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Domenico Maceri
Domenico Maceri, PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

California, l’irrilevanza del Partito Repubblicano

Paul Ryan

L’elezione in California è stata “bizzarra”. Parla Paul Ryan, l’attuale speaker della Camera, cercando di giustificare le perdite di seggi repubblicani nel Golden State nell’elezione di metà mandato il mese scorso. Ryan ha insistito che il giorno dopo l’elezione la sconfitta non sembrava così schiacciante ma dopo tre settimane “tutti i candidati repubblicani avevano perso”.

Ryan criticava il fatto che lo spoglio in California ha preso troppo tempo contrastando il sistema del Wisconsin, il suo Stato, dove, secondo lui, i risultati si sanno immediatamente. L’asserzione di Ryan è lontana dalla realtà per tante ragioni. Tuti i voti devono essere contati e la California, con 40 milioni di cittadini, richiede tempo, specialmente quando alcuni competitori sono vicinissimi e una manciata di voti può essere decisiva.

I repubblicani però non hanno perso tutte le elezioni in California ma per quanto riguarda i seggi alla Camera hanno subito una forte batosta. Nella scorsa legislatura 14 dei 53 seggi californiani alla Camera erano in mani repubblicane comparati a solo 7 in quella che inizia nel mese di gennaio 2019. Una forte perdita, ovviamente. Per il fatto della tempestività a ottenere i risultati, Ryan dà l’impressione di ignorare il sistema elettorale californiano che fa di tutto per avvicinarsi alla democrazia vera. Le leggi sulle elezioni in California offrono tante possibilità di esercitare il voto. Come in tanti altri Stati americani, l’elezione in California non si svolge solo il giorno stabilito dal governo federale. I californiani possono votare anche per corrispondenza, un metodo che continua ad essere favorito poiché 2 terzi dei californiani lo ha usato. Inoltre ci sono 29 giorni per votare anticipatamente nei municipi locali. Per coloro che non si sono iscritti alle liste elettorali c’è anche la possibilità di richiedere una scheda provvisoria il giorno dell’elezione, soggetta a controlli, e votare subito dopo.

In sostanza, la California cerca di offrire più opportunità possibili ai suoi cittadini per votare. Ryan, da repubblicano, preferisce quegli Stati che invece limitano le possibilità dell’esercizio del voto, perché storicamente, quando poca gente vota il suo partito tende ad essere favorito.

Ryan però ha buone ragioni per la delusione che va al di là dei risultati nazionali con la conquista democratica della maggioranza alla Camera. La sconfitta repubblicana è stata schiacciante poiché anche nell’Orange County, al sud di Los Angeles, tutti i 7 seggi alla Camera sono andati ai democratici. Orange County, come si ricorda, denominata Reagan Country, è stata la roccaforte repubblicana per molti anni. Il fatto che la maggioranza dei 3,2 milioni di abitanti abbia abbandonato il Partito Repubblicano è stato un colpo per Ryan e compagnia.

La sconfitta repubblicana nel Golden State è stata rimarcata anche dall’esito su scala statale che ha riassegnato le cariche principali alle mani dei democratici. Inoltre ambedue le Camere Statali hanno mantenuto la super maggioranza democratica la quale permetterà loro di governare con minima opposizione repubblicana. Si calcola che dei 40 milioni di cittadini in California 30 milioni sono rappresentati da democratici e 10 milioni da repubblicani. I democratici risiedono principalmente nella costa e nelle grosse città della parte centrale mentre gli elettori tendenti a destra si trovano nelle zone rurali e in quelle desertiche.

Gli analisti hanno spiegato la vittoria democratica in parte con l’antipatia riversata verso Donald Trump e l’aumento dell’affluenza al voto dei giovani. Bisogna però aggiungere la favorevole situazione demografica per i democratici che vede gli ispanici al primo posto con 39% del totale, i bianchi al 37%, gli asiatici al 15% e gli afro-americani al 6,5%. La forte presenza degli ispanici e quella degli altri gruppi minoritari è stata e continuerà ad essere terreno fertile per i democratici. Alcuni hanno già parlato della California come Stato con un solo partito. Oltre alle cariche Statali e la forte maggioranza alla Camera le due senatrici che rappresentano la California a Washington sono anche loro democratiche.

La sorpresa di Ryan sugli esiti delle recenti elezioni di metà mandato è stata echeggiata da Donald Trump. Il 45esimo presidente ha spiegato la sconfitta appellandosi al fatto che in California votano anche i clandestini senza però offrire alcuna prova eccetto il suo istinto. Trump aveva usato la stessa spiegazione per la sua perdita del voto popolare nell’elezione presidenziale del 2016 vinto da Hillary Clinton con un margine di 3 milioni di voti, molti dei quali provenienti dalla California. Il segretario di Stato del Golden State Alex Padilla smentisce queste voci che sono anche smentite dagli analisti.

Il problema per i repubblicani in California è che sono diventati quasi irrilevanti. Jim Brulte, il presidente del Partito Repubblicano del Golden State, ha etichettato l’esito dell’elezione come una “sconfitta imbarazzante”. Dovrebbero cambiare ma fin quando il Partito Repubblicano deve seguire la linea dura di Trump di attaccare i gruppi minoritari concentrandosi sul supporto dei voti di elettori bianchi, i democratici in California continueranno a sorridere.

Domenico Maceri

Nancy Pelosi riprende il timone alla Camera

nancy-pelosi

“Nancy Pelosi merita di essere scelta dai democratici speaker della Camera. Se le causeranno problemi, magari io le procurerò dei voti repubblicani”. Così Donald Trump il giorno dopo le elezioni di metà mandato che ha visto i democratici ottenere la maggioranza alla Camera.

L’offerta del ramoscello d’ulivo dell’inquilino alla Casa Bianca contrasta ovviamente con la sua aspra retorica nella campagna elettorale diretta alla leader politica italo-americana. Trump l’aveva usata come spauracchio dicendo che la Pelosi avrebbe abolito le frontiere e imposto il socialismo all’America in caso di vittoria democratica. La Pelosi era per Trump il simbolo di “tasse alte, crimini alti” e amante “di MS-13”, la violenta gang centroamericana.

Il quadro dipinto da Trump e copiato anche dalla retorica repubblicana ha avuto un impatto e dopo la vittoria del 6 novembre alcune voci nel partito democratico si sono alzate contro Pelosi. Una quindicina di deputati democratici tendenti a destra hanno dichiarato la loro opposizione alla candidatura di Pelosi come speaker. Si tratta di parlamentari che hanno votato in molte occasioni per l’agenda di Trump. Poco a poco, però, tutto ci fa credere che la Pelosi sarà eletta speaker.

Il problema principale alla sua opposizione è che nessun candidato credibile si è fatto avanti per sfidarla. La deputata Marcia Fudge, democratica dell’Ohio, aveva indicato di volere candidarsi ma dopo avere parlato a quattrocchi con Pelosi ha deciso di supportarla avendo ottenuto la promessa che le deputate afro-americane avrebbero un ruolo più prominente nella prossima legislatura.

Il deputato democratico Gerry Connolly del Virginia ha colto molto bene le capacità di Pelosi quando ha detto che lei sa “ispirare, persuadere e intimidire”. Il fatto che i democratici abbiano riconquistato la maggioranza alle recenti elezioni di metà mandato, aggiungendo quaranta deputati alle loro file, si deve a tante cose ma anche ai suoi contributi. La Pelosi ha lavorato e fatto campagna elettorale dove è stata invitata e ovviamente è riuscita anche a raccogliere 135 milioni di dollari per il suo partito nel 2018.

Poco a poco l’opposizione alla Pelosi si è squagliata come neve al sole in parte per le sue capacità di convincere in maniera diplomatica gli scettici che la situazione in America è critica e per contrastare Trump e la maggioranza repubblicana al Senato ci vuole qualcuno che sappia navigare le turbolenti acque di Washington. Anche Alexandria Ocasio-Cortez, la 29enne neo deputata democratica socialista di New York, ha riconosciuto il valore di Pelosi. La Ocasio-Cortez ha accettato le qualità liberal della probabile speaker facendo notare che i suoi detrattori vengono dall’ala destra del partito.

La Pelosi infatti ha notevole esperienza e dal 1987 serve nella Camera rappresentando il quinto distretto della California che include la liberal San Francisco. È una delle deputate più liberal secondo VoteView, un’agenzia che misura l’ideologia mediante i voti espressi dai deputati. Pelosi è più liberal di 80 percento dei suoi colleghi democratici alla Camera e più del 93 percento se si considera l’intera Camera.

Inoltre Pelosi ha fatto storia divenendo la prima donna speaker della Camera nel 2007, terza carica del governo Usa, mantenuta fino al 2011. Nei suoi quattro anni di speaker è riuscita a fare approvare parecchie leggi importanti fra le quali spicca la riforma sulla sanità, detta Obamacare. I repubblicani la hanno demonizzato, dirigendo però le loro stoccate principalmente verso Barack Obama, attribuendogli la responsabilità. In realtà molto del credito per la riforma ricade sulla Pelosi e la popolarità sempre crescente della riforma ricalca il valore del suo contributo. Il fatto che i democratici abbiano conquistato la maggioranza alla Camera neutralizzerà qualunque tentativo di silurare la riforma da parte repubblicana per almeno due anni.

Il lavoro di speaker non è facile considerando le diverse fazioni del Partito Democratico e non lo era nemmeno ai tempi della maggioranza repubblicana. Ne sa qualcosa John Boehner il quale da speaker fece del suo meglio per mantenere le diverse fazioni dei deputati repubblicani uniti ma alla fine dovette dimettersi per il mancato appoggio degli ultra conservatori del Tea Party. Paul Ryan successe a Boehner ma anche lui non ha avuto vita facile e ha deciso di non ricandidarsi avendo probabilmente intuito una sconfitta del suo partito alle elezioni del mese scorso.

Il Partito Democratico non è nemmeno tanto unito ma la nuova energia di una centinaia di nuovi deputati, poco familiari con le acque sabbiose di Washington, richiederà un timoniere esperto come la Pelosi. L’agenda democratica include alcuni temi come gli investimenti sulle infrastrutture e il costo delle medicine dove si potrebbe trovare terreno comune coi repubblicani. In altri casi si tratta di interessi principalmente democratici come l’aumento del salario minimo, l’ampliamento del Medicare per coloro che hanno 50 anni, e la sfida del riscaldamento globale. Non sarà facile né per i democratici né per un timoniere di esperienza come Pelosi poiché i repubblicani controllano il Senato e la Casa Bianca. Ma anche nei casi dove non si potrà trovare terreno comune sarà importante fare approvare disegni di legge prettamente democratici per ristabilire le credenziali della sinistra. Alcune di queste leggi troppo “estremiste” per i repubblicani saranno importanti per i democratici anche se non andrebbero in porto. Permetterebbero ai democratici di acquistare futuro capitale politico che condurrebbe alla riconquista della Casa Bianca e del Senato. La Pelosi è la migliore speranza per il Partito Democratico e per il Paese.

Domenico Maceri

Trump nomina Whitaker: giustizia tutta per sé

Matt-Whitaker“Non conosco Matt Whitaker”. Queste le parole di Donald Trump su Whitaker che il 45esimo presidente aveva appena nominato ministro di giustizia pro-tempore dopo il licenziamento di Jeff Sessions. Un mese prima, però, Trump aveva commentato in un’intervista alla Fox News che conosceva Whitaker e che era “una grande persona”.

Le contraddizioni di Trump sono divenute tipiche e ovviamente riflettono la sua strategia di concentrarsi sul momento e al diavolo cosa ha detto in passato poiché sa benissimo che non ci saranno conseguenze. Eccetto per quelli che ricordano e sono stati costretti a contare le asserzioni false o fuorvianti dell’attuale inquilino alla Casa Bianca. Si ricorda che il Washington Post ha già calcolato più di 6mila false asserzioni di Trump.

Trump ovviamente conosceva Whitaker ed infatti secondo informazioni era stato imposto come capo dello staff nell’ufficio del ministero di Giustizia di Sessions il quale lo accolse controvoglia. Non poteva immaginare che un anno dopo e tanti pubblici insulti ricevuti da Trump sarebbe stato rimpiazzato dal capo del suo staff.

Trump non solo conosceva Whitaker ma tutte le indicazioni ci indicano che esattamente per questo lo ha piazzato alla direzione del ministro di Giustizia. Whitaker, prima di essere assunto, aveva in effetti condotto una specie di “campagna elettorale” per il suo nuovo incarico difendendo Trump nella vicenda del Russiagate, suggerendo persino come il 45esimo presidente potrebbe bloccarla. Da commentatore alla Cnn nel 2017 Whitaker aveva dichiarato che la nomina di Mueller a procuratore speciale era “ridicola” e “sospettosa”. Rievocando le parole di Trump, Whitaker aveva anche classificato l’inchiesta del Russiagate “una caccia alle streghe” suggerendo che un ministro della Giustizia potrebbe ridimensionare il lavoro di Mueller tagliandogli i fondi e in effetti chiudendo l’inchiesta.

Al di là delle sue opinioni molto polemiche, che guarda caso, combaciano con quelle di Trump, gli analisti hanno rilevato altri elementi che squalificano Whitaker da ministro della Giustizia. Il neo ministro ha in passato messo in dubbio la storica decisione Marbury vs. Madison che stabilisce il principio cardine della Corte Suprema come arbitro finale della costituzione e le leggi americane. Inoltre Whitaker aveva lavorato per un’azienda che ha defraudato i suoi clienti la quale è al momento indagata dalla Fbi, una della agenzie che fa parte del ministero della Giustizia.

La nomina di Whitaker è stata sfidata subito dopo l’annuncio. Funzionari del ministero di Giustizia hanno fatto tempestivamente un controllo rilasciando un report secondo il quale Whitaker qualifica per il suo nuovo incarico nonostante il fatto che non sia stato confermato dal Senato come avviene con tutti i ministri. Ciononostante voci sia di sinistra che di destra si sono alzate immediatamente per dimostrare il loro disappunto. Alcuni hanno rilevato l’incostituzionalità della nomina mentre altri hanno sottolineato la loro preoccupazione che le asserzioni fatte da Whitaker metterebbero l’inchiesta di Mueller in pericolo. Alcuni avevano suggerito che Whitaker potrebbe ricusarsi dell’inchiesta del Russiagate come aveva fatto Sessions il quale pagò uno dei suoi pochi atti obiettivi con il suo licenziamento. Whitaker ha però indicato che non intende ricusassi aumentando la paura sulla sicurezza dell’inchiesta di Mueller.

All’inizio del suo mandato Trump ha nominato collaboratori noti a lui ma anche altri che gli furono raccomandati per assisterlo a navigare le acque poco limpide di Washington. Molti di questi individui dell’establishment repubblicano sono stati poco a poco licenziati e sostituiti con altri che hanno dimostrato fedeltà al presidente anche se la loro capacità era tutt’altro che eccellente. Whitaker fa parte di questi individui che hanno dimostrato di potere garantire fedeltà a Trump. In questo caso si tratta di una nomina temporanea che potrebbe però rivelarsi decisiva per silurare l’inchiesta del Russiagate.

Trump ha sempre sostenuto che il Russiagate consiste di una caccia alle streghe. I fatti però ci indicano il contrario. Nei diciotto mesi di indagini una dozzina di individui si sono dichiarati colpevoli, alcuni dei quali collaboratori importanti di Trump. Si attendono condanne per alcuni di questi e altri capi di accusa a individui vicini al presidente sono imminenti. Inoltre due dozzine di cittadini russi sono stati incriminati anche se Vladimir Putin non li consegnerà alla giustizia americana. Fino al momento, però, il sistema giudiziario sembra tenere nonostante i tentativi di Trump di farlo saltare.

La nomina di Whitaker è un tentativo del presidente per controllare la giustizia e soddisfare i suoi bisogni invece di permettere il suo percorso naturale. Riflette in effetti la visione del 45esimo presidente che crede di avere poteri assoluti che gli permettono persino di criticare i giudici le cui decisioni gli sono sgradevoli. Lo ha fatto con la recente decisione di un giudice su una nuova applicazione della legge sulle richieste di asilo dei migranti. Trump ha etichettato la decisione come fatta da “un giudice di Obama”. Il presidente della Corte Suprema, John Roberts, nominato da George Bush figlio nel 2005, in un rarissimo intervento, ha ha rilasciato una dichiarazione per la giornata di Thanksgiving alla Associated Press, dicendo che tutti dobbiamo essere “grati per l’indipendenza del sistema giudiziario”. Roberts ha aggiunto che in America non esistono “giudici di Obama, giudici di Trump, giudici di Clinton o giudici di Bush”. Trump la vede diversamente e ha criticato Roberts in un recentissimo tweet sostenendo che “i giudici di Obama” esistono. Ci ricorda gli allenatori che se la prendono con l’arbitro per la sconfitta della loro squadra. Qui però si tratta della democrazia del Paese più importante al mondo e non di una partita di calcio. Nella sua conferma a giudice della Corte Suprema Roberts aveva detto che i giudici devono arbitrare obiettivamente. Whitaker non è giudice ma ha già dimostrato di garantire fedeltà al suo capo e non obiettività al popolo americano.

Domenico Maceri

Trump e la retorica allarmistica su immigrati

messico carovana usa

“Nessuna invasione. Nessun pericolo…Ma come ho detto siamo a una settimana dall’elezione”. Ecco le parole di Shep Smith, conduttore di un programma alla Fox News, commentando la situazione della carovana di migranti che si sta dirigendo verso gli Stati Uniti.

Smith, uno dei pochissimi giornalisti alla Fox News che non fa parte dell’ideologia predominate sostenitrice di Donald Trump, smentiva le esagerazioni dell’inquilino alla Casa Bianca. Si ricorda che nelle ultime settimane prima delle elezioni di metà mandato il 45esimo presidente aveva tuonato a destra e manca sul pericolo rappresentato da alcune migliaia di profughi che si stanno dirigendo verso gli Stati Uniti. Questi disperati includono gente che sfugge dalla violenza centroamericana ma anche dall’estrema povertà in cui si trovano.

Trump ha usato la carovana per fare campagna politica cercando di presentarla come una “invasione” degli Stati Uniti. Per contrastarla, ha mandato più di 5mila soldati al confine col Messico che si aggiungono alla polizia di frontiera e 2100 membri della Guardia Nazionale.

Trump aveva capito che concentrarsi sul tema dell’immigrazione avrebbe mobilitato la sua base a recarsi alle urne. I democratici hanno concentrato la loro campagna sulla sanità conquistando la maggioranza alla Camera, aiutati anche dall’impopolarità di Trump e dalla sua sbagliata strategia di non sottolineare l’economia in ascesa. Trump da parte sua, il giorno dopo l’elezione, ha smesso di parlare dell’immigrazione perché dopotutto, si trattava, come aveva detto Shep Smith, di… campagna elettorale.

Ciononostante, la strategia di Trump per affrontare la questione dell’immigrazione continua a basarsi sulla mano dura con la chiusura della frontiera, usando le forze dell’ordine per impedire ai migranti di entrare nel Paese. Allo stesso tempo l’amministrazione Trump sta preparando un’interpretazione della legge americana che renderebbe ancora più difficile la richiesta di asilo politico regolata non solo dalla legge nazionale ma anche internazionale. Trump intende promuovere una misura secondo la quale la richiesta di asilo politico sia disponibile solo a coloro che entrano negli Stati Uniti in certi porti di ingresso stabiliti dal governo. Coloro i quali entrerebbero in luoghi deserti e poi si consegnassero a forze dell’ordine americane verrebbero spediti indietro.

Trump crede di potere bloccare l’entrata dei migranti negli Stati Uniti ma in caso contrario ha già un piano di costruire una “città di tendopoli” lungo il confine dove i migranti verrebbero tenuti mentre attenderebbero l’esito della loro richiesta di asilo.

Le parole e le azioni di Trump faranno piacere alla sua base perché agisce da duro anche se alcuni hanno già capitolo che si tratta solo di retorica. La costruzione del muro alla frontiera, ripetuto fino alla nausea durante la campagna elettorale che il Messico avrebbe dovuto pagare, non viene più menzionato perché richiama il suo fallimento di risolvere il nodo dell’immigrazione con le risposte semplicistiche.

I democratici sono rimasti lontani dal tema durante la campagna elettorale appena conclusosi. Non esistono risposte facili e immediate per risolvere la disperata situazione di migranti in nessuna parte del mondo. Bisogna andare alle radici. Matteo Salvini, attuale ministro degli Interni in Italia, nel suo slogan di aiutarli a casa loro, non ha tutti i torti, anche se lui ha fatto poco per risolvere la triste situazione dei migranti che spesso perdono la vita mentre cercano di sbarcare in Italia.

L’idea di risolvere i problemi a casa loro non è però errata. Trump non la menziona e infatti continua a minacciare che se i governi centroamericani non impediscono la partenza di queste carovane taglierà loro gli aiuti finanziari che l’America elargisce al Guatemala, El Salvador e Honduras. Questa azione aggraverebbe la situazione e aumenterebbe il numero di profughi.

Si tratta proprio del contrario. Se Trump volesse davvero risolvere la triste situazione in America Centrale dovrebbe inviare più fondi per migliorare l’economia in questi Paesi. Il 45esimo presidente però rimane un isolazionista, preoccupandosi solo dei problemi in casa sua, senza capire che nel mondo moderno molti dei problemi hanno matrice e ripercussioni globali.

I democratici e la sinistra in generale lo capiscono ma anche loro non hanno trovato risposte efficaci. Ecco perché il populismo che vuole chiudere le frontiere miete successi politici in Europa. La risposta facile e immediata offerta dal populismo non è efficace ma dà un minimo di soddisfazione temporanea.

Nella sua retorica allarmistica Trump ha persino assegnato la colpa ai democratici che secondo lui sono responsabili delle deboli leggi americane sull’immigrazione. Dimentica ovviamente che per i suoi primi due anni di mandato lui e il suo partito hanno controllato il potere legislativo e esecutivo. Avrebbero potuto modificare le leggi ma non lo hanno fatto. Con il controllo democratico della Camera a iniziare dal mese di gennaio 2019 si troveranno queste soluzioni legislative più facilmente?

Domenico Maceri

Trump, i midterm sono io. Un referendum sul presidente

trump dazi“In un certo senso io sono nella scheda elettorale”. Queste le parole di Donald Trump in una chiamata telefonica a 200mila sostenitori una settimana prima delle elezioni di midterm. Il 45esimo presidente non era ufficialmente candidato ma con le sue azioni e parole ha fatto molto per intromettersi nell’elezione cercando una disperata conferma sul suo mandato.

La conquista democratica della Camera come pure di una mezza dozzina di nuovi governatori democratici rappresentano un rifiuto di Trump nonostante il fatto che i repubblicani abbiano mantenuto e persino ampliato la loro maggioranza al Senato. Il 45esimo presidente non ha però riconosciuto la sconfitta esaltando l’esito elettorale come una grande vittoria, riflettendo la sua fantasiosa capacità di deformare o inventare la realtà.

È tipico che nelle elezioni di metà mandato il presidente in carica perda consensi. Era successo anche a Barack Obama nel 2010. In generale, dopo due anni di presidenza, gli inquilini alla Casa Bianca spendono una buona parte del loro capitale politico e gli elettori li “puniscono”. Nel caso di Obama l’approvazione della riforma sanitaria, Obamacare, rappresentò questa spesa politica. I repubblicani sono stati molto efficaci a demonizzare la riforma e hanno ottenuto ottimi risultati alle elezioni del 2010.

Nel caso di Trump qualcosa di simile è successo ma in questo caso brucia di più perché le dinamiche hanno trasformato le elezioni in un referendum sul presidente in carica. Il 45esimo presidente avrebbe potuto seguire l’esempio di Obama nelle elezioni del 2010 rimanendo a bordo campo. Trump, da egocentrico qual è, ha deciso di sottomettersi alla prova. Infatti, 2 terzi degli elettori, nel bene e nel male, hanno indicato il 45esimo presidente come la ragione principale per recarsi alle urne in massa. Centodieci milioni di americani hanno votato, ossia il 47 percento aventi diritto, cifra apparentemente bassa, ma in realtà molto più alta delle altre elezioni di metà mandato (52 percento democratici, 46 percento repubblicani, 2 percento altri). Per raggiungere un livello simile bisogna ritornare alle elezioni di metà mandato del 1966.

L’insistenza di Trump di partecipare attivamente alle elezioni di midterm, credendo di potere fare la differenza, si è aggiunta alla strategia sbagliata di non ricalcare l’economia rosea, scegliendo invece di rimanere nella sua campagna di odio e anti-immigranti. Nelle due settimane prima delle elezioni il 45esimo presidente ha fatto più di una dozzina di rally inveendo contro l’immigrazione illegale. In particolar modo l’attuale inquilino della Casa Bianca ha tuonato contro la minaccia “dell’invasione” della carovana di migranti dell’America centrale che si sta dirigendo verso gli Stati Uniti. Per contrastarla Trump ha deciso di mandare più di diecimila soldati al confine per impedire loro di entrare nel Paese.

L’invasione dei migranti non è stata vista tale da nessuno eccetto la base dei seguaci di Trump. Persino un commentatore della Fox News, la rete televisiva amica di Trump, ha detto che non c’è nessuna invasione. Il 45esimo presidente ha però cercato di costruire un castello di sabbia accusando i democratici di volere fare entrare i criminali nel Paese senza però offrire alcuna prova. Nel fuoco della campagna le falsità di Trump sono aumentate notevolmente. Il Washington Post ha calcolato che Trump ha già detto più di 6mila asserzioni false o fuorvianti.

Trump ha bisogno di nutrirsi dell’amore dei suoi sostenitori ma ha anche una grande fede nel suo intuito politico che lo ha portato alla Casa Bianca. Lo speaker della Camera, Paul Ryan, gli aveva telefonato suggerendo di abbassare i toni sull’immigrazione e concentrarsi sull’economia in ascesa come cuore della campagna politica. Trump però ha deciso che la strada giusta per proteggere le maggioranze al Senato e alla Camera si trovava nella mobilitazione della sua base la quale richiede il solito Trump battagliero.

Ha sbagliato in parte perché l’America continua a cambiare. Il 41 percento è già formato da membri di gruppi minoritari. Inoltre, le donne bianche istruite nelle periferie del Paese hanno cominciato ad abbandonare Trump e il Partito Repubblicano. Continuare a vedere le vittorie politiche basandosi sul numero sempre in riduzione dei bianchi, soprattutto i maschi, non promette futuri risultati politici positivi.

Il giorno dopo l’elezione Trump ha usato parole dolci verso i democratici offrendosi pronto a negoziare, congratulandosi con Nancy Pelosi, la probabile speaker della Camera a cominciare da gennaio 2019. Ciononostante nella conferenza stampa il giorno dopo le elezioni ha chiaramente dato l’impressione di non avere abbandonato il tono battagliero che ha indirizzato ai cronisti accusandoli di domande improprie. In particolar modo ha etichettato di razzista una domanda rivoltagli da Yamiche Alcindor della Pbs e ha attaccato Jim Acosta della Cnn, definendolo “una persona terribile” dopo un scontro verbale. Per punirlo Trump gli ha fatto togliere l’accesso alla Casa Bianca. Gli scontri con i media sono all’ordine del giorno per Trump.

Ciononostante l’azione più chiara di essere stato ferito dall’elezione consiste del licenziamento di Jeff Sessions, il ministro della giustizia, il quale si era ricusato dall’inchiesta di Russiagate. Il 45esimo presidente aveva interpretato quest’azione di Sessions come debole per non averlo protetto dal pericolo rappresentato dal procuratore speciale Robert Mueller. Il sostituto di Sessions avrebbe dovuto essere Rod Rosenstein, l’attuale vice al ministero di giustizia. Trump però ha deciso di nominare un ministro nuovo temporaneo. Il nuovo ministro è Matthew Whitaker, il quale ha in passato messo in dubbio l’inchiesta di Mueller che dovrebbe concludersi in tempi non lontani. La nomina di Whitaker, però, è stata interpretata da alcuni costituzionalisti come illegale persino da Andrew Napolitano, opinionista legale alla Fox News, perché bypassa l’obbligata conferma del Senato. Poco importa per Trump. Mettendo un uomo di fiducia alla leadership della giustizia chiarisce che le commissioni alla Camera, finora protettrici di Trump, finiranno con la conquista democratica della Camera.

Domenico Maceri
PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Le parole incendiarie di Trump: fonte di violenza?

donald trump

“È un grande, un duro”. In un recentissimo comizio Donald Trump ha descritto con queste parole il deputato Greg Gianforte del Montana il quale l’anno scorso aveva messo al tappeto il giornalista Ben Jacobs del Guardian. La folla ha reagito con gioia come si trattasse di una bellissima battuta a uno spettacolo.

Il linguaggio incendiario di Trump come possibile fonte di violenza è stato messo nuovamente in discussione nelle ultime due settimane. La quindicina di pacchi bombe inviate a leader democratici, tutti avversari politici di Trump, e la strage alla sinagoga Tree of Life di Pittsburgh hanno ricalcato il legame fra linguaggio politico provocatorio e gli atti di violenza. Nessuno è morto a causa dei pacchi bomba ma nel caso della sinagoga 11 persone hanno perso la vita, uccisi da un individuo avvelenato dall’odio verso gli ebrei. Il rabbino Jeffrey Myers della sinagoga ha dichiarato che tutto “comincia con le parole” e si è diretto a tutti i politici in modo uguale, incoraggiandoli a “mettere fine alle parole di odio”.

Il rabbino non ha additato Trump come responsabile ma ovviamente il suo linguaggio incendiario nei due anni di campagna politica e nei suoi due anni di presidenza richiede delle considerazioni. I responsabili delle azioni abominevoli sono solo loro ma è difficile credere che il clima politico di parole incendiarie non li avrà incoraggiati ad agire.

Rispondendo alla domanda di un cronista sulla possibile responsabilità di Trump, la portavoce del presidente, Sarah Huckabee Sanders ha smentito. La Sanders ha fatto il paragone con la sparatoria contro un numero di parlamentari a una partita di baseball nel 2017 in Virginia, nella quale fu ferito il parlamentare Steve Scalise, dicendo che non si poteva incolpare Bernie Sanders per l’ideologia di sinistra dell’individuo responsabile. C’è ovviamente una differenza che Huckabee Sanders ignora. Bernie Sanders nella sua campagna politica non ha mai usato linguaggio che inciti o esalti la violenza come ha fatto Trump.

Si ricorda che durante la campagna elettorale il 45esimo presidente aveva incoraggiato i suoi sostenitori a “prendere a botte” alcuni manifestanti, offrendo di pagare loro le eventuali spese legali. Aveva intimato che se Hillary Clinton avesse vinto l’elezione i fedelissimi del secondo emendamento avrebbero potuto agire, senza capire che qualcuno lo avrebbe potuto interpretare ad usare armi contro la leader democratica. Anche da presidente il suo linguaggio incendiario è continuato soprattutto contro i media accusandoli di essere i “nemici del popolo”, specialmente la Cnn. Gli attacchi alla Cnn sono stati anche suggeriti in un video durante la campagna elettorale nel quale si vede Trump che mette al tappeto una figura della Cnn in una scena rassomigliante alla lotta libera. Infatti, uno dei pacchi bombe era proprio stato inviato alla rete televisiva. Uno dei suoi cronisti più noti, Jim Acosta, è stato vittima di aggressioni ai comizi di Trump. Uno dei sostenitori del 45esimo presidente gli ha persino fatto il segno con un dito che la sua gola potrebbe essere tagliata. Il pacco bomba alla Cnn ha causato una forte reazione da Jeff Zucker, presidente della rete televisiva, il quale ha accusato la Casa Bianca di “una mancanza completa di capire la serietà” dei commenti negativi sui media.

Rispondendo alla domanda di un cronista se lui dovesse abbassare i toni, Trump ha risposto smentendo ogni responsabilità per il clima divisivo del Paese. Ha di nuovo additato la stampa come responsabile e ha aggiunto che potrebbe persino “aumentare” i toni. Ciononostante, il 45esimo presidente, spronato dalla figlia Ivanka e il genero Jared Kushner, ha condannato gli attacchi alla sinagoga come anti-semiti, aggiungendo che “bisogna unirsi” e mandare “un messaggio chiaro” contro la violenza politica. Poche ore dopo però a uno dei suoi comizi ha attaccato i democratici e i media addossando loro la colpevolezza.

Victor Hugo ha scritto ne “I miserabili” che “Il colpevole dei peccati commessi nell’oscurità non è colui che li commette ma colui che causa quest’oscurità”. Donald Trump non è responsabile per l’oscurità che già esisteva ma lui la ha annerito. Non preme il grilletto per azioni di violenza ma con la sua costante retorica le incoraggia direttamente o indirettamente perché è la sua strategia politica dal primo giorno della sua campagna elettorale. Le parole feriscono e Trump non sembra capirlo. O forse lo capisce troppo bene perché nella sua visione del mondo vede solo nemici da sopraffare e le parole sono state e continuano ad essere il suo strumento più efficace.

Domenico Maceri

McConnell e il deficit: tagli al Social Security

mcconnell“È preoccupante. Ed è causato dai tre programmi assistenziali”. Con queste parole Mitch McConnell, repubblicano del Kentucky e presidente del Senato, spiegava il deficit del bilancio legandolo al Social Security (previdenza sociale), il Medicare (sanità per gli anziani), e il Medicaid (sanità per i poveri) in un’intervista alla Bloomberg News. McConnell ritornava all’ortodossia repubblicana che il governo spende troppo, suggerendo che questi programmi dovranno essere riconsiderati.

Parlare di possibili tagli a questi indispensabili programmi poche settimane prima delle elezioni è stato un regalo ai democratici poiché rimette a nudo l’ideologia repubblicana. I candidati democratici hanno approfittato per ricordare agli elettori il pericolo repubblicano al Social Security e il Medicare. Un pericolo scampato dal Medicaid che sarebbe stato decimato dalla fallita revoca di Obamacare nel 2017. McConnell però ha ricordato che la revoca di Obamacare rimane un obiettivo del suo partito nonostante la crescente popolarità della riforma sulla sanità approvata dall’ex presidente Barack Obama nel 2010.

I pericoli ai programmi sociali sono chiariti dalla strategia tipica repubblicana di “sfamare la bestia”, cioè di creare deficit e poi dire che non ci sono soldi. Ce lo confermano i recentissimi tagli alle imposte. La cosiddetta riforma fiscale firmata dal presidente Donald Trump ha ridotto le imposte di 1500 miliardi di dollari con grossissimi benefici ai benestanti e le corporation. Il Congressional Budget Office, l’agenzia non partisan del governo, aveva avvertito che l’allora proposta repubblicana avrebbe aumentato il deficit. I repubblicani avevano detto che i tagli alle imposte avrebbero aumentato la crescita ed avrebbero coperto i buchi creati dalla legge.

Si sono sbagliati, ovviamente. Per l’anno fiscale 2018 il deficit è aumentato a 779 miliardi di dollari, ossia un incremento del 17 percento. Allo stesso tempo le spese per la difesa e i programmi domestici sono stati anche aumentati. In effetti, i repubblicani, che controllano la Casa Bianca e le due Camere legislative, hanno agito secondo le loro priorità tipiche di tagliare le imposte senza preoccuparsi del deficit.

Quando i democratici sono al potere i repubblicani strillano continuamente sul deficit e qualunque programma viene proposto è attaccato con questioni di bilancio. Questa è la tipica ortodossia repubblicana per ridurre i programmi sociali quando sono il partito di minoranza. Quando poi sono al potere le loro priorità cambiano.

È ovvio che si tratta solo di retorica per continuare a presentarsi come il partito della responsabilità fiscale quando i fatti indicano il contrario. A volte però anche le loro parole sincere lo confermano. Dick Cheney, vice presidente di George Bush figlio, disse nel 2002 che “i deficit non importano” mentre cercava di giustificare il piano repubblicano sul bilancio del 2003.

Ma il deficit importa specialmente quando è causato da tagli alle imposte dei ricchi che aumentano la disuguaglianza economica. L’agenzia di rating Moody ha recentemente rilasciato un rapporto in cui avverte che la crescente disuguaglianza avrà un impatto “sul profilo del credito americano” e che la disuguaglianza economica potrebbe influenzare la crescita e la sua continua sostenibilità.

La preoccupazione di McConnell è dunque da prendere sul serio ma le sue azioni rivelano nient’altro che ipocrisia. Persino il suo suggerimento che bisognerà rivedere le spese sull’assistenza sociale è fasullo poiché il Social Security e il Medicare non sono “regali” del governo ma diritti guadagnati con anni di contributi lavorativi. Il presidente Donald Trump ha già detto che lui non toccherà il Social Security o il Medicare. Trump, rimangiandosi le parole sulla riforma fiscale da lui firmata, ha detto proprio di questi giorni che vuole un’altra riforma fiscale concentrata su benefici per la classe media. Conferma in effetti che quella già approvata favoriva i ricchi come lui.

Se miracolosamente McConnell riuscisse a fare approvare una legge al Senato per tagliare il Social Security e il Medicare difficilmente andrebbe in porto senza il supporto di Trump. Perché dunque McConnell ha cercato di legare il deficit con l’eccessiva spesa sociale? McConnell è astuto e ha capito che le elezioni di midterm danno buonissime chance ai democratici di ottenere la maggioranza alla Camera. Quindi, il presidente attuale del Senato ha voluto mandare un messaggio ai democratici: qualunque nuova proposta di spese dovrà penetrare lo scudo del deficit.

McConnell ha detto che il deficit è un problema bipartisan. Non ha tutti i torti ma quasi. La stragrande maggioranza della responsabilità appartiene al suo partito che lo ha peggiorato con tagli alle imposte e spese eccessive.

Domenico Maceri
PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

La soppressione del voto: L’arma dei repubblicani

brian-kemp

Immaginate un giocatore di tennis impegnato in un match nel quale agisce anche da arbitro. Ecco la situazione di Brian Kemp, segretario di Stato della Georgia, dove lui è candidato a governatore nell’elezione del prossimo novembre 2018. Come segretario di Stato, Kemp è incaricato di applicare tutte le leggi e regole sulle elezioni. La legge non richiede che lui si ricusi e lui si è rifiutato di farlo nonostante gli ovvi conflitti di interesse.

Il suo lavoro di Segretario di Stato è stato criticato specialmente per alcune leggi troppo restrittive sull’elezione che potrebbero sfociare in soppressioni al voto limitando i diritti dei cittadini di esercitare i loro diritti. Kemp, da segretario si Stato, deve fare applicare una legge chiamata “exact match”, compatibilità esatta della registrazione al voto. Si tratta di una legge adottata nel 2017 dalla legislatura della Georgia che rimpiazzava una precedente perché considerata discriminatoria dal punto di vista razziale.

Anche la nuova legge però contiene simili effetti discriminatori. Per eliminare possibili frodi elettorali la documentazione per l’eleggibilità al voto non può contenere nessunissimo sbaglio. Persino un trattino, una virgola, un apostrofo fuori posto, una minuscola invece di maiuscola potrebbe rendere una richiesta di voto ineleggibile. Questa volta 53mila domande sono state bloccate per questo tipo di errori. Non significa che non potranno essere rimediate ma ovviamente richiede tempo e persistenza da parte dei cittadini.

L’accusa di soppressione al voto è stata lanciata anche perché il 70 percento di queste registrazioni potenzialmente illegali appartengono a afro-americani, gruppo etnico che rappresenta solo il 32 percento della popolazione della Georgia. Si crede ovviamente che la stragrande maggioranza di questi elettori potenzialmente esclusi dalle urne voterebbe per Stacey Abrams, la candidata democratica a governatore, avversaria di Kemp.

Il tentativo di ridurre il voto dei gruppi minoritari specialmente nel Sud del Paese è già noto e ce lo conferma la storia. Dopo l’emancipazione degli afro-americani a conclusione della Guerra Civile nel 1865 le leggi locali e statali di Jim Crow continuarono la discriminazione razziale imponendo severi limiti ai diritti civili. Fino agli anni 60, per esempio, un afro-americano aveva bisogno dell’appoggio di un bianco benestante per iscriversi alle liste elettorali dell’Alabama. Il Civil Rights Act del 1964 contribuì notevolmente a ridurre la discriminazione razziale eliminando molti degli ostacoli all’esercizio del voto. Sfortunatamente nel 2013 la Corte Suprema americana ha indebolito i provvedimenti di questa legge citando i progressi già fatti.

La Georgia non è l’unico Stato dominato da legislature repubblicane a cercare di limitare il voto dei gruppi minoritari. Proprio questa settimana la Corte Suprema ha confermato la necessità di limitare i tipi di carta di identità necessari nel North Dakota che devono contenere l’indirizzo preciso del cittadino per potere votare. Per i nativi americani dello Stato che abitano nelle riserve indiane spesso queste informazioni sono difficilissime da ottenere. Cinquemila individui potrebbero perdere il loro diritto al voto. In uno Stato in cui l’attuale senatrice Heidi Heitkamp vinse l’elezione nel 2012 con un margine di 2.936 voti questa soppressione potrebbe determinare alcune importanti elezioni.

Il problema con gli indirizzi è stato usato anche alla Prairie View University nel Texas per limitare il voto degli studenti, l’80 per cento dei quali sono afro-americani. I funzionari della Waller County di Houston avevano messo in dubbio l’eleggibilità degli studenti perché usavano uno dei due indirizzi dell’università per registrarsi non possedendone altri. Alla fine, il segretario di Stato del Texas ha dichiarato che gli studenti potevano votare. Il danno però era già stato fatto poiché aveva causato confusione e non pochi studenti saranno stati influenzati a non recarsi alle urne.

La soppressione al voto è un’arma dei repubblicani che usano in modo effettivo poiché controllano la legislatura in 32 dei 50 Stati. Le leggi sulle elezioni vengono stabilite in stragrande misura dagli Stati per quanto riguardano le modalità e i requisiti anche per le elezioni federali. Quindi, come Kemp in Georgia, fanno da arbitro in partite in cui sono coinvolti come giocatori. Gli abusi sono abbastanza frequenti e i democratici spesso devono fare ricorso al sistema giudiziario e in alcuni casi si arriva anche alla Corte Suprema. Come si sa, con la conferma di Brett Kavanaugh, anche la Corte Suprema adesso è formata da una maggioranza che pende decisamente a destra.

L’America si considera un Paese democratico per eccellenza ma la strategia repubblicana di sopprimere i voti degli elettori di gruppi minoritari macchia questi ideali democratici.

I cambiamenti demografici con gli aumenti di gruppi minoritari e riduzioni dei bianchi fanno più pressione a creare coalizioni per il successo alle urne. I repubblicani però continuano a tentare di vincere basandosi sulla loro base formata di bianchi e riducendo il voto agli elettori di gruppi minoritari. In un discorso a un gruppo di repubblicani Kemp ha dichiarato che “i democratici stanno registrando un sacco di elettori di gruppi minoritari” che generalmente non votano. “Se vi riescono” ha continuato Kemp, “vinceranno queste elezioni a novembre”. Infatti, nonostante gli sforzi repubblicani di limitare il numero di elettori, i democratici hanno una buona opportunità per frenare non solo questi tentativi di cambiare le regole del gioco con la soppressione al voto ma di frenare il dominio repubblicano il 6 novembre. Gli analisti ci dicono che la Camera bassa andrà a finire nelle mani del Partito Democratico ma il Senato potrebbe rimanere sotto controllo dei repubblicani. Si vedrà se la “blue wave”, l’onda blu dei democratici includerà anche il successo nelle elezioni statali.

Domenico Maceri

Amazon aumenta il salario minimo: resta qualche ombra

jeff bezos“Oggi voglio dare credito a chi lo merita”. Con queste parole Bernie Sanders, senatore dello Stato del Vermont, noto anche come candidato presidenziale nel 2016, ha voluto riconoscere l’annuncio di Jeff Bezos di aumentare il salario minimo per i dipendenti di Amazon. Come si sa, l’aumento del salario minimo a 15 dollari l’ora è stato un cavallo di battaglia di Sanders.

Sanders aveva causato uno scontro mediatico con Bezos facendo notare che l’uomo più ricco al mondo (165 miliardi) impiega lavoratori che a volte qualificano per benefici governativi per i loro bassi salari. In pochissimo tempo Bezos ha considerato la situazione ed ha deciso di aumentare il salario a 15 dollari per tutti i suoi lavoratori. L’aumento si applica a tutti i 250mila lavoratori di Amazon ma anche i 100mila della catena di supermercati Wholefoods, proprietà di Bezos. Include anche i dipendenti britannici di Amazon che vedranno il salario minimo aumentare a 10,50 sterline nella zona di Londra e 9,50 in altre parti.

L’aumento inizierà il primo novembre del 2018 e avrà un impatto positivo per tutti coloro che guadagnano meno di 15 dollari al momento ma anche a coloro che verranno assunti a contratto determinato per la stagione delle feste che è alle porte. Si tratta di una vittoria per i lavoratori di Amazon ma anche per quelli di altre aziende. In effetti, 15 dollari l’ora raddoppia il minimo federale di 7,25 dollari. Questa cifra rimane bloccata dal 2008 anche se può persino scendere a 2,50 in 17 Stati nel caso in cui i lavoratori ricevano mance. L’altro effetto positivo dell’aumento di Amazon è l’immediatezza. Alcuni Stati e città americane negli ultimi anni hanno aumentato il salario minimo ma lo hanno fatto in maniera graduale e si arriverà a quindici dollari l’ora fra quattro o cinque anni. L’effetto dell’aumento di Amazon si sentirà subito.

Lo sentiranno le aziende che in un modo o nell’altro fanno la concorrenza diretta o indiretta a Amazon. Se il salario minimo è 15 dollari e un lavoratore ha opzioni ovviamente sceglierebbe Amazon. Altre grosse aziende americane come Walmart e Target avevano già fatto qualche passo per aumentare il salario minimo a 15 dollari ma Amazon li ha “battuti” allo sprint. Adesso si vedrà se ci saranno reazioni specialmente considerando la forte concorrenza per i lavoratori data la disoccupazione attuale al di sotto del 4 percento. Con le assunzioni stagionali tipiche dell’autunno in preparazione delle vendite natalizie la concorrenza aumenterà a beneficio di quelli che cercano di entrare o rientrare nel mondo del lavoro.

L’impatto si ripercuoterà anche per i governi statali e locali i quali sentiranno pressione per aumentare il salario minimo. Nelle zone del Paese dominate da legislature democratiche il salario minimo è già stato aumentato ma anche in zone conservatrici si sentirà la pressione. Pressione addizionale avverrà anche dall’imminente annuncio di Amazon di costruire un altro centro di distribuzione che offrirà 50mila posti di lavoro. Le 20 zone finaliste sono dominate da amministrazioni democratiche ma l’effetto metterà pressione su altre aziende a reciprocare anche se probabilmente in maniera graduale.

L’aumento del salario farà anche piacere ai repubblicani a livello nazionale e locale i quali non si interessano al concetto di salario minimo lasciando alle aziende libertà di decidere quanto pagare. Comunque anche loro ci guadagnano politicamente affermando che il mercato libero funziona. Si sbagliano poiché la pressione politica e mediatica avrà certamente influito sulla decisione di Bezos. La sinistra, capitanata da Sanders e Elizabeth Warren, senatrice del Massachusetts, ha mantenuto viva la discussione dell’importanza dell’aumento del salario minimo. Infatti, Sanders aveva introdotto un disegno di legge al Senato per aumentare le tasse alle aziende i cui lavoratori ricorrono ai benefici del welfare perché pagati pochissimo dalle loro aziende. Inoltre, la campagna mediatica che ha fatto notare il grande contrasto fra l’uomo più ricco al mondo e l’idea che una parte dei suoi dipendenti usano welfare aveva formato una macchia visibile a tutti. Bezos dunque è stato furbo ad agire ricevendo gli applausi persino da Sanders. Allo stesso tempo il padrone di Amazon ha ridotto la pressione dei lavoratori di creare sindacati.

Non tutti sorridono però all’annuncio dell’aumento del salario minimo. Bezos ha spiegato che nessuno dei suoi dipendenti perderà con l’aumento ma in realtà i bonus e le stock options dei dipendenti con più di due anni di esperienza verranno ridotte e eliminate. Non si sa esattamente quanto costerà a Amazon l’aumento del salario a 15 dollari l’ora ma è possibile che a farne le spese saranno i dipendenti longevi. Alcuni lavoratori guadagnavano 300 dollari al mese in bonus durante la stagione delle feste. Le possibile perdite delle stock options sono difficili da calcolare.

“Abbiamo ascoltato i nostri critici… e abbiamo deciso di agire” ha dichiarato Bezos spiegando l’aumento del salario minimo. “Siamo entusiasti del cambiamento e incoraggiamo i nostri concorrenti e altre grandi aziende a seguire il nostro esempio” ha continuato il padrone di Amazon. Una buona sfida per le aziende ma anche per il governo.

Domenico Maceri
PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Trump e Kavanaugh: macchie sulla Corte Suprema

Trump Kavanaugh

“È mai svenuto dopo avere bevuto alcol?” Questa una delle domande della senatrice Amy Klobuchar (Democratica, Minnesota) a Brett Kavanaugh durante la sua seconda testimonianza alla Commissione Giudiziaria del Senato per la possibile conferma alla Corte Suprema degli Stati Uniti. Kavanaugh, evidentemente adirato dalla domanda, ha ribattuto domandando se la senatrice era svenuta in un caso simile.

La Klobuchar, con tono molto pacato, ha pressato il possibile giudice della Corte Suprema ottenendo una risposta negativa. Dopo la pausa del pranzo il giudice Kavanaugh ha chiesto scusa alla senatrice avendo capito il suo sbaglio. Kavanaugh ha anche riconosciuto il suo sbaglio pochi giorni dopo in un suo intervento nelle pagine del Wall Street Journal, noto quotidiano che pende a destra. Nel suo intervento, Kavanaugh mette in risalto le sue qualifiche ma ammette che la sua testimonianza è stata colorata da troppa emotività e ha “detto cose che non avrebbe dovuto dire”.

La reazione inappropriata di Kavanaugh con la senatrice Klobuchar non è stata l’unica asserzione fuori posto. Nel suo discorso di introduzione, il giudice Kavanaugh aveva fatto dichiarazioni che non si addicono alla personalità e temperamento di un giudice né tantomeno di un possibile giudice della Corte Suprema. Kavanaugh aveva dichiarato che nelle ultime due settimane era stato vittima di un “un assassinio politico”,  “alimentato  da rabbia per la vittoria di Trump nel 2016”,  “ con milioni di dollari spesi dalla sinistra per ottenere la vendetta dei Clinton”. Per Kavanaugh la colpa era tutta dei membri democratici della Commissione Giudiziaria al Senato.

Si tratta di dichiarazioni completamente estranee al tenore giudiziario ricordandoci in effetti i toni di una campagna politica. La reazione politica di Kavanaugh è stata spiegata dai suoi sostenitori come sdegno giustificato, considerando le accuse di molestie sessuali nei suoi confronti venute a galla, secondo lui, all’ultimo minuto per silurare la sua candidatura. Comunque sia, la reazione di Kavanaugh non ha riflesso la personalità necessaria per servire nella Corte Suprema che negli ultimi venti anni è divenuta sempre più dominata dalla politica, allontanandosi dalla giustizia che dovrebbe essere imparziale e basata sulle leggi.

Si sa ovviamente che il legame fra politica e sistema giudiziario esiste. I giudici della Corte Suprema vengono nominati dal presidente in carica in buona parte per ideologia politica. Donald Trump nella sua campagna del 2015-16 aveva promesso  che se eletto avrebbe nominato giudici conservatori. Infatti le sue due nomine sono giudici che tendono a destra. Ma la nomina di Neil Gorsuch (confermato l’anno scorso) e quella di Kavanaugh ci ricordano altre colorate da politica e polemiche come  quella clamorosa di Clarence Thomas del 1991. Si ricorda che Thomas, nonostante le accuse di molestie sessuali  di Anita Hill, fu alla fine confermato. Una conferma che rappresenta in un certo modo una macchia nella solennità della Corte Suprema. Alla quale bisogna aggiungere la macchia rappresentata da Gorsuch che è riuscito ad approdare alla Corte per il fatto che i senatori repubblicani, che controllano la Camera Alta, si rifiutarono di prendere in considerazione Merrick Garland che l’allora presidente Barack Obama aveva nominato per rimpiazzare Antonin Scalia. In effetti, i repubblicani, con la loro ostruzione, crearono il posto per Gorsuch.

Quando i senatori repubblicani adesso accusano i loro colleghi democratici di ostruzione non hanno tutti i torti perché fanno il lavoro di opposizione. Ma i “maestri” dell’opposizione sono proprio loro, i repubblicani. Avevano iniziato con la presidenza  di Obama rifiutandosi di confermare un folto numero di giudici alle Corti federali nominati da Obama. Poi, per ottenere più potere, hanno ridotto la voce della minoranza eliminando la procedura del filibuster che richiedeva 60 voti per procedere ai voti della conferma dei giudici. In passato, questa tradizione del Senato spingeva i presidenti a nominare giudici meno estremisti sapendo che la conferma richiedeva voti del partito di minoranza. In sintesi, la tossicità politica di Washington con l’aspra opposizione a Obama, è stata riversata anche sulla Corte Suprema.

Non sorprendono dunque tutti i battibecchi evidenti nella conferma di Kavanaugh. In questo caso però la posta è troppo alta. Una conferma di Kavanaugh significherebbe la netta maggioranza conservatrice in seno alla Corte Suprema con buone possibilità di future decisioni che potrebbero influenzare la politica americana per un cinquantennio. A cominciare dalla legge sull’aborto ma anche su tanti altri temi sociali per i quali Kavanaugh con il suo attacco politico si è dimostrato chiaramente  poco capace di obiettività. Il professor Laurence Tribe, eminente professore di diritto costituzionale alla Harvard, basandosi sugli attacchi di Kavanaugh, ha rilevato una serie di temi sui quali Kavanaugh dovrebbe ricusarsi perché li ha descritti come suoi avversari implacabili. Il professor Tribe include fra questi casi di molestie sessuali, i democratici, i gruppi liberal ecc. Ricusarsi da casi che toccano questi temi non sarebbe legalmente obbligatorio ma lo sarebbe dal punto di vista etico.

Al momento di scrivere queste righe siamo informati che il Senato ha approvato la mozione procedurale con 51 voti favorevoli e 49 contrari. Il voto finale non dovrebbe essere diverso anche se qualche remota possibilità di ribaltarlo potrebbe esistere. Non si sa con completa certezza l’esito finale ma sappiamo però che la probabile conferma di Kavanaugh ha già aggiunto altre macchie che riducono la legittimità della Corte Suprema.

Domenico Maceri