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Corrado Oppedisano

Corrado Oppedisano
In ricordo di Angela Burlando

Un mese fa Angela Burlando ci ha lasciato. Scrivo oggi perché nel frastuono di una caotica campagna elettorale pochi si erano resi conto che Angela stava andando via. E non sono servite le telefonate, le lettere e i post sui social a far della sua scomparsa un evento o un piagnisteo pubblico, che sicuramente non avrebbe gradito. A noi che restiamo qui l’amara consolazione dei ricordi, mentre il sorriso si rattrista nel guardare agli anni passati insieme, con fierezza, orgogliosi di aver fatto un pezzo di vita politica insieme ad Angela. Forse è proprio così, sono i racconti i profumi le emozioni, le immagini, i ricordi che sorreggono parte del mondo. Cosa ho imparato da Angela? Nel 2012 a Genova il centro sinistra – nel top di una crisi di nervi -chiese le primarie per scegliere il Sindaco di Genova, avendone una in carica, Marta Vincenzi. Contestualmente si ripresentò la sindrome socialista, di essere stati grandi e forti, che fa strage dei dirigenti Psi durante la preparazioni di eventi elettorali. Io ero finalmente libero da impegni pregressi ed essendo nell’anno celebrativo dei 125 anni del PSI, Roma con editto pretorio consegnato dal compagno Labellarte mi ordinò “Commissario straordinario per le elezioni comunali Genovesi e 125° PSI con presenze eccellenti come la Ministra del Governo Spagnolo, la Socialista Carmen Chacon. Intanto il clima creatosi tra Marta Vincenzi e la neo candidata Roberta Pinotti produceva scollamento. In più il Prof. Marco Doria con una lista indipendente esprimeva diffuse simpatie in città con la benedizione di Don Gallo. Angela Burlando invece polemizzava verso il centro sinistra sostenendo che, così frammentato avrebbe aperto la strada alle destre. Emerse in quel difficile contesto una proposta già sperimentata con Giuliano Pennisi alle regionali, di sostenere un candidato sindaco del Pd e fare fronte con loro contro la destra. Quella ipotesi avrebbe disimpegnato i resti del gruppo del partito rompendo di fatto il sogno di condurre con una lista PSI una battaglia di orgoglio socialista portando qualche voto al PD. Un pò fuori binario proposi di spostare il PSI dalla rissa in casa PD e di presentare una candidatura socialista alle primarie andando a rigenerare di lista. Tutti, Angela compresa lo ritennero un percorso sacrificale. “Non c’è partita tra due generalesse del PD e il prof. Marco Doria”. Ma se i notabili si escludono dalla corsa chi avrei potuto candidare quale espressione di un progetto laico riformista socialista? Elisa Gambardella che aveva 18 anni?. Come premature apparivano le giovani risorse di Carlo e Matteo. Tolti diffusi e sparsi dimissionari non rimaneva altro che ritornare alla “soluzione Pennisi” di sostenere il PD, punto. Consigliato da altro vecchio saggio ripresi le consultazioni -anche esternamente – al partito ma le candidature arrivavano e cadevano come birilli. La Federazione di Genova entrò così ufficialmente in stallo mentre io avrei dovuto iniziare le manovre di atterraggio. Da li in poi mi vennero in soccorso esterno molte telefonate di Angela. “Ti chiamo per dirti che non è sopportabile questa apatia verso il proprio partito, se è così allora chiudiamolo”. Impossibile risposi, abbiamo in agenda la Ministra Socialista Spagnola per le celebrazioni del Partito. “Auguri allora”. Ripresi l’ultimo giro prima di arrendermi alla “soluzione Pennisi” incassando altri disimpegni. Con l’entusiasmo sotto i piedi mi recai da Angela Burlando a prendere uno dei tanti caffè delle otto. Le esposi il tutto pensando follemente da li a poco di convincerla a candidarsi alle primarie e a capitanare la lista Socialista. Di tutto punto mi mandò a quel paese offrendo lei il caffè. Con l’angoscia di non aver nulla in mano all’alba di una mattina di un giorno nefasto, squillò il cellulare, era Angela Burlando “ciao segretario, o commissario o quale diavolo di carica hai… Ti volevo solo dire che accetto la candidature per le primarie a Sindaco di Genova e… poi ci occupiamo della lista… perché dal nostro destino non si può scappare”. Grazie a questa volontà nell’arco di un mese ci presentammo alle primarie, facemmo liste alle comunali e in nove municipi raccogliendo lo 0.98% dei voti. La Federazione di Genova ritornò ad essere la nostra sede di confronto politico con tante nuove idee.

La Cooperazione allo sviluppo per negoziare la pace

Sarebbe semplice sollecitare i capi di Stato affinché individuino soluzioni politiche ai diversi conflitti nel mondo, volendo permettere al gran numero di persone in fuga dai disastri generati dall’uomo, di fare un giorno ritorno a casa. Ma non è così. Visto che il susseguirsi di gravi crisi umanitarie ha causato flussi massicci di persone in fuga, virtualmente in ogni regione del globo. Il numero di persone costrette a lasciare le loro terre in tutto il mondo si aggira sui 66 milioni – nel 2009 erano 42 milioni”(unhcr onu). Questo numero comprende i 17,2 milioni di rifugiati una crescita del 70% dal 2009”. Garantire soluzioni per milioni di persone sradicate dalle loro case ed evitare il ripetersi di questi grandi flussi di popolazioni dipende fondamentalmente da volontà e dalle scelte politiche internazionali.

Pensiamo al cataclisma del conflitto in Siria e le violenze in Iraq, che da sole hanno causato un quarto del numero totale di persone costrette alla fuga. Nuove crisi si sono sviluppate laddove si sono creati nuovi spazi senza governo, alimentate da una serie combinata di fattori tra cui povertà, sotto-sviluppo, degrado ambientale, disuguaglianze e persecuzioni. Allo stesso tempo, le situazioni che sembravano si fossero stabilizzate, quali quelle in Burundi, Sud Sudan, Repubblica Centrafricana, sono state colpite da nuove crisi che hanno portato a nuovi flussi di rifugiati; nel frattempo, situazioni che si protraggono nel tempo come in Afghanistan e in Somalia restano irrisolte. Una serie di azioni necessarie prima fra tutte la necessità di attuare misure per affrontare le cause dei conflitti e prevenire l’acuirsi delle crisi di persone in fuga. Lodare l’importante ruolo svolto dai peacekeepers nel permettere agli attori umanitari di operare, sottolineando che gli attori umanitari e i peacekeepers dovrebbero collaborare facendo leva sui rispettivi punti di forza per garantire la protezione dei civili durante i conflitti e, allo stesso tempo, preservare il carattere neutrale ed imparziale dell’azione umanitaria. Poi la comunità internazionale che necessita di rafforzare il suo impegno nel combattere i trafficanti di esseri umani e i terribili abusi esistenti. In ogni caso le agenzie umanitarie sono sul campo per assistere le vittime del traffico di esseri umani e supportare tutti coloro che necessitano di protezione internazionale, per affrontare gli orribili abusi perpetrati dai trafficanti e perseguirli.

Tuttavia se non si ristabiliscono pace e sicurezza, per rifugiati e le altre persone che hanno lasciato le proprie case sarà impossibile far ritorno a casa. “A casa loro“

Lo scorso anno, in tutto il mondo, solo 500.000 rifugiati sono tornati a casa. E nel decennio passato solo poche situazioni di migrazioni forzate hanno avuto una conclusione definitiva. In particolare, la sicurezza, il rispetto dei diritti umani e l’istituzione dello stato di diritto saranno essenziali per il ritorno dei rifugiati Rohingya nello Stato di Rakhine in Myanmar. È assolutamente cruciale fare progressi nell’acquisizione della nazionalità per i Rohingya, e altrettanto fondamentali saranno il processo di riconciliazione tra le comunità e gli investimenti in uno sviluppo inclusivo che porti beneficio a tutte le comunità. E’ di vitale importanza sostenere la protezione delle persone costrette alla fuga mentre si lavora alla risoluzione dei conflitti, sia negli Stati coinvolti che lavorano a una maggiore stabilità, sia nelle comunità ospitanti che provano a supportare grandi numeri di rifugiati. Tuttavia, la risposta per arrestare e invertire i flussi di rifugiati e di altre persone costrette a fuggire dovrebbe venire da soluzioni politiche, e a questo proposito la comunità internazionale ha fallito. Siamo incapaci di negoziare la pace.

Vogliamo la pace? siamo in grado in occidente di mantenere la pace, di viver per la pace?

Poniamoci queste domande e pensiamo al Consiglio di Sicurezza dell’ONU le cui ragion d’essere sono la risoluzione dei conflitti e il mantenimento della pace, visto che l’impatto diretto di questi fallimenti è sotto i nostri occhi e – tutti i giorni – sulle vite di decine di milioni di persone, sradicate e costrette ad abbandonare le proprie case.

La debolezza della solidarietà internazionale incrina la stessa protezione dei rifugiati. Molti Paesi d’accoglienza dei rifugiati, specialmente quelli al confine con zone di guerra, mantengono aperti i confini e ospitano generosamente migliaia – a volte milioni – di rifugiati. Mentre alcuni Stati – spesso quelli più ricchi e meno interessati dai flussi di rifugiati – hanno reagito chiudendo i confini, limitando l’accesso all’asilo e impedendo l’ingresso. In riferimento al Summit sui Rifugiati e sui Migranti che ha dato vita alla Dichiarazione di New York per una risposta globale alle crisi internazionali dei rifugiati, vanno valutati i passi importanti intrapresi da Stati membri, istituzioni per lo sviluppo come la Banca Mondiale, società civile e dal settore privato. Ma una risposta completa ai flussi massicci di persone in fuga può essere ottenuta solo attraverso azioni volte a ristabilire la sicurezza, risolvere i conflitti e costruire la pace. La popolazione mondiale di persone costrette alla fuga è in rapido aumento e si sovrappone ai conflitti nazionali europei in una stretta più di chiusura che di apertura e mentre i dati della Banca mondiale indicano tassi di natalità Europei bassi e in forte crescita quelli del continente africano. Quindi la sovrapposizione dei conflitti socio economici tra classi di età oramai è l’ordine dei lavori in una visione globale, che guarda ai flussi migratori, alle politiche internazionale, nella loro multidisciplinarietà e interdipendenza, agli effetti climatici che impoveriscono -ancora di più- intere zone geografiche del mondo povero, alle migrazioni come questioni sconnesse.

La cooperazione internazionale appare ancor oggi più strumento efficace che mai nella missione di occupare il terreno dell’educazione allo sviluppo alla cittadinanza, alla mondialità. Un lavoro che deve incrementarsi nelle scuole, nei territori in connessione con i Paesi partner.

Affinchè intere comunità non sia sradicate e rese nulle e a volte invisibili come l’apolidia drammaticamente genera è bene proseguire attraverso l’opera di cooperazione allo sviluppo per negoziare più pace con gli strumenti di innesto propri della cooperazione. Una delle urgenze è la stabilizzazione di un piano internazionale per l’africa attraverso il compito di ristabilire un concetto di politica per la tolleranza e per l’inclusione globale di persone disperate ma pur sempre parti attive di una umanità, haimè in continua disgregazione.

Aiutare chi resta indietro resta il compito ancor più arduo per i cittadini dell’unione Europea in una ritrovata coesione est/ovest. Ah dimenticavo anche per la politica sarebbe l’ora di riprendere il filo della cooperazione per lo sviluppo, dei diritti umani, della difesa dei più deboli e non in chiave elettorale, per carità non in chiave elettorale, almeno sullo sviluppo delle comunità povere parliamo seriamente con gli strumenti della politica per le persone.

Consigliere CNCS Ministero AA. Esteri

Genova al ballottaggio.
Il PSI saluta Marco Doria

genovaChe nel 2012, nella galassia politica genovese aleggiasse una consonanza politico-culturale tra il nuovo Sindaco e il PSI, si percepì subito, nonostante l’amaro risultato del Psi che non raggiunse il quorum per accedere al Consiglio Comunale. E’ un sapore gradevole ciò che caratterizza il rapporto tra Sindaco e Socialisti, un dialogo sincero pur condito da “dure” critiche sullo stato sociale e sul “Futuro di Genova”. Con questi presupposti una delegazione del PSI di Genova si è recata da Marco Doria – Sindaco ancora qualche giorno ( visto che ha deciso di non ricandidarsi) per un saluto di fine mandato. Appena eletto fu proprio Marco Doria a riaffermare virtù e attitudini del gradualismo riformista dei Sindaci di matrice Socialista. Per noi Socialisti ricordare le capacità istituzionali di Fulvio Cerofolini e il riformismo moderno e consequenziale del Prof. Giuseppe Pericu, nella Genova che -tra 2001 e il 2004- ridiventa “capitale” è di fatto una bella rosa rossa all’occhiello della città. Marco Doria appena eletto, in una commemorazione su Fulvio Cerofolini disse: “Mi ispirerò alla capacità riformatrice e di governo di Fulvio Cerofolini Socialista e antifascista”. Un uomo che va ricordato non solo perché ha saputo difendere la dignità delle istituzioni, ma per le sue scelte amministrative moderne, favorevoli al decentramento. Cerofolini come Sandro Pertini Presidente della Repubblica, in quel periodo hanno saputo traghettare l’Italia fuori dal tunnel del terrorismo governando da socialisti, salvaguardando cioè le istituzioni e nel contempo interpretando il vento del cambiamento che in quegli anni soffiava impetuoso nel nostro Paese. Entrambi devono essere un esempio per tutti noi”. Nello studio del prof. Marco Doria ci sono, Giuliano Pennisi, Presidente del PSI; Roberto Vucas, Presidente del Centro Giacomo Matteotti; Riccardo Oliva nuovo segretario Provinciale della Federazione di Genova; e l’ex segretario Corrado Oppedisano che nella difficile tornata elettorale del 2012 affidò ad Angela Burlando il duro compito di rappresentare il PSI genovese alle primarie, convergendo poi su Marco Doria al ballottaggio. Cenni storici che segnano un percorso di battaglie leali e condivise. Come gli orientamenti per il Futuro di una città in crisi, le spinte a risollevare le potenzialità della città, il dibattito sulla sinistra da rigenerare nell’unità, per il bene dell’intera collettività genovese. “Pur non essendo presenti in consiglio comunale – dice Giuliano Pennisi i Socialisti sono sempre stati leali partner del Sindaco. Sempre hanno messo a disposizione capacità e competenze tracciate e visibili nella storia di Genova, pre/post Colombiane. Critiche sullo stato sociale e costruttiva sulle emergenze del Lavoro e dell’impresa per un nuovo Welfare, sono sempre state consegnate al Sindaco in modalità contributo, rispettando le istituzioni ad ogni livello e il loro difficile operato”. Si ricorda quando i Socialisti e i Radicali presentarono al Sindaco Doria un elaborato per l’istituzione del Registro delle coppie di fatto; l’attuazione dei decreti statutari comunali finalizzati all’iniziativa popolare; i Bobby di quartiere con presenza h24 di Agenti della Polizia Municipale nelle antiche circoscrizioni. L’indefettibile rilancio della mobilità cittadina e infrastrutturale, integrativa su zone troppo scoperte dai servizi pubblici e dal ritardo di una rete subway insufficiente. Genova internazionale guarda ai fenomeni migratori globali con grande attenzione mentre il Sindaco appoggiava, sin da subito, l’ipotesi avanzata da Corrado Oppedisano per l’istituzione – ex novo – di un Consiglio per la Cooperazione internazionale e solidarietà per dare coesione, progetto e affidabilità alle decine di OSC e ONG della città. Venne istituito con delibera del Consiglio Comunale quale parte integrante delle politiche di cooperazione del Comune di Genova. Un nuovo soggetto del Comune, modello di inclusione e cittadinanza globale aggiornato ai disposti della nuova legge sulla cooperazione – parte integrante della politica estera del nostro paese -. Una bella chiacchierata con il Sindaco che si conclude con un caro saluto all’uomo “libero”, al Prof Marco Doria, con gli auguri cordiali di tutta la Federazione Socialista di Genova. E mentre si va via riaffiora il monito Socialista del Presidente Carlo Da Molo quando ricordava che in politica “far parte delle istituzioni è fondamentale se si lotta per il bene comune, per lo sviluppo dell’intera società”. – I Socialisti a Genova – pur non facendo parte delle attuali istituzioni – hanno dato il loro contributo con presenza critica e propositiva seria, partecipando alla vita politica e sociale della città. Oggi l’esclusione, le disuguaglianze l’indifferenza, rabbia e disprezzo anti-istituzioni, l’anti-politica, l’astensionismo, il disagio socio-economico, i fenomeni globali che si sovrappongono, le tensione conseguenti, la mobilità di milioni di persone nel pianeta, sono questioni aperte -davanti a noi- schierate come l’esercito di Sauron, pronto a dare battaglia. Per questi motivi continuare il lungo viaggio alla ricerca di una migliore coesione politica, evoluta ai tempi, che garantisca pari diritti a tutti i cittadini del pianeta è un rinnovato impegno per tutti i Socialisti. Dar vita ad una capacità di rilancio, ad una evoluzione possibile della politica è un duro lavoro, da riprendere subito in città, nel paese, in Europa. Chissà, forse il Prof. Marco Doria -prima o poi – su questi temi, lo rincontreremo.

Corrado Oppedisano

Paesi africani senza acqua, scuola, cibo e… Pace

conferenza nazionale svoltasi a Genova con la cooperazione – ministero esteri Unhcr – ONG e Scuole superiori

È bene iniziare a comunicare – a ogni livello – i fenomeni globali nella loro interezza per non trovarci sommersi e impotenti. Non tutti sanno che diversi Paesi africani (Zimbabwe, Malawi, Zambia, Sudafrica, Etiopia, Mozambico) continuano ad essere colpiti, da terribili siccità provocate dai cambiamenti climatici. Mentre alcuni paesi hanno dichiarato lo stato di calamità. In un villaggio globale assuefatto, molte notizie ci arrivano solo dalle Organizzazioni umanitarie, le ONG che trasmettono dalle loro piattaforme un pezzo di mondo senza acqua in fuga da povertà e guerre. Sono conseguenze diffuse in diversi Paesi africani dove si perde gran parte del raccolto agricolo e dove i prezzi degli alimenti aumentano diventando inaccessibili. Corsi d’acqua asciutti, malnutrizione ed epidemie che colpiscono le già precarie popolazioni dell’Africa.

In Mozambico, scrive una organizzazione partner – che si occupa da oltre 30 anni di solidarietà internazionale, “il governo italiano è intervenuto con azioni d’emergenza volte a mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici, distribuendo alimenti e finanziando iniziative di sviluppo. Naturalmente anche molte Organizzazioni sono intervenute con i loro fondi privati. Se l’unione fa la forza le Ong locali si stanno prodigando nella distribuzione di alimenti (in particolare mais, componente principale della dieta locale) e materiale scolastico non solo ai minori sostenuti con programmi di sostegno distanza, ma anche e dove possibile, ad altri bambini in condizione di vulnerabilità, cercando di prevenire sull’area. Un forte impegno lo apportano i cooperanti della cooperazione internazionale nella riattivazione di pozzi per l’acqua, inaccessibili da tempo”.

Nella desertificazione c’è tutta la gravità della situazione in cui si trovano diverse provincie africane. Un segnale dilagante se sommata alla secca nel bacino di Villiersdorp, a sud di Città del Capo, che raccoglie pochissima acqua e le risorse naturali con il razionamento idrico hanno poco di cui gioire. Queste siccità – ci scrivono alcune Ong – sono i peggiori eventi che potessero colpire l’area del bacino del Sudafrica, essendo la principale risorsa idrica della regione, con una capacità di acqua potabile ridotta al 20% di cui una parte inutilizzabile a causa della presenza di sabbie sottili. Anche in Ciad, Camerun, Niger, Nigeria e Sahel si registrano gravi carenze di acqua e cibo più la morte di bestiame – per il ridotto l’accesso all’acqua. Dove si sovrappongono teatri di conflitto civile con ambienti di matrice jihadista che devastano ciò che resta su intere zone della Nigeria. Crisi umanitarie sofferenti da decenni con forte insicurezza alimentare, diminuzione delle riserve d’acqua e di cibo in particolare nella regione del Lago Ciad e a nord del Mali. Non c’è bisogno di grandi osservatori per capire le ragioni di una grande mobilità di persone, spinte da privazioni, emergenze attorno ai paesi africani. Prima sfollati e poi braccati dagli estremisti – come in Nigeria- dove i miliziani di Boko Haram uccidono da dieci anni inneggiando un nuovo califfato. Scontri e attentati terroristici che di fatto sbarrano l’accesso anche agli aiuti umanitari. Gli eserciti di questi Paesi combattono i terroristi, avviliti da durissimi attacchi kamikaze che colpiscono sfollati anche nei campi profughi. Avvilente la terribile situazione del conflitto sud Sudanese dove il bene della popolazione non è al primo posto di chi “comanda”. Drammatica la situazione al ” varco “ d’entrata del Sahara – vittima di un’epidemia sanitaria molto grave. Ciad, Camerun, Niger e Nigeria stessa situazione. Nel bacino del lago Ciad vi sono già nove milioni di sfollati colpiti da grave insicurezza alimentare. Le frontiere di Ciad, Camerun, Niger e Nigeria, sono senza cibo e gran parte del bestiame morto. Questa crisi ha provocato circa 2,5 milioni di sfollati. Dopo la Siria è la situazione più grave registrata a livello mondiale, in più è quella che degenera poiché cresce velocemente. Coumba Sow Fao sostiene che in quest’area ostacolata da un difficile accesso ai media, le ONG devono fare un duro lavoro essendo molto elevata la presenza e il pericolo jihadista. I governi dei Paesi colpiti, Camerun, Ciad, Niger e Nigeria, sono mobilitati per rilanciare iniziative umanitarie con Fao e Pam. Consideriamo che i territori devastati dai conflitti sono colpiti anche dagli effetti del cambiamento climatico e dalla desertificazione.

È urgente che i governi finanzino progetti di sviluppo per l’agricoltura sostenibile, sicurezza alimentare e nutrizionale, rafforzando la resilienza delle comunità più colpite, visto che negli ultimi cinquant’anni il lago Ciad ha perso il 90 per cento della sua massa d’acqua. Il Ciad, è un paese senza sbocco sul mare nell’Africa centro-settentrionale, l’espansione del Sahara e la rivolta degli integralisti di Boko Haram mettono a rischio l’intero ecosistema del bacino del fiume che si trova al centro di fragile territorio. Un lago che ha un basso specchio d’acqua che si estende tra Ciad e Camerun si estendeva sino alla Nigeria e Niger. È un lago che si restringe sempre più, mentre cresce la popolazione che per vivere dipende dalle sue acque mentre la sabbia, aumenta, intere comunità si spostano per accedere alla riva del lago. Desertificazione siccità, deforestazione, cambiamenti climatici, risorse mal utilizzate non hanno bloccato negli ultimi 50 anni la riduzione – 90 per cento- del bacino del lago. Di fatto è un bacino che non è più in grado di alimentarsi mentre il deserto avanza e la fauna scompare sempre più popolazione usa l’acqua per lavare diffondendo malattie tra chi beve quell’acqua. In Nigeria a Maiduguri, dove si sono formate le cellule di Boko Haram, era un florido mercato commerciale di pescatori, contadini e commerci che producevano traffici con il vicino Ciad. La scomparsa di una grande parte di lago e dei traffici commerciali ha lasciato solo un sale minerale che l’acqua deposita nelle rive del lago, al soda. La popolazione ha raccolto e venduto questo sale, finché le rotte commerciali non si sono interrotte. Condizione indigenti restano in Somalia e Corno d’Africa mentre in Etiopia, la crisi colpisce milioni di persone con centinaia di scuole che hanno chiuso i battenti. “Conflict & Disaster Risk Reduction” è una interessante campagna della UE per la riduzione del rischio durante conflitti e calamità a favore di scuole studenti e insegnanti. Non solo supporta i bambini colpiti dalla violenza aiutandoli ad accedere a servizi per l’istruzione e alla protezione, ma sviluppa piani dettagliati con l’aiuto delle comunità, in modo tale che le scuole possano offrire ambienti di apprendimento anche più sicuri.

La natura complessa delle zone di crisi come Niger, Ciad, Camerun, Nigeria e altri Paesi accentua la vulnerabilità del sistema scolastico e in questa emergenza è fondamentale una risposta multidisciplinare basata sulle diverse competenze per affrontare con professionalità la protezione e l’istruzione dei bambini in territori offesi da conflitti e da vulnerabilità scolastica. I numeri sono alti oltre 1,3 milioni bambini sono sfollati a causa di questa crisi e oltre un migliaio di scuole sono chiuse – dice l’Unicef – con alta vulnerabilità nell’accesso alle scuole e nelle comunità circostanti dove le scuole sono oggetto non solo dic risi globale ma di attacchi con bombe o di assalti per rapire bambini. L’indifferenza e l’immobilismo dei “grandi della terra” non valutando gli effetti negativi di queste sovrapposizioni continuano ad essere i peggiori nemici della pace.

Corrado Oppedisano

Alternanza scuola lavoro e ONG per una nuova cooperazione

ASL è una straordinaria esperienza formativo/ innovativa che unisce il sapere al saper fare. Orienta le aspirazioni degli studenti, tra didattica e apprendimento al mondo esterno.

Con questa innovativa modalità la scuola del terzo millennio si connette con il mondo del lavoro verso nuove esigenze occupazionali, confrontandosi su tematiche globali, diritti umani e cooperazione allo sviluppo. Oggi l’ASL è obbligatoria per tutti gli studenti dell’ultimo triennio delle scuole superiori, anche Licei. E’ la parte avanzata della legge 107 verso il principio della “scuola aperta”. Una scuola più efficace che guarda al territorio, coinvolgendo società e studenti sulle scelte per un futuro in continuo movimento. E’ una scuola che si sintonizza alle frequenze del mondo del lavoro, dei diritti e delle conoscenze globali, in un coinvolgimento multi-generazionale, tra tutor, docenti esterni e nuovi punti di contatto. Favorisce la comunicazione intergenerazionale, pone le basi per uno scambio di esperienze e di crescita reciproca. Volontariato, enti culturali, umanitari ONG, istituzioni, ordini professionali, terzo settore, Imprese, aziende, sono nuovi soggetti partner educativi e formativi che scatenano sinergie esperienze e le passioni di tutti. Si costruiscono –insieme- esperienze positive, tracciati studio/lavoro fondati sulla conoscenza teorica e su esperienze pratiche in percorsi condivisi.

Ciò che appare evidente è un interessante cambiamento culturale, una originalità al passo col sistema duale, che coniuga il tessuto produttivo con quello socio-culturale del paese. Esperienze formative e di vita che coinvolgono da quest’anno, essendo obbligatorie per gli studenti, oltre 1 milione e mezzo di giovani delle scuole superiori. Una nuova esperienza formativo/educativa, di cooperazione tra scuola e diversi soggetti che generano dialogo formativo e confronto -di alto e qualificato profilo-, potendosi sviluppare in determinati contesti di lavoro. Gli studenti, si trovano al centro di nuovi stimoli, nuove capacità, creatività e conoscenze, essendo collocati all’interno di ONG, enti e OSC, con un “nuovo approccio“, quello del no profit. Ed è proprio la particolarità della spinta umanitaria, a fronte di determinati programmi di contesto internazionale in cui si trova il nostro tempo a generare (ad esempio sulla questione mediterraneo) nuovi e diversi modelli di approccio e intervento. Interventi in modalità imprenditoriale dove l’idea si tradure in azione.

E’ una diversa competenza, la chiave con cui si accede alla creatività, all’innovazione e alla assunzione di rischi, come la capacità di pianificare, gestire progetti e raggiungere obiettivi. Competenze e prime esperienze di conoscenza e di confronto che aiutano i giovani ad acquisire consapevolezza, riconoscendo e raccogliendo nuove opportunità, in una visione originale tra economia e società. Lo studente non è un lavoratore, lo diventerà, ecco perché la partecipazione all’ASL è importante, poiché offre al giovane studente l’opportunità di assorbire, ascoltare, osservare, interagire su coerenze e percorsi case study, condivisi, su progetti innovativi, tra economie e società. Nelle differenza dei ruoli e delle competenze, ogni soggetto attivo – scuola, mondo del lavoro, tutor, è sollecitato -con coerenza- a nuovi stimoli e a valorizzare ogni aspirazione. Il percorso di ASL si articola in moduli didattico-informativi, svolti direttamente preso i centri ospitanti con moduli di pratico apprendimento all’interno del contesto lavorativo. Rispetto al classico tirocinio/ stage è un percorso strutturato e sistematico con obbligatorietà e forte impegno organizzativo per i diversi soggetti. L’ASL all’interno delle sedi di esperienza, offre e stimola forti sollecitazioni umane rispetto i progetti in essere. Lo abbiamo compreso quando iniziarono a morire centinaia di profughi nel mare mediterraneo. Da li a breve le richieste delle scuole per

L’ASL nelle ONG triplicarono. Il 10 giugno 2014 con una convenzione firmata tra MIUR/MAE -dopo una dichiarazione d’intenti tra MIUR e MAE- si diede avvio alla settimana scolastica per la Cooperazione internazionale allo sviluppo. A seguire la circolare Miur del 17.4.2105 n. 2622 formalizzò l’adesione all’anno Europeo -2015- dello sviluppo, istituendo “la settimana scolastica della CIS”, in accordo con il MAECI. Un’altra circolare la n.2725 del 20.04.2015, “per non dimenticare il naufragio dei migranti del 18 aprile nel canale di Sicilia” (oltre 700 persone morte annegate) diede un’ulteriore scossa – nella sua drammaticità- a testimoniare la difficile situazione politica internazionale, in particolare medio orientale – euro mediterranea. A sottolineare le differenze socio economi che colpiscono gran parte dei paesi, si aggiunga l’aumento della povertà, nuovi e antichi conflitti -che mietono ancora vittime e grandi migrazioni nel mondo-, la distruzione dell’ambiente, l’accaparramento delle terre e delle risorse naturali, i sessanta milioni di persone in mobilità, tra profughi rifugiati e apolidi di ogni genere. Sono questi in sintesi alcuni temi che abbiamo deciso di affrontare –insieme con la scuola e con tanti studenti, in conferenze pubbliche, in ASL e in specifici laboratori. Tra le tante e qualificate collaborazioni/competenze con l’Università, con esperti di cooperazione sociale e internazionale e Ong. Operatori, esperti, espatriati che dialogano e affrontano con gli studenti temi e attività tra emergenze umanitarie, programmi di sviluppo e progetti strutturali. Oltre ai programmi in ASL, laboratori, visite mirate e case study si sollecitano approfondimenti tematici, come l’attualità le conversazioni e i dibattiti sui recenti fenomeni internazionali ed il loro impatto locale. Per affrontare approfondire e operare su diverse discipline sono necessarie molte risorse umane dalla stampa, agli operatori religiosi, ai professionisti della pedagogia e della psicologia. Operatori delle forze dell’ordine e volontariato, affinché le diverse sfumature siano tradotte fedelmente con comprovate e idonee competente.

Anche per le ONG è una nuova sfida, che permette di poter ripartire ogni volta daccapo sulle questioni delicate come la difesa dei diritti umani a rischio, nella foresta della globalizzazione fuori controllo. E il contributo umano è fondamentale, per poter coinvolgere fattivamente gli studenti sui diritti, sul ruolo della cooperazione allo sviluppo, sugli obiettivi dell’Agenda 2030, sulla riduzione della povertà, su quanto previsto dall’articolo 21 del trattato sull’Unione europea rispetto “l’azione dell’UE sulla scena internazionale fondata sui principi che ne hanno informato la creazione, lo sviluppo e l’allargamento e che essa si prefigge di promuovere nel resto del mondo: democrazia, Stato di diritto, universalità e indivisibilità dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, rispetto della dignità umana, principi di uguaglianza e di solidarietà e rispetto dei principi della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale”. E quanto sancito dall’articolo 208 nel TFUE rispetto “la politica dell’UE nel settore della cooperazione allo sviluppo condotta nel quadro dei principi e degli obiettivi dell’azione esterna dell’Unione. La politica di cooperazione allo sviluppo dell’Unione e quella degli Stati membri si completano reciprocamente. L’obiettivo principale della politica dell’Unione in questo settore è la riduzione e, a termine, l’eliminazione della povertà”.

La cooperazione internazionale, ai fini della lotta alla povertà e alle disuguaglianze globali vuole contribuire a creare un mondo più stabile, nella pace. Un pianeta equo e prospero che rispecchi l’interdipendenza tra i paesi più ricchi e quelli più poveri. L’ASL in tal senso offre agli operatori e agli studenti diverse opportunità di conoscenza sia sulle finalità internazionali, (progetti e programmi delle ONG) che tematiche e interventi, attività tra nuove frontiere geografiche e occupazionali. I focus si eprimono in particolare sui programmi di ECG, e sull’Educazione allo sviluppo, mirati al contrasto della povertà, alla difesa dei diritti umani, all’istruzione nei paesi poveri. Sull’educazione alla cittadinanza globale, cresce la consapevolezza di una più diffusa conoscenza delle dinamiche politiche, economiche e sociali che determinano gli squilibri mondiali. Di una maggiore partecipazione della cittadinanza e della scuola per la lotta contro le povertà. Con educazione allo sviluppo si intende un processo attivo di apprendimento, basato sui valori di solidarietà, uguaglianza, inclusione e cooperazione. Dalla comprensione e consapevolezza delle dinamiche globali al coinvolgimento diretto e attivo dei singoli, per generare un cambiamento dei comportamenti individuali, influenzare le politiche socio/economiche e ambientali, nel senso dell’equità, sostenibilità e nel rispetto dei diritti umani.

La Cooperazione allo sviluppo promuove nuove istanze a favore dei popoli del sud che hanno maturato pratiche di riconciliazione fra uomo e natura. Come la Cittadinanza Globale sostiene un nuovo modello di cooperazione imbevuto della dignità umana insita in ogni persona, sulla sua appartenenza ad una comunità globale e sull’impegno comune per migliorale il pianeta. ECG difende la dignità umana, valore assoluto della persona; diritto inalienabile di poter vivere liberi in condizioni di accrescere l’intera comunità, persone e interdipendenza. Avviare processi di ECG può facilitare la comprensione dell’interdipendenza e delle questioni che affliggono il pianeta. Mentre è sempre più evidente che il livello locale ha impatto globale e quello globale, sul locale. Niente di ciò che facciamo è distinto dal destino degli altri. Sono questi i fattori che d è questo che ci rendono maggiormente responsabili verso un nuovo destino globale, nella accezione di cittadinanza che si completa, tra locale e globale. Per meglio inserirsi nella cultura della ECG vanno attuati momenti di confronto pubblico con gli studenti e la scuola, in particolare tra studenti di diverse parti del mondo in modalità cosmopolitismo. Affrontando il dialogo nelle diversità culturali e identitarie l’ECG potrà diffondere, nei bambini e nei giovani studenti, una consapevolezza di cittadinanza che faccia comprendere il limite della logica bipolare che contrappone identità universale e individuale, “noi e voi”. La cittadinanza cosmopolita – planetaria – procede verso l’altro attuando proposte e iniziativa politica per la trasformazione della società attraverso la costruzione di una cittadinanza impegnata che coinvolge la scuola come sostegno per il cambiamento, spazio di comunicazione, di creazione, di conoscenza, e di supporto ad ogni studente. ECG può avvicinare visioni globali che facciano capire il significato di esclusione, disuguaglianza, ingiustizia. Punta sulla democrazia del dialogo globale, pone la scuola in una strategica posizione di privilegio verso la costruzione di una consapevole cittadinanza globale, democratica e sostenibile. Promuove nuove pratiche verso l’educazione alle emozioni, come componente fondamentale dello sviluppo cognitivo e dell’apprendimento, per la convivenza, il pensiero, il sentire, l’agire. Sosteneva Delors che “di fronte alle numerose sfide della nostra epoca, l’educazione rappresenta uno strumento indispensabile per far sì che l’umanità possa andare avanti verso ideali di pace, libertà e giustizia sociale. Una strada al servizio di uno sviluppo umano armonioso, che potrà essere d’aiuto per far retrocedere la povertà, le incomprensioni, l’ingiustizia, le disuguaglianze, l’oppressione e la guerra”. Aggiornare la prospettiva dell’educazione attraverso conoscenze globali è indefettibile, dovendo inoltre recuperare la dimensione umana della società, dell’essere cittadino del mondo, per dare attuazione/senso alla vita del pianeta, si renderà sempre più indefettibile, un più vasto coinvolgimento del pensiero critico dei giovani/studenti in una auspicabile capacità istituzionale e di governo delle sofferenze del pianeta, che non può che rigenerarsi da una conoscenza globale dei fenomeni sin qui affrontati. Conoscere e posizionarsi sui fenomeni è necessario e urgente. E’ bene che da subito ogni soggetto istituzionale faccia la sua parte nella ricerca di soluzioni ad ampio raggio. Riflettendo sul romanzo di Leonardo Sciascia “A ciascuno il suo”. Se la scuola è lo spazio di scambio, di riflessioni, di socializzazione di progettazione, di dialogo, per la costruzione di una cultura tra diverse conoscenze, esperienze, sfide verso “un dialogo per l’integrazione-globale”, saranno sempre più urgenti le conoscenze geopolitiche contemporanee, e le diversità che accrescono risorse ridistribuibili. Su scuola e università ciò che si sollecita nelle preziose esperienze Erasmus+ (European Region Action Scheme for the Mobility of University Students), sono nuovi posizionamenti orientati verso una global mobility, utile a oltrepassare le nuove “colonne d’Ercole” per rendere l’offerta culturale interattiva e cosmopolita.

Si può procedere verso nuove risorse/coesioni. Nuove alleanze tra studenti medi e universitari scuola e cittadinanza, in un percorso di iniziativa/ampliamento dei programmi Erasmus+ verso partenariati/progetti globali. Un’intesa tra vie di progresso, inclusione dei saperi, culture e generazioni. Inclusione sociale, equilibrio tra coerenza delle politiche internazionali, cultura, ethos globale e capacità di governo.

Corrado Oppedisano

Corrado Oppedisano
Politica, resposnabilità
e il coraggio che non c’è

Mi rivolgo a chi pensa di fare politica, in un contesto globale devastato da guerre fame e indifferenza, senza soluzioni di governo, e per esprimere il dissenso verso l’immoralità politica di chi non si assume responsabilità, sta fermo e guarda. Dico questo perché ho incontrato una donna – Emma Bonino che, in mezzo a tanti partiti e movimenti o pseudo tali, da sola ha più coraggio e capacità delle Camere riunite in seduta comune.

Incontriamo Emma con i colleghi della Cooperazione allo sviluppo. Conosciamo bene e condividiamo il disegno riformista DÌ Bonino nei confronti della fallita Legge 30 luglio 2002, n.189 detta “la Bossi Fini”.

Con la rete nazionale di ONG e altre OSC (Forumsad conta oltre 120 organizzazioni internazionali) abbiamo aderito alla campagna di iniziativa popolare analizzata e lanciata da Emma Bonino. Con il cuore e le braccia. L’esigenza di una nuova normativa – non solo necessaria dal un punto di vista socio economico ma per l’alto valore culturale e per una nuova correttezza nell’agire nei diversi ambiti internazionali sulla mobilità di milioni di persone, è indefettibile. Raccontare la verità politica sul fenomeno globale dell’immigrazione è un dovere, disatteso dal sistema politico corrente, che di fatto non risponde alle esigenze globali di pace e coesione sociale. Per contro in assenza di autorevolezza e soluzioni lungimiranti il rischio di disgregazione e intolleranza aumenteranno pericolosamente. E ritorno al coraggio perché mentre ascolto Emma vedo “un buco nero” sempre più grande sui diritti civili, diritti umani, su una riforma democratica del sistema politico. Un buco nero che poggia il suo fallimento guardando alla sinistra, alla socialdemocrazia o come volete chiamarla. Ancor più grande rispetto le difficoltà/temporali del partito democratico in Italia, nel contesto Europeo, erede del PCI e poi dell’Ulivo. Oggi il PD è partito più consistente nella famiglia Socialista laburista Europea. Famiglia apparentemente in scacco, dall’arrivo di politiche propagandistiche e oltranziste in Italia e nell’Unione.

Assenze, vuoti, buchi neri che pesano il triplo quando si attraversano snodi epocali, momenti delicati nella vita sociale e politica dei paesi. Al crocevia Europa, dopo l’austerity e l’abbandono dello stato sociale e la Germanizzazione dei conti Europei, un mare di esseri umani fugge da guerre, carestie, povertà e clima avverso. Ciò che va prevenuto, prima di affrontare il corpo centrale della questione, sono le cause che ci portano “al crocevia dei disagi”. Una collisione annunciata tra generazioni, tra popoli appare imminente. Genitori che non riescono ad uscire dal mondo del lavoro verso una meritata pensione. Figli che non riescono ad eccedervi, si incontrano con i poveracci che sbarcano a tamburo battente da un mondo di inciviltà, di ogni genere. Sono diversi step di una questione complessa, mentre l’arretratezza di un paese inverosimilmente supera il progresso in un contesto globale dove nessuna politica intercede in modo diretto e coraggioso. Le avvisaglie si insinuano in una avvilente delega in bianco consegnata ai vari politici di turno che non risolvono, evitano deviano le questioni globali. Leadership forti solo nel nome, personalismi e governance che non rappresentano un pensiero sociale, una politica per la società, ma solo loro stessi. Racchiusi nelle mura del proprio paese. Altro segnale lo si percepisce quando si rende “normo-fisiologico” una tremenda riduzione dell’affluenza al voto. Persone, giovani che non escono più di casa per andare ad esprimere il proprio voto. Preferiscono affidarsi al social di turno o a qualche commento estroverso/virtuale con chissà chi? Poco importa chi ci sia dall’altro capo del social. Altro test lo verifichiamo sui temi sensibili dove i modelli politici transnazionali interlocutori certi ed affidabili, oggi in Italia sono a “rappresentanza zero”. Guardo ai socialisti, ai radicali ai liberali. Se pensate di lottare per legalizzare le droghe leggere, i matrimoni gay, le adozioni, il fine vita, l’immigrazione, integrazione, il dialogo interculturale, multiculturale, religioso i diritti collettivi e diritti umani, contrasto alla povertà, troverete solo loro ad ascoltarvi: una pattuglia di liberali indefessi che non mollano mai come i Radicali Italiani e un vecchio partito socialista con poca benzina nel serbatoio. Dall’altra parte muri alti, quanti ne volete, anche in qualche nicchia, nascosta delle nostre vecchie città, dove interi reparti ospedalieri in barba alla legge 194 vi faranno trovare solo “obiettori”, in ossequio ai diritti di tutti. Se Pietro Nenni ci ricordava “meglio sbagliare stando dalla parte dei lavoratori che aver ragione contro di essi” aggiungo che, mai come oggi il bisogno di guardare “verso i più deboli” stando al loro fianco con coraggio e sistema sia diventata questione di umanità globale. Il coraggio ci vuole perché trattasi di materie impopolari per lo standar della politica attuale. Sistema politico per l’assenza di norme progredite rispetto esigenza globali. L’urgenza sta nel dover conciliare questioni internazionali, con quelle regionali, evitando contrapposizioni tra diversi fenomeni contro, proteggendo la società umana da un imbarbarimento pericoloso, che la politica non respinge da anni, in assenza totale di strategie di governo o in presenza di provvedimenti inadeguati rispetto una netta affermazione delle disuguaglianze globali. Tra questioni economiche, lavoro, stato sociale, mobilità internazionale, diritti individuali e collettivi, nel contesto europeo dove i temi in agenda si accatastano giorno per giorno e si sovrappongono senza soluzione politica, restano e si affermano le propagande e le intolleranze del giorno. L’urgenza richiede capacità istituzionale per intrecciare interessi e valori comuni, per uscire dalle secche e in tempi brevi. Da qualche parte bisogna pur iniziare per arginarne lo stallo, anche se ciò trascinerebbe la politica nell’impopolarità. Il coraggio politico,che ti rende impopolare è necessario per non diventare come dice Emma Bonino “antipopolari nella sostanza”. Del resto poco mi aspetto di questo diffuso disprezzo per la politica. Finita la conta delle colpe tra l’uno e gli altri, la trottola di un gioco perverso -che mette uomini contro-, si fermerà per una dura resa dei conti, difficile da affrontare con questioni aperte e cocenti, in un clima sfibrato, avvilito e intollerante. Non è un caso che pochissimi predicano sulla questione migranti, proprio quando per la prima volta si ha coscienza che gli interessi dell’Unione, verosimilmente, coincidono con i valori dell’Unione. Guarda caso proprio dove la politica e chiamata a ritrovarsi, tra le radici fondanti della distensione democratica e della pace. E qui sarebbe interessante rilanciare “un’utile alternativa”, che liberi l’Unione da populismi sterili, da xenofobie da spacciatori di razzismo travestiti da populisti. Questione troppo urgente nell’asse globale delle democrazie avanzate. In più per non cedere alla paura della contingenza, dell’emergenza, è bene costruire una politica inclusiva tra sicurezza/integrazione ed economie, che parta da una analisi precisa, di conoscenza del fenomeno, proiettato negli anni avvenire.

Si deve sapere che ad oggi gli immigrati regolari nel nostro paese producono l’8% del PIL essendo l’8% della popolazione. Contribuenti che nel 2014 hanno versato con le loro rimesse a frutto di 640.000 pensioni; che hanno attivato oltre 500.000 imprese, diffondendo occupazione e lavoro (anche per gli italiani), riscoprendo angoli prodottivi dimenticati. (R.it) Un gran numero di immigrati che versa tasse nel nostro paese composto da 2,3 milioni di persone, pari al 7,5% del totale. Essi versano 7,2 miliardi di euro di Irpef, con un aumento del 6,4% in un anno. Dal 2010 al 2016 l’Irpef degli stranieri è aumentato del 13,4%, mentre il gettito degli italiani è diminuito dell’1,6%. In testa restano romeni, albanesi e marocchini, che rappresentano le nazionalità più numerose, ma sono i contribuenti filippini, moldavi e indiani a segnare il record di crescita nell’ultimo anno. In Italia, nell’ultimo anno, i contribuenti nati all’estero che hanno versato l’imposta netta sono 2,3 milioni, pari al 7,5% del totale. L’Irpef complessivamente versata raggiunge i 7,2 miliardi di euro, pari al 4,6% del totale, con un aumento del 6,4% rispetto all’anno precedente. Nell’ultimo anno si comincerebbe dunque ad avvertire la ripresa economica, sia per gli italiani (+2,6% nel gettito Irpef) ma soprattutto per gli stranieri (+6,4%). Complessivamente, dal 2010 al 2016 l’Irpef dei migranti è aumentata del 13,4%, mentre il gettito degli italiani è diminuito (-1,6%).  A livello nazionale, la regione con il maggior numero di contribuenti nati all’estero è la Lombardia (503mila), seguita da Veneto (262mila) ed Emilia Romagna (259mila). Includendo anche il Lazio, nelle prime 4 regioni si concentra oltre la metà dei 2,3 milioni di contribuenti stranieri presenti in Italia. Altro capitolo sui figli degli immigrati – (visto il declino demografico europeo) – Essi superano gli 800.000 giovani studenti figli di stranieri che compongono 35.000 classi con 78.000 mila insegnanti in servizio. leggo poi, su una ricerca di Radicali Italiani e altre che, per riallineare un equilibrio economico sociale tra anziani e forza lavoro, il nostro paese necessiterebbe di 160.000 nuovi ingressi l’anno per i prossimi dieci anni. Oltre un milione e mezzo di giovani che oggi mancherebbero all’appello. Altra riflessione va fatta sui clandestini prodotti dalla legge n.189 “Bossi Fini”, che ha generato circa 500.000 irregolari. Persone che hanno perso il diritto di stare nel nostro paese ai sensi della legge 189. Non essendo prevista la possibilità di un accesso legale per cercare lavoro, i più tentano quella dell’Asilo. Nel frattempo oltre metà delle richieste d’asilo vengono respinte e gli sbarchi non si attenuano affatto. (Ansa Roma) – A marzo 2017 l’Italia registra 15.844 migranti sbarcati, il 74% in più rispetto allo stesso periodo del 2016. Arrivano dalla Guinea, Nigeria, Costa d’Avorio. Numerosi anche i minori non accompagnati: 1.670 nei primi due mesi dell’anno. Gli stranieri presenti nel sistema nazionale d’accoglienza sono 174.606. I richiedenti asilo ricollocati in altri Paesi UE “relocation” sono 3.703. L’Impennata delle richieste di asilo in Italia nel primo mese del 2017 è del 41% rispetto al gennaio 2016. Il prefetto Angelo Trovato parla di numeri di un sistema “in sofferenza”. La costante pressione migratoria è confermata anche dai dati sugli sbarchi. A gennaio sono arrivate 4.504 persone via mare, di cui 395 minori non accompagnati. Ed in tanti fanno domanda di protezione in Italia. Numeri in crescita quindi. Dalle 26mila richieste del 2013 si è infatti passati alle 64mila del 2014, alle 83mila del 2015 fino alle 123mila del 2016. Ed il dato di gennaio 2017 indica un ulteriore aumento del 41%. Delle 123.600 domande di asilo del 2016 (+47% rispetto al 2015), 11.656 sono state presentate da minori. A maggioranza (105mila) sono uomini. La Nigeria è la nazione più rappresentata, con 27mila richieste. A gestire questo meccanismo sono 20 le commissioni territoriali per l’asilo, cui si aggiungono 28 sezioni, sei delle quali con presidente a tempo pieno che hanno concesso lo status di rifugiato il 5% delle domande esaminate; al 14% la protezione sussidiaria, al 21% quella umanitaria e nel 56% dei casi il diniego. I tempi medi di esame delle richieste nel periodo 2014-2016 sono stati di 257 giorni, con una tendenza all’accelerazione. Si è infatti passati dai 347 giorni del 2014 ai 261 del 2015 ai 163 del 2016. Le richieste ancora pendenti ammontano a 110mila. Sempre secondo il Prefetto l’Italia si attesta dopo la Germania quale secondo paese Europeo per numero di domande esaminate. Quanto ai ricorsi contro il diniego dello status, dal 2014 al 2016 ne sono stati sottoscritti 53mila, il 18% definiti (di cui 70% accolti) e l’82% pendenti.

I dati espressi, sommati agli effetti negativi della legge 189 (Bossi Fini) si sovrappongono alla paura di chi perde il lavoro e chi deve essere rimpatriato o per chi diventa vittima del lavora in nero. Ricordiamoci di chi stiamo parlando, visto che con un occhio guardiamo persone già transitate per la fiducia delle nostre case, mescolatisi tra gli affetti più cari dei nostri vecchi e dei bambini. Con l’altro, guardiamo fiduciosi un radioso destino per i nostri figli, un po’ incagliatosi tra recessione, crisi e riduzione del mercato del lavoro.

“Cogito ergo sum”, quel che vedo in crescita, sono giovani stranieri addetti alle diverse manovalanze, nelle cucine, nei laboratori artigianali, nelle serre, nei campi agricoli, nelle costruzioni. Non mi stupisce più una realtà come l’espansionismo commerciale e alimentare -di ceppo asiatico-, così evidente nelle nostre città. A tutto ciò associamo la realtà anagrafica in Europea, e comprenderemo meglio il fenomeno – in crescita- dell’assistenza domiciliare, verso gli Europei. Le tantissime badanti, quindi, le donne che lavorano sbarrate nelle nostre case per i nostri vecchi, 24 ore al giorno su sette giorni e poche ferie, a volte nulla, per interi anni (…). Donne che escono raramente, vanno a fare la spesa ma che di corsa rientrano per non lasciare da sole inostri vecchi. Nelle nostre case, lavorano 800.000 badanti, puliscono e assistono i nostri vecchi e i nostri figli. A loro abbiamo consegnato le chiavi di tutte le nostre case. Se questi sono esempi positivi sarà bene raccontarli e iniziare a farlo attraverso un nuovo strumento di legge, che valorizzi un rapporto di solidarietà tra persone. Un nuovo strumento legislativo in quest’ottica, per dimostrare che la società umana non è morta e che proprio dal suo rilancio potrà ripartire e migliore.

In ambito internazionale pochi di noi sono entusiasti degli ultimi decreti adottati dal nuovo esecutivo sulle immigrazioni.

Penso che essi affrontino “cautelativamente” una sola parte del problema. Se, nel breve, la politica non si confronta con la complessità culturale ed economica dell’integrazione, in presenza di forti tensioni internazionali e incessabili conflitti armati, l’ipotesi di frenare i flussi alla sorgente, chiudendo frontiere e alzando muri, potrebbe trasformarsi in una triste e amara illusione.

Stessa sorte per chi pensa di risarcire con denari qualche capo di stato nord africano sulla scia dell’accordo con la Turchia. Dipendere dagli umori di chi gioca con le parole e con i diritti umani non può essere la strategia Italiana né quella Europea, ma un pericoloso azzardo. In questo contesto, dove nulla è semplice, intraprendere un “percorso umano” una strada che porti a convergenze attive su un modello di “integrazione ragionata”, iniziando dal lavoro, dai canali regolari di accesso, grazie ai quali persone e bambini possano arrivare in Italia senza morire nel viaggio, senza essere stuprate, violentate derise uccise dall’indifferenza e dall’immobilismo. Tutto ciò è un dovere del nostro paese e dell’Unione.

“Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur”. Sull’asse sicurezza e tensioni internazionali si chiarisca la differenza tra lotta al terrorismo, sicurezza delle città con l’apertura di canali regolari verso l’Italia e l’Europa per povere persone e famiglie indifese, alla mercè di aguzzini.

Sulla questione, l’Europa rafforzi pure le sue frontiere esterne, eviti nel contempo derive intergovernative vergognose fatte da reti, filo spinato transenne, botte sgambetti e manganellate in testa a povere persone indifese. Queste “democrazie” – interne all’Unione Europea umiliano i sui precetti e aprono squarci enormi nella “pancia” del continente.

Not my Europe è un manifesto che circola per i 60 anni dei trattati di Roma. Questa “non è la mia Europa”, perché non mi fa comprendere il senso democratico di una coesione disattenta, un espansionismo forsennato verso i paese del vecchio blocco sovietico, un forte deficit di democrazia e di diritti. Ciò che si percepisce è la forza contro la ragione: forti coi deboli e silenti coi forti. Se interi inter-governi UE se ne sbattono dei precetti di democrazia e dei diritti professati nelle carte dell’Unione, da un lato e dall’altro la crisi monetaria il potere d’acquisto, la recessione, le opportunità di lavoro e di mobilità, il timore che nulla sarà più credibile diventerà sempre più forte. Ricordo sempre a me stesso la differenza tra il senso politico dell’Unione Europea e la delirante deriva intergovernativa in atto da non confondere con lo spirito democratico dell’Unione Europea che è ben altra cosa.

In Italia la politica riparta, e lo faccia presto, perché a narcosi prolungata la ragione si scollega dalla polis. Riparta con un’assunzione di responsabilità -ad ampio raggio- in una ritrovata partecipazione tra cittadini organizzazioni del terzo settore, comuni enti locali e riacquisti posizionamento politico, con capacità e iniziativa istituzionale, ricostruendo un percorso rigenerativo del dovere civico e nella coesione politica.

In Italia una cosa può essere fatta subito: riscrivere una nuova legge che metta fine alla Bossi-Fini e all’inutile reato di clandestinità che giudica le persone per ciò che sono. Per ridurre l’irregolarità, la clandestinità, il lavoro nero, i minori non accompagnati e ogni tipo di abuso, senza paure e senza pregiudizi.

Il continente Europeo è vecchio e pur essendo il più ricco, in termini di PIL, di welfare, di educazione, di speranza di vita, è oggi in forte declino demografico.

Riprendere il cammino della politica significa comprendere l’opportunità di guardare avanti, alle esigenze delle coste africane dove la vita esplode con tassi demografici da capogiro, ma dove una terribile povertà non permetterà – nel breve – nessuna possibilità di avanzamento economico che potrà mai assorbire questo oceano umano in mobilità.

Chi condivide “l’idea pianeta”, in un’ottica di governo e di prevenzione dei conflitti, un ragionamento su questi temi, deve iniziare a farlo. Non può non vedere che l’Europa si sta allontanata dal suo storico modello welfare e naviga in una difficile rotta con mare avverso. Sarà difficile “vendere” il progetto Euro come panacea tra benessere ed espansione dei diritti, al resto del mondo. Tra referendum per uscire e malumori interni di ogni sorta, ingabbiati nelle nostalgie della storia.

Volendo riaffermare in modo coeso le alternative dell’Unione “tra i due mondi” per un futuro di pace e prosperità guardo all’iniziativa di Emma Bonino e dico Forza Europa, pensando “all’arte dei piccoli passi”. E’ l‘esempio che stavamo cercando. Che non vuole rispolverare una vecchia lista elettorale laica, come “la Rosa nel pugno” ma un sistema di idee laiche, analisi politiche, di coesione per la società, che si “trascina” si, anche una storia di diritti che continua, e che si rifà strada, ma che trabocca di coraggio politico, “quello che non c’è oggi nei 28 stati d’Europa”. E’ davvero un’ottima idea per ripartire.

Corrado Oppedisano

Corrado Oppedisano
Nuove politiche  su Cooperazione, immigrazioni e diritti

Emergono nel dibattito pubblico convergenze e parziali divergenze sugli indirizzi che dovrebbero guidare la coerenza delle politiche sulle migrazioni.  Ne consegue la necessità di approfondire il dibattito per trovare delle soluzioni che corrispondano alle finalità della cooperazione allo sviluppo.  Tra le questioni di confronto da portare all’attenzione di una nuova coesione politica, le politiche di Cooperazione, migrazione e Sviluppo.

Su questo asse  emergono:  il contrasto tra approccio allo sviluppo e approccio securitario, di esternalizzazione del controllo delle frontiere e di contenimento dei flussi, come appare anche nella  recente “Partnership Africa” che lascia a paesi problematici la gestione del fenomeno.  L’esigenza di avere un quadro trasparente delle iniziative di cooperazione allo sviluppo e di gestione dei flussi migratori portate avanti dai diversi Ministeri. La condizionalità dell’aiuto ad impegni sul controllo delle migrazioni da parte dei paesi partner. L’opportunità di ampliare la protezione sussidiaria con la necessità di riformare la legge sull’immigrazione e renderla più coerente con la nuova disciplina sulla cooperazione internazionale allo sviluppo riavviata con la nuova legge 125 /2014.

Che sia quindi necessario un impegno attivo su diritti umani, cessazione dei conflitti armati, protezione internazionale e coerenza delle politiche di sviluppo sulle migrazioni è oggi un dato di fatto.

Aumentare gli sforzi nella prevenzione dei conflitti e nella concertazione di politiche finalizzate alla protezione internazionale e alla risoluzione delle cause dei conflitti in atto. In particolare sulla nuova “questione Africa” riaperta da un protocollo governativo  che ci ricorda l’impegno a governare l’immigrazione e non a impedirla anche temporaneamente.

Ricordiamo che dal continente Africano in particolare, ogni anno molti miliardi di dollari escono dal continente attraverso canali illegali, come quelli dell’evasione e forme di elusione fiscale -land grabbing, mispricing -anche da parte di imprese multinazionali, a cui si collegano le misure di accaparramento delle terre e di estrazioni di risorse naturali. E tutto ciò provoca migrazione. E’ necessaria più cooperazione ma non solo di investimenti e finanziamenti. Se i programmi internazionali non sono accompagnati da politiche coerenti a favore dello stato di diritto, della difesa e della promozione dei diritti umani, di empowerment delle comunità locali e della democrazia, politiche commerciali e regolamentazioni finanziarie trasparenti e giuste, la strada si fa breve. Il messaggio politico non può risolversi in più finanziamenti in cambio di un contenimento dei flussi migratori. Secondo noi non funziona sia politicamente che nelle operazioni di contenimento poiché non si interviene sulle cause strutturali. Potrebbero essere misure a corto raggio rimanendo sempre soggetti a forme ritorsive da parte delle oligarchie dei paesi terzi, calpestando nel contempo diritti delle persone e alzando i rischi per le loro vite.  Ciò che ci deve preoccupare in un secodo di difficoltà legate alle grandi migrazioni forzate sono i modelli prospettati dall’accordo EU-Turchia: rallentarle ai confini dell’Europa, delegando ad un governo “problematico” la gestione del fenomeno. Il presso è sempre un alto rischio di violazione del diritto dei richiedenti asilo ad una sicura protezione internazionale. Pensare di fermare le migrazioni internazionali è un’illusione. Meno illusorio è intervenire nel lungo periodo sulle cause e gestire le migrazioni attuali in un’ottica internazionale con strumenti condivisi di programmazione congiunta, generatori di impatto sociale assicurando il rispetto dei diritti umani. L’alternativa strutturale è il dialogo stretto con i governi impegnati in transizioni democratiche e nella costruzione dello stato di diritto.  Come sottolineato nel “Migration Compact”: occorre più partenariato. La cooperazione internazionale del resto non potrebbe essere impiegata su finalità di sicurezza che non le sono proprie, essa deve rispondere ordinatamente agli obiettivi di sviluppo definiti in sede europea, agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030 (obiettivo 10.7 su una migrazione equa, sicura e responsabile) e all’obbligo di coerenza delle politiche per lo Sviluppo, sanciti nei trattati europei. Ciò che ancora ci deve preoccupare, è l’onda securitaria avviata con l’implementazione del Fondo per l’Africa (200 milioni di euro), istituito dal Governo Gentiloni ex ministro degli Esteri, inserito nella Legge di Bilancio per l’anno 2017. Comprendiamo le difficili giustificazioni asserite in tale provvedimento e  i tetativi di inserire un primo segno in Libia ma il dubbio che questo approccio possa avere successo resta alto, se non si integra con una serie di sostegni a “interventi straordinari volti a rilanciare il dialogo e la cooperazione con i Paesi africani d’importanza prioritaria per le rotte migratorie”. Lo dobbiamo dire perché conosciamo bene le condizioni inumane dei campi per migranti in Libia. Dobbiamo essere onesti: quei campi sono in netta violazione di tutte le convenzioni sui diritti umani e dei rifugiati. Il nodo irrisolto è ancora politico. Ancora una volta gli stati membri dell’Europa rinunciano a politiche di governo del fenomeno migratorio, scegliendo illusoriamente di impedirle. A gennaio 2017 sono è sbarcate in Italia secondo i dati Unhcr, tra il 1 e il 31 gennaio 2017, 4.463 persone. Un dato leggermente inferiore a quello di gennaio 2016, quando arrivarono 5.273 persone. Il tema migrazioni resta in cima all’agenda politica e all’attenzione dell’opinione pubblica europea da anni. Moltissime sono le questioni poste, proposte, affrontate, risolte, fallite in questo tempo. La questione sistemica più evidente è che l’Europa non ha trovato una soluzione condivisa, a causa di posizioni inconciliabili tra i suoi stati membri, tra chi fa la prima accoglienza (Italia e Grecia), chi accoglie già numeri importanti di migranti e rifugiati (Austria, Svezia), chi aveva spalancato le porte ma poi ci ha rallentato (Germania), chi non ne vuole sentir parlare (Ungheria) e chi nell’Europa non ci sta più (Regno Unito). In mezzo a questo immobilismo o peggio contrarietà ad aprire attraverso una “integrazione ragionata “ oltre l’accordo con la Turchia, la principale strategia comune resta la relocation, cioè il ricollocamento dei profughi, distribuiti più equamente tra gli stati membri. L’accordo, stipulato a settembre 2015, prevedeva il ricollocamento di 106 mila persone da Grecia e Italia ad altri paesi Europei entro settembre 2017. In 15 mesi sono state rilocate 10 mila persone: il 10%.

Cambiare l’approccio Italiano, nel frattempo, sarà determinante. E per interrompere la catena degli illusionisti che comunicando coram populo di dover fermare “gli invasori” agitando lo spettro del refoulement, sono necessari urgenti misure legislative verso l’irregolarità, attraverso nuovi strumenti che permettano di regolarizzare chi nel nostro paese intraprende, o ha già iniziato, un percorso formativo o di lavoro, potendo partecipare ad un globale processo di riforma della legge sulla immigrazione.

Su 500 milioni di europei dell’Unione, il 6,9% è costituito da immigrati: l’Italia con una quota dell’8,2% in linea con Germania (9,3%), Regno Unito (8,4%) e Francia (6,6%). Il loro contributo alla crescita della ricchezza nazionale è alto (circa 8 punti di PIL, 100 miliardi l’anno).

Per mantenere inalterata la popolazione italiana dei 15-64enni nel prossimo decennio, dal momento che gli italiani diminuiranno dal 2015 al 2025 di 1,8 milioni di unità, sarebbe necessario un aumento degli immigrati di circa 1,6 milioni di persone, con un flusso d’ingressi di 157 mila in media ogni anno. Questo sarebbe il fabbisogno indispensabile per garantire l’attuale capacità produttiva del Paese e per rendere sostenibile un sistema previdenziale equo sostenibile.

Ragioniamo anche rispetto le richieste di asilo respinte oltre il 60% nel 2016, con un rischio oggettivo di irregolarità per circa 100 mila persone. Di fatto l’Italia sta diventando, con la chiusura dei confini degli altri paesi europei, sempre meno paese di transito e sempre più residenza dei richiedenti asilo. Con un aumento del numero delle domande di protezione e un tasso di non riconoscimento che è giunto, nei primi sei mesi del 2016, al 60%. Il rischio che decine di migliaia di persone non lascino il nostro paese, ma vi rimangano pur impossibilitati a svolgere una regolare attività lavorativa, spinti verso lavoro nero e sfruttamento è altissimo, di conseguenza saranno a rischio altre violazione dei diritti umani.

A questo punto superare la legge Bossi-Fini è indefettibile. Un paese fisicamente a bagno nel mediterraneo non può non esprimere il segno più alto e preciso attraverso una politica riformista, in sintonia con le esigenze internazionali di pace sicurezza e distensione verso la pace.

L’iniziativa potrebbe partire attraverso la diversificazione degli ingressi per motivi di lavoro, con l’introduzione di un permesso di soggiorno temporaneo per ricerca di occupazione attraverso attività d’intermediazione pubbliche e private tra datori di lavoro italiani e lavoratori stranieri e dalla riscoperta dello sponsor. Poi con nuove modalità di regolarizzazione su base individuale degli stranieri irregolari – anche nel caso di richiedenti asilo respinti – qualora sia dimostrabile l’esistenza in Italia di un’attività lavorativa o di formazione studio o legami familiari, sul modello del enraizamiento spagnolo

Altra riflessione è l’adozione unica del modello Sprar; migliorando la qualità dei servizi attraverso meccanismi di monitoraggio efficaci; investendo sul lavoro, valorizzando le forze produttive del territorio e mettendo anche i centri per l’impiego nelle condizioni di erogare con efficacia servizi di formazione e avviamento lavorativo attraverso appositi sportelli per l’integrazione da finanziare, a livello nazionale e regionale, attraverso i fondi europei.

L’istituzione di canali legali d’ingresso in Europa sono da implementare con programmi di reinsediamento favorendo la creazione di corridoi umanitari  che garantiscano la mobilità interna all’Unione richiedendo protezione internazionale.  Auspicabile che lo stato membro competente va determinato tenendo conto innanzitutto delle esigenze familiari o umanitarie del richiedente asilo garantendo il rispetto del principio dell’unità familiare e delle clausole umanitarie previste dal regolamento di Dublino.

Si prevede di ampliare il sistema Sprar puntando su un’accoglienza diffusa capillarmente nel territorio con piccoli numeri, rafforzando il legame territorio/accoglienza/inclusione attraverso tre azioni essenziali: apprendimento della lingua, formazione professionale, accesso al lavoro. Occorre introdurre misure per aumentare l’efficacia dei Centri per l’impiego, da finanziare attraverso i fondi europei per l’immigrazione, rinforzando il numero degli addetti e la creazione nei Cpi di sportelli dedicati con operatori e mediatori culturali specializzati nei servizi rivolti a richiedenti asilo e rifugiati, sulla scia del modello tedesco.

Regolarizzazione su base individuale degli stranieri in situazione di soggiorno irregolare allorché sia dimostrabile l’esistenza in Italia di un’attività lavorativa (trasformabile in attività  regolare o denunciabile in caso di sfruttamento lavorativo) o di comprovati legami familiari o l’assenza di legami concreti con il paese di origine, sul modello della Spagna e della Germania. Va prevista la possibilità di trasformare il permesso di soggiorno per richiesta asilo in permesso per lavoro anche nel caso del richiedente asilo diniegato in via definitiva che abbia svolto un percorso fruttuoso di formazione e di integrazione e che sia in grado di dimostrare la disponibilità di un contratto di lavoro. Tale permesso di soggiorno dovrebbe essere rinnovabile anche nel caso in cui lo straniero, in mancanza di un contratto di lavoro, dimostri di essersi registrato come disoccupato, aver reso la dichiarazione di immediata disponibilità allo svolgimento di attività lavorativa e alla partecipazione alle misure di politica attiva del lavoro concordate con il centro per l’impiego, di aver sottoscritto il patto di servizio personalizzato e le conseguenti obbligazioni relative alle attività da svolgere e di non essersi sottratto, in assenza di giustificato motivo, alle convocazioni ovvero agli appuntamenti dei centri per l’impiego. Il riconoscimento delle qualifiche professionali deve avvenire non solo su base del titolo acquisito all’estero, ma anche attraverso procedure di accertamento standardizzate che permettano la verifica delle abilità individuali al fine del conseguimento della qualifica o del diploma professionale. Introduzione del permesso di soggiorno temporaneo (12 mesi) da rilasciare a lavoratori stranieri che sono stati selezionati da intermediari, sulla base delle richieste di figure professionali da parte di datori di lavoro italiani, per consentire loro di svolgere i colloqui. L’attività d’intermediazione tra la domanda di lavoro delle imprese italiane e l’offerta da parte di lavoratori stranieri non comunitari può essere esercitata da tutti i soggetti pubblici e privati già indicati nella legge Biagi e nel Jobs Act (centri per l’impiego, agenzie private per il lavoro, enti bilaterali, università, ecc.), ai quali sono aggiunti i fondi interprofessionali, le camere di commercio, le ONG e le Onlus, oltre alle rappresentanze diplomatiche e consolari all’estero.

Reintroduzione della modalità sponsor, (Lex Turco Napolitano) anche da parte di singoli privati per l’inserimento nel mercato del lavoro del cittadino straniero con la garanzia di risorse finanziarie adeguate e disponibilità di un alloggio per il periodo di permanenza sul territorio nazionale, agevolando in primo luogo quanti abbiano già avuto precedenti esperienze lavorative in Italia o abbiano frequentato corsi di lingua italiana o di formazione professionale.

Ai lavoratori extracomunitari che decidono di rimpatriare definitivamente – a prescindere da accordi di reciprocità tra l’Italia e il paese di origine – va garantito il diritto a conservare tutti i diritti previdenziali e di sicurezza sociale maturati in modo che possa goderne, al verificarsi della maturazione dei requisiti previsti dalla normativa vigente, anche in deroga al requisito dell’anzianità contributiva minima di vent’anni. Inserire l’elettorato attivo e passivo per le elezioni amministrative a favore degli stranieri titolari del permesso di soggiorno per soggiornanti di lungo periodo.

Al fine di costruire canali legali e sicuri d’arrivo in Europa, si propone di implementare i programmi di reinsediamento. Una volta individuato il beneficiario, il trasferimento viene organizzato dal futuro paese d’accoglienza. Il reinsediamento è uno strumento già previsto all’Agenda europea sulle migrazioni, ma bisogna rafforzarlo, dal momento che i risultati attuali sono modestissimi.

Creazione di corridoi umanitari attraverso la concessione di un visto umanitario (art. 25 del regolamento europeo sui visti) prevista anche l’intermediazione di organizzazioni Legge 125 art. 26 ONG/ONLUS ed enti privati.

La possibilità di trasferimento e presa in carico per ricongiungimento familiare non è sfruttata quanto potrebbe esserlo. Andrebbe svolto un colloquio preliminare, contestuale all’identificazione dei cittadini provenienti da un paese terzo, svolto dai funzionari previsti dal “Regolamento Dublino” regolamento (UE) N. 604/2013 del 26 giugno 2013 che stabilisce i criteri e i meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda di protezione internazionale presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di un paese terzo o da un apolide (rifusione), finalizzato unicamente a determinare lo Stato membro competente per l’esame della domanda tenendo conto innanzitutto delle esigenze familiari o umanitarie del richiedente asilo (come previsto dagli artt. 8, 9 e 10 e 17 di Dublino III). Una volta individuato lo Stato membro competente per la domanda di protezione, il richiedente asilo vi verrebbe trasferito in tempi rapidi.

Insistiamo sull’ampliamento dei canali regolari di immigrazione, l’avvio di sperimentazioni sulle migrazioni circolari, il riconoscimento dei titoli, la trasferibilità dei contributi sociali e pensionistici, l’adozione di un approccio familiare transnazionale per i minori non accompagnati e le madri sole con l’allineamento dei ritorni volontari assistiti e della reintegrazione con la cooperazione allo sviluppo, il consolidamento dei sistemi di protezione per i gruppi vulnerabili e la stesura di un testo unico per la protezione dei minori stranieri con l’allineamento e il coordinamento tra i diversi fondi per la protezione e la cooperazione lungo tutto il ciclo migratorio.

Corrado Oppedisano

Corrado Oppedisano
Socialisti e riformisti
alla ricerca del “Graal”

Mentre la perdita di consensi a sinistra in Italia e in Europa, nel mondo, non stupisce più nessuno, i Socialisti dimenticano l’Internazionale Socialista, strumento politico che esiste dalla loro genesi.

Sono molti anni che il volo in picchiata dei riformisti in Europa si va affermando. E non scalda più il cuore di nessuno. In un clima di lotta politica tra improperi insulti e incapacità di governo sembrano essere necessarie poche regole cognitive e buona scorta di “rabbia popolare” e via “tutti contro tutti“.

Guardiamo al guscio che l’Europa sta costruendo all’interno del quale, protezione ed esclusione sociale imperano, in una ritrovata intolleranza per il diverso, in omaggio al trattato di Voltaire. Fatico a capire dove stia l’utilità del disprezzo verso la politica, se si combina solo ad una manifesta incapacità di governare gli interessi primari del popolo. Un qualcosa che si propaga solo nel quotidiano, facendo si emergere scandali e malaffare ma contemporaneamente si neutralizza il futuro, come se ci dovessimo fermare e non combattere le cause.

Non esiste in democrazia l’alternativa alla politica, se ci fosse stata,  avrebbe già risolto qualche questione economica o sociale. Ma ciò che resta  sono urla su ciò che non va.

Non è l’Italia il lume della questione ma l’intera Europa. Dove proprio i mercati, i capitali e le genti necessitano di muoversi, l’anti sistema propone chiusure e sigilli “ filo spinato” e monete antiche e frontiere. Poi capiremo cosa c’entrano le porte chiuse dei paesi, mentre la necessità mondiale di mobilità non solo umana, ma intellettuale scientifica e di ricerca sono il centro intellettuale del pianeta, perciò è bene che si muovano.

Per non citare la redistribuzione delle risorse oggettive per far fronte alla grande crisi dell’Euro. Una bilancia di economie che si consuma tra oriente e occidente e che passa diritta dall’Europa, senza fermarsi. Ma che fine ha fatto il Welfare State. Nell’epoca dei “partiti anti tutto”, assieme al disagio crescente dell’elettorato e la sua distanza dalla politica, comune denominatore di questa lunga mutazione geopolitica che non è nuova, emerge un vecchio qualunquismo, facile da usare, difficile da applicare alle soluzioni perchè non le ha. Qualunquismo 4.0, affermatosi nel 1944 in Italia. L’Uomo qualunque era un settimanale con la U maiuscola e un torchio che schiacciava un piccolo uomo: simbolo della classe politica che opprimeva la borghesia. Al grido di “Abbasso tutti”.  In fondo alla pagina l’editoriale autobiografico intitolato “Io“; poco diversa da quello che si rincorre oggi: racconti sul niente.

Mentre il terzo millennio ci riserva la più grande crisi politica della storia, quella delle aree più riformiste Europee che non sono in grado di interpretare la consequenzialità di un mutato sistema mondiale socio – economico.

L’assenza di una politica Internazionale con le sue differenze dovrebbe essere il corpus della discussione dell’Internazionale Socialista che, in allora aveva ben guardato ai fenomeni mondiali dalla sua costituente. Era l’unione mondiale dei partiti d’ispirazione socialdemocratica e laburista, nata nel 51 a Francoforte. Considerata l’erede della Seconda Internazionale formata nel 1889 a Parigi, sciolta all’inizio della prima guerra mondiale. Oggi l’Internazionale Socialista è un’organizzazione che comprende oltre 150 partiti e il Consiglio si riunisce due volte l’anno con Uffici a Londra. Troppo poco due volte all’anno, in un sistema mondiale di comunicazione ad horas.

Mi viene da dire troppo poco, se si pensa alla mutazione geopolitica mondiale, al medio oriente al mediterraneo, ai conflitti in atto, alla Siria, al terrorismo dilagante. Troppo pesante troppo lento il sistema dell’Internazionale Socialista, se si riflette sui 63 milioni di persone in mobilità; sugli 11 milioni di richiedenti asilo, sui 10 milioni di apolidi. No faccio cenno ai 10.000 morti nel Mediterraneo da tre anni ad oggi.

Troppo poco, cari compagni Socialisti, troppo poco. E’ la stessa situazione che si è instaurata in Europa dalla Spagna alla Germania, dalla Francia alla Gran Bretagna e non basta a far riaffermare l’esigenza di un brainstorming mondiale dei riformisti, perchè mentre se ne parla, il tempo interviene e preme proprio sulle disuguaglianze del tempo. Socialisti impotenti in un sistema di disagio delle società troppo grande dove su di esso si innestano disprezzi di ogni genere, dalle armi, all’intolleranza alle speculazioni di ogni genere.

L’elezione di Donald Trump è la ciliegia sulla torta che, dopo la Brexit, ci ha messo in frigo un candidato dai toni poco piacevoli, che vince in barba ad un Partito Democratico Americano asfittico e rigido su ogni strategia. Ricorre quindi l’esigenza di dover parlare alla pancia delle persone ed è talmente “semplice” che non serve più programmare, progettare un futuro per tutti, tra pace e distensione. “Ognuno resta solo sul cuor della terra” scriveva Quasimodo.

Il disagio sociale è troppo grande e destinato a crescere, se non si ritrova “il Graal”, il valore centrale della fede Socialista e riformista, la mèta dei socialisti “per tutti gli uomini e donne che lavorano e soffrono”. Un diverso Stato sociale, che può con i giusti correttivi, generare una prospettiva di lungo periodo, una alternativa ad uno sterile populismo radicale. Pericoloso poichè che non vuole correzioni ma distruggere le basi delle relazioni e non solo contro i mercati – che hanno costruito una gran parte dello sviluppo mondiale trasformando democraticamente le società – ma tra persone. La totale chiusura di ogni modello di cooperazione Internazionale e locale.

I riformisti nel mondo e in Europa in particolare, devono recuperare sul “nuovo decadentismo”, riprendendo i valori di partenza – “recuperare il Graal” – la discendenza – in un’azione internazionale, sul calco dei principi costitutivi dei Socialismo Internazionale.

Se volessimo ricercare una motivazione a cotanto scollamento politico – spiegazione non unica certamente – sulla prima tendenza potrebbe essere sufficiente riflettere sugli andamenti della distribuzione del reddito in tutti i paesi occidentali, proprio dove, negli ultimi anni, sono aumentate le distanze tra poveri e ricchi insieme all’insicurezza sul lavoro e sul futuro, svanita all’orizzonte.

Un’assenza di stabilità (di libertà) che incide sulla natalità in Europea, mentre un debole e precario lavoro va a braccetto con un’insicurezza sociale alle stelle.  Di contorno una politica internazionale silente, mentre il sud chiede aiuto su guerre carestie clima desertificazione, land grabbing. mancanza di risorse e pace.

Una tendenza internazionale che si allontana da un’idea di futuro prospero che dovrebbe stare alla base del consenso di intere generazioni: il corpus centrale della politica della sinistra, dei partiti Socialisti in Europa e nel mondo. Falcidiare lo stato sociale e l’idea di una nuova politica del reddito ha già visto la sinistra al potere in lunghi periodi. Ricordo Tony Blair e  Hollande in Francia, vittime forse di una contingenza internazionale, difficilmente traducibile alle nuove generazioni, senza progetto. Debacle impressa nelle memorie dei riformatori che oggi rinunciano alla politica.   La reazione dov’é ? Se non ora quando?

Riallineare la distribuzione dei redditi, deve essere l’obiettivo dei Socialisti in Europa e nel mondo. Con un occhio verso la globalizzazione che ha migliorato la vita di almeno un terzo della popolazione mondiale, e con l’altro non dimenticarsi del resto del mondo. Nel paradosso liberista basato sulla mobilità totale del capitale di fronte a politiche del lavoro che restano immobili. E’ estremamente difficile mettere in atto l’obiettivo fondamentale su cui si fondavano i partiti Socialisti o riformisti durante tutto il secolo scorso: la riduzione drastica delle disuguaglianze, delle povertà, attraverso il welfare State, su sanità, istruzione, lavoro e previdenza, raggiungendo equilibri di giustizia sociale accettabili per investire su ricerca innovazione e sviluppo internazionale.

Ciò per superare la contesa miope odierna di chi sostiene la necessità di maggiori imposte e maggiori servizi sociali e coloro che sostengono la tesi opposta, cioè meno tasse e meno servizi sociali. Chiunque afferma di voler aumentare le tasse, anche limitatamente alle categorie più benestanti proponendo il miglioramento e la difesa della  del welfare perde voti.

L’aumento delle disuguaglianze e dei diritti nel mondo sembra essere un processo irrisolvibile. Un temporale terribile che deve arrivare, senza prevenzione. Analisti politici e ricercatori di ogni genere si stanno impegnando, ponendo le disuguaglianze al centro dello studio e dell’approfondimento accademico. In attesa di nuove la politica non si riesce a trovare la via d’uscita, quella politica, appunto.

Aumentare i Ticket, ridurre i servizi sanitari gratuiti, limitare i servizi scolastici ( che storicamente provocarono negli anni sessanta violente reazioni), vengono oggi accettati come un fatto senza soluzione, da tutti.

Questa incapacità a migliorare la giustizia sociale colpisce nel cuore gli obiettivi fondamentali del riformismo democratico e ne indebolisce le forze. E alla incapacità istituzionale dei partiti si accompagna un sistema privo di ogni spesssore politico, con sindacati e parti sociali deboli. La polis in genere.

Questa situazione va avanti da tanti anni e non finisce qui. Bisognerebbe chiedersi  dove si nasconde “il big bang” : il grande scoppio. La politica riformista  alla deriva – che perde oggi- deve ripartire dalle sue radici, quelle del riformismo Europeo e non dalla bieca emulazione della destra, strada fortemente  sconsigliata. Si perde due volte e non c’è ritorno.

I riformisti in Europa e nel Mondo dovranno lavorare insieme, per connettersi ai grandi processi di ricerca e di evoluzione della società, nelle scienze, nelle tecnologie, nell’informazione per i diritti umani.

Per i socialisti la missione è quella di ritrovare “il Santo Graal” del riformismo internazionale per affidarlo, non al recupero dei “voti perduti” ma ad un nuovo orientamento mondiale politico, economico, a frutto della intera umanità per la sua pace.  Questo è l’inizio della sfida.

Corrado Oppedisano

Immigrazione, un’illusione fermarla, intervenire sulle cause

Ciò che deve preoccupare sono i modelli prospettati dall’accordo EU-Turchia: rallentare le migrazioni ai confini dell’Europa, delegando a governi problematici la gestione del fenomeno, pena la violazione dei diritto dei richiedenti asilo e la protezione internazionale. Pensare di fermare le migrazioni internazionali è un’illusione. Meno illusorio è intervenire nel lungo periodo sulle cause e gestire le migrazioni attuali in un’ottica internazionale con strumenti condivisi di programmazione congiunta, generatori di impatto sociale assicurando il rispetto dei diritti umani. L’alternativa strutturale è il dialogo stretto con i governi impegnati in transizioni democratiche e nella costruzione dello stato di diritto.

Come sottolineato nel “Migration Compact” occorre più partenariato. La cooperazione internazionale non deve essere impiegata su finalità di sicurezza che non le sono proprie, essa deve rispondere ordinatamente agli obiettivi di sviluppo definiti in sede europea, agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030 (obiettivo 10.7 su una migrazione equa, sicura e responsabile) e all’obbligo di coerenza delle politiche per lo Sviluppo, sanciti nei trattati europei. Ciò che ancora ci preoccupa, sull’onda securitaria è l’implementazione del Fondo per l’Africa di 200 milioni di euro, istituito dal Governo italiano nella Legge di Bilancio per l’anno 2017. Dubitiamo possa avere successo se non si integra con una serie di sostegni a “interventi straordinari volti a rilanciare il dialogo e la cooperazione con i Paesi africani d’importanza prioritaria per le rotte migratorie”. Conosciamo bene le condizioni inumane dei campi per migranti in Libia. Dobbiamo essere onesti: quei campi sono in netta violazione di tutte le convenzioni sui diritti umani e dei rifugiati. Il nodo irrisolto è politico. Ancora una volta gli stati membri dell’Europa rinunciano a politiche di governo del fenomeno, scegliendo illusoriamente di impedire le migrazioni. A gennaio 2017 sono è sbarcate in Italia secondo i dati Unhcr, tra il 1 e il 31 gennaio 2017, 4.463 persone. Un dato leggermente inferiore a quello di gennaio 2016, quando arrivarono 5.273 persone. E l’Europa che fa?. Il tema migrazioni è in cima all’agenda politica e all’attenzione dell’opinione pubblica europea da ormai tre anni. Moltissime sono le questioni poste, proposte, affrontate, risolte, fallite in questo tempo. La questione sistemica più evidente è che l’Europa non ha trovato una soluzione condivisa, a causa di posizioni inconciliabili tra i suoi stati membri, tra chi fa la prima accoglienza (Italia e Grecia), chi accoglie già numeri importanti di migranti e rifugiati (Austria, Svezia), chi aveva spalancato le porte ma poi ci ha ripensato (Germania), chi non ne vuole sentir parlare (Ungheria) e chi nell’Europa non ci sta più (Regno Unito). In mezzo a questa confusione, oltre all’accordo con la Turchia, la principale strategia comune è la cosiddetta relocation, cioè il ricollocamento dei profughi in modo che siano distribuiti più equamente tra gli stati dell’Unione Europea. L’accordo, stipulato a settembre 2015, prevedeva il ricollocamento di 106 mila persone da Grecia e Italia ad altri paesi Europei entro settembre 2017. In 15 mesi sono state rilocate solo 10 mila persone: il 10%.

Mi associo a quanto affermato dalle Nazioni Unite, oggi contrariate poiché la  Libia non è un Paese sicuro. L’accordo parla di “migranti illegali” mentre in realtà buona parte di coloro che fuggonoavrebbe diritto alla protezione internazionale.  Nel 2016 il 38% dei richiedenti asilo l’ha ottenuta. Cercare protezione non è illegale, ma anzi è un diritto, e ignorare la cosa significa venir meno alle proprie responsabilità di accoglienza. È questo che vuole fare l’Europa?”

Sull’accoglienza poi è evidente che la Libia non è certamente un approdo sicuro per chi cerca asilo. Un paese instabile dove si registrano violenze e torture e non è tra i firmatari della convenzione di Ginevra. Non risulta tra l’altro alcun coinvolgimento delle Nazioni Unite nello specifico l’Alto commissario per i rifugiati. Risaltano invece le preoccupazioni espresse dalle Nazioni Unite sugli accordi con la Libia dove le condizioni umane per un accordo non ci sono, visto che nei 24 centri di accoglienza “di detenzione”, vengono denunciate continue  violenze, torture, abusi, dove le donne subiscono stupri ripetuti. Centri in netta violazione dei diritti Umani.

Le forze politiche devono insistere sull’unica via – veloce – per la protezione per chi fugge, l’apertura di corridoi umanitari e l’attuazione ad horas dei ricollocamenti già approvati dall’Unione Europea.

Corrado Oppedisano
Rete Forumsad Cooperazione Internazionale – membro CNCS MAECI

Diritti umani e amnesie

Non voglio dimenticare il 2016, non solo per le restrizioni della libertà di espressione in Turchia e in Egitto; per l’aggravarsi delle azioni dei gruppi armati ai conflitti resistenti e a quello in Siria; per le incursioni terroristiche in Europa e nel mondo; per l’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti e per le decine di conflitti armati in atto. Non è da dimenticare in particolare perché la sofferenza dei diritti umani cresce nella carenza di pace. Tra indifferenza e rabbia che premono da una parte, dall’altra implode una tetra consuetudine rappresentata dall’attuale abisso delle istituzioni Internazionali che, impotenti sulle tragedie umane, scivolano alla ricerca di una via d’uscita. E si continua a scendere sino all’utilizzo telecamere negli asili, nei ricoveri per gli anziani, dove tristemente si consumano grandi abusi su piccoli e vecchi malati. Poi le botte ai pro e ai contro “il crocifisso”. “L’invasione dei clandestini”; la rievocazione dei cancelli, del filo spinato, dei muri; “il velo” sul capo delle donne, per chi lo indossa e per chi non lo tollera. Non voglio dimenticare le donne uccise in Italia 1.740 (Eures) e chi resta solo: gli orfani, i figli che hanno perso un genitore per colpa dell’altro. 1628 negli ultimi 15 anni, ragazzi/bambini “vittime secondarie”. Cresce il numero delle donne uccise e quello dei ragazzi che perdono in un solo momento madre e padre.

Non dimentico Jo Cox, la deputata britannica un’altra donna uccisa, assassinata da un uomo che non la pensava come lei. Poi Amatrice e le persone sepolte da una scossa di terremoto in piena notte. Di li a breve un’altra scossa sfregia l’antica città di Norcia. Non dimentico brexit con un ritrovato e diffuso disprezzo per lo stato e le sue istituzioni Europee rappresentato nell’enfasi di Nigel Farage mentre volta le spalle all’inno alla gioia di Ludwig Van Beethoven. Quello che addolora è una civiltà dimenticata non solo tra le genti ma nella forma e nei rapporti con lo Stato. La poca lungimiranza di politici improvvisati e teatranti minano solo e non migliorano le fondamenta dello Stato, inteso come forma giuridica, espressione massima del potere sovrano su un determinato territorio e sui soggetti a esso appartenenti. La responsabilità sulla propria esistenza umana – attraverso il voto – la base su cui ha fondamento. Lo Stato, dato dal territorio, dai cittadini, dall’ordinamento politico, dalla scienza, tecnica, teoria e prassi, che ha per oggetto la costituzione, l’organizzazione, l’amministrazione – dello stato. L’attuale direzione della vita pubblica deve farci riflettere su una così disprezzata condivisione della forma di governo e delle istituzioni in generale. E si scende ancora durante il referendum costituzionale, in un balletto pro e contro che scollega, divide, rompe a prescindere quel che resta della politica italiana. Una rincorsa a rompere a posizionarsi “tutti contro tutti”. Pronti via, ognuno corra al suo buco della serratura per spiare l’altro. Le istituzioni come impegno gioioso e non come affare; la politica come scelta responsabile, eredità-essenza, degli essere umani, appaiono mete lontane. Difficile superare guerre, carestie e politiche globali se ci si chiude nel piccolo angolo tra “casa nostra” e “casa loro”. E penso alla pace quale condizione contraria allo stato di guerra, garantita dal rispetto dell’idea di interdipendenza nei rapporti internazionali, caratterizzata all’interno di uno stato, dal normale svolgimento della vita politica, economica, sociale e culturale. Quando la pace non si organizza nella cooperazione, con la collaborazione e il negoziato, prevalgono i monologhi, le chiusure impazzano tra reticolati, muri, intolleranze e botte ai più deboli. E tutta la cultura della pace costruita, si scioglie come neve al sole. Riparte dinamicamente la forza contro la ragione, l’avvilimento verso gli inutili e gli incapaci della politica a frutto di qualcos’altro -che non si nota nel breve – che prende forma in un indebolimento delle istituzioni e della morale. Un laboratorio che divide e che provoca instabilità prende forma. Gli esempi non mancano, le capacità istituzionali e le società si misurano ad esempio sui 63 milioni di esseri umani in mobilità. Migliaia di uomini, donne e bambini, in fuga da guerre e povertà che continuano a fuggire in un caos fatto di accordi stipulati “ad occhi chiusi”. I diritti dei più deboli vagano per il mondo. Ripeto, non voglio dimenticare la lunga marcia di migliaia di rifugiati e richiedenti asilo in fuga da conflitti, violazioni dei diritti umani, persecuzioni, in cerca di sicurezza e protezione perché portano con loro abusi perpetrati “in terra di nessuno”, tra estorsioni, violenze -i paesi d’origine- lungo tutto il percorso verso l’Europa. Non voglio dimenticare i 13.000 morti nel mediterraneo mentre –ancora- si affronta la crisi dei rifugiati in maniera caotica, con posizioni securitarie e accordi – senza lume, senza visione internazionale. Non dimentico “la contingenza” dell’accordo con la Turchia, la Libia e la Siria dove l’ONU dichiara il default. Non dimentico che alle NU, il voto unanime sulla pace non c’è mai, per far cessare i bombardamenti su Aleppo, Kobane e sulla richiesta di tregua. Di ciò che fugge dalla Siria si conosce anche il lamento dei pestaggi, delle scariche elettriche delle torture e stupri a non finire, in particolare contro poveracci che hanno avuto la disgrazia di transitare nelle carceri della Siria opponendosi ad un governo in guerra civile dal 2011. Chi si oppone inciampa in strutture detentive come Saydnaya, dove le condizioni umane sono collassate. Tutto ciò ha cause, motivazioni che non vengono nemmeno sfiorate. E su tutta la partita “vigilano” i caccia bombardieri Sovietici da una parte e quelli della Nato dall’altra. Non voglio dimenticare la linea del fronte irachena dove bambine e bambini di ogni età, rimasti gravemente feriti, hanno visto troppe volte la morte in faccia. Bambini con ferite orribili che vedono i loro familiari decapitati spazzati via dalle bombe, dai mortai e dalle mine o sotto le macerie delle loro abitazioni. Bambini feriti che finiscono in ospedali sovraffollati o in campi per sfollati, dove la ripresa fisica e psicologica è messa a dura prova, ogni giorno. Come coloro i quali restano nelle zone di conflitto intrappolati nella tela della guerra. E coloro i quali muoiono nella propria casa, come si racconta a Mosul quando un’automobile esplode di fronte ad una abitazione con genitori e bambini all’interno. Non voglio dimenticare il piccolo Omran, il bimbo di Aleppo soccorso sotto le macerie. Composto e attento seduto sull’ambulanza. Per me è certamente lui il simbolo della pace. Bella e atroce è la sua naturale dignità, accerchiata dal terrore che si affida alla poltrona dell’ambulanza, come se volessero, da li, volare via. Non dimentico Omram vivo e testimone e Aylan Kurdi annegato con il fratellino Galip di 5 anni, durante il naufragio dell’imbarcazione che doveva portare la loro famiglia originaria di Kobane a Kos, l’isola greca dove migliaia di profughi dalla Siria sbarcarono nella speranza di raggiungere l’Europa. Non è solo il mare ad aver ucciso questi bambini. Non voglio dimenticare le 37.000 bambine che nel mondo sono ancora costrette a sposare uomini molto più grandi di loro, contro la loro volontà. Inserite forzatamente in un sistema che le esclude da ogni rapporto con la famiglia, con gli amici, con la scuola. Perdono la libertà di vivere e ciò che resta sono violenza e abusi. Molte di loro rimangono incinte subito dopo il matrimonio. Un matrimonio precoce, forzato è una grave violazione dei diritti dei bambini, illegale secondo il diritto internazionale, vietato in molti dei paesi in cui si pratica. Si “eredita” nella povertà. Non dimentico Mahmoud Abu Zeid il reporter arrestato in Egitto- durante il violento attacco delle forze di sicurezza egiziane dove morirono oltre 600 manifestanti. “Shawkan” è stato arrestato perché stava facendo delle fotografie. Rischia la pena di morte. Non dimentico Giulio Regeni, scomparso in Egitto il 25 gennaio 2016, durante il quinto anniversario della “Rivoluzione del 25 gennaio”. Il suo corpo ritrovato il 3 febbraio 2016 con evidenti segni di tortura, ancora “non riposa in pace”. No dimentico anche chi ci ha lasciato questo mondo liberamente come Marco Pannella, Shimon Peres, George Michael, Carrie Fisher, Dario Fo, Ettore Scola, Prince, Bus Spencer, Silvana Pampanini, e altri. Mi impressiona un po quest’annus horribilis come scriveva Giorgio Bocca alcuni anni fa, per le tante tragedie in atto e per i personaggi della storia come Fidel Castro e Muhammad Alì che vanno via. Quante volte abbiamo visto passare i volti e parole di Carlo Azeglio Ciampi, di Umberto Eco e di Umberto Veronesi.

E mi sento più orfano di ieri quando le persone che hanno fatto crescere storia, politica, sport, letteratura, scienza, cultura, teatro e musica, non ci sono più. Penso al compositore Leonard Cohen e alle parole sulla pace di David Bowie: “Peace on earth, can it be. Years from now, perhaps we’ll see. See the day of glory. See the day, when men of good will. Live in peace, live in peace again”. Prima o poi l’uomo vivrà in pace. Però ammettiamolo è difficile vedere il sereno tra conflitti, tensioni, strategia del terrore, bombe, terrorismo e guerre. La strategia del terrore nel 2017 si impone con l’autobomba a Bagdad – 39 persone uccise. Poi i 4 militari uccisi da un camion piombato su di loro all’improvviso in piena Gerusalemme. Dopo le 83 vittime schiacciate nel lungomare di Nizza si continua ad uccidere cittadini inermi. Nel frattempo l’Italia riapre l’Ambasciata a Tripoli mentre il dissidente generale di Tobruk protesta minacciosamente. La riapertura di un dialogo “ multilaterale” in Libia con le portaerei Sovietiche in appoggio al generale Haftar appare ancora difficile in una zona complessa e delicata per il traffico di migranti in atto.
Ripartiamo dal 2017 spingendo l’Europa nella direzione della coesione politica. Mentre il mondo confida nelle capacità di Antonio Guterres, il nuovo Segretario Generale delle Nazioni Unite. Un politico di serie A alla guida della più grande macchina istituzionale costruita per la pace nel mondo e bisognosa di severa revisione. Ciò che i paesi costituenti non riescono a fare, ovvero a modificando il consiglio Onu garantendo risalto alle realtà regionali, in particolare all’Unione Europea attraverso un seggio in Consiglio di Sicurezza e non solo. Questo è un processo indefettibile nella convinzione che l’Unione Europea per l’Italia è il destino migliore. Ciò che manca alla Unione oggi è un progresso coeso per poter corrispondere alle sfide e alle politiche globali, per il miglioramento dell’uomo, delle economie, dei diritti. L’altra consapevolezza è quella imposta dalla contemporaneità affinché riaffiorino nuove società delle persone e non di soli mercati. Una partita globalizzata e forse già superata da nuove alleanze che si delineano nel nord del mondo. Una grande sfida sta prendendo forma. E’ bene seguire il filo del risultato delle elezioni USA e la Gran Bretagna per comprendere la connessione politica e le tendenze delle prossime elezioni francesi e tedesche. Una bella spinta alle ingerenze populiste -gradite al popolo della destra europea e non solo- darebbe un imponente spazio alla nuova filiera politica del nord del mondo che passa dagli Usa alla Russia attraversando il nord Europa. Nella post globalizzazione spiegata in un flirt Anglo-Americano con Putin, il desiderio di sedere al tavolo con i grandi della terra potrebbe essere irresistibile anche per qualche Europeista disinvolto. Mi sono chiesto in questi giorni se i giovani profughi a Belgrado in fila sotto la neve fossero un desiderio mediatico dettato da un mondo in difficoltà, senza soluzioni. E cosa sarebbe successo se i settemila profughi sotto la neve in Serbia fossero stati sistemati in una casa al caldo. Mentre la terra continuava a tremare in Italia. La politica del Nord del mondo fa riflettere la pancia dell’Europa dove l’Italia appesa ad un filo, dondola sul Mediterraneo, sempre più in balia dei fenomeni migratori internazionali e di una politica urlata, corta, che non c’è. Logico comprendere e condividere una nuova attrazione verso i messaggi lanciati dal Santo Padre a favore di “politiche umanitarie”. Le bordate di Bergoglio partono da Lampedusa, da Lesbo,e dal Vaticano. Messaggi e comportamenti che superano ogni schema propagandistico e che legano una nuova chiesa al futuro dell’umanità, verso chi soffre, ribellandosi allo status quo del saeculum, dell’opulenza, generatori di indifferenza e di inefficaci sistemi di governo anche della nuova chiesa che guarda preoccupata al millenium. Nell’attesa di nuove politiche internazionali a favore del mondo povero l’esigenza di un bagno di umiltà (difficile da concepire nell’era postconsumistica), di una redistribuzione delle risorse, di giustizia sociale è diffusa. E mentre si allontanano sempre più gli eroi del passato emerge il desiderio di una nuova etica terrena. Il solco impresso da Mario Bergoglio sulla rotta segnata tra lo stretto di Magellano e Roma oggi è un dato oggettivo, è una politica. Stare al fianco di chi soffre, di nuovi e vecchi poveri è una scelta chiara, impressa non solo nel colonnato Vaticano. “Se lo sguardo verso l’Italia e l’Europa venisse dalla parte del mare (come ricorda Ferdinando Magellano) sarebbe tutta un’altra cosa”. Per reagire –insieme- sui temi cocenti, come l’immigrazione, la disoccupazione, il disagio sociale senza rincorrere propagandismi di varia natura basterebbe predisporre un’alternativa efficace contro l’immobilismo riprendendo a vivere. Le ragioni dell’uomo, del resto, nella storia di questo continente -prima o poi- prevarranno, come la pace.

Corrado Oppedisano
Co fondatore Forumsad Italia
membro del Consiglio nazionale per la Cooperazione al Ministero degli affari esteri