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Daniele Leoni

Il sole in bottiglia

Lo scorso 7 Aprile 2018, Roberto Cingolani, vulcanico Direttore Scientifico dell’Istituto Italiano di Tecnologia, ha fatto il primo intervento della giornata di studio Sum02, la Leopoda del Movimento 5 Stelle, in memoria di Gianroberto Casaleggio. Non ha parlato di politica ma di scienza e di futuro. E’ stato un intervento molto bello, pieno di idee suggestive e di ottimismo. Un intervento che ha influenzato tutta la giornata. Una giornata notevole e stimolante come la Leopolda di Matteo Renzi. E’ disponibile il video integrale su Youtube, sia del singolo intervento che dell’intera giornata.

Un secondo tipo di scienza.

Ad un certo punto Cingolani ha detto: ” Fra cento, duecento anni andremo via dalla Terra. Quindi, oltre alla scienza per rimanere sul nostro pianeta in salute, ce ne sarà un’altra che ci consentirà di andare via. E’ questo secondo tipo di scienza che bisogna assolutamente supportare perché è inerente al nomadismo della specie umana.”

Poi ha abbandonato l’argomento per lanciarsi sulle affascinanti dissertazioni relative al genoma umano, le nuove frontiere della medicina, l’intelligenza artificiale e la robotica. Dissertazioni tutte centrate sulla prima faccia della medaglia, cioè la scienza che ci consentirà di rimanere nel nostro pianeta, in salute, nonostante l’esplosione demografica. Rimanere per gli anni sufficienti a che la tecnologia ci apra la strada verso la colonizzazione dello spazio cosmico.

Nessuno degli interventi successivi ha ripreso il tema dell’esodo. Non un commento della stampa nei giorni seguenti. E’ come se l’umanità, dopo aver inventato miti per millenni, azzardato ipotesi fantasiose perché voleva regalarsi un sogno, ora che finalmente ha la possibilità di uscire dalla culla, ch’è in grado di muovere i primi passi oltre l’atmosfera del pianeta dov’è nata, sia ora vittima di un eccesso di prudenza. La comunità scientifica si comporta come se dovesse violare un tabù!


la crescita felice.

Ho rivisto il video “Gaia – The future of politics” che, dopo nove anni dalla pubblicazione, non sembra proprio farina del sacco di Gianroberto Casaleggio. E’ un messaggio angosciante, compreso il sottofondo musicale. Siccome venne presentato come video sperimentale e provocatorio, penso proprio che quell’esperimento non sia riuscito. Meglio Sum02, con il suo messaggio positivo e fiducioso sul futuro. Gli interventi sono tutti tesi verso un buon futuro, fatto di ricerca e di sintesi. Così il capitolo dell’energia insiste sulla rete dove i produttori di elettricità saranno anche gli stessi consumatori, dove ogni casa sarà una piccola centrale fotovoltaica, con i pannelli sul tetto e le nuove batterie per l’accumulo (della Tesla?) nel garage, che sopperiranno quando il sole non c’è. Non solo: pannelli e batterie saranno collegati anche in rete per mettere a disposizione il surplus, sia di generazione che di capacità di accumulo. Batterie pronte a fornire l’alto amperaggio per ricaricare in pochi minuti l’automobile elettrica del parco condiviso “Car Sharing”. E guarda caso, quando la batteria dell’automobile è attaccata alla presa di ricarica, anche quella batteria può far parte della rete elettrica condivisa da cui la rete può prelevare in caso di criticità.

Qualcuno potrebbe dire che l’architettura necessaria è troppo complessa! Troppo complessa? Basta progettare le giuste centraline perché tengano i componenti della rete in equilibrio, gestiscano le priorità e li tengano a disopra di una soglia minima di efficienza. In questo modo sarebbero ridotti drasticamente gli sprechi. Non dovremo ricorrere alla decrescita ma potremo, secondo natura, continuare a crescere.

L’assurdo del problema idrico.

Il nostro pianeta è coperto d’acqua per il 71%. Qualcuno potrebbe dire che l’acqua del mare è salata e noi abbiamo bisogno d’acqua dolce. Oggi, con una membrana porosa dotata di particelle nanofotoniche in fondo a un contenitore trasparente (70×25 cm.), è possibile dissalare sei litri d’acqua ogni ora, quando c’è il sole. Con i nuovi materiali il problema idrico è completamente risolto, basta volerlo. Era possibile anche prima: Israele, che ha trasformato in giardino il suo pezzo di deserto, è li, davanti ai nostri occhi, a dimostrarlo. Oggi è molto più facile. La stessa cosa si potrebbe dire per la depurazione delle acque inquinate. La plastica biodegradabile è facile da produrre perché possa rimpiazzare tutta la plastica nociva. Il metodo per ripulire la poltiglia di plastica che deturpa gli oceani esiste usando milioni di contenitori robotizzati e un po’ d’organizzazione. L’importante destinare all’inceneritore tutto ciò che non è biodegradabile. All’inceneritore o ad un riciclo che non faccia finire di nuovo in mare la plastica.

Le discariche vanno abolite. Gli inerti vanno tutti separati e riutilizzati. E gli inceneritori vanno dotati di filtri e altri sistemi di abbattimento che riducano a zero l’impatto ambientale. Le tecnologie oggi ci sono! E la CO2? Se si ripuliscono gli oceani dando respiro al fitoplancton, se si ripristinano gli alberi in una logica di biodiversità agricola, di equilibrio idro-geologico e in funzione del verde urbano, c’è la fotosintesi clorofilliana, che funziona sulla Terra fin dalle prime forme di vita (è più antica di quanto si pensava). Ovviamente i combustibili fossili vanno dismessi. Rimane da vedere se è meglio utilizzare ancora il metano perché è il risultato di un’attività geologica (non fossile). Se non si brucia, fuoriesce incombusto in atmosfera con un effetto serra venti volte quello della CO2. Il metano che gorgoglia nei fondali marini si deposita sul fondo come clatrato idrato.

Eppur bisogna andare.

Tutte le vecchie dottrine politiche sono crollate. Giustamente crollate perché diventate sterili. Ciò che rimane è la prevalenza del buon senso, e non è poco. L’unico problema che la tecnologia non può risolvere è l’aumento della popolazione. Il buon Gianroberto fece una buttata, nel video Gaia, che fece parecchio incazzare: “… nel 2020, con la terza guerra mondiale, la popolazione crollerà a un miliardo di abitanti!” Meglio Sum02, che ha un altro modo di far tornare i conti, cioè dando per acquisito l’incremento della popolazione. Lo potremo rallentare un po’ questo incremento. Ma, alla fine, dovremo seguire il più nobile degli istinti dell’Homo Sapiens, quello che lo ha portato dagli alberi alla savana, dall’Africa al resto del pianeta.

Caro Roberto Cingolani, dobbiamo avere coraggio! I nostri amici del PD sono riusciti a litigare perché L’ENEA ha assegnato al centro di Frascati la parte italiana delle attività per lo sviluppo di ITER, il progetto mondiale per la fusione nucleare. Secondo Fabiano Amati, avvocato, brindisino, già assessore regionale ai Lavori pubblici e attuale presidente della Commissione regionale bilancio Puglia, si doveva fare a Brindisi. Interessante questa polemica, a rovescio. Una novità per l’Italia che ha assassinato la propria industria nucleare, nella quale eravamo i primi nel mondo. Interessante perché è l’ennesima dimostrazione che la fiaccola dell’illuminismo nostrano, quello di Steven Pinker, non è ancora spenta. Abbiamo fatto un gran esercizio di utilizzo razionale del sole per la nostra rete elettrica terrena. Ma non si siamo dimenticati che, per conquistare la fascia degli asteroidi dove estrarre le materie prime per la futura società interplanetaria, ci vuole il sole in bottiglia. Un sole in bottiglia da portarsi dietro sempre e comunque oltre l’orbita di Giove. Nella mia maniacale ricerca dei riscontri navigando in Internet, per capire meglio e scansare le fake news, mi sono imbattuto in una piccola industria canadese. E’ la General Fusion, vicino a Vancouver.

Il reattore di General Fusion funziona grosso modo come un motore diesel. In un veicolo diesel, l’aria viene compressa nella camera da un pistone. Il carburante viene quindi iniettato nella camera e, quando incontra l’aria altamente pressurizzata, si accende. Quando il carburante brucia e si espande, spinge indietro il pistone. Il reattore dei canadesi funziona in modo simile. L’idrogeno gassoso viene riscaldato a temperature molto elevate e viene iniettato in una camera. Il metallo liquido circonda il plasma ed è compresso da centinaia di pistoni. Quella compressione spinge il plasma in condizioni di fusione, riscaldando il metallo liquido attorno ad esso. Il calore viene quindi utilizzato per produrre elettricità. Sono cinquanta persone e sono molto avanti. Come spesso à successo nella storia della scienza potrebbero sorprenderci.

Mi ricordo, negli anni 80, il mio BBS (Bulletin Board System) che consentiva il collegamento e la condivisione dati con altri BBS via modem, facendo un numero telefonico seguito da una stringa AT. Tutti gli altri usavano il fax. Secondo me il fax era una strumento stupido. La trasmissione dati via BBS era molto più intelligente. Però col fax la comunicazione era istantanea e planetaria e, dopo un paio d’anni, il fax ce l’avevano tutti, anch’io. Internet sarebbe nata dieci anni dopo e i BBS lo usavano solo gli smanettoni. I canadesi della General Fusion stanno facendo il fax della fusione nucleare. Si accettano scommesse.

Daniele Leoni

Mega City e punti di Pil

Il Presidente Giuseppe Conte ha un bel modo di fare e potrebbe sorprendere per capacità e qualità inaspettate. Mettere d’accordo la Lega con il multicolore universo dei 5 Stelle è impresa ardua ma non disperata. Gli avvenimenti di queste ore sono l’occasione per una prima riflessione.

Il giullare è diventato filosofo, politico, sapiente. Il guaio è che si chiama Beppe Grillo. Se avesse avuto un altro nome io mi sarei subito fatto catturare dalle idee, dalle visioni che, da qualche mese, possiamo legger nel suo blog. Io, Beppe Grillo, l’avevo rifiutato. Poteva dire o scrivere qualsiasi cosa ma per me era una buffonata. Debbo dire che non è tutta colpa mia. Gli slogan No Tav, No Vax, No Inceneritori, No Trivelle fanno parte della sua storia. Anche del presente per molti dei suoi. Lui, qualche anno fa, odiava i calcolatori in modo viscerale tanto da farli a pezzi durante gli spettacoli. Per non parlare degli insulti a Bettino Craxi, che era ed è il mio punto di riferimento di socialista liberale. Poi, qualche tempo fa, mentre cercavo le ultime notizie su Yuval Noah Harari, ho trovato un suo articolo sul blog di Beppe Grillo. L’ho letto e ho subito notato che era stato tradotto in un italiano stupendo. Poi, incuriosito, mi sono guardato attorno, e ho trovato un repertorio eccezionale. Un sacco di idee che assomigliano alle mie: riflessioni sulle città del futuro, un buon rapporto con l’intelligenza artificiale, la robotica vista come una prospettiva di liberazione dell’uomo dalla schiavitù, una riflessione sui detriti spaziali e sulla necessità di ripulirli. Soprattutto la consapevolezza che il compromesso fra diversi arricchisce, quando i diversi sono in buona fede. Se i diversi hanno tante idee giuste e alcune idee sbagliate, è possibile che le idee sbagliate si elidano a vicenda. Un esempio di idee sbagliate? Usare la plastica non biodegradabile, riciclata, in edilizia, per i manti stradali, per la pacciamatura degli orti. Prima o poi finisce in mare. Forse è meglio l’inceneritore!

Il dilemma dei migranti e del traffico di esseri umani. Una cosa è certa: i trafficanti di uomini fanno opera di persuasione fra le loro vittime le cui famiglie raccolgono i soldi per la traversata secondo una logica equivoca e truffaldina. Il profugo raggiunge il Paese di destinazione e si organizza subito per raccogliere i soldi da restituire con qualsiasi mezzo. Per aver salva la vita il profugo spesso contrae un debito anche con gli stessi trafficanti che vengono pagati due volte. I trafficanti tengono in ostaggio figlie e sorelle per garantirsi il pagamento. Le attività a cui le vittime sono destinate per recuperare il denaro vanno dall’accattonaggio, alla prostituzione, allo spaccio di droga, alla schiavitù in imprese colluse. Alcuni fortunati colgono l’occasione di un lavoro regolare ma spesso non è sufficientemente redditizio per pagare il debito. C’è il sospetto che ogni nuovo profugo che arriva sia costretto, suo malgrado, ad alimentare questo giro. Allora conviene tenere i profughi in centri d’identificazione per essere avviati ad un lavoro regolare in un Paese dell’Unione Europea disponibile ad accoglierli. Ma sia chiaro: l’obiettivo primario non si deve limitare all’assistenza umanitaria ma questa deve essere parallela allo sradicamento delle mafie che sfruttano i disperati.

Che i profughi vengano smistati trasferendoli in navi militari, come sta capitando nel caso dei 629 della Aquarius con destinazione Spagna, può essere funzionale a una prima selezione e dissuasione degli infiltrati. E’ un metodo che potrebbe diventare prassi europea. Mi auguro che ci possano essere sviluppi positivi condivisi.

Trasporti e mobilità. Da che mondo è mondo i flussi migratori sono consistenti. Un tempo erano l’unica occasione per fare nuove esperienze e per cogliere nuove opportunità. Erano occasione per l’arricchimento di chi si muoveva e della comunità che ospitava. Un arricchimento reciproco. Oggi, con l’avvento del telelavoro e del tele-apprendimento, non è più necessariamente così. In teoria si possono seguire corsi universitari , fare riunioni e lavorare senza spostarsi fisicamente. Però, per essere stimolati e ricevere gli stimoli che scatenano la creatività, la fiducia e la condivisione ci vuole il rapporto fisico. Se ti devi fidare di qualcuno o condividerne l’entusiasmo devi sentirne le vibrazioni. Ed è difficile trasmetterle con Skype. Siccome i rapporti istantanei con Internet sono planetari, anche gli spostamenti debbono essere facili e velocissimi. Così, in California, si sperimenta Hyperloop, si immaginano decine di livelli sotterranei di tunnel dove le navette con le auto private e i minibus viaggiano a duecento all’ora; salgono e scendono dalla superficie con appositi ascensori. La città di Chicago ha commissionato i primi tunnel per le navette alla Boring Company di Elon Musk. Noi invece litighiamo ancora sull’alta velocità ferroviaria e sui tunnel autostradali. Saprà il Governo Conte fare il salto di qualità?

Ferro, gomma, infine si ritornerà alla slitta. Due pertiche unite per sostenere un carico, trainate da un bue o da un cavallo a mo’ di slitta, furono il primo mezzo di trasporto. Le ruote furono inventate settemila anni fa dai Sumeri. Ricavate da tronchi d’albero, le prime ruote erano di legno massiccio. In epoche successive comparvero i cerchioni di metallo, i mozzi di metallo accoppiati con perni, sempre di metallo, e i raggi di legno per le carrozze leggere. Poi nacque la ferrovia e arrivarono le ruote di ferro su binari di ferro . Le strade furono coperte d’asfalto per ruote più efficienti coperte di gomma. Nei progetti californiani di tunnel sotterranei e di Hyperloop non ci sono più le ruote ma torna la slitta, sospesa su guide da un campo magnetico. Nessun attrito, nessuna vibrazione, altissima velocità e silenzio perfetto. Lo scenario della superficie del pianeta, a fine secolo, dovrebbe essere un grande giardino, grandi aree metropolitane intercalate con aree coltivate e parchi naturali. Le strade tradizionali dovrebbero essere essenzialmente extraurbane e destinate a percorrenze medie con mezzi di trasporto elettrici a guida autonoma. Le aree metropolitane non dovranno più sopportare il traffico caotico e il parcheggio selvaggio. Saranno prevalentemente pedonali. Ci saranno le auto, obbligatoriamente elettriche, prevalentemente pubbliche e dotate di autopilota, predisposte per immettersi nel flusso di circolazione fatto di navette, tunnel sotterranei e superficiali destinati alle lunghe percorrenze e all’alta velocità.

Volare. Nel 1903 i fratelli Wright alzarono in volo il primo aeroplano. Solo 66 anni dopo, tre astronauti raggiunsero la Luna. Per cinquant’anni, a partire dal 1973, quando terminò la breve serie di voli lunari, nei trasporti aerei tutto sembrò fermarsi. Perfino l’aereo supersonico Concorde venne ritirato dal servizio quindici anni fa. Però, a partire dal 1973, cominciò a prendere forma l’informatica distribuita, con i piccoli calcolatori che sono andati via via dilagando per entrare, prima nelle case, poi nelle tasche degli uomini e delle donne di tutto il mondo. I comandi analogici dei mezzi aerei sono stati sostituiti da servo meccanismi comandati da centraline a logica programmabile, integrate fra di loro e con sistemi di supervisione locali o remoti. L’atterraggio verticale del primo stadio del Falcon di SpaceX non sarebbe stato possibile con la tecnica del Saturno 5 delle missioni Apollo. I calcolatori degli anni 60 erano enormi e spaventosamente lenti. Non esisteva telemetria e nessuno dei ritrovati che oggi consentono il volo aereo in assoluta sicurezza. E nemmeno i materiali compositi oggi utilizzati per fabbricare i motori a reazione. Tutto lascia presagire che il grande balzo per trasferire fuori dell’atmosfera, in orbita bassa, alcune attività industriali, sia imminente. Si perché ora ci sono le tecnologie, la robotica industriale, il telecontrollo e l’intelligenza artificiale. Il loro primo compito potrebbe essere quello di ripulire l’orbita bassa dai rottami dei vecchi satelliti, vettori, componenti a perdere. Tutti questi rottami potrebbero essere concentrati in un’orbita circoscritta e successivamente “divorati” da una stazione di separazione e riciclaggio per essere trasformati in polveri per un utilizzo futuro, sempre in orbita. Però, parliamoci chiaro, non solo non abbiamo ancora incominciato a ripulire i rottami esistenti, ma continuiamo a lasciare altri rottami ogni nuovo lancio. L’agenzia Spaziale Italiana dovrebbe farsi parte diligente per questa ecologia orbitale. Fino a quando non potremo riciclare i rottami, facciamoli almeno incenerire con una traiettoria di impatto con l’atmosfera.

Lavorare sulla Terra in funzione dello spazio. Si manifestano tendenze che ci porteranno verso la colonizzazione del Sistema Solare (rottami permettendo). Un esempio è l’agricoltura idroponica che sta diventando un settore produttivo fiorente perché è pulita, facilmente isolabile all’ambiente esterno (cioè da intemperie e parassiti), facilmente adattabile alla coltivazione e alla raccolta completamente robotizzata. Quando penso a questa tecnica mi vengono in mente gli schiavi umani immigrati usati per un’agricoltura tradizionale a basso costo che alcuni imprenditori agricoli vorrebbero contrapporre alla robotizzazione: schiavitù contro robotizzazione! … Sono sicuro che le nuove tecniche di coltivazione avranno partita vinta, non solo perché costano pochissimo ma anche perché sono modulabili, cioè replicabili in varie dimensioni, fino al kit da mettere nel terrazzo dell’appartamento. Potrebbe succedere, nel caso dell’orticoltura idroponica distribuita, la stessa cosa che è successa per il software dei telefonini: migliaia di app create da giovani creativi, in continua evoluzione, distribuite in via telematica. Il modulo di coltivazione potrebbe essere parametrizzato per la personalizzazione del ciclo, delle temperature, dalla luce, della ricetta dei nutrienti sciolti in acqua e, naturalmente, delle sementi utilizzate, anche OGM (ma non coperte da brevetto delle multinazionali). Così ognuno si potrebbe cimentare per il proprio particolare tipo di pomodoro, melanzana, zucchina, peperone. Potrebbe proporlo in rete corredato dalla ricetta idroponica di produzione. La stessa cosa potrebbe succedere nel campo della la carne sintetica, con tessuti animali coltivati in vitro, dotati delle caratteristiche nutrizionali ed organolettiche derivate dalla partecipazione/competizione diffusa per ottenere il risultato migliore. Per la gioia dei buongustai e degli animalisti. Con buona pace degli allevatori di animali vivi, spesso gonfiati di estrogeni, destinati ad un’esistenza grama per poi finire al macello. Un altro esempio è quello della metallurgia dove la parte più avanzata è la produzione di polveri destinate alla stampa 3D di parti speciali. La tecnica consente di realizzare componenti leggere e molto resistenti alle sollecitazioni e alla temperatura, impossibili da ottenere con la metallurgia tradizionale. Sono strutture il cui interno è a nido d’ape. Dove lo strato superficiale ha una composizione e un trattamento tale da resistere ad altissime temperature, come nel caso degli ugelli dei motori a getto. La progressiva dimestichezza dell’industria aerospaziale con le tecniche di stampa 3D ha provocato anche l’abitudine a fabbricare, in loco, parti di ricambio da sostituire a quelle rotte o usurate, utilizzando una stampante 3d col file del modello originale. Immagino che, in futuro, possano essere parecchi i casi, nel mercato consumer, dove sia conveniente avere un archivio di modelli destinati a macchine utensili per la loro riproduzione espresso, al posto di un magazzino ricambi. Nel mondo dell’editoria è ormai possibile ottenere un libro di carta, stampato espresso dal venditore-editore attrezzato. Ciò significa che, fra pochi anni, non ci saranno più libri esauriti e tutto lo scibile umano sarà disponibile per la consultazione online e per la distribuzione.

Città del futuro. Nel Blog di Beppe Grillo c’è un bel articolo che ipotizza lo sviluppo, in mare, di città galleggianti. Se la popolazione mondiale continua a crescere, l’idea non è così stravagante. Però bisogna andare oltre, verso le città orbitali. Io, fin da ragazzo, ho sempre pensato allo spazio (1). I pentastellati, dopo la riconversione del blog di Beppe Grillo, hanno fondato il Blog delle Stelle, un nome un po’ più intrigante di quello dell’insegna degli hotel extralusso (2). Così mi sono iscritto. Poi, siccome mi incuriosisce molto la piattaforma Russeau, mi sono iscritto anche a quella. Hanno voluto la copia dei miei documenti d’identità e un impegno a condividere i principi ispiratori che, sostanzialmente, sono quelli che propose Adriano Olivetti settant’anni fa. Non ho avuto difficoltà. Poi ho pensato: ” … tanto mi cacciano via subito!” Staremo a vedere. Con Russeau c’è la possibilità di lanciare nuove idee. Mi è venuto in mente di rielaborare l’idea del Ponte di Messina con un Hyperloop fra Milano e Palermo. Proporre la riconversione dell’Ilva di Taranto per finalizzarla alle polveri per la stampa 3D. A Taranto, connesso al Hyperloop, si potrebbe fare anche uno spazioporto da destinare al balzo orbitale fra l’Italia e Chicago, così da facilitare la collaborazione per i tunnel della futura metropoli. Faremo anche noi un’unica grande metropoli che unirà Messina, Reggio e Taranto. Faremo il satellite tecnologico creativo della Silicon Valley, che potrebbe ospitare, fra l’altro, la Gigafactory italiana delle Battery Pack. Quanti punti di PIL vale questa idea? Ne potrebbe parlare, Giuseppe Conte, con Donald Trump nel prossimo incontro alla Casa Bianca, coinvolgendo anche Elon Musk?

Daniele Leoni

Scrive Daniele Leoni:
Il fattore umano

L’elemento nuovo della politica italiana è l’accordo fra 5 Stelle e Lega per la formazione del Governo. È l’accordo fra un Luigi Di Maio, apparentemente ligio alla Casaleggio, vessillifero dei bisogni dei più deboli e un Matteo Salvini, apparentemente fedele alla coalizione di Centro Destra, con qualche punta xenofoba. Però entrambi i nostri protagonisti, dopo l’investitura ricevuta dalle elezioni, hanno subito dimostrato grande autonomia. Salvini ha sbandierato il suo neo eletto Senatore nero Toni Iwobi, responsabile del dipartimento immigrazione del Carroccio e Di Maio non ha insistito troppo sull’alleanza dei 5 Stelle col Partito Democratico. L’arbitro, cioè il Presidente Sergio Mattarella, ha subito sfoderato un piglio decisionista interpretando nel modo più discrezionale i suoi poteri previsti dalla Costituzione. Tanto che appare voler essere della partita.

Mentre scrivo non posso far a meno di riflettere sullo sfondo del quadro ancora incompleto, quando ancora non si conoscono i termini dell’accordo raggiunto.

Lo Sfondo.

L’intelligenza è disaccoppiata dalla coscienza. Questa è la conclusione a cui arriva Yuval Noah Harari nel suo ultimo best seller, Homo Deus, sull’avvento dell’intelligenza artificiale. Entità super intelligenti ma incoscienti (cioè algoritmi) sono in grado di conoscere l’uomo e la sua società molto meglio dei nostri esperti e capire quali siano le scelte più efficaci per il bene dell’umanità.

Negli anni 90, quando ancora l’economia non era regolata da algoritmi, io potevo andare in banca e convincere il direttore della filiale che la mia idea di business era molto buona e accendere un mutuo per finanziarla. La decisione era affidata al buon senso del direttore e ad alcune semplici regole come i limiti entro i quali i direttore poteva operare e la mia affidabilità. Oggi non è più possibile perché le valutazioni, a cui il direttore si deve attenere, vengono fatte da una procedura informatica. Negli ultimi 10 anni le procedure hanno preso il posto delle decisioni umane nell’economia, soprattutto in quella finanziaria. Anche gli operatori di borsa si affidano ad esse per le loro scelte. I fondi d’investimento lanciano addirittura una nuvola di operatori virtuali, in grado di auto apprendere e di modificarsi, in una simulazione del mercato azionario. Dopo un certo periodo di tempo gli operatori migliori, fra quelli che sono sopravvissuti alla selezione, vengono lanciati nel mercato reale. Così i più ricchi diventano sempre più ricchi, non per le loro buone idee imprenditoriali in competizione nell’economia del fare, ma perché abili giocatori, aiutati dal computer, scommettono in borsa sulle micro – variazioni del mercato.

Luci ed ombre.

Nonostante parecchi problemi irrisolti, l’economia di mercato ha creato un beneficio tale da raddoppiare l’aspettativa di vita, da provocare, in cinquant’anni, la drastica riduzione della violenza, della fame, delle malattie con il conseguente raddoppio della popolazione mondiale. Così, mentre negli anni 90 l’Intelligenza Artificiale si limitava a vincere a scacchi, nel 2000 ha fatto irruzione nell’economia, alle soglie del terzo decennio del 21° secolo, sembra che sia arrivato il turno della politica, perché la politica ha bisogno di un “aiutino”.

Nessun dubbio! Matteo Renzi ha fatto molto bene a mettere tutto il suo peso per impedire un accordo di Governo fra PD e 5 Stelle. L’accordo, caldeggiato dalla sinistra estrema, dalla corrente forcaiola della magistratura, avrebbe fatto prevalere i sostenitori della “gioiosa macchina da guerra” inventata da Achille Ochetto in occasione delle elezioni politiche del 1994. Certo che quelli della “gioiosa macchia da guerra” ne hanno combinati di disastri! Hanno condannato a morte Bettino Craxi, messo le zeppe a Berlusconi con una ignobile persecuzione giudiziaria, imposto al Paese Mario Monti accettando la sua condizione irricevibile di essere, in cambio, senatore a vita, ridotto all’impotenza Matteo Renzi col risultato uscito dalle urne. Speriamo che Salvini e Di Maio arrivino in fondo e che quella macchina infernale venga sepolta!

Non siamo un formicaio.

La cosa che da più fastidio dei 5 Stelle è la disumanizzazione della democrazia. Noi, Deputati e Senatori, li chiamiamo onorevoli, cioè persone che hanno ricevuto qualche cosa di analogo a un titolo nobiliare repubblicano per volontà del popolo che chi li ha eletti. Avendolo ricevuto, hanno facoltà di adoperarlo senza vicoli di mandato, con i soli limiti imposti dall’onore (appunto) e dalla legge. In virtù di questo titolo godono dell’immunità rispetto ad un altro dei poteri, quello giudiziario, che i padri costituenti hanno voluto sottoposto alla legge ma libero e svincolato dall’Esecutivo. Le ragioni dell’autonomia della Magistratura e dell’immunità dei parlamentari sono facili da comprendere in una logica di equilibrio dei poteri. Ebbene, loro li chiamano “portavoce”, vogliono il vincolo di mandato e l’abolizione dell’immunità parlamentare residua dopo i limiti imposti con la riforma del 29 ottobre 1993.

Portavoce! … Una parola sola che riassume l’avvilente ruolo che i 5 Stelle vorrebbero riservare ai detentori del potere legislativo nell’Italia repubblicana del 2018. Una parola che riecheggia di formicaio, dove la piattaforma Rousseau della Casaleggio Associati è la regina.

L’equilibrio dei poteri.

Al contrario i parlamentari dovrebbero maturare il loro orientamento in totale autonomia, avvalendosi delle indicazioni del gruppo di appartenenza. Un po’ come il Presidente della Repubblica, che nomina il Presidente del Consiglio e i Ministri avvalendosi delle indicazioni dei partiti che hanno vinto le elezioni, ma lo fa in totale autonomia rispettando vincoli di equilibrio fra i poteri, le leggi, i trattati internazionali e il suo buon senso. Anche nella promulgazione delle leggi il Presidente della Repubblica recepisce l’approvazione del Parlamento controllando la costituzionalità e la copertura finanziaria. In caso di dubbio la legge viene rispedita indietro alle Camere per un riesame.

Consultando l’algoritmo.

Ebbene, lo sfondo del quadro ancora incompleto campeggia ancora sul primo piano dei tre protagonisti, protagonisti che l’artista non potrà lasciare in ombra. Anche perché ce ne sarà un quarto, cioè il futuro Capo del Governo, di cui ancora non conosciamo il nome, destinato a dominare l’intero dipinto.

Il primo piano corrisponde al fattore umano, in continua evoluzione, imperfetto, spesso contraddittorio, eppure necessario perché cosciente di se stesso. Una coscienza dotata d’intelligenza erratica, che sforna risultati imperfetti, che vengono corretti attraverso continue prove d’errore. Una coscienza che, di tanto in tanto, consulta l’algoritmo. Analogamente gli eletti consultano il proprio gruppo.

Mi viene in mente il Governo di Mario Monti, dove tutto era perfettamente regolato ma che ricorderemo come il peggior Governo del dopoguerra. Quel Governo non consultava l’algoritmo ma gli ubbidiva come una formica operaia ubbidisce alla regina. Il Governo MDS (Mattarella, Di Maio, Salvini) avrà invece la briglia sciolta, si fermerà, cambierà direzione, ritornerà sui suoi passi, andrà avanti forse più lentamente però si porterà dietro il consenso del complesso delle Istituzioni e degli elettori.

Se non lo farà, l’opposizione parlamentare diventerà maggioranza e darà vita ad un nuovo Governo. E’ il fattore umano! E’ la democrazia rappresentativa … Bellezza!

Scrive Daniele Leoni:
L’algoritmo e le elezioni

Durante la campagna elettorale le sparano grosse. Gli arruffapopolo, guidati dall’istinto, sfoggiano lo loro capacità oratorie. Nessuno mantiene le promesse elettorali perché sono irrealizzabili. Succede così che i politici vittoriosi, di fronte alla necessità di governare, debbono drasticamente correggere il tiro. Gli elettori che non sono legati col collante dell’ideologia o della clientela, cambiano partito alle elezioni successive.

La nostra democrazia seleziona la classe politica secondo le pulsioni degli elettori. In momenti di crisi queste pulsioni possono essere distruttive. Non dobbiamo mai dimenticare che il fascismo italiano e il nazismo tedesco nacquero col consenso popolare. Consenso alimentato da un patriottismo rabbioso e guerrafondaio.

Nazisti e fascisti furono spazzati via dalla tragedia dei loro errori e da ottanta milioni di morti nella Seconda Guerra Mondiale assieme al collante delle loro ideologie e clientele. E nuove ideologie democratiche si consolidarono assieme a clientele non sempre cristalline.

L’ideologia, oltre ad essere un sistema di pensiero con contenuti pratici razionali, è anche un motore di appartenenza (la chiesa, il partito con i circoli e gli iscritti ecc.). La clientela distribuisce favori e proventi per garantire fedeltà e appartenenza. Funziona come antidoto contro le lusinghe degli abili arruffapopolo dell’ultimo momento.

Matteo Renzi ha chiuso la campagna elettorale dicendo che bisogna fare politica sulla proposta e non sulla protesta, sul coraggio e non sulla paura, sulla speranza e non sulla rabbia. E’ un bell’impianto per un’ideologia adatta al ventunesimo secolo, un messaggio affascinante che mi ha catturato fin dal 2012 quando ho cominciato a seguirlo e a sostenerlo. Matteo Renzi però ha curato soltanto il suo gruppo dirigente e si è ben guardato dal favorire o solo consentire clientele. Avrebbe dovuto organizzare clientele adatte al suo impianto. Organizzare nei circoli incubatori di startup e favorire loro crescita facendole lavorare per la pubblica amministrazione. Avrebbe dovuto incanalare le assunzioni di personale amico verso le nuove imprese secondo lo stile dei partiti della prima repubblica. Ma questo non era più possibile per l’attenzione della magistratura e, secondo Renzi, attività non morale. Gli avversari politici invece avevano mano libera per cavalcare la protesta, la rabbia e la paura facendo, nello stesso tempo, promesse irrealizzabili. Questo senario spiega, ameno in parte, quello che è successo nelle elezioni del 4 marzo 2018. Ma c’è di più.

Nei sei anni che ci separano dal 2012 i social network sono cresciuti almeno di un ordine di grandezza, in particolare Facebook, Google e Youtube. Amazon ha accresciuto, almeno di un ordine di grandezza la sua potenza di fuoco per il commercio online, compreso il suo fatturato. Almeno il 50% del commercio tradizionale e della comunicazione si sono trasferiti verso i nuovi canali. La forza di persuasione di chi ha li ha utilizzati ha avuto un incremento proporzionale. La Lega di Salvini ha saputo approfittarne. La meravigliosa Leopolda di Renzi, fantastica per i contenuti, arrivava solo a quelli come me ma non al disoccupato meridionale ed a una parte importante degli elettori, in buona parte analfabeti di ritorno. I solcial network sono strutturati, invece, per passare i contenuti anche a chi fa solo chat vocali o video. In più utilizzano algoritmi per indirizzare le informazioni alle fasce suscettibili al loro gradimento.

I 5 Stelle, si sono concentrati solo sui bisogni utilizzando la piattaforma informatica Rousseau della Casaleggio, con un blog, quello di Beppe Grillo, con svariati milioni di follower. La Casaleggio è una società di pubblicità e di consulenza commerciale di altissimo livello con un ramo informatico ti tutto rispetto e migliaia di collaboratori. Tutto lascia pensare che le scelte di contenuto dei 5 Stelle, il modo di proporle e la selezione dei profili dei leader intermedi siano state fatte utilizzando un algoritmo. O almeno pezzi sperimentali di algoritmi in divenire. Pezzi di algoritmi per interagire con altri algoritmi di google e facebook e arrivare così a tutto il pubblico sensibile al messaggio, anche quello analfabeta. Tutto questo in una organizzazione politica priva di ideologie dove qualsiasi contestazione (all’agoritmo) veniva stroncata sul nascere.

Così il povero Matteo Renzi, vittima dello stesso moralismo che distrusse Craxi, degli stessi magistrati che misero i bastoni fra le ruote a Berlusconi e alla prima Forza Italia, soccombe oggi per opera del Movimento 5 Stelle. Guarda caso è il gruppo politico a cui fa riferimento la magistratura italiana tramite Il Fatto Quotidiano.

Ora però lo scenario cambia. Il PD, pur indebolito, rimane l’unico contrappeso genuinamente popolare ai 5 Stelle. Che devono governare. Non ho dubbi che troveranno gli alleati per poterlo fare. I vincitori sono creatori e succubi di un algoritmo. Anche Di Maio, neo colletto bianco, sembra telecomandato.

E’ destino? Dopo gli scacchi, la gestione dei fondi e delle banche, il traffico stradale, è arrivato il turno della politica? Cosa succederebbe se questa nuova gestione della politica dimostrasse di essere più efficiente e di ottenere ottimi risultati? Se, per esempio, l’informatizzazione spinta dell’economia pubblica generasse plusvalenze tali da sostenere il reddito di cittadinanza? Ovviamente l’algoritmo dirà che i conti debbono tornare così la produzione industriale, agricola e la gestione dei servizi dovrà avvalersi del massimo della tecnologia. La robotizzazione dovrà essere spinta, il margine primario delle imprese elevatissimo, la ricerca primaria e applicata dovrà avere risorse al vello dell’indice di produttività. Mi piacerebbe l’abolizione della proprietà intellettuale, nel senso che qualsiasi soluzione industriale dovrà poter essere studiata e migliorata da chiunque nella massima libertà. Non vi dovrà più essere spazio per NO TAV, NO VAX, NO OGM. Se l’incenerimento dei rifiuti è la soluzione più efficiente e sana, quella soluzione dovrà essere adottata. Senza se e senza ma! Ma non ho dubbi che l’algoritmo arriverà a queste conclusioni.

Poi ci saranno da gestire i rapporti con gli altri, in Italia e all’estero. Chi sarà in grado di convincere Elon Musk di insediare, in Italia, una dei sue Gigafactory? O di realizzare un ponte di Messina con Hyperloop? E, già che ci siamo, trasferire, con la Boring Company, nel sottosuolo, tutto il traffico automobilistico, naturalmente solo di veicoli elettrici con autopilota?

Però l’algoritmo potrebbe consigliare di fabbricare armi dotate di intelligenza artificiale da vendere all’estero, sempre nell’ottica di aumentare il PIL e le risorse da ridistribuire per garantire, a tutti gli italiani, immigrati o non, il reddito adeguato per un sano benessere.

Qui casca l’asino perché ci vuole un’intelligenza umana che sia in grado di dire no. Come bisogna dire no agli algoritmi dei fondi d’investimento e dei trader che già oggi, operando sulle micro-variazioni del mercato azionario, snaturano la funzione originaria e fondante della Borsa. Yosuah Arari, nel suo libro Homo Deus, lascia intravedere l’essenzialità della democrazia perché l’umanità possa sopravvivere agli algoritmi e convivere con essi senza diventarne schiava. Anche Tim Urban, nel suo saggio The Wizard Hat, arriva alle stesse conclusioni.

Allora ci vuole ancora Matteo Renzi all’opposizione, foss’anche come voce solitaria in Senato, per ricordarci la nostra storia, la cultura umana così incerta ma così preziosa, così creativa perché imperfetta.

Daniele Leoni

Nuovi Orizzonti per lo Spazio, nuovi benefici per la scienza

Foto: Illustrazione artistica dell’oggetto 2014MU69 nella fascia di Kuiper, il prossimo obiettivo di flyby per la missione New Horizons della NASA. Questa immagine binaria è il risultato delle osservazioni realizzate in Argentina nel luglio 2017 quando MU69 passava davanti a una stella. Gli scienziati teorizzano che MU69 potrebbe essere un corpo con un grande porzione sporgente o due corpi che si trovano vicini tra loro fino a toccarsi. Credit: NASA / JHUAPL / SWR / Alex Parker

Foto:
Illustrazione artistica dell’oggetto 2014MU69 nella fascia di Kuiper, il prossimo obiettivo di flyby per la missione New Horizons della NASA. Questa immagine binaria è il risultato delle osservazioni realizzate in Argentina nel luglio 2017 quando MU69 passava davanti a una stella. Gli scienziati teorizzano che MU69 potrebbe essere un corpo con un grande porzione sporgente o due corpi che si trovano vicini tra loro fino a toccarsi.
Credit: NASA / JHUAPL / SWR / Alex Parker

L’Agenzia Spaziale Italiana è disponibile a lavorare a tecnologie robotiche per portare un asteroide nello spazio più vicino alla Terra, per  studiarlo meglio: lo si dovrebbe andare a prendere oltre l’orbita lunare. Lo hanno scritto, in un documento, Marco Tantardini ed Enrico Flamini (ASI) per proporre la nostra partecipazione alla fase del Robotic Asteroid Redirect Mission (ARM) della NASA.  Gli  italiani, già protagonisti di voli spaziali con equipaggio, diventerebbero primi attori di attività nello spazio più profondo, intensificando l’impegno come mai prima d’ora. La proposta dovrebbe portare anche benefici per la scienza sulla terraferma. Il documento è stato pubblicato nella rivista The European Physical Journal Plus (2017).

 “Un veicolo spaziale robotico dovrebbe essere in grado di accostarsi a un asteroide, analizzarlo dettagliatamente, catturalo e ridirigerlo verso un’orbita finale stabile vicina alla Terra, più facile per gli astronauti da raggiungere”. Per gli astronauti o per ulteriori bracci e mani meccaniche direttamente comandati da operatori umani, senza dover scontare il gap delle telecomunicazioni dovuto alla velocità delle onde elettromagnetiche nel vuoto, velocità che non è infinita.

Quanto sia penalizzante questo gap lo si constata tutti i giorni nelle attività marziane dei rover Curiosity e Opportunity, dove immagini e dati di ciò che avviene nella superficie del pianeta rosso ci arrivano con un ritardo fino a venti minuti, in dipendenza della distanza fra la Terra e Marte, che varia al variare delle rispettive posizioni nelle orbite che i due pianeti percorrono attorno al Sole.

 Diceva Paolo Bellutta, pioniere della NASA nella teleguida dei rover su Marte, quando Curiosity iniziò le escursioni: “Quello che noi facciamo è analizzare la telemetria che il veicolo ci comunica ossia quello che Curiosity  percepisce intorno a sé. Dopodiché determiniamo quali sono gli obiettivi scientifici della giornata, calcoliamo quanta energia abbiamo a disposizione, quanti dati possiamo conservare nella memoria del veicolo e quanti ne possiamo restituire. In base a tutto ciò decidiamo le attività giornaliere. Quindi prepariamo una lista di comandi che vengono mandati in un colpo solo al veicolo, che li riceve nella notte marziana e li esegue solo successivamente, di giorno. Molti sono comandi diretti, ad esempio dove puntare la telecamera, altri sono autonomi: gli diciamo ad esempio di spostarsi autonomamente in un certo posto evitando gli ostacoli. Lui valuta parametri come lo slittamento delle ruote: se è superiore a un certo valore un nostro precedente imput gli ordina di fermarsi in attesa di decidere quale altra strada seguire. Noi non siamo lì e non riusciamo a bloccarlo se si mettesse nei pasticci. Non deve ficcarsi in situazioni irrisolvibili, così gli ordiniamo cose come: – fermati se trovi pendii troppo scoscesi o ostacoli troppo grossi! -”.

 Se poi la sonda è ai limiti esterni del Sistema Solare, oltre l’orbita di Plutone, come è ora New Horizons diretta all’appuntamento con l’asteroide 2014MU69, il ritardo nella ricezione dei dati supera le sei ore. New Horizons, la sonda robotica con parti importanti di tecnologia italiana, continua a far lavorare stuoli di ricercatori e a stupire per le novità che ci ha rivelato e che ci rivelerà nell’epilogo della sua missione. Ci ha mostrato il vero volto di Plutone con i suoi panorami pieni di colori a -200°C, rafforzando il dubbio che la vita probabilmente non sia solo quella basata su ossigeno e acqua liquida. Un altro robot al suo epilogo, la sonda Cassini con la nostra Agenzia Spaziale protagonista, ci ha confermato che il cianuro, per noi potentissimo veleno, è forse essenziale per l’ipotetica biologia di Titano a temperature criogeniche (Carbon Chain Anions and the Growth of Complex Organic Molecules in Titan’s Ionosphere – http://iopscience.iop.org/article/10.3847/2041-8213/aa7851/pdf ). Cassini, si prepara a tuffarsi e a incenerirsi nella densa atmosfera di Saturno il prossimo Settembre dopo vent’anni dal lancio. Si autodistruggerà per fornire importanti informazioni sull’atmosfera di Saturno ma anche per evitare che il plutonio in esaurimento, che è servito per alimentare la sonda, possa in un futuro anche molto remoto rischiare di contaminare quella ipotetica biologia che ci è stata rivelata (https://www.washingtonpost.com/news/speaking-of-science/wp/2017/08/08/this-weird-moon-of-saturn-has-some-essential-ingredients-for-life ).

New Horizons incontrerà , il giorno di capodanno 2019, l’asteroide 2104MU69 che, a seguito delle osservazioni telescopiche per mezzo dell’occultamento di un’anonima stellina lo scorso mese di Luglio, sembra essere doppio, comunque composto di almeno due parti del diametro, ciascuna, attorno ai 15 – 20 chilometri (http://www.avantionline.it/2017/06/new-horizons-oltre-i-limiti-dellantroposfera). Potrebbe essere uno dei pezzi incontaminati di quei planetesimi  che, cinque miliardi anni fa, si aggregarono per formare i pianeti del nostro Sistema Solare.

 Gradi novità quindi anche nello spazio cosmico prossimo al nostro Sole, eppure così lontano e difficile da raggiungere. O meglio: grandi novità nella nostra percezione e nella nostra conoscenza che, di anno in anno, scompiglia ipotesi precedenti e convincimenti che sembravano consolidati. Sono novità che dimostrano quanto sia vitale continuare ad investire per conoscere sempre meglio le origini del nostro pianeta, i suoi equilibri delicati e mutevoli anche per effetto della nostra presenza sempre più numerosa. La terra è il pianeta che fu la culla della nostra intelligenza. Una intelligenza consapevole dei rischi che corre l’uomo se vengono posti limiti alla sua possibilità di crescere, consapevole anche di quanto smisurato e pieno di risorse sia lo spazio esterno. Fortunatamente oggi la tecnologia spaziale si è riscattata dal dominio militare, ha potenziato le finalità scientifiche e interessa sempre di più l’industria e l’economia. Saranno l’industria e l’economia,  cioè il mercato, che la lanceranno verso nuovi orizzonti, come sempre è avvenuto nella storia.

Daniele Leoni

SpaceX verso il lancio.
Prove d’errore

Falcon-HeavyE’ molto probabile che il primo lancio sperimentale del gigantesco Falcon Heavy, previsto il prossimo autunno, si risolva in una spettacolare esplosione! L’ha detto Elon Musk durante la conferenza su ricerca e sviluppo della stazione spaziale internazionale – (ISSR&D) conference in Washington, D.C – lo scorso 19 Luglio. “Spero che avvenga abbastanza lontano dalla rampa di lancio in modo da non causare danni. Per essere onesto considererei perfino questa una vittoria” ha aggiunto.

E’ un aspetto del taglio industriale della nuova corsa allo spazio inaugurata da SpaceX dove lo sviluppo di sistemi innovativi segue i percorsi dell’implementazione con le necessarie prove d’errore. Se le prove non si possono completare a terra, allora vengono fatte in volo senza che ciò comporti giudizi di fallimento.

Nella nuova corsa allo spazio non esistono pezzi unici, come avveniva ai tempi del progetto Apollo.

Tutto è modulare. Il Falcon Heavy è composto da tre primi stadi del Falcon 9, con il vettore centrale modificato per sostenere la spinta triplicata, più il secondo stadio, modificato per il rientro a terra. Così ci dovranno essere quattro piattaforme di rientro con quattro teleguide contemporanee. Il risultato sarà la messa in orbita di un carico utile di 60 tonnellate con il consumo del solo carburante. “Però tutto cambia” – aggiunge Elon Musk. “Il carico cambia, l’aerodinamica cambia totalmente, le vibrazioni e l’acustica sono triplicate”.

Allora tanto vale concentrasi su lanci di prova pieni di checkpoint, con una telemetria molto sofisticata, in grado di restituire i dati di ogni dettaglio del comportamento del vettore e le cause esatte delle eventuali rotture. L’esperienza dello sviluppo del rientro del primo stadio insegna: un anno di esplosioni poi, finalmente, la serie ininterrotta di rientri andati a buon fine.

Daniele Leoni

“Contro l’eterno presente”

Un titolo stimolate, “Contro l’eterno presente”. Iniziativa organizzata dall’Associazione Left Wing. Il confronto fra un politico di lungo corso, Matteo Orfini, Presidente di Partito Democratico e un filosofo umanista, Ivano Dionigi, che ha appena pubblicato “Il presente non basta: La lezione del latino”. Un caro amico moderatore, Maurizio Roi, che fu uno dei migliori sindaci di Lugo di Romagna, bravo Direttore di Teatro per professione, oggi Sovrintendete del Teatro dell’Opera Carlo Felice di Genova.

Tanto basta per fare una corsa in autostrada fino a Bologna sotto un temporalone estivo di particolare violenza, però benefico in questa prima estate che promette siccità. Ma siccome la modestia non è fra le mie virtù, ho chiesto di venire a Bologna ad Adriano Autino, futurista umanista, Presidente di Space Renaissance International, che ha appena pubblicato “Un mondo più grande è possibile! L’espansione della civiltà oltre i limiti del nostro pianeta madre è la questione morale del nostro tempo”. Così ne approfittiamo per fare quattro chiacchiere sulla prossima riunione della sezione italiana di Rinascimento Spaziale. Detto fatto! (Si fa per dire perché, se io la corsa in autostrada la faccio da Lugo di Romagna, lui la fa da Rapallo …)

Sotto il temporale, in Autostrada, ripenso all’ultimo intervento di Fabio Fabbri sull’Avanti!. Fabio, negli anni del PSI di Bettino Craxi, era uno dei leader socialisti che mi piaceva di più. Un vero socialista liberale. Oggi, lucido ottantenne, sostiene l’alleanza stretta fra il PSI e il PD di Matteo Renzi. Dice che creare uno schieramento variegato a sinistra del PD, con l’obiettivo di contrastare Renzi, finirebbe per premiare leghisti, neofascisti e grillini. Premierebbe cioè i più reazionari, qualunquisti, xenofobi castigando ulteriormente la politica ragionata, portatrice dei nostri valori più alti.

Mi piacerebbe, – ho scritto a Fabio Fabbri- un tuo parere sulla mia convinzione che gli eredi naturali del movimento operaio e della sua storia sono quelli che io definisco i maker, cioè i tecnici, dagli ingegneri agli scienziati agli operatori impegnati nel campo dell’intelligenza artificiale.

Maker che progettano un futuro benefico e desiderabile dove la tecnologia liberi finalmente l’umanità dal lavoro nocivo, pericoloso e usurante, quello della fatica che fa soffrire. Con le grandi catene del commercio elettronico che si alleano con una nuova categoria di operatori che io definisco CCM (Commercianti, Consulenti, Manutentori), una via di mezzo fra gli artigiani e i piccoli commercianti.

Maker antagonisti dei trader, eredi degli operatori di borsa, che utilizzano l’AI (Intelligenza Artificiale) per giocare sulle microfluttuazioni del mercato azionario fino a generare degli operatori virtuali che agiscono nel mercato azionario con una mitraglia di velocissime operazioni assolutamente slegate da valutazioni oggettive sulla qualità di un titolo. Una tendenza che snatura la borsa fino a provocare le crisi cicliche che purtroppo conosciamo.

Matteo Renzi mi è molto simpatico, è capace di far sognare. Avrei preferito un leader laico ma bisogna accontentarsi. Vedo un ruolo importante dei socialisti nella crescita culturale del PD verso la presa di coscienza dell’eredità operaia passata ai maker. Assieme a Mauro e all’Avanti! stiamo lavorando su un bel progetto, il Rinascimento spaziale. Prendiamo atto che un’umanità che sta andando verso gli otto miliardi, deve assolutamente incominciare ad uscire dalla sua culla, cioè da questo nostro pianeta. E’ una visone che fu di John Kennedy, che oggi si può saldare col sogno dei maker, che vogliono investire su officine orbitali in grado di utilizzare appieno l’energia del sole, produrre meglio e in modo più salubre. Se il grosso dell’industria dovrà essere di robot, tanto vale che la facciamo fuori dall’atmosfera, al riparo dalla corrosione, dalla ruggine e dalla forza di gravità. Gli imprenditori più lungimiranti ci credono (Elon Musk, Jeff Bezos ecc.) e anche qualche italiano a cominciare da Roberto Battiston e imprese come D-Orbit.

In fondo siamo alla ricerca di un obiettivo di lungo periodo, capace di far sognare.

Un’umanità che invecchia nella sua culla, che rischia di sprofondare nei conflitti, nelle guerre, soffocata dall’inquinamento dalla carenza di risorse, quando la fuori ci sono spazio e risorse infinite, è una prospettiva che non fa sognare nessuno.

Arrivo a Bologna nel traffico delle sei del pomeriggio. Trovo miracolosamente una piazzola libera proprio davanti al CostArena, dove si tiene l’incontro pubblico. C’è anche Adriano Autino, ch’è arrivato prima di me. Il filosofo Ivano Dionigi racconta dei tanti incontri che ha avuto ultimamente con gli adolescenti, da Trapani a Trento. Decine di migliaia di ragazzi con una forte domanda di futuro. Dice che sono diversi da noi, che credevamo di sapere tutto e volevamo fare la rivoluzione. I ragazzi di oggi ci chiedono delle risposte e sono alla ricerca di una guida!

Io però non l’ho sentita questa risposta durante l’incontro. Quando Adriano è intervenuto con la sua provocazione, cioè l’invito a ragionare su un futuro possibile e desiderabile per i prossimi cento, duecento anni, la provocazione non è stata raccolta. Era come se quelli “contro l’eterno presente” avessero un gran voglia di rifugiarsi nell’eterno passato. Maurizio Roi ha accettato una copia del libro di Adriano e ha promesso di leggerlo: sono sicuro che lo farà! Chissà che uno degli appuntamenti di Left Wing non possa essere dedicato al futuro, non quello dell’anno prossimo ma quello fra dieci, vent’anni. Magari con un’occhiata all’anno 2100.

Abbiamo concluso la serata, io e Adriano, davanti a una bella bistecca, con una birra gelata. Ci sarebbe stata bene una bella bottiglia di Lambrusco ma purtroppo dovevamo guidare. Mi dicono che tutti i produttori e commercianti di vino sono in trepida attesa dell’autopilota.

Daniele Leoni

L’EVENTO

Un intellettuale, Ivano DIONIGI, già Rettore dell’Università di Bologna e autore del libro “Il presente non basta” e un politico, Matteo Orfini, Presidente del Partito Democratico, dialogano sulla necessità di idee forti che travalichino l’oggi, che non ci consumino in una quotidiana cronaca, che guardino al passato con ispirazione ma senza nostalgia e abbiamo una determinata volontà di futuro. Queste idee esistono ancora? Gli intellettuali possono offrire un contributo? Iniziativa organizzata dall’Associazione Left Wing.

Moderatore Maurizio ROI, Sovrintendente del Teatro dell’Opera di Genova Carlo Felice.

D-Orbit ha lanciato in orbita
il primo satellite spazzino

D-Orbit Staff

Lo staff di D-Orbit che ha curato il lancio del datellite D-Sat. In alto da sinistra: Luca Rossettini (AD e fondatore), Renato Panesi (fondatore), Lorenzo Ferrario, Francesco Palumbo, Marco Bevilacqua, Angelo Dainotto, Caterina Cazzola, Monica Valli, Fabio del principe, giorgia Nardiello, Andrea Ferrante, Giuseppe Mele, Stefano Antonetti In basso da sinistra: Marco Cazzaniga, Marco Marani, Simone Brilli, Lorenzo Vallini, Andrea Marcovati, Alessio Fanfani (PM di D-SAT), Aldo Cappelluti, Pietro Guerrieri

D-ORBIT ha lanciato D-Sat, un satellite con la capacità di rimuovere sé steso dall’orbita, in maniera diretta e controllata, alla fine della missione grazie ad un dispositivo propulsivo integrato. Questa caratteristica innovativa è il fondamento di una nuova generazione di satelliti capaci di limitare la loro presenza in orbita a quanto necessario per completare la loro missione, in modo da prevenire l’accumulo di detriti spaziali. Il lancio è avvenuto questa mattina, venerdì 23 giugno, alle 5:59, dal cosmodromo Indiano Satish Dhawan Space Centre.  Lo ha annunciato Stefano Antonetti, Responsabile Commerciale della D-ORBIT, una società italiana che ha la sua sede operativa a Fino Mornasco in provincia di Como, e altre sedi, di cui una in Portogallo e una negli USA.

Proprio ora, mentre sto scrivendo, ricevo il messaggio tramite Skype da Stefano, dell’aggancio del segnale dal satellite già in orbita: “[11.00.54] Stefano  Antonetti: abbiamo agganciato il segnale [11.01.24] DANIELE LEONI: (champagne) [11.01.59] Stefano  Antonetti: appena adesso, al primo colpo. Scaricato telemetria . Ora ti mando un po’ di foto”

E’ un lancio strategico nella storia del volo spaziale, dalla fase pionieristica verso la maturità.

Un lancio fatto giusto due giorni dopo il discorso del  famoso cosmologo inglese  Stephen Hawking: “se l’umanità non inizierà subito a lavorare per una prospettiva di colonizzazione dello spazio, sarà destinati a perire entro la fine del millennio!” Ha parlato a Trondheim, in Norvegia, al Starmus Festival 2017, nel crepuscolo del solstizio d’estate. Poi ha esposto le sue idee sull’esplorazione del cosmo profondo alla ricerca di nuovi mondi adatti a noi.

Così, una volta tanto, noi italiani ci distinguiamo per il pragmatismo che, in questo caso, significa incominciare ad eliminare i detriti lasciati in orbita e, soprattutto, non produrne di nuovi.

“D-Sat è una pietra miliare nel modo in cui gestiamo il problema dei detriti spaziali. Crediamo che tutto ciò che va in orbita debba essere rimosso non appena ha svolto il suo compito, e vogliamo fornire una soluzione pratica e conveniente per trasformare questa visione in realtà.” Continua Stefano Antonetti

“I detriti spaziali sono un insieme di oggetti di origine umana in orbita terrestre, come satelliti non funzionanti, razzi vettori, e altri oggetti rilasciati durante una missione spaziale. Secondo la NASA ci sono centinaia di migliaia di detriti di dimensione compresa tra 1 cm e 10 cm, e questo numero è destinato a crescere se si continua ad abbandonare satelliti non funzionanti in orbita. In una realtà che dipende sempre di più da tecnologie satellitari per applicazioni come l’osservazione remota del pianeta, le previsioni meteorologiche, la navigazione satellitare, la gestione di emergenze, l’agricoltura di precisione, e le auto senza pilota, è importante individuare soluzioni per ridurre la quantità di detriti spaziali in modo da ridurre il rischio di collisioni che potrebbero distruggere satelliti, compromettere servizi, e produrre ulteriori detriti.

D-Sat, costruito e operato da D-Orbit, è la prima dimostrazione orbitale di D-Orbit Decommissioning Device (D3), un sistema propulsivo intelligente progettato per rimuovere un satellite dall’orbita con una manovra diretta e controllata alla fine della missione, o in caso di malfunzionamento. Il sistema integrato all’interno di D-Sat può essere adattato a satelliti di ogni dimensione. Il nostro sogno è di installare un sistema di questo tipo in ogni nuovo satellite entro il 2025.”

D-Sat include tre esperimenti:  SatAlert, Debris Collision Alerting System (DeCas), e Atmosphere Analyzer.SatAlert serve a convalidare un tipico scenario di emergenza in cui agenzie di difesa civile devono comunicare istruzioni in aree colpite da disastri naturali che hanno compromesso le infrastrutture di telecomunicazione terrestri.  DeCas misura le dinamiche di distribuzione dei detriti associati con il rientro di un satellite, mettendo alla prova una modalità di distribuzione di questo tipo di informazione in tempo reale ad aerei in transito nella zona sottostante al rientro.

Atmosphere Analyzer è un esperimento che ha l’obiettivo di collezionare dati atmosferici nella bassa ionosfera, una regione compresa tra gli 80 km e 150 km poco studiata perché inaccessibile tanto da satelliti quanto da palloni stratosferici.”

Siccome, dovunque vogliamo andare nello spazio, dobbiamo passare dall’orbita terrestre, sarà meglio incominciare a fare pulizia.  “E dove potremo andare?” si chide Stephen Hawking.  “La luna è vicina ma non ha atmosfera, è bruciata dal sole nelle 354 ore di giorno e gelata dalla notte siderale nelle 354 ore di buio. Ha un gravità troppo bassa per mantenere il calcio del nostro scheletro e non ha magnetosfera, col conseguente bombardamento di radiazioni nocive dal sole e dal cosmo profondo. Marte è più lontano anche se le condizioni nella sua superficie sono meno proibitive. Sappiamo che attorno a Proxima Centauri, la stella più vicina al nostro sole, c’è un pianeta che potrebbe assomigliare alla Terra ma per arrivarci, con la propulsione attuale, ci vorrebbero 3 milioni di anni”.

 Allora bisogna attrezzarsi, incominciare col costruire qualche cosa di più concreto della attuale Stazione Spaziale ISS che consenta a squadre di astronauti e di robot di costruire “un nodo di interscambio che abbiamo chiamato SpaceHub” come dice il Prof. Lino Russo; ”un sistema con 100 persone a bordo per condurre attività come ricerca, gestione della stazione, gestione degli arrivi (attracco) e delle partenze verso la Terra o altri nodi o per l’esplorazione verso Marte, e non ultimo per puro turismo.”

Sostanzialmente, in attesa di trovare un nuovo mondo, dobbiamo costruire in orbita bassa, ancora protetti dalla magnetosfera terrestre, un habitat dove vivere e lavorare. Dove fare ricerca e sviluppare una ingegneria adatta ad un ambiente che non è poi così totalmente ostile.  Assenza di atmosfera vuol dire assenza , di vento, di intemperie, di corrosione, di ruggine;  assenza di peso vuol dire anche poter costruire strutture molto leggere, come immense superfici fotovoltaiche sottilissime, in grado di erogare Mega Watt di elettricità. Ma prima di tutto dobbiamo eliminare i rottami in orbita e non produrne di nuovi.

La società D-Orbit è fiero membro di Space Renaissance Italia, un’organizzazione culturale astronautico – umanistica nazionale, chapter italiano di Space Renaissance International (SRI), dedicata ad ampliare la consapevolezza che l’espansione umana nello spazio è fondamentale per la sostenibilità della civiltà attuale, della sua indispensabile crescita, e per la sopravvivenza della vita stessa. Preservare lo spazio attorno alla nostra Terra fruibile e sfruttabile da una societá umana proiettata oltre i confini della nostra atmosfera è una visione che accomuna strettamente D-Orbit e Space Renaissance.

Daniele Leoni

Descrizione della foto

Lo staff di D-Orbit che ha curato il lancio del datellite D-Sat.

In alto da sinistra: Luca Rossettini (AD e fondatore), Renato Panesi (fondatore), Lorenzo Ferrario, Francesco Palumbo, Marco Bevilacqua, Angelo Dainotto, Caterina Cazzola, Monica Valli, Fabio del principe, giorgia Nardiello, Andrea Ferrante, Giuseppe Mele, Stefano Antonetti

In basso da sinistra: Marco Cazzaniga, Marco Marani, Simone Brilli, Lorenzo Vallini, Andrea Marcovati, Alessio Fanfani (PM di D-SAT), Aldo Cappelluti, Pietro Guerrieri

New Horizons. Oltre i limiti dell’antroposfera

In Sud Africa e in Argentina, sono arrivati gruppi di tecnici della NASA, installatori con sofisticati strumenti dotati di ottiche di precisione da puntare verso il cielo notturno e apparati elettronici per registrare, in grande dettaglio, variazioni infinitesimali nella luminosità e nello spettro di una minuscola stellina. Fortunatamente il cielo era sereno, l’osservazione ha avuto successo. Ora seguiranno settimane e mesi di analisi dei dati, assieme a quelli che saranno raccolti in altri due prossimi appuntamenti: il 10 e il 17 Luglio.

170530-MU69occTelescopio-CapeTown2Tutta colpa di 2014MU69 che è un pezzo di roccia irregolare (potrebbe essere ghiaccio sporco con sostanze più pesanti o volatili: la stessa composizione delle comete). È largo trenta chilometri. Percorre un’orbita lunga trecento anni attorno al sole. Si trova oltre plutone, nella fascia di Kuiper. Il 3 Giugno è passato davanti a una stella della giusta luminosità, in modo da proiettare un cono d’ombra sulla Terra, percepibile per poco più di un secondo, lungo un sentiero stretto trenta chilometri, prima in Sud Africa poi in Argentina. Cono d’ombra, si fa per dire! La variazione della luminosità della stella è stata rivelata e analizzata da un sensore fotografico montato in un telescopio dell’ultima generazione con uno specchio di sedici pollici. Venti di questi nuovi telescopi sono stati piazzati lungo il sentiero pronti a catturare l’attimo fuggente e avere più informazioni su 2014MU69 assieme ad altri trenta telescopi meno recenti. Innanzi tutto per capire se c’è qualche cosa in grado di interferire con la sonda New Horizons che, lanciata il 19 Gennaio 2006, dopo aver visitato Plutone e il suo compagno Caronte nel 2015, sta avvicinandosi al nuovo appuntamento di capodanno 2019. Tredici anni di viaggio attraverso il Sistema Solare fino ai confini esterni dove il sole brilla di una luce penetrante ma puntiforme, insufficiente per scaldare e per alimentare i pannelli fotovoltaici. Così servono venti chili di plutonio per alimentare il generatore elettrico in grado di far funzionare gli strumenti di bordo e generare il fascio di microonde che raggiunge la terra, in poco più di sei ore, per trasmetterci fotografie e dati. Quei venti chili di plutonio scatenarono le proteste del solito gruppetto di pseudo-ecologisti che pretendevano di annullare il lancio per paura di contaminazioni.

Ricordiamo le tappe del viaggio di New Horizons: il 7 Aprile 2006 attraversa l’orbita di Marte; l’11 Giugno incontra l’asteroide 2002JF56 e trasmette immagini e dati; in Settembre trasmette la prima immagine fioca della sua meta, Plutone; il 28 Febbraio 2007 si avvicina al pianeta Giove per sfruttarne l’effetto fionda e guadagnare velocità; in Settembre effettua la prima correzione di traiettoria; in Giugno 2008 attraversa l’orbita di Saturno; il 30 Giugno 2010 effettua la seconda correzione di traiettoria; il 18 Marzo 2011 attraversa l’orbita di Urano; il 15 Luglio 2014 effettua la terza correzione di traiettoria; il 25 Agosto attraversa l’orbita di Nettuno; il 6 Dicembre esce dall’ibernazione per effettuare la complessa serie di manovre che permetteranno l’incontro spettacolare con Plutone e il suo compagno Caronte il 14 Luglio 2015.

Quello del 14 luglio 2015 è stato un incontro spettacolare che ci ha svelato un mondo nuovo, inaspettato. Intanto Plutone è diverso da come lo immaginavamo. E’ pieno di sfumature e di colori. Immerso in nebbie e brine di azoto, metano e ossido di carbonio, con una crosta costituita da ghiaccio d’acqua dura come il granito, una grande pianura a forma di cuore con l’assenza di crateri che ne testimonia la formazione recente (Sputnik Plantia). Da quel momento Plutone è diventato il mondo degli innamorati! Forse, sotto la crosta, c’è anche un oceano di acqua liquida profondo un centinaio di chilometri, mantenuto caldo da materiali radioattivi e dalle maree provocate dall’interazione col compagno Caronte. L’incontro con Plutone ha fatto crollare definitivamente la nostra presunzione di dinamiche vitali solo nella fascia temperata vicina all’orbita terrestre. Dopo i satelliti di Giove e di Saturno, dove certamente si trovano profondi immensi oceani, compatibili con la vita di tipo terrestre e scenari dove il liquido vitale potrebbe essere il metano a -180°C, anche la coppia Plutone Caronte si aggiunge all’elenco. C’è l’ennesima conferma che l’acqua e gli idrocarburi sono fra i composti più abbondanti nel Sistema Solare, che sembra fatto apposta perché possa ospitare nuovi nuclei di civiltà umana con opifici e stazioni spaziali in orbita attorno alla Terra, attorno agli altri pianeti, tra gli asteroidi per sfruttarne le immense ricchezze minerarie.

L’incontro del capodanno 2019 con l’asteroide MU69 non sarà così spettacolare. Dobbiamo però dire che sappiamo così poco della composizione della cintura di Kuiper che ogni incontro ravvicinato può riservare delle sorprese. Per inviare una nuova sonda da quelle parti ci vogliono, come minimo, altri dieci anni. Allora mettere qualche telescopio in più lungo il sentiero del cono d’ombra in Sud Africa e in Argentina è utile per massimizzare il risultato della raccolta dei dati. Teniamo anche conto che alcune nuvole dispettose potrebbero oscurare uno o più punti d’osservazione e che è facile un errore, di qualche centinaio di metri, nel calcolo della traiettoria del cono d’ombra. Così la collocazione dei telescopi tiene conto anche di queste possibilità per aumentare la probabilità che ci siano un certo numero di osservazioni utili. Poi ci sarà un anno di tempo per studiare il risultato, per definire la forma e la composizione dell’asteroide e se ci saranno degli oggetti indesiderati a sbarrare la strada. La notte di capodanno 2019 New Horizons passerà, alla velocità di 56 mila chilometri orari, il più vicino possibile all’asteroide con gli strumenti e le macchine fotografiche perfettamente tarati per raccogliere, in un istante, una quantità enorme d’informazioni. Come è avvenuto nel corso del flyby di Plutone nel 2015, tutti i sistemi di bordo saranno offline per massimizzare la velocità di cattura. Solo dopo i dati raccolti saranno “srotolati” e trasmessi a Terra. Ci saranno ancora oltre sei ore di suspense, qualche decina di minuti in più rispetto a Plutone, perché la distanza sarà più grande.

Sarà l’oggetto più lontano mai raggiunto da uno strumento scientifico di osservazione e di misura. Sulla sonda c’è anche tecnologia italiana: Galileo Avionica (società di Finmeccanica) partecipa alla missione con i suoi sensori stellari per il sistema di guida e controllo d’assetto del veicolo. Quando New Horizons fu lanciata l’asteroide MU69 non era ancora stato scoperto: questo è un altro primato. Come ci ricorda Adriano Autino è un altro passo verso un mondo più grande dove la cintura di Kuiper è l’estensione dell’antroposfera. E’ il traguardo raggiunto dall’umanità, che non vuole limiti, nel secondo decennio di questo nostro ventunesimo secolo.

Daniele Leoni

Documentazione:

http://pluto.jhuapl.edu/Mission/KBO-Chasers.php

https://cdan4th.wordpress.com/2017/06/02/mu69occ_2/

http://pluto.jhuapl.edu/Mission/index.php

http://pluto.jhuapl.edu/News-Center/News-Article.php?page=20170525

https://www.nasa.gov/ames/ocs/2016-summer-series/alan-stern

http://newton.corriere.it/PrimoPiano/News/2006/01_Gennaio/30/new-horizons.shtml

I sognatori si stanno svegliando e crescono

spazioRinascimento Spaziale (Space Renaissance) è il nome di un’associazione che pochi anni fa era annoverata fra i sognatori. Ma, come spesso accade in particolari momenti della storia umana, questi sognatori oggi si stanno svegliando e crescono in fretta, assieme alla fattibilità di quello che un tempo era solo un sogno. Il sogno, quando si sposta dalla fantasia alla fattibilità, in breve diventa politica, economia e impresa. Quel sogno parve spegnersi, quasi due anni fa,  dopo il rombo e la fiammata dei motori, sopra Cape Canaveral, in Florida,  dove tutto finì in una nuvola bianca.

Domenica 28 Giugno 2015 un Falcon 9 di SpaceX, che trasportava una navicella dragon coi rifornimenti alla Stazione Spaziale internazionale ISS, esplose a 45 chilometri d’altezza, 2 minuti e 19 secondi dopo il lancio. Nessun danno alle persone. Fu il primo insuccesso nella marcia verso la conquista del primato nell’esplorazione spaziale di Elon Musk, il giovane imprenditore statunitense, fondatore di PayPal, Proprietario di Tesla (leader mondiale delle auto elettriche), fondatore, CEO e progettista di SpaceX  che quel primato oggi sembra proprio averlo conquistato sul campo. Nei quasi due anni che ci separano da quell’incidente, SpaceX ha dimostrato una capacità di reazione unica. Ha analizzato con cura le cause, corretto il difetto in un componente responsabile del disastro, ha ripreso i lanci fino al traguardo, raggiunto il 21 Dicembre dello stesso anno, con il rientro del primo stadio del lanciatore vicino alla rampa di lancio a Cape Canaveral  dopo il lancio e dispiegamento dei satelliti ORBCOMM-2. Una pietra miliare, capace di ridurre cento, mille volte il costo dell’esplorazione spaziale. L’anno scorso, il 2016, è stato cruciale e drammatico al tempo stesso: 8 lanci coronati da successo, 5 rientri del primo stadio riusciti (di cui 4 su piattaforma marina). Poi, l’1 Settembre, durante il rifornimento di carburante, il Falcon 9 è esploso a terra mentre si preparava al lancio di un satellite delle telecomunicazioni, (Amos 6) dell’israeliana Spacecom. Fortunatamente, anche questa volta, nessuna vittima, solo ingenti danni materiali. Un nuovo blocco dei lanci e un’indagine meticolosa per capire le cause dell’incidente. Isolato il problema, corretto l’errore, dal 14 Gennaio 2017 al primo Maggio, 5 nuovi lanci, 4 rientri del lanciatore riusciti, di cui uno già utilizzato in una precedente missione.  Cento per cento di successi , un programma da capogiro di qui a fine anno e progetti mirabolanti per gli anni a venire.

Parliamoci chiaro: se non ci fosse stato un imprenditore privato, con miliardi e miliardi di dollari d’investimento e parecchie decine di commesse per il lancio di satelliti, in lista d’attesa, un trend di questo tipo sarebbe stato impensabile. Invece è successo e oggi guardiamo il rientro verticale del lanciatore, a terra o in una piattaforma oceanica, come se si trattasse della routine di un volo di linea.

Elon Musk ha scatenato anche l’emulazione di altri imprenditori. Vendere un miliardo di azioni Amazon, ogni anno, per finanziare l’azienda spaziale Blue Origin con l’obiettivo di trasportare le persone nello spazio per un bel viaggio intorno alla terra, è quello che ha intenzione di fare Jeff Bezos, fondatore del famoso marketplace e secondo uomo più ricco al mondo, con un patrimonio netto stimato in più di 78 miliardi di dollari. Mentre Mark Zuckerberg, fondatore e CEO di Facebook, ha annunciato un progetto per spedire satelliti esplorativi oltre il Sistema Solare: col fisico Stephen Hawking, l’investitore e filantropo russo Yuri Milner e altri scienziati e ingegneri, hanno in mente una nanosonda sospinta da una vela, che attraverso la spinta congiunta di raggi laser possa viaggiare al 20% della velocità della luce, catturando le immagini di tutto ciò che incontra durante il percorso.

Questi effetti sono stati alimentati dalla NASA, che ha reagito alla restrizione di fondi delle amministrazioni Bush e Obama ripiegando sui privati, con il risultato di rendere il volo spaziale più economico. C’è stato l’effetto congiunto della crescita esponenziale della potenza di calcolo, della riduzione drastica delle dimensioni della micro-elettronica, lo sviluppo delle tecniche di intelligenza artificiale, la stampa 3D per rendere possibili cantieri robotizzati in orbita fuori dall’atmosfera. In pochi anni i progetti più arditi sono diventati possibili come il rientro verticale di un lanciatore, a terra o su una piattaforma marina. Così come è possibile spedire robot con una sufficiente autonomia operativa in corpi celesti lontani decine di minuti od ore luce, che dopo aver eseguito in modo completamente automatico complesse operazioni, ci trasmettono immagini spettacolari ed enormi quantità di dati su scenari che nessuno, prima, aveva immaginato. E’ il caso di della coppia Plutone Caronte, svelata dalla sonda New Horizons, che ora si trova oltre Plutone e sta accelerando in direzione di un altro corpo del Sistema Solare esterno, chiamato 2014 MU69: l’appuntamento è per il 2019, per nuove e sorprendenti scoperte. Lo staff che segue la missione sta pensando ad un nuovo appuntamento, questa volta con un orbiter e un lander. E ipotizza rivoluzionarie tecniche di propulsione. E cosa dire dello spettacolo che ci ha offerto la sonda Cassini negli ultimi 12 anni attorno al pianeta Saturno e che ci regala  proprio in questi mesi, alla fine della sua vita operativa?

Oggi, come mai in passato, l’esplorazione spaziale è un grande spettacolo e una grande scuola a disposizione di tutti. Insegna ai nostri ragazzi a ragionare in modo pianificato, ad aspettare anche anni il risultato prima che la sonda che raggiunga il suo traguardo. Ci insegna a programmare con tecniche a prova d’errore e  a far tesoro degli insegnamenti derivati dagli errori che, nonostante la grande cura nella progettazione e nell’esecuzione, purtroppo inevitabilmente si verificano.

Gli imprenditori, Elon Musk in primo luogo, hanno creato attorno alle loro imprese ondate di passione e d’entusiasmo alimentate soprattutto dalle migliaia di tecnici operativi nelle varie branche dell’attività. In California, in Florida, si respira il rinascimento spaziale. Si respira in Cina, in Giappone, in Europa e in Italia dove la nostra Agenzia Spaziale (ASI) è fra i fondatori e i maggiori contribuenti dell’ESA (European Space Agency). Il suo Presidente, Roberto Battiston, non perde occasione per ricordare che quasi 50% dei moduli abitabili della stazione spaziale internazionale, tra cui la famosa cupola da dove si scattano quelle splendide foto del nostro pianeta, è stata realizzata a Torino da Thales Alenia Space Italia, joint venture tra Leonardo Finmeccanica e i francesi di Thales. Un grande orgoglio, ma anche posti di lavoro e capacità tecnologiche.

A proposito di Rinascimento Spaziale, ci sarebbe tantissimo da raccontare e da scrivere. Almeno una cosa la vorrei dire prendendola in prestito da Adriano Autino, Presidente di Space Renaissance International. Noi viviamo in fondo a un pozzo gravitazionale e facciamo una fatica terribile a uscire. Ma fuori dall’atmosfera, senza le intemperie che corrodono tutto e senza la gravità che spinge in basso, sono possibili costruzioni grandiose, libere dalla ruggine e dall’usura del tempo. Fra cento, mille anni quali meraviglie saremo in grado di edificare vicino al nostro Sole e più lontano, nel nostro braccio di Galassia? Una cosa è certa: potremo farlo solo liberi da dogmi e da fondamentalismi. Diversamente saremo costretti a rimanere quaggiù, logorati dalla crescita demografica, dai conflitti fra i popoli e le religioni e condannati al declino, graduale o violento di chi non ha saputo andare oltre.

Daniele Leoni