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Cristiano Vidali

Pochi giorni alla chiusura
della retrospettiva
dedicata a Van Gogh

Paesaggio con covoni e luna che sorgeCentoventicinque anni fa, Vincent Van Gogh sciolse le membra all’ombra solare, dedicando un silenzioso addio ai colori e gli odori della propria culla terrestre. La memoria di una tale scomparsa umana ed artistica è confluita nella mostra milanese “Van Gogh – L’uomo e la terra” che, dopo un auspicato prolungamento, si concluderà fra pochi giorni. Con l’inaugurazione del programma internazionale “Van Gogh 2015” da parte della Van Gogh Europe Foundation, affiancato dalla lieta partnership di Expo e del Gruppo Unipol, il capoluogo lombardo ha ammannito una particolare quanto essenziale lettura della vita dell’artista, in un viaggo che ne ripercorre le esperienze artistiche soffermandosi sulla costante intersezione con la Natura e con il torvo tepore della terra.

La curatrice principale della mostra, la critica d’arte anglosassone Kathleen Adler, ha disposto ben quarantasette opere, perlopiù ereditate dal Kröller-Müller di Otterlo, scandite in sei sezioni suggestive e tematicamente suddivise fra attenzioni ritrattistiche, nature morte e potenti paesaggi. Il percorso nella poetica del pittore olandese attraversa la totalità della sua esperienza: dagli studi embrionali con la propria terra sotto le vocazionali pressioni religiose del padre, fino alla crescita artistica e l’adorante influenza della scuola impressionista francese, per confluire, infine, nella tarda maturità timidamente allucinata presso la clinica di Saint-Remy de Provence; qui il libero rapporto consolatorio con l’arte getta Van Gogh nella sana ossessione che lo riporta ad una lontana naturalezza di cui il mondo è dimentico.

È possibile, così, scorgere la maturazione artistica dell’artista, assistendo ai suoi primi oscillanti studi dal vero, segnati da colori limacciosi e linee ancora approssimate alla visione, fino ad ammirare la svolta cromatica e il potente arricchimento della tavolozza dopo il contagio parigino, interiorizzato e reinterpretato da Van Gogh in modo assolutamente personale ed inedito.

Il celebre "Autoritratto" di Van Gogh, 1887

Il celebre “Autoritratto” di Van Gogh, 1887

Come emblemi costellanti una vita dedita alla fatica artistica, la mostra espone opere quali “Il ritratto di Joseph Roulin”, che, insieme all’introduttivo “Autoritratto” dell’ ’87, testimonia la significativa quanto influente presenza vangoghiana nella storia della ritrattistica pittorica; spiccano, inoltre, alcune prove del fascino provenzale come “La Veduta di Saintes Marie de la Mer”, oltre al celebre “Paesaggio con covoni e luna che sorge”, realizzato un anno prima della morte.

Conclusivamente, l’attraversamento della tortuosa vita dell’artista è arricchito da un commovente carteggio intrattenuto con il premuroso fratello minore Théo: una poderosa quanto indispensabile risorsa per l’accesso al complesso quanto sensibile pensiero dell’artista olandese. Le parole di Van Gogh, scrittoriamente molto raffinate, narrano con naturalezza e profonda umanità le esperienze vissute in prima persona, fra l’ingenua fascinazione di fronte alla pittura francese, la candida ammirazione per Millet e tutte quelle serpeggianti insicurezze, gli ardimenti sofferti ed i silenzi ossessivi. La mostra, così, ricostruisce sensibilmente quello che è il fragile idillio di Van Gogh, un ombelicale candore artistico che, confrontandosi con la minacciosa umanità, con una garrula natura che abortisce ambiguamente le membra fragili del proprio osservatore, si fa sempre più timoroso ed allucinato. La fine è l’affannoso rifugio nel rapporto maniacale con la pittura, il solo autenticamente artistico, in un eterno dondolio delirante fra la libera oscurità del pensiero e la luminosa prigionia del mondo.

Cristiano Vidali

La tolleranza che Resiste

Se la storia ci ha insegnato qualcosa, è l’estremo polimorfismo delle interpretazioni dell’Evento da parte dell’uomo, oltre alle infinite manifestazioni espressive di quest’ultimo. Si può intimidire con le parole e con il silenzio; si può perdonare con una mano, con uno sguardo, con un rasserenato tono di voce; si può fare una guerra con il pensiero, con le armi, con i fiori.

E la storia non smette di stupirci, perché, anche e soprattutto nei momenti di più profonda crisi politica ed antropologica, la reazione degli uomini può rivelarsi travolgentemente ingenua, quanto incontenibilmente intensa. In una contemporaneità smarrita nelle crisi identitarie, sugli aperti conflitti religiosi c’è chi misconosce le guerre concettuali seminate irresponsabilmente dalle mortifere ideologie e manifesta la propria presa di distanza con gesti dall’inesausto coinvolgimento umano.

Pochi giorni fa, sul calare della sera, si è creata ad Oslo una catena umana di ben oltre un migliaio di persone a proteggere simbolicamente la Sinagoga locale, le comunità ebraica e musulmana e, con esse, la totalità della religiosità rappresentatane. Posta sulla conclusione dello Shabbat, così da consentire agli ebrei usciti dalla Sinagoga di partecipare all’umana opera, l’iniziativa ha visto anche la copiosa partecipazione di molti non credenti solidali, costituendo una sincera ed eloquente espressione di trans-religiosità e di una laica invocazione della tolleranza.

L’“anello della pace”, com’è stato definito, è un progetto nato da una diciassettenne musulmana, Hajdar Ashrad, che ha desiderato, condivisamente con tutti i partecipanti, manifestare un temerario, risoluto diniego all’islamofobia, all’antisemitismo e, con essi, ad ogni disumano, sordido residuo di xenofobia.

Il post pubblicato su Facebook a diffondere la notizia sull’evento recitava: “Se i jihadisti vogliono usare violenza nel nome dell’Islam, devono prima passare attraverso noi musulmani. Poiché l’Islam significa proteggere i nostri fratelli e sorelle a prescindere dalla loro religione, significa superare l’odio e non sprofondare allo stesso livello dei nemici… Noi musulmani vogliano dimostrare che disprezziamo profondamente ogni tipo di odio nei confronti degli ebrei formando un cerchio umano attorno alla sinagoga”.

L’iniziativa, dunque, è una reazione ad una crisi religiosa che ha avuto recentemente innumerevoli manifestazioni, dagli attacchi terroristici ai vari conflitti attualmente realizzantisi. Meno di una settimana prima, infatti, Omar Abdel Hamid El-Hussein, figlio di migranti palestinesi, aveva ucciso due persone appiccando un incendio in una sinagoga di Copenaghen durante un evento sulla libertà d’espressione. Questa drammatica violenza, peraltro, aveva avuto, sempre in Scandinavia e nello stesso anno, precedenti analoghi, fra i quali il rogo di due moschee svedesi.

Ma, ancora una volta, c’è chi sceglie l’incendio e chi una candela per un auspicio sociale.

La Storia ci insegna, dunque, che esistono anche infiniti modi di resistere: si può resistere sparando al nemico, erigendo delle mura, strumentalizzando la retorica o, forse il più efficace, dandosi la mano e non lasciando mai più che questa ricada nella solitudine.

Cristiano Vidali

Expo 2015: un Tribunale Paradossale

Expo2015

Sabato Milano ha posto pubblicamente la domanda fatidica: “Expo: nutrire il pianeta o le multinazionali?”. A sobbarcarsi il peso del quesito è stata la Sinistra per Pisapia che, nella gremita sala Alessi di Palazzo Marino, ha organizzato una tavola rotonda per gettar luce su un progetto la cui natura, fra accuse preventive e scontate apologie, sembrava non esser mai emersa con univoca chiarezza.

I protagonisti dell’ “anti-evento”, così definito dalla stampa perché contemporaneo alla promozione della Carta di Milano condotta da Renzi nell’Hangar Bicocca, hanno negato fin dall’inizio la vena sovversiva del dibattito, tutt’altro che un tentativo di sabotaggio alla vigilia del grande evento, quanto una sensibilizzazione ai giochi di forza e alle responsabilità che vi partecipano; essi hanno, inoltre, rigettato l’etichetta dei rotocalchi, sostenendo che da molti mesi la data della conferenza era stata resa pubblica e, molto più recentemente, il premier ha collocato la sua promozione benedetta dal Papa nella stessa mattinata, catalizzandovi la stampa.

In ogni caso, malgrado le precauzioni iniziali, i partecipanti, com’era intuibile, hanno descritto criticamente fin dall’inizio il grande evento italiano, definendosi risolutamente come un gruppo di “individui che pensano che i fondi dell’Expo potessero essere utilizzati in modi migliori per i cittadini, senza sprechi di denaro, senza corruzione”.

Pur con questo fermo riferimento critico ad un progetto di cui sono stati rivelati gli evidenti conflitti di interessi, gli arrivismi, i più incauti e meschini favoreggiamenti, l’incontro si è assunto realmente la responsabilità di trattare quelle tematiche che l’Expo, malgrado le proclamazioni, ha costantemente trascurato: il diritto globale all’alimentazione, la produzione sostenibile, un ripensamento della catena di distribuzione alimentare, il ruolo di banche e multinazionali nella gestione dei prodotti. Temi che, in Bicocca, fino all’ultimo sono stati soppiantati da questioni di mera organizzazione politica.

In un dibattito della durata di quattro ore, si sono susseguiti innumerevoli ospiti quali Piero Basso, che ha denunciato le infiltraziolni mafiose nell’Expo e l’esclusione dei contadini volta all’inclusione degli sponsor, l’europarlamentare Curzio Maltese, che ha condannato la governance dell’evento, e la rinomata economista Susan George, che ha condotto un’acuta analisi sull’eccezionalità dell’odierna crisi alimentare oltre a sconfessare le azioni finanziarie dei grandi produttori, che agiscono anarchicamente senza contemplare in alcun modo le conseguenze umanitarie alimentari.

Hanno seguito Emilio Molinari, Vittorio Agnoletto e Basilio Rizzo, i quali hanno parlato dei paradossi dell’economia mondiale fra sprechi, affamati e scarti di una sovraproduzione cosmica e le imposizione gestionali nella diffusione indiscriminata di OGM; tutto ciò, fra le citazione di Gandhi, Balzac e detti indiani.

A concludere le trattazioni è stato l’atteso Moni Ovadia, che, in una costante lode dell’equità come fondamento di ogni diritto, ha sconfessato l’antico homo homini lupus sostenendo che, di fronte alle multinazionali e le associali finanziarie corporative, l’uomo è impotente e l’onesta concorrenza è solo un fantasma narrato. Dopo una condanna alla kermesse renziana nel linguaggio del potere, che esclude i coltivatori e somiglia ad una nuova Leopolda per ricchi, il drammaturgo conclude invocando una buona politica che prevenga la febbre della disillusione, contrariamente all’Expo, battezzata come “un pugno di speculatori che mangiano con la nostra democrazia”, mentre “mangiare e bere non devono essere atti di sopravvivenza, ma atti di vita”.

Nell’evento che Renzi discute con la Fondazione Barilla non si garantisce alcun sussidio, né si pubblicizzano le risorse dell’acqua pubblica, ma si fa l’appello di una costellazione di multinazionali spregiudicate, quali Nestlé, Monsanto, Syngenta, Bayer, Coca Cola ed infinite altre. I grandi assenti sono le braccia ossute, le pance e le tasche vuote.

Ad emergere complessivamente è l’immagine tendenziosa di un corrotto circolo apparentemente caritatevole, che imbocca lucullianamente gli abbienti e ai poveri, bestie metaforiche, getta qualche avanzo. Il suo significato: una grande ammonizione a non abbassare la guardia alle illegittime legittimazioni dell’Expo e a prestare ulteriore attenzione alla sua eredità, al post-evento, al lascito di una grande abbuffata monetaria.

Le prime grandi Esposizioni universali, quelle londinese e parigina che videro sorgere il Crystal Palace o “il mostro di ferro”, la Torre Eiffel, tutte prontamente criticate dagli intellettuali, erano armate di un’idea ben precisa: un’approssimazione all’uguaglianza con l’aumento della produzione. Ora sappiamo che l’esito di tale manovra è esattamente contrario e che, nell’adempienza alla moltiplicazione del capitale ignorante le affamate individualità, i paradossi che abitano il globo ne sono le testimonianze partorite. Quello di Milano, allora, sarà un grande evento solo imponendo perentoriamente un ripensamento della distribuzione alimentare, delle catene produttive, del ruolo delle multinazionali in tutto questo; ma finché l’imputato è assurto al ruolo di giudice, non è illogico dubitare che tutto questo possa realmente accadere…
Cristiano Vidali

Memoria di un’immemore bugia

Se ci si interrogasse sulla necessità di una Giornata della Memoria non vi sarebbe alcun dubbio: è irrinunciabile commemorare gli orrori passati e riflettere sulla storia. Ma se si spingesse oltre l’interrogativo posto, il dubbio ad emergere sarebbe: quale storia ricordare?

La testimonianza di David Simon Sullam, docente di Storia Contemporanea all’Università Ca’ Foscari di Venezia, è precisamente un intorbidimento di quell’appuntamento con la memoria in cui la bilancia dell’innocenza e la colpevolezza non è mai stata messa in discussione.

La separazione fra iniquità e carità, che la storia ci consegna come indistinte, viene condotta dal professore ebreo nel libro dal titolo urticante “I carnefici italiani”. Nella ricorrenza del 27 gennaio, il giorno della liberazione di Auschwitz per mano sovietica, il peso di uno dei maggiori crimini dell’umanità, 15 milioni di vittime, ottenebra inevitabilmente il ruolo dell’Italia; si tratta, allora, di indossare una storica onestà e ridiscutere questo macabro gioco delle parti, anche a costo di minacciare la coscienza italiana e la sua ostentata limpidezza.

Nel 1938 vengono varate nel nostro Paese le leggi razziali fasciste, quelle che i libri di storia descrivono tradizionalmente come non appartenenti alla nostra cultura e modellate sullo stampo tedesco. Solo in quell’anno, i corpi stanati in seguito al censimento della popolazione di “razza ebraica” sono oltre centocinquanta. Nella diffidenza disseminata dallo spettro di una guerra civile, lo zelo antisemita si protrae fino al 1945 in tutte le grandi città ed in innumerevoli realtà minori: i beni degli ebrei vengono sequestrati, le loro abitazioni sigillate o donate ad altri italiani. La violenza si consolida in prassi e, nella condivisa omertà, si erge a norma legittima.

L’organismo dello sterminio poté funzionare grazie ad una moltiplicazione dei ruoli, ognuno funzionale e necessario quanto innocente. Forze armate, consapevoli incaricati dei trasporti o civili qualsiasi: nessuna categoria esitò nel riconoscere un semplice capro espiatorio già additato ed immolarlo impunemente come comodo anello di una catena del profitto. Il prodotto di questa alacre macchina della morte di mano italiana ammonta a 8.869 vittime, molte delle quali deportate in Germania, alcune uccise da tedeschi ed italiani, altre ancora sottratte alla vita da soli italiani.

Quello del nostro Paese è stato un collaborazionismo a tutti gli effetti, ma ha anche rivelato che l’attitudine xenofoba apparteneva alle radici italiane senza alcuna importazione. Il corpus delle leggi razziali, infatti, sopravvisse intatto fino a Badoglio, ma anche negli anni a venire fu abrogato solo gradualmente e con moderazione. Oltre a ciò, è doveroso ricordare il domestico campo di concentramento bolzanino, la nascita tutt’altro che sporadica di ghetti, le innumerevoli istanze di confino e la persistenza pluridecennale del termine razza.

Difficile sostenere che la nostra sia stata solo una partecipazione passiva, una costrizione a cui non era possibile sottrarsi: almeno metà degli arresti di ebrei fu condotta da nostri connazionali senza ordini o diretta partecipazione dei tedeschi. La stampa ed i media dell’epoca mistificarono considerevolmente questi dati, consegnando così alla storia l’immagine del ‘buon italiano’ innocente o, se eccezionalmente colpevole, costretto dalle circostanza oggettive.

Lo svezzamento forzato di numerose famiglie fu a tutti gli effetti un genocidio di cui le pagine dei nostri libri non hanno avuto il coraggio di macchiarsi, così da arginare totalmente l’eventualità di una Norimberga italiana o di qualsiasi altra forma giudiziaria minore. Ma i bilanci sopra citati pesano notevolmente sulla nostra coscienza, e lo fanno ancor maggiormente sul cuore di David Simon Sullam che, senza l’aiuto caritatevole di coloro che hanno offerto un domestico asilo alla sua famiglia, dilaniata inesorabilmente da alcune perdite, non sarebbe affatto nato.

A mettere in discussione l’effettiva integrità del nostro facile minuto di silenzio è il ruggente belato di un professore ebreo, la cui scomoda testimonianza è un’irruente voce fuori campo capace di denunciare una metastasi nazionale che sulle nostre spalle esercita ancora solo il peso dell’etere.

Quello italiano è un secolare silenzio degli innocenti partecipanti ad un sacrificio cosmico, un sussurro che ha dimessamente manifestato il proprio consenso e, senza dire una parola, ha indicato con lo sguardo l’indifesa vittima minoritaria da consegnare impunemente alla morte.

L’ebreo non è solo una figura storica, né l’antisemitismo un sentimento irrazionale di una nazione in crisi; essi sono, piuttosto, la somma manifestazione del rapporto con l’Altro ed il seme xenofobo insito come un tarlo in ogni relazione. La Shoah dev’essere oggi accolta nella sua totalità per diventare un punto di partenza di una strutturale riflessione sulla diversità, le fondamenta che impediscano al nostro mondo di barattare la propria anima con il profitto e la convenienza. La memoria, oggi, deve sigillare indelebilmente nelle leggi della storia che la vita dell’uomo non ha prezzo alcuno.

Cristiano Vidali

Addio a Franco Nicolazzi

Un’altra scomparsa fra i veterani della Prima Repubblica: è morto giovedì scorso l’ex-socialista Franco Nicolazzi. Il decesso è avvenuto durante la notte, in una clinica di Arona (Novara), dove era ricoverato da due settimane in gravi condizioni dopo il primo malore, manifestatosi il 3 gennaio. I funerali sono stati celebrati sabato a Gattico, città natale del politico, il giorno successivo all’allestimento della camera ardente nella sala consiliare del Comune.

Nicolazzi, che avrebbe raggiunto a breve l’età di 91 anni, è stato uno dei protagonisti del nostro novecento repubblicano. Dopo una giovane militanza nelle Brigate Matteotti, contribuì alla fondazione del Partito Socialista Democratico Italiano nel ’48 insieme a Giuseppe Saragat. Nel trentennio della sua presenza parlamentare è stato due volte ministro, dell’industria e successivamente dei lavori pubblici, fino a ricoprire il ruolo di segretario del Psdi negli ultimi anni Ottanta.

Durante gli incarichi ministeriali ha introdotto il principio del “silenzio-assenso” nelle richieste di autorizzazioni alla Pubblica Amministrazione, oltre al favorimento di nuove costruzioni autostradali lombarde. Fra queste, si ricorda la realizzazione dell’autostrada Voltri-Sempione e l’ampliamento della Tangenziale di Milano. Durante Tangentopoli, fu condannato per concussione nel processo delle “carceri d’oro”; la sentenza ne determinò il ritiro dalla vita politica.

Numerose le espressioni di cordoglio per la scomparsa del politico. Fra queste le parole di Stefania Craxi, già sottosegretario agli Esteri, che ne ha elogiato il lungo impegno politico e il ricordo del segretario nazionale della Lega Nord, Roberto Cola, che l’ha definito “un uomo di grande spessore, umano e politico” oltre che “un amico”. Fra il giovane fervore politico e gli scandali giudiziari, un altro tassello della storia italiana si smarrisce e a firmare il ricambio generazionale nel mondo politico è il lento incedere dell’inesorabilità.

Cristiano Vidali 

‘Numero Zero’, leggere
la polvere della Storia

Numero-zero-EcoQual è il ruolo dello scrittore, demiurgo degli infiniti ma impensabili mondi possibili, quando la realtà è più paradossale della finzione? Questa inverosimile questione sembra essere il nucleo concettuale che intesse la trama del nuovo romanzo di Umberto Eco.

Edito da Bompiani, “Numero Zero” è il titolo dell’ultima fatica letteraria dell’intellettuale italiano, che ha ricominciato ad affollare le librerie dal 9 Gennaio. Un thriller, ma non così facilmente riconducibile ad una riduttiva etichetta di genere.

A far da sfondo all’intera vicenda, ambientata nella primavera del 1992, è una Milano grottesca e deforme, teatro di corruzione, illegalità e manipolazioni mediatiche. La voce narrante è un colto giornalista approdato in una torbida redazione, responsabile di ricatti ed intimidazioni e fulcro innumerevoli relazioni illecite.

È un’epopea visionaria quella che Colonna, questo il nome del protagonista, conduce attraverso l’oscurità di Tangentopoli, Mani Pulite, lo sfatamento della Prima Repubblica e l’imposizione del berlusconismo e del suo modello mediatico; una coltre di bieche fraudolenze impunite che hanno marcato lo strascico degli anni ’90. Alla fine delle allucinate vicissitudini, quel che resta è un gordiano intreccio di una mendica umanità disorientata ove onestà e corruzione appaiono ormai indistinguibili.

Un’opera dalla sapiente sottigliezza narrativa che prosegue, almeno idealmente, la lettura critica dell’oscurantismo e le tematiche complottistiche abbordate nel “Pendolo di Foucault”.

Eco non redige solo un raffinato noir, ma conduce una profonda ed impegnata riflessione sull’effettualità dell’evento, sulla possibilità di una sua ricostruibilità storica e il suo malato rapporto con la comunicazione, oltre ad interrogare la possibilità di un riscatto dell’informazione, ormai degradata a losco marketing verbale.

Emerge, così, la figura di un uomo che soggiace all’economia del privilegio e non acquisisce mai coscienza del granitico peso etico della parola, la sola penna che ritaglia i contorni del nulla e ne partorisce la Storia.

Cristiano Vidali