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Domenico Maceri
Domenico Maceri, PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Con Trump e i repubblicani “dreamers” nel dimenticatoio

dreamers

“Un Paese santuario che ignora  le leggi” verrebbe creato se il disegno di legge del Senato sulla riforma migratoria fosse approvato. Lo ha dichiarato il procuratore generale degli Stati Uniti Jeff Sessions contribuendo a politicizzare il dipartimento da lui diretto come aveva detto parecchie volte il suo capo Donald Trump.

Sessions commentava la proposta bipartisan del Senato che avrebbe risolto la tragica situazione dei “dreamers”, giovani portati in America da bambini dai loro genitori senza autorizzazione legale. Si tratta di individui cresciuti negli Stati Uniti, americani a tutti gli effetti eccetto per i documenti, i quali hanno ricevuto un permesso temporaneo legale di rimanere negli Stati Unti da Barack Obama mediante il suo ordine esecutivo “Daca”. Trovare una soluzione permanente per la loro situazione non è facile dato che i politici li vogliono usare per portare l’acqua al loro mulino.

Il piano bipartisan della cosiddetta Common Sense Coalition, citato da Sessions, era arrivato vicino ad essere approvato ma non ha ricevuto i 60 voti necessari (54 sì, 45 no). Quarantasei senatori democratici e otto repubblicani hanno votato a favore. Si trattava di un compromesso che avrebbe offerto permanenza ai beneficiari del Daca e dopo una decina di anni anche la cittadinanza americana. Avrebbe allo stesso tempo incluso 25 miliardi in dieci anni per la costruzione del muro al confine col Messico tanto desiderato da Trump.

Il 45esimo presidente in una riunione con un gruppo di legislatori bipartisan aveva detto che avrebbe firmato qualunque disegno di legge i presenti gli avrebbero presentato. Poi, come è solito fare, ha cambiato idea. Nel disegno di legge fallito Trump ci ha messo del suo per silurarlo. Il senatore Lindsey Graham, repubblicano della South Carolina, ha addossato la colpa a Stephen Miller, consigliere di Trump, per le sue vedute ultra conservatrici che hanno influenzato la Casa Bianca.

Un altro piano sponsorizzato dal senatore Charles Grassley, repubblicano dell’Iowa, molto vicino alle idee di Trump, è stato anche bocciato dalla Camera alta  in maniera più schiacciante (60 no, 39 sì). Dopo questi esiti negativi un gruppetto di senatori ha suggerito una soluzione temporanea che estenderebbe di tre anni la protezione ai “dreamers” e stanzierebbe allo stesso tempo tre anni di fondi per la protezione del confine. Si tratterebbe di una soluzione per comprare tempo e cercare di rimandare la data di scadenza del 5 marzo imposta da Trump con la sua revoca dell’ordine esecutivo di Obama. Fino ad adesso poco entusiasmo è stato dimostrato per questa strada anche per il fatto che la scadenza del 5 marzo sembra essere divenuta meno solida considerando l’ingiunzione di due giudici che hanno ordinato l’amministrazione di Trump di tenere attivo il Daca almeno temporaneamente. Si crede che la vera scadenza sarebbe rimandata a giugno.

A intorbidire le acque per la sicurezza dei “dreamers” bisogna aggiungere tutte le altre situazioni di crisi che Trump e la legislatura devono affrontare. L’ennesima sparatoria in un liceo in Florida che ha causato la morte di 17 persone sembra avere fatto traboccare il vaso mediante le dimostrazioni studentesche per limitare il facile accesso delle armi da fuoco. Qualcosa sembra finalmente muoversi questa volta.

Ma l’altra preoccupazione per Trump è l’incriminazione di 13 cittadini russi e  tre organizzazioni russe nel corso delle indagini del Russiagate sulle interferenze nell’elezione americana del 2016. Il 45esimo presidente ha sempre sostenuto che le indagini di Robert Mueller, procuratore speciale, non sono altro che una caccia alle streghe perché Vladimir Putin gli aveva assicurato che i russi non avevano interferito nella democrazia americana. Ora si ha la prova che Trump non si vuole informare o che ha mentito. Comunque sia, l’ombra del Russiagate occuperà la sua mente e i “dreamers” andranno a finire nel dimenticatoio.

I democratici erano riusciti a mettere la situazione dei “dreamers” in primo piano quando nel mese di gennaio usarono la questione per causare lo shutdown di tre giorni ottenendo una promessa che la questione  sarebbe stata presa  in serie considerazioni. Poi i democratici hanno accettato di aumentare il tetto delle spese federali di due anni perdendo la loro arma per mettere pressione sui repubblicani.

L’assegnazione della colpa per il mancato accordo è già cominciata. Trump e i repubblicani additano i democratici come intransigenti ma alla fine il Gop dovrà assumersi le responsabilità poiché controllano la Casa Bianca e le due Camere. Considerando l’aspra retorica contro gli immigranti di Trump durante la  campagna elettorale e le sue recenti asserzioni sui Paesi “di m…da”  c’è poco da sperare. Ovviamente se i “dreamers” avessero lobby potenti diverrebbero la priorità per il governo.

Domenico Maceri
PhD, University of California

Trump e la folle corsa del debito americano

trump-delirio“Se eravate contrari ai deficit del presidente Obama e adesso favorite quelli repubblicani, non si tratta dunque della definizione classica d’ipocrisia?” Così Rand Paul, senatore repubblicano del Kentucky, nel suo futile tentativo di bloccare il voto al Senato per impedire un nuovo shutdown che aumenterebbe il deficit di almeno mille miliardi. I colleghi di  Paul con l’aiuto dei democratici hanno però votato a favore (71 sì, 28 no) della proposta che non ha evitato lo shutdown durato però solo poche ore senza che nessuno se ne accorgesse. La  Camera bassa lo ha anche approvato (240 sì, 186 no) e Donald Trump ha subito firmato la legge che spenderà 165 miliardi in più per le forze militari e altri 130 per programmi sociali. La misura alzerà il tetto delle spese e non si avranno altri voti per shutdown fino al 2019 aumentando però il deficit annuale a più di mille miliardi.

Queste spese si aggiungono a quelle della riforma fiscale approvata dai repubblicani il mese di dicembre del 2017 che aumenterà il debito federale di 1500 miliardi in dieci anni. Il debito totale americano si aggira adesso sui 20 mila miliardi. Non basta però per Trump il quale nella sua proposta di bilancio per il 2019  vorrebbe spendere ancora di più aumentando il deficit annuale a quasi mille miliardi senza nemmeno promettere di fare quadrare il bilancio nei prossimi dieci anni come aveva detto in passato.

La proposta di bilancio del presidente consiste di priorità della Casa Bianca che tipicamente il Congresso non approverà. Ci dice però molto sulle aspirazioni fiscali del presidente poiché oltre agli aumenti di spesa per la difesa includerebbe anche tagli ai servizi sociali incluso il Social Security, il Medicare, e il Medicaid. In sintesi, i debiti ad infinitum ci confermano quello che Trump aveva sostenuto da imprenditore quando disse che “era il re dei debiti” perché investiva i soldi delle banche per fare business.

Le spese del governo che causano deficit si considerano plausibili quando l’economia soffre e ha bisogno di stimoli, come affermava l’economista John Keynes. Lo ha fatto Barack Obama nel 2009 quando gli Stati Uniti si trovavano in una profonda crisi economica inferiore solo a quella della grande depressione degli anni trenta. Al momento però con la disoccupazione al 4,1 percento, considerata da molti economisti come occupazione piena, bisognerebbe invece usare le risorse per ridurre il debito nazionale. È questo che dicevano in passato i repubblicani quando i deficit preoccupavano. Paul Ryan, speaker della Camera, e Mitch McConnell, presidente del Senato, avevano spesso tuonato contro i deficit durante la presidenza di Obama. Adesso sono muti. Questo loro silenzio ha avuto un effetto anche sugli elettori i quali non lo includono nelle prime dieci priorità. Continua però a preoccupare una minoranza repubblicana al Senato e alla Camera. Alcuni senatori come Paul hanno alzato la voce contro i deficit e i parlamentari di ultra destra del Freedom Caucus hanno anche loro espresso la loro preoccupazione.

Di questi tempi avrebbero tutte le ragioni per essere preoccupati. Nel 2016 i costi per coprire i prestiti governativi hanno raggiunto 284 miliardi di dollari, cifra inferiore solo alle spese per la difesa. Nel 2017 il 69 percento delle spese federali è andato per coprire gli interessi e i programmi sociali come Social Security, Medicare e Medicaid. Questa pressione fiscale continuerà e a partire dal 2027 il  69 percento si convertirà al 77 percento lasciando il 23 percento per il resto.

È difficile determinare quanto debito si possa sostenere ma questa pressione al bilancio alla fine comincerà ad avere un impatto negativo all’economia poiché i prestiti del governo lasceranno poco spazio alle aziende per ottenere i fondi necessari per i loro bisogni. Paul Ryan però ha già cominciato a trovare la soluzione per ridurre il debito federale. In un’intervista radiofonica ha dichiarato che bisogna effettuare una riforma ai servizi sociali come le pensioni e la sanità che lui interpreta come tagli già auspicati in parecchie situazioni.

Trump nella sua proposta di bilancio lo ha già suggerito con i suoi tagli ai programmi per i poveri e gli anziani. Dopo avere regalato miliardi di dollari ai benestanti con la riforma fiscale del 2017 qualcuno dovrà alla fine pagare. La classe media e i poveri verranno colpiti a meno che i democratici non mostreranno più coraggio di quello visto fino ad ora. La tragica situazione dei “dreamers”, che i democratici avevano usato come perno causando lo shutdown di tre giorni nel mese di gennaio, gli ha fatto ottenere dai repubblicani una promessa di risolvere la problematica  ma fino ad oggi non ha prodotto  risultati. Ovviamente, i democratici sono in minoranza in ambedue le Camere e la loro forza di opposizione ha limiti notevoli. Forse si dovrà aspettare alle elezioni di midterm per vedere se il Paese è pronto a dare la maggioranza legislativa al Partito Democratico?

Domenico Maceri
PhD, University of California

Donald Trump sotto assedio lancia la sua sfida alla Fbi

fbi“Quando uno attacca gli agenti della Fbi perché è sotto indagine criminale, sta perdendo”. Così Sarah Huckabee Sanders nel mese di novembre del 2016 pochi giorni prima dell’elezione presidenziale.  Sanders, l’attuale portavoce della Casa Bianca, era allora consigliera di Trump per le comunicazioni e con le sue parole mirava a colpire Hillary Clinton la quale aveva tutte le ragioni per dissentire dalla Fbi. Si ricorda che due settimane prima dell’elezione la Fbi aveva riaperto l’inchiesta sulle e-mail e subito dopo aveva annunciato che nulla di nuovo era stato riscontrato per rinviare a giudizio la candidata democratica. Il danno politico però era stato fatto dato che riaprì la ferita politica della Clinton ricordando agli elettori i dubbi sulla condotta della candidata democratica.

Attaccare la Fbi adesso per Trump è però completamente lecito. La nuova scusa è stata offerta all’attuale inquilino della Casa Bianca dal memo diffuso da Devin Nunes, presidente della  Commissione intelligence alla Camera. Le quattro pagine del memo suggeriscono che la Fbi ha agito in modo parziale per favorire i democratici aprendo l’inchiesta sul Russiagate. Trump aveva la scelta di declassificare il memo o mantenerlo segreto ma ha deciso di permettere la diffusione.

Il 45esimo presidente ha reagito dichiarando che il memo lo scagiona completamente dall’inchiesta perché, secondo lui, basata sul dossier di Christopher Steele, che era stato pagato in parte dai democratici per le ricerche su Trump. L’inquilino della Casa Bianca ha usato il memo per dimostrare, nella sua mente, che la “leadership della Fbi e gli investigatori del Dipartimento di Giustizia hanno politicizzato le procedure” per favorire i democratici a scapito dei repubblicani.

La diffusione del memo è stata opposta dai membri del Partito Democratico nella Commissione presieduta da Nunes ma anche dal direttore della Fbi, Christopher Wray come pure da Rod Rosenstein, vice procuratore generale. I democratici  volevano bloccare il memo perché non rifletteva obiettivamente le informazioni ricevute ma si concentrava su parti favorevoli ai repubblicani. L’opposizione di Wray e Rosenstein si doveva a possibili ripercussioni perché rivelava metodi di investigazione usati dalla Fbi e Cia. Trump però ha deciso per la diffusione.

I contenuti del memo però non si sono rivelati veridici sullo scagionamento di Trump perché l’inchiesta del Russiagate era già cominciata dalla Fbi con individui legati alla campagna di Trump prima della pubblicazione del dossier di Steele. Ciononostante la diffusione del memo ha dato un pugno nell’occhio alla Fbi. La Fbi Agents Association ha reagito con un annuncio difendendo gli agenti che  “non saranno mai distratti da considerazioni politiche” nello svolgimento del loro lavoro. Ad aumentare la polemica del memo va aggiunto il fatto che la replica della minoranza democratica non è stata  inizialmente approvata dalla Commissione intelligence per diffusione. Non si sa se Trump darà l’OK finale per la diffusione.

In effetti, con la diffusione del memo, i repubblicani hanno cercato di infangare la reputazione della Fbi e del Dipartimento di giustizia. È paradossale che i vertici di queste agenzie sono individui nominati da Trump. Il 45esimo presidente però non è avverso ad attaccare anche i suoi subordinati pubblicamente. Lo ha fatto con Jeff Sessions che lui stesso ha nominato a procuratore generale rimproverandolo pubblicamente per essersi ricusato dal Russiagate. Lo ha fatto anche con il vice procuratore generale, Rod Rosenstein, anche lui nominato dal 45esimo presidente. Rosenstein ha nominato Robert Mueller a procuratore speciale per investigare l’interferenza russa sull’elezione americana del 2016 deludendo ovviamente l’attuale presidente.

Trump ha spesso diretto i suoi tweet velenosi non solo contro individui ai vertici del dipartimento di giustizia ma anche a tutta la Fbi dichiarandola “a pezzi” nel mese di dicembre del 2017. In effetti, Trump è rimasto insoddisfatto delle sue nomine perché non lo obbediscono credendo di possedere il Dipartimento di giustizia. In un’intervista ha persino dichiarato che da presidente ha “l’assoluto diritto” di fare quello che vuole con il “suo” Dipartimento di giustizia.

Gli attacchi di Trump alla Fbi hanno suscitato l’idea che lui abbia intenzione di licenziare i vertici dell’agenzia che stanno cooperando e sostenendo le indagini di Robert Mueller sul Russiagate. Il New York Times, infatti, ha persino annunciato che il 45esimo presidente aveva considerato seriamente di licenziare Mueller nel mese di giugno del 2017  ma non lo ha fatto per le proteste di Donald McGahn, legale della Casa Bianca, il quale avrebbe persino minacciato di dimettersi.

Ma gli attacchi alla Fbi e al Dipartimento di giustizia continuano a creare dubbi per gli americani a non credere alle istituzioni. Un sondaggio dell’agenzia Axios ci dice che solo il 38 percento dell’elettorato repubblicano ha una visione favorevole della Fbi mentre quella dei democratici raggiunge il 64 percento. Gli attacchi di Trump inoltre cercano di ricalcare che l’inchiesta del Russiagate ha poco a che fare con le leggi ma con la politica. Va ricordato che da presidente Trump può essere giudicato dalla legislatura mediante l’impeachment che  potrebbe avvenire con l’inchiesta di Mueller. Ciononostante la maggioranza repubblicana nelle due Camere non rappresenterebbe un pericolo per il 45esimo presidente. Il problema per Trump però è che attaccare la Fbi storicamente non è una buon’idea. Richard Nixon ne ha subito le conseguenze. L’inchiesta del Watergate venne a galla principalmente a causa delle informazioni fornite a Bob Woodward e Carl Bernstein,  giornalisti del Washington Post, dalla gola profonda. Si seppe nel 2005 che la gola profonda era Mark Felt, vice direttore della Fbi fra il  1972 e il 1973.

Domenico Maceri,
PhD, University of California

Trump e i “dreamers” come merce di scambio

Attorney General-designate, Sen. Jeff Sessions, R-Ala. listens at left as Sen. Susan Collins, R-Maine introduces him on Capitol Hill in Washington, Tuesday, Jan. 10, 2017, at Sessions confirmation hearing before the Senate Judiciary Committee's confirmation hearing.  (AP Photo/Andrew Harnik)

AP Photo/Andrew Harnik

“Credo che le due cose principali da affrontare siano la protezione dei ‘dreamers’ e la sicurezza al confine”. Susan Collins, senatrice repubblicana del Maine, chiariva così le sue priorità sulla riforma migratoria contrastandole con la posizione di Donald Trump che lei vede come “importante ma troppo complicata”.

Trump, accusato di essere rimasto a bordo campo durante le negoziazioni per risolvere la questione dello shutdown durato dal 20 al 22 gennaio, ha preso l’iniziativa sulla riforma migratoria per tentare di risolvere la situazione dei “dreamers”, i giovani portati illegalmente da bambini negli Stati Uniti dai loro genitori e cresciuti in America. Barack Obama li aveva protetti con il suo ordine esecutivo Deferred Action for Childhood Arrivals (Daca) che Trump ha però revocato nel settembre del 2017.

La proposta di Trump, contenuta in una pagina di testo, proteggerebbe i “dreamers” offrendogli permanenza e cittadinanza americana dopo un periodo di almeno 10 anni. Il 45esimo presidente includerebbe non solo i “dreamers” che hanno fatto la domanda per la protezione mediante il Daca ma anche quelli che sono rimasti anonimi raggiungendo un totale di 1,8 milioni di beneficiari. La proposta include però pillole velenose come la richiesta di 25 miliardi di dollari per la costruzione del muro alla frontiera col Messico, tagli all’immigrazione legale, l’eliminazione della lotteria che offre cartellini verdi a 50 mila potenziali immigranti, e la riduzione del diritto dei cittadini di portare i loro genitori e famigliari negli Stati Uniti. La proposta ridurrebbe l’immigrazione legale di 22 milioni di individui nei prossimi 5 decenni, ossia un taglio del 44 percento.

La reazione della destra era prevedibile con parecchie voci che hanno già etichettato la proposta di amnistia come ha commentato il sito di notizie ultra conservatore Breitbart, che era stato sotto la direzione di Steve Bannon, ex consigliere di Trump, licenziato nel mese di agosto del 2017. Il senatore repubblicano del Texas Ted Cruz ha anche lui espresso la sua opposizione dicendo che sarebbe uno sbaglio approvare una legge che desse “amnistia e una strada alla cittadinanza a coloro che sono nel Paese illegalmente”. I membri del Freedom Caucus, gruppo di parlamentari di ultra destra, hanno anche loro etichettato la proposta come amnistia massiva per i “dreamers”.

Anche la sinistra ha reagito negativamente. Frank Sharry, direttore esecutivo di America’s Voice, un gruppo che sostiene gli immigrati, ha detto che Trump sta approfittando della disperazione della sinistra di salvare i “dreamers” per mettere in pratica la maggior parte della sua agenda migratoria con alcune briciole per i “dreamers”. La American Civil Liberties Union è stata più dura etichettando la proposta di Trump come “odiosa e xenofobica”. Anche contrari la senatrice democratica della California Dianne Feinstein e il senatore Chuck Schumer, leader della minoranza democratica al Senato, vedendo la proposta come contraria ai valori americani sull’immigrazione.

La proposta di Trump è piaciuta ai senatori repubblicani James Lankford (Oklahoma) e Mike Rounds (South Dakota) i quali la hanno descritta come un “passo positivo” anche se “la strada è lunga” per raggiugnere un accordo. Paul Ryan, speaker della Camera, non si è pronunciato ma il suo portavoce ha dichiarato che le “idee della proposta alla fine aiuteranno a raggiungere una soluzione bilanciata”. Più rosei i commenti di Tom Cotton, senatore repubblicano dell’Arkansas, il quale ha caratterizzato la proposta di “generosa e umana”.

La senatrice Collins ha però centrato il problema della proposta di Trump quando la ha definito troppo complicata. Il 45esimo presidente ha cercato di offrire una soluzione che risente di priorità ultra conservatrici ma allo stesso tempo tenta di risolvere molti problemi che la porterebbero al fallimento. Uno sforzo simile di affrontare la questione intera dell’immigrazione era stato tentato dal Senato nel 2013 approvando un disegno di legge bipartisan (68 sì, 32 no). Il disegno di legge non fu considerato alla Camera perché l’allora speaker John Boehner non diede ai parlamentari l’opportunità di votare dato che la maggioranza repubblicana era contraria. La Collins ricorderà molto bene il caso perché lei era uno dei quattordici senatori repubblicani a votare sì. Un disegno di legge complesso anche se approvato dal Senato avrebbe nuovamente poche possibilità di successo alla Camera bassa. Ryan ha già indicato che da speaker non permetterebbe un voto se la maggioranza dei parlamentari repubblicani fosse contraria.

La Collins conosce molto bene la situazione e lei spingerà per un disegno di legge limitato a risolvere la situazione dei “dreamers” prima dell’otto febbraio quando la legislatura dovrà votare per evitare un altro shutdown. Nel frattempo i “dreamers” continueranno a sognare di potere vivere permanentemente nell’unico Paese che conoscono. Il fatto che Trump abbia detto che loro non si devono preoccupare non è visto affatto come rassicurante per farli dormire tranquillamente.

Domenico Maceri
PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications

Usa. I democratici cedono sullo shutdown

WASHINGTON, DC - JANUARY 22 : Senate Minority Leader Chuck Schumer (D-NY) leaves a meeting with Senate Democrats on Capitol Hill, January 22, 2018 in Washington, DC. Lawmakers are continuing to seek a deal to end the government shutdown, now in day three.   Drew Angerer/Getty Images/AFP == FOR NEWSPAPERS, INTERNET, TELCOS & TELEVISION USE ONLY ==

Drew Angerer/Getty Images/AFP

Quando si parlerà dello shutdown, si parlerà di chi era il presidente dell’epoca”. Così Donald Trump in un’intervista del 2013 alla Fox News per commentare lo shutdown durante la presidenza di Barack Obama. Sul recente shutdown però il 45esimo presidente ha detto che la colpa è tutta “dei democratici”. La volubilità di Trump è notissima e quindi non sorprende che lui rifiuti le sue responsabilità.

Lo shutdown di Trump è durato solo tre giorni perché un gruppo bipartisan di senatori moderati è riuscito a stabilire un consenso che alla fine è stato accettato dalla leadership repubblicana e democratica. I voti tempestivi nelle due Camere e la firma di Trump hanno riaperto le porte del governo delle funzioni non essenziali ma un altro shutdown potrebbe ripetersi fra breve.

L’accordo siglato ed accettato dai democratici non era molto diverso dalla proposta rifiutata pochi giorni fa eccetto per il fatto che si dovrà ripetere tutto fra tre settimane invece di quattro. L’altro punto importante per i democratici è stata la promessa di Mitch McConnell, presidente del Senato, di aprire la strada a una discussione e un susseguente voto per risolvere la questione del Daca, che protegge i giovani portati in America clandestinamente dai loro genitori, cresciuti qui ed in effetti cittadini senza documenti.

Il presidente Barack Obama li aveva protetti con il suo ordine esecutivo ma Donald Trump lo aveva revocato nel settembre scorso chiedendo alla legislatura di risolvere il dilemma in modo permanente. Le priorità dei legislatori repubblicani durante il primo anno di presidenza di Trump, come si ricorda, sono state però il tentativo fallito di revocare Obamacare e la riforma fiscale firmata dal presidente. La questione dei “Dreamers” era stata messa da parte.

I repubblicani avevano agito in ambedue i casi senza l’aiuto dei repubblicani. Per aumentare il tetto delle spese ed evitare lo shutdown hanno però inciampato sul filibuster al Senato che richiede 60 dei cento voti presenti. I democratici hanno inizialmente votato contro ma poi hanno cambiato idea. Una buona strategia per Chuck Schumer, leader della minoranza democratica al Senato, per parecchie ragioni. Fra tre settimane avranno un’altra chance per mettere pressione sui repubblicani. Schumer ha inoltre considerato la situazione precaria di parecchi candidati democratici che dovranno correre per la rielezione quest’anno in aree del Paese vinte da Trump. Quindi spingere troppo sullo shutdown avrebbe potuto fornire munizioni ai candidati repubblicani.

Il 45esimo presidente ha cercato di sintetizzare le ragioni dello shutdown come responsabilità dell’opposizione contrastando gli immigrati illegali e i cittadini americani. Questi immigrati sono ovviamente i “dreamers” i quali sono nel Paese illegalmente ma non per colpa loro. Gli americani hanno capito la loro situazione e quasi l’80 percento crede che il loro status dovrebbe essere regolarizzato. Non sorprende dunque che i primi sondaggi sullo shutdown abbiano assegnato la colpa a Trump e al suo partito considerando la maggioranza repubblicana delle due Camere e il controllo della Casa Bianca.

Schumer però ha capito che votando per porre fine allo shutdown gli darà tre settimane per mettere pressione sui repubblicani a negoziare e raggiugnere un accordo per la sanatoria dei “dreamers”. In teoria dovrebbe essere facile considerando le parole “dolci” di Trump su questi giovani che sono già integrati nella società americana e conoscono poco o niente del Paese di origine dei loro genitori. L’ordine esecutivo di Obama gli ha permesso di lavorare e studiare liberamente. Alcuni di loro sono divenuti insegnanti, infermieri, poliziotti e altri si sono persino arruolati nelle forze armate americane. Alcuni sono divenuti genitori di figli nati in America e dunque cittadini statunitensi a tutti gli effetti. Hanno tutte le carte in regola eccetto per la mancanza di documenti permanenti.

Manterrà McConnell la sua promessa per aprire la strada alla regolarizzazione dello status dei “dreamers”? L’ala sinistra del Partito Democratico crede di no ed ecco perché parecchi senatori hanno votato contro la riapertura del governo. C’è poi da ricordare che anche se il Senato raggiunge un accordo il disegno di legge dovrà poi passare alla Camera dove lo attenderebbe un futuro incerto. Paul Ryan, speaker della Camera, non ha fatto la stessa promessa di McConnell. Bisogna ricordare inoltre che nel 2013 il Senato aveva approvato una legge per regolarizzare lo status dei “dreamers” e fornire un percorso di integrazione agli 11 milioni di immigrati non autorizzati. La Camera però non si pronunciò al riguardo e il disegno di legge fu abbandonato. Si ripeterebbe questa situazione nel 2018? È possibile, ma Schumer ha scommesso per un esito diverso.

Ovviamente gli rimane la possibilità di causare un altro shutdown in tre settimane in caso di mancanza di successo. Il voto bipartisan però di riaprire le porte del governo potrebbe essere di buon auspicio per la cooperazione fra i due partiti di lavorare insieme per il bene del Paese. Potrebbe anche fornire a Trump un’opportunità per cominciare a governare in modo bipartisan. I suoi guai però vanno al di là dei rapporti con i democratici. Robert Mueller, il procuratore speciale sul Russiagate, ha già indicato che vuole interrogare il 45esimo presidente per chiarire il licenziamento di Michael Flynn e James Comey. L’ombra della possibile collusione russa sull’elezione del 2016 continua a ingombrare la Casa Bianca.

Domenico Maceri,
PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Le parole di Trump bloccano la riforma migratoria

trump bandieraIn una riunione con un gruppo di legislatori repubblicani e democratici due settimane fa Donald Trump aveva detto che avrebbe firmato qualunque disegno di legge che i presenti gli avrebbero mandato perché aveva “completa fiducia nel gruppo”. Pochi giorni dopo il 45esimo presidente ha invitato i Senatori Durbin, democratico dell’Illinois e Lindsey Graham, repubblicano della South Carolina, per discutere il loro piano sull’immigrazione.

Informazioni preliminari erano state rivelate alla Casa Bianca e Trump, poco contento, ha deciso di ampliare il gruppetto includendo anche due senatori repubblicani, Tom Cotton dell’Arkansas e David Perdue della Georgia, ambedue falchi sul tema dell’immigrazione.

Trump aveva già deciso che non avrebbe accettato il piano di Durbin e Graham perché si allontanava dalla sua aspra retorica espressa in campagna politica. Nella discussione avvenuta il presidente ha evidentemente perso le staffe sbottando che non capiva perché si vuole includere la protezione a migliaia di immigrati provenienti da Haiti, El Salvador ed alcuni Paesi africani. Trump ha classificato questi luoghi come “s…hole countries” (Paesi di m….da) e ha chiesto perché non si accettano più immigrati “dalla Norvegia”.

Subito dopo l’incontro si è scatenata una bufera sulle parole dell’inquilino alla Casa Bianca. Durbin ha rivelato le parole offensive del presidente che non sono state smentite da Graham il quale le aveva condivise con Tim Scott, l’altro senatore della South Carolina, anche lui repubblicano. Anche il senatore Jeff Flake, repubblicano dell’Arizona, in un’intervista televisiva, ha confermato l’uso delle parole offensive avendo parlato con individui presenti all’incontro. Cotton e Perdue invece hanno detto di non avere sentito le parole offensive. In alcune interviste televisive, infatti, hanno persino accusato Durbin di avere mentito. Il Washington Post però ha intervistato individui a conoscenza del caso e ha riportato che a mentire sono stati Cotton e Perdue. I due senatori non hanno tecnicamente mentito dato che il termine sentito da loro era “s…house” (casa di m…da) invece di “s…hole” (stesso significato offensivo). Sarah Huckabee Sanders, portavoce di Trump alla Casa Bianca, non ha confermato né smentito l’uso delle parole offensive ma ha chiarito che la discussione era stata molto accesa.

Tutto sommato, la stampa ha creduto che Trump ha detto le parole offensive che sono state citate dal New York Times in diversi articoli escludendo le parolacce dai titoli. La Cnn invece ha incluso le parole volgari del presidente anche nei titoli e uno dei conduttori, Don Lemon, ha detto chiaramente che “Donald Trump è razzista”.

Trump ha manifestato comportamenti e asserzioni tendenzialmente razzisti durante tutta la sua carriera di imprenditore e di politico. Si ricordano i problemi avuti con il governo per essersi rifiutato di affittare appartamenti a afro-americani negli anni 70 e 80. In campagna politica ha detto che i messicani sono “stupratori”, ha proclamato il bando dei musulmani, ha etichettato il giudice Francisco Curiel di non potere giudicare la causa sulla Trump University per le sue origini messicane (falso: è americano), ha dichiarato che gli haitiani hanno tutti l’aids, ed ha classificato alcuni dei suprematisti nella dimostrazione di Charlottesville di “essere brava gente”.

Trump dunque ha una lunga storia di usare un linguaggio con tendenze razziste. Le parole usate contro gli immigrati alla Casa Bianca però offendono non solo quelli dei Paesi citati ma tutti gli immigrati in America. In effetti, Trump ha detto che se gli immigrati vengono da Paesi poveri non sono benvenuti il che escluderebbe la stragrande maggioranza degli antenati degli americani. Escluderebbe persino la propria madre, Mary Trump, nata in una zona molto povera della Scozia. Trump non riconosce dunque che storicamente gli immigrati in America vengono da questi Paesi poveri. Gli immigrati dall’Europa, Asia, Africa, ecc. sono inclusi nei Paesi etichettati con le parole offensive. Gli immigrati di Paesi ricchi sono rari. L’America è un Paese di immigrati, la stragrande maggioranza provenienti da Paesi poveri in cerca di opportunità.

Con ogni probabilità Trump non ha capito il peso delle sue parole specialmente considerando la sua carica di presidente degli Stati Uniti. Succede però che è possibile offendere con parole anche senza intenzione di farlo. Trump avrebbe potuto chiedere scusa se sarà stato frainteso ma la parola scusa non fa parte del suo vocabolario.

Ma anche se Trump non ha capito che le sue parole includevano la stragrande maggioranza degli americani le sue parole avranno ferito i 65 mila individui nati all’estero che servono ai suoi ordini nelle forze armate americane. Di questi il 43 percento sono nati in Africa, America Latina e Caraibi, proprio i Paesi inclusi nella sua frase offensiva.

L’establishment repubblicano è rimasto silenzioso alle parole riprovevoli di Trump. Paul Ryan, speaker della Camera, che durante la campagna elettorale aveva reagito con forza dichiarando le accuse di Trump a Curiel come “esempio classico di razzismo”, questa volta si è limitato a dire che le parole erano “infelici e di poco aiuto”.

Le parole offensive di Trump sugli immigrati riflettono un linguaggio senza filtro che faranno piacere alla base dei suoi fedelissimi elettori. Non aiutano affatto a risolvete la precaria situazione di 16 mila “dreamers”, giovani portati illegalmente dai genitori negli Usa, a rischio di essere deportati nelle prossime settimane. Non aiutano nemmeno a risolvere la situazione degli altri 700 mila “dreamers” il cui visto temporaneo scade nel mese di marzo. Non aiutano nemmeno la popolarità di Trump che continua a languire ai minimi storici del 37 percento.

Domenico Maceri
PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Il libro di Wolff e la stabilità di Trump

trump-bannon-wolff“Se lui stesso non si dichiara un genio nessun altro lo farà”. Ecco come Lindsey Graham, senatore repubblicano della South Carolina, rispondeva a una domanda nel programma “The View” della Abc sulla questione di Donald Trump e la sua dichiarazione di essere un genio. In realtà Graham si sbagliava dato che Stephen Miller, uno dei più fedeli consiglieri dell’attuale inquilino alla Casa Bianca, ha detto a Jake Tapper della Cnn che il suo capo “era un genio” come aveva dimostrato nella campagna politica del 2016.

Miller è stato il miglior difensore di Trump dopo le notizie eclatanti di “Fire and Fury”, il libro di Michael Wolff che dipinge il 45esimo presidente come un bambino alla Casa Bianca circondato da persone che si sforzano a capire che cosa vuole questo instabile individuo. Wolff ci informa che quasi tutti i collaboratori di Trump lo vedono come incompetente e stentano a capire quali saranno i suoi capricci da un momento all’altro dati i suoi bisogni per gratificazione istantanea. Wolff cita spesso gli atteggiamenti di Trump come meritevoli di azioni da 25esimo emendamento che permetterebbe al Cabinet di deporre il presidente per incapacità fisica o mentale di svolgere i suoi compiti.

Wolff basa le informazioni del suo libro su interviste con funzionari del presidente condotte alla Casa Bianca dove lui era riuscito ad ottenere facile accesso per parecchi mesi. Come vi era riuscito? A differenza di altri giornalisti che ricevono un badge grigio per accedere alla sala stampa della Casa Bianca, Wolff aveva un badge blu ottenuto dai servizi segreti che gli dava accesso a quasi tutte le aree della residenza presidenziale. Chi gliela aveva approvato? Steve Bannon. Ovviamente con la consapevolezza del presidente. Le osservazioni di Wolff dunque hanno più credibilità dei cronisti perché ottenute dal di dentro il mondo di Trump mediante quasi 200 interviste incluso 3 ore con il presidente stesso.

Wolff è stato etichettato da Miller “un autore di spazzatura”. La difesa di Miller ha fatto piacere al suo capo il quale ha subito mandato un tweet complimentando il suo consigliere per avere sconfitto Tapper nel loro focoso dibattito. Tapper, non ricevendo risposte alle sue domande, ha alla fine perso la pazienza e ha bruscamente posto fine all’intervista. Miller da parte sua si è poi rifiutato di lasciare gli uffici della Cnn ed è stato eventualmente portato via dalle forze di sicurezza.

Miller non ha fatto altro che ripetere le frasi di Trump il quale si era difeso personalmente dalle dichiarazioni del libro di Wolff. Il 45esimo presidente, dopo avere attaccato la credibilità del giornalista, si era dichiarato un uomo di grande successo per essere stato “a very excellent student” (sic), (uno studente molto eccellente). Inoltre, Trump aveva continuato ripetendo le sue capacità imprenditoriali, i miliardi guadagnati, il successo alla televisione e la vittoria della presidenza al suo primo tentativo.

Trump, come spesso fa, storpia la grammatica e si allontana dall’inconveniente verità. Si ricorda che ha conquistato la Casa Bianca al secondo e non al primo tentativo dato che era stato candidato alla presidenza nel 2000 con il Reform Party che abbandonò solo dopo pochi mesi. Ma al di là delle menzogne che il New York Times e il Washington Post catalogano quasi quotidianamente la difesa tipica di Trump è di attaccare la veridicità dei suoi detrattori. Quindi dopo avere tentato di impedire la pubblicazione del libro di Wolff per vie legali, come sarebbe potuto avvenire in un Paese di terzo mondo, il 45esimo presidente ha iniziato la campagna di diffamazione. Lo ha fatto mediante i suoi tweet e spedendo i suoi fedeli collaboratori ai programmi televisivi per smentire Wolff e cercare di rassicurare gli americani e il mondo che lui è un uomo stabile.

L’altra strategia di Trump quando le cose vanno male è di addossare la colpa a qualcun altro. In questo caso Bannon è stato l’ovvio bersaglio. È vero che l’ex stratega aveva concesso numerose interviste a Wolff. Trump però lo aveva licenziato nel mese di agosto del 2017, quindi “lo sciatto Bannon” aveva tutta la responsabilità per l’ingresso di Wolff alla Casa Bianca senza la cui assistenza il libro non avrebbe mai visto luce.

Ma bisognava anche colpire Wolff per insabbiare le acque sulla stabilità mentale di Trump, come ha fatto Miller nella sua intervista alla Cnn. Altri collaboratori hanno dunque preso le difese del loro capo per cercare di smentire le pericolose asserzioni di Wolff sulla competenza di Trump. Rex Tillerson, segretario di Stato, che solo pochi mesi fa aveva etichettato Trump di “deficiente”, adesso dice di non avere mai messo in dubbio “la capacità mentale” del suo capo. Mike Pompeo, direttore della Cia, ha anche lui difeso Trump dichiarando “assurde” le asserzioni sull’incapacità mentale del suo capo. Nicky Haley, l’ambasciatrice americana alle Nazioni Unite, ha anche lei detto che “nessuno mette in dubbio la stabilità del presidente”. Viviamo in un mondo strano in cui i collaboratori del presidente devono difendere le sue capacità mentali. Trump deve sottomettersi fra poco a una visita medica. Il presidente potrebbe togliere tutti i dubbi includendo un’analisi psichiatrica. Ma come ha fatto con le sue tasse e tante altre cose bisogna crederlo. Il problema è che, come ha detto Wolff, Trump “è l’individuo che probabilmente ha meno credibilità di tutti”.

Domenico Maceri
PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Usa, aumento del salario minimo. Passi positivi

dollariIn Alabama ed alcuni altri Stati il salario minimo è di 2,13 dollari l’ora per i lavori con mance che devono essere sufficienti per raggiungere 7,25 dollari l’ora come stabilisce la legge federale del 2009 per tutti i lavoratori.  Al livello nazionale non vi è stato nessun aumento dato il controllo repubblicano di una o a volte di ambedue le Camere.

In mancanza di azione federale per l’aumento del salario minimo gli Stati e le città  hanno da tempo cominciato ad andare oltre il minimo del governo federale. Trentuno Stati hanno già aumentato il loro salario minimo al di là dei 7,25 l’ora. Questo trend continua anche col 2018 con diciannove Stati, 12 considerati  liberal (“blue”) ma anche 7 conservatori (“red”), e 20 città che apporteranno ulteriori aumenti al salario minimo. Gli aumenti sono stati graduali ma in alcuni casi si tratta di un salario minimo equivalente al doppio di quello federale. Il più alto in questo senso è già stato raggiunto dalla zona dell’aeroporto di Seattle-Tacoma, Stato di Washington (SeaTac) dove il salario minimo è 15,64 dollari l’ora. Nel 2021 la città di Seattle sarà molto simile con 15,41 dollari per aziende con 501 dipendenti  se non offrono copertura sanitaria. Per quelle aziende che invece la offrono la cifra sarà 15 dollari l’ora.

Quindici dollari l’ora è il salario considerato sufficiente per potere vivere ed è anche raggiunto in alcune città della California (Sunnyvale, San Francisco). In altre città di questa zona della California del Nord parecchie altre pagano da 13 a 14 dollari l’ora. A livello Statale la California, New York, ed altri Stati liberal, hanno già messo in corso aumenti graduali che fra tre o quattro anni raggiungeranno il fatidico 15 dollari, tanto auspicato da Bernie Sanders nella campagna presidenziale del 2016.

Gli aumenti in effetto dall’inizio di gennaio di quest’anno a volte non vanno oltre i 50 centesimi l’ora specialmente in alcuni “red states” dominati da governi repubblicani. Ciononostante persino in questi Stati conservatori qualcosa si sta muovendo anche se gli aumenti faranno poco o niente per eliminare la disuguaglianza economica fra ultra ricchi e poveri.

Alcune aziende grosse come Amazon si avvicinano a 15 dollari l’ora mentre altre si stanno muovendo in questa direzione per ragioni di business. Con una cifra ufficiale di disoccupazione del 4,1 percento si comincia a vedere una certa concorrenza per lavoratori verso aumenti di salari anche se le cifre sono poco significative. Ovviamente ogni aumento al salario minimo causa pressione verso l’alto anche per quelli che guadagnano oltre la soglia del minimo.

L’opposizione agli aumenti al salario minimo viene tradizionalmente dal Partito Repubblicano non solo al livello federale ma anche statale. In 23 Stati infatti le legislature hanno approvato leggi per impedire alle municipalità locali di aumentare il salario minimo al di là di quello stabilito dalle leggi statali già esistenti. L’opposizione filosofica è spesso basata sul fatto che gli aumenti al salario minimo riducono l’occupazione. Studi al riguardo hanno rilevato però che questa preoccupazione è esagerata dato che la disoccupazione dipende da tanti altri fattori come per esempio lo stato dell’economia in generale. La disoccupazione nella città di Seattle, per esempio, era di 2,6 percento l’anno scorso, la metà di quella nazionale.

In realtà, gli aumenti al salario minimo aiutano l’economia dato che questi soldi extra nelle tasche dei poveri vengono spesi subito per necessità basiche, stimolando l’economia. Aiutano anche i beneficiari di questi aumenti a spingerli oltre la soglia di povertà riducendo i bisogni di sussidi governativi, alleggerendo dunque la pressione fiscale sui contribuenti. Le ingenti somme di denaro consegnate ai benestanti e le corporation con la riforma fiscale approvata recentemente a Washington dai repubblicani difficilmente entreranno nell’economia considerata la disoccupazione di 4,1 percento, che molti economisti considerano difficile da migliorare.

L’aspetto da migliorare però è quello della disuguaglianza economica. Gli aumenti al salario minimo rappresentano un piccolo passo in questa direzione e allo stesso tempo comportano anche dividendi politici anche se  non riflessi a livello nazionale. Il 75 percento degli americani, infatti, favorisce l’aumento del salario minimo a 10,10 dollari l’ora mentre il 63 percento sostiene che 15 dollari sia la cifra giusta, secondo uno studio del Pew Research Center.

Le elezioni di midterm di quest’anno si profilano promettenti per i democratici data l’impopolarità di Trump con buone possibilità di conquistare la maggioranza in una o forse ambedue le Camere. La campagna per l’aumento graduale del salario minimo di 15 dollari l’ora potrebbe rivelarsi una della carte vincenti per i democratici.

Domenico Maceri
PhD, University of California

Trump anno uno: poche luci, molte ombre

Donald Trump nomination 1Citando la Fox News Donald Trump in un tweet ha detto che è impossibile “verificare le affermazioni di collusione Trump/Russia” e che la “Fbi è corrotta”. Sembra un messaggio di campagna elettorale ma il 45esimo presidente lo ha mandato qualche giorno fa dopo avere completato il primo anno alla Casa Bianca.

L’inaspettata vittoria nel 2016 continua a dominare i dubbi sulla legittimità del 45esimo presidente specialmente considerando l’ombra del Russiagate. Ciononostante Trump ha nel male e nel bene completato un anno da presidente. Tirando le somme il Paese si trova economicamente bene, ma sotto molti altri aspetti non si vedono che ombre.

L’economia ha continuato a migliorare soprattutto guardando i risultati di Wall Street con un 25 percento di aumento della Dow Jones. La disoccupazione è scesa dal 4,8 al 4,1 percento. Si tratta di numeri che dovrebbero fare piacere al presidente il quale li potrebbe citare ad nauseam per dimostrare che siamo sulla strada giusta. Trump dice molte cose contraddittorie ma per potere vendere la sua riforma fiscale con tagli alle tasse delle corporation e dei benestanti non ha spinto molto sul tasto positivo dell’economia. La riforma fiscale è stata venduta come sprone all’economia e quindi bisogna giustificarla come necessaria per migliorarla. Il fatto che le corporation e i benestanti continuano a possedere montagne di soldi non quadra con la necessità di ridurre le tasse. La parte dell’economia che richiede attenzione verte sulla diseguaglianza che a Trump interessa poco.

C’è poi l’aspetto politico della riforma fiscale. Con la maggioranza di ambedue le Camere e il controllo del potere esecutivo i repubblicani dovevano dimostrare di potere governare ed avevano bisogno di una vittoria. Dopo avere fallito clamorosamente con la revoca dell’Obamacare, silurata al Senato da tre repubblicani, la riduzione delle tasse era il facile gol da segnare dato che i tagli alle imposte fanno piacere a tutti i repubblicani.

La riforma fiscale è però poco popolare con gli americani. L’approvazione si aggira sul 25-30 percento secondo parecchi sondaggi. In effetti, l’americano medio la vede per quello che è, un regalo ai benestanti.

Queste cifre di popolarità si avvicinano a quelle sull’operato di Trump (32-35 percento), numeri bassissimi specialmente se si considera lo stato dell’economia. In linee generali, quando l’economia va bene il presidente riceve il credito anche se il suo impatto potrà essere stato poco influente. Trump infatti ha ricevuto una situazione economica dal predecessore Barack Obama in buono stato. Il 44esimo presidente, invece, aveva ricevuto un’economia a brandelli da George W. Bush. Dopo otto anni di Obama l’economia si trova sulla strada giusta e Trump merita credito per non averla rovinata.

Trump però ha fatto parecchio dal punto di vista sociale a spingere in una direzione negativa. Quando un presidente viene eletto cerca subito di sotterrare la campagna politica e cerca di unificare il Paese sorridendo non solo a quelli che lo hanno votato ma anche a quelli che hanno scelto il suo avversario. Trump non ha dato segnali in questa direzione. Infatti, i suoi continui tweet e i suoi comportamenti spesso poco presidenziali ci ricordano gli atteggiamenti della campagna elettorale. I suoi fedelissimi continuano ad approvare il suo operato ma non è riuscito ad ampliare il suo supporto con gli indipendenti per non parlare dei democratici.

Trump merita credito per avere mantenuto alcune delle sue promesse come ci confermano le sue nomine di giudici. Spicca in questo senso la conferma di Neil Gorsuch alla Corte Suprema che si sta dimostrando conservatore, poco diverso dal suo predecessore Antonin Scalia.

In politica estera il 45esimo presidente ha poco da additare come successi. L’abbandono dell’accordo di Parigi sul riscaldamento globale e quello del TPP, Trans-Pacific Partnership, e la sua spavalderia nella situazione con la Nord Corea faranno sorridere i suoi fedelissimi ma non rassicurano affatto gli alleati americani. La politica estera di Trump ha seguito la sua linea isolazionista di “America First” basata sul concetto che gli altri Paesi si sono approfittati degli Stati Uniti. Il 45esimo presidente sembra non capire che gli Stati Uniti sono il potere globale e come tale non si possono permettere di abbandonare gli alleati anche perché crea spazio ai nostri avversari come la Russia e la Cina a occupare il vuoto politico internazionale.

Nessuna luce per la pace nel Medio Oriente il cui compito era stato dato a Jared Kushner, genero di Trump. La situazione è peggiorata infatti con la dichiarazione di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele. Le Nazioni Unite hanno condannato l’annuncio e Trump ha reagito tagliando i contributi americani all’organizzazione internazionale, confermando i suoi atteggiamenti di leader immaturo.

In sintesi, dopo un anno di Trump alla Casa Bianca, il Paese e il mondo sono meno sicuri per la volubilità del 45esimo presidente. Il pericolo maggiore però rimane nell’incapacità di Trump di accettare la realtà obiettiva e di interpretare gli eventi con il suo filtro di narcisista. Tutto ruota intorno a lui. Se qualcosa non gli va bene lui addossa la responsabilità ad altri spesso attaccando le istituzioni del Paese come la Fbi, la Cia, il potere giudiziario, e spesso anche i leader del suo partito. L’unica eccezione è Vladimir Putin. Il leader russo ha detto più d’una volta a Trump che il suo Paese non ha interferito sull’elezione americana. Trump lo crede dimenticando che Putin è un ex agente della KGB. È strano che il presidente abbia più fiducia in un ex agente della KGB invece delle autorità americane che lavorano per il Paese. È possibile dunque credere Trump?

Domenico Maceri
PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Welcome to Alabama: doppia sconfitta per Trump

MOUNTAIN BROOK, AL - DECEMBER 12:  Democratic senatorial candidate Doug Jones speaks to reporters after voting at Brookwood Baptist Church on December 12, 2017 in Mountain Brook, Alabama. Doug Jones is facing off against Republican Roy Moore in a special election for U.S. Senate.  (Photo by Justin Sullivan/Getty Images)

Photo by Justin Sullivan/Getty Images

“Mentre io vado via un uomo che si è vantato in una registrazione di aggressioni sessuali siede nello studio ovale e un altro che ha molestato adolescenti fa la campagna per il Senato e riceve il completo supporto del suo partito”. Con queste parole Al Franken, senatore democratico del Minnesota, accusato di molestie sessuali, annunciava le sue dimissioni, il giorno prima dell’elezione speciale in Alabama. Franken aveva ragione ma mentre Donald Trump continua ad essere presidente, Roy Moore, il candidato repubblicano in questione, è stato sconfitto dal suo avversario Doug Jones.

Franken però aveva centrato il bersaglio sul fatto che mentre i democratici stanno usando una strategia di accettazione per le loro trasgressioni, i repubblicani, guidati dall’esempio di Trump, continuano a vedere le molestie sessuali solo come una questione politica che può essere contenuta smentendo e attaccando le accusatrici.

Ha funzionato con Trump l’anno scorso con il notissimo Access video in cui si sente l’allora candidato repubblicano di potere fare quello che vuole con le donne dato che lui era una stella. Nel caso di Moore invece la sua strategia di smentire lo ha portato alla sconfitta.

Si tratta di una vittoria storica per i democratici dell’Alabama, una roccaforte repubblicana, in cui i democratici hanno storicamente avuto pochi successi. Si ricorda che nell’elezione presidenziale del 2016 Trump ha sconfitto Hillary Clinton con un margine di 28 punti. Adesso però la sua popolarità è scesa con il 48 percento che lo favoriscono e il 48 percento gli sono contrari. La vittoria di Jones non è stata schiacciante (49,9 a 48,4 percento) ma riflette che qualche cosa sta cambiando e che lo tsunami delle molestie sessuali degli ultimi mesi va considerato seriamente. Non a caso il 56 percento delle donne in Alabama ha votato per Jones mentre Moore ha ricevuto i consensi di 58 percento degli uomini.

I repubblicani vedono le molestie sessuali solo come una delle tante tematiche politiche ma il loro modo di affrontare la questione dovrà costringerli a riconsiderare. È vero che la vittoria di Jones in Alabama non si deve alle molestie sessuale esclusivamente. Altri fattori come la popolarità di Trump a livello nazionale (32 percento favorevoli, 68 percento contrari) ma anche in Alabama (40 percento favorevoli, 33 percento contrari) ha servito da sprone ai sostenitori di Jones. Il forte flusso alle urne degli afro-americani con cifre che rivaleggiano quelle del 2008 e 2012 quando Barack Obama era nelle schede elettorali, ha contribuito notevolmente alla vittoria di Jones.

Ovviamente anche le macchie su Moore per i suoi contatti scorretti con adolescenti, venute a galla per il lavoro investigativo del Washington Post, hanno avuto un forte impatto. Secondo gli exit poll il 51 percento degli elettori ha considerato le accuse su Moore vere o probabilmente vere. Di questi individui il 90 percento ha votato per Jones. Inoltre, l’esperienza di Jones somiglia a un boy scout quando si compara a quella di Moore. Si ricorda che il neoeletto senatore, ex procuratore federale, ha contrastato il suo avversario conducendo una campagna decente basata sul decoro. Inoltre Jones godeva di un’ottima reputazione con gli elettori afro-americani per essere stato il procuratore che una quindicina di anni fa aveva messo in prigione membri del Ku Klux Kan responsabili delle bombe a una chiesa in Birmingham nel 1963 che uccisero quattro bambine.

I repubblicani hanno involontariamente aiutato Jones con i loro comportamenti ambigui ma in generale sostenitori di Moore. Trump nelle primarie aveva sostenuto Luther Strange beccandosi la prima sconfitta data la vittoria di Moore. Nell’elezione generale il 45esimo presidente ha abbracciato Moore facendo anche campagna politica per aiutarlo a vincere attaccando Jones come liberal e debole. Trump ha perso dunque due volte in Alabama.

Il Partito Repubblicano aveva reagito discretamente quando sono venute a galla le accuse di molestie sessuali su Moore. Mitch McConnell aveva dichiarato che lui credeva “le donne” e non Moore. Si era anche parlato di un’inchiesta dell’Ethics Committee su Moore in caso di una sua eventuale vittoria. Il senatore Jef Flake, repubblicano dell’Arizona, aveva persino fatto una piccola donazione alla campagna di Jones per dimostrare le sue distanze da Moore.

Dopo avere negato contributi a Moore per parecchie settimane l’establishment repubblicano ha cambiato rotta e li ha ripristinati anticipando un’eventuale vittoria di Jones come più pericolosa della macchiata vittoria di Moore. Adesso con una maggioranza di solo un seggio al Senato (51-49) McConnell avrà meno opzioni per fare approvare la sua agenda politica. I democratici al Senato hanno già fatto sapere che il disegno di legge sulla riforma fiscale dovrebbe essere rimandato fino a che Jones sia insediato. McConnell invece sta affrettando i tempi per cercare di farlo approvare il più presto possibile.

La sconfitta repubblicana in Alabama, Stato “red” che tipicamente vota repubblicano, si aggiunge a quelle del New Jersey e Virginia il mese scorso. Le recriminazioni fra i repubblicani emerse subito dopo l’elezione di Jones suggeriscono che Trump e il suo partito non abbiano una strategia compatta. Il 45esimo presidente si è già lavato le mani dalla batosta in Alabama dicendo in un tweet che Moore era un candidato debole e per questo aveva offerto il suo endorsement a Strange nelle primarie.

La vittoria di Jones ridurrà la risicata maggioranza repubblicana al Senato di un voto (51 a 49). Le due sconfitte subite nelle elezioni del New Jersey e Virginia il mese scorso e quella recentissima in Alabama ingrandiscono le chance di un’eventuale perdita della maggioranza repubblicana in ambedue le Camere.

Domenico Maceri
PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.