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Cesare Salvi

La sinistra ora prenda una posizione sull’Europa

La situazione politica italiana si viene, al tempo stesso, semplificando e complicando. La semplificazione deriva dalla riproporzionalizzazione del sistema elettorale e dal nuovo assetto politico che si viene delineando nel centro-sinistra e a sinistra.

Può sembrare strano parlare di semplificazione con riferimento a questi dati, quindi proverò a spiegare questa affermazione.

L’effetto congiunto del referendum del 4 dicembre e della sentenza della Corte costituzionale sul c.d. Italicum è quello dell’abbandono del modello maggioritario come fondamento del sistema elettorale.

Ciò non perché esso sia stato respinto dal voto dei cittadini o dichiarato illegittimo dalla Consulta. Un sistema maggioritario di tipo europeo, cioè basato sui collegi, a turno unico (come era, per la maggioranza dei seggi, la legge Mattarella), o a doppio turno, come in Francia, non era oggetto né del referendum né della decisione della Corte costituzionale (come ha segnalato nei giorni scorsi Giuliano Amato). Ma in realtà la scelta per l’impianto proporzionale è politica. Nessuno vuole più il maggioritario (al di là delle dichiarazioni di facciata), perché non risponde alla convenienza di nessuna forza politica. Contro il turno unico sono (per ragioni poi non molto diverse) sia Forza Italia che 5 stelle, e lo stesso Pd sa che si tratterebbe di una vera e propria lotteria. Il doppio turno di collegio avvantaggerebbe 5 stelle (che peraltro non lo chiede), come dimostra l’esito dei ballottaggi nelle elezioni comunali.

Non è dato sapere se i sistemi elettorali attualmente vigenti per la Camera e Senato (entrambi conseguenti a sentenze della Corte costituzionale) saranno “armonizzati”, come si chiede dal Quirinale, e in che modo, oppure no.

E, naturalmente, le diverse opzioni (preferenze o no, coalizioni o liste, soglia di sbarramento, soglia del 40% per il premio) non sono affatto irrilevanti sia sul comportamento degli elettori (il tema del “voto utile”) sia sulle caratteristiche del prossimo Parlamento. Ma la sostanza del sistema sarà proporzionalista, con una duplice conseguenza: verrà meno il “dovere” della coalizione, e ciascun soggetto politico potrà correre in proprio. Da qui la “semplificazione” di cui parlavo.

Del resto, analoga “semplificazione” si ripropone nel quadro politico della sinistra. Non si sono ancora svolte le primarie del partito democratico, ma mentre scrivo la vittoria ampia di Renzi appare sicura. È un risultato che colloca stabilmente il Pd nel campo del centro moderato, come il nuovo partito di Macron in Francia.

Legge di impianto proporzionale e conferma della leadership renziana nel PD consentono alle forze alla sua sinistra, almeno in teoria, di dispiegare la propria proposta senza più vincoli: senza il vincolo di partito, per la minoranza che ne è uscita costituendo il nuovo movimento “art 1”; senza il difficile dilemma della coalizione elettorale, per gli altri soggetti della sinistra (ed è su questo che si dovrà misurare il Campo progressista di Pisapia, di fronte alla conferma, da parte di Renzi, della linea solitaria di Veltroni).

E qui nascono le complicazioni. A sinistra del PD le soggettività politiche sono molteplici: art 1, comprensivo della componente di Sel che vi ha aderito; Campo progressista; Sinistra italiana; Possibile di Civati; Rifondazione comunista rilanciata dal recente Congresso. E mi limito ai soggetti esplicitamente politici, perché esistono fortunatamente in molte città significative realtà “civiche”, spesso legate ai comitati costituitisi sui territori in occasione del referendum costituzionale.

È possibile che queste diverse realtà costruiscano un progetto politico comune, e quindi si presentino in una stessa lista alle elezioni?

Personalmente è la soluzione che auspicherei, ma mi rendo conto delle difficoltà, soggettive ma anche oggettive: si tratterebbe di costruire un programma e una leadership condivisa.

E, soprattutto, ed è questa la maggiore complicazione, c’è il problema del “dopo”. È a tutti chiaro che dalle prossime elezioni emergerà un Parlamento senza una maggioranza chiara, e che il sistema politico-parlamentare avrà subito avanti a sé il problema dei problemi: il rapporto con le regole dell’Unione europea, con l’austerità, con il fiscal compact.

Su questo difficilmente ci si potrà evitare una posizione nella prossima campagna elettorale. Ma quale posizione?

Intellettuali importanti della Sinistra europea hanno espresso posizioni contrapposte.

Luigi Ferraioli sostiene la necessità di una “rifondazione costituzionale” dell’Unione: un’assemblea costituente, convocata dai paesi che ne condividano l’esigenza, ridisegnando con chiarezza i lineamenti federali e sociali dell’Europa. Sul versante opposto, Perry Anderson, a lungo direttore della New Left Review, sostiene la forma più drastica di Brexit. Per lui, la democrazia è possibile solo là dove si esercita la sovranità popolare, cioè nello Stato nazionale.

Le forze politiche italiane stanno delineando le rispettive posizioni. Il PD di Renzi ripropone il già noto e poco positivo metodo della polemica con Bruxelles, senza indicare però chiare soluzioni per il caso di conflitto. Per i 5 stelle la proposta è un referendum sull’euro; il centrodestra, com’è noto, è diviso su questo tema, ma potrebbe trovare una composizione intorno alla proposta di Tremonti, della quale si sta discutendo, di una riforma costituzionale che garantisca (come in Germania) il primato del diritto italiano su quello europeo.

Quale posizione sull’Europa avrà la sinistra? A me questo sembra un elemento decisivo per costruire una credibile proposta politico-programmatica.

Le imminenti elezioni presidenziali (e poi parlamentari) in Francia, e poi quelle autunnali in Germania, forniranno elementi di valutazione importanti. Ma le campagne elettorali in questi paesi indicano già la centralità del tema europeo, che può riassumersi in un arduo dilemma: nessuna politica sociale “di sinistra” è possibile nell’attuale quadro normativo della UE, che di fatto non consente spese per investimenti pubblici e tutele sociali.

Al tempo stesso, è molto difficile indicare una credibile ed efficace alternativa.

D’altra parte, il tema si riproporrà nel nuovo Parlamento, rispetto al quale appare allo stato improbabile prefigurare chiare maggioranze politiche.

Insomma, si preparano tempi difficili; è da sperare che la sinistra sappia essere all’altezza.

Cesare Salvi

Blog Fondazione Nenni

Falsi Sì. Berlinguer
e la riforma costituzionale

Berlinguer e Ingrao erano monocameralisti? Certamente, anzi, lo erano anche Togliatti e tutto il Pci. La posizione tradizionale in questo senso del partito comunista fu formalizzata con particolare rilievo in un seminario dei gruppi parlamentari del 1981, introdotto da Ingrao e concluso da Berlinguer.

La data non è irrilevante. Il Pci ritenne di precisare la sua posizione per proporre un progetto di rinnovamento democratico delle istituzioni alternativo alla “grande riforma” in senso presidenzialista, che veniva lanciata dal Psi di Craxi nel Congresso di Palermo del 1981.

Non si capisce però perché dal monocameralismo del Pci debbano trarsi argomenti a favore dell’approvazione del testo Boschi. La proposta del Pci era infatti in radicale contrasto con questo testo per tre ragioni.

In primo luogo, appunto, per il monocameralismo. Prevedeva l’abolizione del Senato, ed era esplicitamente contraria all’introduzione al suo posto di una seconda “camera delle regioni”.

Nel testo sottoposto al referendum di ottobre, invece, il Senato rimane, e i senatori continueranno a votare le leggi, talvolta con voto decisivo (come per quelle costituzionali), altre volte costringendo, in caso di difformità, a un voto della Camera a maggioranza assoluta. La vera differenza con il “vecchio” Senato, oltre alla riduzione del numero dei componenti, è che non sarà più eletto dai cittadini, ma dai consigli regionali al proprio interno (più 18 sindaci); oltre tutto con un meccanismo di ripartizione tra le regioni assurdo (ad es. il Trentino-Alto Adige, con un milione  di abitanti, ne avrà 4, la Liguria, con un milione e mezzo, ne avrà due).

In secondo luogo, per l’elezione della Camera unica il Pci prevedeva la legge proporzionale, all’opposto del sistema ipermaggioritario del c.d. Italicum (che non è formalmente parte del testo Boschi, ma sostanzialmente lo è; tanto che , se al referendum vincerà il no, anche l’Italicum sarà travolto, come ha giustamente notato un suo fautore, Roberto D’Alimonte).

Infine, e soprattutto, le ragioni della posizione del Pci erano diametralmente opposte a quelle invocate per sostenere l’attuale testo del governo. Se queste si basano sulla governabilità (la sera del voto si deve sapere chi ha vinto, chi vince governa per cinque anni, ecc), il Pci era, all’opposto, per la centralità del Parlamento e delle assemblee elettive, come espressione di un più ampio disegno di partecipazione popolare, considerata indispensabile per rivitalizzare la democrazia italiana.

Non è qui il caso di discutere della validità o della realizzabilità di quel disegno (a me pare ancora persuasivo, anche se certo oggi richiederebbe aggiornamenti e integrazioni). Quello che è certo in ogni caso è che usare gli argomenti e le proposte di Berlinguer e del Pci per sostenere il progetto del governo è un falso storico.
Cesare Salvi
dal blog della Fondazione Nenni

Coppie in Italia e Usa:
Costituzioni a confronto

1 – Perché la Corte suprema degli Stati uniti ha affermato (26 giugno 2015) il diritto costituzionale al matrimonio delle coppie dello stesso sesso, mentre la nostra Corte costituzionale (sent. 138 del 2010) è giunta alla conclusione opposta?
unioni-civilidueIl primo aspetto da considerare è la differenza nelle norme delle due Costituzioni. Negli USA, il XIV emendamento stabilisce che nessuno può essere privato della vita, libertà, proprietà senza una giustificazione razionale, e a nessuno può essere negata “la eguale protezione delle leggi”. Nella Costituzione italiana, le norme rilevanti sono l’art. 2 (che “riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali, ove si svolge la sua personalità”), l’art. 3 (principio di eguaglianza davanti alla legge) e l’art. 29 (dove sono riconosciuti “i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”). Il problema che avevano di fronte i giudici statunitensi era quindi solo quello della riconducibilità, o meno, del matrimonio same sex tra i diritti protetti dal XIV emendamento; mentre i nostri giudici avevano di fronte anche le categorie della “formazione sociale” e della “società naturale”. La differenza non vuol dire che le conclusioni dovessero essere necessariamente diverse (come invece sono state); ma la Corte italiana aveva , come dire, un problema in più.

2 – La Corte Suprema USA ha fondato la sua decisione su un argomento che ha considerato decisivo: il “diritto di sposarsi” (right to marry) rientra tra i diritti di libertà protetti dal XIV emendamento, e non c’è motivo per negarlo a chi intende sposare una persona dello stesso sesso; anzi, c’è un motivo per riconoscerlo: ed è il valore sociale del matrimonio, “istituto centrale nella condizione umana”, che, “originando dai più basilari bisogni dell’essere umano, è essenziale per la realizzazione delle nostre più profonde speranze ed aspirazioni”. “Il matrimonio è uno dei diritti fondamentali della persona, essenziale per il perseguimento della felicità”, aveva già detto la Corte Suprema nel dichiarare nel 1967 l’incostituzionalità dei divieti di matrimoni interrazziali; ora aggiunge che “ciò è vero per tutti gli individui, indipendentemente dal loro orientamento sessuale”. La Corte costituzionale, nella sentenza 138/2010, si è soffermata invece sul rapporto tra diritto soggettivo e formazione sociale. In primo luogo, ha affermato che l’unione omosessuale rientra tra le formazioni sociali di cui parla la norma, e quindi è meritevole di protezione giuridica. Esiste quindi “il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia” anche per le persone dello stesso sesso. Ma questo diritto – a differenza che per i giudici USA – non si traduce in un “diritto al matrimonio”. E ciò per due ragioni: la prima più chiara, la seconda meno.
Quella più chiara (condivisibile o meno) è che il riconoscimento del diritto desunto dall’art.2 può essere realizzato anche per vie giuridiche diverse dalla equiparazione delle unioni sessuali al matrimonio; e che spetta quindi al “Parlamento, nell’esercizio della sua piena discrezionalità, individuare la forma di garanzia e di riconoscimento per le unioni suddette”. Meno chiaro è l’altro argomento, desunto dall’art. 29 Cost. Il problema può essere riassunto nella domanda: una legge che prevedesse il matrimonio same sex, sarebbe costituzionalmente legittima? Il quesito ha diviso la dottrina; ma oggi si va oltre, al punto che si afferma che sarebbe incostituzionale, secondo la sentenza del 2010, anche una normativa che rinviasse per alcuni aspetti al diritto matrimoniale (come nelle “unioni civili” della legge tedesca), e prevedesse l’adozione. Ma la sentenza non si presta a questa lettura. Essa afferma che l’art. 29 non può essere interpretato in modo da ricomprendere le unioni same sex, perché riguarda “il matrimonio nel significato tradizionale”. Ne deriva che non c’é violazione dell’art.3, “in quanto le unioni omosessuali non possono essere ritenute omogenee al matrimonio”.
Se e quando anche l’Italia dovesse scegliere la via del matrimonio, la Corte costituzionale dovrà decidere se tale scelta contrasti o meno con l’art. 29. Nella sentenza non c’é alcuna formulazione risolutiva in proposito, diversamente da quanto si dice. L’argomento per il quale le unioni omosessuali, non essendo omogenee al matrimonio, non possono essere ricondotte all’art.29 è usato per escludere la violazione del principio di eguaglianza, non per negare (in futuro) la costituzionalità della soluzione “matrimoniale”, che non era la questione sottoposta all’esame della Corte. Del resto, tutte le corti costituzionali investite del problema (sulla base di norme in alcuni casi simili alle nostre) ne hanno riconosciuto la costituzionalità (dalla Spagna al Portogallo, dalla Francia al Messico all’Argentina).

3 – È interessante notare che gli argomenti utilizzati dalla Corte costituzionale per la soluzione negativa sono stati considerati, giungendo alla conclusione opposta, dalla Corte Suprema. Per quanto concerne l’interpretazione evolutiva o meno delle norme costituzionali, la Corte Suprema, respingendo l’orientamento dei giudici “originalisti” (che ritengono cioè che esse vadano intese nel significato che le avrebbero dato i “padri fondatori”) ha ricordato l’evoluzione storico-giuridica del matrimonio nei secoli (in particolare per quanto concerne i rapporto tra uomo e donna). La Corte costituzionale, a sua volta, ha ribadito (il tema era già stato sollevato a proposito del divorzio) che “i concetti di famiglia e di matrimonio non si possono ritenere cristallizzati con riferimento all’epoca in cui la Costituzione entrò in vigore”, ma vanno interpretati “tenendo conto dell’evoluzione della società e dei costumi”. Tuttavia, ha aggiunto, il significato dell’art. 29 (il matrimonio è tra persone dello stesso sesso) non può essere superato per via interpretativa. L’argomento è stato usato per affermare (e qui sta la differenza con la Corte suprema) la non illegittimità della mancata estensione del matrimonio alle persone dello stesso sesso (che era la questione sollevata dai giudici di rinvio), non l’inconstituzionalità di una legge che la preveda. In secondo luogo, entrambi le Corti hanno affrontato il tema del rapporto tra potere giudiziario e potere legislativo. Una decisione così rilevante – dicono i giudici dissenzienti della Corte Suprema – non spetta al potere giudiziario, ma alla assemblea rappresentativa della volontà popolare. La risposta contenuta della sentenza si richiama a un principio basilare del moderno costituzionalismo: un diritto fondamentale va protetto proprio dall’eventuale diversa volontà della maggioranza.
A me pare che bisognerebbe fermarsi qui. Gli ulteriori argomenti tratti dal dato sociologico, dai mutati orientamenti dell’opinione pubblica, dalla comparazione, dai sondaggi, vanno maneggiati con cautela. Ne ha fatto uso invece in modo opinabile la Corte europea dei diritti umani, quando ha chiesto (da ultimo con la sentenza del 21 luglio del 2015) all’Italia una legge in materia (matrimonio o unione civile che sia).
Basti pensare alle conseguenze che si potrebbero trarre, usando questi criteri, di fronte al fenomeno dell’immigrazione, sui diritti dei non cittadini (ad es., ma non solo, il diritto d’asilo). Questi vanno protetti, qualsiasi cosa dicano i sondaggi.
Per la Corte costituzionale “spetta al Parlamento individuare le forme di garanzia e di riconoscimento delle unioni omosessuali”. Questa affermazione si accompagna però al riconoscimento del “diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia”, costituzionalmente garantito. L’assenza di una normativa che lo riconosca è quindi una omissione legislativa, e va inoltre verificata, dice la sentenza, la legittimità delle situazioni di trattamento disomogeneo rispetto alla coppia coniugata, alla luce del principio di eguaglianza.

4 – Una considerazione finale. Entrambe le sentenze assumono una concezione che potremmo definire tradizionalista del matrimonio. Questa è enfatizzata (come abbiamo visto) nelle motivazioni della Corte Suprema, che parla del matrimonio come pietra di volta dell’ordine sociale. C’è un paradosso nella soluzione che hanno adottato i giudici statunitensi, usando il tradizionalismo come fondamento di una decisione talmente innovativa? Qualcuno lo ha segnalato. Sembra quasi che chi non si sposa non può realizzare la propria personalità, e si mette in contrasto con “l’ordine sociale”. Mi è piaciuta l’osservazione di chi ha detto “finalmente gli omosessuali statunitensi sono liberi di non sposarsi”. In ogni caso, chi non vuole una legge che riconosca agli omosessuali il “diritto di vivere liberamente una condizione di coppia” non può nascondersi dietro la Costituzione o la Corte costituzionale.

Cesare Salvi
dal blog della Fondazione Nenni

Perché ha ragione Tsipras
e torto la Merkel

Per l’Europa è arrivato il momento della verità. Non si tratta solo di trarre le conseguenze dell’ormai evidente fallimento delle politiche di austerità (che dove sono state imposte hanno determinato non solo aumento della disoccupazione e riduzione dei diritti sociali e del lavoro, ma anche deflazione e crescita del debito pubblico: è il caso anche dell’Italia). C’è qualcosa di più: il rischio del tracollo definitivo dell’idea della costruzione di un’Europa basata sui valori della democrazia e della solidarietà, condivisi dai popoli dell’Europa, come è scritto nei primi articoli del Trattato sull’unione europea.

Il nuovo governo greco non chiede l’impossibile: con grande ragionevolezza chiede di ridiscutere gli accordi con i precedenti governi, e in particolare il piano della Troika, che è oltretutto un’istituzione non prevista dalle norme europee.

Quel piano in realtà, come ha detto il membro brasiliano del direttorio del FMI, “più che un salvataggio della Grecia sembra un salvataggio delle banche straniere esposte con il paese”. Infatti, dei 240 miliardi di prestiti dati a quel paese (in cambio di misure di austerità che lo hanno ridotto allo stremo, e hanno fatto crescere il debito pubblico fino al 175% del pil) solo 20 sono finiti nell’economia reale, mentre la gran parte è andata a pagare interessi e rimborsi ai creditori.

Del resto questa è stata la linea di fondo della politica europea di questi anni. Secondo Mediobanca, l’Europa ha finora stanziato oltre 3.000 miliardi come capitale e garanzie per salvare le banche. Lo stesso tanto lodato intervento di “quantitative easing” della BCE è rivolto alle banche, nell’auspicio, ma senza nessuna garanzia, che da queste passi poi al sistema economico.

Nell’ultimo numero, la “Civiltà Cattolica” ( non qualche estremista di sinistra !) si domanda “ se non sarebbe più efficace ed etico un QE che regalasse ad ogni cittadino dell’Europa 500 euro”.

I soldi per le banche ci sono, per i cittadini europei (non solo per i greci) ci sono invece nuovi sacrifici da fare.

Ecco il primo valore, teoricamente proclamato dai trattati, che viene meno: la solidarietà, sia tra i popoli dell’Unione, sia all’interno di ciascuno Stato che la compone.

Il secondo valore è la democrazia. Il governo tedesco e gli euro burocrati si comportano come se le elezioni siano irrilevanti. La volontà del popolo greco non conta. Che quel popolo abbia votato per Syriza e il suo programma sembra non contare: le cose devono continuare come concordato con il governo precedente, quello sconfitto dal voto popolare. Siamo in piena postdemocrazia (per usare un termine che oggi appare un eufemismo). Del resto, quando l’allora premier Papandreu propose un referendum per consentire al popolo greco di decidere il suo destino, in 24 ore fu cacciato dal governo e sostituito da un politico più condiscendente del suo stesso partito.

Lo studioso statunitense Dani Rodrik ha parlato del “trilemma” della globalizzazione”: la coesistenza tra democrazia, Stato sovrano e mercati non è possibile, uno dei tre deve essere eliminato. Ed è quello che sta accadendo, le politiche europee escludono la democrazia dal triangolo, restano gli Stati nazionali per fare quello che chiedono i mercati.

Il governo greco va sostenuto (con una vasta mobilitazione, a cominciare dalla manifestazione del 14 febbraio) anche e soprattutto per questo. Non dobbiamo dimenticare che la partecipazione italiana alla UE è giustificata sulla base dell’art.11 della Costituzione, che consente la limitazione di sovranità “in condizioni di parità con gli altri Stati” in quanto siano “necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le Nazioni”.

Questi elementi stanno evaporando, e non si può assistere passivamente a questo processo. Il sostegno al governo e al popolo greco non è quindi solo solidarietà a un paese stremato e isolato, ma anche impegno per far valere per tutti i popoli europei i valori e i principi dell’eguaglianza, della giustizia sociale, della democrazia.

Spetta alla sinistra battersi per questi valori. Purtroppo, i socialisti europei stanno mancando a questo compito. In Germania sono al governo, subalterni alla Merkel. Ma purtroppo anche da Francia e Italia i segnali, se ci sono, sono troppo deboli, non all’altezza della posta in gioco. Ancora una volta, appare ineludibile la costruzione in Italia di una sinistra politica nuova, moderna, che abbia chiaro che è in gioco il destino della democrazia.

Cesare Salvi
dal blog della Fondazione Nenni

Il Patto del Nazareno
e il successore di Napolitano

Bimestre bianco: alle anomalie istituzionali iniziate con il governo Monti si aggiunge una nuova, quella di dimissioni pronosticate, ma non ancora date, dal capo dello Stato. D’altra parte, Napolitano aveva reso chiaro al momento della sua rielezione che si sarebbe dimesso prima del termine del settennato, e i partiti hanno accettato, così come avevano accettato tutte le sue scelte degli ultimi anni, dal governo Monti in poi.

Fatto sta che a una situazione già difficile sul piano politico-istituzionale, come tutte quelle che precedono l’elezione del presidente della Repubblica, ancora una volta i partiti aggiungono problemi. In primo luogo, per le divisioni interne che li attraversano, e che possono trovare nello scrutinio segreto il modo di manifestarsi. In secondo luogo, per lo scontro che si è aperto sulla priorità da dare alle riforme (elettorale e costituzionale) o all’elezione del nuovo capo dello Stato.

Questa controversia è proprio strana. Renzi dice che intende governare tutta la legislatura. Perché allora questa fretta? C’è chi dice che pensa a elezioni anticipate, che in ogni caso però non potrebbero svolgersi nei primi mesi del prossimo anno, per tre ragioni. In primo luogo, la legge elettorale anche se sarà approvata dal Senato nelle prossime settimane, dovrà poi ritornare alla Camera, essendo previste modifiche. Inoltre, perché rimane aperto il problema della legge elettorale per il Senato, non prevista dall’Italicum (mentre la riforma costituzionale richiederà ancora almeno un anno, nell’ipotesi dell’ iter più rapido). Infine, perché Napolitano ha reso chiaro che non intende sciogliere le Camere: ci penserà, se mai, il suo successore.

Si ha quindi l’impressione che dietro questo braccio di ferro tra i contraenti del patto del Nazareno ci sia qualcosa d’altro: più ancora del nome, la caratteristica del nuovo Presidente, se cioè un uomo (o una donna) vicino a Renzi, e quindi disponibile ad assecondarlo, compreso il voto anticipato, oppure una persona che garantisca a Berlusconi la “agibilità politica”.

Si rischia però di andare così a una decisione molto importante nel peggiore dei modi. La vera questione è la scelta della persona più idonea a svolgere la funzione che la Costituzione assegna al Presidente della Repubblica, non certo i vantaggi che ne potrà trarre nel breve periodo questo o quel leader di partito.

È bene ricordare che chi sarà eletto l’anno prossimo resterà in carica fino al 2022. Il mandato settennale previsto dalla Costituzione, così come il quorum elevato per l’elezione (pensato del resto con un sistema elettorale proporzionale), servono appunto per indicare che la persona eletta deve essere fuori non certo dalla politica, ma dai giochi politici a breve termine. Il compito principale del Presidente è assicurare la fedeltà alla lettera e allo spirito della Costituzione. E deve essere persona di esperienza (per questo è richiesto che abbia almeno 50 anni).

Vi sono persone con queste caratteristiche in Italia? Certamente. Ma c’è una maggioranza per eleggerla? Ricordo che PD, 5 stelle e Sel avranno circa 640 “grandi elettori”, e che il quorum (la maggioranza assoluta) del quarto scrutinio è di 505 voti. È davvero cosi difficile sciogliere definitivamente il “patto del Nazareno”, e aprire per l’Italia una nuova stagione di speranza democratica?

Cesare Salvi
dal blog della Fondazione Nenni