BLOG
Domenico Sciannimanico

Scrive Domenico Sciannimanico:
Recupero, adeguamento, risanamento

Sono sempre più convinto che una attenta e rigorosa analisi dei rischi che incombono sul territorio e sull’ambiente, sia propedeutica alla mitigazione degli stessi e alla conseguente pianificazione degli interventi strutturali e che pertanto bisognerebbe agire in tempo in termini di prevenzione e non gestione del post-emergenza.
Questo tema di notevole e rilevante importanza “la messa in sicurezza del territorio utilizzando il principio della prevenzione”…, sarebbe da inserire nel Piano delle Grandi Opere, anche se a mio parere l’unica Grande Opera Nazionale del momento è la messa in sicurezza del Territorio e dell’Ambiente attraverso un “Piano nazionale di prevenzione del rischio sismico” (in particolare).
Ogni struttura che ci circonda è sottoposta ad una serie di sollecitazioni determinate da azioni esterne che determinano uno stato di tensione, non sempre governabile dall’uomo, che provoca danni alle persone e alla struttura stessa.
Uno di questi casi è il verificarsi di particolari eventi sismici (sollecitazioni) che inducono sul territorio (struttura), non opportunamente protetto e adeguato, uno scompenso tale (tensione) da portare, in alcuni casi, al collasso della struttura e alla perdita di vite umane (danno!)
Anni senza norme e senza governo del territorio!
Eventuali responsabilità, oltre quelle dirette, sono da ricercarsi negli atteggiamenti e comportamenti omissivi di chi è preposto alla gestione, salvaguardia e tutela del territorio.
Si è parlato solo ed esclusivamente di interventi post-emergenziali mentre di politiche strutturali e di prevenzione ancora pochi cenni.
Sarebbe opportuno attuare una politica di prevenzione e quindi di adeguamento sismico del patrimonio edilizio esistente per la mitigazione del rischio.
Prevenzione, meno burocrazia per la messa in sicurezza del territorio e non tardiva gestione dell’emergenza: questo dovrebbe essere il motto!
Inseguire il danno costa di più di quanto non costi pianificare e prevenire: di difesa del territorio si occupa la Protezione Civile, ma solo in termini di interventi susseguenti agli eventi catastrofici .
Alla difficoltà intrinseca connessa al tema si somma una aspettativa da parte della società di richiesta di protezione assoluta. tendendo spesso ad accusare le Autorità Governative di non aver operato adeguati interventi.
La cultura della prevenzione presuppone anche la presenza di un processo partecipativo, ovvero la diffusione della conoscenza in merito alla probabilità di sviluppo ed alle modalità evolutive degli eventi naturali.
Ciò consente che gli eventi naturali non colgano completamente impreparate le istituzioni e la popolazione riducendo quegli aspetti di fatalità ed eccezionalità culturalmente legati al verificarsi degli eventi sismici.
Proprio la conoscenza dei rischi insistenti sul territorio potrebbe permettere, la programmazione e pianificazione di uno “sviluppo sostenibile” rappresentando in definitiva il contributo che la gestione territoriale può esprimere in ossequio alla “cultura della sicurezza”.

A tal proposito è necessario ed indispensabile parlare di Recupero Adeguamento Risanamento
Il territorio, nel corso degli anni, ha subito un tale “maltrattamento” che oggi è diventato necessario correre ai ripari. Questo implica, però, “buon senso” e tanta “lungimiranza” da parte degli amministratori locali e dei tecnici che operano sul territorio.
L’occupazione del suolo, con le varie tipologie ed articolazioni costruttive, è stata, nel secolo scorso, quantitativamente abnorme. Occorre, conseguentemente, porre un freno all’espansione edilizia, quando coincide con la sottrazione di terreno agli usi diversi da quello insediativo, così come la normativa antisismica richiederebbe un’integrazione organica con le regole sulla edificabilità.
Partendo dai principi dello sviluppo sostenibile e della sostenibilità ambientale dell’abitare, di fronte ad un territorio fortemente compromesso, è diventato indispensabile minimizzare l’uso di nuovo territorio attraverso una migliore utilizzazione delle aree già urbanizzate e dei volumi edilizi esistenti, e recuperare le aree dismesse, degradate o abbandonate, con priorità su ogni altra forma di edificazione.
Ma per dare attuazione alle politiche di rilevanza strategica, esse richiedono l’intervento congiunto degli enti pubblici e dei soggetti privati.
La vulnerabilità del territorio, oggi enfatizzata dall’elevato livello di urbanizzazione e dall’aumento della frequenza di eventi atmosferici che generano effetti distruttivi, rende imprescindibili la prevenzione e la tutela del territorio: questo avviene solo attraverso un accurato adeguamento degli edifici esistenti.
Tutto il territorio nazionale registra sempre più spesso notizie di cronaca, che ne testimoniano la fragilità di fronte agli eventi naturali, spesso aggravata da incuria, mancanza di manutenzione e cattiva pianificazione.
Occorrono progetti per la prevenzione (fondamentale per minimizzare i rischi per la popolazione, le infrastrutture, le attività economiche) che impongano ai singoli Comuni di monitorare i propri punti deboli e di procedere alla loro “messa in sicurezza”.

E’ sotto gli occhi di tutti come le caratteristiche del nostro territorio impongano di tenere alta l’attenzione e di investire in prevenzione.
Purtroppo l’uomo è in parte responsabile dei disastri causati dai fenomeni ambientali e che, ormai, avvengono sempre più frequentemente: sta distruggendo quello che, una volta, era un luogo fantastico e armonioso; l’inquinamento atmosferico è sempre più critico; ogni giorno che passa c’è sempre meno verde e più cemento…e siccome continua imperterrito a “pugnalare ” la Terra, ecco che il fenomeno ambientale diventa catastrofe.
Dopo le tragedie de L’Aquila e dell’Emilia (cito solo le ultime altrimenti l’elenco sarebbe lunghissimo….), ecco che siamo costretti, ancora una volta, a fare la conta dei danni e di vite umane nell’ultimo evento sismico che ha interessato la alcune regioni del Centro Italia.
Il recupero dei Centri Storici e più in generale l’adeguamento dell’intero patrimonio edilizio, è diventato una delle priorità di intervento per avviare processi di “risanamento” del sistema urbano. Il recupero (laddove è possibile), e quindi il riuso del patrimonio immobiliare inutilizzato per i motivi prima detti, assume particolare rilievo considerato che i centri storici, a mio avviso, sono una parte significativa del tessuto urbano, specialmente quelli che presentano maggiori potenzialità di attrazione dei flussi turistici.
Da non considerare di secondaria importanza il rafforzamento della coesione sociale e il recupero dei valori culturali.
Per i centri storici di minore importanza turistica, a queste motivazioni vanno aggiunte quelle legate al tasso di povertà, di disoccupazione, di immigrazione, tutte foriere di microcriminalità per disgregazione sociale e carenza di strutture e servizi.
In sintesi, i Comuni dovrebbero essere obbligati a:
1.pianificare l’uso delle risorse territoriali e regolamentare gli interventi di recupero;
2.promuovere ed assicurare la più rigorosa tutela del proprio territorio con particolare riguardo alla salvaguardia del patrimonio (da quello naturale, ambientale, artistico e culturale a quello immobiliare) ai fini della sua valorizzazione, incentivando lo stesso riguardo al patrimonio privato;
3.programmare ed eseguire interventi di prevenzione e tutela della salute pubblica e della qualità dell’ ambiente, di manutenzione ordinaria, straordinaria, di consolidamento statico e di restauro conservativo che non alterino lo stato dei luoghi e le volumetrie preesistenti, nei limiti del possibile.
A questo aggiungo che, un piano di “recupero, adeguamento e risanamento”… RAR …può solo giovare all’ambiente e all’economia perché crea nel contempo un notevole rilancio dell’ economia tramite il settore edile.
Infatti, ad esempio, se lo Stato potesse incentivare, con un adeguato programma pluriennale, l’adeguamento sismico delle costruzioni, oltre ad evitare la perdita di Vite umane e la conta dei danni, ci sarebbe un risvolto occupazionale di notevole portata diffusa su tutto il territorio nazionale, un’attività che darebbe lavoro a migliaia di piccole imprese ed all’intero sistema produttivo.
Come incentivarla? L’attuale crisi economica ci condiziona ma non è detto che nulla si possa fare. Occorrerebbe lavorare su più fronti. Quali?
quello fiscale innanzitutto prevedendo una serie articolata di agevolazioni
quello bancario, concordando con le banche prestiti a condizioni vantaggiose
quello degli incentivi a fondo perduto
quello delle procedure, semplificando tutto l’iter delle autorizzazioni
quello di derogare ad alcune norme che regolamentano il settore delle costruzioni
quello di dare un premio di cubatura (tema delicatissimo), non consentendo però maggiori volumi (se non tecnici) ma autorizzando a fini residenziali l’uso di spazi come i sottotetti.
Per quanto riguarda gli incentivi bisognerebbe fare una ricerca per vedere quanto si è speso in Italia negli ultimi 20 anni per intervenire dopo i terremoti, e ipotizzare che una cifra uguale possa essere data in incentivi nei prossimi 20 anni. Se gli incentivi dovessero essere pari al 5% dell’importo dei lavori si metterebbero in moto capitali privati pari al restante 95% (se l’incentivo è pari ad 1 miliardo l’anno, si metterebbero in moto 20 miliardi di capitale privato).
Favorire ed incentivare l’iniziativa privata e l’intervento pubblico nel recupero, valorizzazione e miglioramento anche abitativo del patrimonio edilizio esistente in Italia comporterebbe una rivoluzione nel modo di considerare l’attività edilizia esaltandone anche la funzione sociale.
In sintesi necessita un ampio piano nazionale di recupero, adeguamento e risanamento del territorio al fine di riequilibrare le città, tutelare il territorio per una crescita sostenibile ed un rilancio socio economico.
Tale Piano passa attraverso i seguenti obiettivi :
Messa in sicurezza, manutenzione e rigenerazione del patrimonio edilizio pubblico e privato
Drastica riduzione del consumo di suolo e degli sprechi degli edifici
Rivalutazione degli spazi pubblici
Razionalizzazione della mobilità urbana e del ciclo dei rifiuti
Salvaguardia dei centri storici

Domenico Sciannimanico

Oltre il Ponte

Ponte sullo Stretto e TAV

Si ritorna a parlare della costruzione del Ponte sullo Stretto, già da anni esclusivamente fonte di enorme dispendio di denaro pubblico senza alcun ritorno sul territorio e della estensione della rete ferroviaria TAV.
L’atavico problema dello sviluppo del mezzogiorno è il lento sviluppo socio-economico, indotto da problemi territoriali, politici, sociali propri del dna della terra.
Tali carenze non potranno trovare totale soluzione nella realizzazione di queste infrastrutture ma le stesse sono propedeutiche al flusso economico necessario ed indispensabile ad un concreto rilancio di questi territori.
Il Ponte sullo Stretto (di notevole valenza ingegneristica), pur non rivestendo imminente urgenza nella realizzazione, non va inteso come segmento viario che collega la Calabria e la Sicilia ma completamento di un “Corridoio intermodale” facente parte di un corridoio viario a scala europea.
La realizzazione della rete TAV/AC sarebbe la giusta estensione della rete nazionale che sarebbe oltremodo monca se non interessasse anche le regioni meridionali.

Entrambe le infrastrutture possono trovare giusta valenza sul territorio solo ed esclusivamente se supportate da rete infrastrutturale secondaria, altrimenti il territorio non sarebbe in grado di sopportare lo shock proveniente da tale insediamenti diffusi. Sarebbe come realizzare una diga senza realizzare la rete di distribuzione.
Considerato il momento socio-economico e le impellenti necessità di rilancio dell’economia, sarebbe il caso di andare….Oltre il Ponte, investendo risorse nell’urgente potenziamento infrastrutturale delle regioni del Sud, creando un “ponte economico-culturale” con i paesi del nord Africa, dando valenza di area qualificata del Sud-Europa alla Calabria e alla Sicilia e non aree di frontiera dell’Italia.
Il “Ponte” che necessiterebbe realizzare nell’attuale momento storico non è la semplice infrastruttura che collega la Calabria alla Sicilia, bensì una serie di interventi strutturali necessari per abbattere il gap con le altre aree europee e nazionali attivando flussi socio-economici che potrebbero consentire il rilancio di queste terre ricche di potenzialità.

Tale problematica è così vasta e di notevole peso che solo un evento eccezionale di tipo politico-amministrativo, ma io dico un colpo di volontà, potrebbe dare l’input ad un nuovo corso, dando alle genti del Sud ed al territorio la valenza che merita, anche perché le potenzialità in termini di risorse umane e di territorio non mancano assolutamente.

Domenico Sciannimanico (Ingegnere)

Dalla casa al territorio
passando per l’ambiente  

A distanza di mesi, durante i quali si sono registrati ingenti danni sul territorio indotti da eventi meteorici che hanno determinato il collasso di frane e straripamento di aste fluviali, sarebbe opportuno conoscere lo stato d’avanzamento della programmazione e pianificazione sia a livello nazionale che locale. Mentre nei mesi invernali si registravano gli effetti immediati delle piogge sul terreno (fenomeni di dissesto idrogeologico), in questi ultimi mesi si stanno registrando gli effetti lunghi e lenti (‘retard’) con smottamenti e cedimenti che creano collassi lungo infrastrutture (ponti e viadotti) con notevoli danni economici e disagi alla viabilità (Calabria e Sicilia).

Sono sempre più convinto che una attenta e rigorosa analisi dei rischi che incombono sul territorio e sull’ambiente, sia propedeutica alla mitigazione degli stessi e alla conseguente pianificazione degli interventi strutturali e che pertanto bisognerebbe agire in tempo in termini di prevenzione e non gestione del post-emergenza. Questo tema di notevole e rilevante importanza …..” la messa in sicurezza del territorio utilizzando il principio della prevenzione”…, sarebbe da inserire nel Piano delle Grandi Opere, anche se a mio parere l’unica Grande Opera Nazionale  del momento è la messa in sicurezza del Territorio e dell’Ambiente. E’ da apprezzare l’emanazione del ddl per il recupero e risanamento degli alloggi di edilizia economica e popolare, altresì è da cogliere con entusiasmo l’azione di Italia Sicura sul dissesto idrogeologico. Ma operativamente a che punto siamo? Cosa è stato fatto? Cosa si sta facendo? Quale è lo Stato d’avanzamento del processo di Pianificazione?

Domenico Sciannimanico

 

Genova. Invece di prevenire, si contano i danni

Genova-alluvione

Sono trascorsi tre anni dall’ultima alluvione che provocò sei vittime. E oggi la città di Genova si trova di nuovo alluvionata, con il bilancio di un uomo morto e la paura di dispersi. La Protezione civile regionale ligure ha emesso un’allerta 2, il livello più alto, dalle 11 di questa mattina fino alla mezzanotte di oggi. La pioggia ha fatto tracimare il Torbella, il torrente che attraversa il popoloso quartiere di Rivarolo. Livelli di guardia anche per il torrente Polcevera che attraversa la zona industriale di Cornigliano. Intanto sale la tensione tra i cittadini. I residenti del quartiere del Fereggiano, già duramente colpiti durante l’alluvione del 2011, hanno aggredito e insultato gli agenti della Polizia municipale e i tecnici della Protezione civile che si sono recati nel quartiere per verificare il colmo di piena del torrente. L’Autostrada A7 Genova-Milano è stata chiusa per una frana in direzione del capoluogo lombardo.

*   *   *

“I danni derivanti dal dissesto idrogeologico sono spesso associati a scelte territoriali non compatibili”

Ogni struttura che ci circonda è sottoposta a una serie di sollecitazioni determinate da azioni esterne che determinano uno stato di tensione, non sempre governabile dall’uomo, che provoca danni alle persone e alla struttura stessa.

Uno di questi casi è il verificarsi di particolari eventi meteorici (sollecitazioni) che inducono sul territorio (struttura), non opportunamente protetto, uno scompenso tale (tensione) da portare al dissesto idrogeologico (danno..!)
La bomba d’acqua che si è abbattuta sulla Sardegna nel novembre 2013 (e che periodicamente colpisce varie zone del territorio nazionale) è un esempio lampante. Tali eventi, che causano vittime e danni ingenti, dovrebbero indurci a serie riflessioni e a non trascurarli.

Sarebbe opportuno e doveroso, rivedere i criteri per cui una piena fluviale che fino a ieri era con la probabilità di verificarsi in media ogni cento anni, possa e debba considerarsi più probabile ogni cinquanta o ogni venti anni e di conseguenza adeguare opere e interventi in modo da diminuire il rischio. Anni senza norme e senza governo del territorio! Cito quanto dichiarato dall’On.le Oreste Pastorelli Membro della Commissione Ambiente, Territorio e Lavori Pubblici presso Camera dei Deputati:“La salvaguardia del territorio è una priorità. Auspico una calendarizzazione del ddl suolo entro la fine dell’anno. È ora di voltare pagina. Lenostre città sono vittime di una cattiva politica che, nel passato, non ha tenuto conto della conformazione territoriale della nostra Italia. È giunto il momento di agire concretamente, per evitare in futuro un’ennesima conta dei danni e delle vittime. La parola d’ordine deve essere prevenzione e non tardiva gestione dell’emergenza”.

Eventuali responsabilità, oltre quelle dirette, sono da ricercarsi negli atteggiamenti e comportamenti omissivi di chi è preposto alla gestione, salvaguardia e tutela del territorio. Si continua a parlare solo e esclusivamente di interventi post emergenziali mentre di politiche strutturali e di prevenzione ancora pochi cenni. Sarebbe opportuno attuare una politica di prevenzione per la mitigazione del rischio da dissesto idrogeologico: gli interventi dovrebbero rientrare nel piano strategico delle “Grandi Opere”.

Si avvicina l’autunno e probabili bombe d’acqua arriveranno: si sta facendo qualcosa per attenuare almeno i danni ? Prevenzione, meno burocrazia per la messa in sicurezza del territorio e non tardiva gestione dell’emergenza…: questo dovrebbe essere il motto!

Inseguire il danno costa di più di quanto non costi pianificare e prevenire: di difesa del suolo si occupa la Protezione Civile, ma solo in termini di interventi susseguenti agli eventi catastrofici. L’approccio scientifico ai problemi è basato su studi che hanno come oggetto un “materiale” che il progettista non sceglie e le cui caratteristiche sono di difficile definizione. Alla difficoltà intrinseca connessa al tema si somma una aspettativa da parte della società di richiesta di protezione assoluta.

Nel contempo c’è da evidenziare che le limitazioni all’uso del suolo basate sulla pericolosità sono di norma impopolari tra privati ed imprenditori che le vedono come indebita interferenza alle loro libertà di scelta. Gli stessi soggetti, però, dopo un’avvenuta catastrofe, tendono spesso ad accusare le Istituzioni di non aver operato adeguati interventi.

La cultura della prevenzione presuppone anche la presenza di un processo partecipativo, ovvero la diffusione della conoscenza in merito alla probabilità di sviluppo ed alle modalità evolutive degli eventi naturali. Ciò consente che gli eventi naturali non colgano completamente impreparate le istituzioni e la popolazione riducendo quegli aspetti di fatalità ed eccezionalità culturalmente legati al verificarsi degli eventi alluvionali. L’analisi storica, condotta sugli effetti conseguenti il cosiddetto “rischio idrogeologico” pone in evidenza come il numero di danni sia in costante aumento, con notevole incremento a partire dal secondo dopoguerra. Ciò trova spiegazione nel consistente ampliamento delle aree urbanizzate e, conseguentemente, nell’occupazione di aree di pertinenza dei corsi d’acqua in fondovalle, in prossimità di aste torrentizie, o in settori di versante già interessati da movimenti gravitativi più o meno riconosciuti.

I danni derivanti dal dissesto idrogeologico si rivelano quindi molto spesso associati a scelte territoriali non compatibili e, in prospettiva, rischiano di crescere fortemente, provocando una continua e ripetuta distruzione di ricchezza, solo in parte rinnovabile, a fronte di costi e sforzi superiori a quelli che sarebbero necessari per intraprendere la strada della prevenzione e del riassetto. Proprio la conoscenza dei rischi insistenti sul territorio potrebbe permettere, la programmazione e pianificazione di uno “sviluppo sostenibile” rappresentando in definitiva il contributo che la gestione territoriale può esprimere in ossequio alla “cultura della sicurezza” .

L’affannosa corsa al profitto ad ogni costo con la complicità della cattiva gestione del territorio e di un eventuale comodo condono ha provocato un uso irrazionale delle risorse idriche rendendo il territorio nazionale un “colabrodo” dal punto di vista idrogeologico.

Sarebbe il caso che il Governo abbandoni gli slogan e risponda con programmazione ed interventi, destinando risorse economiche per avviare un serio piano di messa in sicurezza del territorio Nazionale, di riassetto idrogeologico dello stesso, ovvero una delle grandi opere pubbliche di cui il nostro Paese ha bisogno.

I dati diffusi dal coordinatore della Task force di Palazzo Chigi, sui 3,4 miliardi di euro spesi in 7 mesi per coprire i danni causati dai nubifragi, confermano che è più che mai necessario investire risorse per salvare i 6633 Comuni (82%) che sono a rischio alluvioni e frane.

Domenico Sciannimanico