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Diego Audero

Danzica. Il ritorno di Lech Wałęsa

jaroslav-kDanzica. Basilica di Santa Brigitta. Messa in ricordo del 38simo anniversario degli accordi di Agosto che diedero inizio al dialogo tra il movimento di Solidarność ed il regine comunista. Il presidente polacco Andzrej Duda si alza dal primo banco per avvicinarsi al pulpito ed iniziare il suo discorso. Ma la folla ed i giornalisti sono tutti rivolti verso il leader indiscusso del primo sindacato libero del Patto di Varsavia, Lech Wałęsa, che in modo deciso e plateale lascia la chiesa passando davanti al presidente ed al pulpito dal quale avrebbe parlato.

Una risposta chiara e coraggiosa alla guerra lanciata dal leader del partito di estrema destra Jarosław Kaczynski, padre padrone di una Polonia che sta scivolando verso Est.
Da anni infatti Kaczynski sta cercando di riscrivere la storia di quegli anni, descrivendo Wałęsa come personaggio marginale o addirittura venduto al regime con tanto di documenti, poi dichiarati falsi, portati miracolosamente alla luce e poi rispariti dal braccio armato del partito, quell’IPN (Istituto della Memoria Nazionale) che lungi dall’essere un organo indipendente di tutela della documentazione storica, è diventato nell’ultimo anno una macchina di produzione di fango verso gli oppositori del partito al governo. L’obbiettivo è quello di descrivere come eroe del sindacato il fratello Lech Kaczynski, scomparso nel 2010 nel tragico incidente aereo in Russia.

Un numero consistente di polacchi si stringe intorno a Wałęsa nonostante una stampa nazionale imbavagliata che oscura le opposizioni.
Suona paradossale come, a distanza di quasi 30 anni, sia ancora questo uomo incanutito e con improponibili occhiali gialli, a dover prendersi sulle spalle una nazione che non ha saputo evolversi democraticamente e superare complessi storici che frenano il raggiungimento di una piena maturità.

E tuttavia a nulla sembrano servire le proteste di strada. Lo stesso presidente Duda ha da poco firmato la riforma della Corte Costituzionale, pre-prensionando i suoi membri e riempendola di persone inclini al nuovo governo, incappando così, primo caso nella storia, nel cartellino giallo dell’Unione Europea sull’articolo 7 (forse il più rilevante visto che parla dei valori dell’Unione stessa). La stampa è ormai, come detto sopra, totalmente controllata dal partito, eccezion fatta per la televisione TVN e il quotidiano Gazeta Wyborcza, continuamente multate dall’organo di controllo sugli organi di informazione (organo che dovrebbe garantire la pluralità ma che sta diventando invece organo censore per gli oppositori al governo).

I dati economici positivi sembrano però garantire una certa benzina al motore della propaganda governativa. Dati garantiti tuttavia dall’onda lunga delle riforme degli ultimi 15 anni, dopati dal flusso di soldi che arriva da Bruxelles. E forse sta tutto qui il paradosso di una nazione che non conosce disoccupazione, con una crescita impressionante in soli 20 anni e che pure sembra non riconoscere il benessere derivato come conseguenza di quelle politiche.

La retorica di un Europa a cui non si deve dire grazie poichè quanto ricevuto sarebbe solo parte di quanto dovuto da un Europa che ha tradito la Polonia lasciandola nelle mani di nazisti e comunisti, e che anzi oggi Europa significhi una nuova occupazione della Polonia (parole del presidente Duda) esattamente come quelle dell’800, che attraverso i trattati vogliono cancellare la purezza della Polonia con gay ed immigrati; ebbene queste parole sembrano funzionare in una società si arricchita ma anche disorientata da un lavoro che per quanto presente è sempre più precario.

Le conquiste vengono quindi intese come diritti inalienabili e gli obblighi come imposizioni di Bruxelles per limitare la libertà tanto agognata.

Questa narrazione va oggi per la maggiore e garantisce al governo un bacino elettorale stabile e duraturo. Fino a quando? Difficile a dirsi.

Se non interverranno fattori esterni sarà una morte lenta e dolorosa. Molte fabbriche stanno infatti spostando le proprie produzioni verso altri paesi dell’Unione (Bulgaria e Romania) o la vicina Ucraina. Questo accade a causa di una moneta (lo Złoty) molto debole ed instabile e per la mancanza di manodopera. Quella qualificata preferisce emigrare, attratta da contratti migliori all’estero mentre quella non qualificata rimane a casa mantenuta da assegni statali per i figli, per la disoccupazione etc.. che, sommati a un po’ di lavoro nero, fa si che non convenga loro cercare lavoro. La propaganda anti-immigrazione ha bloccato peraltro anche i flussi dall’Ucraina, causando un vero e proprio deficit di lavoratori nel paese.

L’onda lunga di questi problemi si farà però sentire solo fra qualche anno. Quando sarà magari troppo tardi. Nel frattempo ci si aggrappa a chi, come Wałęsa, negli anni novanta sperava in una Polonia diversa. O a quei pochi veterani di guerra che abbiano ancora la forza di gridare il loro sdegno nel vedere i loro vessilli utilizzati da gruppi neo-fascisti che marciano per le strade di Varsavia.

La Polonia sana sta cercando di reagire. Ma sembra essere troppo divisa ed incapace di creare una nuova narrazione della realtà.

Il Gruppo Visegrad che non convince più Praga

Czech Prime Minister Andrej Babis attends a parliamentary session during a confidence vote for the newly appointed government he leads, in Prague, Czech Republic January 16, 2018.  REUTERS/David W Cerny

Czech Prime Minister Andrej Babi REUTERS/David W Cerny

Il gruppo di Visegrad era nato per difendere gli interessi di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca in Europa. Ma per la Repubblica Ceca si sta convertendo in una gabbia in cui inizia a mancare ossigeno.

Lo scorso giovedì i membri del gruppo si sono incontrati per l’ultimo summit a presidenza Ungherese e hanno invitato al convitto anche il neo cancelliere austriaco Sebastian Kurz.
Nell’incontro, per il governo di Praga, si sono cristallizzati molti più punti di sofferenza che di accordo. Quest’ultimi sono legati al tema immigrazione, con il rafforzamento delle frontiere esterne dell’Europa molto caro hai paesi dell’Est, ed una netta opposizione al progetto di Budget Europeo proposto dalla Commissione Europea per il 2021-2027.

Lo stesso primo ministro ceco, il populista Andrej Babiš, ha definito la proposta “assolutamente inaccettabile. Nel corso del consueto incontro tra diplomatici, studiosi e politici dell’Europa centrale svoltosi a Praga il mese scorso (Prague European Summit) lo stesso Babiš aveva affermato che il Budget per i prossimi sei anni non doveva essere “grossolanamente ed ottusamente modificato” rispetto a quello attuale.

La partita si gioca tutta sulla riduzione dei fondi all’agricoltura essendo, la Repubblica ceca, un paese di latifondi medio-grandi con una media di 133 ettari per possedimento, una delle più consistenti di tutta l’Unione. Ma non solo. La riduzione dei fondi per l’agricoltura intaccherebbe le stesse tasche del primo ministro essendo Babiš proprietario della Agrofert.

Il problema maggiore per il governo Boemo è la totale mancanza di alleati a Bruxelles. Jiri Schneider, ex ministro degli Esteri e direttore della fondazione Aspen Institute Central Europe sostiene che “il problema maggiore per Praga è che il gruppo di Visegrad di cui fa parte è conosciuto in Europa per i continui veti sulla ripartizione degli immigrati ed i no al processo di integrazione europeo”. E ancora: “La visione del governo precedente era quello di collocare Praga come ponte tra l’Europa Occidentale e quella dell’Est. Ma appena Berlino sente parlare di Budapest o Varsavia, automaticamente chiudono la conversazione”.

Praga deve peraltro affrontare anche l’ambiguo strabismo politico del gruppo di Visegrad, con un Orban legato a doppia mandata con Mosca e una Polonia che, in conflitto con tutti i vicini orientali e con la Germania, annovera come unico teorico alleato Trump, molto infastidito dalla legge revisionista sull’Olocausto promossa da Varsavia in primavera a tal punto da rifiutarsi di ricevere il presidente polacco nel corso di una visita a Washington.

Problemi di collocamento estero aggravati dall’instabilità caratteriale e politica dello stesso primo ministro, un mix tra il primo Berlusconi e la spinta populistica di un Grillo. Il tutto condito da un governo che ancora non si è formato (i comunisti devono ancora decidere se appoggiare la deficitaria maggioranza parlamentare) ed un presidente della Repubblica anch’esso fortemente populista, Zeman il quale, al contrario dell’omonimo allenatore di calcio, gioca sulla difensiva ponendo il veto su ministri degli esteri pro europei e socialisti.

Un rebus dal quale la piccola Repubblica Ceca deve uscire se vuole davvero sovvertire gli equilibri di spartizione dei fondi europei.
Verso quale direzione andrà Praga?

Frontiere d’Europa. Come la Polonia non rispetta i trattati

Orban e Morawiecki

Orban e Morawiecki

Nei giorni in cui il primo ministro ungherese Orban e quello polacco Morawiecki ribadiscono di voler cambiare l’Europa e di voler ripulirla dagli immigrati che, secondo loro, minerebbero l’integrità culturale europea; in questi stessi giorni dicevo mi sono recato laddove il diritto europeo non viene applicato nei confronti dei migranti. No, non si tratta di Lampedusa. E nemmeno delle frontiere spinate tra Ungheria e Serbia. Ma di una frontiera di cui nessuno in Europa parla: quella di Terespol tra la Polonia e la Bielorussia. Qui stazionano centinaia di rifugiati ceceni o armeni ai quali la polizia polacca nega i diritti sanciti da trattati internazionali che la stessa Polonia, formalmente, riconosce.

Arrivo nella città di Brest. Una bella cittadina, con una fortezza. Il nome ricorda quello di trattati di guerre studiate a scuola in gioventù. Mi sposto nei pressi della stazione dove provo ad avvicinarmi a una decina di persone che sembrano bivaccare in attesa del loro destino.

Sono ceceni. Mi raccontano di essere in Bielorussia da un mese e di aver provato già 8 volte di entrare in Polonia e di richiedere asilo politico. “Non sai mai cosa rispondere alle domande del poliziotto. Una volta mi ha detto: Non vuoi lavorare vero? Vuoi venire qui a farti mantenere? Sei un parassita! Vieni qui a farti mantenere. La seconda volta allora ho risposto che si, vorrei trovare un lavoro. Allora il secondo poliziotto mi ha detto: Allora sei un migrante economico! Quindi torna indietro!” Qualsiasi risposta porta ad un bivio il cui destino è quello del ritorno in Bielorussia.

Scopro che l’unico modo per avvicinarsi alla frontiera della Polonia (e dell’Europa quindi) è il treno delle 7.22. Il controllore a quelli “Senza Visto” vende il biglietto del famigerato vagone numero 3.

Il mattino successivo mi alzo quindi all’alba per tornare in stazione. Nei pressi del vagone 3 vedo una quarantina di persone: Ceceni, Armeni, Tagiki ed Azeri.

Avvicino una ragazza. È cecena. Non vuole parlare. Mi dice che in stazione ci sono delle spie di Kadirov (il dittatore ceceno che governa per conto di Putin con la mano di ferro), che cercano “i traditori” per portarli a casa. E sparire nel nulla.

Ho più fortuna con una ragazza Armena. Elen. Ha ventotto anni. Oggi proverà per la decima volta ad attraversare la frontiera. Da un mese dorme in luoghi di fortuna. È all’ottavo mese di gravidanza. Le chiedo da che cosa scappa, perché sia qui sola ad affrontare questa traversata. Mi racconta una storia struggente, come molte qui d’altronde. Scappa dalla sua famiglia che la vuole uccidere per aver commesso una colpa gravissima: essersi innamorata di un Azero e non aver voluto abortire.

Non ha più soldi. Da dieci giorni ormai si ciba solo di pane e the. Le offro un panino che ho portato con me dal comodo hotel in cui ho passato la notte.

Mi racconta che spera di entrare questa volta e che una sua conoscente cecena, anche lei incinta, la settimana scorsa è riuscita a farsi portare in ospedale a Biala Podlaska. Come ha fatto? Semplicemente le si sono rotte le acque nella sala d’attesa della gendarmeria polacca e quindi sono stati costretti a chiamare un’ambulanza e a portarla in ospedale con i suoi due figli e con il terzo che aveva scelto il momento opportuno per decidere di nascere. Prima di quasi partorire in gendarmeria aveva provato ad entrare 15 volte in un mese e mezzo.

Il Marito di Alia, invece, è stato ucciso in Cecenia dagli scagnozzi di Kadirov. Quando il figlio ha compiuto 15 anni le forze speciali cecene sono arrivate per arrestarlo. Alia non ci ha pensato due volte: ha corrotto le guardie carcerarie con quei pochi soldi che aveva ed è fuggita verso la libertà: l’Europa. O almeno ci ha provato visto che a pochi metri da quella agognata libertà le guardie di frontiera polacche le hanno negato la richiesta di asilo politico. “Ho spiegato la mia situazione, ho detto che posso vivere anche in una tendopoli, posso pulire i gabinetti, ma devo salvare mio figlio. La poliziotta mi ha detto che se voglio lavorare posso andare in Siberia, che la c’è lavoro per tutti”. Alia ha sulle spalle 32 tentativi di ingresso in Polonia. Ha ancora qualche risparmio per una o due settimane e spera di riuscirci perché non ha un piano B. in Cecenia aspettano loro prigione e morte.

Roman, anche lui ceceno racconta: “Tra la Russia e la Bielorussia non ci sono frontiere. Quelli di Kadirov ci inseguono sino a qua. La Bielorussia è una dittatura, lo sappiamo. Ma la Polonia era sempre stata un paese democratico. Ma ora? Le guardie di frontiera non rispettano le leggi e si comportano come quelle della Bielorussia.”

A Brest, sul lato bielorusso della frontiera, solo Marina, una russa che vive in Polonia, ogni tanto viene a prestare soccorso alle famiglie. Organizza una “scuola” improvvisata per i bambini e, sul lato polacco, aiuta quei pochi fortunati che hanno potuto richiedere l’asilo e a Biała Podlaska attendono l’iter burocratico della pratica.

Nessun ufficiale sul lato polacco vuole rispondere alle mie domande. Nessuno parla ufficialmente. Un ufficiale bielorusso, che vuole rimanere anonimo, mi racconta invece come sino al 2016 non ci fossero problemi per gli immigrati a Terespol, come tutti venissero ricevuti e i trattati venissero rispettati. Dopo la vittoria del governo ultranazionalista di Giustizia e Diritto, i gendarmi polacchi hanno ricevuto indicazioni dal ministero di fare di tutto pur di non consegnare i formulari per la richiesta d’asilo; la qual cosa, sulla base del trattato di Dublino, obbligherebbe la Polonia a gestire gli immigrati sino alla decisione definita sulla loro richiesta.

L’attuale ministro della difesa Mariusz Błaszczak, che sino a pochi mesi occupava il ministero degli Interni, la scorsa settimana ha sostenuto che “La frontiera della Polonia è molto stretta. Non vogliamo sottometterci alle pressioni di coloro che vogliono provocare una crisi migratoria. La nostra politica è totalmente diversa. Fino a quando sarò ministro, fino a quando al governo ci sarà il partito PiS, non esporremo a Polonia al rischio di terrorismo”

Nel frattempo la “terrorista” Elen, con il mio panino e il suo pancione all’ottavo mese di gravidanza, prova per l’ennesima volta a salire sul vagone 3 aiutata da un simpatico ceceno omossessuale che fugge dalle persecuzioni di Kadirov. Anche questa volta torneranno indietro a mani vuote. Senza aver potuto richiedere quell’asilo politico che i diritti internazionali, e quelli piú semplicemente umanitari, dovrebbero garantirgli.

È questa l’Europa che volevamo?

Tocca anche a me comprare il biglietto per Varsavia. Ho chiesto il vagone 3. Ma non mi hanno accontentato. Viaggerò invece nel vagone 1, quello di coloro che hanno avuto, nella roulette russa del destino, il privilegio di nascere nello spicchio migliore dell’emisfero.

Diego Audero

Aborto. In Polonia la protesta delle donne

polonia donne protesta

Una folla di 55mila persone, gran parte delle quali donne, venerdì scorso ha sfilato per le vie di Varsavia vestiti di nero. Altrettante migliaia di donne hanno riempito le piazze di Cracovia, Wrocław, Poznan e Lublino. Sono ancora le donne in Polonia a guidare un’opposizione, altrimenti pavida, al governo ultra-conservatore di Diritto e Giustizia.

Non è la prima volta che le donne scendono in strada contro il governo: lo avevano già fatto nella scorsa estate quando la prima ministra Beata Szydło, nel frattempo dimissionata e sostituita con il businessmen Morawiecki, aveva paventato una ulteriore restrizione alla già restrittiva legge che in Polonia proibisce l’aborto. Queste proteste, che si sommavano a quelle contro la riforma della scuola e della giustizia, avevano bloccato temporaneamente il disegno di legge.

In autunno, poi, il movimento “Salviamo le Donne”, capeggiato da Barbara Nowacka leader femminista e volto forte di una debole sinistra, aveva raccolto più di 400.000 firme per una mozione popolare da portare in parlamento. La mozione era stata poi rifiutata in prima lettura non senza la collaborazione dell’opposizione che aveva fatto mancare in parlamento i voti necessari affinché la mozione andasse quantomeno in commissione salute.

Dopo il rimpasto di governo di febbraio, il governo è tuttavia partito nuovamente alla carica votando una legge ancora più restrittiva di quella già esistente, vietando gli aborti anche nei casi di evidenti malattie e deformazioni dei feti. La legge è formalmente una proposta di iniziativa popolare e non governativa ma è appoggiata da un forte consenso della frangia più conservatrice del partito guidato da Jarosław Kaczynski ed è stata accompagnata anche da una aggressiva campagna di informazione, o disinformazione a seconda dei punti di vista. Mentre in molte città gli attivisti a favore della legge attaccavano discutibili manifesti con crudeli immagini di feti morti (si è poi scoperto essere immagini di bambini nati prematuri o morti durante il parto e non frutto di aborti), la televisione nazionale pro-governativa, durante il telegiornale in prima serata, accusava le donne in piazza di essere delle “lesbiche assassine di bambini”.

La legge si inserisce in un quadro, ricorda la stessa Nowacka, in cui il governo, totalmente inclinato ai voleri della Chiesa, impedisce che nelle scuole venga approntato un serio programma di insegnamento sessuale e il numero dei medici obbiettori di coscienza, che rifiutano la vendita della pillola del giorno dopo cresce a dismisura. Basti pensare che il sindacato dei farmacisti sta ottenendo una nuova legge che permetterà anche ai farmacisti di scegliere se vendere o meno la pillola.

Una inchiesta di TVN, la televisione non sottomessa al governo, ha rivelato come a Varsavia di 120 farmacie intervistate con camera occulta, solo 2 avessero a disposizione la pillola, mentre le altre non solo non le avevano ma rifiutavano anche la richiesta di prenotazione.

La situazione risulta essere così drammatica che il sindaco progressista di Poznan si è visto costretto a creare una specie di ambulatorio comunale per garantire alle donne un luogo dove poter incontrare dottori che non siano, per fede o convenienza, obbiettori di coscienza.

Non sembra esserci pace sui cieli di Varsavia. Poche settimane fa il presidente della Repubblica Duda aveva paragonato l’Unione Europea come gli invasori della Polonia (Austria, Prussia e Russia) che alla fine del 1700 si erano spartiti il territorio della nazione dell’aquila bianca. Le relazioni con gli Stati Uniti ed Israele sono tesissimi dopo la controversa legge-bavaglio sull’Olocausto di febbraio, quelle con l’Ucraina pessimi da più di un anno, non idilliaci quelle con la Lituania e compromesse quelle con la Germania a causa delle rivendicazioni per la seconda guerra mondiale. Il tutto nel contesto di una Unione Europea che, eccezion fatta per l’Ungheria, sembra aver ormai aver perso la pazienza con il governo di Varsavia.

Diego Audero

Polonia: un passo in avanti verso l’isolazionismo

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La Polonia di Legge e Giustizia ha fatto un ulteriore passo in avanti nel sentiero dell’isolazionismo internazionale.

Dopo le pretese di risarcimenti alla Germania per i danni subiti durante la seconda guerra mondiale, il perenne fronte aperto con Bruxelles sulla questione immigrati, le scaramucce frequenti con l’Ucraina per i conti storici ancora aperti (sempre che lo siano davvero) ed i flussi migratori con l’apertura dei visti verso la UE; il governo di Varsavia getta sale sulla ferita ancora non rimarginata con Israele.

Il varo della nuova legge che condanna a tre anni di reclusione chiunque sostenga che i campi di sterminio della seconda guerra mondiale fossero polacchi e non tedeschi ha causato una vera e propria tempesta geopolitica dalla quale Varsavia, schiacciata tra necessità di consenso interno ed isolamento esterno, sembra non trovare via di uscita.

Il proposito della legge può sembrare a primo acchito sacrosanto: benché geograficamente ubicati entro le frontiere della Polonia post-guerra, i campi di sterminio nazisti furono prodotto della pazzia del Reich. In una approssimativa ricerca che ho potuto compiere, nel 2016 l’espressione “Campi di sterminio polacchi” è apparsa nella stampa ben 56 volte, delle quali 7 in Italia. In tutti i casi che ho potuto trovare, tuttavia, la dicitura sembra avere più carattere geografico che non revisionista. La qual cosa, a mio avviso, non giustifica l’ignoranza del giornalista, ma nemmeno tre anni di carcere.

Eppure basta scorrere il testo della legge per comprendere il vero pericolo: per incappare nella tagliola della giustizia polacca sarebbe infatti sufficiente mettere anche solo in dubbio una qualsivoglia collaborazione dei polacchi con i nazisti nel corso dello sterminio.

Ora, detto che la Polonia ha dato il più alto tributo di sangue, detto che la Polonia detiene, e con differenza, il maggior numero dei “Giusti”, detto che la Polonia è la terra di Tadeusz Pankiewicz, Irena Sendler, Janusz Korczak, Witold Pilecki … e detto che si potrebbe continuare questa lista per altre quattro pagine; ebbene detto tutto questo, gli storici hanno già dissotterrato da sotto il manto dell’oblio molti casi di partecipazione attiva di parti della società polacca nell’uccisione di ebrei. Soprattutto nell’Est del paese, in casi molto simili a quanto sia avvenuto in Lituania e Bielorussia.

E che questi casi, così come quelli ancora da portare a galla, non cambierebbero nulla rispetto all’assioma di cui sopra, ossia che lo sterminio degli ebrei durante la seconda guerra mondiale sia un fatto che pesi sulla coscienza dei soli nazisti o al massimo, per dirla con Baumann, su quella dell’umanità moderna nella sua interezza.

Logico pensare quindi che tale legge impedisca una ulteriore analisi di questi casi soprattutto ad opera di giovani storici o giornalisti che non siano protetti da strutture universitarie o grandi giornali.

Essendo una legge impossibile da applicare – come arrestare un giornalista finlandese? Portare alla sbarra un sopravvissuto dell’olocausto che accusa un vicino di casa di collaborazionismo? – risulta evidente come l’obiettivo del partito di Jarosław Kaczynski sia gettare benzina sul già infuocato sentimento di nazionalismo che divide il paese e spostare l’attenzione dalla scandalosa riforma della giustizia che ha fatto reagire muscolosamente Bruxelles.

Mentre Israele reagisce in modo deciso, e a mio avviso esagerato ed esacerbato anch’esso da lotte interne al governo Netanyahu, mentre gli Stati Uniti minacciano il ritiro dell’ambasciatore se il pavido presidente Duda controfirmasse la legge rendendola effettiva, in Polonia sembra essere saltato il coperchio al vaso di Pandora di un antisemitismo latente da anni.

Era infatti dalla fine degli anni sessanta, dall’epoca di Gomułka, che non si vedevano nella società manifestazioni così dichiarate di antisemitismo, con scandalosi fiumi di parole sui social, deputati della maggioranza che si producono in dichiarazioni contro Israele e manifestazioni pubbliche di antisemitismo nelle piazze. Tutto ciò peraltro in un contesto già di per sè reso incandescente dalle manifestazioni fasciste di parte delle marce in occasione della festa nazionale dell’11 di novembre, della scoperta fatta dalla tv indipendente di incontri inneggianti ad Hitler e celebrati nei boschi della Slesia ai quali hai quali hanno personaggi legati, direttamente o indirettamente, alle ali più estreme del governo in carica.

Il rimpasto di governo del mese scorso ha reso possibile l’ eliminazione delle figure più controverse del governo, ma sembra a parte dell’opinione pubblica, quella più spaventata dalla deriva nazionalista della Polonia, solo un trompe-l’œil volto a calmare gli animi del mondo occidentale mentre il governo solletica all’interno del paese il lato più revanscista di una società che, per dirla come l’ex presidente Aleksader Kwasniewski, ancora non ha superato i traumi e i complessi del proprio passato.

Non resta che attendere la decisione del presidente Duda. Ma per le relazioni internazionali della Polonia non sarà una firma o meno a dissipare le nere nuvole di tempesta che si addensano su Varsavia e rischiano di rimanervi per molti decenni. Già, quella stessa Varsavia resa celebre nel mondo dalle pagine in Yiddish dei fratelli Singer .

Diego Audero

Parla Andrei Kurkov: l’Ucraina 23 anni dopo

Andrei-Kurkov

Intervista allo scrittore ucraino Andrei Kurkov in occasione della Fiera Internazionale del libro di Cracovia. Kurkov è conosciuto in Italia non solo per le sue novelle ma soprattutto per i diari scritti durante le proteste di Maidan a Kiev (Diari ucraini, ed. Keller ISBN:978-88-89767-67-2).

Nell’aprile del 2014 finivi il tuo best-seller cosi: “La guerra ibrida nel Donbass prima o poi finirà, e qualunque conclusione abbia sappiamo già che non sarà più la cara e vecchia Ucraina in cui abbiamo vissuto per 23 anni dal giorno della sua indipendenza”. Oggi a distanza di 3 anni che Ucraina vede?
Non molto è cambiato. E quel poco che è cambiato non è andato forse nel verso in cui ci si aspettava. Ma si sa, noi ucraini amiamo raccontarci le favole. E ancora oggi ci raccontiamo la favola di un principe (Europa? Stati Uniti?) che arriverà con il cavallo bianco a salvarci. In realtà dovremmo salvarci da soli, e ancora stentiamo a capirlo.

Sento un forte senso di delusione
Ci sono anche aspetti positivi. Soprattutto i giovani che sembrano non voler più accettare la corrotta nazione dei 23 anni di indipendenza. Ma questi giovani stentano a voler assumersi la responsabilità. Dopo Maidan mi sarei aspettato una nuova classe dirigente, giovane e non collusa con il passato. Ma tanto Jarosz come Parasiuk hanno deluso e ci vorrà forse una nuova generazione perché si cambi davvero pagina. E la pazienza non è la principale qualità di noi ucraini. In secondo luogo quanto accaduto ha contribuito affinché si creasse una consapevolezza nazionale che prima non esisteva. Anche se temo che questa verrà meno quando sparirà la minaccia del nemico comune.

Credi che il governo ucraino abbia un piano B senza il Donbass?
Non lo ammetteranno mai, neanche sotto tortura. Ma è ovvio che esista. Il Donbass diventerà una specie di Transnitria. Già oggi è una terra distrutta e depressa senza la quale l’Ucraina vivrebbe lo stesso. Dal mio punto di vista il governo dovrebbe fare un patto con gli ucraini del Donbass offrendo loro ospitalità e sviluppo entro i nuovi confini.

In Ucraina però vi è una certa idiosincrasia con gli sfollati da Est.
Vero. L’ho notato anche io nella zona Carpatica non più di qualche settimana fa. Ma non vedo alternative. La Russia ha voltato loro le spalle dimostrando quanto poco fosse interessata ai loro destini. Se il resto degli ucraini avessero la capacità di tendere loro la mano, si inizierebbe un cammino insieme verso la stabilità sociale e lo sviluppo economico. Ci vorrà però molto più tempo di quello che, durante la rivolta, ci si aspettasse. Sto lavorando ad un libro che spero di finire entro gennaio sulla linea grigia di quella frontiera che non esiste. Sarà una storia inventata, ma su un fondo di verità.

Da qualche mese potete entrare in Europa senza visti.
L’Europa è il nostro futuro, abbiamo bisogno dell’Europa. I giovani vanno a studiare e lavorare all’estero. E tornano con voglia di Europa e stabilità. Ma torniamo alla necessità del tempo. La fretta ci ha ingannato a Maidan, e dovremmo smettere di credere alle favole. Siamo noi da soli a dover costruire una nuova Ucraina.

Intanto non più di una settimana fa un deputato ucraino è stato quasi ucciso da una bomba a Kiev.
Si ma non credo avesse nulla a che fare con il Donbass. Sono dinamiche interne alla politica di Kiev.

Però dimostra quanta strada ci sia ancora da fare
Si. Maidan è stato solo il primo passo. Il cammino è ancora lungo. Anche perché il mondo occidentale prima o poi dovrà accettare lo status quo. E per interesse economico e geopolitico scendere a compromessi con Putin. Questo scenario non sembra poi così lontano. In quel momento noi ucraini dovremmo dimostrare di essere diventati maturi e saper camminare con le proprie gambe. Aiutati e supportati. Ma senza aspettare il principe azzurro che ci salvi la vita. Il tempo delle favole è finito.

Diego Audero

La destra in Europa alimentata dal vento dell’est

maghiari-extermisti-budapestaLe elezioni in Germania hanno segnato l’ascesa del partito di estrema destra AfD e le conseguenti analisi allarmiste degli analisti dell’Europa occidentale, ancora scossi dallo scampato pericolo delle elezioni olandesi prima, austriache poi ed, infine, di quelle francesi. Una attenta analisi del voto, tuttavia, se guardato con una prospettiva “da Est”, rivela un dato ancora più allarmante per il futuro dell’Europa: ossia che siano stati prevalentemente i territori della vecchia DDR a fornire il bacino di voti necessari al partito neo-nazista per scalare il terzo posto alle spalle dei partiti tradizionali. (25% degli elettori, mentre la media nazionale è del 13,1%).

Su Bruxelles, e non da oggi, soffia da Est un vento molto pericoloso, fatto di movimenti nazionalisti, teoricamente anti-europeisti, che hanno saputo scalare il potere con un cinico e ipocrita strabismo politico: mentre mettevano le mani su una fetta consistente di aiuti finanziari, giocavano in casa la carta della sindrome da assedio da “assimilazionismo” imposto da Bruxelles.

Mentre la svolta a destra dell’Europa occidentale sembra essere sociologicamente traducibile da una serie incredibili di errori strutturali dell’Unione Europea, da politiche neo-liberaliste spinte che hanno creato insoddisfazione diffusa nella popolazione (soprattutto giovanile), dalla crisi economica degli ultimi anni e dal diffuso senso di impunità ed insicurezza (aggravato dalla crisi immigrazione); assai meno comprensibile appare la deriva dei “nuovi” paesi dell’Unione, ossia di quelli entrati nella prima fase di allargamento.

Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca da tempo ormai sono governati da movimenti ultra-nazionalisti dichiaratamente di destra, ma antiliberali, ostili all’integrazione Europea, allergici alle direttive di Bruxelles.

Il dato politico interessante, al di là di un semplice ritratto della realtà, è quello di comprendere come questo sia potuto accadere in paesi che hanno beneficiato di finanziamenti a pioggia, economie galoppanti, tassi di disoccupazione irrisori, monete nazionali (eccetto la Slovacchia) che hanno retto la sfida della crisi internazionale e hanno avuto poco o nulla a che fare (Ungheria a parte) con il problema migratorio.

Pur nelle logiche differenze tra nazioni e nazioni il caso della Polonia sembra essere paradigmatico della fallita integrazione dei paesi dell’Est nel cammino di un Europa Unita. Sino a pochi anni fa Varsavia ambiva a voler divenire la terza gamba che, con Parigi e Berlino, doveva garantire la stabilità del vecchio continente. Oggi è un paese politicamente isolato, mal gradito a Bruxelles e che ha spinto l’acceleratore del conflitto interno ed esterno ben oltre il già pericoloso crinale a cui si era avvicinato Orban in Ungheria. Eppure nonostante le numerose proteste di strada, il cambio in senso autoritario della costituzione, il tentativo di attacco alla giustizia parzialmente fallito, l’epurazione di giornalisti scomodi nei confronti dei quali gli editti bulgari di berlusconiana memoria sarebbero classificabili come scherzi puerili, l’attacco alla libertà delle donne, etc… Ecco, nonostante una deriva che avvicina la Polonia alla Turchia di Erdogan, il sostegno al governo di Giustizia e Libertà cresce invece di diminuire.

Anche in questo caso l’analisi del voto suggerisce scenari sorprendenti. Se il dato della scolarizzazione in un paese prevalentemente composto da villaggi di piccole-medie dimensioni sembra determinante, supportato da una presenza invasiva di preti-guerrieri infuocati da radio Maria, un elemento appare però sorprendente: sono soprattutto i 50enni ed i giovani a votare il PiS. Ossia le due sfere della società che più dovrebbero aver goduto della caduta del muro di Berlino prima, e delle libertà dell’Unione poi. Come è possibile che le sfere che più hanno tratto vantaggio da un Europa unita siano quelli che più se ne oppongano? Da cosa dipende il fatto che mentre il voto di protesta in Europa occidentale arrivi sempre alla soglia del potere per poi esserne escluso, qui invece governi in tutti i più rilevanti paesi post-comunisti? E se l’Europa avesse sbagliato ad allargare così velocemente i propri confini ad Est senza assicurarsi che le democrazie di quei paesi fossero sufficientemente stabili? E se “L’Europa a due velocità” proposta da Macron fosse davvero la soluzione? Interrogativi le cui rispose non possono che essere complesse ed articolate. Ma non ci sono dubbi sul fatto che da Est sta per abbattersi su Bruxelles una tempesta, e l’Europa centrale ed occidentale, molto autoreferenziale, sbaglia nel non voler volgere il proprio sguardo a quanto stia avvenendo nell’Europa dell’Est.

Diego Audero
gabrydiego@gmail.com

Robert Biedroń,
il Macron polacco

Robert_BiedronAnticlericale, omosessuale e socialista. Ossia l’incarnazione del diavolo per l’odierna Polonia. Si tratta di Robert Biedroń, la speranza della sinistra polacca.

Nato nella carpatica provincia conservatrice ad est di Cracovia, madre appartenente al sindacato di Solidarność, padre al partito dei lavoratori, si avvicina ancora giovane al movimento LGBT ed al partito Socialista Polacco. Dopo una non esalante carriera politica nella capitale abbandona il morente partito socialista polacco per avvicinarsi al partito anticlericale di sinistra inaugurato dal magnate della vodka, Janusz Palikot grazie al quale, nel 2011 Biedroń fu il primo parlamentare polacco dichiaratamente omossessuale.

Nel 2014 abbandona il parlamento per dedicarsi alla politica locale diventando sindaco di Słupsk, cittadina di 100.000 abitanti sul Baltico. E mentre la Polonia scivolava verso l’estrema destra nazionalista e la sinistra affogava nel mare dell’anonimato, dal suo scranno di sindaco Biedroń iniziava la sua carriera di outsider della politica.

In un sondaggio dello scorso giugno il 33% dei polacchi si dichiarava pronto, non senza sorpresa da parte degli analisti, a votarlo come presidente della repubblica, aprendo un dibattito, spesso molto aspro, sul fatto se l’odierna Polonia fosse o meno pronta ad avere un presidente socialista e dichiaratamente omossessuale.

Ancora oggi in Polonia, infatti, gli omossessuali soffrono una pesante discriminazione, anche nella cosmopolita Varsavia. Basti pensare come, non più di un mese fa, mentre un ragazzo di 14 anni preferiva il suicidio alle discriminazioni quotidiane che subiva, un’importante rappresentante del governo in carica, Krystyna Pawłowicz, accusava i “Lewakiem”( parola dispregiativa che significa sinistroidi) di essere i veri responsabili della morte del ragazzo in quanto, secondo lei, “quelli di sinistra corrompono l’integrità morale della nostra nazione negando che l’omosessualità sia una vera e propria malattia. I sinistroidi hanno tutti questi bambini sulla propria coscienza”.

E mentre a Słupsk i matrimoni civili sono aumentati del 40% da quando Biedroń è sindaco, dimostrando quanto i giovani seguano ed apprezzino questa “pecora nera” della politica polacca, lui rifugge la ribalta nazionale consapevole che una sinistra cosi debole e divisa non sia ancora in grado di colmare il vuoto che intercorre tra spazio politico e carisma personale. Nelle ultime disastrose politiche nazionali la sinistra si è infatti presentata unita sperando che la somma dei sei partiti che la componevano fosse sufficiente per superare lo sbarramento dell’8%. Nonostante l’ottimismo L’Unione di Sinistra (SLD+TR+PPS+UP+Verdi) si è fermata al 7,55 %, ben al di sotto delle aspettative. Dopo le elezioni l’Unione si è sgretolata e l’universo socialista si è ulteriormente parcellizzato. Biedroń e Barbara Nowacka, quest’ultima leader del movimento per la difesa delle donne, sembrano essere l’unica speranza di una nuova sinistra.

E se fosse lui il Macron polacco di cui tanto si parla a Varsavia? Ma la Polonia non sembra ancora pronta ad un politico socialista, e per giunta omosessuale.

Diego Audero