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Daniele Fichera

Marianetti e il valore dell’unità

Ieri Ottaviano Del Turco e Mauro Del Bue, con intelligenza e affetto, hanno ricordato la figura di Dino Marianetti autorevole leader della componente socialista della CGIL per oltre un decennio. A me viene naturale aggiungere il ricordo del Marianetti politico, deputato e dirigente socialista, animatore e riferimento di una comunità di socialisti laziali che più che sostenerlo ha ricevuto da lui, anche dopo la sua uscita dalla politica attiva, un sostegno morale e intellettuale che non è mai venuto meno.

Nella sua straordinaria autobiografia – “Io c’ero”, edizioni l’Ornitorinco, cui ha lavorato con passione nei mesi della malattia – Dino rievoca le sue battaglie politiche: il progetto per l’autoriforma del PSI, lungimirante tentativo di intervenire sule degenerazioni della forma partito allora sottovalutate; la proposta di legge per la riduzione del numero delle preferenze, che anticipava il tema che fu al centro del primo referendum di Segni e dei radicali con un approccio autenticamente riformista finalizzato alla salvaguardia e non alla distruzione della rappresentanza democratica; quella per l’istituzione del reddito di cittadinanza, in una versione mirata rivolta alle aree di vero bisogno e non in quella demagogico populista che oggi viene riproposta; il suo ruolo di regista politico della sfida che portò i socialisti ad eleggere Franco Carraro sindaco di Roma e ad ottenere uno dei migliori risultati elettorali della loro storia.

Ma non posso esimermi anche dal ricordare l’uomo Marianetti, l’amico paterno, la persona cui in tanti ci rivolgevamo per un consiglio quando dovevamo prendere una decisione importante o affrontare una situazione complessa. Perché Dino, anche quando aveva abbandonato ogni ruolo pubblico, era sempre pronto ad offrire con generosità la sua intelligenza e la sua umanità, sapeva ascoltare e sapeva con le sue domande aiutare a comprendere le questioni nella loro complessità. L’uomo Marianetti si è tenuto in disparte dalla vita pubblica nell’ultimo ventennio, ferito profondamente dall’essere stato coinvolto in tangentopoli “del tutto ingiustamente” – come scrive oggi Vittorio Emiliani sul Corriere della Sera- o addirittura per un paradossale meccanismo kafkiano (cioè proprio perché onesto ed estraneo) che è stato descritto da un autorevolissimo osservatore come Giuseppe De Rita appena due giorni fa durante la presentazione alla Camera del libro di Dino, ma non ha mai smesso di essere socialista e di rivendicarlo.

Nel 2013 tornò a parlare pubblico, insieme a Riccardo Nencini, a sostegno della mia candidatura nella liste del PSI per le regionali laziali, e non solo per l’affetto che ci legava, ma anche – e forse soprattutto – perché valutava quella lista come un tentativo, seppur minore e parziale, di riunire i socialisti e di riaffermare il senso di una presenza politica riformista in un panorama politico che giudicava sterile e involuto.

Anche in questi anni difficili, in cui non mancavano per lui motivi di amarezza politica, Dino non si è mai fatto prendere dalle malmostose polemiche fratricide in cui troppo spesso noi “reduci” socialisti tendiamo a cadere. Benché avesse, forse molto più di altri, l’autorità morale per farlo non gli ho mai sentito distribuire patenti di “vero” o “falso” socialismo a questo o a quello. Non condivideva, soprattutto, la nostra attitudine alla demolizione di ogni tentativo di rianimare la nostra presenza politica attraverso la continua delegittimazione di chi questi tentativi opera. Anche per questo, pur avendo alcune riserve sulla posizione attuale del Partito, ha fortemente voluto che fosse il segretario del PSI ad introdurre la presentazione del suo libro alla Camera. Comprendeva, anche se quando lo riteneva opportuno criticava, le ragioni “politiche” che stavano a monte delle diverse scelte compiute dai diversi compagni della diaspora socialista perché lui stesso era consapevole della complessità della nostra identità.

Ragionammo insieme, una volta, sul fatto che dentro ciascuno di noi convivono la tradizionale identità “solidaristica” che deriva dalla nostra storia secolare, quella “modernizzatrice” che sviluppammo con grande vigore negli anni ’80 e, infine, quella “garantista” alimentata dalla consapevolezza dei torti subiti nella stagione di tangentopoli. La prevalenza dell’una o dell’altra di queste identità può averci portato, in questi anni, a collocarci in posizioni diverse dello schieramento politico secondo repubblicano (o a starne fuori come nel suo caso). Ma quando le ragioni erano politiche e non opportunistiche, secondo Marianetti , andavano comunque rispettate. In questo quadro fu per lui motivo di grande conforto il gesto compiuto da Fabrizio Cicchitto e da altri di formulare un simbolico voto alla sua persona in occasione delle ultime elezioni per il Presidente della Repubblica.

Personalmente mi auguro che questo tratto della sua eredità politica non venga disperso. E che magari, anche nel suo nome, si possa creare qualche occasione in cui i socialisti, vecchi e nuovi, si incontrino per discutere, se del caso litigare, ma senza scomuniche o richieste di abiure.

Daniele Fichera

Perchè è importante (e possibile) il premio di coalizione

Nel suo post del 20 agosto Riccardo Nencini ha dato una indicazione importante sull’impegno del PSI a favore di una modifica della legge elettorale che sposti il premio di maggioranza dalla singola lista alla coalizione. Personalmente considero l’Italicum una discreta legge, certamente migliore sia del Porcellum sia del Mattarellum, perché affida alla consapevole scelta degli elettori la definizione delle maggioranze parlamentari e quindi dei ruoli di governo e di opposizione. L’aspetto più critico è costituito proprio dal premio di lista, che di fatto obbliga ad accordi “preventivi” tra le forze politiche potenzialmente alleate. Accordi da gestire attraverso trattative di vertice, basate teoricamente sui presunti rapporti di forza e concretamente su una combinazione assai poco trasparente di deterrenze e cooptazioni. Chiunque abbia partecipato ai “tavoli” in cui venivano definite le candidature nei collegi del Mattarellum può dare testimonianza delle degenerazioni che tali percorsi producono.

La principale argomentazione utilizzata, nel centro sinistra, contro il premio di coalizione è il ricordo delle difficoltà prodiane nei rapporti con l’alleato Rifondazione. Ma le vicende che coinvolgono il mega gruppo parlamentare del PD in questa legislatura testimoniano come la unicità della lista non metta affatto al riparo da costanti fibrillazioni parlamentari, più o meno strumentali alla definizione degli equilibri interni di partito. Rispetto a questi giochi di palazzo i conflitti e le mediazioni tra soggetti politici diversi, che hanno un’identità riconoscibile come tale degli elettori (ed un peso politico basato sui consensi effettivamente ottenuti), appaiono come processi molto più trasparenti, gestibili e democraticamente valutabili.

Non va dimenticato, inoltre, che siamo in una fase di crescente distacco della opinione pubblica dalla partecipazione politica ed elettorale, rispetto alla quale la maggiore articolazione dell’offerta politica nell’ambito delle coalizioni può costituire un significativo, anche se parziale, fattore di contrasto consentendo una più ampia gamma di articolazione dell’offerta di rappresentanza di interessi e valori. E’, inoltre, evidente che per i socialisti il passaggio dal premio di lista a quello di coalizione ha anche un significato specifico. Premetto che sono personalmente convinto della valenza positiva della leadership renziana del centrosinistra, l’unica che abbia saputo ricostruire un rapporto con l’opinione pubblica non basato sulla demonizzazione dell’avversario e che cerca – tra molte approssimazioni e qualche errore – di far uscire il Paese dalla palude politica e socio-economica della Seconda Repubblica. Per questo condivido la scelta operata dal PSI di un’alleanza strategica, ma non mi pare vi siano, almeno a breve, le condizioni per la costruzione – tramite assorbimento da parte del PD – di un partito unico riformista.

E’ vero che l’azione di Renzi ha rimosso molti fattori di incompatibilità politici ed identitari ma essa, almeno fino ad oggi, non è in realtà intervenuta sui meccanismi di democrazia interna del PD. Questi continuano ad essere caratterizzati da una giustapposizione tra elementi di verticalizzazione plebiscitaria (di cui sono emblema le primarie senza regole) e di frantumazione localistica paraclientelare. Meccanismi (di cui parlo per esperienza diretta) che favoriscono l’affermarsi di posizioni ad alta potenzialità mediatica (ai vertici) o ad alto insediamento di potere (nei livelli intermedi) e non certo di posizioni politiche, identitarie o programmatiche che siano (il caso del PD romano è da questo punto di vista un esempio emblematico).

Penso perciò che ancora oggi sarebbe possibile, e utile all’intero centrosinistra, la presenza di un’offerta elettorale autonoma (saldamente alleata del PD ma non priva di autonomia critica) promossa da socialisti, laici e riformisti vecchi e nuovi (a partire dalla galassia radicale) in grado di intercettare segmenti di opinione pubblica dinamici e innovativi che hanno sofferto la povertà (o ambiguità) di rappresentanza negli anni della seconda repubblica. Una possibilità che può essere perseguita e verificata con efficacia e trasparenza in presenza del premio di coalizione e che troverebbe, invece, una manifestazione solo indiretta nello scenario del premio di lista. Per questi motivi ritengo importante che il PSI promuova un’iniziativa politica per la modifica della legge elettorale. Non penso a velleitarie minacce di rottura, a ruggiti del topo finalizzati più al marketing interno che al raggiungimento del risultato, penso ad un lavoro paziente e costruttivo fatto di argomentazione delle motivazioni, ricerca di consensi e alleanze, opera di convincimento, mediazioni e – se necessario – scambi. Iniziativa politica, insomma, quella che una volta eravamo abbastanza bravi a fare e che – tutti insieme – credo saremmo capaci di fare anche oggi.

Daniele Fichera

Reddito minimo, come andare oltre la propaganda

In politica l’onestà intellettuale dovrebbe contare come l’onesta personale. Oltre ad avere le mani pulite bisognerebbe avere anche le menti pulite, il che significa in primo luogo che non si dovrebbero raccontare bugie ai cittadini elettori per conquistare il loro consenso.

Il M5S propaganda una proposta di legge per far avere a tutti gli italiani un reddito minimo garantito (impropriamente definito reddito di cittadinanza) di 600 euro mese ovvero 7.200 euro l’anno, sostenendo di aver trovato coperture finanziarie per circa 16 miliardi.

Anche se le coperture indicate fossero effettive (e non lo sono e questa rappresenta la prima disonestà intellettuale) esse consentirebbero di coprire l’erogazione del reddito a circa 2 milioni di persone prive di reddito, che sono molte meno della platea dei potenziali beneficiari cui la propaganda grillina si rivolge (i soli disoccupati sono 3,3 milioni). Ma il M5S non indica nessun criterio per selezionare nell’ambito della ben più ampia platea dei possibili beneficiari i 2 milioni di fortunati (e questa è la seconda disonestà intellettuale). In pratica siamo alla solita, vecchissima, pratica di promettere a tutti sapendo (e forse sperando) di non aver poi la responsabilità di mantenere le promesse.

Peccato, perché dentro la proposta cinque stelle ci sono elementi interessanti (anche se declinati in modo poco convincente) come l’obbligo per i beneficiari di svolgere attività di pubblica utilità in forma volontaria o – per i beneficiari in età non pensionabile- i vincoli alla disponibilità a percorsi di inserimento lavorativo.

Credo che i temi del reddito minimo garantito e della indennità di inoccupazione (il reddito di cittadinanza è, a rigore, un’altra cosa) siano seri e meritino ragionamenti seri. Per essere discussi richiedono però, preliminarmente, l’onestà intellettuale di esplicitare in modo onesto e verificabile sia quali siano le fonti di finanziamento sia quali siano i segmenti sociali prioritari cui destinare le risorse individuate.

Personalmente troverei interessante ragionare (avendo poi alla fine il coraggio di scegliere) su tre opzioni:

– il reddito minimo garantito per gli over 55 o comunque per le fasce d’età per le quali il reinserimento lavorativo è più difficile (ipotesi formulata e credibilmente articolata dall’attuale presidente dell’Inps Boeri);

– il completamento della revisione degli ammortizzatori sociali per giungere ad un sussidio di inoccupazione generalizzato fortemente vincolato alla disponibilità all’instradamento verso nuove occupazioni (e quindi alla riforma degli strumenti di avviamento al lavoro);

– la ripresa della suggestione dell’“esercito del lavoro” di Ernesto Rossi (lo Stato sussidia chi è disposto a impegnarsi in attività di pubblica utilità).

Daniele Fichera