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Carmelo Musumeci

Salvatore Riina: il Mostro di “Cosa Nostra” (e Vostra)

In questi giorni si è parlato molto della (improbabile) scarcerazione, per motivi di salute, di Salvatore Riina e la maggioranza politica e popolare del nostro Paese si è scandalizzata. Ma la Storia è piena di maggioranze che hanno sbagliato. A mio parere, essere in molti non significa di per sé che si abbia ragione.

Ciò che ho letto in proposito mi ha fatto amaramente riflettere:
Riina deve restare in carcere perché dentro viene curato meglio.
Io preferirei essere curato male ma ricevere conforto, una carezza e assistenza dai familiari.

Riina deve rimanere in carcere perché è ancora il capo di Cosa Nostra.
Forse molti non sanno che nella malavita (come in politica) fermato un capo c’è già un altro in attesa, che prende subito il suo posto.

Riina non si è mai pentito. Quando mi hanno arrestato, tanti e tanti anni fa, alcune persone mi dicevano: Se ti penti esci dal carcere, rivedi la tua famiglia, riprendi a vivere e vieni stipendiato. Se sei bravo e se dici di sapere molto e lo dici un poco alla volta, il tuo stipendio aumenterà, viaggerai, conoscerai città nuove e nuove nazioni. Se chi accusi è innocente, è sfortunato e spacciato, se è colpevole è solo spacciato. Un grande illuminato, quasi due secoli fa, scriveva che era motivo di vergogna per uno Stato chiedere aiuto, per scoprire dei delitti, a chi li aveva commessi. Chi riesce a vedere nei pentiti e nei collaboratori di oggi il pentimento dell’Innominato del Manzoni? Pentimento che fuoriesce dalla tristezza e dall’abiura morale? Il pentimento che nasce da un sofferto esame interiore? L’urlo della coscienza? Il graffio del rimorso? L’umiltà del peccatore? Tracce di riscatto morale? La testa in giù per il mal prodotto? Dov’è tutto ciò nei pentiti di oggi?

Riina non ha mai preso coscienza del male che ha fatto.
Credo che sia molto difficile che questo avvenga da solo, ad una persona murata viva in una cella, sottoposto al regime di tortura del 41 bis. In fondo la rieducazione del condannato, sancita dall’art.27 della nostra Costituzione, andrebbe garantita, almeno come tentativo, a tutti, anche ai più “cattivi e colpevoli per sempre”.

Dopo tanti anni di carcere l’ergastolano diventa ancor più mostro, senza più ricordi e senza più passato. Il pensiero che un giorno potrebbe uscire, ma che forse non potrebbe mai uscire, non dà pace, né di giorno né di notte. E non c’è tortura più dolorosa dell’incertezza sulla propria sorte. Il dubbio sul proprio destino procura più dolore di qualsiasi altro male. Il carcere duro, in questo strano Paese, viene usato solo come luogo dove si invecchia e si muore. E l’ergastolo senza scampo trasforma la giustizia in vendetta e violenza, perché la morte ti ruba solo la vita ma la pena perpetua ti ruba l’amore, la speranza, il futuro. Ti ammazza lasciandoti vivo.

Spesso i criminali uccidono senza odio, lo Stato invece uccide pian pianino, un po’ tutti i giorni, con odio e vendetta, e lo fa, dice, per fare giustizia. Una speranza, o una morte dignitosa, andrebbe data a tutti, anche ai mostri, almeno perché questi non creino culturalmente altri mostri.

L’ergastolo e il carcere duro non sono dei deterrenti, anzi producono e aggiungono altro male e non spaventano neppure i terroristi, perché costoro la morte se la danno da soli.

È vero, il mostro Riina non ha avuto pietà e umanità per le sue vittime, ma questo credo non sia una buona ragione perché lo Stato faccia altrettanto.

Io credo che le vittime innocenti prodotte da Riina si rivolterebbero nella tomba se la Giustizia lo lasciasse andare all’inferno senza aver fatto nulla per tentare di farlo pentire interiormente.

Penso che il carcere debba servire a fermare il male, ma subito dopo deve fare il bene della persona, per farle uscire il senso di colpa dei crimini commessi, perchè questo è il dolore più grande ed è quello che fa più paura, anche ai mostri. Solo così la giustizia potrà funzionare.

Da alcuni mesi esco al mattino e rientro in carcere alla sera, svolgendo, come volontario, servizio di sostegno scolastico e in attività socio-ricreative a bambini e adulti portatori di handicap. Ho iniziato a sentirmi colpevole e a rendermi conto del male fatto solo adesso che la società ha smesso di considerarmi cattivo e colpevole per sempre. E se questo è successo a me, potrebbe capitare anche ad altri mostri.

Carmelo Musumeci
Pressenza

Non è consentito avere in cella più di tre libri

Lettera aperta ai Giudici della Corte Costituzionale

Signori Giudici, ventisei anni di carcere mi hanno insegnato che prima di scrivere bisogna leggere. E dopo bisogna tentare di riflettere con la mente e con il cuore. Subito dopo però bisogna avere il coraggio di scrivere quello che si pensa.
È quello che ho deciso di fare adesso: non sono assolutamente d’accordo con voi che avete deciso di ritenere corretta la norma che consente all’amministrazione penitenziaria di vietare ai detenuti sottoposti al regime di tortura del 41 bis di ricevere libri e riviste dall’esterno. In questo modo, il “fine giustifica i mezzi” e, secondo voi, questo divieto consente di prevenire contatti del detenuto con l’organizzazione criminale di provenienza. A mio parere però con questa decisione avete fatto un “favore” alla mafia perché non avere tenuto conto che i libri potrebbero aiutare a sconfiggere l’anti-cultura mafiosa.

Signori Giudici, credo che pensiate in questo modo perché leggete poco, forse perché non avete tempo. Io, invece, in questi 26 anni di carcere, ho letto moltissimo. Potrei affermare che sono sempre stato con un libro in mano. E sono convinto che senza libri non ce l’avrei potuta fare.
Mi sono fatto la convinzione che noi siamo anche quello che leggiamo e, soprattutto, quello che non leggiamo. Vi confido che nei libri ho vissuto la vita che non ho potuto vivere: ho sofferto, ho pianto, ho amato, sono stato amato, sono cresciuto, sono stato felice ed infelice nello stesso tempo. E sono morto e vissuto tante volte.
Una volta, una giornalista mi ha chiesto qual era il libro che mi era piaciuto più di tutti. Mi è stato difficile rispondere, perché i libri sono un po’ come i figli: si amano tutti, perché tutti ti danno qualcosa. Alla fine ho detto che mi è piaciuto molto il libro “Il Signore degli anelli” perché molti prigionieri sono un po’ come i bambini. E per vivere meglio si immaginano di vivere in mezzo a boschi e palazzi incantati, fra meraviglie o incantesimi. Mi ha entusiasmato anche il libro “Il rosso e nero” di Stendhal perché mi ha insegnato che l’amore è fatto di amore. Poi ho citato il libro “Delitto e castigo” di Fëdor Michailovic Dostoevskij perché mi ha insegnato come si sconta la propria pena e che la vita è fatta di errore, se no non sarebbe vita. Infine, ho elencato i libri di Hermann Hesse, fra cui “Siddharta” e “Il Lupo della steppa”, perché mi hanno insegnato che quello che penso io lo pensano anche gli altri… a parte forse voi.

Signori Giudici, permettetemi di affermare che nei libri non ci sono dei nemici. Anzi, essi aiutano a frugare meglio dentro se stessi. Solo gli sciocchi hanno paura dei libri. Per la prossima volta che dovrete prendere delle importanti decisioni, vi consiglio di leggere prima un buon libro, come facevano i padri della nostra Carta Costituzionale che il carcere lo conoscevano bene, perché sotto il regime fascista vi hanno trascorso molti anni della loro vita.
I libri sono stati la mia luce in tutti questi anni di buio, mi hanno anche aiutato a continuare a lottare e a stare al mondo perché, come scrive Elvio Fassone (ex magistrato e componente del Consiglio della magistratura, oltre che Senatore della Repubblica), nel suo libro “Fine pena: ora”: “Certe volte una pagina, una frase, una parola smuove delle pietre pesanti sul nostro scantinato”.
Fin dall’inizio della mia lunga carcerazione ho iniziato a leggere, all’inizio con la testa e alla fine con il cuore. L’ho fatto prima per rimanere umano, dopo per sopravvivere, alla fine per vivere. Credetemi non è stato facile leggere in carcere quando ero sottoposto al regime di tortura del 41 bis o nei circuiti punitivi e d’isolamento, perché spesso, per ritorsione, mi impedivano persino di avere libri o una penna per scrivere. E in certi casi mi lasciavano il libro, ma mi levavano la copertina.
Penso che ci dovrebbe essere una buona legge per “condannare” i detenuti a tenere più libri in cella e, forse, anche una norma per obbligare i giudici della Corte Costituzionale a leggere di più.

Carmelo Musumeci

State muti e rimanete nell’ombra

Ha fatto clamore l’iniziativa del partito Radicale di organizzare un congresso in carcere a Rebibbia dall’1 al 3 settembre invitando numerosi ergastolani sparsi nelle nostre Patrie Galere.
Apriti cielo! C’è stato un secco “no” del Ministro della Giustizia. E non per il congresso in carcere, ma per l’eventuale presenza di ergastolani provenienti da altri istituti di pena. Le dichiarazioni forcaiole e scomposte di alcuni noti personaggi che ho letto riguardo a questa iniziativa del partito Radicale mi hanno fatto pensare che certa ferocia politica non è meno crudele di quella mafiosa. E credo che anche i mass media che le riportano con tanto clamore siano fomentatori della paura che serpeggia tra la gente.
Io non sono uno degli ergastolani invitati al congresso e spero che nessuno si offenda se dico la mia. A me, sinceramente, sarebbe piaciuto di più andare alla celebrazione funebre di Alessandro Margara, scomparso di recente, piuttosto che al congresso dei Radicali perché ho letto che alla messa in chiesa in memoria di questo grande magistrato di sorveglianza hanno parlato in quattro: la magistrata di sorveglianza Antonietta Fiorillo, il magistrato di sorveglianza Franco Maisto, il garante regionale Franco Corleone e l’ex ministro della giustizia Giovanni Maria Flick. Purtroppo, però, non c’era nessun prigioniero o ex detenuto in rappresentanza della popolazione carceraria. E ho pensato che sarebbe stato bello se ci fosse stato lo spazio di tre minuti per un detenuto, perché l’uomo Margara aveva dedicato tutta la sua vita non ai magistrati e ai garanti, bensì ai prigionieri. Ma questa però è un’altra storia.
Sarebbe stata costruttiva e positiva la presenza di ergastolani al congresso di un partito che si dedica da anni a portare la legalità, la costituzione e la giustizia in carcere (e questo anche in memoria di Marco Pannella). Molti di questi ergastolani che avevano dato la loro disponibilità ad essere presenti li conosco da anni, alcuni da quando ero sottoposto al regime di tortura del 41 bis. Molti di loro hanno dato segni di ravvedimento, inconfutabili, studiando e mettendo in discussione il loro passato. Ritengo che sarebbe dovuta essere una buona notizia per il sistema penitenziario sapere che questi “uomini nuovi” abbiano deciso di uscire dall’omertà, dalla cultura mafiosa e dall’ombra parlando e confrontandosi pubblicamente.
In questa polemica, con tutta sincerità, vedo tanta ipocrisia perché mentre ci viene chiesto di essere bravi, buoni, pacifici, moderati, ragionevoli e capaci di ravvedimento, in realtà vengono attuate delle scelte che spingono a rimanere culturalmente mafiosi. A volte penso che la sconfitta della mafia faccia paura non tanto ai mafiosi, ma a quelli (non tutti) che fanno finta di combatterla. Le mie sono parole forti, ma non ne trovo altre perché vedo che quando un uomo ce la mette tutta per cambiare e migliorarsi gli viene costantemente rinfacciato il proprio passato, condannandolo così ad essere bollato come cattivo e colpevole per sempre. Penso che in carcere possa uscire il meglio o il peggio dell’essere umano; peccato che, nella maggioranza dei casi, alcune persone lavorano per fare uscire il peggio. Faccio tanti auguri al partito Radicale per il congresso e mi dispiace che si sia persa un’occasione per sconfiggere la cultura mafiosa e per ricordare all’opinione pubblica che in Italia esiste la Pena di Morte Viva, ben diversa, ma non meno crudele di quella di morte che vogliono ristabilire in Turchia. Un sorriso fra le sbarre.

Carmelo Musumeci

Diario di un ergastolano

Roverto Cobertera di nuovo
in sciopero della fame

Sembra incredibile che la stragrande maggioranza dei detenuti si dichiari innocente e qualcuno storce il naso. Eppure, i dati e i numeri ci confermano che molte delle persone che vengono arrestate, in seguito sono ritenute innocenti.
Si può essere condannati e mandati in carcere per tanti motivi: per scelte di vita sbagliate, per difetti caratteriali, per cattiveria, per sopravvivenza, per amore, per ignoranza, per solidarietà, per ingiustizia sociale, per depressione, e per tante altre cose che abitano l’animo umano.

Roverto è stato condannato un po’ per tutti questi motivi, ma è anche vittima lui stesso di un errore giudiziario: egli si è sempre dichiarato innocente dell’omicidio per cui è stato condannato all’ergastolo.
E per dimostrarlo è disposto a lasciarsi morire di fame.
Dopo la ritrattazione del suo accusatore, reo confesso di quell’omicidio, ha iniziato diversi digiuni, che gli sono costati un paio di ricoveri in ospedale.
Da diversi mesi, i suoi legali hanno presentato la richiesta di revisione del processo, ma se i tempi della giustizia italiani sono lunghi quando ti condannano, lo sono ancora di più quando devono ammettere che si sono sbagliati.
L’altro giorno, durante l’ora d’aria, ho incontrato Roverto, molto segnato nel fisico da questo nuovo sciopero della fame.
Nei suoi occhi ho visto la tristezza, la sofferenza, la disperazione e la rabbia perché i giudici non gli hanno ancora fissato l’udienza per decidere la revisione del suo processo.
Mi ha confidato che non vuole più continuare a vivere da colpevole, ma vuole morire da innocente.
Ho tentato di convincerlo che è troppo presto per morire.
Lui ha sorriso.
E ha scrollato la testa.
Poi mi ha risposto che, probabilmente, è troppo tardi per non farlo.
A mia volta, mi sono chiesto: che posso fare per Roverto Cobertera?
Credo di poter fare ben poco.
Forse, però, potete fare qualcosa voi del mondo libero.

E lancio un appello alla società civile per indirizzare al Presidente della Corte d’Assise d’Appello di Brescia un’email a questo indirizzo ca.brescia@giustizia.it o una cartolina a questo indirizzo postale Via Lattanzio Gambara, 40 -25121 Brescia, con scritto:

“Si sollecita pronuncia su richiesta di revisione per Roverto Cobertera”.

Grazie a tutti quelli che si attiveranno per fare sentire fuori e dentro la voce di Roverto, perché lui non ne ha più.
Un sorriso fra le sbarre.

Carmelo Musumeci

Fine pena:
quando non è più necessaria

– Lei non è abbastanza arrendevole, a quanto mi hanno detto. – Chi gliel’ha detto? – chiese K. (…) – Non mi chieda nomi, per favore, e corregga piuttosto il suo errore, non sia più così rigido, contro questo tribunale difendersi non si può, bisogna confessare. Faccia la sua confessione, appena può. Solo dopo se la potrà cavare, solo dopo. (Franz Kafka, Il processo)

Ho letto un articolo di Ferdinando Camon pubblicato su “La Nuova Venezia” di mercoledì 13 aprile che mi ha fatto comprendere che sono un ergastolano senza scampo anche quando scrivo. L’autore di questo articolo mi rimprovera: “C’è un ergastolano a vita nel Veneto, Carmelo Musumeci, che scrive email, libri, e tempesta il mondo di messaggi: vuole uscire.” Premesso che credo sia normale che un prigioniero cerchi di uscire, in tutti i casi io lotto soprattutto per sapere quando finirà la mia pena. E penso di non fare nulla di male se invio dalle sbarre della mia cella pensieri, emozioni e sogni. La cosa incredibile è che in questi venticinque anni di carcere in molti mi hanno chiesto di “farmi la galera” e di smettere di scrivere e di ululare alla luna. E me lo hanno chiesto sia le persone perbene sia molti uomini di Stato e anche alcuni mafiosi di spessore che mi hanno fatto sospettare che la pena dell’ergastolo serva anche a loro per non fare uscire dalle loro organizzazioni, fisicamente e culturalmente, i giovani ergastolani (perché lo dovrebbero fare se non hanno più nessun futuro?).
Gentile signor Camon, Le confido che alcune sue parole mi hanno profondamente ferito e riportato indietro di molti anni. Mi hanno fatto capire che mi devo rassegnare perché, nonostante tutti i miei sforzi, per alcuni rimarrò sempre l’uomo del reato e, se ho capito bene, secondo Lei non dovrei scrivere se non iniziando a parlare dei miei reati. A parte il fatto che ho sempre condannato le mie scelte passate devianti e criminali attraverso quanto ho scritto nei miei libri, nelle mie tesi di laurea e in tutti i mie contributi scritti, non credo che quando si parla della “Pena di Morte Viva” (o “mascherata” come la chiama papa Francesco) sia essenziale parlare delle proprie vicende giudiziarie. In tutti i casi, la mia storia giudiziaria è semplice; lo dice la motivazione della Corte d’Assise che mi ha condannato alla pena dell’ergastolo e che, nonostante la grande distanza fra verità vera e processuale, ha stabilito: “In un regolamento di conti il Musumeci Carmelo è stato colpito da sei pallottole a bruciapelo, salvatosi per miracolo, in seguito si è vendicato”. In molti casi come il mio non ci sono né vittime, né carnefici, né innocenti, né colpevoli, perché sia i vivi che i morti si sentivano in guerra. E quando ci si sente in guerra, al processo non ci si difende, si sta zitti e ci si affida alla Dea bendata. Non si maledice la buona o la cattiva sorte, anche se si pensa spesso che i morti siano stati più fortunati dei vivi se i vivi sono stati condannati all’ergastolo.

Lei mi rimprovera anche di non avere mai collaborato e di non avere usato la giustizia per uscire dal carcere, ma io credo che un detenuto dovrebbe uscire dal carcere perché lo merita e non perché ci metta un altro al posto suo. In tutti i casi non credo sia una colpa grave accettare la propria condanna, giusta o sbagliata che sia. Inoltre, dopo venticinque anni di carcere, che cosa potrei dire o aggiungere a quello che i giudici hanno già stabilito nelle loro sentenze?
Penso che sia quasi impossibile rieducare una persona senza amarla, perdonarla e senza dirle quando finirà la sua pena. Tenere un uomo vivo dentro quattro mura, anche quando non è più necessario, senza neppure la compassione di ucciderlo è un assassinio peggiore di quello per cui alcuni di noi sono stati condannati. Mi creda, l’ergastolo ostativo alla lunga ti mangia l’anima, il cuore e a volte anche l’amore, perché la vita senza una promessa di libertà non è una vita. Ci basterebbe un fine pena e poi potreste pure non farci più uscire perché che senso ha tenere in vita una persona se il suo ritorno alla società è impossibile? E come si fa a cambiare se non hai più futuro? Diciamoci la verità: la pena dell’ergastolo ostativo non è un deterrente, come non lo è la pena di morte negli Stati Uniti e in tanti altri Paesi in cui è praticata. Sono fortemente convinto che non ci sono ergastolani cattivi solo perché non collaborano con la giustizia: mi creda, in molti casi la motivazione non è l’omertà ma motivi familiari (tutelare i propri congiunti) o personali. Penso che la pena dell’ergastolo non potrà mai essere giusta per nessuno, neppure per l’ergastolano che non s’è “convertito”. Persino nella Francia rivoluzionaria, l’assemblea Costituente mantenne la pena capitale ma vietò le pene perpetue: fu così che nel codice penale del 28 settembre 1791 la pena più grave dopo la morte fu la pena di ventiquattro anni.
Credo che per non fare il male bisogna conoscere il bene e, purtroppo, molti di noi hanno conosciuto solo il male. Ricordo che da bambino, quando la mia povera nonna mi portava nella piazzetta del paese e vedeva un uomo con la divisa, poteva essere anche un vigile, mi sussurrava “Stai attento… quello è l’uomo nero.” Come potevo non crederle? Con questo però non cerco attenuanti perché sì, è vero, sotto un certo punto di vista sono nato colpevole, ma poi ho deciso io stesso di diventarlo. Adesso mi auguro solo di poter avere la possibilità di rimediare al male che ho fatto facendo del bene, perché la vera pena s’inizia a scontare fuori e quando sei cambiato. Sono anche convinto che non c’è miglior “vendetta” per la società che rendere migliori le persone, perché se si cambia ci si rende conto del male fatto e solo allora può emergere il senso di colpa. E il senso di colpa è la più terribile delle pene, peggiore del carcere e dell’ergastolo senza scampo. Per fortuna (o sfortuna) molti non lo sanno e preferiscono solo tenerci in carcere e buttare via le chiavi.

Gentile signor Ferdinando, le ho risposto non certo con l’intento di farle cambiare idea, ma solo con lo scopo di metterle qualche dubbio.
Buona vita. Un sorriso fra le sbarre.

Carmelo Musumeci

La tortura delle torture: l’isolamento diurno degli ergastolani

Al colpevole di più delitti, ciascuno dei quali importa la pena dell’ergastolo, si applica la detta pena con l’isolamento diurno da sei mesi a tre anni. (Articolo 72 Codice Penale)

Da qualche tempo si parla dell’introduzione nel codice penale italiano del reato di tortura e anche dell’abolizione della pena dell’ergastolo, questo soprattutto grazie alle parole di Papa Francesco, che l’ha definita “Pena di Morte Nascosta”.

Si comincia finalmente anche a parlare dei particolari regimi carcerari a cui sono sottoposti molti detenuti da decenni. Nessuno però parla mai, o ne parla troppo poco, della crudeltà dell’isolamento diurno a cui vengono sottoposti gli ergastolani quando le loro sentenze diventano definitive.

Lo voglio fare adesso io, ricordando quando ero sottoposto al regime di tortura del 41 bis, nel lontano 1995 nel carcere dell’isola dell’Asinara, e mi applicarono la sanzione penale dell’isolamento diurno della durata di diciotto mesi.

Molti prigionieri soffrono in silenzio e non amano raccontare il loro dolore, io lo scrivo per combatterlo meglio.

Un giorno un brigadiere e due guardie mi vennero a prendere nella mia cella, che dividevo con altri tre compagni. Mi portarono nell’apposita sezione per applicarmi l’isolamento diurno. Mi ricordo che la cella puzzava di urina. C’erano ragnatele negli angoli delle pareti, escrementi di topo ovunque sparsi sul pavimento. La porta della cella era sbarrata da un cancello arrugginito e da uno spesso portone di ferro grigiastro, con uno spioncino per passare il cibo. Potevo fare una sola ora d’aria al giorno dentro un cortile circondato da pareti di cemento e con una spessa rete metallica sopra la testa. Talmente fitta che i raggi del sole facevano fatica a penetrare e la pioggia a toccare il suolo. Ricordo che c’era un silenzio da cimitero, gli unici rumori che sentivo erano quelli degli scarponi delle guardie che, quando si ricordavano che c’ero, passavano per controllare s’ero vivo o morto.

Passarono settimane e mesi. Tentavo di dormire tutto il giorno e tutta la notte, perché quando ero sveglio pensavo, se pensavo ricordavo e se ricordavo la mia mente andava a quando ero un uomo libero e felice con la mia compagna e i miei figli.

Poiché avevo anche la censura della corrispondenza, per un certo periodo non mi passarono le lettere da casa. E mi sentii solo e abbandonato, dalla mia famiglia, dall’umanità e pure da Dio. Neppure Lui in quel periodo si degnava mai di rispondermi, solo adesso mi è venuto il dubbio che forse non l’ha fatto perché in quel tempo non avrei mai tentato di ascoltarlo.

Mi ricordo che in me non c’era più nulla. E avevo perso la cognizione del tempo. Ad un certo punto per non impazzire incominciai a parlare da solo per tenermi compagnia. E il mio cuore iniziò a costruirsi castelli di sabbia virtuali, d’amore con la mia compagna e con i miei figli, per proteggere la mia mente. Per dieci mesi smisi persino di andare all’aria. E quando, dopo un anno e sei mesi d’isolamento diurno, mi spalancarono il blindato e il cancello per portarmi in compagnia, mi sembrò che mi stavano facendo uscire da una tomba.

Ora, con l’introduzione del nuovo regolamento del 30 giugno 2000 (n.230) è previsto che “L’isolamento diurno nei confronti dei condannati all’ergastolo non esclude l’ammissione degli stessi alle attività lavorative, nonché di istruzione e formazione diverse dai normali corsi scolastici, e alle funzioni religiose” ma grande è sempre la differenza tra i diritti dichiarati e quelli applicati nelle carceri italiani. E purtroppo la maggioranza degli ergastolani continuano a scontare la sanzione penale dell’isolamento diurno come cadaveri sepolti vivi.

Carmelo Musumeci
Carcere di Padova 2015
www.carmelomusumeci.com

Il carcere è duro, ma il dopo
è peggio

Un compagno che è uscito dopo tanti anni di carcere mi ha scritto queste parole che mi hanno fatto riflettere: “Carmelo il carcere è duro, ma quello che viene dopo è ancora più duro.” (diario di un ergastolano)

Il Ministro degli interni, Angelino Alfano, rispondendo a una domanda sulla proposta di amnistia lanciata da Papa Francesco per umanizzare le carceri e la pena, ha risposto: “Dobbiamo fare in modo che le carceri siano luoghi di rieducazione, ma chi è condannato resti in carcere fino all’ultimo giorno. E se i posti non bastano ne costruiamo di altri. Il Santo Padre fa il pastore di anime, io come Ministro dell’Interno non posso non ricordare che dietro ogni condannato c’è almeno una vittima a cui lo Stato deve rispetto”.

È vero! Personalmente ritengo che è giusto pagare. Ma mi chiedo: perché solo con il carcere? E che se ne fanno le vittime della sofferenza dei prigionieri? Non credo che  saperli in carcere li faccia stare meglio.

Vorrei ricordare, invece, che chi accede alle misure alternative alla detenzione ritorna meno in carcere, rispetto ai detenuti che scontano la pena “fino all’ultimo giorno” la percentuale di recidiva è molto più bassa. Forse gli unici che ci guadagnano con l’insistenza sul carcere duro e col disinteresse verso le forme di pena alternativa sono alcuni politici, che sfruttano e usano il dolore delle vittime dei reati per cercare voti e consensi elettorali.

 Signor Ministro, mi permetto di ricordarLe che, a parte gli ergastolani, tutte le persone detenute nelle nostre carceri prima o poi finiranno di scontare la loro pena e dovranno essere rilasciate. E credo che sarebbe meglio per loro (e anche per la società) che uscissero migliori di quando sono entrati. Questo può accadere solo se i detenuti vengono trattati con umanità, dando loro  la possibilità di dare una svolta alla loro vita. Penso che tenere una persona in carcere per scontare la propria pena e saldare il  proprio debito con la società sia giusto. Ma ad un certo punto, dopo diversi anni trascorsi dentro, la pena non sia più necessaria, non sia più manifestazione di giustizia, ma solo di un’inutile e cattiva vendetta. E questa può diventare anche un crimine peggiore di quello che il detenuto ha commesso.

Inoltre, poi, i dati statistici dicono che le persone in carcere, specialmente nelle nostre democratiche e civili “Patrie Galere”, non migliorano ma diventano ancor più criminali di quando sono entrate. Credo che non ci saranno mai abbastanza carceri per rinchiudere tutti “fino a fine pena” e che, anzi, i carceri diventino spesso “promotori” di mentalità criminale, anziché di rinnovata coscienza e di responsabilità verso la società.

Carmelo Musumeci
Carcere di Padova, settembre 2015
www.carmelomusumeci.com

 

La risposta al carcere italiano,
in un mese sei detenuti suicidi

Si potrebbe dire che d’estate i mass media vanno in vacanza ed è difficile trovare notizie interessanti e solo i funerali coloriti con la musica di un noto film attirano l’attenzione di politici, funzionari di Stato, giornali e televisione. E il dramma che sei detenuti si sono tolti la vita in un mese nelle nostre “civili” e “democratiche” galere non interessa a nessuno. Il nostro è veramente uno strano paese se ci s’indigna di più per un funerale in stile zingaresco o “mafioso” (per chi non conosce la mafia) o alla Totò (sembra che quella carrozza la usasse il noto attore nei suoi film e feste) che per la morte di sei persone nelle mani dello Stato.
L’altro giorno una guardia che legge i miei articoli in rete mi ha detto che non gli piace come e quello che scrivo perché parlo sempre male di loro e del carcere. Gli ho sorriso (i sorrisi sono le “armi” migliori dei prigionieri) e gli ho risposto che molti detenuti hanno qualcosa da dire, ma sono in pochi quelli che lo dicono e ancora meno quelli che hanno il coraggio di scriverlo. Pensandoci bene forse quella guardia non ha tutti i torti, perché in fondo il carcere non è poi cosi crudele e cinico come appare, perché esegue solo il suo compito per cui gli uomini l’hanno creato, e semmai sono le persone che lo rendono cinico e crudele.
In questi giorni pensavo che i detenuti conducono la vita più “sicura” al mondo, forse anche perché è difficile che facciano un incidente stradale. Eppure i dati dicono che i detenuti si tolgono la vita e muoiono più delle persone libere. Nessuno però dice nulla del fatto che hanno buoni motivi per farlo perché il carcere in Italia non insegna molte cose, ma una cosa la sa fare molto bene, sa “convincerti” a toglierti la vita. Spesso i detenuti si domandano perché devono continuare a vivere anziché farla finita con una vita che tanto spesso è un inferno.
E ammazzarsi non è affatto una domanda, ma una risposta perché per un detenuto a volte è più importante morire che vivere, per mettere fine allo schifo che ha intorno. Purtroppo spesso in prigione la vita è un lusso che non ti puoi permettere e per smettere di soffrire non puoi fare altro che arrenderti, perché in molti casi nelle nostre “Patrie Galere” vale più la morte che la vita.
Il Ministro della giustizia Andrea Orlando da poco ha istituito gli Stati generali sull’esecuzione della pena. Sono stati formati diciotto tavoli e sono state coinvolte valide personalità del mondo della cultura, della magistratura, del volontariato, della politica e dell’amministrazione penitenziaria. Spero che qualcuno di loro si domandi perché molti detenuti in Italia preferiscono morire piuttosto che vivere. Io lo so. E se volete saperlo anche voi scendete nei gironi più bassi dell’inferno e scoprirete un mondo da Medioevo, ma con meno umanità di allora.

Carmelo Musumeci