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Diego Audero

La destra in Europa alimentata dal vento dell’est

maghiari-extermisti-budapestaLe elezioni in Germania hanno segnato l’ascesa del partito di estrema destra AfD e le conseguenti analisi allarmiste degli analisti dell’Europa occidentale, ancora scossi dallo scampato pericolo delle elezioni olandesi prima, austriache poi ed, infine, di quelle francesi. Una attenta analisi del voto, tuttavia, se guardato con una prospettiva “da Est”, rivela un dato ancora più allarmante per il futuro dell’Europa: ossia che siano stati prevalentemente i territori della vecchia DDR a fornire il bacino di voti necessari al partito neo-nazista per scalare il terzo posto alle spalle dei partiti tradizionali. (25% degli elettori, mentre la media nazionale è del 13,1%).

Su Bruxelles, e non da oggi, soffia da Est un vento molto pericoloso, fatto di movimenti nazionalisti, teoricamente anti-europeisti, che hanno saputo scalare il potere con un cinico e ipocrita strabismo politico: mentre mettevano le mani su una fetta consistente di aiuti finanziari, giocavano in casa la carta della sindrome da assedio da “assimilazionismo” imposto da Bruxelles.

Mentre la svolta a destra dell’Europa occidentale sembra essere sociologicamente traducibile da una serie incredibili di errori strutturali dell’Unione Europea, da politiche neo-liberaliste spinte che hanno creato insoddisfazione diffusa nella popolazione (soprattutto giovanile), dalla crisi economica degli ultimi anni e dal diffuso senso di impunità ed insicurezza (aggravato dalla crisi immigrazione); assai meno comprensibile appare la deriva dei “nuovi” paesi dell’Unione, ossia di quelli entrati nella prima fase di allargamento.

Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca da tempo ormai sono governati da movimenti ultra-nazionalisti dichiaratamente di destra, ma antiliberali, ostili all’integrazione Europea, allergici alle direttive di Bruxelles.

Il dato politico interessante, al di là di un semplice ritratto della realtà, è quello di comprendere come questo sia potuto accadere in paesi che hanno beneficiato di finanziamenti a pioggia, economie galoppanti, tassi di disoccupazione irrisori, monete nazionali (eccetto la Slovacchia) che hanno retto la sfida della crisi internazionale e hanno avuto poco o nulla a che fare (Ungheria a parte) con il problema migratorio.

Pur nelle logiche differenze tra nazioni e nazioni il caso della Polonia sembra essere paradigmatico della fallita integrazione dei paesi dell’Est nel cammino di un Europa Unita. Sino a pochi anni fa Varsavia ambiva a voler divenire la terza gamba che, con Parigi e Berlino, doveva garantire la stabilità del vecchio continente. Oggi è un paese politicamente isolato, mal gradito a Bruxelles e che ha spinto l’acceleratore del conflitto interno ed esterno ben oltre il già pericoloso crinale a cui si era avvicinato Orban in Ungheria. Eppure nonostante le numerose proteste di strada, il cambio in senso autoritario della costituzione, il tentativo di attacco alla giustizia parzialmente fallito, l’epurazione di giornalisti scomodi nei confronti dei quali gli editti bulgari di berlusconiana memoria sarebbero classificabili come scherzi puerili, l’attacco alla libertà delle donne, etc… Ecco, nonostante una deriva che avvicina la Polonia alla Turchia di Erdogan, il sostegno al governo di Giustizia e Libertà cresce invece di diminuire.

Anche in questo caso l’analisi del voto suggerisce scenari sorprendenti. Se il dato della scolarizzazione in un paese prevalentemente composto da villaggi di piccole-medie dimensioni sembra determinante, supportato da una presenza invasiva di preti-guerrieri infuocati da radio Maria, un elemento appare però sorprendente: sono soprattutto i 50enni ed i giovani a votare il PiS. Ossia le due sfere della società che più dovrebbero aver goduto della caduta del muro di Berlino prima, e delle libertà dell’Unione poi. Come è possibile che le sfere che più hanno tratto vantaggio da un Europa unita siano quelli che più se ne oppongano? Da cosa dipende il fatto che mentre il voto di protesta in Europa occidentale arrivi sempre alla soglia del potere per poi esserne escluso, qui invece governi in tutti i più rilevanti paesi post-comunisti? E se l’Europa avesse sbagliato ad allargare così velocemente i propri confini ad Est senza assicurarsi che le democrazie di quei paesi fossero sufficientemente stabili? E se “L’Europa a due velocità” proposta da Macron fosse davvero la soluzione? Interrogativi le cui rispose non possono che essere complesse ed articolate. Ma non ci sono dubbi sul fatto che da Est sta per abbattersi su Bruxelles una tempesta, e l’Europa centrale ed occidentale, molto autoreferenziale, sbaglia nel non voler volgere il proprio sguardo a quanto stia avvenendo nell’Europa dell’Est.

Diego Audero
gabrydiego@gmail.com

Robert Biedroń,
il Macron polacco

Robert_BiedronAnticlericale, omosessuale e socialista. Ossia l’incarnazione del diavolo per l’odierna Polonia. Si tratta di Robert Biedroń, la speranza della sinistra polacca.

Nato nella carpatica provincia conservatrice ad est di Cracovia, madre appartenente al sindacato di Solidarność, padre al partito dei lavoratori, si avvicina ancora giovane al movimento LGBT ed al partito Socialista Polacco. Dopo una non esalante carriera politica nella capitale abbandona il morente partito socialista polacco per avvicinarsi al partito anticlericale di sinistra inaugurato dal magnate della vodka, Janusz Palikot grazie al quale, nel 2011 Biedroń fu il primo parlamentare polacco dichiaratamente omossessuale.

Nel 2014 abbandona il parlamento per dedicarsi alla politica locale diventando sindaco di Słupsk, cittadina di 100.000 abitanti sul Baltico. E mentre la Polonia scivolava verso l’estrema destra nazionalista e la sinistra affogava nel mare dell’anonimato, dal suo scranno di sindaco Biedroń iniziava la sua carriera di outsider della politica.

In un sondaggio dello scorso giugno il 33% dei polacchi si dichiarava pronto, non senza sorpresa da parte degli analisti, a votarlo come presidente della repubblica, aprendo un dibattito, spesso molto aspro, sul fatto se l’odierna Polonia fosse o meno pronta ad avere un presidente socialista e dichiaratamente omossessuale.

Ancora oggi in Polonia, infatti, gli omossessuali soffrono una pesante discriminazione, anche nella cosmopolita Varsavia. Basti pensare come, non più di un mese fa, mentre un ragazzo di 14 anni preferiva il suicidio alle discriminazioni quotidiane che subiva, un’importante rappresentante del governo in carica, Krystyna Pawłowicz, accusava i “Lewakiem”( parola dispregiativa che significa sinistroidi) di essere i veri responsabili della morte del ragazzo in quanto, secondo lei, “quelli di sinistra corrompono l’integrità morale della nostra nazione negando che l’omosessualità sia una vera e propria malattia. I sinistroidi hanno tutti questi bambini sulla propria coscienza”.

E mentre a Słupsk i matrimoni civili sono aumentati del 40% da quando Biedroń è sindaco, dimostrando quanto i giovani seguano ed apprezzino questa “pecora nera” della politica polacca, lui rifugge la ribalta nazionale consapevole che una sinistra cosi debole e divisa non sia ancora in grado di colmare il vuoto che intercorre tra spazio politico e carisma personale. Nelle ultime disastrose politiche nazionali la sinistra si è infatti presentata unita sperando che la somma dei sei partiti che la componevano fosse sufficiente per superare lo sbarramento dell’8%. Nonostante l’ottimismo L’Unione di Sinistra (SLD+TR+PPS+UP+Verdi) si è fermata al 7,55 %, ben al di sotto delle aspettative. Dopo le elezioni l’Unione si è sgretolata e l’universo socialista si è ulteriormente parcellizzato. Biedroń e Barbara Nowacka, quest’ultima leader del movimento per la difesa delle donne, sembrano essere l’unica speranza di una nuova sinistra.

E se fosse lui il Macron polacco di cui tanto si parla a Varsavia? Ma la Polonia non sembra ancora pronta ad un politico socialista, e per giunta omosessuale.

Diego Audero