BLOG
Domenico Maceri
Domenico Maceri, PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Amazon aumenta il salario minimo: resta qualche ombra

jeff bezos“Oggi voglio dare credito a chi lo merita”. Con queste parole Bernie Sanders, senatore dello Stato del Vermont, noto anche come candidato presidenziale nel 2016, ha voluto riconoscere l’annuncio di Jeff Bezos di aumentare il salario minimo per i dipendenti di Amazon. Come si sa, l’aumento del salario minimo a 15 dollari l’ora è stato un cavallo di battaglia di Sanders.

Sanders aveva causato uno scontro mediatico con Bezos facendo notare che l’uomo più ricco al mondo (165 miliardi) impiega lavoratori che a volte qualificano per benefici governativi per i loro bassi salari. In pochissimo tempo Bezos ha considerato la situazione ed ha deciso di aumentare il salario a 15 dollari per tutti i suoi lavoratori. L’aumento si applica a tutti i 250mila lavoratori di Amazon ma anche i 100mila della catena di supermercati Wholefoods, proprietà di Bezos. Include anche i dipendenti britannici di Amazon che vedranno il salario minimo aumentare a 10,50 sterline nella zona di Londra e 9,50 in altre parti.

L’aumento inizierà il primo novembre del 2018 e avrà un impatto positivo per tutti coloro che guadagnano meno di 15 dollari al momento ma anche a coloro che verranno assunti a contratto determinato per la stagione delle feste che è alle porte. Si tratta di una vittoria per i lavoratori di Amazon ma anche per quelli di altre aziende. In effetti, 15 dollari l’ora raddoppia il minimo federale di 7,25 dollari. Questa cifra rimane bloccata dal 2008 anche se può persino scendere a 2,50 in 17 Stati nel caso in cui i lavoratori ricevano mance. L’altro effetto positivo dell’aumento di Amazon è l’immediatezza. Alcuni Stati e città americane negli ultimi anni hanno aumentato il salario minimo ma lo hanno fatto in maniera graduale e si arriverà a quindici dollari l’ora fra quattro o cinque anni. L’effetto dell’aumento di Amazon si sentirà subito.

Lo sentiranno le aziende che in un modo o nell’altro fanno la concorrenza diretta o indiretta a Amazon. Se il salario minimo è 15 dollari e un lavoratore ha opzioni ovviamente sceglierebbe Amazon. Altre grosse aziende americane come Walmart e Target avevano già fatto qualche passo per aumentare il salario minimo a 15 dollari ma Amazon li ha “battuti” allo sprint. Adesso si vedrà se ci saranno reazioni specialmente considerando la forte concorrenza per i lavoratori data la disoccupazione attuale al di sotto del 4 percento. Con le assunzioni stagionali tipiche dell’autunno in preparazione delle vendite natalizie la concorrenza aumenterà a beneficio di quelli che cercano di entrare o rientrare nel mondo del lavoro.

L’impatto si ripercuoterà anche per i governi statali e locali i quali sentiranno pressione per aumentare il salario minimo. Nelle zone del Paese dominate da legislature democratiche il salario minimo è già stato aumentato ma anche in zone conservatrici si sentirà la pressione. Pressione addizionale avverrà anche dall’imminente annuncio di Amazon di costruire un altro centro di distribuzione che offrirà 50mila posti di lavoro. Le 20 zone finaliste sono dominate da amministrazioni democratiche ma l’effetto metterà pressione su altre aziende a reciprocare anche se probabilmente in maniera graduale.

L’aumento del salario farà anche piacere ai repubblicani a livello nazionale e locale i quali non si interessano al concetto di salario minimo lasciando alle aziende libertà di decidere quanto pagare. Comunque anche loro ci guadagnano politicamente affermando che il mercato libero funziona. Si sbagliano poiché la pressione politica e mediatica avrà certamente influito sulla decisione di Bezos. La sinistra, capitanata da Sanders e Elizabeth Warren, senatrice del Massachusetts, ha mantenuto viva la discussione dell’importanza dell’aumento del salario minimo. Infatti, Sanders aveva introdotto un disegno di legge al Senato per aumentare le tasse alle aziende i cui lavoratori ricorrono ai benefici del welfare perché pagati pochissimo dalle loro aziende. Inoltre, la campagna mediatica che ha fatto notare il grande contrasto fra l’uomo più ricco al mondo e l’idea che una parte dei suoi dipendenti usano welfare aveva formato una macchia visibile a tutti. Bezos dunque è stato furbo ad agire ricevendo gli applausi persino da Sanders. Allo stesso tempo il padrone di Amazon ha ridotto la pressione dei lavoratori di creare sindacati.

Non tutti sorridono però all’annuncio dell’aumento del salario minimo. Bezos ha spiegato che nessuno dei suoi dipendenti perderà con l’aumento ma in realtà i bonus e le stock options dei dipendenti con più di due anni di esperienza verranno ridotte e eliminate. Non si sa esattamente quanto costerà a Amazon l’aumento del salario a 15 dollari l’ora ma è possibile che a farne le spese saranno i dipendenti longevi. Alcuni lavoratori guadagnavano 300 dollari al mese in bonus durante la stagione delle feste. Le possibile perdite delle stock options sono difficili da calcolare.

“Abbiamo ascoltato i nostri critici… e abbiamo deciso di agire” ha dichiarato Bezos spiegando l’aumento del salario minimo. “Siamo entusiasti del cambiamento e incoraggiamo i nostri concorrenti e altre grandi aziende a seguire il nostro esempio” ha continuato il padrone di Amazon. Una buona sfida per le aziende ma anche per il governo.

Domenico Maceri
PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Trump e Kavanaugh: macchie sulla Corte Suprema

Trump Kavanaugh

“È mai svenuto dopo avere bevuto alcol?” Questa una delle domande della senatrice Amy Klobuchar (Democratica, Minnesota) a Brett Kavanaugh durante la sua seconda testimonianza alla Commissione Giudiziaria del Senato per la possibile conferma alla Corte Suprema degli Stati Uniti. Kavanaugh, evidentemente adirato dalla domanda, ha ribattuto domandando se la senatrice era svenuta in un caso simile.

La Klobuchar, con tono molto pacato, ha pressato il possibile giudice della Corte Suprema ottenendo una risposta negativa. Dopo la pausa del pranzo il giudice Kavanaugh ha chiesto scusa alla senatrice avendo capito il suo sbaglio. Kavanaugh ha anche riconosciuto il suo sbaglio pochi giorni dopo in un suo intervento nelle pagine del Wall Street Journal, noto quotidiano che pende a destra. Nel suo intervento, Kavanaugh mette in risalto le sue qualifiche ma ammette che la sua testimonianza è stata colorata da troppa emotività e ha “detto cose che non avrebbe dovuto dire”.

La reazione inappropriata di Kavanaugh con la senatrice Klobuchar non è stata l’unica asserzione fuori posto. Nel suo discorso di introduzione, il giudice Kavanaugh aveva fatto dichiarazioni che non si addicono alla personalità e temperamento di un giudice né tantomeno di un possibile giudice della Corte Suprema. Kavanaugh aveva dichiarato che nelle ultime due settimane era stato vittima di un “un assassinio politico”,  “alimentato  da rabbia per la vittoria di Trump nel 2016”,  “ con milioni di dollari spesi dalla sinistra per ottenere la vendetta dei Clinton”. Per Kavanaugh la colpa era tutta dei membri democratici della Commissione Giudiziaria al Senato.

Si tratta di dichiarazioni completamente estranee al tenore giudiziario ricordandoci in effetti i toni di una campagna politica. La reazione politica di Kavanaugh è stata spiegata dai suoi sostenitori come sdegno giustificato, considerando le accuse di molestie sessuali nei suoi confronti venute a galla, secondo lui, all’ultimo minuto per silurare la sua candidatura. Comunque sia, la reazione di Kavanaugh non ha riflesso la personalità necessaria per servire nella Corte Suprema che negli ultimi venti anni è divenuta sempre più dominata dalla politica, allontanandosi dalla giustizia che dovrebbe essere imparziale e basata sulle leggi.

Si sa ovviamente che il legame fra politica e sistema giudiziario esiste. I giudici della Corte Suprema vengono nominati dal presidente in carica in buona parte per ideologia politica. Donald Trump nella sua campagna del 2015-16 aveva promesso  che se eletto avrebbe nominato giudici conservatori. Infatti le sue due nomine sono giudici che tendono a destra. Ma la nomina di Neil Gorsuch (confermato l’anno scorso) e quella di Kavanaugh ci ricordano altre colorate da politica e polemiche come  quella clamorosa di Clarence Thomas del 1991. Si ricorda che Thomas, nonostante le accuse di molestie sessuali  di Anita Hill, fu alla fine confermato. Una conferma che rappresenta in un certo modo una macchia nella solennità della Corte Suprema. Alla quale bisogna aggiungere la macchia rappresentata da Gorsuch che è riuscito ad approdare alla Corte per il fatto che i senatori repubblicani, che controllano la Camera Alta, si rifiutarono di prendere in considerazione Merrick Garland che l’allora presidente Barack Obama aveva nominato per rimpiazzare Antonin Scalia. In effetti, i repubblicani, con la loro ostruzione, crearono il posto per Gorsuch.

Quando i senatori repubblicani adesso accusano i loro colleghi democratici di ostruzione non hanno tutti i torti perché fanno il lavoro di opposizione. Ma i “maestri” dell’opposizione sono proprio loro, i repubblicani. Avevano iniziato con la presidenza  di Obama rifiutandosi di confermare un folto numero di giudici alle Corti federali nominati da Obama. Poi, per ottenere più potere, hanno ridotto la voce della minoranza eliminando la procedura del filibuster che richiedeva 60 voti per procedere ai voti della conferma dei giudici. In passato, questa tradizione del Senato spingeva i presidenti a nominare giudici meno estremisti sapendo che la conferma richiedeva voti del partito di minoranza. In sintesi, la tossicità politica di Washington con l’aspra opposizione a Obama, è stata riversata anche sulla Corte Suprema.

Non sorprendono dunque tutti i battibecchi evidenti nella conferma di Kavanaugh. In questo caso però la posta è troppo alta. Una conferma di Kavanaugh significherebbe la netta maggioranza conservatrice in seno alla Corte Suprema con buone possibilità di future decisioni che potrebbero influenzare la politica americana per un cinquantennio. A cominciare dalla legge sull’aborto ma anche su tanti altri temi sociali per i quali Kavanaugh con il suo attacco politico si è dimostrato chiaramente  poco capace di obiettività. Il professor Laurence Tribe, eminente professore di diritto costituzionale alla Harvard, basandosi sugli attacchi di Kavanaugh, ha rilevato una serie di temi sui quali Kavanaugh dovrebbe ricusarsi perché li ha descritti come suoi avversari implacabili. Il professor Tribe include fra questi casi di molestie sessuali, i democratici, i gruppi liberal ecc. Ricusarsi da casi che toccano questi temi non sarebbe legalmente obbligatorio ma lo sarebbe dal punto di vista etico.

Al momento di scrivere queste righe siamo informati che il Senato ha approvato la mozione procedurale con 51 voti favorevoli e 49 contrari. Il voto finale non dovrebbe essere diverso anche se qualche remota possibilità di ribaltarlo potrebbe esistere. Non si sa con completa certezza l’esito finale ma sappiamo però che la probabile conferma di Kavanaugh ha già aggiunto altre macchie che riducono la legittimità della Corte Suprema.

Domenico Maceri

Kavanaugh inciampa: la Fbi indagherà sulle accuse

kavanaugh

“Il tweet del presidente mi ha sconcertata”. Questo il commento della senatrice Susan Collins (repubblicana, Maine) all’attacco del presidente Donald Trump lanciato contro la dottoressa Christine Blasey Ford la quale aveva accusato Brett Kavanaugh di molestie sessuali nel 1982 quando i due erano studenti liceali. Trump aveva resistito per cinque giorni ma alla fine non ha potuto contenersi e ha attaccato l’accusatrice di Kavanaugh che il 45esimo presidente ha nominato alla Corte Suprema per rimpiazzare il giudice Anthony Kennedy.

Tutto sembrava procedere bene per Kavanaugh dopo le sue testimonianze alla Commissione Giudiziaria nonostante le ovvie obiezioni dei senatori democratici. Poi l’accusa di molestie sessuali della dottoressa Blasey Ford hanno bloccato tutto. Dopo difficili negoziazioni, ambedue Blasey Ford e Kavanaugh hanno testimoniato davanti alla Commissione Giudiziaria del Senato. Pochi giorni prima delle testimonianze la situazione di Kavanaugh è peggiorata poiché altre due donne hanno dichiarato di avere subito molestie sessuali da parte del candidato a sostituire Kennedy alla Corte Suprema.

Durante la sua testimonianza Blasey Ford ha riassunto il presunto attacco subito da Kavanaugh. A una festa studentesca tenutasi nel 1982, Blasey Ford ha dichiarato che Kavanaugh la rinchiuse in una camera da letto in presenza di Mark Judge, amico di Kavanaugh, e le saltò sopra cercando di toglierle i vestiti e coprendole la bocca per impedirle di gridare. I due ragazzi erano ubriachi, secondo Blasey Ford, e Judge saltò su di loro e alla fine rotolarono a terra. Svincolatasi dalla presa, Blasey Ford si rinchiuse in un bagno mentre i due scesero al piano di sotto. Alla fine la giovane liceale riuscì a sfuggire.

La Blasey Ford ha iniziato la sua testimonianza spiegando di essere terrorizzata. Non è riuscita a dimenticare quell’episodio nonostante i tanti anni passati e nonostante il suo successo professionale che l’ha condotta a un dottorato in psicologia e insegnamento alla Palo Alto University e anche Stanford University. Rispondendo a una domanda del senatore democratico Patrick Leahy, la Blasey Ford ha detto che il ricordo più vivido della sua esperienza consiste delle “fragorose risate” e che i due “si stavano divertendo” sulla sua pelle.

Nella sua testimonianza Kavanaugh ha smentito l’accusa della Blasey Ford sottolineando le sofferenze subite dalla sua famiglia che hanno infangato il suo nome. Kavanaugh, parlando con un tono battagliero tipico di un politico alla Trump invece di giudice pacato, ha gridato al complotto attaccando la sinistra e la commissione giudiziaria per la situazione. Ovviamente, i senatori repubblicani lo hanno difeso mentre i democratici hanno cercato di difendere la Blasey Ford.

A peggiorare la situazione di Kavanaugh sono state le accuse di altre due donne e non si sa fino al momento se altre ne verranno a galla. La principale però è quella di Blasey Ford che la maggioranza repubblicana alla Commissione giudiziaria temeva. Gli undici membri repubblicani, tutti uomini, non volevano ripetere il massacro di Anita Hill la quale aveva accusato di molestie sessuali Clarence Thomas, nominato alla Corte Suprema da George W. H. Bush nel 1991. Nelle sue testimonianze i senatori repubblicani fecero del tutto per dipingerla come non credibile attaccando la sua persona.

Questa volta, nel clima di #metoo, i senatori repubblicani hanno invitato la procuratrice Rachel Mitchell, responsabile della divisione speciale vittime della procura di Maricopa County, Arizona, a interrogare Blasey Ford. Se invece lo avessero fatto i senatori, come è tipico, il contrasto avrebbe peggiorato ancor di più la situazione di una donna vittima attaccata da uomini come lei sostiene le era già avvenuto con Kavanaugh.

La maggioranza repubblicana alla Commissione Giudiziaria del Senato aveva fretta di concludere per arrivare al voto. Alla fine si è trattato di un confronto fra due individui ambedue dichiarandosi vittime senza però raggiungere un chiarimento. Molte altre informazioni non sono state utilizzate o esplorate. Judge, l’amico di Kavanaugh, e le altre due donne cha hanno accusato Kavanaugh, non sono stati interpellati a testimoniare.

Il giorno dopo le testimonianze di Blasey Ford e Kavanaugh la Commissione Giudiziaria ha votato per la conferma. In dubbio era il voto del senatore Jeff Flake il quale alla fine ha deciso di votare con il suo partito ottenendo però il rinvio del voto del Senato di una settimana per consentire alla Fbi di indagare le accuse di molestie sessuali. Kavanaugh ha superato il primo ostacolo ma rimane ancora in dubbio quello del Senato totale che avverrà tempestivamente dove la maggioranza risicata dei repubblicani (51-49) potrebbe silurare Kavanaugh. Comunque vada, una conferma di Kavanaugh alla Corte Suprema riflette un totale di tre giudici macchiati. Clarence Thomas, confermato nel 1991, fu accusato da Anita Hill di molestie sessuali. Neil Gorsuch, confermato l’anno scorso, ha preso il posto che i repubblicani hanno “rubato” a Merrick Garland, che per nove mesi il Senato non prese in considerazione. Inoltre, Gorsuch è stato nominato da Trump, un presidente la cui elezione è stata macchiata dall’interferenza russa. Kavanaugh, se confermato, potrebbe in un caso remotissimo subire l’impeachment se alcune delle accuse dovessero procedere come atto criminale.

La “sconfitta” di Blasey Ford e dei democratici però potrebbe rivelarsi un altro tassello per energizzare gli elettori, specialmente le donne, a presentarsi in massa alle elezioni di midterm che si svolgeranno fra poche settimane.

Domenico Maceri

Piano Trump per il deficit: tagli a stipendi dei federali

corey stewart“Sono quasi sempre d’accordo con il presidente Trump, ma non in questo caso”. Queste le parole di Corey A. Stewart, candidato per il Senato in Virginia, in un’email al Washington Post. Stewart dissentiva dalla decisione del presidente americano di bloccare gli aumenti salariali ai dipendenti federali. L’inquilino della Casa Bianca aveva spiegato in un comunicato indirizzato a Paul Ryan, speaker della Camera, che “bisogna mettere il Paese in una strada fiscalmente sostenibile” e che gli aumenti non si possono giustificare considerando “l’emergenza nazionale”.

Stewart è uno dei più grandi sostenitori di Trump. Lo aveva persino difeso nei suoi momenti più bui come nel caso delle rivelazioni del notissimo video di Hollywood in cui si sentiva che l’allora candidato repubblicano poteva approfittare delle donne. Stewart era rimasto al fianco di Trump anche quando questi aveva detto che i neonazisti non erano poi tanto negativi perché in una dimostrazione a Charlottesville c’erano stati problemi “da ambedue le parti”.

La diversa presa di posizione di Stewart sui salari sembra ammirevole specialmente perché non rientra nell’ideologia repubblicana di difendere i lavoratori. Stewart però è tutt’altro che altruista. È candidato al Senato in Virginia e si trova in una situazione disastrosa essendo indietro di 23 punti, secondo un sondaggio. Ha poche speranze di sconfiggere il suo rivale democratico Tim Kaine, attuale senatore e noto anche per essere stato il vice di Hillary Clinton nel 2016. Il Virginia contiene quasi 200mila dei 2,1 milioni di dipendenti federali e quindi Stewart non poteva che prendere le loro difese per cercare di limitare i suoi danni politici.

Gli aumenti bloccati da Trump equivalgono a 2,1 percento e secondo il presidente ammonterebbero a 25 miliardi di dollari. Esclusi dal congelamento sono le forze armate. In realtà si tratta di solo 2 miliardi in un bilancio annuale di 4100 miliardi. Da rilevare anche che il numero di dipendenti federali non aumenta dal 1989 quando la popolazione statunitense era 246 milioni comparata a quella attuale di 320 milioni.

La preoccupazione di Trump per il deficit sarebbe ragionevole eccetto per il fatto che emana odore di ipocrisia. Si ricorda che il 45esimo presidente l’anno scorso ha firmato una legge approvata dal suo partito che ha già peggiorato il deficit annuale e di conseguenza anche il debito federale. Solo nel mese di luglio 2018 il deficit è stato registrato a 77 miliardi di dollari, un aumento del 79 percento in comparazione a luglio del 2017. Il deficit è aumentato del 21 percento nei primi dieci mesi del 2018. Il Congressional Budget Office (CB0), l’agenzia federale non-partisan, ha calcolato che il deficit nel 2019 raggiungerà mille miliardi.

L’aumento del deficit è dovuto principalmente agli sgravi fiscali che hanno beneficiato in grandissima misura le classi abbienti considerando specialmente la riduzione delle imposte dal 35 al 21 percento alle corporation.

L’impatto della proposta di Trump dei tagli salariali sul deficit sarebbe minimo e riflette la mancanza di serietà fiscale non solo del 45esimo presidente ma anche del Partito Repubblicano. Si ricorda che il deficit e il debito nazionale sono temi di importanza per il Gop quando i democratici sono al potere. Adesso che i repubblicani controllano sia la Casa Bianca che le due Camere non si sente parlare di deficit. Il fatto che Trump abbia riaperto il discorso dovrebbe essere positivo ma in realtà è poco promettente.

Anche il congelamento degli aumenti non è cosa fatta perché la legislatura potrebbe agire per ripristinare gli aumenti. Il Senato infatti aveva votato un aumento dell’1,9 percento per i dipendenti federali. La Camera non si era pronunciata ma adesso la pressione sta aumentando per agire poiché anche i parlamentari più conservatori, oltre ai democratici, sono favorevoli al modesto aumento. David Brat, per esempio, parlamentare del Virginia, membro del Tea Party, l’estrema destra del Gop, ha dichiarato che bisogna affrontare aggressivamente il bilancio “ma l’eliminazione dell’aumento ai dipendenti federali all’ultimo minuto non è la strada giusta”.

Ha ragione. La presa di posizione di Trump consiste di una guerra ai dipendenti federali che servono i veterani, forniscono supporto alle forze armate, proteggono l’ambiente e aiutano le famiglie povere. Si calcola anche che un terzo di questi dipendenti federali sono persino veterani.

La ripresa economica iniziata con Barack Obama segue un percorso positivo ma i benefici continuano in grande misura ad andare ai benestanti. Gli sgravi fiscali approvati da Trump, non necessari per stimolare l’economia, erano semplicemente un “regalo” ai più ricchi che in realtà non ne avevano bisogno. L’idea di bloccare il modestissimo aumento ai dipendenti federali ci conferma che il 45esimo presidente è incapace di identificarsi con la classe media. In questo caso però il suo partito lo potrebbe bloccare se non altro per minimizzare le probabili perdite alle elezioni di midterm che sono quasi alle porte.

Domenico Maceri
PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

I valori di McCain e Trump: due Americhe

mcCain_trump-copy-800x430

“L’America di John McCain non ha bisogno di essere rifatta grande perché lo è sempre stata”. Queste le parole di Meghan McCain, figlia di John McCain, agli elogi funebri del senatore americano tenutosi alla National Cathedral di Washington. Solo poche ore dopo è arrivato il tweet di Donald Trump che in lettere maiuscole ripeteva “MAKE AMERICA GREAT AGAIN”.

Due frasi diverse che rappresentano due Americhe, quella di McCain e l’altra del 45esimo presidente.

L’America di John McCain era presente nella cattedrale di Washington e abbracciava tutto l’establishment politico americano incluso gli ex presidenti George W. Bush e Barack Obama. McCain, sapendo che era in fin di vita, alcuni mesi fa aveva chiesto ad ambedue di pronunciare elogi funebri al suo funerale. La scelta non è stata casuale rivelandoci la forza e il coraggio di McCain. Sia Bush che Obama lo avevano sconfitto in dure campagne politiche. Il primo per la nomination nel 2000 e il secondo nella corsa alla presidenza nel 2008. I rapporti bipartisan però per McCain erano più importanti dei risultati delle elezioni. Come ha detto Obama nel suo elogio, al di là delle differenze politiche, ambedue erano americani e formavano parte della stessa “squadra”. Obama e Bush hanno lodato McCain per il suo eroismo in Vietnam dove sofferse la prigionia nel cosiddetto Hanoi Hilton. Una volta che i Viet Cong si resero conto che era figlio di un ammiraglio americano gli offrirono la libertà mettendolo davanti alla fila dei prigionieri da liberare. McCain si rifiutò decidendo di aspettare il suo turno, decisione che gli costò ulteriori torture.

La scelta dei due ex presidenti e degli elogi funebri è stata strategica e mirava a mandare un messaggio all’attuale residente della Casa Bianca, un uomo i cui comportamenti McCain disdegnava. In uno dei suoi ultimi dissensi, McCain aveva aspramente criticato  il comportamento di Trump all’incontro con Vladimir Putin in Helsinki. Si ricorda che il presidente americano non riconobbe il lavoro dell’intelligence americana che aveva confermato l’interferenza russa nell’elezione del 2016. Trump dichiarò nella conferenza stampa che Putin gli aveva dato ragionamenti convincenti per l’innocenza russa.

McCain aveva capito che la nazione viene prima del partito e che bisogna sacrificare per il bene comune. Trump, invece, vede il suo bene personale come guida. Ce lo conferma anche il suo attacco più feroce a McCain  durante la campagna elettorale quando l’allora candidato alla nomination repubblicana mise in dubbio l’eroismo di McCain. Trump disse che a lui piacciono “quelli che non si fanno catturare” e che McCain non era un eroe. Una blasfemia ovviamente poiché tutti gli americani riconoscono i sacrifici e contributi di McCain al paese. Nel caso di Trump, non corse il pericolo di essere catturato perché non servì nelle forze armate americane. Non andò in Vietnam perché ottenne quattro rinvii e alla fine fu esentato per una lieve deformazione ai talloni.

L’incapacità di Trump di vedere in faccia la realtà e il suo uso di attacchi personali come arma politica colorano la sua America. Come ha detto Obama nel suo elogio a McCain “la politica attuale americana finge di essere coraggiosa ma infatti nasce dalla paura”. La frase non menziona Trump direttamente ma la stoccata è chiara e diretta all’attuale inquilino della Casa Bianca. Nella campagna politica per la presidenza e in quasi due anni di mandato Trump le spara grosse dicendo di esser coraggioso e grande difensore del paese con la sua politica di “America first”, prima gli americani.

I fatti importano poco nell’America di Trump. I fatti si possono ricreare per confermare il successo personale. E quando la logica presenta un panorama negativo gli attacchi si riversano sui messaggeri. I media che riportano la realtà sono attaccati di “fake news” e in tempi recentissimi di nemici del popolo. Un’espressione che  ci fa subito pensare a leader autoritari per cui Trump ha espresso ammirazione dimenticando che i loro valori si trovano diametralmente opposti a quelli americani incarnati da McCain.

La miopia di Trump pervade la sua politica, che a differenza di McCain, è guidata dalla sopravvivenza personale anche a costo di sbarazzarsi di principi etici e morali. Dalle bugie quasi quotidiane che il Washington Post ha calcolato a più di 4 mila in meno di due anni di mandato a pagamenti di pornostar per silenziarle, prima smentiti, ma poi confermati dai suoi collaboratori, alcuni dei quali stanno per andare in galera.

Meghan McCain, nel suo elogio ha detto che la scomparsa del padre significa “la morte della grandezza americana, di quella vera… non  quella di individui che hanno vissuto una vita di conforti e privilegi mentre lui soffriva e serviva”. Non menziona Trump, ma la stoccata, è chiarissima.

Nel suo messaggio di addio McCain ha reiterato la “fede negli americani” esortandoci a non “disperare per i problemi attuali ma di credere sempre nella promessa e grandezza dell’America”. Un messaggio positivo che mentre l’America perdeva un pezzo importante ci ricorda che il Paese è molto  più grande  e non dipende da un singolo individuo. McCain sapeva benissimo che, nonostante la sua grandezza, l’America non ha ancora raggiunto il punto più alto ma la fede negli ideali vi ci condurranno un giorno.

Domenico Maceri

Lo spagnolo di Rick Scott e le sue teorie sull’immigrazione

Florida Governor Rick Scott listens during a meeting with law enforcement, mental health, and education officials about how to prevent future tragedies in the wake of last week's mass shooting at Marjory Stoneman Douglas High School, at the Capitol in Tallahassee, Florida, U.S., February 20, 2018. REUTERS/Colin Hackley - RC193DF3FE40

Florida Governor Rick Scott REUTERS/Colin Hackley – RC193DF3FE40

“Questo è un paese in cui si parla inglese, non spagnolo”. Donald Trump ammonì con queste parole Jeb Bush e Marco Rubio, due dei suoi rivali nelle primarie repubblicane del 2015, che stavano conducendo una campagna in due lingue. Trump sconfisse entrambi e alla fine è stato eletto presidente.
Rick Scott, governatore della Florida, un alleato di Trump, non è d’accordo. Ha usato la sua limitata conoscenza dello spagnolo per corteggiare gli elettori latinos mentre faceva la campagna per governatore e continua a farlo mentre cerca di spodestare Bob Nelson dal suo seggio al Senato degli Stati Uniti.
Usare la lingua spagnola per ottenere un vantaggio rispetto ai concorrenti politici non è atipico. Persino alcuni democratici lo fanno anche se tradizionalmente sono preferiti dagli elettori latinos. Nell’elezione del 2016, il candidato alla vicepresidenza Tim Kaine si è servito dello spagnolo, ma con scarso successo. George W. Bush, invece, nelle elezioni presidenziali del 2000 e del 2004, usò la sua limitata conoscenza dello spagnolo con risultati molto positivi. Bush vinse circa il 40% del voto latino, ottimo risultato per un repubblicano e molto meglio del 28% di Donald Trump nel 2016 e il 27% di Mitt Romney nel 2012.
Corteggiare gli elettori latinos usando la lingua spagnola non si traduce necessariamente in successo alle urne. Ciononostante, Scott è intelligente nel fare il tentativo, poiché gli elettori latinos lo vedono con occhi favorevoli. La lingua può essere utile al livello emotivo in politica come in qualsiasi situazione. Esattamente come il paziente si sente un po’ meglio dopo aver sentito il medico dire un semplice “buenos días”, gli elettori apprezzano il fatto che un politico comunichi nella loro lingua. Tuttavia, dato che la maggior parte degli elettori latinos capisce l’inglese, l’uso dello spagnolo non significa necessariamente comunicare idee sostanziali, ma piuttosto raggiungerli al livello emotivo. Anche gli elettori latinos che non conoscono molto bene lo spagnolo lo apprezzano poiché alcuni dei loro amici o familiari potrebbero non essere completamente fluenti in inglese. Quando Scott lotta con lo spagnolo, si identifica con chiunque abbia difficoltà a imparare l’inglese o in altri aspetti della vita.
Tuttavia, usare lo spagnolo vuoto di idee e politiche sostanziali vantaggiose per gli elettori latinos può facilmente divenire ruffianeria. Scott sembra essere sinceramente interessato agli elettori latinos come dimostrano alcune sue recenti opinioni moderate sull’immigrazione. Favorisce, ad esempio, un disegno di legge che darebbe un iter alla cittadinanza ai beneficiari del DACA, individui portati negli Stati Uniti come minori. Si è dichiarato anche contrario alla politica di separazione dei bambini al confine, etichettandola di “orribile”, dichiarando anche che la Florida è uno “stato di immigrazione”, come si può vedere dalla moltitudine di lingue parlate nel Sunshine State.
Inoltre, Scott ha compiuto sforzi per aiutare i portoricani che si sono trasferiti in Florida dopo che l’uragano Maria ha colpito l’isola nel 2017. A differenza dell’amministrazione Trump, che ha fatto ben poco per fornire assistenza, Scott ha visitato Puerto Rico diverse volte e ha fatto sforzi per accogliere le vittime, rendendo più facile il loro trasferimento in Florida. I sondaggi sembrano confermare i suoi sforzi. Il 70% dei portoricani in Florida ha una visione negativa di Trump mentre il 76% vede Scott favorevolmente, cifra più alta di quella del senatore Nelson, il suo avversario democratico a novembre. La corsa al Senato è serrata e la posizione moderata di Scott sull’immigrazione e il suo corteggiamento dei latinos in Florida, incluso il suo uso dello spagnolo, potrebbero diventare indispensabili.
L’uso dello spagnolo da parte di Scott e le sue opinioni sull’immigrazione lo mettono in contrasto con la dura retorica di Donald Trump e le azioni sull’immigrazione e i latinos in particolare. Paradossalmente, Scott si identificava con queste posizioni non molto tempo fa. Quando era in corsa per il suo primo mandato da governatore nel 2010, infatti, era un forte sostenitore delle dure leggi sull’immigrazione simili a quelle approvate in quel periodo in Arizona, che avevano colpito duramente gli immigrati. Inoltre, si è opposto agli sforzi per ampliare il Medicaid, un programma a beneficio dei poveri, che naturalmente include molti latinos.
Il “nuovo” approccio di Scott verso i latinos e le opinioni moderate sull’immigrazione consistono dunque solamente di un espediente politico? Può darsi. Mentre conduce la campagna per il Senato degli Stati Uniti, Scott sta attaccando Nelson per essere debole sull’immigrazione, etichettando l’opposizione dei democratici come sostenitori delle frontiere aperte. Scott ripete il linguaggio e la retorica di Trump mentre cerca di fare appello a tutti i floridiani, e in particolare agli elettori del GOP.
Le elezioni in Florida sono spesso determinate da lievi margini e le nuove moderate posizioni di Scott sull’immigrazione e il suo uso dello spagnolo potrebbero aiutarlo a prevalere a novembre. Ciononostante, gli elettori latinos dovrebbero essere cauti, in particolare quando Scott incolpa Nelson per non aver fatto nulla per risolvere la questione dell’immigrazione a Washington. Bisogna ricordare che il GOP controlla ambedue le due camere legislative e la Casa Bianca. Quindi sono loro che non hanno fatto nulla per risolvere la situazione dell’immigrazione. Il voto per la sostituzione di un senatore democratico con uno repubblicano farà la differenza?
“Tutta la politica è locale”, dichiarò l’ex presidente della Camera Tip O’Neill, Jr., democratico del Massachusetts anni fa. È vero, ma l’appartenenza ad un partito fa molta differenza, in particolare al Senato di questi giorni dove un seggio o due potrebbero determinare la maggioranza della Camera alta, con ripercussioni significative che vanno ben oltre l’uso dello spagnolo e dell’immigrazione. Votare per i candidati dimenticando il partito a cui appartengono alla fine potrebbe rivelarsi imprudente.

Domenico Maceri
PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Brennan e Mueller: grossi grattacapi per Trump

trump-delirio“Considererei un onore se lei revocasse anche il mio nullaosta per la sicurezza”. Così scriveva William H. McRaven nelle pagine del Washington Post esprimendo un notevole disappunto per la revoca del nullaosta di sicurezza a John Brennan. McRaven era stato ammiraglio della marina americana e comandante delle forze speciali che eliminarono Osama bin Laden nel 2011. Donald Trump ha voluto punire Brennan per essere stato uno degli individui chiave che ha scatenato l’inchiesta del Russiagate ma anche per i suoi critici commenti sull’operato del 45esimo presidente.

Si ricorda che Brennan, dopo l’incontro fra Trump e Vladimir Putin a Helsinki del 16 luglio, aveva accusato il presidente americano di tradimento per avere preso la parte del leader russo invece di sostenere i gruppi di intelligence americana che hanno determinato l’interferenza russa nell’elezione americana del 2016. Il giorno dopo Trump si è reso conto di avere sbagliato e ha spiegato che si era trattato di una svista linguistica.

Poco credibile ovviamente perché il 45esimo presidente non ha mai digerito la tesi dell’interferenza russa vedendo questa possibilità come macchia alla sua vittoria del 2016 ma anche alla possibile trasparenza sui suoi rapporti finanziari con oligarchi russi. Punire Brennan togliendogli il nullaosta di sicurezza non avrà un grande impatto sulla vita personale o pubblica dell’ex direttore della Cia ma riconferma la rottura fra Trump e il mondo dell’intelligence.

I nullaosta sulla sicurezza vengono mantenuti da ex membri dell’intelligence per varie ragioni. Non è raro che questi individui vengano richiamati o consultati dai membri di un nuovo governo per assistenza e chiarezza su temi di vitale importanza. In queste consultazioni gli ex funzionari spesso vengono aggiornati su informazioni confidenziali che richiedono il nullaosta. Senza questa capacità di fare uso della saggezza, accumulata in anni di servizio, ne soffre il Paese.

In tempi passati queste transizioni avvenivano di routine e gli ex funzionari del mondo dell’intelligence rimanevano in grande misura nell’anonimato. Il caso di Brennan è diverso per il fatto che Trump non ha accettato con fatti e parole le conclusioni del mondo dell’intelligence sull’interferenza russa nell’elezione.

Le parole sono evidenti nei suoi innumerevoli tweet in cui attacca a destra e manca non solo l’inchiesta di Robert Mueller, il procuratore speciale sul Russiagate, ma difatti tutte le agenzie di intelligence. Questa campagna contro l’intelligence è iniziata con il licenziamento di James Comey, direttore della Fbi dopo il rifiuto di questi di mettere da parte le inchieste su Michael Flynn, il consigliere della sicurezza nazionale, licenziato da Trump dopo poche settimane di lavoro. Dopo avere messo Comey da parte, il 45esimo presidente ha licenziato 25 individui della Fbi e del dipartimento di giustizia, incluso Andrew McCabe, numero 2 alla Fbi, e Sally Yates, vice procuratore generale.

Trump ha anche dimostrato il suo disappunto su Jeff Sessions, procuratore generale, e Rod Rosenstein, vice procuratore generale, nominati proprio dal presidente stesso. Nel caso del primo lo ha deriso e offeso pubblicamente e in uno dei tanti tweet ha anche suggerito che Sessions dovrebbe mettere fine all’inchiesta di Russiagate. Il vero responsabile dell’inizio dell’inchiesta sull’interferenza russa sull’elezione americana è però Rosenstein poiché Sessions si era ricusato considerando il suo conflitto per avere partecipato alla campagna elettorale di Trump.

La revoca del nullaosta di Brennan non è dunque una distrazione come molti analisti hanno suggerito. Si tratta di un altro attacco all’intelligence per cercare in tutti i modi di minare direttamente e indirettamente l’inchiesta di Mueller ma allo stesso tempo cercare di sminuire le conseguenze, con poco successo, come ci dimostrano alcuni recentissimi eventi.

Don McGahn, l’avvocato della Casa Bianca sta collaborando con Mueller sul Russiagate da nove mesi e ha parlato con gli investigatori almeno tre volte per un totale di 30 ore. Paul Manafort, il manager della campagna politica di Trump per quattro mesi, è appena stato condannato su otto capi di accusa per frode fiscale. Michael Cohen, ex legale di Trump, si è dichiarato colpevole su 8 capi di accusa, incluso uno sulla violazione della legge elettorale per un candidato politico (non specificato ma facile da identificare). Il pericolo di ulteriori informazioni che questi tre individui potrebbero fornire a Mueller non è da sottovalutare anche se l’inchiesta include molte altre testimonianze che potrebbero incastrare il presidente.

La revoca del nullaosta a Brennan si riallaccia dunque al Russiagate che preoccupa l’attuale inquilino della Casa Bianca. Ciononostante l’azione contro Brennan va oltre la sua persona minacciando altri individui ma creando allo stesso tempo incertezza per tutti i 4 milioni di funzionari che lo posseggono e che potrebbero perderlo se il presidente lo decide. Per molti di questi individui si tratta di estrema necessità poiché senza il nullaosta perderebbero il loro posto di lavoro. Inoltre c’è da considerare anche l’effetto negativo per futuri individui che vogliano lavorare nel mondo dell’intelligence.

Questo clima di incertezza dovuto all’attacco a Brennan ha colpito tutto il mondo dell’intelligence. Ecco perché più di trecento ex membri dell’intelligence che hanno servito con presidenti repubblicani e democratici hanno firmato una lettera di supporto a Brennan. La lista è formata da ex membri di sicurezza e intelligence e include i 15 ex capi della Cia di tutte le presidenze da Ronald Reagan a Barack Obama. La ha firmato persino William H. Webster, 95enne, ex direttore della Fbi e Cia in amministrazioni democratiche e repubblicane. I firmatari non sono necessariamente d’accordo con le idee politiche espresse da Brennan ma rivendicano il diritto alla libertà di espressione per tutti.

Un diritto messo in pratica da McRaven nel suo pezzo sul Washington Post. L’ex ammiraglio sperava che dopo l’elezione Trump diventasse il presidente di cui il paese ha bisogno. McRaven definisce questo presidente come uno che mette il bene degli altri prima di se stesso servendo da modello per tutti. Trump, secondo McRaven, ci ha “imbarazzati” davanti agli occhi dei bambini, e umiliati nel mondo. Ma la cosa peggiore è che ha “diviso la nazione”.

Domenico Maceri
PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Trump e i media: da fake news a nemici del popolo?

donald-trump“Non ritengo che i media siano i nemici del popolo”. Questa l’affermazione di Ivanka Trump, figlia del presidente, in una recente intervista. Era questa l’affermazione che Jim Acosta, noto giornalista della Cnn, aveva cercato di strappare a Sarah Huckabee Sanders, portavoce di Trump, in una conferenza stampa alla Casa Bianca senza però riuscirvi. Acosta abbandonò la sala protestando la mancata conferma della Sanders.

La Sanders ha fatto il suo dovere di fedele portavoce al suo capo il quale poco dopo in uno dei suoi tweet ha reiterato di nuovo che “le fake news sono i nemici del popolo”. Il 45esimo presidente commentava

l’incontro tenuto con A.G. Sulzberger e James Bennet, il primo, editore del New York Times, e il secondo il direttore della sezione editoriali del giornale. I due giornalisti avevano avvertito il presidente che “il suo linguaggio non era solo divisivo ma sta divenendo sempre più pericoloso”. Avevano anche sottolineato che riferirsi ai media come “nemici del popolo” continua ad “ampliare le minacce ai giornalisti e condurrà alla violenza”.

Non era la prima volta che Trump attaccava i media come fake news né come nemici del popolo, un’espressione usata da leader di regimi autoritari per silenziare i loro avversari. L’espressione non è nuova. La si trova anche nell’opera drammatica Coriolano di Shakespeare. In tempi moderni, leader autoritari storici sia di destra che di sinistra, da Stalin a Mao ma anche da propagandisti nazisti, la hanno usato per denigrare e annientare i loro nemici politici, assassinarli e persino sfociare in epurazioni.

Trump attacca i media come fake news, aumentando il volume con l’espressione di nemici del popolo, echeggiando la politica di paesi autoritari moderni. Si ricorda che Trump ha sempre avuto parole di approvazione per Vladimir Putin ma anche per altri come Kim Jong-un. In quest’ultimo caso, l’attuale inquilino della Casa Bianca ha espresso ammirazione per il fatto che il leader coreano a 28 anni ha assunto il potere di una nazione, ignorando però le malefatte di Kim.

A differenza di altri presidenti americani che spesso parlano di democrazia e di valori democratici non solo per gli americani ma anche come modello per il resto del mondo, Trump rimane silenzioso su questo tema. Il suo comportamento con i giornalisti era abominevole durante la campagna elettorale ed è infatti peggiorato durante i quasi due anni di mandato. Trump non esita ad additare giornalisti che non gli piacciono come Acosta al quale ha rifiutato di rispondere ad una domanda nella recente conferenza stampa di Londra con Theresa May. Trump ha identificato Acosta come parte della Cnn che considera fake news e quindi lo ha saltato accettando però di rispondere a John Roberts della Fox News, considerata da non pochi come vera fake news.

Per il presidente di un paese democratico come gli Stati Uniti malmenare verbalmente un cronista in pubblico non fa altro che incoraggiare altri leader autoritari a maltrattare i media dei loro paesi dove non è raro che i giornalisti subiscano anche conseguenze che li fanno andare a finire in carcere e a volte anche peggio. Il comportamento autoritario di Trump non fa altro che legittimare leader autoritari in altre parti del mondo dove i media non sono protetti dal primo emendamento americano che sancisce la libertà di stampa. In effetti, il comportamento di Trump dimostra disprezzo non solo per i giornalisti ma anche per la costituzione americana.

La protezione della costituzione alla libertà di stampa però non offre completa protezione ai giornalisti in America. Acosta, per esempio, deve fare uso di guardie del corpo quando svolge il suo lavoro di giornalista a uno dei tanti rally di Trump, dove non è raro che il 45esimo presidente denigri i media. Trump non ha mai detto ai suoi sostenitori di attaccare fisicamente i giornalisti ma le sue parole focose potrebbero essere interpretate in tale senso da alcuni scapestrati. Di fatti, minacce di individui che si dichiarano sostenitori di Trump sono state ricevute da non pochi giornalisti.

Bret Stephens, editorialista del New York Times, in un recente articolo, parla di minacce ricevute al telefono da uno di questi individui nel mese di maggio del 2018. Quattro settimane dopo, cinque giornalisti del Capital Gazette di Annapolis, Maryland, sono stati uccisi. Non sembra di esserci stato movente politico ma ovviamente gli incitamenti di Trump che caratterizzano i media come nemici del popolo potrebbero condurre a simili tragedie.

L’attacco di Trump ai media però non è necessariamente diretto agli individui ma fa parte della sua politica di demolire la verità che è il suo vero nemico. Si tratta di attacchi che mirano a creare un’altra realtà, una realtà che esce dalla sua bocca. In un recente comizio Trump ha infatti consigliato ai suoi fedelissimi di non credere a ciò che loro vedono scritto o riportato dai media.

L’assenza di fiducia e l’inevitabile mancanza di collaborazione con i media per Trump non è un problema perché di questi giorni si possono bypassare i giornalisti, comunicando direttamente con gli elettori. Trump ha più di 50 milioni di seguaci nel suo account di Twitter, la metà di quelli di Barack Obama, ma ne fa ottimo uso. I suoi messaggi su Twitter e quelli espressi ai suoi comizi includono però frequentemente affermazioni false o ingannevoli. Il Washington Post ci informa che negli ultimi tempi la frequenza delle bugie e le affermazioni ingannevoli di Trump sono aumentate a 16 al giorno. Nei suoi 600 giorni di presidenza Trump ha affermato il falso più di 4300 volte. Lui è infatti il più prolifico propagandista di fake news con il suo twitter account al quale vi aggiunge i frequenti comizi. I giornalisti non sono i nemici del popolo né della verità. Quando il 45esimo presidente attacca i media di fake news dovrebbe guardarsi allo specchio.

Domenico Maceri

La politica estera di Trump: minacce e poi abbracci

trump dazi“Farò scattare lo shutdown se i democratici non voteranno per la sicurezza del confine, che include il muro al confine col Messico”. Questa è una delle ultime minacce emerse da uno dei tanti tweet del presidente Donald Trump.

Minacciare e poi indietreggiare consiste di una strategia del 45esimo presidente. La usa non solo nelle questioni interne ma anche nei suoi rapporti con leader esteri. In tempi recenti lo ha fatto con il leader coreano Kim Jong-un. Dopo avere minacciato di distruggere la Corea del Nord, Trump ha cambiato strategia ed ha annunciato che si sarebbe incontrato con Kim Jong-un. Infatti, l’incontro è avvenuto a Singapore  lo scorso giugno e secondo l’attuale inquilino della Casa Bianca, la Corea del Nord ha accettato l’idea della denuclearizzazione della penisola. Seguirono incontri fra Mike Pompeo, segretario di Stato americano, e leader coreani alla conclusione dei quali i coreani hanno accusato gli americani di comportamenti da gangster. Pompeo ha minimizzato sostenendo che tutto sta procedendo bene. La consegna dei resti di 55 presunti soldati americani morti nella Guerra di Corea (1950-53) è stato un buon segnale che Trump ha particolarmente gradito, ringraziando Kim profusamente. Adesso però, il Washington Post ci informa che nuove immagini satellitari dei servizi di intelligence americana indicano che la Corea del Nord ha iniziato a costruire altri missili intercontinentali. In effetti, si è ritornati al punto di partenza anche se bisogna ammettere che la retorica bellicosa al momento sembra essere finita.

Trump però ha usato la stessa strategia di minacce e poi fatto passi indietro anche con gli alleati. In questo caso si è trattato di possibili guerre di dazi. Dopo avere dichiarato il NAFTA (Trattato nordamericano di libero scambio) sfavorevole agli Usa il 45esimo presidente ha minacciato di stracciarlo. Alla fine Trump ha imposto dazi sull’acciaio e alluminio costringendo Justin Trudeau, primo ministro canadese, a ricambiare con dazi di 12,6 miliardi su importazioni dagli Stati Uniti. Al G7 del mese di giugno il 45esimo presidente si è comportato in modo arrogante, lasciando l’incontro un giorno prima della fine. Poi  parecchi tweet dall’Air Force One sono venuti a galla attaccando personalmente Trudeau di essere “disonesto e debole” aggiungendo anche che aveva dato indicazioni di non “appoggiare il documento finale del G7”.

Al vertice Nato a Bruxelles il presidente americano ha continuato i suoi attacchi agli alleati, dichiarando che la Germania ha stabilito accordi sul gas e il petrolio con la Russia e paga “miliardi  e miliardi di dollari ogni anno a Mosca”  e che la Germania è “completamente controllata dalla Russia”. Pochi giorni dopo in un’intervista al giornale londinese The Sun, il 45esimo presidente ha criticato aspramente il primo ministro britannico Theresa May per il suo debole tentativo di mettere in pratica Brexit. Il giorno dopo però ha cambiato rotta dichiarando che la May è “una donna formidabile”. Questi attacchi agli alleati sono alla fine sfociati in un dietrofront di Trump concluso pochi giorni fa in un incontro con Jean-Claude Junker, il presidente della Commissione Europea,  nel quale i due leader sembrano avere sventato una guerra di dazi.

Trump ha usato una simile minaccia contro il presidente iraniano Hassan Rouhani il quale aveva iniziato la guerra verbale dicendo che una guerra con “l’Iran è la madre di tutte le guerre”. Il 45esimo presidente ha ribattuto in un tweet con caratteri maiuscoli avvertendolo gli iraniani di “Fare attenzione” e di “non minacciare mai più gli Stati Uniti o subirebbero conseguenze mai viste nella storia”. Dopo una settimana però Trump ha fatto marcia indietro, annunciando che sarebbe pronto ad incontrarsi con il presidente iraniano  in qualunque posto senza precondizioni.

Come aveva fatto con Kim Jong-un e gli alleati, Trump ha fatto marcia indietro, assumendo un tono conciliatorio, in effetti suggerendo che forse aveva sbagliato. Il presidente Rouhani però fino ad adesso non ha accettato l’invito, tenendo in mente l’esperienza della Corea del Nord. Bisogna ricordare però che Trump aveva già cercato di incontrare Rouhani lo scorso settembre quando il presidente iraniano ha fatto un discorso  alle Nazioni Unite. La leadership iraniana ha rifiutato.

Gli iraniani non hanno affatto digerito il ritiro di Trump dell’accordo sul nucleare  che era stato firmato dall’amministrazione di Barack Obama, i Paesi del consiglio di sicurezza Onu, la Germania e l’Iran. Inoltre, Trump aveva annunciato nuove sanzioni per punire l’Iran.

La situazione economica in Iran è precaria in parte a causa delle sanzioni e quindi un vertice con Trump avrebbe potuto migliorare la situazione. In ogni probabilità Rouhani ha capito che le affermazioni alternanti di Trump che un giorno minaccia l’Armageddon e poi fa marcia indietro totale rendono qualunque accordo con l’America poco affidabile.

Ci sarà anche una visione antitetica sui vertici che Trump ha fatto il suo cavallo di battaglia per negoziare mentre gli iraniani li vedono in modo più cauto quando non sono preceduti da negoziati.

La strategia di minacce e poi marcia indietro favorita da Trump non si applica però a Vladimir Putin per cui il presidente americano ha sempre espresso parole dolcissime. L’ex direttore della Fbi James Comey, licenziato da Trump nel maggio del 2017, ha recentemente mandato un tweet chiedendo ai lettori di fare una lista di tutti gli individui attaccati da Trump e poi chiedersi perché Putin non fa parte della lista. Una domanda alla quale ci darà la risposta il procuratore speciale Robert Mueller che sta investigando il Russiagate.

Domenico Maceri

Trump e l’immigrazione: più politica che legalità

donald trump“Se non potete venire legalmente, non venite affatto”. Questo l’avvertimento del vicepresidente americano Mike Pence a coloro che cercano di entrare in America senza i documenti appropriati. Pence parlava in una conferenza stampa in Brasile dove si era recato per colloqui con il presidente Michel Temer.

La questione di legalità per coloro che entrano in America senza i documenti tipici necessari rimane dubbia perché se un individuo si presenta al confine richiedendo asilo non è automaticamente squalificato. La determinazione di permettere o vietare l’ingresso non spetta a Pence né agli agenti della polizia di frontiera ma bensì a un giudice che esamina il caso e poi emette la sentenza.

Il governo americano può interpretare le leggi e metterle in pratica usando una certa flessibilità sulle priorità delle risorse che inevitabilmente sono limitate. Alcuni reati ricevono attenzione immediata mentre altri prendono più tempo. Nel caso di coloro che entrano negli Stati Uniti senza documenti la legge americana li considera colpevoli di un “misdemeanor”, un’infrazione minore punibile con la deportazione. L’amministrazione di Donald Trump però ha deciso di interpretare la legge in maniera drastica con la sua pratica di tolleranza zero per coloro che vengono detenuti alla frontiera. In effetti, Trump ha trasformato l’infrazione in “felony”, un reato maggiore che richiede l’arresto, vedendo questi individui come meritevoli di carcere.

Questa interpretazione della legalità dell’amministrazione di Trump riflette la sua ideologia sull’immigrazione in generale. L’attuale inquilino della Casa Bianca ha speso molte parole in campagna elettorale denigrando gli immigrati vedendoli in termini negativi, ignorando la storia americana come paese di immigrati. Nemmeno le sue esperienze e legami personali hanno influenzato la sua ideologia per apprezzare gli aspetti positivi dell’immigrazione. Si ricorda che il nonno e la madre del 45esimo presidente erano immigrati. La prima e la terza moglie, first lady Melania, sono anche loro nate all’estero.

Dal suo annuncio per la corsa alla presidenza con la dichiarazione sui messicani come criminali alle sue più recenti asserzioni espresse nel suo recente viaggio in Europa, si deduce chiaramente che il 45esimo presidente vede l’immigrazione come fonte di problemi. In un’intervista al Sun di Londra, Trump ha persino dichiarato che i migranti distruggono la cultura europea.

Non sorprende dunque la sua politica di tolleranza zero per bloccare immigrati che cercano di entrare dal confine col Messico. La sua politica di separare i bambini dai loro genitori però è stata vista dall’America come troppo lontana dai valori del paese. Dopo la bufera mediatica, il 45esimo presidente è stato costretto a fare marcia indietro con un ordine esecutivo mettendo fine alle separazioni dei bambini dai genitori senza però eliminare la tolleranza zero.

Per quanto riguarda la legalità della sua politica anche la giustizia lo ha costretto a fare marcia indietro. Un giudice di San Diego nel mese di giugno di questo anno ha dato un mese di tempo all’amministrazione Trump di riunificare le famiglie con bambini di cinque anni o meno. Solo 57 su 103 di questi bambini sono però stati riuniti con i loro genitori. In alcuni casi i genitori erano già stati deportati e i bambini sono rimasti in America in affido. Difficile sapere se adesso i bambini verranno deportati o si cercherà qualche altra sistemazione. Comunque sia, si può capire la tragica situazione di queste famiglie.

La politica della tolleranza zero doveva risolvere la questione degli arrivi ma i numeri ci dicono che l’impatto non è stato quello desiderato. Nel mese di giugno il numero di detenzioni al confine ha raggiunto 34.000 individui, un po’ meno del mese di maggio, ma la fluttuazione è tipica di altri anni.

La politica messa in pratica da Trump non ha risolto la questione degli arrivi poiché le cause fondamentali non sono state toccate. La situazione di crisi in America Centrale da dove proviene la stragrande maggioranza di questi migranti continua senza speranze di abbattimento. L’attuale inquilino della Casa Bianca non ha mostrato nessun interesse per intervenire a risolvere il problema. Infatti, lo sta peggiorando. Trump ha annunciato la fine del programma TSP (Temporary Protected Status), iniziato nel 1990 che ha concesso residenza temporanea a individui provenienti da paesi afflitti da guerre civili o disastri naturali. Hanno beneficiato circa 400 mila individui, principalmente dell’America Centrale, ma anche del Nepal, Somalia e Sudan. L’idea era che una volta le condizioni sarebbero migliorate questi individui avrebbero fatto ritorno a casa loro. Il governo ha rinnovato il permesso di residenza per alcune centinaia di immigrati dalla Somalia ma nel caso degli altri paesi il rinnovo è stato negato.

La situazione in America Centrale non è migliorata affatto e questi individui, residenti in America da quasi trent’anni, con figli nati in questo paese, sarebbero costretti a ritornare alla stessa situazione dalla quale erano sfuggiti. Una denuncia è stata presentata e un giudice di Boston sta considerando il caso.

L’aspra retorica di Trump sull’immigrazione è stata mantenuta in quasi due anni di mandato presidenziale. Le promesse però non si sono concretizzate. Il muro al confine sud del paese non è stato costruito ne tantomeno pagato dal Messico come aveva annunciato alla nausea nei suoi comizi. Poco importa. Il 45eismo presidente costruisce una sua realtà che presenta mediante i suoi tweet e anche nei suoi comizi. Ce lo conferma anche lui letteralmente. In un recente discorso davanti un gruppo di veterani l’attuale inquilino alla Casa Bianca ha consigliato ai suoi ascoltatori di non credere “ciò che vedono e leggono sulla sua amministrazione”. Una frase che ci rimanda al romanzo di George Orwell e le dittature in cui la verità la possiede solo il governo e la impone per ottenere il controllo totale.

==================
Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.