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Domenico Maceri
Domenico Maceri, PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Trump e i media: da fake news a nemici del popolo?

donald-trump“Non ritengo che i media siano i nemici del popolo”. Questa l’affermazione di Ivanka Trump, figlia del presidente, in una recente intervista. Era questa l’affermazione che Jim Acosta, noto giornalista della Cnn, aveva cercato di strappare a Sarah Huckabee Sanders, portavoce di Trump, in una conferenza stampa alla Casa Bianca senza però riuscirvi. Acosta abbandonò la sala protestando la mancata conferma della Sanders.

La Sanders ha fatto il suo dovere di fedele portavoce al suo capo il quale poco dopo in uno dei suoi tweet ha reiterato di nuovo che “le fake news sono i nemici del popolo”. Il 45esimo presidente commentava

l’incontro tenuto con A.G. Sulzberger e James Bennet, il primo, editore del New York Times, e il secondo il direttore della sezione editoriali del giornale. I due giornalisti avevano avvertito il presidente che “il suo linguaggio non era solo divisivo ma sta divenendo sempre più pericoloso”. Avevano anche sottolineato che riferirsi ai media come “nemici del popolo” continua ad “ampliare le minacce ai giornalisti e condurrà alla violenza”.

Non era la prima volta che Trump attaccava i media come fake news né come nemici del popolo, un’espressione usata da leader di regimi autoritari per silenziare i loro avversari. L’espressione non è nuova. La si trova anche nell’opera drammatica Coriolano di Shakespeare. In tempi moderni, leader autoritari storici sia di destra che di sinistra, da Stalin a Mao ma anche da propagandisti nazisti, la hanno usato per denigrare e annientare i loro nemici politici, assassinarli e persino sfociare in epurazioni.

Trump attacca i media come fake news, aumentando il volume con l’espressione di nemici del popolo, echeggiando la politica di paesi autoritari moderni. Si ricorda che Trump ha sempre avuto parole di approvazione per Vladimir Putin ma anche per altri come Kim Jong-un. In quest’ultimo caso, l’attuale inquilino della Casa Bianca ha espresso ammirazione per il fatto che il leader coreano a 28 anni ha assunto il potere di una nazione, ignorando però le malefatte di Kim.

A differenza di altri presidenti americani che spesso parlano di democrazia e di valori democratici non solo per gli americani ma anche come modello per il resto del mondo, Trump rimane silenzioso su questo tema. Il suo comportamento con i giornalisti era abominevole durante la campagna elettorale ed è infatti peggiorato durante i quasi due anni di mandato. Trump non esita ad additare giornalisti che non gli piacciono come Acosta al quale ha rifiutato di rispondere ad una domanda nella recente conferenza stampa di Londra con Theresa May. Trump ha identificato Acosta come parte della Cnn che considera fake news e quindi lo ha saltato accettando però di rispondere a John Roberts della Fox News, considerata da non pochi come vera fake news.

Per il presidente di un paese democratico come gli Stati Uniti malmenare verbalmente un cronista in pubblico non fa altro che incoraggiare altri leader autoritari a maltrattare i media dei loro paesi dove non è raro che i giornalisti subiscano anche conseguenze che li fanno andare a finire in carcere e a volte anche peggio. Il comportamento autoritario di Trump non fa altro che legittimare leader autoritari in altre parti del mondo dove i media non sono protetti dal primo emendamento americano che sancisce la libertà di stampa. In effetti, il comportamento di Trump dimostra disprezzo non solo per i giornalisti ma anche per la costituzione americana.

La protezione della costituzione alla libertà di stampa però non offre completa protezione ai giornalisti in America. Acosta, per esempio, deve fare uso di guardie del corpo quando svolge il suo lavoro di giornalista a uno dei tanti rally di Trump, dove non è raro che il 45esimo presidente denigri i media. Trump non ha mai detto ai suoi sostenitori di attaccare fisicamente i giornalisti ma le sue parole focose potrebbero essere interpretate in tale senso da alcuni scapestrati. Di fatti, minacce di individui che si dichiarano sostenitori di Trump sono state ricevute da non pochi giornalisti.

Bret Stephens, editorialista del New York Times, in un recente articolo, parla di minacce ricevute al telefono da uno di questi individui nel mese di maggio del 2018. Quattro settimane dopo, cinque giornalisti del Capital Gazette di Annapolis, Maryland, sono stati uccisi. Non sembra di esserci stato movente politico ma ovviamente gli incitamenti di Trump che caratterizzano i media come nemici del popolo potrebbero condurre a simili tragedie.

L’attacco di Trump ai media però non è necessariamente diretto agli individui ma fa parte della sua politica di demolire la verità che è il suo vero nemico. Si tratta di attacchi che mirano a creare un’altra realtà, una realtà che esce dalla sua bocca. In un recente comizio Trump ha infatti consigliato ai suoi fedelissimi di non credere a ciò che loro vedono scritto o riportato dai media.

L’assenza di fiducia e l’inevitabile mancanza di collaborazione con i media per Trump non è un problema perché di questi giorni si possono bypassare i giornalisti, comunicando direttamente con gli elettori. Trump ha più di 50 milioni di seguaci nel suo account di Twitter, la metà di quelli di Barack Obama, ma ne fa ottimo uso. I suoi messaggi su Twitter e quelli espressi ai suoi comizi includono però frequentemente affermazioni false o ingannevoli. Il Washington Post ci informa che negli ultimi tempi la frequenza delle bugie e le affermazioni ingannevoli di Trump sono aumentate a 16 al giorno. Nei suoi 600 giorni di presidenza Trump ha affermato il falso più di 4300 volte. Lui è infatti il più prolifico propagandista di fake news con il suo twitter account al quale vi aggiunge i frequenti comizi. I giornalisti non sono i nemici del popolo né della verità. Quando il 45esimo presidente attacca i media di fake news dovrebbe guardarsi allo specchio.

Domenico Maceri

La politica estera di Trump: minacce e poi abbracci

trump dazi“Farò scattare lo shutdown se i democratici non voteranno per la sicurezza del confine, che include il muro al confine col Messico”. Questa è una delle ultime minacce emerse da uno dei tanti tweet del presidente Donald Trump.

Minacciare e poi indietreggiare consiste di una strategia del 45esimo presidente. La usa non solo nelle questioni interne ma anche nei suoi rapporti con leader esteri. In tempi recenti lo ha fatto con il leader coreano Kim Jong-un. Dopo avere minacciato di distruggere la Corea del Nord, Trump ha cambiato strategia ed ha annunciato che si sarebbe incontrato con Kim Jong-un. Infatti, l’incontro è avvenuto a Singapore  lo scorso giugno e secondo l’attuale inquilino della Casa Bianca, la Corea del Nord ha accettato l’idea della denuclearizzazione della penisola. Seguirono incontri fra Mike Pompeo, segretario di Stato americano, e leader coreani alla conclusione dei quali i coreani hanno accusato gli americani di comportamenti da gangster. Pompeo ha minimizzato sostenendo che tutto sta procedendo bene. La consegna dei resti di 55 presunti soldati americani morti nella Guerra di Corea (1950-53) è stato un buon segnale che Trump ha particolarmente gradito, ringraziando Kim profusamente. Adesso però, il Washington Post ci informa che nuove immagini satellitari dei servizi di intelligence americana indicano che la Corea del Nord ha iniziato a costruire altri missili intercontinentali. In effetti, si è ritornati al punto di partenza anche se bisogna ammettere che la retorica bellicosa al momento sembra essere finita.

Trump però ha usato la stessa strategia di minacce e poi fatto passi indietro anche con gli alleati. In questo caso si è trattato di possibili guerre di dazi. Dopo avere dichiarato il NAFTA (Trattato nordamericano di libero scambio) sfavorevole agli Usa il 45esimo presidente ha minacciato di stracciarlo. Alla fine Trump ha imposto dazi sull’acciaio e alluminio costringendo Justin Trudeau, primo ministro canadese, a ricambiare con dazi di 12,6 miliardi su importazioni dagli Stati Uniti. Al G7 del mese di giugno il 45esimo presidente si è comportato in modo arrogante, lasciando l’incontro un giorno prima della fine. Poi  parecchi tweet dall’Air Force One sono venuti a galla attaccando personalmente Trudeau di essere “disonesto e debole” aggiungendo anche che aveva dato indicazioni di non “appoggiare il documento finale del G7”.

Al vertice Nato a Bruxelles il presidente americano ha continuato i suoi attacchi agli alleati, dichiarando che la Germania ha stabilito accordi sul gas e il petrolio con la Russia e paga “miliardi  e miliardi di dollari ogni anno a Mosca”  e che la Germania è “completamente controllata dalla Russia”. Pochi giorni dopo in un’intervista al giornale londinese The Sun, il 45esimo presidente ha criticato aspramente il primo ministro britannico Theresa May per il suo debole tentativo di mettere in pratica Brexit. Il giorno dopo però ha cambiato rotta dichiarando che la May è “una donna formidabile”. Questi attacchi agli alleati sono alla fine sfociati in un dietrofront di Trump concluso pochi giorni fa in un incontro con Jean-Claude Junker, il presidente della Commissione Europea,  nel quale i due leader sembrano avere sventato una guerra di dazi.

Trump ha usato una simile minaccia contro il presidente iraniano Hassan Rouhani il quale aveva iniziato la guerra verbale dicendo che una guerra con “l’Iran è la madre di tutte le guerre”. Il 45esimo presidente ha ribattuto in un tweet con caratteri maiuscoli avvertendolo gli iraniani di “Fare attenzione” e di “non minacciare mai più gli Stati Uniti o subirebbero conseguenze mai viste nella storia”. Dopo una settimana però Trump ha fatto marcia indietro, annunciando che sarebbe pronto ad incontrarsi con il presidente iraniano  in qualunque posto senza precondizioni.

Come aveva fatto con Kim Jong-un e gli alleati, Trump ha fatto marcia indietro, assumendo un tono conciliatorio, in effetti suggerendo che forse aveva sbagliato. Il presidente Rouhani però fino ad adesso non ha accettato l’invito, tenendo in mente l’esperienza della Corea del Nord. Bisogna ricordare però che Trump aveva già cercato di incontrare Rouhani lo scorso settembre quando il presidente iraniano ha fatto un discorso  alle Nazioni Unite. La leadership iraniana ha rifiutato.

Gli iraniani non hanno affatto digerito il ritiro di Trump dell’accordo sul nucleare  che era stato firmato dall’amministrazione di Barack Obama, i Paesi del consiglio di sicurezza Onu, la Germania e l’Iran. Inoltre, Trump aveva annunciato nuove sanzioni per punire l’Iran.

La situazione economica in Iran è precaria in parte a causa delle sanzioni e quindi un vertice con Trump avrebbe potuto migliorare la situazione. In ogni probabilità Rouhani ha capito che le affermazioni alternanti di Trump che un giorno minaccia l’Armageddon e poi fa marcia indietro totale rendono qualunque accordo con l’America poco affidabile.

Ci sarà anche una visione antitetica sui vertici che Trump ha fatto il suo cavallo di battaglia per negoziare mentre gli iraniani li vedono in modo più cauto quando non sono preceduti da negoziati.

La strategia di minacce e poi marcia indietro favorita da Trump non si applica però a Vladimir Putin per cui il presidente americano ha sempre espresso parole dolcissime. L’ex direttore della Fbi James Comey, licenziato da Trump nel maggio del 2017, ha recentemente mandato un tweet chiedendo ai lettori di fare una lista di tutti gli individui attaccati da Trump e poi chiedersi perché Putin non fa parte della lista. Una domanda alla quale ci darà la risposta il procuratore speciale Robert Mueller che sta investigando il Russiagate.

Domenico Maceri

Trump e l’immigrazione: più politica che legalità

donald trump“Se non potete venire legalmente, non venite affatto”. Questo l’avvertimento del vicepresidente americano Mike Pence a coloro che cercano di entrare in America senza i documenti appropriati. Pence parlava in una conferenza stampa in Brasile dove si era recato per colloqui con il presidente Michel Temer.

La questione di legalità per coloro che entrano in America senza i documenti tipici necessari rimane dubbia perché se un individuo si presenta al confine richiedendo asilo non è automaticamente squalificato. La determinazione di permettere o vietare l’ingresso non spetta a Pence né agli agenti della polizia di frontiera ma bensì a un giudice che esamina il caso e poi emette la sentenza.

Il governo americano può interpretare le leggi e metterle in pratica usando una certa flessibilità sulle priorità delle risorse che inevitabilmente sono limitate. Alcuni reati ricevono attenzione immediata mentre altri prendono più tempo. Nel caso di coloro che entrano negli Stati Uniti senza documenti la legge americana li considera colpevoli di un “misdemeanor”, un’infrazione minore punibile con la deportazione. L’amministrazione di Donald Trump però ha deciso di interpretare la legge in maniera drastica con la sua pratica di tolleranza zero per coloro che vengono detenuti alla frontiera. In effetti, Trump ha trasformato l’infrazione in “felony”, un reato maggiore che richiede l’arresto, vedendo questi individui come meritevoli di carcere.

Questa interpretazione della legalità dell’amministrazione di Trump riflette la sua ideologia sull’immigrazione in generale. L’attuale inquilino della Casa Bianca ha speso molte parole in campagna elettorale denigrando gli immigrati vedendoli in termini negativi, ignorando la storia americana come paese di immigrati. Nemmeno le sue esperienze e legami personali hanno influenzato la sua ideologia per apprezzare gli aspetti positivi dell’immigrazione. Si ricorda che il nonno e la madre del 45esimo presidente erano immigrati. La prima e la terza moglie, first lady Melania, sono anche loro nate all’estero.

Dal suo annuncio per la corsa alla presidenza con la dichiarazione sui messicani come criminali alle sue più recenti asserzioni espresse nel suo recente viaggio in Europa, si deduce chiaramente che il 45esimo presidente vede l’immigrazione come fonte di problemi. In un’intervista al Sun di Londra, Trump ha persino dichiarato che i migranti distruggono la cultura europea.

Non sorprende dunque la sua politica di tolleranza zero per bloccare immigrati che cercano di entrare dal confine col Messico. La sua politica di separare i bambini dai loro genitori però è stata vista dall’America come troppo lontana dai valori del paese. Dopo la bufera mediatica, il 45esimo presidente è stato costretto a fare marcia indietro con un ordine esecutivo mettendo fine alle separazioni dei bambini dai genitori senza però eliminare la tolleranza zero.

Per quanto riguarda la legalità della sua politica anche la giustizia lo ha costretto a fare marcia indietro. Un giudice di San Diego nel mese di giugno di questo anno ha dato un mese di tempo all’amministrazione Trump di riunificare le famiglie con bambini di cinque anni o meno. Solo 57 su 103 di questi bambini sono però stati riuniti con i loro genitori. In alcuni casi i genitori erano già stati deportati e i bambini sono rimasti in America in affido. Difficile sapere se adesso i bambini verranno deportati o si cercherà qualche altra sistemazione. Comunque sia, si può capire la tragica situazione di queste famiglie.

La politica della tolleranza zero doveva risolvere la questione degli arrivi ma i numeri ci dicono che l’impatto non è stato quello desiderato. Nel mese di giugno il numero di detenzioni al confine ha raggiunto 34.000 individui, un po’ meno del mese di maggio, ma la fluttuazione è tipica di altri anni.

La politica messa in pratica da Trump non ha risolto la questione degli arrivi poiché le cause fondamentali non sono state toccate. La situazione di crisi in America Centrale da dove proviene la stragrande maggioranza di questi migranti continua senza speranze di abbattimento. L’attuale inquilino della Casa Bianca non ha mostrato nessun interesse per intervenire a risolvere il problema. Infatti, lo sta peggiorando. Trump ha annunciato la fine del programma TSP (Temporary Protected Status), iniziato nel 1990 che ha concesso residenza temporanea a individui provenienti da paesi afflitti da guerre civili o disastri naturali. Hanno beneficiato circa 400 mila individui, principalmente dell’America Centrale, ma anche del Nepal, Somalia e Sudan. L’idea era che una volta le condizioni sarebbero migliorate questi individui avrebbero fatto ritorno a casa loro. Il governo ha rinnovato il permesso di residenza per alcune centinaia di immigrati dalla Somalia ma nel caso degli altri paesi il rinnovo è stato negato.

La situazione in America Centrale non è migliorata affatto e questi individui, residenti in America da quasi trent’anni, con figli nati in questo paese, sarebbero costretti a ritornare alla stessa situazione dalla quale erano sfuggiti. Una denuncia è stata presentata e un giudice di Boston sta considerando il caso.

L’aspra retorica di Trump sull’immigrazione è stata mantenuta in quasi due anni di mandato presidenziale. Le promesse però non si sono concretizzate. Il muro al confine sud del paese non è stato costruito ne tantomeno pagato dal Messico come aveva annunciato alla nausea nei suoi comizi. Poco importa. Il 45eismo presidente costruisce una sua realtà che presenta mediante i suoi tweet e anche nei suoi comizi. Ce lo conferma anche lui letteralmente. In un recente discorso davanti un gruppo di veterani l’attuale inquilino alla Casa Bianca ha consigliato ai suoi ascoltatori di non credere “ciò che vedono e leggono sulla sua amministrazione”. Una frase che ci rimanda al romanzo di George Orwell e le dittature in cui la verità la possiede solo il governo e la impone per ottenere il controllo totale.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

La strategia di Trump: da America First a Russia First

trump putin

“Detto semplicemente, Trump è un traditore”. Questa la conclusione di Charles Blow, liberal editorialista del New York Times, il giorno prima della conferenza stampa di Donald Trump e Vladimir Putin a Helsinki. Thomas Friedman, editorialista centrista dello stesso quotidiano, ha anche lui accusato Trump di tradimento  subito dopo la conferenza stampa. Friedman è stato colpito specialmente dalla scelta di Trump di prendere la parte di Putin invece di credere all’intelligence americana.

Dopo la bufera provocata dalla sua performance a Helsinki il 45esimo presidente ha
annunciato che “ha completa fiducia nell’intelligence americana” e che crede “all’interferenza russa” nell’elezione del 2016. Trump ha continuato però sostenendo che non “c’è stata nessuna collusione” fra la sua campagna elettorale e i russi.

Trump non è solito fare marcia indietro. Lo ha fatto con la separazione dei bambini migranti al confine col Messico quando un’altra bufera mediatica lo ha costretto ad ammettere che lui aveva infatti il potere di porre fine alle separazioni. Il danno però in ambedue i casi è già visibile.

L’accusa di tradimento però è meno chiara. I due editorialisti del New York Times nei loro articoli presentano buone ragioni per spiegare la condotta del presidente che poco si addice a un difensore del proprio paese quando confrontato da un avversario come la Russia. La definizione di tradimento ci è spiegata dalla Sezione 3 dell’Articolo III della costituzione. “Il tradimento” consiste di impugnare “armi contro” gli Stati Uniti o di “avere fornito” aiuto e soccorso ai nemici. Ci chiarisce anche che solo il Congresso ha il potere di emettere una condanna di tradimento.

La definizione di tradimento scritta dai padri fondatori non poteva immaginare i cyber attacchi subiti dagli Stati Uniti dalla Russia che l’intelligence americana ha determinato veritieri. Trump, però, dopo l’elezione e durante il suo mandato fino ad ora, non ha voluto riconoscerli. Alla conferenza stampa ha detto che si tratta di una caccia alle streghe e che crede alle asserzioni di Putin considerando la vigorosa difesa di innocenza del leader russo.

Non è la prima volta che Trump vede le cose a modo suo senza fondamenta di verità. I fatti parlano chiaro. L’inchiesta di Robert Mueller, il procuratore speciale nominato da Rod Rosenstein, vice procuratore generale, ha già incriminato 32 individui, fra collaboratori di Trump e cittadini russi.  Cinque di questi individui hanno già dichiarato la loro colpevolezza. L’ex manager della sua campagna elettorale Paul Manafort, accusato di cospirazione contro gli Stati Uniti, riciclaggio di denaro e falsa testimonianza, è in carcere in attesa dell’inizio del suo processo. L’interferenza russa sull’elezione c’è stata anche se fino ad oggi non vi è stata nessuna dimostrazione di collusione della campagna di Trump con i russi.

Trump, però, come rilevano anche i due editorialisti del New York Times, ha fatto di tutto per bloccare l’inchiesta di Russiagate, attaccando l’intero dipartimento di giustizia i cui vertici sono stati nominati proprio dal 45esimo presidente. Trump non dimostra fiducia nei propri collaboratori e subordinati. Il fatto che non riesce a capire l’importanza del pericolo dell’interferenza russa sull’elezione del 2016 non può che creare preoccupazione perché il compito del presidente è di difendere il paese. Se i russi si rendono conto di averla fatta franca nel 2016, continueranno a ripetere le loro malefatte nell’elezione di midterm e in future elezioni.

La strategia di Putin ha funzionato a meraviglia nell’ultima elezione presidenziale poiché ha causato confusione e messo in dubbio il sistema democratico. Il fatto che Trump non prenda in serio il pericolo delle minacce di cyber attacchi rappresenta un problema non solo per l’unica superpotenza ma anche per altre democrazie nel resto del mondo. Se il presidente della nazione più potente al mondo non riesce a bloccare Putin, che speranza possono avere le democrazie europee e quelle di altre parti al mondo? I comportamenti di Trump non coincideranno con la classificazione di tradimento ma ci dicono che quando il presidente parla di America first le sue parole suonano completamente false.

Trump ha attaccato quasi tutti i suoi avversari e a ha anche classificato paesi membri della Nato come nemici dell’America. Putin, però, è sempre stato destinatario di parole dolci di Trump. Non si sa perché. L’inchiesta di Mueller ci potrebbe fornire la risposta. Il Congresso americano farebbe bene ad approvare una legge per proteggere il procuratore speciale affinché completi il suo lavoro.

Ma anche se Mueller troverà la proverbiale pistola fumante, punire Trump richiederà azione della legislatura per procedere all’impeachment. Fino al momento però l’establishment repubblicano ha solo alzato la voce per condannare i comportamenti e le azioni poco presidenziali di Trump. Lo hanno fatto anche per la sua performance  a Helsinki continuando però a non agire per arginare i comportamenti inaccettabili del presidente anche quando rasentano possibili illegalità. La difesa repubblicana di Trump potrebbe sfumare dopo le elezioni di novembre. I democratici sono avanti di 10 punti (47 vs. 37 percento), secondo un sondaggio del Washington Post-Schar e potrebbero conquistare ambedue le Camere. Solo allora Trump dovrà preoccuparsi seriamente.

Domenico Maceri

La marcia indietro di Trump sulla tolleranza zero

donald trump

“Stiamo cambiando da bambini in gabbia a famiglie intere ingabbiate”. Questa la reazione di Cory Smith, leader di Kids in Needs, un gruppo dedicato alla difesa dei diritti di bambini.  Smith commentava l’ordine esecutivo di Donald Trump che mette fine alla separazione dei bambini dai loro genitori, detenuti mentre  cercano di entrare negli Stati Uniti.

Smith ha ragione che la marcia indietro del 45esimo presidente sulla tragica situazione dei bambini rappresenta semplicemente un lieve miglioramento. Ciononostante ci rivela la completa falsità della politica di Trump basata su una realtà inventata dalla America first che si confronta con la complessa questione dell’immigrazione.

Arrabbiato con i numeri crescenti di entrate non autorizzate dal confine col Messico, Trump ha deciso di mettere in atto una tolleranza zero. La nuova politica ha decretato che chiunque entri illegalmente negli Usa è reo di “felony”, un reato maggiore, invece del tradizionale “misdemeanor”, reato minore punibile solo di deportazione. Una volta iniziata la tolleranza zero la gente entrata nel Paese richiedente asilo è stata dichiarata criminale e quindi meritevole di carcere. Come tutti gli altri criminali i migranti hanno subito la separazione dei loro bambini dalle loro braccia per andare a finire affidati al Department of Homeland Security. Dall’inizio della pratica di tolleranza zero 2300 minori sono stati separati dai genitori che secondo la legge, dopo una detenzione massima di 20 giorni, devono essere affidati alla cura di famiglie.

L’implementazione del programma tolleranza zero ha colto il governo impreparato a fare fronte alla situazione delle famiglie ma anche a quella politica. Trump aveva dichiarato che la legge, secondo lui approvata dai democratici, gli legava le mani. Inventare che un partito approvi le leggi è una delle tante fake news di Trump. Le leggi le approva il governo senza nessuna etichetta di partito. Ma al di là di questa falsa asserzione quella ancora più falsa era che solo il Congresso poteva cambiare la politica di separazione dei bambini dai loro genitori.

Chuck Schumer, il leader della minoranza democratica al Senato, aveva invece detto che la tolleranza zero e la conseguente separazione dei bambini dai loro genitori entravano nei poteri del presidente. Si poteva risolvere con una semplice telefonata presidenziale.  Alla fine, Trump, sconfitto dall’ottimo lavoro dei mezzi di comunicazione, ciò che lui chiama le fake news, si è dovuto arrendere. L’audio e i video strazianti dei bambini  che piangono inconsolabilmente ha costretto l’America a reagire.

Persino la first lady Melania Trump ha parlato contro la tolleranza zero dicendo che si devono rispettare le leggi ma bisogna farlo “con il cuore”. Le quattro ex first lady viventi hanno anche loro aggiunto le voci e il 45esimo presidente ha fatto quel che rarissimamente fa. Ha fatto marcia indietro. Avrebbe potuto risolvere il tutto con una telefonata oppure uno dei suoi tweet che tanto gli piacciono, ma ha deciso di usare un ordine esecutivo per porre fine alla separazione dei bambini dai loro genitori.

Trump ha capito di avere capitolato ma si è subito ripreso per tornare alla campagna elettorale anti-immigrati. Due giorni dopo avere firmato l’ordine esecutivo per non separare i bambini dai loro genitori, il 45esimo presidente ha invitato alla Casa Bianca un gruppo di familiari che hanno perso un loro caro per causa di reati commessi da immigrati non autorizzati. Il messaggio è chiaro. Le uniche vittime sono americane e l’immigrazione irregolare rappresenta un pericolo alla sicurezza.

I fatti però ci dicono però che gli immigrati, autorizzati o no, commettono meno reati degli americani nati negli Usa. Uno studio del Cato Institute, organo conservatore  fondato dalla Charles Koch Foundation, ha analizzato  i reati commessi nello Stato del Texas e ha scoperto che il tasso di condanne nel 2015 per gli immigrati era inferiore dell’ottantacinque percento in comparazione agli americani nativi. Un altro studio condotto da Michael Light (University of Wisconsin) e Ty Miller (Purdue University) ha scoperto che le zone con immigrati non autorizzati hanno meno crimini. Il senso comune ce lo confermerebbe. Gli immigrati, autorizzati e no, hanno paura di commettere reati sapendo molto bene che potrebbero anche condurre alla deportazione.

L’amministrazione di Trump non ha solo dimostrato poco cuore con la sua tolleranza zero ma ha anche reso manifesta la mancanza di preparazione nelle sue politiche. Il Dipartimento di Giustizia e quello della Homeland Security non hanno previsto le conseguenze della tolleranza zero e gli effetti sulle famiglie. Al momento di scrivere queste righe siamo informati che dopo la denuncia dell’American Civil Liberties Union un giudice della California ha ordinato la ricongiunzione delle famiglie di immigrati entro 30 giorni. Nel caso di bambini al di sotto di 5 anni l’ordine esecutivo di Trump dovrà essere messo in pratica entro 14 giorni.

I flussi migratori non sono un problema americano poiché esiste in molte altre parti del mondo. Trump e gli altri populisti hanno risposte facili al dilemma rivelando che non hanno né studiato la situazione né l’hanno capita. In America molti dei migranti vengono dal Guatemala, El Salvador e Honduras, paesi con un tasso molto alto di criminalità dove la gente rischia la vita quotidianamente. La giornalista Sonia Nazario, vincitrice di un Premio Pulitzer, ha accompagnato uno di questi giovani migranti nel suo viaggio agli Stati Uniti  descrivendolo attentamente in un libro. Il loro viaggio agli Stati Uniti non è affatto “una passeggiata a Central Park” come lo ha descritto Trump. Il sessanta percento delle donne che intraprendono l’odissea sono stuprate. Subiscono altri crimini e poi una volta arrivati alla frontiera, la fine dell’odissea, vengono separati dai loro bambini e messi in gabbie separate.

Le soluzioni ai problemi dell’immigrazione esistono ma vanno al di là dei semplici slogan populisti. Il presidente statunitense però si interessa poco alle soluzioni. Dopo avere dichiarato che firmerebbe qualunque disegno di legge sull’immigrazione che sarà approvato dalla legislatura ha cambiato idea. Nella sua ultima dichiarazione ha consigliato  alla legislatura di lasciare perdere e rimandare tutto a dopo le elezioni di midterm. Trump non ha nessuna intenzione di governare. Meglio la campagna politica costante che gli produce di più e mantiene la completa fedeltà della sua base.

Domenico Maceri

La concessione della grazia: potere monarchico Trump

trump 8“Ho il potere assoluto di concedermi LA GRAZIA (sic), ma perché dovrei farlo se non ho commesso nessun reato?” Così Donald Trump in uno dei suoi recenti tweet dichiarandosi in effetti in possesso di poteri assoluti incluso quello di autoassolversi. Si trattava di annunciare a tutti e specialmente a Robert Mueller, il procuratore speciale del Russiagate, che lui, da presidente è intoccabile.

Difficile sapere se il 45esimo presidente ci crede davvero. L’uso del termine “grazia” però è ricco di messaggi soprattutto per gli individui indagati dal procuratore speciale suggerendo che meglio non cooperare con Mueller perché il presidente degli Stati Uniti potrebbe fornire la scappatoia e far loro evitare il carcere.

Non ha funzionato però con Paul Manafort, ex direttore della campagna elettorale di Trump, il quale è indagato da Mueller e si trova adesso in carcere. Manafort, come si ricorda, è stato accusato di 12 reati incluso “cospirazione contro gli Stati Uniti”. Dall’ottobre del 2017 si trovava agli arresti domiciliari ma nelle ultime settimane aveva evidentemente cercato di influenzare alcuni testimoni coinvolti nel Russiagate. Mueller ha riportato e il giudice Amy Bernan Jackson ha deciso di revocare i domiciliari mettendo Manafort in carcere mentre egli attende non uno ma bensì due processi, uno a Alexandria, Virginia e l’altro a Washington D.C.

Manafort non ha cooperato con Mueller ma Trump non ha voluto intervenire e concedergli la grazia per reati che il suo ex direttore della campagna elettorale avrà commesso. Si crede, erroneamente che, la grazia viene concessa dopo la condanna, ma in realtà può avvenire prima. È successo in parecchi casi. Il più facile di ricordare è la grazia concessa dal presidente Gerald Ford al suo predecessore Richard Nixon nel 1974 per reati che questi avrebbe commesso da presidente. Trump non ha concesso la grazia a Manafort e sembra poco propenso a farlo come ci farebbe credere la sua dichiarazione che il suo ex collaboratore aveva lavorato per lui “solo brevemente” e non aveva avuto un ruolo determinante nella sua elezione.

Trump però nelle ultime settimane ha dimostrato che non esiterebbe a usare i suoi poteri di concedere la grazia. Lo ha fatto per il pugilista Jack Johnson e l’opinionista Dinesh D’Souza. Ha anche graziato Alice Marie Johnson dietro richiesta di Kim Kardashian West. Il Washington Post cita un funzionario della Casa Bianca informandoci che Trump adesso è “ossessionato” con il suo potere di concedere la grazia divenuta “una delle sue cose favorite”.

L’idea di mantenere viva la possibilità della grazia come scappatoia è stata reiterata da Rudolph Giuliani, uno degli avvocati di Trump per il Russiagate. L’ex sindaco di New York sembra avere assunto il compito di portavoce e opinionista del presidente sulla questione delle indagini di Mueller poiché è spesso attivo in vari programmi televisivi, radio e giornali. In un’intervista al Daily News, Giuliani, parlando del Russiagate, ha dichiarato che alla fine tutte queste “cose saranno spazzate via con alcune grazie presidenziali” ripetendo il messaggio a ex collaboratori di Trump attualmente indagati da Mueller di non cooperare. Ciononostante parecchi di loro hanno già confessato di avere commesso reati ed alcuni di loro stanno cooperando con gli investigatori per potersi ridurre o eliminare la possibilità del carcere. Il messaggio di non cooperare con la possibile grazia è valido anche per l’ex avvocato di Trump, Michael Cohen, il cui ufficio è stato perquisito dalla Fbi, sequestrando numerosi documenti potenzialmente compromettenti anche per Trump. Cohen, secondo la Cnn, sarebbe disposto a cooperare con Mueller sentendosi isolato dal presidente che lui aveva servito con assoluta fedeltà ma adesso apparentemente senza speranze di una grazia presidenziale.

Trump si aspetta fedeltà dai suoi collaboratori senza però dimostrare reciprocità come ci fanno capire i licenziamenti a raffica durante la sua amministrazione. Ma anche con i collaboratori attuali Trump ha rapporti che a volte ricevono complimenti effusivi ma anche rimproveri pubblici come nel caso di Jeff Sessions, il procuratore generale, e Kirstjen Nielsen, direttrice del Dipartimento di Homeland Security.

Il suggerimento di Trump dell’autoassoluzione ha avuto anche l’effetto di ricordare agli individui indagati da Mueller i supremi poteri presidenziali suggerendo addirittura una certa vicinanza monarchica del 45esimo presidente. In realtà, la questione del presidente di concedersi la grazia non è mai stata suggerita da nessun predecessore di Trump. La sua legalità è anche in dubbio. Laurence Tribe, Richard Painter e Norman Eisen, tre autorevoli avvocati costituzionalisti, hanno scritto nel Washington Post che la legge proibisce al presidente di autoassolversi di qualsiasi reato e per prevenire il suo impeachment e incriminazione. Jonathan Turley e Richard Posner, altri autorevoli costituzionalisti, sostengono che Trump potrebbe autoassolversi per reati eccetto nel caso dell’impeachment.

Sarebbe improbabile immaginare che Trump si autoassolvi ma in tal caso la questione andrebbe a finire alla Corte Suprema. Che cosa deciderebbero i 9 giudici diventa impossibile prevedere. Di certo i padri fondatori non volevano fare del presidente un sovrano con poteri assoluti monarchici. Ciò non sarebbe dispiaciuto a Trump il quale ha espresso ammirazione per leader autoritari il cui potere si avvicina all’assolutismo. La costituzione americana ha però i suoi contrappesi per non cadere nel sistema assolutista dal quale i padri fondatori vollero allontanarsi. Una vittoria democratica alle elezioni di midterm questo novembre potrebbe mettere alla prova i poteri del presidente ma soprattutto dimostrarci che nonostante la sua fragilità il sistema democratico può reggere.

Domenico Maceri
PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications

Trump attacca stampa e Trudeau ma assolve Kim

trudeau-trump“Lo faccio per screditare tutti voi e umiliarvi tutti in modo che quando scrivete storie negative su di me nessuno vi crederà”. Questa è stata la dichiarazione di Donald Trump a Leslie Stahl, storica giornalista del programma 60 Minutes della Cbs. La Stahl ha reso nota l’informazione in un’intervista concessa a Judy Woodruff, un’altra autorevole giornalista della Pbs, durante la cerimonia di un premio giornalistico all’Harvard Club di New York. La frase di Trump risale a un’intervista subito dopo la vittoria presidenziale del tycoon nel novembre del 2016.

La strategia di Trump era già nota anche agli osservatori casuali. Attaccare la stampa produce ottimi dividendi per la destra che vede i media pendenti a sinistra e quindi nemici da sconfiggere. Trump ne ha fatto un’arte mettendo in discussione le notizie dei giornali e media americani più autorevoli con effetti alla luce del giorno. Secondo un sondaggio, tre su quattro americani credono che gli organi di stampa riportano fake news. Un altro sondaggio ci informa che il 42 percento degli elettori repubblicani crede che anche le notizie vere, ma di contenuto negativo, fanno parte delle fake news. In sintesi, il 45esimo presidente ha fatto un “ottimo” lavoro a screditare i media.

L’inquilino della Casa Bianca usa la stessa strategia per screditare i suoi avversari incluso individui, alleati e istituzioni democratiche. Trump, per esempio, ha attaccato i vertici del dipartimento di giustizia e la Fbi che lui stesso ha nominato. Per delegittimare l’indagine del Russiagate che sta investigando l’interferenza russa sull’elezione americana del 2016, Trump ha minato la reputazione di quelli coinvolti a mettere luce sulla questione. Per Trump, non c’è stata nessuna collusione della sua campagna elettorale con i russi senza però offrire prove. Il 45esimo presidente non solo rifiuta la realtà obiettiva testimoniata dall’intelligence americana ma si ricrea la propria che cerca invano di renderla credibile.

Poco prima del vertice del G7 l’attuale inquilino della Casa Bianca ha bisticciato al telefono con Justin Trudeau, primo ministro del Canada, sulla questione dei dazi e la sicurezza nazionale. Il leader canadese aveva espresso il suo disappunto per i dazi imposti sull’acciaio e alluminio spiegando che il suo Paese ha una lunga tradizione di alleanza con gli Stati Uniti. Trump al telefono però ha ribattuto accusando i canadesi di avere bruciato Washington nella guerra del 1812. Solo un piccolo problema. Il Canada non esiste come Paese fino al 1867. I fatti importano poco per Trump che li ricrea per i suoi bisogni.

Al vertice del G7 Trump ha anche fatto arrabbiare gli altri leader rifiutandosi di firmare il documento finale, aumentando le distanze dagli alleati europei, il Canada e il Giappone. Il 45esimo presidente aveva lasciato il vertice un giorno prima della conclusione ma dal suo aereo ha mandato dei tweet in cui ha aumentato il volume accusando Trudeau di tradimento. Più aspra ancora la reazione del suo consigliere economico Peter Navarro il quale ha dichiarato in un’intervista che “c’è un posto speciale all’inferno” per i leader che tradiscono Trump.

Il 45esimo presidente ha continuato a crearsi la propria realtà nel suo incontro con il leader coreano Kim Jong-un nel vertice a Singapore. Come si ricorda, i due si erano insultati a vicenda solo pochi mesi fa con minacce reciproche suggerendo una situazione di crisi con possibilità disastrose. Il loro incontro però ha indicato un dietrofront totale. Trump ha caricato Kim di lodi classificandolo di “molto talentoso, onorevole, molto aperto” e di avere stabilito in pochissimo tempo “un eccellente rapporto”.

Trump dimentica che Kim ha abusato i suoi concittadini mettendo in carcere i suoi avversari politici, torturandone alcuni, facendo soffrire di fame il suo popolo per costruirsi le armi nucleari e riducendo il suo Paese all’estrema povertà. Non aveva nemmeno i soldi per pagare il conto dell’albergo al vertice che è stato coperto dal governo di Singapore. In sintesi, Trump ha “graziato” un fuorilegge isolato dal mondo per la sua condotta abominevole.

Dopo il brevissimo vertice Trump ha dichiarato che non c’è più nessun pericolo di conflitti nucleari nella Corea. Tutto basato sulle parole di Kim che in passato ha detto numerose bugie e non ha mai mantenuto le promesse fatte. Un portavoce del governo iraniano ha però sobriamente dichiarato che non si può avere fiducia su Trump perché “potrebbe stracciare un accordo” in brevissimo tempo come ha fatto con quello del nucleare con l’Iran.

Trump ha esultato dopo l’incontro con Kim ma ha ammesso in una conferenza stampa che forse il vertice non si rivelerà un grande successo e che forse “in sei mesi sarà costretto ad ammettere che si era sbagliato”. Poi, in un momento di rarissima sincerità, il 45esimo presidente ha detto che in tale eventualità non sa “se lo ammetterebbe, ma troverebbe una scusa”. La scusa consiste della sua nuova possibile realtà con la quale discrediterebbe qualcun altro.

Domenico Maceri
PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

La politica inefficace di Trump sull’immigrazione

hewitt“Non si dovrebbero separare i bambini dai loro genitori…è traumatico e terrificante per i bambini”. Così il conduttore radiofonico conservatore Hugh Hewitt mentre cercava di fare vedere le conseguenze del nuovo provvedimento usato al confine col Messico a Jeff Sessions, il procuratore generale degli Stati Uniti. Sessions aveva annunciato la direttiva come parte della tolleranza zero per limitare il numero dei migranti che cercano di entrare negli Stati Uniti. Sessions ha spiegato che coloro i quali entrano in America senza permesso legale hanno commesso un reato e quindi vanno arrestati e esattamente come in altri casi criminali i figli vengono separati dai genitori.

Sessions si sbaglia che chiunque entri negli Stati Uniti senza documenti sia necessariamente un criminale. Alcuni lo fanno alla ricerca di asilo politico e bisogna dunque determinare la ragione per l’apparente trasgressione. Chiedere asilo politico è un diritto universale. Condannare tutti senza sapere i dettagli non è consistente con la legge americana la quale sostiene innocenza fino a prova contraria. Ciononostante, da quando Donald Trump è alla Casa Bianca, l’Immigration e Customs Enforcement (Ice), l’agenzia incaricata dell’immigrazione, ha condotto una politica aspra con deportazioni che a volte hanno sconvolto famiglie residenti in America da molti anni.

La separazione dei figli da nuovi arrivati alla frontiera è il più recente provvedimento usato come deterrente per ridurre le entrate di gente disperata che spesso fugge alla situazione tragica dell’America Centrale ma anche di altri Paesi costretti a rischiare la vita alla ricerca di un futuro migliore.

La linea dura dell’amministrazione Trump sull’immigrazione però non sta funzionando né dal punto di visto pratico né morale. La separazione dei figli dai genitori, che Sessions condanna prima che vengano giudicati, contrasta con l’idealismo degli Stati Uniti come una nazione di immigrati. Un’idea che l’attuale inquilino della Casa Bianca non ha mai usato nella campagna politica né con la sua amministrazione. La questione degli immigrati per Trump consiste di fermarli tutti perché rappresentano un pericolo per la sicurezza. Difficile capire come gente che sfugge alle guerra e alle gang di narcotrafficanti del’America Centrale possa causare pericoli per gli americani.

La American Civil Right Union (ACLU) ha denunciato il governo americano accusando l’amministrazione Trump di mettere in carcere individui innocenti che cercano asilo politico. Nel frattempo continuano le separazioni dei figli dai genitori con effetti persino imbarazzanti. Quando i figli sono separati dai migranti vengono consegnati a funzionari del Dipartimento Health e Human Services (HSS) che li detiene in centri inadeguati, spesso senza riscaldamento, in media una trentina di giorni. Alla fine verranno dati in affido a delle famiglie che possono prendersene cura. Recentemente si è saputo che 1550 di questi giovani sono scomparsi e il governo non sa dove saranno andati a finire. Alcuni saranno scappati di casa ma altri non hanno risposto alle richieste di informazioni fatte dal HSS. Un pugno nell’occhio all’amministrazione Trump incapace di gestire i figli dei migranti i cui genitori sono stati arrestati come criminali comuni.

La linea dura di Trump con gli immigrati non funziona nemmeno dal punto di vista pratico. L’uso della Guardia Nazionale di parecchi Stati al confine col Messico non ha ottenuto i risultati sperati dall’attuale inquilino della Casa Bianca. Negli ultimi tre mesi il numero di arresti alla frontiera è aumentato a 50 mila, 3 volte le cifre del 2017. Il 45esimo presidente non è dunque affatto contento con Kirstjen Michele Nielsen, il segretario della Homeland Security che include l’Ice, la quale ha considerato dimettersi a causa dei rimproveri in pubblico ricevuti dal suo capo.

Come spesso fa, l’attuale inquilino della Casa Bianca, non accetta responsabilità e cerca di assegnare la colpa ad altri. In un suo tweet Trump ha accusato i democratici delle pessime leggi che causano l’insicurezza alla frontiera. Dimentica ovviamente che lui è il presidente e che il suo partito controlla ambedue le Camere. Se si tratta di cambiare le leggi dovrebbe dunque avere tutte le armi necessarie per farlo. Trump però non ha fatto nulla per migliorare la questione dell’immigrazione usandola invece per creare insicurezza sostenendo che gli Stati Uniti sono sotto assedio dal di fuori.

L’altra sua soluzione ripetuta ad nauseam durante la campagna elettorale è l’idea della costruzione del famoso muro al confine col Messico. I legislatori repubblicani però non lo vedono come soluzione e non hanno stanziato i fondi necessari. Ma anche se il muro fosse costruito non risolverebbe il problema che ha radici molto profonde al di fuori degli Stati Uniti. Inoltre non risolverebbe la questione di tutti gli immigrati irregolari poiché il 40 percento viene in aereo con visto di studente o di turista e poi decide di rimanere negli Stati Uniti. Ma questi “criminali” sono in linee generali europei o canadesi, invisibili all’ottica di Trump.

L’immigrazione nella storia americana è sempre stata una questione spinosissima. Durante l’amministrazione di Barack Obama ci sono stati degli sforzi per risolvere almeno in parte e temporaneamente la questione. Ciononostante, Obama, Democratico, con due Camere controllate dai Repubblicani, fece poco progresso. Trump ha usato la paura creata dalla cosiddetta “invasione” degli emigranti mescolandola al terrorismo ottenendo consensi alle urne come sta avvenendo anche in Europa con i politici populisti. Non ha però fatto nulla per risolvere la triste situazione delle forze politiche e economiche che costringono la gente dell’America Centrale e del Messico ad abbandonare i loro Paesi. Ciò richiederebbe una politica internazionale diametralmente opposta all’egoismo dell’America First auspicata da Trump.

Domenico Maceri
PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Kelly: bocciato in inglese, storia e immigrazione

Cobb-John-Kelly-Civil-War“Non parlano inglese. Non si integrano bene”. Così John Kelly, capo dello staff di Donald Trump, ha descritto le sue ragioni per la necessità di impedire agli immigrati messicani di entrare negli Stati Uniti. I bisnonni di Kelly venivano dall’Irlanda, ma da parte di sua madre erano di Avellino, in Italia. Poco si sa sulle loro capacità linguistiche, tuttavia alcune ricerche del Washington Post rivelano che la sua bisnonna non conosceva l’inglese dopo 30 anni di vita negli Stati Uniti.
L’esperienza linguistica della bisnonna di Kelly non è un’anomalia. I miei genitori, ora deceduti, impararono pochissimo inglese in quaranta anni di residenza in America.
Perché la gente non impara l’inglese? Dopotutto, non è un gioco da ragazzi?
In realtà, imparare una lingua può essere facile per alcune persone, ma una serie di ostacoli può renderlo difficile se non impossibile per altri. Il primo è l’età. Tutti i bambini immigrati in America imparano l’inglese come madrelingua. Di questi giorni l’esempio più discusso viene testimoniato dai “Dreamers”, i giovani portati in America senza documenti dai loro genitori. Quelli che vengono come adulti impareranno abbastanza inglese per cavarsela. Alcuni potrebbero non imparare mai l’inglese a causa del loro basso livello di istruzione e della scarsa conoscenza della propria lingua. È molto difficile imparare una nuova lingua se non si conosce la propria molto bene. I miei genitori, e molto probabilmente la bisnonna di Kelly, affrontarono le sfide dell’età e dell’istruzione limitata.
La lingua madre degli immigrati può anche rendere più facile o difficile l’apprendimento dell’inglese. I parlanti di lingue europee con un alto grado di istruzione nella propria lingua di solito imparano l’inglese bene. Tuttavia, quelli venuti negli Stati Uniti da adulti non perderanno mai l’accento straniero. Arnold Schwarzenegger, Arianna Huffington, Henry Kissinger, Melania Trump porteranno il loro accento alla tomba poiché la pronuncia dell’inglese è molto impegnativa.
Gli immigrati istruiti che parlano una lingua non europea impareranno anche l’inglese, ma avranno difficoltà. Un immigrato della Cina potrebbe infatti richiedere il doppio del tempo per imparare l’inglese comparato a uno della Francia. Come si sa, l’inglese e il cinese hanno poco in comune mentre il francese e l’inglese condividono una serie di caratteristiche linguistiche che semplificano l’apprendimento della nuova lingua.
Normalmente, il genere influisce anche sulla capacità di apprendimento. Le donne immigrate, che hanno la tendenza a rimanere a casa e prendersi cura dei bambini, hanno meno probabilità di imparare rispetto agli uomini che vanno a lavorare e inevitabilmente hanno più contatti con gli americani.
Una sfida condivisa da praticamente tutti gli immigrati nell’apprendimento dell’inglese è però il tempo. Gli immigrati vengono negli Stati Uniti principalmente per motivi economici e lavorano lunghe ore. È difficile frequentare i corsi serali dopo aver lavorato duramente per l’intera giornata, anche se in realtà molti lo fanno.
Chiunque pensi che imparare una lingua sia facile dovrebbe parlare con gli americani che hanno vissuto all’estero per molti anni. Molti di loro imparano poco o niente della lingua straniera. Esattamente come è difficile per gli americani imparare altre lingue, è anche difficile per gli immigrati imparare l’inglese in parte a causa delle particolari complessità della lingua. Alla fine, però, gli immigrati imparano abbastanza inglese per vivere in America stabilendo le basi necessarie per i loro figli e nipoti permettendo loro di integrarsi pienamente e vivere il sogno americano.
Gli antenati di Kelly, conoscendo l’inglese o no, si sono integrati nella società americana, permettendogli di raggiungere le più alte posizioni di leadership. Ciononostante la sua debolissima conoscenza in alcune materie e nella nostra storia suscita forti dubbi sul suo giudizio nel trattare la questione dell’immigrazione. Conosciamo molto bene gli attacchi di Donald Trump sugli immigrati, etichettandone alcuni come provenienti da “paesi di m…da” e altri come “animali”. Kelly è molto meno stridente e infatti avrebbe dato al suo capo un voto molto basso, etichettandolo di “idiota” per non capire come funziona DACA, il decreto che permette ai “Dreamers” di rimanere temporaneamente negli Stati Uniti. Purtroppo, Kelly non fa molto meglio. I suoi commenti sugli immigrati che non parlano inglese e quindi non sono in grado di integrarsi non sono così estremi quanto la caratterizzazione degli immigrati del suo capo, ma anche lui merita la bocciatura.
Le opinioni di Trump e Kelly sull’immigrazione riflettono non solo un fraintendimento della storia, ma includono anche un rifiuto dell’America come terra di immigrati. Trump e Kelly alla fine usciranno di scena convertendosi solamente in un capitolo sfortunato della storia americana. L’America però sopravviverà e continuerà a crescere grazie al costante contributo dei nuovi arrivati. Quando gli immigrati smetteranno di entrare nel nostro Paese, il declino dell’America sarà iniziato.


Domenico Maceri

PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Sommossa contro Ryan e speranza per i “Dreamers”

dreamers“Non vogliamo mai dare il controllo del calendario legislativo alla minoranza”. Con queste parole, Paul Ryan, cercava di dissuadere un gruppetto di parlamentari repubblicani di raccogliere abbastanza firme per una petizione che sottometterebbe automaticamente al voto alcuni disegni di legge sull’immigrazione. Si tratta di una procedura chiamata “discharge petition” che richiede 218 firme le quali verrebbero da 193 parlamentari democratici e 25 repubblicani. Fino al momento mancano 6 firme repubblicane per raggiugnere il traguardo. Per Ryan sarebbe una sconfitta perché gli toglierebbe il controllo del calendario legislativo che gli spetta come speaker.

I leader della “sommossa” includono un gruppetto di parlamentari repubblicani moderati capeggiati da Carlos Cupelo (Florida), Jeff Denham (California) e Will Hurd (Texas) i quali hanno perso la pazienza con la leadership repubblicana che non ha nessuna intenzione di risolvere la questione dei “Dreamers”. Si tratta, come si sa, di 800mila giovani cresciuti in America ma portati nel Paese dai loro genitori senza documenti. Il presidente Barack Obama aveva offerto loro un visto temporaneo con un ordine esecutivo nel 2012. Il presidente Donald Trump ha abrogato quell’ordine nel 2018 sfidando le due Camere a trovare una soluzione legislativa permanente. La scadenza imposta da Trump è però stata ritardata dal sistema giudiziario e il caso potrebbe andare a finire alla Corte Suprema dando più tempo ai legislatori. Con l’elezione di midterm in cinque mesi Ryan non ha nessuna intenzione di spingere molto per risolvere la questione dei “Dreamers”, una patata bollente con seri costi politici alle urne. Ecco dunque la pressione per la “discharge petition”.

Al momento di scrivere non si sa se il gruppetto di parlamentari “ribelli” riuscirà a trovare le altre sei firme richieste. Un esito positivo aprirebbe le porte al voto a quattro disegni di legge sui “Dreamers”. Tre di questi sono già pronti e riflettono una versione molto conservatrice, una liberal e un’altra più moderata. Un quarto disegno sarebbe a disposizione di Ryan come speaker.

Le possibilità di un percorso totalmente positivo con un susseguente voto al Senato e la firma di Trump sono basse. Si ricorda che nel mese di febbraio il Senato aveva tentato di approvare alcuni disegni di legge per risolvere la situazione dei “Dreamers” senza alcun esito positivo.

Non si sa come andrà a finire alla Camera. Ciononostante, l’idea di coinvolgere i democratici con una parte dei repubblicani, mettendo da parte Ryan e la maggioranza repubblicana, potrebbe essere la strada bipartisan giusta. Comunque vada il gruppo di moderati “ribelli” ci guadagnerebbe. Anche se il disegno di legge non verrebbe approvato dal Senato per poi arrivare alla scrivania di Trump per la sua firma, il fatto di un semplice voto aiuterebbe politicamente i fautori poiché segnerebbero gol politici. Un punto di grande utilità per le prossime elezioni di midterm considerando il fatto che molti di questi repubblicani moderati devono correre in distretti congressuali in bilico. Inoltre, non esiste pericolo di ritorsioni per il loro atto ribelle dato che Ryan ha già annunciato di lasciare la Camera e il suo incarico di speaker alla fine di questa legislatura. Per la leadership repubblicana però si tratta di un passo tutt’altro che positivo poiché il piano della “discharge petition” conferma la confusione nei vertici della maggioranza repubblicana alla Camera e soprattutto la debolezza di Ryan.

Lo speaker da parte sua ha cercato di spiegare la riluttanza a un voto sull’immigrazione dicendo che non vuole perdere un sacco di tempo se non ha assicurazioni dalla Casa Bianca che Trump firmerebbe la legge. Non ha tutti i torti. Le posizioni del 45esimo presidente sulla questione dei “Dreamers” sono altalenanti con tutte le sfumature possibili dal suo grande amore per i giovani immigrati alla sua domanda che metteva l’immigrazione in dubbio perché gli Stati Uniti accettano immigrati di “paesi di m…da”.

D’altra parte però quando Barack Obama era presidente Ryan e i repubblicani approvarono una sessantina di voti per abrogare l’Obamacare, la riforma sanitaria, sapendo benissimo che l’allora presidente avrebbe imposto il suo veto. Poco importava però dato che l’idea dei voti era solo di ricordare agli elettori di tendenza repubblicana che tutta la colpa era del presidente democratico e sottolineare l’importanza della conquista repubblicana della Casa Bianca. Una volta eletto Trump e il controllo repubblicano delle due Camere, Ryan e compagnia non sono riusciti a mandare in porto la revoca della loro odiata Obamacare, paradossalmente un bene per il Paese poiché continua a fornire assicurazione medica a più di venti milioni di persone.

In passato Ryan aveva speso parole comprensive sui “Dreamers”. Da speaker però non fatto nulla. I moderati “ribelli” non avranno successo ma almeno, nel bene e nel male, ci stanno provando.

Domenico Maceri
PhD, University of California