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Carlo Pareto

Cgia: il lavoro occasionale non decolla. Aumentano le Cooperative sociali in difficoltà

Piano di comunicazione 2018

L’INPS VICINO AI CITTADINI

Il Piano di comunicazione 2018 persegue l’obiettivo fondamentale dell’Istituto: sostenere le persone nel corso della loro vita, in un contesto socio-economico sempre più variabile e complesso e al contempo ricostruire un rapporto fiduciario con cittadini e dipendenti.

Dovrà pertanto – prosegue l’Istituto in una nota – prevalere un modello di comunicazione in cui emerga il concetto di “Inps verso i cittadini”, al fine di costruire e mantenere la fiducia dei nostri clienti. L’obiettivo generale trova conferma nella Relazione annuale del Presidente, recentemente presentata, che sottolinea l’importanza di far sapere ai cittadini che sono clienti dell’Inps, punto di riferimento di ogni persona per tutto l’arco della vita.

Per conseguire questo fine l’Inps deve necessariamente comunicare con il cittadino attraverso il criterio della multicanalità, utilizzando tutti i mezzi a disposizione per raggiungerlo ed essere raggiunto. La presenza capillare dell’Istituto sul territorio risulta di fondamentale importanza per comprendere meglio e con maggiore immediatezza le istanze dell’utente e il relativo feedback. A tale proposito il nuovo Piano pone le basi per l’avvio di un processo di misurazione del livello di efficienza ed efficacia delle attività di comunicazione attraverso la predisposizione di specifici indicatori.

Il Piano inoltre presta un’attenzione speciale alla comunicazione interna, prevedendo azioni volte a rispondere al particolare sentiment, interessi e motivazioni del personale: i primi ambasciatori di Inps  sono proprio i suoi dipendenti, che incarnano i valori e i messaggi che l’Ente di previdenza vuole promuovere verso l’esterno. E’ fondamentale pianificare le attività di comunicazione partendo da questo target strategico.

In tale contesto generale il nuovo Piano prefigura una ridefinizione delle modalità di comunicazione per sensibilizzare, coinvolgere, educare ed informare attraverso un linguaggio immediato e coinvolgente.

Nell’anno in cui l’Inps celebra i 120 anni dalla fondazione, il nuovo Piano di Comunicazione rappresenta non a caso lo strumento attraverso cui rinsaldare l’identità dell’Istituto, quale pilastro del sistema nazionale del welfare.

Cgia Mestre

LAVORO OCCASIONALE NON DECOLLA

Nonostante le polemiche e il dibattito in corso sono ancora poco meno di 600mila gli addetti che nel 2017 hanno svolto un’attività lavorativa nel nostro Paese per meno di 10 ore alla settimana. Per l’esattezza, 592mila, secondo i calcoli dell’Ufficio Studi della Cgia, ovvero il 2,6% del totale (poco più di 23 milioni di occupati): di questi, 389mila hanno prestato servizio come dipendenti e gli altri 203mila come lavoratori autonomi.

Peraltro – aggiunge l’associazione – se rispetto al 2007, il numero complessivo dei lavoratori saltuari è aumentato del 20,3 per cento dal 2014 – con un picco di 631mila unità – il numero di questi lavoratori è leggermente in calo sia a seguito della ripresa occupazionale sia della riforma dei voucher avvenuta l’anno scorso che ha “aumentato” il ricorso al lavoro irregolare. Due su tre addetti della cosiddetta ‘gig economy’ sono donne occupate, principalmente, nei servizi alla persona, come domestiche, baby-sitter, badanti, o al servizio di attività legate alla cura della persona (parrucchiere, estetiste, centri benessere, etc.). Un altro comparto dove si concentra un’incidenza molto elevata di occupati saltuari è l’alberghiero-ristorazione e i servizi alle imprese.

Gli over 65 sono i più numerosi: l’incidenza degli occupati con meno di 10 ore alla settimana sul totale dei lavoratori della stessa fascia demografica è pari al 6,9 per cento; seguono i giovani tra i 15 e i 24 anni (4,7 per cento). In valore assoluto il segmento che raggruppa il maggior numero di occupati della ‘gig economy’ è quello tra i 45-54 anni (156 mila su una popolazione lavorativa di quasi 7 milioni di persone).

L’area territoriale dove queste prestazioni occasionali sono più diffuse è il Centro: se a livello nazionale l’incidenza dei lavoratori saltuari sul totale degli occupati presenti in Italia è pari al 2,6 per cento, nel Centro la quota sale al 3 per cento. In termini assoluti, invece, è il Mezzogiorno la ripartizione geografica che presenta il numero più elevato: degli 592 mila, 171 mila lavora al Sud, 148 mila sia al Centro sia a Nordovest e 125 mila a Nordest.

“Questi dati – ha segnalato il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia Paolo Zabeo – evidenziano che la cosiddetta gig economy, sebbene in forte espansione, alimenta un’occupazione on demand ancora molto contenuta. Le opportunità offerte dai siti, dalle applicazioni e dalle piattaforme web, ad esempio, stanno riempendo le nostre strade di ciclo corrieri, ma i cosiddetti piccoli lavoretti sono ancora ad appannaggio di settori tradizionali, come i servizi alla persona, e in quelli dove è molto elevata la stagionalità. Ambiti, tra l’altro, dove la presenza degli stranieri è preponderante”.

“Ovviamente – ha concluso il segretario della Cgia, Renato Mason – questi 592mila lavoratori occasionali sono sottostimati. Sappiamo benissimo che questo settore presenta delle zone d’ombra molto estese, dove il sommerso la fa da padrone. Tuttavia, è interessante notare che queste occupazioni regolari sono ad appannaggio soprattutto di donne e pensionati e servono ad arrotondare le magre entrate familiari, soprattutto al Sud”.

Isnet

AUMENTANO IMPRESE SOCIALI IN DIFFICOLTÀ

Dopo un lungo periodo durato 5 anni in cui il numero delle cooperative sociali in difficoltà è diminuito costantemente, passando da un 39,3% a un 15%, nell’ultimo anno si registra una inversione di tendenza, con un +4,5% di cooperative sociali in difficoltà (19,5%) e una flessione, seppur lieve, delle imprese con un andamento in crescita (dal 42% al 40% ) e stabile (dal 43% al 40,5%). E’ quanto emerge dai dati dell’osservatorio Isnet sull’Impresa sociale di recente resi noti.

Diminuiscono dell’8% anche le imprese sociali che prevedono incrementi del personale (31% del campione a fronte del 39% del 2017), anche se la maggior parte delle organizzazioni garantisce livelli di stabilità (+11,5% rispetto allo scorso anno). A conferma del valore sociale di queste imprese ad alta intensità relazionale, è significativo evidenziare che tra quelle con andamento economico stabile permane un atteggiamento fiducioso: il 78,2% delle organizzazioni prevede che l’organico resterà invariato. L’incertezza economica va di pari passo con la consapevolezza dell’importanza di avviare investimenti in innovazione. Crescono, si legge ancora nell’indagine, tutti gli indicatori legati a questo ambito (+13,7% di imprese che hanno sviluppato nuovi prodotti e servizi pari al 52,2% di segnalazioni; +8,3% che hanno identificato nuove aree geografiche in cui operare pari al 32,3% segnalazioni).

Contemporaneamente, il 94% del panel dichiara che gli obiettivi di innovazione non sono stati completamente raggiunti, e che “si sarebbe potuto fare di più”. I principali ostacoli riguardano una scarsa risposta del mercato sia pubblico che privato (43,6%, +10% rispetto lo scorso anno) e la presenza di resistenze interne al cambiamento (34%, +12,6% rispetto al 2017). Un trend che rivela un certo dinamismo dell’impresa sociale, che, tuttavia, non sempre si accompagna a una piena capacità di cogliere le opportunità.

Su questo aspetto l’Osservatorio Isnet ha realizzato, in partnership con Banca Etica, per il secondo anno consecutivo, l’approfondimento ‘Strumenti per lo sviluppo delle imprese sociali’ con un focus su impresa sociale 4.0, per conoscere l’impatto delle nuove tecnologie sulle imprese sociali. I dati – i primi in Italia – evidenziano l’importanza di accompagnare le imprese sociali su questi temi. Dei 10 aspetti considerati (robotica avanzata, nuovi materiali, sensoristica, intelligenza artificiale, stampa 3D, blockchain e moneta virtuale, veicoli che si guidano da soli, genetica e bioprinting, sharing economy, digitalizzazione dei processi), ad esclusione della ‘digitalizzazione dei processi’ e considerando solo le imprese sociali che hanno indicato “non so rispondere” o “impatto né positivo né negativo”, sono complessivamente ben il 37% gli intervistati con scarsa consapevolezza.

I valori di conoscenza e impatto positivo aumentano nel caso di organizzazioni con maggior propensione all’innovazione o per i settori di attività con ricadute elevate (ad esempio l’assistenza sociale per la robotica). Secondo Laura Bongiovanni, presidente di Associazione Isnet e responsabile dell’Osservatorio, “l’esigenza di cambiamento per l’impresa sociale suona oggi come una sorta di ‘mantra’: da più parti si invoca la necessità di diversificare sul versante profit, fare rete, innovare, cogliere le opportunità della rivoluzione 4.0; ma per cambiare non ci sono ricette precofenzionate e tantomeno, calate dall’alto”.

“Occorre partire dai ‘dati di realtà’, capire a che punto – ha continuato – sono le imprese, quali siano i tentativi intrapresi e le difficoltà incontrate. E’ partendo da questa consapevolezza che vanno avviati percorsi di accompagnamento e orientamento per ciascuno dei 10 aspetti considerati, affinché l’impresa sociale governi fin da subito le novità e le trasformazioni che verranno introdotte. Non per stravolgere ma per rimodulare il modello dell’impresa sociale in Italia, che tanti risultati positivi ha prodotto in questo trentennio, con una capacità di risposta e aderenza alle comunità e ai loro bisogni, di assoluta attualità”.

In apertura dei lavori il senatore Edoardo Patriarca ha dichiarato: “Abbiamo fatto una riforma che avrà ricadute sul Paese e auspico che tutta la parte che deve essere fatta venga attuata in tempi brevi per dare gambe e motore alla riforma. Sull’impresa sociale mi sento di affermare che rispetto alla crisi ormai decennale e devastante essa rappresenti un elemento di grande valore e contaminazione. L’Osservatorio Isnet è prezioso per monitorarla costantemente”.

Simone Siliani, direttore della Fondazione Finanza Etica, ha evidenziato che “è un segnale da osservare con forte attenzione che il 67% degli intervistati abbia dichiarato di non avere interesse nei confronti delle nuove forme di capitalizzazione delle imprese sociali previste dalla recente riforma del terzo settore (crowdfunding, social lending ecc.)”. “Come rete di Banca Etica – ha aggiunto – pensiamo ci sia da fare un importante lavoro di formazione e accompagnamento alle imprese sociali che possono oggi cogliere nuove importanti opportunità. Abbiamo una quota di questo mercato ben superiore al nostro peso relativo nel sistema bancario nazionale, la sfida è quella di continuare ad essere al fianco di questa particolare tipologia di impresa per sostenere l’innovazione sociale”.

Giuseppe Guerini, presidente Cecop-Cicopa Europa, nel sottolineare l’importanza della rivoluzione 4.0, ha posto una questione cruciale: “La sharing economy è stata sviluppata nella Silicon Valley; e dove era il sistema mutualistico che sta alla base di questa filosofia? Perché il terzo settore ora sembra esserne così lontano? Ci vuole maggiore attenzione da parte del terzo settore e più slancio per agire in funzione dell’innovazione. Dobbiamo superare l’atteggiamento diffuso del ‘ma noi abbiamo sempre fatto così’. Si può anche fare in altro modo”.

Carlo Pareto

Visite fiscali. Cosa devono fare i lavoratori in caso di malattia

Visite fiscali

ARRIVA UNA GUIDA DELL’INPS

Cosa devono fare i lavoratori in caso di malattia? Per risolvere dubbi e domande arriva una guida sulla certificazione telematica e sulle visite mediche di controllo. Un vademecum con cui l’Inps vuole rispondere alle richieste più frequenti di dipendenti, pubblici e privati, indicando i passi da seguire quando, causa malattia, si è impossibilitati ad andare al lavoro.

“La prima cosa da fare – ricorda l’istituto – è contattare il proprio medico curante che ha il compito di redigere e trasmettere il certificato in via telematica all’Inps. Certificato e attestato cartacei (l’attestato indica solo la prognosi, ossia il giorno di inizio e di fine presunta della malattia; il certificato indica la prognosi e la diagnosi, ossia la causa della malattia) sono accettati solo quando non sia tecnicamente possibile la trasmissione telematica”.

Il lavoratore, si legge, “deve prendere nota del numero di protocollo del certificato e controllare l’esattezza dei dati anagrafici e dell’indirizzo di reperibilità per la visita medica inseriti”. Inoltre, può “verificare la corretta trasmissione del certificato tramite l’apposito servizio sul sito Inps, inserendo le proprie credenziali (codice fiscale e Pin o Spid per consultare il certificato; codice fiscale e numero di protocollo per consultare l’attestato)”.

Reperibilità – Nel certificato, “il medico deve inserire (solo se ricorrono) l’indicazione dell’evento traumatico e la segnalazione delle agevolazioni per cui il lavoratore, privato o pubblico, sarà esonerato dall’obbligo del rispetto della reperibilità”. Per quanto attiene le fasce per le visite fiscali di controllo, possono essere disposte d’ufficio dall’Istituto o su richiesta dei datori di lavoro per i propri dipendenti. La reperibilità cambia tra privato e pubblico: i lavoratori privati sono tenuti a essere reperibili nelle fasce 10-12 e 17-19. Per quelli pubblici, nelle fasce 9-13 e 15-18.

Assenza – Infine, “se il lavoratore risulta assente alla visita domiciliare, viene invitato a recarsi, in una data specifica, (generalmente il giorno dopo), presso gli ambulatori della struttura territoriale Inps di competenza. E’ comunque tenuto a presentare una giustificazione valida per l’assenza per non incorrere in eventuali azioni disciplinari da parte del datore di lavoro”.

Dipendenti pubblici

TORNANO I BUONI PASTO

Buone notizie per i buoni pasto degli statali. Il ministro per la Pubblica amministrazione Giulia Bongiorno ha annunciato che dal 6 agosto torneranno ad essere erogati da un nuovo fornitore. “Come promesso, il servizio di erogazione dei buoni pasto per i dipendenti pubblici riprenderà il prossimo 6 agosto” ha reso noto Bongiorno, aggiungendo che è stato individuato il nuovo fornitore. “Un ottimo risultato raggiunto in poco tempo, in sinergia con le strutture competenti del Ministero dell’Economia e di Consip” ha aggiunto il ministro.

Dopo la disdetta della convenzione con Qui!Group, il ministero si era messo al lavoro per risolvere la situazione prima possibile evitando di danneggiare ulteriormente i dipendenti pubblici. Il caos sui buoni pasto è esploso dopo che la Consip ha annunciato la risoluzione della convenzione con la società Qui!Group “per reiterato, grave e rilevante inadempimento delle obbligazioni contrattuali”. Tra i disservizi contestati al fornitore la mancata spendibilità dei buoni emessi ed il mancato rimborso degli stessi alle imprese esercenti. Da qui la chiusura dell’accordo con il fornitore di Qui!Ticket.

Previdenza

PENSIONE, COSA DOBBIAMO ATTENDERCI

Pensione, si cambia. Dal prossimo anno ogni biennio si provvederà ad adeguare i requisiti per la pensione con le aspettative di vita. Dal 1° gennaio 2019 l’età per la pensione di vecchiaia salirà a 67 anni (71 per l’opzione contributiva), mentre per la pensione anticipata saranno necessari 43 anni e 3 mesi di contributi per gli uomini. Per le donne 42 anni e 3 mesi.

Tuttavia non faremo in tempo a metabolizzare questo cambiamento che ci sarà un nuovo adeguamento: nel 2021, infatti, l’età pensionabile per la pensione di vecchiaia salirà di altri 3 mesi, arrivando a 67 anni e 3 mesi.

D’altronde i miglioramenti nel campo della medicina e della farmacologia hanno fatto sì che la speranza di vita si allungasse, attivando un processo costante nel tempo: secondo le previsioni dell’Istat, infatti, ogni biennio le aspettative di vita dovrebbero crescere di circa 2 o 3 mesi, comportando così un aumento dell’età pensionabile.

Quindi è vero che in futuro vivremo di più, ma è anche vero che la maggior parte del tempo la passeremo lavorando. Con la crescita costante dell’età pensionabile (sempre che le previsioni dell’Istat siano confermate), infatti, in futuro non si potrà andare in pensione prima dei 70 anni.

Lo conferma una interessante, recente infografica realizzata da Money.it in cui sono indicati i cambiamenti che interverranno sul fronte previdenziale nei prossimi anni. Come possiamo vedere dall’immagine, dal 2021 in poi l’età pensionabile aumenterà di 2 mesi ogni biennio, superando i 68 anni nel 2031 e i 69 nel 2043. Un giovane di 20 anni, che oggi probabilmente ha appena iniziato a lavorare (oppure a studiare in un corso universitario), dovrebbe quindi attendere il 2069 per andare in pensione, alla veneranda età di 71 anni e 3 mesi.

Tutti disoccupati, così 600mila famiglie

SUD: RAPPORTO SVIMEZ

Il numero di famiglie meridionali con tutti i componenti in cerca di occupazione è raddoppiato tra il 2010 e il 2018, da 362 mila a 600 mila (nel Centro-Nord sono 470 mila)”. Così la Svimez che parla “di sacche di crescente emarginazione e degrado sociale, che scontano anche la debolezza dei servizi pubblici nelle aree periferiche”. E definisce “preoccupante la crescita del fenomeno dei ‘working poors'”, ovvero del “lavoro a bassa retribuzione, dovuto a complessiva dequalificazione delle occupazioni e all’esplosione del part time involontario”.

Nel 2019 “si rischia un forte rallentamento dell’economia meridionale: la crescita del prodotto sarà pari a +1,2% nel Centro-Nord e +0,7% al Sud”. E’ quanto prevede la Svimez, nelle anticipazioni del Rapporto di quest’anno. Nel 2017, si spiega, “il Mezzogiorno ha proseguito la lenta ripresa” ma “in un contesto di grande incertezza” e “senza politiche adeguate” rischia di “frenare”, con “un sostanziale dimezzamento del tasso di sviluppo” nel giro di due anni (dal +1,4% dello scorso anno al +0,7% del prossimo).

“Negli ultimi 16 anni hanno lasciato il Mezzogiorno 1 milione e 883 mila residenti: la metà giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto laureati, il 16% dei quali si è trasferito all’estero. Quasi 800 mila non sono tornati”. E’ questo il ‘bollettino’ della Svimez sulla ‘fuga’ dal Sud, il cui peso demografico non fa che diminuire.

La Svimez, l’associazione per lo sviluppo industriale nel Mezzogiorno, nelle anticipazioni del Rapporto 2018 lancia l’allarme sul “drammatico dualismo generazionale”. E spiega: “il saldo negativo di 310 mila occupati tra il 2008 e il 2017 al Sud è la sintesi di una riduzione di oltre mezzo milione di giovani tra i 15 e i 34 anni (-578 mila), di una contrazione di 212 mila occupati nella fascia adulta 35-54 anni e di una crescita concentrata quasi esclusivamente tra gli ultra 55enni (+470 mila unità)”. Insomma, sintetizza, “si è profondamente ridefinita la struttura occupazionale, a sfavore dei giovani”.

Carlo Pareto

Inps: come fare i versamenti. Professioni e competenze per trovare lavoro

Il versamento all’Inps va effettuato con i modelli F24

ARTIGIANI E COMMERCIANTI: I NUOVI IMPORTI CONTRIBUTIVI 2018

Entro lo scorso 16 maggio i lavoratori autonomi hanno dovuto provvedere al pagamento degli oneri previdenziali da corrispondere per il 2018. A partire da quella data infatti è partita la kermesse assicurativa dei soggetti contribuenti interessati relativa all’anno in corso che terminerà con l’ultimo versamento da effettuare a saldo nel giugno – luglio del 2019. Al riguardo è appena il caso di precisare che artigiani e commercianti devono di norma corrispondere all’Inps i contributi previdenziali previsti in cifra fissa (si tratta delle quote che coprono il lavoratore autonomo ai fini dell’assicurazione pensionistica per l’invalidità, la vecchiaia e i superstiti) e a percentuale. L’onere di legge dovuto sul “minimale” di reddito, che è uguale per tutti gli iscritti quale che siano i proventi d’impresa conseguiti nel corso del 2018, è stato calcolato con riferimento al nuovo minimale di reddito annuo di 15.710,00 euro, in vigore dal primo gennaio di quest’anno, sul quale sono state applicate le seguenti aliquote percentuali: 24,00 per cento, per i titolari di azienda artigiana e per i collaboratori familiari di età superiore ai ventuno anni e 21,00 per cento, per i medesimi soggetti il cui requisito anagrafico sia inferiore ai ventuno anni. Aliquote che, per i commercianti, sono state invece elevate, sempre nella stessa suddivisione indicata, al 24,09 per cento e al 21,09 per cento. La quota degli esercenti attività commerciali, leggermente più congrua rispetto al resto dei lavoratori individuali, contiene al suo interno una maggiorazione pari allo 0,09 per cento (dovuta anche per quest’anno), destinata al cosiddetto fondo per la rottamazione negozi (art. 5, dlgs 207/1996) che interviene nei confronti dei soggetti di età non inferiore a 62 anni (57 anni per le donne) che hanno cessato l’attività (e restituito la licenza), riconoscendo loro un indennizzo pari al minimo di pensione Inps (507,42 euro mensili) per la durata massima di tre anni. Gli artigiani, pertanto, dovranno corrispondere un contributo minimo annuo, ripartito in quattro rate di eguale importo, di 3.778,00 euro (+7,44 di maternità, se titolari di impresa e coadiutori maggiori di ventuno anni) o di 3.307,00 (+7,44 di maternità, se collaboratori familiari più giovani). I commercianti, di 3.792,00 euro oppure di 3.321,00 (sempre + 7,44 di maternità), secondo i casi determinati dalla scansione riferita. Per l’anno 2018 il massimale di reddito annuo è pari a 77.717,00 valore ricavato dalla prima fascia del cosiddetto “tetto” di retribuzione pensionabile (46.630,00) implementato di due terzi (31.087,00). Sui proventi intermedi all’intervallo tra le due cifre indicate si applica l’aumento di un punto percentuale dell’aliquota contributiva (legge 438/1992). L’obbligazione previdenziale – si sottolinea – va tassativamente assolta, nei limiti delle scadenze ordinariamente stabilite, mediante l’utilizzo del modello unificato di pagamento F24. Al riguardo, si ricorda che la prima, la seconda e la terza tranche dell’anno corrente, cadono rispettivamente il 16 maggio, (già passato), il 16 agosto e il 16 novembre p.v. e la quarta e ultima, il 16 febbraio del 2019. E’ opportuno precisare, inoltre, che per eventuali periodi inferiori all’anno solare la contribuzione dovuta in cifra fissa va sempre rapportata a mese. Nella fattispecie le somme mensili da versare sono di 314,83 (+0,62 di maternità), per i titolari di aziende artigiane e per i coadiutori oltre i ventuno anni e di 275,58 (+0,62 di maternità), per i collaboratori al di sotto di tale soglia anagrafica. Importi mensili che, per gli esercenti attività commerciali, sono a seconda delle situazioni richiamate, alternativamente di 316,00 euro (+0,62 di maternità) o di 276,75 euro (+0,62 di maternità). Oltre al consueto incremento dovuto alla lievitazione del minimale di reddito imponibile, nel 2018 vi è, dunque, da registrare in aggiunta la conferma della maggiorazione dell’aliquota percentuale assicurativa di uno 0,2 per cento, decisa con la finanziaria 1998 (articolo 59 della legge n. 449/97). I primi concreti effetti del rincaro sono comunque già di fatto arrivati: i conti con le nuove obbligazioni da attendere si sono già fatti sentire – come detto – il 16 maggio scorso.

Importante, in sede di versamento delle singole rate, degli acconti e del saldo, tutti gli importi devono essere arrotondati all’unità di euro.

CONTRIBUTI LAVORATORI AUTONOMI 2018

Fasce di reddito Artigiani Commercianti

fino a 18.962,95 euro 3.529,06* 3.543,05*

da 18.962,96 a 46.630,00 22,65% 22,74%

da 46.630,01 a 77.717,00** 23,65% 23,74%

La cifra comprende anche la quota del contributo per maternità (0,62 euro mensili). Per effetto dell’art.49, comma 1, della legge n. 488/1999 (la finanziaria 2000), l’onere previdenziale di maternità è fissato nella misura predetta (di 0,62 euro mensili), per ciascun soggetto iscritto alla gestione di appartenenza. Nei moduli di pagamento prelevati dal siti web dell’Inps, la quota per le prestazioni in questione viene aggiunta agli importi da corrispondere per contribuzione Ivs dovuta sul minimale di reddito. ** Il massimale contributivo che si applica agli iscritti dal 1°gennaio 1996, privi di anzianità assicurativa alla data del 31/12/95, è pari a 101.427,00 euro per quest’anno.

Reichlin

L’INPS DEVE RESTARE FUORI DAI CONDIZIONAMENTI POLITICI

“Mi sembra che ci sia una relazione tecnica che accompagna il provvedimento. E mi sembra che ci siano dati condivisibili e credibili. Gli organi dello Stato come l’Inps elaborano dei dati tecnici e proprio per questo devono restare al di fuori dei condizionamenti della politica. Per di più, l’Inps ha una banca dati molto importante e il presidente Boeri l’ha rafforzata ulteriormente”. Così si è espresso l’economista Pietro Reichlin, professore di Economia alla Luiss ‘Guido Carli’, sulla recente polemica, ancora in corso, tra governo e Inps sulla relazione tecnica allegata al dl dignità.

Per Reichlin, “se da un lato si pongono delle restrizioni sui contratti a termine e dall’altro si impongono delle penali sui contratti a tempo indeterminato, non si possono certo avere effetti positivi sull’occupazione”.

Fondamentale, per lo studioso, è che “i tecnici siano lasciati fuori dalla discussione politica”. “Mantenere la separazione su due piani differenti tra politica e organi tecnici – ha ribadito – è fondamentale per il funzionamento del Paese. Gli organi devono restare fuori dal condizionamento della politica, poi la politica con i dati elaborati può farci quello che vuole”.

Professioni e competenze

COSA CERCANO LE AZIENDE

Le qualità più importanti, per un professionista, richieste dalle aziende, sono, sotto il profilo pratico, quelle legate al cloud e al calcolo distribuito, come anche al software middleware e di integrazione e all’analisi statistica e dei data mining, mentre le più importanti qualità professionali trasversali sono risultate essere la leadership, la comunicazione, la collaborazione e il time management. A rilevarlo è stato LinkedIn, il più grande social network professionale al mondo, che di recente ha annunciato i risultati della ricerca ‘Top skill 2018’, l’annuale studio relativo alle competenze più richieste dalle aziende a livello globale.

Evidenze, queste, che, se da una parte sottolineano come il comparto tecnologico rimanga essenziale per le hard skill, dall’altra mettono in risalto una costante crescita della necessità per i professionisti di imparare a gestire in maniera migliore il proprio tempo, al fine di poter raggiungere quell’equilibrio tra lavoro e vita privata di cui tanto si parla. Con l’avvento della tecnologia e la possibilità di abilitare politiche di smart working, infatti, le aziende cercano sempre di più lavoratori consapevoli delle loro possibilità e in grado di gestire in maniera efficiente il proprio lavoro. Questo, però, comporta anche che i professionisti abbiano una buona capacità comunicativa e collaborativa, al fine di poter creare un ambiente lavorativo più disteso, stimolante e produttivo.

Come ogni anno, l’analisi di LinkedIn ha indagato i due principali filoni che identificano le hard skill e le soft skill più importanti per i professionisti. Così, da una parte abbiamo quelle competenze più tecniche e che spesso fanno riferimento all’emisfero sinistro del nostro cervello, ovvero la parte specializzata nei processi analitici, logici e razionali, mentre, dall’altra, troviamo le capacità governate principalmente dall’emisfero destro più dedito allo sviluppo e alla gestione del nostro lato creativo e adattivo che caratterizza il nostro modo di adeguarci alle situazioni e di interagire con gli altri. “Oggi le aziende cercano talenti che sappiano unire nella maniera giusta le proprie competenze tecniche con le proprie qualità sociali e personali”, ha spiegato Marcello Albergoni, Head of Italy di LinkedIn. “Grazie a un network di oltre 562 milioni di utenti a livello globale, di cui oltre 11 milioni solo in Italia, le imprese di qualunque dimensione hanno davvero la possibilità di fare questo, capendo anche – ha proseguito – quali siano i reali interessi dei candidati e selezionando i talenti migliori non solo in base al loro curriculum, ma anche scoprendo quali siano le loro attitudini, i loro modi di interagire con gli altri, chi conoscono e quali sono le loro aspettative. Tutte informazioni estremamente utili per selezionare le persone giuste nel momento giusto”.

In Italia la ricerca, poi, si è concentrata su tre settori particolarmente interessanti e in crescita nel nostro Paese, ovvero il settore bancario, quello dell’automotive e quello legale. In questi ambiti apparentemente così distanti tra loro si può riscontrare un elemento in comune ovvero un aumento della richiesta da parte delle aziende di trovare professionisti con capacità analitiche. Nel mercato automobilistico, infatti, questa qualità è al terzo posto tra le skill più richieste, mentre si attesta addirittura al primo nel comparto bancario e in quello legale, rimarcando l’importanza di sapere analizzare e interpretare le situazioni e i dati, che sempre di più oggi sono alla base del business di qualunque settore.

“L’analisi dei dati – ha aggiunto Albergoni – è oggi un fattore imprescindibile per il successo di un’impresa. Avere la capacità di interpretare e gestire la mole di informazioni necessarie allo sviluppo del business moderno diventa così un vero e proprio elemento distintivo per tutti quei talenti che cercano nuove opportunità e che puntano al futuro di un mondo del lavoro in continua evoluzione”.

Carlo Pareto

Pensioni, assunzioni, come funziona il rimborso 730. Tutte le novità

Pensioni in regime di cumulo

NOVITÀ PER CONSULENTI LAVORO E COMMERCIALISTI

La Cassa nazionale di previdenza e assistenza dei dottori Commercialisti e l’Ente nazionale di previdenza e assistenza per i consulenti del lavoro hanno recentemente comunicato l’avvenuta stipula con l’Inps della convenzione per l’erogazione delle prestazioni pensionistiche, in regime di totalizzazione e di cumulo dei periodi assicurativi. La firma della convenzione è stata apposta al termine di un proficuo confronto di merito con la presidenza dell’istituto, cui va ascritto l’impegno nel recepire le specificità dei due enti di previdenza privatizzati. La stipula consente di sbloccare la proceduralizzazione informatica delle pratiche di pensione in cumulo, l’iter delle cui istruttorie era stato, comunque, formalizzato per tempo alle sedi Inps di competenza.

“Finalmente i nostri iscritti – ha dichiarato il presidente dell’Ente nazionale di previdenza e assistenza per i consulenti del lavoro, Alessandro Visparelli – potranno ottenere l’erogazione delle loro pensioni in cumulo e, in molti casi, dei dovuti arretrati”. “La firma della convenzione con l’Inps – ha precisato ulteriormente Visparelli – è arrivata al termine di un serrato confronto con l’Inps che si è reso necessario per definire il contenuto degli importanti allegati tecnici, inadeguati per l’Enpacl nella versione originariamente proposta”.

“Siamo soddisfatti – ha commentato da parte sua il presidente della Cassa nazionale di previdenza e assistenza dei dottori Commercialisti, Walter Anedda – che l’Inps abbia recepito le nostre richieste nell’allegato tecnico tenendo così conto delle esigenze manifestate dalla Cassa di previdenza e assistenza dei dottori commercialisti nell’ambito di un costruttivo confronto istituzionale”.

Osservatorio Inps

ASSUNZIONI IN AUMENTO NEI PRIMI 5 MESI

La dinamica dei flussi – Le assunzioni, riferite ai soli datori di lavoro privati, nel periodo gennaio-maggio 2018 sono aumentate del 9,8% rispetto allo stesso periodo del 2017. In crescita risultano tutte le componenti: contratti a tempo indeterminato +3,1%, contratti di apprendistato +13,7%, contratti a tempo determinato +8,4%, contratti stagionali +7,0%, contratti in somministrazione +21,5% e contratti intermittenti +8,8%.

Nei primi cinque mesi dell’anno si conferma l’aumento delle trasformazioni da tempo determinato a tempo indeterminato (+70.000), che registrano un forte incremento rispetto al periodo gennaio-maggio 2017 (+45,7%). In contrazione risultano, invece, i rapporti di apprendistato confermati alla conclusione del periodo formativo (-18,4%).

Le cessazioni nel complesso sono in aumento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (+14,3%): a crescere sono le cessazioni di tutte le tipologie di rapporti a termine, soprattutto i contratti a tempo determinato e in somministrazione, mentre diminuiscono quelle dei rapporti a tempo indeterminato (-4,1%).

La fruizione dell’incentivo esonero triennale giovani – Nei primi cinque mesi del 2018 sono stati incentivati 50.998 rapporti di lavoro con i benefici previsti dall’esonero triennale strutturale per le attivazioni di contratti a tempo indeterminato di giovani (Legge n.202 del 27/12/2017), di questi 28.174 sono riferiti ad assunzioni mentre 22.824 sono relativi a trasformazioni a tempo indeterminato. Il numero dei rapporti incentivati è pari al 6,9% del totale dei rapporti a tempo indeterminato attivati.

La variazione dei rapporti di lavoro attivi – Nel periodo gennaio-maggio 2018, nel settore privato, si registra un saldo, tra assunzioni e cessazioni, pari a +748.000, di poco inferiore a quello del corrispondente periodo del 2017 (+767.000).

Il saldo annualizzato (vale a dire la differenza tra assunzioni e cessazioni negli ultimi dodici mesi) consente di misurare la variazione tendenziale delle posizioni di lavoro.

A maggio 2018 questo saldo risulta pari a +443.000, in linea con quanto  registrato ad aprile (+447.000).
Rispetto al mese precedente migliora per il quinto mese consecutivo la variazione tendenziale dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato che rimane però ancora negativa (-39.000); risulta positiva e in aumento la variazione dei rapporti di somministrazione, di apprendistato e di quelli stagionali; per il tempo determinato e l’intermittente si registra una variazione tendenziale ancora significativamente positiva seppur in progressiva riduzione.

Il lavoro occasionale – In questa edizione dell’Osservatorio vengono pubblicati i dati relativi ai primi cinque mesi del nuovo lavoro occasionale (art. 54-bis del decreto legge n. 50/2017): il fenomeno risulta, come del resto implicito nella normativa, di dimensioni modeste.

Nei primi cinque mesi del 2018 la consistenza dei lavoratori impiegati con Contratti di Prestazione Occasionale (CPO) si è attestata tra le 15.000 e le 20.000 unità con un importo mensile lordo medio pari a circa 250 euro.

Per quanto invece attiene ai lavoratori pagati con i titoli del Libretto Famiglia (LF), a maggio 2018 si sono superati i 7.000 lavoratori impiegati con un importo mensile lordo medio pari a 350 euro.
I dati completi sono consultabili sulla home page del sito istituzionale dell’Inps (www.inps.it) nella sezione Dati e analisi/Osservatori Statistici, report dal titolo “Osservatorio sul precariato”.

Cassa integrazione – Nel mese di giugno, rileva l’Istituto nazionale di previdenza, il numero di ore di cassa integrazione complessivamente autorizzate è stato pari a 19,5 milioni, in diminuzione del 27,6% rispetto allo stesso mese del 2017 (27,0 milioni). L’Inps precisa che in data 2 giugno è stata effettuata la rilettura degli archivi, pertanto i dati pubblicati prima di tale data potrebbero aver subìto variazioni.

In particolare, rileva l’istituto, le ore di cassa integrazione ordinaria autorizzate a giugno 2018 sono state 9,8 milioni. Un anno prima, nel mese di giugno 2017, erano state 10,2 milioni: di conseguenza, la variazione tendenziale è pari a -3,5%. La variazione tendenziale è stata pari a -3,4% nel settore Industria e -3,7% nel settore Edilizia. La variazione congiunturale registra nel mese di giugno 2018 rispetto al mese precedente un decremento pari al 9,4%.

Quanto al numero di ore di cassa integrazione straordinaria autorizzate a giugno 2018 è stato pari a 9,6 milioni, di cui 5,1 milioni per solidarietà, registrando una diminuzione pari al 29,4% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, che registrava 13,6 milioni di ore autorizzate. Nel mese di giugno 2018 rispetto al mese precedente si registra una variazione congiunturale pari al -25,0%.

Infine gli interventi in deroga sono stati pari a 0,1 milioni di ore autorizzate a giugno 2018 registrando un decremento del 96,4% se raffrontati con giugno 2017, mese nel quale erano state autorizzate 3,2 milioni di ore. La variazione congiunturale registra nel mese di giugno 2018 rispetto al mese precedente un decremento pari al 47,5%.

A maggio 2018, rileva inoltre l’Inps, sono state presentate 100.075 domande di NASpI e 1.150 di DisColl. Nello stesso mese sono state inoltrate 1.049 domande di ASpI, mini ASpI, disoccupazione e mobilità, per un totale di 102.274 domande, il +4,0% rispetto al mese di maggio 2017 (98.353 domande).

Mod. 730/2018

COME FUNZIONA IL RIMBORSO

IL 7 luglio è scaduto il termine di presentazione del modello 730 ordinario, mentre chi ha adottato il modello precompilato ha ancora fino al 23 luglio per inviarlo. Con questa dichiarazione dei redditi viene effettuato un ricalcolo delle imposte Irpef dovute, al netto delle detrazioni alle quali si ha diritto. Quindi può accadere che con il ricalcolo ci si renda conto che il contribuente abbia pagato più tasse di quanto avrebbe dovuto o al contrario che ne abbia pagate meno.

Nel primo caso il contribuente beneficia di un rimborso, un vero e proprio conguaglio dell’Irpef. Per il lavoratore dipendente il credito riconosciuto sarà pagato direttamente in busta paga dal proprio datore di lavoro, mentre per il pensionato sarà l’Inps a riconoscerlo insieme all’assegno previdenziale. Quindi, per il dipendente è il datore di lavoro a porsi come sostituto d’imposta, mentre per il pensionato è l’Inps. Per i contribuenti che pur avendo diritto al rimborso Irpef sono privi di sostituto d’imposta, l’accredito avviene direttamente sul conto corrente (bisognerà indicare l’Iban all’interno del modello 730), oppure in alternativa sarà l’Agenzia delle Entrate a inviare una comunicazione al titolare del rimborso, invitandolo a presentarsi presso un ufficio postale per la riscossione del credito.

Ma quali sono i tempi per il rimborso Irpef? Naturalmente dipende dalla data in cui si invia la dichiarazione dei redditi con il modello 730/2018. Comunque i primi rimborsi Irpef per i lavoratori dipendenti arriveranno già con lo stipendio di luglio, mentre per i pensionati l’accredito è previsto con la pensione di agosto o – al più tardi – con quella di settembre.

Carlo Pareto

Tassa sui rifiuti sempre più alta. Raddoppiata in sette anni

Lavoratori Statali

BUONI PASTO, AD AGOSTO SI CAMBIA

Novità in arrivo sul fronte dei buoni pasto degli statali. Dopo la disdetta della convenzione con Qui!Group, ora si sta lavorando per risolvere la situazione prima possibile evitando di danneggiare ulteriormente i dipendenti pubblici. In particolare, “entro i primi giorni di agosto dovrebbe esserci un nuovo fornitore che erogherà i buoni pasto”, ha annunciato il ministro per la Pubblica amministrazione Giulia Bongiorno, accogliendo la notizia come “un primo significativo passo in avanti”.

Il caos sui buoni pasto è esploso dopo che la Consip ha annunciato la risoluzione della convenzione con la società Qui!Group “per reiterato, grave e rilevante inadempimento delle obbligazioni contrattuali”. Tra i disservizi contestati al fornitore la mancata spendibilità dei buoni emessi ed il mancato rimborso degli stessi alle imprese esercenti. Da qui la chiusura dell’accordo con il fornitore di Qui!Ticket correndo il rischio di lasciare migliaia di lavoratori senza buoni pasto.

Corte Costituzionale

CONGEDO STRAORDINARIO E INDENNITÀ DI MATERNITÀ

Il congedo straordinario è “neutro” ai fini del riconoscimento dell’indennità di maternità al di fuori del rapporto di lavoro. In particolare, nel calcolo del limite dei 60 giorni tra l’inizio della maternità e la fine del rapporto di lavoro – periodo massimo che può intercorrere tra i due eventi (inizio maternità e fine rapporto di lavoro) per avere diritto all’indennità – non si tiene conto degli eventuali giorni di congedo straordinario di cui la lavoratrice gestante abbia fruito per assistenza al coniuge convivente oppure a un figlio, portatori di handicap in situazione di gravità.

A stabilirlo è la sentenza n. 158/2018 della Corte costituzionale, che dichiara in parte l’illegittimità.

Pensioni Inps

I TEMPI DELLA 14ESIMA

I pagamenti della 14esima mensilità di pensione, avvenuti a luglio ammontano a circa 3.280.000, a settembre ne saranno corrisposti ulteriori 48.000.

La 14ma è stata attribuita d’ufficio dall’Inps, senza presentazione di alcuna domanda, in presenza di tutti gli elementi necessari per la verifica reddituale di ammissione al beneficio. “Tale modalità consente una forte semplificazione nell’erogazione dell’emolumento, consentendo nel contempo una maggiore tempestività” comunica l’Inps.

Per le elaborazioni d’ufficio sono utilizzati in automatico i redditi da prestazione, memorizzati nel casellario centrale dei pensionati presenti al momento della lavorazione. Per i redditi diversi, invece, spiega l’Inps, sono presi in esame quelli del 2017. In assenza delle informazioni relative all’anno scorso, per i redditi diversi da quelli da prestazione sono stati provvisoriamente utilizzati i redditi delle ultime campagne reddituali elaborate e, quindi, i redditi del 2015 e, in subordine, del 2014. È per tale ragione che la somma aggiuntiva viene corrisposta in via provvisoria e la sussistenza del diritto sarà verificata a consuntivo sulla base della dichiarazione dei redditi.

A seguito della campagna dell’Inps, volta al sollecito della presentazione delle dichiarazioni reddituali, nello scorso mese di giugno è stato, inoltre, possibile registrare i redditi 2015 trasmessi dagli interessati oltre i termini stabiliti: la disponibilità di questi dati ha consentito di effettuare un’ulteriore lavorazione d’ufficio per attribuire la 14esima a nuovi soggetti non pagati nel mese di luglio proprio per assenza di tali dichiarazioni. A settembre 2018 saranno perciò corrisposte d’ufficio ulteriori 48.000 quattordicesime: gli interessati riceveranno a breve la comunicazione. “Alle posizioni prive di notizie reddituali successive all’anno 2013 non è stato quindi possibile attribuire il beneficio. Qualora un pensionato ritenga di avere diritto al beneficio e non sia stato raggiunto da queste elaborazioni d’ufficio può presentare domanda di ricostituzione” segnala l’Inps.

A settembre 14esima per altri 48mila – A luglio l’Inps ha pagato d’ufficio 3 milioni e 280 mila quattordicesime e a settembre ne liquiderà altri 48mila a nuovi soggetti che hanno presentato in ritardo le dichiarazioni sui redditi. Lo comunica l’Istituto di previdenza spiegando che a seguito della campagna Inps lo scorso mese di giugno è stato possibile registrare i redditi 2015 trasmessi dagli interessati oltre i termini stabiliti: la disponibilità di questi dati ha consentito di effettuare un’ulteriore lavorazione d’ufficio per attribuire la 14ma.

Denunciata dottoressa

FALSE VISITE FISCALI

Visite fiscali a domicilio mai eseguite e firme false su verbali di accesso per controllo domiciliare: sono le contestazioni mosse dai finanzieri di Bergamo a una dottoressa, accusata di truffa aggravata ai danni dello Stato e di falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale in atti pubblici. Grazie a un contratto stipulato con la Direzione Provinciale dell’Inps di Bergamo, avrebbe intascato, in quattro mesi, circa 20.000 euro. Le indagini sono partite da una denuncia di un dipendente della Procura bergamasca che, rientrato al lavoro dopo un periodo di malattia, ha trovato all’interno del proprio fascicolo personale un certificato medico per una visita di controllo in realtà mai avvenuta. Sono scattati così gli accertamenti sul conto della professionista e sulla lista delle visite da lei eseguite, più di 500. In 53 casi è stato accertato che non si era recata presso l’abitazione del lavoratore malato. Una volta scoperta, la dottoressa si è dimessa dall’incarico e ora dovrà restituire oltre 20 mila euro.

Fiscalità locale

TARI RADDOPPIATA IN 7 ANNI

Sempre più alta e in continua crescita la tassa sui rifiuti pagata da cittadini e imprese: nel 2017 è arrivata, complessivamente, a 9,3 miliardi di euro con un incremento di oltre il 70% (72%) corrispondente ad un incremento complessivo di 3,9 miliardi di euro negli ultimi 7 anni nonostante una significativa riduzione nella produzione dei rifiuti. Il dato emerge dal primo monitoraggio del portale di Confcommercio che parte oggi, consultabile al sito www.osservatoriotasselocali.it, uno strumento permanente dedicato alla raccolta e all’analisi di dati e informazioni sull’intero territorio relative alla tassa rifiuti (Tari) pagata da cittadini e imprese del terziario.

Lo scenario evidenzia come costi eccessivi e ingiustificati per cittadini e imprese derivino, in particolare, da inefficienza ed eccesso di discrezionalità di molte amministrazioni locali, da una distorta applicazione dei regolamenti e dal continuo ricorso a coefficienti tariffari massimi. La tassazione crescente è doppiamente ingiustificata se si considerano i dati riguardo alla produzione totale di rifiuti che, in controtendenza, nel periodo considerato ha subito un rallentamento. Le imprese, infatti, continuano a pagare di più nonostante la produzione dei rifiuti sia decresciuta (da 32,4 mln di tonnellate del 2010 a 30,1 mln nel 2016).

In particolare, i commercianti sottolineano come per le imprese del terziario, ci siano sempre più evidenti distorsioni e divari di costo tra medesime categorie economiche a parità di condizioni e nella stessa provincia. Ad esempio, un albergo con ristorante di 1.000 mq paga 4.210 euro l’anno a San Cesario (Le) mentre ne paga 7.770 euro l’anno a Lecce; per la stessa attività in provincia di Padova si passa da 4.189 euro/anno di Abano Terme a 5.901 euro/anno del capoluogo.

L’inefficienza delle Amministrazioni locali (in media, il 62% dei Comuni capoluogo di provincia registra una spesa superiore rispetto ai propri fabbisogni) costa a cittadini e imprese 1 miliardo l’anno a causa del mancato raggiungimento degli obiettivi comunitari di raccolta differenziata (siamo al 52% contro il 65% fissato a livello europeo);

In molti casi, rileva l’osservatorio di Confcommercio, le imprese pagano costi per un servizio mai erogato (con aggravi di oltre l’80%) o per il mancato riconoscimento della stagionalità delle attività. Ad esempio, nel primo caso, a Roma, un distributore di carburante di 300 mq paga 2.667 euro mentre l’importo corretto dovrebbe essere di 446 euro; nel secondo caso, un campeggio di 5.000 mq nel Comune di Fiumicino paga 13.136 euro quando per i soli 5 mesi di attività dovrebbe pagare 5.473, oppure uno stabilimento balneare di 600 mq, nello stesso comune, paga 1.037 euro a fronte dei 432 che dovrebbe pagare.

“I dati dell’Osservatorio sono la conferma di quanto le nostre imprese siano penalizzate da costi dei servizi pubblici che continuano a crescere in modo ingiustificato – sostiene Patrizia Di Dio, membro di Giunta di Confcommercio con delega all’ambiente – Negli ultimi sette anni la sola Tari è cresciuta di quasi 4 miliardi di euro. Bisogna, dunque, applicare con più rigore il criterio dei fabbisogni e dei costi standard nel quadro di un maggiore coordinamento tra i vari livelli di governo, ma soprattutto è sempre più urgente una profonda revisione dell’intero sistema che rispetti il principio europeo ‘chi inquina paga’”.

Carlo Pareto

Lavoratori in malattia, quando gli ospedali non rilasciano il certificato Inps

Lavoratori in malattia

SENZA CERTIFICATO AL PRONTO SOCCORSO, SANZIONI INPS

Gli ospedali sempre più spesso non rilasciano il certificato di malattia per l’Inps e questo brucia giorni di ferie a pazienti che lavorano nel settore pubblico e in quello privato.

Il fenomeno che riguarda soprattutto la permanenza nei pronto soccorso (ma spesso non si certifica neanche per i ricoveri in day hospital o per esami specialistici), ha assunto dimensioni tali da costringere Maria Corongiu, il segretario della Fimmg Lazio il maggiore sindacato dei medici di medicina generale, a segnalare la situazione di vera e propria emergenza ai vertici della Regione Lazio denunciando un disservizio che crea danni ai lavoratori.

Scrive il segretario della Fimmg Lazio: “Purtroppo pervengono alla nostra organizzazione molte segnalazioni di iscritti in merito al mancato rilascio di certificazione telematica di malattia da parte del sistema ospedaliero nonché l’inesistenza o quasi della prescrizione sia essa cartacea, elettronica o dematerializzata, presso le strutture sanitarie. Nel merito della certificazione di malattia la questione appare grave perché espone il lavoratore al non riconoscimento del periodo di malattia, come giustamente sottolinea l’Inps”.

Ma c’è di più: la mancata osservanza di una norma della legge Brunetta, induce conflittualità con i pazienti che per salvare i giorni di ferie richiedono al Medico di famiglia una certificazione praticamente al buio, “ed è una cosa impossibile da effettuare perché contro legge”, sottolinea Corongiu.

L’Inps, proprio di recente ha emanato una circolare, la 1074 del 9 marzo 2018, con le istruzioni operative circa la permanenza prolungata di pazienti presso le Unità operative di Pronto Soccorso e relativa certificazione. La lettera è stata inviata alla direzione personale dell’assessorato alla Sanità ma finora non risultano ancora essere stati assunti provvedimenti per rimuovere la criticità segnalata.

Inps

LAVORATORI DIPENDENTI: GLI INDICI 2018

Sono tutti coloro che prestano la loro attività alle dipendenze di altri che si impegnano, per effetto di un contratto, in cambio di una retribuzione (stipendio), a prestare il proprio lavoro intellettuale o manuale in maniera subordinata e sotto la direzione di un soggetto detto “datore di lavoro. Costui impartisce le istruzioni al dipendente e s’impegna a fornirgli le materie prime e gli strumenti necessari allo svolgimento della prestazione lavorativa.

I lavoratori dipendenti, a fronte dell’attività prestata, percepiscono un compenso economico. Tutte le somme e i valori che i datori di lavoro erogano ai dipendenti costituiscono, sotto il profilo fiscale, redditi da lavoro dipendente e sono soggetti a tassazione secondo la disciplina dell’imposta sul reddito delle persone fisiche ( Irpef). Il reddito lordo rappresenta il salario nominalmente determinato sul quale sono calcolati i contributi previdenziali.

Secondo le modalità normate dalle attuali disposizioni vigenti in materia, il prelievo dei contributi avviene direttamente dalla busta paga: il datore di lavoro trattiene una somma dalla retribuzione per poi versarla all’Inps. Il sistema di previdenza dei lavoratori dipendenti, iscritti nel regime generale dell’Inps, è infatti finanziato attraverso una corresponsione degli oneri assicurativi rapportati, per la maggior parte delle categorie, alla reale retribuzione e, per le altre, a compensi cosiddetti convenzionali. Il contributo è per definizione “obbligatorio”, in quanto dovuto per legge, indipendentemente da eventuali accordi tra le parti. Le quote contributive da versare vengono calcolate in percentuale sugli stipendi ricevuti: una parte è a carico dell’azienda e una parte a carico del lavoratore. La retribuzione è formata da tutto ciò che il lavoratore percepisce, in denaro o in natura, al lordo di qualsiasi ritenuta. Tuttavia alcune voci sono escluse dagli emolumenti in questione e non sono pertanto soggette a gravame assicurativo come per esempio: gli assegni familiari, le somme spese per le borse di studio, gli asili nido e le colonie a favore dei familiari dei dipendenti, il trasporto collettivo del personale anche se affidato a terzi. I contributi devono essere corrisposti ogni mese dalle aziende tramite il modello di versamento unificato “F24” e sono dichiarati all’Istituto di previdenza con la denuncia mensile degli oneri contributivi “DM10”. A partire da gennaio 2005, i datori di lavoro devono trasmettere mensilmente all’Ente assicuratore in via telematica, con la denuncia “EMens”, poi sostituita dall’Uniemens, i dati retributivi riferiti ad ogni lavoratore dipendente e le informazioni necessarie al calcolo della contribuzione dovuta, all’aggiornamento delle posizioni assicurative individuali e all’eventuale erogazione delle prestazioni qualora richieste. Quanto si paga? I contributi per la pensione sono calcolati sulla retribuzione lorda del lavoratore dipendente. Nella generalità dei casi la percentuale globale è pari al 33%. Sono tuttavia previste apposite soglie da rispettare tassativamente. Vale a dire cioè la retribuzione da assumere come base per il computo dei contributi del dipendente non deve essere inferiore alla retribuzione minima stabilita da leggi, regolamenti, contratti collettivi nazionali o da accordi collettivi o contratti individuali. Di conseguenza, non possono essere versati all’Inps contributi al di sotto di determinati limiti annui stabiliti dalla legge, i cosiddetti minimali. Essi cambiano di anno in anno in base agli indici Istat di variazione del costo della vita. Per il 2018 il minimale è pari a euro 202,97 settimanali, cioè euro 10.554,44 annui. Se l’Impresa datoriale corrisponde comunque un importo inferiore, il lavoratore si vedrà ridotta l’anzianità previdenziale in misura proporzionale alla cifra versata. Al contrario, il massimale è il limite di retribuzione oltre il quale gli oneri assicurativi non sono più dovuti. Esiste solo per i lavoratori a cui si applica il sistema contributivo cioè coloro: che si sono iscritti per la prima volta all’Istituto a partire dal 1° gennaio 1996; o che, pur essendo iscritti all’Ente prima del 1996, scelgono di andare in pensione con il sistema contributivo. Anche il massimale varia di anno in anno in base agli indici Istat di variazione del costo della vita. Per il 2018 il limite massimo oltre il quale non scatta più l’obbligazione contributiva per la pensione è pari a euro 101.427,00. Per i lavoratori più anziani, il massimale influisce solo sui periodi contributivi successivi alla data in cui è stata esercitata l’opzione per il sistema contributivo.

Inps

ASSENZA A VISITA MEDICA

Come noto i lavoratori assenti per malattia hanno l’obbligo di essere reperibili negli orari delle visite fiscali. Infatti, sia i dipendenti del comparto pubblico che privato – per i quali le visite fiscali dopo la riforma Madia sono di competenza del Polo Unico Inps – devono farsi trovare al domicilio indicato nel certificato negli orari previsti, così da essere a disposizione del medico inviato dall’Istituto per l’accertamento dello stato di malattia. L’obbligo di reperibilità vale per tutti i giorni della settimana – anche nei festivi e nelle domeniche se compresi nel periodo di assenza dal lavoro – e nelle seguenti fasce orarie: 9-13 e 15-18 per il personale del pubblico impiego, 10-12 e 17-19 per quello del settore privato. Inoltre, così come disposto dal Decreto Madia, le visite fiscali possono essere anche ripetute nello stesso periodo di indisposizione. Rispettare l’obbligo di reperibilità è di fondamentale importanza per il lavoratore, poiché in caso di assenza alla visita fiscale scattano delle sanzioni severe. Nel dettaglio, in caso di mancata reperibilità, il lavoratore perde il diritto all’indennità economica di malattia per i primi 10 giorni di assenza; dal 10° giorno, in poi, invece, questa viene dimezzata. Dalla data della terza assenza alla visita di controllo non giustificata, si perde il diritto all’intera prestazione per tutto il periodo della malattia. Tuttavia il dipendente anche in caso di assenza può evitare la sanzione dimostrando, entro 15 giorni, che rientrava in uno dei casi di esenzione riconosciuti dalla legge. Ad esempio, è considerato motivo di esenzione il doversi sottoporre ad una terapia salvavita o a degli accertamenti specialistici, oppure il doversi recare in farmacia (qualora non ci sia nessuno a farlo per conto vostro). E’ opportuno ricordare, infine, che le sanzioni possono essere ancora più estreme in presenza di assenza reiterata; in relazione alla gravità del caso, difatti, il mancato rispetto in più di un’occasione dell’obbligo di reperibilità può portare al licenziamento per giusta causa del lavoratore.

Carlo Pareto

Come funziona la Naspi per chi vuole continuare a lavorare

Naspi Inps

COME FUNZIONA PER I PENSIONATI

Ci sono pensionati che per diversi motivi decidono di continuare a lavorare. Ad esempio, ce ne sono alcuni che hanno ottenuto il riconoscimento della pensione in età diciamo non molto avanzata (il che era abbastanza frequente prima dell’approvazione della Legge Fornero) e per questo hanno deciso di continuare a lavorare così da avere una rendita ulteriore a fine mese. Lavorando i pensionati continuano a corrispondere i contributi previdenziali all’Inps che in un secondo momento gli potrebbero essere utili per incrementare l’importo del trattamento pensionistico già percepito. A tal proposito ci si chiede spesso se un pensionato, che continua a lavorare in caso di licenziamento, ha diritto o meno all’indennità di disoccupazione Naspi Inps. Ricordiamo infatti che questa spetta a coloro che hanno perso il lavoro per cause indipendenti dalla loro volontà e che negli ultimi 4 anni hanno maturato almeno 13 settimane contributive (oltre ad aver lavorato per almeno 30 giorni effettivi nell’ultimo anno).

Quindi qualora il pensionato soddisfi queste condizioni potrebbe richiedere la Naspi all’Inps? La risposta purtroppo è negativa dal momento che la Legge Fornero ha stabilito che il diritto all’indennità di disoccupazione si estingue una volta raggiunti i requisiti per la pensione. Per lo stesso motivo non possono richiedere l’indennità di disoccupazione coloro che lasciano il lavoro al comimento dell’età pensionabile per il periodo che va dall’interruzione dell’attività lavorativa alla liquidazione del primo assegno previdenziale. Lo stesso vale per i Co.co.co. in pensione, ai quali non spetta la Dis-Coll. Ciò non dimeno, è importante, però, sottolineare che questo non vale per tutti i trattamenti previdenziali, ma solamente per quelli diretti come la pensione di vecchiaia e anticipata. Possono infatti richiedere la Naspi Inps, coloro che perdono il lavoro per cause indipendenti dalla loro volontà sebbene siano titolari al contempo di una pensione di reversibilità o di invalidità civile.

Previdenza

SENZA RIFORMA IN PENSIONE PIÙ TARDI

È ancora tutto da decidere il futuro delle pensioni. Il governo sta vagliando l’ipotesi di una riforma con la possibilità di introdurre fin dal 2019 una quota 100 che consenta ai lavoratori di andare in pensione al raggiungimento dei 64 anni di età con 36 di contributi.

La quota 100, infatti, è quello strumento che consente di andare in pensione una volta che la somma dell’età anagrafica e degli anni dei contributi versati dà come risultato 100. Nel caso del governo Lega-Movimento 5 Stelle, però, è stato deciso di prevedere una soglia minima anagrafica (64 anni appunto).

Solo dal 2020, invece, dovrebbe essere estesa a tutti la quota 41, lo strumento con il quale si potrà andare in pensione indipendentemente dall’età anagrafica al raggiungimento di 41 anni di contributi.

In attesa della riforma, però, i requisiti per la pensione subiranno una variazione al rialzo a partire dal 1° gennaio 2019, visto l’adeguamento con le aspettative di vita rilevate dall’Inps, aumentate di 5 mesi, stabilito dalla Legge Fornero.

Come da una nota pubblicata da Money.it, l’adeguamento porterà ad un innalzamento dei requisiti previdenziali per tutti i trattamenti oggi a disposizione per smettere di lavorare.

Nel dettaglio, per la prestazione di vecchiaia contributiva sarà richiesta un’età pari a 71 anni, oltre a 5 anni di contributi. Per la pensione di vecchiaia ordinaria, invece, l’età pensionabile è aumentata di 3 mesi, diventando così pari a 67 anni per tutti, mentre il requisito contributivo è rimasto invariato (20 anni).

Gli stessi anni di contribuzione sono richiesti anche per la pensione anticipata contributiva per cui, invece, l’età anagrafica diventa 64 anni visto l’incremento di 3 mesi.

Per quanto attiene la pensione anticipata ordinaria, invece, bisogna fare una distinzione tra uomini e donne. I primi potranno accedervi una volta maturati 43 anni e 3 mesi di contributi, mentre per le seconde basteranno 42 anni e 3 mesi. In entrambi i casi non è previsto alcun requisito anagrafico.

Da segnalarea, poi, un innalzamento di 5 mesi della quota 41 per lavoratori precoci, per i quali dal 1° gennaio 2019 saranno necessari 41 anni e 5 mesi di età per andare in quiescenza.

Infine, l’aumento delle condizioni prefigurate per il trattamento di vecchiaia comporterà anche una variazione per l’Ape Volontario, poiché questo può essere richiesto quando ci si trova a meno di 3 anni e 7 mesi dal raggiungimento dei requisiti per la pensione. Quindi, dal 1° gennaio, non si potrà accedere al prestito pensionistico con meno di 63 anni e 3 mesi di età.

Da assistenza a Welfare

PREVIDENZA: PER CASSE PRIORITÀ ESIGENZE ISCRITTI

Le casse previdenziali degli ordini professionali vanno incontro alle esigenze degli iscritti, tenendo presente anche le nuove competenze professionali. E’ quanto emerso dal dibattito ‘Assistiamoci: le nuove frontiere del welfare’, tenutosi recentemente a Milano, in occasione del Festival del lavoro, organizzato dall’ordine del Consiglio nazionale dei Consulenti del lavoro.

“Da anni -ha detto Alessandro Visparelli, presidente dell’Enpacl, Ente nazionale di previdenza e assistenza dei consulenti del lavoro- cerchiamo di mettere a disposizione dei colleghi diverse iniziative, che vanno dall’assistenza (polizza, sanitaria, integrativa) ai provvedimenti straordinari per i consulenti delle zone terremotate. Diamo, inoltre, un assegno di 6.000 euro all’anno a tutti gli orfani dei colleghi e minori di età”. “Abbiamo anche risorse destinate al welfare attivo -ha ricordato- quindi a sostegno e sviluppo della categoria, andando a finanziare iniziative per acquisto attrezzature, di cui ci facciamo carico degli interessi. L’Enpacl ha anche finanziato importanti iniziative di formazione per spingere i colleghi ad occuparsi di nuove attività professionali; quest’anno abbiamo finanziato un progetto che prevede la formazione di 500 colleghi che si occuperanno della consulenza-pianificazione previdenziale. Ma i progetti sono rivolti anche ai giovani, ad esempio, per la sicurezza sul lavoro. Stiamo poi sperimentando il passaggio degli studi professionali dagli ‘anziani’ che stanno terminando l’attività, a favore dei giovani che fanno sempre più fatica a entrare nel mondo del lavoro, con garanzia Confidi per acquistare lo studio dei colleghi. Poi l’Ente, gratuitamente, offre un contributo proporzionato al finanziamento ottenuto, pari al 12%”.

Un’attività pensionistica che punta sul welfare è anche la strada scelta dalla Cassa nazionale di previdenza e assistenza dei dottori commercialisti. “Noi -ha spiegato il presidente Walter Anedda- pensiamo ad un welfare strategico e attivo che accompagna il professionista nel momento in cui comincia la sua attività professionale, durante il suo percorso e anche nel momento in cui va in pensione. In generale, le casse possono davvero essere di supporto per chi oggi avvia l’attività professionale. Avviare un’attività professionale significa fare investimenti e, quindi, risorse che i giovani spesso non hanno a disposizione. Piano piano tutte le categorie professionali si stanno attivando per attuare strumenti validi che sono immediatamente disponibili”.

L’Enpab, la cassa di previdenza e assistenza a favore dei biologi, sta cercando di diversificare l’assistenza agli iscritti, in base alla professionalità. “Abbiamo superato -ha sottolineato, Tiziana Stallone, presidente Enpab- i 15mila iscritti, il 50% dei quali è under 50 e il 42% è nutrizionista. Abbiamo cercato di parlare la stessa lingua dei nostri iscritti, infatti siamo entrati nelle università e abbiamo accolto le loro esigenze e il desiderio di essere sempre più rappresentati nel sistema accreditato privato”.

“Abbiamo ideato la ‘work-up’ professionale -ha proseguito Stallone-: il progetto rappresenta un’altra fase di evoluzione del welfare attivo tramite l’intervento legato al sostegno e alla promozione della libera professione come necessaria condizione per un incremento dei redditi professionali e, quindi, per contributi previdenziali più consistenti, necessari per migliorare le prestazioni. La partnership nata tra Enpab e la Clinica Santa Famiglia di Roma , unica struttura in Italia mono specialistica di Ostetricia e Ginecologia che, con progetti specifici, va nella direzione del benessere”.

“La ‘work-up’ -ha affermato la presidente Stallone- dedicata a ‘Nutrizione e fertilità’, ha accolto 8 biologi liberi professionisti presso le strutture della clinica e li sosterrà in un percorso di formazione intensiva tramite l’esposizione di casi pratici e la condivisione di metodiche e protocolli di lavoro per la durata complessiva di un anno. Questo tipo di formazione mira all’acquisizione di newskills e alla formazione sul campo, un importante momento di confronto con altri professionisti. Così l’ente di previdenza dà la possibilità di accorciare la distanza tra il mondo della formazione e quello del lavoro”.

Carlo Pareto

Lavoro, il Bonus Assunzioni funziona. 14esima pensione, cosa fare se non arriva. Congedo maternità anche a disoccupate

Lavoro
IL BONUS ASSUNZIONI FUNZIONA

Vedrete, dicevano i “profeti di sventura”, ci sarà un’ondata di licenziamenti. Finito il triennio di incentivi alle assunzioni introdotti dal governo Renzi, chi ha ottenuto un lavoro verrà comodamente rispedito a casa. Vedrete, ed era tutta un’attesa di scenari apocalittici con orde di disoccupati.
L’Inps ha messo a confronto il tasso di licenziamento nell’arco dei 36 mesi relativi ai rapporti di lavoro nati nell’era jobs act. Risultato: tasso di licenziamento identico a contratti precedenti. Più flessibilità uguale più occupazione. Meno flessibilità uguale meno occupazione ha twittato Claudio Cerasa del Foglio
Lo ha scritto anche l’Inps nel suo rapporto annuale presentato recentemente dal presidente Tito Boeri: “Oltre che in generale sulla sopravvivenza dei rapporti di lavoro agevolati, si è discusso di una possibile ondata di licenziamenti sul finire del triennio incentivato con la decontribuzione 2015”. Si è discusso, eccome, ma dato che il triennio è terminato nel 2018 la domanda è d’obbligo: come è andata veramente? L’Inps ha effettuato una “verifica puntuale” per controllare “se i tassi di licenziamento siano effettivamente ‘esplosi’ alla fine del triennio agevolato”. Il confronto è tra i “rapporti attivati” nel primo trimestre 2015 e quelli del primo trimestre 2014. L’Inps ovviamente sottolinea che, per “una verifica completa con riferimento a tutte le attivazioni 2015” occorrerà attendere il 2019. In ogni caso, da questo primo raffronto, emerge che il tasso di licenziamento, nei primi 18 mesi, è inferiore nel 2015 rispetto al 2014. Mentre “si è del tutto normalizzato successivamente, senza alcuna apprezzabile anomalia di comportamento anche attorno ai 36 mesi”. “Ciò – conclude il rapporto – non significa che casi singoli di comportamenti totalmente opportunistici, finalizzati esclusivamente a ‘sfruttare’ la decontribuzione, ci possano essere e siano stati: ma se ne può negare ogni consistente rilevanza quantitativa”. Con buona pace dei “profeti di sventura”.

Previdenza
BOERI: NECESSARIA L’IMMIGRAZIONE

La domanda di lavoro immigrato “è forte” perché sono “tanti i lavori che gli italiani non vogliono più svolgere”. Domanda a cui non si può rinunciare, considerando che “in mancanza di decreti flussi con quote per colf e badanti” il numero di “lavoratori domestici extra comunitari iscritti alla gestione Inps tende inesorabilmente a ridursi” e quindi diminuisce il numero di chi versa i contributi sociali.
È quanto emerge dalla relazione presentata in Parlamento dal presidente dell’Istituto Tito Boeri, che ha ribadito le critiche sul possibile ripristino delle pensioni di anzianità previste dal governo 5S-Lega.
Immigrazione – Sul fronte migranti, “per ridurre l’immigrazione clandestina il nostro Paese ha
bisogno di aumentare quella regolare” è il ‘suggerimento’ del presidente Inps, che rileva come la “forte domanda di lavoro immigrato in Italia” si riversi di fatto “sull’immigrazione irregolare degli overstayer, di chi arriva in aereo o in macchina, non coi barconi ma coi visti turistici, e rimane in Italia a visto scaduto” alimentata “da decreti flussi del tutto irrealistici”.
Quando si pongono infatti, aggiunge Boeri, “forti restrizioni all’immigrazione regolare, aumenta
l’immigrazione clandestina e viceversa. In genere, a fronte di una riduzione del 10% dell’immigrazione regolare, quella illegale aumenta tra il 3-5%”, stima il presidente Inps, ricordando come negli Stati Uniti il boom degli illegali sia cominciato nel ’64 quando è stato chiuso il ‘Bracero program’ e come il fenomeno sia invece iniziato a calare “quando ha cominciato a essere pienamente messo in atto l’Immigration Reform and Control Act, che ha regolarizzato milioni di lavoratori messicani”.
Lavoro immigrato – La domanda di lavoro immigrato in Italia “è forte” perché, prosegue, sono “tanti i lavori per i quali non si trovano lavoratori alle condizioni che le famiglie possono permettersi nell’assistenza alle persone non-autosufficienti. Tanti i lavori che gli italiani non vogliono più svolgere”. A cominciare dai lavori domestici. “La domanda di colf e badanti delle famiglie italiane è in costante aumento alla luce anche dell’incremento tendenziale del numero di persone non-autosufficienti. Tuttavia, in mancanza di decreti flussi con quote per colf e badanti, l’ultimo nel 2011, il numero di lavoratori domestici extra-comunitari iscritti alla gestione Inps tende inesorabilmente a ridursi, non compensato (o compensato in minima parte) dall’aumento dei lavoratori comunitari o italiani che non hanno problemi coi visti. Ma non appena c’è un provvedimento di regolarizzazione del lavoro nero (come nel 2008-9 o nel 2012), il
numero di colf e badanti extracomunitarie si impenna, a dimostrazione del fatto che questi lavori
continuano a essere richiesti, ma vengono svolti senza versare i contributi sociali”

14esima sulla pensione
COSA FARE SE NON ARRIVA

Per 3,5 milioni di pensionati l’assegno della pensione di luglio è stato abbastanza pesante. Di fatto la somma “extra” della quattordicesima che è arrivata nel rateo di luglio è stata accreditata a tutti quei pensionati che hanno almeno 64 anni e un reddito complessivo fino a 2 volte il trattamento minimo previdenziale. La cifra extra che è stata accreditata con il rateo di luglio va da 336 euro a 655 euro.
Ma cosa fare se manca all’appello sull’assegno la quattordicesima? Il pensionato può fare una richiesta e quindi richiedere che venga accertata la sua posizione per chiarire i termini in cui può ricevere l’assegno. Come sottolinea il legale Celeste Collovati, che da anni segue i ricorsi sul fronte previdenziale, “può scattare un ricorso per ottenere la quattordicesima che manca all’appello.
Va sottolineato che errori di questo tipo sono abbastanza rari, ma l’Inps una volta esaminato il ricorso spesso accredita la cifra mancante”. Bisogna controllare in modo attento il cedolino e verificare i requisiti per accedere alla cifra “extra”. Infine va sottolineato, come ricorda la Spi Cgil, che il numero più elevato di quattordicesime è stato accreditato in Lombardia con 470mila assegni, in Sicilia con 327mila assegni, in Campania con 313mila assegni e infine in Veneto con circa 300mila assegni.

Previdenza
CONGEDO DI MATERNITÀ ANCHE PER LE DISOCCUPATE

Se si decide di dare le dimissioni una volta scoperto di essere incinta non si perde il diritto al congedo di maternità, che è l’indennità sostitutiva riconosciuta dall’Inps nei 5 mesi in cui la lavoratrice è obbligata ad assentarsi dal lavoro.
Il congedo di maternità, infatti, spetta anche alle lavoratrici che risultano essere disoccupate o sospese, purché soddisfino determinati requisiti.
Nel dettaglio, per percepire l’indennità sostitutiva Inps per 5 mesi (nei 2 precedenti al parto e nei 3 successivi) è necessario che dalla sospensione del lavoro e l’inizio del congedo non siano trascorsi più di 60 giorni. Qualora siano trascorsi più di 60 giorni, l’indennità di maternità sarà corrisposta solo nel caso in cui la donna risulti essere allo stesso tempo titolare della Naspi (indennità di disoccupazione), che viene sospesa per tutti i 5 mesi. Ricordiamo infatti che per le dimissioni motivate da maternità (quindi quelle presentate dal 1° giorno in cui si viene a conoscenza del proprio stato al compimento del 1° anno di età del figlio) viene riconosciuta la giusta causa e, quindi, si mantiene il diritto alla Naspi.
Se, invece, il congedo ha inizio dopo questa data e non è stata riconosciuta la Naspi, allora l’indennità di maternità spetta solo se questo periodo è inferiore ai 180 giorni e negli ultimi 2 anni ci siano almeno 26 contributi settimanali versati. A tutte queste lavoratrici, quindi, nei 5 mesi coperti dal congedo di maternità, l’Inps riconosce un’indennità sostitutiva pari all’80% della retribuzione precedentemente percepita.

Carlo Pareto

Lavoro, rispuntano i voucher

Inps

CENSIMENTO 2017 LAVORATORI DOMESTICI

Nel 2017 i lavoratori domestici contribuenti all’Inps sono stati 864.526, con un decremento del’1% rispetto al 2016. Una più ampia diminuzione, spiega una nota dell’Ente, si è rilevata nel 2014 (-5,2%) e nel 2013 rispetto al 2012 (-5,1%), anno in cui si è registrato un forte aumento del numero di lavoratori per effetto della sanatoria riguardante i lavoratori extracomunitari irregolari.

Guardando all’identikit del lavoratore domestico in Italia, continua la nota dell’Inps, si nota una prevalenza di femmine, in crescita, che ha raggiunto nel 2017 il valore massimo degli ultimi sei anni, pari all’88,3 per cento. Tuttavia il fenomeno della regolarizzazione (anno 2012) interessa maggiormente i lavoratori di sesso maschile. I lavoratori sono per la maggior parte stranieri (il 73,1% del totale). Ma mentre per i lavoratori italiani si riscontra un andamento crescente, pari a +6,9% nel 2017, i lavoratori stranieri sono calati del 3,6% in confronto al 2016. L’Europa dell’Est è la zona geografica da cui proviene quasi la metà dei lavoratori stranieri, pari al 43,8 per cento. Guardando alla distribuzione del totale dei lavoratori nelle varie aree geografiche, nel 2017 il Nord-Ovest fa la parte del leone con il 29,7%; fanalino di coda sono le Isole col 9,3 per cento. La regione che svetta per maggior numero di lavoratori domestici è la Lombardia, con 156.092 lavoratori pari al 18,1%, seguita da Lazio (14,9%), Emilia Romagna (8,8%) e Toscana (8,6%). In queste quattro regioni si concentra più della metà dei lavoratori domestici in Italia.

Inps

A MAGGIO CASSA INTEGRAZIONE IN CALO

maggio il numero di ore di cassa integrazione complessivamente autorizzate è stato pari a 23,9 milioni, in calo del 39% rispetto allo stesso mese del 2017 (39,1 milioni). Lo rende noto l’Inps in un comunicato.

Le ore di cassa integrazione ordinaria autorizzate a maggio 2018 sono state 10,83 milioni: un anno prima, nel mese di maggio 2017, erano state 10,78 mln : di conseguenza, la variazione tendenziale è pari a +0,5%. In particolare, la variazione tendenziale è stata pari a -11,2% nel settore Industria e +28,4% nel settore Edilizia.

La variazione congiunturale registra a maggio rispetto al mese precedente un incremento pari al 19,4%. A maggio il numero di ore di cassa integrazione straordinaria autorizzate è stato pari a 12,8 mln, di cui 7,7 mln per solidarietà, registrando un calo del 52,4% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, che registrava 26,9 milioni di ore autorizzate. A maggio rispetto al mese precedente si registra una variazione congiunturale pari al +27,7%.

Gli interventi in deroga sono stati pari a 0,2 mln di ore autorizzate a maggio, in flessione dell’84,2% se raffrontati con maggio 2017, mese nel quale erano state autorizzate 1,4 milioni di ore. La variazione congiunturale registra a maggio rispetto al mese precedente un decremento pari al 29,3%.

Quanto alle domande di disoccupazione, ad aprile 2018 sono state presentate 118.361 richieste di NASpI e 1.150 di DisColl. Nello stesso mese sono state inoltrate 1.876 domande di ASpI, miniASpI, disoccupazione e mobilità, per un totale di 121.387 istanze, il 14,9% in più rispetto al mese di aprile 2017 (105.631domande).

Dati lavoro occasionale – Nei primi quattro mesi del 2018 la consistenza dei lavoratori impiegati con Contratti di Prestazione Occasionale (CPO), si è attestata tra le 15.000 e le 19.000 unità con un importo mensile lordo medio pari a circa 253 euro. E’ quanto emerge dai dati dell’Osservatorio sul precariato diffuso recentemente dall’Inps sottolineando che “il fenomeno risulta, come del resto implicito nella normativa, di dimensioni modeste”. Per quanto invece attiene ai lavoratori pagati con i titoli del Libretto Famiglia (LF), ad aprile 2018 si sono superati i 6.000 lavoratori impiegati con un importo mensile lordo medio pari a 325 euro.

Lavoro

RISPUNTANO I VOUCHER

“I voucher sono stati ipocritamente cancellati per una scelta politica, ma in alcuni settori sono fondamentali e vanno reintrodotti”. Non ha dubbi il ministro dell’Interno Matteo Salvini, che parlando recentemente al Festival del Lavoro a Milano, ha fatto rispuntare l’ipotesi di un ritorno ai buoni lavoro. Parole che hanno trovato il plauso del ministro delle Politiche Agricole Gian Marco Centinaio, il quale si è detto pronto a reintrodurre i voucher in agricoltura, come peraltro previsto nel contratto di governo.

A commentare positivamente la proposta è stata anche la Coldiretti secondo la quale con i voucher “circa 50mila posti di lavoro occasionali possono essere recuperati con trasparenza nelle attività stagionali in campagna dove con l’estate sono iniziate le attività di raccolta e presto ci sarà la vendemmia”. Secondo il presidente della Coldiretti, Roberto Monclavo si tratta infatti di una decisione importante, “fortemente sostenuta dalla Coldiretti dopo che la riforma ha di fatto praticamente azzerato questa opportunità in agricoltura per integrare il reddito delle categorie più deboli ma anche per avvicinare al mondo dell’agricoltura giovani studenti o mantenere attivi anziani pensionati”.

Il voucher – o buono lavoro – , come strumento di retribuzione del lavoro occasionale è stato introdotto nel 2003 dal secondo governo Berlusconi. Ogni voucher aveva un valore di 10, 20 e 50 euro. Tramite la procedura telematica sul sito dell’Inps, il committente poteva acquistare i buoni lavoro in diverse modalità: pagamento online, modello F24 Elide o bollettino postale. Per il lavoratore il tetto dell’importo era di 7mila euro.

I ‘vecchi’ voucher sono stati aboliti lo scorso anno dal governo Gentiloni e poi riformulati con il decreto legge 50, convertito dalla legge 96/2017 che distingue tra utilizzo non professionale (libretto famiglia, da usare ad esempio per colf e badanti) e utilizzo professionale (tramite il contratto di prestazione occasionale). Inoltre è stato introdotto un tetto unico ai compensi da 5 mila euro, ma il lavoratore non può ricevere più di 2.500 euro l’anno dal medesimo datore di lavoro.

Inail

NEL 2017 MENO MORTI MA NEL 2018 +3,7% NEI PRIMI 5 MESI

E’ stata recentemente presentata la relazione annuale dell’Inail: nel 2017 nuovo minimo morti sul lavoro: 617, il 58% dei quali ‘in itinere’ ovvero nei percorsi casa-lavoro. Nei primi cinque mesi del 2018, invece, secondo gli ‘open data’ dell’Istituto, sono arrivate all’Inail 389 denunce di infortunio mortale con un aumento del 3,7% rispetto allo stesso periodo del 2017 (14 casi in più).

Inail: 617 morti accertate sul lavoro nel 2017, nuovo minimo

Nel 2017 sono state accertate al momento 617 morti sul lavoro (il 58% fuori dall’azienda) a fronte delle 1.112 denunce arrivate. Se anche i 34 casi ancora in istruttoria risultassero tutti riconosciuti sul lavoro si arriverebbe a 651 morti con un calo del 2,8% (rispetto ai 670 del 2016) al minimo storico dal 1951. Lo si legge nella Relazione annuale dell’Inail. Le denunce di infortunio sono state 641.000 in linea con il 2016 e ne sono state riconosciute sul lavoro 417.000 di cui il 19% fuori dall’azienda. Gli infortuni sul lavoro hanno causato circa 11 milioni di giornate di inabilità con costo a carico dell’Inail: in media 85 giorni per infortuni che hanno provocato menomazione e circa 21 giorni in assenza di menomazione. Le denunce di malattie professionali nell’anno sono state 58.000, circa 2.200 in meno rispetto al 2016 ma in aumento del 25% rispetto al 2012. Il 65% delle denunce riguarda patologie del sistema osteomuscolare. A fine anno erano in essere 726.000 rendite per inabilità permanente e ai superstiti (-2,56% sul 2016).

La maggioranza degli incidenti mortali sul lavoro è sulla strada. Su 617 incidenti mortali accertati 450 sono stati “in occasione di lavoro” e 167 in itinere, ma tra quelli riconosciuti in occasione di lavoro (e quindi durante le ore di lavoro e non nel tragitto per arrivare o tornare dall’ufficio o dalla fabbrica) 193 sono stati “con mezzo di trasporto” e 257 senza mezzo di trasporto. Per i morti in occasione di lavoro ma senza mezzo di trasporto si è registrato un calo del 16,5% sul 2016 e del 27,8% sul 2015. Questi dati – ha spiegato il presidente dell’Inail – Massimo De Felice sono importanti perché “intervenire sulle fonti di rischio esterno è diverso da farlo su quelle di rischio interno. I meccanismo di sicurezza non sono un costo e non devono essere considerati dai lavoratori evitabili sulla base dell’esperienza”. Per l’industria e i servizi gli infortuni mortali sono stati 532 (152 dei quali in itinere) mentre nell’agricoltura sono stati 74 (8 in itinere) e 11 per conto dello Stato (7 in itinere). La grande maggioranza dei morti accertati sul lavoro erano italiani (514) mentre 33 provenivano da altri paesi dell’Unione e 70 erano extracomunitari. Quasi la metà degli infortuni mortali accertati (287, il 46,5%) ha riguardato persone con più di 50 anni. Tra questi 55 morti hanno riguardato persone con più di 65 anni.

Inail: 389 denunce infortuni mortali primi 5 mesi (+3,7%)

Nei primi cinque mesi del 2018 sono arrivate all’Inail 389 denunce di infortunio mortale con un aumento del 3,7% rispetto allo stesso periodo del 2017 (14 casi in più). E’ stato reso noto alla Relazione annuale dall’Inail che sottolinea come l’aumento riguardi solo i casi avvenuti in itinere, ovvero nel tragitto di andata e ritorno tra l’abitazione e il posto di lavoro (passati da 104 a 118), mentre per quelli occorsi “in occasione di lavoro” le denunce sono state 271 in entrambi i periodi.

Inail: auspicio per ‘rating sicurezza’, algoritmo per imprese

Occorre “poter definire uno standard pubblico (un algoritmo) per assegnare alle imprese (che vogliano) un ‘rating in sicurezza’. Ci sono esperienze in proposito, da prendere a esempio e sviluppare”. E’ questo “l’auspicio” espresso dal presidente dell’Inail, Massimo De Felice, in occasione della relazione annuale 2017. Oggi, ha poi aggiunto De Felice, “la prevenzione contro i rischi, già impegnativi nei processi di lavoro tradizionali, diventa problema più arduo nel controllo delle nuove ‘forme di lavoro’ (il ‘crowd working, il ‘lavoro su piattaforma’, lo ‘smart working’)”. E’ quindi “viva l’esigenza di regolamenti per ben definire la tutela assicurativa: dovendo individuare, in particolare, il confine tra lavoro subordinato, collaborazione continuata e continuativa etero-organizzata, lavoro autonomo”. Il presidente dell’Inail ha poi constatato come comunque continui “l’impegno delle imprese nell’attività di mitigazione dei rischi negli ambienti di lavoro”, tanto che nel 2017 “si sono avute circa 27 mila istanze di riduzione del tasso di tariffa per meriti di prevenzione (documentate con interventi effettuati nel 2016), con una riduzione di premi versati di circa 198 milioni di euro”. Sempre in tema di prevenzione, oltre alla vigilanza esterna, svolta dagli ispettori, resta, ha sottolineato De Felice, “essenziale” promuovere anche quella ‘interna’, ovvero quella “svolta da lavoratori, datori di lavoro e parti sociali”.

Carlo Pareto

Quota 100 aumenta spesa, più pensioni e meno lavoratori. La nuova carta dei diritti Rider

Boeri (Inps) al Festival del Lavoro
QUOTA CENTO AUMENTA SPESA, PIÙ PENSIONATI E MENO LAVORATORI
Quota 100 per il sistema delle pensioni “aumenta di molto la spesa pensionistica, ha effetti destinati a trascinarsi nel tempo e peggiora il rapporto tra pensionati e lavoratori”. Lo ha detto il presidente dell’Inps, Tito Boeri, al Festival del Lavoro a Milano sull’impatto della proposta di riforma delle pensioni con ‘quota 100’. “Avremo un milione di pensionati in più come effetto di queste misure, ma avremo anche meno lavoratori perché aumenterebbero le tasse sul prelievo pensionistico”, ha spiegato. “Secondo le stime più recenti del Fmi, attualmente abbiamo due pensionati per ogni tre lavoratori, nel giro di venti anni avremo un lavoratore per ogni pensionato”, ha precisato. Boeri è quindi intervenuto sul possibile taglio alle pensioni d’oro: “Ragionare sul fatto che queste aree di privilegio possano essere ridotte è meritorio”, ma “bisogna intervenire sopra un importo e noi parlavamo da 5mila euro in su”. Boeri ha spiegato che per alcune categorie, “come per i politici, che queste regole se le erano dati da soli, c’erano delle deviazioni significative”. Gli interventi che il governo potrebbe attuare sono necessari, ha avvertito, “nel momento in cui c’è un debito pubblico molto alto e si vuole abbassare la pressione fiscale sul lavoro per rilanciare l’economia”.
Un’altra questione è rappresentata dai migranti. Un azzeramento dei flussi migratori è un problema “serissimo”, ha messo in guardia, per il sistema pensionistico italiano. “Avere più immigrati regolari ci permetterebbe fin da subito di avere dei significativi flussi contributivi di ingresso nel nostro mercato del lavoro”, ha detto il presidente dell’Inps. “Gli scenari più preoccupanti per quanto riguarda la nostra spesa pensionistica futura sono quelli che prevedono una forte riduzione dei flussi migratori. Questa riduzione è in atto e i flussi cominciano a non essere più sufficienti per compensare il calo della popolazione autoctona”, ha spiegato Boeri. Le proiezioni demografiche, ha chiarito, “ci dicono che anche nel giro di pochi anni, se i flussi dovessero ridursi ulteriormente o addirittura azzerarsi, perderemmo città intere di popolazione italiana”. Un problema “molto serio per il nostro sistema pensionistico, che è in grado di adeguarsi all’allungamento della vita media ma non al fatto che diminuiscono le coorti di contribuenti”, ha ribadito. La classe dirigente, ha rimarcato, “deve spiegare questo problema, che è un problema demografico dell’immediato”. Il presidente dell’Inps ha sottolineato che, “volenti o nolenti, l’immigrazione è qualcosa che può darci il modo per gestire questa difficile transizione demografica: se gli italiani ricominciano a fare figli, cosa che tutti auspichiamo, ci vorranno vent’anni prima che i nuovi nati inizino a pagare i contributi”.
Infine, Boeri ha toccato il tema dei vitalizi: “Secondo le nostre stime, con una serie di interventi sui vitalizi dei parlamentari e dei consiglieri regionali si potevano ottenere anche fino a 200 milioni di euro, che non sono niente a cospetto del nostro debito pubblico ma sono cifre importanti. Con la situazione del nostro debito pubblico dobbiamo stare attenti ai milioni ed è giusto fare così”. Un intervento “simbolico non vuol dire secondario: i simboli contano tantissimo e chi chiede dei sacrifici alle famiglie deve dare il buon esempio”, ha spiegato.

Pensioni
BOERI, CALO MIGRANTI PROBLEMA SERISSIMO
Un azzeramento dei flussi migratori è un problema “serissimo” per il sistema pensionistico italiano. “Avere più immigrati regolari ci permetterebbe fin da subito di avere dei significativi flussi contributivi di ingresso nel nostro mercato del lavoro”. Lo ha detto presidente dell’Inps, Tito Boeri, al Festival del Lavoro a Milano. “Gli scenari più preoccupanti per quanto riguarda la nostra spesa pensionistica futura sono quelli che prevedono una forte riduzione dei flussi migratori. Questa riduzione è in atto e i flussi cominciano a non essere più sufficienti per compensare il calo della popolazione autoctona”, ha spiegato Boeri.
Le proiezioni demografiche “ci dicono che anche nel giro di pochi anni, se i flussi dovessero ridursi ulteriormente o addirittura azzerarsi, perderemmo città intere di popolazione italiana”. Un problema “molto serio per il nostro sistema pensionistico, che è in grado di adeguarsi all’allungamento della vita media ma non al fatto che diminuiscono le coorti di contribuenti”. La classe dirigente “deve spiegare questo problema, che è un problema demografico dell’immediato”.
Il presidente dell’Inps ha sottolineato che, “volenti o nolenti, l’immigrazione è qualcosa che può darci il modo per gestire questa difficile transizione demografica. Se gli italiani ricominciano a fare figli, cosa che tutti auspichiamo, ci vorranno vent’anni prima che i nuovi nati inizino a pagare i contributi”.
La replica di Salvini – A stretto giro la replica del vicepremier e ministro dell’Interno, Matteo Salvini, che ha così commentato: “Secondo Boeri, presidente dell’Inps, la ‘riduzione dei flussi migratori’ è preoccupante, perché sono gli immigrati a pagare le pensioni degli italiani…..E la legge Fornero non si tocca. Ma basta!!!”.
Pensioni d’oro – Boeri ha poi commentato il possibile taglio da parte del governo delle pensioni d’oro. “Ragionare sul fatto che queste aree di privilegio possano essere ridotte è meritorio”, ha detto, ma “bisogna intervenire sopra un importo e noi parlavamo da 5mila euro in su”.
Quota 100 – Quanto all’impatto della proposta di riforma delle pensioni con ‘quota 100’, Boeri ha evidenziato che quota 100 per il sistema delle pensioni “aumenta di molto la spesa pensionistica, ha effetti destinati a trascinarsi nel tempo e peggiora il rapporto tra pensionati e lavoratori”. “Avremo un milione di pensionati in più come effetto di queste misure, ma avremo anche meno lavoratori perché aumenterebbero le tasse sul prelievo pensionistico – ha spiegato – Secondo le stime più recenti del Fmi, attualmente abbiamo due pensionati per ogni tre lavoratori, nel giro di venti anni avremo un lavoratore per ogni pensionato”.
Vitalizi – Boeri ha parlato anche dei vitalizi. “Secondo le nostre stime, con una serie di interventi sui vitalizi dei parlamentari e dei consiglieri regionali si potevano ottenere anche fino a 200 milioni di euro, che non sono niente a cospetto del nostro debito pubblico ma sono cifre importanti – ha detto il presidente dell’Inps – Con la situazione del nostro debito pubblico dobbiamo stare attenti ai milioni ed è giusto fare così”. Un intervento “simbolico non vuol dire secondario. I simboli contano tantissimo e chi chiede dei sacrifici alle famiglie deve dare il buon esempio”, ha concluso.

Paga ore e contributi
CARTA DIRITTI RIDER
Paga oraria con, in più, “un quid legato alle prestazioni”, pagamento dei contributi Inps e Inail e cancellazione degli algoritmi di reputazione. Sono alcuni dei contenuti della Carta per i riders preparata da Foodora in vista dell’incontro con il ministro del lavoro, Luigi Di Maio, il 2 luglio. L’ha annunciata l’amministratore delegato di Foodora, Gianluca Cocco, al Festival del Lavoro, a Milano. La Carta, ha spiegato, è già stata firmata da altre realtà del settore.
“Questo business – ha poi aggiunto – si basa molo sulla flessibilità, che permette ai rider di decidere quando, se lavorare e se accettare la consegna”. A fine maggio a Bologna era stato messo sul tavolo il primo accordo metropolitano in Europa sui temi della gig economy, la ‘Carta dei diritti fondamentali dei lavoratori digitali nel contesto urbano’, firmata però solo da due piccole realtà (Sgnam e Mymenu), i giganti del delivery come Just Eat, Glovo, Deliveroo e Foodora non avevano aderito aspettando un confronto a livello nazionale.

Stipendi
BOLZANO AL TOP, RAGUSA ULTIMA
A Bolzano i lavoratori dipendenti hanno la busta paga più ‘pesante’ del Paese, nel 2018: il salario medio è pari a “1.500 euro”, in crescita rispetto ai 1.476 dell’ultima rilevazione. A seguire Varese (con 1.459 euro, rispetto ai 1.471 del 2017) e Bologna con 1.446 euro (1.424 l’anno prima). Lo si legge nel Rapporto 2018 sulle province italiane dell’Osservatorio dei consulenti del lavoro. Male il Sud: ultima Ragusa “con 1.059 euro” (1.070 nel 2017), e la prima provincia con stipendi medi più alti è al 56° posto dove, con 1.288 euro, c’è Benevento.
Analizzando il ‘gap’ di genere più elevato sul fronte delle buste paga dei dipendenti, i consulenti del lavoro osservano che lo si riscontra in provincia di Ancona (-9,7%), mentre quello più basso è in provincia di Viterbo (-40,4%). In generale, inoltre, senza distinzione fra uomini e donne, si scopre che nel 2018 lo stipendio del lavoratore siciliano è “inferiore del 30% (441 euro) rispetto a quello del collega di Bolzano”.

Carlo Pareto