BLOG
Donato Robilotta

Donato Robilotta
Craxi lavorò per unire la sinistra

In occasione dell’anniversario della scomparsa di Bettino Craxi mi piace ricordarlo per quello che è stato, un grande leader del socialismo riformista e liberale di stampo europeo che voleva unire la sinistra imitando Mitterand.

All’indomani del crollo del muro di Berlino e della fine del comunismo Craxi aveva seriamente creduto alla costruzione di una sinistra unita su posizioni riformiste di stampo europeo, perciò propose l’Unità Socialista.Bettino Craxi
Craxi in quegli anni, aiutò concretamente i post comunisti e nel ’91 scelse di non fare le elezioni anticipate, quando molti nel Psi le chiedevano, non solo per non bloccare il processo europeo ma anche per evitare che il Pds venisse sepolto dalle macerie del crollo del comunismo, rendendo così vana ogni prospettiva di Unità Socialista.

C’è chi ritiene che Craxi commise un errore fatale, la storia gli aveva dato ragione e lui, invece di chiudere la partita con i post comunisti e schiacciarli sotto le loro responsabilità, li aiutava a uscire dal tunnel.

Con la caduta del muro di Berlino l’Italia esce dal sistema di protezione americana perché perde la sua qualità di “gendarme del comunismo” ed inizia un nuovo mondo senza che la classe politica ne sia profondamente consapevole.

Prima della fine del comunismo il sistema italiano è essenzialmente consociativo e il consenso e la pace sociale sono mantenuti aumentando a dismisura il debito pubblico che viene garantito dagli organismi internazionali.

Il muro crolla e tutto cambia rapidamente, perché all’improvviso l’Italia perde il guscio di protezione e affronta il mare tempestoso del mercato e della globalizzazione. Il debito pubblico diventa un macigno e per entrare in Europa, cosa che ha impedito all’Italia di fare la fine dell’Argentina, occorre affrontare la questione del risanamento pubblico, chiedere a tutte le classi sociali di fare sacrifici e vendere i gioielli di famiglia.

Proprio le privatizzazioni delle banche pubbliche, delle società ed enti pubblici scatenano quella guerra di potere che va sotto il nome di mani pulite.

Per non mettere mano al portafoglio e partecipare al risanamento del paese, per fare razzie sulle privatizzazioni, una parte importante del sistema economico-finanziario, non solo italiano, sceglie la strada di indebolire la politica attaccando i partiti.

Questa finalità si sposa con l’interesse a impedire la nascita dell’unione europea, da parte di qualche potenza internazionale, o comunque rendere complicato il percorso europeo.

Non è un caso che mani pulite colpisce diversi paesi europei, anche se solo in Italia ha un effetto devastante perché solo in Italia c’è un forte partito che di fatto viene associato “nell’impresa”.

Il sistema politico della prima repubblica è in difficoltà e nel crollo ha proprie responsabilità, ma il finanziamento illegale della politica, noto a tutti, viene usato come un maglio per cancellare la politica.

Craxi e i socialisti andavano eliminati perché rappresentavano l’architrave del sistema politico, crollati loro tutto il sistema politico sarebbe crollato, e così è stato.

Il Pds viene portato con mano da De Michelis e Craxi nell’Internazionale Socialista; Petruccioli e Fassino, in rappresentanza di Occhetto e Napolitano, nelle riunioni preparatorie a via del Corso, nel triste autunno del ’92, dichiaravano che così si costruivano le premesse per l’Unità Socialista e una volta entrati a far parte della grande famiglia del Socialismo europeo avrebbero avuto la forza per mettere la museruola a mani pulite.

Come sappiamo avvenne il contrario.

Gli anni di mani pulite saranno ricordati per sempre come anni di terrore, il furore giustizialista prende il sopravvento e viene eliminato ogni minima regola dello stato di diritto: un intero gruppo dirigente, che per cinquanta anni aveva mantenuto la democrazia, la libertà e la prosperità nel nostro paese, viene eliminato con l’ignominia di essere stato un gruppo dirigente di ‘corrotti e mafiosi’.

Centinaia e centinaia di dirigenti politici sono stati eliminati fisicamente dalla scena politica, e la loro vita e quella delle loro famiglie rovinata per sempre, molti sono morti sotto il maglio della giustizia di piazza, alcuni si sono tolti la vita; molti sono gli assolti ma niente e nessuno ridarà loro quegli anni perduti.

Mani pulite non fu lotta del bene contro il male, non fu lotta contro il malaffare, non fu lotta per combattere la corruzione ma uno strumento di lotta politica per conquistare il potere cancellando i partiti.

Aver chiaro questo ci consente di leggere in maniera giusta non solo gli avvenimenti del passato ma anche il presente, e capire che molti guai di oggi dipendono proprio dalla mancanza dei partiti.

La questione Craxi resta la questione socialista, per questo ritengo importante cha la comunità socialista alzi la voce quando amministrazioni locali cancellano strade intitolate all’ex leader del Psi.

Così come ritengo sarebbe che un bel segnale per tutto il mondo socialista se il Psi al suo congresso decidesse di riprendere il simbolo del garofano che ha fortemente caratterizzato gli anni di Craxi.

Donato Robilotta

 

Donato Robilotta
Un unico soggetto socialista riformista?

Qualche giorno fa, dopo aver letto su facebook una nota di Stefano Caldoro, che dichiarava la sua disponibilità, anche se con qualche se, a dare una mano alla costruzione di un unico soggetto socialista riformista e un analogo post di Riccardo Nencini, che rilanciava, ho a mia volta postato sulla pagina di facebook il mio: io ci sto perché in questi anni ci sono sempre stato.

Oggi le mutate condizioni politico istituzionali potrebbero rendere possibile ciò che non è stato possibile in questi anni: la riaggregazione dell’area socialista che una volta si riconosceva nel Psi.
Questo perché il sistema bipolare figlio di mani pulite, che ha visto in questi anni contrapporsi l’Ulivo prodiano al centrodestra di Berlusconi, è miseramente fallito, tanto che abbiamo avuto prima governi di larghe intese, come quelli di Monti e Letta, e ora quello di Renzi, che non è proprio di larghe intese ma ha una maggioranza sostanzialmente diversa dallo schema dell’Ulivo. L’ulteriore conferma della fine del bipolarismo è la presenza del movimento 5 stelle.

Ora bisognerà costruire un nuovo sistema in cui i socialisti potrebbero avere ancora cose da dire.
A queste aperture sulla rete è seguito un dibattito a volte interessante ma a volte tutto rivolto ad attribuire le nostre divisioni ai nostri egoismi e ai nostri opportunismi. Certo, opportunismi ed egoismi ci sono stati, ma mi sia consentito di dire che non è stato esattamente così e che le nostre divisioni sono state frutto di visioni e posizioni diverse rispetto agli avvenimenti che accaddero all’inizio degli anni ’90 e che travolsero non solo il Psi ma l’intero sistema politico.

Noi ci dividemmo su mani pulite. I socialisti che consideravano positiva l’inchiesta, perché pensavano che il sistema politico fosse marcio e che nel Psi allignavano sacche di corruzione, presero le distanze da Craxi e lo abbandonarono; coloro i quali invece consideravano mani pulite un’operazione strumentale per cancellare la politica restarono a fianco a Craxi sino alla fine e combatterono l’uso politico di quelle vicende che fece una parte consistente della sinistra post comunista.

Ricordo che nell’ultima assemblea del Psi nel dicembre del 1993, in vista delle elezioni politiche della primavera del 1994, si confrontarono due posizioni. Una chiedeva che il Psi si presentasse alle elezioni in autonomia e fuori dai due poli che si stavano formando; l’altra invece che il partito aderisse allo schieramento progressista con la motivazione che comunque i socialisti non potevano che stare a sinistra.

Vinse la parte che voleva l’adesione allo schieramento progressista e in vista delle elezioni fu cambiato nome e simbolo al partito, perché questa era una specie di conditio sine qua non per poter aderire, una netta presa di rottura con il recente passato. Dico questo non per rinvangare il passato ma per affermare che la nostra diversa collocazione di questi anni è figlia di quella divisione che provocò una profonda frattura tra di noi, che va sanata per affrontare il tema della costruzione di un’unica casa per la comunità socialista.

Ed io credo che se il Psi riprendesse il simbolo del garofano sarebbe un forte segnale di identità e soprattutto di ricucitura con il periodo di Craxi e questo potrebbe servire a sanare in qualche modo quella profonda frattura. Certo so bene che da solo questo non basta e che bisognerà guardare all’oggi, ma se analizziamo bene l’attuale situazione possiamo vedere che questi ultimi venti anni sono stati una conseguenza di quello scontro e capire bene quello che successe ci potrà essere utile per capire dove sta andando il mondo.

1. Continua.

Donato Robilotta

Riforma Costituzionale
e Italicum

Riforma Costituzionale e Italicum

Dal combinato disposto della Riforma Costituzionale in atto e della legge elettorale (l’Italicum), già approvata dal Parlamento ma valida a partire dal 2016, si evince un disegno contraddittorio e una serie di incongruenze.

Il sistema politico è concentrato nella discussione sul Senato federale, che a mio parere va bene così salvo alcune modifiche, mentre manca una vera discussione sulla forma di Stato che la Riforma non tocca e sul federalismo incompiuto ovvero sul neocentralismo statale.

Cominciamo dall’Italicum. La nuova legge elettorale prevede un premio di maggioranza non più alla coalizione, che prende la maggioranza dei voti, ma alla lista che superi il 40% dei voti; in caso negativo si va al ballottaggio tra le due liste che hanno preso più voti. Non ci sono apparentamenti né al primo né al secondo turno. La soglia di accesso per avere diritto alla ripartizione dei seggi è del 3%, viene introdotta la preferenza ma il territorio nazionale viene suddiviso in cento piccoli collegi con i capilista bloccati, di modo che, con il meccanismo delle candidature plurime, quasi la metà dei parlamentari risulterà di nuova nominata.

L’Italicum ha un disegno contraddittorio perchè da un lato il premio alla lista sembra disegnare un sistema maggioritario basato su due o te poli, mentre la bassa soglia di sbarramento consente la formazione di piccoli partiti anche non coalizzati sul modello del proporzionale.

Allo stesso modo la reintroduzione delle preferenze viene vanificata dalla previsione di collegi piccoli, capilista bloccati e candidature plurime.

Ma la vera grande incongruenza sta nella Riforma Costituzionale che non si occupa affatto della forma di Stato, per cui la Repubblica resta parlamentare, il presidente del Consiglio resta un “primus inter pares” che non può neanche sostituire i propri ministri, mentre in questi anni le schede elettorali delle coalizioni o dei maggiori partiti riportavano i nomi dei propri leader, quasi come se fosse una forma di elezione diretta.

Il capo del Governo deve avere la fiducia in Parlamento per poter governare e se cade non è detto che si debba andare alle elezioni anticipate, perché se si trova una maggioranza si da vita ad un nuovo governo, come è successo ultimamente con Renzi che ha sostituito Letta o con Monti che sostituì Berlusconi. Con tutte le polemiche che ne sono seguite .

Resta così il forte contrasto tra la Costituzione reale e quella di fatto che si è andata costruendo in questi anni con leggi maggioritarie.

Dopo tante discussioni di questi anni non c’è nessuna scelta verso il Presidenzialismo o il semi o il premierato e tutto resta come prima.

Altra grande incongruenza è il disegno neocentralista che sta al centro della riforma. Viene cancellato il lungo elenco di materie concorrenti, ma queste vengono tutte riportate in capo allo Stato. Una marcia indietro notevole rispetto all’originario titolo V e le Regioni vengono ridimensionate parecchio rispetto al loro ruolo tanto che alcuni parlano di un disegno preciso di volerle trasformare nelle nuove Province con meno competenze legislative e di programmazione e più compiti di gestione. Esattamente il contrario della loro mission .

Insomma una riforma istituzionale un po’ confusa che non sceglie un modello, ma li tiene tutti insieme, in una logica di compromesso tra le diverse esigenze senza un grande respiro politico istituzionale.

Certo il compromesso è figlio della politica e della situazione del momento, ma la Costituzione deve avere una visione strategica perché non la si può cambiare a ogni piè sospinto.

Donato Robilotta

Il neocentralismo è l’incongruenza
non un Senato federale

Non condivido quanti criticano il Senato federale della riforma costituzionale, in discussione in Parlamento per la seconda lettura, perché non elettivo.
Una delle motivazioni principali che usano è che il combinato disposto con l’Italicum limita molto la democrazia rappresentativa.
A dire il vero quando hanno trasformato le Province in enti di secondo livello ad elezione indiretta non li ho visti stracciarsi le vesti.
Da anni parliamo di eliminare il bicameralismo e adesso che si arriva al punto ci sono molti mal di pancia.
Quando fu approvato il Titolo V della Costituzione si disse che mancavano due gambe a quella riforma, il federalismo fiscale e il senato delle Regioni, che bisognava approvare successivamente. Sono passati quindici anni da quel giorno e forse si è già perso molto tempo.
Oltre tutto c’è l’esigenza di avere un luogo istituzionale dove le Regioni possano confrontarsi con lo Stato alla pari anche per evitare l’enorme contenzioso davanti alla Corte Costituzionale che è diventata in questi anni il vero legislatore.
E d’altra parte il sistema delle conferenze appare ormai datato e va superato.
In ogni caso in tutti i sistemi federalisti c’è una seconda Camera di rappresentanza delle autonomie locali. La Germania, per esempio, ha il Bundesrat dove ci sono i rappresentanti dei Lander.

Che il Senato non sia elettivo ma composto da rappresentanti, Consiglieri Regionali, eletti dai rispettivi Consigli ha la sua ragion d’essere nel fatto che i senatori devono portare nel Senato le istanze delle loro Regioni e rappresentare quelle istituzioni. Mentre se fossero eletti direttamente dai cittadini risponderebbero agli elettori in genere ma non alla istituzione Regione.

Caso mai una delle incongruenze è il fatto che è previsto che facciano parte del Senato sindaci, eletti per di più dai consigli regionali e non dalle assemblee dei sindaci, quando i Comuni non hanno il potere legislativo.

Così come un’altra incongruenza è il fatto che non facciano parte di diritto del senato federale i Presidenti delle Regioni che, eletti direttamente dai cittadini, hanno la rappresentanza del loro territorio.

Considero poi un vero e proprio pasticcio la mediazione avanzata da alcune parti del PD che consiste nella proposta del cosiddetto listino da presentare in occasione delle elezioni regionali per la elezione dei membri del Senato in contemporanea alla elezione dei consiglieri Regionali.
Sia perché si potrebbero avere degli eletti al Senato che non vengono eletti al Consiglio Regionale, e questo provocherebbe un conflitto istituzionale permanente, sia perché se eletti dai cittadini non risponderebbero al Consiglio ma ai propri elettori.
Quello che mi fa specie è che a fare queste proposte siano alcuni esponenti politici che nel passato, anche recente, si sono battuti per un sistema federale.

La vera incongruenza della Riforma Costituzionale non è rappresentata dal Senato Federale, ma da un disegno neocentralista da parte dello Stato e dal fatto che non disegna una nuova forma di Stato e la Repubblica resta parlamentare, cosa che contrasta con l’Italicum che disegna in qualche modo una specie di presidenzialismo con il premio alla lista, i capilista bloccati e i collegi piccoli.

Donato Robilotta