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Donato Pellegrino

Emiliano descamisado

Michele Emiliano si dichiara d’accordo con le rivendicazioni autonomistiche di Lombardia e Veneto, con le posizioni di Toti, Maroni e Zaia, con la richiesta, cioè, delle regioni più ricche del paese di disporre di maggiori risorse, riducendo il proprio contributo alle casse dello stato e di trattenere quote consistenti di quello che, nello spirito della Costituzione, è il denaro degli italiani. Lo fa dichiarando “inaccettabile che il Nord sostenga totalmente il Mezzogiorno”. Una giravolta spericolata tra la retorica sudista e neo-borbonica dell’estate e l’approdo neo-leghista dell’autunno, per un politico che si era autocandidato a ministro per il Mezzogiorno del governo Renzi.

Posizioni, peraltro, assolutamente destituite di fondamento. Non si pretende che Emiliano conosca il pensiero del grande meridionalismo pugliese dei Salvemini o dei De Viti De Marco: basterebbe si rileggesse “I nipotini di Lombroso”, del compianto Giovannino Russo per capire come, già negli anni ’90, il 70% delle risorse dello stato per il Mezzogiorno venissero gestite dalle imprese settentrionali; stessa percentuale di beni e servizi che il sud d’Italia ancora oggi importa dalle imprese settentrionali che, naturalmente, conferiscono al nord la massa fiscale.

Ma più del velleitarismo e della superficialità in termini economici, le spiegazioni del governatore pugliese si rivelano inaccettabili sul terreno politico.

Ormai siamo al peronismo “descamisado”, non più al populismo, termine che conserva una qualche dignità nella sua ascendenza storica. Il suo diventa di giorno in giorno, un presenzialismo sbracato che punta all’effetto mediatico per distogliere l’attenzione dalle gravi inefficienze nel governo reale della Puglia. Mentre tutto qui segna un declino spaventoso, dagli scriteriati piani di riordino ospedaliero, all’irresponsabile governo della xylella che ha messo in ginocchio l’agricoltura di mezza regione; dal fallimento delle politiche energetiche, al disastro ambientale, dalla crisi dell’occupazione, alla de-industrializzazione e al governo dell’immigrazione, il governatore occupa il suo tempo a saltare, ogni volta che può, sui palchetti no-tap, no-triv, no-vax e a cavalcare il movimentismo di sparute minoranze di irresponsabili, nell’illusione di costruirsi un profilo carismatico di capo-popolo, moneta spendibile sul mercato degli appuntamenti elettorali prossimi venturi.

Ma è proprio sicuro che il popolo vero di questa civilissima regione, e soprattutto quella parte che lo ha votato, la pensino come lui? Che lo segua in questo avventurismo alla ricerca di consensi ad ogni costo, in questa qualunquistica tendenza ad aggregare soggetti dalla indefinibile identità politica a suon di nomine negli enti pubblici?

La questione non è di poco conto, e investe ormai l’attendibilità della sua rappresentanza rispetto alla cultura e alla visione degli elettori del centro sinistra pugliese. Una questione prettamente politica e culturale che il PD farebbe bene a porsi, nella imminente tornata dei congressi provinciali in Puglia, guardando oltre l’angusto orizzonte dei circoli e delle tessere.

Donato Pellegrino
Segreteria regionale del PSI

Donato Pellegrino
La doppia partita del referendum

Sul referendum del 4 dicembre si sta giocando una doppia partita: quella di una riforma con la quale si tenta di adeguare lo strumento costituzionale alle mutate necessità di governo del Paese, e quella di una sfida all’ultimo sangue tra nomenclature partitocratiche vecchie e nuove. È sotto gli occhi di tutti come, nel dibattito politico, la seconda stia prevalendo sulla prima, come l’eterno conservatorismo di certa sinistra italiana, mescolato con le espressioni del peggiore populismo a cui è approdata la cosiddetta seconda repubblica, cerchino in ogni modo di bloccare per l’ennesima volta un processo riformatore che, con gli innegabili limiti, tuttavia corrisponde ai bisogni inderogabili di cambiamento del Paese.

È un film già visto, che noi socialisti ben conosciamo, sin da quando, nell’autunno del ’79, ponemmo l’idea di una Grande Riforma dello Stato con l’obiettivo di costituire una Democrazia Governante. Per noi socialisti questa riforma si colloca in continuità con la nostra tradizione riformista. Certo, non realizza compiutamente la nostra idea originaria di riforma costituzionale. E certamente ci batteremo perché l’elezione dei membri del Senato passi da una diretta indicazione del corpo elettorale e perché il ballottaggio avvenga per coalizioni e non tra partiti di maggioranza relativa.

L’ossessione del partito a vocazione maggioritaria, infelice invenzione veltroniana, costituisce veramente un vulnus al valore della rappresentatività sociale del Parlamento e al pluralismo democratico delle sue rappresentanze. Ma chi oggi richiama queste legittime esigenze, facendone ragione di conflitto, non ha mai perseguito con convinzione queste strade, nel timore che il mutamento formale dell’assetto dello stato potesse mettere in crisi la prassi reale di un sistema consociativo che ha segnato per decenni il corso della storia repubblicana. Il “compromesso costituzionale” che da più parti ora si invoca e che nacque dalla lungimiranza dei costituenti, nella prassi materiale si è trasformato in un “compromesso reale” divenuto spesso la palla al piede dell’azione di governo. I partiti antifascisti offrirono allo Stato una legittimità nuova dopo la caduta della monarchia risorgimentale, costruendo un nuovo patto civile; ma da allora il sistema pattizio ha funzionato in varia forma andando oltre le regole scritte della Costituzione. Modernizzare lo stato non è, come da più parti si afferma, un problema secondario rispetto all’urgenza dei problemi sociali del Paese. Non vi è chi non veda che la crisi dello Stato è da tempo ormai un fattore di accelerazione della crisi economico-sociale.

Perché, allora, osteggiare questo tentativo, certo non perfetto, ma perfettibile, di riforma costituzionale? Perché contrastare un tentativo riformatore che, al netto di qualche imperfezione lessicale, di qualche semplificazione eccessiva, si colloca tuttavia nello spirito di una moderna visione dello Stato e della più pura tradizione del riformismo democratico? Perché noi socialisti non dovremmo concedere credito all’esperienza di un partito e di un governo che come noi appartengono alla famiglia del socialismo europeo? Perché dovremmo diffidare di una riforma che riporta alla responsabilità dei governo la frammentazione dei poteri delle regioni, che uniforma e armonizza i principali servizi e la gestione delle infrastrutture strategiche, che semplifica le procedure della nostra elefantiaca macchina burocratica, che riconosce e rende sistemica la parità di genere, che riordina i poteri decentrati e legittima i territori come interlocutori strutturali delle politiche di sviluppo europee?

In questa battaglia, i socialisti non saranno con il composito e indigeribile minestrone politico che mette insieme massimalisti, grillini, leghisti, conservatori in servizio permanente effettivo e neofascisti. Noi faremo come fecero i socialisti della costituente che pur nel clima di scontri e conflitti del tempo, non si sottrassero ai loro doveri verso il Paese, convinti che il bene della Nazione precede e riassume ogni esigenza di parte e costituisce il principio primo e il fine ultimo della politica stessa.

Donato Pellegrino
Il Coordinatore Regionale PSI