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Carlo_u

Decrescita e cultura della sostenibilità

Tasse-ambiente-fiscoRegistro da qualche tempo, anche dalle “nostre parti” socialiste, la tendenza ad opporsi all’attuale Governo attraverso la critica alla teoria della “Decrescita”. Sulla base della mia formazione culturale e della mia antica e rettilinea appartenenza politica, mi sento in dovere di provare a chiarire. Intorno alla teoria della “Decrescita” si è articolato e tuttora insiste un particolare groviglio interpretativo, oscillante tra il terminologico ed il concettuale. Se interpretiamo il termine letteralmente, dobbiamo necessariamente giungere al significato di uscita dalla crescita. Tuttavia l’uscita dalla crescita può essere colta letteralmente, ovvero in termini traslati, in chiave concettuale, come uscita dalla“cultura” della crescita. D’altra parte in termini convenzionali il “decrescere” indica una crescita negativa, tuttavia, con l’ausilio della matematica, la crescita negativa può essere assoluta, in ordine all’aritmetica, o relativa, in ordine all’analisi matematica, laddove nel “punto di flesso” va complessivamente a rappresentare una diversa crescita, “ridimensionata”. L’esempio della “funzione di produzione”, non a caso, unendo economia a rappresentazione geometrico-analitica, ci viene in soccorso. Bene, nel recinto di tale impostazione il dibattito sulla “Decrescita” si avvita sia sul piano oggettivo, sia non marginalmente sul piano politico-strumentale. Evidentemente, dunque, per giungere ad ulteriori chiarificazioni occorre penetrare i contenuti che la suesposta teoria intende rappresentare. Non c’è dubbio che la autentica “Decrescita” nasca nell’ambito di una riflessione da tempo insorta circa il rapporto tra uomo e natura. In particolare, in direzione del più specifico e sostanziale rapporto tra l’ecologia e l’economia. Ora, e lo sosteniamo in modo martellante, che l’attuale epoca, a causa delle degenerazioni della modernità tecnocratica ed economicistica, sia contrassegnata dalla centralità della tematica ambientale, montagne di scritti e fiumi di prove sono a dimostrarlo. D’altro canto , per un versol’antropocentrismo illuministico, con il suo mito del progresso, manifesta tutti i suoi limiti storico-culturali, per altro verso la fede tecnocratica si scontra con i vari e noti “effetti rebound” per cui, proprio in rapporto all’utilizzo delle risorse, l’introduzione di una nuova tecnologia spesso si accompagna ad un aumento della produzione e del consumo, così vanificando il risparmio dovuto all’efficienza. Ciononostante la politica, l’etica, l’economia, stentano a prenderne atto, non ancora rimodulandosi come dovrebbero. In tale contesto la “Decrescita”, prima con Nicholas Georgescu-Roegen, poi con Serge Latouche, via via si afferma, introducendosi con i presupposti della sua fondatezza così come con le espressioni della sua ambiguità. Nel caso originario di Nicholas Georgescu-Roegen, ancorandosi alla inoppugnabilericonduzione dell’uomo e delle sue attività nel contesto naturale, si avanzò la tesi di rimodulazione dell’economia classica alla luce delle dinamiche naturali, nello specifico in considerazione della seconda legge della termodinamica. In sostanza in ogni processo produttivo si trasforma parte dell’energia disponibile in energia indisponibile. Di qui la limitatezza delle risorse. Nel caso di SergeLatouche, in modo più complesso ed articolato, si è dato vita ad un impianto più complessivamente sociologico, se non “sociologistico”, avanzando una proposta politico-culturale densa di verità e di corrispettive ambiguità. In termini di “Decrescita”,dunque, da una parte l’approccio naturalistico di Georgescu-Roegen, con la sua “bioeconomia”, dall’altra l’approcciosostanzialmente “sociologistico” di Serge Latouche. Le otto “R” di Latouche, la “Rivalutazione” come esigenza di nuovi valori, la “Riconcettualizzazione” come nuove categorie, la “Ristrutturazione” come nuovo modello di sviluppo, la “Ridistribuzione” come esigenza sociale, la “Rilocalizzazione”come valorizzazione territoriale, la “Riduzione, il Riuso, il Riciclo” come modello circolare, sono in linea di principio profondamente condivisibili. Tuttavia il loro approfondimento specifico, sistematizzato nell’organica proposta della “Decrescita”, illumina ambiguità e conseguenti criticità di difficile superamento. In prima battuta, sulla base dell’assunto concetto marxiano secondo cui la crescita è l’essenza del capitalismo, proporre l’uscita dalla crescita significa riproporre l’uscita dal capitalismo. Ciò, naturalmente, introduce nell’impianto di Latouche un carattere non trascurabilmente ideologico, non estraneo alle precedenti appartenenze ed alle specifiche ispirazionidello stesso autore. Ancor più profondamente esignificativamente, ponendosi Latouche l’obiettivo non di superare il “neocapitalismo” ma il capitalismo tout court, ne radicalizza l’offensiva sul terreno dei fondamenti, parlando addirittura di uscita dallo sviluppo e dalla economia. L’uscita dalla economia, in particolare, si basa sulla definizione di “invenzione” dell’economia stessa, nella concezione della sostanziale innaturalità dei concetti di crescita, produzione, sviluppo, scambio, consumo. Siamo al punto. Tutto ciò urta con radicali acquisizioni, tanto filosoficamente fondanti, quanto scientificamente determinate. Il concetto di “physis”, di natura,  con la sua radice “phyo”, “genero”, “creo”, e con il suo originario prefisso di “phos”, di luce nel senso di “venire alla luce”, è appunto  consustanziale al concetto di crescita, produzione, originariamente in rapporto innanzitutto alla crescita delle piante.D’altra parte Martin Heidegger, come “filosofo della tecnica”definisce quest’ultima come “poiesis”, produzione, tuttavia deviata in “provocazione”, mentre la “physis” resta “poiesis”, appunto produzione, in senso più alto. Al di là comunque di tali fondamenti, ancorchè ineludibili, sul terreno naturalistico ed evoluzionistico, tempio del concetto di sviluppo, è Ernst Haeckel, introduttore del termine “ecologia” a definire questa tematica come lo studio della “economia della natura”. Ecco allora che se la natura si identifica con la crescita, l’evoluzione con lo sviluppo,l’ecologia esprime le naturali dinamiche di produzione, consumo e scambio. Di qui il significato di “economia della natura”. A questo punto il cuore della questione che stiamo trattando risiede nel trasformare, o “Ritrasformare”, forse la “R” mancante a Latouche, l’economia in termini di “ecologia dell’uomo”. Ciò, naturalmente, in un’ottica non deterministica, sociobiologica, né scientificamente riduzionistica né filosoficamente riduttivistica, in direzione di un aggiornato “naturalismo umanistico” sorretto e filtrato da quella dimensione etica che esprime la cifra culturalequale specifica caratterizzazione naturale dell’uomo. E’ questo il concetto chiave capace di includere le otto “R” di Latouchenell’alveo di una loro imprescindibilità,  conducendo l’intero impianto verso la giusta prospettiva di un nuovo modello di sviluppo inscritto in un nuovo rapporto tra uomo e natura, con il supporto fondamentale di un’etica, naturale e razionale,dell’equilibrio e dell’armonia, della misura e del limite. Viceversaalla luce delle “sovrastrutture” ideologiche, di stampo “neosociologistico”, maggiormente concentrate a destrutturare sociologicamente categorie economiche, piuttosto che riconvertirle in chiave “naturalistica”, ci si perde, quantomeno, inprofonde ambiguità, nella estrema difficoltà a stabilire, tornando alla premessa, se l’obiettivo della teoria in oggetto sia quello di contrastare la “cultura” della crescita, in senso quantitativo, oppure i concetti di crescita, sviluppo, scambio, consumo, in sé e per sè. Il tema complessivo, tuttavia, resta di storica centralità, di primarietà politica, su cui la “Sinistra” può e deve ricostruirsi. In particolare tra le verità-ambiguità della “Decrescita” e le distorsioni dello “Sviluppismo”, c’è un mare da esplorare e navigare. Evidentemente, in forza delle argomentazioni suesposte, non si tratta di tornare a respingere un modello economico dalle enormi, crescenti distorsioni, ancorchè fino ad ora non sopravanzato dall’affermazione di una concreta alternativa, si tratta di indirizzarsi verso l’elaborazione di una sintesi avanzata,incarnata da un nuovo modello inscritto nelle dinamiche naturali.Per ciò che ci riguarda l’Ecosocialismo di questo mare rappresenta la nostra isola, l’approdo evolutivo dell’autentico socialismo liberale, la nuova frontiera neoriformistica, in grado di inserire tra “Decrescita” e “ Sviluppismo” la cultura della “Sostenibilità”, ancor meglio della “Compatibilità”, con le sue auree categorie della “rinnovabilità” e “circolarità”. Una proposta in condizione di equilibrare l’economia al tempo stesso rilanciandola, superando“dialetticamente” un paradigma inequivocabilmente foriero di insostenibili squilibri sociali ed ambientali.

Carlo Ubertini

La natura delle cose. Il destino ecosocialista

Torno sul mio “cavallo di battaglia”: l’ecosocialismo.
Dopo aver elaborato la teoria, con soddisfacente accoglimento anche su testi accademici, mai come in questo periodo ho assistito al prorompere di una sua “verifica sperimentale”.
-Pecorella-BerlusconiLa nostra fenomenologia esistenziale appare interamente e costitutivamente attraversata da centrali emergenze ambientali.
Tra disastri sismici e sconvolgimenti climatici, radicali squilibri idrici e “polverizzazioni” ecosistemiche, fino alle fluttuazioni antropiche, prevalentemente dettate dal rapporto tra individui e risorse, domani prevedibilmente moltiplicate da cause climatiche, tutto sembra muovere in una direzione ben definita.
Terra, aria ed acqua, per non parlare del “fuoco”, reclamano la loro centralità, predisponendo nuove dinamiche sociali, sollecitando nuove categorie interpretative, atte a forgiare nuovi stili di vita ed a costruire nuovi modelli di sviluppo.
In quest’ottica l’ecosocialismo appare approdo fatale, puntellato sul piano teorico ma corroborato anche su quello empirico, proteso verso l’aggiornamento ideale della sinistra politica, attraverso l’emblema del passaggio evolutivo “dalla coscienza di classe alla coscienza di specie”.
A tal proposito Lucio Colletti, all’indirizzo del pensiero filosofico prevalente degli ultimi due secoli, ebbe a teorizzare una “sostituzione nel concetto di realtà”.
Con ciò ravvisò, in modo sconcertante, che non si trovò più ad esistere prima la realtà naturale, astronomica, terrestre, su cui si è sviluppata la vita e quindi l’uomo con la sua storia, bensì, capovolgendo i termini, solo la realtà umano-divina, che tutto comprende, da cui tutto discende, a cui tutto è orientato.
A questo punto urge il recupero del senso della realtà ed il “nostro” socialismo, figlio naturale del positivismo evoluzionistico, su questo terreno non rischia di avere disorientamenti.
D’altra parte sul piano dell’evoluzione del pensiero marxista, risalta un importante percorso altamente funzionale al ragionamento introdotto.
Nella cosiddetta epoca postmoderna, il marxismo imbocca la via estetico-esistenzialistica che da Ernst Bloch alla Scuola di Francoforte, da Andrè Gorz a James O’Connor disegna i contorni di un ecomarxismo.
In sostanza anche l’ottica di un tracciato storico-politico sembra indicare la riproposizione duale della sinistra radicale e riformista, questa volta sul terreno ecopolitico.
Ora l’evidenza fattuale ci segnala la centralità della natura sulle nostre dinamiche esistenziali, indicando nella storia naturale la variabile indipendente rispetto alla storia umana.
La categoria della specie prevale su quella della classe, a suggellare contestualmente tanto l’acquisita caratterizzazione liberale del socialismo, quanto il moderno rilancio dell’ideale socialista.
Dopo l’assunzione della felice formula dei “meriti e bisogni”, emerge la necessità sostanziale del bisogno di un merito.
La missione politica del secolo è quella climatica, che per natura tutto comprende e tutto condiziona.
Si impone oggi, in ossequio alla loro unità di fondo, una riconversione ecologica dell’economia, che manifesti nelle coordinate della circolarità e della territorialità la propria dimensione.
Solo un’economia che si avvalga dei cicli e si inserisca nei cicli della natura, con uno sviluppo che si articoli nella “ecodiversità”, nella specificità dei territori, possono rappresentare l’antidoto alla crisi strutturale, eco-sociale, del modello lineare attuale, crescita-consumo-spreco, determinando così l’unico strumento di razionalizzazione delle risorse al fine di poterle redistribuire.
Al tempo stesso solo attraverso questa nuova impostazione è possibile inserirsi propositivamente nella diade politologica del nostro tempo, caratterizzata dal confronto tra ”globalisti” e “sovranisti” e foriera in concreto di continue spinte “centripete”, contrastanti i teorici propositi “centrifughi”.
La ricetta che va avanzata è quella di un sano “territorialismo”, in grado di esaltare le irriproducibili identità territoriali, avvalendosi delle opportunità della irreversibile globalizzazione.
Esclusivamente in questa direzione ritengo possa rilanciarsi la prospettiva del socialismo, ridando anima ad una decrepita e confusa sinistra, drammaticamente divisa tra vecchie categorie ed il nulla.
Solo così, infine, è possibile parlare alle nuove generazioni, calamitate in casa nostra dalla destra e dal movimento “cinque stelle”, il quale non può continuare ad essere identificato come un riferimento esclusivamente di malcontento.
Tale movimento esprime in fondo il senso di una politica ecologica ed una ecologia della politica, in sostanza etica ed ecologia che nel profondo etimo greco, congiuntamente all’economia, non casualmente convergono.

Carlo Ubertini

Conflitto di Potenze

Al fianco di azioni immediate, sospinte dalla forza di un’impetuosa solidarietà, il recente, devastante, evento sismico sollecita interrogativi fondamentali che personalmente identifico nell’ambito di un “conflitto di potenze”.
In tali drammatiche occasioni si ripropone una radicale domanda di senso, nella triangolazione manifestata dalla pre-potenza della natura, l’impotenza dell’uomo e la minata onnipotenza di Dio.
Le certezze della nostra tradizione culturale, sul fondativo rapporto tra la natura, l’uomo e Dio, appaiono sgretolarsi insieme agli altri “costrutti” dell’umana creatività.
Gli sforzi che nel tempo l’uomo ha cercato di produrre nella ricerca di un senso del mondo, in tali circostanze manifestano la loro inappellabile inconsistenza.
Ciononostante, laddove l’estrema vanità del tutto sembra sospingere la disperazione umana verso il proprio apogeo, una sottile lama di luce universale, in grado cioè di unificare convincimenti laici e religiosi, affiora al cospetto della coscienza individuale, reclamando un’attenzione particolare.
Al di là dell’antica disputa tra finalismo e meccanicismo naturale, al di là della suprema questione di Dio, le naturali facoltà conoscitive e morali dell’uomo possono rappresentare lo snodo centrale.
La capacità di capire e quindi di prevenire i fenomeni naturali, di cogliere la base del senso dell’esistenza nell’adattamento e nel sapersi armonizzare con la natura, la volontà e la responsabilità di agire in questa direzione, fanno dell’uomo lo strumento di riequilibrio della suesposta triangolazione.
Solo nell’alveo di una dinamica “coevolutiva” è possibile contenere la potenza della natura, così ridimensionando l’impotenza dell’uomo e, suo tramite, rilanciando l’idea dell’onnipotenza di Dio.
La laica coscienza razionale e morale dell’uomo, scintilla divina per la nostra tradizione religiosa, rappresenta l’unica via di “salvezza”, individuando nella potenza della politica l’unico, esclusivo, universale approdo cui giungere.
Tuttavia, alla luce delle attuali categorie della politica, quanto esposto presuppone il verificarsi di un autentico terremoto culturale, in grado di spostare l’epicentro politico sul terreno dell’ambiente e del territorio, prefigurando nuovi stili di vita e nuovi modelli di sviluppo, salvando l’uomo, difendendo la natura e costruendo nuove economie e nuova occupazione.
In sostanza un autentico cambio di paradigma, che il “mio” ecosocialismo ha identificato nel passaggio epocale dalla “coscienza di classe” alla “coscienza di specie”.
Dalla nostra terribile dimensione di precarietà geologica in termini di rischio sismico, alla grande, stravolgente, condizione dei cambiamenti climatici, con la connessa problematicità del dissesto idrogeologico, la polis viene ricondotta alla physis e, da questa, deve trarre nuove coordinate e rinnovato slancio per affrontare l’attuale epoca.
Oggi, nella “custodia del territorio” si manifestano propositi comuni, si ravvisano ampie opportunità e si rintracciano fondamenti universali.

Nei suoi articoli di fondo del “post-terremoto”, il Direttore dell’Avanti ha tracciato per il Partito Socialista precisi percorsi riflettenti le linee indicate, così incaricandosi di inoculare i germi di un nuovo corso, di un nuovo spazio e di nuove motivazioni per tutti i socialisti.
Sarebbe imperdonabile se gli attuali dirigenti socialisti non traducessero in atti concreti le indicazioni ricevute, rischiando di disorientarsi nella penombra dell’attuale posizione.

Carlo Ubertini