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Daniele Leoni

Dalla Sicilia. Messina: il Ponte della Coerenza

ponte messinaSe il problema è molto complesso, la soluzione deve essere elegante, mai banale. La soluzione di Andrew Yang ai problemi posti dall’intelligenza artificiale e dall’automazione radicale nell’industria e nei servizi è elegante, radicale come la tecnologia. In un lungo articolo pubblicato nel blog di Beppe Grillo, dopo aver dipinto a tinte fosche l’espulsione dalle linee produttive di milioni di operai a causa della robotizzazione, conclude che un “Reddito Base Incondizionato” di mille dollari a tutti i cittadini americani può aiutare a risolvere il problema. Deve servire ad accompagnare i lavoratori, espulsi dalle attività rese obsolete dalla tecnologia, verso i milioni di nuovi posti di lavoro richiesti dalla tecnologia per l’abbinamento del fattore umano all’intelligenza artificiale. Abbinamento sempre necessario per tenere fermo il punto che la tecnologia è al servizio dell’uomo e dell’umanità, non il contrario. Andrew Yang è un imprenditore amico di Barack Obama, candidato per il Partito Democratico alla Presidenza degli Stati Uniti.

Le ricette obsolete di chi non ha capito.

Il secolo scorso, di fronte ad un problema analogo, la risposta sarebbe stata la creazione di mille ostacoli all’automazione. Si sarebbe trovato il modo di rendere più economico il lavoro umano senza curarsi dei bassi salari, della ripetitività delle mansioni, della fatica fisica, dei rischi dovuti alla stanchezza e alla distrazione. Si sarebbe dipinta la tecnologia come disumanizzante. Si sarebbero limitati gli orari nei quali era possibile lavorare proprio per impedire alla macchine di funzionare senza interruzione. Di fronte alla prospettiva, nei prossimi vent’anni, dell’espulsione dell’intera categoria degli autisti di veicoli dal mercato del lavoro, si sarebbero trovate mille scappatoie per costringere al volante un inutile addetto umano. Di fronte all’efficienza delle talpe meccaniche con la conseguente facilità ed economia dei tunnel stradali e ferroviari, si sarebbe inventato il rischio di claustrofobia oppure scatenati eserciti di No TAV. Di fronte ai progressi dell’ingegneria genetica per proteggere le coltivazioni dai parassiti o dalle repentine mutazioni climatiche si sarebbero scatenati eserciti di No OGM oppure esaltato il valore dei pesticidi chimici. L’elenco potrebbe continuare all’infinito con scenari tipici della vecchia sinistra politica che purtroppo hanno contagiato anche gli altri schieramenti.

Una piccola riflessione sui trasporti del futuro.

È ancora Beppe Grillo, l’uomo del paradosso, che viene in soccorso immaginando nuovi scenari. Proprio il Grillo che, anni fa, faceva a pezzi un personal computer sulla scena, per rendere tangibile la sua repulsione verso “quelle macchine infernali letali per l’umanità”. Lo fa dal suo blog con una foto dove accarezza il prototipo di una navetta dell’Hyperloop, seguita da un articolo scritto di suo pugno (si capisce da qualche svarione). Immagina i tunnel dove passeggeri e merci viaggiano a 1200 km orari costruiti di fianco alle linee ferroviarie. Immagina i container scaricati dalle navi su piattaforme offshore per entrare nell’Hyper-intermodalità delle merci. Conclude, prendendo lo spunto da un’intervista a Dirk Ahlborn, Ceo di Hyperloop: “Solo mettendo insieme grandi intelligenze possiamo realizzare cose straordinarie.

Iniziamo a farlo ripensando completamente alla nostra idea di mobilità. Il futuro condiviso arriva prima!”

Che soddisfazione constatare quanto possa evolvere il pensiero dell’uomo di fronte alla complessità e alla varietà delle esperienze e quanto stupidi siano i richiami alla una coerenza che è propria delle macchine e non del cervello umano!

Quattro mesi fa, pensando proprio a Beppe Grillo, scrivevo: “Si potrebbe rielaborare l’idea del Ponte di Messina con un Hyperloop fra Milano e Palermo. Proporre la riconversione dell’Ilva di Taranto per finalizzarla alle polveri per la stampa 3D. A Taranto, connesso al Hyperloop, si potrebbe fare anche uno spazioporto da destinare al balzo orbitale fra l’Italia e Chicago, così da facilitare la collaborazione per i tunnel della futura metropoli. Faremo anche noi un’unica grande metropoli che unirà Messina, Reggio e Taranto. Saremo il satellite tecnologico creativo della Silicon Valley, che potrebbe ospitare, fra l’altro, la Gigafactory italiana delle Battery Pack.”

Dovremmo però pensare a quello che faranno i camionisti in futuro. Senz’altro non guideranno il loro camion però dovranno custodirlo. Dovranno accompagnare il trasporto durante il viaggio che non avrà interruzione se non per il rifornimento (pardon … ricarica delle batterie). Durante la pausa potranno fare la spesa. Durante il viaggio potranno anche dormire in cuccetta. Passeranno il tempo facendo la contabilità, contattando i clienti, organizzando lo scarico e la consegna della merce, procurandosi un nuovo carico per il viaggio di ritorno ecc. Potranno fare anche piccoli lavori di manutenzione dell’automezzo che dovrà essere organizzato, per l’accesso al vano di carico e controllare l’inventario. Insomma: il camion diventerà l’ufficio e l’officina del camionista.

Il fattore umano nell’economia e nell’organizzazione delle imprese.

Ci siamo mai chiesti quante volte un’impresa fallisce per coerenza? “Si è sempre fatto così! Perché cambiare?” è una frase ricorrente fra il capo e qualcuno dei suoi sottoposti intraprendenti. Nella stragrande maggioranza dei casi è un richiamo corretto. Però ci sono situazioni in cui cambiare è necessario, altrimenti si perde il passo col mercato. Non so se fra cento o fra mille anni l’intelligenza artificiale sarà curiosa. Forse si. Ma vorrà dire che ci sarà stata una fusione profonda con l’autocoscienza umana. Che noi uomini e donne, pur mantenendo la nostra individualità nella vita e nel pensiero privato, al livello superiore, quello economico e politico, saremo diventati un tutt’uno con la rete. A quel livello saremo una tessera di un immenso mosaico dove però l’individualità e il libero pensiero di ogni singolo sarà condizione necessaria per il funzionamento complessivo. Se viene meno la libertà individuale la grande macchina si ferma. The Machine Stops, à un vecchio racconto E. M. Forster scritto nel 1910 dove, in un immaginario futuro, aria, cibo, abitazione, trasporti, comunicazioni e ogni dettaglio della vita personale e collettiva sono forniti a tutti da una immensa macchina. Dalla nascita all’eutanasia! Tutto procede per generazioni finché qualche cosa, nella macchina, comincia a corrompersi perché sfugge al sistema automatico di manutenzione. Qualcuno propone di sottoporre a manutenzione il sistema di manutenzione stesso ma, ovviamente, la macchina non può farlo e l’umanità non ha più nozione di come la macchina funzioni. Alla fine, col collasso della macchina, tutta l’umanità soccombe.

Questo per dire che la coerenza assoluta fa parte delle macchine mentre la libertà di cambiare per curiosità fa parte dell’uomo. Che la tecnologia deve essere impostata, secondo leggi ineludibili, per essere al servizio dell’uomo, della sua curiosità e della sua libertà di cambiare.

Quando qualche politico fa dei richiami alla coerenza mi vengono i brividi. Quando l’economia finanziaria si fa manipolare da algoritmi senza via di fuga mi sembra di rivivere gli scenari immaginati da Foster nel suo racconto del 1910.

L’ecologia umanista.

La vita sulla Terra è organizzata secondo leggi ineludibili che sono quelle dell’evoluzione e della lotta per l’esistenza. Centomila anni fa, per uno scherzo di natura, si rivelò il più adatto a sopravvivere e a dominare il mondo un animale che, usando miti e sacerdoti, riusciva ad aggregare eserciti di migliaia di seguaci. Quegli eserciti difendevano i villaggi e conquistavano nuovi territori imponendo, ai vinti, l’agricoltura, l’allevamento, la scienza delle costruzioni, la scrittura e la contabilità. Da meno di un secolo le comunicazioni sono diventate istantanee e, via via globali. Oggi, a fare le conquiste, sono eserciti di idee, di progetti che funzionano. Funzionano così bene che l’aspettativa di vita in cinquant’anni è raddoppiata e la popolazione supera 7,6 miliardi. Progetti complessi possono essere elaborati, trasmessi in modo istantaneo, eseguiti e migliorati dall’altro capo del mondo, condivisi di nuovo, eseguiti in migliaia, milioni di repliche con sistemi automatici. Questa immensa umanità sta sconfiggendo la fame e le malattie. Sta maturando l’etica della pace e il tabù della guerra.

La natura secondo la sua configurazione non antropocentrica non è in grado di sostenere la popolazione umana. Di conseguenza sta imponendosi un’ecologia umanista in grado di far convivere il benessere della popolazione, la sua crescita e il benessere del pianeta.

“Nell’aria c’è qualcosa di diverso. Le persone hanno voglia di coltivare una visione positiva della vita e della convivenza. Noi portiamo avanti una politica del coraggio per accrescere le energie, per rafforzare l’Europa e la nostra democrazia, per guardare al futuro.” È una frase di Kata Shultze, la giovane leader verde che ha vinto le elezioni in Baviera. Penso che anche da Kata avremo delle sorprese che faranno inorridire i vecchi ecologisti coerenti con la “natura del buon selvaggio”. Chissà che anche lei non incominci a pensare alle coltivazioni idroponiche sulla Terra, agli OGM come prospettiva per sfamare l’umanità, alle officine nello spazio geo-lunare, alle miniere negli asteroidi. Ovviamente anche a Hyperloop.

Forse Beppe Grillo scoprirà che la Sicilia è una grande piattaforma offshore, con tanti porti, per raccogliere i container con le merci verso l’Europa e l’Asia. Così rinascerà anche il progetto del Ponte di Messina.

Daniele Leoni

Vice Presidente di Space Renaissance Italia

United Colors e il crollo del Ponte di Genova

PONTE CROLLATO GENOVA MORANDI“Prima che un ponte crolli, quanti tiranti, in gergo i tristemente famosi «stralli», devono saltare? A che distanza devono essere l’uno dall’altro per evitare l’effetto a catena?” La domanda se la fa un articolo de La Stampa, cronaca di Torino, a proposito di uno studio sulla manutenzione dei ponti presentato dal Politecnico in luglio a Melbourne al Labmas, associazione di esperti mondiali di manutenzione e sicurezza dei ponti.

Tutti i ponti strallati hanno un grande numero di cavi, disposti ad arpa, che ancorano l’impalcato ai piloni, con una portata almeno doppia o tripla rispetto al peso normalmente sostenuto. Allora è possibile anche la manutenzione, sostituendo i cavi usurati uno per uno, senza neppure interrompere il traffico sul ponte.

Nessuno ha ancora scritto però (oppure è stato ben nascosto) che nel ponte Morandi di Genova di tiranti ce ne sono solo quattro per ogni pilone, due per ogni lato dell’impalcato. Ogni tirante è costituito da un fascio di cavi d’acciaio sigillati in una trave di calcestruzzo precompresso. “Mi spezzo ma non mi piego!” dicevano i fascisti … Proprio così, nessun effetto catena perché di tiranti ce n’era solo uno per lato della carreggiata. Poteva esserci solo un cedimento secco. Così duecento metri di ponte sono andati giù.

Il crollo del ponte la vigilia di ferragosto, a Genova, ci sta insegnando tante cose.

Fu progettato dall’ing. Riccardo Morandi nei primi anni 60, inaugurato nel 1967. Venne soprannominato subito il Ponte di Brooklyn. Con la differenza che quello di New York, costruito nel lontano 1867, aveva ed ha i requisiti di sicurezza sei volte quelli richiesti mentre il ponte di Genova mancava di ridondanza negli accorgimenti. Aldilà del deterioramento dei materiali, sembra proprio evidente un clamoroso errore di progettazione.

Segni premonitori e voci inascoltate

Quando una crepa fa davvero paura? La risposta è in quello uno studio del Politecnico di Torino che «ha analizzato il collasso strutturale di un intero ponte, in tutte le sue fasi», spiega Gian Paolo Cimellaro, docente di Ingegneria sismica nel Dipartimento di Ingegneria Strutturale del Politecnico, che ha proposto una metodologia per analizzare il livello di sicurezza dei ponti identificando i punti deboli della struttura sui quali intervenire prima del collasso.

Lo studio è stato presentato, dicevamo, a luglio durante la conferenza Labmas. Le simulazioni mostrano come evitare il crollo anche quando uno dei tiranti cede. È il principio della «ridondanza». Consiste nel mettere più cavi del necessario, così quelli di riserva, se anche c’è un crollo localizzato, impediscono il collasso dell’intera struttura. Altrimenti, se uno non regge più, parte l’effetto a catena. In ogni caso la progettazione deve tenere conto delle necessità di manutenzione quindi le componenti critiche, sottoposte ad usura, debbono poter essere facilmente sostituite.

Se il ponte è crollato dopo soli cinquant’anni, nonostante abbia subito continui e difficoltosi interventi di manutenzione (i testimoni dicono che era un cantiere permanente), significa che non era stato progettato per essere manutenuto, quindi doveva essere demolito e rifatto con criteri diversi.

Adesso, col senno del poi, sono in tanti a sostenere questa tesi.

Due anni fa cera solo la voce isolata del professore Antonio Brencich, docente di strutture in cemento armato alla Facoltà di ingegneria di Genova, che, già autore di un articolo sul tema nella rivista degli ingegneri, in una intervista a Primocanale elencava tutte le criticità dell’opera.

“Questo ponte venne indicato come capolavoro dell’ingegneria. In realtà è un esempio del fallimento dell’ingegneria. All’epoca, infatti, l’idea di fare un ponte col cavalletto bilanciato sembrava innovativa e piacque molto. Ma quella tipologia di infrastruttura fallì. Negli anni il ponte subì una quantità di lavori enorme, indice che era stata rilevata una corrosione molto più veloce di quel che pensassero”, perciò era stato necessario “integrare l’impianto originale per impedire situazioni di pericolo”.

Insomma “se dopo 30 anni si devono fare lavori di questo tipo, è un ponte sbagliato. Un ponte deve durare centinaia di anni e 60-70 anni senza manutenzione”. Non solo. “Un tempo, ero ragazzino – rivelava ancora l’esperto – il ponte non era dritto, aveva dei saliscendi, perché venne sbagliato il calcolo della deformazione viscosa, cioè di cosa succede al cemento armato nel tempo”. Insomma, concludeva Brencich, un ponte “in continua manutenzione che dovrà essere ricostruito”. Purtroppo non avrebbe mai immaginato che ci sarebbe stato da ricostruirlo dopo una simile tragedia.

C’è un problema di cultura della classe dirigente.

Alcuni parlamentari della maggioranza di Governo sono convinti che l’alta velocità ferroviaria sia dannosa, che siano dannosi i vaccini, che la combustione del metano produca gas serra, che l’incenerimento dei rifiuti ad alte temperature e con i filtri efficienti sia comunque dannoso ecc. Questo è antiscientifico e molto grave. Però è anche gravissimo che le voci di allarme sul ponte Morandi di Genova siano rimaste inascoltate dai tutti i governi come tanti altri segnali degli studiosi e degli imprenditori delle nuove tecnologie su temi cruciali. Per esempio hanno dato credito alle tesi contro gli OGM nonostante la loro dimostrata efficacia per colture più resistenti ai parassiti. Non hanno invece combattutola brevettabilità degli OGM da parte delle multinazionali e le limitazioni alla diffusione delle sementi. Mi sembra incredibile che, avendo davanti agli occhi lo sviluppo della robotica, dell’Internet delle cose e dei sistemi esperti, l’opposizione si opponga in modo pregiudiziale al reddito di cittadinanza senza capire che è l’unico strumento possibile per mantenere in equilibrio l’economia e la società.

Stiamo transitando velocemente verso un’epoca in cui si lavorerà più per passione che per bisogno, dove il tempo dedicato allo studio si dilaterà. Sarà quello un tempo di persone più libere. Un tempo in cui chi dovrà dare un giudizio severo, per esempio sulla necessità di demolire un ponte perché a rischio di crollo, non sarà più condizionato dalla necessità di compiacere un suo superiore.

Ecco, mi sembra che la classe dirigente sia pervasa dalla necessità di compiacere qualcuno a scapito della libertà di giudizio, quando la libertà di giudizio dovrebbe essere il tratto distintivo della classe dirigente. Un’altra cosa che mi da fastidio sono i primi ministri e i membri dell’esecutivo che ostentano un’attività frenetica: frenesia difficilmente compatibile con la ponderazione.

Queste brevi considerazioni, e tante altre che si potrebbero fare, danno l’idea del perché il crollo del Ponte a Genova sia solo la punta dell’iceberg di un andazzo generalizzato che accomuna la classe dirigente politica, ministeriale e delle società private che sono entrate nel giro. Questo andazzo (le vicende dei cinquant’anni del ponte di Genova lo dimostrano) è un vizio di tutti i Governi di tutti i colori politici. I 5 Stelle stanno dimostrando di seguire la tradizione.

Il ritorno alla gestione dello Stato sarebbe come spegnere l’incendio con la benzina.

“United colors of Bennetton”! Mi è sempre piaciuto lo slogan del gruppo tessile di Treviso oggi proprietario della Società Autostrade, concessionaria. E mi è piaciuta anche la loro reazione concreta al disastro: cinquecento milioni di risarcimento alle famiglie e costruzione di un nuovo ponte in otto mesi. Io li prenderei in parola. Ovviamente questo non deve ostacolare l’iter giudiziario per accertare le colpe e punirle. Raffaele Cantone ha dichiarato, in una lunga intervista su La Stampa, che “il sistema Paese è inadeguato: nessuno controlla e ci si affida la fato, salvo scatenarsi dopo una tragedia in una inammissibile fuga dalle responsabilità.” Alla domanda sull’opportunità di rinazionalizzare ha risposto: ” … Faccio presente che un carrozzone in perdita è diventato, dopo la privatizzazione, una gallina dalle uova d’oro …”.

Rinazionalizzare sarebbe catastrofico per i costi immediati e perché, ne sono sicuro, tutti i vizi della gestione pubblica ritornerebbero senza correggere gli errori attuali.

Imprese, intelligenza, algoritmi e coscienza.

Sempre più di frequente il valore delle imprese viene determinato dal mercato azionario. Mercato spesso condizionato da fattori indipendenti dal valore della produzione ma da fluttuazioni indipendenti determinate dai fondi d’investimento internazionali e dai trader online. I fondi e i trader si avvalgono di algoritmi in grado di speculare sulle micro fluttuazioni del mercato. La borsa sta perdendo così il suo ruolo di finanziamento e di capitalizzazione degli imprenditori migliori in termini di efficienza per la produzione di beni e servizi. E’ uno strumento che premia o punisce sulla base di regole diverse da quelle originarie e fondanti del mercato azionario.

Quando un gruppo come Benetton ha successo entra in un giro finanziario dove i suoi United Colors non determinano più il valore dell’impresa. E un fenomeno in cui gli algoritmi diventano più potenti della passione dell’imprenditore. Gli algoritmi sono molto intelligenti ed efficienti e possono garantire guadagni spropositati. Pero gli algoritmi non hanno coscienza, che è tipica solo dell’intelligenza umana (almeno fino ad oggi). E’ così che l’imprenditore perde identità e passione e nella struttura aziendale. Fra i suoi dirigenti si aprono delle crepe che conducono a catastrofi. Sono fiducioso pero che la catastrofe di Genova stimolerà una riflessione nel gruppo e nella famiglia Benetton. Perché la coscienza umana pretende che Benetton passi alla storia non per il crollo del Viadotto sul Polcevera ma per l’arcobaleno di vestiti colorati che hanno decorato i corpi umani di tutte le etnie del mondo.

Daniele Leoni

La rinascita italoamericana di Fiat e Chrysler

FIAT-sanzioni UEFu il ticchettio della macchina per scrivere che fece da contrappunto alla storia meravigliosa di Adriano Olivetti che, da Ivrea, negli anni Cinquanta, conquistò la leadership del mercato mondiale dell’office automation, portando la sua fabbrica ad impegnare 32mila persone. Fu primo, per efficienza produttiva e per qualità della vita dei suoi dipendenti, qualità che si trasferiva, come per magia, nella qualità del prodotto. Un margine primario enorme gli dava la possibilità di fare enormi investimenti. Partì con una piccola industria che, in poco più di dieci anni, diventò immensa. Adriano Olivetti fece il miracolo industriale con la macchina per scrivere meccanica Lettera 22 e con la calcolatrice meccanica  Divisumma, pronto a fare il balzo verso l’elettronica, i grandi calcolatori e i personal computer.

Il rombo dei motori, dalla Panda alla Jeep alla Ferrari, hanno fatto da contrappunto alla rinascita italo-americana di FIAT e CHRYSLER, sessant’anni dopo il miracolo di Ivrea. Sergio Marchionne ha fatto l’impossibile, trasformando due industrie vicine al fallimento in una società globale, robotizzando tutte le linee di produzione, azzerando il debito. Incrementando l’occupazione e raddoppiando la produzione. Come sessant’anni fa OLIVETTI, oggi FCA è pronta ad un balzo epocale, quello verso l’autotrasporto elettrico, la guida automatica e l’integrazione fra il trasporto privato e l’alta velocità del trasporto pubblico.

Scenari nefasti da non ripetere.

Alla fabbrica di Ivrea il decisivo balzo epocale fu impedito a causa della morte di Adriano Olivetti.

La decisione fatale, in Olivetti, fu quella di vendere l’intero settore elettronico all’americana General Electric vanificando la ledership mondiale sancita dal primo grande calcolatore a transistor OLIVETTI ELEA 9003. Il professor Valletta (presidente della Fiat e ispiratore del gruppo di intervento che, all’inizio del 1964, prese le redini dell’Olivetti) dichiarò: ”La società di Ivrea è strutturalmente solida e potrà superare senza grandi difficoltà il momento critico. Sul suo futuro pende però una minaccia, un neo da estirpare: l’essersi inserita nel settore elettronico, per il quale occorrono investimenti che nessuna azienda italiana può affrontare”. Qualche mese dopo ci fu la vendita perché Olivetti si concentrasse esclusivamente nel settore delle macchine per scrivere e delle calcolatrici meccaniche. ”La cessione della divisione elettronica Olivetti maturò  in tragica e assurda coincidenza con l’avvio della rivoluzione microelettronica mondiale,  per la precisa determinazione dei poteri forti della finanza e dell’industria nazionale ad uccidere l’iniziativa, nella totale indifferenza delle forze politiche.” scriverà Pier Giorgio Perotto, membro del gruppo di progettisti di ELEA 9003 e autore della Perottina, il primo personal computer, L’Olivetti P101, adottato dalla NASA per lo sbarco sulla luna ne 1969. ” Venni confinato con qualche collaboratore in un piccolo laboratorio di Milano, in territorio ormai della G.E., perché se agli americani ero inviso, il clima ad Ivrea, tempio della meccanica, non era molto migliore. Ma questa volta il gruppo di intervento, che aveva puntato tutto sul rilancio della meccanica, fu davvero sfortunato, perché una piccola grande idea germogliò inaspettatamente nel mio laboratorio: quella del computer personale (anticipando di ben dieci anni i P.C. introdotti in America!).

Non voglio qui raccontare le drammatiche vicende che portarono a questo risultato. Ma l’imbarazzo e l’indifferenza con cui il nuovo management accolse la notizia dell’imprevista epifania emersa dalle stive dell’azienda ebbero almeno il merito di portare a una timida ma positiva decisione: quella di esporre la nuova macchina, come puro modello dimostrativo, in una saletta riservata della mostra newyorchese” prosegue Perotto. ” Quello che non fece la strategia, lo fece il complesso di colpa legato alla cessione dell’elettronica e la voglia di far vedere che la Olivetti, in fondo, si, qualcosa di esplorativo con l’elettronica, pur non credendoci, faceva ancora. Quello che successe alla fiera fu però straordinario e sconvolgente: il pubblico americano capì perfettamente quello che il management dell’azienda non aveva capito, ossia il valore rivoluzionario della ”Programma 101”; trattò con assoluta indifferenza i prodotti meccanici esposti in pompa magna e si assiepò nella saletta per vedere quello che il nuovo prodotto era in grado di fare. La stampa, specializzata e non, segno con i suoi articoli entusiastici il successo di una presentazione e di un evento non voluto. In pratica, il nuovo computer fu letteralmente risucchiato dal mercato: si può dire che non fu venduto, fu solo comprato! ” Però non ci fu nulla da fare. “Vennero inferte anche delle ferite alla nostra identità. Si decise, in quegli anni, di mandare al macero la biblioteca Olivetti. Si voleva cancellare la memoria di Adriano Olivetti” dichiarò qualche annoi Franco Ferrarotti. ” … perchè vi è una categoria di imprenditori e di manager, quelli che preferiscono manovrare il denaro piuttosto che pensare alla miglior produzione possibile, che sono allergici alla creatività del fare. Così si aggiunsero ai dictat internazionali anche forti resistenze interne.”

Sergio Marchionne si era convertito all’auto elettrica.

Il 1 Giugno l’ad di Fca si era recato a Balocco per presentare la relazione di apertura del Capital Market Day.  In quell’occasione ha illustrato il piano industriale che, entro il 2022, dovrebbe sancire la rivoluzione tecnologica composta dall’elettrificazione dei motori e dall’autonomous driving. “L’elettrificazione costituisce il primo pilastro dell’edificio della nuova FCA. Sul versante industriale, l’obiettivo è quello di investire 45 miliardi di euro in tutto nei prossimi cinque anni: 9 miliardi sull’elettrificazione e 13,5 miliardi di euro nel rinnovo della gamma.” In gennaio, al Salone di Detroit, aveva detto: ” “Se qualcuno fa una supercar elettrica, la Ferrari sarà la prima: la faremo, è un atto dovuto. E sarà la più veloce sul mercato”. E ancora: “Entro il 2025 “meno della metà” delle auto prodotte al mondo sarà totalmente a benzina o diesel, lasciando strada ai motori ibridi ed elettrici e le case automobilistiche hanno meno di un decennio per reinventarsi se non vogliono essere cancellate dai cambiamenti”.

Nelle dichiarazioni dopo la scomparsa di Marchionne non ho sentito la stessa convinzione nonostante la continuità dichiarata dal novo  AD Mike Manley,  la disponibilità del Governo (Luigi Di Maio) a fare investimenti pubblici per favorire l’automotive elettrico in un contesto d’integrazione fra trasporto pubblico e privato. Nonostante che la Giunta Comunale di Torino abbia approvato un protocollo d’intesa che vedrà Città e Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti collaborare per fare di Torino un laboratorio dove testare l’auto autonoma, mettendo a disposizione servizi innovativi strade e infrastrutture cittadine. In un contesto dove l’auto a guida autonoma si integra perfettamente con l’auto elettrica, con il car sharing, progetti di riconversione dei sistemi di approvvigionamento, produzione, accumulazione, utilizzo del”energia con emissioni zero.

Una trasformazione nell’economia dell’autoptraspoto, e non solo.

Una cosa è certa: quella della transizione verso le auto elettriche sarà una rivoluzione planetaria paragonabile a quella dell’elettronica nel settore dell’automazione dell’ufficio. Una rivoluzione nelle tecniche produttive perché il motore elettrico è più efficiente, leggero, manutenibile, semplice e versatile del motore a scoppio. Una rivoluzione nel campo dell’energia perché le nuove batterie, che erediteremo dall’esplosione del numero degli smartphone, oltre ad alimentare le automobili serviranno da stabilizzatori delle reti elettriche e faciliteranno l’utilizzo delle fonti rinnovabili intermittenti come il solare fotovoltaico (i progetti di Tesla e Nokya ci dovrebbero illuminare). Una rivoluzione per la riduzione drastica dell’inquinamento e per l’efficienza energetica: il freno motore recupera l’energia e ricarica le batterie; le batterie delle automobili, collegate alla rete elettrica in garage, potranno essere utilizzate dalla rete elettrica come riserve, in casi di emergenza. Una rivoluzione nell’indotto della manutenzione perché la meccanica dell’auto elettrica è radicalmente diversa: scompariranno cilindri, pistoni, valvole, alberi di trasmissione, differenziali, cambi ecc. Ogni ruota avrà il suo motore e la spinta/frenata sarà sincronizzata elettronicamente. Una rivoluzione nell’utilizzo perché la guida autonoma con autopilota aprirà possibilità incredibili nel campo dell’utilizzo del mezzo, trasformando radicalmente tutte le attività che oggi prevedono un guidatore umano. Le automobili saranno prevalentemente condivise e non in proprietà. Circoleranno per rispondere alla chiamata degli utenti e sosteranno in parcheggi temporanei (sosta breve) oppure in grandi parcheggi organizzati come i magazzini a Amazon, secondo la logica del percorso più breve. Sarà più facile l’integrazione dell’automobile con il trasporto pubblico veloce (tunnel  metropolitani o interurbani) dove corrono navette porta automobile. Le navette porta-automobili potranno anche correre, a velocità supersonica, in sistemi Hyperloop oppure, più semplicemente, in treni ad alta velocità. Una volta arrivate a destinazione potranno essere lasciate alla rete pubblica che provvederà a smistarle ad altri utenti.

Una nuova organizzazione del lavoro, forse la più radicale.

Non ci saranno più vigili urbani ma esperti nella gestione e nella programmazione dei flussi di traffico. L’intelligenza artificiale avrà un grande ruolo nella gestione. La getione avrà un must: ridurre gli incidenti stradali a numeri prossimi allo zero. Oggi più di un milione di persone perde la vita, ogni anno, per incidenti stradali. Senza contare lo stress nelle code, l’ansia di trovare un parcheggio, la perdita di tempo al volante. Tempo che si potrebbe dedicare al lavoro o al relax, magari con un bel libro o per fare conversazione. Non più autovelox, etilometri, multe, decurtazione di punti dalla patente.

L’industria petrolifera sarà contro ma, questa volta, non dobbiamo mollare.

Sergio Marchionne, alla fine, aveva capito tutto questo anche se, per anni, era stato un sostenitore convinto dei sistemi di autotrazione tradizionale. La fatalità l’ha escluso dalla gara. C’è d’augurarsi che la nuova FCA non voglia seguire le orme di Valletta che, nel 1964, convinse gli eredi di Adriano Olivetti ad disfarsi dei neonati calcolatori elettronici seguendo il destino delle calcolatrici meccaniche. I petrolieri faranno l’impossibile per impedire l’evoluzione ormai inevitabile. Trascineranno con loro alcune vittime. Speriamo che FCA resista.

Daniele Leoni

Il sole in bottiglia

Lo scorso 7 Aprile 2018, Roberto Cingolani, vulcanico Direttore Scientifico dell’Istituto Italiano di Tecnologia, ha fatto il primo intervento della giornata di studio Sum02, la Leopoda del Movimento 5 Stelle, in memoria di Gianroberto Casaleggio. Non ha parlato di politica ma di scienza e di futuro. E’ stato un intervento molto bello, pieno di idee suggestive e di ottimismo. Un intervento che ha influenzato tutta la giornata. Una giornata notevole e stimolante come la Leopolda di Matteo Renzi. E’ disponibile il video integrale su Youtube, sia del singolo intervento che dell’intera giornata.

Un secondo tipo di scienza.

Ad un certo punto Cingolani ha detto: ” Fra cento, duecento anni andremo via dalla Terra. Quindi, oltre alla scienza per rimanere sul nostro pianeta in salute, ce ne sarà un’altra che ci consentirà di andare via. E’ questo secondo tipo di scienza che bisogna assolutamente supportare perché è inerente al nomadismo della specie umana.”

Poi ha abbandonato l’argomento per lanciarsi sulle affascinanti dissertazioni relative al genoma umano, le nuove frontiere della medicina, l’intelligenza artificiale e la robotica. Dissertazioni tutte centrate sulla prima faccia della medaglia, cioè la scienza che ci consentirà di rimanere nel nostro pianeta, in salute, nonostante l’esplosione demografica. Rimanere per gli anni sufficienti a che la tecnologia ci apra la strada verso la colonizzazione dello spazio cosmico.

Nessuno degli interventi successivi ha ripreso il tema dell’esodo. Non un commento della stampa nei giorni seguenti. E’ come se l’umanità, dopo aver inventato miti per millenni, azzardato ipotesi fantasiose perché voleva regalarsi un sogno, ora che finalmente ha la possibilità di uscire dalla culla, ch’è in grado di muovere i primi passi oltre l’atmosfera del pianeta dov’è nata, sia ora vittima di un eccesso di prudenza. La comunità scientifica si comporta come se dovesse violare un tabù!


la crescita felice.

Ho rivisto il video “Gaia – The future of politics” che, dopo nove anni dalla pubblicazione, non sembra proprio farina del sacco di Gianroberto Casaleggio. E’ un messaggio angosciante, compreso il sottofondo musicale. Siccome venne presentato come video sperimentale e provocatorio, penso proprio che quell’esperimento non sia riuscito. Meglio Sum02, con il suo messaggio positivo e fiducioso sul futuro. Gli interventi sono tutti tesi verso un buon futuro, fatto di ricerca e di sintesi. Così il capitolo dell’energia insiste sulla rete dove i produttori di elettricità saranno anche gli stessi consumatori, dove ogni casa sarà una piccola centrale fotovoltaica, con i pannelli sul tetto e le nuove batterie per l’accumulo (della Tesla?) nel garage, che sopperiranno quando il sole non c’è. Non solo: pannelli e batterie saranno collegati anche in rete per mettere a disposizione il surplus, sia di generazione che di capacità di accumulo. Batterie pronte a fornire l’alto amperaggio per ricaricare in pochi minuti l’automobile elettrica del parco condiviso “Car Sharing”. E guarda caso, quando la batteria dell’automobile è attaccata alla presa di ricarica, anche quella batteria può far parte della rete elettrica condivisa da cui la rete può prelevare in caso di criticità.

Qualcuno potrebbe dire che l’architettura necessaria è troppo complessa! Troppo complessa? Basta progettare le giuste centraline perché tengano i componenti della rete in equilibrio, gestiscano le priorità e li tengano a disopra di una soglia minima di efficienza. In questo modo sarebbero ridotti drasticamente gli sprechi. Non dovremo ricorrere alla decrescita ma potremo, secondo natura, continuare a crescere.

L’assurdo del problema idrico.

Il nostro pianeta è coperto d’acqua per il 71%. Qualcuno potrebbe dire che l’acqua del mare è salata e noi abbiamo bisogno d’acqua dolce. Oggi, con una membrana porosa dotata di particelle nanofotoniche in fondo a un contenitore trasparente (70×25 cm.), è possibile dissalare sei litri d’acqua ogni ora, quando c’è il sole. Con i nuovi materiali il problema idrico è completamente risolto, basta volerlo. Era possibile anche prima: Israele, che ha trasformato in giardino il suo pezzo di deserto, è li, davanti ai nostri occhi, a dimostrarlo. Oggi è molto più facile. La stessa cosa si potrebbe dire per la depurazione delle acque inquinate. La plastica biodegradabile è facile da produrre perché possa rimpiazzare tutta la plastica nociva. Il metodo per ripulire la poltiglia di plastica che deturpa gli oceani esiste usando milioni di contenitori robotizzati e un po’ d’organizzazione. L’importante destinare all’inceneritore tutto ciò che non è biodegradabile. All’inceneritore o ad un riciclo che non faccia finire di nuovo in mare la plastica.

Le discariche vanno abolite. Gli inerti vanno tutti separati e riutilizzati. E gli inceneritori vanno dotati di filtri e altri sistemi di abbattimento che riducano a zero l’impatto ambientale. Le tecnologie oggi ci sono! E la CO2? Se si ripuliscono gli oceani dando respiro al fitoplancton, se si ripristinano gli alberi in una logica di biodiversità agricola, di equilibrio idro-geologico e in funzione del verde urbano, c’è la fotosintesi clorofilliana, che funziona sulla Terra fin dalle prime forme di vita (è più antica di quanto si pensava). Ovviamente i combustibili fossili vanno dismessi. Rimane da vedere se è meglio utilizzare ancora il metano perché è il risultato di un’attività geologica (non fossile). Se non si brucia, fuoriesce incombusto in atmosfera con un effetto serra venti volte quello della CO2. Il metano che gorgoglia nei fondali marini si deposita sul fondo come clatrato idrato.

Eppur bisogna andare.

Tutte le vecchie dottrine politiche sono crollate. Giustamente crollate perché diventate sterili. Ciò che rimane è la prevalenza del buon senso, e non è poco. L’unico problema che la tecnologia non può risolvere è l’aumento della popolazione. Il buon Gianroberto fece una buttata, nel video Gaia, che fece parecchio incazzare: “… nel 2020, con la terza guerra mondiale, la popolazione crollerà a un miliardo di abitanti!” Meglio Sum02, che ha un altro modo di far tornare i conti, cioè dando per acquisito l’incremento della popolazione. Lo potremo rallentare un po’ questo incremento. Ma, alla fine, dovremo seguire il più nobile degli istinti dell’Homo Sapiens, quello che lo ha portato dagli alberi alla savana, dall’Africa al resto del pianeta.

Caro Roberto Cingolani, dobbiamo avere coraggio! I nostri amici del PD sono riusciti a litigare perché L’ENEA ha assegnato al centro di Frascati la parte italiana delle attività per lo sviluppo di ITER, il progetto mondiale per la fusione nucleare. Secondo Fabiano Amati, avvocato, brindisino, già assessore regionale ai Lavori pubblici e attuale presidente della Commissione regionale bilancio Puglia, si doveva fare a Brindisi. Interessante questa polemica, a rovescio. Una novità per l’Italia che ha assassinato la propria industria nucleare, nella quale eravamo i primi nel mondo. Interessante perché è l’ennesima dimostrazione che la fiaccola dell’illuminismo nostrano, quello di Steven Pinker, non è ancora spenta. Abbiamo fatto un gran esercizio di utilizzo razionale del sole per la nostra rete elettrica terrena. Ma non si siamo dimenticati che, per conquistare la fascia degli asteroidi dove estrarre le materie prime per la futura società interplanetaria, ci vuole il sole in bottiglia. Un sole in bottiglia da portarsi dietro sempre e comunque oltre l’orbita di Giove. Nella mia maniacale ricerca dei riscontri navigando in Internet, per capire meglio e scansare le fake news, mi sono imbattuto in una piccola industria canadese. E’ la General Fusion, vicino a Vancouver.

Il reattore di General Fusion funziona grosso modo come un motore diesel. In un veicolo diesel, l’aria viene compressa nella camera da un pistone. Il carburante viene quindi iniettato nella camera e, quando incontra l’aria altamente pressurizzata, si accende. Quando il carburante brucia e si espande, spinge indietro il pistone. Il reattore dei canadesi funziona in modo simile. L’idrogeno gassoso viene riscaldato a temperature molto elevate e viene iniettato in una camera. Il metallo liquido circonda il plasma ed è compresso da centinaia di pistoni. Quella compressione spinge il plasma in condizioni di fusione, riscaldando il metallo liquido attorno ad esso. Il calore viene quindi utilizzato per produrre elettricità. Sono cinquanta persone e sono molto avanti. Come spesso à successo nella storia della scienza potrebbero sorprenderci.

Mi ricordo, negli anni 80, il mio BBS (Bulletin Board System) che consentiva il collegamento e la condivisione dati con altri BBS via modem, facendo un numero telefonico seguito da una stringa AT. Tutti gli altri usavano il fax. Secondo me il fax era una strumento stupido. La trasmissione dati via BBS era molto più intelligente. Però col fax la comunicazione era istantanea e planetaria e, dopo un paio d’anni, il fax ce l’avevano tutti, anch’io. Internet sarebbe nata dieci anni dopo e i BBS lo usavano solo gli smanettoni. I canadesi della General Fusion stanno facendo il fax della fusione nucleare. Si accettano scommesse.

Daniele Leoni

Mega City e punti di Pil

Il Presidente Giuseppe Conte ha un bel modo di fare e potrebbe sorprendere per capacità e qualità inaspettate. Mettere d’accordo la Lega con il multicolore universo dei 5 Stelle è impresa ardua ma non disperata. Gli avvenimenti di queste ore sono l’occasione per una prima riflessione.

Il giullare è diventato filosofo, politico, sapiente. Il guaio è che si chiama Beppe Grillo. Se avesse avuto un altro nome io mi sarei subito fatto catturare dalle idee, dalle visioni che, da qualche mese, possiamo legger nel suo blog. Io, Beppe Grillo, l’avevo rifiutato. Poteva dire o scrivere qualsiasi cosa ma per me era una buffonata. Debbo dire che non è tutta colpa mia. Gli slogan No Tav, No Vax, No Inceneritori, No Trivelle fanno parte della sua storia. Anche del presente per molti dei suoi. Lui, qualche anno fa, odiava i calcolatori in modo viscerale tanto da farli a pezzi durante gli spettacoli. Per non parlare degli insulti a Bettino Craxi, che era ed è il mio punto di riferimento di socialista liberale. Poi, qualche tempo fa, mentre cercavo le ultime notizie su Yuval Noah Harari, ho trovato un suo articolo sul blog di Beppe Grillo. L’ho letto e ho subito notato che era stato tradotto in un italiano stupendo. Poi, incuriosito, mi sono guardato attorno, e ho trovato un repertorio eccezionale. Un sacco di idee che assomigliano alle mie: riflessioni sulle città del futuro, un buon rapporto con l’intelligenza artificiale, la robotica vista come una prospettiva di liberazione dell’uomo dalla schiavitù, una riflessione sui detriti spaziali e sulla necessità di ripulirli. Soprattutto la consapevolezza che il compromesso fra diversi arricchisce, quando i diversi sono in buona fede. Se i diversi hanno tante idee giuste e alcune idee sbagliate, è possibile che le idee sbagliate si elidano a vicenda. Un esempio di idee sbagliate? Usare la plastica non biodegradabile, riciclata, in edilizia, per i manti stradali, per la pacciamatura degli orti. Prima o poi finisce in mare. Forse è meglio l’inceneritore!

Il dilemma dei migranti e del traffico di esseri umani. Una cosa è certa: i trafficanti di uomini fanno opera di persuasione fra le loro vittime le cui famiglie raccolgono i soldi per la traversata secondo una logica equivoca e truffaldina. Il profugo raggiunge il Paese di destinazione e si organizza subito per raccogliere i soldi da restituire con qualsiasi mezzo. Per aver salva la vita il profugo spesso contrae un debito anche con gli stessi trafficanti che vengono pagati due volte. I trafficanti tengono in ostaggio figlie e sorelle per garantirsi il pagamento. Le attività a cui le vittime sono destinate per recuperare il denaro vanno dall’accattonaggio, alla prostituzione, allo spaccio di droga, alla schiavitù in imprese colluse. Alcuni fortunati colgono l’occasione di un lavoro regolare ma spesso non è sufficientemente redditizio per pagare il debito. C’è il sospetto che ogni nuovo profugo che arriva sia costretto, suo malgrado, ad alimentare questo giro. Allora conviene tenere i profughi in centri d’identificazione per essere avviati ad un lavoro regolare in un Paese dell’Unione Europea disponibile ad accoglierli. Ma sia chiaro: l’obiettivo primario non si deve limitare all’assistenza umanitaria ma questa deve essere parallela allo sradicamento delle mafie che sfruttano i disperati.

Che i profughi vengano smistati trasferendoli in navi militari, come sta capitando nel caso dei 629 della Aquarius con destinazione Spagna, può essere funzionale a una prima selezione e dissuasione degli infiltrati. E’ un metodo che potrebbe diventare prassi europea. Mi auguro che ci possano essere sviluppi positivi condivisi.

Trasporti e mobilità. Da che mondo è mondo i flussi migratori sono consistenti. Un tempo erano l’unica occasione per fare nuove esperienze e per cogliere nuove opportunità. Erano occasione per l’arricchimento di chi si muoveva e della comunità che ospitava. Un arricchimento reciproco. Oggi, con l’avvento del telelavoro e del tele-apprendimento, non è più necessariamente così. In teoria si possono seguire corsi universitari , fare riunioni e lavorare senza spostarsi fisicamente. Però, per essere stimolati e ricevere gli stimoli che scatenano la creatività, la fiducia e la condivisione ci vuole il rapporto fisico. Se ti devi fidare di qualcuno o condividerne l’entusiasmo devi sentirne le vibrazioni. Ed è difficile trasmetterle con Skype. Siccome i rapporti istantanei con Internet sono planetari, anche gli spostamenti debbono essere facili e velocissimi. Così, in California, si sperimenta Hyperloop, si immaginano decine di livelli sotterranei di tunnel dove le navette con le auto private e i minibus viaggiano a duecento all’ora; salgono e scendono dalla superficie con appositi ascensori. La città di Chicago ha commissionato i primi tunnel per le navette alla Boring Company di Elon Musk. Noi invece litighiamo ancora sull’alta velocità ferroviaria e sui tunnel autostradali. Saprà il Governo Conte fare il salto di qualità?

Ferro, gomma, infine si ritornerà alla slitta. Due pertiche unite per sostenere un carico, trainate da un bue o da un cavallo a mo’ di slitta, furono il primo mezzo di trasporto. Le ruote furono inventate settemila anni fa dai Sumeri. Ricavate da tronchi d’albero, le prime ruote erano di legno massiccio. In epoche successive comparvero i cerchioni di metallo, i mozzi di metallo accoppiati con perni, sempre di metallo, e i raggi di legno per le carrozze leggere. Poi nacque la ferrovia e arrivarono le ruote di ferro su binari di ferro . Le strade furono coperte d’asfalto per ruote più efficienti coperte di gomma. Nei progetti californiani di tunnel sotterranei e di Hyperloop non ci sono più le ruote ma torna la slitta, sospesa su guide da un campo magnetico. Nessun attrito, nessuna vibrazione, altissima velocità e silenzio perfetto. Lo scenario della superficie del pianeta, a fine secolo, dovrebbe essere un grande giardino, grandi aree metropolitane intercalate con aree coltivate e parchi naturali. Le strade tradizionali dovrebbero essere essenzialmente extraurbane e destinate a percorrenze medie con mezzi di trasporto elettrici a guida autonoma. Le aree metropolitane non dovranno più sopportare il traffico caotico e il parcheggio selvaggio. Saranno prevalentemente pedonali. Ci saranno le auto, obbligatoriamente elettriche, prevalentemente pubbliche e dotate di autopilota, predisposte per immettersi nel flusso di circolazione fatto di navette, tunnel sotterranei e superficiali destinati alle lunghe percorrenze e all’alta velocità.

Volare. Nel 1903 i fratelli Wright alzarono in volo il primo aeroplano. Solo 66 anni dopo, tre astronauti raggiunsero la Luna. Per cinquant’anni, a partire dal 1973, quando terminò la breve serie di voli lunari, nei trasporti aerei tutto sembrò fermarsi. Perfino l’aereo supersonico Concorde venne ritirato dal servizio quindici anni fa. Però, a partire dal 1973, cominciò a prendere forma l’informatica distribuita, con i piccoli calcolatori che sono andati via via dilagando per entrare, prima nelle case, poi nelle tasche degli uomini e delle donne di tutto il mondo. I comandi analogici dei mezzi aerei sono stati sostituiti da servo meccanismi comandati da centraline a logica programmabile, integrate fra di loro e con sistemi di supervisione locali o remoti. L’atterraggio verticale del primo stadio del Falcon di SpaceX non sarebbe stato possibile con la tecnica del Saturno 5 delle missioni Apollo. I calcolatori degli anni 60 erano enormi e spaventosamente lenti. Non esisteva telemetria e nessuno dei ritrovati che oggi consentono il volo aereo in assoluta sicurezza. E nemmeno i materiali compositi oggi utilizzati per fabbricare i motori a reazione. Tutto lascia presagire che il grande balzo per trasferire fuori dell’atmosfera, in orbita bassa, alcune attività industriali, sia imminente. Si perché ora ci sono le tecnologie, la robotica industriale, il telecontrollo e l’intelligenza artificiale. Il loro primo compito potrebbe essere quello di ripulire l’orbita bassa dai rottami dei vecchi satelliti, vettori, componenti a perdere. Tutti questi rottami potrebbero essere concentrati in un’orbita circoscritta e successivamente “divorati” da una stazione di separazione e riciclaggio per essere trasformati in polveri per un utilizzo futuro, sempre in orbita. Però, parliamoci chiaro, non solo non abbiamo ancora incominciato a ripulire i rottami esistenti, ma continuiamo a lasciare altri rottami ogni nuovo lancio. L’agenzia Spaziale Italiana dovrebbe farsi parte diligente per questa ecologia orbitale. Fino a quando non potremo riciclare i rottami, facciamoli almeno incenerire con una traiettoria di impatto con l’atmosfera.

Lavorare sulla Terra in funzione dello spazio. Si manifestano tendenze che ci porteranno verso la colonizzazione del Sistema Solare (rottami permettendo). Un esempio è l’agricoltura idroponica che sta diventando un settore produttivo fiorente perché è pulita, facilmente isolabile all’ambiente esterno (cioè da intemperie e parassiti), facilmente adattabile alla coltivazione e alla raccolta completamente robotizzata. Quando penso a questa tecnica mi vengono in mente gli schiavi umani immigrati usati per un’agricoltura tradizionale a basso costo che alcuni imprenditori agricoli vorrebbero contrapporre alla robotizzazione: schiavitù contro robotizzazione! … Sono sicuro che le nuove tecniche di coltivazione avranno partita vinta, non solo perché costano pochissimo ma anche perché sono modulabili, cioè replicabili in varie dimensioni, fino al kit da mettere nel terrazzo dell’appartamento. Potrebbe succedere, nel caso dell’orticoltura idroponica distribuita, la stessa cosa che è successa per il software dei telefonini: migliaia di app create da giovani creativi, in continua evoluzione, distribuite in via telematica. Il modulo di coltivazione potrebbe essere parametrizzato per la personalizzazione del ciclo, delle temperature, dalla luce, della ricetta dei nutrienti sciolti in acqua e, naturalmente, delle sementi utilizzate, anche OGM (ma non coperte da brevetto delle multinazionali). Così ognuno si potrebbe cimentare per il proprio particolare tipo di pomodoro, melanzana, zucchina, peperone. Potrebbe proporlo in rete corredato dalla ricetta idroponica di produzione. La stessa cosa potrebbe succedere nel campo della la carne sintetica, con tessuti animali coltivati in vitro, dotati delle caratteristiche nutrizionali ed organolettiche derivate dalla partecipazione/competizione diffusa per ottenere il risultato migliore. Per la gioia dei buongustai e degli animalisti. Con buona pace degli allevatori di animali vivi, spesso gonfiati di estrogeni, destinati ad un’esistenza grama per poi finire al macello. Un altro esempio è quello della metallurgia dove la parte più avanzata è la produzione di polveri destinate alla stampa 3D di parti speciali. La tecnica consente di realizzare componenti leggere e molto resistenti alle sollecitazioni e alla temperatura, impossibili da ottenere con la metallurgia tradizionale. Sono strutture il cui interno è a nido d’ape. Dove lo strato superficiale ha una composizione e un trattamento tale da resistere ad altissime temperature, come nel caso degli ugelli dei motori a getto. La progressiva dimestichezza dell’industria aerospaziale con le tecniche di stampa 3D ha provocato anche l’abitudine a fabbricare, in loco, parti di ricambio da sostituire a quelle rotte o usurate, utilizzando una stampante 3d col file del modello originale. Immagino che, in futuro, possano essere parecchi i casi, nel mercato consumer, dove sia conveniente avere un archivio di modelli destinati a macchine utensili per la loro riproduzione espresso, al posto di un magazzino ricambi. Nel mondo dell’editoria è ormai possibile ottenere un libro di carta, stampato espresso dal venditore-editore attrezzato. Ciò significa che, fra pochi anni, non ci saranno più libri esauriti e tutto lo scibile umano sarà disponibile per la consultazione online e per la distribuzione.

Città del futuro. Nel Blog di Beppe Grillo c’è un bel articolo che ipotizza lo sviluppo, in mare, di città galleggianti. Se la popolazione mondiale continua a crescere, l’idea non è così stravagante. Però bisogna andare oltre, verso le città orbitali. Io, fin da ragazzo, ho sempre pensato allo spazio (1). I pentastellati, dopo la riconversione del blog di Beppe Grillo, hanno fondato il Blog delle Stelle, un nome un po’ più intrigante di quello dell’insegna degli hotel extralusso (2). Così mi sono iscritto. Poi, siccome mi incuriosisce molto la piattaforma Russeau, mi sono iscritto anche a quella. Hanno voluto la copia dei miei documenti d’identità e un impegno a condividere i principi ispiratori che, sostanzialmente, sono quelli che propose Adriano Olivetti settant’anni fa. Non ho avuto difficoltà. Poi ho pensato: ” … tanto mi cacciano via subito!” Staremo a vedere. Con Russeau c’è la possibilità di lanciare nuove idee. Mi è venuto in mente di rielaborare l’idea del Ponte di Messina con un Hyperloop fra Milano e Palermo. Proporre la riconversione dell’Ilva di Taranto per finalizzarla alle polveri per la stampa 3D. A Taranto, connesso al Hyperloop, si potrebbe fare anche uno spazioporto da destinare al balzo orbitale fra l’Italia e Chicago, così da facilitare la collaborazione per i tunnel della futura metropoli. Faremo anche noi un’unica grande metropoli che unirà Messina, Reggio e Taranto. Faremo il satellite tecnologico creativo della Silicon Valley, che potrebbe ospitare, fra l’altro, la Gigafactory italiana delle Battery Pack. Quanti punti di PIL vale questa idea? Ne potrebbe parlare, Giuseppe Conte, con Donald Trump nel prossimo incontro alla Casa Bianca, coinvolgendo anche Elon Musk?

Daniele Leoni

Scrive Daniele Leoni:
Il fattore umano

L’elemento nuovo della politica italiana è l’accordo fra 5 Stelle e Lega per la formazione del Governo. È l’accordo fra un Luigi Di Maio, apparentemente ligio alla Casaleggio, vessillifero dei bisogni dei più deboli e un Matteo Salvini, apparentemente fedele alla coalizione di Centro Destra, con qualche punta xenofoba. Però entrambi i nostri protagonisti, dopo l’investitura ricevuta dalle elezioni, hanno subito dimostrato grande autonomia. Salvini ha sbandierato il suo neo eletto Senatore nero Toni Iwobi, responsabile del dipartimento immigrazione del Carroccio e Di Maio non ha insistito troppo sull’alleanza dei 5 Stelle col Partito Democratico. L’arbitro, cioè il Presidente Sergio Mattarella, ha subito sfoderato un piglio decisionista interpretando nel modo più discrezionale i suoi poteri previsti dalla Costituzione. Tanto che appare voler essere della partita.

Mentre scrivo non posso far a meno di riflettere sullo sfondo del quadro ancora incompleto, quando ancora non si conoscono i termini dell’accordo raggiunto.

Lo Sfondo.

L’intelligenza è disaccoppiata dalla coscienza. Questa è la conclusione a cui arriva Yuval Noah Harari nel suo ultimo best seller, Homo Deus, sull’avvento dell’intelligenza artificiale. Entità super intelligenti ma incoscienti (cioè algoritmi) sono in grado di conoscere l’uomo e la sua società molto meglio dei nostri esperti e capire quali siano le scelte più efficaci per il bene dell’umanità.

Negli anni 90, quando ancora l’economia non era regolata da algoritmi, io potevo andare in banca e convincere il direttore della filiale che la mia idea di business era molto buona e accendere un mutuo per finanziarla. La decisione era affidata al buon senso del direttore e ad alcune semplici regole come i limiti entro i quali i direttore poteva operare e la mia affidabilità. Oggi non è più possibile perché le valutazioni, a cui il direttore si deve attenere, vengono fatte da una procedura informatica. Negli ultimi 10 anni le procedure hanno preso il posto delle decisioni umane nell’economia, soprattutto in quella finanziaria. Anche gli operatori di borsa si affidano ad esse per le loro scelte. I fondi d’investimento lanciano addirittura una nuvola di operatori virtuali, in grado di auto apprendere e di modificarsi, in una simulazione del mercato azionario. Dopo un certo periodo di tempo gli operatori migliori, fra quelli che sono sopravvissuti alla selezione, vengono lanciati nel mercato reale. Così i più ricchi diventano sempre più ricchi, non per le loro buone idee imprenditoriali in competizione nell’economia del fare, ma perché abili giocatori, aiutati dal computer, scommettono in borsa sulle micro – variazioni del mercato.

Luci ed ombre.

Nonostante parecchi problemi irrisolti, l’economia di mercato ha creato un beneficio tale da raddoppiare l’aspettativa di vita, da provocare, in cinquant’anni, la drastica riduzione della violenza, della fame, delle malattie con il conseguente raddoppio della popolazione mondiale. Così, mentre negli anni 90 l’Intelligenza Artificiale si limitava a vincere a scacchi, nel 2000 ha fatto irruzione nell’economia, alle soglie del terzo decennio del 21° secolo, sembra che sia arrivato il turno della politica, perché la politica ha bisogno di un “aiutino”.

Nessun dubbio! Matteo Renzi ha fatto molto bene a mettere tutto il suo peso per impedire un accordo di Governo fra PD e 5 Stelle. L’accordo, caldeggiato dalla sinistra estrema, dalla corrente forcaiola della magistratura, avrebbe fatto prevalere i sostenitori della “gioiosa macchina da guerra” inventata da Achille Ochetto in occasione delle elezioni politiche del 1994. Certo che quelli della “gioiosa macchia da guerra” ne hanno combinati di disastri! Hanno condannato a morte Bettino Craxi, messo le zeppe a Berlusconi con una ignobile persecuzione giudiziaria, imposto al Paese Mario Monti accettando la sua condizione irricevibile di essere, in cambio, senatore a vita, ridotto all’impotenza Matteo Renzi col risultato uscito dalle urne. Speriamo che Salvini e Di Maio arrivino in fondo e che quella macchina infernale venga sepolta!

Non siamo un formicaio.

La cosa che da più fastidio dei 5 Stelle è la disumanizzazione della democrazia. Noi, Deputati e Senatori, li chiamiamo onorevoli, cioè persone che hanno ricevuto qualche cosa di analogo a un titolo nobiliare repubblicano per volontà del popolo che chi li ha eletti. Avendolo ricevuto, hanno facoltà di adoperarlo senza vicoli di mandato, con i soli limiti imposti dall’onore (appunto) e dalla legge. In virtù di questo titolo godono dell’immunità rispetto ad un altro dei poteri, quello giudiziario, che i padri costituenti hanno voluto sottoposto alla legge ma libero e svincolato dall’Esecutivo. Le ragioni dell’autonomia della Magistratura e dell’immunità dei parlamentari sono facili da comprendere in una logica di equilibrio dei poteri. Ebbene, loro li chiamano “portavoce”, vogliono il vincolo di mandato e l’abolizione dell’immunità parlamentare residua dopo i limiti imposti con la riforma del 29 ottobre 1993.

Portavoce! … Una parola sola che riassume l’avvilente ruolo che i 5 Stelle vorrebbero riservare ai detentori del potere legislativo nell’Italia repubblicana del 2018. Una parola che riecheggia di formicaio, dove la piattaforma Rousseau della Casaleggio Associati è la regina.

L’equilibrio dei poteri.

Al contrario i parlamentari dovrebbero maturare il loro orientamento in totale autonomia, avvalendosi delle indicazioni del gruppo di appartenenza. Un po’ come il Presidente della Repubblica, che nomina il Presidente del Consiglio e i Ministri avvalendosi delle indicazioni dei partiti che hanno vinto le elezioni, ma lo fa in totale autonomia rispettando vincoli di equilibrio fra i poteri, le leggi, i trattati internazionali e il suo buon senso. Anche nella promulgazione delle leggi il Presidente della Repubblica recepisce l’approvazione del Parlamento controllando la costituzionalità e la copertura finanziaria. In caso di dubbio la legge viene rispedita indietro alle Camere per un riesame.

Consultando l’algoritmo.

Ebbene, lo sfondo del quadro ancora incompleto campeggia ancora sul primo piano dei tre protagonisti, protagonisti che l’artista non potrà lasciare in ombra. Anche perché ce ne sarà un quarto, cioè il futuro Capo del Governo, di cui ancora non conosciamo il nome, destinato a dominare l’intero dipinto.

Il primo piano corrisponde al fattore umano, in continua evoluzione, imperfetto, spesso contraddittorio, eppure necessario perché cosciente di se stesso. Una coscienza dotata d’intelligenza erratica, che sforna risultati imperfetti, che vengono corretti attraverso continue prove d’errore. Una coscienza che, di tanto in tanto, consulta l’algoritmo. Analogamente gli eletti consultano il proprio gruppo.

Mi viene in mente il Governo di Mario Monti, dove tutto era perfettamente regolato ma che ricorderemo come il peggior Governo del dopoguerra. Quel Governo non consultava l’algoritmo ma gli ubbidiva come una formica operaia ubbidisce alla regina. Il Governo MDS (Mattarella, Di Maio, Salvini) avrà invece la briglia sciolta, si fermerà, cambierà direzione, ritornerà sui suoi passi, andrà avanti forse più lentamente però si porterà dietro il consenso del complesso delle Istituzioni e degli elettori.

Se non lo farà, l’opposizione parlamentare diventerà maggioranza e darà vita ad un nuovo Governo. E’ il fattore umano! E’ la democrazia rappresentativa … Bellezza!

Scrive Daniele Leoni:
L’algoritmo e le elezioni

Durante la campagna elettorale le sparano grosse. Gli arruffapopolo, guidati dall’istinto, sfoggiano lo loro capacità oratorie. Nessuno mantiene le promesse elettorali perché sono irrealizzabili. Succede così che i politici vittoriosi, di fronte alla necessità di governare, debbono drasticamente correggere il tiro. Gli elettori che non sono legati col collante dell’ideologia o della clientela, cambiano partito alle elezioni successive.

La nostra democrazia seleziona la classe politica secondo le pulsioni degli elettori. In momenti di crisi queste pulsioni possono essere distruttive. Non dobbiamo mai dimenticare che il fascismo italiano e il nazismo tedesco nacquero col consenso popolare. Consenso alimentato da un patriottismo rabbioso e guerrafondaio.

Nazisti e fascisti furono spazzati via dalla tragedia dei loro errori e da ottanta milioni di morti nella Seconda Guerra Mondiale assieme al collante delle loro ideologie e clientele. E nuove ideologie democratiche si consolidarono assieme a clientele non sempre cristalline.

L’ideologia, oltre ad essere un sistema di pensiero con contenuti pratici razionali, è anche un motore di appartenenza (la chiesa, il partito con i circoli e gli iscritti ecc.). La clientela distribuisce favori e proventi per garantire fedeltà e appartenenza. Funziona come antidoto contro le lusinghe degli abili arruffapopolo dell’ultimo momento.

Matteo Renzi ha chiuso la campagna elettorale dicendo che bisogna fare politica sulla proposta e non sulla protesta, sul coraggio e non sulla paura, sulla speranza e non sulla rabbia. E’ un bell’impianto per un’ideologia adatta al ventunesimo secolo, un messaggio affascinante che mi ha catturato fin dal 2012 quando ho cominciato a seguirlo e a sostenerlo. Matteo Renzi però ha curato soltanto il suo gruppo dirigente e si è ben guardato dal favorire o solo consentire clientele. Avrebbe dovuto organizzare clientele adatte al suo impianto. Organizzare nei circoli incubatori di startup e favorire loro crescita facendole lavorare per la pubblica amministrazione. Avrebbe dovuto incanalare le assunzioni di personale amico verso le nuove imprese secondo lo stile dei partiti della prima repubblica. Ma questo non era più possibile per l’attenzione della magistratura e, secondo Renzi, attività non morale. Gli avversari politici invece avevano mano libera per cavalcare la protesta, la rabbia e la paura facendo, nello stesso tempo, promesse irrealizzabili. Questo senario spiega, ameno in parte, quello che è successo nelle elezioni del 4 marzo 2018. Ma c’è di più.

Nei sei anni che ci separano dal 2012 i social network sono cresciuti almeno di un ordine di grandezza, in particolare Facebook, Google e Youtube. Amazon ha accresciuto, almeno di un ordine di grandezza la sua potenza di fuoco per il commercio online, compreso il suo fatturato. Almeno il 50% del commercio tradizionale e della comunicazione si sono trasferiti verso i nuovi canali. La forza di persuasione di chi ha li ha utilizzati ha avuto un incremento proporzionale. La Lega di Salvini ha saputo approfittarne. La meravigliosa Leopolda di Renzi, fantastica per i contenuti, arrivava solo a quelli come me ma non al disoccupato meridionale ed a una parte importante degli elettori, in buona parte analfabeti di ritorno. I solcial network sono strutturati, invece, per passare i contenuti anche a chi fa solo chat vocali o video. In più utilizzano algoritmi per indirizzare le informazioni alle fasce suscettibili al loro gradimento.

I 5 Stelle, si sono concentrati solo sui bisogni utilizzando la piattaforma informatica Rousseau della Casaleggio, con un blog, quello di Beppe Grillo, con svariati milioni di follower. La Casaleggio è una società di pubblicità e di consulenza commerciale di altissimo livello con un ramo informatico ti tutto rispetto e migliaia di collaboratori. Tutto lascia pensare che le scelte di contenuto dei 5 Stelle, il modo di proporle e la selezione dei profili dei leader intermedi siano state fatte utilizzando un algoritmo. O almeno pezzi sperimentali di algoritmi in divenire. Pezzi di algoritmi per interagire con altri algoritmi di google e facebook e arrivare così a tutto il pubblico sensibile al messaggio, anche quello analfabeta. Tutto questo in una organizzazione politica priva di ideologie dove qualsiasi contestazione (all’agoritmo) veniva stroncata sul nascere.

Così il povero Matteo Renzi, vittima dello stesso moralismo che distrusse Craxi, degli stessi magistrati che misero i bastoni fra le ruote a Berlusconi e alla prima Forza Italia, soccombe oggi per opera del Movimento 5 Stelle. Guarda caso è il gruppo politico a cui fa riferimento la magistratura italiana tramite Il Fatto Quotidiano.

Ora però lo scenario cambia. Il PD, pur indebolito, rimane l’unico contrappeso genuinamente popolare ai 5 Stelle. Che devono governare. Non ho dubbi che troveranno gli alleati per poterlo fare. I vincitori sono creatori e succubi di un algoritmo. Anche Di Maio, neo colletto bianco, sembra telecomandato.

E’ destino? Dopo gli scacchi, la gestione dei fondi e delle banche, il traffico stradale, è arrivato il turno della politica? Cosa succederebbe se questa nuova gestione della politica dimostrasse di essere più efficiente e di ottenere ottimi risultati? Se, per esempio, l’informatizzazione spinta dell’economia pubblica generasse plusvalenze tali da sostenere il reddito di cittadinanza? Ovviamente l’algoritmo dirà che i conti debbono tornare così la produzione industriale, agricola e la gestione dei servizi dovrà avvalersi del massimo della tecnologia. La robotizzazione dovrà essere spinta, il margine primario delle imprese elevatissimo, la ricerca primaria e applicata dovrà avere risorse al vello dell’indice di produttività. Mi piacerebbe l’abolizione della proprietà intellettuale, nel senso che qualsiasi soluzione industriale dovrà poter essere studiata e migliorata da chiunque nella massima libertà. Non vi dovrà più essere spazio per NO TAV, NO VAX, NO OGM. Se l’incenerimento dei rifiuti è la soluzione più efficiente e sana, quella soluzione dovrà essere adottata. Senza se e senza ma! Ma non ho dubbi che l’algoritmo arriverà a queste conclusioni.

Poi ci saranno da gestire i rapporti con gli altri, in Italia e all’estero. Chi sarà in grado di convincere Elon Musk di insediare, in Italia, una dei sue Gigafactory? O di realizzare un ponte di Messina con Hyperloop? E, già che ci siamo, trasferire, con la Boring Company, nel sottosuolo, tutto il traffico automobilistico, naturalmente solo di veicoli elettrici con autopilota?

Però l’algoritmo potrebbe consigliare di fabbricare armi dotate di intelligenza artificiale da vendere all’estero, sempre nell’ottica di aumentare il PIL e le risorse da ridistribuire per garantire, a tutti gli italiani, immigrati o non, il reddito adeguato per un sano benessere.

Qui casca l’asino perché ci vuole un’intelligenza umana che sia in grado di dire no. Come bisogna dire no agli algoritmi dei fondi d’investimento e dei trader che già oggi, operando sulle micro-variazioni del mercato azionario, snaturano la funzione originaria e fondante della Borsa. Yosuah Arari, nel suo libro Homo Deus, lascia intravedere l’essenzialità della democrazia perché l’umanità possa sopravvivere agli algoritmi e convivere con essi senza diventarne schiava. Anche Tim Urban, nel suo saggio The Wizard Hat, arriva alle stesse conclusioni.

Allora ci vuole ancora Matteo Renzi all’opposizione, foss’anche come voce solitaria in Senato, per ricordarci la nostra storia, la cultura umana così incerta ma così preziosa, così creativa perché imperfetta.

Daniele Leoni

Nuovi Orizzonti per lo Spazio, nuovi benefici per la scienza

Foto: Illustrazione artistica dell’oggetto 2014MU69 nella fascia di Kuiper, il prossimo obiettivo di flyby per la missione New Horizons della NASA. Questa immagine binaria è il risultato delle osservazioni realizzate in Argentina nel luglio 2017 quando MU69 passava davanti a una stella. Gli scienziati teorizzano che MU69 potrebbe essere un corpo con un grande porzione sporgente o due corpi che si trovano vicini tra loro fino a toccarsi. Credit: NASA / JHUAPL / SWR / Alex Parker

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Illustrazione artistica dell’oggetto 2014MU69 nella fascia di Kuiper, il prossimo obiettivo di flyby per la missione New Horizons della NASA. Questa immagine binaria è il risultato delle osservazioni realizzate in Argentina nel luglio 2017 quando MU69 passava davanti a una stella. Gli scienziati teorizzano che MU69 potrebbe essere un corpo con un grande porzione sporgente o due corpi che si trovano vicini tra loro fino a toccarsi.
Credit: NASA / JHUAPL / SWR / Alex Parker

L’Agenzia Spaziale Italiana è disponibile a lavorare a tecnologie robotiche per portare un asteroide nello spazio più vicino alla Terra, per  studiarlo meglio: lo si dovrebbe andare a prendere oltre l’orbita lunare. Lo hanno scritto, in un documento, Marco Tantardini ed Enrico Flamini (ASI) per proporre la nostra partecipazione alla fase del Robotic Asteroid Redirect Mission (ARM) della NASA.  Gli  italiani, già protagonisti di voli spaziali con equipaggio, diventerebbero primi attori di attività nello spazio più profondo, intensificando l’impegno come mai prima d’ora. La proposta dovrebbe portare anche benefici per la scienza sulla terraferma. Il documento è stato pubblicato nella rivista The European Physical Journal Plus (2017).

 “Un veicolo spaziale robotico dovrebbe essere in grado di accostarsi a un asteroide, analizzarlo dettagliatamente, catturalo e ridirigerlo verso un’orbita finale stabile vicina alla Terra, più facile per gli astronauti da raggiungere”. Per gli astronauti o per ulteriori bracci e mani meccaniche direttamente comandati da operatori umani, senza dover scontare il gap delle telecomunicazioni dovuto alla velocità delle onde elettromagnetiche nel vuoto, velocità che non è infinita.

Quanto sia penalizzante questo gap lo si constata tutti i giorni nelle attività marziane dei rover Curiosity e Opportunity, dove immagini e dati di ciò che avviene nella superficie del pianeta rosso ci arrivano con un ritardo fino a venti minuti, in dipendenza della distanza fra la Terra e Marte, che varia al variare delle rispettive posizioni nelle orbite che i due pianeti percorrono attorno al Sole.

 Diceva Paolo Bellutta, pioniere della NASA nella teleguida dei rover su Marte, quando Curiosity iniziò le escursioni: “Quello che noi facciamo è analizzare la telemetria che il veicolo ci comunica ossia quello che Curiosity  percepisce intorno a sé. Dopodiché determiniamo quali sono gli obiettivi scientifici della giornata, calcoliamo quanta energia abbiamo a disposizione, quanti dati possiamo conservare nella memoria del veicolo e quanti ne possiamo restituire. In base a tutto ciò decidiamo le attività giornaliere. Quindi prepariamo una lista di comandi che vengono mandati in un colpo solo al veicolo, che li riceve nella notte marziana e li esegue solo successivamente, di giorno. Molti sono comandi diretti, ad esempio dove puntare la telecamera, altri sono autonomi: gli diciamo ad esempio di spostarsi autonomamente in un certo posto evitando gli ostacoli. Lui valuta parametri come lo slittamento delle ruote: se è superiore a un certo valore un nostro precedente imput gli ordina di fermarsi in attesa di decidere quale altra strada seguire. Noi non siamo lì e non riusciamo a bloccarlo se si mettesse nei pasticci. Non deve ficcarsi in situazioni irrisolvibili, così gli ordiniamo cose come: – fermati se trovi pendii troppo scoscesi o ostacoli troppo grossi! -”.

 Se poi la sonda è ai limiti esterni del Sistema Solare, oltre l’orbita di Plutone, come è ora New Horizons diretta all’appuntamento con l’asteroide 2014MU69, il ritardo nella ricezione dei dati supera le sei ore. New Horizons, la sonda robotica con parti importanti di tecnologia italiana, continua a far lavorare stuoli di ricercatori e a stupire per le novità che ci ha rivelato e che ci rivelerà nell’epilogo della sua missione. Ci ha mostrato il vero volto di Plutone con i suoi panorami pieni di colori a -200°C, rafforzando il dubbio che la vita probabilmente non sia solo quella basata su ossigeno e acqua liquida. Un altro robot al suo epilogo, la sonda Cassini con la nostra Agenzia Spaziale protagonista, ci ha confermato che il cianuro, per noi potentissimo veleno, è forse essenziale per l’ipotetica biologia di Titano a temperature criogeniche (Carbon Chain Anions and the Growth of Complex Organic Molecules in Titan’s Ionosphere – http://iopscience.iop.org/article/10.3847/2041-8213/aa7851/pdf ). Cassini, si prepara a tuffarsi e a incenerirsi nella densa atmosfera di Saturno il prossimo Settembre dopo vent’anni dal lancio. Si autodistruggerà per fornire importanti informazioni sull’atmosfera di Saturno ma anche per evitare che il plutonio in esaurimento, che è servito per alimentare la sonda, possa in un futuro anche molto remoto rischiare di contaminare quella ipotetica biologia che ci è stata rivelata (https://www.washingtonpost.com/news/speaking-of-science/wp/2017/08/08/this-weird-moon-of-saturn-has-some-essential-ingredients-for-life ).

New Horizons incontrerà , il giorno di capodanno 2019, l’asteroide 2104MU69 che, a seguito delle osservazioni telescopiche per mezzo dell’occultamento di un’anonima stellina lo scorso mese di Luglio, sembra essere doppio, comunque composto di almeno due parti del diametro, ciascuna, attorno ai 15 – 20 chilometri (http://www.avantionline.it/2017/06/new-horizons-oltre-i-limiti-dellantroposfera). Potrebbe essere uno dei pezzi incontaminati di quei planetesimi  che, cinque miliardi anni fa, si aggregarono per formare i pianeti del nostro Sistema Solare.

 Gradi novità quindi anche nello spazio cosmico prossimo al nostro Sole, eppure così lontano e difficile da raggiungere. O meglio: grandi novità nella nostra percezione e nella nostra conoscenza che, di anno in anno, scompiglia ipotesi precedenti e convincimenti che sembravano consolidati. Sono novità che dimostrano quanto sia vitale continuare ad investire per conoscere sempre meglio le origini del nostro pianeta, i suoi equilibri delicati e mutevoli anche per effetto della nostra presenza sempre più numerosa. La terra è il pianeta che fu la culla della nostra intelligenza. Una intelligenza consapevole dei rischi che corre l’uomo se vengono posti limiti alla sua possibilità di crescere, consapevole anche di quanto smisurato e pieno di risorse sia lo spazio esterno. Fortunatamente oggi la tecnologia spaziale si è riscattata dal dominio militare, ha potenziato le finalità scientifiche e interessa sempre di più l’industria e l’economia. Saranno l’industria e l’economia,  cioè il mercato, che la lanceranno verso nuovi orizzonti, come sempre è avvenuto nella storia.

Daniele Leoni

SpaceX verso il lancio.
Prove d’errore

Falcon-HeavyE’ molto probabile che il primo lancio sperimentale del gigantesco Falcon Heavy, previsto il prossimo autunno, si risolva in una spettacolare esplosione! L’ha detto Elon Musk durante la conferenza su ricerca e sviluppo della stazione spaziale internazionale – (ISSR&D) conference in Washington, D.C – lo scorso 19 Luglio. “Spero che avvenga abbastanza lontano dalla rampa di lancio in modo da non causare danni. Per essere onesto considererei perfino questa una vittoria” ha aggiunto.

E’ un aspetto del taglio industriale della nuova corsa allo spazio inaugurata da SpaceX dove lo sviluppo di sistemi innovativi segue i percorsi dell’implementazione con le necessarie prove d’errore. Se le prove non si possono completare a terra, allora vengono fatte in volo senza che ciò comporti giudizi di fallimento.

Nella nuova corsa allo spazio non esistono pezzi unici, come avveniva ai tempi del progetto Apollo.

Tutto è modulare. Il Falcon Heavy è composto da tre primi stadi del Falcon 9, con il vettore centrale modificato per sostenere la spinta triplicata, più il secondo stadio, modificato per il rientro a terra. Così ci dovranno essere quattro piattaforme di rientro con quattro teleguide contemporanee. Il risultato sarà la messa in orbita di un carico utile di 60 tonnellate con il consumo del solo carburante. “Però tutto cambia” – aggiunge Elon Musk. “Il carico cambia, l’aerodinamica cambia totalmente, le vibrazioni e l’acustica sono triplicate”.

Allora tanto vale concentrasi su lanci di prova pieni di checkpoint, con una telemetria molto sofisticata, in grado di restituire i dati di ogni dettaglio del comportamento del vettore e le cause esatte delle eventuali rotture. L’esperienza dello sviluppo del rientro del primo stadio insegna: un anno di esplosioni poi, finalmente, la serie ininterrotta di rientri andati a buon fine.

Daniele Leoni

“Contro l’eterno presente”

Un titolo stimolate, “Contro l’eterno presente”. Iniziativa organizzata dall’Associazione Left Wing. Il confronto fra un politico di lungo corso, Matteo Orfini, Presidente di Partito Democratico e un filosofo umanista, Ivano Dionigi, che ha appena pubblicato “Il presente non basta: La lezione del latino”. Un caro amico moderatore, Maurizio Roi, che fu uno dei migliori sindaci di Lugo di Romagna, bravo Direttore di Teatro per professione, oggi Sovrintendete del Teatro dell’Opera Carlo Felice di Genova.

Tanto basta per fare una corsa in autostrada fino a Bologna sotto un temporalone estivo di particolare violenza, però benefico in questa prima estate che promette siccità. Ma siccome la modestia non è fra le mie virtù, ho chiesto di venire a Bologna ad Adriano Autino, futurista umanista, Presidente di Space Renaissance International, che ha appena pubblicato “Un mondo più grande è possibile! L’espansione della civiltà oltre i limiti del nostro pianeta madre è la questione morale del nostro tempo”. Così ne approfittiamo per fare quattro chiacchiere sulla prossima riunione della sezione italiana di Rinascimento Spaziale. Detto fatto! (Si fa per dire perché, se io la corsa in autostrada la faccio da Lugo di Romagna, lui la fa da Rapallo …)

Sotto il temporale, in Autostrada, ripenso all’ultimo intervento di Fabio Fabbri sull’Avanti!. Fabio, negli anni del PSI di Bettino Craxi, era uno dei leader socialisti che mi piaceva di più. Un vero socialista liberale. Oggi, lucido ottantenne, sostiene l’alleanza stretta fra il PSI e il PD di Matteo Renzi. Dice che creare uno schieramento variegato a sinistra del PD, con l’obiettivo di contrastare Renzi, finirebbe per premiare leghisti, neofascisti e grillini. Premierebbe cioè i più reazionari, qualunquisti, xenofobi castigando ulteriormente la politica ragionata, portatrice dei nostri valori più alti.

Mi piacerebbe, – ho scritto a Fabio Fabbri- un tuo parere sulla mia convinzione che gli eredi naturali del movimento operaio e della sua storia sono quelli che io definisco i maker, cioè i tecnici, dagli ingegneri agli scienziati agli operatori impegnati nel campo dell’intelligenza artificiale.

Maker che progettano un futuro benefico e desiderabile dove la tecnologia liberi finalmente l’umanità dal lavoro nocivo, pericoloso e usurante, quello della fatica che fa soffrire. Con le grandi catene del commercio elettronico che si alleano con una nuova categoria di operatori che io definisco CCM (Commercianti, Consulenti, Manutentori), una via di mezzo fra gli artigiani e i piccoli commercianti.

Maker antagonisti dei trader, eredi degli operatori di borsa, che utilizzano l’AI (Intelligenza Artificiale) per giocare sulle microfluttuazioni del mercato azionario fino a generare degli operatori virtuali che agiscono nel mercato azionario con una mitraglia di velocissime operazioni assolutamente slegate da valutazioni oggettive sulla qualità di un titolo. Una tendenza che snatura la borsa fino a provocare le crisi cicliche che purtroppo conosciamo.

Matteo Renzi mi è molto simpatico, è capace di far sognare. Avrei preferito un leader laico ma bisogna accontentarsi. Vedo un ruolo importante dei socialisti nella crescita culturale del PD verso la presa di coscienza dell’eredità operaia passata ai maker. Assieme a Mauro e all’Avanti! stiamo lavorando su un bel progetto, il Rinascimento spaziale. Prendiamo atto che un’umanità che sta andando verso gli otto miliardi, deve assolutamente incominciare ad uscire dalla sua culla, cioè da questo nostro pianeta. E’ una visone che fu di John Kennedy, che oggi si può saldare col sogno dei maker, che vogliono investire su officine orbitali in grado di utilizzare appieno l’energia del sole, produrre meglio e in modo più salubre. Se il grosso dell’industria dovrà essere di robot, tanto vale che la facciamo fuori dall’atmosfera, al riparo dalla corrosione, dalla ruggine e dalla forza di gravità. Gli imprenditori più lungimiranti ci credono (Elon Musk, Jeff Bezos ecc.) e anche qualche italiano a cominciare da Roberto Battiston e imprese come D-Orbit.

In fondo siamo alla ricerca di un obiettivo di lungo periodo, capace di far sognare.

Un’umanità che invecchia nella sua culla, che rischia di sprofondare nei conflitti, nelle guerre, soffocata dall’inquinamento dalla carenza di risorse, quando la fuori ci sono spazio e risorse infinite, è una prospettiva che non fa sognare nessuno.

Arrivo a Bologna nel traffico delle sei del pomeriggio. Trovo miracolosamente una piazzola libera proprio davanti al CostArena, dove si tiene l’incontro pubblico. C’è anche Adriano Autino, ch’è arrivato prima di me. Il filosofo Ivano Dionigi racconta dei tanti incontri che ha avuto ultimamente con gli adolescenti, da Trapani a Trento. Decine di migliaia di ragazzi con una forte domanda di futuro. Dice che sono diversi da noi, che credevamo di sapere tutto e volevamo fare la rivoluzione. I ragazzi di oggi ci chiedono delle risposte e sono alla ricerca di una guida!

Io però non l’ho sentita questa risposta durante l’incontro. Quando Adriano è intervenuto con la sua provocazione, cioè l’invito a ragionare su un futuro possibile e desiderabile per i prossimi cento, duecento anni, la provocazione non è stata raccolta. Era come se quelli “contro l’eterno presente” avessero un gran voglia di rifugiarsi nell’eterno passato. Maurizio Roi ha accettato una copia del libro di Adriano e ha promesso di leggerlo: sono sicuro che lo farà! Chissà che uno degli appuntamenti di Left Wing non possa essere dedicato al futuro, non quello dell’anno prossimo ma quello fra dieci, vent’anni. Magari con un’occhiata all’anno 2100.

Abbiamo concluso la serata, io e Adriano, davanti a una bella bistecca, con una birra gelata. Ci sarebbe stata bene una bella bottiglia di Lambrusco ma purtroppo dovevamo guidare. Mi dicono che tutti i produttori e commercianti di vino sono in trepida attesa dell’autopilota.

Daniele Leoni

L’EVENTO

Un intellettuale, Ivano DIONIGI, già Rettore dell’Università di Bologna e autore del libro “Il presente non basta” e un politico, Matteo Orfini, Presidente del Partito Democratico, dialogano sulla necessità di idee forti che travalichino l’oggi, che non ci consumino in una quotidiana cronaca, che guardino al passato con ispirazione ma senza nostalgia e abbiamo una determinata volontà di futuro. Queste idee esistono ancora? Gli intellettuali possono offrire un contributo? Iniziativa organizzata dall’Associazione Left Wing.

Moderatore Maurizio ROI, Sovrintendente del Teatro dell’Opera di Genova Carlo Felice.