BLOG
Domenico Maceri
Domenico Maceri, PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Sommossa contro Ryan e speranza per i “Dreamers”

dreamers“Non vogliamo mai dare il controllo del calendario legislativo alla minoranza”. Con queste parole, Paul Ryan, cercava di dissuadere un gruppetto di parlamentari repubblicani di raccogliere abbastanza firme per una petizione che sottometterebbe automaticamente al voto alcuni disegni di legge sull’immigrazione. Si tratta di una procedura chiamata “discharge petition” che richiede 218 firme le quali verrebbero da 193 parlamentari democratici e 25 repubblicani. Fino al momento mancano 6 firme repubblicane per raggiugnere il traguardo. Per Ryan sarebbe una sconfitta perché gli toglierebbe il controllo del calendario legislativo che gli spetta come speaker.

I leader della “sommossa” includono un gruppetto di parlamentari repubblicani moderati capeggiati da Carlos Cupelo (Florida), Jeff Denham (California) e Will Hurd (Texas) i quali hanno perso la pazienza con la leadership repubblicana che non ha nessuna intenzione di risolvere la questione dei “Dreamers”. Si tratta, come si sa, di 800mila giovani cresciuti in America ma portati nel Paese dai loro genitori senza documenti. Il presidente Barack Obama aveva offerto loro un visto temporaneo con un ordine esecutivo nel 2012. Il presidente Donald Trump ha abrogato quell’ordine nel 2018 sfidando le due Camere a trovare una soluzione legislativa permanente. La scadenza imposta da Trump è però stata ritardata dal sistema giudiziario e il caso potrebbe andare a finire alla Corte Suprema dando più tempo ai legislatori. Con l’elezione di midterm in cinque mesi Ryan non ha nessuna intenzione di spingere molto per risolvere la questione dei “Dreamers”, una patata bollente con seri costi politici alle urne. Ecco dunque la pressione per la “discharge petition”.

Al momento di scrivere non si sa se il gruppetto di parlamentari “ribelli” riuscirà a trovare le altre sei firme richieste. Un esito positivo aprirebbe le porte al voto a quattro disegni di legge sui “Dreamers”. Tre di questi sono già pronti e riflettono una versione molto conservatrice, una liberal e un’altra più moderata. Un quarto disegno sarebbe a disposizione di Ryan come speaker.

Le possibilità di un percorso totalmente positivo con un susseguente voto al Senato e la firma di Trump sono basse. Si ricorda che nel mese di febbraio il Senato aveva tentato di approvare alcuni disegni di legge per risolvere la situazione dei “Dreamers” senza alcun esito positivo.

Non si sa come andrà a finire alla Camera. Ciononostante, l’idea di coinvolgere i democratici con una parte dei repubblicani, mettendo da parte Ryan e la maggioranza repubblicana, potrebbe essere la strada bipartisan giusta. Comunque vada il gruppo di moderati “ribelli” ci guadagnerebbe. Anche se il disegno di legge non verrebbe approvato dal Senato per poi arrivare alla scrivania di Trump per la sua firma, il fatto di un semplice voto aiuterebbe politicamente i fautori poiché segnerebbero gol politici. Un punto di grande utilità per le prossime elezioni di midterm considerando il fatto che molti di questi repubblicani moderati devono correre in distretti congressuali in bilico. Inoltre, non esiste pericolo di ritorsioni per il loro atto ribelle dato che Ryan ha già annunciato di lasciare la Camera e il suo incarico di speaker alla fine di questa legislatura. Per la leadership repubblicana però si tratta di un passo tutt’altro che positivo poiché il piano della “discharge petition” conferma la confusione nei vertici della maggioranza repubblicana alla Camera e soprattutto la debolezza di Ryan.

Lo speaker da parte sua ha cercato di spiegare la riluttanza a un voto sull’immigrazione dicendo che non vuole perdere un sacco di tempo se non ha assicurazioni dalla Casa Bianca che Trump firmerebbe la legge. Non ha tutti i torti. Le posizioni del 45esimo presidente sulla questione dei “Dreamers” sono altalenanti con tutte le sfumature possibili dal suo grande amore per i giovani immigrati alla sua domanda che metteva l’immigrazione in dubbio perché gli Stati Uniti accettano immigrati di “paesi di m…da”.

D’altra parte però quando Barack Obama era presidente Ryan e i repubblicani approvarono una sessantina di voti per abrogare l’Obamacare, la riforma sanitaria, sapendo benissimo che l’allora presidente avrebbe imposto il suo veto. Poco importava però dato che l’idea dei voti era solo di ricordare agli elettori di tendenza repubblicana che tutta la colpa era del presidente democratico e sottolineare l’importanza della conquista repubblicana della Casa Bianca. Una volta eletto Trump e il controllo repubblicano delle due Camere, Ryan e compagnia non sono riusciti a mandare in porto la revoca della loro odiata Obamacare, paradossalmente un bene per il Paese poiché continua a fornire assicurazione medica a più di venti milioni di persone.

In passato Ryan aveva speso parole comprensive sui “Dreamers”. Da speaker però non fatto nulla. I moderati “ribelli” non avranno successo ma almeno, nel bene e nel male, ci stanno provando.

Domenico Maceri
PhD, University of California

La credibilità di Trump in caduta libera

trump dazi“Fu lui a dettare l’intera lettera. Non l’ho scritta io”. Così il dottor Harold Bornstein, ex medico personale di Donald Trump, mentre spiegava alla Cnn che la lettera resa pubblica nel dicembre del 2015 sull’eccellente salute dell’allora candidato presidenziale repubblicano era uscita dalla bocca del 45esimo presidente. Lo si era già sospettato all’epoca considerando tutti i superlativi sulla condizione fisica di Trump che riflettevano lo stile reboante dell’attuale inquilino della Casa Bianca. Adesso sappiamo con certezza che si trattava di una falsità nonostante la firma del medico.
Il responsabile legale della lettera è il dottor Bornstein, ovviamente, ma Trump ha anche le responsabilità principali per la falsità. Si tratta in realtà di menzogne tipiche della sua campagna elettorale che sono continuate e infatti aumentate dopo l’elezione. In 466 giorni di presidenza Trump ha accumulato più di 3000 menzogne o dichiarazioni fuorvianti, secondo il fact-checking del Washington Post. All’inizio del conteggio Trump diceva una media di 4,9 falsità al giorno ma poi la cifra è arrivata a 6,5 al giorno e da due mesi è aumentata ancora a 9 al giorno. Ciononostante, l’82 percento degli elettori repubblicani approva l’operato di Trump. Le menzogne non sembrano importare e Trump continua a essere più spudorato nelle sue asserzioni fasulle. Una delle più recenti è stata di smentire se stesso dichiarando che nel caso di Stormy Daniels, la pornostar con cui ha avuto un rapporto, l’avvocato Michael Cohen è stato ripagato da Trump per i 130mila dollari dati alla Daniels per mantenere il silenzio.
Il rapporto fra politici e verità sempre suscita dubbi. Non pochi elettori credono che i politici dicano cose false durante la campagna elettorale e poi una volta finita l’elezione i vincitori si sposteranno verso posizioni che riflettono, anche se non completamente, la verità. Trump è un caso anomalo nel senso che la frequenza e il numero delle sue menzogne sono aumentate dopo la conquista della Casa Bianca. I suoi sostenitori non sembrano avere notato e continuano a fare quadrato attorno al loro prescelto. Non sono i soli ma nel caso di Trump si tratta di una situazione in cui i sostenitori sembrano essere completamente nel suo campo e lui lo sa. Durante la campagna elettorale Trump ha detto che potrebbe anche sparare qualcuno senza perdere voti. Un’esagerazione che grazie a Dio non è mai stata messa alla prova.
Il professor Daniel Effron della London Business School ha studiato perché gli elettori continuano a sostenere un candidato anche quando sanno che mente. Usando un campione di quasi 3000 individui di diverse persuasioni politiche Effron ha chiesto di leggere una serie di asserzioni false. Nonostante la falsità, chiarita in partenza ai partecipanti, le asserzioni false di Trump non dispiacquero ai suoi sostenitori. Gli fu poi chiesto di considerare se le asserzioni ovviamente false potrebbero essere vere in circostanze diverse. Questa possibilità di classificare il valore etico delle falsità ha chiarito ai ricercatori che gli elettori cercano candidati che confermino i loro giudizi morali.
Trump e i suoi collaboratori hanno intuito che i loro sostenitori possono essere mantenuti fedeli suggerendo possibilità quando confrontati con ovvie menzogne. Nel caso della falsità di un video su presunti terroristi musulmani pubblicizzato da Trump, per esempio, Sara Huckabee Sanders, portavoce del 45esimo presidente, ha chiarito che poco importa se il video sia vero o no. Ciò che importa è che “la minaccia è vera”. La paura del terrorismo è già ingranata nella mente e basta la ripetizione, vera o fasulla, per la conferma del pregiudizio.
In un altro caso simile, confrontata con un’ovvia falsità, Kellyanne Conway, una consigliera di Trump, ha detto che il 45esimo presidente parlava di “fatti alternativi” quando ha dichiarato falsamente che la folla al suo insediamento era la più grande nella storia americana.
Questa tecnica di insabbiare le acque ingarbugliando verità e falsità è stata utile a Trump a farsi eleggere e mantenersi in potere. Sfortunatamente questo approccio si scontra a volte con una realtà difficile da manipolare. Trump aveva detto di non avere avuto rapporti con Stormy Daniels ma adesso si sa che aveva mentito.
I suoi sostenitori continueranno a supportarlo ma i media conservatori hanno cominciato a dimostrare di avere perso la pazienza. Il Wall Street Journal, grande sostenitore di Trump, commentando il caso di Stormy Daniels, ha detto che le asserzioni del presidente erano false. La critica più aspra però è venuta a galla dalla Fox News, rete televisiva molto amica di Trump. Il conduttore Neil Cavuto, sostenitore di Trump, in una recente trasmissione, ha rilevato una lista di asserzioni dubbie dell’attuale inquilino alla Casa Bianca. Cavuto ha accusato Trump di “essere troppo occupato ad asciugare il pantano che non ha il tempo per sentire la puzza che lui stesso sta creando” e che “il pantano è di proprietà” di Trump. Cavuto ha concluso dicendo che lui non è lì per “fornire lezioni, solo i fatti” continuando che “le parole sono importanti”.
Le parole del presidente sono importanti non solo per gli americani ma anche per i leader dei Paesi del resto del globo. Trump ha già annunciato di lasciare l’accordo sul nucleare raggiunto con l’Iran, dando un chiaro segnale che non solo le parole ma anche i trattati firmati dall’America possono essere stracciati. Kim Jong-un, il leader della Corea del Nord, ha dato indicazioni che sarebbe disposto alla denuclearizzazione del suo Paese richiedendo però una promessa di Trump che non invaderebbe il suo Paese. La parola di Trump? Anche se lo promette, lo potranno credere?

Domenico Maceri
PhD, University of California

La questione della lingua: troppo inglese in italiano

Lingua-Inglese

Alcuni mesi prima dell’elezione italiana avvenuta il 4 marzo 2018, Luigi Di Maio rinunciò a un confronto televisivo con Matteo Renzi dicendo che dopo i risultati delle elezioni in Sicilia il segretario del Partito Democratico non era più il suo “competitor”.  I sondaggi favorivano Di Maio e quindi si rese conto che un dibattito avrebbe fornito vantaggi a  Renzi. Pochi giorni dopo il rifiuto, Di Maio usò lo stesso termine per riferirsi all’astensione al voto come “l’unico competitor”.

In inglese “competitor” si usa per concorrenza, specialmente di tipo aziendale. In politica si usa il termine “opponent”. Si sbaglia dunque quando si usa “competitor” in italiano in queste circostanze? In un certo senso sì non solo perché riflette poca conoscenza dell’inglese ma specialmente perché l’italiano già possiede l’ottima alternativa di “avversario” che fa al caso.

Di Maio non differisce da altri politici italiani a spruzzare il suo linguaggio con espressioni inglesi. Si ricorda ovviamente il “Jobs Act” di Renzi, la “stepchild adoption” (l’adozione di figli minori di un partner) come pure “spending review, welfare, coming out,  foreign fighters, low cost, spread”, e tanti altri. E ovviamente, il centrodestra nella recente campagna elettorale ha fatto di “flat tax” il suo cavallo di battaglia. Usare un’espressione inglese sembra dare l’impressione di aggiungere una certa rispettabilità o freschezza, suggerendo che la lingua italiana sia poco efficace o povera.  In realtà itermini inglesi  oscurano il significato, spesso confondendo i cittadini, creando un linguaggio nebuloso  anche se potenzialmente piacevole e a volte anche misteriosamente attraente. È vero? Andare a un “party” è più divertente che “una festa”?  “Team e fake news” invece di “squadra e bufale, falsità, o balle” comunicano meglio?

Tutte le lingue fanno uso di prestiti linguistici per buonissime ragioni specialmente quando si tratta di nuovi concetti o nuove realtà create da una lingua e cultura potente come lo è di questi giorni l’inglese. Logico dunque che in italiano si dica “web” invece  di “rete” poiché l’originale inglese si riferisce a una nuova realtà. L’uso di “endorsement” per dire “sostegno o appoggio politico” si potrebbe accettare perché più evocativo, riflettente anche una realtà più amplia di concordanza politica.

Scrivendo sulla politica americana si può facilmente accettare il termine “speaker” per riferirsi all’incarico di presidente della Camera attualmente occupato da Paul Ryan. I sistemi politici sono diversi e l’uso di “speaker” si applica al ruolo specifico della Camera americana. Si potrebbe anche accettare “corner” invece di “calcio d’angolo” perché più economico specialmente nel linguaggio frettoloso di un commentatore televisivo o radiofonico. La frettolosità però spesso impoverisce la lingua italiana storpiando vocaboli già esistenti  e indebolendoli senza cogliere la completa realtà. Quando il presidente americano Donald Trump chiese “loyalty” a Jim Comey, direttore della Fbi, la maggior parte dei cronisti italiani lo tradussero con “lealtà” invece del termine più appropriato “fedeltà”.

In tempi passati il dominio culturale della nostra lingua ha contribuito notevoli prestiti ad altre lingue europee. Basta solo pensare al campo della musica e dell’arte dove per molte lingue sarebbe difficile comunicare senza i termini in lingua italiana. Si ricorda che non pochi compositori stranieri come Handel, Gluck e Mozart scrissero opere liriche in italiano perché il mondo dell’opera era dominato dalla nostra lingua per ragioni artistiche ma anche commerciali. Il pubblico si aspettava opere liriche solo in italiano ma ovviamente, poco a poco, si scrissero opere in altre lingue senza però togliere il prestigio e l’influenza della nostra lingua nel mondo dell’opera.

Negli ultimi decenni però, la lingua inglese è divenuta la lingua franca mondiale in molti campi considerando il potere economico, politico, e sociale del mondo anglosassone. In alcune università italiane, come il Politecnico di Milano,  si sta parlando seriamente di insegnare alcuni corsi di lauree magistrali e dottorati completamente in inglese.
Questo strapotere della lingua inglese e l’incremento di termini inglesi che arricchiscono il vocabolario italiano ma anche quello di altre lingue ha già causato non poche preoccupazioni anche se la grammatica non viene influenzata.
L’uso di parole straniere a volte è necessario ma sembra che di questi giorni si esageri. I leader politici dovrebbero essere in prima fila a difendere la lingua italiana invece di cadere nella tentazione di “competitor, jobs act e flat tax” nel loro sforzo disperato di racimolare alcuni voti extra. La lingua italiana è bella ed espressiva e l’uso di termini stranieri solo per apparire chic la abbruttisce. Non si suggerisce una crociata sciovinista contro i termini stranieri ma un po’ di misura sarebbe utile. I prestiti linguistici sono accettabili solo quando ampliano il vocabolario già esistente invece di rimpiazzare termini già consacrati nella nostra lingua. I politici italiani che tanto dicono di preoccuparsi dell’Italia dovrebbero anche includere la nostra bella lingua. Tutti quelli che usano la lingua come strumento di lavoro dovrebbero anche astenersi dalle facili cadute in anglicismi non necessari.

Alla fine però la lingua italiana è resiliente e non corre nessun pericolo di essere sopraffatta e annientata dai prestiti linguistici che poco a poco vengono plasmati assumendo “cittadinanza” italiana senza però alcun impatto nella grammatica italiana.

Domenico Maceri
PhD, University of California

Donald Trump e James Comey: incontri e scontri

trump comey

“La avevo nominata Direttore della Fbi per la sua integrità e competenza. Nulla è successo, nulla, nel corso dell’anno scorso che ha cambiato la mia opinione”. Ecco come il presidente degli Stati Uniti si è rivolto a James Comey. No, non è Donald Trump, ovviamente. Si tratta di Barack Obama in un incontro con Comey subito dopo l’elezione del 2016. Il 44esimo presidente non ha giudicato nel bene o nel male la condotta di Comey nel caso delle e-mail di Hillary Clinton che ebbe un effetto positivo ad aiutare Trump a vincere l’elezione.

I rapporti fra Comey e Trump, invece, non sono stati caratterizzati da questo tipo di cordialità. Con la pubblicazione del libro di Comey “A Higher Loyalty”, altre informazioni sono emerse che ci chiariscono gli incontri e gli scontri con Trump. L’iniziale faccia a faccia tra i due è avvenuto alla Trump Tower prima dell’insediamento di Trump come presidente. I vertici delle agenzie di intelligence avevano incaricato Comey di informare il neoeletto presidente della possibile situazione scandalosa con prostitute russe che era stata identificata anche se non confermata. Comey ha chiarito che se i russi avevano prove di questa situazione potrebbero essere compromettenti e usate per ricattare il presidente degli Stati Uniti. Trump non ha dato l’impressione di preoccuparsi, ma, secondo Comey, era interessato a confermare che non vi era stata collusione con la Russia.

Pochi giorni dopo BuzzFeed pubblicò i contenuti del dossier preparato dal 007 inglese Christopher Steele che includeva la scena potenzialmente scandalosa di Trump con prostitute russe. I contenuti scabrosi del dossier non erano stati verificati completamente dalla Fbi e tutt’ora non lo sono ma altre parti sono state accertate.

In un susseguente incontro a cena, tenutosi alla Casa Bianca, Trump iniziò la conversazione con la bellezza della sua dimora temporanea ma subito dopo chiese a Comey cosa volesse fare con il suo incarico di direttore della Fbi. Trump chiarì che molte persone volevano il posto. Il soggetto sorprese Comey perché in precedenza Trump aveva lodato il suo lavoro. Adesso sembrava che il presidente volesse la conferma che Comey intendesse restare. In effetti, Trump voleva ripetergli che lui era il capo e il direttore della Fbi lavorava per lui. Ne seguì che Trump gli chiese “loyalty”, tradotto erroneamente come “lealtà” da molti cronisti in lingua italiana, ma che invece di tratta di “fedeltà”. Comey rispose che lui gli avrebbe dato “onestà leale”. Trump non capiva o non voleva capire che, nonostante i poteri presidenziali, il direttore della Fbi e il Dipartimento di Giustizia devono svolgere compiti che obbediscono le leggi del Paese che a volte non coincidono con i desideri o gli interessi del presidente.

Comey, conoscendo la reputazione di Trump di dire cose contraddittorie, decise che doveva prendere appunti dei suoi incontri con il presidente in cui non c’erano testimoni. Fece proprio quello. Mise una copia dei suoi appunti nella cassaforte personale e un’altra negli uffici della Fbi.

In una riunione alla Casa Bianca, Trump chiese a parecchi collaboratori di uscire dalla sala perché voleva parlare da solo con Comey. In questo faccia a faccia il 45esimo presidente chiese a Comey di lasciare andare l’indagine su Mike Flynn perché il suo ex consigliere di sicurezza nazionale era “una brava persona”. Comey acconsentì che Flynn era una brava persona e interpretò la richiesta come un ordine che lui non potè eseguire perché si trattava di un’indagine criminale. Anche se il presidente degli Stati Uniti fa una simile richiesta la Fbi non può seguire il suggerimento o ordine che sia.

I contatti fra i due continuarono mediante chiamate telefoniche nel mese di marzo del 2017. Adesso Trump sembrava agitato. Nel frattempo Comey aveva deposto al Congresso confermando per la prima volta che il Dipartimento di Giustizia aveva aperto un’indagine per verificare se collaboratori della campagna elettorale di Trump avevano avuto contatti con funzionari russi. Trump vedeva queste informazioni sulla Russia come distrazioni del suo governo. Voleva che l’ombra di questo tema fosse eliminato per potere governare in modo efficace per il bene del Paese. Voleva anche che fosse annunciato che lui, in persona, non era sotto indagine.

In un’intervista alla Abc, Comey ha spiegato che non poteva fare tale dichiarazione perché avrebbe dovuto fare la stessa cosa con il vice presidente ed altri. Il compito della Fbi non è di annunciare al mondo chi non è sotto indagine. Le indagini vengono fatte in segreto e poi non si sa nulla a meno che qualcuno venga incriminato.

Nell’ultima telefonata di Trump il presidente voleva sapere da Comey che cosa avesse fatto per comunicare che lui non era sotto indagine. Comey spiegò che ne aveva parlato con i suoi superiori al Dipartimento di Giustizia e che spettava a loro fare una dichiarazione del genere.

Il 9 maggio del 2017, mentre si trovava a Los Angeles, Comey viene a sapere da un annuncio televisivo che Trump lo aveva licenziato. I contatti fra i due finirono ma i tweet velenosi di Trump contro Comey, attaccandolo personalmente, vennero fuori a raffica dopo il licenziamento nel maggio del 2017 e anche dopo la pubblicazione del libro dell’aprile 2018. Trump credeva che licenziando Comey avrebbe bloccato l’indagine del Russiagate. Si è sbagliato poiché Rod Rosenstein, vice procuratore generale, ha dato l’incarico di procuratore speciale a Robert Mueller di investigare la possibile influenza della Russia nell’elezione del 2016. In ogni modo si teme che Trump possa licenziare anche Mueller. Per questa ragione la Commissione Giudiziaria al Senato, dominata dai repubblicani, ha approvato (12 sì, 7 no) un disegno di legge che impedirebbe a Trump di licenziare Mueller. Anche se il disegno di legge sarà approvato dal Senato e poi alla Camera richiederebbe la firma di Trump che probabilmente non concederebbe. Ciononostante una legge del genere manderebbe un messaggio eloquente a Trump di non toccare Mueller.

Domenico Maceri
PhD, University of California

Altra tegola per Donald Trump: Paul Ryan lascia

Paul Ryan

“Qui ho compiuto molto di quello che mi ero proposto e i miei figli continuano a crescere”. Con queste parole Paul Ryan, annunciava che alla fine di questa legislazione lascerà il suo incarico di parlamentare e di speaker della Camera. Parlare della famiglia al momento di uscire dalla scena politica sembra essere divenuto quasi banale. Per quanto riguarda i risultati si tratta di una storia molto diversa.

Ryan fu eletto alla Camera per la prima volta nel 1998 all’età di 28 anni e rieletto ogni due anni, l’ultima delle quali nel 2016. Nel 2007 fu nominato presidente della potente Commissione del Bilancio alla Camera e nel 2012 fu scelto da Mitt Romney come suo vice nella corsa presidenziale, vinta alla fine da Barack Obama. Poi nel 2015, dopo le dimissioni di John Boehner, speaker della Camera, Ryan fu eletto a sostituirlo anche se lo fece con poco entusiasmo, accettando l’incarico per mettere fine alle “guerre” interne del Partito Repubblicano.

Ryan ci ha spiegato di essere soddisfatto del suo lavoro alla Camera ma un’analisi delle sue idee e piani ci chiarisce che è riuscito a fare ben poco di quello che si era proposto. Ryan era grande ammiratore di Ayn Rand, la scrittrice americana di origini russe, la quale sosteneva la virtù dell’egoismo etico rifiutando l’altruismo. Partendo da queso principio si capisce la filosofia politica di Ryan il quale ha sempre auspicato i tagli fiscali e di conseguenza la riduzione dei programmi sociali. Ryan crede che i poveri non vanno aiutati con programmi governativi perché tolgono l’incentivo per fare progressi economici e sociali. Ryan ha sempre voluto spingere per riformare il programma di Social Security e il Medicare privatizzandoli, preoccupandosi anche del deficit e del debito federale. L’insostenibilità di queste spese governative, secondo Ryan, doveva condurre a tagli costanti i quali sarebbero stati accompagnati da riforme ai programmi sociali, il metodo migliore per aiutare le classi povere.

I successi legislativi di Ryan sono però limitatissimi. Ha fallito persino con la revoca della tanto odiata Obamacare, la riforma sanitaria di Obama. Ryan da speaker, era riuscito a farla revocare alla Camera, ma appena il disegno di legge arrivò al Senato fu bocciato anche se con un margine risicato (51 no, 49 sì). Nonostante la maggioranza in ambedue le Camere e il controllo della Casa Bianca, Ryan e il suo partito hanno fatto poco per fare approvare le loro leggi. L’eccezione, come si ricorda, è stata la riforma fiscale del 2017 che ha tagliato le imposte principalmente a beneficio delle corporation e le classi abbienti. Il tanto odiato deficit di Ryan però è rimasto vivo diminuendo solo nell’amministrazione di Obama a 438 miliardi per il 2015. Nel 2016 è aumentato a 584 miliardi e nel 2017 a 666 miliardi. Aumenterà ancora nel 2018 a 800 miliardi e 1000 miliardi nel 2020. Il debito pubblico è anche aumentato a più di 20000 miliardi.  Per quanto riguarda il Social Security e il Medicare, Ryan non è riuscito a toccarli perché troppo popolari e il suo partito li ha considerati politicamente tossici. Un bilancio dunque che riflette poco dei successi citati da Ryan nel suo annuncio di lasciare la politica.

Il più grande demerito di Ryan però si trova nella sua debole difesa dei valori dell’establishment repubblicano messi da parte per l’arrivo del ciclone Donald Trump.  Durante la campagna elettorale del 2016 Ryan ha cercato, anche se debolmente, di prendere le distanze da alcune delle dichiarazioni più offensive del tycoon dicendo che non riflettono i valori del Partito Repubblicano. Dopo l’elezione, però, Ryan ha fatto quello che voleva il 45esimo presidente mettendo da parte le riforme tanto sognate sul Social Security e Medicare perché mancava il supporto della Casa Bianca. In effetti, Ryan è divenuto “soldato” di Trump riconoscendo la sconfitta dell’establishment repubblicano e accettando le vicissitudini dell’inquilino della Casa Bianca.

L’uscita di scena di Ryan si aggiunge a quelle di più di 40 altri parlamentari che non correranno per rielezione  nel mese di novembre. La rinuncia di Ryan è la più visibile e potrebbe incoraggiare altri a seguire il suo esempio. Si prevede una vittoria democratica alle elezioni di midterm a novembre e una susseguente conquista della maggioranza della Camera e forse anche del Senato. L’assenza di Ryan è stata interpretata da alcuni come una maniera di evitare la macchia del probabile tracollo e essere considerato responsabile  per la disfatta. Ciononostante, Ryan ha dato tutte le indicazioni che parteciperà alla campagna politica aiutando i candidati repubblicani, suscitando però seri dubbi sull’efficacia dei suoi contributi. I grossi donatori del Partito Repubblicano hanno già cominciato ad esprimere seri dubbi che i loro investimenti porteranno i frutti desiderati.

 Alcuni leader del Partito Repubblicano spingeranno però per le sue dimissioni anticipate da speaker perché da anatra zoppa potrebbe fare ben poco per aiutare i candidati repubblicani a esiti positivi alle urne. Inoltre l’uscita di scena dello speaker creerà un’altra contesa fra le due ali del Partito Repubblicano per la  sostituzione di Ryan. Una battaglia che i repubblicani avrebbero voluto risparmiarsi poiché intorbidisce le acque in un momento critico in cui si dovrebbero spendere tutte le energie a evitare la perdita della maggioranza alla Camera.

Appena sentito l’annuncio delle dimissioni di Ryan, Randy Price, il candidato democratico nel distretto dello speaker, ha dichiarato che la loro meta era di “revocare e rimpiazzare” il loro avversario. Price ha continuato dicendo che con le dimissioni “la revoca” è stata compiuta; rimane solo vincere a novembre e completare con la sostituzione.

Domenico Maceri
PhD, University of California

Donald Trump militarizza il confine col Messico

muro-messico“Non ho nessuna intenzione di permettere alla guardia nazionale dell’Oregon di essere usata come distrazione dai problemi di Washington”. Con queste parole, Kate Brown, democratica, governatrice dell’Oregon, si è rifiutata di accedere alla richiesta di Donald Trump vedendola come un tentativo di “militarizzare il confine col Messico”.  Susana Martinez, Greg Abbott e Doug Ducey, tutti repubblicani,  rispettivi governatori del New Mexico, Texas e Arizona, hanno invece accettato la richiesta di Donald Trump per mantenere la sicurezza al confine. Brian Sandoval, il governatore repubblicano del Nevada, invece si è dichiarato contrario. lI governatore della California, Jerry Brown, democratico, non si è ancora pronunciato ma il silenzio ci fa intendere che si opporrebbe anche lui.

Dopo avere visto alla Fox News una storia  su una carovana di migranti dell’America Centrale che era entrata nel Messico e si stava muovendo verso gli Stati Uniti, Trump ha deciso che bisognava agire per fermarli. Il 45esimo presidente è ritornato a premere su uno dei temi di campagna elettorale, parlando di invasione di immigrati e dell’importanza di fermarli per controllare le frontiere. Alcuni analisti, come Ann Coulter, grande sostenitrice di Trump, in un’intervista al New York Times, ha fatto notare che durante la campagna elettorale Trump aveva ripetuto ad nauseam la costruzione del muro al confine col Messico ma non è riuscito a mantenere la promessa. La “crisi” alla frontiera va vista dunque in questa luce di soddisfare i bisogni della base del presidente.

Trump, infatti, ha implicitamente riconosciuto questa situazione quando ha minacciato di non firmare la manovra del bilancio perché non includeva i fondi per il muro al confine. Un’altra riserva di Trump sulla legge era la mancata inclusione di risolvere la questione del Daca, l’ordine esecutivo di Barack Obama che protegge temporaneamente i giovani portati in America dai loro genitori senza documenti. Dopo avere addossato la colpa ai democratici, Trump ha alla fine firmato la legge perché, secondo lui, migliorava il bilancio delle forze armate.

Trump, considerandosi grande negoziatore, avrebbe potuto intervenire e affrontare questi punti ma non lo ha fatto, rimanendo in disparte. Dopo ha però espresso le sue forti delusioni su Paul Ryan, speaker della Camera, e Mitch McConnell, presidente del Senato. La manovra fiscale di 1300 miliardi di dollari  include però 1,6 miliardi per barriere al confine che equivalgono a delle briciole considerando i 25 miliardi che la Casa Bianca aveva richiesto. Se il muro e la soluzione al Daca fossero stati temi importanti, Trump avrebbe potuto spingere di più per ottenerli.

La carovana di un migliaio di migranti che sfuggono dalla violenza dell’Honduras e altri Paesi centroamericani però ha offerto al 45esimo presidente la scusa per agire. In una lunga serie di tweet velenosi, tipici del suo stile senza filtri, Trump ha accusato le inefficienti leggi americane che impediscono alla polizia di frontiera di compiere il loro lavoro a causa dei “deboli democratici”. L’inquilino della Casa Bianca ha mostrato la sua frustrazione minacciando la fine del Daca e di togliere i contributi americani all’Honduras. Trump ha anche accusato il Messico di dare il via libero ai profughi per raggiungere gli Stati Uniti minacciando anche di eliminare il Nafta.

Quando Trump non riesce a compiere qualcosa ritorna alla strategia accusatoria della campagna elettorale usando lo stesso linguaggio che tanto fa piacere ai suoi sostenitori, la cui visione del mondo è parente molto distante dalla realtà obiettiva. Il migliaio di profughi entrati in Messico consiste di 300 bambini, 400 donne e il resto uomini, maggiormente dell’Honduras, che sfuggono da un Paese pieno di corruzione, violenza politica e numerosissimi omicidi. I migranti viaggiano insieme per ragioni di sicurezza e proteggersi da stupri e altri pericoli, secondo un cronista del New York Times che ha visitato il complesso sportivo in Messico in cui i profughi si sono fermati. Non cercano la protezione del Daca, come ha indicato Trump in suo tweet, programma che copre giovani residenti  negli Stati Uniti dal 2007.

Il Messico ha già deportato 400 di questi individui della carovana e sta negoziando con i rimanenti per vedere se qualificano per lo status di rifugiati in Messico o negli Stati Uniti. In alcuni casi, funzionari messicani hanno distribuito permessi di transito validi per 20 giorni, dando tempo per lasciare il Paese o fare domanda di asilo politico in Messico. Altri stanno consultando con avvocati in Messico per cercare di determinare se i loro casi specifici sarebbero validi per status di rifugiati in America o scegliere di rimanere in Messico. Gli organizzatori della carovana, un evento annuale durante le feste di Pasqua, intendono attirare attenzione sulla triste situazione dei profughi. Si tratta dunque di un problema umanitario invece di un pericolo di sicurezza.

Trump ha però attaccato questi vulnerabili individui aggiungendo 4mila membri della guardia nazionale ai 20mila poliziotti della frontiera. Lo ha spiegato come un “muro” umano finché si costruirà quello che lui ha promesso in campagna elettorale. I numeri però non giustificano questa militarizzazione della frontiera. Gli arresti al confine infatti sono scesi da 700mila nel 2008 a 400mila nel 2016 durante la presidenza di Obama. Nel 2017 il numero di individui fermati è sceso a 300mila, il più basso in 46 anni.

Si potrà capire la frustrazione di un presidente americano dalla complessità del problema migratorio. Obama, con una legislatura repubblicana intransigente, cercò di fare il possibile per migliorare la situazione con il suo ordine esecutivo sul Daca. Trump, partendo da una visione fasulla della realtà, ha parlato di chiudere la frontiera con un muro per bloccare le entrate, rifugiandosi nel suo slogan di “America first” e al diavolo il resto del mondo. Una migliore strategia sarebbe invece di aiutare gli honduregni a risolvere la critica situazione del loro Paese offrendogli alternative a casa loro invece di sentirsi costretti a intraprendere un lungo e pericoloso viaggio come soluzione.

Domenico Maceri
PhD, University of California

Trump e il censimento come arma politica

BOSTON - MAY 22: Secretary of State William Galvin gestures outside of the Massachusetts Archives Building in Boston, May 22, 2013. (Photo by Jessica Rinaldi for The Boston Globe via Getty Images)

BOSTON – MAY 22: Secretary of State William Galvin gestures outside of the Massachusetts Archives Building in Boston, May 22, 2013. (Photo by Jessica Rinaldi for The Boston Globe via Getty Images)

“Si tratta di un ovvio tentativo dell’amministrazione Trump di spaventare i gruppi minoritari da essere contanti”. Con queste parole il Segretario di Stato del Massachusetts William Galvin spiegava la decisione della Casa Bianca di includere una domanda sulla cittadinanza nel questionario del censimento che si svolgerà nel 2020.

La domanda di cittadinanza nel censimento americano fu usata molti anni fa, ma da 70 anni era caduta in disuso per svolgere un conteggio accurato senza intimorire nessuno. La seconda sezione dell’articolo uno della costituzione americana richiede una completa enumerazione della gente onde stabilire con precisione il numero di seggi al Congresso che spettano ai differenti Stati. Gli Stati che subiscono cambiamenti demografici in ascesa possono ottenere più seggi secondo il censimento decennale mentre altri Stati possono perderne. I seggi non sono basati sul numero di individui in possesso di cittadinanza ma sul numero totale di residenti che includono anche immigrati autorizzati e irregolari senza riguardo di diritto al voto. L’idea è che tutti i residenti, eleggibili al voto o no per ragioni di età o cittadinanza, fanno parte del Paese e hanno diritto a essere rappresentati al Congresso. Un diritto legale confermato anche dalla Corte Suprema in una decisione del 2016 secondo cui i funzionari eletti devono “servire tutti i residenti, non solo quelli eleggibili al voto o registrati per votare”.

L’inclusione della domanda di cittadinanza ha causato serie preoccupazioni perché si crede che creerà costernazione nelle comunità con molti immigrati. Si prevede un conteggio incompleto che apporterà seri danni agli Stati con forti popolazioni di immigrati. Si sapeva già che anche con il sistema precedente l’enumerazione non era mai completa specialmente nelle comunità abitate da poveri e immigrati. Secondo uno studio, infatti, nel censimento del 2010 il 2,1 percento degli afro-americani e l’uno percento degli ispanici non sono stati contati. Con il clima antagonistico verso gli immigrati dell’amministrazione Trump, sia regolari ma anche no, la cooperazione con le autorità per fornire informazioni causa più tensione. I questionari del censimento sono inviati con la posta ma in caso di mancata risposta vengono seguiti da visite alle residenze private. Nelle famiglie miste con alcuni cittadini ed altri senza cittadinanza o senza permesso di residenza legale emergerebbero preoccupazioni temendo che le informazioni fornite potrebbero condurre alla deportazione. La domanda sulla cittadinanza ridurrà il numero di risposte e quindi si andrà a finire con un’enumerazione incompleta.

Non sorprende dunque che una dozzina di Stati abbiano già denunciato il governo federale. La California in primis ma anche altri Stati liberal con notevoli gruppi di residenti immigrati come New York,

Massachusetts, New Jersey, Connecticut, Illinois e Washington si sono uniti in una denuncia multi-statale. La denuncia si basa sul principio costituzionale che richiede un’enumerazione completa di tutti i residenti ma ovviamente anche su altri motivi. La California, per esempio, potrebbe perdere un seggio al Congresso in caso di riduzione di partecipazione al censimento. Inoltre il numero di residenti rivelati dal censimento contribuisce alla revisione dei distretti congressuali. Si tratta anche di una questione di fondi poiché il governo federale contribuisce denaro agli Stati secondo il numero dei residenti. I risultati del censimento determinano anche contributi alle scuole, cliniche, e un numero importante di studi che alla fine determineranno la politica e leggi federali.

L’inclusione della domanda di cittadinanza ha diviso i due maggiori partiti. I democratici si sono schierati contro temendo ripercussioni negative per il loro partito ma anche per questione di giustizia. Altri gruppi di tendenze liberal ma alcuni non-partisan come la NAACP, l’AARP, la League of Women Voters, l’Education Fund e la Mexican American Defense Fund hanno dichiarato la loro opposizione. Il fatto che 6 degli ex direttori del Census Bureau, l’agenzia del censimento, alcuni democratici ma anche repubblicani si sono opposti, ci conferma che l’inclusione della domanda sulla cittadinanza causerebbe problemi.

La leadership del Partito Repubblicano ha invece applaudito la decisione dell’amministrazione Trump anche se un’enumerazione incompleta avrebbe anche effetti negativi su alcuni red states, Stati con maggioranze repubblicane. Il senatore Ted Cruz, repubblicano del Texas, per esempio, favorisce l’inclusione della domanda nonostante il fatto che il suo Stato potrebbe perdere tre seggi al Congresso con un censimento incompleto. Perderebbero fondi e rappresentanza adeguata anche zone con maggioranze repubblicane in parecchie metropoli come Houston, Dallas e Austin (Texas) ma anche Atlanta (Georgia), Miami, Orlando (Florida) e Phoenix (Arizona) con forti presenze di immigrati.

Tutto sommato, i repubblicani ci guadagnerebbero dal punto di vista politico poiché il cambiamento tenderebbe a rafforzare il valore e il potere dei bianchi che hanno in grande misura supportato Trump e il suo partito. Kris Kobach, il Segretario dello Stato del Kansas, repubblicano, ha lodato la decisione del cambiamento del censimento descrivendola come una vittoria storica per il presidente Trump. Al momento il sistema giudiziario dovrà decidere sulla legalità del cambiamento. In caso di approvazione le ripercussioni durerebbero per altri dieci anni e forse anche di più mandando un messaggio che i poveri e gli immigrati non devono assolutamente essere contati perché dopo tutto non contano niente.

Domenico Maceri
PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Russiagate e comportamenti poco innocenti di Trump

putin trump“Quando sei innocente….comportati come tale”. Questa la risposta del parlamentare repubblicano della South Carolina Trent Gowdy a una domanda nel programma “Fox News Sunday” mentre rispondeva ai frequenti attacchi di Donald Trump al procuratore speciale del Russiagate Robert Mueller. Gowdy ha continuato spiegando che se uno non “ha fatto nulla di male vorrebbe che l’inchiesta fosse completata al più presto possibile”.

Gowdy si sbagliava sui ripetuti attacchi a Mueller. Infatti, solo di recente Trump ha iniziato a dirigersi direttamente al procuratore speciale con i suoi tweet velenosi. Il 45esimo presidente però ha condotto una campagna costante contro il Russiagate cercando di ostacolarla con tutti i suoi mezzi. L’attuale inquilino della Casa Bianca ha sempre sostenuto che l’inchiesta del Russiagate non è altro che una caccia alle streghe e non doveva mai essere stata intrapresa. Trump non ha mai accettato l’idea dell’interferenza russa nelle elezioni del 2016 vedendo in questo riconoscimento un’ombra sulla sua legittima vittoria. Tutto semplice per lui. Ha vinto, punto e basta. Il fatto che diciassette agenzie di intelligence americane hanno dichiarato che vi è stata interferenza russa nell’elezione americana con possibili ripetizioni in future elezioni non sembra interessare il 45esimo presidente.

Trump ha infatti cercato di dimostrare che non vi è stata interferenza citando due conferme personali di Vladimir Putin. Putin, come si sa, è un ex agente della KGB e dunque le sue parole sarebbero dubbiose. Il presidente americano però pone più fiducia in queste asserzioni del leader russo che in quelle delle agenzie di intelligence americane. Partendo da questa posizione il 45esimo presidente ha fatto del suo meglio per bloccare le indagini di Mueller. A cominciare dal licenziamento di James Comey, direttore della Fbi. Trump ha poi fatto una campagna velenosa contro il procuratore generale Jeff Sessions, da lui nominato, per essersi ricusato dalle indagini del Russiagate per conflitti di interesse, forzando la mano del suo vice, Rod Rosenstein, a dare l’incarico di procuratore speciale a Mueller. Trump ha persino celebrato il licenziamento di Andrew McCabe, numero due alla Fbi, perché questi aveva mantenuto fedeltà al suo ex capo Comey.

Gli attacchi di Trump alle indagini del Russiagate sono stati costanti suggerendo che qualcosa non quadra con la visione della realtà del presidente. Quattro dei collaboratori di Trump si sono già dichiarati colpevoli di avere mentito al procuratore speciale il quale ha anche incriminato 13 cittadini russi. Inoltre, Mueller ha citato in giudizio l’organizzazione Trump per l’accesso ai suoi documenti infrangendo la “linea rossa” che il 45esimo presidente aveva stabilito come insuperabile.

Trump continua a spingere per la fine delle indagini del Russiagate ma allo stesso tempo si sta preparando dal punto di vista legale. La sua squadra di avvocati però riflette la confusione della politica alla Casa Bianca. Il leader dei suoi avvocati, John Dowd, si è dimesso, apparentemente non potendone più della mancanza di cooperazione del suo cliente che continuava a ignorare i suoi consigli legali. Theodore Olson, stella nel campo legale per avere difeso con successo George W. Bush nel 2000, si è anche rifiutato di rappresentare Trump. L’ultimo legale che avrebbe dovuto aggiungersi alla “squadra” legale di Trump (Ty Cobb e Jay Sekulow) è Joseph diGenova il quale però non ha potuto accettare l’incarico per conflitti di interesse. Altri avvocati di primo rango non hanno accettato gli inviti in parte per i comportamenti poco ortodossi di Trump come cliente ma anche per il caos della Casa Bianca dove i licenziamenti sono all’ordine del giorno.

Il fatto che Mueller continui le sue indagini e si sia avvicinato agli affari di Trump con interessi economici russi ha creato un clima di pericolo per il presidente. Alcuni analisti hanno già espresso il concetto che il 45esimo presidente potrebbe licenziare Mueller. Il comportamento caotico e volubile di Trump ha già creato questa preoccupazione nelle file dei leader democratici, alcuni dei quali hanno espresso l’importanza di proteggere Mueller mediante una legge. I colleghi repubblicani però non ne vogliono sapere credendo che il presidente non farebbe una cosa del genere come fece invece Richard Nixon nel 1973. Nel suo tentativo di proteggersi, l’allora presidente ordinò il procuratore generale Elliot Richardson e il suo vice William Richardson di licenziare Archibald Cox, il procuratore speciale per lo scandalo di Watergate. Il rifiuto di questi due spinse Nixon a licenziarli e nominare Robert Bork, il quale eventualmente licenziò Cox.

Si teme che Trump potrebbe ripetere l’esempio di Nixon per cercare di proteggersi, una prospettiva non probabile per alcuni leader dell’establishment repubblicano come Lindsey Graham e John Cornyn. Cornyn, senatore repubblicano del Texas e numero due al Senato, ha detto che licenziare Mueller sarebbe un’idea “stupidissima” per il presidente. Graham, senatore repubblicano della South Carolina, vede un licenziamento di Mueller come il primo passo a una crisi costituzionale che porterebbe all’impeachment.

Considerando la grandissima capacità di Trump di licenziare i suoi collaboratori l’idea di mettere da parte Mueller non è un’ipotesi impensabile. I legami di Trump con la Russia sono poco noti ma i comportamenti di Trump stupiscono anche l’osservatore più casuale. Il 45esimo presidente ha avuto parole dure per quasi tutti a livello nazionale e anche internazionale eccetto per Putin e la Russia. John Brennan, l’ex direttore della Cia, è stato chiaro quando ha detto in un’intervista che i russi hanno avuto molte esperienze con Trump “e forse sono in possesso di informazioni compromettenti”. Quest’idea spiegherebbe i comportamenti di Trump verso la Russia e la sua antipatia per le indagini di Mueller. Comunque sia, sapremo tutto solo alla fine delle indagini del Russiagate. I comportamenti di Trump però non riflettono un individuo pieno di innocenza.

Domenico Maceri
PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Elezione in Pennsylvania: altro schiaffo per Trump

conor lambTim Murphy fu rieletto per l’ottavo mandato alla Camera per rappresentare il diciottesimo distretto della Pennsylvania nel 2016. Corse senza avversario poiché i democratici non fecero nemmeno il tentativo di candidare uno dei loro dando per scontato che Murphy avrebbe vinto e quindi non valeva la pena sprecare energie e risorse. Murphy, come si sa, fu costretto a dimettersi nel mese di settembre del 2017 dopo lo scandalo creato dal suo rapporto extra coniugale. Nella recente elezione per sostituirlo il 18esito distretto ha eletto il democratico Conor Lamb il quale ha sconfitto il repubblicano Rick Saccone con un margine di solo 600 voti.

L’improbabile vittoria di Lamb ha fatto scalpore anche perché nel 18esimo distretto della Pennsylvania nell’elezione presidenziale del 2016 Donald Trump aveva sconfitto Hillary Clinton con un margine di 20 punti (58% a 38%). Nell’elezione del 2012 anche Mitt Romney, il candidato presidenziale repubblicano, aveva anche lui vinto il distretto con un margine di 17 punti. Il successo di Lamb di ribaltare la situazione è dunque ancor più clamoroso e fa pensare a un presagio negativo per i repubblicani alle elezioni di midterm nel mese di novembre di quest’anno. Il Gop (Grand Old Party) potrebbe vedere sfumare la maggioranza alla Camera.

La vittoria democratica in Pennsylvania si aggiunge a quelle delle elezioni in New Jersey e Virginia e specialmente a quella in Alabama, Stato molto conservatore, dove nel dicembre scorso Doug Smith ha avuto la meglio sul suo rivale repubblicano Roy Moore. In questi casi Trump ha fatto campagna elettorale sostenendo Moore e Saccone ma nonostante tutto i candidati appoggiati dal presidente in carica ne sono usciti sconfitti. Alcuni analisti infatti hanno interpretato queste sconfitte repubblicane come un rifiuto di Trump specialmente se si considera la strategia di Saccone di presentarsi come controfigura del presidente.

Sia come sia, i leader del Partito Repubblicano hanno cominciato a preoccuparsi. Paul Ryan, il presidente della Camera ha chiamato l’esito del 18esimo distretto come un “campanello d’allarme” spiegando che i candidati repubblicani non dovrebbero restare indietro nella raccolta dei fondi. Ryan si riferiva al fatto che Lamb aveva raccolto più di Saccone (3,9 milioni di dollari vs. 900mila) ma dimenticava il fatto che il Partito Repubblicano aveva speso più di 14 milioni di dollari per sostenere il loro candidato.

Non si trattava quindi di una questione finanziaria. Si crede che Saccone sia stato un candidato molto più debole di Lamb. Il vincitore aveva usato una strategia che si addice ai distretti che hanno votato in modo preponderante per Trump. Infatti, Lamb è stato accusato di essere un “repubblicano light” per le sue prese di posizione. Il candidato democratico, per esempio, si è allontanato dall’ortodossia del suo partito sulla questione delle armi e l’aborto. Ha anche appoggiato i dazi sull’acciaio e alluminio annunciati da Trump. Si è anche dichiarato contrario a sostenere Nancy Pelosi, leader della minoranza democratica alla Camera, la quale è poco popolare con gli elettori repubblicani. Lamb, però, ha preso le dovute distanze dalla riforma fiscale approvata da Trump e i repubblicani vedendola come grande beneficio per i ricchi e come causa di ulteriori aumenti al debito nazionale. Ha anche dimostrato grande supporto per i sindacati attaccando anche Paul Ryan e i suoi piani di riformare, vedi tagliare, il Social Security e il Medicare.

La vittoria di Lamb è stata ovviamente gradita dall’establishment democratico anche se è chiaro che le circostanze del 18esimo distretto non sono necessariamente applicabili a tutto il Paese. Ciononostante i repubblicani dovrebbero preoccuparsi. Un recente sondaggio del Wall Street Journal/Nbc ci dice che gli americani preferirebbero affidare il controllo della Camera ai democratici (50 vs. 40). Inoltre il Cook Political Report, un gruppo non-partisan che analizza elezioni a livello nazionale, ci informa che 47 dei seggi alla Camera tenuti dai repubblicani sono in qualche modo in pericolo di essere ribaltati dai democratici. Altri 27 seggi repubblicani sono in una lista da tenere d’occhio, considerati al momento abbastanza sicuri di rimanere repubblicani ma non completamente. Nel campo democratico solo sette sono in pericolo di essere ribaltati. Tutto ciò dovrebbe fare sorridere i democratici i quali avrebbero bisogno di ribaltare un totale di 23 seggi a novembre per riconquistare la maggioranza alla Camera.

Le vittorie nelle elezioni speciali storicamente si sono tradotte in ottimi esiti nelle future elezioni di mid-term. L’impopolarità di Trump e il caos costante alla Casa Bianca con licenziamenti di collaboratori del presidente all’ordine del giorno causano ansietà nel Partito Repubblicano. L’indagine sul Russiagate continua ad annerire le nuvole che ingombrano la Casa Bianca. Ciononostante il Partito Democratico non dovrà dormire sugli allori. Le elezioni di mid-term spesso sono determinate non solo dal clima nazionale e dall’effetto dell’inquilino alla Casa Bianca ma anche dalle situazioni locali. In Alabama e in Pennsylvania le circostanze hanno favorito i democratici per la debolezza dei candidati repubblicani oltre ai segnali negativi mandati da Trump. Al momento però sono i repubblicani a doversi preoccupare di più. Charlie Dent, parlamentare della Pennsylvania ce lo conferma. Dent, commentando le elezioni di mid-term a novembre, ha detto che i repubblicani stanno andando “contro un serio vento, una bufera burrascosa”. Forse è per questo che lui ha deciso di non ricandidarsi?

Domenico Maceri
PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Dazi sull’acciaio e alluminio: frattura con il mondo

trump dazi

“Donald Trump ha fatto il più grande sbaglio della sua presidenza”. Così tuonava l’editoriale del Wall Street Journal mentre commentava l’ordine del 45esimo presidente di imporre dazi di 25 percento sull’acciaio e 10 percento sull’alluminio. La Casa Bianca ha spiegato che la misura difenderà posti di lavoro in America e rafforzerà la sicurezza nazionale.

La reazione ai dazi è stata quasi unanimemente negativa creando una frattura fra Trump e il Partito Repubblicano e confusione nei partner commerciali.

I rapporti fra Trump e il suo partito sono stati spinosi ma la leadership del Gop (Grand Old Party) ha chiuso più di un occhio considerando i comportamenti poco ortodossi dell’attuale inquilino della Casa Bianca. Gli attacchi di Trump ai diversi gruppi etnici, la sua spavalderia nei suoi rapporti con le donne, le falsità a valanga, e persino gli attacchi a leader repubblicani per non essere riusciti ad approvare la revoca dell’Obamacare sono stati messi da parte. Trump è il presidente e ne hanno bisogno per firmare le loro leggi come ha fatto con la riforma fiscale e le nomine di giudici conservatori.

L’annuncio dei dazi però è stato condannato da quasi tutti i leader del Gop. Paul Ryan, speaker della Camera, ha avvertito il presidente sulle “conseguenze collaterali” negative. Mitch McConnell, presidente del Senato, ha rilevato “un alto livello di preoccupazioni”  che potrebbe lanciare “una vasta guerra di commercio” mettendo freni alla crescita economica. Altri hanno visto un’equivalenza fra dazi e tasse che alla fine colpiranno i consumatori con prezzi più alti. Inoltre, le reazioni negative repubblicane ai dazi riflettono il riconoscimento di un tradimento alle corporation e i loro profitti che potrebbero ovviamente erodere i contributi  elettorali al loro partito. In particolar modo i dazi preoccupano poiché un impatto negativo sull’economia si tradurrebbe in esiti negativi alle elezioni di midterm del mese di novembre di quest’anno.

I think tank sia di destra che di sinistra si sono scagliati anche loro contro i dazi. Questi includono l’Heritage Foundation e il Cato Institute, gruppi conservatori, ma anche la Brookings Institution e il Center for Economic  and Policy Institute che tendono a sinistra. Gli elettori sono anche contrari ai dazi come ci conferma un sondaggio della Quinnipiac University.

I dazi annunciati da Trump creerebbero 30.000 nuovi posti di lavoro nell’industria siderurgica ma potrebbero causare una perdita di 146.000  in altre industrie a causa di probabili rappresaglie dall’Unione Europea ma anche da altri Paesi asiatici.

Trump ha dichiarato che le guerre commerciali sono positive e che si possono “vincere facilmente”. Si sbaglia, secondo Christine Lagarde, direttrice dell’International Monetary Fund, la quale ha annunciato che “nessuno vince” con le guerre commerciali. Lo ha capito Gary Cohn, il principale consigliere economico di Trump, il quale si è dimesso non condividendo la decisione sui dazi. Trump forse ha già cominciato a capire le conseguenze della sua decisione. Ecco come si spiegano già le annunciate esenzioni per il Messico e il Canada. Altre esenzioni sono già in discussione e alla fine se ne potrebbero aggiungere di più che ridurrebbero l’efficacia senza però eliminare l’amaro in bocca ad altri partner commerciali.

Un centinaio di parlamentari ha inviato una lettera al presidente esprimendo la loro “seria preoccupazione” sul tema dei dazi. Nonostante tutto, il Congresso ha storicamente dato ampia autorità al presidente per mettere in pratica gli accordi sul commercio internazionale. Un tentativo per frenare il potere  del presiedente in questa area è stato però fatto mediante un disegno di legge introdotto dal parlamentare repubblicano Mike Lee dello Stato del Utah.  Anche il senatore Jeff Flake, repubblicano dell’Arizona, ha introdotto un disegno di legge che bloccherebbe i dazi. Nessuno dei due però ha molte chance di successo.

In sintesi i poteri del presidente sono notevoli e gli annunci sul dazio e l’altro sul sorprendente incontro con Kim Jong-un ce lo confermano ma rivelano altresì la volubilità di Trump. Servono anche politicamente  a dettare i cicli mediatici cercando di mascherare altri problemi come l’affaire Stormy Daniels, la pornostar che avrebbe avuto un rapporto extra coniugale con Trump e la sua preoccupazione per le  indagini sul Russiagate. Ecco come si spiega che Trump ha assunto Emmet Flood, un  avvocato che possiede esperienze con presidenti che hanno avuto seri problemi con l’impeachment. Flood ha infatti rappresentato Bill Clinton durante la sua crisi che lo condusse all’impeachment della Camera nel 1998 ma fu poi assolto dal Senato nel 1999.

L’annuncio di Trump sui dazi continua a confermare che il presidente fa il repubblicano quando gli conviene ma ritorna con frequenza alle sue radici populiste sull’immigrazione, il commercio, la legge e le relazioni internazionali.  Spesso l’emergenza delle sue tendenze populiste  suggerisce che il Partito Repubblicano appartiene a lui e lo può ridefinire per i suoi scopi politici ma anche personali con poche conseguenze. Cerca anche di definire i rapporti internazionali con esiti poco positivi per l’America e il resto del mondo.

Domenico Maceri
PhD, University of California