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Domenico Maceri
Domenico Maceri, PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Molestie sessuali: Trump tace su Moore ma attacca Franken

franken“Sì, credo le donne”. Mitch McConnell, senatore repubblicano del Kentucky e presidente del Senato, ha preso con queste parole le difese delle nove donne che hanno accusato Roy Moore di molestie sessuali. Moore, come si ricorda, è il candidato repubblicano al Senato nell’elezione speciale dell’Alabama che si terrà il 12 dicembre. L’ultra conservatore del Gop aveva sconfitto Luther Strange nelle primarie repubblicane per sostituire Jeff Sessions, il senatore dell’Alabama che aveva lasciato il Senato per il suo incarico di Procuratore generale nell’amministrazione di Donald Trump.

Avrebbe dovuto essere un’elezione in discesa per Moore ma dopo le accuse di molestie sessuali, alcune avvenute con minorenni, tutto sembra essere cambiato. Le molestie sarebbero accadute molti anni fa quando Moore era procuratore distrettuale dell’Etowah County. Il Partito Repubblicano comincia a preoccuparsi non solo per la macchia che le accuse rappresentano ma anche per l’impatto sulla risicata maggioranza repubblicana attuale al Senato (52-48) e persino per le elezioni di midterm del 2018.

Le accuse di molestie sessuali su Moore si aggiungono ovviamente allo tsunami scatenato dai rapporti di Harry Weinstein, quelle dei dirigenti della Fox News e le ultimissime su membri della legislatura statunitense. Moore ha reagito come prevedibile negando tutto, accusando le vittime di fare parte di un complotto della stampa, dei democratici, e dell’establishment repubblicano di metterlo da parte per le sue idee conservatrici. Una reazione poco convincente perché ci vuole coraggio a venire a galla e accusare un uomo potente riaprendo ferite che evidentemente non si erano completamente curate. C’è poco da guadagnare rivelando un passato doloroso per le donne che riapre con la pubblicità anche ferite per altre donne (e anche alcuni uomini) vittime di simili trattamenti rimaste però silenziose per paura o a volte per vergogna.

Moore ha anche messo in dubbio il carattere delle accusatrici e i suoi sostenitori le hanno già attaccate per insabbiare le acque e togliere attenzione negativa dal loro candidato. Ciononostante, malgrado le smentite, Moore, ha indirettamente ammesso che all’età di 30 anni gli piaceva corteggiare le adolescenti. Rispondendo alla domanda di Sean Hannity della Fox News sulla veridicità dei suoi contatti romantici con teen ager, Moore ha risposto che “in generale no”. Traduzione: a volte sì. Il candidato repubblicano ha continuato chiarendo che in rapporti con teen ager “aveva sempre chiesto il permesso delle madri”. Ovviamente non gli sarebbe stato possibile chiedere il permesso una volta trovatosi solo con queste teen ager in luoghi appartati. L’interesse di Moore per donne adolescenti era anche noto negli anni settanta ai dipendenti di un centro commerciale della Etowah County i quali gli avevano vietato l’ingresso perché disturbava le giovani donne che vi lavoravano.

L’Alabama è uno stato ultra conservatore e Moore ha avuto successo nelle primarie basandosi sulle sue esperienze che lo legano agli evangelici. Moore ha però dato l’impressione che crede più alla religione che alle leggi. Si ricorda che da giudice aveva portato una statua con i dieci comandamenti nella sua aula al tribunale e poi si rifiutò di riconoscere i matrimoni gay. Secondo lui i transgender non meritano nessun diritto e i musulmani non hanno diritto di servire nelle legislature americane. Per non pochi cittadini del suo Stato Moore è visto come un eroe perché combatte per i suoi principi ultra conservatori. D’altra parte per queste trasgressioni fu sospeso dal suo lavoro di giudice dalla Corte Suprema dell’Alabama. Queste prese di posizione estremiste e le recenti accuse di molestie sessuali lo hanno piazzato al di fuori dell’establishment del Partito Repubblicano che nelle primarie ha preferito Strange. La vittoria di Moore alle primarie sarebbe divenuta una facile vittoria all’elezione generale ma le rivelazioni di molestie sessuali hanno ribaltato la situazione. I sondaggi più recenti danno il suo avversario democratico Doug Jones avanti di 12 punti (51-39, 10 % indecisi). Inoltre il numero di elettori dell’Alabama che vede Moore in termini favorevoli è sceso dal 49 al 35 in una settimana.

La prospettiva di Jones al Senato preoccupa il Gop perché ridurrebbe a uno la maggioranza repubblicana nella Camera alta. Se Moore dovesse vincere non si tratterebbe nemmeno di un’alternativa piacevole. Il Partito Repubblicano ha sempre avuto difficoltà con l’elettorato femminile e il continuo tsunami di accuse di molestie sessuali si ricollega e aumenta la rabbia femminile dell’elezione di Trump. Si ricorda che alla vigilia dell’elezione presidenziale una quindicina di donne rivelò che Trump le aveva molestate. L’establishment repubblicano in quel caso ingoiò e aspettò il sorprendente risultato dell’elezione di Trump. Adesso però si intravede il pericolo che alle elezioni di midterm del 2018 i repubblicani potrebbero perdere la maggioranza al Senato e anche quella alla Camera.

Trump è rimasto silenzioso sul caso di Moore ma non appena il senatore Al Franken, democratico del Minnesota, è stato anche lui accusato di simili rapporti con una donna, non ha potuto resistere. In un tweet il 45esimo presidente ha attaccato Franken di ipocrisia per il suo comportamento. Ma se Moore e Trump non hanno chiesto scusa, Franken lo ha fatto subito. Se le macchie di molestie sessuali non conoscono partiti almeno Franken ha riconosciuto di avere sbagliato. Non lo assolve da una possibile inchiesta dell’Ethics Committee del Senato e una possibile espulsione dalla Camera alta ma merita un po’ di rispetto per la sua contrizione. Trump e Moore invece continuano a negare tutto, comportamento molto più biasimevole.

Domenico Maceri,
PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Le ambigue critiche di Flake e Corker a Trump

jeff-flake“Non sarò complice a comportamenti spericolati e vergognosi” che rappresentano una “minaccia alla democrazia”. Queste sono solo alcune delle parole impetuose che il senatore dell’Arizona Jeff Flake ha pronunciato al Senato attaccando Donald Trump ma allo stesso tempo il Partito Repubblicano che continua a supportare l’attuale inquilino della Casa Bianca. Un discorso potente e in un certo senso coraggioso smorzato però dall’annuncio che Flake non si ripresenterà alle elezioni l’anno prossimo.

Flake aveva già espresso il suo disappunto per i comportamenti scorretti di Trump durante l’elezione del 2016 come ci conferma il suo rifiuto di offrire l’endorsement all’allora candidato repubblicano. Dopo l’elezione però Flake aveva accettato la vittoria di Trump ed aveva persino cantato le lodi per il cabinet del 45esimo presidente. Inoltre il senatore dell’Arizona aveva supportato le nomine giudiziarie di Trump, specialmente quella di Neil Gorsuch alla Corte Suprema.

Flake nei dieci mesi della presidenza di Trump ha sostenuto l’agenda legislativa dell’inquilino della Casa Bianca al 91 percento votando per le nomine giudiziarie, la marcia indietro delle agenzie regolatrici, ed altre iniziative del presidente. L’American Conservative Union gli ha dato un voto del 95 percento per i suoi voti al Senato, cifra quasi identica a quella di Jeff Sessions, quando l’attuale procuratore generale era anche lui al Senato. Flake ha supportato anche il disegno di legge per la revoca dell’Obamacare, silurato però dal suo collega dell’Arizona John McCain, Lisa Murkowski (Alaska) e Susan Collins (Maine).

Flake dunque non obietta all’ideologia politica di Trump ma al suo comportamento che lui vede come minaccia al suo partito ma anche alla democrazia. Il senatore aveva anche confermato le sue preoccupazioni su Trump in un libro pubblicato questa estate dal titolo “The Conscience of a Conservative” (La coscienza di un conservatore) nel quale reitera le sue distanze da Trump. Come si sa, Flake è mormone e nel suo libro ricalca gli attacchi a Trump mettendo in rilievo i valori della sua fede sul decoro e il rispetto che lui vede totalmente assenti dai comportamenti di Trump. Non ha tutti i torti ma Flake non è un buon messaggero perché il suo discorso e la sua denuncia a Trump sono state condizionate dalle sue pessime possibilità di rielezione l’anno prossimo. Infatti, l’ala destra del partito, incoraggiata da Stephen Bannon, avrebbe supportato Kelli Ward nelle primarie repubblicane, la quale, secondo i sondaggi avrebbe sconfitto Flake (58 a 31 percento). Anche se Flake fosse riuscito a ribaltare la situazione e avere la meglio sulla Ward, l’eventuale avversaria democratica Kyrsten Sinema gli avrebbe dato filo da torcere.

In effetti, Flake, non vedendo una strada per la sua rielezione, ha deciso che inizierà il discorso per le denunce a Trump che in realtà altri, specialmente Hillary Clinton, avevano fatto durante la campagna elettorale dell’anno scorso. Anche il senatore Bob Corker del Tennessee ha recentemente evocato temi simili a quelli messi in rilievo da Flake ma anche qui si tratta di un altro senatore che ha deciso anche lui di non correre per la rielezione.

Ambedue senatori fanno parte dell’establishment repubblicano che non è ideologicamente opposto a Trump ma vede l’attuale inquilino della Casa Bianca come immeritevole del loro partito e della presidenza. Ci saranno probabilmente altri che concordano ma con l’eccezione di John McCain la maggioranza rimane silenziosa e continuano a lavorare con il 45esimo presidente per questioni di realpolitik. Lindsey Graham, senatore della North Carolina, è tipico. Dopo essere stato sconfitto da Trump alle primarie e i ripetuti tweet velenosi reciproci Graham ha deciso che collaborerà per implementare la visione politica repubblicana.

In effetti, Trump ha preso il controllo del suo partito e nonostante le sue critiche spesso personali contro la leadership che lui vede responsabile per l’incapacità di mettere in atto l’agenda legislativa, sono rari gli interventi come quelli di Flake e Corker. Infatti, i due senatori sono stati criticati per la loro arresa sostenendo che se il loro impegno fosse genuino dovrebbero ripresentarsi alle elezioni e lottare per i loro principi.

Ciononostante Flake e Corker avranno 14 mesi rimanenti nel loro mandato per ostacolare Trump come presidente e la sua agenda politica. Questa ipotesi non farà perdere sonno all’inquilino della Casa Bianca. L’incubo di Trump, però, esiste e si chiama Robert Mueller, il procuratore speciale sul Russiagate. Paul Manafort, Robert Gates e George Papadopoulos, tre dei collaboratori del 45esimo presidente, sono infatti agli arresti domiciliari accusati di cospirazione. Il tam tam del Russiagate che si avvicina alla Casa Bianca continua ad aumentare di volume.

Domenico Maceri
PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Sanità Usa: il siluro inefficace di Trump all’Obamacare

trump obamacare“Obamacare è finita. È morta. Non c’è più. Non si dovrebbe nemmeno menzionarla. Non c’è più”. Con il suo tipico stile ripetitivo e il contenuto esagerato Donald Trump commentava con queste parole il suo ordine esecutivo di pochi giorni fa mediante il quale ha cercato di eliminare la riforma sulla sanità del suo predecessore Barack Obama. Si sa ovviamente che il presidente degli Stati Uniti, nonostante i suoi notevoli poteri, non può eliminare le leggi, ma il 45esimo inquilino della Casa Bianca crede di averlo fatto.

Dopo i falliti tentativi della legislatura repubblicana di revocare la tanto odiata l’Obamacare, la riforma sanitaria del 2010, in vigore da sette anni, Trump ha criticato aspramente la leadership del suo partito. In modo particolare Trump ha diretto alcuni dei suoi tweet velenosi a Mitch McConnell, senatore repubblicano del Kentucky e presidente del Senato, per non essere riuscito a revocare Obamacare. Non gli rimaneva dunque che agire da solo. L’ordine esecutivo di Trump non revoca dunque l’Obamacare ma cerca di affondarla usando però una strategia colorata di dubbia legalità. Il 45esimo presidente ha annunciato che eliminerà i sussidi governativi che gli individui con basso reddito potevano usare per pagare i ticket della loro copertura sanitaria. Inoltre Trump ha ridotto le regole assicurative permettendo alle compagnie di assicurazione di vendere polizze in parecchi Stati. Permetterebbe altresì la creazione di accordi fra individui di unirsi in gruppi e comprare polizze ottenendo simili sconti a quelli delle aziende che comprano polizze per i loro impiegati.

Rimangono tutte le altre regole imposte da Obamacare e gli individui al di sotto della soglia di povertà continueranno a beneficiare del Medicaid, il sistema sanitario dei poveri. Rimangono anche in vigore i sussidi che gli individui di basso ingresso ottengono per pagare i premi assicurativi. In pratica, non si tratta di una revoca di Obamacare ma di un colpo che continua l’instabilità e l’incertezza delle polizze assicurative.

La leadership democratica ha ovviamente manifestato il suo dispiacere ma anche alcuni leader del Partito Repubblicano hanno espresso il loro disappunto. John Kasich, governatore dell’Ohio, ha dichiarato la sua opposizione chiedendosi se la Casa Bianca “capisce l’impatto che avrà sulle famiglie”. La senatrice Susan Collins, dello stesso partito del presidente, ha anche lei dichiarato che l’azione di Trump “influenzerà la capacità della gente vulnerabile di ottenere le cure necessarie” e che l’incapacità di pagare i ticket “destabilizzerà il mercato assicurativo”.

Il 45esimo presidente ha spiegato l’eliminazione dei sussidi classificandoli come un salvataggio per le compagnie di assicurazione senza capire che la sua azione farà perdere la copertura sanitaria a 6 milioni di individui. Paradossalmente, il 70 percento dei 6 milioni di individui colpiti sono cittadini che hanno votato per Trump, secondo uno studio della Associated Press. Altri individui però saranno colpiti dato che le compagnie di assicurazione sanno che non potranno continuare a ricevere sussidi per coprire i loro premi assicurativi. La National Association of Insurance Commissioners calcola che questi premi potrebbero aumentare dal 12 al 15 percento. Il Congressional Budget Office, l’agenzia governativa non-partisan, mette invece la cifra a 20 percento.

L’annuncio del presidente non poteva arrivare in un momento più critico dato che il periodo dell’iscrizione alle assicurazioni apre fra poche settimane. Alcune compagnie di assicurazione avevano già aumentato i premi prevedendo un’azione del genere. Altre lo stanno facendo all’ultimo minuto. Coloro i quali ricevono sussidi per comprare l’assicurazione non vengono toccati ma la pubblicità negativa dell’ordine esecutivo scoraggerà non pochi ad ottenere copertura sanitaria.

La legalità dell’ordine esecutivo di Trump è stata sfidata immediatamente. Venti procuratori generali hanno denunciato il presidente. Ci vorrà tempo ovviamente affinché il sistema giudiziario renda una decisione ma il danno sull’incertezza delle polizze assicurative è già stato fatto. L’inquilino alla Casa Bianca ha detto in parecchie occasioni che l’Obamacare “imploderà” da se stessa. Forse è questa la sua idea. Non essendo stato capace di vincere per via istituzionale nonostante il fatto che la maggioranza fa parte del suo partito, Trump ha agito da solo. Paradossalmente però, con il suo attivismo, il sistema sanitario diventa la sua responsabilità. I problemi eventuali andranno direttamente alla Casa Bianca. Secondo un sondaggio della Kaiser Family Foundation, infatti, il 60 percento degli americani crede che il Partito Repubblicano e Trump sono responsabili per l’Obamacare e la sanità in generale.

Il 45esimo presidente però ha già annunciato che “il lavoro non si sta facendo” e che lui “non accetterà la colpa personalmente”. Quando le cose vanno male, Trump si vede sempre innocente. La colpa è di qualcun altro.

Domenico Maceri
PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Trump e la riforma fiscale che aiuta i ricchi

trump fisco“Non ricevo nessun beneficio”. Il presidente Donald Trump  ha ripetuto questa frase  due volte, una dopo l’altra, come spesso fa per rendere le sue parole più rassicuranti. Il 45esimo presidente si riferiva alla proposta repubblicana sulla riforma fiscale sostenendo che  i ricchi come lui non riceveranno benefici perché il piano è indirizzato “ai lavoratori”.

Il problema è che i ricchi come lui riceverebbero la stragrande maggioranza dei benefici in almeno quattro modi. Verrebbero ridotte l’aliquota più alta dal 39.6 al 35 percento e le tasse  alle corporation dal 35 al 20 percento. L’Alternate Minimum Tax, la tassa minima applicabile anche ai ricchi che sfuggono al fisco mediante leggi labirintiche e l’Estate Tax (tassa sulla successione) verrebbero ambedue eliminate. Tutte queste quattro modifiche beneficerebbero i ricchi come Trump.

Il Center on Budget and Policy Priorities, di tendenze progressiste, ci dice che l’1 percento dei più ricchi riceverebbe la metà delle riduzioni fiscali della proposta, un framework, uno schema incluso in nove pagine. Ma anche Il Tax Policy Center, una Think Tank indipendente di Washington D.C. lo conferma sostenendo che la proposta fiscale produrrebbe “un taglio enorme” alle tasse dei più ricchi. Ci informano anche che le casse del tesoro perderebbero fra 3 e 7,8 trilioni di dollari in dieci anni.

Nel primo anno di operazione però il contribuente medio risparmierebbe 1.570 dollari mentre quelli dell’uno percento dei più ricchi risparmierebbero 130.000 dollari. Il 12 percento dei contribuenti con reddito annuo da 150mila a 300mila dollari riceverebbe un aumento di tasse perché perderebbero detrazioni che la proposta repubblicana eliminerebbe. Le tasse aumenterebbero anche per il 30 percento di contribuenti con reddito fra 50mila e 150mila dollari, anche qui per la perdita di detrazioni attuali.

Una di queste detrazioni consiste dell’eliminazione del SALT, le tasse locali e statali pagate in grande maggioranza dagli Stati liberal come la California, New York, New Jersey, Illinois, ecc. Dopo solo pochi giorni sembra che la leadership repubblicana abbia però indietreggiato sul SALT specialmente per le obiezioni di parlamentari repubblicani di questi Stati liberal che in grande maggioranza tendono a sinistra e nelle elezioni del 2016 hanno preferito Hillary Clinton a Trump.

Le classi basse riceverebbero qualche beneficio dato che la detrazione standard verrebbe aumentata (da 6.350 a 12.000 dollari) ma eliminerebbe la detrazione personale (4.050 dollari). Inoltre la progressività delle aliquote sarebbe ridotta da 7 a 3, aumentando però la più bassa dal 10 al 12 percento. La riduzione del numero delle aliquote si avvicina al “flat tax” e colpisce le classi meno abbienti.

La riforma fiscale repubblicana non tocca la diseguaglianza economica che negli ultimi due decenni è aumentata in maniera stratosferica. Non include l’aumento al salario minimo che aiuterebbe i più poveri, soprattutto le madri single.

La riforma fiscale annunciata consiste di un tentativo repubblicano di riprendersi dopo la batosta di avere fallito nella revoca della tanta odiata Obamacare, la riforma sulla sanità dell’ex presidente. Uno dei punti dolorosi per i repubblicani consiste delle tasse che Barack Obama aveva aumentato ai benestanti per coprire in buona misura la sanità medica ai poveri. Con la conquista della Casa Bianca e il controllo delle due Camere i repubblicani non dovrebbero avere difficoltà a “ricompensare” i loro grossi contribuenti. Alcuni come i fratelli Koch hanno già minacciato che non spenderanno più soldi in campagne politiche se i legislatori repubblicani non mantengono le promesse.

Abbassare le tasse è una di queste promesse ma non sarà facile. Lo sanno ed è per questo che la loro proposta sarebbe presentata con il meccanismo della “reconciliation” che focalizza il bilancio e non sarebbe soggetta al filibuster del Senato dove 41 dei 48 senatori democratici potrebbero facilmente bloccare un eventuale disegno di legge. Ma  la “reconciliation” che richiede solo una semplice maggioranza al Senato non funzionerà necessariamente. Tre senatori repubblicani potrebbero bloccare la proposta come si è visto con il tentativo di revocare Obamacare.

Fino al momento la retorica repubblicana che la loro proposta di ridurre le tasse farebbe i miracoli all’economia sembra poco credibile. Infatti, l’economia ereditata da Trump continua ad andare bene con una disoccupazione di poco più del 4 percento. L’importanza della riforma fiscale è dunque poco credibile e ci viene presentata dopo il tentativo della riforma sulla sanità che solo il 20 percento degli americani approvava. Ciononostante considerando la prevedibile compatta opposizione democratica ci vorrebbero solo tre senatori repubblicani per silurare la riforma fiscale esattamente com’è avvenuto con Obamacare.

Il piano sulle tasse “non è buono per me” ha ribadito Trump. Il problema è che noi non possiamo sapere esattamente perché il 45esimo presidente non ha reso noto la dichiarazione del suo reddito. Bisogna credere le sue parole. Trump completa spesso le sue asserzioni con “Believe me” (Credetemi). Lo fa perché riconosce che ciò che dice è poco credibile? Il New York Times e il Washington Post confermerebbero questa poca credibilità dato che continuano ad aggiungere nuove informazioni alla lista di cose non veritiere asserite dall’inquilino della Casa Bianca.

Domenico Maceri
PhD, University of California o vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Discorso di Trump all’ONU: echi di campagna elettorale

trump-delirioDopo la breve “sterzata” a sinistra in politica interna con i leader democratici sull’innalzamento del tetto al debito e la questione dei “dreamers” Donald Trump è ritornato alle sue radici. Il recentissimo discorso del 45esimo presidente alle Nazioni Unite ha ripreso la politica di “America First” (Prima di tutto l’America) espressa in campagna elettorale e sottolineata nel suo discorso di insediamento nel mese di gennaio. Un discorso poco rassicurante per il mondo ma tranquillizzante per i suoi sostenitori politici.

Ci si sarebbe aspettato che in sede internazionale l’attuale inquilino della Casa Bianca avesse ricalcato la necessità per la diplomazia e la cooperazione internazionale. Trump ha infuocato invece l’egoismo e soprattutto la miopia che hanno caratterizzato la sua ascesa al potere. A cominciare dal concetto di isolazionismo che vede un ruolo americano nel mondo caratterizzato da interessi nazionalisti. Trump ha infatti cercato di esportare il concetto di isolazionismo dicendo che ogni Paese dovrebbe concentrarsi sulla propria sovranità come se questo non fosse già applicato dai diversi interessi dei 193 Paesi membri delle Nazioni Unite.

Se c’è un problema fondamentale nell’organizzazione è proprio quello degli interessi dei singoli Paesi e i conflitti inerenti nei rapporti internazionali. Trump ha stressato l’importanza degli interessi egoisti senza esitare di cadere nelle sue minacce per ottenere i propri scopi di sicurezza. Il 45esimo presidente ha detto che gli Stati Uniti hanno “grande forza e pazienza” ma che per difendere il Paese o gli alleati non avrà “scelta eccetto di distruggere completamente la Corea del Nord”.

Una minaccia scioccante che non rassicura nessuno considerando il pericolo rappresentato da Kim Jong Un, leader della Corea del Nord, il quale continua con i suoi esperimenti di missili balistici che potrebbero anche colpire il territorio statunitense. Difficile interpretare le vere motivazioni di Trump ma forse i leader mondiali sono già abituati alle sue sparate vedendole come messaggi alla sua base politica. Il pericolo però rimane non solo per i Paesi vicini alla Corea del Nord ma per il resto del mondo.

Le reazioni al discorso di Trump hanno variato dall’entusiasmo allo choc. Alcuni analisti hanno anche rilevato che l’idea di fare scomparire 25 milioni di persone equivale a un crimine di guerra facendoci dubitare su chi fra Trump e Kim Jong Un sia il vero matto. Benjamin Netanyahu, Primo Ministro israeliano, però ha classificato il discorso di Trump di “coraggioso”. Il presidente iraniano Hassan Rouhani, invece, più sobriamente, ha detto che le parole di Trump sono poco più che “odio ignorante” che appartiene ai “tempi medievali”. Rouhani ha continuato spiegando che la minaccia di Trump di abbandonare l’accordo fra il suo Paese e Barack Obama confermerebbe che nessuno potrà “fidarsi” degli Stati Uniti e che l’Iran potrebbe riprendere il suo programma nucleare bloccato dal trattato del 2015.

Trump ha cercato di fare un’ideologia della sovranità dichiarando ai leader presenti che loro devono “sempre servire gli interessi dei loro Paesi” ricevendo gli applausi come per suggerire che già si sapeva. L’attuale inquilino della Casa Bianca però non capisce o non sembra capire che il leader del Paese più potente al mondo dovrebbe fare del suo meglio per creare pace e stabilità che rafforzano anche la prosperità globale. Le minacce servono poco ai progressi e rapporti internazionali. Per raggiungere accordi di pace bisogna trattare gli avversari con rispetto e offrire incentivi. Caratterizzare Kim Jong Un con l’epiteto derisivo di “Rocket Man” (uomo razzo) ci ricorda ovviamente il modo in cui il 45esimo ha trattato i suoi avversari nelle primarie repubblicane e Hillary Clinton nell’elezione del 2016. La differenza però è Kim Jong Un possiede missili pericolosi.

In mancanza di parole rassicuranti di Trump il mondo si è dovuto accontentare della parole concilianti del primo ministro italiano Paolo Gentiloni e di quelle del presidente francese Emmanuel Macron. Ambedue hanno sottolineato l’importanza del “multilaterismo” per affrontare il cambiamento climatico, il terrorismo ed altre sfide che nessuno, nemmeno un Paese potente come gli Stati Uniti, può risolvere da solo. Sentimenti reiterati anche da Diane Feinstein, senatrice democratica della California. La Feinstein ha dichiarato che la meta delle “Nazioni Unite è di fomentare e promuovere la cooperazione globale”. Trump però avrà compiuto il suo obiettivo. I suoi sostenitori potranno sentirsi sicuri riconoscendo il loro candidato che lotta per loro non solo contro i nemici interni ma anche con quelli fuori del Paese.

Domenico Maceri,
PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Donald Trump “sterza”
a sinistra?

Donald Trump

Donald Trump

“La stampa è stata incredibile”. Donald Trump non poteva contenere la sua gioia mentre spiegava a Nancy Pelosi, leader democratica alla Camera, i commenti positivi dei media sull’accordo di assistere le vittime dell’uragano Harvey e l’aumento del tetto al debito nazionale. Il 45esimo presidente aveva siglato l’accordo con Chuck Schumer, leader democratico al Senato e la stessa Pelosi, mettendo da parte Mitch McConnell e Paul Ryan, gli omologhi della maggioranza repubblicana nelle rispettive Camere.

Le discussioni per l’accordo erano avvenute alla Casa Bianca e Trump aveva ceduto alle richieste dei democratici abbandonando le posizioni dei leader repubblicani. Non c’era molto da discutere sull’assistenza alle vittime dell’uragano ma la tempistica dell’innalzamento al debito aveva suscitato notevoli divergenze. I repubblicani volevano 18 mesi per potere oltrepassare le elezioni di midterm e ottenere vantaggi politici. I democratici hanno pressato per un periodo breve e alla fine Trump li ha accontentati con un compromesso di tre mesi, favorevole a Pelosi e Schumer. Rivedendo la questione dell’innalzamento al debito in tre mesi permetterà ai democratici di negoziare da una posizione di forza con la possibile minaccia di chiudere le porte del governo per i servizi non essenziali.

Si tratta di una strategia usata con grande efficacia dai repubblicani in passato.  Ecco perché Paul Ryan aveva etichettato di “ridicola” e “vergognosa” l’idea di tre soli mesi per l’aumento del debito. Alla Casa Bianca, però, lo speaker ha dovuto ingoiare perché Trump voleva chiudere l’affare e ottenere una vittoria legislativa delle quali era affamatissimo. La fame di vittorie legislative era dovuta, come si sa, all’incompetenza dei legislatori repubblicani alla Camera ma soprattutto al Senato di revocare l’Obamacare, promessa fatta da Trump in campagna elettorale. Ambedue le Camere però hanno cercato di fare approvare il disegno di legge ottenendolo con un margine di pochi voti alla Camera ma poi al Senato McConnell non è riuscito a racimolare 51 voti nemmeno per una “skinny repeal” (revoca light).

Come spesso fa, Trump era andato su tutte le furie inviando non pochi tweet attaccando McConnell ed i repubblicani per avere promesso per sette anni la revoca di  Obamacare ed adesso con il controllo di ambedue le Camere e la Casa Bianca non ci erano riusciti. Logico dunque che Trump cerchi alleanze alternative con i democratici perché ha capito che per governare e ovviamente per ottenere consensi deve fare compromessi con il partito di minoranza. Il 45esimo presidente sa bene che con solo 52 senatori repubblicani, alcuni dei quali poco affidabili, i 48 democratici possono ostacolare l’agenda repubblicana se continuano a rimanere compatti.

L’alleanza con il partito di minoranza diviene dunque logica perché mette da parte l’ala destra del Partito Repubblicano del Freedom Caucus che ha poco interesse a governare. I repubblicani moderati e i democratici possono dunque offrire una strada verso un governo bipartisan che a Trump interessa perché gli permetterà di vincere. I compromessi con i democratici saranno necessari. Trump in un incontro di qualche giorno fa con i leader democratici ha discusso un piano per regolarizzare lo status dei “dreamers”, i giovani portati da bambini in America da immigrati non autorizzati. Questi giovani sono americani a tutti gli effetti eccetto per i documenti. Pelosi aveva chiesto a Trump di comunicare a questi individui che non corrono pericoli che l’attuale inquilino della Casa Bianca ha fatto immediatamente.

Le discussioni per un disegno di legge che metta in pratica la legalità della presenza in America di questi giovani sono avvenute ma nell’ambito di una riforma sull’immigrazione. Questa non includerebbe il famoso muro al confine con il Messico ma farebbe parte di una massiccia campagna di controlli sull’immigrazione. Pelosi è molto ottimista e crede che in poche settimane si potrebbe regolarizzare la situazione di questi giovani.

Le discussioni dirette fra Trump e i leader democratici hanno aumentato i sospetti che le promesse fatte in campagna elettorale non saranno mantenute. Le reazioni di Breitbart News, sito di notizie di ultra destra guidato da Steve Bannon, ex consigliere di Trump, erano prevedibili. Già si parla di “Amnesty Don” (Donald dell’amnistia) per la possibile regolarizzazione dei “dreamers”. Ann Coulter, la giornalista molto conservatrice e grande sostenitrice del 45esimo presidente, ha anche lei mostrato la sue delusione dicendo che adesso “tutti richiederanno l’impeachment” di Trump.

Altre voci conservatrici però come Sean Hannity della Fox News non toccano Trump direttamente ma addossano tutta la colpa ai leader repubblicani specialmente Mitch McConnell per il fatto che  Trump è stato costretto a trattare con i democratici.

Trump da parte sua si interessa ai successi legislativi ma soprattutto a ribaltare i sondaggi nazionali che lo danno in forte calo al di sotto del 40 percento. L’alleanza di convenienza con i democratici dunque non è ideologica ma basata sui propri bisogni. La svolta potrebbe unire i democratici e i repubblicani moderati aprendo a Trump le porte a successi legislativi non solo sull’immigrazione ma anche sulle infrastrutture e forse anche sulla riforma fiscale. Trump non è mai stato amatissimo dai leader repubblicani i quali lo hanno visto come uno strumento per fare approvare la loro agenda. Adesso sembra che siano i democratici a vederlo in questa luce. Se Trump accetta un’agenda con sfumature democratiche che rendano beneficio al Paese si potrebbe considerare un “eroe” per avere fatto rinascere lo spirito bipartisan che era scomparso per una dozzina di anni.

Domenico Maceri
PhD, University of California

Il cuore piccolo di Trump e la revoca del DACA

daca“Affronteremo il DACA con cuore…perché, come sapete, amo questi ragazzi”. Con queste parole il presidente Donald Trump rispondeva nel mese di febbraio a una domanda sull’ordine esecutivo di Barack Obama di proteggere i “dreamers” (sognatori), giovani portati in America da immigrati irregolari. Il DACA (Deferred Action for Childhood Arrivals) aveva protetto questi giovani da deportazione e gli aveva anche concesso un permesso di residenza temporaneo, continuare i loro studi, e vivere nell’unico Paese da loro conosciuto. In sintesi, Obama aveva riconosciuto che questi giovani sono a tutti gli effetti americani eccetto per i documenti.

Nella campagna elettorale Trump aveva detto che il DACA era illegale e lui lo avrebbe abrogato. Dopo otto mesi alla Casa Bianca il 45esimo presidente ha mantenuto la promessa. Dimostrando poco coraggio, Trump però non lo ha fatto personalmente, preferendo dare l’incarico a Jeff Sessions, procuratore generale, il quale non ha menzionato nulla del cuore tenero di Trump. Sessions in un certo senso era il portavoce appropriato per il compito considerando le sue aspre vedute sull’immigrazione. Il procuratore generale ha detto che il DACA era illegale e che il Dipartimento di Giustizia non lo poteva difendere giuridicamente. Sessions ha continuato spiegando che l’ordine esecutivo di Obama del 2012 aveva messo in pratica ciò che “il ramo legislativo del governo aveva rifiutato di fare”.

Sessions, da buon “portavoce” per Trump, ha anche dichiarato falsamente che il DACA ha “causato terribili conseguenze umane” negando posti di lavoro agli americani e che l’illegalità ha “messo a rischio il Paese con crimini, violenza e terrorismo”. Tutto falso perché la procedura per ottenere il DACA richiede severi controlli che includono una fedina penale pulita.

Gli 800.000 beneficiari del DACA sono amati non solo da Trump ma riconosciuti innocenti da quasi tutti gli americani sia di destra che di sinistra. Se i loro genitori hanno commesso un reato portandoli in America i figli restano innocenti. Il loro “reato” sarà stato di andare a scuola, studiare, lavorare, e con l’ordine esecutivo di Obama si sono avvicinati a sentirsi americani. Le uniche eccezioni a non riconoscere l’innocenza dei “dreamers” sono alcuni legislatori di ultra destra che non vedono nulla al di là della legge ignorando il contesto umano e politico.

Per quanto riguarda gli effetti economici negativi che Sessions discute la realtà lo smentisce. I “dreamers” sono giovani e la maggioranza di loro lavora e contribuisce alle casse del tesoro rinforzando il sistema sanitario di Medicare per gli anziani e le pensioni del Social Security. Lo hanno riconosciuto i leader dell’industria americana come Tim Cook (Apple), Mark Zuckerberg (Facebook), Meg Whitman (Hewlett-Packard), Mary Barr (General Motors) e Jeff Bezos (Amazon) i quali hanno scritto una lettera per proteggere i “dreamers”. Secondo la missiva l’eliminazione del DACA ridurrebbe il Pil americano di 460 miliardi di dollari facendo anche perdere 24 miliardi al Medicare e Social Security. In effetti i dreamers sono indispensabili all’economia.

Gli ex presidenti Bill Clinton e Barack Obama hanno anche loro alzato la voce a favore dei dreamers. Ma anche politici del Partito Repubblicano hanno dimostrato il loro supporto promettendo azione legislativa che in passato non era andata in porto. Il Bridge Act, un recente disegno di legge introdotto dai Senatori Lindsey Graham (repubblicano, South Carolina) e Dick Durbin (democratico, Illinois) permetterebbe a quegli individui che qualificano per DACA di continuare a vivere negli Stati Uniti per altri tre anni e creare il tempo necessario per una legge definitiva. L’identica legislazione è stata anche introdotta nella Camera Bassa.

La revoca del DACA darà sei mesi alla legislatura per risolvere la situazione dei “dreamers”. Sfortunatamente l’agenda legislativa è già abbondante. Bisogna approvare i fondi necessari per assistere le vittime dell’uragano Harvey in Texas e forse altri nel sud est del Paese. C’è poi da approvare la legge per aumentare il tetto del debito delle spese che scade a fine del corrente mese. Inoltre non bisogna dimenticare la riforma fiscale, gli investimenti sulle infrastrutture e la riforma sulla sanità che i repubblicani non hanno completamente abbandonato.

La riforma sulla sanità, però, continua a ricordarci che nonostante il controllo dei tre rami da parte dei repubblicani, Trump non riesce a concludere nulla dal punto di vista legislativo. Per quanto riguarda i “dreamers” il 45esimo presidente si è lavato le mani mandando la patata bollente alle Camere. Una sfida reiterata anche dalla portavoce Sarah Huckabee Sanders con una minaccia che riflette il presidente. La Sanders ha detto che la legislatura deve “approvare qualcosa sull’immigrazione” perché questo è il loro compito. Se non riescono a farlo “dovrebbero mettersi da parte affinché lo faccia qualcun altro”. Il presidente?

Trump da parte sua ha reiterato la minaccia alla legislatura dicendo che in caso di una loro mancata azione in sei mesi lui dovrà “rivisitare la questione”. Ripristinerebbe il DACA con un nuovo ordine esecutivo? Forse il cuore di Trump lo vorrebbe fare ma i continui sondaggi poco favorevoli e l’erosione della sua base ci suggeriscono il contrario. Trump si è lavato le mani del DACA consegnando il futuro dei dreamers al Congresso, dominato dallo stallo da una decina di anni. D’altra parte, il recentissimo voto al Senato e alla Camera per l’innalzamento del tetto al debito federale, in cui Trump ha aggirato i repubblicani alleandosi temporaneamente con i democratici, potrebbe dare speranze per altre leggi bipartisan incluso una legge sul DACA.

Domenico Maceri
 PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications

Il modello Trump:
i campioni del nepotismo

trump-family“Il nepotismo è un fattore della vita”. Con queste parole Eric Trump spiegava il fatto che lui, il fratello Donald, e la sorella Ivanka hanno successo. Secondo il secondogenito di Trump bisogna però avere della capacità per restare in alto dato che il nepotismo solo apre le porte.

Il nepotismo nel mondo degli affari si accetta considerando il numero di aziende grandi e anche piccole in cui i figli e familiari vengono assunti e sistemati per ragioni di sangue. In politica però le cose sono diverse. Il presidente Trump non è il primo a dare incarichi importanti ai suoi parenti alla Casa Bianca. Nella storia americana altri lo hanno fatto. In tempi recenti si ricorda John F. Kennedy che diede l’incarico di procuratore generale al fratello Robert divenuto campione dei diritti civili. Ciononostante a causa del nepotismo messo in pratica da Kennedy una legge fu approvata nel 1967 che proibisce assumere familiari in incarichi governativi. Nel 1978 però la legge fu modificata esentando i ruoli di consulenza dal nepotismo. Ecco perché Trump ha potuto assumere il genero Jared Kushner e la figlia Ivanka dando loro incarichi di consulenza nei suoi riguardi.

Avere due membri della famiglia ai vertici della Casa Bianca rassicurerà Trump dato che gli garantisce fedeltà, qualità indispensabile per il 45esimo presidente. Un rapporto essenziale come ci dimostra la richiesta di fedeltà dell’attuale inquilino della Casa Bianca a James Comey, ex direttore della Fbi. Allo stesso tempo però la presenza di familiari può causare problemi. A cominciare dal fatto che l’unica ragione per i loro incarichi sia dovuta al rapporto familiare. Se non fosse stato per il nepotismo certamente Ivanka non sarebbe consigliere al presidente degli Stati Uniti. Jared da parte sua è stato messo a capo del neoistituito Office of American Innovation con ampli compiti interni ma anche esteri inclusa l’esplorazione di un trattato di pace fra Israele e la Palestina.

Né Jared né Ivanka hanno avuto esperienze governative venendo ambedue dal mondo degli affari. Una caratteristica con coltello a doppio taglio, da una parte positivo ma anche negativo. L’esperienza imprenditoriale può aiutare in incarichi governativi ma allo stesso tempo può essere dannosa dato che le mete sono diverse. Nel primo caso si tratta di fare profitti senza preoccuparsi veramente se qualcuno ne esce perdente. In politica i profitti sono il servizio agli elettori e tutti i contribuenti ne dovrebbero uscire vincenti.

Ma il problema principale con il mondo imprenditoriale è il continuo legame che intorbidisce le acque con i nuovi incarichi governativi. Nonostante il fatto che ambedue Kushner e Ivanka abbiano messo le loro aziende in un “trust” la separazione non è stata netta. Nel caso di Kushner è emersa la storia di affari con rappresentanti cinesi subito dopo l’elezione che hanno messo in dubbio il suo ruolo nell’amministrazione del suocero. Anche Ivanka ha avuto un episodio simile quando si è incontrata con il primo ministro giapponese mentre la sua azienda stava negoziando un affare con il governo nipponico.

Questa mancanza di netta separazione fra affari e governo ovviamente include anche lo stesso Trump. Anche lui ha affidato le sue aziende ai suoi due figli maschi ma ovviamente quando loro intraprendono affari tutti sanno che il loro cognome è lo stesso del presidente degli Stati Uniti. Ovvi sospetti emergono troppo facilmente se i collaboratori, specialmente stranieri, si aspettano favori dal governo americano o almeno credono di poterli ottenere.

Gli incarichi poco chiari di Kushner e Ivanka producono situazioni poco rassicuranti anche per i membri del “cabinet” di Trump ed altri consiglieri alla Casa Bianca. Kushner, per esempio, a volte sembra oscurare il ruolo negli affari esteri del segretario di Stato Rex Tillerson. Inoltre forti battibecchi sono emersi fra Kushner e Steve Bannon, un altro consigliere importante di Trump. Ovviamente in queste situazioni gli avversari di Kushner sanno bene che il loro rivale è il genero del presidente e devono mitigare le loro azioni.

Ivanka, da parte sua, a volte sembra fare il ruolo di first lady che ovviamente spetta a Melania Trump. La figlia maggiore di Trump, a differenza del marito, concede interviste e riconosce il suo ruolo senza precedenti nella storia americana. Si crede che lei abbia, come il marito, idee moderate e vicine a quelle del Partito Democratico, un “peccato mortale” per Bannon ed altri ultraconservatori nei vertici della Casa Bianca. Ciononostante si sa poco dell’influenza di Ivanka sulle decisioni del padre anche perché come lei ha detto i consigli dati al presidente rimangono fra loro due. Si crede però che lei abbia influenzato la decisione di bombardare Assad in Siria per punire l’uso delle armi chimiche.

“Forse noi siamo qui per nepotismo, ma non siamo ancora qui per nepotismo” ha spiegato Eric Trump, difendendo se stesso ed il fratello Donald Junior in un’intervista nel 25esimo piano della Trump Tower. Avrà ragione ma nel loro mondo imprenditoriale suo padre fa le decisioni. Nel campo governativo ci sono leggi che mettono freni. Il cognato Jared ha aggiornato tre volte la domanda di nulla osta alla sicurezza per accedere alle informazioni classificate aggiungendovi cento nomi di contatti con russi che aveva omesso nella dichiarazione originale. Trump ha protetto il genero. Per quanto tempo potrà continuare a farlo? Robert Mueller, il procuratore speciale dell’inchiesta sul Russiagate, ci farà sapere. Forse il nepotismo ha i suoi limiti.

Domenico Maceri