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Carmelo Sardo

Chi deve ricordare Allende? 

Premessa doverosa: quello che seguirà non vuole essere intenzionalmente pretenzioso, ma soltanto la ricerca di un’opportunità per delle considerazioni in condivisione il più possibile fuori da ogni – anche se lecita – passione.

In queste ultime settimane di mio ”avvicinamento” all’Avanti! ho seguito con interesse e attenzione certe riflessioni – e non ultime alcune del direttore di questo giornale che gentilmente mi ospita – con le quali la galassia socialista ha voluto focalizzare dei passaggi della propria tradizione storico-politica che di fatto diventa costume. Mi aveva colpito, tra le altre, la puntualizzazione seccata che si faceva circa la ”campagna acquisti” che altre culture politiche fanno (fuori dai denti: gli ex-post-comunisti che si pigliano Sandro Pertini senza riconoscergli la matrice socialista) nel pantheon socialista.

Questo era il preludio a ciò che potrebbe identificare lo zenit di questa storia: Salvador Allende e la questione cilena. A chi toccano di ”diritto” le celebrazioni di questo 11 settembre cileno? A quelli del Pd, che nonostante tutto si ritrovano in eredità oltre quarant’anni di ”attenzioni” verso quell’esperienza, o ai socialisti, i quali rivendicano legittimamente l’appartenenza tra le loro fila del ”compagno presidente” anche se dal punto di vista del costume, quell’esperienza, l’hanno lasciata in mano ai comunisti?

In quei drammatici giorni l’unione di intenti tra socialisti e comunisti c’era, anche se ciascuno dal proprio fronte autonomo. Solo in un secondo momento le strade si divideranno, per poi proseguire più o meno parallele. Partiamo dai socialisti: dal fronte socialista, oggi si ricorda con orgoglio i giorni in cui Bettino Craxi, sfidando i fucili dei carabineros cileni in quel clima sinistro e surreale che cominciava a pervadere il Paese, rendeva omaggio ad Allende. Craxi, personalmente, politico della vecchia scuola nel solco del socialismo, non dimenticherà mai formalmente e concretamente né il Cile né Allende. Tuttavia non si può dire lo stesso della sua creatura, quel partito che verrà da lì a qualche anno. EVIDENZA-Salvador-AllendeUn partito che nella sua estetica si evolveva in altro, legittimamente, certo, con la società che dettava i tempi. In un passaggio dedicato al Psi di un suo saggio sui comunisti e la cultura di massa (”I comunisti italiani tra Hollywood e Mosca”), Stephen Gundle scrive: ”Senza dubbio il Psi fu il partito più dinamico degli anni Ottanta. Cercò i propri sostenitori tra le nuove figure professionali e le persone di successo. Si identificò con la Milano del secondo miracolo economico che era la roccaforte del partito e corteggiò stilisti, imprenditori edili e dei media e personalità dello spettacolo”. Francamente, e molto banalmente, con i comunisti che come vedremo di seguito adotteranno e coccoleranno chi di quel Cile era ambasciatore e messaggero, e con il Psi che forte della sua autonomia ormai consolidata era diventato più anti-comunista che a-comunista, c’era spazio nei luccicanti anni ’80 per l’epico Allende in b/n che con elmetto e fucile resisteva dalle stanze della Moneda?

I comunisti: gli Inti Illimani, probabilmente i cantori più conosciuti dell’esperienza di ”Unidad Popular”, nei giorni del golpe si trovavano in tour in Italia per un giro nelle varie feste dell’Unità. In quelle ore di comprensibile smarrimento, i componenti del gruppo si interrogavano sul nome del paese sul quale sarebbe ricaduta la scelta per l’ormai più che probabile esilio. Optarono per la Germania dell’Est; fu Giancarlo Pajetta a dissuaderli, consigliando loro di restare in Italia, cosa che poi effettivamente avvenne. Dal loro libricino ”Viva Italia” parlano delle feste dell’Unità: ”Si è parlato molto di questi eventi politico-commercial-culturali, dei pro e dei contro. Noi stessi, tentando di tracciare un bilancio, ci scontriamo con la difficoltà del tempo che passa e dei cambiamenti che falsano prospettive e punti di riferimento. Nel bene e nel male, la macchina organizzativa che è oggi un festival dell’Unità non ha niente a che vedere con il tessuto artigianale di passione e di partecipazione che avevano le feste, grandi e piccole, negli anni a cavallo tra i Settanta e i primi Ottanta.”. Malgrado ciò continuano comunque a partecipare, quasi per inerzia (anche quest’anno, a giorni, parteciperanno alla festa di Modena), poiché sono appunto frutto del lasciato di quel Pci degli anni Settanta, e pertanto continuano ad essere ”Allende” qui da noi. Il Psi degli anni Ottanta, invece, non ha coltivato nulla e dunque non ha lasciato nulla.

A questo punto sarebbe più un’autocritica generale da fare, in questo senso, per i suoi eredi. E quindi, in definitiva, tra eredi comunisti con questa farsesca e caricaturale eredità degli Inti Illimani, ed eredi socialisti che in mano non si ritrovano nulla di ”culturale” in questo senso, il diritto al ricordo va alle singole coscienze, a chi sa sopportare e confrontarsi, nella propria introspezione, con la pesante eredità politica e morale di Salvador Allende. Che non è cosa da poco ed è ben più importante della celebrazione.

Carmelo Sardo 

 

Ma che c’entra Bruno Vespa?

Il fuoco incrociato con il quale l’inedito terzetto Pd-Sel-M5S ha tentato di impallinare Bruno Vespa sul caso dei due membri dei Casamonica che hanno partecipato ad una puntata di ”Porta a Porta”, conferma di fatto i limiti di certa cultura di metodo che per convenienza di varia natura, o per indignazione disinteressata, ha mancato di un approccio laico al tema. Dando il beneficio della buonafede a tutti, in casi come questo la buonafede stucchevole può generare dei mostri inconsapevoli che neanche una malafede, poiché se la malafede la si combatte contestandole i fatti nel merito, la buonafede pretende un’unione al suo coro e senza appello per le sfumature sostanziali.

I fatti: la sera dell’8 settembre Vespa fa accomodare nel suo salotto televisivo due esponenti – figlia e nipote del defunto a cui hanno fatto ”quel” funerale – della famiglia Casamonica. Il conduttore nel corso della serata ha più volte sottolineato – insistendo coi due – vari passaggi, facendo emergere le contraddizioni non solo su quella funzione religiosa a dir poco sopra le righe, ma anche sulla condotta non proprio limpida della famiglia, tanto per usare un eufemismo. Da par loro, un po’ perché ”ci facevano” senza grandi risultati, un po’ perché di conseguenza non dotati di raffinatezza smaliziata, i due invitati ce la mettevano tutta nel mostrare la desolazione estetica e di contenuti del carrozzone che si portano dietro. E non è che la punta dell’iceberg. Solo il loro avvocato, ogni tanto, riusciva a metterci una pezza grazie alla sua proprietà di linguaggio e di ”aggiramento” del ragionamento, facendo finanche apparire i suoi clienti, funzionalmente con la tecnica dello ”sminuire”, come gente fondamentalmente sprovveduta e culturalmente poco evoluta.

Questo il quadro, Vespa non è stato accondiscendente – anzi – ed è questo che dovrebbe contare; apriti cielo: nel tempo di Internet tutto è istantaneo, quindi il polverone cominciava a sollevarsi in simultanea sui social: un’esponente locale del Pd calabrese cominciava a lanciare i suoi strali al conduttore, concludendo il suo post con: ”LA MAFIA È UNA MONTAGNA DI MERDA!”. Alè!, il pane quotidiano di certe frange di certa ”antimafia”: lo slogan emotivo ad effetto. Sono gli stessi che hanno in Giovanni Falcone un punto di riferimento (tutti quelli con un briciolo di buon senso lo hanno. Nessuno ha l’esclusiva solo perché ”urla” un po’ di più dal suo essere anti-mafioso in servizio attivo permanente). Ma chissà se avrebbero contestato con la stessa veemenza il giudice palermitano quando in un’intervista disse lo ”scandaloso” ”I mafiosi sono come noi, possono essere simpatici, antipatici”. Secondo capitolo.

Stavolta, la sera dopo (9 settembre), a sedersi sulla poltroncina che scotta per una sorta di riequilibrio (e questo ci sta) è Alfonso Sabella, Assessore alla Legalità della Giunta Marino e magistrato in aspettativa. Le argomentazioni di Sabella, com’era logico, sono risultate decisamente deboli a fronte di un Vespa che, nel metodo che legittima il merito della sua condotta, è stato inattaccabile. Ha fatto solo che il suo mestiere: approfondimento della cronaca attraverso il costume, e personalmente con tanto di affondi. Sabella, tra le altre, auspicando lo ”spegnimento dei riflettori” non faceva che ripercorrere le orme del Berlusconi dello ”stop alle fiction sulla mafia perché fanno cattiva pubblicità al Paese”. Il che è tutto dire. Questo quando si guarda al dito (e certa politica che chi le sta attorno talvolta anche tutta la mano) anziché la luna. Il resto è isterismo di contorno.

Buttitta e la triade
della rivoluzione morale

Ignazio Buttitta

Ignazio Buttitta

Parafrasando Gian Maria Volontè che in ”Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” dice ”Che cos’è questa democrazia… E diciamocelo: è l’anticamera del socialismo”, l’anticamera del socialismo è la cultura nella sua accezione più individualista. Con questo espediente linguistico-cinematografico si vuol fare un salto nel tempo, fino al 1916. Era infatti il 29 gennaio 1916 quando sulle pagine del periodico socialista di Torino ”Il Grido del Popolo” compariva ”Socialismo e Cultura, articolo firmato Antonio Gramsci. Scriveva il futuro leader comunista: ”La cultura […] È organizzazione, disciplina, del proprio Io interiore, è presa di possesso della propria personalità, è conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti e i propri doveri.”. Principio lapalissiano quello che emerge dalle parole del pensatore sardo; parole che potrebbero prefigurare una modello di ”traghettamento” dal socialismo e cultura gramsciano al liberalismo, e pertanto al socialismo liberale. Poiché nel ”proto” liberalismo piantato nel pensiero di Gramsci, di fatto mai stato fonte di mistero, vi si potrebbe anche ritrovare l’origine di quel fil rouge che porta a Carlo Rosselli.

D’altronde, il Gramsci ”liberale” – che vedeva nel liberalismo in quanto costume ”Un presupposto ideale e storico del socialismo” – si palesa proprio negli anni giovanili di ”socialismo e cultura”. Con lo scritto ”Bolscevismo Intellettuale” del 1918, infatti, comincia ad emergere fulgidamente quella originalità gramsciana che individua nel liberalismo ”’Un metodo, una filosofia dell’azione, un abito mentale che dà ragione di ogni atteggiamento politico”, anziché – come sottolinea Fabio Vander in ”Che cos’è il Socialismo Liberale?” (Piero Lacaita Editore, 2002) – ”Una specifica dottrina pratica, una politica determinata dal punto di vista economico e di classe ”. Questo ”filone” del pensiero del socialismo liberale, oggi come oggi potrebbe apparire anacronistico, intellettualmente onesto anche se ”consolatorio”, fuori tempo massimo, ma con il definitivo discernere resta la lezione ultima di Carlo Rosselli e del suo Socialismo Liberale: ”Il socialismo è in primo luogo rivoluzione morale, e in secondo luogo trasformazione materiale”. Vangelo.

In questo gioco di scatole cinesi con ”cultura-socialismo-liberalismo”, a questo punto la triade della rivoluzione morale, si inserisce a pieno titolo Ignazio Buttitta. Figura eminente della cultura nazionale, ma in particolar modo siciliana, oppositore del fascismo e per questo più volte arrestato, Ignazio Buttitta non delegherà solo alla sua poesia il compito di tuonare contro le storture della propria terra, ma in frequenti occasioni sarà egli stesso a scendere in piazza per raccontare ”cose” in prima persona, come un predicatore nel deserto che cerca di spargere qua e là il seme della ragione.

Una testimonianza significativa la si ritrova nel caso di un suo appassionato soliloquio del 1972 a Villabate (Pa), e che convenzionalmente verrà riportato qui in un italiano ”sicilianizzato” e non in dialetto come in origine. Buttitta comincia con queste parole di premessa al pubblico al levarsi di un rumorio di fondo e di qualche seppur isolato fischio: “Per cortesia un poco di silenzio sennò non c’è piacere né per voi altri, né per me”.

Dopo questo invito a prestare attenzione, appare quindi chiara quella indifferenza endemicamente patologica in certe frange della popolazione siciliana da scalfire con lo scalpello della conoscenza che il poeta sapeva di dover utilizzare quasi con accanimento. Il rivendicare l’orgoglio di essere nati, malgrado tutto, “in questa terra meravigliosa”, sarà il punto nevralgico che sempre ne animerà l’azione e che sarà motivo di assoluzione intrinseca della Sicilia in quanto terra, come si evince da un verso di un suo componimento: “E’ una madre – la Sicilia – che mi tradisce per costrizione”. È evidente che questa ”costrizione” sia la condizionante dell’asse politico-mafioso predominante a scapito dell’isola, e che Buttitta non mancherà di sottolineare nella serata di Villabate rilanciando con delle figure di intellettuali che al contrario le hanno dato lustro: “Questi sono i siciliani meravigliosi (parlando dei Sciascia, dei Guttuso, quest’ultimo di Bagheria, quindi compaesano di Buttitta); questa è la Sicilia, no ‘sti quattro mafiosi come diceva Cicciu Busacca; ‘sti quattro mafiosi comandati da Roma”.

Proprio per questo forte attaccamento alla madre, egli che ha avuto una vita lunghissima (è morto nel 1997 all’età di 98 anni) sarà ai figli più piccoli cui rivolgerà il pensiero di lasciarne in eredità la difesa: “Io parlo cui bambini… State attenti a quello che vi dico io. I vecchi non mi interessano più, i vecchi hanno perduto l’entusiasmo, la forza, il coraggio. Mi intessano i ragazzi, siete voi altri che dovete portare la Sicilia avanti”. Il poeta continuerà a parlare a ruota libera, con voce decisa e d’assalto, soffermandosi prevalentemente su due concetti di fondo: il primo potremmo definirlo del ”nessuno profeta in patria”, e come riscontro principale porta il caso di un autore siciliano conosciuto ovunque, Elio Vittorini, che stando alla percezione del tempo dello stesso Buttitta poco considerato in Sicilia. Il secondo potrebbe prefigurare le facce complessive di questa storia, e cioè quella mancanza di cultura che Buttitta, con fare schietto e senza tanti giri di parole, imputa alla “dittatura” democristiana instauratasi in Sicilia dal dopoguerra, rafforzando il concetto con un curioso dato statistico da egli riportato: sole 66 biblioteche a fronte dei 385 comuni dell’isola. Una terra, la Sicilia, in cui i socialisti, fino ad un certo punto, venivano ammazzati, la cultura non attecchiva, nessuna rivoluzione morale all’orizzonte e liberalismo non pervenuto. Con buona pace dei Gramsci, dei Rosselli e dei Buttitta.

Carmelo Sardo 

La demonizzata e rimpianta
Prima Repubblica

''Una foto diversa della prima Repubblica. Ogni giorno''Abbiamo contattato uno dei fondatori della pagina Facebook ”Una foto diversa della Prima Repubblica. Ogni giorno” per cercare di conoscere un po’ meglio da vicino questo fenomeno che già da qualche mese spopola (ad oggi oltre 16.000 like) sulla piattaforma di Mark Zuckerberg. Come peraltro è facile intuire dal nome che arreca, la pagina porta in dote le vicende della tanto demonizzata quanto rimpianta Prima Repubblica in una sorta di filo conduttore che allinea protagonisti (anche quelli dei quali oggi si è un po’ persa la memoria) e dinamiche che hanno segnato la vita politica – e non solo – del nostro Paese dal 1948 al 1992. La formula è semplice ed efficace: ogni giorno si ”posta” una foto (il loro archivio conta delle vere chicche: da Andreotti che gioca a ping-pong al ”santino” di Togliatti), accompagnata da una didascalia, e si apre una finestra su quello che fu la Prima Repubblica. Con gli avventori della pagina che sembrano apprezzare molto: nei ”commenti” alle foto, infatti, non è raro imbattersi in interessanti dibattiti che tra il serio ed il faceto danno vita ad un vivido spaccato della politica, del costume, della società del nostro Paese in una sorta di ”come eravamo” che specularmente funge da pretesto per il ”come siamo diventati”.

Un’oasi, dunque, che tenta di allontanarsi (anche con la terminologia: ”governo balneare”, ad esempio) dalla contemporaneità e dai suoi sterili dibattiti; condizione che molto spesso caratterizza la dialettica della politica di oggi svuotata dall’interno dei contenuti del ”fare politica”. La Prima Repubblica è stata lo specchio fedele della società che ha rappresentato, e che con essa è cambiata nell’arco di poco più di 40 anni. Un arco di tempo che ha cristallizzato limiti e difetti degli italiani, ma che purtuttavia ha dato loro modo di formare mediamente quella ”alfabetizzazione politica” (si notino le riflessioni degli intervenuti a ”La Cosa” di Nanni Moretti: il ”canto del cigno” della politica ”dal basso”) oggi dispersa cedendo il passo al furore scomposto, al lessico approssimativo. E la politica di oggi è la prima a dover recitare il mea culpa per questo. In fase di ”approccio” all’intervista, il ”Grande Vecchio” della pagina che me l’ha concessa ha tirato fuori questa significativa considerazione: ”Quella per la prima Repubblica io la vedo come una sorta di ‘Ostalgie’ all’amatriciana.”. La ”Ostalgie”, forse non tutti lo sanno, è il sentimento di nostalgia che gli ex-cittadini della Germania dell’Est provano per la Repubblica Democratica Tedesca. Se così stanno le cose, alla pagina di ”Una foto diversa della Prima Repubblica. Ogni giorno” tocca il ruolo di Alex Kerner, alla sua comunità quello della madre Christiane Kerner, in questo personalissimo remake del film Good Bye, Lenin!. E quando si morirà non sarà da demo-cristiani, ma da ”primi-repubblicani”. Good Bye, Andreotti!

Quando e come è nata la vostra pagina, e cosa vi ha spinto a crearla?
È nata per caso. Ispirandoci al gruppo “La stessa foto di Toto Cutugno tutti i giorni” avevamo pensato di fare “La stessa foto di Cirino Pomicino tutti i giorni” poi – data la grande mole di materiale disponibile, e la nostra passione per quegli anni – abbiamo virato su “Una foto diversa della prima Repubblica. Ogni giorno” cercando di variare il più possibile sul tema.

Quando la creaste avevate previsto questo forte seguito, e quindi questo interesse per la ‘Prima Repubblica’? Alla luce di ciò, quali conclusioni trarre dal vostro ”osservatorio privilegiato”?
C’erano e ci sono ancora diversi gruppi che in vari modi si rifanno a quel mondo: Via del Corso 476, Piazza del Gesù, Socialisti Gaudenti, il Pentapartito, Occhiali da Pentapartito, le Cravatte della prima Repubblica o Ventenni che rimpiangono la prima Repubblica per non parlare della gloriosa pagina de ‘L’Apparato’ che rimane sicuramente un punto di riferimento. Quindi l’interesse di nicchia c’era prima di noi e a prescindere da noi, noi abbiamo provato, come dicevamo sopra, a “variare sul tema” e ad avere una visione su tutto il periodo 1948-1992 anziché sugli ultimi anni, e cercando di coinvolgere tutte le “parrocchie politiche” senza conventio ad excludendum.

Avete la ”pretesa” che la pagina possa avere anche qualche effetto politico-culturale ”istruttivo” con le vostre puntuali didascalie che accompagnano le foto e con i dibattiti che si creano sotto le stesse? D’altronde a quanto mi risulta siete la prima pagina che alla ”goliardia” tipica delle tante pagine ”politiche” (che si sono un po’ perse per strada) affianca dei contenuti sostanziali. Inoltre un’ulteriore peculiarità sta nella vostra di goliardia, figlia della sfumata ironia della quale era capace il ”nume tutelare” della vostra pagina (di cui parleremo nella prossima domanda).
Nessuna pretesa. Solo la voglia di fare le cose con il nostro stile, essere precisi e non citare le cose ad minchiam. Strappare una risata, ma ogni tanto anche una riflessione.

Il leitmotiv della pagina è ”La situazione era un po’ più complessa”, frase che Andreotti/Servillo pronuncia ne ‘Il Divo’ di Paolo Sorrentino. La frase è quasi un invito a non scadere in quella pessima abitudine della semplificazione che va tanto di moda oggi. Secondo voi, questo metodo riesce ad avere una forza indipendente, e quindi appunto di metodo, a prescindere dal preconcetto che si potrebbe avere nel merito della condotta politica – ed evidentemente non solo di quella – di Andreotti?
Direi che “La situazione era un po’ più complessa” andrebbe scritto sotto il 99,9% delle discussioni sul web, a prescindere dall’argomento trattato. Questo “metodo” rivoluzionario di occuparsi ciascuno di ciò che realmente conosce, senza dover avere per forza un’opinione su argomenti in cui non servono opinioni ma competenze documentate, ci auguriamo sia il futuro di un mezzo che è ancora relativamente giovane. Per ora la faciloneria, la semplificazione ed il pressapochismo la fanno da padroni ovunque. Per esempio con i chirurghi che fanno i sindaci anziché fare i chirurghi, grazie alle salvifiche primarie, orrenda invenzione della Seconda Repubblica. All’epoca di Andreotti la competenza non era un metodo, ma un prerequisito, poi naturalmente anche allora esistevano i faciloni ed i pressapochisti ma solitamente la probabilità di trovarli in posizioni di vertice era più bassa. Su Andreotti il giudizio storico è complesso e noi non siamo certo in grado di esprimerlo. Due cose sono abbastanza sicure: all’epoca noi non saremmo stati andreottiani ma ci piace molto l’Andreotti de ‘Il Divo’.

Altre pagina (di calcio), sulla scia della nostalgia organizzano dei simpatici raduni che vedono la partecipazione di alcune vecchie glorie che hanno caratterizzato il recente passato di questo sport. Pensate sia possibile fare qualcosa di simile con la politica della Prima Repubblica, anche se di protagonisti di allora ne sono rimasti pochi, oppure il territorio politico è comunque ”minato” per qualcosa del genere?
Sarebbe bello ed auspicabile. Ormai siamo nella terza Repubblica e molte mine sono state disinnescate. Noi siamo disponibili. Anzi lanciamo un appello dalle vostre pagine: ci piacerebbe intervistare Cirino Pomicino che, tra i viventi, è sicuramente l’incarnazione della prima Repubblica… Attendiamo fiduciosi un cenno.

In un telegramma: chi è il politico più sottovalutato e quello più sopravvalutato della Prima Repubblica e perché.
Il politico più sottovalutato Emilio Lussu, ma forse questa risposta dipende solo dal fatto che siamo sardi. Il politico più sopravvalutato della Prima Repubblica è sicuramente Matteo Renzi, anche se ha tanta strada davanti per recuperare. Perché se gratti via i tweet e le slide, Matteo Renzi è il tipico politico della Prima Repubblica, con tutti i loro pregi ed i loro difetti.

Cosa vi sentite di dire a coloro che non colgono e travisano lo ”spirito” della vostra pagina?
Di andare su altre pagine. Non ci interessano i click, ma i contenuti, anche nei commenti…

L’attuale Presidente della Repubblica è un ”infiltrato” della Prima Repubblica? Il suo stile in parte la richiama?
Solo anagraficamente, nel metodo di elezione e nella parrocchia di provenienza. Il vero agente sotto copertura della Prima Repubblica, come detto sopra, è Matteo Renzi.

La storia, al netto delle tante contraddizioni da rilevare, perché avrebbe assolto o dovrebbe assolvere la Prima Repubblica? 
Chi ha parlato di assoluzione? La situazione era un po’ più complessa.

Carmelo Sardo 

Viaggio tra America, Cuba e Italia. Valerio Riva
e il Jazz italiano

Gorni Kramer 12 (con Natalino Otto) bisIn questi ultimi mesi, da consegnare ai posteri come i mesi in cui Washington e L’Avana hanno fatto calare il sipario sul fantasma del Novecento, pochi avranno avuto memoria del ruolo di ”ponte” diplomatico che avrebbe potuto avere già dal 1974 nientemeno che la ”nostra” Gina Lollobrigida; e del resto, da che mondo è mondo, la diplomazia non ha mai disdegnato, tutt’altro, ”armi” non convenzionali a compimento del proprio operato.

Dacché si ritrovò tra un Fidel Castro infatuato (l’attrice di Subiaco era il ”debole” storico del Lìder màximo) ed un Henry Kissinger alla finestra in attesa di nuove da L’Avana (a conoscenza del viaggio della Lollobrigida, che a Cuba avrebbe intervistato Castro per conto del ”Time”, chiese di essere tenuto ”informato”), la Lollo raccolse ”solo” un ”Gli Stati Uniti? Se vogliono, facciano loro il primo passo” dal primo. Non è dato sapere, in questo clima a metà tra informale serietà – anche un po’ surreale – emerso dall’intervista e la boutade, il tasso di buonafede che motivava l’apertura di un volpone come Castro, ma di contro vi è comunque qualcosa di sottilmente sinistro in quel essere tenuto ”informato” del Segretario di Stato americano, alla luce del fatto che, in quel contesto storico, il suo operato non dava di certo modo a socialisti e comunisti centro e sudamericani di dormire sonni tranquilli (…). Di e su questo, e di molto altro ancora inerente a questo, scriveva sornione Valerio Riva (”Il Riposo del Guerriero”, l’Espresso, 6 ottobre 1974), uno che di cose di Cuba ne masticava (e tante). In linea con il personaggio, la prosa di Riva in questo caso era, e con essa i contenuti veicolati, finemente smaliziata e cangiante; in altri fieramente eretica e tracotante nella sua coerenza.

Intervistato nel 2002 da Claudio Sebelli Fioretti, occasione per il Nostro di rimarcare fino all’ultimo (morirà un paio di anni più tardi all’età di 74 anni) la natura affilata e pungente delle sue considerazioni, alla domanda ”Nell’arco della tua vita, chi hai votato?” Riva rispondeva: ‘‘Ho sempre votato socialista. I primi tempi scrivevo anche sull’Avanti!. Facevo il critico delle riviste musicali”. E Riva scrive di musica, di jazz, sull’Avanti!, nell’articolo ”Vita grama del nostro jazz” pubblicato il 25 gennaio 1958. Ma prima una breve digressione, con due elementi che in ”questo” Riva purtroppo non si incontreranno mai: il jazz e Cuba. Gli ultimi ritrovati (?) nel campo della musicologia ci consegnano uno scenario affascinante, con Cuba tra le sorgenti principali di quel lungo fiume che a valle verrà chiamato jazz.

In sommi capi, e presa alla larga, i passaggi cruciali – in ottica ”ispanica” – mutuati nei secoli furono: la politica schiavista di Carlo V, fin dal 1526, con gli schiavi africani di etnia Bantu peculiari degli spagnoli e pertanto determinanti nelle evoluzioni musicali che arrivano da quel fronte con destinazione finale il jazz; gli spagnoli che dal 1763 al 1801 cambiano i connotati estetico-culturali alla città di New Orleans, culla mitologica del jazz, la quale, evidentemente, essendo ad un tiro di schioppo dalla ”sorella” spagnola isola di Cuba apre un canale privilegiato a tutto tondo con essa; il pianista di ragtime (genere prevalentemente pianistico antesignano del jazz) Jelly Roll Morton, figlio della New Orleans creola e annoverato tra le prime star del jazz, la cui cifra stilistica è la cosiddetta ”sfumatura spagnola” (”spanish tinge”), ovvero l’habanera che cambia pelle proiettandosi verso ”altro”.
Ma Riva, al tempo giovane critico e commentatore del costume della musica che di mestiere non era musicologo, non avrebbe avuto comunque, oggettivamente, gli strumenti essenziali per dipanare la matassa musicologica. Anche perché la musicologia, in ambito jazz, in Italia come disciplina era ancora agli albori, se non proprio in fase assolutamente embrionale.

Come accennato precedentemente, Riva scrisse di jazz sull’Avanti! nel gennaio del 1958. Ecco uno stralcio dell’articolo che Lorenzo Santoro riporta a pag. 254 del suo ”Musica e Politica nell’Italia Unita – dall’Illuminismo alla Repubblica dei Partiti” (Marsilio Editori, 2013): ”Grama la vita del jazz in Italia: la radio aborre il jazz come il diavolo. Il pubblico non è abituato e gli preferisce Carosone o Nilla Pizzi. Gli intellettuali pensano che sia poco serio. Il jazz è rimasto in mano […] ad una federazione e i suoi cultori hanno un’unica aspirazione: presentarsi a ‘Lascia o Raddoppia’. Forse c’è solo un modo perché il jazz possa vivere in Italia: che esso trovi la via per il contatto con il mondo della cultura, ma da una cultura come la nostra dalla quale l’idealismo ha bandito l’antropologia, la etnografia, il folklore, e spesso addirittura la musica e la pittura, c’è poco da sperare.”.

Prendiamo la riflessione di Riva con relativi esempi addotti e scorporiamola, partendo da… Nilla Pizzi:

1) Su Nilla Pizzi potremmo anche essere d’accordo, malgrado le parole della famosa ”Grazie dei Fiori”, ma questo solo a titolo di curiosità (ecco perché la Pizzi ci è ”funzionale” in questo caso), furono scritte da Giancarlo Testoni. Pioniere propedeutico della critica jazz in Italia, Testoni fu fondatore della rivista ”Musica Jazz”, che quest’anno celebra il 70° dalla fondazione e ancora oggi punto di riferimento editoriale del settore, nonché co-autore (con Arrigo Polillo, Pino Maffei, Giuseppe Barazzetta e Roberto Leydi) della prima enciclopedia sul jazz al mondo, datata 1954.

2) Se l’esempio di Nilla Pizzi poteva reggere, il riferimento sminuente a Renato Carosone certamente no. Tuttavia questo era comunque piuttosto facile da riscontrare, già in quella contemporaneità, e quindi non si comprende la leggerezza di Riva, che pure era dotato di capacità auricolari e di mezzi intellettivi/intellettuali per arrivarci, nell’affermare ciò. Con gli anni Cinquanta che videro la parabola jazz in declino rispetto ai primi euforici anni del dopoguerra, in cui si assistette allo sdoganamento ”ufficiale” dei ritmi americani, Carosone fu colui che riprese un certo ”discorso” americano con gusto italiano (diretto discendente di quello anteguerra dei vari Gorni Kramer, Natalino Otto ed altri) riadattandolo con originalità ad un ex novo panorama musicale. Come rileva opportunamente Diego Librando a pag. 40 del suo ”Il Jazz a Napoli dal dopoguerra agli anni Sessanta” (Alfredo Guida Editore, 2004) ”Dopo la scorpacciata di jazz, l’Italia degli anni Cinquanta tornò ad essere la terra delle melodie popolaresche e sentimentali, di Nilla Pizzi, Claudio Villa, Luciano Tajoli. Carosone, con le sue parodie, si propose di mettere alla berlina proprio quel tipo di musica fatto di melodie piagnucolose e tristi. E per ottenere il risultato voluto ne stravolse i testi, grazie all’inventiva di Gegè Di Giacomo; e il ritmo, saccheggiando a piene mani da quel repertorio americano fatto di swing, blues e del suo derivato boogie woogie, poco presenti sulla scena italiana dei primi anni Cinquanta. […] La critica accostò il pianismo di Carosone a quello di maestri dello swing, come Fats Waller o Nat King Cole”. Sicché, la proposta musicale del Carosone ”popolare” poteva essere una buona anticamera, più o meno inconsapevolmente, del jazz ”alto” per chi non era – ancora – ”abituato”. Ad avercene avuti, di epigoni di Carosone.

3) Con ”Il jazz è rimasto in mano […] ad una federazione e i suoi cultori hanno un’unica aspirazione: presentarsi a ‘Lascia o Raddoppia’ Riva allude ad Ettore Balli, campione due anni prima del celeberrimo quiz televisivo ‘Lascia o Raddoppia?‘ condotto da Mike Bongiorno e ritratto da ”La Settimana Incom” del 28 giugno 1956 come ”Mai il più pallido segno di perplessità lungo il percorso minato dei tele-quiz per l’impassibile Ettore Balli, colui che sa tutto sul jazz”. Come nota di colore farà di certo sorridere (oggi gli si fa il ”verso”) il tono pomposo del testo del cinegiornale, quasi a rievocare infauste atmosfere di matrice fascista. Tornando al tema principale, liquidare così una figura come quella di Balli, che in quegli anni gravitava nei quadri redazionali del già citato ”Musica Jazz” di Testoni, fu alquanto ingeneroso da parte di Riva. Anche perché Ettore Balli si rivelò come una delle penne fra le più lungimiranti della critica jazz dell’epoca, comprovato dalla ”presentazione ufficiale” di Cecil Taylor al pubblico italiano, con la monografia dedicata al pianista newyorkese (”Musica Jazz”, marzo 1960, pag. 26) che si conclude con questa illuminante previsione: ”Per quanto riguarda lo stile di Taylor crediamo che il disco inciso per la Contemporary (molto probabilmente si riferisce a ”Looking Ahead!” del 1958, ndr) a New York, per l’interessamento di Nat Hentoff, sia il più rappresentativo. Taylor è riuscito ad assimilare non solo l’eredità folkloristica della musica negra, ma anche, e in maniera riuscitissima, diversi elementi della musica africana, del medio ed estremo oriente, fondendoli in una forma molto evoluta di jazz, cosa che lo pone, con pieno diritto, tra i mentori di quel ristretto nucleo di artisti d’avanguardia che si preoccupano, se non di rinnovare, almeno di rinverdire la nostra musica.”. Chapeau.

Capitolo ”La radio aborre il jazz come il diavolo”. Dipende dalle percezioni, da inquadrare con il senno di poi anche in sede ”pseudo” sociologica in quel determinato e particolare periodo storico: la ”scena” jazz italiana era abbastanza giovane, quasi ”alla buona”, e la comunità composta da chi fruiva questa musica era in divenire, qualcosa di non definito, ammesso e non concesso che qualcosa di definito lo sia diventata successivamente. Dal canto suo, la RAI doveva necessariamente puntare sul nuovo prodotto televisivo, e non a caso, da lì a ”poco” (1962), avrebbero fatto comunque la loro comparsa nei palinsesti televisivi programmi come ”Tempo di Jazz” di Adriano Mazzoletti. Per quanto riguarda le sorti del jazz nel confronto con la radio del tempo, la percezione è ancora più contraddittoria. Ad esempio, rispondendo dalle colonne della rubrica ”Lettere al Direttore” (‘‘Musica Jazz’‘, febbraio 1960, pag. 9) ad un jazz-fan che lamentava la scarsa attenzione da parte della RAI verso il jazz, Giancarlo Testoni, pur condividendo le rimostranze del lettore, aggiungeva che ”Pare, dalle statistiche esperite dalla RAI, che una percentuale irrisoria di utenti radiofonici si interessi al jazz”; con la RAI che, evidentemente, con questa ”indagine”, rispediva al mittente le accuse di poca considerazione. Eppure, paradossalmente, solo qualche pagina più avanti (25), il ”Notiziario” dava notizia del via della ”Coppa del Jazz”. In onda sul ”secondo programma” della radio dal 26 gennaio, ogni martedì per otto settimane, la ”Coppa del Jazz” era una manifestazione ideata dal già citato Adriano Mazzoletti e da Piero Vivarelli, che prevedeva sfide ad eliminazione tra sedici ”complessi” di jazz. Alla fine, quello del batterista Gil Cuppini prevalse su tutti. Probabilmente, l’accavallamento nell’arco di poche settimane tra scrittura, spedizione e pubblicazione della lettera del lettore (che nella sua pretendeva ”quotidiana diffusione” per il jazz, e chissà se alla fine gli saranno bastati quegli otto martedì), la presa di posizione del direttore Testoni di risposta alla stessa e la macchina della RAI che si metteva in moto per la realizzazione del programma, avrà creato questo cortocircuito. Ma questo aggrovigliato spaccato è la perfetta sintesi a conferma del quantomai storico e controverso rapporto tra la ”distratta” RAI, il jazz e gli appassionati di questa musica, e che perdura tutt’ora.

5) ”Gli intellettuali pensano che sia poco serio” è un falso storico, poiché nel carnet del jazz sono rubricate varie figure di intellettuali interessate al jazz già prima di quel 1958. Personalità come Mario Soldati, Cesare Pavese, Antonio Gramsci dal carcere, Filippo Tommaso Marinetti ed i suoi futuristi, Elio Vittorini ed il suo ”Politecnico”, ebbero modo di trovare nel prisma del jazz molti riflessi da indirizzare sulla letteratura, sulla società, sulla politica, sull’estetica. Il jazz è qualcosa di maledettamente ”serio”, talvolta forse troppo.

6) ”Forse c’è solo un modo perché il jazz possa vivere in Italia: che esso trovi la via per il contatto con il mondo della cultura, ma da una cultura come la nostra dalla quale l’idealismo ha bandito l’antropologia, la etnografia, il folklore, e spesso addirittura la musica e la pittura, c’è poco da sperare.”. Giunti alla fine di questo viaggio, da quel 1958 il jazz in Italia è cresciuto, attraversando varie stagioni, propagandosi in esse. Non sappiamo mediante quale ”cultura” o quali ”culture”, perché alla fine, il mondo del jazz con le sue sfaccettature, è grande e spesso e volentieri è difficile venirne a capo. Da socialista del tempo, Riva sottolinea molto opportunamente l’antropologia, la etnografia, il folklore, tutte esperienze che animeranno in quegli anni la vibrante stagione delle ”Edizioni Avanti!” di Gianni Bosio. Azzardando un’ipotesi suggestiva che qui, così, lascia un po’ il tempo che trova, un altro tassello nel mosaico del jazz non è stato collocato per il mancato appuntamento tra la cultura socialista ”classica” ed il jazz. E con le dovute premesse sarebbe stata una storia interessante.

Carmelo Sardo

”Il Jazz Italiano per L’Aquila’. Una maratona per ricostruire la città

Jazz L'AquilaAl netto di tutte le più o meno opportune considerazioni di merito, che anche sui social network impazzano animando il dibattito tra le varie scuole di pensiero di addetti ai lavori e semplici appassionati, il dato certo da rilevare è l’interesse di cui sta godendo, possiamo dire ormai a cadenza annuale, il jazz in Italia nel contesto delle politiche promosse dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo di Dario Franceschini. In origine, lo scorso novembre, furono i 500.000 euro, e con una macchina assegnataria che manco a dirlo ha dato adito a polemiche e malumori, stanziati a sostegno dei progetti (alla fine, dei 99 complessivi, saranno 9 quelli beneficiari) presentati da varie realtà jazzistiche (festival, fondazioni etc.) spalmate un po’ su tutto il territorio del nostro Paese. Il tempo di tirare appena il fiato, con i risultati resi noti in aprile e gli strascichi dei commenti protratti fino a tarda primavera, che un altro ”argomentato”, la maratona ”Il Jazz Italiano per L’Aquila”, si fa largo in questo ultimo scampolo d’estate. Il copione resta sempre lo stesso, quindi meglio soffermarsi su cosa sarà e come si svolgerà questa lunga giornata di domenica 6 settembre che già si preannuncia storica per numeri in campo e quant’altro.

Saranno infatti oltre 600 gli artisti che hanno aderito (ce n’è per tutti i gusti), dislocati in 20 postazioni, e che faranno risuonare le loro note per le strade e nelle piazze dell’ancora martoriato centro storico della città abruzzese lungo una no-stop di 12 ore, dalle 12 fino alle 24. Se il trombettista Paolo Fresu sarà presente anche nella veste supplementare di direttore artistico, questa lunga carrellata jazzistica comprenderà nomi da ”artiglieria pesante”: da Enrico Intra a Franco D’Andrea, da Tiziana Ghiglioni a Flavio Boltro, da Maria Pia De Vito a Enrico Pieranunzi e molti, molti altri. Inoltre, l’associazione di categoria del Midj (Musicisti Italiani di Jazz) della presidente Ada Montellanico avrà in dotazione due palchi sui quali si esibiranno gruppi provenienti da tutte le parti d’Italia, questo a testimonianza della vocazione pluralistica della manifestazione e dello spirito solidale che anima chi parteciperà all’evento.

Un evento imponente, dunque, che rimette al centro una complessa realtà che cerca di rilanciarsi definitivamente: “Un evento – dice in una nota il sindaco Massimo Cialente – destinato a diventare una data storica, dal momento che vede la presenza simultanea dei maggiori artisti jazz del panorama nazionale ed internazionale, in una location del tutto particolare, ovvero il centro storico dell’Aquila che, con le sue ferite e le sue gru, sta cercando con tutte le sue forze nel ritorno alla vita”; al sindaco fa eco il ministro: “Ringrazio i tanti musicisti – dice Franceschini – che quest’anno hanno deciso di portare la musica jazz nel centro dell’Aquila, continuando a tenere accesi i riflettori su di una città che da sei anni attende il recupero del proprio centro storico duramente colpito dal sisma”. Non ci saranno riflettori invece (ma solo perché si giocherà alle 16) nella appendice collaterale di sabato 5, in occasione del triangolare (ovviamente a scopo benefico) che si disputerà allo stadio ”Tommaso Fattori” in cui saranno impegnati la nazionale jazzisti, la nazionale cabarettisti e una rappresentativa della città aquilana. Si profila pertanto un fine-settimana intenso, con il ministero che di concerto alla Siae, a Trenitalia, alla Rai (che garantirà la copertura mediatica con le sue reti radiofoniche ed i canali Cultura e Rai 5), alla Casa del Jazz e ad altri enti non solo dà respiro alla città aquilana, ma sottotraccia anche il pretesto alla comunità jazz di fare il “bilancio di previsione”, andando alla conta con la voglia di capire ciò che vuole fare da grande.

Carmelo Sardo