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Chiara Zancanella

L’arredamento com’era
nei magnifici anni ’50

Mobili moderniI magnifici anni ’50 rappresentano il periodo del benessere, della spensieratezza e del risveglio dopo il devastante secondo conflitto mondiale. Sono gli anni in cui nascono i prodotti italiani che hanno reso celebre il Made in Italy nel mondo, dalla moka Bialetti alla Vespa, quelli in cui i grandi design della moda e dell’arredamento hanno dato il meglio di sè e sono entrati, di fatto, nelle case degli italiani. Per vedere quali sono le ultime tendenze nel campo della “moda per la casa” ed avere una scelta sempre attuale e ispirata al miglior design internazionale, basta andare sul sito Mohd, che nel suo catalogo online, oltre ai classici “pezzi” del design che hanno fatto la storia, offre anche gli ultimi prodotti di tendenza nel settore dell’arredamento, per chi volesse dare un tocco di originalità e di raffinatezza alla propria abitazione.

Gli anni ’50: lo stile rockabilly      
Lo stile rockabilly nel settore dell’arredamento si manifesta con la fusione di tutti gli elementi che hanno reso gli anni ’50 un’epoca indimenticabile. I primi mobili di design che sono nati in quegli anni sono stati rivisitati dagli artisti dei giorni nostri, creando uno stile che fa ancora tendenza. Durante gli anni del dopoguerra, quando le famiglie cominciarono a godere dopo tanto tempo di un certo benessere economico, era di tendenza riempire casa con tutte le ultime comodità, dagli elettrodomestici ai componenti d’arredo. Tantissime aziende di design hanno recentemente riprodotto alcuni celebri prodotti dell’epoca, dai vecchi mobiletti ai divani, dalle sedie ai tavoli. In commercio se ne possono trovare di tantissimi tipi: primo tra tutti il divano Cadillac, acquistabile in diverse tonalità di colore, che ricalca la forma dell’omonima automobile americana degli anni d’oro. È possibile dare un tocco vintage al proprio appartamento anche attraverso l’installazione di una libreria modulare, una lampada in metallo o, specialmente in cucina, mediante l’utilizzo di sgabelli, utili per chi vuole allestire un piccolo angolo bar in casa propria. Per citare, invece, qualche elettrodomestico, la marca SMEG ha recentemente riprodotto i frigoriferi in stile anni ’50, per chi intende ricreare un ambiente tipico di quegli anni nella propria cucina.

Gli anni ’50 anche nelle grandi maison del design
Nell’ultimo periodo, gli anni ’50 sono tornati a dare sfoggio dei loro colori e dei loro materiali nelle sfilate di moda uomo e donna e nelle maison del design. Queste ultime hanno scelto di rilanciare alcuni tessuti da rivestimento già dallo scorso anno: da Absolu di Francesco Binfarè per Edra, con i suoi cuscini intelligenti che si modellano con leggeri tocchi, rivestiti in velluto. Anche l’ecopelliccia, che Fernando e Humberto Campana, sempre per Edra, hanno reso protagonista, nel cipria, è stata protagonista durante le ultime passerelle di Milano, applicata a nove cuscini che imitano i piumini da cipria applicati ad una struttura invisibile in acciaio tubolare. Ne risulta un componente d’arredo estremamente comodo, grazie al Gellyfoam che compone l’imbottitura e morbido, grazie all’ecopelliccia che lo ricopre.
Anche il divano Maralunga, nato nel 1973 divano Maralungadalla mente del designer italiano Vico Magistretti, occuperà un posto d’onore nella collezione 2016, in diversi rivestimenti, tra cui il sempreverde velluto. Tra le proposte di Loro Piana per l’arredo interno troviamo Jaipur e Shamina, della collezione Maharaja, preziosi velluti di seta realizzati in sei colori ciascuno, il primo in tinta unita, con sfumature dall’acqua marina allo zaffiro, il secondo con motivi decorativi. Anche il tessuto di Dedar per Hermès fa esplicitamente riferimento agli anni ’50: recuperando il motivo dalla storia del marchio, ha realizzato un disegno formato da H raggruppate, motivo che, proprio in quegli anni, ispirò la maison.
Chiara Zancanella

Cannabis per uso medico:
storie di sprechi italiani

Fabbrica-militare-cannabisChe la cannabis e il suo utilizzo per diverse finalità siano argomenti piuttosto delicati qui in Italia è ormai un dato di fatto; altrettanto acquisito è, purtroppo, il fatto che nel nostro Paese il buon senso non sempre sia di casa e che anzi sprechi e malfunzionamenti siano spesso e volentieri dietro l’angolo quando c’è di mezzo la burocrazia.

Unendo questi fattori viene fuori il quadro del tutto particolare, quasi grottesco, che caratterizza la storia che riportiamo di seguito; siamo nel campo della cannabis e dei suoi svariati utilizzi per finalità mediche e di ricerca.
Nel nostro Paese curarsi con farmaci a base di cannabis è consentito da tempo, e di recente, nel dicembre 2015, il governo tramite ministero della Salute ha emanato le linee guida per l’utilizzo terapeutico della marijuana.

Una normativa che affida al ministero della Salute stesso le funzioni di organismo statale per la coltivazione della cannabis e che, al contempo, contiene anche una parte consistente rivolta a medici e farmacisti, finalizzata a rendere omogeneo l’utilizzo della sostanza in tutto il territorio nazionale.
In pratica nel nostro Paese viene riconosciuto il grande potenziale curativo dei cannabinoidi, soprattutto per patologie specifiche neurodegenerative; si parla principalmente di terapia del dolore, viste le facoltà analgesiche riconosciute alla cannabis.

Fin qui nulla di particolarmente sorprendente nè di troppo nuovo; se non fosse che poi, nel concreto, la legislazione italiana è come sempre contorta ed articolata, con il risultato che se curarsi con la cannabis è, in Italia, del tutto legittimo, la coltivazione in sè resta un reato perseguibile a norma di legge.

Tale contraddizione è ancora più accentuata ed evidente nel momento in cui si considera come sia del tutto legale anche l’acquisto di semi di cannabis tramite negozi online come Zativo e altri che si trovano in rete, oppure presso rivenditori specializzati del settore dislocati sul territorio nazionale; semi che, dopo essere stati regolarmente acquistati, non possono essere poi coltivati (indipendentemente dal fatto che l’uso sia medico o ricreativo) a causa della normativa penale in vigore.
Come conseguenza di questo quadro legislativo, l’Italia è ancora costretta a importare il farmaco a base di cannabis dall’estero, precisamente dall’Olanda, pagandolo a caro prezzo. Basti pensare che nel 2015 il nostro Paese ne ha importati circa 40 chili, sborsando una cifra di 35 euro al grammo.
Una spesa consistente che si potrebbe evitare, se si rendesse legale la coltivazione in proprio; e questo è quanto si sta tentando di fare, a fatica e con piccoli passi, tramite il progetto di coltivazione sperimentale presso lo stabilimento farmaceutico militare di Firenze sotto attento controllo dell’Esercito.

La cosa più paradossale è, comunque, quanto è stato riportato in un recente articolo pubblicato su l’Espresso; ovvero, mentre spendiamo le cifre di cui sopra per importare il farmaco dall’Olanda, la cannabis coltivata nel nostro Paese per fini di studio viene incenerita dopo essere stata utilizzata.
Una stortura piuttosto evidente, che è resa ancor più consistente dal fatto che la sostanza impiegata per fini di ricerca e poi bruciata presenterebbe lo stesso livello di purezza di quella usata per realizzare il Bedrocan, il noto farmaco a base di cannabis che le farmacie italiane sono costrette a importare proprio dall’Olanda, dove la cannabis è prodotta direttamente dallo Stato senza tanti impedimenti.
Un circolo vizioso che genera sprechi su sprechi, oltre che disagi per i pazienti che necessitano del farmaco. Come si legge sempre nel dossier pubblicato da l’Espresso, solo negli ultimi giorni a Rovigo, dal Cra, un ente vigilato dal ministero e autorizzato dal dicastero della Salute alla coltivazione della canapa con finalità di ricerca, sono partiti 36 chili di cannabis da incenerire dopo essere stati utilizzati per la ricerca medica.
Si tratta di un quantitativo di sostanza frutto di un anno circa di sperimentazione, e che avrebbe potuto avere ben altro utilizzo se si considera che, ad esempio, i malati di sclerosi multipla, patologia per la quale è riconosciuto scientificamente il ruolo della cannabis, ne consumano circa 10 grammi al giorno.
Da questo quantitativo mandato letteralmente in fumo si sarebbe potuta recuperare una buona dose di principio attivo da riutilizzare poi per altre finalità. Ma questa stortura evidente poggia comunque su una base legislativa.
La norma in vigore in Italia non consente infatti di riutilizzare la sostanza impiegata a fini di studio, ed anzi prevede che questa debba essere bruciata ogni anno; proprio come accade per la droga sequestrata dalle forze dell’ordine, che termina il proprio percorso nel forno del termovalorizzatore per rifiuti speciali ospedalieri per essere distrutta.

Un iter ormai consolidato malgrado il fatto che il Testo unico sugli stupefacenti, l’insieme di norme che regolano la materia in Italia, preveda che queste sostanze confiscate possano essere messe a disposizione del ministero della Salute, il quale può provvedere alla loro distruzione o, qualora lo ritenga necessario, al loro riutilizzo. Con evidente risparmio, in quest’ultimo caso, sull’importazione della sostanza dall’estero che oggi contribuisce a produrre uno dei tanti sprechi in stile italico.
Chiara Zancanella

In Sardegna una mozione
per la cannabis libera

MarijuanaHa fatto parlare di sé Pippo Civati lo scorso 20 aprile in occasione dell’incontro tenutosi a Milano dal titolo “L’erba voglio”, un dibattito sulla legalizzazione della cannabis a cui hanno partecipato esperti del settore ed esponenti di varia estrazione politica: la sua foto con uno spinello in mano ha fatto il giro del web, destando clamore e curiosità da parte di molte testate giornalistiche, che – come era prevedibile – lo hanno soprannominato “il nuovo Pannella”.

Civati ha risposto alle critiche dicendo che si trattava di una provocazione per riaccendere l’attenzione sul tema e ha assicurato: “Non lo fumerò, ma lo terrò in tasca affinché le droghe leggere siano legalizzate”. Ha poi aggiunto con una nota su twitter “Ah se avessi tenuto in mano una birra…”, con l’intento di dare uno spunto utile per avviare un ragionamento più ampio e consapevole rispetto alla questione del proibizionismo.

Si sta senza dubbio muovendo un dibattito senza precedenti su ciò che ruota attorno alla legalizzazione della marijuana. Ed è proprio di qualche giorno fa la mozione presentata da Irs e dai Rossomori, sostenuti da Sel, Sardegna Vera, Pd e Partito Sardo d’Azione, che ha portato in Consiglio regionale una proposta di politica antiproibizionista da introdurre in Sardegna, come importante opportunità di crescita economica e sociale. Sul modello approvato lo scorso anno in Colorado, Gavino Sale, leader di Irs, e Paolo Zedda, dei Rossomori, hanno proposto la legalizzazione e la libera coltivazione della cannabis: ciò permetterebbe la creazione di centinaia di posti di lavoro e un gettito extra per le casse regionali di svariati milioni di euro sottratti alla mafia e ai piccoli spacciatori. La coltivazione, propongono Zedda e Sale, potrebbe essere inizialmente affidata al Corpo Forestale per poi venire estesa anche ai cittadini, che potrebbero produrre marijuana per uso personale.

L’uso personale della marijuana è un principio imprescindibile che accomuna tutti i sostenitori della legalizzazione, ma non soltanto dal punto di vista ricreativo: l’aspetto terapeutico della cannabis, infatti, è uno dei principali argomenti a favore delle varie battaglie antiproibizioniste. Le proprietà mediche dei cannabinoidi, infatti, sono utili nella cura di malattie come la fibromialgia, il glaucoma, l’epilessia, la SLA e alcune forme di tumore. La possibilità per i pazienti di coltivare autonomamente cannabis per uso terapeutico sarebbe un enorme passo avanti nel rispetto del diritto alla cura, dal momento che oggi per questi malati è estremamente difficoltoso accedere ai farmaci cannabinoidi, dal punto di vista dei costi e degli ardui cavilli burocratici.

Pertanto, mentre sono (quasi) tutti d’accordo sulla questione terapeutica, la proposta al Consiglio Regionale sardo non è stata ben accolta da Forza Italia che attraverso il suo consigliere Ugo Cappellacci la definisce “estemporanea e fuori dalla realtà”, mentre un altro membro del consiglio di FI, Edoardo Tocco, considera un’azione simile estremamente diseducativa e lontana dalla tutela delle famiglie.

Eppure, stando anche ai dati della Direzione Nazionale Antimafia, il proibizionismo è stato un completo fallimento ed è ormai diventato un compito improrogabile per il Governo definire nuove politiche per disciplinare il mercato della cannabis, così come è stato fatto per alcool e tabacchi.

Chiara Zancanella