BLOG
Daniele Unfer

Psi: Di Maio camaleonte, Salvini filo-russo

Quirinale

Il secondo giro di consultazioni è finito. A breve Matteralla prenderà le sue decisioni su come sbrogliare la matassa post elettorale dando un mandato a chi ritiene possa coagulare una maggioranza in grado di sostenere un governo. Un mandato che può essere solo esplorativo oppure già pieno, ipotesi difficile al momento, in quanto i numeri su costruire un governo sono al momento del tutto assenti.

“Quando a dicembre – afferma il segretario del Psi Riccardo Nencini – dicevamo del pericolo grigio verde avevamo visto bene. In secondo luogo ora vediamo che i 5 Stelle hanno manifestato una capacità di adattamento programmatico di tipo doroteo. Anche loro nascono con posizioni antieuro e antieuropeisti e in politica estera erano molto attenti alle buone relazioni con la Russia di Putin. Oggi invece si sanno adattando come un camaleonte alla situazione italiana mentre Salvini per ora non ha cambiato di una virgola il suo approccio: Filoputiano era e filoputiano resta.

E la vicenda Siria lo dimostra…
Esattamente. Il comportamento di Di Maio è quello di chi in nome del governo è disponibile a gettare a mare parte rilevante del suo programma e addirittura a ritenere ambiguamente realizzabile alcune parti del programma in alleanza con qualcuno, chi esso sia, senza che questo faccia nessuna differenza.

Quindi il fine non è il programma ma il governo.
Ma siamo bel al di là del fine che giustifica i mezzi di Machiavellica memoria, in cui vi era molta più etica e responsabilità che nella posizione di Di Maio. Non vi è dubbio però che la vicenda Siriana abbia svelato il gioco. Perché una cosa, e penso a Salvini, è sostenere immaginificamente un rapporto con la Russia di Putin, lasciandolo cioè a livello teorico. Altra cosa è vederlo applicato. E la sua messa in pratica porterebbe l’Italia lontano dai legami euroatlantici che sono ormai un patrimonio largamente condiviso. Così condiviso da provocare fratture anche nel centrodestra che ha vinto le elezioni.

Salvini invece pensa alle regionali come una sorta di turno di ballottaggio…
Ma il Molise e il Friuli, un milione e 800mila abitanti non sono un grimaldello molto robusto.

La settimana scorsa sei salito al Colle per i colloqui per il Governo. Quali i punti posti dai socialisti?
La certezza di una politica estera euro-atlantica, la conferma di un ruolo forte in una Europa profondamente riformata a partire dal trattato di Dublino e dal Trattato di Maastricht. Terzo una attenzione perché non si sfori ulteriormente il debito pubblico. Ora la mia opinione è che i due vincitori delle elezioni devono avanzare una proposta concreta. Se non la hanno devono dire agli italiani la verità. Ossia che si è trattato di una vittoria mutilata e che questi due partiti, ricchi di voti ma poveri di strategia, non sono in grado di realizzare un governo per l’Italia.

E in caso di ulteriore empasse, governissimo o nuove elezioni?
Intanto Salvini e Di Maio devono presentare agli italiani il loro percorso. Le modalità le troverà il Capo dello Stato. Da lì si vedrà se vi è la possibilità di fare un governo o se la loro ipotesi cadrà. Solo in quel momento il centrosinistra deve entrare in gioco per senso di responsabilità. Non prima.

Questo è un punto su cui il dibattito all’interno del Partito Democratico è molto forte.
Nel Pd si fronteggiano due linee. Una molto più possibilista del governo subito con i grillini e un’altra che non è lontana dalla nostra. Ma soprattutto nel Pd non si è preso ancora atto che è finito un tempo. Il Pd nasce come soggetto che deve fronteggiare il Popolo della libertà in uno schema bipolare. Oggi non c’è né lo schema bipolare né lo schema maggioritario. C’è una legge largamente proporzionale e c’è uno schema a tre che sarà durevole in Italia e nel resto dell’Europa. Ecco perché se dovesse aprirsi un’altra fase per la formazione del governo, non è tanto al Pd che ci si debba rivolgere, ma a una sinistra riformista in costruzione che deve partecipare coralmente e condividere un indirizzo.

E questo è il tema di cui i Psi ha discusso a Bologna e poi a Napoli. Cosa si può trarre da questi due appuntamenti del Partito?
Da questi seminari viene fuori un partito vivo. Secondo viene fuori il desiderio pervicace di proseguire nella nostra iniziativa politica corredandola di diversi cambiamenti a cominciare da quello del punto di vista organizzativo. Terzo, arriva un appello al mondo socialista e riformista. Ma anche laico riformista e cattolico riformista per creare una sorta di concentrazione repubblicana e democratica da contrapporre a al populismo continentale ormai molto forte. Con una scadenza che siano le elezioni europee del prossimo anno per costruire una nuova storia.

Daniele Unfer

Nencini: “Di Maio camaleonte, Salvini filo-russo”

Quirinale-Presidente

Il secondo giro di consultazioni è finito. A breve Matteralla prenderà le sue decisioni su come sbrogliare la matassa post elettorale dando un mandato a chi ritiene possa coagulare una maggioranza in grado di sostenere un governo. Un mandato che può essere solo esplorativo oppure già pieno, ipotesi difficile al momento, in quanto i numeri su costruire un governo sono al momento del tutto assenti.

“Quando a dicembre – afferma il segretario del Psi Riccardo Nencini – dicevamo del pericolo grigio verde avevamo visto bene. In secondo luogo ora vediamo che i 5 Stelle hanno manifestato una capacità di adattamento programmatico di tipo doroteo. Anche loro nascono con posizioni antieuro e antieuropeisti e in politica estera erano molto attenti alle buone relazioni con la Russia di Putin. Oggi invece si sanno adattando come un camaleonte alla situazione italiana mentre Salvini per ora non ha cambiato di una virgola il suo approccio: Filoputiano era e filoputiano resta.

E la vicenda Siria lo dimostra…
Esattamente. Il comportamento di Di Maio è quello di chi in nome del governo è disponibile a gettare a mare parte rilevante del suo programma e addirittura a ritenere ambiguamente realizzabile alcune parti del programma in alleanza con qualcuno, chi esso sia, senza che questo faccia nessuna differenza.

Quindi il fine non è il programma ma il governo.
Ma siamo bel al di là del fine che giustifica i mezzi di Machiavellica memoria, in cui vi era molta più etica e responsabilità che nella posizione di Di Maio. Non vi è dubbio però che la vicenda Siriana abbia svelato il gioco. Perché una cosa, e penso a Salvini, è sostenere immaginificamente un rapporto con la Russia di Putin, lasciandolo cioè a livello teorico. Altra cosa è vederlo applicato. E la sua messa in pratica porterebbe l’Italia lontano dai legami euroatlantici che sono ormai un patrimonio largamente condiviso. Così condiviso da provocare fratture anche nel centrodestra che ha vinto le elezioni.

Salvini invece pensa alle regionali come una sorta di turno di ballottaggio…
Ma il Molise e il Friuli, un milione e 800mila abitanti non sono un grimaldello molto robusto.

La settimana scorsa sei salito al Colle per i colloqui per il Governo. Quali i punti posti dai socialisti?
La certezza di una politica estera euro-atlantica, la conferma di un ruolo forte in una Europa profondamente riformata a partire dal trattato di Dublino e dal Trattato di Maastricht. Terzo una attenzione perché non si sfori ulteriormente il debito pubblico. Ora la mia opinione è che i due vincitori delle elezioni devono avanzare una proposta concreta. Se non la hanno devono dire agli italiani la verità. Ossia che si è trattato di una vittoria mutilata e che questi due partiti, ricchi di voti ma poveri di strategia, non sono in grado di realizzare un governo per l’Italia.

E in caso di ulteriore empasse, governissimo o nuove elezioni?
Intanto Salvini e Di Maio devono presentare agli italiani il loro percorso. Le modalità le troverà il Capo dello Stato. Da lì si vedrà se vi è la possibilità di fare un governo o se la loro ipotesi cadrà. Solo in quel momento il centrosinistra deve entrare in gioco per senso di responsabilità. Non prima.

Questo è un punto su cui il dibattito all’interno del Partito Democratico è molto forte.
Nel Pd si fronteggiano due linee. Una molto più possibilista del governo subito con i grillini e un’altra che non è lontana dalla nostra. Ma soprattutto nel Pd non si è preso ancora atto che è finito un tempo. Il Pd nasce come soggetto che deve fronteggiare il Popolo della libertà in uno schema bipolare. Oggi non c’è né lo schema bipolare né lo schema maggioritario. C’è una legge largamente proporzionale e c’è uno schema a tre che sarà durevole in Italia e nel resto dell’Europa. Ecco perché se dovesse aprirsi un’altra fase per la formazione del governo, non è tanto al Pd che ci si debba rivolgere, ma a una sinistra riformista in costruzione che deve partecipare coralmente e condividere un indirizzo.

E questo è il tema di cui i Psi ha discusso a Bologna e poi a Napoli. Cosa si può trarre da questi due appuntamenti del Partito?
Da questi seminari viene fuori un partito vivo. Secondo viene fuori il desiderio pervicace di proseguire nella nostra iniziativa politica corredandola di diversi cambiamenti a cominciare da quello del punto di vista organizzativo. Terzo, arriva un appello al mondo socialista e riformista. Ma anche laico riformista e cattolico riformista per creare una sorta di concentrazione repubblicana e democratica da contrapporre a al populismo continentale ormai molto forte. Con una scadenza che siano le elezioni europee del prossimo anno per costruire una nuova storia.

Daniele Unfer

UNA NUOVA STORIA

consultazioni Quirinale

Il secondo giro di consultazioni è finito. A breve Matteralla prenderà le sue decisioni su come sbrogliare la matassa post elettorale dando un mandato a chi ritiene possa coagulare una maggioranza in grado di sostenere un governo. Un mandato che può essere solo esplorativo oppure già pieno, ipotesi difficile al momento, in quanto i numeri su costruire un governo sono al momento del tutto assenti.

“Quando a dicembre – afferma il segretario del Psi Riccardo Nencini – dicevamo del pericolo grigio verde avevamo visto bene. In secondo luogo ora vediamo che i 5 Stelle hanno manifestato una capacità di adattamento programmatico di tipo doroteo. Anche loro nascono con posizioni antieuro e antieuropeisti e in politica estera erano molto attenti alle buone relazioni con la Russia di Putin. Oggi invece si sanno adattando come un camaleonte alla situazione italiana mentre Salvini per ora non ha cambiato di una virgola il suo approccio: Filoputiano era e filoputiano resta.

E la vicenda Siria lo dimostra…
Esattamente. Il comportamento di Di Maio è quello di chi in nome del governo è disponibile a gettare a mare parte rilevante del suo programma e addirittura a ritenere ambiguamente realizzabile alcune parti del programma in alleanza con qualcuno, chi esso sia, senza che questo faccia nessuna differenza.

Quindi il fine non è il programma ma il governo.
Ma siamo bel al di là del fine che giustifica i mezzi di Machiavellica memoria, in cui vi era molta più etica e responsabilità che nella posizione di Di Maio. Non vi è dubbio però che la vicenda Siriana abbia svelato il gioco. Perché una cosa, e penso a Salvini, è sostenere immaginificamente un rapporto con la Russia di Putin, lasciandolo cioè a livello teorico. Altra cosa è vederlo applicato. E la sua messa in pratica porterebbe l’Italia lontano dai legami euroatlantici che sono ormai un patrimonio largamente condiviso. Così condiviso da provocare fratture anche nel centrodestra che ha vinto le elezioni.

Salvini invece pensa alle regionali come una sorta di turno di ballottaggio…
Ma il Molise e il Friuli, un milione e 800mila abitanti non sono un grimaldello molto robusto.

La settimana scorsa sei salito al Colle per i colloqui per il Governo. Quali i punti posti dai socialisti?
La certezza di una politica estera euro-atlantica, la conferma di un ruolo forte in una Europa profondamente riformata a partire dal trattato di Dublino e dal Trattato di Maastricht. Terzo una attenzione perché non si sfori ulteriormente il debito pubblico. Ora la mia opinione è che i due vincitori delle elezioni devono avanzare una proposta concreta. Se non la hanno devono dire agli italiani la verità. Ossia che si è trattato di una vittoria mutilata e che questi due partiti, ricchi di voti ma poveri di strategia, non sono in grado di realizzare un governo per l’Italia.

E in caso di ulteriore empasse, governissimo o nuove elezioni?
Intanto Salvini e Di Maio devono presentare agli italiani il loro percorso. Le modalità le troverà il Capo dello Stato. Da lì si vedrà se vi è la possibilità di fare un governo o se la loro ipotesi cadrà. Solo in quel momento il centrosinistra deve entrare in gioco per senso di responsabilità. Non prima.

Questo è un punto su cui il dibattito all’interno del Partito Democratico è molto forte.
Nel Pd si fronteggiano due linee. Una molto più possibilista del governo subito con i grillini e un’altra che non è lontana dalla nostra. Ma soprattutto nel Pd non si è preso ancora atto che è finito un tempo. Il Pd nasce come soggetto che deve fronteggiare il Popolo della libertà in uno schema bipolare. Oggi non c’è né lo schema bipolare né lo schema maggioritario. C’è una legge largamente proporzionale e c’è uno schema a tre che sarà durevole in Italia e nel resto dell’Europa. Ecco perché se dovesse aprirsi un’altra fase per la formazione del governo, non è tanto al Pd che ci si debba rivolgere, ma a una sinistra riformista in costruzione che deve partecipare coralmente e condividere un indirizzo.

E questo è il tema di cui i Psi ha discusso a Bologna e poi a Napoli. Cosa si può trarre da questi due appuntamenti del Partito?
Da questi seminari viene fuori un partito vivo. Secondo viene fuori il desiderio pervicace di proseguire nella nostra iniziativa politica corredandola di diversi cambiamenti a cominciare da quello del punto di vista organizzativo. Terzo, arriva un appello al mondo socialista e riformista. Ma anche laico riformista e cattolico riformista per creare una sorta di concentrazione repubblicana e democratica da contrapporre a al populismo continentale ormai molto forte. Con una scadenza che siano le elezioni europee del prossimo anno per costruire una nuova storia.

Daniele Unfer

Nencini, tavoli di Csx aperti a liste civiche

riccardo-nencini“Con questo voto si chiude la lunghissima transizione italiana. Due pilatri politici attorno ai quali si è costruito il secolo socialdemocratico, sono crollati anche in Italia. La tradizione popolare e socialista occupa ovunque in Europa la parte minoritaria. I socialisti italiani dopo 25 anni di cammino accidentato, possono riprendere una loro iniziativa dentro una sinistra riformista profondamente cambiata ma che non sia ne la sinistra di Corbyn ne quella di Macron”.

Lo afferma il segretario del Psi Riccardo Nencini facendo il punto all’indomani delle elezioni politiche del 4 marzo. “Nei periodi in cui si aprono scenari completamente diversi, le comunità devono mantenere la loro coesione. Se rinunciano a questa virtù non partecipano a costruire il cambiamento. Mi rivolgo a quei compagni che hanno scelto di aderire a LeU o al Pd per essere subito dopo scaricati. Esprimo un desiderio: tornino a casa ma senza vestire i panni dei maestrini”.

E per il futuro?
Bisogna tracciare due percorsi. Quando pensiamo a noi dobbiamo pensare a una forma organizzativa più snella, più attenta alla comunicazione e più legata ai propri rappresentanti territoriali. Inoltre bisogna rafforzare la tendenza a rinnovarsi. Tra poche settimane presenteremo un progetto di lavoro. La Lista Insieme rimane in vita. Terzo punto: ovunque si vada al voto per le prossime amministrative di maggio, proporre la costituzione di tavoli del centro sinistra aperti a liste civiche e dove si scelgano per la cariche di sindaco i candidati migliori e non obbligatoriamente quelli del partito più grosso.

E per quanto riguarda la sinistra riformista nel suo complesso?
Voglio indicare due punti da riprendere dalla campagna elettorale. Uno è quello della politica sui migranti a partire dall’obbligo di lavoro socialmente utile per tutti coloro che noi ospitiamo.

E il secondo?
Rilanciare i settecentomila posti di lavoro in due anni con la tutela dell’ambiente, dei beni artistici e culturali che costano 14 miliardi e sono interamente finanziabili. Queste sono le priorità. Ma la cosa che va fatta rapidamente è confermate il no a un certo tipo di governo: la cultura riformista non può appoggiare governi grillini ne governi presieduti dal leader della lega. E non mi associo alle voci che si levano dal Pd circa la possibilità di creare un governo con Di Maio. C’è un pericoloso antiparlamentarismo tra i 5Stelle. Non vedo nessuna buona ragione per sostenerlo.

Neanche nel caso di un appello del Presidente della Repubblica alla responsabilità?
Se dovesse avere queste due caratteristiche continueremo a dire di no. Ma la cosa più rapida da fare è convocare gli stati generali della sinistra in Italia. Ma non penso solo ai partiti. Penso a uno scenario tipo quello francese degli anni ‘70. Dove si sono messe assieme le forze politiche le rappresentanze sociali le categorie. Una situazione in sui si mette a sedere insieme un pezzo della società italiana con l’obiettivo di preparare uno scenario diverso per le elezioni europee del prossimo anno.

Per la sinistra di tutta Europa lo scenario non è facile.
Negli anni Ottanta il socialismo italiano diventa una sorta di avanguardia per quello che sarà il socialismo di fine secolo. Finite queste esperienze, quella del socialismo italiano, quella di Schröder e di Blair, oggi siamo in un deserto. È tramontato il secolo socialdemocratico e queste due esperienze sono state superate dalla globalizzazione della rivoluzione tecnologica. Insomma bisogna ridefinire il canone della sinistra.

In che mondo e partendo da dove?
Penso che lo si debba fare pensando da una parte alle forze produttive italiane. Ergo una riforma fiscale che riguardi le famiglie, la piccola e media impresa, che sono i due assi portanti della società italiana, è obbligatoria. Da una parte alleggerimento del carico fiscale per le imprese e dall’altra minor prelievo fiscale sul reddito da lavoro. Secondo: un piano che renda stabile la staffetta generazionale e che quindi punti sul mondo giovanile. Terzo: tutto il tema sulla sicurezza. Quarto punto è l’Europa con, da una parte, la revisione del trattato di Maastricht fino a prevedere l’Europa a due velocità. L’obiettivo dovrebbe essere l’Europa federale. Ma è un obiettivo decisamente più lungo. Nel breve periodo sarebbe sufficiente parlare di questi due fronti. Due velocità e revisione del trattato di Maastricht.

Sulla possibilità che questa sia una legislatura costituente cosa ne pensi?
Sarebbe auspicabile. Ma non mi pare una situazione facile.

Oggi è anniversario dell’assassinio di Marco Biagi. Qualcosa da recuperate del suo pensiero?
Possiamo definirlo un visionario. Anticipò alcune riforme del mercato del lavoro. Marco ha rappresentato la conferma di quello che deve essere il riformismo. Servono proposte che siano in linea con i tempi e ogni tempo ha degli ingredienti diversi.

Daniele Unfer

NUOVA SINISTRA

APERTURA-Nencini-Bandiera-PSI

“Con questo voto si chiude la lunghissima transizione italiana. Due pilatri politici attorno ai quali si è costruito il secolo socialdemocratico, sono crollati anche in Italia. La tradizione popolare e socialista occupa ovunque in Europa la parte minoritaria. I socialisti italiani dopo 25 anni di cammino accidentato, possono riprendere una loro iniziativa dentro una sinistra riformista profondamente cambiata ma che non sia ne la sinistra di Corbyn ne quella di Macron”.

Lo afferma il segretario dle Psi Riccardo Nencini facendo il punto all’indomani delle elezioni politiche del 4 marzo. “Nei periodi in cui si aprono scenari completamente diversi, le comunità devono mantenere la loro coesione. Se rinunciano a questa virtù non partecipano a costruire il cambiamento. Mi rivolgo a quei compagni che hanno scelto di aderire a LeU o al Pd per essere subito dopo scaricati. Esprimo un desiderio: tornino a casa ma senza vestire i panni dei maestrini”.

E per il futuro?
Bisogna tracciare due percorsi. Quando pensiamo a noi dobbiamo pensare a una forma organizzativa più snella, più attenta alla comunicazione e più legata ai propri rappresentanti territoriali. Inoltre bisogna rafforzare la tendenza a rinnovarsi. Tra poche settimane presenteremo un progetto di lavoro. La Lista Insieme rimane in vita. Terzo punto: ovunque si vada al voto per le prossime amministrative di maggio, proporre la costituzione di tavoli del centro sinistra aperti a liste civiche e dove si scelgano per la cariche di sindaco i candidati migliori e non obbligatoriamente quelli del partito più grosso.

E per quanto riguarda la sinistra riformista nel suo complesso?
Voglio indicare due punti da riprendere dalla campagna elettorale. Uno è quello della politica sui migranti a partire dall’obbligo di lavoro socialmente utile per tutti coloro che noi ospitiamo.

E il secondo?
Rilanciare i settecentomila posti di lavoro in due anni con la tutela dell’ambiente, dei beni artistici e culturali che costano 14 miliardi e sono interamente finanziabili. Queste sono le priorità. Ma la cosa che va fatta rapidamente è confermate il no a un certo tipo di governo: la cultura riformista non può appoggiare governi grillini ne governi presieduti dal leader della lega. E non mi associo alle voci che si levano dal Pd circa la possibilità di creare un governo con Di Maio. C’è un pericoloso antiparlamentarismo tra i 5Stelle. Non vedo nessuna buona ragione per sostenerlo.

Neanche nel caso di un appello del Presidente della Repubblica alla responsabilità?
Se dovesse avere queste due caratteristiche continueremo a dire di no. Ma la cosa più rapida da fare è convocare gli stati generali della sinistra in Italia. Ma non penso solo ai partiti. Penso a uno scenario tipo quello francese degli anni ‘70. Dove si sono messe assieme le forze politiche le rappresentanze sociali le categorie. Una situazione in sui si mette a sedere insieme un pezzo della società italiana con l’obiettivo di preparare uno scenario diverso per le elezioni europee del prossimo anno.

Per la sinistra di tutta Europa lo scenario non è facile.
Negli anni Ottanta il socialismo italiano diventa una sorta di avanguardia per quello che sarà il socialismo di fine secolo. Finite queste esperienze, quella del socialismo italiano, quella di Schröder  e di Blair, oggi siamo in un deserto. È tramontato il secolo socialdemocratico e queste due esperienze sono state superate dalla globalizzazione della rivoluzione tecnologica. Insomma bisogna ridefinire il canone della sinistra.

In che mondo e partendo da dove?
Penso che lo si debba fare pensando da una parte alle forze produttive italiane. Ergo una riforma fiscale che riguardi le famiglie, la piccola e media impresa, che sono i due assi portanti della società italiana, è obbligatoria. Da una parte alleggerimento del carico fiscale per le imprese e dall’altra minor prelievo fiscale sul reddito da lavoro. Secondo: un piano che renda stabile la staffetta generazionale e che quindi punti sul mondo giovanile. Terzo: tutto il tema sulla sicurezza. Quarto punto è l’Europa con, da una parte, la revisione del trattato di Maastricht fino a prevedere l’Europa a due velocità. L’obiettivo dovrebbe essere l’Europa federale. Ma è un obiettivo decisamente più lungo. Nel breve periodo sarebbe sufficiente parlare di questi due fronti. Due velocità e revisione del trattato di Maastricht.

Sulla possibilità che questa sia una legislatura costituente cosa ne pensi?
Sarebbe auspicabile. Ma non mi pare una situazione facile.

Oggi è anniversario dell’assassinio di Marco Biagi. Qualcosa da recuperate del suo pensiero?
Possiamo definirlo un visionario. Anticipò alcune riforme del mercato del lavoro. Marco ha rappresentato la conferma di quello che deve essere il riformismo. Servono proposte che siano in linea con i tempi e ogni tempo ha degli ingredienti diversi.

Daniele Unfer

FRONTE RESPONSABILE

insieme

“Domenica gli italiani sono chiamati a scegliere tra due sistemi di valori: un fronte antieuropeista, di un nazionalismo acceso e preoccupante, ostile alla promozione dei diritti civili, e un fronte repubblicano, europeo e responsabile. In Europa la destra conservatrice o Popolare mai si è sognata di allearsi con i populisti dell’Internazionale nera. In Francia la destra ha perso tutte le regioni pur di non fare coalizione con il partito della LePen. In Germania la Merkel non ha concesso nemmeno un incontro alla destra radicale e xenofoba. In Italia il contrario. Puntano a governare con il sostegno di Forza Italia. Se quel fronte vince, diventeremo la Cenerentola d’Europa”. Così il il segretario del Psi Riccardo Nencini, promotore della Lista Insieme che sta girando l’Italia negli ultimi giorni di campagna elettorale. Venerdì Nencini chiude la campagna elettorale. L’appuntamento è  ad Arezzo alla Borsa Merci di piazza Risorgimento alle ore 18.

In questi ultimi giorni di campagna elettorale stai girando per il Paese. Quale la tua impressione?
Finalmente ho rivisto una bella mobilitazione e soprattutto ho incontrato volti nuovi.

Però i toni sono accesi. E le promesse la fanno da padrone mentre i temi reali sembrano un po’ dimenticati. Che ne pensi?
Ho visto una grande superficialità. Programmi che sono fondati sulle sabbie mobili. Ma soprattutto ho visto la manifestazione di una grande intolleranza. Il che mi conferma che domenica vedo non solo tre blocchi che si confrontano, ma due fronti con sistemi di valori diversi.

Mentre al Paese cose servirebbe?
Serve responsabilità e un grande senso del dovere.

Facciamo un confronto tra l’Italia di oggi e quella di cinque anni fa…
La barzelletta più gettonata che gira, è che il centro destra non abbia mani avuto responsabilità di governo in Italia. Invece per otto anni su dieci la ha governata. Ma soprattutto la ha governata nel periodo della crisi più nera e ha lasciato l’Italia in mutande.

Sappiamo come è arrivato il governo Monti.
Non c’è dubbio. La legge Fornero è figlia di una mala gestio. La causa è nel non avere affrontato per tempo un problema che stava manifestandosi con grande forza.

Tutti gli osservatori concordano sul costo esorbitante e insostenibile dei programmi elettorali della destra e dei grillini. Si può dire che la propaganda non conosce confini?
Certo. Il programma dei 5 Stelle costa oltre cento miliardi di euro e non vi è nessuna copertura prevista. Aggiungo che la Banca europea nei prossimi mesi rallenterà l’acquisto dei titoli di Stato. Il che ci obbliga a una sana gestione del bilancio dello Stato. Quindi noi dobbiamo chiedere maggiore flessibilità all’Europa da una parte. E  dall’altra investire di più per abbattere le troppe disuguaglianze che ancora ci sono. Ma bisogna farlo con delle misure realistiche. Il reddito di cittadinanza per tutti, non solo non ha i fondi, ma è iniquo. Perché a chi ha un reddito elevato non può essere riconosciuto il reddito di cittadinanza per il figlio.

Se dalle urne arrivasse una affermazione delle forze antisistema che rischio correrebbe il Paese?
Di avere una maggioranza antisistema con Lega, 5 Stelle e la Meloni. E se ci sarà una maggioranza parlamentare di questo non si può escludere che ci sarà un governo di questo tipo.

Con quali conseguenze?
Significherebbe portare l’Italia nel caos. Allontanare l’Italia dal cuore dell’Europa. Significherebbe rischiare invasioni di campo da parte dei cavalieri erranti della finanza.

Anche in Germania e in altri paesi d’Europa esistono forze di questo tipo. Ma da noi hanno una influenza più marcata. Si può dire che la nostra democrazia è più debole?
Ci sono due differenze. La prima è che da noi la crisi è stata più dura, è durata più a lungo e quindi ha inciso di più sul portafoglio delle famiglie. Ma soprattutto ha inciso di più sullo status sociale del ceto medio. E questo ha prodotto paura e incertezza per il futuro. La seconda differenza è che, penso alla Germania o alla Francia, la destra conservatrice o popolare, rifugge da ogni accordo da partiti estremisti che appartengono all’Internazionale nera. In Francia la destra ha perso tutte le regioni consapevolmente per non aver voluto fare l’accordo con la Le Pen. In Germania la Merkel non ha concesso nemmeno un tavolo alla destra radicale. In Italia la differenza è che Salvini non solo sta al tavolo, ma condiziona la politica della destra italiana.

E da noi, come in Germania, è possibile uno scenario grande coalizione ad libitum?Vedo due cose. La prima è la certezza che nessuno dei tre poli domenica si guadagnerà la maggioranza assoluta. L’altra certezza è che noi non faremo alleanze né con la Lega né con Grillo. Resta sul tavolo la prosecuzione dell’attuale governo. Con una sorta di governo di scopo. Oppure una grosse koalition di destra che frantuma il centro destra italiano fondando la sua maggioranza parlamentare su un governo populista. Più o meno quello che è successo in Austria.

Non è questa ultima una bella prospettiva…
L’alternativa a tutto questo è, e non va escluso, una sorta di governo repubblicano europeista. Una sorta di fronte di salvezza nazionale.

Gentiloni nelle ultime settimane ha avuto diversi sostegni di peso. Da Prodi, Veltroni, Napolitano. In ultimo quello di Letta. Cosa significano?
Sono il segno che la responsabilità comincia a trovare la sua strada.

Un auspicio per un Gentiloni bis…
È una delle ipotesi. E non parlo di un governo di centro sinistra. Ma di un governo di scopo finalizzato a prendere delle decisioni su nodi che vanno sciolti rapidamente.

Grasso qualche giorno fa ha fatto un’apertura ai Cinque Stelle. Ora parla di accordo con Pd e Forza Italia…
È l’apoteosi della contraddizione.

E Leu?
L’Italia ha una tradizione di una sinistra massimalista un tempo molto radicata, quando vi era il Pci. Oggi è meno radicata ma è una sinistra che può fare del male perché i poli che si confrontano non sono tre, ma sono tre e mezzo. E il centrosinistra corre con una gamba legata.

Daniele Unfer

Buemi: “Il problema è una Sinistra frammentata”

enrico-buemi“La prima considerazione da fare è che la frammentazione della sinistra italiana rappresenta un problema. Non solo di oggi, ma storico. Una sinistra che fa minoritaria del Paese e nel Parlamento. Invece serve una sinistra responsabile che vuole governare e che non si vuole relegare a una opposizione duratura nel tempo e improduttiva”.

Lo afferma il sentore socialista Enrico Buemi, responsabile giustizia del PSI e candidato della Lista Insieme, nel collegio Piemonte 02 – Moncalieri (To). “Sappiamo – continua Buemi – che le opposizioni, come regola, non producono cambiamento, casomai lo frenano. Perché le opposizioni vogliono impedire che le maggioranze realizzino il loro programma. Ma nei programmi della maggioranza di segno opposto vi possono essere contenuti evolutivi delle condizioni generali. Il che deve essere il fine ultimo di ogni attività politica”.

E la Lista Insieme?
La Lista Insieme cerca di affrontare questo problema di una sinistra divisa. Tentando di sintetizzare esperienze positive che hanno cercato di interpretare il cambiamento ma mantenendo anche la sensibilità verso i grandi problemi. A partire da quello della giustizia sociali, della tutela dell’ambiente e delle politiche economiche che devono creare le condizioni per ridistribuire le risorse.

E proprio su questo punto l’appoggio dato da Prodi è fondamentale.
Prodi interpreta quello spirito che mette in campo esperienze e culture diverse che sono una caratteristica positiva dell’Italia. Noi non siamo un monoblocco. Nel nostro Paese storicamente vi è stata vivacità. A volte ha creato situazioni negative, ma nella maggior parte dei casi ha prodotto una forte evoluzione. Il fatto che gli italiani e lo Stato italiano nel mondo, sono percepiti come peculiarità positiva, deriva anche da questo. Le nostre forze armate sono percepite nel mondo come più attente e capaci di altre a interagire nei territori, i nostri prodotti sono tra i più apprezzati. Tutte queste caratteristiche producono anche diversità politiche. E la diversità è che l’Italia è un paese con tre-quattro storie di cultura politica di grande spessore che hanno rappresentato anche dei punti di riferimento per altre storie. Prodi rappresenta questo. Lo ha detto lui stesso. Prodi rappresenta una politica plurale che però è capace di trovare le sintesi.

L’opposto della vocazione maggioritaria.
La vocazione maggioritaria la aveva anche la Democrazia Cristiana per una certa fase ma la ha subito superata. Nel ‘48 vinse le elezioni ma capì dopo il ‘53 che anche i pariti minori socialdemocratici, repubblicani liberali e socialisti negli sessanta, erano necessari per governare il paese. Ma era in qualche modo d’accordo anche con il partito comunista. Il dibattito è stato riempito di dialettica positiva dando contenuto alle esperienze. Vi è stata la dimostrazione che vi era la capacità di interagire in maniera plurale.

E l’operazione portata avanti da LeU? Che ne pensi?
Mi interrogo come sia possibile che Bersani, D’Alema ed altri si trovino ad essere solidali con i radicali di una sinistra inconcludente invece di essere interlocutori di una sinistra riformista anche se con tutte le sue differenze e i suoi errori. Renzi ne ha commessi sicuramente tanti, ma non può essere perso di vista quello che è l’elemento essenziale di mantenere un’unità strategica. Vi è una sinistra, quella responsabile, quella riformista, quella gradualista, quella che ha i piedi piantati per terra nei bisogni della gente, delle imprese e nell’economia nel suo insieme. È questo il nostro terreno. Altrimenti è evidente che poi vince la destra.

Ma il loro obiettivo potrebbe essere proprio quello del tanto peggio tanto meglio
E io questo lo ho anche scritto. Era una logica della sinistra radicale, addirittura della sinistra extraparlamentare e brigatista. Quella di una strategia pseudo-rivoluzionaria dove però le rivoluzioni portano ai fascismi e non ai cambiamenti positivi.

A proposito di fascismi le cronache delle ultime settimane non sono tranquillizzanti…
Vero. Ma in parte. Questo è anche frutto di errori e sottovalutazioni di una emarginazione sociale che sta diventando di grandi dimensioni. Dovuta anche ai fenomeni economici legati alla globalizzazione. Si è creato uno sviluppo economico non ordinato, ovvero dove la politica ha rinunciato a dare parametri e regole fondamentali per creare le condizioni affinché esso avvenisse dentro determinare coordinate, sia di Stati che si aree geografiche. È evidente che in questo modo si sono create sacche di emarginazione. Quando la povertà dilaga e le sinistre diventano inconcludenti per varie ragioni, perché da un lato hanno proposte utopistiche o dall’altra abbandonano i loro riferimenti fondamentali e scimmiottano i sistemi liberistici, allora si crea questo disagio. E questo disagio produce destra, non produce più sinistra.

Un disagio dove pescano anche i 5 Stelle e Lega…
È questo il punto. Una sinistra che vuole tutelare effettivamente è una sinistra che deve essere gradualista.

Diamo un giudizio su questi cinque anni.
Questa legislatura è stata problematica ma di grande capacità di produzione di atti e di politiche. In tanti settori. Come in quello dei nuovi diritti. Dall’altra parte però le politiche economiche hanno più difficoltà ad affermarsi. Per l’affermazione dei diritti bastano atti parlamentari. Per le politiche economiche invece serve anche il tempo. Per realizzare sviluppo, ricchezza e poi distribuirla serve tempo e contingenze internazionali favorevoli. Quindi il processo è più lento, il cammino è iniziato, ma dobbiamo mettere a punto ulteriormente meccanismi e strumenti.

Gentiloni ha detto che lui non sbatte i pugni sul tavolo perché l’Italia, per il ruolo centrale che ha nell’Unione, non ne ha bisogno. Che ne pensi?
Condivido l’atteggiamento di Gentiloni. Fa parte della consapevolezza dei rapporti di forza. L’Europa dei governi, perché non esiste ancora l’Europa dei popoli, è un contesto molto concreto. E qui contano i rapporti di forza. Inutile andare a un tavolo a gridare quando i rapporti di forza non sono stati costruiti in maniera adeguata. Allora Gentiloni fa bene a muoversi in questo modo. Sono le politiche che tendono a modificare quei rapporti e non l’atteggiamento. Il resto va bene per i media. Abbiamo una subalternità rispetto alla Germania. Essa ha una sua economia più forte della nostra, i suoi conti più in ordine dei nostri la sua capacità di visione è più lunga della nostra. Noi per varie ragioni invece siamo più portati a guadare al domani piuttosto che al futuro.

In chiusura i 5 Stelle. Parlano della loro diversità. Ma le cronache non sono molto tenere con loro…
La notizia di un’indagine a carico del Presidente del Potenza calcio per riciclaggio fa smarrire completamente al cosiddetto candidato premier Luigi Di Maio qualsiasi nozione di diritto costituzionale. Capisco che di fronte alla vera notizia del candidato indagato per riciclaggio se ne debba creare una finta, in cui il candidato premier si reca con qualche settimana di anticipo dal presidente Mattarella, il quale giustamente non ha trovato il tempo di riceverlo perché occupato in altri impegni più seri e l’ha fatto ricevere dal suo segretario generale. La notizia vera, invece, è ancora un’altra, cioè che il movimento di cui Di Maio è il capo dice: “Se confermate le accuse non faremo sconti”, quindi linea garantista. Il problema, però, è sapere quando la ghigliottina, che loro hanno ripetutamente rivendicato dovesse essere applicata agli altri, scatterà: con rinvio a giudizio, condanna in primo grado o sentenza passata in giudicato? Noi siamo sempre stati garantisti e rimaniamo tali, però ci fa un po’ specie che il rigore annunciato in tutte le vicende degli anni scorsi riguardanti esponenti politici indagati e le gazzarre organizzate all’interno di Senato e Camera, con Di Maio protagonista, oggi si siano trasformate in un atteggiamento, da noi ritenuto giustamente garantista, in attesa di verifica sulle responsabilità del Presidente del Potenza calcio. Ancora una volta ci troviamo di fronte a un metro e due misure a seconda se la misura riguardi gli avversari oppure gli amici.

Daniele Unfer

SINTESI POSITIVA

prodi gentiloni

“La prima considerazione da fare è che la frammentazione della sinistra italiana rappresenta un problema. Non solo di oggi, ma storico. Una sinistra che fa minoritaria del Paese e nel Parlamento. Invece serve una sinistra responsabile che vuole governare e che non si vuole relegare a una opposizione duratura nel tempo e improduttiva”.

Lo afferma il sentore socialista Enrico Buemi, responsabile giustizia del PSI e candidato della Lista Insieme, nel collegio Piemonte 02 – Moncalieri (To). “Sappiamo – continua Buemi – che le opposizioni, come regola, non producono cambiamento, casomai lo frenano. Perché le opposizioni vogliono impedire che le maggioranze realizzino il loro programma. Ma nei programmi della maggioranza di segno opposto vi possono essere contenuti evolutivi delle condizioni generali. Il che deve essere il fine ultimo di ogni attività politica”.

E la Lista Insieme?
La Lista Insieme cerca di affrontare questo problema di una sinistra divisa. Tentando di sintetizzare esperienze positive che hanno cercato di interpretare il cambiamento ma mantenendo anche la sensibilità verso i grandi problemi. A partire da quello della giustizia sociali, della tutela dell’ambiente e delle politiche economiche che devono creare le condizioni per ridistribuire le risorse.

E proprio su questo punto l’appoggio dato da Prodi è fondamentale.
Prodi interpreta quello spirito che mette in campo esperienze e culture diverse che sono una caratteristica positiva dell’Italia. Noi non siamo un monoblocco. Nel nostro Paese storicamente vi è stata vivacità. A volte ha creato situazioni negative, ma nella maggior parte dei casi ha prodotto una forte evoluzione. Il fatto che gli italiani e lo Stato italiano nel mondo, sono percepiti come peculiarità positiva, deriva anche da questo. Le nostre forze armate sono percepite nel mondo come più attente e capaci di altre a interagire nei territori, i nostri prodotti sono tra i più apprezzati. Tutte queste caratteristiche producono anche diversità politiche. E la diversità è che l’Italia è un paese con tre-quattro storie di cultura politica di grande spessore che hanno rappresentato anche dei punti di riferimento per altre storie. Prodi rappresenta questo. Lo ha detto lui stesso. Prodi rappresenta una politica plurale che però è capace di trovare le sintesi.

L’opposto della vocazione maggioritaria.
La vocazione maggioritaria la aveva anche la Democrazia Cristiana per una certa fase ma la ha subito superata. Nel ‘48 vinse le elezioni ma capì dopo il ‘53 che anche i pariti minori socialdemocratici, repubblicani liberali e socialisti negli sessanta, erano necessari per governare il paese. Ma era in qualche modo d’accordo anche con il partito comunista. Il dibattito è stato riempito di dialettica positiva dando contenuto alle esperienze. Vi è stata la dimostrazione che vi era la capacità di interagire in maniera plurale.

E l’operazione portata avanti da LeU? Che ne pensi?
Mi interrogo come sia possibile che Bersani, D’Alema ed altri si trovino ad essere solidali con i radicali di una sinistra inconcludente invece di essere interlocutori di una sinistra riformista anche se con tutte le sue differenze e i suoi errori. Renzi ne ha commessi sicuramente tanti, ma non può essere perso di vista quello che è l’elemento essenziale di mantenere un’unità strategica. Vi è una sinistra, quella responsabile, quella riformista, quella gradualista, quella che ha i piedi piantati per terra nei bisogni della gente, delle imprese e nell’economia nel suo insieme. È questo il nostro terreno. Altrimenti è evidente che poi vince la destra.

Ma il loro obiettivo potrebbe essere proprio quello del tanto peggio tanto meglio
E io questo lo ho anche scritto. Era una logica della sinistra radicale, addirittura della sinistra extraparlamentare e brigatista. Quella di una strategia pseudo-rivoluzionaria dove però le rivoluzioni portano ai fascismi e non ai cambiamenti positivi.

A proposito di fascismi le cronache delle ultime settimane non sono tranquillizzanti…
Vero. Ma in parte. Questo è anche frutto di errori e sottovalutazioni di una emarginazione sociale che sta diventando di grandi dimensioni. Dovuta anche ai fenomeni economici legati alla globalizzazione. Si è creato uno sviluppo economico non ordinato, ovvero dove la politica ha rinunciato a dare parametri e regole fondamentali per creare le condizioni affinché esso avvenisse dentro determinare coordinate, sia di Stati che si aree geografiche. È evidente che in questo modo si sono create sacche di emarginazione. Quando la povertà dilaga e le sinistre diventano inconcludenti per varie ragioni, perché da un lato hanno proposte utopistiche o dall’altra abbandonano i loro riferimenti fondamentali e scimmiottano i sistemi liberistici, allora si crea questo disagio. E questo disagio produce destra, non produce più sinistra.

Un disagio dove pescano anche i 5 Stelle e Lega…
È questo il punto. Una sinistra che vuole tutelare effettivamente è una sinistra che deve essere gradualista.

Diamo un giudizio su questi cinque anni.
Questa legislatura è stata problematica ma di grande capacità di produzione di atti e di politiche. In tanti settori. Come in quello dei nuovi diritti. Dall’altra parte però le politiche economiche hanno più difficoltà ad affermarsi. Per l’affermazione dei diritti bastano atti parlamentari. Per le politiche economiche invece serve anche il tempo. Per realizzare sviluppo, ricchezza e poi distribuirla serve tempo e contingenze internazionali favorevoli. Quindi il processo è più lento, il cammino è iniziato, ma dobbiamo mettere a punto ulteriormente meccanismi e strumenti.

Gentiloni ha detto che lui non sbatte i pugni sul tavolo perché l’Italia, per il ruolo centrale che ha nell’Unione, non ne ha bisogno. Che ne pensi?
Condivido l’atteggiamento di Gentiloni. Fa parte della consapevolezza dei rapporti di forza. L’Europa dei governi, perché non esiste ancora l’Europa dei popoli, è un contesto molto concreto. E qui contano i rapporti di forza. Inutile andare a un tavolo a gridare quando i rapporti di forza non sono stati costruiti in maniera adeguata. Allora Gentiloni fa bene a muoversi in questo modo. Sono le politiche che tendono a modificare quei rapporti e non l’atteggiamento. Il resto va bene per i media. Abbiamo una subalternità rispetto alla Germania. Essa ha una sua economia più forte della nostra, i suoi conti più in ordine dei nostri la sua capacità di visione è più lunga della nostra. Noi per varie ragioni invece siamo più portati a guadare al domani piuttosto che al futuro.

In chiusura i 5 Stelle. Parlano della loro diversità. Ma le cronache non sono molto tenere con loro…
La notizia di un’indagine a carico del Presidente del Potenza calcio per riciclaggio fa smarrire completamente al cosiddetto candidato premier Luigi Di Maio qualsiasi nozione di diritto costituzionale. Capisco che di fronte alla vera notizia del candidato indagato per riciclaggio se ne debba creare una finta, in cui il candidato premier si reca con qualche settimana di anticipo dal presidente Mattarella, il quale giustamente non ha trovato il tempo di riceverlo perché occupato in altri impegni più seri e l’ha fatto ricevere dal suo segretario generale. La notizia vera, invece, è ancora un’altra, cioè che il movimento di cui Di Maio è il capo dice: “Se confermate le accuse non faremo sconti”, quindi linea garantista. Il problema, però, è sapere quando la ghigliottina, che loro hanno ripetutamente rivendicato dovesse essere applicata agli altri, scatterà: con rinvio a giudizio, condanna in primo grado o sentenza passata in giudicato? Noi siamo sempre stati garantisti e rimaniamo tali, però ci fa un po’ specie che il rigore annunciato in tutte le vicende degli anni scorsi riguardanti esponenti politici indagati e le gazzarre organizzate all’interno di Senato e Camera, con Di Maio protagonista, oggi si siano trasformate in un atteggiamento, da noi ritenuto giustamente garantista, in attesa di verifica sulle responsabilità del Presidente del Potenza calcio. Ancora una volta ci troviamo di fronte a un metro e due misure a seconda se la misura riguardi gli avversari oppure gli amici.

Daniele Unfer

Parla Bolognetti, radicale candidato con Insieme

bolognetti tagliato

“Ho iniziato uno sciopero della fame il 26 gennaio. Ora lo sciopero si è esteso anche  a quello della sete (alterno 24 ore di sete a 24 ore di fame) da venerdì scorso, per alzare l’asticella del dialogo. La nonviolenza è dialogo e noi stiamo dialogando con le nostre Istituzioni attraverso i nostri corpi. Ci battiamo in difesa dello Stato di diritto, della Legge, della Costituzione, del diritto al poter conoscere per deliberare”.

Maurizio Bolognetti, radicale, segretario di Radicali Lucani, membro della Presidenza del Partito Radicale e Consigliere dell’Associazione Coscioni, è capolista al Senato con la Lista Insieme. Parliamo con lui partendo da un tema a lui molto a cuore: la legalità. “Sono due gli obiettivi: primo la piena attuazione della riforma dell’ordinamento penitenziario sollevato da Rita Bernardini. Ma aggiungo un altro punto: il diritto umano e civile di un popolo di poter conoscere per deliberare. A me sembra evidente che in questa campagna elettorale sia in atto un attentato ai diritti civili e politici dei cittadini italiani nella misura in cui essi non hanno la possibilità di conoscere programmi, proposte, candidati. Dov’è il dibattito? Dove sono i contenuti? Se penso alla ricca proposta avanzata da Insieme nel programma che è stato depositato, dico che è stata pressoché cancellata, rimossa. Vorrei che i cittadini potessero valutarci conoscendoci. Democrazia fa rima con diritto alla conoscenza. Le cose peggiori nella storia dell’umanità coincidono anche con la rimozione della memoria.

Come giudichi la campagna elettorale alla quale stiamo assistendo?
Siamo di fronte a delle fiammate su un fatto di cronaca per alimentare paure e odi. Ma il pensiero dov’è? La riflessione dov’è? È una campana elettorale che nasce male anche a causa della legge elettorale che è stata cambiata a ridosso della scadenza elettorale e quindi contro le regole del codice di buona condotta in materia elettorale che il nostro Paese ha sottoscritto. Quel codice prevede che le leggi elettorali non vengano cambiate a meno di un anno dal voto.

Torniamo al dibattito negato…
Vogliamo parlare di ecologia, vogliamo parlare di diritti umani, delle tante cose di cui si compone la proposta della Lista Insieme. Bisogna porre anche il discorso della qualità della democrazia. La nostra Costituzione, che molti definiscono la più bella del mondo, è stata nel corso degli anni sostituita dalla Costituzione materiale. Anche la storia dell’indicazione del premier fa un po’ sorridere. Questa prerogativa sappiamo bene a chi appartiene. A me sarebbe piaciuto per esempio andare a votare con il Matterellum. In generale ho spiccata predilezione per i sistemi elettorali di Usa e Gran Bretagna, ma potrebbe andarmi bene anche un doppio turno alla francese.

La Legge elettorale in Italia è sempre stata terreno di scontro. In Germania o in Francia si usa la stessa dal dopoguerra. Da noi invece c’è sempre chi la vuole cambiare. Perché?
Perché ogni volta scatta un meccanismo per tentare di salvare il proprio interesse particolare, magari commettendo degli errori clamorosi. E lo abbiamo visto. Si tenta a volte di cucirsi addosso un abito su misura. Magari, con questa logica, anche l’attuale legge elettorale tra qualche anno verrà cambiata. Penso che tra i compiti di Insieme, in Parlamento, dovrà trovare spazio anche questo. Quello del giusto equilibrio tra rappresentanza e governabilità.

Quale deve essere il ruolo della Lista Insieme nel centrosinistra? Su cosa si differenzia dal Pd?
Dando  una rapida occhiata al programma della Lista Insieme si vede che le differenze ci sono. Per come la vedo io una differenza forte sta nel porre al centro dell’attenzione una questione un po’ dimenticata. Quella dello stato sociale: bisogna parlare di welfare di welfare to work che era uno dei punti qualificanti della proposta della Rosa nel Pugno. Interrogarsi anche sulla necessità di una politica che possa fare realmente da argine a poteri che sono transnazionali e che rischiano di rendere assolutamente marginali parlamenti e governi. Uno dei punti qualificanti della Lista Insieme che sicuramente ci differenzia da tutti gli altri è il pacchetto sull’ecologia. Una Lista ove vi è una storia socialista, una storia ambientalista, una esperienza civica e anche una piccola storia radicale.

Perché in Italia è così difficile parlare di diritti civili?
Primo perché i benaltristi sono sempre tanti. Quelli che pensano che le priorità siano sempre altre. Attenzione, ci stavano anche ai tempi dei divorzio. Allora dicevano che il paese non era pronto. Ma qui si torna al discorso del dibattito negato. Come potrebbe il Paese non essere interessato a temi che riguardano tutti? Per esempio il tema della amministrazione della giustizia, che, numeri alla mano, coinvolge direttamente milioni di famiglie. Di questo dato però non vi è consapevolezza perché il dibattito vero sui processi che si accumulano, sulla violazione dell’articolo 111 sulla ragionevole durata dei processi, e su come tutto questo penalizza il sistema paese anche in termini di crescita e di Pil, non è mai stato fatto. Anche se a me, che sono un sognatore, piacerebbe più iniziare a parlare di Fil. Felicità interna lorda…

Tu vieni dal mondo e dalla esperienza radicale. Perché questa tua scelta di candidarti con la Lista Insieme?
Scelgo ovviamente il campo verso il quale sento maggiori affinità. Non che dall’altra parte non vi siano compagni con i quali ho sensibilità in comune. Penso per esempio all’Associazione Coscioni. Però la soluzione + Europa non è esattamente nelle mie corde. Sento più affinità con le storie socialiste. Anche per cultura e per crescita personale.  All’interno di questa lista mi è sembrato di vedere la possibilità che alcune mie idee e analisi di sistema potessero avere diritto di cittadinanza e magari riflessione e discussione. La mia opinione è che tra socialisti e radicali vi è una storia infinita. Una esperienza che potrebbe essere nuovamente riempita di contenuti riprendendo dei temi che mi sembrano tutt’altro che passati e scaduti

Daniele Unfer

Nencini: Attenzione al pericoloso mix grigio-verde

Nencini-Psi

“Ci sono similitudini straordinarie tra il primo dopoguerra e questo tempo. Il ‘900 iniziò dopo la prima guerra mondiale. E cosi il ventunesimo secolo inizia dopo al grande crisi che ha travolto l’economia mondiale e ha cambiato canoni e parametri di lettura sociali e economici”. Così il segretario del Psi Riccardo Nencini in una intervista

 I punti di similitudine sono essenzialmente tre. La crisi del ceto medio di allora ed oggi, la conseguenza sulla paura e il rifugiarsi nell’uomo forte ieri e nelle forze antisistema oggi. Il terzo fattore di similitudine è il cambio dell’ordine internazionale. Al tempo finirono gli imperi ed emersero gli Stati Uniti, oggi gli Usa non sono più leader assoluti nel mondo ma vi sono potenze, come la Cina e la Russia che contendono il campo alla potenza che tradizionalmente ha egemonizzato la seconda patte del ‘900 insieme all’Unione sovietica”.

Quando le democrazie si indeboliscono si cerca l’uomo forte. Corriamo questo pericolo anche in Italia?
Oggi in Italia non c’è l’uomo forte. Ci si rifugia nelle forze antisistema, tinte di nero antracite, secondo l’ordine comune dettato dalla paura. La paura per il futuro e il rancore. Sono gli stessi sentimenti che produssero allora una frattura terribile nella società italiana. La paura e la nostalgia. La paura del futuro e la nostalgia per un tempo più felice che si era perduto. Da mesi stiamo dicendo che in Parlamento vi è una maggioranza potenziale post 4 marzo. Un maggioranza che potrebbe essere composta da grillini, leghisti, Meloni e non vorrei vederci anche qualche parlamentare della sinistra radicale. Hanno troppi punti programmatici in comune.

Quali?
Prima di tutto l’antieuropeismo, ma anche un atteggiamento ambiguo sull’euro, oppure l’essere tutti filo-putiniani.

Berlusconi parla dell’immigrazione come una bomba sociale. Anche questo è uno spostamento sulla linea di Salvini. L’immigrazione sta diventando il centro della campagna elettorale. La politiche dovrebbe lanciare invece messaggi di tranquillità e non ti intolleranza…
Esatto. Il centrodestra non avrà la maggioranza parlamentare. Il rischio non è la maggioranza parlamentare del centrodestra ma è peggiore. Ed quello di una maggioranza composita con quelle caratteristiche. Per questo l’appello di abbassare i toni lo possiamo rivolgere a chi sta tenendo i toni alti. Ma se i toni alti persistono, bisogna spiegare agli italiani quale è il rischio al quale vanno incontro. Per esempio se noi, che siamo un paese che importa quasi tutte le materia prime e che abbiamo un debito pubblico molto alto, non avessimo più l’euro, ci infileremmo in un tunnel da cui non usciremmo mai più. Seguendo in questo clima di scontro senza fine, si mettono a rischio tutti i valori fondamentali per i quali abbiamo combattuto in passato. I toni alti di Salvini sono parte di una azione politica, non sono figli di una alzata di testa di un giorno.

L’Italia è un Paese fondatore dell’Europa. Se il populismo dovesse dilagare verrebbe meno un un argine importante…
Non c’è dubbio. E viviamo in un doppio paradosso, dove Berlusconi è alleato con la Lega ma allo stesso tempo va a Bruxelles dal Partito popolare europeo a bollinare il proprio programma sottoscritto con soggetti che né la Merkel né atri rappresentati del Ppe incontrano ne vogliono incontrare per non mescolarsi con quel mondo.

E cosa serve come argine?
Serve intanto un fronte repubblicano inclusivo di tutti coloro che intendono difendere i principi base della Costituzione italiana. E che non soffrono ne di rancore ne di nostalgia e quindi puntano sull’innovazione e puntano a governare i processi democratici ed economici che si stanno presentando. In questo patto bisogna che vi sia un impegno chiaro: quello di non allearsi mai con chi sposa posizioni estreme che confliggono con i valori della libertà e della civiltà.

In questo quadro qual è il ruolo della lista Insieme?
Quello di tenere cucito il centrosinistra. E rappresentare un’alternativa credibile e responsabile di forza tranquilla per chi intende votare la sinistra riformista. Dopo il 4 marzo bisognerà prevedere una sorta di Bad Godesberg della sinistra riformista italiana. Lì dobbiamo giocare il nostro ruolo.

Sei soddisfatto dell’accordo nel centrosinistra?
Possiamo eleggere un bel pugno di parlamentari. Rimane la ferita dell’Umbria. Io ho chiesto un collegio in Umbria perché qui vi è un partito forte e decisivo. Sto cercando ancora di capire da dove il no sia venuto dopo che era stato un sì.

Il rametto dell’Ulivo nel simbolo ricorda una esperienza passata. Cosa recuperare dalla esperienza dell’Ulivo.
La speranza che suscitò.

Daniele Unfer