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Costanza Sciubba Caniglia

ONU. Un seggio a metà per Italia e Olanda

Onu Consiglio sicurezzaNew York, 29 giugno – Dopo ormai cinque giorni di passione, di alti e bassi, di incertezza sul futuro nella quale la Brexit ha precipitato l’Unione Europea, un segnale di speranza arriva inaspettatamente dalle Nazioni Unite, dove ieri si è svolta una delle votazioni più imprevedibili di sempre per il rinnovo del Consiglio di Sicurezza.

Ogni anno l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite elegge a rotazione cinque dei dieci membri non permanenti del Consiglio di Sicurezza, organo esecutivo delle Nazioni Unite, che occupano un seggio per due anni.

Per la prima volta le votazioni si sono svolte a giugno dell’anno precedente, piuttosto che all’inizio dell’anno, per dare ai Paesi la possibilità di prepararsi meglio all’incarico.

L’Italia, candidata per il biennio 2017/2018, pur essendo partita molto favorita nella sua sfida contro Svezia ed Olanda per la conquista di uno dei due seggi WEOG (Western Europe and Others Group), lasciati liberi dalla Spagna e dalla Nuova Zelanda, si è trovata invece a giocare una partita molto più difficile del previsto.

Nonostante le voci, sempre più insistenti negli ultimi giorni, di una rimonta svedese, che infatti ha assicurato il seggio già dalla prima votazione con 135 voti, si sperava che il profilo forte della candidatura italiana, che ha puntato moltissimo sulle operazioni di peacekeeping e sui “caschi blu della cultura”, sul clima, ma anche sul ruolo in Africa e Medio Oriente, incluso in Libia e nel Mediterraneo, bastassero ad assicurare il seggio.

Lunghi anni di paziente e attento lavoro diplomatico, intensificato anche dall’Expo dell’anno scorso, non sono però purtroppo bastati, complice circa una ventina di franchi tiratori. L’Italia ha potuto contare sull’appoggio dei Paesi africani, grazie anche al recente lavoro della Farnesina, e di alcuni latinoamericani e del Pacifico. Tanto l’Italia quanto l’Olanda, però, a causa della posizione forte sulla riforma del Consiglio di Sicurezza, hanno pagato il mancato appoggio di alcuni Paesi influenti che avrebbero potuto spostare l’ago della bilancia. Dalla sua, l’Olanda aveva invece le ex colonie, con le quali ha mantenuto rapporti diplomatici privilegiati, e alcuni Paesi europei in più.

Dopo le vittorie al primo turno, oltre che della Svezia, della Bolivia e dell’Etiopia, e del Kazakhstan al secondo, tuttavia, la situazione dell’Italia e dell’Olanda è sembrata da subito molto difficile. Nonostante sia partita in testa, l’Olanda non è infatti riuscita a raggiungere i due terzi dei voti (128) che le avrebbero consentito l’elezione e, dopo una serie di ballottaggi con risultati sempre più ravvicinati, si è arrivati all’incredibile conclusione di 95 voti a testa alla quarta votazione.

È stato a questo punto che il Ministro Gentiloni ed il Rappresentante Italiano presso l’Onu, l’Ambasciatore Cardi, si sono riuniti nello studio del Presidente dell’Assemblea Generale Lykketoft con i loro omologhi olandesi, per riuscirne una mezz’ora più tardi con in mano quella che è stata definita “una proposta da gentiluomini”.

Secondo una pratica molto rara, ma non inedita, anche se un po’ desueta, Italia ed Olanda hanno deciso di spartirsi il seggio, fermando simbolicamente le votazioni su questa “straordinaria opportunità” di raggiungere un pareggio perfetto.

Il Ministro degli Esteri Olandese Bert Koenders ha parlato per primo, osservando che “L’Assemblea Generale ha inviato un chiaro segnale, cioè che approva allo stesso modo Italia e Olanda” e che dunque per rispettare la volontà degli Stati non si può far altro che dividere oneri e onori del seggio.

Per usare le parole del Ministro Gentiloni, i due Paesi hanno “voluto lanciare un messaggio di unità fra due Paesi europei”, quanto mai necessario in questi momenti di incertezza. Si tratta in un certo senso anche di un tentativo ibrido di costruire nella pratica quel seggio permanente dell’Unione Europea sulla cui nascita tanto l’Italia che l’Olanda si stanno spendendo da lungo tempo. Secondo la decisione, che verrà formalizzata questa mattina (alle 16 ora italiana) durante una riunione del gruppo WEOG, l’Italia servirà nel 2017, in contemporanea anche alla presidenza del G7, per poi dimettersi e lasciare il posto all’Olanda nel 2018.

Così, mentre l’Unione Europea vive una delle sue crisi più profonde, questa soluzione diplomatica “di scuola”, diventa nella mezza delusione, un’occasione per ribadire l’unità del progetto europeo e la necessità di una collaborazione costante, dimostrando così con un esempio più che concreto, che il futuro dell’Europa non può esistere se non in comune.

Costanza Sciubba Caniglia

Consiglio di sicurezza dell’Onu, Renzi ci prova

Matteo Renzi OnuNew York – 22 aprile – È con in testa ancora gli echi del referendum, ma con un occhio già proiettato verso la presidenza italiana del G7 e le prossime elezioni per il Consiglio di Sicurezza, che il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha partecipato, in questi due giorni, alla cerimonia di firma degli accordi di Parigi sul cambiamento climatico, che si sta svolgendo alle Nazioni Unite a New York.

Di fronte ad un’Assemblea Generale al completo, infatti, il Presidente del Consiglio ha parlato del ruolo della politica che “finalmente” si dimostra in grado di dare un messaggio di speranza alle prossime generazioni. Un pensiero ribadito anche nella conferenza stampa di ieri mattina alla Rappresentanza Permanente d’Italia presso l’ONU, dove ha definito i temi ambientali fra i grandi temi “che valgono l’impegno in politica”. L’Italia, tiene a sottolineare il Primo Ministro, ha già raggiunto tutti gli obiettivi del Millennio (previsti per il 2020) e si impegna a continuare su questa linea.

L’accordo, che per entrare in vigore dovrà essere ratificato da almeno 55 Paesi che complessivamente rappresentano il 55% delle emissioni mondiali di gas serra, si propone di mantenere l’aumento della temperatura globale al di sotto dei 2 gradi centigradi all’anno (obiettivo 1,5 gradi) e, finalmente, comprende anche i Paesi con il più alto tasso di inquinamento mondiale, Cina, Stati Uniti e India. Per quanto riguarda le ratifiche dei Paesi europei, non dovrebbero esserci difficoltà, anche se i tempi tecnici delle 28 firme potrebbero essere lunghi.

Sul fronte italiano, Renzi si è detto determinato ad intensificare l’impegno del Governo sulle rinnovabili, dove l’Italia è già leader in molti campi, ponendo anche l’ambizioso obiettivo del 50% di energia pulita, a patto, però, che si esca “dal recinto dell’ambientalismo ideologico”.

Dopo le polemiche referendarie, infatti, Renzi ha tenuto a rassicurare sull’interesse del Governo per i temi della sostenibilità.

Renzi ha inoltre tenuto a interpretare i temi ambientali in una prospettiva più ampia che comprende la crisi dei migranti e, più in generale, i temi del Mediterraneo, ma anche la necessità di intensificare gli investimenti in Africa. Se l’Italia, infatti, non può essere autonoma energeticamente, anche per le scelte, a suo parere condivisibili, di proibire fracking e nucleare, è allora importante che a livello geopolitico, accanto alla tradizionale fornitura russa, si affianchi anche un altro “canale sud” di approvvigionamento, una posizione autonoma non necessariamente in linea con quella dell’Unione Europea. Anche per questo, oltre che in vista della presidenza italiana del G7 è importante intensificare l’impegno nella cooperazione internazionale, nel quale l’Italia è sempre stata in prima fila ma dove ora si trova in fondo alla classifica dei 7 “grandi”.

L’investimento in Africa, a livello sia economico che politico, è visto dal Governo Renzi come essenziale tanto per risolvere la crisi dei migranti quanto per una corretta implementazione degli accordi energetici. Nel ribadire questi punti, il Primo Ministro si prende un momento per ringraziare Jean-Claude Juncker per la sensibilità dimostrata con la sua lettera in cui ringrazia l’Italia per l’impegno sul “Migration Compact” e assicura che la crisi dei migranti verrà gestita a livello europeo.

Non solo ambiente, però, nei pensieri del Primo Ministro, che ha voluto sfruttare questa occasione per spingere sulla candidatura italiana al Consiglio di Sicurezza. Ci sono ancora un paio di mesi prima delle elezioni, previste per il 28 giugno, e Renzi ha approfittato della propria presenza a New York per una serie di bilaterali volte a convincere gli ultimi indecisi. La forte posizione dell’Italia sulla riforma del Consiglio di Sicurezza ne fa un candidato molto forte ma fa anche sì che non possa contare sull’appoggio di alcuni fra i Paesi più “amici”, come Giappone o Germania. Largo allora agli Stati insulari in via di sviluppo, il gruppo SIDS, che da soli valgono circa 40 voti, ma anche ad Argentina, Niger, Namibia e gruppo dell’America Latina.

Il seggio in Consiglio di Sicurezza è un tassello fondamentale della politica internazionale del Governo italiano e, sottolinea Renzi, sarebbe il riconoscimento delle importanti lotte portate avanti in questi anni sui temi dei diritti delle donne, l’impegno nel peacekeeping e nella cooperazione, nella posizione dei temi del Mediterraneo, nella battaglia contro la pena di morte e nell’impegno per la riforma del Consiglio di Sicurezza stesso.

Obiettivi ambiziosi ma concreti, che l’Italia si impegna a raggiungere a breve, insieme all’intensificarsi dell’impegno per una maggiore protezione ambientale.

Costanza Sciubba Caniglia

Mutilazioni genitali femminili
l’ONU: dramma da cancellare

Mutilazioni genitali femminiliNew York, 9 febbraio – “Dove c’era dolore, adesso c’è forza”. Queste le parole del Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon in occasione dell’evento speciale in occasione della giornata per la Tolleranza Zero verso le Mutilazioni Genitali Femminili (MGF), riferendosi alle cerimonie alternative alle MGF che alcune comunità stanno sviluppando, grazie anche ad un programma delle Nazioni Unite.

Entro il 20130, questo lo scopo del programma presentato oggi e incluso nei Sustainable Development Goals, bisognerà essere riusciti ad invertire una tendenza che conta, ad oggi, circa 120 milioni di vittime e vede la pratica delle mutilazioni genitali femminili ancora diffusa in almeno 28 Paesi africani, più in alcuni Paesi dell’Asia e dell’America Latina.

La cerimonia ha visto la Rappresentanza italiana fra i principali organizzatori, insieme ad UNFPA, UNICEF, UN WOMEN, EQUALITY NOW e altri Stati membri, tra cui Colombia, Eritrea, Niger, Burkina Faso, Tunisia e Regno Unito.

Intervenendo questa mattina alle Nazioni Unite, Ban Ki-moon ha ricordato il lungo percorso che, dal 2007 (anno della prima consultazione globale sulle MFG) ad oggi ha permesso di ottenere che in quasi tutti i Paesi in cui la pratica è diffusa, le mutilazioni genitali femminili siano state messe fuori legge.

Un incredibile risultato ottenuto grazie ad una battaglia che, da sempre, ha visto l’Italia impegnata in prima linea, tanto a livello nazionale che internazionale.

È grazie anche al lavoro dell’Italia, infatti, che nel 2012 e nel 2014 sono state adottate per consenso due risoluzioni dell’Assemblea Generale che definiscono le MGF “un abuso irreparabile e irreversibile che viola i diritti umani di donne e ragazze”.

“Porre fine alle mutilazioni genitali femminili è una battaglia che dobbiamo vincere tutti insieme, uomini e donne, governi e società civile, famiglie e istituzioni. Ce la faremo. L’Italia è orgogliosa di essere in prima fila in questo nobile sforzo” ha affermato il Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni tramite messaggio.

Il lavoro combinato dei Paesi membri, Italia in testa, e delle Nazioni Unite, che hanno demandato a un programma congiunto UNFPA/UNICEF il lavoro concreto sul tema, ha portato alla possibilità di offrire un training specifico a 110 mila fra medici, infermieri e ostetrici e di coinvolgere circa 820 mila donne in 17 Paesi.

Grazie a questo programma 15 mila comunità (circa 12 milioni di persone), sono stati sensibilizzate sul tema e, afferma Babatunde Osotimehin, direttore esecutivo dell’UNFPA, il cambiamento visto è stato prima di tutto culturale. Nel corso di questi 7 anni, infatti, le comunità sono state sensibilizzate sul tema, a volte elaborando una serie di cerimonie alternative per permettere alle ragazze di compiere il tradizionale rituale di passaggio pur evitando le mutilazioni.

Il Segretario Generale ha poi tenuto a sottolineare l’importanza che i membri maschili delle comunità ricoprono nella lotta a queste pratiche.

Molta strada è stata fatta e lo dimostra anche la presenza dell’Indonesia fra i relatori, Paese che fino a pochi anni fa ha sempre negato l’esistenza della pratica nel proprio territorio e che oggi riconosce come circa la metà delle bambine indonesiane sotto gli 11 anni sia stata sottoposta a MGF e sostiene a viso aperto l’implementazione dei programmi internazionali.

Ad oggi si stima che il numero delle bambine e ragazze minori di 14 anni che sono state sottoposte alle MFG raggiunga i 44 milioni. In Gambia, ad esempio, il 56 percento delle ragazze è stato sottoposto a mutilazione, il 54 in Mauritania. Alcuni segnali positivi ci sono, come la combattuta decisione del Gambia e della Nigeria di mettere a bando la pratica, ma non è ancora sufficiente. Le MGF, infatti, rimangono ancora molto diffuse anche in alcune popolazioni indigene dell’America Latina, ad esempio in Colombia e in Equador.

Ma anche nei Paesi Europei e del Nord America il rischio è ancora alto, a causa della diaspora africana e medio orientale, con circa 137 mila bambine a rischio nel Regno Unito, 7 mila in Italia.

La mutilazione genitale femminile, come ha raccontato la cantante malese Inna Modia, essa stessa vittima di MFG e oggi impegnata attivamente nella lotta per i diritto delle donne e delle bambine, non affligge solamente il corpo delle bambine, ma soprattutto lo spirito, determinando ancora troppo spesso il loro “valore” all’interno della comunità. Secondo la testimonianza della cantante, che si è successivamente e con successo sottoposta ad un intervento ricostruttivo, sottoporsi a MGF ha significato per lei perdere la propria identità “non sapevo più chi fossi, né quale fosse il mio posto in società”, ha spiegato fra le lacrime.

Le Nazioni Unite stimano che, se non si riuscirà a implementare questo programma efficacemente entro il 2030, ci saranno allora più ragazze mutilate di quante ce ne siano oggi. Ragazze che oltre al dolore fisico e psicologico della mutilazione, potrebbero essere esposte ad infezioni, malattie e un altissimo tasso di mortalità natale, tanto per loro che per il nascituro.

Costanza Sciubba Caniglia

La Giornata della Memoria
contro ogni discriminazione

Olocausto ShoahNew York – “L’Olocausto e la Dignità Umana” questo il tema di quest’anno dell’International Day of Commemoration for the victims of the Holocaust, celebrato alle Nazioni Unite a New York con una settimana di eventi, inclusa una cerimonia ufficiale aperta dal Segretario Generale Ban Ki-moon alla presenza di sopravvissuti dell’Olocausto e rappresentanti degli Stati membri, svoltasi lo scorso 27 gennaio nella Sala dell’Assemblea Generale.

Un tema di particolare importanza, in occasione del 70.esimo anniversario dalla propria fondazione, che ricorda come “la memoria dell’Olocausto sia fra i principi fondanti delle Nazioni Unite”, per usare le parole del Segretario Generale.

È proprio dall’orrore dell’Olocausto, infatti, che le Nazioni Unite sono sorte nell’immediato dopoguerra, con l’ambizioso scopo di promuovere la pace e la collaborazione fra le nazioni e di supplire al fallimento della Società delle Nazioni.

In quest’anno particolarmente significativo per la propria storia, con l’elezione di un nuovo Segretario Generale che in molti pronosticano per la prima volta donna, il lancio dei Sustainable Development Goals e la probabile riforma del Consiglio di Sicurezza in vista, le Nazioni Unite hanno scelto, nel commemorare questa ricorrenza, di ricordare le ragioni della propria fondazione e portare nel nuovo ciclo le stesse istanze di protezione dei diritti umani.

La Giornata della Memoria, infatti, non ha voluto essere solamente una giornata di ricordo e commemorazione per le vittime, ma piuttosto l’occasione per ribadire l’essenzialità della protezione delle popolazioni e degli individui vittime di discriminazione.

Un tema essenziale alla luce del risorgere di nuove istanze anti-semite e anti-islamiche, come ha ricordato Ban, specialmente in seguito alla comparsa di Da’esh e alla confusione causata dal conflitto siriano.

Nel ricordare le sofferenze del popolo yazida ed altri, il Segretario Generale ha voluto leggere un parallelo fra gli odierni teatri di scontro mediorientali e non solo e l’Olocausto della Seconda Guerra Mondiale ed ha auspicato che la memoria dell’Olocausto possa servire da insegnamento per le nuove generazioni.

Alla cerimonia di commemorazione hanno partecipato, fra gli altri, i Rappresentanti di Stati Uniti e Israele presso l’ONU, mentre Marta Wise, Haim Roet e Zoni Weisz, tre sopravvissuti all’Olocausto, hanno portato la propria preziosa testimonianza.

Nonostante qualche polemica con Israele, dovuta all’incoraggiamento del Segretario Generale a rispettare i termini degli accordi per “porre fine all’occupazione”, al quale il Presidente di Israele Netanyahu aveva risposto accusando Ban di “incoraggiare il terrore”, la cerimonia si è svolta in un’atmosfera di grande commozione, soprattutto nel ricordo di Sir Nicholas Winton, cittadino britannico venuto a mancare nel Luglio scorso, che durante la guerra riuscì a mettere in salvo 669 bambini ebrei cecoslovacchi, assicurandogli un’adozione presso famiglie inglesi, con il cosiddetto “Kindertransport”.

Oltre alla cerimonia di commemorazione, il programma sull’Olocausto delle Nazioni Unite ha voluto organizzare la proiezione di “Woman in Gold”, il film di Simon Curtis sulla restituzione dell’omonimo dipinto di Klimt alla legittima proprietaria, derubata dai nazisti durante la guerra. Il film, che affronta il tema del saccheggio delle opere d’arte operato dai nazisti, è anche l’occasione per riflettere sul destino delle opere d’arte in guerra, tema tornato purtroppo di grande attualità in seguito ai saccheggi e distruzioni operati dallo Stato Islamico negli ultimi mesi.

A questi due eventi si sono aggiunte due mostre, attualmente ancora in corso (fino al 9 febbraio), “Holocaust by bullets”, che racconta la storia poco conosciuta delle esecuzioni di massa in Ucraina durante la Seconda Guerra Mondiale e “Life after survival” sul lavoro del “United Nations Relief and Rehabilitation Administration”, ora estinta agenzia delle Nazioni Unite, con i bambini sopravvissuti ai campi di concentramento nazisti.

Costanza Sciubba Caniglia

Libia, ultima chiamata per un accordo di pace

Round di negoziati ad Algeri per la pace in Libia

Round di negoziati ad Algeri per la pace in Libia

New York, 2 ottobre – “The time is now”, questa l’affermazione ricorrente che oggi tutte le parti in causa hanno ripetuto più e più volte nel corso della riunione speciale sulla Libia.

Non c’è momento migliore di questo per concludere, finalmente, un accordo complicatissimo che ha visto momenti di panico precedere una nuova, promettente, fase. Purtroppo però, questo non è solo il momento migliore, ma l’unico per sperare di raggiungere un accordo che, dopo il 21 ottobre, alla scadenza del mandato del Parlamento libico, diventerà decisamente difficile da recuperare.

Seppur con qualche dubbio, infatti, le Nazioni Unite considerano l’attuale Parlamento di Tobruk, eletto con un regolare processo democratico e pertanto risulta molto difficile immaginare che potranno essere svolte altre elezioni ugualmente legittime alla scadenza di questo mandato.

Questo è dunque l’ultimo Parlamento regolare, l’ultimo interlocutore legittimo per cercare di risolvere il pasticcio libico.

L’accordo, i dettagli del quale non sono stati resi noti al pubblico, è un complicatissimo intreccio di bastoni e carote, ma non sembra soddisfare fino in fondo le parti in causa.

Allo scopo di mantenere stabili le trattative, anche il mandato dell’inviato speciale Bernardino Leòn è stato allungato fino ai primi di novembre, una decisione vista con favore da tutte le parti in causa, compreso il Ministro degli Esteri Italiano Paolo Gentiloni, che con Leòn ha da sempre un rapporto di stima e confidenza reciproca.

Questa giornata, tuttavia, che era stata inizialmente organizzata per festeggiare la firma di un trattato che non è mai arrivata, si è trasformata in un’occasione, per le Nazioni Unite, di ribadire una posizione unitaria e di chiamare alla tregua le diverse fazioni libiche.

Nessun accordo, dice Ban Ki-moon, “è perfetto, ma questo documento aiuterà la Libia ad uscire dal caos”.

Ban ha quindi dato ai due governi libici la scadenza improrogabile del 20 ottobre per raggiungere un accordo, che si fa più pressante quanto più il caos libico si mostra terreno di coltura perfetto per i gruppi dell’ISIS.

Ma, mentre la comunità internazionale si trova finalmente compatta attorno ad una posizione comune, i due parlamenti libici sembrano ancora lontani dalla firma e i ‘cessate il fuoco’ delle Nazioni Unite non vengono sempre rispettati, a riprova che questi, da soli, non sono in grado di modificare la situazione corrente.

Ad un eventuale raggiungimento di accordo, oltretutto, seguirebbe una fase ancora più complicata, in quanto si tratterebbe a quel punto di decidere la composizione di questo governo di unità nazionale che si sta cercando, a fatica, di far nascere.

L’Italia, ovviamente, gioca un ruolo chiave nei trattati, per le posizioni politiche, diplomatiche e – non in ultimo – geografiche che storicamente ricopre e, questa volta, sembra avere alle spalle l’appoggio compatto di tutta la comunità internazionale. Europei e Americani in testa; gli ultimi particolarmente preziosi per il loro ruolo nelle attività negoziali, ma non solo.

Il Ministro Gentiloni ha tenuto ha ringraziare pubblicamente il Marocco, che ha più volte ospitato vari round negoziali, con grande difficoltà, ma anche due Paesi chiave come l’Egitto e l’Algeria, con i quali l’Italia ha collaborato costantemente in questi mesi.

Anche il solo riunire a New York i rappresentanti del General National Congress è stata una sfida dal risultato tutt’altro che scontato. La partecipazione alle Nazioni Unite, è stata infatti messa a votazione. E se è vero che il sì ha alla fine vinto, è anche vero che una minoranza agguerrita si è opposta fortemente e continuerà ad opporsi alla firma del trattato.

Ma per Gentiloni, come per gli altri partecipanti all’incontro di oggi, “l’accordo è necessario. Non ci sono alternative”.

Ora la strada è ancora in salita, ma con un occhio al risultato che tutti stanno auspicando, un governo di unità nazionale che possa fungere da ponte per la fase successiva e portare subito un po’ della necessaria stabilità nella regione.

Costanza Sciubba Caniglia

Usa. Ciclone ‘Francesco’
ha lasciato il segno

Papa Francesco-Filadelfia

New York, 28 settembre – Fortune alterne, in questi giorni, per le più importanti cariche religiose del mondo e la loro popolarità. Mentre le paladine de “gli uomini sono tutti uguali” vivono giorni di gloria dopo le dichiarazioni sessiste del Dalai Lama, i conservatori americani sono tutti – come si dice – in fibrillazione per un Papa i cui discorsi sono stati definiti “marxismo puro”. Papa Francesco, la cui visita negli USA si è appena conclusa con l’incontro mondiale delle famiglie a Philadelphia, è passato come un ciclone (come titola anche il ‘New York Post’, che per l’occasione ha cambiato la propria testata in ‘New York Pope’), mettendo in imbarazzo conservatori e repubblicani, che l’hanno definito un “marxista puro” e raccogliendo consensi e acclamazioni aspettate e inaspettate.

Pope FrancisA Philadelphia, dove una folla impazzita lo ha accolto, il Papa ha voluto ricordare il ruolo fondamentale che le donne e i laici avranno nel futuro della Chiesa. Più la visita di una rockstar che di un’autorità religiosa, quella di Papa Francesco, accolto a Central Park da 80,000 persone, 20,000 al Madison Square Garden, dal quale ha detto Messa e introdotto un grande concerto in suo onore. Mentre venerdì il Papa ha tenuto banco alle Nazioni Unite, e il giorno prima al Congresso americano, sabato è stato il turno dei fedeli, che hanno fatto a gara con le alte cariche religiose per aggiudicarsi un selfie con il Papa. Non è certo il primo Papa a recarsi alle Nazioni Unite, Bergoglio, ma è il primo che sia stato chiamato ad aprire l’Assemblea Generale, per di più in un anno speciale per le Nazioni Unite, che segna il 70° dalla fondazione ed il lancio dei ‘Sustainable Development Goals’, gli SDG che vanno a sostituire i vecchi obiettivi del millennio, in scadenza questo mese.

E il Papa è riuscito a dare un’introduzione molto esaustiva ai lavori di questa Assemblea Generale trattando nei suoi più di 30 minuti di discorso, un’enorme varietà di tematiche. Partendo dai nuovi Obiettivi del Millennio, Bergoglio ha parlato di iniquità, immigrazione, tecnologia, narcotraffico, nucleare, corruzione, Isis, riunendoli tutti sotto il grande cappello delle celebrazioni per i 70 anni delle Nazioni Unite. Ma è sceso anche più nello specifico, trattando della riforma dell’ONU e del debito dei Paesi in via di sviluppo, dando al proprio discorso quel sapore innovativo che ha voluto far diventare il suo marchio, l’idea di un Papa che evolve con l’evolvere dei tempi.

papa Francesco-ONU

Dopo il discorso all’ONU, il Papa si è poi recato a ‘Ground Zero’, dove ha voluto fosse organizzato un simbolico incontro con le autorità religiose, al quale hanno partecipato anche i familiari delle vittime dell’11 settembre. Papa Francesco ha voluto utilizzare questa occasione simbolica per sottolineare quanto tutte le religioni debbano lavorare assieme, pur mantenendo le proprie differenze, per un futuro di pace. Il Papa si è poi recato in una scuola di Harlem, a dimostrazione dei diversi volti che il Vaticano ha voluto dare a questo storico viaggio. Qui Bergoglio, accolto come un messia, ha tenuto una sorta di lezione su Martin Luther King, fermandosi ad abbracciare e baciare molti dei bambini presenti, nonostante le proteste degli addetti alla sicurezza.

Un insieme di momenti commoventi, ufficiali, storici quello della visita appena conclusa, che lascia in territorio americano molte forti sensazioni. Bergoglio ha voluto dare alla propria visita un carattere dirompente, per quanto concesso dal proprio ruolo, e la sensazione è che abbia scompaginato molti degli equilibri, anche della corsa alle presidenziali del prossimo anno. Se, infatti, questo Papa si è confermato come figura particolarmente carismatica e gradita alla cosiddetta “gente comune”, ha anche creato non pochi imbarazzi all’interno del partito repubblicano, schierandosi apertamente contro le armi e a favore dei più poveri, in questo regalando gioco facile ai Democratici, e specialmente a Bernie Sanders, il candidato apertamente socialista la cui campagna sta riscuotendo un incredibile, e di certo inaspettato, favore. Una visita, quindi, decisamente di successo, tanto per il Vaticano, che parte sapendo di aver conquistato i cuori di molti fra i potenti e meno potenti, quanto per le autorità locali, che hanno dimostrato di riuscire a gestire una visita tanto complicata in un momento molto particolare, sia politicamente che in termini di sicurezza e che hanno tutte le intenzioni di spendere questa carta importante per le prossime presidenziali.

Costanza Sciubba Caniglia 

«Devastazione e sofferenze senza precedenti a Gaza»

Gaza-bombardamentiNew York, 24 giugno – Un nuovo capitolo nella infinita guerra fra Israele e Palestina cerca di fare il punto su quanto avvenuto nella violenta ripresa dei combattimenti nell’estate dello scorso anno. Tramite il rapporto presentato a Ginevra lo scorso 22 giugno, la Commissione indipendente delle Nazioni Unite incaricata di riferire sul conflitto di Gaza del 2014 ha cercato di stabilire alcuni punti fermi nell’ambito di una questione che presenta ancora  molti  lati oscuri, tanto per quanto riguarda Israele quanto per i gruppi armati palestinesi.

“Uno scenario di devastazione e sofferenza” così il giudice Mary McGowan Davis, a capo della Commissione, descrive quello di fronte al quale si sono trovati gli emissari delle Nazioni Unite durante un’indagine che, iniziata a conflitto ancora in corso, ha necessitato di quasi un anno per presentare un documento che probabilmente verrà utilizzato come base per un futuro processo della Corte Penale Internazionale. Nel corso di una guerra che ha portato alla morte di almeno 1462 civili palestinesi e 6 israeliani (più 1600 feriti),  continua il rapporto, “l’ampiezza della devastazione e della sofferenza umana a Gaza è stata senza precedenti e avrà un impatto sulle generazioni future”.

Gaza-bombardamenti-civili

Particolarmente violenta sia nei risultati che nelle modalità di esecuzione degli attacchi, infatti, la guerra dello scorso anno, seppur relativamente breve, ha stabilito dei precedenti pericolosi. La discussa pratica del roof knocking israeliano, il “bussare” sui tetti degli edifici che stanno per essere colpiti, per “dare modo alla popolazione civile di fuggire”, ne è il primo esempio. Nell’utilizzare strumenti estremamente precisi per colpire gli obiettivi, che hanno portato alla distruzione di circa 18mila edifici negli appena 51 giorni di durata del conflitto, infatti, Israele ha utilizzato questa tecnica per giustificare l’uccisione di civili, che se non fuggiti in tempo sarebbero da considerarsi a tutti gli effetti “combattenti”, ma che in realtà avevano a disposizione un tempo del tutto insufficiente per mettersi in salvo, ma nello stesso tempo non è riuscita a spiegare perché dei palazzi civili fossero, in primo luogo, da considerarsi degli adeguati obiettivi militari. Grazie a questa strategia,  la breve ma devastante operazione dello scorso anno, il cosiddetto Protective edge, ha totalizzato, in meno di due mesi guerra, un numero impressionante di vittime civili palestinesi, un terzo delle quali costituito da bambini, tra i quali anche i quattro cuginetti uccisi sulla spiaggia che sono diventati il simbolo di un conflitto nel quale l’esasperazione reciproca ha portato a una cancellazione non solo dei diritti umani, ma anche dei più elementari sentimenti di empatia.

Da una parte è ancora forte nell’opinione pubblica l’immagine dei civili israeliani che, sdraio all’aperto e birra in mano, si godono le esplosioni su Gaza con lo stesso entusiasmo che nel resto del mondo si stava dedicando ai Mondiali di calcio, dall’altra il rapporto delle Nazioni Unite, seppure decisamente aspro con Israele, non è affatto tenero neppure nei confronti di Hamas. La scoperta di un fitto reticolo di tunnel che da Gaza portano ad Israele, utilizzati per tendere agguati ai soldati, furono infatti uno degli elementi principali che portarono all’esplosione del conflitto, terrorizzando la popolazione israeliana. In quei lunghi mesi, da Hamas sono arrivati circa 7mila fra razzi e colpi di mortaio, a fare da contraltare ai 6mila raid aerei e 50mila colpi da terra israeliani.

Gaza-civili-bombardamenti

Si tratta, come sempre, di un’opposizione di forze altamente sbilanciate ma che stavolta hanno entrambe portato lo scontro all’estremo delle proprie possibilità. Il documento finale sulla guerra di Gaza, è stato anticipato l’11 giugno scorso da alcune dichiarazioni del primo ministro israeliano Netanyahu, che nel presentare il rapporto della commissione israeliana, ha voluto definire quella dell’ONU verso Israele “una vera e propria ossessione” e il rapporto che ne è conseguito “motivato politicamente e moralmente imperfetto”, in quanto non distinguerebbe fra il comportamento morale dello stato ebraico e le organizzazioni terroristiche che questo si è trovato a fronteggiare.

Israele, ribadisce ancora una volta Netanyahu secondo il suo ormai stanco leitmotiv “non commette crimini di guerra”. Un’affermazione palesemente smentita dai fatti, che serve solamente a mettere le mani avanti rispetto ad una futura indagine della Corte Penale Internazionale. Proprio questo è l’auspicio del portavoce di Hamas, Sami Abu Zuhri, il quale chiede che il rapporto venga sottoposto al più presto all’autorità della Corte perché accerti le responsabilità di Israele. Quale che sia il risultato di questa inchiesta, tuttavia, un elemento appare chiaro a tutti: a meno di grossi cambiamenti nei negoziati di pace (una flebile speranza viene dalle non confermate voci di attivi colloqui informali fra le parti), una ripresa del conflitto sembra davvero inevitabile e la nuova stagione del governo Netanyahu non ispira di certo un grande ottimismo.

Costanza Sciubba Caniglia 

 

 

 

 

ONU. Netanyahu rischia il totale isolamento

Benjamin 'Bibi' Netanyahu

Benjamin ‘Bibi’ Netanyahu

New York, 24 marzo – Stati Uniti ed Israele, causa l’apertura dei primi verso l’arci nemico storico del secondo, non sono mai stati tanto ai ferri corti come in questo momento. E l’inaspettata vittoria di “Bibi” Netanyahu alle elezioni della settimana scorsa, arrivata pochi giorni dopo un’apparizione al Congresso americano del primo ministro israeliano molto poco gradita alla Casa Bianca, non sembra certo aver migliorato la situazione. Soprattutto perché spinge ancora una volta più indietro la possibilità di un avanzamento dei negoziati per la pace, sui quali gli Stati Uniti hanno speso la faccia da decenni e su cui non sembrano avere più lo stesso tipo di atteggiamento comprensivo e di supporto che hanno mantenuto fino a questo momento.

Oggi, tuttavia, gli Stati Uniti hanno deciso di smorzare la tensione con l’alleato medio orientale, prendendosi però dall’altra parte, il biasimo della comunità internazionale, e specialmente degli alleati europei.

Così come avvenuto l’anno scorso, infatti, gli Stati Uniti hanno deciso, in appoggio ad Israele, di non partecipare al Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite a Ginevra, in aperta opposizione con l’ormai famigerato punto 7 dell’agenda, la risoluzione che biasima Israele per i suoi comportamenti, definiti veri e propri crimini di guerra. Israele, infatti, vanta un poco lusinghiero primato, quello di essere l’unico Paese al mondo ad avere un punto specifico dell’agenda esclusivamente dedicato, quello sulle ripetute violazioni dei diritti umani (tra cui l’occupazione stessa dei territori) compiute da Israele nei territori palestinesi. Proprio in ragione dell’esistenza di questo punto, gli Stati Uniti non partecipano alle sedute del Consiglio dal marzo del 2013, facendo seguito ad un accordo ufficiale con Israele di ottobre 2013.

Così, mentre l’Unione Europea ribadiva “L’urgenza di rinnovati, strutturati e sostanziali sforzi verso la pace”, e gli Stati arabi, uniti sotto la dichiarazione del rappresentante del Bahrein, dichiaravano che le violazioni dei diritti umani compiute da Israele durante la guerra di Gaza del 2014 (dove hanno perso la vita 2.230 palestinesi, di maggioranza civili e 70 israeliani, per la maggior parte soldati) sono talmente gravi da costituire crimini contro l’umanità, l’ambasciatore americano presso il Consiglio dei diritti umani, Keith Harper, sceglieva di non partecipare alla seduta, impegnato in un tempestivo viaggio a Washington, e di rilasciare invece una dichiarazione nella quale si rende noto l’appoggio ad Israele.

“L’atteggiamento degli Stati Uniti verso la risoluzione 7” si legge nella dichiarazione “non è cambiato”; come l’anno scorso, difatti, tanto Israele quanto gli Stati Uniti non hanno partecipato al Consiglio, considerando che l’esistenza stessa del punto 7 “manca di legittimità” e così “qualunque risoluzione del Consiglio dei diritti umani che da questa potrebbe derivare o deriva”.

Nel frattempo l’indonesiano Makarim Wibisono, rappresentante speciale per le Nazioni Unite per la guerra a Gaza, sta per presentare il proprio rapporto, dal quale non c’è certo da aspettarsi niente di buono per Israele, vista la durezza delle dichiarazioni che ha rilasciato oggi in consiglio. “La ferocia della distruzione e l’altissima proporzione di vite di civili perse a Gaza causa seri dubbi sull’aderenza di Israele alle leggi umanitarie internazionali”, riporta infatti Wibisono.

Israele quindi, e ancora di più dopo la vittoria di Netanyahu, non è mai stata così isolata; apertamente osteggiata dalla comunità internazionale e non potendosi più poggiare ad una sponda americana, il rischio è che si richiuda su se stessa, aumentando da una parte la propaganda securitaria e dall’altra l’aggressività verso i territori palestinesi. Per quanto riguarda gli americani, fatta salva una certa cautela nei confronti di un alleato che continua ad annoverare notevolissimi appoggi all’interno degli Stati Uniti, non sembra che la situazione abbia a risolversi a breve.

Il sussistere dell’appoggio verso questa battaglia di Israele, infatti, non è necessariamente da leggersi come un segnale di distensione fra i due alleati né tanto meno fa necessariamente presagire un miglioramento nei rapporti nel breve termine, ma si configura, piuttosto, come un tentativo di non gettare ulteriore benzina su di un fuoco già molto esteso e che al momento non sembra affatto prossimo a spegnersi.

Costanza Sciubba Caniglia

Ban Ki-moon: “Fondamentale il ruolo dell’Italia”

Ban Ki Mooon-Renzi-RomaNew York, 19 marzo – C’è un grande potenziale nella politica estera italiana, che non si riesce ancora a sfruttare a pieno, e che è allo stesso tempo un grosso rischio: l’Italia, come è noto, è essenziale per le politiche del Mediterraneo, e di conseguenza per quelle, ad oggi particolarmente centrali, del Medio Oriente. In particolare, oggi all’Italia si richiede di assumere un ruolo di primo piano nella risoluzione del disastro libico, che sembra – piuttosto – peggiorare. Continua a leggere

Usa e Israele ai ferri corti
sul nucleare iraniano

nethanyauNew York, 3 marzo 2015 – Troubles in Paradise oggi a Washington DC, dove i due super alleati, Stati Uniti e Israele stanno venendo ai ferri corti sulla questione del nucleare iraniano. Nonostante ambo le parti stiano cercando disperatamente di salvare almeno le apparenze, da salvare è rimasto ben poco e le imbarazzate dichiarazioni dei leader dei due Paesi non fanno che confermarlo.

A due settimane dalle elezioni in Israele, invitato dai Repubblicani e senza aver dato comunicazione, o aspettato l’approvazione, della Casa Bianca, il presidente israeliano Benjamin Netanyhau ha oggi riferito sull’argomento di fronte al Congresso Americano. Un gesto che non è piaciuto affatto al presidente Obama, e che ha creato grande imbarazzo anche fra gli ebrei democratici (circa il 70% dell’elettorato di origine ebraica).

Grandi assenti il vice presidente Joe Biden (anche segretario del Senato) e ben 50 parlamentari democratici, tra cui una dozzina di ebrei. Al discorso di Netanyhau, che ha sottolineato che “il nucleare in Iran minaccia l’esistenza stessa di Israele”, Obama ha ribattuto che, dal presidente Israeliano, non è venuta “alcuna nuova idea, ma solo una retorica opposizione”.

Al centro delle tensioni fra i due Paesi l’accordo sul nucleare iraniano, sul quale Obama ha speso buona parte della sua credibilità e del suo secondo mandato. A parole l’obiettivo finale, un Iran denuclearizzato, è lo stesso; ma le differenze sostanziali sono nelle modalità con le quali condurre le negoziazioni. Se, infatti, la posizione di Israele contro il proprio nemico principale non è mai cambiata, gli Stati Uniti hanno invece, da circa due anni, aperto ad un riavvicinamento con la diplomazia iraniana che ha portato a delineare una linea di intervento che prevede l’interruzione degli esperimenti nucleari solo per un periodo di 10-15 anni.

Quello che gli Stati Uniti credono e sperano, sostanzialmente, è che in questi 15 anni l’Iran veda affacciarsi una nuova leadership più progressista e democratica, che non riterrà più necessaria la costruzione di una bomba nucleare. Anche se questa dovesse rivelarsi un’utopia, tuttavia, Obama preferisce mantenere aperti i rapporti con l’Iran, e cercare di trovare una soluzione comune, piuttosto che opporsi a priori come ha sempre fatto, a fianco dell’alleato israeliano, perché, come ha dichiarato in un’intervista di risposta all’intervento del presidente israeliano, “se un accordo non sarà raggiunto, l’Iran continuerà i propri esperimenti, sui quali però non avremo più nessun controllo”. Israele, continua il presidente americano, non offre alternative, ma chiede solo che non si faccia alcun accordo; una posizione che gli americani decisamente non intendono sottoscrivere.

A poco sono servite le dichiarazioni di ieri dell’Ambasciatore USA presso le Nazioni Unite, Samantha Power, che in un discorso di fronte all’Aipac, l’American Israel Public Affairs Committee (la più grande lobby di ebrei americani), ha sostenuto che il rapporto fra Stati Uniti ed Israele non deve mai confondere le differenze di policies con l’appoggio incondizionato all’alleato medio orientale. “La partnership USA-Israele” ha continuato la Power, “trascende la politica, e lo farà sempre”. Come a poco sono servite le rassicurazioni di Netanyhau stesso, che ha paragonato i rapporti con l’alleato americano a delle discordie in famiglia, assicurando, però, che i rapporti non siano mai stati più solidi.

Mentre due giorni fa il segretario di Stato Americano John Kerry, di fronte allo Human Rights Council delle Nazioni Unite a Ginevra si spendeva a difendere Israele dai supposti “pregiudizi” della comunità internazionale, spostando l’attenzione verso Paesi “meno rispettosi dei diritti umani”, e affermando che questi pregiudizi non fanno altro che minare la credibilità dell’organizzazione stessa (salvo poi incontrarsi subito dopo con il ministro degli Esteri iraniano), l’imbarazzo con cui veniva accolta la visita del Presidente israeliano raccontava un’altra verità. I rapporti USA-Israele non sono mai stati così tesi e, per il momento, non sembra che nessuno dei due sia disposto a fare passi verso l’altro. Per avere un’idea più chiara della situazione futura bisognerà, allora, aspettare almeno due settimane, almeno fino alle elezioni israeliane.

Costanza Sciubba Caniglia