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Daniele Leoni

Nuovi Orizzonti per lo Spazio, nuovi benefici per la scienza

Foto: Illustrazione artistica dell’oggetto 2014MU69 nella fascia di Kuiper, il prossimo obiettivo di flyby per la missione New Horizons della NASA. Questa immagine binaria è il risultato delle osservazioni realizzate in Argentina nel luglio 2017 quando MU69 passava davanti a una stella. Gli scienziati teorizzano che MU69 potrebbe essere un corpo con un grande porzione sporgente o due corpi che si trovano vicini tra loro fino a toccarsi. Credit: NASA / JHUAPL / SWR / Alex Parker

Foto:
Illustrazione artistica dell’oggetto 2014MU69 nella fascia di Kuiper, il prossimo obiettivo di flyby per la missione New Horizons della NASA. Questa immagine binaria è il risultato delle osservazioni realizzate in Argentina nel luglio 2017 quando MU69 passava davanti a una stella. Gli scienziati teorizzano che MU69 potrebbe essere un corpo con un grande porzione sporgente o due corpi che si trovano vicini tra loro fino a toccarsi.
Credit: NASA / JHUAPL / SWR / Alex Parker

L’Agenzia Spaziale Italiana è disponibile a lavorare a tecnologie robotiche per portare un asteroide nello spazio più vicino alla Terra, per  studiarlo meglio: lo si dovrebbe andare a prendere oltre l’orbita lunare. Lo hanno scritto, in un documento, Marco Tantardini ed Enrico Flamini (ASI) per proporre la nostra partecipazione alla fase del Robotic Asteroid Redirect Mission (ARM) della NASA.  Gli  italiani, già protagonisti di voli spaziali con equipaggio, diventerebbero primi attori di attività nello spazio più profondo, intensificando l’impegno come mai prima d’ora. La proposta dovrebbe portare anche benefici per la scienza sulla terraferma. Il documento è stato pubblicato nella rivista The European Physical Journal Plus (2017).

 “Un veicolo spaziale robotico dovrebbe essere in grado di accostarsi a un asteroide, analizzarlo dettagliatamente, catturalo e ridirigerlo verso un’orbita finale stabile vicina alla Terra, più facile per gli astronauti da raggiungere”. Per gli astronauti o per ulteriori bracci e mani meccaniche direttamente comandati da operatori umani, senza dover scontare il gap delle telecomunicazioni dovuto alla velocità delle onde elettromagnetiche nel vuoto, velocità che non è infinita.

Quanto sia penalizzante questo gap lo si constata tutti i giorni nelle attività marziane dei rover Curiosity e Opportunity, dove immagini e dati di ciò che avviene nella superficie del pianeta rosso ci arrivano con un ritardo fino a venti minuti, in dipendenza della distanza fra la Terra e Marte, che varia al variare delle rispettive posizioni nelle orbite che i due pianeti percorrono attorno al Sole.

 Diceva Paolo Bellutta, pioniere della NASA nella teleguida dei rover su Marte, quando Curiosity iniziò le escursioni: “Quello che noi facciamo è analizzare la telemetria che il veicolo ci comunica ossia quello che Curiosity  percepisce intorno a sé. Dopodiché determiniamo quali sono gli obiettivi scientifici della giornata, calcoliamo quanta energia abbiamo a disposizione, quanti dati possiamo conservare nella memoria del veicolo e quanti ne possiamo restituire. In base a tutto ciò decidiamo le attività giornaliere. Quindi prepariamo una lista di comandi che vengono mandati in un colpo solo al veicolo, che li riceve nella notte marziana e li esegue solo successivamente, di giorno. Molti sono comandi diretti, ad esempio dove puntare la telecamera, altri sono autonomi: gli diciamo ad esempio di spostarsi autonomamente in un certo posto evitando gli ostacoli. Lui valuta parametri come lo slittamento delle ruote: se è superiore a un certo valore un nostro precedente imput gli ordina di fermarsi in attesa di decidere quale altra strada seguire. Noi non siamo lì e non riusciamo a bloccarlo se si mettesse nei pasticci. Non deve ficcarsi in situazioni irrisolvibili, così gli ordiniamo cose come: – fermati se trovi pendii troppo scoscesi o ostacoli troppo grossi! -”.

 Se poi la sonda è ai limiti esterni del Sistema Solare, oltre l’orbita di Plutone, come è ora New Horizons diretta all’appuntamento con l’asteroide 2014MU69, il ritardo nella ricezione dei dati supera le sei ore. New Horizons, la sonda robotica con parti importanti di tecnologia italiana, continua a far lavorare stuoli di ricercatori e a stupire per le novità che ci ha rivelato e che ci rivelerà nell’epilogo della sua missione. Ci ha mostrato il vero volto di Plutone con i suoi panorami pieni di colori a -200°C, rafforzando il dubbio che la vita probabilmente non sia solo quella basata su ossigeno e acqua liquida. Un altro robot al suo epilogo, la sonda Cassini con la nostra Agenzia Spaziale protagonista, ci ha confermato che il cianuro, per noi potentissimo veleno, è forse essenziale per l’ipotetica biologia di Titano a temperature criogeniche (Carbon Chain Anions and the Growth of Complex Organic Molecules in Titan’s Ionosphere – http://iopscience.iop.org/article/10.3847/2041-8213/aa7851/pdf ). Cassini, si prepara a tuffarsi e a incenerirsi nella densa atmosfera di Saturno il prossimo Settembre dopo vent’anni dal lancio. Si autodistruggerà per fornire importanti informazioni sull’atmosfera di Saturno ma anche per evitare che il plutonio in esaurimento, che è servito per alimentare la sonda, possa in un futuro anche molto remoto rischiare di contaminare quella ipotetica biologia che ci è stata rivelata (https://www.washingtonpost.com/news/speaking-of-science/wp/2017/08/08/this-weird-moon-of-saturn-has-some-essential-ingredients-for-life ).

New Horizons incontrerà , il giorno di capodanno 2019, l’asteroide 2104MU69 che, a seguito delle osservazioni telescopiche per mezzo dell’occultamento di un’anonima stellina lo scorso mese di Luglio, sembra essere doppio, comunque composto di almeno due parti del diametro, ciascuna, attorno ai 15 – 20 chilometri (http://www.avantionline.it/2017/06/new-horizons-oltre-i-limiti-dellantroposfera). Potrebbe essere uno dei pezzi incontaminati di quei planetesimi  che, cinque miliardi anni fa, si aggregarono per formare i pianeti del nostro Sistema Solare.

 Gradi novità quindi anche nello spazio cosmico prossimo al nostro Sole, eppure così lontano e difficile da raggiungere. O meglio: grandi novità nella nostra percezione e nella nostra conoscenza che, di anno in anno, scompiglia ipotesi precedenti e convincimenti che sembravano consolidati. Sono novità che dimostrano quanto sia vitale continuare ad investire per conoscere sempre meglio le origini del nostro pianeta, i suoi equilibri delicati e mutevoli anche per effetto della nostra presenza sempre più numerosa. La terra è il pianeta che fu la culla della nostra intelligenza. Una intelligenza consapevole dei rischi che corre l’uomo se vengono posti limiti alla sua possibilità di crescere, consapevole anche di quanto smisurato e pieno di risorse sia lo spazio esterno. Fortunatamente oggi la tecnologia spaziale si è riscattata dal dominio militare, ha potenziato le finalità scientifiche e interessa sempre di più l’industria e l’economia. Saranno l’industria e l’economia,  cioè il mercato, che la lanceranno verso nuovi orizzonti, come sempre è avvenuto nella storia.

Daniele Leoni

SpaceX verso il lancio.
Prove d’errore

Falcon-HeavyE’ molto probabile che il primo lancio sperimentale del gigantesco Falcon Heavy, previsto il prossimo autunno, si risolva in una spettacolare esplosione! L’ha detto Elon Musk durante la conferenza su ricerca e sviluppo della stazione spaziale internazionale – (ISSR&D) conference in Washington, D.C – lo scorso 19 Luglio. “Spero che avvenga abbastanza lontano dalla rampa di lancio in modo da non causare danni. Per essere onesto considererei perfino questa una vittoria” ha aggiunto.

E’ un aspetto del taglio industriale della nuova corsa allo spazio inaugurata da SpaceX dove lo sviluppo di sistemi innovativi segue i percorsi dell’implementazione con le necessarie prove d’errore. Se le prove non si possono completare a terra, allora vengono fatte in volo senza che ciò comporti giudizi di fallimento.

Nella nuova corsa allo spazio non esistono pezzi unici, come avveniva ai tempi del progetto Apollo.

Tutto è modulare. Il Falcon Heavy è composto da tre primi stadi del Falcon 9, con il vettore centrale modificato per sostenere la spinta triplicata, più il secondo stadio, modificato per il rientro a terra. Così ci dovranno essere quattro piattaforme di rientro con quattro teleguide contemporanee. Il risultato sarà la messa in orbita di un carico utile di 60 tonnellate con il consumo del solo carburante. “Però tutto cambia” – aggiunge Elon Musk. “Il carico cambia, l’aerodinamica cambia totalmente, le vibrazioni e l’acustica sono triplicate”.

Allora tanto vale concentrasi su lanci di prova pieni di checkpoint, con una telemetria molto sofisticata, in grado di restituire i dati di ogni dettaglio del comportamento del vettore e le cause esatte delle eventuali rotture. L’esperienza dello sviluppo del rientro del primo stadio insegna: un anno di esplosioni poi, finalmente, la serie ininterrotta di rientri andati a buon fine.

Daniele Leoni

“Contro l’eterno presente”

Un titolo stimolate, “Contro l’eterno presente”. Iniziativa organizzata dall’Associazione Left Wing. Il confronto fra un politico di lungo corso, Matteo Orfini, Presidente di Partito Democratico e un filosofo umanista, Ivano Dionigi, che ha appena pubblicato “Il presente non basta: La lezione del latino”. Un caro amico moderatore, Maurizio Roi, che fu uno dei migliori sindaci di Lugo di Romagna, bravo Direttore di Teatro per professione, oggi Sovrintendete del Teatro dell’Opera Carlo Felice di Genova.

Tanto basta per fare una corsa in autostrada fino a Bologna sotto un temporalone estivo di particolare violenza, però benefico in questa prima estate che promette siccità. Ma siccome la modestia non è fra le mie virtù, ho chiesto di venire a Bologna ad Adriano Autino, futurista umanista, Presidente di Space Renaissance International, che ha appena pubblicato “Un mondo più grande è possibile! L’espansione della civiltà oltre i limiti del nostro pianeta madre è la questione morale del nostro tempo”. Così ne approfittiamo per fare quattro chiacchiere sulla prossima riunione della sezione italiana di Rinascimento Spaziale. Detto fatto! (Si fa per dire perché, se io la corsa in autostrada la faccio da Lugo di Romagna, lui la fa da Rapallo …)

Sotto il temporale, in Autostrada, ripenso all’ultimo intervento di Fabio Fabbri sull’Avanti!. Fabio, negli anni del PSI di Bettino Craxi, era uno dei leader socialisti che mi piaceva di più. Un vero socialista liberale. Oggi, lucido ottantenne, sostiene l’alleanza stretta fra il PSI e il PD di Matteo Renzi. Dice che creare uno schieramento variegato a sinistra del PD, con l’obiettivo di contrastare Renzi, finirebbe per premiare leghisti, neofascisti e grillini. Premierebbe cioè i più reazionari, qualunquisti, xenofobi castigando ulteriormente la politica ragionata, portatrice dei nostri valori più alti.

Mi piacerebbe, – ho scritto a Fabio Fabbri- un tuo parere sulla mia convinzione che gli eredi naturali del movimento operaio e della sua storia sono quelli che io definisco i maker, cioè i tecnici, dagli ingegneri agli scienziati agli operatori impegnati nel campo dell’intelligenza artificiale.

Maker che progettano un futuro benefico e desiderabile dove la tecnologia liberi finalmente l’umanità dal lavoro nocivo, pericoloso e usurante, quello della fatica che fa soffrire. Con le grandi catene del commercio elettronico che si alleano con una nuova categoria di operatori che io definisco CCM (Commercianti, Consulenti, Manutentori), una via di mezzo fra gli artigiani e i piccoli commercianti.

Maker antagonisti dei trader, eredi degli operatori di borsa, che utilizzano l’AI (Intelligenza Artificiale) per giocare sulle microfluttuazioni del mercato azionario fino a generare degli operatori virtuali che agiscono nel mercato azionario con una mitraglia di velocissime operazioni assolutamente slegate da valutazioni oggettive sulla qualità di un titolo. Una tendenza che snatura la borsa fino a provocare le crisi cicliche che purtroppo conosciamo.

Matteo Renzi mi è molto simpatico, è capace di far sognare. Avrei preferito un leader laico ma bisogna accontentarsi. Vedo un ruolo importante dei socialisti nella crescita culturale del PD verso la presa di coscienza dell’eredità operaia passata ai maker. Assieme a Mauro e all’Avanti! stiamo lavorando su un bel progetto, il Rinascimento spaziale. Prendiamo atto che un’umanità che sta andando verso gli otto miliardi, deve assolutamente incominciare ad uscire dalla sua culla, cioè da questo nostro pianeta. E’ una visone che fu di John Kennedy, che oggi si può saldare col sogno dei maker, che vogliono investire su officine orbitali in grado di utilizzare appieno l’energia del sole, produrre meglio e in modo più salubre. Se il grosso dell’industria dovrà essere di robot, tanto vale che la facciamo fuori dall’atmosfera, al riparo dalla corrosione, dalla ruggine e dalla forza di gravità. Gli imprenditori più lungimiranti ci credono (Elon Musk, Jeff Bezos ecc.) e anche qualche italiano a cominciare da Roberto Battiston e imprese come D-Orbit.

In fondo siamo alla ricerca di un obiettivo di lungo periodo, capace di far sognare.

Un’umanità che invecchia nella sua culla, che rischia di sprofondare nei conflitti, nelle guerre, soffocata dall’inquinamento dalla carenza di risorse, quando la fuori ci sono spazio e risorse infinite, è una prospettiva che non fa sognare nessuno.

Arrivo a Bologna nel traffico delle sei del pomeriggio. Trovo miracolosamente una piazzola libera proprio davanti al CostArena, dove si tiene l’incontro pubblico. C’è anche Adriano Autino, ch’è arrivato prima di me. Il filosofo Ivano Dionigi racconta dei tanti incontri che ha avuto ultimamente con gli adolescenti, da Trapani a Trento. Decine di migliaia di ragazzi con una forte domanda di futuro. Dice che sono diversi da noi, che credevamo di sapere tutto e volevamo fare la rivoluzione. I ragazzi di oggi ci chiedono delle risposte e sono alla ricerca di una guida!

Io però non l’ho sentita questa risposta durante l’incontro. Quando Adriano è intervenuto con la sua provocazione, cioè l’invito a ragionare su un futuro possibile e desiderabile per i prossimi cento, duecento anni, la provocazione non è stata raccolta. Era come se quelli “contro l’eterno presente” avessero un gran voglia di rifugiarsi nell’eterno passato. Maurizio Roi ha accettato una copia del libro di Adriano e ha promesso di leggerlo: sono sicuro che lo farà! Chissà che uno degli appuntamenti di Left Wing non possa essere dedicato al futuro, non quello dell’anno prossimo ma quello fra dieci, vent’anni. Magari con un’occhiata all’anno 2100.

Abbiamo concluso la serata, io e Adriano, davanti a una bella bistecca, con una birra gelata. Ci sarebbe stata bene una bella bottiglia di Lambrusco ma purtroppo dovevamo guidare. Mi dicono che tutti i produttori e commercianti di vino sono in trepida attesa dell’autopilota.

Daniele Leoni

L’EVENTO

Un intellettuale, Ivano DIONIGI, già Rettore dell’Università di Bologna e autore del libro “Il presente non basta” e un politico, Matteo Orfini, Presidente del Partito Democratico, dialogano sulla necessità di idee forti che travalichino l’oggi, che non ci consumino in una quotidiana cronaca, che guardino al passato con ispirazione ma senza nostalgia e abbiamo una determinata volontà di futuro. Queste idee esistono ancora? Gli intellettuali possono offrire un contributo? Iniziativa organizzata dall’Associazione Left Wing.

Moderatore Maurizio ROI, Sovrintendente del Teatro dell’Opera di Genova Carlo Felice.

D-Orbit ha lanciato in orbita
il primo satellite spazzino

D-Orbit Staff

Lo staff di D-Orbit che ha curato il lancio del datellite D-Sat. In alto da sinistra: Luca Rossettini (AD e fondatore), Renato Panesi (fondatore), Lorenzo Ferrario, Francesco Palumbo, Marco Bevilacqua, Angelo Dainotto, Caterina Cazzola, Monica Valli, Fabio del principe, giorgia Nardiello, Andrea Ferrante, Giuseppe Mele, Stefano Antonetti In basso da sinistra: Marco Cazzaniga, Marco Marani, Simone Brilli, Lorenzo Vallini, Andrea Marcovati, Alessio Fanfani (PM di D-SAT), Aldo Cappelluti, Pietro Guerrieri

D-ORBIT ha lanciato D-Sat, un satellite con la capacità di rimuovere sé steso dall’orbita, in maniera diretta e controllata, alla fine della missione grazie ad un dispositivo propulsivo integrato. Questa caratteristica innovativa è il fondamento di una nuova generazione di satelliti capaci di limitare la loro presenza in orbita a quanto necessario per completare la loro missione, in modo da prevenire l’accumulo di detriti spaziali. Il lancio è avvenuto questa mattina, venerdì 23 giugno, alle 5:59, dal cosmodromo Indiano Satish Dhawan Space Centre.  Lo ha annunciato Stefano Antonetti, Responsabile Commerciale della D-ORBIT, una società italiana che ha la sua sede operativa a Fino Mornasco in provincia di Como, e altre sedi, di cui una in Portogallo e una negli USA.

Proprio ora, mentre sto scrivendo, ricevo il messaggio tramite Skype da Stefano, dell’aggancio del segnale dal satellite già in orbita: “[11.00.54] Stefano  Antonetti: abbiamo agganciato il segnale [11.01.24] DANIELE LEONI: (champagne) [11.01.59] Stefano  Antonetti: appena adesso, al primo colpo. Scaricato telemetria . Ora ti mando un po’ di foto”

E’ un lancio strategico nella storia del volo spaziale, dalla fase pionieristica verso la maturità.

Un lancio fatto giusto due giorni dopo il discorso del  famoso cosmologo inglese  Stephen Hawking: “se l’umanità non inizierà subito a lavorare per una prospettiva di colonizzazione dello spazio, sarà destinati a perire entro la fine del millennio!” Ha parlato a Trondheim, in Norvegia, al Starmus Festival 2017, nel crepuscolo del solstizio d’estate. Poi ha esposto le sue idee sull’esplorazione del cosmo profondo alla ricerca di nuovi mondi adatti a noi.

Così, una volta tanto, noi italiani ci distinguiamo per il pragmatismo che, in questo caso, significa incominciare ad eliminare i detriti lasciati in orbita e, soprattutto, non produrne di nuovi.

“D-Sat è una pietra miliare nel modo in cui gestiamo il problema dei detriti spaziali. Crediamo che tutto ciò che va in orbita debba essere rimosso non appena ha svolto il suo compito, e vogliamo fornire una soluzione pratica e conveniente per trasformare questa visione in realtà.” Continua Stefano Antonetti

“I detriti spaziali sono un insieme di oggetti di origine umana in orbita terrestre, come satelliti non funzionanti, razzi vettori, e altri oggetti rilasciati durante una missione spaziale. Secondo la NASA ci sono centinaia di migliaia di detriti di dimensione compresa tra 1 cm e 10 cm, e questo numero è destinato a crescere se si continua ad abbandonare satelliti non funzionanti in orbita. In una realtà che dipende sempre di più da tecnologie satellitari per applicazioni come l’osservazione remota del pianeta, le previsioni meteorologiche, la navigazione satellitare, la gestione di emergenze, l’agricoltura di precisione, e le auto senza pilota, è importante individuare soluzioni per ridurre la quantità di detriti spaziali in modo da ridurre il rischio di collisioni che potrebbero distruggere satelliti, compromettere servizi, e produrre ulteriori detriti.

D-Sat, costruito e operato da D-Orbit, è la prima dimostrazione orbitale di D-Orbit Decommissioning Device (D3), un sistema propulsivo intelligente progettato per rimuovere un satellite dall’orbita con una manovra diretta e controllata alla fine della missione, o in caso di malfunzionamento. Il sistema integrato all’interno di D-Sat può essere adattato a satelliti di ogni dimensione. Il nostro sogno è di installare un sistema di questo tipo in ogni nuovo satellite entro il 2025.”

D-Sat include tre esperimenti:  SatAlert, Debris Collision Alerting System (DeCas), e Atmosphere Analyzer.SatAlert serve a convalidare un tipico scenario di emergenza in cui agenzie di difesa civile devono comunicare istruzioni in aree colpite da disastri naturali che hanno compromesso le infrastrutture di telecomunicazione terrestri.  DeCas misura le dinamiche di distribuzione dei detriti associati con il rientro di un satellite, mettendo alla prova una modalità di distribuzione di questo tipo di informazione in tempo reale ad aerei in transito nella zona sottostante al rientro.

Atmosphere Analyzer è un esperimento che ha l’obiettivo di collezionare dati atmosferici nella bassa ionosfera, una regione compresa tra gli 80 km e 150 km poco studiata perché inaccessibile tanto da satelliti quanto da palloni stratosferici.”

Siccome, dovunque vogliamo andare nello spazio, dobbiamo passare dall’orbita terrestre, sarà meglio incominciare a fare pulizia.  “E dove potremo andare?” si chide Stephen Hawking.  “La luna è vicina ma non ha atmosfera, è bruciata dal sole nelle 354 ore di giorno e gelata dalla notte siderale nelle 354 ore di buio. Ha un gravità troppo bassa per mantenere il calcio del nostro scheletro e non ha magnetosfera, col conseguente bombardamento di radiazioni nocive dal sole e dal cosmo profondo. Marte è più lontano anche se le condizioni nella sua superficie sono meno proibitive. Sappiamo che attorno a Proxima Centauri, la stella più vicina al nostro sole, c’è un pianeta che potrebbe assomigliare alla Terra ma per arrivarci, con la propulsione attuale, ci vorrebbero 3 milioni di anni”.

 Allora bisogna attrezzarsi, incominciare col costruire qualche cosa di più concreto della attuale Stazione Spaziale ISS che consenta a squadre di astronauti e di robot di costruire “un nodo di interscambio che abbiamo chiamato SpaceHub” come dice il Prof. Lino Russo; ”un sistema con 100 persone a bordo per condurre attività come ricerca, gestione della stazione, gestione degli arrivi (attracco) e delle partenze verso la Terra o altri nodi o per l’esplorazione verso Marte, e non ultimo per puro turismo.”

Sostanzialmente, in attesa di trovare un nuovo mondo, dobbiamo costruire in orbita bassa, ancora protetti dalla magnetosfera terrestre, un habitat dove vivere e lavorare. Dove fare ricerca e sviluppare una ingegneria adatta ad un ambiente che non è poi così totalmente ostile.  Assenza di atmosfera vuol dire assenza , di vento, di intemperie, di corrosione, di ruggine;  assenza di peso vuol dire anche poter costruire strutture molto leggere, come immense superfici fotovoltaiche sottilissime, in grado di erogare Mega Watt di elettricità. Ma prima di tutto dobbiamo eliminare i rottami in orbita e non produrne di nuovi.

La società D-Orbit è fiero membro di Space Renaissance Italia, un’organizzazione culturale astronautico – umanistica nazionale, chapter italiano di Space Renaissance International (SRI), dedicata ad ampliare la consapevolezza che l’espansione umana nello spazio è fondamentale per la sostenibilità della civiltà attuale, della sua indispensabile crescita, e per la sopravvivenza della vita stessa. Preservare lo spazio attorno alla nostra Terra fruibile e sfruttabile da una societá umana proiettata oltre i confini della nostra atmosfera è una visione che accomuna strettamente D-Orbit e Space Renaissance.

Daniele Leoni

Descrizione della foto

Lo staff di D-Orbit che ha curato il lancio del datellite D-Sat.

In alto da sinistra: Luca Rossettini (AD e fondatore), Renato Panesi (fondatore), Lorenzo Ferrario, Francesco Palumbo, Marco Bevilacqua, Angelo Dainotto, Caterina Cazzola, Monica Valli, Fabio del principe, giorgia Nardiello, Andrea Ferrante, Giuseppe Mele, Stefano Antonetti

In basso da sinistra: Marco Cazzaniga, Marco Marani, Simone Brilli, Lorenzo Vallini, Andrea Marcovati, Alessio Fanfani (PM di D-SAT), Aldo Cappelluti, Pietro Guerrieri

New Horizons. Oltre i limiti dell’antroposfera

In Sud Africa e in Argentina, sono arrivati gruppi di tecnici della NASA, installatori con sofisticati strumenti dotati di ottiche di precisione da puntare verso il cielo notturno e apparati elettronici per registrare, in grande dettaglio, variazioni infinitesimali nella luminosità e nello spettro di una minuscola stellina. Fortunatamente il cielo era sereno, l’osservazione ha avuto successo. Ora seguiranno settimane e mesi di analisi dei dati, assieme a quelli che saranno raccolti in altri due prossimi appuntamenti: il 10 e il 17 Luglio.

170530-MU69occTelescopio-CapeTown2Tutta colpa di 2014MU69 che è un pezzo di roccia irregolare (potrebbe essere ghiaccio sporco con sostanze più pesanti o volatili: la stessa composizione delle comete). È largo trenta chilometri. Percorre un’orbita lunga trecento anni attorno al sole. Si trova oltre plutone, nella fascia di Kuiper. Il 3 Giugno è passato davanti a una stella della giusta luminosità, in modo da proiettare un cono d’ombra sulla Terra, percepibile per poco più di un secondo, lungo un sentiero stretto trenta chilometri, prima in Sud Africa poi in Argentina. Cono d’ombra, si fa per dire! La variazione della luminosità della stella è stata rivelata e analizzata da un sensore fotografico montato in un telescopio dell’ultima generazione con uno specchio di sedici pollici. Venti di questi nuovi telescopi sono stati piazzati lungo il sentiero pronti a catturare l’attimo fuggente e avere più informazioni su 2014MU69 assieme ad altri trenta telescopi meno recenti. Innanzi tutto per capire se c’è qualche cosa in grado di interferire con la sonda New Horizons che, lanciata il 19 Gennaio 2006, dopo aver visitato Plutone e il suo compagno Caronte nel 2015, sta avvicinandosi al nuovo appuntamento di capodanno 2019. Tredici anni di viaggio attraverso il Sistema Solare fino ai confini esterni dove il sole brilla di una luce penetrante ma puntiforme, insufficiente per scaldare e per alimentare i pannelli fotovoltaici. Così servono venti chili di plutonio per alimentare il generatore elettrico in grado di far funzionare gli strumenti di bordo e generare il fascio di microonde che raggiunge la terra, in poco più di sei ore, per trasmetterci fotografie e dati. Quei venti chili di plutonio scatenarono le proteste del solito gruppetto di pseudo-ecologisti che pretendevano di annullare il lancio per paura di contaminazioni.

Ricordiamo le tappe del viaggio di New Horizons: il 7 Aprile 2006 attraversa l’orbita di Marte; l’11 Giugno incontra l’asteroide 2002JF56 e trasmette immagini e dati; in Settembre trasmette la prima immagine fioca della sua meta, Plutone; il 28 Febbraio 2007 si avvicina al pianeta Giove per sfruttarne l’effetto fionda e guadagnare velocità; in Settembre effettua la prima correzione di traiettoria; in Giugno 2008 attraversa l’orbita di Saturno; il 30 Giugno 2010 effettua la seconda correzione di traiettoria; il 18 Marzo 2011 attraversa l’orbita di Urano; il 15 Luglio 2014 effettua la terza correzione di traiettoria; il 25 Agosto attraversa l’orbita di Nettuno; il 6 Dicembre esce dall’ibernazione per effettuare la complessa serie di manovre che permetteranno l’incontro spettacolare con Plutone e il suo compagno Caronte il 14 Luglio 2015.

Quello del 14 luglio 2015 è stato un incontro spettacolare che ci ha svelato un mondo nuovo, inaspettato. Intanto Plutone è diverso da come lo immaginavamo. E’ pieno di sfumature e di colori. Immerso in nebbie e brine di azoto, metano e ossido di carbonio, con una crosta costituita da ghiaccio d’acqua dura come il granito, una grande pianura a forma di cuore con l’assenza di crateri che ne testimonia la formazione recente (Sputnik Plantia). Da quel momento Plutone è diventato il mondo degli innamorati! Forse, sotto la crosta, c’è anche un oceano di acqua liquida profondo un centinaio di chilometri, mantenuto caldo da materiali radioattivi e dalle maree provocate dall’interazione col compagno Caronte. L’incontro con Plutone ha fatto crollare definitivamente la nostra presunzione di dinamiche vitali solo nella fascia temperata vicina all’orbita terrestre. Dopo i satelliti di Giove e di Saturno, dove certamente si trovano profondi immensi oceani, compatibili con la vita di tipo terrestre e scenari dove il liquido vitale potrebbe essere il metano a -180°C, anche la coppia Plutone Caronte si aggiunge all’elenco. C’è l’ennesima conferma che l’acqua e gli idrocarburi sono fra i composti più abbondanti nel Sistema Solare, che sembra fatto apposta perché possa ospitare nuovi nuclei di civiltà umana con opifici e stazioni spaziali in orbita attorno alla Terra, attorno agli altri pianeti, tra gli asteroidi per sfruttarne le immense ricchezze minerarie.

L’incontro del capodanno 2019 con l’asteroide MU69 non sarà così spettacolare. Dobbiamo però dire che sappiamo così poco della composizione della cintura di Kuiper che ogni incontro ravvicinato può riservare delle sorprese. Per inviare una nuova sonda da quelle parti ci vogliono, come minimo, altri dieci anni. Allora mettere qualche telescopio in più lungo il sentiero del cono d’ombra in Sud Africa e in Argentina è utile per massimizzare il risultato della raccolta dei dati. Teniamo anche conto che alcune nuvole dispettose potrebbero oscurare uno o più punti d’osservazione e che è facile un errore, di qualche centinaio di metri, nel calcolo della traiettoria del cono d’ombra. Così la collocazione dei telescopi tiene conto anche di queste possibilità per aumentare la probabilità che ci siano un certo numero di osservazioni utili. Poi ci sarà un anno di tempo per studiare il risultato, per definire la forma e la composizione dell’asteroide e se ci saranno degli oggetti indesiderati a sbarrare la strada. La notte di capodanno 2019 New Horizons passerà, alla velocità di 56 mila chilometri orari, il più vicino possibile all’asteroide con gli strumenti e le macchine fotografiche perfettamente tarati per raccogliere, in un istante, una quantità enorme d’informazioni. Come è avvenuto nel corso del flyby di Plutone nel 2015, tutti i sistemi di bordo saranno offline per massimizzare la velocità di cattura. Solo dopo i dati raccolti saranno “srotolati” e trasmessi a Terra. Ci saranno ancora oltre sei ore di suspense, qualche decina di minuti in più rispetto a Plutone, perché la distanza sarà più grande.

Sarà l’oggetto più lontano mai raggiunto da uno strumento scientifico di osservazione e di misura. Sulla sonda c’è anche tecnologia italiana: Galileo Avionica (società di Finmeccanica) partecipa alla missione con i suoi sensori stellari per il sistema di guida e controllo d’assetto del veicolo. Quando New Horizons fu lanciata l’asteroide MU69 non era ancora stato scoperto: questo è un altro primato. Come ci ricorda Adriano Autino è un altro passo verso un mondo più grande dove la cintura di Kuiper è l’estensione dell’antroposfera. E’ il traguardo raggiunto dall’umanità, che non vuole limiti, nel secondo decennio di questo nostro ventunesimo secolo.

Daniele Leoni

Documentazione:

http://pluto.jhuapl.edu/Mission/KBO-Chasers.php

https://cdan4th.wordpress.com/2017/06/02/mu69occ_2/

http://pluto.jhuapl.edu/Mission/index.php

http://pluto.jhuapl.edu/News-Center/News-Article.php?page=20170525

https://www.nasa.gov/ames/ocs/2016-summer-series/alan-stern

http://newton.corriere.it/PrimoPiano/News/2006/01_Gennaio/30/new-horizons.shtml

I sognatori si stanno svegliando e crescono

spazioRinascimento Spaziale (Space Renaissance) è il nome di un’associazione che pochi anni fa era annoverata fra i sognatori. Ma, come spesso accade in particolari momenti della storia umana, questi sognatori oggi si stanno svegliando e crescono in fretta, assieme alla fattibilità di quello che un tempo era solo un sogno. Il sogno, quando si sposta dalla fantasia alla fattibilità, in breve diventa politica, economia e impresa. Quel sogno parve spegnersi, quasi due anni fa,  dopo il rombo e la fiammata dei motori, sopra Cape Canaveral, in Florida,  dove tutto finì in una nuvola bianca.

Domenica 28 Giugno 2015 un Falcon 9 di SpaceX, che trasportava una navicella dragon coi rifornimenti alla Stazione Spaziale internazionale ISS, esplose a 45 chilometri d’altezza, 2 minuti e 19 secondi dopo il lancio. Nessun danno alle persone. Fu il primo insuccesso nella marcia verso la conquista del primato nell’esplorazione spaziale di Elon Musk, il giovane imprenditore statunitense, fondatore di PayPal, Proprietario di Tesla (leader mondiale delle auto elettriche), fondatore, CEO e progettista di SpaceX  che quel primato oggi sembra proprio averlo conquistato sul campo. Nei quasi due anni che ci separano da quell’incidente, SpaceX ha dimostrato una capacità di reazione unica. Ha analizzato con cura le cause, corretto il difetto in un componente responsabile del disastro, ha ripreso i lanci fino al traguardo, raggiunto il 21 Dicembre dello stesso anno, con il rientro del primo stadio del lanciatore vicino alla rampa di lancio a Cape Canaveral  dopo il lancio e dispiegamento dei satelliti ORBCOMM-2. Una pietra miliare, capace di ridurre cento, mille volte il costo dell’esplorazione spaziale. L’anno scorso, il 2016, è stato cruciale e drammatico al tempo stesso: 8 lanci coronati da successo, 5 rientri del primo stadio riusciti (di cui 4 su piattaforma marina). Poi, l’1 Settembre, durante il rifornimento di carburante, il Falcon 9 è esploso a terra mentre si preparava al lancio di un satellite delle telecomunicazioni, (Amos 6) dell’israeliana Spacecom. Fortunatamente, anche questa volta, nessuna vittima, solo ingenti danni materiali. Un nuovo blocco dei lanci e un’indagine meticolosa per capire le cause dell’incidente. Isolato il problema, corretto l’errore, dal 14 Gennaio 2017 al primo Maggio, 5 nuovi lanci, 4 rientri del lanciatore riusciti, di cui uno già utilizzato in una precedente missione.  Cento per cento di successi , un programma da capogiro di qui a fine anno e progetti mirabolanti per gli anni a venire.

Parliamoci chiaro: se non ci fosse stato un imprenditore privato, con miliardi e miliardi di dollari d’investimento e parecchie decine di commesse per il lancio di satelliti, in lista d’attesa, un trend di questo tipo sarebbe stato impensabile. Invece è successo e oggi guardiamo il rientro verticale del lanciatore, a terra o in una piattaforma oceanica, come se si trattasse della routine di un volo di linea.

Elon Musk ha scatenato anche l’emulazione di altri imprenditori. Vendere un miliardo di azioni Amazon, ogni anno, per finanziare l’azienda spaziale Blue Origin con l’obiettivo di trasportare le persone nello spazio per un bel viaggio intorno alla terra, è quello che ha intenzione di fare Jeff Bezos, fondatore del famoso marketplace e secondo uomo più ricco al mondo, con un patrimonio netto stimato in più di 78 miliardi di dollari. Mentre Mark Zuckerberg, fondatore e CEO di Facebook, ha annunciato un progetto per spedire satelliti esplorativi oltre il Sistema Solare: col fisico Stephen Hawking, l’investitore e filantropo russo Yuri Milner e altri scienziati e ingegneri, hanno in mente una nanosonda sospinta da una vela, che attraverso la spinta congiunta di raggi laser possa viaggiare al 20% della velocità della luce, catturando le immagini di tutto ciò che incontra durante il percorso.

Questi effetti sono stati alimentati dalla NASA, che ha reagito alla restrizione di fondi delle amministrazioni Bush e Obama ripiegando sui privati, con il risultato di rendere il volo spaziale più economico. C’è stato l’effetto congiunto della crescita esponenziale della potenza di calcolo, della riduzione drastica delle dimensioni della micro-elettronica, lo sviluppo delle tecniche di intelligenza artificiale, la stampa 3D per rendere possibili cantieri robotizzati in orbita fuori dall’atmosfera. In pochi anni i progetti più arditi sono diventati possibili come il rientro verticale di un lanciatore, a terra o su una piattaforma marina. Così come è possibile spedire robot con una sufficiente autonomia operativa in corpi celesti lontani decine di minuti od ore luce, che dopo aver eseguito in modo completamente automatico complesse operazioni, ci trasmettono immagini spettacolari ed enormi quantità di dati su scenari che nessuno, prima, aveva immaginato. E’ il caso di della coppia Plutone Caronte, svelata dalla sonda New Horizons, che ora si trova oltre Plutone e sta accelerando in direzione di un altro corpo del Sistema Solare esterno, chiamato 2014 MU69: l’appuntamento è per il 2019, per nuove e sorprendenti scoperte. Lo staff che segue la missione sta pensando ad un nuovo appuntamento, questa volta con un orbiter e un lander. E ipotizza rivoluzionarie tecniche di propulsione. E cosa dire dello spettacolo che ci ha offerto la sonda Cassini negli ultimi 12 anni attorno al pianeta Saturno e che ci regala  proprio in questi mesi, alla fine della sua vita operativa?

Oggi, come mai in passato, l’esplorazione spaziale è un grande spettacolo e una grande scuola a disposizione di tutti. Insegna ai nostri ragazzi a ragionare in modo pianificato, ad aspettare anche anni il risultato prima che la sonda che raggiunga il suo traguardo. Ci insegna a programmare con tecniche a prova d’errore e  a far tesoro degli insegnamenti derivati dagli errori che, nonostante la grande cura nella progettazione e nell’esecuzione, purtroppo inevitabilmente si verificano.

Gli imprenditori, Elon Musk in primo luogo, hanno creato attorno alle loro imprese ondate di passione e d’entusiasmo alimentate soprattutto dalle migliaia di tecnici operativi nelle varie branche dell’attività. In California, in Florida, si respira il rinascimento spaziale. Si respira in Cina, in Giappone, in Europa e in Italia dove la nostra Agenzia Spaziale (ASI) è fra i fondatori e i maggiori contribuenti dell’ESA (European Space Agency). Il suo Presidente, Roberto Battiston, non perde occasione per ricordare che quasi 50% dei moduli abitabili della stazione spaziale internazionale, tra cui la famosa cupola da dove si scattano quelle splendide foto del nostro pianeta, è stata realizzata a Torino da Thales Alenia Space Italia, joint venture tra Leonardo Finmeccanica e i francesi di Thales. Un grande orgoglio, ma anche posti di lavoro e capacità tecnologiche.

A proposito di Rinascimento Spaziale, ci sarebbe tantissimo da raccontare e da scrivere. Almeno una cosa la vorrei dire prendendola in prestito da Adriano Autino, Presidente di Space Renaissance International. Noi viviamo in fondo a un pozzo gravitazionale e facciamo una fatica terribile a uscire. Ma fuori dall’atmosfera, senza le intemperie che corrodono tutto e senza la gravità che spinge in basso, sono possibili costruzioni grandiose, libere dalla ruggine e dall’usura del tempo. Fra cento, mille anni quali meraviglie saremo in grado di edificare vicino al nostro Sole e più lontano, nel nostro braccio di Galassia? Una cosa è certa: potremo farlo solo liberi da dogmi e da fondamentalismi. Diversamente saremo costretti a rimanere quaggiù, logorati dalla crescita demografica, dai conflitti fra i popoli e le religioni e condannati al declino, graduale o violento di chi non ha saputo andare oltre.

Daniele Leoni

Accordo Google-FCA per
l’auto che si guida da sola

Google car 2Fiat Chrysler Automobiles (FCA) e Google avrebbero raggiunto l’accordo per realizzare l’automobile senza guidatore. L’intesa tra l’amministratore delegato Sergio Marchionne e il ceo del progetto Google Car, John Krafcik – secondo indiscrezioni di stampa – dovrebbe essere reso pubblico da un momento all’altro. La notizia era già stata anticipata nei giorni scorsi dal Wall Street Journal, mentre Marchionne, a Torino per la presentazione della Tipo, non ha voluto commentare. Fca dovrebbe realizzare per Google entro la fine dell’anno un centinaio di prototipi. L’auto senza conducente dovrebbe essere una versione del minivan Pacifica a marchio Chrysler presentata al Salone di Detroit a gennaio. Alcune centinaia di vetture potrebbero essere commercializzate in California.


Io, Chicco e l’autopilota
di Daniele Leoni
Saranno tutte elettriche le auto del futuro. Popoleranno le nostre strade, meno numerose di oggi perché per lo più condivise. Controllate dall’autopilota, ci porteranno al lavoro, in gita o a fare shopping. Poi torneranno, per conto loro, al parcheggio di lunga sosta più vicino dove un braccio meccanico potrà trovare la presa di ricarica nella piazzola. Torneranno, le auto del futuro, in risposta alla nostra chiamata, davanti all’ufficio, al negozio o al ristorante e ci spetteranno, pazienti e ordinate, nel parcheggio di sosta corta. A Torino come a Detroit, dopo una secolo dalla scomparsa dei maniscalchi, un altro mestiere cesserà di esistere: quello del taxista. Lascerà il posto alla nuova professione dell’ingegnere del traffico automatico, del controllore e ordinatore dei flussi, del car sharing customer care manager. Ma non scompariranno i fabbricanti di automobili così come non scomparvero quelli delle carrozze un secolo fa. Si trasformarono in carrozzieri, dal riparatore al designer, dall’ingegnere della galleria del vento al tecnico di 3D modelling, dall’operaio specializzato al programmatore del robot addetto alla verniciatura.

Google car 1Il mio amico Chicco, di cui si può criticare tutto, ma non il coraggio di esporre liberamente le proprie idee anche quando cambiano, scrive su l’Unità: “Il sogno della mia generazione era di possedere un’automobile. Il sogno dei miei figli di possedere un abbonamento ad un car sharing. Risultato: spostarsi in macchina diventa più facile, ma gli acquisti di auto diminuiscono. Figurarsi quando arriveranno le auto senza autista che le chiami con un fischio e le molli dove vuoi tanto tornano a casa da sole. I benefici netti per tutti sono enormi, ma il Pil crescerà ancora con gli stessi ritmi con un numero di automobili in circolazione assai inferiore?”
Chicco Testa conclude che sarebbe bene concentrarsi sui benefici per tutti anche se, per ora, non corrispondono ai nostri criteri di calcolo del prodotto interno lordo. Io aggiungo che, se ci saranno più benefici, bisognerà cambiare i criteri di calcolo. Sì perché è giusto cambiare opinioni e criteri quando sono cambiati gli scenari di riferimento così come è molto saggio cambiare opinione quando ci accorgiamo che siamo in errore. La manifestazione più clamorosa di stupidità è continuare a sbagliare per coerenza.

Conosco Chicco da quando eravamo ragazzi, tutti e due in politica, tutti e due alle prese con la fondazione Legambiente. Abitava davanti a me, a Roma, in Via Madonna dei Monti. Lo vedevo la mattina dalla finestra del bilocale che mi aveva prestato l’Architetto Rustichelli, poi si scendeva per raggiungere Piazzale Flaminio dove c’era l’ARCI, in motorino, ognuno col suo. Io ero socialista di Craxi (o meglio di Martelli) e lavoravo al Centro Studi del PSI con Luigi Covatta. Lui era comunista di Berlinguer. Io ero il responsabile nazionale della neonata Legambiente e lui mi doveva “rottamare” perché non ero abbastanza antinucleare. Gli diedi partita vinta un po’ perché non ho mai amato i movimenti di piazza, un po’ perché stavo accarezzando l’idea di una startup (allora non si chiamava ancora così) sulle nuove tecnologie. Poi i socialisti avevano già individuato Maurizio Sacconi come nuovo presidente. Feci bene perché le mie idee erano troppo lontane dalla cultura politica dei primi anni ‘80.
Due avvenimenti economici occupano i giornali di oggi: l’accordo di Marchionne con Google per le auto col pilota automatico e la pole position di Chicco per fare il Ministro allo sviluppo. L’accordo di Marchionne avrà un impatto importante su Torino e non solo su Detroit. E Chicco allo sviluppo sarebbe in sintonia con le necessità della politica di oggi anche perché, passati trent’anni, lui ha idee che io avevo allora.

Mi figuro il nuovo progetto del ponte di Messina, modificato per far posto all’Hyperloop, dove potranno essere imbarcate automaticamente, nelle navette, le automobili del futuro perché i passeggeri abbiano l’ebbrezza dei mille all’ora. Ma nelle strade normali tutti in fila, ordinati, guidati dal software che rispetta automaticamente il codice della strada. Niente più autovelox e nemmeno multe. Si potrà anche bere un bicchiere di quello buono, a cena con gli amici o con la fidanzata. Basta con gli scarichi inquinanti. Nelle aiuole. Ai bordi delle strade, si potranno raccogliere rucola e stridoli per fare l’insalata. Forse si costruirà anche qualche centrale nucleare per recuperare la scuola, la filiera, la tecnologia dei materiali e dei sistemi di sicurezza e, soprattutto, il campo di ricerca per la fusione delle centrali del futuro dove, un tempo, eravamo primi nel mondo.
Ma la decisione è prerogativa di Matteo Renzi, che ha già detto ai giornalisti: “Il primo a sapere il nome sarà il Presidente della Rapubblica”. È l’Italia che cambia e diventa più civile. Noi che l’abbiamo sostenuto e votato alle primarie, consapevoli delle regole fondamentali della democrazia rappresentativa, possiamo manifestare la nostra opinione, ma senza tifo da stadio, meno che meno quello degli ultras violenti della curva sud.

Daniele Leoni

L’intelligenza artificiale parte a razzo… SpaceX

pacexAnche a me è arrivato il tweet di Elon Musk del 2 Gennaio: “Worth reading The Machine Stops, an old story by E. M. Forster …” L’ho trovato online e l’ho letto, The Machine Stops. E’ un racconto scritto nel 1910 che si pone il problema della perdita di controllo, da parte dell’umanità, di una macchina complessa e onnicomprensiva che avvolge l’intera società e si fa carico del sostentamento di ogni singolo individuo. Aria, cibo, abitazione, trasporti, comunicazioni e ogni dettaglio della vita personale e collettiva sono forniti dalla macchina. Dalla nascita all’eutanasia! La macchina si preoccupa di selezionare, alla nascita, i bambini non troppo forti (immagino anche non troppo intelligenti). Tutto procede per generazioni finché qualche cosa, nella macchina, comincia a corrompersi perché sfugge al sistema automatico di manutenzione. Qualcuno propone di sottoporre a manutenzione il sistema di manutenzione stesso ma, ovviamente, la macchina non può farlo e l’umanità non ha più nozione di come la macchina funzioni. Alla fine, col collasso della macchina, tutta l’umanità soccombe fatti salvi i pochi che, in gran segreto, si erano da tempo insediati nel mondo esterno e avevano recuperato l’antico vigore. Anche l’antica intelligenza necessaria per un muovo inizio.

Proprio Elon Musk, pochi giorni dopo aver fatto rientrare intatto, con un atterraggio verticale, il suo lanciatore Falcon 9 (compiuta la missione del lancio di undici satelliti per conto di OrbComm), sente l’esigenza di darci il buon anno con questo invito alla riflessione. Sulla pagina Twitter di SpaceX continua a campeggiare l’immagine della quattro fasi della terra-formazione di Marte, quasi a sottolineare che la Macchina di Foster è indispensabile per i suoi e i nostri progetti di futuro. Con un altro tweet annuncia l’uscita della Tesla Summon 7.1 dalla sua avveniristica industria di auto elettriche: il nuovo software, i nuovi sensori di prossimità e l’autoguida con Google Maps consentiranno di chiamare l’auto che si metterà in moto, uscirà dal garage e raggiungerà il proprietario, climatizzatore acceso e musica preferita. Potrà anche tornare indietro, aprire il garage, entrare, spegnersi e chiudesi la porta dietro le spalle. E’ di oggi la notizia che Barack Obama è intenzionato a promulgare velocemente l’integrazione del codice della strada per l’utilizzo dell’autopilota nelle automobili, convinto che l’innovazione farà quasi cessare gli incidenti stradali dovuti alla distrazione del guidatore, che sono la maggioranza. Immagino grandi lavori anche nella rete stradale per le corsie preferenziali destinate alla guida automatica. Corsie che saranno presto popolate di veicoli ordinatissimi, silenziosissimi, ligi alle regole, in parte popolate di passeggeri liberi di usare il telefonino e navigare in internet. Altri saranno senza passeggeri, torneranno al garage dopo aver portato il proprietario a destinazione o lo andranno a prendere ubbidienti alla chiamata. Altri ancora si occuperanno della consegna automatica di pacchi a domicilio, della raccolta dell’immondizia porta a porta. Altri faranno il servizio di taxi senza taxista.

Se il sistema dovesse funzionare, molto presto l’auto privata sarà il lusso che si permetteranno i ricconi mentre la maggioranza userà le auto pubbliche, perfettamente integrate con la rete dei trasporti metropolitani, ferroviari, aerei, navali. Il servizio sarà molto economico, attivo 24 ore su 24, perché senza pilota umano. L’ultima trovata di Elon Musk, per rimanere nell’ambito dei trasporti, si chiama Hyperloop. È un tunnel dove capsule pressurizzate per passeggeri e merci, a sospensione magnetica, viaggeranno a velocità supersonica in ridottissimo attrito. L’atmosfera all’interno del tunnel sarà rarefatta e la colonna d’aria si muoverà alla velocità delle capsule. Ovviamente le stazioni d’ingresso e d’uscita dovranno essere ad intervalli di centinaia di chilometri e il sistema di scambi sarà estremamente sofisticato per non rallentare il flusso principale. Per il progetto è stata lanciata una gara fra le università a cui hanno aderito settecento gruppi da tutto il mondo sottoponendo un preliminare. Dall’Italia partecipa un gruppo di studenti dell’università di Pisa. Il 29 e 30 gennaio, alla Texas A&M University, ci sarà un primo incontro di selezione delle idee sotto la supervisione di SpaceX, la società aerospaziale protagonista del rientro con atterraggio verticale del vettore Falcon 9. Che sia una cosa seria lo dimostrano le sue cinquanta commesse, per un importo di sette miliardi di dollari, di lancio di satelliti artificiali di società pubbliche e private su scala planetaria.

Daniele Leoni

Le ragioni del Ponte

Si discute tanto, proprio in questi giorni, sul fatto che Messina sia rimasta senz’acqua. Ma la verità è che le città siciliane sono senz’acqua da sempre perché in Sicilia ogni progetto pubblico si trasforma in un’occasione per fare clientelismo, spesso con finti cantieri, per finti lavori con finti lavoratori. Cosa che non accade …


Messina senz’acqua

Si discute tanto, proprio in questi giorni, sul fatto che Messina sia rimasta senz’acqua. Ma la verità è che le città siciliane sono senz’acqua da sempre perché in Sicilia ogni progetto pubblico si trasforma in un’occasione per fare clientelismo, spesso con finti cantieri, per finti lavori con finti lavoratori. Cosa che non accade solo in Sicilia ma anche in gran parte del mezzogiorno d’Italia. Così gli acquedotti sono da sempre pieni di dispersioni che sistematicamente non vengono riparate. L’acqua viene immessa nella rete idrica per periodi limitati di tempo, perché gli utenti possano riempire i loro serbatoi domestici. Poi l’erogazione dell’acqua viene interrotta perché il numero di falle non consente di tenere la rete permanentemente in pressione. In Sicilia avere il serbatoio dell’acqua nel sottotetto è una cosa normale perché è normale l’intermittenza nell’erogazione. Paradossalmente i siciliani si lamentano, come sta succedendo in questi giorni a Messina, solamente quando per alcuni giorni l’acqua non arriva (a causa di qualche inconveniente in più) e le scorte domestiche non possono essere ripristinate. Ma l’erogazione intermittente è la norma.

Sicilia e Calabria: il terreno di coltura del malaffare

La stessa cosa succede per l’acqua destinata all’agricoltura a fini irrigui. La cura del territorio è carente e il dissesto idrogeologico grave. Strade e ferrovie sono in una condizione disastrosa e l’elenco potrebbe continuare per ogni comparto di competenza pubblica.

Chi sostiene la necessità di risolvere prima i problemi elementari come l’adeguamento delle reti idriche agli standard dell’Italia centro settentrionale, così come le strade e le ferrovie, destinando a queste opere primarie tutte le risorse disponibili, pretende, nei fatti, di continuare ancora per decenni, con lo sperpero di risorse senza che nulla di tangibile venga realizzato. Risorse che purtroppo finiscono nelle mani della criminalità organizzata, abilissima nella regia del dissesto e della precarietà, abilissima cioè a creare il terreno di coltura dove prosperano i peggiori affari come lo spaccio della droga, l’organizzazione dei gioco d’azzardo (dalle sale bingo alle slot machine), lo sfruttamento della prostituzione, l’usura.

I compiti a casa di Monti e Passera

Deve far riflettere il modo violento in cui è stato cancellato il progetto del Ponte sullo stretto di Messina dal Governo Monti e dall’allora Ministro Corrado Passera, nonostante la progettazione definitiva fosse stata completata, la gara pubblica regolarmente vinta e il rischio di penali miliardarie a carico dello Stato inadempiente. Inconcepibile la cancellazione del progetto del ponte di Messina, nonostante la dichiarata disponibilità della Cina Popolare ad un’operazione di project financing, non solo sul ponte, ma sull’ammodernamento delle ferrovie e dei porti da Napoli a Taranto. Il motivo? La Cina cercava un’alternativa al porto di Rotterdam per le merci provenienti dalle sue imprese, impegnate nel colossale investimento cinese in Africa. La Sicilia, con i suoi porti, avrebbe potuto diventare il punto di attracco delle navi, da cui i container sarebbero stati smistati per ferrovia verso le destinazioni in Europa e in Asia. Perché allora la cancellazione di un progetto che avrebbe potuto assegnare all’Italia il ruolo di nodo intermodale di uno dei più rilevanti flussi commerciali dell’economia globalizzata?

Torbidi interessi coincidenti

Una possibile risposta è che l’economia sottosviluppata gestita delle mafie siciliane e calabresi sarebbe stata stravolta da un intervento internazionale di tanta rilevanza. Perché le preoccupazioni della mafia, risoluta a salvaguardare la precarietà dell’economia calabrese e siciliana, cioè il terreno di coltura del malaffare, coincidevano con gli interessi degli olandesi e dei tedeschi decisi a salvaguardare il ruolo del porto di Rotterdam. Monti e Passera furono sordi e ciechi, ignorarono opportunità e convenienze italiane, soprattutto del sud. Scolaretti ubbidienti, fecero i loro compiti a casa.

I veri obiettivi dei “no ponte” e lo scampato pericolo per le mafie

Gli agitatori “no ponte”, tirarono un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo. Il pericolo era un grande cantiere con imprese internazionali, non controllate dalla mafia, con dirigenti e tecnici non addomesticabili e soprattutto determinati ad ottenere il risultato di un’opera che avrebbe potuto far scuola. Il pericolo erano imprese determinate a scommettere sulle ricadute positive del successo ottenuto per accreditarsi nel modo e conquistare nuovi mercati. Il pericolo era un cantiere vero, di altissimo livello, impegnato per anni nell’area dello stretto di Messina, che avrebbe potuto scatenare l’entusiasmo di tanti giovani siciliani e calabresi, risoluti a partecipare al lavoro con spirito creativo e non in cerca di assistenza. Il pericolo era che, con il ritmo e l’organizzazione impressi dal ponte sullo stretto, sarebbe stato inevitabile l’allargarsi dell’intervento a ferrovie, strade e porti connessi, da Taranto a Napoli. Tutto sotto la supervisione di entità nazionali e sovranazionali impegnate nell’investimento e poco interessate al malaffare di piccolo cabotaggio come lo spaccio della droga, l’organizzazione del gioco d’azzardo, lo sfruttamento della prostituzione, l’usura. Tutto sotto la supervisione dell’Autorità Nazionale Anticorruzione.

Rimettere il treno nei binari da cui era stato fatto deragliare

Lo spirito con cui lo Stato deve ottemperare agli impegni presi con le società che hanno vinto la gara per la costruzione del ponte di Messina non è solo quello di evitare di pagare le penali, ma soprattutto la volontà di rimettere il treno nei binari da cui era s

Ponte cartina 1

tato fatto deragliare con un colpo di mano e con una violentissima attività di disinformazione.

Il ponte, come ha scritto Maurizio Ballistreri sull’Avanti!, deve essere visto come un segmento strategico per fare della Sicilia un punto fondamentale dello sviluppo del Mezzogiorno, realizzando il Corridoio transeuropeo 1. E d’altronde, proprio i socialisti hanno storicamente sostenuto il ruolo strategico dell’Area dello Stretto e della realizzazione del Ponte. Bettino Craxi, nel 1985, all’apice degli anni straordinari della sua premiership, firmò la convenzione per il Ponte, lanciando l’idea di una grande area metropolitana nello Stretto, frutto della conurbazione tra Messina e Reggio Calabria, nell’ambito di una lungimirante visione geopolitica che assegnava al Mezzogiorno d’Italia la funzione di cerniera tra la costruzione di un’Unione europea non bancocentrica e i paesi rivieraschi del Mediterraneo.

A bridge to somewhere – Dove ci porta il ponte

Giovanni Mollica, in un libro pubblicato negli Stati Uniti sulla vicenda del ponte di Messina, ci dice che

fin dai primi anni 2000, le nazioni che si affacciano sul bacino del Mediterraneo avevano mostrato segni di insofferenza verso il predominio dei porti del nord Europa che avevano occupato un ruolo centrale nella gestione dei flussi mercantili da e per l’Europa, nonché della ricchezza prodotta dagli stessi, assolvendo il ruolo di piattaforma logistica mediterranea. Un nonsenso geografico fondato sia sull’efficienza dell’organizzazione dei loro porti e della rete ad essi connessa, sia sulle carenze infrastrutturali dei Paesi mediterranei, Italia in testa. Un esempio permette di comprendere meglio in cosa consiste il paradosso appena accennato: le merci dirette in Europa e provenienti dal Far East ammontano a quasi 500 miliardi di euro all’anno e, nella stragrande maggioranza, sono trasportate su gigantesche navi porta container che attraversano il Canale di Suez. Oltre il 70% di queste merci è sbarcato negli scali del Northern Belt piuttosto che in quelli dell’Europa mediterranea, preferendo percorrere una rotta di migliaia di miglia più lunga piuttosto che approdare negli scali mediterranei.

Ponte cartina 2L’incidenza di questi giganteschi flussi commerciali tra l’Europa e il resto del mondo sull’economia dei rispettivi Paesi è notevolissima. In Germania, la così detta “Logistica integrata” – così è chiamata la scienza che gestisce l’intera catena di trasporto e distribuzione delle merci dal luogo di produzione al punto finale di vendita, considerata come un’entità unica invece che un complesso di funzioni logistiche separate – costituisce il terzo datore di lavoro, dopo l’industria automobilistica e quella chimica, con oltre due milioni e mezzo di addetti. In Paesi più piccoli, come Paesi Bassi e Belgio, le attività collegate ai porti di Rotterdam e Antwerp contribuiscono per percentuali molto rilevanti al prodotto nazionale e alla bilancia dei pagamenti. Non è un caso che abbiano resistito meglio degli altri Stati europei alla crisi che ha colpito il mondo dal 2008 in poi.

L’Italia non vuole essere un muro

Uno sguardo alla mappa dei flussi merci provenienti dal canale di Suez mostra come l’Italia, nonostante sia un ponte naturale fra l’Africa e l’Europa continentale, venga esclusa dalla quasi totalità del traffico.

Il raddoppio del Canale di Suez porterà nuova linfa ai traffici navali a poche miglia dalle coste siciliane e calabresi. Quali saranno i porti italiani che ne godranno e quanta parte toccherà a ciascuno, lo deciderà la Politica. Una prima risposta fortemente punitiva per l’estremo Sud l’ha data il Piano Strategico Nazionale della Portualità e della Logistica recentemente approvato; ma né i media né le forze politiche le hanno dato il dovuto peso. La destinazione a “porti di scambio” (transhipment) mette fuori gioco gli scali siciliani e calabresi, sempre più schiacciati dalla concorrenza dei nuovi giganti africani e di un Pireo interamente in mano ai cinesi. Né la dimensione regionale riesce a compensare questa mancanza di competitività quando i territori serviti non producono e non consumano. E’ inutile e pericoloso illudersi e illudere la gente inseguendo il sogno di una crescita socioeconomica irrealizzabile. Rotterdam è il primo porto d’Europa perché, oltre ai ricchissimi territori circostanti, serve mezza Italia attraverso una veloce, economica e capillare rete di trasporto. Se il Governo vuole evitare che il grande porto della Piana di Gioia Tauro si spenga lentamente, deve avviare subito lavori per collegarlo alla rete ferroviaria ad alta velocità europea. E se vuole spezzare il tragico isolamento che ha portato la Sicilia a essere la regione dell’Ue col più basso tasso di occupazione, deve riprendere subito l’iter di realizzazione del Ponte sullo Stretto. Senza questi due provvedimenti, le prospettive di sviluppo sono prive di credibilità.

Treno = velocità = costi bassi = valore

L’ultimo argomento è quello della velocità del trasporto merci. Le tratte ferroviarie ad alta velocità hanno tempi assimilabili al trasporto aereo e costi assimilabili a quelli della nave. Se le tratte navali sono più corte aumenta la velocità di consegna e quindi il valore del servizio a parità di costi. La collocazione geografica dell’Italia, della Sicilia in particolare, genera un valore aggiunto formidabile nell’economia dei prossimi decenni, valore che giustifica un adeguato investimento. Noi italiani, aziende pubbliche e private, abbiamo il dovere di svegliarci dal torpore che altri vogliono imporci e che, dalla metà degli anni 60, tentano di confinarci in un ruolo di maitre d’hotel.

L’Africa, il futuro dello sviluppo

Enrico Buemi, in una discussione su facebook del febbraio scorso, sosteneva che il ponte di Messina oltre ad auto finanziarsi, diventerebbe un biglietto da visita delle capacità tecnologiche e produttive italiane e un simbolo nel mondo. Sarebbe un prolungamento del continente verso l’Africa, farebbe diventare Italia la Sicilia e tante altre cose ancora. Sposterebbe il baricentro verso sud, verso l’Africa che è il futuro di questo secolo.

In Africa sarà un futuro di sviluppo, quando si placheranno i venti di guerra così come si sono placati quelli europei dopo la seconda guerra mondiale.

Così crolleranno gli ultimi muri.

Daniele Leoni

Scrive Daniele Leoni:
Islam. Il dialogo per scongiurare
una guerra di religione o di civiltà

Un amico in rete ha proposto la rilettura di un libretto del 2004 intitolato “La forza della ragione” dove Oriana Fallaci descrive le tappe cruente dell’ascesa dell’Islam a partire dall’invasione della Siria nel 636 DC fino alle vicende dei primi anni 2000 con l’abbattimento delle torri gemelle a New York. Oriana sostiene che alla guerra aperta l’unica soluzione è rispondere con la guerra. Ecco perché, ad un certo punto, la risposta furono le crociate. Poi, a fasi alterne, furono 1300 anni di guerre guerreggiate senza le quali saremmo tutti sottoposti alla legga della Sharia.

L’ho riletto tutto. Ogni tanto fa bene leggere Oriana Fallaci, rinfresca la memoria perché tendiamo a dimenticare. Sul rispetto delle nostre regole di libertà io sarei assolutamente irremovibile. Se queste comunità musulmane (o altre) mettono piede nel nostro territorio automaticamente devono essere sottoposte alle nostre leggi. Se le violano imponendo le loro pratiche barbare ai minori o a chi non può difendersi devono essere separati dalle loro vittime ed espulsi. Le vittime (bambini persone fragili, costrette o plagiate) devono essere assistite ed avere l’opportunità di costruire il loro futuro in occidente, protetti nella nostra struttura sociale. L’alternativa sarebbe espellerli tutti, vittime e carnefici, ma sarebbe incivile. Rispetterei la loro libertà di associazione e di culto tenendoli monitorati. Telecamere dentro le moschee e registrazione di tutto quello che viene detto e, non appena scatta il reato di istigazione a delinquere, manette ed espulsione.

Detto questo, d’accordo che i musulmani siano stati sistematicamente criminali nella loro storia, ma anche gli altri, in epoche diverse, non furono santarellini. Nel bel libro “Il declino della violenza” di Steven Pinker viene dipinto un affresco raccapricciante delle pratiche adottate da governanti e guerrieri in ogni epoca e in ogni zona de mondo fin da quando esiste memoria. Solo da pochi decenni si è andato consolidando il valore della convivenza pacifica e della solidarietà come pure il valore immenso della vita umana, al disopra di qualsiasi altro valore. Nella storia ci sono stati certamente periodi di fioritura della convivenza ma, nella pratica, sono durati poco e per lasciare velocemente il posto alla consueta sopraffazione e crudeltà. Quello che stanno facendo oggi le milizie del Califfato sono esattamente le stesse cose che hanno fatto tutti gli eserciti di conquista, nel mondo, da sempre. Solo dopo la fine della seconda guerra mondiale si è andato consolidando, in occidente, quello che noi chiamiamo società civile e bene comune. Negli ultimi decenni, dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II, le comunità cristiane si sono trasformate nel più numeroso e potente movimento per la pace e la fratellanza fra gli uomini che la storia ricordi.

I mezzi di comunicazione del villaggio globale hanno amplificato il messaggio contagiando altri popoli non cristiani come quello cinese. Comunità rilevanti come quella indiana sono state a loro volta influenzate dal pacifismo di Mahatma Ghandi. Tedeschi giapponesi e italiani hanno imparato la lezione dopo la sconfitta di Hitler e Mussolini. In Giappone Hirohito si affrettò, subito dopo Hiroshima, a sancire la natura umana (non divina) dell’imperatore e a negare, di conseguenza, la superiorità dei giapponesi rispetto alle altre nazioni nel mondo. Quanto ai regimi comunisti, dopo il crollo sovietico, del comunismo è scomparsa la pericolosa matrice di superiorità morale. Quanto ai capitalisti occidentali, la fine effettiva della schiavitù, per merito della tecnologia, ha dato priorità al mercato delle imprese e degli scambi. L’economia del fare e del commerciare sta prendendo il sopravvento sulla speculazione finanziaria, ultimo baluardo di barbarie in occidente, sotto pesante accusa per le crisi che ha generato. Così, siccome dove c’è mercato c’è anche pace e prosperità, a mio parere la faticosa conquista del genere umano di una lunga stagione di prosperità e di benessere diffuso è più concreta e stabile di quanto possa sembrare.

Il drastico calo delle guerre e della violenza ha determinato una robusta crescita demografica che però non si è tradotta in aumento della fame grazie ai progressi nella produzione agricola ed alimentare. La prospettiva, rimanendo costante il trend, è quella della stabilizzazione delle nascite per tendenza naturale, della creazione di colonie umane nei fondali oceanici e in stazioni spaziali per attività prevalentemente minerarie. Che cosa potrebbe succedere dopo lo leggiamo nella migliore fantascienza, con robot che rispettano le tre regole di Asimov e con una società umana che rispetta le regole della sostenibilità, non fa differenza se planetaria o galattica. Meglio galattica! Se invece dovesse vincere il Califfato niente di tutto questo potrebbe accadere: si balzerebbe indietro, non al medioevo ma a un secolo fa. Carneficine, sgozzamenti, esecuzioni di massa. Sarebbe la fine della corsa verso il benessere. Le donne non andrebbero all’Università, ma rimarrebbero a casa a fare figli con l’imbarbarimento conseguente per mancanza di donne nei gruppi dirigenti. Qualche occidentale preparerebbe una crociata e probabilmente, prima o poi, avrebbe la meglio. Nel mondo islamico ci sarebbe un’evoluzione come c’è stata nel mondo cristiano. Morale della favola? Si perderebbero cent’anni!

Io non ci sto a perdere cent’anni! Per evitarlo c’è solo una strada: trovare interlocutori, nel mondo islamico, capaci di anticipare l’evoluzione necessaria, la stessa che ha trasformato, non solo i cristiani di Savonarola, ma anche quelli che, un secolo fa, benedivano  i cannoni, nei cristiani di Papa Giovanni XXIII e di Papa Francesco. È più facile questa seconda strada che quella di una guerra di religione o di civiltà che dir si voglia. Ecco dove sbaglia Oriana Fallaci perché i nostri nemici cercano lo scontro fisico, un terreno a loro congegnale dove sarebbero vincenti. Vincenti anche nel giudizio del loro popolo. Per loro la vita umana vale meno di niente e una carneficina nelle loro fila si trasformerebbe in un boomerang per noi, sottoposti al giudizio dei buoni di cuore.

Daniele Leoni