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Cecilia Sanmarco

Cannabis. Legge rimandata a settembre

Cannabis-liberaRimandata a settembre. Come previsto la proposta di legge sulla legalizzazione della cannabis è arrivata alla Camera, ma solo per la discussione generale. I circa 2000 emendamenti a carattere soppressivo, in gran parte presentati da Area Popolare, e il mancato accordo in commissione, hanno reso di fatto impossibile la discussione sul provvedimento e fatto decidere per il rinvio.

Una decisione accolta anche dai primi sostenitori del provvedimento che evitano di alimentare ulteriori polemiche. “A noi va benissimo”, afferma Benedetto Della Vedova, coordinatore dell’Intergruppo parlamentare per la legalizzazione della cannabis nel corso di una conferenza stampa, “Oggi il provvedimento è arrivato in Aula e questa è una giornata storica, anche se non sarà una passeggiata”.

Il disegno di legge presentato da Roberto Giachetti e sottoscritto anche dai socialisti Pia Locatelli e Oreste Pastorelli, ha raccolto consensi da tutti gli schieramenti con 221 firme, un numero elevato per una proposta trasversale ma non sufficiente raggiungere la maggioranza di 315. Inoltre, cosa di non poco conto il ddl, così come avvenuto sulle unioni civili, spacca il Partito democratico con 85 a favore e il resto contrari e se la visione si estende alla maggioranza di governo con il partito di Angelino Alfano compatto sul fronte del ‘no’, la legge rischia di morire. “La partita è aperta – ha detto Della Vedova – mancano 90 deputati disposti a votare favorevolmente il provvedimento”.
Intanto dagli esponenti più conservatori è partita la campagna di disinformazione per boicottare la legge e alimentare le paure sulla salute dei cittadini, con Gasparri e Brunetta in testa che annunciano dura battaglia e parlano di “forzatura inaccettabile”.

“Chi è in Parlamento sa benissimo che nessuno va a proporre la liberalizzazione della cannabis, eppure è questo il messaggio che le solite forze conservatrici lanciano all’esterno” ha commentato Pia Locatelli, capogruppo del Psi alla Camera. “Parlare della legalizzazione della cannabis – ha aggiunto – non vuol dire liberalizzare l’uso di droghe leggere, ma togliere dalle mani della malavita organizzata il traffico e consentire il controllo del fenomeno del consumo senza per questo incentivarlo. Nel disegno di legge in discussione, infatti, sono previste massicce campagne di informazione e prevenzione. Invece di esaminare il provvedimento ed eventualmente proporre delle modifiche, si preferisce alimentare menzogne, bloccando non solo il cambiamento, ma anche la discussione”.

E mentre gli oppositori alla pdl fanno a gara nell’immaginare scenari apocalittici in caso di un’approvazione, un sostegno al provvedimento arriva dal professor Umberto Veronesi. “Sono molto favorevole alla legalizzazione della cannabis perché i proibizionismi non funzionano – ha affermato Veronesi -. Io non consiglio certo ai miei figli di fumare marijuana, così come non gli consiglio di bere alcol o di fumare tabacco. Il tabacco fa 10mila volte più morti di quanti ne faccia la marijuana. Non è un trattamento totalmente innocuo, ma ha un limite molto basso di pericolosità”.

Cecilia Sanmarco

Salvini, il bambolo

Arriva sul palco e si leva la maglietta mostrandosi a torso nudo manco fosse la bella copia di Brad Pitt. Fa battute sulla sua forma fisica come in una finale di miss italia e invita sul palco “la sosia della Boldrini”, mostrando una bambola gonfiabile.
Anche fossimo in uno spettacolo comico di quart’ordine non ci sarebbe nulla da ridere, ma siamo a un comizio politico e il protagonista è il leader della Lega, colui che si candida a essere il futuro leader di tutto il centro destra, quel Salvini che non perde occasione per sparare la sua idiozia quotidiana conquistando l’attenzione dei media. I suoi bersagli sono ormai fissi: gli immigrati e la presidente della Camera, sulla quale sfoga le peggio volgarità e beceri commenti sessisti. Questa volta però ha passato la misura e le critiche alla sua ultima uscita sono state massicce e compatte, dalle vicepresidenti della Camera e del Senato, Marina Sereni e Valeria Fedeli, alle Ministre Madia e Boschi, agli esponenti dei maggiori partiti politici.

“L’ultima uscita” di Matteo Salvini offre a tutti noi un messaggio sfrontatamente sessista che nulla ha a che vedere con il normale confronto politico”. Affermano in un comunicato le deputate dell’Integruppo Donne della Camera, che vede riunite quasi cento parlamentari di diversi schieramenti, tra cui Pia Locatelli che fa parte del Direttivo in rappresentanza del Misto. “Comportamenti di tale profilo, che colgono ogni occasione per una derisione sguaiata di figure istituzionali come la Presidente Boldrini, da sempre impegnata sui temi della parità di genere, colpendola nel suo essere donna, sono quanto di più lontano da ciò che serve alla nostra vita democratica. Ed è stupefacente che manchi totalmente la sensibilità per comprenderlo. Nel dissociarci con forza da questo modo violento e sessista di interpretare il dibattito politico, ci chiediamo se sia troppo sperare in un confronto serio sui temi: noi certamente non possiamo e non vogliamo abituarci a tanta volgarità”.

Dichiarazioni alle quali Salvini ha risposto con un “non mi scuso”, felice e gongolante di questa nuova ondata di notorietà. Ancora non ha capito che andare sempre in televisione e uscire sui giornali, ma senza mai dire qualcosa di sensato, non porta voti, anzi li fa perdere, come mostra l’ultima lezione delle amministrative. Se ne stanno accorgendo anche gli elettori della Lega: per sgonfiare il bambolo ormai basta una puntura di spillo.

Cecilia Sanmarco 

La Cannabis arriva in Aula, ed è subito scontro

Cannabis legaleIl provvedimento sulla legalizzazione della cannabis arriva in Aula alla Camera ed è subito scontro. Il disegno di legge, firmato da oltre 200 parlamentari, di tutti gli schieramenti politici, è stato finalmente calendarizzato, ma la discussione che si aprirà lunedì a Montecitorio rischia di naufragare alle prime bracciate, sommersa dai 1700 emendamenti, presentati in gran parte da Ap, e di slittare, se tutto va bene, a settembre.
Le commissioni Giustizia e Affari sociali della Camera dovevano iniziare a votare oggi gli emendamenti al ddl, inserito nel calendario dell’aula per il 25 luglio nella quota spettante all’opposizione, e più’ precisamente a Sinistra Italiana. E’ sì perché, sebbene si tratti di un provvedimento bipartisan e una delle proposte in esame, sottoscritta anche dai deputati socialisti Locatelli e Pastorelli, sia prima firma di Roberto Giachetti, quando si tratta di diritti e temi etici sembra che la maggioranza abbia paura a metterci la faccia.
Di fronte all’enorme mole di emendamenti la relatrice della Affari sociali, Margherita Miotto (Pd), ha chiesto tempo per esaminare le proposte, in questo appoggiata dal suo partito. Sinistra Italiana, che ha in Daniele Farina il relatore della commissione GIustizia, ha insistito a rispettare la data del 25 luglio e a non rinviare l’approdo in Aula. Le commissioni hanno quindi convenuto di rispettare la volontà di SI e gli emendamenti non sono stati nemmeno letti. Il passaggio in Commissione serve a trovare le intese sul piano politico e dei contenuti: portare un testo in Aula senza questo esame significa esporre il testo a forti rischi, gli emendamenti verranno tutti ripresentati e nell’impossibilità di trovare un’intesa si rimanderà indietro il provvedimento.
“Le solite forze oscurantiste presenti in Parlamento – ha commentato Pia Locatelli – tentano ancora una volta di bloccare non solo il cambiamento, ma anche la discussione. Parlare della legalizzazione della cannabis, non vuol dire liberalizzare l’uso di droghe leggere, ma togliere dalle mani della malavita organizzata il traffico e consentire il controllo del fenomeno del consumo senza per questo incentivarlo”.
“L’approdo in aula alla Camera del ddl per la legalizzazione della cannabis è comunque un fatto storico”. Scrive su Facebook il senatore e sottosegretario agli Esteri, Benedetto Della Vedova, promotore dell’intergruppo cannabis. Ma se è vero che il tabù è caduto è ancor più vero che la battaglia per varere la legge sarà lunga e durissima.

Cecilia Sanmarco

TRENT’ANNI DI ATTESA

CAPPIELLO

Alma Cappiello

Nemmeno il tempo di festeggiare per il ‘Sì’ che già arrivano le prime polemiche sulla legge sulle Unioni Civili. I primi a mettersi sulle barricate non potevano che essere gli esponenti dell’opposizione di centro destra, ma contro questa legge anche i rappresentanti della sinistra italiana, e non ultimi alcuni deputati Pd. Doveva essere il punto di incontro di un Partito Democratico litigioso e in continua tensione e invece anche stavolta ci sono stati gli screzi. La deputata dem e filosofa Michela Marzano dopo l’approvazione del ddl Cirinnà alla Camera ha deciso di lasciare il Pd. Nella nuova legge, infatti, non è stata affrontata la questione della stepchild adoption e la Marzano ha rassegnato le sue dimissioni dal gruppo Pd alla Camera, restando però in Parlamento come deputata. Nonostante quindi la legge presenti delle imperfezioni da destra parte subito la campagna per impedire che il Presidente Mattarella firmi la legge sulle coppie di fatto. “Non siamo contrari al riconoscimento dei diritti – spiega Carlo Giovanardi – ma Renzi ci ha impedito con la fiducia di emendare e discutere la legge”. In conferenza stampa insieme a Giovanardi per annunciare il referendum attraverso il quale “ridare la parola ai cittadini che rappresentiamo” e per presentare il motto del comitato per il no, l’hashtag #ciricorderemo, anche Gaetano Quagliariello ed Eugenia Roccella (Idea), Maurizio Gasparri e Lucio Malan (Fi), Gian Marco Centinaio e Nicola Molteni (Lega), Francesco Bruni e Lucio Tarquinio (Conservatori e Riformisti), Fabio Rampelli ed Edmondo Cirielli (Fratelli d’Italia), Gian Luigi Gigli e Mario Sberna (Ds-Cd), Guglielmo Vaccaro (Italia Unica) e il presidente della commissione Lavoro del Senato, Maurizio Sacconi.
C’è infine un ultimo aspetto, sul quale sono partiti dei dubbi ed è quello che riguarda la pensione di reversibilità: “C’è un impatto sui conti, ed è inevitabile che ci sia, ma è nell’ordine di qualche centinaio di milioni di euro ed è quindi sostenibile”. È quanto ha affermato il presidente dell’Inps Tito Boeri rispondendo ad una domanda sull’impatto delle nuove norme della legge sulle unioni civili in merito alla reversibilità delle pensioni per le coppie.


Unioni civili, Locatelli: il Psi le vuole da 28 anni

Di Cecilia Sanmarco

Le Unioni civili sono finalmente legge: per la prima volta, dopo tredici anni di tentativi e quattro proposte di legge presentate nelle scorse legislature, un provvedimento sulle coppie di fatto, etero e omosessuali, viene definitivamente approvato dal Parlamento e ieri sera il popolo del Pd e i rappresentati delle comunità Lgbt ne hanno festeggiato il varo. Per Pia Locatelli, capogruppo del Psi alla Camera, però non si tratta di una conquista epocale, ma solo di un primo passo. 

“Siamo naturalmente contenti del fatto che finalmente ci sia una legge che colma in parte una lacuna in tema di uguaglianza delle persone, ma non possiamo certamente affermare che si tratti di una bella legge: all’interno del testo permangono infatti delle discriminazioni e soprattutto non si affronta il tema della stepchild adoption, penalizzando bambini e bambine che già vivono in famiglie di fatto e che, in caso di morte del genitore biologico, rischierebbero di essere allontanati anche dall’altro genitore”.

Nella tua dichiarazione di voto alla Camera hai affermato che si tratta di una legge che nasce già vecchia.

“Sì è un provvedimento che arriva in ritardo e che è superato dalla realtà in cui viviamo. In molti Paesi europei si è già andati oltre, approvando come noi avremmo voluto i matrimoni tra persone dello stesso sesso e consentendo le adozioni. Questo testo non si discosta molto da una proposta di legge presentata dai socialisti nel 1988. Allora era una proposta all’avanguardia, rivoluzionaria, oggi sono passati quasi trent’anni e la società si è evoluta”.

Quindi furono i socialisti i primi a parlare di unioni civili?

“Di unioni civili e non solo. La proposta di legge “Disciplina della famiglia di fatto”, fu presentata da Alma Cappiello come prima firmataria e sottoscritta da alcuni deputati e deputate dell’epoca, nel corso della X legislatura. Era la grande stagione dei diritti e delle riforme, quando il Psi e i Radicali portarono avanti storiche battaglie sui diritti civili. Nella seconda metà degli anni ’80 come donne socialiste incominciammo a lavorare  ed elaborare politiche organiche per le famiglia: furono presentate dieci proposte che affrontavano temi diversi, che partivano dalla lettura senza pregiudizi della società, osservandola nelle sue trasformazioni. Parlavamo di assegni di maternità e di congedi parentali, di asili nido e consultori familiari, ancor oggi insufficienti, di detrazioni di imposte per baby sitter, di famiglie di fatto, di affido e di adozione.

Che ne fu di quelle proposte?

Alcune furono subito accolte, per altre come le detrazioni di imposte per le baby sitter o la legge sulle coppie di fatto abbiamo dovuto aspettare 28 anni, alcune sono ancora aperte.

Quali sono i prossimi passi?

Bisogna affrontare al più presto il nodo delle adozioni e colmare il vulnus lasciato da questa legge. Le sentenze emesse dai tribunali in questi ultimi mesi a favore della stepchild adoption dimostrano ancora una volta che la politica arriva in ritardo e che stralciare l’articolo 5 dal ddl Cirinnà è stato un errore. Le adozioni all’interno di una coppia omosessuale sono già una realtà riconosciuta dalla magistratura. Come socialisti abbiamo presentato una proposta di legge alla Camera e al Senato nella quale è prevista la possibilità di adottare anche per i single e per le coppie di fatto a prescindere dall’orientamento sessuale. Mi auguro che vengano discusse al più presto.

Cecilia Sanmarco


Dal Corriere.it: Sembra scritta oggi 

PROPOSTA PSI

La prima firmataria della proposta di legge (testo in PDF) è Agata Alma Cappiello, deputata socialista assai attiva nelle questioni di diritti civili. Con lei anche la firma di un’altra socialista storica, Margherita Boniver. Si parla di registrazioni delle convivenze, degli obblighi degli alimenti, del subentro dell’affitto, del regime patrimoniale dei conviventi, della tutela penale, dell’affidamento dei figli. Non ci sono riferimenti a coppie omosessuali, oggettivamente ventotto anni fa non se ne parlava ancora delle coppie gay. Ma è inquietante leggere come all’epoca la giurisprudenza si era già espressa sulla famiglia di fatto, più volte. La Corte di Cassazione lo ha fatto addirittura con una sentenza del 1957 (la numero 2744 del 10 luglio) e si esprime in materia tributaria affermando «la responsabilità solidale di chi convive more uxorio». La giurisprudenza è andata avanti, ma i nostri legislatori ci hanno messo ventotto anni per decidere che le coppie di fatto dovevano essere degne di avere dei diritti come coppia, semplicemente dei diritti. E c’è bisogno di dirlo? Quella legge presentata nel 1988 non venne mai messa in discussione, nemmeno nella commissione a proposta di legge che avrebbe dovuto regolare la Disciplina della famiglia di fatto, di cui la compianta Cappiello era la prima firmataria, portava soltanto firme di socialisti e radicali, un’accoppiata formidabile che portò avanti disegni di legge (Legge 194 sull’aborto legalizzato, Legge sul Divorzio, ndr) che poi divennero leggi dello Stato.

DOLORI DI MAGGIORANZA

Unioni civili coppie gayUnioni civili e reato di immigrazione clandestina stanno facendo venire i dolori al giovane Presidente del consiglio, nonché segretario del Pd, Matteo Renzi.
Ma i dolori del giovane Renzi non dipendono da uno scontro sulla sostanza dei provvedimenti di legge che Palazzo Chigi vorrebbe adottare – anche per ridare un po’ di colore all’immagine alquanto appannata del Governo in vista delle amministrative – ma dalla necessità inderogabile dell’alleato centrista di distinguersi dalla balena piddina proprio in vista delle elezioni. E su tutto incombono le forche caudine dell’ultimo voto al Senato (lunedì alla Camera) alla cosiddetta Riforma Boschi, dove si richiede la maggioranza assoluta: 161 voti. Ma ci si può fidare del soccorso di Verdini?

Angelino Alfano, leader di Ap-Ncd, c’è la sta mettendo tutta per dimostrare al mondo intero, o meglio agli elettori che fino a ieri lo votavano, che è lui ha imporre la rotta alla maggioranza, almeno su alcune questioni. Ecco dunque il No, ripetuto dai soliti noti della CEI, a tutto ciò che odora anche alla lontana di laicità, vuoi che si tratti di testamento biologico, vuoi che si parli di adozioni nelle coppie gay sotto la formula soft della stepchild adoption, ovvero della possibilità di adottare il figlio naturale del partner. Un No così ostinato e ambiguo – lo contrabbandano come rifiuto all’inesistente possibilità dell’utero in affitto – da far pensare che in realtà la strategia sia quella di creare un tale clima di scontro interno al Pd, grazie alla robusta lobby cattointegralista, da convincere Renzi che forse tutto sommato e meglio arrivare a far arenare il ddl Cirinnà nelle profondissime sabbie parlamentari piuttosto che arrivare sfiancati alle urne, con un elettorato confuso e il rischio di finire impallinati da sinistra e da destra.

Analoga la battaglia di retroguardia sull’altro provvedimento, quello che dovrebbe definitivamente cancellare il ridicolo, inutile, imbarazzante reato di immigrazione clandestina. Il pasticcio partorito dal duo Alfano-Maroni – ministro della giustizia il primo e dell’interno il secondo nel 2009, governo Berlusconi –  che doveva servire a lisciare il pelo alla bestia razzista che abita un po’ ovunque in Europa, ma alligna egregiamente nella ‘Padania’. Perfino, e con ammirevole chiarezza, il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, Franco Roberti, in un’intervista a la Repubblica, ne ha oggi sancito l’inutilità: peggio, spiega, risulta anche dannoso nella lotta al fenomeno degli ‘scafisti’. E Alfano che fa? Dice No, che non si tocca.

E Renzi che fa? Svicola, rinvia nel timore di perdere altro consenso elettorale visto il clima islamofobo e xenofobo che si respira a pieni polmoni. Tutto si scioglierà, forse, in un vertice lunedì. Basterà un ministero a Dorina Bianchi? Uscirà dal cappello un’altra invenzione come quella dell’‘adozione rafforzata’? O un arzigolo linguistico come quello (Pd) che ha battezzato un’unione civile tra persone dello stesso come una “formazione sociale specifica”?

Ma vediamo nel merito le due questioni del giorno.

Immigrati

IMMIGRAZIONE CLANDESTINA
di Cecilia Sanmarco

Il reato di clandestinità torna a infiammare il dibattito politico. Alla notizia dell’arrivo del decreto del governo, che dovrebbe sancirne la sua definitiva abolizione, la protesta scontata del centro destra non si è fatta attendere, con Salvini che parla di “follia” e la Meloni che non esita a strumentalizzare i deprecabili fatti di Colonia (dimenticando che non erano clandestini ma persone già da tempo residenti in Germania con permesso regolare o rifugiati ai quali era stato concesso il diritto di asilo). Fin qui nulla di nuovo: è chiaro che il terrorismo e le minacce dell’Isis sono argomenti facilmente utilizzabili per una destra che tende a radicalizzare lo scontro, facendo di tutta un’erba un fascio, e che l’immagine di orde di immigrati pronte a farsi saltare in aria e a stuprare le nostre donne sono una facile demagogia volta a alimentare le paure degli italiani. Quello che c’è di nuovo è l’atteggiamento di Alfano e del Nuovo centro destra che, ridotto ormai al lumicino, cerca di ribadire la propria identità nel tentativo di recuperare voti dall’elettorato orfano di Berlusconi.

In realtà, come per le unioni civili, quello del reato di clandestinità è un finto problema. Di fatto il reato è già stato abolito il 2 aprile del 2014 con l’approvazione da parte della Camera della legge in materia di pene detentive carcerarie. Legge passata in entrambi i rami del Parlamento con i voti favorevoli del Nuovo centro destra e quelli contrari dei 5 Stelle. Allora il deputato Antonio Leone, nell’annunciare il voto convinto del suo gruppo disse chiaramente che “l’esistenza in vita del reato non ha sicuramente dato dei buoni frutti: non si può fare il sillogismo per cui l’esistenza del reato di immigrazione clandestina tampona o evita l’immigrazione, perché così non è stato, così non può essere”.

Approvato il provvedimento il Governo ha l’obbligo di cancellare con un decreto legislativo il “reato di ingresso e soggiorno irregolare nel territorio dello Stato”. La polemica, dunque, non dovrebbe essere sul fatto che finalmente si appresta a farlo ma sul perché non l’abbia ancora fatto, nonostante i 18 mesi che aveva di tempo siano scaduti da un pezzo.

“Il cosiddetto reato di clandestinità, introdotto nel 2009 dal Centrodestra, – ha detto Pia Locatelli –  ha fatto diventare automaticamente criminali tutti gli immigrati irregolari, però non ha mandato in galera nessuno e non è servito ad aumentare il numero di rimpatri. Gli stranieri denunciati rischiano infatti solo una multa da trasformare in un’espulsione e rimangono liberi (anche di far perdere le loro tracce) mentre la giustizia italiana è costretta a istruire costosi e inutili processi.  Una sua abolizione paradossalmente potrebbe facilitare le espulsioni, per le quali non si dovrebbe più attendere l’esito di un processo”.

E’ chiaro quindi che le polemiche sono soltanto strumentali e demagogiche, non è invece chiaro perché il Governo abbia aspettato tanto per attuare il mandato parlamentare. Di certo non poteva scegliere un momento peggiore.

Coppia gay omo

UNIONI CIVILI E STEPCHILD ADOPTION

Sulle unioni civili si cerca un compromesso. Il governo, pur ribadendo che non intende intervenire sulla questione, “lasciando alle Camere la possibilità di decidere autonomamente”, ha affidato il compito alla ministra Boschi che, con i capigruppo Pd di Camera e Senato, Rosato e Zanda, tenterà in primo luogo di ottenere il via libera dai 22 senatori dissidenti che hanno già annunciato voto contrario in caso di mancate modifiche, e poi di arrivare a un testo il più possibile condiviso. Il tutto nella speranza di ricompattare la maggioranza, Ncd in testa, utile più che mai per avere il via libera al Senato sulla Legge Costituzionale.
Archiviata, al momento, l’ipotesi di “affido rafforzato” che diventerebbe immediatamente materia per la Corte costituzionale, la strada imboccata sembra essere quella di una stepchild adoption in versione soft che verrebbe ulteriormente circoscritta, pur lasciando inalterati i principi del provvedimento. Una sorta di “terza via” sui cui contenuti ancora non si sa nulla. Fatto sta che si tratterebbe inevitabilmente di una revisione al ribasso, sulla quale verrebbero probabilmente a mancare i voti di Sel e con molte probabilità dei 5 Stelle, mentre non è detto che la maggioranza sarebbe compatta.

“Siamo fermamente contrari a una revisione del DDl Cirinnà sulla stepchild adoption: per quanto ci riguarda non ci sono “terze vie”. Ha commentato Pia Locatelli, capogruppo della componente socialista alla Camera. “La legge sulle adozioni del 1983 già prevede per le coppie eterosessuali, anche se non coniugate, la possibilità di adottare il figlio o la figlia del coniuge nel caso rimanga orfano dei genitori biologici. E’ stata una scelta volta proprio a salvaguardare il bene dei minori e il loro diritto alla continuità affettiva. Non consentirlo nel caso di una coppia omosessuale penalizzerebbe i bambini e le bambine e creerebbe un’ingiustificata discriminazione”.

“C’è ancora chi applica in politica un metro diverso da quello imposto dalla propria coscienza. Nulla di più becero. La legge sulle unioni civili va fatta, va sgomberato il campo da misere considerazioni ideologiche”. Ha aggiunto la portavoce del Psi, Maria Cristina Pisani. “Il tema delle adozioni- sottolinea- riguarda tutte le coppie non solo quelle omosessuali e la stepchild adoption non è solo l’assunzione di un diritto ma è il riconoscimento di una importante responsabilità, una tutela per i nostri figli. Noi andremo avanti. Non ci interessa l’ottusa retorica della cosiddetta ‘famiglia naturale’. A noi interessa il benessere dei nostri bambini. Chiediamo a tutti soltanto più coraggio”.

Intanto si mobilitano le piazze. Dopo l’annuncio di un nuovo family day previsto per il 30 gennaio che questa volta dovrebbe avere l’appoggio della Cei, le associazioni Lgbt (Arcigay, ArciLesbica, Agedo, Famiglie Arcobaleno, Mit) si preparano a mettere in campo, il 23 gennaio prossimo, una mobilitazione capillare nelle principali piazze del Paese. Inoltre, nei giorni caldi della discussione a Palazzo Madama, cioè dal prossimo 26 gennaio, è previsto un presidio in piazza delle Cinque Lune, a Roma, nei pressi del Senato, per testimoniare l’attenzione e l’apprensione per il dibattito in corso.

Cecilia Sanmarco

Unioni civili, maggioranze variabili e libertà di coscienza

Unioni civili matrimonio gay omosessualiMaggioranze variabili e libertà di coscienza ai singoli deputati. Così come avvenne per il divorzio, così come dovrebbe sempre essere quando si tratta di temi etici. Dopo la presa di posizione di Renzi, che ha ribadito il pieno appoggio al ddl Cirinnà, stepchild adoption compresa, quella che fino a qualche settimana fa sembrava un’ipotesi sostenuta solo dai socialisti, potrebbe rivelarsi l’unica via percorribile per mettere fine a uno stallo che va avanti da mesi e che rischia di concludersi, ancora una volta con un nulla di fatto.

La levata di scudi proveniente dagli esponenti cattolici di maggioranza e opposizione, da Forza Italia a Scelta civica, ad Ap passando per il Centro democratico e una parte, se pur minoritaria del Pd, sta a confermare che la spaccatura è tale da non consentire più spazi al dialogo e alla mediazione.

Il tentativo di arrivare a un testo largamente condiviso è definitivamente naufragato sulla stepchild adoption, che, è bene ribadirlo, non ha nulla a che vedere non solo con l’utero in affitto, ma neanche con le adozioni per le coppie omosessuali. Si tratta semplicemente di garantire a quei bambini, figli di un membro della coppia, quella continuità affettiva in caso di morte dei genitori biologici, con il partner del genitore che li ha cresciuti. Una misura volta esclusivamente a non danneggiare i minori, tanto è vero che si era parlato di “affido rafforzato”.

“Stralciare la stepchild adoption dal disegno di legge – ha dichiarato Pia Locatelli – vorrebbe dire svuotare la legge, e creare una nuova discriminazione che colpirebbe non solo le coppie omosessuali, ma anche i figli e le figlie di uno dei partner”.

Fatto sta che il nodo non accenna a sciogliersi e le divergenze all’interno degli stessi partiti sono tali che sono già in molti a invocare, anche in Forza Italia, libertà di coscienza sul tema.

Basterà questo a sbloccare la situazione? I dubbi sono leciti e primo fra tutti c’è quello della reale volontà del Governo di andare fino in fondo, rischiando una pericolosa spaccatura all’interno della maggioranza che lo sostiene a favore di una “temporanea”, ma pericolosa, alleanza con il Movimento Cinque Stelle, così come è avvenuto per l’elezione dei giudici della Consulta. L’altro dubbio è proprio nel comportamento dei pentastellati che, pur di mantenere il proprio profilo di essere ‘contro’ a prescindere e di rifiutare accordi con chi vogliono “mandare a casa”, sono capacissimi di votare contro il ddl .

A questo si aggiunge un problema squisitamente tecnico che però rischia di far saltare tutto. Il provvedimento, infatti, arriva all’esame dell’Assemblea senza essere stato licenziato dalla Commissione, ovvero senza aver terminato il suo iter, e quindi senza il mandato al relatore. Senza un relatore di maggioranza, di fatto il provvedimento è da considerarsi come se fosse ‘orfano’ e in Aula solo il governo – dopo la scadenza dei termini per gli emendamenti – potrà presentare nuove richieste di modifica. Il che comporta che o la maggioranza trova un accordo sui nodi politici prima dell’avvio dell’iter in Assemblea, o il ddl potrebbe, come già successo in commissione, divenire oggetto di un’ingente mole di emendamenti e dell’ostruzionismo delle forze politiche che lo avversano.

Un cammino insomma tutto in salita che si giocherà non tanto sui contenuti del provvedimento, quanto sulle alleanze politiche. Con il rischio che saranno proprio i contenuti a farne le spese.

Cecilia Sanmarco

Eutanasia legale, Locatelli: no a un diritto solo per pochi

Eutanasia Dominique VelatiDopo il video choc diffuso dall’Associazione Luca Coscioni nel quale Dominique Velati, militante radicale e malata terminale, annuncia, con un distacco e una tranquillità disarmanti, il suo imminente suicidio, si riaccende il dibattito su fine vita e testamento biologico. Dominique è dovuta andare in Svizzera, dove è stata aiutata a morire il 15 dicembre, per poter veder riconosciuto il suo diritto di scelta; altri, come Eluana Englaro e Piergiorgio Welby hanno dovuto attendere anni, altri ancora come Max Fanelli, malato di Sla che ha interrotto le cure, sono ancora inchiodati in un letto a chiedere una fine dignitosa.

Dal Parlamento e dalle istituzioni nessuna risposta. Nonostante la nascita nel settembre scorso di un Intergruppo, al quale hanno aderito oltre 70 parlamentari di tutti gli schieramenti politici, con l’obiettivo di ottenere la calendarizzazione di una legge sul fine vita da approvare in questa legislatura. Vista la totale trasversalità dell’Integruppo, l’impegno della presidente della Camera Laura Boldrini, e un appello lanciato da 150 deputati del Pd, sembrerebbe un cammino tutto in discesa e invece…”Invece siamo in una fase di stallo. Per ottenere la discussione di un provvedimento bisogna che il tema sia portato nella riunione dei capigruppo: solo un capogruppo può proporre la calendarizzazione di un disegno di legge, ma nonostante un appello firmato da 68 deputati non abbiamo ancora ottenuto nulla”, afferma Pia Locatelli coordinatrice dell’Intergruppo assieme a Marisa Nicchi di Sel e alla Sottosegretaria Borletti Buitoni.

Hai visto il video di Dominique Velati ed eri a conoscenza di questa iniziativa?
Sì ne ero a conoscenza. La scorsa settimana l’Associazione Coscioni mi aveva contattata per sapere se ero disponibile a prenotare per loro la Sala Stampa della Camera per una conferenza dove avrebbero dato l’annuncio. Ho dato la mia disponibilità, come sempre quando si tratta di fare da “portavoce” alle battaglie laiche degli amici radicali. Ma poi Marco Cappato, che ringrazio per la sensibilità dimostrata, ha ritenuto che, trattandosi di un atto di disobbedienza civile, era meglio non coinvolgere rappresentanti delle istituzioni. Poi ho visto il video e sono rimasta profondamente scossa: Dominique parlava della sua storia e di quello che avrebbe fatto, come se parlasse di un’altra persona e come se la cosa non la riguardasse.

Si è trattato comunque di un atto illegale, tanto è vero che Marco Cappato si è auto denunciato. Non trovi sia stata un’azione un po’ forte?
Io come parlamentare e come persona ho il massimo rispetto per le leggi dello Stato, ma ho visto che a volte per smuovere la politica servono azioni forti. I radicali hanno sempre fatto ricorso ad atti di disobbedienza civile per sollevare l’attenzione sui diritti. Basti pensare alle loro campagne e alle loro autodenunce per la depenalizzazione dell’aborto, che hanno contribuito al varo della legge 194, o a quelle sulla legalizzazione della cannabis sulla quale adesso abbiamo ottenuto la calendarizzazione. Spero che anche questa volta lo choc serva a far sì che si affronti il tema.

In un Paese dove si fatica ad approvare una legge sulle coppie di fatto e sulle unioni omosessuali, pensi si possa arrivare a una legge sull’eutanasia?
Io preferisco parlare di fine vita e di testamento biologico. Già ottenere questo sarebbe un enorme passo avanti. Per questo la prima proposta di legge che ho presentato in questa legislatura, con l’aiuto di Peppino Englaro, è sul diritto di ognuno a decidere sul fine vita e sulle cure da rifiutare. Non dobbiamo dimenticare che mentre in gran parte d’Europa è prevista una normativa che permette ai malati terminali di avere una morte dignitosa, noi non riusciamo nemmeno ad approvare una legge sul testamento biologico, così che chi non è più in grado di esprimere la propria volontà, finisce per sottostare a ciò che è ritenuto opportuno dal medico curante o da altri, senza che quanto abbia espresso quando era cosciente sia vincolante per gli operatori sanitari e per i familiari.

Come Intergruppo avete anche già predisposto un disegno di legge?
No, non è questo il nostro obiettivo. In Parlamento c’è già una proposta di legge popolare presentata da oltre due anni e altre Pdl che vanno dall’eutanasia, attiva e passiva, al testamento biologico. Noi vogliamo che si cominci a discutere, vogliamo che si faccia una legge. Non abbiamo dato volutamente delle indicazioni proprio per permettere un coinvolgimento trasversale e la costruzione di un testo ampiamente condiviso. Anche il mondo cattolico ha dimostrato una certa apertura sul tema dell’accanimento terapeutico e sul diritto di scelta delle cure. Quale legge verrà fuori poi si deciderà in Commissione e in Aula, l’importante è colmare un vuoto normativo, prima che lo faccia la magistratura, i medici o che si ricorra a pericolosi “fai da te”.

Evitare che ci siano altre Dominique Velati?
Evitare che ci siano altri casi Englaro, Welby e gli altri innumerevoli casi quotidiani, lasciati alla pietà dei medici o alle decisioni dei familiari, che sono lì a dirci che di fatto un’eutanasia silente, non dichiarata, in parte già esiste. Ed evitare, soprattutto, come è avvenuto per l’aborto prima e per la legge sulla fecondazione assistita poi, che siano solo i più privilegiati a potersi permettere di andare all’estero per poter realizzare le proprie decisioni.
Cecilia Sanmarco

La video intervista a Dominique Velati è stata realizzata da Servizio Pubblico. Michele Santoro ha poi inviato il video accompagnato da una lettera alla presidente della Rai, al presidente di Mediaset e all’amministratore delegato di Sky sollecitandone la diffusione e offrendo un supporto tecnico gratuito.

“Stanchi del rosa”. Francia contro i giocattoli sessisti

lego oggiAlle bambine vestiti da principessa, bambole e castelli rosa, ai bambini astronavi e supereroi: come ogni anno con l’avvicinarsi del Natale i negozi di giocattoli e le annesse pubblicità sono tutte inneggianti ai giochi di “genere” in un trionfo di stereotipi che si pensava ormai superati.

E mentre nella vita reale le donne presiedono governi, dirigono banche, amministrano imprese e vanno nello spazio, nel mondo dei balocchi sono ancora condannate a essere proiettate nelle attività domestiche o ad apprendere l’arte della seduzione.

monopoliUn andazzo che non è passato inosservato in Francia dove gli stereotipi sessisti veicolati dai giocattoli sono stati oggetto di un rapporto della delegazione dei diritti delle donne del Senato, presentato alla fine dello scorso anno. Invano. Invece di fare passi in avanti l’industria dei giocattoli è tornata addirittura indietro. Basti pensare a giochi trasversali, come il Lego o il Monopoli, che fino a trent’anni fa erano rivolti a tutti e due i generi e che oggi sono ben diversificati: Lego friends tutto in rosa per le bambine e Lego city per i maschietti, o il confettoso Monopoli al femminile dove banche e alberghi hanno lasciato il posto a parrucchieri e gioiellerie.

Tanto basta per mobilitare l’associazione d’Osez le Féminisme che, proprio in vista del Natale ha lanciato la campagna “Marre du rose” (Stanca del rosa), dove invitano i consumatori a ribellarsi agli stereotipi dell’industria dei giocattoli, inviando sui siti e sulle pagine Facebook dei distributori e dei fabbricanti uno dei messaggi disponibili sulla pagina http://marredurose.olf.site/interpellez-industrie-du-jouet/.

La campagna marre du roseInterpellati i produttori di giocattoli si difendono, affermando che sono proprio i genitori a chiedere queste differenziazioni. La realtà è ben diversa e più che di sessismo si tratta di puro business. Creando dei prodotti differenziati, al posto di uno trasversale, di fatto raddoppiano il loro fatturato. La bicicletta rosa regalata alla bambina non potrà mai tra un anno o due passare al fratello più piccolo e difficilmente due bambini di sesso opposto potranno scambiarsi i giocattoli. “Si tratta di una vera e propria regressione – affermano le femministe francesi – con la declinazione dei giocattoli in rosa e in blu si incardinano bambine e bambini a ruoli ben definiti e si limita il loro potenziale”. In Italia ancora non si mosso nulla e la Barbie con la sua spider rosa resta tra i giocattoli più venduti. L’abbiamo avuta o desiderata tutte, ma nessuna di noi è finita a fare la principessa.

Cecilia Sanmarco

Onu: le prime vittime
delle crisi sono le donne

UnfpaSessanta milioni di persone costrette a fuggire dai loro Paesi per situazioni di crisi, la cifra più alta dalla seconda guerra mondiale, circa un miliardo vive in zone di conflitto, oltre 100 milioni hanno bisogno di assistenza umanitaria, di questi 26 milioni sono donne. Questi alcuni dei dati contenuti nel rapporto annuale UNFPA sullo stato della popolazione, presentato in contemporanea mondiale e di cui Aidos (Associazione italiana donne per lo sviluppo) ha curato, come di consueto, il lancio e la versione italiana.

Al centro del rapporto di quest’anno, dal titolo “Al riparo della tempesta. Un’agenda innovativa per le donne e le ragazze in un mondo in continua emergenza”, i bisogni delle donne e delle ragazze durante una crisi umanitaria. Sono infatti le donne e le ragazze che alle drammatiche conseguenze di un conflitto o di una catastrofe naturale aggiungono violenze, stupri, schiavitù, emarginazione sociale. A parlare ancora una volta sono i numeri: 507 morti quotidiane per complicazioni legate alla gravidanza e al parto, tre su cinque morti materne avvengono in situazioni di disastro naturale o conflitto, il 60 per cento delle persone denutrite e il 77 per cento delle bambine analfabete vivono in Stati fragili o in situazione post-conflitto, dove si verificano anche il 70 per cento delle morti infantili e il 64 per cento dei parti non assistiti da personale qualificato.
“Quando la protezione di famiglia e comunità viene a mancare – ha detto Giulia Vallese, rappresentante dell’UNFPA nell’illustrare il rapporto – donne e ragazze sono più vulnerabili. Troppo spesso in queste situazioni i loro bisogni, dall’assistenza medica, all’esigenza di avere servizi igienici separati e quindi sicuri, alla necessità di assorbenti, vengono trascurati e le conseguenze sono drammatiche”.

Situazione resa ancor più grave dal fatto che ormai non si tratta più di emergenza, bensì di crisi protratte che. in alcuni casi. vanno avanti da quasi vent’anni. “Il sistema di assistenza umanitaria – ha detto il Direttore generale per la Cooperazione allo sviluppo Giampaolo Cantini – non è più in grado di far fronte a tutte le necessità, perché con il moltiplicarsi delle aree di conflitto ci troviamo di fronte a un enorme impegno finanziario. A questo si aggiunge che, proprio in quei luoghi dove ci sarebbe più bisogno, gli operatori umanitari non sono riconosciuti come tali e non possono accedervi”.

Le ONG arrivano dove possono, come nel caso di Aidos che ha avviato un progetto in Giordania per le rifugiate siriane. “Nell’ambito della cooperazione internazionale italiana, il primo documento triennale di programmazione previsto dalla nuova legge di cooperazione 125/2014 non riporta riferimenti alla salute sessuale e riproduttiva”, ha detto la presidente dell’Aidos Maria Grazia Panunzi “l’Italia ha ora la possibilità di riconfermare il suo impegno a considerare prioritario l’empowerment delle donne, anche con il finanziamento di programmi specifici volti a garantire servizi per la salute sessuale e riproduttiva”.

Da parte sua Pia Locatelli, coordinatrice dell’Intergruppo parlamentare Salute globale e diritti delle donne, ha sottolineato l’impegno a farsi portavoce di queste istanze, anche con provvedimenti legislativi, così come è avvenuto per la campagna contro le mutilazioni genitali femminili o la mozione sui matrimoni forzati.

Quattro le raccomandazioni dell’Unfpa. Per prima cosa bisogna soddisfare tutti i bisogni più urgenti e riconoscere che la salute delle donne e i loro diritti non possono essere trattati come un ‘ripensamento’. Se una donna vive o muore durante una crisi e se la sua dignità è protetta dipende troppo spesso dall’accesso o meno a servizi sanitari compresi quelli sessuali e riproduttivi, nonché di prevenzione da violenza. In secondo luogo, occorre aumentare gli investimenti per la prevenzione delle crisi future: ad oggi, solamente cinque centesimi di un dollaro vengono spesi per prevenzione e preparazione, 60 centesimi per l’assistenza umanitaria immediata, mentre i rimanenti 35 sono spesi per al ricostruzione e riabilitazione.
Ancora, bisogna investire nella ‘resilienza’ – di governi, istituzioni, comunità ed individui: una via per favorire la capacità di recupero è attraverso uno sviluppo inclusivo ed equo e che rispetti i diritti di tutte e tutti. Il quarto punto, forse il più importante, è abbattere il muro che separa l’assistenza umanitaria dallo quella allo sviluppo.
Questo tipo di politiche, secondo l’Unfpa, possano aiutare a creare un mondo dove donne e ragazze non sono più svantaggiate su molteplici fronti ma dove abbiano i mezzi per realizzare il loro pieno potenziale – prima, durante e dopo una crisi.

Cecilia Sanmarco

Addio a Helmut Schmidt, socialista, grande europeista

Helmut Schmidt pp“Decisivo con Craxi nella scelta degli euromissili, riformista convinto, grande europeista”. Così il segretario del Psi Riccardo Nencini ha ricordato Helmut Schmidt, morto nella sua casa ad Amburgo all’età di 96 anni. Cancelliere socialdemocratico della Germania federale dal 1974 al 1982, Schmidt era succeduto a Willy Brandt, in seguito alla scandalo che aveva coinvolto il suo segretario Günter Guillaume accusato di ‘spiare’ per conto della RDT, e aveva guidato un governo Spd-Fdp fino a quando fu spodestato dal primo e unico voto di sfiducia costruttiva organizzato dagli alleati liberali.

Nella sua lunga carriera politica, è stato ministro della Difesa, delle Finanze e presidente del Consiglio europeo. Governò la Germania negli anni bui del terrorismo, dell’inflazione e delle crisi economiche, mostrando grande fermezza sia nell’affrontare i terroristi della Rote Armee Fraktion (Raf), sia nel prendere misure economiche considerate all’epoca impopolari, come quando si oppose alle richieste dell’ala sinistra del suo partito di aumentare la spesa pubblica.

Fu anche uomo di riforme sociali e della distensione con l’Est, proseguendo nella Östpolitik, politica del dialogo con l’Est inaugurata da Brandt, ma nello stesso tempo, contestato dai pacifisti, si pronunciò a favore dell’istallazione degli euromissili contro la minaccia sovietica.

Helmut Schmidt

Con Pia Locatelli, intervistato da Franco Cattaneo mentre riceve una laurea Honoris dell’Università di Bergamo, nell’ottobre 1989

Europeista convinto, istituzionalizzò il Consiglio europeo nel 1974 e fu ‘padre’, con Valery Giscard d’Estaing, nel 1979, del sistema monetario europeo, che anni dopo evolverà nell’euro.

“Con Schmidt – ha detto Pia Locatelli ricordandolo alla Camera a fine seduta – se ne va un altro grande socialdemocratico del secolo scorso. A lui il saluto e il ricordo del gruppo socialista della Camera”.

Cecilia Sanmarco