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Cecilia Sanmarco

FATTI NON PAROLE

“Il 25 novembre è la giornata delle parole, delle manifestazioni, delle campagne di sensibilizzazione, è giusto così ed è importante che almeno una volta l’anno si parli di femminicidi e di violenza sulle donne. Poi però negli altri 364 giorni servono i fatti”. Pia Locatelli, capogruppo del Psi e presidente del comitato Diritti umani della Camera, da sempre impegnata per i diritti delle donne (è stata per due mandati presidente e attualmente è presidente onoraria dell’Internazionale socialista donne), fa il punto della situazione nella Giornata internazionale contro la violenza.

Iniziamo a parlare di numeri: dall’inizio dell’anno ad oggi sono 102 le donne vittime di femminicidio, praticamente una ogni 74 ore…

Tantissime. Ancora troppe, anche se il dato è leggermente in calo del 9% rispetto allo stesso periodo del 2015, quando si contavano otto omicidi in più, per un totale di 116 in 12 mesi. Se confrontati con quelli dei due anni precedenti, i numeri risultano percentualmente in aumento rispetto all’anno 2014, che ha visto la triste conta di 110 vittime e in calo rispetto al 2013, in cui si sono registrati ben 138 femminicidi. Ma la cosa più allarmante è che gli assassini sono soprattutto mariti o compagni. I dati confermano purtroppo che il trend continua ad essere costante, tanto più che non cambiano i dati relativi al reato di maltrattamenti, un reato molto pericoloso perché può sfociare in tragedia.

Che risposte può dare la politica e le istituzioni per fermare quella che sembra essere una mattanza senza fine?

Devo dire che fino a qualche anno fa la politica era sostanzialmente assente. In questa legislatura, invece, grazie anche alla sensibilità dimostrata dalla Presidente Boldrini, il tema del femminicidio e della violenza sulle donne è stato affrontato sin da subito. Il primo provvedimento approvato da questo Parlamento è stato la ratifica della Convenzione di Istanbul avvenuta il 28 maggio del 2013: siamo stati il quinto Paese a farlo e abbiamo contribuito alla sua entrata in vigore nel 31 luglio 2014. A questo importantissimo passo ne è seguito uno di non meno importanza: l’approvazione della legge, il 9 ottobre 2013, contro la violenza sulle donne. Misura indispensabile per evitare che la ratifica della Convenzione fosse solo un’operazione di immagine. Il testo che ci è arrivato sotto forma di decreto del Governo, e che risentiva del mancato coinvolgimento delle associazioni femminili e affrontava il tema della violenza soprattutto come un problema di sicurezza, è stato migliorato dal Parlamento soprattutto nella parte che coinvolge il Ministero dell’Istruzione e quindi la prevenzione. All’approvazione della legge è seguito il varo del Piano antiviolenza. Un’operazione lunga e travagliata che ha visto luce, anche per la mancanza di una Ministra alle Pari opportunità, dopo un anno e mezzo e che ancora non è pienamente operativo, anche per la scarsità di fondi a disposizione. Proprio ieri la Conferenza delle Regioni ha approvato la ripartizione degli oltre 31 milioni di euro destinati al Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere.

Quanto ha pesato la presenza delle donne in Parlamento che in questa legislatura è la più alta dalla nascita della Repubblica?

Indubbiamente c’è un segnale di cambiamento anche se non così forte come vorrei. Proprio per far sentire la nostra voce e cercare di imprimere un approccio di genere nelle politiche, su impulso della Presidente, è stato creato un Intergruppo parlamentare che raccoglie donne di tutti gli schieramenti. Abbiamo cercato di fare rete e di proporre delle iniziative trasversali. Ci siamo in parte riuscite, con difficoltà lo scorso anno perché eravamo agli inizi, con maggiore efficacia quest’anno. Nella legge di bilancio abbiamo presentato 12 emendamenti che il presidente della commissione Francesco Boccia ha voluto considerare ‘fuori quota’, a voler significare che tutti hanno firmato, indipendentemente dai gruppi. Siamo riuscite a far approvare un emendamento che estende alle lavoratrici autonome il diritto al congedo di tre mesi con il percepimento di un’indennità mensile, già previsto per le lavoratrici dipendenti, per le donne vittime di violenza; uno che stanzia fondi per i centri antiviolenza e le case rifugio e destina al Piano altri 5 milioni all’anno, per il triennio 2017-2019; uno per tutelare gli orfani di femminicidio. Questi sono fatti non parole.

E per quanto riguarda la prevenzione?

Gli interventi da portare avanti sono molteplici: da una maggiore attenzione da parte delle forze dell’ordine alle denunce o alle segnalazioni, a una piena attuazione del piano antiviolenza con l’immediata riapertura dei centri, a un’operazione culturale da portare avanti nelle scuole, alla sensibilizzazione e alla formazione di alcuni giudici che a volte concedono troppe attenuanti o lasciano in libertà stalker e violenti, fino ad arrivare a atti molto concreti come dotare le donne “a rischio” di dispositivi elettronici per allertare le forze dell’ordine in caso di pericolo. Tutto questo però non basta perché aiuterebbe solo le donne che sono consapevoli delle violenze subite e di quelle che potrebbero subire. Per le altre è necessario intervenire con una massiccia campagna di informazione, una sorta di decalogo che indichi quali sono i segnali di pericolo e come comportarsi già dal primo campanello d’allarme. Ci sono tante cose che si possono e si devono fare per fermare questa mattanza quotidiana: molte, come l’educazione ai sentimenti e al rispetto, richiedono tempo, altre devono essere operative subito.

Molti invocano anche un inasprimento delle pene. Può essere la strada giusta?

Non è inasprendo le pene o invocando la castrazione chimica che si ferma la violenza sulle donne: che i colpevoli paghino è giusto, ma vuol dire che siamo arrivati troppo tardi e questa è già una sconfitta. Mi interessa di più una donna viva che un colpevole in carcere.

Cecilia Sanmarco

Rapporto UNFPA, il futuro
è nelle bambine

aidosDieci bambine di dieci anni, dieci diversi Paesi del mondo, dieci vite piene di opportunità da seguire per 15 anni per vedere che ne sarà di loro e verificare se la nuova Agenda 2030 e i suoi Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, pensati per non lasciare indietro nessuna bambina e ragazza, sarà un successo, un fallimento o un tentativo da perseguire e migliorare. Questa la sfida lanciata dall’UNFPA, Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione, nel Rapporto annuale sullo stato della popolazione, presentato oggi in contemporanea mondiale in oltre 100 città tra cui Londra, Parigi, Madrid, Ginevra, Stoccolma, Berlino, Washington, New York, Bangkok, Johannesburg, Città del Messico e Roma dove il lancio è stato affidato a Aidos, Associazione italiana donne per lo sviluppo, che dal 1981 lavora nei paesi in via di sviluppo, in Italia e nelle sedi internazionali per promuovere e tutelare i diritti, la dignità e la libertà di scelta delle donne del Sud del mondo.

“Solitamente – ha detto la Presidente di Aidos Maria Grazia Panunzi – il Rapporto UNFPA, oltre a denunciare situazioni e problematiche complesse legate ai fenomeni demografici, dà delle chiavi di lettura che aiutano a comprendere meglio la realtà e i fenomeni che riguardano donne e ragazze”. Ma in particolar modo quest’anno, prosegue Panunzi, “ci dà una possibilità in più: immaginare come sarà il mondo tra 15 anni, ossia nel 2030, quando la comunità internazionale dovrà verificare il raggiungimento o meno degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile che compongono l’Agenda 2030, adottata ormai lo scorso anno, dall’assemblea generale delle Nazioni Unite e che ricordiamo ha una sua peculiare ambizione, ovvero l’essere universale.”

Il Rapporto fornisce gli ultimi dati demografici che fanno emergere il più alto numero di popolazione giovanile della storia: ben 1,8 miliardi di giovani, dei quali 125 milioni hanno 10 anni di età. Di questi, le bambine sono oltre 60 milioni. Ogni giorno circa 47.700 ragazze con meno di 17 anni si sposano e circa 9 bambine su 10 abitano in regioni poco sviluppate sono escluse dalla scuola. Dieci anni è l’età chiave, quella in cui la vita cambia, quella in cui si ha la prima possibilità di costruire il proprio futuro. Ma non per tutte ci sono scelte e non per tutte ci sono le stesse opportunità.

A soli 10 anni ci sono bambine costrette a sposarsi e ad abbandonare la scuola a causa di gravidanze precoci. A soli 10 anni le bambine sono proprietà di qualcuno che le usa come merce da vendere e comprare. A soli dieci anni sono spesso vittime di infibulazione e mutilazioni genitali. A soli dieci anni cominciano a lavorare per contribuire al mantenimento della famiglia. Impedire a una bambina un passaggio sicuro e sano dall’adolescenza all’età adulta è una violazione dei loro diritti umani, da qui l’appello a tutti Paesi a contribuire al raggiungimento dei nuovi obiettivi, in vista di una effettiva parità di genere, di un reale empowerment delle donne e di un futuro condiviso dell’umanità che sia davvero sostenibile.

Da qui l’impegno per alcuni azioni da portare avanti come stabilire l’uguaglianza di diritti per le ragazze, con una prassi giuridica coerente, fissare a 18 anni l’età minima per il matrimonio, offrire alle ragazze un’istruzione di qualità che sostenga la parità di genere, istituire un check-up per la loro salute mentale e fisica e garantire un’educazione sessuale. E, soprattutto, colmare la lacuna di investimenti a favore delle adolescenti.

“Queste bambine sono il volto del nostro futuro – spiega Mariarosa Cutillo, Chief of Strategic Partnerships di Unfpa – La piega che le loro vite prenderanno dipenderà dalle potenzialità che potranno esprimere se noi, organizzazioni internazionali e non governative, attori pubblici e privati e soprattutto i governi del mondo, le metteremo in condizioni di farlo. La loro storia misurerà l’efficacia dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. Non avremo una seconda opportunità. È un appuntamento che non  possiamo mancare”.

Cecilia Sanmarco

Pubblicità, l’Udi premia quelle amiche delle donne

Un frame dello spot della Lines

Un frame dello spot della Lines

Erano solo pochi anni fa quando le donne degli spot televisivi venivano presentate solo come casalinghe ossessionate dalla pulizia dei pavimenti e dal bianco delle camicie dei loro mariti o come oggetti sessuali per promuovere prodotti che nulla avevano a che fare con l’esibizione dei loro corpi.  Poi le cose sono cominciate a cambiare, lentamente e con difficoltà, ma sono cambiate. In parte lo si deve alla risoluzione del Parlamento europeo votata il 3 settembre 2008, sull’impatto del marketing e della pubblicità sulla parità fra donne e uomini, in gran parte a una campagna avviata dall’UDI (Unione donne in Italia) nel 2010 che ha dato vita al “Premio immagini Amiche” con l’obiettivo di contrastare la tendenza di televisione e pubblicità ad abusare dell’immagine delle donne fino a lederne la dignità, e di valorizzare una comunicazione che, al di là degli stereotipi, veicoli messaggi creativi positivi.

Da sinistra, Emilia Costantini, Daniela Brancati, Laura Boldrini, Vittoria Tola

Da sinistra: Emilia Costantini, Daniela Brancati, Laura Boldrini, Vittoria Tola

Oggi il Premio è giunto alla sesta edizione e nella cerimonia, aperta dalla presidente della Camera Laura Boldrini, che si è svolta presso l’Auletta dei Gruppi Parlamentari, alla presenza di quasi 300 persone, il cambiamento si è visto tutto.  “Spesso le immagini pubblicitarie – ha detto la Boldrini – non sono quelle di una donna reale ma di una donna che non esiste. Fare un premio per le immagini pubblicitarie che rispettano il femminile  è una cosa molto importante. Vuol dire che le cose stanno cambiando e che c’è una oggi anche un tipo di pubblicità che non strumentalizza le donne per far vendere i propri prodotti e che ci sono imprese responsabili che vogliono partecipare a questo cambiamento”.

La cerimonia della premiazione, presentata dalla giornalista del Corriere della Sera, Emilia Costantini, ha visto sei spot finalisti, tre per la categoria web e tre per quelli televisivi. Gli spot erano tutti non solo rispettosi dell’immagine della donna, ma anche molto belli. Scelta difficile per la giuria presieduta dalla giornalista e scrittrice Daniela Brancati,  che ci ha tenuto a ricordare che non basta “fare uno spot che non strumentalizzi il corpo delle donne, ma che questo deve essere anche bello e efficace”. Alla fine hanno vinto la Lines con uno spot realizzato dall’Agenzia Armando Testa e H&M, ma tutti i finalisti Citroen, Barilla, Mattel e Edison avrebbero meritato ugualmente un premio.

“Questa volta – ha detto Brancati – abbiamo avuto la possibilità di scegliere, cosa che fino a qualche anno fa non avveniva e ci piace pensare che questo è merito anche nostro”.

“La campagna dell’UDI – ha aggiunto Vittoria Tola coordinatrice nazionale dell’Unione Donne italiane, a cui va il merito di aver svolto un enorme lavoro di sensibilizzazione sulle scuole e sui Comuni – ha dato i suoi frutti, non solo sul fronte degli spot, ma anche su quello delle affissioni che era il punto più dolente. Ci sono stati anni in cui non abbiamo assegnato alcun premio, perché le pubblicità erano davvero molto brutte”. E invece anche per questa categoria vinta da Poste italiane, c’è stata una bella terna di finalisti con Enel e Conad.

La terza categoria di premiati riguardava i programmi televisivi e la scelta è caduta sulla fiction della Rai “Lea”, film di Marco Tullio Giordana, ispirato alla vera storia di Lea Garofalo, la donna che seppe opporsi allo strapotere della mafia e per questo uccisa e il suo corpo fatto sparire, e di sua figlia Denise, minorenne all’epoca dei fatti, che testimoniò contro il padre, mandante dell’omicidio. Menzione speciale anche a Pio D’Emilia il corrispondente del TG di SKY per i suoi servizi dedicati alla rotta dei Balcani.

Emilia Costantini con Pia Locatelli

Emilia Costantini con Pia Locatelli

Una menzione inoltre è stata assegnata, dalla presidente del Comitato Diritti umani della Camera Pia Locatelli, alla campagna di Human Rights Wacht sulla situazione delle donne in Arabia Saudita. “La situazione delle donne in Arabia Saudita è tristemente nota, ma purtroppo non isolata. Ci sono tantissimi Paesi dove le donne non hanno diritti e dove la parità è ancora molto lontana. Anche quando una donna riesce a raggiungere posizioni di vertice nelle istituzioni, soprattutto negli Stati islamici, questa è sempre sottomessa a un padre, un fratello, un marito. Non è questione di velo o di burkini. Una donna può vestirsi come vuole. La cosa fondamentale è che sia libera di scegliere e di decidere e non che questa decisione venga imposta dagli altri”.

Tra le categorie premiate anche le città di Medolla, Imperia e Bergamo, comuni “virtuosi” che hanno messo in atto politiche a favore e in difesa delle donne, e le scuole  che hanno partecipato in maniera massiccia al premio inviando i loro lavori. Il Liceo Calvi di Padova, l’istituto comprensivo Elisa Springher di Lecce e la scuola elementare di Bologna R.Sanzio, tra i finalisti: tutti troppo bravi per premiarne uno solo…e tutti premiati.

Cecilia Sanmarco

Al vertice dell’ONU il socialista Antonio Guterres

antonio-guterresL’ex Alto commissario per i rifugiati, il socialista portoghese Antonio Guterres, è il nuovo segretario generale delle Nazioni Unite. “La nomina di Guterres – dice all’Avanti! Pia Locatelli – è una gioia e una soddisfazione per tutti noi socialisti: Antonio è un compagno e un amico con il quale il Psi ha collaborato per un quarto di secolo”. Pia Locatelli, capogruppo del Psi alla Camera, conosce bene il nuovo presidente dell’ONU, con cui ha lavorato in stretto contatto quando erano rispettivamente presidente dell’Internazionale socialista e presidente dell’Internazionale socialista donne.


L’ex Alto commissario per i rifugiati, il socialista portoghese Antonio Guterres, è il nuovo segretario generale delle Nazioni Unite. Il voto formale è previsto in serata al Palazzo di Vetro, dopo l’accordo raggiunto all’interno del Consiglio di Sicurezza. “Se uno non soffre di megalomania, sa di non poter salvare l’umanità. Io non voglio salvarla, ma farò quanto in mio potere per portare a dei miglioramenti”, aveva dichiarato Guterres durante la sua audizione davanti all’Assemblea Generale Onu. E proprio la maggiore trasparenza adottata quest’anno per vagliare le candidature degli aspiranti segretario generale, potrebbe aver favorito Guterres che è apparso fin dall’inizio il candidato più capace nel presentare in pubblico i propri obiettivi. Guterres porta in dote l’esperienza di uomo di governo – è stato primo ministro portoghese fra il 1995 e il 2002-  presidente dell’Internazionale socialista e, appunto, capo di una organizzazione multilaterale come l’Alto commissariato ONU per i Rifugiati, da lui guidato per dieci anni fino al 2015.

“La nomina Guterres è una gioia e una soddisfazione per tutti noi socialisti: Antonio è un compagno e un amico con il quale il Psi ha collaborato per decenni”. Pia Locatelli, capogruppo del Psi alla Camera, conosce bene il nuovo Segretario generale dell’ONU, con cui ha lavorato in stretto contatto quando erano rispettivamente presidente dell’Internazionale socialista e presidente dell’Internazionale socialista donne.

Pia Locatelli

Pia Locatelli

Una scelta che ti ha sorpreso?
Se ne parlava già da tempo, ma il risultato non era affatto scontato. Fino all’ultimo si è temuto un veto da parte della Russia, poi martedì finalmente l’accordo a dimostrazione che l’esperienza a volte ha la meglio nella scelta delle persone.
Con questa nomina vengono premiate le qualità dell’uomo e la sua estrema sensibilità  e impegno nei confronti dei più deboli, dimostrata durante la sua guida decennale all’Alto commissariato per i Rifugiati. Un’esperienza, quest’ultima che risulta cruciale per guidare l’ONU mentre la crisi internazionale dei profughi continua ad aggravarsi, coinvolgendo 65 milioni di persone.

Quando hai conosciuto Guterres?
Nel 1992 quando sono stata nominata vice presidente dell’Internazionale socialista donne con l’incarico di seguire la “regione” Europea. Tra i miei primi incontri ci fu quello a Oporto con Guterres che all’epoca era segretario del partito socialista portoghese. Allora gli chiesi subito un impegno per promuovere le donne in politica. Lui si disse pronto a collaborare e lo fece talmente bene che oggi nel Parlamento portoghese c’è una presenza femminile del 35%, una delle migliori in Europa. Da allora ebbe inizio una collaborazione sempre più stretta, soprattutto quando divenne presidente dell’Internazionale socialista e io fui nominata Presidente dell’Internazionale socialista donne. Le nostre strade si sono spesso incrociate e la collaborazione si è trasformata in amicizia. Non posso non ricordare che quando fui candidata alle elezioni europee nel 2004 Guterres venne a Bergamo e a Milano per sostenermi nella campagna elettorale.

E i rapporti con il Psi?
Sempre ottimi e amichevoli. Il partito socialista portoghese, così come il Psoe spagnolo, sono stati sempre molto vicini al Psi. Anche negli anni in cui gli altri partiti socialisti europei dimostravano una certa freddezza nei nostri confronti, i socialisti portoghesi, quelli spagnoli, i greci e anche i cileni, ci diedero sempre dimostrazioni di amicizia e di solidarietà. Sicuramente perché ricordavano bene l’impegno e l’aiuto dato dal PSI quando quei Paesi erano sotto la dittatura.
Guterres fu con noi nel dicembre del 2004 a Roma, all’Hotel Ergife, quando promuovemmo una grande manifestazione per commemorare Pietro Nenni a 25 anni dalla morte. Svolse un appassionato intervento non limitandosi ad un rituale ricordo di Nenni.

Eppure oggi in pochi ricordano che Guterres è socialista
Siamo alle solite. Come è avvenuto qualche settimana fa per le commemorazioni della nascita di Pertini, alcuni grandi giornali hanno omesso di dire che Guterres è socialista e che è stato presidente dell’Internazionale Socialista. Si tratta di dimenticanze opportunistiche sempre più frequenti, sempre più fastidiose. Ma a chi fa comodo non ricordare che esistono i socialisti?

Cecilia Sanmarco

Cannabis. Legge rimandata a settembre

Cannabis-liberaRimandata a settembre. Come previsto la proposta di legge sulla legalizzazione della cannabis è arrivata alla Camera, ma solo per la discussione generale. I circa 2000 emendamenti a carattere soppressivo, in gran parte presentati da Area Popolare, e il mancato accordo in commissione, hanno reso di fatto impossibile la discussione sul provvedimento e fatto decidere per il rinvio.

Una decisione accolta anche dai primi sostenitori del provvedimento che evitano di alimentare ulteriori polemiche. “A noi va benissimo”, afferma Benedetto Della Vedova, coordinatore dell’Intergruppo parlamentare per la legalizzazione della cannabis nel corso di una conferenza stampa, “Oggi il provvedimento è arrivato in Aula e questa è una giornata storica, anche se non sarà una passeggiata”.

Il disegno di legge presentato da Roberto Giachetti e sottoscritto anche dai socialisti Pia Locatelli e Oreste Pastorelli, ha raccolto consensi da tutti gli schieramenti con 221 firme, un numero elevato per una proposta trasversale ma non sufficiente raggiungere la maggioranza di 315. Inoltre, cosa di non poco conto il ddl, così come avvenuto sulle unioni civili, spacca il Partito democratico con 85 a favore e il resto contrari e se la visione si estende alla maggioranza di governo con il partito di Angelino Alfano compatto sul fronte del ‘no’, la legge rischia di morire. “La partita è aperta – ha detto Della Vedova – mancano 90 deputati disposti a votare favorevolmente il provvedimento”.
Intanto dagli esponenti più conservatori è partita la campagna di disinformazione per boicottare la legge e alimentare le paure sulla salute dei cittadini, con Gasparri e Brunetta in testa che annunciano dura battaglia e parlano di “forzatura inaccettabile”.

“Chi è in Parlamento sa benissimo che nessuno va a proporre la liberalizzazione della cannabis, eppure è questo il messaggio che le solite forze conservatrici lanciano all’esterno” ha commentato Pia Locatelli, capogruppo del Psi alla Camera. “Parlare della legalizzazione della cannabis – ha aggiunto – non vuol dire liberalizzare l’uso di droghe leggere, ma togliere dalle mani della malavita organizzata il traffico e consentire il controllo del fenomeno del consumo senza per questo incentivarlo. Nel disegno di legge in discussione, infatti, sono previste massicce campagne di informazione e prevenzione. Invece di esaminare il provvedimento ed eventualmente proporre delle modifiche, si preferisce alimentare menzogne, bloccando non solo il cambiamento, ma anche la discussione”.

E mentre gli oppositori alla pdl fanno a gara nell’immaginare scenari apocalittici in caso di un’approvazione, un sostegno al provvedimento arriva dal professor Umberto Veronesi. “Sono molto favorevole alla legalizzazione della cannabis perché i proibizionismi non funzionano – ha affermato Veronesi -. Io non consiglio certo ai miei figli di fumare marijuana, così come non gli consiglio di bere alcol o di fumare tabacco. Il tabacco fa 10mila volte più morti di quanti ne faccia la marijuana. Non è un trattamento totalmente innocuo, ma ha un limite molto basso di pericolosità”.

Cecilia Sanmarco

Salvini, il bambolo

Arriva sul palco e si leva la maglietta mostrandosi a torso nudo manco fosse la bella copia di Brad Pitt. Fa battute sulla sua forma fisica come in una finale di miss italia e invita sul palco “la sosia della Boldrini”, mostrando una bambola gonfiabile.
Anche fossimo in uno spettacolo comico di quart’ordine non ci sarebbe nulla da ridere, ma siamo a un comizio politico e il protagonista è il leader della Lega, colui che si candida a essere il futuro leader di tutto il centro destra, quel Salvini che non perde occasione per sparare la sua idiozia quotidiana conquistando l’attenzione dei media. I suoi bersagli sono ormai fissi: gli immigrati e la presidente della Camera, sulla quale sfoga le peggio volgarità e beceri commenti sessisti. Questa volta però ha passato la misura e le critiche alla sua ultima uscita sono state massicce e compatte, dalle vicepresidenti della Camera e del Senato, Marina Sereni e Valeria Fedeli, alle Ministre Madia e Boschi, agli esponenti dei maggiori partiti politici.

“L’ultima uscita” di Matteo Salvini offre a tutti noi un messaggio sfrontatamente sessista che nulla ha a che vedere con il normale confronto politico”. Affermano in un comunicato le deputate dell’Integruppo Donne della Camera, che vede riunite quasi cento parlamentari di diversi schieramenti, tra cui Pia Locatelli che fa parte del Direttivo in rappresentanza del Misto. “Comportamenti di tale profilo, che colgono ogni occasione per una derisione sguaiata di figure istituzionali come la Presidente Boldrini, da sempre impegnata sui temi della parità di genere, colpendola nel suo essere donna, sono quanto di più lontano da ciò che serve alla nostra vita democratica. Ed è stupefacente che manchi totalmente la sensibilità per comprenderlo. Nel dissociarci con forza da questo modo violento e sessista di interpretare il dibattito politico, ci chiediamo se sia troppo sperare in un confronto serio sui temi: noi certamente non possiamo e non vogliamo abituarci a tanta volgarità”.

Dichiarazioni alle quali Salvini ha risposto con un “non mi scuso”, felice e gongolante di questa nuova ondata di notorietà. Ancora non ha capito che andare sempre in televisione e uscire sui giornali, ma senza mai dire qualcosa di sensato, non porta voti, anzi li fa perdere, come mostra l’ultima lezione delle amministrative. Se ne stanno accorgendo anche gli elettori della Lega: per sgonfiare il bambolo ormai basta una puntura di spillo.

Cecilia Sanmarco 

La Cannabis arriva in Aula, ed è subito scontro

Cannabis legaleIl provvedimento sulla legalizzazione della cannabis arriva in Aula alla Camera ed è subito scontro. Il disegno di legge, firmato da oltre 200 parlamentari, di tutti gli schieramenti politici, è stato finalmente calendarizzato, ma la discussione che si aprirà lunedì a Montecitorio rischia di naufragare alle prime bracciate, sommersa dai 1700 emendamenti, presentati in gran parte da Ap, e di slittare, se tutto va bene, a settembre.
Le commissioni Giustizia e Affari sociali della Camera dovevano iniziare a votare oggi gli emendamenti al ddl, inserito nel calendario dell’aula per il 25 luglio nella quota spettante all’opposizione, e più’ precisamente a Sinistra Italiana. E’ sì perché, sebbene si tratti di un provvedimento bipartisan e una delle proposte in esame, sottoscritta anche dai deputati socialisti Locatelli e Pastorelli, sia prima firma di Roberto Giachetti, quando si tratta di diritti e temi etici sembra che la maggioranza abbia paura a metterci la faccia.
Di fronte all’enorme mole di emendamenti la relatrice della Affari sociali, Margherita Miotto (Pd), ha chiesto tempo per esaminare le proposte, in questo appoggiata dal suo partito. Sinistra Italiana, che ha in Daniele Farina il relatore della commissione GIustizia, ha insistito a rispettare la data del 25 luglio e a non rinviare l’approdo in Aula. Le commissioni hanno quindi convenuto di rispettare la volontà di SI e gli emendamenti non sono stati nemmeno letti. Il passaggio in Commissione serve a trovare le intese sul piano politico e dei contenuti: portare un testo in Aula senza questo esame significa esporre il testo a forti rischi, gli emendamenti verranno tutti ripresentati e nell’impossibilità di trovare un’intesa si rimanderà indietro il provvedimento.
“Le solite forze oscurantiste presenti in Parlamento – ha commentato Pia Locatelli – tentano ancora una volta di bloccare non solo il cambiamento, ma anche la discussione. Parlare della legalizzazione della cannabis, non vuol dire liberalizzare l’uso di droghe leggere, ma togliere dalle mani della malavita organizzata il traffico e consentire il controllo del fenomeno del consumo senza per questo incentivarlo”.
“L’approdo in aula alla Camera del ddl per la legalizzazione della cannabis è comunque un fatto storico”. Scrive su Facebook il senatore e sottosegretario agli Esteri, Benedetto Della Vedova, promotore dell’intergruppo cannabis. Ma se è vero che il tabù è caduto è ancor più vero che la battaglia per varere la legge sarà lunga e durissima.

Cecilia Sanmarco

TRENT’ANNI DI ATTESA

CAPPIELLO

Alma Cappiello

Nemmeno il tempo di festeggiare per il ‘Sì’ che già arrivano le prime polemiche sulla legge sulle Unioni Civili. I primi a mettersi sulle barricate non potevano che essere gli esponenti dell’opposizione di centro destra, ma contro questa legge anche i rappresentanti della sinistra italiana, e non ultimi alcuni deputati Pd. Doveva essere il punto di incontro di un Partito Democratico litigioso e in continua tensione e invece anche stavolta ci sono stati gli screzi. La deputata dem e filosofa Michela Marzano dopo l’approvazione del ddl Cirinnà alla Camera ha deciso di lasciare il Pd. Nella nuova legge, infatti, non è stata affrontata la questione della stepchild adoption e la Marzano ha rassegnato le sue dimissioni dal gruppo Pd alla Camera, restando però in Parlamento come deputata. Nonostante quindi la legge presenti delle imperfezioni da destra parte subito la campagna per impedire che il Presidente Mattarella firmi la legge sulle coppie di fatto. “Non siamo contrari al riconoscimento dei diritti – spiega Carlo Giovanardi – ma Renzi ci ha impedito con la fiducia di emendare e discutere la legge”. In conferenza stampa insieme a Giovanardi per annunciare il referendum attraverso il quale “ridare la parola ai cittadini che rappresentiamo” e per presentare il motto del comitato per il no, l’hashtag #ciricorderemo, anche Gaetano Quagliariello ed Eugenia Roccella (Idea), Maurizio Gasparri e Lucio Malan (Fi), Gian Marco Centinaio e Nicola Molteni (Lega), Francesco Bruni e Lucio Tarquinio (Conservatori e Riformisti), Fabio Rampelli ed Edmondo Cirielli (Fratelli d’Italia), Gian Luigi Gigli e Mario Sberna (Ds-Cd), Guglielmo Vaccaro (Italia Unica) e il presidente della commissione Lavoro del Senato, Maurizio Sacconi.
C’è infine un ultimo aspetto, sul quale sono partiti dei dubbi ed è quello che riguarda la pensione di reversibilità: “C’è un impatto sui conti, ed è inevitabile che ci sia, ma è nell’ordine di qualche centinaio di milioni di euro ed è quindi sostenibile”. È quanto ha affermato il presidente dell’Inps Tito Boeri rispondendo ad una domanda sull’impatto delle nuove norme della legge sulle unioni civili in merito alla reversibilità delle pensioni per le coppie.


Unioni civili, Locatelli: il Psi le vuole da 28 anni

Di Cecilia Sanmarco

Le Unioni civili sono finalmente legge: per la prima volta, dopo tredici anni di tentativi e quattro proposte di legge presentate nelle scorse legislature, un provvedimento sulle coppie di fatto, etero e omosessuali, viene definitivamente approvato dal Parlamento e ieri sera il popolo del Pd e i rappresentati delle comunità Lgbt ne hanno festeggiato il varo. Per Pia Locatelli, capogruppo del Psi alla Camera, però non si tratta di una conquista epocale, ma solo di un primo passo. 

“Siamo naturalmente contenti del fatto che finalmente ci sia una legge che colma in parte una lacuna in tema di uguaglianza delle persone, ma non possiamo certamente affermare che si tratti di una bella legge: all’interno del testo permangono infatti delle discriminazioni e soprattutto non si affronta il tema della stepchild adoption, penalizzando bambini e bambine che già vivono in famiglie di fatto e che, in caso di morte del genitore biologico, rischierebbero di essere allontanati anche dall’altro genitore”.

Nella tua dichiarazione di voto alla Camera hai affermato che si tratta di una legge che nasce già vecchia.

“Sì è un provvedimento che arriva in ritardo e che è superato dalla realtà in cui viviamo. In molti Paesi europei si è già andati oltre, approvando come noi avremmo voluto i matrimoni tra persone dello stesso sesso e consentendo le adozioni. Questo testo non si discosta molto da una proposta di legge presentata dai socialisti nel 1988. Allora era una proposta all’avanguardia, rivoluzionaria, oggi sono passati quasi trent’anni e la società si è evoluta”.

Quindi furono i socialisti i primi a parlare di unioni civili?

“Di unioni civili e non solo. La proposta di legge “Disciplina della famiglia di fatto”, fu presentata da Alma Cappiello come prima firmataria e sottoscritta da alcuni deputati e deputate dell’epoca, nel corso della X legislatura. Era la grande stagione dei diritti e delle riforme, quando il Psi e i Radicali portarono avanti storiche battaglie sui diritti civili. Nella seconda metà degli anni ’80 come donne socialiste incominciammo a lavorare  ed elaborare politiche organiche per le famiglia: furono presentate dieci proposte che affrontavano temi diversi, che partivano dalla lettura senza pregiudizi della società, osservandola nelle sue trasformazioni. Parlavamo di assegni di maternità e di congedi parentali, di asili nido e consultori familiari, ancor oggi insufficienti, di detrazioni di imposte per baby sitter, di famiglie di fatto, di affido e di adozione.

Che ne fu di quelle proposte?

Alcune furono subito accolte, per altre come le detrazioni di imposte per le baby sitter o la legge sulle coppie di fatto abbiamo dovuto aspettare 28 anni, alcune sono ancora aperte.

Quali sono i prossimi passi?

Bisogna affrontare al più presto il nodo delle adozioni e colmare il vulnus lasciato da questa legge. Le sentenze emesse dai tribunali in questi ultimi mesi a favore della stepchild adoption dimostrano ancora una volta che la politica arriva in ritardo e che stralciare l’articolo 5 dal ddl Cirinnà è stato un errore. Le adozioni all’interno di una coppia omosessuale sono già una realtà riconosciuta dalla magistratura. Come socialisti abbiamo presentato una proposta di legge alla Camera e al Senato nella quale è prevista la possibilità di adottare anche per i single e per le coppie di fatto a prescindere dall’orientamento sessuale. Mi auguro che vengano discusse al più presto.

Cecilia Sanmarco


Dal Corriere.it: Sembra scritta oggi 

PROPOSTA PSI

La prima firmataria della proposta di legge (testo in PDF) è Agata Alma Cappiello, deputata socialista assai attiva nelle questioni di diritti civili. Con lei anche la firma di un’altra socialista storica, Margherita Boniver. Si parla di registrazioni delle convivenze, degli obblighi degli alimenti, del subentro dell’affitto, del regime patrimoniale dei conviventi, della tutela penale, dell’affidamento dei figli. Non ci sono riferimenti a coppie omosessuali, oggettivamente ventotto anni fa non se ne parlava ancora delle coppie gay. Ma è inquietante leggere come all’epoca la giurisprudenza si era già espressa sulla famiglia di fatto, più volte. La Corte di Cassazione lo ha fatto addirittura con una sentenza del 1957 (la numero 2744 del 10 luglio) e si esprime in materia tributaria affermando «la responsabilità solidale di chi convive more uxorio». La giurisprudenza è andata avanti, ma i nostri legislatori ci hanno messo ventotto anni per decidere che le coppie di fatto dovevano essere degne di avere dei diritti come coppia, semplicemente dei diritti. E c’è bisogno di dirlo? Quella legge presentata nel 1988 non venne mai messa in discussione, nemmeno nella commissione a proposta di legge che avrebbe dovuto regolare la Disciplina della famiglia di fatto, di cui la compianta Cappiello era la prima firmataria, portava soltanto firme di socialisti e radicali, un’accoppiata formidabile che portò avanti disegni di legge (Legge 194 sull’aborto legalizzato, Legge sul Divorzio, ndr) che poi divennero leggi dello Stato.

DOLORI DI MAGGIORANZA

Unioni civili coppie gayUnioni civili e reato di immigrazione clandestina stanno facendo venire i dolori al giovane Presidente del consiglio, nonché segretario del Pd, Matteo Renzi.
Ma i dolori del giovane Renzi non dipendono da uno scontro sulla sostanza dei provvedimenti di legge che Palazzo Chigi vorrebbe adottare – anche per ridare un po’ di colore all’immagine alquanto appannata del Governo in vista delle amministrative – ma dalla necessità inderogabile dell’alleato centrista di distinguersi dalla balena piddina proprio in vista delle elezioni. E su tutto incombono le forche caudine dell’ultimo voto al Senato (lunedì alla Camera) alla cosiddetta Riforma Boschi, dove si richiede la maggioranza assoluta: 161 voti. Ma ci si può fidare del soccorso di Verdini?

Angelino Alfano, leader di Ap-Ncd, c’è la sta mettendo tutta per dimostrare al mondo intero, o meglio agli elettori che fino a ieri lo votavano, che è lui ha imporre la rotta alla maggioranza, almeno su alcune questioni. Ecco dunque il No, ripetuto dai soliti noti della CEI, a tutto ciò che odora anche alla lontana di laicità, vuoi che si tratti di testamento biologico, vuoi che si parli di adozioni nelle coppie gay sotto la formula soft della stepchild adoption, ovvero della possibilità di adottare il figlio naturale del partner. Un No così ostinato e ambiguo – lo contrabbandano come rifiuto all’inesistente possibilità dell’utero in affitto – da far pensare che in realtà la strategia sia quella di creare un tale clima di scontro interno al Pd, grazie alla robusta lobby cattointegralista, da convincere Renzi che forse tutto sommato e meglio arrivare a far arenare il ddl Cirinnà nelle profondissime sabbie parlamentari piuttosto che arrivare sfiancati alle urne, con un elettorato confuso e il rischio di finire impallinati da sinistra e da destra.

Analoga la battaglia di retroguardia sull’altro provvedimento, quello che dovrebbe definitivamente cancellare il ridicolo, inutile, imbarazzante reato di immigrazione clandestina. Il pasticcio partorito dal duo Alfano-Maroni – ministro della giustizia il primo e dell’interno il secondo nel 2009, governo Berlusconi –  che doveva servire a lisciare il pelo alla bestia razzista che abita un po’ ovunque in Europa, ma alligna egregiamente nella ‘Padania’. Perfino, e con ammirevole chiarezza, il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, Franco Roberti, in un’intervista a la Repubblica, ne ha oggi sancito l’inutilità: peggio, spiega, risulta anche dannoso nella lotta al fenomeno degli ‘scafisti’. E Alfano che fa? Dice No, che non si tocca.

E Renzi che fa? Svicola, rinvia nel timore di perdere altro consenso elettorale visto il clima islamofobo e xenofobo che si respira a pieni polmoni. Tutto si scioglierà, forse, in un vertice lunedì. Basterà un ministero a Dorina Bianchi? Uscirà dal cappello un’altra invenzione come quella dell’‘adozione rafforzata’? O un arzigolo linguistico come quello (Pd) che ha battezzato un’unione civile tra persone dello stesso come una “formazione sociale specifica”?

Ma vediamo nel merito le due questioni del giorno.

Immigrati

IMMIGRAZIONE CLANDESTINA
di Cecilia Sanmarco

Il reato di clandestinità torna a infiammare il dibattito politico. Alla notizia dell’arrivo del decreto del governo, che dovrebbe sancirne la sua definitiva abolizione, la protesta scontata del centro destra non si è fatta attendere, con Salvini che parla di “follia” e la Meloni che non esita a strumentalizzare i deprecabili fatti di Colonia (dimenticando che non erano clandestini ma persone già da tempo residenti in Germania con permesso regolare o rifugiati ai quali era stato concesso il diritto di asilo). Fin qui nulla di nuovo: è chiaro che il terrorismo e le minacce dell’Isis sono argomenti facilmente utilizzabili per una destra che tende a radicalizzare lo scontro, facendo di tutta un’erba un fascio, e che l’immagine di orde di immigrati pronte a farsi saltare in aria e a stuprare le nostre donne sono una facile demagogia volta a alimentare le paure degli italiani. Quello che c’è di nuovo è l’atteggiamento di Alfano e del Nuovo centro destra che, ridotto ormai al lumicino, cerca di ribadire la propria identità nel tentativo di recuperare voti dall’elettorato orfano di Berlusconi.

In realtà, come per le unioni civili, quello del reato di clandestinità è un finto problema. Di fatto il reato è già stato abolito il 2 aprile del 2014 con l’approvazione da parte della Camera della legge in materia di pene detentive carcerarie. Legge passata in entrambi i rami del Parlamento con i voti favorevoli del Nuovo centro destra e quelli contrari dei 5 Stelle. Allora il deputato Antonio Leone, nell’annunciare il voto convinto del suo gruppo disse chiaramente che “l’esistenza in vita del reato non ha sicuramente dato dei buoni frutti: non si può fare il sillogismo per cui l’esistenza del reato di immigrazione clandestina tampona o evita l’immigrazione, perché così non è stato, così non può essere”.

Approvato il provvedimento il Governo ha l’obbligo di cancellare con un decreto legislativo il “reato di ingresso e soggiorno irregolare nel territorio dello Stato”. La polemica, dunque, non dovrebbe essere sul fatto che finalmente si appresta a farlo ma sul perché non l’abbia ancora fatto, nonostante i 18 mesi che aveva di tempo siano scaduti da un pezzo.

“Il cosiddetto reato di clandestinità, introdotto nel 2009 dal Centrodestra, – ha detto Pia Locatelli –  ha fatto diventare automaticamente criminali tutti gli immigrati irregolari, però non ha mandato in galera nessuno e non è servito ad aumentare il numero di rimpatri. Gli stranieri denunciati rischiano infatti solo una multa da trasformare in un’espulsione e rimangono liberi (anche di far perdere le loro tracce) mentre la giustizia italiana è costretta a istruire costosi e inutili processi.  Una sua abolizione paradossalmente potrebbe facilitare le espulsioni, per le quali non si dovrebbe più attendere l’esito di un processo”.

E’ chiaro quindi che le polemiche sono soltanto strumentali e demagogiche, non è invece chiaro perché il Governo abbia aspettato tanto per attuare il mandato parlamentare. Di certo non poteva scegliere un momento peggiore.

Coppia gay omo

UNIONI CIVILI E STEPCHILD ADOPTION

Sulle unioni civili si cerca un compromesso. Il governo, pur ribadendo che non intende intervenire sulla questione, “lasciando alle Camere la possibilità di decidere autonomamente”, ha affidato il compito alla ministra Boschi che, con i capigruppo Pd di Camera e Senato, Rosato e Zanda, tenterà in primo luogo di ottenere il via libera dai 22 senatori dissidenti che hanno già annunciato voto contrario in caso di mancate modifiche, e poi di arrivare a un testo il più possibile condiviso. Il tutto nella speranza di ricompattare la maggioranza, Ncd in testa, utile più che mai per avere il via libera al Senato sulla Legge Costituzionale.
Archiviata, al momento, l’ipotesi di “affido rafforzato” che diventerebbe immediatamente materia per la Corte costituzionale, la strada imboccata sembra essere quella di una stepchild adoption in versione soft che verrebbe ulteriormente circoscritta, pur lasciando inalterati i principi del provvedimento. Una sorta di “terza via” sui cui contenuti ancora non si sa nulla. Fatto sta che si tratterebbe inevitabilmente di una revisione al ribasso, sulla quale verrebbero probabilmente a mancare i voti di Sel e con molte probabilità dei 5 Stelle, mentre non è detto che la maggioranza sarebbe compatta.

“Siamo fermamente contrari a una revisione del DDl Cirinnà sulla stepchild adoption: per quanto ci riguarda non ci sono “terze vie”. Ha commentato Pia Locatelli, capogruppo della componente socialista alla Camera. “La legge sulle adozioni del 1983 già prevede per le coppie eterosessuali, anche se non coniugate, la possibilità di adottare il figlio o la figlia del coniuge nel caso rimanga orfano dei genitori biologici. E’ stata una scelta volta proprio a salvaguardare il bene dei minori e il loro diritto alla continuità affettiva. Non consentirlo nel caso di una coppia omosessuale penalizzerebbe i bambini e le bambine e creerebbe un’ingiustificata discriminazione”.

“C’è ancora chi applica in politica un metro diverso da quello imposto dalla propria coscienza. Nulla di più becero. La legge sulle unioni civili va fatta, va sgomberato il campo da misere considerazioni ideologiche”. Ha aggiunto la portavoce del Psi, Maria Cristina Pisani. “Il tema delle adozioni- sottolinea- riguarda tutte le coppie non solo quelle omosessuali e la stepchild adoption non è solo l’assunzione di un diritto ma è il riconoscimento di una importante responsabilità, una tutela per i nostri figli. Noi andremo avanti. Non ci interessa l’ottusa retorica della cosiddetta ‘famiglia naturale’. A noi interessa il benessere dei nostri bambini. Chiediamo a tutti soltanto più coraggio”.

Intanto si mobilitano le piazze. Dopo l’annuncio di un nuovo family day previsto per il 30 gennaio che questa volta dovrebbe avere l’appoggio della Cei, le associazioni Lgbt (Arcigay, ArciLesbica, Agedo, Famiglie Arcobaleno, Mit) si preparano a mettere in campo, il 23 gennaio prossimo, una mobilitazione capillare nelle principali piazze del Paese. Inoltre, nei giorni caldi della discussione a Palazzo Madama, cioè dal prossimo 26 gennaio, è previsto un presidio in piazza delle Cinque Lune, a Roma, nei pressi del Senato, per testimoniare l’attenzione e l’apprensione per il dibattito in corso.

Cecilia Sanmarco

Unioni civili, maggioranze variabili e libertà di coscienza

Unioni civili matrimonio gay omosessualiMaggioranze variabili e libertà di coscienza ai singoli deputati. Così come avvenne per il divorzio, così come dovrebbe sempre essere quando si tratta di temi etici. Dopo la presa di posizione di Renzi, che ha ribadito il pieno appoggio al ddl Cirinnà, stepchild adoption compresa, quella che fino a qualche settimana fa sembrava un’ipotesi sostenuta solo dai socialisti, potrebbe rivelarsi l’unica via percorribile per mettere fine a uno stallo che va avanti da mesi e che rischia di concludersi, ancora una volta con un nulla di fatto.

La levata di scudi proveniente dagli esponenti cattolici di maggioranza e opposizione, da Forza Italia a Scelta civica, ad Ap passando per il Centro democratico e una parte, se pur minoritaria del Pd, sta a confermare che la spaccatura è tale da non consentire più spazi al dialogo e alla mediazione.

Il tentativo di arrivare a un testo largamente condiviso è definitivamente naufragato sulla stepchild adoption, che, è bene ribadirlo, non ha nulla a che vedere non solo con l’utero in affitto, ma neanche con le adozioni per le coppie omosessuali. Si tratta semplicemente di garantire a quei bambini, figli di un membro della coppia, quella continuità affettiva in caso di morte dei genitori biologici, con il partner del genitore che li ha cresciuti. Una misura volta esclusivamente a non danneggiare i minori, tanto è vero che si era parlato di “affido rafforzato”.

“Stralciare la stepchild adoption dal disegno di legge – ha dichiarato Pia Locatelli – vorrebbe dire svuotare la legge, e creare una nuova discriminazione che colpirebbe non solo le coppie omosessuali, ma anche i figli e le figlie di uno dei partner”.

Fatto sta che il nodo non accenna a sciogliersi e le divergenze all’interno degli stessi partiti sono tali che sono già in molti a invocare, anche in Forza Italia, libertà di coscienza sul tema.

Basterà questo a sbloccare la situazione? I dubbi sono leciti e primo fra tutti c’è quello della reale volontà del Governo di andare fino in fondo, rischiando una pericolosa spaccatura all’interno della maggioranza che lo sostiene a favore di una “temporanea”, ma pericolosa, alleanza con il Movimento Cinque Stelle, così come è avvenuto per l’elezione dei giudici della Consulta. L’altro dubbio è proprio nel comportamento dei pentastellati che, pur di mantenere il proprio profilo di essere ‘contro’ a prescindere e di rifiutare accordi con chi vogliono “mandare a casa”, sono capacissimi di votare contro il ddl .

A questo si aggiunge un problema squisitamente tecnico che però rischia di far saltare tutto. Il provvedimento, infatti, arriva all’esame dell’Assemblea senza essere stato licenziato dalla Commissione, ovvero senza aver terminato il suo iter, e quindi senza il mandato al relatore. Senza un relatore di maggioranza, di fatto il provvedimento è da considerarsi come se fosse ‘orfano’ e in Aula solo il governo – dopo la scadenza dei termini per gli emendamenti – potrà presentare nuove richieste di modifica. Il che comporta che o la maggioranza trova un accordo sui nodi politici prima dell’avvio dell’iter in Assemblea, o il ddl potrebbe, come già successo in commissione, divenire oggetto di un’ingente mole di emendamenti e dell’ostruzionismo delle forze politiche che lo avversano.

Un cammino insomma tutto in salita che si giocherà non tanto sui contenuti del provvedimento, quanto sulle alleanze politiche. Con il rischio che saranno proprio i contenuti a farne le spese.

Cecilia Sanmarco