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Cecilia Sanmarco

QUESTIONE CULTURALE

violenza donneSette milioni di donne tra i 16 e i 70 anni hanno subito forme di violenza fisica o sessuale. Gli autori delle violenze più gravi sono prevalentemente i partner o ex partner: ne sono state vittime 2 milioni e 800mila donne. Lo affermano i dati dell’Istat, resi noti giovedì dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio, ai quali si aggiungono quelli del quarto studio Eures sul numero dei femminicidi: 114 nel 2017. Numeri drammaticamente stabili che confermano, alla vigilia della giornata internazionale contro la violenza sulle donne, quanto ancora ci sia da fare soprattutto sul fronte della prevenzione. Ne parliamo con Pia Locatelli, capogruppo PSI alla Camera e presidente onoraria dell’Internazionale socialista donne, che ha incentrato gran parte della sua attività politica nella difesa dei diritti delle donne e nelle battaglie per la parità di genere.

Nonostante l’enorme attenzione degli ultimi anni sul tema e le iniziative messe in campo dal Governo e dal Parlamento i numeri sulla violenza contro le donne restano costanti. Al di là dei dati cosa ci dicono queste statistiche?

I dati resi noti ieri, che in parte già conoscevamo, ci confermano che gli autori delle violenze più gravi sono prevalentemente i mariti, i fidanzati o gli ex compagni delle vittime. E ci dicono anche che molte donne vittime di femminicidio avevano già denunciato o segnalato i loro aggressori. Per affrontare il fenomeno in maniera corretta bisogna partire da queste due costatazioni. Bisogna essere consapevoli che il femminicidio è solo l’ultimo atto di una serie di violenze che vanno bloccate sul nascere. Gli interventi da portare avanti sono molteplici: da una maggiore attenzione alle denunce o alle segnalazioni, a una piena attuazione del piano antiviolenza che giovedì è stato approvato dalla Conferenza Stato Regioni, a un’operazione culturale da portare avanti nelle scuole, alla sensibilizzazione e alla formazione di alcuni giudici che a volte concedono troppe attenuanti o lasciano in libertà stalker e violenti, fino ad arrivare a atti molto concreti come dotare le donne “a rischio” di dispositivi elettronici per allertare le forze dell’ordine in caso di pericolo.

Le forze dell’ordine spesso però non danno sufficientemente peso alle denunce delle donne.

È da loro che bisogna partire con massicce campagne di sensibilizzazione e di formazione. Non è un lavoro né facile, perché in molti casi si tratta di sradicare una cultura diffusa che porta a ritenere le violenze in famiglia bisticci tra coniugi o litigi tra fidanzati, né breve. Nell’immediato io credo però che se in ogni commissariato o stazione dei carabinieri ci fosse una donna ad accogliere e ascoltare le denunce di una donna che ha subito violenze l’attenzione darebbe diversa.

La massiccia rilevanza mediatica sul tema della violenza e le azioni messe in atto dal Governo e dal Parlamento hanno portato a qualche risultato?

Ci conforta il fatto che sia aumentata la consapevolezza femminile, che molte più donne trovino il coraggio di denunciare le violenze subite e gli episodi di stalking, che ci sia più fiducia nelle forze dell’ordine. Un passo avanti dovuto senza dubbio al preziosissimo lavoro compiuto dalle associazioni sul territorio, ma anche a questo Parlamento che si è dimostrato sin dall’inizio della legislatura particolarmente sensibile al tema, approvando la legge che ratifica la Convenzione di Istanbul e subito dopo quella contro il femminicidio.

Molto spesso però la denuncia arriva troppo tardi o a volte non arriva…

Tutto questo, infatti, non basta perché aiuta solo le donne che sono consapevoli delle violenze subite e di quelle che potrebbero subire. Per le altre, soprattutto per le giovani e le giovanissime, è necessario intervenire con una massiccia campagna di informazione, una sorta di decalogo che indichi quali sono i segnali di pericolo e come comportarsi già dal primo campanello d’allarme.

C’è chi invoca altre leggi e pene più severe. Pensi che possa essere una soluzione?

Non servono nuove leggi, né, come propone qualcuno, un inasprimento delle pene. L’aspetto punitivo non risolve il problema: la nostra priorità non è che gli assassini vadano in galera, ma che non vi siano più femminicidi e violenze sulle donne. Da qui la necessità di stanziare risorse per sviluppare politiche di prevenzione, che nonostante la gravità del fenomeno stanno portando dei risultati, per sostenere servizi e centri antiviolenza e per svolgere un’azione educativa soprattutto sugli uomini e sui ragazzi, che parta dalle scuole e che non trascuri nessun aspetto a cominciare dal linguaggio che non deve essere sessista.

Giovedì Governo, Comuni, Province e Regioni, in modo unitario, hanno approvato il nuovo Piano antiviolenza per il prossimo triennio. Qual è il tuo giudizio?

Non ho letto il piano nei dettagli, ma mi sembra che contenga elementi positivi, ed è positiva l’approvazione delle linee guida nazionali per le aziende sanitarie e ospedaliere in tema di soccorso e assistenza socio sanitaria alle donne vittime di violenza.‎ Ci sono dei passi avanti per quanto riguarda lo stanziamento dei fondi o il fatto che non ci sia nessun obbligo di denuncia nei Pronto soccorso senza il consenso della donna. Aspetto di approfondirne i contenuti e soprattutto il parere delle donne che lavorano nei centri antiviolenza che sono le vere esperte sul tema.

Domani ci saranno una serie di manifestazioni in tutta Italia per dire basta alle violenze. Tu a quale parteciperai?

La mattina sarò alla Camera per l’evento “#InQuantoDonna, organizzato dalla Presidente Laura Boldrini: per la prima volta l’Aula di Montecitorio sarà aperta solo alle donne alle vittime di violenza e a chi le sostiene. Sono attese più di 1300 donne, invitate una per una, provenienti da tutta Italia. Nel pomeriggio parteciperò alla manifestazione di Roma promossa da “Non una di meno” che partirà alle 14 da Piazza della Repubblica. Ci saranno tantissime donne, ma mi auguro che ci siano anche tantissimi uomini, perché è da loro che deve partire il cambiamento.

Cecilia Sanmarco

Turchia. Locatelli:
“Una marcia per i diritti”

turchia marcia1“È stato uno di quegli eventi che fanno la storia. Era importante esserci per dimostrare solidarietà e vicinanza ai cittadini e alle cittadine turche nella loro lotta per la giustizia”. Pia Locatelli, capogruppo del PSI e presidente del comitato Diritti umani della Camera, è appena tornata da Istanbul dove ha partecipato all’ultima tappa della marcia di 450 chilometri che domenica è arrivata nel distretto Malpete dove si trova la prigione nella quale è detenuto uno dei deputati del CHP Partito Repubblicano del Popolo, Enis Berberoglu, condannato a metà giugno a 25 anni di prigione per aver diffuso un video sui servizi.
La marcia, partita il 15 giugno da Ankara per iniziativa del leader del CHP, Kemal Kilicdaroglu, ha visto la partecipazione centinaia di migliaia di persone che con il passare dei giorni si sono unite alla manifestazione. “Che nessuno pensi che questa sarà l’ultima marcia: il 9 luglio segna il giorno della rinascita”, ha detto Kilicdaroglu a conclusione della manifestazione davanti al carcere di Malpete. “Abbiamo marciato – ha aggiunto – per la giustizia, per i diritti degli oppressi, per i deputati e per i giornalisti in carcere, per i professori universitari licenziati, abbiamo marciato per denunciare che il potere giudiziario e sotto il monopolio dell’esecutivo, abbiamo marciato perché ci opponiamo al regime di un solo uomo. Romperemo i muri della paura”.

Pia Locatelli

Pia Locatelli

I giornali italiani, che hanno dedicato pochissimo spazio alla marcia, parlano di manifestazione contro Erdogan. Secondo te il presidente turco ne esce indebolito?
Gli inviati dei media italiani a Istanbul erano pochissimi e quindi tanti hanno commentato l’evento da lontano. È chiaro che dalle redazioni era impossibile capire il coinvolgimento della manifestazione: bisognava esserci. Non era affatto una marcia “contro” ma una marcia “per”, così come non era la marcia di un partito dell’opposizione ma una marcia di tutti e aperta a tutti, anche a chi non ne condivideva lo spirito. Erdogan, dopo i risultati del referendum, vinto grazie ai brogli, sta perdendo progressivamente il consenso popolare che lo ha sostenuto negli ultimi anni, questa manifestazione è stato un forte segnale da parte di una fetta della popolazione che non vuole rinunciare alla giustizia, ai diritti e alla democrazia. Io sono convinta, e credo di aver ragione, che si sia trattato di un importante passo verso il cambiamento.

Chi erano le persone che partecipavano alla marcia e quale era il clima?
C’era veramente gente di tutti i tipi, dai militanti del Partito Repubblicano del Popolo, alle persone comuni che si sono aggregate alla marcia spontaneamente. Tanti giovani, ma anche anziani, donne con bambini. Non c’era nessuna tensione o paura, ma un clima gioioso, come a una grande festa. Kilicdaroglu si era raccomandato di essere accoglienti, di non rispondere alle provocazioni e nonostante l’imponente dispiegamento delle forze di polizia non c’è stato nessun incidente.

In molti erano convinti che Erdogan avrebbe bloccato la marcia, procedendo ad arresti di esponenti delle opposizioni, così come ha fatto dopo il fallito colpo di Stato dello scorso anno. Questo però non è avvenuto.
Erdogan non è uno stupido, ha preferito tollerare la manifestazione contando sul fatto che tutti i media nazionali che sostengono il governo (gli altri sono stati messi a tacere) l’avrebbero ignorata. Non poteva invece rischiare un’azione di forza che avrebbe scatenato l’indignazione della comunità sia nazionale sia internazionale.

A questo proposito qual è stata la partecipazione da parte dei partiti socialisti europei alla manifestazione?
Non era una manifestazione rivolta ai partiti, ma una manifestazione della gente. Io stessa ho partecipato da cittadina europea alla marcia, certo l’ho fatto anche come socialista e come presidente del comitato Diritti umani, ma lo spirito era proprio quello di non avere sigle di partito. Non è vero, invece, che non c’è stata attenzione internazionale. Penso all’adesione di Luis Ayala, Segretario Generale dell’Internazionale Socialista, alle manifestazioni di solidarietà che si sono svolte a Parigi, a Lione e a New York, all’appello che ha mandato il PSE a tutti i partiti aderenti per partecipare alla manifestazione.

La marcia si è conclusa proprio all’indomani dell’approvazione da parte del Parlamento europeo di una risoluzione e che chiede la sospensione dei negoziati per l’adesione della Turchia alla Ue. È la strada giusta per fare pressioni su Erdogan?
No, io credo sia un grandissimo errore. Già quando ero stata in Turchia nel novembre scorso con una missione del PSE ci avevano chiesto con forza di non sospendere i negoziati. Questa posizione isola la Turchia e lascia mani libere a Erdogan peggiorando la situazione dello Stato di diritto dei diritti umani. La nostra posizione di netta condanna nei confronti del governo, non deve comunque mettere fine al dialogo e i negoziati. Dobbiamo o essere allo stesso tempo fermi e dialoganti, non smettere di denunciare le violazioni dello Stato di diritto, ma la nostra reazione deve scongiurare ogni ulteriore peggioramento.

Che sensazioni hai per il futuro della Turchia dopo il successo di questa manifestazione?
Sento che si è imboccata una strada nuova. Il tentativo di mettere l’opposizione a tacere non è riuscito, sento che c’è la possibilità e la speranza di cambiare le cose.

IL PAESE È PRONTO

Man holding hands of his mother in hospital bed

conferenza stampa

Da sinistra: Beppino Englaro, Pia Locatelli, Emilio D’Orazio, Maurizio Mori, Mario Riccio

“Il Paese è maturo per una legge sull’eutanasia, presenteremo una Pdl entro l’estate”. Lo ha detto Pia Locatelli, capogruppo del Psi alla Camera alla Conferenza Stampa di presentazione del Convegno internazionale “Per l’eutanasia in Italia”, organizzato dalla Consulta di Bioetica e dal Centro Studi Politeia, in collaborazione con il Partito Socialista Italiano, in corso a Montecitorio.
L’iniziativa attraverso le voci e il confronto di autorevoli filosofi, tra i quali Caterina Botti, Piergiorgio Donatelli, John Harris, Eugenio Lecaldano, Maurizio Mori e Demetrio Neri, di giuristi come Michele Ainis, Vittorio Angiolini, Luca Benci e Valerio Pocar, di medici tra cui Carlo Flamigni, Mariella Immacolato, Paolo Malacarne, Giacomo Orlando, Mario Riccio e Eduard Verhagen, e con il contributo e la testimonianza di Beppino Englaro, Mina Welby e di rappresentanti di Associazioni che in Italia e all’estero operano per accogliere le istanze di eutanasia e suicidio assistito, intende offrire le basi per formare e consolidare la cultura che ogni coscienza laica reclama, affinché anche l’Italia sia in grado di dare ai cittadini, che ne fanno richiesta, la possibilità di usufruire della morte assistita. Da qui un appello presentato nel corso del convegno ad approvare una legge.
Un tema che è diventato sempre più attuale dopo i recenti casi di suicidio assistito in Svizzera, dal DJ Fabo a Davide Trentini, costretti a emigrare per avere una morte dignitosa e mettere fine alle loro sofferenze.
Un tema caro ai socialisti che cominciarono a parlare di fine vita e eutanasia nei all’inizio degli anni ’70 ma ci vollero alcuni anni per presentare il 19 dicembre 1984 la prima proposta di legge “Norme sulla tutela della dignità della vita e disciplina dell’eutanasia passiva”, firmata da Loris Fortuna. Naturalmente non se ne fece nulla, così come non si fece nulla del disegno di legge presentato l’11 gennaio 2006 da quindici senatori socialisti “Norme sulla tutela della dignità della vita e disciplina dell’eutanasia”, che riprende in parte la prima proposta e la amplia.
“Ci auguriamo – ha aggiunto Pia Locatelli – che il testo sul testamento biologico, in esame al Senato, venga approvato subito in modo da poter presentare una Pdl sull’eutanasia avendo già una legge sulle disposizioni anticipate di trattamento. È bene infatti che ci siano due provvedimenti diversi e distinti. Sappiamo – ha concluso – che in questa legislatura non si potrà far molto, ma vogliamo così preparare il lavoro per la prossima”.

Mercoledì a conclusione della seconda giornata dei lavori si terrà una Tavola Rotonda tra politici di diversa estrazione come Paola Binetti, Beatrice Brignone, Benedetto Della Vedova, Donata Lenzi, Pia Locatelli e Matteo Mantero.
L’auspicio è che la riflessione operata al Convegno consolidi il cambiamento culturale in atto circa il fine-vita e porti a superare l’attuale tabù nei confronti dell’eutanasia, pratica peraltro ampiamente condivisa dall’opinione pubblica. Il Convegno vuole sollecitare la politica a prendere atto delle ragioni per l’eutanasia affinché riesca a normare una realtà in fieri sapendo leggere in filigrana il futuro per rendere adeguato il presente.

Pia Locatelli: il testamento biologico non è eutanasia

o-FABO-facebookDopo il disperato appello al presidente Mattarella, Fabo ha scelto la Svizzera per mettere fine alle sue sofferenze. Tetraplegico e cieco, dopo anni di terapie senza esito, Fabo si è rivolto, come altri prima di lui, all’Associazione Luca Coscioni e accompagnato da Marco Cappato, che rischia fino a 12 anni di carcere per il reato di aiuto al suicidio, si è tolto la vita mordendo un pulsante per attivare l’immissione del farmaco letale. Una decisione che ha riaperto il dibattito sul fine vita e su una legge che da anni attende il varo del Parlamento. Ora c’è un testo, approvato dalla Commissione Affari sociali che dovrebbe arrivare in Aula la prossima settimana, ma visti i precedenti (siamo già al terzo rinvio), il condizionale è d’obbligo. Ne parliamo con Pia Locatelli, capogruppo PSI alla Camera e coordinatrice dell’Intergruppo per il testamento biologico.

La scelta di Fabo può servire per accelerare l’approvazione della legge?

Quello di Fabo è un caso molto delicato e la sua decisione merita senza dubbio rispetto. Occorre però essere molto chiari, proprio per non fornire armi a chi non vuole che si approvi il testo in discussione in Parlamento: la legge sul testamento biologico, anzi sulle DAT disposizioni anticipate di trattamento (questo è il nome del provvedimento) non ha nulla a che vedere con l’eutanasia. In Commissione Affari sociali, grazie al lavoro della relatrice Lenzi, abbiamo approvato un testo molto equilibrato che permette ai cittadini di scegliere a quali cure sottoporsi anche quando non saranno più in grado di esprimere la propria volontà.

Il diritto a scegliere le cure però è già sancito dalla Costituzione…

Si lo è. Io posso scegliere se sottopormi o meno a un intervento, se seguire o meno una cura, se sottopormi o meno a una trasfusione. La cosa paradossale è che nel momento in cui non sono più in grado di esprimere la mia volontà questo diritto viene meno e decidono altri per me. Con la legge che stiamo discutendo ognuno potrà dichiarare anticipatamente le proprie volontà e queste volontà dovranno essere rispettate.  Naturalmente le decisioni sono reversibili e si avrà sempre la possibilità di modificarle.

Se la politica si fosse mossa prima Fabo avrebbe potuto evitare di andare a morire in esilio?

No. La sua situazione non sarebbe cambiata né con la legge che stiamo andando ad approvare, ma neanche con le altre leggi, molto più avanzate, che sono in vigore in alcuni Paesi europei. Anche in quegli Stati dove è in vigore l’eutanasia, e ripeto da noi non è neanche in discussione una legge che la preveda, per potervi accedere sono necessari alcuni requisiti come quello di essere un malato terminale. Fabo non  lo era. Aveva un gravissimo handicap che gli procurava infinite sofferenze, ma non era in fin di vita e non era affetto da una malattia degenerativa che poteva portare al peggioramento delle sue condizioni. Nel suo caso, volendo porre fine alla sua vita,  poteva ricorrere, come ha fatto, solo al suicidio assistito.

Alcuni cattolici però sostengono che anche nel testo in discussione alla Camera si autorizza l’eutanasia.

Non è affatto vero e i cattolici che si oppongo a questo testo, che non sono tutti i cattolici, lo sanno benissimo. Sinceramente non mi aspettavo questa chiusura e questo duro ostruzionismo su un testo che è volto a ottenere il maggior consenso possibile. La stessa Chiesa si è pronunciata più volte contro l’accanimento terapeutico e a favore delle cure palliative. Nel Catechismo del 1993 c’è scritto che l’interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non impedirla. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente. Mentre nella la Nuova carta degli operatori sanitari presentata dal Vaticano una quindicina di giorni fa si conferma  l’eticità della sedazione palliativa profonda. In realtà sono cose che già esistono e che vengono praticate, con la legge sulle DAT non ci inventiamo nulla di nuovo vogliamo solo che quello che già si fa abitualmente in alcune strutture possa essere accessibile a tutti.

Ci sono state infatti molte sentenze come quella del caso Piluddo dove un giudice ha stabilito di spegnere i macchinari, o come quella recente di Montebelluna dove un malato terminale è morto sotto sedazione profonda. A cosa serve dunque una legge?

Serve per fa sì che non sia più necessario ricorrere a un giudice per vedere rispettato un proprio diritto, e che questo diritto sia accessibile a tutti e non solo ai malati che hanno la fortuna di imbattersi in strutture dove già si applicano le cure palliative.

Riuscirete ad approvarla in questa legislatura?

Me lo auguro. Alla Camera dovremmo essere in dirittura di arrivo. Il problema potrebbe essere al Senato. Certo non approvare la legge vorrebbe dire dover ricominciare tutto da capo e venir meno alle richieste di cittadini e cittadine che da anni, troppi, ci chiedono di veder rispettato il loro diritto di poter scegliere fino alla fine.

DIRITTO DI SCEGLIERE

testamento bioDopo il disperato appello al presidente Mattarella, Fabo ha scelto la Svizzera per mettere fine alle sue sofferenze. Tetraplegico e cieco, dopo anni di terapie senza esito, Fabo si è rivolto, come altri prima di lui, all’Associazione Luca Coscioni e accompagnato da Marco Cappato, che rischia fino a 12 anni di carcere per il reato di aiuto al suicidio, si è tolto la vita mordendo un pulsante per attivare l’immissione del farmaco letale. Una decisione che ha riaperto il dibattito sul fine vita e su una legge che da anni attende il varo del Parlamento. Ora c’è un testo, approvato dalla Commissione Affari sociali che dovrebbe arrivare in Aula la prossima settimana, ma visti i precedenti (siamo già al terzo rinvio), il condizionale è d’obbligo. Ne parliamo con Pia Locatelli, capogruppo PSI alla Camera e coordinatrice dell’Intergruppo per il testamento biologico.

La scelta di Fabo può servire per accelerare l’approvazione della legge?

Quello di Fabo è un caso molto delicato e la sua decisione merita senza dubbio rispetto. Occorre però essere molto chiari, proprio per non fornire armi a chi non vuole che si approvi il testo in discussione in Parlamento: la legge sul testamento biologico, anzi sulle DAT disposizioni anticipate di trattamento (questo è il nome del provvedimento) non ha nulla a che vedere con l’eutanasia. In Commissione Affari sociali, grazie al lavoro della relatrice Lenzi, abbiamo approvato un testo molto equilibrato che permette ai cittadini di scegliere a quali cure sottoporsi anche quando non saranno più in grado di esprimere la propria volontà.

Il diritto a scegliere le cure però è già sancito dalla Costituzione…

Si lo è. Io posso scegliere se sottopormi o meno a un intervento, se seguire o meno una cura, se sottopormi o meno a una trasfusione. La cosa paradossale è che nel momento in cui non sono più in grado di esprimere la mia volontà questo diritto viene meno e decidono altri per me. Con la legge che stiamo discutendo ognuno potrà dichiarare anticipatamente le proprie volontà e queste volontà dovranno essere rispettate.  Naturalmente le decisioni sono reversibili e si avrà sempre la possibilità di modificarle.

Se la politica si fosse mossa prima Fabo avrebbe potuto evitare di andare a morire in esilio?

No. La sua situazione non sarebbe cambiata né con la legge che stiamo andando ad approvare, ma neanche con le altre leggi, molto più avanzate, che sono in vigore in alcuni Paesi europei. Anche in quegli Stati dove è in vigore l’eutanasia, e ripeto da noi non è neanche in discussione una legge che la preveda, per potervi accedere sono necessari alcuni requisiti come quello di essere un malato terminale. Fabo non  lo era. Aveva un gravissimo handicap che gli procurava infinite sofferenze, ma non era in fin di vita e non era affetto da una malattia degenerativa che poteva portare al peggioramento delle sue condizioni. Nel suo caso, volendo porre fine alla sua vita,  poteva ricorrere, come ha fatto, solo al suicidio assistito.

Alcuni cattolici però sostengono che anche nel testo in discussione alla Camera si autorizza l’eutanasia.

Non è affatto vero e i cattolici che si oppongo a questo testo, che non sono tutti i cattolici, lo sanno benissimo. Sinceramente non mi aspettavo questa chiusura e questo duro ostruzionismo su un testo che è volto a ottenere il maggior consenso possibile. La stessa Chiesa si è pronunciata più volte contro l’accanimento terapeutico e a favore delle cure palliative. Nel Catechismo del 1993 c’è scritto che l’interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non impedirla. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente. Mentre nella la Nuova carta degli operatori sanitari presentata dal Vaticano una quindicina di giorni fa si conferma  l’eticità della sedazione palliativa profonda. In realtà sono cose che già esistono e che vengono praticate, con la legge sulle DAT non ci inventiamo nulla di nuovo vogliamo solo che quello che già si fa abitualmente in alcune strutture possa essere accessibile a tutti.

Ci sono state infatti molte sentenze come quella del caso Piluddo dove un giudice ha stabilito di spegnere i macchinari, o come quella recente di Montebelluna dove un malato terminale è morto sotto sedazione profonda. A cosa serve dunque una legge?

Serve per fa sì che non sia più necessario ricorrere a un giudice per vedere rispettato un proprio diritto, e che questo diritto sia accessibile a tutti e non solo ai malati che hanno la fortuna di imbattersi in strutture dove già si applicano le cure palliative.

Riuscirete ad approvarla in questa legislatura?

Me lo auguro. Alla Camera dovremmo essere in dirittura di arrivo. Il problema potrebbe essere al Senato. Certo non approvare la legge vorrebbe dire dover ricominciare tutto da capo e venir meno alle richieste di cittadini e cittadine che da anni, troppi, ci chiedono di veder rispettato il loro diritto di poter scegliere fino alla fine.

FATTI NON PAROLE

“Il 25 novembre è la giornata delle parole, delle manifestazioni, delle campagne di sensibilizzazione, è giusto così ed è importante che almeno una volta l’anno si parli di femminicidi e di violenza sulle donne. Poi però negli altri 364 giorni servono i fatti”. Pia Locatelli, capogruppo del Psi e presidente del comitato Diritti umani della Camera, da sempre impegnata per i diritti delle donne (è stata per due mandati presidente e attualmente è presidente onoraria dell’Internazionale socialista donne), fa il punto della situazione nella Giornata internazionale contro la violenza.

Iniziamo a parlare di numeri: dall’inizio dell’anno ad oggi sono 102 le donne vittime di femminicidio, praticamente una ogni 74 ore…

Tantissime. Ancora troppe, anche se il dato è leggermente in calo del 9% rispetto allo stesso periodo del 2015, quando si contavano otto omicidi in più, per un totale di 116 in 12 mesi. Se confrontati con quelli dei due anni precedenti, i numeri risultano percentualmente in aumento rispetto all’anno 2014, che ha visto la triste conta di 110 vittime e in calo rispetto al 2013, in cui si sono registrati ben 138 femminicidi. Ma la cosa più allarmante è che gli assassini sono soprattutto mariti o compagni. I dati confermano purtroppo che il trend continua ad essere costante, tanto più che non cambiano i dati relativi al reato di maltrattamenti, un reato molto pericoloso perché può sfociare in tragedia.

Che risposte può dare la politica e le istituzioni per fermare quella che sembra essere una mattanza senza fine?

Devo dire che fino a qualche anno fa la politica era sostanzialmente assente. In questa legislatura, invece, grazie anche alla sensibilità dimostrata dalla Presidente Boldrini, il tema del femminicidio e della violenza sulle donne è stato affrontato sin da subito. Il primo provvedimento approvato da questo Parlamento è stato la ratifica della Convenzione di Istanbul avvenuta il 28 maggio del 2013: siamo stati il quinto Paese a farlo e abbiamo contribuito alla sua entrata in vigore nel 31 luglio 2014. A questo importantissimo passo ne è seguito uno di non meno importanza: l’approvazione della legge, il 9 ottobre 2013, contro la violenza sulle donne. Misura indispensabile per evitare che la ratifica della Convenzione fosse solo un’operazione di immagine. Il testo che ci è arrivato sotto forma di decreto del Governo, e che risentiva del mancato coinvolgimento delle associazioni femminili e affrontava il tema della violenza soprattutto come un problema di sicurezza, è stato migliorato dal Parlamento soprattutto nella parte che coinvolge il Ministero dell’Istruzione e quindi la prevenzione. All’approvazione della legge è seguito il varo del Piano antiviolenza. Un’operazione lunga e travagliata che ha visto luce, anche per la mancanza di una Ministra alle Pari opportunità, dopo un anno e mezzo e che ancora non è pienamente operativo, anche per la scarsità di fondi a disposizione. Proprio ieri la Conferenza delle Regioni ha approvato la ripartizione degli oltre 31 milioni di euro destinati al Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere.

Quanto ha pesato la presenza delle donne in Parlamento che in questa legislatura è la più alta dalla nascita della Repubblica?

Indubbiamente c’è un segnale di cambiamento anche se non così forte come vorrei. Proprio per far sentire la nostra voce e cercare di imprimere un approccio di genere nelle politiche, su impulso della Presidente, è stato creato un Intergruppo parlamentare che raccoglie donne di tutti gli schieramenti. Abbiamo cercato di fare rete e di proporre delle iniziative trasversali. Ci siamo in parte riuscite, con difficoltà lo scorso anno perché eravamo agli inizi, con maggiore efficacia quest’anno. Nella legge di bilancio abbiamo presentato 12 emendamenti che il presidente della commissione Francesco Boccia ha voluto considerare ‘fuori quota’, a voler significare che tutti hanno firmato, indipendentemente dai gruppi. Siamo riuscite a far approvare un emendamento che estende alle lavoratrici autonome il diritto al congedo di tre mesi con il percepimento di un’indennità mensile, già previsto per le lavoratrici dipendenti, per le donne vittime di violenza; uno che stanzia fondi per i centri antiviolenza e le case rifugio e destina al Piano altri 5 milioni all’anno, per il triennio 2017-2019; uno per tutelare gli orfani di femminicidio. Questi sono fatti non parole.

E per quanto riguarda la prevenzione?

Gli interventi da portare avanti sono molteplici: da una maggiore attenzione da parte delle forze dell’ordine alle denunce o alle segnalazioni, a una piena attuazione del piano antiviolenza con l’immediata riapertura dei centri, a un’operazione culturale da portare avanti nelle scuole, alla sensibilizzazione e alla formazione di alcuni giudici che a volte concedono troppe attenuanti o lasciano in libertà stalker e violenti, fino ad arrivare a atti molto concreti come dotare le donne “a rischio” di dispositivi elettronici per allertare le forze dell’ordine in caso di pericolo. Tutto questo però non basta perché aiuterebbe solo le donne che sono consapevoli delle violenze subite e di quelle che potrebbero subire. Per le altre è necessario intervenire con una massiccia campagna di informazione, una sorta di decalogo che indichi quali sono i segnali di pericolo e come comportarsi già dal primo campanello d’allarme. Ci sono tante cose che si possono e si devono fare per fermare questa mattanza quotidiana: molte, come l’educazione ai sentimenti e al rispetto, richiedono tempo, altre devono essere operative subito.

Molti invocano anche un inasprimento delle pene. Può essere la strada giusta?

Non è inasprendo le pene o invocando la castrazione chimica che si ferma la violenza sulle donne: che i colpevoli paghino è giusto, ma vuol dire che siamo arrivati troppo tardi e questa è già una sconfitta. Mi interessa di più una donna viva che un colpevole in carcere.

Cecilia Sanmarco

Rapporto UNFPA, il futuro
è nelle bambine

aidosDieci bambine di dieci anni, dieci diversi Paesi del mondo, dieci vite piene di opportunità da seguire per 15 anni per vedere che ne sarà di loro e verificare se la nuova Agenda 2030 e i suoi Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, pensati per non lasciare indietro nessuna bambina e ragazza, sarà un successo, un fallimento o un tentativo da perseguire e migliorare. Questa la sfida lanciata dall’UNFPA, Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione, nel Rapporto annuale sullo stato della popolazione, presentato oggi in contemporanea mondiale in oltre 100 città tra cui Londra, Parigi, Madrid, Ginevra, Stoccolma, Berlino, Washington, New York, Bangkok, Johannesburg, Città del Messico e Roma dove il lancio è stato affidato a Aidos, Associazione italiana donne per lo sviluppo, che dal 1981 lavora nei paesi in via di sviluppo, in Italia e nelle sedi internazionali per promuovere e tutelare i diritti, la dignità e la libertà di scelta delle donne del Sud del mondo.

“Solitamente – ha detto la Presidente di Aidos Maria Grazia Panunzi – il Rapporto UNFPA, oltre a denunciare situazioni e problematiche complesse legate ai fenomeni demografici, dà delle chiavi di lettura che aiutano a comprendere meglio la realtà e i fenomeni che riguardano donne e ragazze”. Ma in particolar modo quest’anno, prosegue Panunzi, “ci dà una possibilità in più: immaginare come sarà il mondo tra 15 anni, ossia nel 2030, quando la comunità internazionale dovrà verificare il raggiungimento o meno degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile che compongono l’Agenda 2030, adottata ormai lo scorso anno, dall’assemblea generale delle Nazioni Unite e che ricordiamo ha una sua peculiare ambizione, ovvero l’essere universale.”

Il Rapporto fornisce gli ultimi dati demografici che fanno emergere il più alto numero di popolazione giovanile della storia: ben 1,8 miliardi di giovani, dei quali 125 milioni hanno 10 anni di età. Di questi, le bambine sono oltre 60 milioni. Ogni giorno circa 47.700 ragazze con meno di 17 anni si sposano e circa 9 bambine su 10 abitano in regioni poco sviluppate sono escluse dalla scuola. Dieci anni è l’età chiave, quella in cui la vita cambia, quella in cui si ha la prima possibilità di costruire il proprio futuro. Ma non per tutte ci sono scelte e non per tutte ci sono le stesse opportunità.

A soli 10 anni ci sono bambine costrette a sposarsi e ad abbandonare la scuola a causa di gravidanze precoci. A soli 10 anni le bambine sono proprietà di qualcuno che le usa come merce da vendere e comprare. A soli dieci anni sono spesso vittime di infibulazione e mutilazioni genitali. A soli dieci anni cominciano a lavorare per contribuire al mantenimento della famiglia. Impedire a una bambina un passaggio sicuro e sano dall’adolescenza all’età adulta è una violazione dei loro diritti umani, da qui l’appello a tutti Paesi a contribuire al raggiungimento dei nuovi obiettivi, in vista di una effettiva parità di genere, di un reale empowerment delle donne e di un futuro condiviso dell’umanità che sia davvero sostenibile.

Da qui l’impegno per alcuni azioni da portare avanti come stabilire l’uguaglianza di diritti per le ragazze, con una prassi giuridica coerente, fissare a 18 anni l’età minima per il matrimonio, offrire alle ragazze un’istruzione di qualità che sostenga la parità di genere, istituire un check-up per la loro salute mentale e fisica e garantire un’educazione sessuale. E, soprattutto, colmare la lacuna di investimenti a favore delle adolescenti.

“Queste bambine sono il volto del nostro futuro – spiega Mariarosa Cutillo, Chief of Strategic Partnerships di Unfpa – La piega che le loro vite prenderanno dipenderà dalle potenzialità che potranno esprimere se noi, organizzazioni internazionali e non governative, attori pubblici e privati e soprattutto i governi del mondo, le metteremo in condizioni di farlo. La loro storia misurerà l’efficacia dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. Non avremo una seconda opportunità. È un appuntamento che non  possiamo mancare”.

Cecilia Sanmarco

Pubblicità, l’Udi premia quelle amiche delle donne

Un frame dello spot della Lines

Un frame dello spot della Lines

Erano solo pochi anni fa quando le donne degli spot televisivi venivano presentate solo come casalinghe ossessionate dalla pulizia dei pavimenti e dal bianco delle camicie dei loro mariti o come oggetti sessuali per promuovere prodotti che nulla avevano a che fare con l’esibizione dei loro corpi.  Poi le cose sono cominciate a cambiare, lentamente e con difficoltà, ma sono cambiate. In parte lo si deve alla risoluzione del Parlamento europeo votata il 3 settembre 2008, sull’impatto del marketing e della pubblicità sulla parità fra donne e uomini, in gran parte a una campagna avviata dall’UDI (Unione donne in Italia) nel 2010 che ha dato vita al “Premio immagini Amiche” con l’obiettivo di contrastare la tendenza di televisione e pubblicità ad abusare dell’immagine delle donne fino a lederne la dignità, e di valorizzare una comunicazione che, al di là degli stereotipi, veicoli messaggi creativi positivi.

Da sinistra, Emilia Costantini, Daniela Brancati, Laura Boldrini, Vittoria Tola

Da sinistra: Emilia Costantini, Daniela Brancati, Laura Boldrini, Vittoria Tola

Oggi il Premio è giunto alla sesta edizione e nella cerimonia, aperta dalla presidente della Camera Laura Boldrini, che si è svolta presso l’Auletta dei Gruppi Parlamentari, alla presenza di quasi 300 persone, il cambiamento si è visto tutto.  “Spesso le immagini pubblicitarie – ha detto la Boldrini – non sono quelle di una donna reale ma di una donna che non esiste. Fare un premio per le immagini pubblicitarie che rispettano il femminile  è una cosa molto importante. Vuol dire che le cose stanno cambiando e che c’è una oggi anche un tipo di pubblicità che non strumentalizza le donne per far vendere i propri prodotti e che ci sono imprese responsabili che vogliono partecipare a questo cambiamento”.

La cerimonia della premiazione, presentata dalla giornalista del Corriere della Sera, Emilia Costantini, ha visto sei spot finalisti, tre per la categoria web e tre per quelli televisivi. Gli spot erano tutti non solo rispettosi dell’immagine della donna, ma anche molto belli. Scelta difficile per la giuria presieduta dalla giornalista e scrittrice Daniela Brancati,  che ci ha tenuto a ricordare che non basta “fare uno spot che non strumentalizzi il corpo delle donne, ma che questo deve essere anche bello e efficace”. Alla fine hanno vinto la Lines con uno spot realizzato dall’Agenzia Armando Testa e H&M, ma tutti i finalisti Citroen, Barilla, Mattel e Edison avrebbero meritato ugualmente un premio.

“Questa volta – ha detto Brancati – abbiamo avuto la possibilità di scegliere, cosa che fino a qualche anno fa non avveniva e ci piace pensare che questo è merito anche nostro”.

“La campagna dell’UDI – ha aggiunto Vittoria Tola coordinatrice nazionale dell’Unione Donne italiane, a cui va il merito di aver svolto un enorme lavoro di sensibilizzazione sulle scuole e sui Comuni – ha dato i suoi frutti, non solo sul fronte degli spot, ma anche su quello delle affissioni che era il punto più dolente. Ci sono stati anni in cui non abbiamo assegnato alcun premio, perché le pubblicità erano davvero molto brutte”. E invece anche per questa categoria vinta da Poste italiane, c’è stata una bella terna di finalisti con Enel e Conad.

La terza categoria di premiati riguardava i programmi televisivi e la scelta è caduta sulla fiction della Rai “Lea”, film di Marco Tullio Giordana, ispirato alla vera storia di Lea Garofalo, la donna che seppe opporsi allo strapotere della mafia e per questo uccisa e il suo corpo fatto sparire, e di sua figlia Denise, minorenne all’epoca dei fatti, che testimoniò contro il padre, mandante dell’omicidio. Menzione speciale anche a Pio D’Emilia il corrispondente del TG di SKY per i suoi servizi dedicati alla rotta dei Balcani.

Emilia Costantini con Pia Locatelli

Emilia Costantini con Pia Locatelli

Una menzione inoltre è stata assegnata, dalla presidente del Comitato Diritti umani della Camera Pia Locatelli, alla campagna di Human Rights Wacht sulla situazione delle donne in Arabia Saudita. “La situazione delle donne in Arabia Saudita è tristemente nota, ma purtroppo non isolata. Ci sono tantissimi Paesi dove le donne non hanno diritti e dove la parità è ancora molto lontana. Anche quando una donna riesce a raggiungere posizioni di vertice nelle istituzioni, soprattutto negli Stati islamici, questa è sempre sottomessa a un padre, un fratello, un marito. Non è questione di velo o di burkini. Una donna può vestirsi come vuole. La cosa fondamentale è che sia libera di scegliere e di decidere e non che questa decisione venga imposta dagli altri”.

Tra le categorie premiate anche le città di Medolla, Imperia e Bergamo, comuni “virtuosi” che hanno messo in atto politiche a favore e in difesa delle donne, e le scuole  che hanno partecipato in maniera massiccia al premio inviando i loro lavori. Il Liceo Calvi di Padova, l’istituto comprensivo Elisa Springher di Lecce e la scuola elementare di Bologna R.Sanzio, tra i finalisti: tutti troppo bravi per premiarne uno solo…e tutti premiati.

Cecilia Sanmarco

Al vertice dell’ONU il socialista Antonio Guterres

antonio-guterresL’ex Alto commissario per i rifugiati, il socialista portoghese Antonio Guterres, è il nuovo segretario generale delle Nazioni Unite. “La nomina di Guterres – dice all’Avanti! Pia Locatelli – è una gioia e una soddisfazione per tutti noi socialisti: Antonio è un compagno e un amico con il quale il Psi ha collaborato per un quarto di secolo”. Pia Locatelli, capogruppo del Psi alla Camera, conosce bene il nuovo presidente dell’ONU, con cui ha lavorato in stretto contatto quando erano rispettivamente presidente dell’Internazionale socialista e presidente dell’Internazionale socialista donne.


L’ex Alto commissario per i rifugiati, il socialista portoghese Antonio Guterres, è il nuovo segretario generale delle Nazioni Unite. Il voto formale è previsto in serata al Palazzo di Vetro, dopo l’accordo raggiunto all’interno del Consiglio di Sicurezza. “Se uno non soffre di megalomania, sa di non poter salvare l’umanità. Io non voglio salvarla, ma farò quanto in mio potere per portare a dei miglioramenti”, aveva dichiarato Guterres durante la sua audizione davanti all’Assemblea Generale Onu. E proprio la maggiore trasparenza adottata quest’anno per vagliare le candidature degli aspiranti segretario generale, potrebbe aver favorito Guterres che è apparso fin dall’inizio il candidato più capace nel presentare in pubblico i propri obiettivi. Guterres porta in dote l’esperienza di uomo di governo – è stato primo ministro portoghese fra il 1995 e il 2002-  presidente dell’Internazionale socialista e, appunto, capo di una organizzazione multilaterale come l’Alto commissariato ONU per i Rifugiati, da lui guidato per dieci anni fino al 2015.

“La nomina Guterres è una gioia e una soddisfazione per tutti noi socialisti: Antonio è un compagno e un amico con il quale il Psi ha collaborato per decenni”. Pia Locatelli, capogruppo del Psi alla Camera, conosce bene il nuovo Segretario generale dell’ONU, con cui ha lavorato in stretto contatto quando erano rispettivamente presidente dell’Internazionale socialista e presidente dell’Internazionale socialista donne.

Pia Locatelli

Pia Locatelli

Una scelta che ti ha sorpreso?
Se ne parlava già da tempo, ma il risultato non era affatto scontato. Fino all’ultimo si è temuto un veto da parte della Russia, poi martedì finalmente l’accordo a dimostrazione che l’esperienza a volte ha la meglio nella scelta delle persone.
Con questa nomina vengono premiate le qualità dell’uomo e la sua estrema sensibilità  e impegno nei confronti dei più deboli, dimostrata durante la sua guida decennale all’Alto commissariato per i Rifugiati. Un’esperienza, quest’ultima che risulta cruciale per guidare l’ONU mentre la crisi internazionale dei profughi continua ad aggravarsi, coinvolgendo 65 milioni di persone.

Quando hai conosciuto Guterres?
Nel 1992 quando sono stata nominata vice presidente dell’Internazionale socialista donne con l’incarico di seguire la “regione” Europea. Tra i miei primi incontri ci fu quello a Oporto con Guterres che all’epoca era segretario del partito socialista portoghese. Allora gli chiesi subito un impegno per promuovere le donne in politica. Lui si disse pronto a collaborare e lo fece talmente bene che oggi nel Parlamento portoghese c’è una presenza femminile del 35%, una delle migliori in Europa. Da allora ebbe inizio una collaborazione sempre più stretta, soprattutto quando divenne presidente dell’Internazionale socialista e io fui nominata Presidente dell’Internazionale socialista donne. Le nostre strade si sono spesso incrociate e la collaborazione si è trasformata in amicizia. Non posso non ricordare che quando fui candidata alle elezioni europee nel 2004 Guterres venne a Bergamo e a Milano per sostenermi nella campagna elettorale.

E i rapporti con il Psi?
Sempre ottimi e amichevoli. Il partito socialista portoghese, così come il Psoe spagnolo, sono stati sempre molto vicini al Psi. Anche negli anni in cui gli altri partiti socialisti europei dimostravano una certa freddezza nei nostri confronti, i socialisti portoghesi, quelli spagnoli, i greci e anche i cileni, ci diedero sempre dimostrazioni di amicizia e di solidarietà. Sicuramente perché ricordavano bene l’impegno e l’aiuto dato dal PSI quando quei Paesi erano sotto la dittatura.
Guterres fu con noi nel dicembre del 2004 a Roma, all’Hotel Ergife, quando promuovemmo una grande manifestazione per commemorare Pietro Nenni a 25 anni dalla morte. Svolse un appassionato intervento non limitandosi ad un rituale ricordo di Nenni.

Eppure oggi in pochi ricordano che Guterres è socialista
Siamo alle solite. Come è avvenuto qualche settimana fa per le commemorazioni della nascita di Pertini, alcuni grandi giornali hanno omesso di dire che Guterres è socialista e che è stato presidente dell’Internazionale Socialista. Si tratta di dimenticanze opportunistiche sempre più frequenti, sempre più fastidiose. Ma a chi fa comodo non ricordare che esistono i socialisti?

Cecilia Sanmarco

Cannabis. Legge rimandata a settembre

Cannabis-liberaRimandata a settembre. Come previsto la proposta di legge sulla legalizzazione della cannabis è arrivata alla Camera, ma solo per la discussione generale. I circa 2000 emendamenti a carattere soppressivo, in gran parte presentati da Area Popolare, e il mancato accordo in commissione, hanno reso di fatto impossibile la discussione sul provvedimento e fatto decidere per il rinvio.

Una decisione accolta anche dai primi sostenitori del provvedimento che evitano di alimentare ulteriori polemiche. “A noi va benissimo”, afferma Benedetto Della Vedova, coordinatore dell’Intergruppo parlamentare per la legalizzazione della cannabis nel corso di una conferenza stampa, “Oggi il provvedimento è arrivato in Aula e questa è una giornata storica, anche se non sarà una passeggiata”.

Il disegno di legge presentato da Roberto Giachetti e sottoscritto anche dai socialisti Pia Locatelli e Oreste Pastorelli, ha raccolto consensi da tutti gli schieramenti con 221 firme, un numero elevato per una proposta trasversale ma non sufficiente raggiungere la maggioranza di 315. Inoltre, cosa di non poco conto il ddl, così come avvenuto sulle unioni civili, spacca il Partito democratico con 85 a favore e il resto contrari e se la visione si estende alla maggioranza di governo con il partito di Angelino Alfano compatto sul fronte del ‘no’, la legge rischia di morire. “La partita è aperta – ha detto Della Vedova – mancano 90 deputati disposti a votare favorevolmente il provvedimento”.
Intanto dagli esponenti più conservatori è partita la campagna di disinformazione per boicottare la legge e alimentare le paure sulla salute dei cittadini, con Gasparri e Brunetta in testa che annunciano dura battaglia e parlano di “forzatura inaccettabile”.

“Chi è in Parlamento sa benissimo che nessuno va a proporre la liberalizzazione della cannabis, eppure è questo il messaggio che le solite forze conservatrici lanciano all’esterno” ha commentato Pia Locatelli, capogruppo del Psi alla Camera. “Parlare della legalizzazione della cannabis – ha aggiunto – non vuol dire liberalizzare l’uso di droghe leggere, ma togliere dalle mani della malavita organizzata il traffico e consentire il controllo del fenomeno del consumo senza per questo incentivarlo. Nel disegno di legge in discussione, infatti, sono previste massicce campagne di informazione e prevenzione. Invece di esaminare il provvedimento ed eventualmente proporre delle modifiche, si preferisce alimentare menzogne, bloccando non solo il cambiamento, ma anche la discussione”.

E mentre gli oppositori alla pdl fanno a gara nell’immaginare scenari apocalittici in caso di un’approvazione, un sostegno al provvedimento arriva dal professor Umberto Veronesi. “Sono molto favorevole alla legalizzazione della cannabis perché i proibizionismi non funzionano – ha affermato Veronesi -. Io non consiglio certo ai miei figli di fumare marijuana, così come non gli consiglio di bere alcol o di fumare tabacco. Il tabacco fa 10mila volte più morti di quanti ne faccia la marijuana. Non è un trattamento totalmente innocuo, ma ha un limite molto basso di pericolosità”.

Cecilia Sanmarco