reddito di cittadinanza, invece, dovrebbe andare a tutta la popolazione, quindi circa 60 milioni di persone. Moltiplicando la spesa prevista per la platea individuata dal Movimento 5 stelle a tutti gli italiani la spesa supererebbe i 100 miliardi di euro.

Economia

CROLLA IL LAVORO STABILE

Gli ultimi quattro anni, dall’inizio del 2014 alla fine del 2017, hanno visto una crescita dell’occupazione, ma solo un recupero parziale delle ore lavorate. E’ quanto emerge dal nuovo rapporto sulla qualità del lavoro della Fondazione Giuseppe di Vittorio, Fdv Cgil.

“Questo – si legge nello studio – è strettamente collegato al carattere dell’occupazione: a dispetto dei proclami che hanno accompagnato il Job Act e l’introduzione del contratto a tutele crescenti, infatti, dal 2015 al 2017 il numero di assunzioni a tempo indeterminato è crollato dai 2 milioni del 2015 (anno dell’esonero contributivo per 36 mesi), ad 1 milione 176mila del 2017 (-41,5%) a fronte di un notevole incremento delle assunzioni a termine (da 3 milioni 463mila del 2015 a 4 milioni 812mila del 2017, pari a +38,9%). La variazione netta totale (attivazioni-cessazioni) nei 12 mesi (gennaio-dicembre) del numero di rapporti di lavoro a tempo indeterminato è passata così da +887mila del 2015 a -117mila del 2017; contestualmente, la variazione netta dei rapporti a termine, negativa nel 2015 (-216mila) è tornata positiva nel 2016 (+248mila) ed è arrivata nel 2017 a +537mila”.

Nel rapporto si rileva come il rapporto a termine non sia, “nella grandissima maggioranza dei casi, una scelta del lavoratore, ma una soluzione imposta. La nuova occupazione a termine, peraltro, è sempre più part-time. Circa la metà dell’incremento delle assunzioni a termine registrato tra il 2015 e il 2017 (+1 milione 349mila), infatti, è imputabile a rapporti a tempo parziale (+689mila): nel 2015 le assunzioni con contratti a termine part-time sono state 1 milione 248mila e nel 2017 sono salite a 1 milione 937mila (+55,2%).

Record occupati in area disagio, superano 4,5 mln – Dal rapporto emerge inoltre il record di occupati in area di disagio: sfondano i 4,5 milioni. L’area del disagio – formata dagli occupati in età compresa tra 15 e 64 anni che svolgono un’attività di carattere temporaneo (dipendenti o collaboratori) perché non hanno trovato un’occupazione stabile (temporanei involontari) oppure sono impegnati a tempo parziale (anche autonomi) perché non hanno trovato un’occupazione a tempo pieno (part-time involontari) – continua a crescere e conta nei primi nove mesi del 2017 il numero record di 4 milioni e 571mila persone (di cui 2 milioni 784mila temporanei involontari e 1 milione 787mila part-time involontari). Rispetto ai primi nove mesi del 2013, nell’arco degli ultimi 4 anni, l’aumento dell’area è stimato nell’ordine di +465mila persone, pari a +10,2%.

Il tasso di disagio – rapporto tra l’area del disagio e la totalità degli occupati in età 15-64 anni – è in sensibile aumento dal 2013 e nel 2017, dopo una modesta flessione circoscritta al 2016, si è attestato al 20,4% (media dei primi tre trimestri dell’anno).

Ore lavorateIl numero di ore lavorate, rispetto al primo trimestre 2008, risulta ancora nettamente sotto il picco pre-crisi (-5,8%) pari a 667 milioni di ore lavorate in meno, come anche il numero di unità di lavoro (-4,7%), pari a quasi 1,2 milioni di Ula in meno rispetto al primo trimestre 2008 e occupati -1,2%.

Oltre all’Italia, anche Spagna, Grecia, Portogallo e Irlanda presentano nel quarto trimestre 2017 un numero di ore lavorate inferiore rispetto al numero registrato nel primo trimestre del 2008. Ma anche nei Paesi dove l’occupazione ha superato i livelli pre-crisi, l’incremento delle ore lavorate è meno consistente di quello delle persone occupate.

Nel 2017 in Italia il ricorso agli ammortizzatori sociali è tornato sui livelli del 2008, così come il numero degli occupati è ormai prossimo a quello relativo allo stesso periodo: anche prendendo in esame i dati relativi alla Rilevazione Continua sulle Forze di Lavoro, nel quarto trimestre 2017 il numero di occupati è dello 0,34% inferiore al periodo pre-crisi. Il tasso di occupazione, che risente anche del contestuale aumento della popolazione in età lavorativa, si attesta nel quarto trimestre 2017 al 58,1%, sette decimi di punto sotto il livello raggiunto nella prima metà del 2008. Ma nonostante il recupero in termini di occupati, la quantità di lavoro – espressa in termini di ore lavorate e di unità di lavoro a tempo pieno – è nettamente inferiore al livello pre-crisi.

Carlo Pareto

Povertà. Aumenta il rischio anche per chi lavora

Pensioni

PENSIONI, PARTE IL RECUPERO CREDITI

Arrivano le indicazioni in materia di indebiti derivanti da prestazioni pensionistiche e da trattamenti di fine servizio/fine rapporto.

Indicazioni relative alla procedura che sono state riepilogate nella circolare Inps n. 47 dello scorso 16 marzo, alla luce del regolamento approvato con determinazione presidenziale il 26 luglio 2017 – n. 123 – e in relazione alle innovazioni normative.

Il regolamento stabilisce anche i criteri, i termini e le modalità di gestione del recupero dei crediti Inps nelle fasi antecedenti l’iscrizione a ruolo del lavoratore.

Tfr – “Il recupero delle prestazioni pensionistiche e di fine servizio o di fine rapporto (Tfs/Tfr) indebitamente corrisposte dall’Inps ha carattere di doverosità” si legge sul sito dell’Istituto, riferendosi alle somme non erogabili o erogate in eccedenza.

Ministero – La circolare ha acquisito il parere favorevole del ministero del Lavoro con protocollo 947 del 6 febbraio 2018, rappresentando un primo passo del processo di armonizzazione del settore.

Due parti – Tale circolare consta di due parti: la prima parte fornisce un quadro complessivo del sistema normativo degli indebiti (tenendo conto di tutte le gestioni confluite in Inps e ricondotte per sintesi a ‘Gestione Privata’ e ‘Gestione Pubblica’); la seconda parte, invece, è dedicata al procedimento di recupero degli indebiti secondo quanto previsto dal nuovo Regolamento.

Inps

IMMOBILI ALL’ASTA

Al via la dismissione di immobili dell’Inps. E, a questo proposito, è stata siglata una convenzione tra l’Istituto e il consiglio nazionale del Notariato per la gestione della dismissione del patrimonio immobiliare attraverso aste telematiche e tradizionali.

La collaborazione triennale – sottoscritta tra Tito Boeri e Salvatore Lombardo (in linea con i piani di investimento e disinvestimento Inps) – permetterà di svolgere aste on line attraverso la ‘Rete Aste Notarili’ (Ran).

Tale strumento consentirà così la più ampia partecipazione dei soggetti interessati, “che potranno presentare la propria offerta anche da remoto presso lo studio di uno dei notai abilitati” sul territorio nazionale, “in piena trasparenza e sicurezza e con un conseguente risparmio di costi”, si legge in un comunicato dell’Istituto.

I bandi – Sono 63 i bandi d’asta di enti pubblici gestiti attraverso la Ran per un valore di aggiudicazione di oltre 156 milioni di euro. Le aste pubbliche delle unità immobiliari principali Inps (appartamenti, negozi, uffici) saranno interamente gestite attraverso la Ran mentre quelle delle unità secondarie (cantine, soffitte, box e posti auto) potranno essere gestite anche mediante aste tradizionali, con modalità semplificate.

Le aste – La prima fase del programma di dismissione mediante asta pubblica del patrimonio immobiliare dell’Istituto riguarderà immobili liberi, sia ad uso residenziale che ad uso non residenziale, e verrà avviata entro la prima metà del 2018. Gli avvisi d’asta e le indicazioni utili per la partecipazione alle aste saranno disponibili sul sito dell’Inps e sui siti del Notariato.

Civ Inps

APPROVATO IL BILANCIO PREVENTIVO 2018

Il Consiglio di Indirizzo e Vigilanza dell’Inps ha approvato all’unanimità, nella seduta del 13 marzo scorso, il bilancio di previsione dell’Istituto per l’anno 2018. Un bilancio preventivo che sarà comunque oggetto di una prossima variazione per gli effetti della legge di bilancio dello Stato per il 2018.

Il Civ ha evidenziato l’esigenza di risolvere gli elementi di criticità organizzativa e funzionale per riconoscere le prestazioni pensionistiche e previdenziali nei termini previsti dalla carta dei servizi. A tale scopo devono concorrere politiche deflattive del contenzioso: la più puntuale applicazione della ratio della normativa e un efficiente funzionamento del contenzioso amministrativo può contribuire a ridurre le troppe ingenti risorse impegnate nel contenzioso in sede giurisdizionale.

Sotto il profilo della razionalizzazione del patrimonio immobiliare funzionale alla attività, bisogna agevolare l’utenza e diffondere la presenza dell’Inps sul territorio, anche mediante modelli come quello della Casa del Welfare. Il Civ ha anche sottolineato come sia necessaria una verifica dei contratti in scadenza delle sedi dell’Istituto, con particolare riferimento agli immobili Fip, per ridurre i costi di locazione.

Infine, nella logica della crescente trasparenza che caratterizza l’attività dell’Istituto, il Civ riconosce l’indispensabilità di mettere a disposizione sia di tutti gli organi dell’Istituto che del mondo accademico i dati di archivio dell’Inps, in modo da garantire il migliore accesso degli stessi per lo svolgimento di compiti istituzionali e permettere all’opinione pubblica di avere una reale fotografia dello stato del nostro sistema di welfare.

Quasi uno su otto

A RISCHIO POVERTA’ ANCHE CHI LAVORA

Cresce il lavoro precario e part time e aumenta il fenomeno dei “working poor”, ovvero di coloro che pur avendo un’occupazione sono a rischio povertà. Secondo i dati Eurostat riferiti al 2016 l’11,7% degli occupati in Italia, quasi uno su 8, pari a circa 2,6 milioni di persone, è a rischio povertà. La percentuale è in crescita rispetto al 2015 (era l’11,5%) e soprattutto sul 2010 (+2,2 punti percentuali) mentre si fissa largamente al di sopra della media europea (il 9,6% degli occupati). Punta il dito sull’occupazione precaria anche la Cgil che con uno studio ha evidenziato la crescita del fenomeno affermando che circa 4,5 milioni di occupati (tra chi ha un contratto a tempo determinato e chi ne ha uno di part time ma involontario) sono da considerare nell’area del disagio.

Chiaramente le due analisi non sono sovrapponibili dato che solo una parte di quelli che hanno contratti precari e part time ricade nell’area di povertà (magari perchè ha uno stipendio adeguato anche se temporaneo o c’è un coniuge che guadagna di più). E d’altra parte ci sono persone con contratti a tempo pieno e indeterminato che sono comunque in una situazione di povertà.

Il dato italiano sui lavoratori a rischio povertà è tra i più alti in Ue (fanno peggio solo Romania, Grecia, Spagna e Lussemburgo). Il rischio – spiega Eurostat – è influenzato fortemente dal tipo di contratto con un dato complessivo doppio per coloro che lavorano part time (15,8%) rispetto a quelli che lavorano a tempo pieno (7,8%) e almeno tre volte più alto nel complesso tra coloro che hanno un impiego temporaneo (16,2%) rispetto a quelli con un contratto a tempo indeterminato (5,8%).

Gli uomini sono più a rischio povertà (10%) rispetto alle donne (9,1%). In Italia per chi lavora part time il rischio di povertà è del 19,9% (uno su cinque) in crescita di quasi cinque punti e mezzo rispetto al 2010, a fronte del 10% per chi lavora con un contratto a tempo pieno.

Se si guarda invece al tipo di contratto di lavoro, in Italia i lavoratori dipendenti con un contratto a tempo indeterminato a rischio povertà sono il 7,5%, in aumento dal 6,7% del 2010. Nel caso di lavoratori con contratto temporaneo il rischio di povertà è del 20,5% a fronte del 16,2% in Ue con una crescita di oltre un punto dal 2010 ma di oltre cinque punti dal 2008. Guardando ai dati di contabilità nazionale la Cgil sottolinea come rispetto al periodo pre crisi (il 2008) siano diminuite sia le ore di lavoro (-5,8%) sia le Ula, le unità di lavoro a tempo pieno,(-4,7%). “Il numero totale degli occupati, pur importante – dice il presidente della Fondazione Di Vittorio, Fulvio Fammoni, rappresenta un’immagine molto parziale della condizione del lavoro in Italia, dove la qualità dell’occupazione è in progressivo e consistente peggioramento. E’ evidente dai dati, che la ripresa non è in grado di generare occupazione quantitativamente e qualitativamente adeguata, con una maggioranza di imprese che scommette prevalentemente su un futuro a breve e su competizione di costo”.

Carlo Pareto

‘Resto al Sud’: in arrivo incentivi per rimanere nel Mezzogiorno

Indennità economica di malattia

NUOVE DISPOSIZIONI INPS SUI RICOVERI IN PRONTO SOCCORSO

Nell’ambito delle evoluzioni del Sistema sanitario nazionale, è sempre più diffusa la casistica di permanenza di pazienti presso le unità operative di pronto soccorso di durata anche prolungata.

In molte strutture ospedaliere per affrontare queste situazioni sono state istituite le c.d. Strutture semplici OBI (Osservazione Breve Intensiva) e DB (Degenza Breve – struttura nata in base a specifiche delibere regionali), spesso annesse alle unità operative di pronto soccorso; ovviamente, ulteriori denominazioni potrebbero essere utilizzate dalle varie autonomie locali per individuare strutture con medesimo ruolo funzionale delle OBI e DB. Vi sono strutture ospedaliere che – non avendo deliberato la costituzione delle nominate strutture OBI e DB (o altre con medesima finalità funzionale) come entità esplicitamente autonome – espletano tale funzione direttamente in regime di pronto soccorso.

La permanenza di pazienti in tali strutture può variare sensibilmente e durare anche alcuni giorni, qualora le condizioni del malato richiedano un chiarimento o nel caso in cui l’appropriato reparto di ricovero non sia immediatamente accessibile.

In tali casi la permanenza di un paziente presso il pronto soccorso presenta le medesime caratteristiche del ricovero ospedaliero e tale deve quindi essere considerata ai fini della tutela previdenziale, ove prevista, e della correlata certificazione medica da produrre.

Quindi, nei casi in cui i trattamenti o l’osservazione presso le unità operative di pronto soccorso richiedano ospitalità notturna, deve applicarsi, nell’ambito della tutela previdenziale della malattia, la medesima disciplina prevista per gli eventi di ricovero ospedaliero.

Assegno pensione Inps

APRILE CAMBIA DATA

La pensione di aprile ha tardato ad arrivare. Complice la Pasqua e Pasquetta, che sono caduti nel primo e nel secondo giorno del mese, il pagamento dell’assegno da parte dell’Inps è slittato a martedì 3 aprile. E questo ha riguardato sia gli accrediti alle Poste che presso gli istituti bancari. Il nuovo calendario delle pensioni è stato deciso con la legge di bilancio 2018. “Al fine di razionalizzare e uniformare le procedure e i tempi di pagamento delle prestazioni previdenziali corrisposte dall’Inps, i trattamenti pensionistici, gli assegni, le pensioni e le indennità di accompagnamento, erogati agli invalidi civili, nonché le rendite vitalizie dell’Inail – si legge sul sito dell’Inps – sono posti in pagamento il primo giorno di ciascun mese o il giorno successivo se il primo è festivo o non bancabile, con un unico mandato di pagamento, ove non esistano cause ostative”.

Colf

BADANTE IN NERO COSA SI RISCHIA dell’irregolarità della colf con lo Stato

La badante e la colf, così come ogni altro lavoratore, deve essere assunto regolarmente e denunciato all’Inps; quest’obbligo ovviamente compete al datore e non alla collaboratrice familiare. Se il datore non vi attende è responsabile personalmente per il lavoro in nero. In questo caso si formano due tipi di inadempienze, la prima dovuta alla mancata comunicazione dell’assunzione; la seconda all’omessa iscrizione all’Inps. Queste più nel dettaglio le sanzioni conseguentemente prefigurate nella fattispecie:

la prima sanzione scatta per l’omessa o la ritardata comunicazione dell’assunzione all’Inps, va da 200 a 500 euro per ogni lavoratore e che bisogna corrispondere al centro per l’impiego. Non è una sanzione di tipo penale ma amministrativo;

la seconda penalità scatta per il lavoro nero in sé ossia per l’inosservanza dell’obbligo della denuncia all’Inps; per tale comportamento, che è complementare al primo, la Direzione Provinciale del Lavoro può applicare al datore di lavoro una sanzione pecuniaria che va da 1.500 euro a 12mila per ciascun lavoratore in nero, maggiorata di 150 euro per ciascuna giornata di lavoro effettivo, cumulabile con le altre sanzioni amministrative e civili persistenti contro il lavoro in nero.

Sempre nei confronti dello Stato, il datore di lavoro è inoltre responsabile per l’evasione dei contributi previdenziali. Le sanzioni sono pari al tasso del 30% su base annua calcolate sull’importo dei contributi omessi con un massimo del 60% e un minimo di 3mila euro, a prescindere dalla durata della prestazione lavorativa accertata. Anche per una sola giornata di lavoro in nero il datore di lavoro può essere punito con la penalità minima applicabile di 3mila euro.

Questa sanzione ovviamente si cumula con quelle amministrative sopra indicate per la mancata comunicazione dell’assunzione e l’omessa iscrizione all’Inps.

Se il versamento degli oneri contributivi avviene con un ritardo di non oltre 12 mesi le sanzioni si riducono per un massimo del 40% sull’importo dovuto nel trimestre o sulla cifra residua da pagare.

Se, invece, la badante in nero è anche irregolare, ossia è immigrata senza il permesso di soggiorno, in tale ipotesi il datore di lavoro rischia l’arresto da tre mesi a un anno e l’ammenda di 5mila euro per ogni lavoratore impiegato.

Ma i problemi non si esauriscono qui. Anzi, il peggio deve ancora venire. Se si è remunerato la badante in nero è verosimile che non si è conservato alcuna dimostrazione tracciabile del pagamento del compenso stabilito. Generalmente i soldi, in queste situazioni, si danno per contanti di volta in volta. Ebbene, se non si è fatto firmare nulla la lavoratrice potrà citare il datore di lavoro fino a cinque anni dopo la cessazione del rapporto di lavoro sostenendo che non le sono stati mai versati gli stipendi, la tredicesima, la quattordicesima, i permessi, le ferie e il Tfr. E se anche si riuscisse a dimostrare il contrario, ossia che è stata compensata, è lecito supporre che l’importo corrisposto sia stato inferiore in confronto a quello previsto dal contratto collettivo nazionale; il che significa che si dovrebbe integrare le mensilità con quanto dovuto per legge. Oltre a ciò si è comunque tenuti a versare i contributi previdenziali.

L’incentivo per i giovani imprenditori

RESTO AL SUD

Fuga dal Sud. Alla ricerca di un lavoro e di un futuro, sono migliaia i giovani che abbandonano il Mezzogiorno e, con il loro bagaglio di anni di studi, affrontano veri e propri viaggi della speranza, di notte, in autobus, per arrivare al mattino nelle località del Centro e Nord Italia e tentare la carta del concorso pubblico.

“Ho mandato curriculum in giro – ha affermato a Labitalia Carla, nome di fantasia – e nessuno mi ha risposto. Ho avuto qualche chiamata, però o in nero, oppure avrei dovuto aprire partita Iva e lavorare sotto cooperativa. Questo tipo di offerte sinceramente non era proprio il caso di accettarle”. E c’è chi, come Manuela, da anni fa su e giù per lo Stivale. “Ne ho fatti tanti di concorsi – ha raccontato – e questi viaggi sono molto stancanti e sacrificati sia per noi che per le nostre famiglie”. “Non c’è niente qui, provo a fare tutti i concorsi – ha detto Antonella- e prima o poi si spera di passarne qualcuno. Eventualmente, se si vincerà un concorso, mancherà la famiglia, ma per il lavoro si fa questo e altro”.

Ma per chi ha ancora la forza di restare nella propria terra, e di valorizzarla, adesso c’è ‘Resto al Sud’: l’incentivo gestito da Invitalia con una dotazione di 1.250 milioni di euro, che sostiene la nascita di nuove attività imprenditoriali avviate da giovani nelle regioni del Mezzogiorno (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia).

Le agevolazioni sono rivolte agli under 36. Ciascun imprenditore può ottenere 50mila euro, fino a un massimo di 200mila nel caso di più imprenditori. Le agevolazioni coprono il 100% delle spese e prevedono: un contributo a fondo perduto pari al 35% del programma di spesa e un finanziamento bancario pari al 65%, garantito dal Fondo di Garanzia per le pmi.

Gli interessi del finanziamento sono interamente coperti da un contributo in conto interessi. Chi vuole presentare la domanda può rivolgersi ai numerosi enti convenzionati con Invitalia (comuni, università, associazioni) per ricevere supporto gratuito per la predisposizione del progetto d’impresa.

Antonio, tra coloro che hanno presentato la domanda su www.invitalia.it, ha sottolineato: “Sono estremamente soddisfatto. Ho saputo di questo incentivo tramite il web. Aspettavo da alcuni anni che uscisse un’agevolazione che mi permettesse di restare al Sud e investire nella mia terra. Il nostro progetto si basa sulla produzione di cosmetici che vengono creati ‘su misura’, sulle esigenze delle persone che hanno caratteristiche diverse, dalla pelle al ph. Vogliamo aprire un laboratorio in Campania, appunto grazie ai fondi di ‘Resto al Sud'”.

Il nuovo incentivo ha rappresentato un’opportunità anche per Giuseppe, che vuole avviare ad Avellino un’attività di prototipazione, stampa 3D e produzione artigianale di arredi e complementi d’arredo con l’utilizzo di materiali quali il legno, il ferro battuto e la plastica. “Dopo la laurea in architettura – ha spiegato il ragazzo – ho cercato lavoro e contemporaneamente ho seguito la mia passione per la falegnameria e da lì è nata l’idea di restare nella mia terra sfruttando gli incentivi pubblici. Altrimenti sarei stato costretto a salire al Nord o addirittura all’estero come tanti altri miei colleghi”.

“Mi ha colpito molto – ha sottolineato – la rapidità della risposta di Invitalia, visto che l’esito positivo è arrivato a meno di un mese dalla presentazione della domanda. La velocità è quindi uno dei punti di forza di questo strumento”.

Dunque, il viaggio della speranza verso altre regioni o all’estero si può trasformare, grazie agli incentivi di ‘Resto al Sud’, in un percorso imprenditoriale da compiere nella propria terra d’origine.

Fisco

5 ANNI PER BATTERE CASSA

Il fisco ha cinque anni per battere cassa e riscuotere i debiti. E’ quanto stabilito dalla Corte di Cassazione con l’ordinanza numero 1997. La suprema Corte si è espressa in particolare su un caso di debiti con Equitalia: una cartella di pagamento “per imposta di registro e accessori per l’anno 1996”. In quel caso non c’è stato, scrivono gli Ermellini, “nessun accertamento giudiziale definitivo tra la notifica della cartella di pagamento e la relativa iscrizione al ruolo avvenuta in data 23 novembre 1999, per i crediti del 1996, e l’avviso di mora notificato il 18 marzo 2009 e oggetto del presente ricorso”. L’effetto è, aggiunge la Suprema Corte, accogliendo il ricorso del debitore, che “deve ritenersi prescritto il diritto, azionato ben oltre il termine di prescrizione quinquennale per esso previsto”.

Carlo Pareto

Previdenza. Versamenti volontari: entro il 31 marzo il pagamento all’inps

Previdenza

VERSAMENTI VOLONTARI: ENTRO IL 31 MARZO IL PAGAMENTO ALL’INPS

Scade sabato 31 marzo, il termine ultimo utile per corrispondere all’Inps i contributi volontari relativi al terzo trimestre dell’anno corrente (Ottobre – Dicembre 2017). Al riguardo è appena il caso di precisare che nel 2017 per coprire un anno di contribuzione volontaria occorre una spesa minima di 2.903 euro. E se si è stati autorizzati dopo il 31 dicembre del 1995 si deve addirittura spendere 522 euro in più. Entro la fine del corrente mese – come già indicato in apertura – scade quindi il termine per il pagamento riferito al trimestre ottobre – dicembre, l’ultimo dei quattro appuntamenti previsti per l’anno appena passato (il primo del 2018 è infatti fissato al 30 giugno prossimo). L’aumento registrato nel 2017, in confronto al 2014 (ultimo incremento intervenuto per effetto dell’inflazione zero rilevata dall’Istat nel 2015 e 2016), è dovuto alla consueta lievitazione delle retribuzioni di riferimento, aggiornate all’1,1% per via dell’inflazione. La «volontaria» – si ricorda – coinvolge numerosi ex lavoratori (soprattutto donne) che hanno scelto di continuare l’assicurazione provvedendo in proprio, con lo scopo di maturare comunque il diritto alla pensione. Da un’occhiata sommaria alle tabelle, i cui parametri vigenti nel 2017 sono indicati in un’apposita, specifica circolare Inps, si nota facilmente come costa sempre di più «farsi» una prestazione pensionistica da soli, per chi si è ritirato prima del tempo dall’attività lavorativa. Non solo, ma in passato – giova sottolinearlo – la sola autorizzazione al versamento ha costituito un ottimo scudo per difendersi dalle novità progressivamente introdotte in materia di requisiti pensionistici. Anche se, dopo la riforma Monti-Fornero, ora non è più così.

Valori 2017. Le somme da corrispondere differiscono a seconda della decorrenza dell’autorizzazione: prima o dopo dicembre 1995. L’ammontare del contributo volontario si ottiene, infatti, applicando alla retribuzione di riferimento (quella dell’ultimo anno di lavoro) l’aliquota contributiva vigente che per gli ex dipendenti è pari al 27,87%, se autorizzati sino al 31 dicembre 1995, e al 32,87% (33% per le quote eccedenti i 46.123 euro annui) per le autorizzazioni successive.

Esiste anche una retribuzione base (minimale), pari al 40% del minimo di pensione mensile. In altri termini, per il 2017, con un minimale di retribuzione settimanale pari a 200,76 euro, il contributo non può essere inferiore a 64,98 euro per i soggetti autorizzati sino al 31 dicembre 1995 e a 55,95 euro per le autorizzazioni successive.

Il pagamento dei contributi volontari può avvenire in tre modi diversi:

1) utilizzando il bollettino Mav (pagamento mediante avviso);

2) online, sul sito internet www.inps.it;

3) telefonando al numero verde gratuito 803.164, utilizzando la carta di credito;

Una protezione vulnerabile. La possibilità di versare volontariamente in occasione delle precedenti riforme ha sempre costituito una vera e propria polizza assicurativa. A cominciare dall’elevazione del minimo di contributi richiesto per la vecchiaia, innalzato da 15 a 20 anni dalla riforma Amato del 1993, dove è prefigurata la conservazione dei «vecchi» 15 anni in favore dei soggetti autorizzati alla prosecuzione volontaria entro il 31 dicembre 1992. Per non parlare dei famosi «blocchi» temporanei delle pensioni di anzianità, avvenuti più volte tra il 1994 e il 1998, che in questi casi non hanno trovato applicazione,

Adesso la musica è cambiata. Soltanto un ristretto numero di contribuenti volontari è infatti rientrato nella schiera dei cosiddetti “salvaguardati” dall’inasprimento dei requisiti pensionistici della riforma Fornero. Ciò non toglie che la richiesta di autorizzazione alla prosecuzione volontaria, inoltrata alla cessazione o sospensione del servizio lavorativo, sia inutile. Non costa nulla e non è soprattutto impegnativa (nel senso che non si è affatto obbligati a continuare a versare fino alla quiescenza).

Assegno pensione Inps

APRILE CAMBIA DATA

La pensione di aprile tarderà ad arrivare. Complice la Pasqua e Pasquetta, che cadono nel primo e nel secondo giorno del mese, il pagamento dell’assegno da parte dell’Inps slitterà a martedì 3 aprile. E questo riguarda sia gli accrediti alle Poste che presso gli istituti bancari. Il nuovo calendario delle pensioni è stato deciso con la legge di bilancio 2018. “Al fine di razionalizzare e uniformare le procedure e i tempi di pagamento delle prestazioni previdenziali corrisposte dall’Inps, i trattamenti pensionistici, gli assegni, le pensioni e le indennità di accompagnamento, erogati agli invalidi civili, nonché le rendite vitalizie dell’Inail – si legge sul sito dell’Inps – sono posti in pagamento il primo giorno di ciascun mese o il giorno successivo se il primo è festivo o non bancabile, con un unico mandato di pagamento, ove non esistano cause ostative”.

Bonus asilo nido

ENTRO IL 31 MARZO LA DOMANDA ALL’INPS

C’è tempo fino al 31 marzo per richiedere il bonus asili nido dell’ultimo quadrimestre 2017. Chi non è riuscito a farlo nei termini ordinari, ossia entro la fine dell’anno scorso (sono tanti, secondo l’Inps), può rimediarvi utilizzando l’apposita procedura che è stata attivata dall’Inps sul proprio sito internet.

Il bonus, si ricorda, vale 1.000 euro annui e spetta in due ipotesi:

1) a sostegno del pagamento delle rette per la frequenza di asili nido pubblici e privati autorizzati (cd “contributo asilo nido”);

2) a sostegno dell’introduzione di forme di supporto presso l’abitazione a favore di bambini affetti da gravi patologie croniche.

In ogni caso il contributo è erogato in 11 mensilità, per cui vale 90,91 euro a mese. L’importo rappresenta anche il massimo mensile erogabile dall’Inps soltanto dietro presentazione della ricevuta di spesa.

A chiusura della procedura di presentazione delle domande del 2017, avvenuta il 31 dicembre scorso, l’Inps ha ricevuto numerose richieste di riesame da parte di genitori che non hanno indicato in domanda tutti o parte dei mesi di frequenza compresi tra settembre e dicembre 2017, mesi per i quali non sono entrati in possesso in tempo utile della documentazione di spesa. Tenuto conto dell’elevato numero di richieste, l’Inps ha predisposto una funzionalità ad hoc che consente d’integrare la domanda originaria e permette di allegare la documentazione di spesa relativa ai mesi di settembre, ottobre, novembre e dicembre 2017, anche da parte di richiedenti che abbiano omesso di indicare le relative mensilità in domanda.

Per inserire le mensilità “aggiuntive” occorre operare dall’area riservata, online, accedendo al menù “Allegati Domande”. Dopo aver selezionato la domanda da integrare e la tipologia di documento da inserire (per esempio: fattura), risulteranno visibili, oltre ai mesi già richiesti in domanda, i mesi non inseriti (evidenziati in rosso), cioè i mesi settembre, ottobre, novembre e dicembre, con conseguente possibilità di allegare la documentazione di spesa.

Il termine per effettuare le operazioni è fissato improrogabilmente al 31 marzo.

Cgil

CONGRESSO IL 22 – 25 GENNAIO 2019 A BARI

Il XVIII Congresso della Cgil si svolgerà a Bari dal 22 al 25 gennaio 2019. La decisione è stata recentemente assunta dal Comitato direttivo del sindacato che ha eletto la commissione politica, composta da 52 membri più i componenti la segreteria nazionale, e votato la delibera che dà il via al percorso congressuale. Fissato anche il calendario delle assemblee, che partiranno il 5 aprile, e dei congressi territoriali, regionali e delle categorie nazionali (ultimo quello dei pensionati dello Spi dal 9 all’11 gennaio 2019).

Il mandato del segretario generale Susanna Camusso (il secondo ed ultimo per statuto confederale) scade il 3 novembre 2018. Il congresso a Bari, che si terrà presso la fiera del Levante, eleggerà la nuova assemblea generale del sindacato che poi eleggerà il nuovo segretario generale.

Fisco

5 ANNI PER BATTERE CASSA

Il fisco ha cinque anni per battere cassa e riscuotere i debiti. E’ quanto stabilito dalla Corte di Cassazione con l’ordinanza numero 1997. La suprema Corte si è espressa in particolare su un caso di debiti con Equitalia: una cartella di pagamento “per imposta di registro e accessori per l’anno 1996”. In quel caso non c’è stato, scrivono gli Ermellini, “nessun accertamento giudiziale definitivo tra la notifica della cartella di pagamento e la relativa iscrizione al ruolo avvenuta in data 23 novembre 1999, per i crediti del 1996, e l’avviso di mora notificato il 18 marzo 2009 e oggetto del presente ricorso”. L’effetto è, aggiunge la Suprema Corte, accogliendo il ricorso del debitore, che “deve ritenersi prescritto il diritto, azionato ben oltre il termine di prescrizione quinquennale per esso previsto”.

Carlo Pareto

Assunzioni, pensioni, certificazione unica e legge 104, ecco le ultime novità

Inps

NOVITÀ PER ASSUNZIONI

Novità Inps per favorire l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro. Allo scopo di promuovere forme di occupazione giovanile stabile, la legge 205/2017 (legge di bilancio 2018) ha introdotto un nuovo esonero dal versamento dei contributi previdenziali a carico dei datori di lavoro privati in relazione alle nuove assunzioni con contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti effettuate a partire dal 1° gennaio 2018, con esclusione dei rapporti di apprendistato e dei contratti di lavoro domestico. Nella circolare n. 40 del 2 marzo scorso, l’Inps illustra le condizioni per il diritto all’esonero contributivo e fornisce le istruzioni per l’adeguamento della denuncia contributiva.

L’esonero spetta a condizione che l’assunzione con contratto di lavoro subordinato riguardi soggetti che non abbiano compiuto il trentesimo anno di età e non siano stati occupati a tempo indeterminato con il medesimo o con altro datore di lavoro nel corso dell’intera vita lavorativa.

Per le sole assunzioni effettuate nel corso dell’anno 2018, il limite di età del soggetto da assumere è innalzato fino ai trentacinque anni. La misura dell’incentivo è pari al 50% dei complessivi contributi previdenziali a carico dei datori di lavoro, con esclusione dei premi e contributi dovuti all’Inail, nel limite massimo di 3.000 euro su base annua, da riparametrare e applicare su base mensile. La durata del beneficio è pari a trentasei mesi a partire dalla data di assunzione.

L’agevolazione può essere riconosciuta anche in caso di mantenimento in servizio, dal 1° gennaio 2018, del lavoratore al termine del periodo di apprendistato, a condizione che questi non abbia compiuto il trentesimo anno di età. In questo caso, il beneficio può essere applicato per un periodo massimo di dodici mesi, fermo restando l’importo massimo pari a 3.000 euro.

L’esonero è, inoltre, elevato nella misura del 100% dei complessivi contributi previdenziali a carico dei datori di lavoro, con esclusione dei premi e contributi dovuti all’Inail, per trentasei mesi a partire dalla data di assunzione e sempre nel limite massimo di 3.000 euro su base annua, da riparametrare e applicare su base mensile, nelle ipotesi in cui le assunzioni a tempo indeterminato riguardino giovani che, nei sei mesi precedenti, abbiano svolto presso lo stesso datore di lavoro attività di alternanza scuola-lavoro o periodi di apprendistato per la qualifica e il diploma professionale, il diploma di istruzione secondaria superiore, il certificato di specializzazione tecnica superiore o periodi di apprendistato in alta formazione.

L’agevolazione potrà essere fruita mediante conguaglio operato sulle denunce contributive a partire da mese di competenza marzo 2018. Per il recupero dell’esonero relativo a periodi arretrati eventualmente spettanti, riferiti al periodo compreso tra gennaio e febbraio 2018, i datori di lavoro che abbiano già provveduto alle assunzioni potranno utilizzare i flussi UniEmens dei mesi di competenza marzo, aprile e maggio 2018.

Lavoro

RICONOSCIMENTO L. 104 PER DEPRESSIONE

La legge 104 offre a coloro a cui è rivolta una serie di agevolazioni, previo, innanzitutto, il riconoscimento dello stato di disabilità.

Negli scorsi mesi,  la predetta legislazione di vantaggio per i soggetti diversamente abili ha subito alcune modifiche grazie al nuovo Testo Unico che prevede alcune novità in ambito assistenza anziani e per chi assiste parenti disabili. Tra le principali modifiche che sono state apportate si segnala: nuove detrazioni, un contributo sino a 1900 euro l’anno, contributi previdenziali figurativi per la pensione e la possibilità di chiedere part time e telelavoro da casa.

Anche la depressione, seppure da poco, è annoverata fra le patologie invalidanti che danno diritto ai benefici della legge 104. Il disturbo depressivo maggiore, qualora certificato da un’apposita commissione medica, rientra infatti fra le malattie che possono influenzare in modo negativo sia la vita sociale e lavorativa, sia lo stato di salute complessivo.

Nei casi più gravi – quelli che comportano un vero e proprio handicap con conseguente riduzione della capacità lavorativa – con accertata invalidità e non autosufficienza, è quindi possibile richiedere la 104 per depressione.

“Parliamo di invalidità causata dallo stato ansioso depressivo – precisa il portale di informazione legale La Legge per Tutti – quando dalla depressione deriva una limitazione funzionale significativa con una conseguente riduzione della capacità lavorativa. In particolare, per quanto concerne i casi più frequenti, relativamente alle patologie depressive, le tabelle relative alle percentuali d’invalidità riconoscibile indicano i seguenti valori:

– Sindrome depressiva endoreattiva lieve: 10%

– Sindrome depressiva endoreattiva media: 25%

– Sindrome depressiva endoreattiva grave: dal 31% al 40%

– Sindrome depressiva endogena lieve: 30%

– Sindrome depressiva endogena media: dal 41% al 50%

– Sindrome depressiva endogena grave: dal 71% all’80%

– Nevrosi fobico ossessiva e/o ipocondriaca di media entità: dal 21% al 30%

– Nevrosi fobico ossessiva lieve: 15%

– Nevrosi fobico ossessiva grave: dal 41% al 50%

– Nevrosi ansiosa: 15%

– Psicosi ossessiva: dal 71% all’80%.

In base alla percentuale di invalidità riconosciuta per depressione, l’interessato può aver diritto a diversi benefici ed a prestazioni di assistenza”.

Cosa spetta al richiedente – Qualora, spiegano gli esperti, il lavoratore depresso sia dunque riconosciuto portatore di handicap in situazione di gravità, avrà diritto a tutti i benefici connessi alla legge 104, quali, ad esempio, i permessi retribuiti mensili (diritto di assentarsi per 3 giornate al mese), scelta della sede di lavoro, rifiuto al trasferimento, particolari agevolazioni fiscali.

Come fare domanda – Dopo che il medico curante avrà valutato lo stato depressivo del paziente, verrà emesso un certificato medico introduttivo con l’eventuale indicazione della patologia invalidante riscontrata e dell’handicap, poi trasmesso telematicamente all’Inps.

Allegando il numero di protocollo del certificato, la domanda dovrà essere inviata all’Inps attraverso il servizio, accessibile dal sito Web dell’istituto, ‘Domanda di invalidità’. Se non fosse possibile accedervi via internet, l’istanza potrà essere inoltrata anche tramite patronato o Contact Center. Una volta compilata e trasmessa la domanda correttamente, l’Inps fisserà un appuntamento con la commissione medica Asl per l’accertamento della condizione di svantaggio. Se il richiedente non sarà in grado di recarsi alla visita, sarà possibile richiedere anche una valutazione medico legale dell’handicap direttamente al proprio domicilio.

Importante, i permessi retribuiti rappresentano solo una delle agevolazioni previste per i lavoratori disabili e i parenti che li assistono. Per avere un quadro di riferimento complessivo, si consiglia di leggere con attenzione il portale www.legge104.it.

Pensioni

LAVORATORI CON CONTRIBUTI ALL’ESTERO

I lavoratori comunitari che maturano periodi assicurativi anche in Italia possono presentare all’Inps domanda di pensione in regime comunitario di dipendenti privati.

La domanda di pensione può essere inoltrata dai lavoratori comunitari che hanno perfezionato periodi assicurativi utili alla pensione nei seguenti stati:

nei 28 Paesi membri dell’Unione europea (Austria, Belgio, Bulgaria, Croazia, Cipro, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Ungheria, Irlanda, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svezia);

negli Stati SEE (Norvegia, Islanda e Liechtenstein);

in Svizzera.

Possono presentare domanda i residenti in Italia iscritti ad una gestione previdenziale per dipendenti privati dell’Inps che hanno accreditato contributi anche negli Stati sopra elencati. L’istanza di pensione di vecchiaia o anticipata, di invalidità, di inabilità ai superstiti in regime comunitario può essere inviata online all’Inps attraverso il servizio dedicato, tramite contact center al numero 803 164 o attraverso enti e patronati.

Ecco il modello

CERTIFICAZIONE UNICA 2018

E’ online il servizio per visualizzare, scaricare e stampare il modello della Certificazione Unica 2018, relativa ai redditi percepiti nel 2017. Per chi ha come sostituto di imposta l’Inps, è disponibile la certificazione CU 2018, si legge sul sito dell’Istituto. “Il modello è necessario per la presentazione della dichiarazione dei redditi.

Per ottenerlo occorre accedere con le proprie credenziali (Spid o codice fiscale e Pin o Cns) al servizio online dedicato” per poi scaricarlo e stamparlo.

“Per i pensionati – fa sapere l’Inps – la CU è accessibile anche tramite il servizio ‘Cedolino della pensione’. Le certificazioni relative agli anni precedenti possono essere consultate e scaricate invece tramite il servizio Fascicolo Previdenziale del cittadino”.

Calano i giorni di malattia e i certificati

BOERI: 144MILA VISITE FISCALI AI DIPENDENTI PUBBLICI

L’Inps ha effettuato tra settembre e dicembre 2017 144.000 visite fiscali ai dipendenti pubblici, registrando nello stesso periodo un calo dei certificati di malattia del 13,6%. Lo ha recentemente dichiarato il presidente Inps Tito Boeri, presentando i primi dati del polo unico sulle visite fiscali e spiegando che la riduzione dei giorni di malattia è stata del 10,6% a fronte del -3,3% che si è registrato nel settore privato. Secondo Boeri si tratta di dati “incoraggianti”.

Il Polo unico delle visite fiscali che ha dato all’Inps la competenza esclusiva a gestire le visite mediche di controllo anche per l’82% dei lavoratori pubblici “tutela i lavoratori e scoraggia i comportamenti opportunistici”, ha commentato Boeri presentando i primi risultati del Polo unico (riferiti all’ultimo quadrimestre del 2017).

“Ha avuto effetti importanti sui comportamenti – ha detto – nel pubblico si sono ridotti del 13,1% i certificati e del 10,6% i giorni di malattia”. Gli effetti “si sono concentrati sui certificati di breve durata. E’ qui che si concentrano le forme di opportunismo”. Solo il fatto di aver dato all’Inps la gestione dei controlli quindi – ha aggiunto – ha avuto un effetto “deterrente” sui comportamenti scorretti.

Carlo Pareto