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Edoardo Crisafulli

Il governo più a sinistra della storia repubblicana

Ogni volta che un neofita della politica pontifica – con sussiego – “evviva, viviamo in un’era post-ideologica!”, sbuffo alzando gli occhi al cielo. La modernità e la rivoluzione digitale hanno forse “rottamato”, come rulli compressori, le ideologie che sono state il nostro pane quotidiano? Chissà, può essere che gli “ismi” dell’Otto-Novecento siano finiti nella pattumiera della storia. Meno male però che il Settecento illuminista è troppo lontano e sfocato, per questi profeti del nuovismo. Proprio l’affermarsi di Facebook a livello planetario ha riproposto un tema vecchio come il mondo: quello del monopolio del potere (finanziario, politico, dell’informazione). Altro che eutanasia delle culture politiche: qui bisogna tenersi sul comodino Lo spirito delle leggi di Montesquieu, e rileggerselo come un vangelo ogni sera. L’uomo, nel corso dei secoli, non ha mutato natura, e quindi mi sento più tranquillo se la nostra società continua a basarsi su un’idea ammuffita, settecentesca: la separazione e l’equilibrio dei poteri.
In verità, le tre grandi correnti politiche della modernità – socialismo, liberalismo, democrazia – sono tutt’altro che scomparse, assomigliano semmai a fiumi carsici. Basta ascoltare bene i teorici della melassa post-ideologica – nonché esperti di funambolismo – per capirlo. Chiunque consulti i manuali di storia e di filosofia riuscirà a collocare questi furbastri di qua o di là della linea di demarcazione fra progressisti e reazionari/conservatori. Costoro escogitano programmi confusi, ma ci ficcano dentro idee ben chiare, che quasi mai però sono farina del loro sacco: le rubano, in spregio ai diritti di proprietà intellettuale; saccheggiano a destra e a manca come pirati della peggior risma. Un esempio eloquente è il salario di cittadinanza: da quanti anni se ne discute nei circoli intellettuali della sinistra? Se poi i pezzi del puzzle non si incastrano… chi se ne frega! Post modernità significa che non ho più l’obbligo della coerenza. La rivoluzione digitale mi ha fatto un ben regalo: viviamo nell’istantaneità, quello che dicevo ieri, oggi posso dimenticarlo, è acqua passata. Il nemico di ieri, è l’amico di oggi. Tutti i ruoli sono interscambiabili.
Detto ciò, non posso negare che regnasse il caos anche prima che apparissero i profeti del nuovismo post-ideologico. Temo però che l’ottimismo di Mao sia fuori luogo: “grande è la confusione sotto il cielo, quindi la situazione è favorevole.” La sinistra, che oggi ha poche idee, e alquanto fumose, batte in ritirata su tutti i fronti. L’abitudine a invadere il campo altrui, non ci ha portato fortuna. La politica del rigore, detta anche dell’austerity, storicamente appartiene alla destra liberale, ora l’abbraccia anche la social-democrazia, preoccupata di far quadrare i conti. Del resto non è che le cose fossero sempre così chiare neppure nel buon vecchio Novecento: Mussolini, un genio – malefico ma pur sempre un genio –, avviò il primo innesto sperimentale in grande stile che unì la peggior destra (nazionalismo bellicoso, febbre coloniale) alla peggior sinistra (giacobinismo, culto della violenza). Alla fin fine, però il regime era inequivocabilmente reazionario, nonostante la verniciatura di socialismo populista – gli elementi di stato sociale tanto decantati dalla destra odierna. Negli stessi anni Rosselli, autore del classico Socialismo liberale, imboccava un’altra strada, quella che conduceva a una sintesi fra la destra liberale e la sinistra riformista. Le sue idee, infinitamente più eque e sensate, mirano a conciliare le istanze della borghesia (libertà politica e di impresa) con quelle del proletariato (giustizia sociale).
Questa premessa è forse fin troppo intellettuale per inquadrare il discorso che segue, ma che farci, sono un figliolo orgoglioso dell’intramontabile Novecento ideologico. Vengo al punto. Il governo Lega-Movimento 5 stelle è di destra o di sinistra? La più parte dei commentatori della sinistra radical-chic sfodera un’accusa trita e ritrita: il nostro avversario, ovviamente, non può che essere di destra! Non c’è parola più infamante, nel lessico politico italiano. “Destra”, che schifo, che orrore!
E allora vi sorprenderò dicendovi che no, il governo – assolutamente legittimo – che si profila in Italia non è di destra. È piuttosto il governo più a sinistra della storia repubblicana. Intendiamoci, però. È la sinistra peggiore: quella vetero-marxista, ovvero arrogante, populista e saccente; quella che promette il paradiso in terra e una bella trasfusione dai capitalisti sanguisughe ai proletari anemici; quella degli idealisti acchiappanuvole, per dirla con Turati; quella che antepone i diritti ai doveri, perché i sacrifici no, guai solo a nominarli. Noi lo sappiamo, cari saputelli abbonati a Topolino, che in Italia non c’è mai stata una destra liberale e libertaria di massa. La destra egemone ha un imprinting sociale, e può essere altrettanto estremista della sinistra antagonista. L’una e l’altra hanno la stessa vocazione autoritaria. Sarà un luogo comune, ma qui casca a fagiolo: gli estremi si toccano. Tant’è che dai tempi di Benito un certo cambio di casacca – dalla cravatta rossa alla camicia nera (e viceversa) – non è mai stato traumatico. Prima d’esser fucilato dai partigiani, lo ammise candidamente Bombacci, ex marxista rivoluzionario, ex socialcomunista, nemico acerrimo del riformista Turati, e guarda caso fedelissimo di Benito durante la Repubblica Sociale: in fondo, noi “neri” siamo sempre stati “rossi”: volevamo la rivoluzione socialista in Italia. Per abbattere il capitalismo finanziario delle multinazionali, per difenderci dal complotto demo-pluto-giudaico- massonico.
Da che mondo è mondo, l’impianto concettuale dei populismi è organicamente di estrema sinistra, la destra illiberale si limita a un semplice taglia e incolla dal proprio alter ego: il denaro (quello altrui) è lo sterco del demonio; il potere (quello altrui) corrompe anche l’animo; i politici (gli altri, non noi) sono una casta di vampiri; la corruzione è dilagante nel mondo senza confini di oggi: torniamo alle nazioni, barrichiamoci in casa nostra, preserviamo la nostra purezza e identità (l’ebreo Trotskij voleva la rivoluzione mondiale, il cristiano Stalin il socialismo in un paese solo); c’è sempre un capro espiatorio o un complotto su cui riversare la rabbia popolare: ieri gli ebrei usurai, capitalisti e apolidi; oggi i banchieri, le multinazionali, le élite liberali cosmopolite, l’Unione Europea egemonizzata dalla Grande Germania.
Agli antipodi la nostra visione quale sinistra riformista e liberale: noi crediamo nel fatto – scientificamente dimostrato – che la globalizzazione, pur con tutti i suoi squilibri, ha liberato oltre un miliardo di persone dalla povertà; noi elogiamo il multiculturalismo e il meticciato; se le merci possono circolare liberamente, anche agli esseri umani va garantita la medesima libertà di movimento; i confini, prima o poi, scompariranno. In sintesi: esiste solo una razza: quella umana.
E’ un grave errore politico stigmatizzare il nuovo governo scagliandogli contro consunti slogan o anatemi ideologici, come se fossimo tornati alla Guerra Fredda. Il programma Lega-5 Stelle è comunistoide, o, quantomeno, nulla ha a che fare con i programmi razionali di spesa della destra liberale. Ci costerà dai 100 ai 150 miliardi di euro (notizia dell’ANSA). Salario di cittadinanza, taglio di alcune tasse, pensionamenti più facili. Dov’è la copertura? Chi pagherà il conto?
Immagino la risposta sotto forma di un’altra domanda polemica. E le proposte di destra, quelle non le vedi nel programma? No, francamente non le vedo. E l’intolleranza verso gli immigrati? Beh, se studiamo la storia dell’Unione Sovietica, esempi di tolleranza non se ne vedono neppure se si usa la lente di ingrandimento. Quando a Stalin o ad uno dei suoi illuminati successori conveniva spostare interi popoli o minoranze etniche da una parte all’altra del loro sterminato paese, l’ordine scoccava senza che nessuno battesse ciglio. E gli stalinisti di casa nostra applaudivano, perché tutto ciò che avveniva nella patria del socialismo reale era progressivo – a prescindere. Anche la persecuzione nei confronti degli omosessuali, nell’URSS, evidentemente era illuminata, ed emancipatrice. Come volevasi dimostrare, insomma: il nuovo governo ha un imprinting vagamente comunista. E quindi le venature destrorse ci stanno a pennello.
Che fare, allora? Riconosciamo tutti, finalmente, due cose: a) la destra liberale e la sinistra riformista, in Italia, sono minoritarie; (b) ancor oggi si fronteggiano due sinistre, e l’una è la negazione dell’altra. Rileggiamoci il saggio Il Vangelo socialista di Craxi (1978), scritto a quattro mani insieme a Luciano Pellicani, il più lucido e coerente intellettuale liberalsocialista in circolazione. All’estrema sinistra, che all’occorrenza può vestire i panni della destra sociale, e che oggi si camuffa da leghismo o da movimento post-ideologico, dobbiamo contrapporre un argine culturale. Noi rivendichiamo – con orgoglio – la nostra identità: siamo riformisti, e liberali. Nel corpo della nostra sinistra scorre il sangue della liberal-democrazia: noi promuoviamo il dubbio metodico, le soluzioni ragionevoli, il compromesso alla luce del sole. Noi diffidiamo delle formule magiche, non alimentiamo l’odio di classe né demonizziamo oscuri poteri forti, e neppure tiriamo fuori dal cilindro complotti fantasiosi per giustificare i nostri fallimenti o per rigettare con sprezzo le critiche alle proposte mirabolanti, da paese dei balocchi. In sintesi: rifiutiamo la demagogia populista. E infatti parteggiamo per il Montesquieu preoccupato degli abusi di potere, non per il Rousseau teorico della democrazia diretta e della monolitica volontà popolare che tutto travolge. Ammiriamo Bobbio e Rosselli, difensori della libertà, e non Marx, profeta di un’utopia bulimica inghiottita nei totalitarismi.
Ma un’iniezione di cultura filosofica non basta: dobbiamo elaborare un modello economico vincente, incentrato sulla dignità del lavoro, sullo sviluppo sostenibile, sullo studio metodico, sull’aggiornamento, sulla nascita di nuove professioni. I comunisti raramente si sono posti il problema di creare ricchezza: luccicano là, sull’orizzonte, montagne d’oro, basta metterci le mani sopra, e vivremo tutti felici e contenti. Also sprach Karl Marx. Noi invece vogliamo creare posti di lavoro, e tutelare i lavoratori con nuove, più flessibili reti di protezione. E allora diciamo no alle mance elettorali a pioggia, che sminuiscono la dignità dei disoccupati. Intendiamo preparare giovani studenti alle opportunità di un mondo in rapida trasformazione. Le imprese italiane avranno bisogno di oltre 150.000 tecnici nei prossimi anni. (E noi, anziché rilanciare l’educazione tecnico-scientifica, elogiamo la formazione classica e umanistica: nella mefistofelica Germania sono in grado di sfornare 100.00 tecnici in gamba all’anno). Vogliamo una società diversa da quella attuale, più inclusiva, con maggiori opportunità per tutti. Lo Stato deve investire massicciamente nella scuola, nella ricerca, nell’università. Solo così daremo un futuro ai nostri figli; solo così riguadagneremo alla nostra causa i milioni di italiani che si sono consegnati per disperazione ai due populismi gemelli siamesi. Giacché questa è la vocazione della sinistra liberale: garantire la protezione dai sussulti della globalizzazione senza promettere la luna nel pozzo. Se non saremo in grado di farlo, vincerà l’altra sinistra. E saranno guai per tutti.

Edoardo Crisafulli

Direttore Istituto Italiano di Cultura – Beirut

 

La carica dei diecimila: elezioni politiche o concorso pubblico

Grillo e la Casaleggio Srl ci obbligano a tirare la testa fuori dalla sabbia. Ma il complesso dello struzzo è difficile da superare. Per noi, figli della Prima Repubblica, sostenitori della forma-partito tradizionale. In tutte le democrazie mature la partecipazione dei cittadini alla res publica è in calo; i partiti subiscono emorragie debilitanti; le culture politiche novecentesche sono viste come orpelli fuori moda. I problemi si accumulano, non vengono affrontati alla radice: si tira a campare, si veleggia a vista. E se qualcuno offre una ricetta radicalmente alternativa, scocca il solito dardo: la condanna urbi et orbi del populismo. Morale della favoletta: il consenso per le organizzazioni antisistema e “anticasta” (quelle democratiche, non violente) cresce a dismisura.
E’ vero che il logo del Mov. 5 stelle appartiene a Grillo e Casaleggio, fatto che cozza con la democrazia degli iscritti. Diciamola, però, una verità scomoda: l’attivismo dei pentastellati è sommamente democratico. Le loro parlamentarie ne sono una eloquente dimostrazione. Pare che siano in lizza circa diecimila candidati. Quali possibilità ha oggi una persona qualificata/motivata/in gamba di diventare un parlamentare tramite i partiti tradizionali? Ben poche, se non fa parte di certe consorterie o di “cerchi magici”, ovvero se non è un fedelissimo del Capo di turno. Si spiega così la polemica sui candidati “paracadutati” da Roma su seggi sicuri: in molti casi sono stati scalzati militanti storici o deputati uscenti validissimi, in spregio al principio della rappresentanza territoriale. Non è un caso che il PSI, l’unico partito “sopravvissuto” alle tante metamorfosi delle sigle politiche post-Tangentopoli, abbia incoraggiato le candidature locali, in barba a tutti i tentativi di screditarlo dai tempi di Mani Pulite. In sostanza: i partiti tradizionali difendono il concetto di democrazia rappresentativa, ma hanno seri problemi a rappresentare tutta la società civile; il Mov. 5 stelle è nella situazione esattamente opposta.
Ecco perché le parlamentarie pentastellate sono la classica mossa del cavallo. Una mossa geniale, nel contesto attuale. Grillo ha assestato una sonora sberla in faccia ai partiti ingessati da professionisti di lungo corso. Ha agguantato due grassi piccioni con una sola, banalissima fava: sfoggiare le credenziali di un movimento autenticamente popolare, in osmosi con la società civile, e diffondere la sfiducia totale nella democrazia rappresentativa. Sembra un paradosso (le parlamentarie si sono pur svolte, e riguardano futuri deputati!), ma non lo è: in cauda venenum, come vedremo. Ben vengano le critiche al sistema attuale. Il punto è che l’ideale della democrazia diretta, alla prova della storia, potrebbe rivelarsi un’utopia pericolosa.
Qual è il messaggio subdolo delle parlamentarie aperte all’universo mondo? Eccolo: “la politica tradizionale è morta e sepolta, ma siccome ci sono in palio alcuni posti ben pagati, fatevi avanti, e comincerà la gran farsa del maxi concorso pubblico. Siamo incompetenti? Certo, e ce ne vantiamo. Perché almeno noi garantiamo a tutti la partecipazione. E poi siamo onesti, che è la cosa in assoluto più importante” (sella serie: giacobinismo puro: Robespierre era detto, appunto, l’Incorruttibile). Così l’intera classe dirigente è trascinata in giudizio. “Osservate il disastro epocale che ci circonda! I sedicenti esperti hanno fallito per manifesta incapacità. Oppure ci hanno ingannati, questi artefici delle crisi economiche e politiche. Sono tutti, indistintamente, al soldo del Potere corruttore, si sono svenduti ai potentati economici, alle lobby, alle multinazionali, alle case farmaceutiche, alle banche d’affari.” Sgorga a fiotti un pessimismo cosmico. Ogni utopia rivoluzionaria ha una carica negativa derivante da una visione manichea – il mondo è diviso fra i figli della luce e i figli delle tenebre. Il Male Assoluto si annida da qualche parte. Se non è nella natura umana stessa, è nella società, o nei partiti, o nel capitalismo o nelle Chiese.
Ma i pentastellati annunciano la buona novella: “abbiamo tenuto a battesimo una nuova creatura di specchiata moralità, realmente popolare e democratica, dove uno vale uno. Come San Giorgio anche noi, lancia in resta, uccideremo il drago. Daremo il colpo di grazia a questa politica fintamente democratica, melmosa, corrotta, impura.” Grillo & Co. hanno scoperto l’acqua calda: i politici riformisti hanno sempre saputo che poteri occulti, infidi, esistono anche nelle migliori democrazie (si pensi alle ramificazioni e alle trame della loggia massonica P2), e vanno combattuti. Il problema, qui, è la sindrome paranoica del sospetto e del complotto. Una sindrome pericolosa perché non richiede prove o dimostrazioni, solo fede cieca e determinazione ferrea nel colpire i simboli del Male.
Onestamente, però, su un punto non si può dare la colpa ai Cinque stelle: è un punto essenziale – devastante, sovversivo –: apparentemente (dal punto di vista cioè dell’Uomo Qualunque) tutti i governi si equivalgono. “Chiunque vada al potere, oggi, non ha la forza per trasformare in meglio la vita dei cittadini.” E perché mai, chiediamo noi stupefatti. Elementare, Watson. “Da qualche anno i politici eletti democraticamente sono servi dei poteri forti”. Tradotto in politichese o linguaggio meno rozzo: i politici non rispondono più soltanto al loro elettorato. C’è un grumo di verità, ahimè, in questa narrazione perversa. I governi tecnici l’hanno dimostrato. Del resto, i confini dello Stato-Nazione sono sempre più sfumati, e molte decisioni importanti oggi vengono prese a livello internazionale: siano condizionati da banche d’affari, dall’Unione Europa, dalle multinazionali, dal Fondo Monetario Internazionale e chi più ne ha più ne metta. In un certo senso, è sempre stato così. Ma la tendenza a esautorare i Parlamenti nazionali ha subito una forte accelerazione.
E’ davvero difficile promuovere una visione tradizionale della politica come mediazione fra interessi diversi quando abbiamo a che fare con Moloch del genere. La via maestra è una sola: più Europa – solo un’Europa forte e solidale può resistere agli speculatori. Finché questa Europa immaginaria non si materializza, finché perdura la crisi economica, i Cinque stelle avranno gioco facile. Tanto vale votare per l’Uomo Qualunque, senza arte né parte, che almeno non vi fotte. Perché lasciare le poltrone disponibili ai ladri e ai mentitori di professione? Naturalmente questo messaggio – il Parlamento e i governi sono perfettamente inutili – dev’essere edulcorato: è troppo dirompente. Allora anche noi vi promettiamo una gestione migliore di quelle precedenti. Ma non cesseremo di urlare ai quattro venti un’amara (o dolce, a seconda dei punti di vista) verità: chiunque può fare il deputato, il sindaco di Roma, il Presidente del Consiglio. Un’idea in teoria giusta, si trasforma in pratica in un’idea demenziale– perché non c’è né regola né criterio. “Cari concittadini, candidatevi pure, accorrete a frotte. Se non avete nulla da perdere e tutto da guadagnare, perché siete messi male, oppure avete un lavoro mediocre, sottopagato, tanto vale che sfruttiate anche voi questa opportunità. Entrare in parlamento è come vincere un terno al lotto: 9.000 euro al mese, nessun obbligo di quelli che hai sotto padrone… Una pacchia.”
Sono convinto che molti candidati grillini siano iper-democratici e iper-motivati – si sforzeranno di far bene il loro lavoro, se eletti. Ciò non toglie che la carica dei diecimila è un segnale lampante della crisi della politica: la poltrona fa gola per lo stipendio, non c’è alcuna percezione della difficoltà o serietà dell’impresa. Anche durante la famigerata Prima Repubblica c’era chi ambiva al posto da deputato, eccome. Ma tutti dovevano sottoporsi a una snervante gavetta; il percorso era lungo, stressante, duro, e non avevi alcuna certezza di coronare i tuoi sogni. Quale impulso se non la passione spingeva a dedicarsi alla politica a tempo pieno? Quanti professionisti, tecnici, laureati, imprenditori avrebbero rinunciato a dieci o quindici anni di attività, o a una carriera certa, sgobbando nei sindacati, nei consigli comunali, nelle burocrazie di partito? Gli unici deputati che “saltavano la fila” erano gli indipendenti. Ma si trattava di una eccezione, ben giustificata: anche loro venivano cooptati per merito. Il loro curriculum, i loro successi, conferivano prestigio, lustro, al partito che li esibiva orgoglioso.
Che chiunque possa potenzialmente fare il deputato, o il Ministro, non è un’eresia: è un concetto sacrosanto, che sta alla base di ogni democrazia. Laureato o precario, colto o ignorante, chiunque deve potere rappresentare il popolo. Gramsci non era laureato, tanto per fare un esempio. Ma aveva studiato come un matto, e comunque un mestiere o due li aveva appresi: quello del giornalista/organizzatore di cultura e quello del dirigente politico. Il problema dunque è sempre lo stesso: come si crea dal nulla una classe dirigente capace? Se la forma-partito tradizionale si sta disgregando, come verranno selezionati i nostri rappresentanti? Tramite un click su facebook? I partiti post-tangentopoli, quelli grandi, i veri responsabili del disastro attuale, se ne sono infischiati. Io dirigo un Istituto di Cultura all’estero: ci sono arrivato a cinquant’anni, dopo quasi vent’anni di gavetta, studi specifici, selezioni continue. Ci sarà anche chi (grazie alla politica, ai maneggi) ci arriva prima. E ci sarà anche chi non è qualificato per l’incarico. Ma si tratta di una minoranza: il sistema, nel complesso, funziona. E, oggi, mi dico: ho finalmente la maturità per svolgere questo incarico delicato. La gavetta mi ha temprato, plasmato.
La politica è un’attività diversa? Sì, certo. Mica è mera tecnica manageriale. E’ questo che Croce intendeva con la formula “capacità politica”, che è la principale manifestazione di onestà in politica (il miglior medico chirurgo d’Italia potrebbe rivelarsi un pessimo Ministro della Sanità, e allora sarebbe peggio d’un politico ladro). Croce però non voleva dire che una casalinga o un disoccupato possono gettarsi nell’agone politico senz’altra motivazione che quella di sbarcare il lunario. La politica ha bisogno, oltre alla vocazione o all’attitudine, di maturità, di competenze, e di professionalità specifiche. Queste si acquisiscono con l’esperienza concreta, che è sempre mediata dal rapporto “pedagogico” costante con i saggi, con i maestri. In tutte le società normali sono gli anziani che formano i giovani. Nel caso della politica democratica: i maestri sono i dirigenti storici, ovvero coloro che custodiscono il sapere politico, l’esperienza amministrativa e di governo, il rapporto con la base e con il territorio, le tradizioni specifiche del proprio partito (in termini economicistici: i dirigenti che rappresentano “la cultura aziendale”). Ma se i partiti sono ridotti al lumicino, e le élite che li dirigono divengono autoreferenziali, salta questo rapporto tra anziani e giovani, che è la linfa vitale di ogni democrazia rappresentativa. Non lo si ripeterà mai abbastanza: senza partiti ben strutturati, organizzati democraticamente, nessuno è in grado di formare una classe dirigente. Neppure in politica esiste l’abiogenesi.
Senonché, la crisi della politica ci appare come un Giano Bifronte: all’arroccamento della nomenklatura, che assegna future poltrone senza consultare gli iscritti, fa da contraltare, sul fronte opposto, l’arrembaggio a un posto di lavoro ben remunerato da parte degli esclusi dal gioco politico. Tanto varrebbe ammetterlo: le elezioni sono un gigantesco concorso pubblico, in palio qualche centinaio di posti a termine, con contratto quinquennale, rescindibile in caso di chiusura/scioglimento anticipato dell’azienda-Parlamento. E la commissione d’esame? Chi sceglie i commissari e il programma? E i requisiti per l’ammissione vanno decisi per legge, oppure ogni partito sceglie i propri? Rieccoci alla casella di partenza: è inimmaginabile che i partiti – anche i non-partiti come il Cinque stelle – siano estromessi dalla gestione del concorsone. Insomma: non ci sono alternative: cari politici, se non volete riformare i partiti, almeno fissate regole uguali per tutti, in modo che le procedure di selezione – le parlamentarie – siano trasparenti ed eque, su tutto il territorio nazionale.

Edoardo Crisafulli

Una cosa o due sulla responsabilità morale

Salvini

Il leader della Lega, Salvini, ha condannato l’atto terroristico del neofascista che ha sparato sugli immigrati a Macerata – nessun dubbio sulla matrice politica: il neofascista ha fatto il saluto romano, e a casa sua hanno trovato il Mein Kampf. La condanna però è diluita da un commento inquietante: “La responsabilità morale di ogni episodio di violenza che accade in Italia è di quelli che l’hanno riempita di clandestini.” Eccolo, il principio “due pesi, due misure”. Immaginiamo se l’attentatore fosse stato un giovane musulmano, e se un imam o un leader politico islamico, dopo la condanna rituale del tentato massacro, avesse aggiunto: la responsabilità morale della violenza è di chi ci discrimina in Europa, o di chi bombarda i nostri fratelli in Medioriente.

Chi sarebbero, poi, i corresponsabili “morali”, gli innominati? Presumo i politici del governo in carica. Se fosse così, sarebbe un commento gravissimo. In democrazia criticare il governo è più che legittimo: è salutare. L’opposizione esiste proprio per questo. Criminalizzare invece è da irresponsabili: nessuna politica sull’immigrazione, neppure la peggiore, giustifica (o spiega) un atto violento, eversivo di questo genere. E di certo non è il governo attuale ad aver “riempito l’Italia di clandestini”. Chi è il colpevole, allora? Direi tre figure astratte, che non possiamo trascinare in giudizio: la povertà, il sottosviluppo e le guerre. In tutti i tribunali, compreso quello della storia, possono comparire solo persone in carne ed ossa. Chi sono i responsabili dell’immigrazione incontrollata? Elementare, Watson: coloro che sfruttano le risorse altrui, che speculano in borsa causando recessioni, che fanno patti occulti con élite corrotte per far affari d’oro, che vendono armi, che fomentano i conflitti. Oppure quelli che, pur avendone i mezzi o le capacità, non intervengono laddove incancrenisce l’ingiustizia – anche l’omissione è un peccato. Si tratta di uomini d’affari che si mimetizzano nei consigli di amministrazione delle grandi aziende, delle multinazionali, delle banche d’affari, oppure di leader politici che si nascondono dietro il paravento dell’interesse nazionale ecc. Alla base di questa piramide c’è lo scafista che lucra, vergognosamente, trafficando esseri umani.

Lo pseudo-ragionamento di Salvini purtroppo è molto diffuso, sia a destra che a sinistra. Anch’io sono caduto qualche volta in un cortocircuito logico, travolto dalla rabbia. Dilaga il terrorismo omicida nel Medioriente? Ebbene, la corresponsabilità morale è di quei paesi occidentali che hanno scatenato la guerra in Iraq, alla ricerca di inesistenti armi di distruzione di massa. Così ragionavano anche i comunisti in buona fede, durante quell’orgia di sangue passata alla storia come Rivoluzione d’Ottobre: la corresponsabilità morale è dello zar e dei suoi lacchè. La gente, disperata, affamata, ha imbracciato il fucile. Che altro poteva fare? Stessa autoassoluzione, da parte dei nazisti: la Germania era allo stremo, dopo la Prima Guerra mondiale, chi ci impose riparazioni pazzesche deve salire assieme a noi sul banco degli imputati. Fu, questo, uno dei punti della strategia difensiva dei gerarchi nazisti a Norimberga. Su un piano più modesto di efferatezza, i teorici delle Brigate Rosse si discolparono incriminando il capitalismo e lo Stato borghese delle multinazionali, e i collaborazionisti del capitale, e i gruppi eversivi neofascisti. Bisognava pur reagire. Anche dando la morte.

Spesso non si inquadrano i problemi perché si confonde responsabilità morale e responsabilità politica. Sì, a volte si sovrappongono. Ma non sono la stessa cosa. Le accomuna solo un tratto: entrambe sono individuali. Chi causa la miseria e le guerre, o non fa nulla per prevenirle, è corresponsabile politicamente delle condizioni in cui può maturare l’estremismo fanatico (è il caso dei leader delle potenze vincitrice del primo conflitto mondiale). Ma chi teorizza e propaganda un’ideologia violenta quale risposta a quelle condizioni ha una responsabilità in più, più grave ancora: quella morale, appunto (è il caso di Hitler e dei suoi scherani; di Lenin, di Stalin e dei bolscevichi). Costui è il vero corresponsabile delle stragi compiute dai propri seguaci. Ma no!, mi dicono. Che analogie son mai queste? Esci fuori tema, il contesto qui è diverso: parliamo di uno spostato, sedicente fascista, in un’Italia democratica, invasa da stranieri. Certo, il contesto è sempre diverso, quando i paragoni mettono in crisi. Insisto: in tutte le epoche scatta la stessa l’operazione, che dà lo stesso prodotto: a) situazione sociale/economica esplosiva + b) ideologia violenta, fondata sull’odio = c) azione eversivo-criminale. Chi ragiona come Salvini, salta a piè pari un anello della catena: l’ideologia.

L’assoluzione per i crimini di matrice politica è efficace a una condizione: quella di cancellare ogni traccia delle alternative concrete, reali. A quel punto ciò che di malvagio avviene è il risultato di una scelta “obbligata”: siamo schiavi della necessità storica. Grandissima menzogna: la storia è fatta dagli uomini, e quindi può sempre prendere un altro corso. Un solo esempio: immersi nella stessa, identica realtà sociale, posti di fronte agli stessi, identici dilemmi, i menscevichi scelsero un socialismo democratico e dal volto umano – furono spazzati via coscientemente dai bolscevichi, che preferirono una feroce dittatura. Da Freud in poi abbiamo una scusante in più: la follia o le pulsioni inconsce. Un grande filosofo, Ricoeur, ci ha insegnato che il paradigma della nostra epoca è la medicalizzazione della condizione umana. Il che conduce, prima o poi, alla deresponsabilizzazione. Hitler, Goebbels, Eichmann sterminavano ebrei, d’accordo, Ma erano psicopatici. E le altre decine di migliaia di altri nazisti, cos’erano, individui ipnotizzati dai pazzi? Hannah Arendt, in quel capolavoro che è La banalità del male, ci ha insegnato una amara verità: i grandi e i piccoli criminali politici sono fatti della stessa pasta morale. Gli uni hanno bisogno degli altri affinché una follia collettiva – il genocidio, la rivoluzione purificatrice – possa aver luogo. Ogni singolo uomo, nella catena, dà il suo contributo alla macchina della distruzione, la quale non si muoverebbe senza la concatenazione di tante scelte individuali.

Ai cultori delle radici cristiane d’Europa – pullulano, a destra – consiglio di ripassarsi Dante. L’uomo è tale perché è dotato di una facoltà tutta umana che si chiama libero arbitrio. La quale significa capacità congenita di discernere fra il bene e il male. E tutta qui la fonte della moralità. Toglieteci questa libertà ed avrete automi, vittime delle circostanze, irresponsabili non perseguibili. Ne è passata di acqua sotto i ponti, e la Chiesa cattolica ha dovuto fare i conti con la psicanalisi e il marxismo. E così Giovanni Paolo II ha introdotto il concetto di “strutture del peccato”: realtà sociali che inducono al male. Ma ciò non può in alcun modo scalfire la più grande verità che ci ha trasmesso il cristianesimo. Per quanto costretto ed oppresso, l’uomo – creato a immagine e somiglianza di Dio – rimane, essenzialmente, un essere morale, responsabile sia delle sue azioni sia delle sue idee manifestate in pubblico.

Per capire quanto il modo di pensare deterministico sia aberrante, basta un piccolo sforzo: immaginate un kamikaze pronto a farsi esplodere fra civili innocenti; un bolscevico che punta il fucile contro un borghese russo; un nazista che fa altrettanto con un ebreo, uno zingaro, un oppositore politico; un brigatista rosso che spara alle spalle al sindacalista Guido Rossa. Ecco, proviamo, in tutti questi casi, a personificare il contesto quale mandante morale dell’omicidio che sta per compiersi: l’occupazione straniera; la miseria nelle campagne; il revanscismo antigermanico; lo sfruttamento capitalistico. Possiamo spremerci le meningi all’infinito: non c’è alcun collegamento fra una di queste situazioni in cui l’uomo armato si trova e la decisione di premere il grilletto. Se fosse la situazione sociale a spingere, per automatismo, alla violenza politica, non potremmo spiegarci un Gandhi: pur umiliato dai colonialisti britannici, scelse la via maestra della non violenza quale forma di lotta. Solo le idee, quelle tossiche, hanno la capacità di indurci all’omicidio politico. E le idee malefiche non sorgono per abiogenesi: qualcuno le concepisce, le esalta, le propaga, iniettando un veleno nel corpo sociale. E qualcun altro – un essere umano “troppo umano” – sceglie di farsi incantare da queste idee piuttosto che da altre. E, naturalmente, quando viene chiamato a rispondere dei suoi atti malvagi, si giustifica come può: sono state le condizioni sociali, economiche, politiche a indurmi alla disperazione! Oppure si appiglia a una scusante psicologica: è stato un colpo di testa, magari frutto di un contagio collettivo. No, non regge: il pazzo spara a caso: il nazista sapeva ben distinguere fra “ariani” ed ebrei; il terrorista, rosso o nero, li sceglie bene i suoi obiettivi. E le attenuanti, che vengono riconosciute in ogni processo? Quelle riguardano il delitto comune. Il crimine politico, più di ogni altro, è frutto di una libera scelta. Nel caso di Macerata, dunque c’è l’aggravante: la motivazione razzistica. Piantiamocelo in testa: la responsabilità morale fa capo sempre a un individuo senziente, che decide in piena libertà.

Sgombriamo il campo da un abbaglio. Premesso che togliere la vita a un essere umano è il crimine più orribile, c’è una differenza sostanziale fra Jack lo Squartatore e Adolf Eichmann: il primo era pazzo, e non faceva proselitismo; il secondo era normalissimo, e reclutava assassini nel nome di una ideologia razzista. I giornalisti sanno distinguere fra cronaca nera e criminalità politica. Ma molti confondono l’una con l’altra. E infatti su facebook c’è chi giustifica o “spiega” la sparatoria a Macerata come una sorta di “vendetta indiretta”, motivata dall’uccisione di Pamela Mastropietro, una povera ragazza il cui corpo fatto a pezzi è stato rinvenuto nei pressi di Macerata – il sospettato numero uno è un nigeriano, che è in stato di fermo. Non ci siamo proprio. A parte il fatto che, in uno Stato civile, nessuno può farsi giustizia da solo, è evidente l’assurdità del collegamento fra i due fatti: l’omicidio di Pamela – se tale è: gli investigatori stanno indagando – è opera di un folle o di una persona in preda a droghe, la tentata strage è un’azione politica, avente scopo intimidatorio. Il neofascista intendeva uccidere immigrati qualsiasi, colpevoli perché la loro pelle ha lo stesso colore di quella del presunto omicida. Nessun mistero sul movente. Appena arrestato, ha dichiarato: “volevo vendicare Pamela e fare qualcosa contro l’immigrazione perché il fenomeno dell’immigrazione clandestina va stroncato.” Come volevasi dimostrare: costui è moralmente responsabile avendo aderito in scienza e coscienza al nazifascismo. Chiamiamo le cose con il loro nome. Qui il disagio sociale, la psiche disturbata, e quant’altro, non sono attenuanti. E la corresponsabilità morale della tentata strage ricade su tutti i politici che soffiano sul fuoco dell’odio, dell’intolleranza, della xenofobia, per lucrare qualche voto in più.

Edoardo Crisafulli

 

I due modelli di partito azienda e la crisi della politica

Non voterei per i pentastellati neppure sotto tortura. Non già perché promettono mari e monti: il viziaccio è generale. Mi fa orrore il loro giustizialismo esasperato, manicheo: i puri (noi) di qua, i corrotti (tutti gli altri) di là. Certo, non l’hanno inventata loro la questione morale; né hanno tracciato la via giudiziaria al potere: Berlinguer li ha preceduti su entrambi i fronti. Eppure il PCI credeva fermamente nel sistema dei partiti, nei sindacati, e nelle culture politiche. I seguaci di Grillo no, loro pensano che i partiti siano cloache a cielo aperto, i sindacati inutili, e le ideologie del Novecento roba ammuffita. Ma siccome neppure il “nuovista” più infervorato può tranciare di netto ogni legame con il passato, ecco che hanno ripescato l’ideale più confacente al loro pessimismo cosmico: quello rousseauiano – “l’uomo nasce buono ma è la società che lo corrompe”. Rousseau è anche il teorico della democrazia diretta (“la sovranità non può mai essere alienata; il corpo sovrano non può essere rappresentato che da se stesso”), ottimo viatico per una società del plebiscito nell’epoca dei social media. E infatti, gratta gratta, emerge una tendenza al totalitarismo digitale: i pentastellati vogliono una società compatta, amorfa, e al tempo stesso spiccatamente individualistica. Assommano quindi i difetti del comunismo e del liberalismo. A parte il riferimento a Rousseau, questi rivoluzionari del Ventunesimo secolo ostentano ambiguità ideologica. Non si collocano né a destra né a sinistra, snobbano con disprezzo queste categorie arcaiche, relitti di un naufragio epocale. Meglio dividere il mondo, con la spada fiammeggiante, fra onesti e ladri, popolo puro ed élites corrotte. Così, paradossalmente, ritorna l’antico che più antico non si può.

Ciò che spicca è l’antipartitismo preconcetto. Qualunque partito – corpo intermedio fra società e Stato; organismo mediatore della volontà popolare nel Parlamento – è corruttore per definizione, lo è geneticamente, anche se i suoi esponenti non rubano neppure un centesimo. E infatti il Mov. Cinque stelle, sedicente non-partito, può violare sfacciatamente l’art. 67 della Costituzione, che vieta il vincolo di mandato: i suoi candidati a cariche elettive firmano contratti-capestro: in caso di dissenso devono pagare multe esorbitanti. Una volta eletti, i dissenzienti subiscono forme di mobbing, affinché si dimettano.

Un altro problema amplifica quelli appena descritti: il Mov. 5 stelle è un partito-azienda: il logo e il simbolo appartengono più o meno direttamente a Grillo e a Casaleggio (tramite l’Associazione Rousseau?), e non alla generalità degli iscritti e dei gruppi dirigenti. Apparentemente nulla di nuovo sotto il sole: Grillo ha ripreso il modello antipolitico berlusconiano. In realtà è avvenuta una mutazione genetica. Berlusconi era l’emblema dell’imprenditore prestato alla politica, uomo del fare in contrapposizione ai politici parolai: l’Italia è una fabbrica ciclopica, e come tale va gestita. Basta con estenuanti mediazioni, ci vuole più mercato, più managerialità, più ricchezza. E, soprattutto, più libertà. Questo, in nuce, il manifesto della fantomatica rivoluzione liberale, annunciata e mai realizzata. Coerentemente con tale disegno, Berlusconi puntava a sedurre il ceto medio frustrato; la sua è stata una riproposizione della “marcia dei quarantamila” a Torino (la manifestazione del ceto medio professionale “silenzioso” contro il PCI e i sindacati, che spadroneggiavano alla FIAT), in odio alla sinistra postcomunista e al suo mito: l’egalitarismo, l’operaismo. Una classica rivoluzione borghese, per quanto grottesca: l’imprenditore di successo dava voce e rappresentanza politica a chi si sentiva soffocato dall’egemonia comunista pur avendo già un qualche potere economico o una discreta posizione sociale (il popolo delle partite IVA/i lavoratori autonomi vessati dallo Stato, i liberi professionisti ecc.).

Berlusconi prometteva una libertà canonica, quella neoliberale: basta con lacci e lacciuoli, l’imprenditore, emancipato dalla politica asfissiante, sprigionerà energie enormi. Il berlusconismo è un thatcherismo all’acqua di rose, adattato allo spirito di un popolo vociante ma incline al compromesso, talora acquiescente verso i tatticismi opportunistici, purché non tocchino gli interessi di bottega; un popolo di cattolici che si professano comunisti, un popolo in cui coesistono due anime: quella anarchica e quella apatica (l’atavico “familismo amorale”…). L’antipolitico Berlusconi però aveva un’àncora tradizionale con cui ormeggiava la sua nave nuova di zecca: il liberalismo conservatore. E’ anche per questo, e non solo per i suoi “guai giudiziari”, che non si è mai fatto irretire dalle sirene del giustizialismo. (Un giorno gli verrà riconosciuto un merito: l’aver coagulato una destra di governo “trasversale”, che ha legato le mani ai forcaioli del MSI e della Lega Nord. Così ha impedito che l’Italia si trasformasse in una “Repubblica giudiziaria”. Ha anche concepito una politica estera intelligente, articolata, con obiettivi chiari.)

L’ex comico è un leader completamente diverso: se ne infischia della coerenza ideologica: l’unico leitmotiv è, appunto, il disprezzo per la democrazia rappresentativa. Grillo poi è antiborghese: sfoggia i panni del Sanculotto, e rivolge la sua predicazione alla massa informe, agli esclusi, agli emarginati. Di qui la potenziale carica sovvertitrice. Potenziale perché, in assenza di una ideologia politica strutturata (socialisteggiante), il sovversivismo è antipolitica allo stato puro, odio per “la casta”, per le élites corrotte. Non c’è alternativa “riformistica” allo status quo, bisogna distruggere il sistema, per ballare – con ghigno sadico – sulle macerie. In questo Grillo è un profeta istrionico dell’anarchismo in salsa italiana. E’ un Giotto rispetto a un Cimabue: ha superato il suo maestro di Arcore. La sua creatura, che si autodefinisce con sussiego “movimento”, sta ai partiti come l’antimateria sta alla materia. Grillo ha capito più di chiunque altro che la crisi della politica apre straordinarie opportunità. Finché dominavano le grandi narrazioni politico-filosofiche (socialismo, liberalismo ecc.) e i partiti di massa che le incarnavano, il genio anarchico-individualista dell’italiano era tenuto a freno. Ora è possibile un’utopia in linea con i tempi: una libertà nuova, assoluta, inebriante: il cittadino o è del tutto autonomo, una monade vagante nell’etere, o non è; si può vivere benissimo senza l’abbraccio soffocante di partiti, di sindacati, di poteri forti, di banche, di Ministeri della salute che ti vaccinano per compiacere le lobby farmaceutiche ecc.

In sintesi: a Berlusconi non andavano a genio i partiti vecchio stampo: le imprese sono il motore della società. Grillo guarda di traverso sia i partiti, tutti indistintamente, sia le grandi aziende (tranne la sua): i potentati economici inquinano la società, il denaro (ad eccezione di quello che affluisce al suo movimento) è lo sterco del demonio. Il male, insomma, dilaga: si annida in ogni forma di potere, sia politico che economico. Ecco un antipartitismo radicale in cui è innestato un anticapitalismo moralistico e anarchico, senza alcun obiettivo o base dottrinaria (la decrescita felice? Le banche etiche? Il cooperativismo socialista?). Noi, residui dell’Ancien régime, non abbiamo le coordinate culturali per capire questo guazzabuglio.

Attenzione, però: Grillo, figlio della rivoluzione digitale, ha un piede nel futuro; Berlusconi, figlio della Guerra Fredda, ha tutti e due i piedi nel passato. Il non-partito chiama in causa la politica stessa così come l’abbiamo vissuta finora, ne mette in discussione la ragion d’essere. Qui è l’ultima, sostanziale differenza tra l’allievo e il maestro. Berlusconi ha rivoluzionato il linguaggio della politica, trasformando il senso comune televisivo in una forza politica. Grillo, ben consigliato, è andato ben oltre. Ha compreso che la rivoluzione digitale avrebbe sconvolto la politica tradizionale, che è fatta di riunioni, di tesserati, di correnti, di accordi, di gruppi dirigenti autonomi, di mediazioni. Il Mov. 5 stelle è il primo partito digitale, e la sua forza dirompente risiede nell’uso capillare dei social-media. L’ideale della democrazia diretta si sposa perfettamente con facebook: il click del mi piace è la nuova forma di consenso. Facebook e whatasapp consentono anche di propagare (“condivi se sei d’accordo”) immagini e testi con velocità impressionante. Ben pochi si prendono la briga di riflettere o di verificare il messaggio – ciò sarebbe contrario allo spirito dei social media. Così mille attivisti possono raggiungere centomila persone in pochi secondi, ognuno diffonde il virus tramite la propria rete di contatti che si amplifica esponenzialmente tramite i contatti dei contatti…

E tuttavia sarebbe un grave errore demonizzare il Mov. 5 stelle. Buddisticamente, non esiste una negatività assoluta. Questo bizzarro non-partito, scompigliando le carte del gioco, accresce la nostra consapevolezza politica – e ci obbliga a scovare soluzioni creative a problemi incancreniti. In questo è affine alla Lega. Con una differenza. Il destino della Lega è legato a questioni che, pur serie, sono contingenti o passeggere (l’immigrazione, la crisi d’identità generata dalla globalizzazione…). Il Mov. 5 stelle avrà vita più lunga: sguazza in una crisi politica che è sistemica, radicale.

Intendiamoci su un punto: il fatto che i grillini vogliano propinarci una medicina peggiore del male che ci affligge, non significa assolvere chi ci ha traghettati sull’orlo del precipizio. Il mostriciattolo partito-azienda lo si poteva soffocare nella culla. Sarebbe bastata una legge che disciplinasse la vita interna dei partiti, più trasparenza e regole uguali per tutti. Nella Prima Repubblica questa strada non era percorribile: il PCI l’avrebbe sbarrata. Costituzionalizzare la forma-partito democratica avrebbe significato demolire la struttura portante del PCI: il “centralismo democratico” di impronta leninista – le élite decidono la linea, la base discute ma poi segue alla lettera. L’unica scintilla la accese il PSI di Craxi, il primo leader a farsi eleggere direttamente da una assemblea. Che in una democrazia il partito politico – cellula primordiale – debba rispecchiare l’organismo di cui fa parte è ovvio. Altrimenti viene meno l’osmosi con la società civile, i ceti dirigenti si sclerotizzano, si aggregano élite autoreferenziali. Il rischio è che i partiti si trasformino in macchine di potere, etero dirette da oligarchie. L’unico vaso comunicante con la società civile a quel punto è la clientela, e la sua manifestazione è il voto di scambio.

Ma neppure i partiti diversi dal PCI avevano la coscienza pulita: le correnti, facevano il bello e il cattivo tempo; e la trasparenza, per loro, era veleno: la Guerra Fredda, che fu soprattutto una competizione finanziaria fra Washington e Mosca (ognuno foraggiava in segreto i propri alleati), fra le sue conseguenze ebbe quella di confondere corruzione (arricchimento personale), clientelismo (piaga atavica) e finanziamento illecito alla politica. Senonché una falsa rivoluzione mediatico-giudiziaria, Mani Pulite, aprì la piaga purulenta. Ma nessun leader ha proposto la terapia giusta. L’unica novità post-Tangentopoli fu la nascita di Forza Italia. Altro che democrazia degli iscritti! Da allora, stiamo parlando del 1994, non sono mancate le occasioni per porre mano a una riforma della Costituzione. I partiti hanno preferito fare orecchie da mercante: meglio tenersi Berlusconi, che è un utile spauracchio, e aver mano libera. Cosa è stato fatto per prevenire il populismo e la sua personificazione, il partito-azienda? Nulla! Tant’è che oggi ne abbiamo due versioni concorrenti: quella classica, berlusconiana, e quella 2.0, grillina. I partiti tradizionali, soprattutto quelli grandi, hanno offerto il collo alla ghigliottina “populista”. Le nomenclature continuano, imperterrite, a cooptare i loro collaboratori ed eredi dall’alto. E’ comprensibile che il cittadino qualunque, amareggiato da questo stato di cose, dia ragione ai parvenu della politica: i partiti sono diventati “poltronifici”, dispensatori di cariche ben remunerate.

Abbiamo di che riflettere. Perché – qui sta la genialità di Grillo e di chi lo attornia – il Mov. 5 stelle scavalca (e cavalca) la sinistra, pur pescando nel bacino della destra. Non è un partito equidistante: è molto più sinistrorso di quanto si pensi. E’ cioè antisistema, rivoluzionario, alternativo al potere dominante. Che interpreti in maniera rocambolesca, e forsanche pericolosa, questo ruolo, non muta di un ette la situazione: è la crisi della sinistra ad aver aperto la voragine da cui è spuntato come un fungo velenoso questo movimento di liberi cittadini moralizzatori. Berlusconi non è mai stato un pericolo. E la stessa destra sociale e xenofoba, che pure sta cannibalizzando la sinistra neoliberale (prima gli italiani! Pensioni, case e lavoro ai connazionali!), è un avversario ideale. La vera sfida proviene da questo non-partito di invasati – da che mondo è mondo, spetta alla sinistra incanalare le proteste degli ultimi, dei derelitti, degli esclusi. Morale della favola: o riscopriamo le nostre radici culturali, riproponiamo un programma socialista, stiamo dalla parte dei deboli anche quando hanno torto, oppure siamo destinati a scomparire. E siccome da sempre sbraitiamo sul primato della politica, sulla partecipazione popolare alla cosa pubblica, è dalla madre di tutte le riforme che dobbiamo prendere le mosse: la legge sulla forma-partito democratica. Il partito-azienda 2.0 è là, sulla riva del fiume, che aspetta.

Il Natale e le polemiche infinite sul Presepe

Bergamo-Presepe-vietato-SalviniRassegniamoci: siamo sotto Natale: dovremo sorbirci l’ennesima polemica demenzial-provinciale sui nemici – più immaginari che reali – del nostro caro Presepe, uno dei simboli più antichi del Natale. Sono cresciuto in Emilia-Romagna, un tempo gloriosa Regione rossa, dove i comunisti mangiapreti facevano allestire presepi stupendi. Ricordo quello, poetico, di Cesenatico: una natività galleggiante pensata per i pescatori, fatta di sagome collocate nelle barche ormeggiate nel porto.

Purtroppo viviamo nel tempo della stupidità universale, sfoggiata con orgoglio. Ogni tanto saltano fuori alcuni idioti – italiani e, purtroppo, di sinistra – che manifestano l’incontenibile desiderio di bandire dalle scuole statali quella che, in Italia, da secoli, è la più popolare rappresentazione della Natività. In ossequio a uno pseudo-multiculturalismo che è tutta farina (avariata) del loro sacco. (S)ragionano, costoro, in base a una logica apparentemente “politically correct”: poveri alunni musulmani, che disagio imbattersi in statuine che raffigurano la Sacra Famiglia. Il Presepe, insomma, fa il paio con il Crocefisso appeso ai muri: è uno schiaffo all’identità islamica e al concetto stesso di accoglienza. Che si faccia dunque piazza pulita di tutti i simboli della nostra tradizione religiosa! Solo così riaffermeremo il principio di laicità che implica equidistanza da tutte le fedi. No comment.

Il problema è che gli xenofobi sono molto più intelligenti di questi multiculturalisti in salsa italica, provinciali che non hanno la più pallida idea di cosa sia il dialogo interculturale vero, quello serio – nessun dialogo ha senso quando si azzera la propria identità. E infatti gli xenofobi si fregano le mani: queste uscite folli sono occasioni ghiotte per la costruzione paranoica del nemico interno. Ieri gli ebrei, oggi i musulmani. Ecco che i fascioleghisti in cerca di visibilità mediatica evocano, tutti ringalluzziti, l’immagine truculenta a loro più congeniale: orde di islamici barbuti rifugiatisi in Italia che, coltello fra i denti, si accingono a mozzare la testa alle simpatiche statuine natalizie. Perché è fatto notorio che ogni musulmano è un simpatizzante (più o meno mascherato) dei tagliagole di Al Qaida, oppure un potenziale terrorista jihadista.

La cosa triste – per i cristiani veri – è questa: sempre più di frequente, nella nostra Europa sostanzialmente scristianizzata, simboli religiosi vengono branditi a mo’ di clava contro i nuovi barbari. Della serie: come ammazzare, da veri pagani, lo spirito del cristianesimo. Non sarà una campagna mediatica a favore del Presepe a riaccendere la luce della Fede, che si è fatta fioca. Ma oggi è ammesso tutto, la demenza è stata sdoganata sui social-media. Così avviene che sedicenti cattolici attacchino frontalmente Papa Francesco, accusandolo di eresia (ma non dovrebbero ubbidire, fedeli, all’autorità papale?), mentre esibiscono tracotanti il loro odio viscerale nei confronti del diverso di turno. I credenti, anziché colpevolizzare i musulmani di ogni malefatta legata all’affermarsi della modernità, dovrebbero gettarsi a capofitto nell’impresa immane di rievangelizzare l’Europa. Ci sta provando Papa Francesco. Guarda caso ha contro la destra xenofoba e i cattolici iper-tradizionalisti (i Salvini, i Veneziani, i Le Pen). In sintesi: Presepe e crocefisso (depotenziati, s’intende) sì; carità cristiana no. Ma ai teo-con, si sa, dello spirito evangelico importa assai poco. La loro agenda non ha nulla a che fare con la spiritualità: mirano a pietrificare il cristianesimo: una mitologia identitaria senza calore e senz’anima è un’arma potente da usare contro un Islam torbido e minaccioso. Una strategia, questa, che darà frutti abbondanti nelle urne, alle prossime elezioni.

Ecco perché trovo inutile, fuori tempo, indossare i panni dell’illuminista anticlericale. E’ molto più intelligente, oggi, riappropriarsi dello spirito del Cristianesimo in chiave progressista, solidale, egalitaria. Ascoltiamo un filosofo con una gran bella testa, Massimo Cacciari: la distinzione, oggi, “non è fra laico e cattolico, ma fra pensante e non pensante”. Purtroppo “l’indifferenza regna sovrana e avvolge un po’ tutti: i laici e i cattolici…Viviamo in un mondo che dimentica la dimensione spirituale…” Cosa sta avvelenando il Cristianesimo? Non gli immigrati di fede musulmana, bensì il consumismo sfrenato, la mercificazione, il materialismo più gretto. I cristiani che hanno accettato questo stato di cose sono “servi sciocchi del nostro tempo.” (“Natale non è solo dei cristiani. In ballo c’è la nostra civiltà, a cura di Stefano Zurlo, Il Giornale, 30.11.2017”).

Non dimentichiamo che La Caritas è la scintilla che ha acceso il socialismo democratico, libertario, non violento. Enfatizziamo dunque la carica sovvertitrice del Presepe, negata dai creso-cristiani d’ogni tempo e luogo: Gesù nacque povero in una famiglia povera. E si batte’ tutta la vita per i poveri. Ardita ma acuta la provocazione del Sindaco di Castenaso, nel bolognese, il quale, nella piazza principale della sua cittadina, ha fatto sistemare in un gommone Giuseppe, Maria e il Bambinello. Sarà filologicamente scorretta, o fin troppo fantasiosa, questa versione della Natività. Eppure la rievocazione della tragedia dei migranti morti in mare coglie con gran efficacia l’essenza del Cristianesimo. Lo fa meglio di certi presepi stereotipati, ingessati, tipici di una tradizione oleografica che ha edulcorato ogni messaggio rivoluzionario. Gesù – parlando di affamati, derelitti, stranieri, perseguitati, ammalati – disse a chiare lettere: “in verità vi dico tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me!”

Secondo la leggenda, il Presepe l’ha inventato San Francesco d’Assisi, nel 1223. L’autore del “Cantico delle Creature”, recatosi l’anno prima in pellegrinaggio a Betlemme, era rimasto affascinato dalle rappresentazioni folcloristiche della nascita di Gesù. Il poverello d’Assisi aveva preso parte – pacificamente, in qualità di “diplomatico” e missionario – alla Quinta Crociata. Nel 1219 era in Egitto, dove i cristiani combattevano i musulmani. Là incontrò il Sultano al-Malik al-Kamil, il cui regno si estendeva fino alla Terra Santa. Il Sultano non si convertì al cristianesimo, e neppure alla pace (conformandosi, in questo, al comportamento dei suoi omologhi, i regnanti cristiani). Ma rimase molto colpito dal coraggio e dal carisma di San Francesco, che fu trattato con grande rispetto. A seguito di quell’incontro storico, il Sultano autorizzò la presenza francescana nei luoghi santi della cristianità. San Francesco ottenne per i cristiani ciò che, in quel tempo, i cristiani negavano ai musulmani: la libertà di culto. Questo esempio di tolleranza va tenuto bene a mente: oggi, anche fra intellettuali di vaglia, va di moda propagandare una megaballa storica: ovvero che i rapporti fra Islam e cristianità sono stati caratterizzati da 1500 anni di ostilità ininterrotta. Per non fare figuracce, basterebbe leggersi i libri del medievista Franco Cardini.

E’ ben vero che i pellegrini cristiani non sempre ebbero vita facile in Medioriente – mica tutti i leader politici islamici erano tolleranti o lungimiranti come al-Malik al-Kamil (del resto neanche tutti i re o imperatori cristiani erano persecutori sanguinari o “crociati belligeranti”, si pensi alla straordinaria figura di Federico II). Nel 1291, quando San Giovanni d’Acri – l’ultima roccaforte cristiana in Oriente – fu conquistata dalle armate musulmane, i francescani dovettero rifugiarsi a Cipro. Tornarono definitivamente in Terra Santa qualche decennio più tardi, dopo aver ottenuto il permesso di celebrare messa al Santo Sepolcro. Ci riuscirono grazie all’intervento dei Reali di Napoli, i quali nel 1333 avevano acquistato il Santo Cenacolo dal Sultano d’Egitto. Fatto sta che, nonostante le mille peripezie e difficoltà, per lunghi periodi i nostri fraticelli, nel corso degli ottocento anni che intercorrono dalla prima missione francescana ad oggi, hanno potuto custodire in santa pace i luoghi santi della cristianità, nonché officiare messe nella Basilica del Santo Sepolcro. (Già questo basterebbe a sfatare la propaganda in stile Oriana-Fallaci-Magdi-Allam, che soffia sul fuoco dell’odio interreligioso. Se l’Islam è da sempre un blocco monolitico e indifferenziato, se tutti i musulmani sono cloni di Osama Bin Laden, come si spiega la presenza ininterrotta – fin dal I secolo d.C. – di comunità cristiane in Oriente, nelle terre dominate dai perfidi musulmani?)

“Il modello di una chiesa in lotta contro i pagani e le nazioni non rientra nello statuto del francescano”. E infatti San Francesco propose, fra lo stupore dei cristiani belligeranti, una “terza via” ante litteram: né guerra religiosa, né isolamento o emarginazione del nemico, del’infedele. Questo formidabile messaggero della non violenza, “intuisce che il dialogo è lo spazio della missione per confrontarsi con chi non conosce il Vangelo. Una missione che non si regge sul rigido principio della verità, bensì su quello benevolo della carità.” (Edoardo Scognamiglio, “San Francesco e il Sultano d’Egitto” (http://www.sanfrancescopatronoditalia.it)

E sarà proprio la Caritas l’ideale ispiratore del primo presepe vivente voluto dal poverello d’Assisi. Teniamo bene a mente anche questo, quando ci tocca ascoltare le filippiche dei difensori del Presepe in funzione anti-islamica e anti-immigrati, ipocriti che iniettano l’odio in questa stupenda invenzione della nostra civiltà.

Edoardo Crisafulli
Blog Fondazione Nenni

La bandiera dei tre colori

La mia maestra, una suorina patriota fin nel midollo, oltre a farci leggere la pagina giornaliera da Cuore di De Amicis, ci faceva cantare una canzoncina che da allora (primi anni Settanta) non m’è più uscita più di mente: “La bandiera dei tre colori/è sempre stata la più bella/ vogliamo sempre quella/noi vogliam la libertà.”

Noi, ingenui e curiosi, chiedevamo: perché il verde, il bianco e il rosso? E lei: la nostra bandiera l’hanno voluta così nel 1797 i patrioti italiani della Repubblica Cispadana. Affascinati dalla Rivoluzione francese, che aveva issato il primo tricolore in polemica con gli stemmi feudali, desideravano anche loro un bandiera popolare. Hanno scelto quei tre colori per esprimere l’aspirazione alla libertà del Risorgimento. Una libertà realizzata appieno solo centocinquant’anni dopo, con la Repubblica democratica nata dalla Resistenza. Noi non capivamo i concetti astratti. Ma perché proprio quei colori? La suorina, sorridendo, citava alcune parole dal discorso che Giosuè Carducci tenne a Reggio Emilia nel 1897, in occasione del centenario del Tricolore: “Non rampare di aquile e leoni, non sormontare di belve rapaci (…) ma i colori della nostra primavera e del nostro paese, dal Cenisio all’Etna; le nevi delle alpi, l’aprile delle valli, le fiamme dei vulcani (…): il bianco, la fede serena alle idee (…); il verde, la perpetua rifioritura della speranza e frutto di bene nella gioventù de’ poeti; il rosso, la passione e il sangue dei martiri e degli eroi.”

Nella biblioteca di classe, c’era un’edizione per ragazzi delle Lettere di condannati a morte della Resistenza. E’ uno dei primi libri che ho letto in vita mia. Quando ero bambino, pur frequentando una scuola cattolica “rigorista”, d’altri tempi, era chiarissimo – nella mia coscienza – il nesso Tricolore-libertà—Risorgimento-Resistenza. Sarà ancor più chiaro, quel nesso, quando, quindici anni più tardi, aderirò al PSI e ascolterò più volte l’associazione, per me inedita in quel tempo, fra due idee gagliarde: “socialismo tricolore”.

Stupisce che una minoranza vociante di italiani non colga alcun collegamento fra il Tricolore, la libertà, il Risorgimento e la Resistenza. Chiamiamoli con il loro nome: pseudo-patrioti. I più radicali fra costoro ammirano un gran traditore della patria, Sua Eccellenza il Cavaliere Benito Mussolini, il quale nel 1914 fondò il suo giornale interventista, Il Popolo d’Italia, intascando denari stranieri, soprattutto francesi, oltre alle mazzette degli industriali impazienti di lucrare sulle future commesse belliche. Nel 1943 l’Uomo del Destino, divenuto Capo di uno stato fantoccio agli ordini di Hitler, non esitò un istante a consegnare l’Italia agli occupanti nazisti.

Volete la dimostrazione che c’è ancora chi, schizofrenicamente, dissocia il Tricolore dalla sua genesi politica e ideale? Basta riflettere su certe reazioni demenziali alla vicenda della bandiera tedesca (uno stendardo di guerra del Secondo Reich) che sarebbe stata esposta in una caserma dei carabinieri di stanza a Firenze. Ecco che il ministro della difesa Roberta Pinotti, giustamente indignata, interviene a gamba tesa: “la Repubblica italiana e la sua Costituzione si fondano sui valori della Resistenza, sulla lotta al fascismo e al nazifascismo. Chiunque giura di essere militare lo fa dichiarando fedeltà alla Repubblica, alle sue leggi e alla sua Costituzione. Chi espone una bandiera del Reich non può essere degno di far parte delle Forze Armate essendo venuto meno a quel giuramento.”

Parole sacrosante. In qualsiasi paese normale – in Gran Bretagna, in Francia, in Germania – scatterebbe una condanna all’unisono, ci sarebbe un consenso bipartisan attorno ai valori fondanti della propria nazione democratica. Provvedimento disciplinare per il carabiniere (se il fatto sussiste), e caso chiuso. Ma l’Italia, si sa, non è un paese normale. E infatti scocca subito, come un dardo acuminato, la campagna mediatica degli esegeti della virgola, sedicenti esperti dell’araldica – campagna guarda caso capeggiata dall’estrema destra. La rivista Primato Nazionale, che alimenta una sottocultura politica, parla di tempesta in un bicchier d’acqua: “in tempi di fake news e di ministero della verità, sembra bastino tre colori – un nero, un bianco, un rosso – per montare subito il caso. Anche se questo fa a pugni con la storia.” Giacché, diciamo le cose come stanno, “quella bandiera, in realtà, è la bandiera della Kaiserliche Marine, la marina imperiale tedesca, creata dal Kaiser Guglielmo II e in servizio dal 1871 fino alla sconfitta della Prima Guerra Mondiale.” (“Come ti creo una fake news: la ‘bandiera nazista’ nella caserma dei carabinieri”, Redazione, 3.12.2017. https://www.ilprimatonazionale.it)

Questo è un esempio da manuale di come si può dire una cosa vera mentendo spudoratamente a livello del messaggio che si veicola. Cito Luca Cefisi, socialista di lungo corso: “La bandiera di guerra del Kaiser è da tempo impiegata dai neofascisti, è un’allusione, un ammiccamento.” Il Primato Nazionale, che naturalmente ridicolizza le fake news altrui, fornisce un eccellente esempio di come se ne confeziona una in proprio: più è credibile (all’apparenza) la menzogna, e più efficace è quando viene immessa in circolo. Le fake news, per propagarsi, devono essere semplicissime, superficiali. Ciò garantisce immediatezza. E’ così che si servono i piatti velenosi agli avventori sprovveduti: inghiottiti in fretta, tutti i funghi paiono commestibili. Ma che diamine! La bandiera esposta è del Secondo Reich! E quella era una “monarchia costituzionale ottocentesca”. (Marcello Veneziani, “Il pericolo farsista”, Il tempo, 3.12.2017) Che c’entra il Terzo Reich nazista fondato dal famigerato Hitler? Siamo alle solite: i comunisti gridano al lupo per piazzarsi bene alle prossime elezioni. Ora la notizia farlocca sul complotto della sinistra può circolare – veloce e devastante come un incendio estivo – su facebook. Chi avrà tempo e voglia di verificarne l’autenticità? Eppure c’è la prova del nove. Basta approfondire l’informazione, e statene pur certi: casca subito l’asino (a integrazione del commento di Cefisi: l’innocua monarchia costituzionale del Kaiser, sentina di un militarismo virulento e aggressivo, ha scatenato la Prima Guerra Mondiale).

Ma supponiamo che l’estrema destra abbia ragione, e che questa sia la solita montatura dei professionisti dell’antifascismo. Ebbene, le reazioni al presunto gesto del carabiniere – a destra come a sinistra –, quelle invece sono vere. Nero su bianco. E sono eloquenti: la sinistra condanna; la destra minimizza o giustifica. Voi del Primato Nazionale, rivista così sensibile alla correttezza filologica e storiografica, non potete ignorare che l’Italia, nel 1915, entrò in guerra – per liberare Trieste e le altre terre irredente – contro l’imperialismo germanico, simboleggiato dal simbolo del Secondo Reich ostentato dall’incauto carabiniere. Oltre seicentomila soldati italiani – simili a quello che, statuario, campeggia sulla vostra pagina web – morirono per il Tricolore. All’epoca il Partito socialista scelse, saggiamente, la linea pacifista. Ma, di fronte al fatto compiuto, i leader socialisti escogitarono la famosa parola d’ordine, “né aderire, né sabotare”, frutto di un faticoso compromesso fra i riformisti e i massimalisti. C’erano molti socialisti che, animati da sincero patriottismo, sostenevano tesi interventiste. (L’ex compagno Mussolini, il più grande statista del Ventesimo secolo, aveva ben altri pensieri per la testa: sapeva che la Grande Guerra avrebbe devastato la società italiana; il terreno, concimato dai giovani morti, sarebbe stato fertile non già per la rivoluzione proletaria, bensì per il colpo di mano fascista).

E non furono pochi neppure i socialisti pacifisti che, “nel supremo interesse della nazione”, decisero di cooperare “materialmente e moralmente al miglior esito della guerra” (così la federazione giovanile). Atterriti dall’immane disfatta di Caporetto, i capi riformisti del Partito socialista – Turati, Treves, Prampolini –, seguiti dal gruppo parlamentare, dalle amministrazioni comunali, dalla CGL, si schierarono compatti in difesa della patria invasa da austriaci e tedeschi esortando gli operai e i contadini in divisa a fermare lo straniero sulla linea del Piave – socialismo tricolore, appunto.

Ah, dimenticavo, la nostra canzoncina patriottica terminava con questa strofa: “E la bandiera gialla e nera/qui ha finito di regnar!”. Il riferimento è al vessillo dell’Impero austroungarico, nostro acerrimo nemico fin dall’Ottocento, e alleato del Kaiser tedesco nella Grande Guerra. E voi – difensori a oltranza della sovranità nazionale, cultori della patria immortale, sostenitori accesi del partito nazionalista recante il poetico nome “Fratelli d’Italia” – non avete saputo dire l’unica cosa sensata che andava detta in questa occasione? Ovvero: ogni disquisizione è cervellotica: nella caserma dei carabinieri una sola bandiera deve sventolare: quella italiana. L’abbiamo scoperto, finalmente, l’altarino dei nazionalisti dell’estrema destra italiana. Nazionalisti alle vongole, li definirebbe Scalfari.

Edoardo Crisafulli

Ius soli: gli errori della sinistra

Ammettiamolo: la nuova legge sulla cittadinanza nota come Ius soli è impopolare. Perché? Semplice: gli italiani sono male informati. Ma c’è dell’altro: gli italiani hanno paura: l’immigrazione a getto continuo contribuisce al senso di spaesamento generato dalla globalizzazione galoppante. Che le cose stiano così lo dimostra il fatto che i sondaggi di qualche anno davano un esito diametralmente opposto: gli italiani erano per lo più favorevoli a concedere la cittadinanza, senza troppi paletti. Cos’è cambiato in così poco tempo? Gli sbarchi sulle nostre coste, i problemi di integrazione degli stranieri – alcuni reali, altri enfatizzati dalla grancassa dei mass media — ci hanno resi più vulnerabili, più insicuri.

Il cosmopolitismo un tempo era l’ideale di élite illuminate; oggi è visto da molti come una facciata dietro cui agirebbe la longa manus di potenze occulte, sovranazionali. Un disegno omologante, dettato da sordidi interessi, mira a snaturare la nostra identità nazionale. Di qui alla condanna del meticciato il passo è breve. E infatti i nostri connazionali più paranoici già la vedono – o, meglio, la evocano essi stessi – quella nube minacciosa all’orizzonte. La tempesta in arrivo è l’invasione dei neo barbari, che distruggeranno la nostra civiltà. Come i vandali e gli unni, per intenderci. Difficile non farsi condizionare dallo spirito dei tempi: l’islamofobia (i musulmani, ovvero il cavallo di Troia di una religione violenta, geneticamente prevaricatrice e oscurantista). Da più parti si sento lo stesso coro: gli stranieri sono troppo diversi da noi, non ce la faranno mai a diventare italiani. Saremo noi a dover cambiar, ci sottometteranno.

La paura, sentimento irrazionale, è pericolosa: suscita reazioni di autodifesa che degenerano facilmente in vampate di aggressività. E’ un conduttore di energia negativa. Lo è soprattutto in tempi di crisi, quando la gente pretende il capro espiatorio su cui scaricare le colpe delle proprie magagne. La paura, insomma, fa davvero novanta, e sfruttarla procura un bel guadagno. Illuso il politico che, in queste congiunture, pensa di far incetta di voti mediante discorsi pacati e raziocinanti. Purtroppo alle sue spalle spunta il demagogo-piromane di turno, che soffia sulla prima scintilla sperando di accendere un fuoco. L’obiettivo delle destre xenofobe è antico quanto il mondo: scatenare una guerra fra poveri. Italiani da una parte, stranieri dall’altra. Così si distoglie l’attenzione dai veri responsabili delle crisi: gli speculatori, i mercanti di armi, i finanziatori delle guerre, le multinazionali che sfruttano le risorse nei paesi in via di sviluppo, in combutta con le classi dirigenti locali corrotte fino al midollo.

La sinistra – cui sono affezionato, ma che spesso mi fa imbestialire – ha sottovalutato questo contesto agitato da torbide passionalità. E quindi ha commesso due errori clamorosi, che hanno avuto effetti deleteri sulla causa sacrosanta dello Ius soli. Anzitutto: in un momento di trapasso e di stravolgimenti epocali come quello attuale, è da folli presentarsi – sul tema dell’immigrazione – come il partito dei Buon Samaritani, per giunta intolleranti verso i dissenzienti. La sinistra vive di idealità, non può fare a meno di una visione morale; ma guai se si rivela incapace di governare società complesse. I problemi vanno studiati e risolti, concretamente. Se si scindono i due momenti, quello idealistico e quello pragmatico, la destra avrà gioco facile nello sparare a zero. La politica intesa come mera testimonianza di valori è il pane quotidiano di chi sceglie l’opposizione permanente.

Incuranti di ciò, vari politici e intellettuali della sinistra hanno rincorso l’Utopia come bambini a caccia di farfalle, riguadagnandosi l’antica nomea di idealisti “acchiappa nuvole” e di “buonisti” scriteriati. C’è una aggravante. Una mutazione genetica – così dice la destra – avrebbe trasformato gli idealisti di un tempo in “radical-chic cosmopoliti”. La nuova sinistra ha a cuore le sorti di una sola categoria di derelitti: gli stranieri, i diversi. I fascioleghisti invece, loro sì che ci tengono agli italiani poveri e disoccupati! Uno dei pochi dirigenti politici di sinistra ad aver capito l’andazzo è il Ministro degli Interni. Compresi i rischi dell’inazione (percepita, non reale: il Governo di cui fa parte ha gestito bene l’emergenza immigrati-rifugiati), Minniti ha agito con tempismo e concretezza. Gli è bastato poco per rintuzzare la propaganda martellante della destra xenofoba. Ma ecco che è ricomparsa la Sinistra Pura, quella dei buoni sentimenti, che ha preso a bacchettarlo come la Chiesa faceva con gli eretici. L’accoglienza dev’essere assoluta e incondizionata! Chi esce da questa linea è, ovviamente, un furbo o un traditore che strizza l’occhio alla destra.

La sinistra, autolesionista per vocazione, ama farsi trascinare con voluttà in campagne ideologiche dai toni supponenti. Inevitabile l’ennesima polarizzazione tossica: da un lato la fazione antifascista che esprime la cultura nobile della solidarietà, baluardo contro i razzisti mascherati; dall’altro il partito dei veri italiani e dei patrioti, che vigila sui connazionali colpevoli di alto tradimento per aver spalancato le porte agli invasori e ai profanatori della cristianità. Nessun dissenso, nessun dubbio è lecito. Né da una parte della barricata, né dall’altra. E, soprattutto, nessuna posizione intermedia. Così è prevalsa l’emotività. Ne hanno approfittato gli xenofobi per creare allarmismi e confusione. I nostri concittadini a quel punto hanno mescolato tutto: l’integrazione dei figli degli stranieri già “stanziali” in Italia da anni, i problemi della nuova immigrazione (i migranti economici), l’accoglienza momentanea dei profughi in fuga da guerre e dittature. Risultato: pochissimi hanno discusso pacatamente, e con cognizione di causa, il contenuto della legge sullo Ius soli.

Il secondo errore è dovuto alla superficialità: la comunicazione è stata disastrosa. Ius soli è espressione ingannevole: presta il fianco a strumentalizzazioni. E così infatti è stato: ho assistito (o partecipato) a varie discussioni surreali, anche sui social-media, in cui i miei interlocutori, accalorati, davano per scontato che il diritto di cittadinanza per il neonato straniero scatterà al suo primo vagito in Italia. Se fosse così si tratterebbe di uno Ius soli puro, che è quello vigente negli USA: là si acquista la cittadinanza automaticamente, alla nascita nel territorio nazionale. La proposta di legge è piuttosto uno Ius soli “temperato”, in quanto circoscritto da regole ben precise. Lo straniero nato (e tuttora residente) in Italia può diventare nostro concittadino solo se ha almeno un genitore che (a) abbia diritto a risiedere permanentemente (questo per i cittadini comunitari) o (b) sia provvisto del permesso di soggiorno di lungo periodo (per gli extra-comunitari). La seconda tipologia è quella che preoccupa molti: riguarda lo straniero o il diverso per eccellenza. Il punto è che per ottenere l’agognato permesso di lunga durata bisogna avere i seguenti requisiti: un reddito minimo; un alloggio dignitoso; una certa conoscenza della lingua italiana. Sono esclusi i criminali o chi mette in pericolo l’ordine pubblico – contrariamente a quanto sostiene la propaganda della destra xenofoba. Ne consegue che né i rifugiati né gli irregolari – né tantomeno i loro figli – sarebbero in alcun modo i beneficiari della nuova legge sullo Ius soli. In ogni caso la nostra cittadinanza si acquisterebbe solo dopo aver vissuto in Italia per cinque anni consecutivi

Il legislatore, tra l’altro, ha previsto anche una tipologia originale di “diritto alla cittadinanza” denominata Ius culturae: riguarda gli stranieri nati o immigrati in Italia entro l’età di dodici anni, purché abbiamo completato, nel nostro sistema di istruzione, un periodo formativo di almeno cinque anni. I vari cicli o corsi professionali vanno frequentati regolarmente, e le elementari bisogna finirle. Altrimenti non si matura alcun diritto. Lo Ius culturae agevolerebbe, anche a livello simbolico, l’integrazione di migliaia di bambini stranieri che frequentano le nostre scuole, che giocano con i nostri figli e che parlano già con un’inflessione dialettale la nostra lingua! Fatto sta che la paura di una sanatoria generalizzata – basata su inesistenti automatismi – ha preso il sopravvento. Forse una legge chiamata Ius culturae anziché Ius soli avrebbe assottigliato i ranghi dei suoi potenziali avversari. Ma nessuno ha pensato a questo escamotage linguistico che avrebbe spostato il focus sul processo culturale di integrazione degli immigrati e dei loro figli. Figuriamoci, poi, se qualcuno, a sinistra, ha ragionato sulle strategie comunicative più efficaci. Eppure la comunicazione, oggi, è il centro nevralgico della politica. Non mi pare che gli italiani abbiano capito alcuni paradossi dello Ius sanguinis, che è il sistema vigente ora: un adulto nato e cresciuto all’estero che abbia almeno un nonno italiano diventa cittadino della nostra Repubblica più facilmente rispetto a un ragazzo nato e cresciuto in Italia da genitori stranieri. Eppure quell’adulto – spesso un “oriundo” – tende ad avere un legame culturale più debole con l’Italia (a meno che non parli italiano correntemente); mentre quel ragazzo tende a identificarsi più con la sua patria di adozione che non con quella, ormai distante, dei suoi genitori (oppure acquista una doppia identità). Intendiamoci: gli italiani all’estero sono una grande risorsa per noi: il mero possesso della cittadinanza italiana rinsalda un rapporto affettivo di antica data con la terra da cui loro o i loro genitori/nonni sono emigrati. Qui si tratta soltanto di far uscire dal limbo i neo-italiani, di origine straniera, che il rapporto affettivo con il Bel Paese lo costruiscono giorno per giorno.

Non lo si ripeterà mai abbastanza: nell’era della rivoluzione tecnologica, chi imposta male la comunicazione si getta in braccia al nemico col sorriso sulle labbra, come i polacchi che caricavano con la sciabola sguainata i panzer tedeschi. Eroi votati alla sconfitta. Si sapeva o no che gli italiani sono allergici alla lettura e agli approfondimenti? Si sapeva o no che solo nei vecchi partiti i cittadini approfondivano e discutevano le proposte di leggi? Si sapeva o no che sono scomparsi quei veri e propri mediatori culturali che erano i funzionari di partito e i sindacalisti? Si sapeva tutto questo, certo, ma non se ne è tenuto conto, e si è partiti lancia in resta. Se fossimo nella Prima Repubblica, ci sarebbe da scandalizzarsi. Oggi non c’è più da stupirsi di nulla. Che l’ebbrezza della velocità sia inversamente proporzionale al raziocinio (e alla cultura) è un fatto ampiamente accettato, addirittura celebrato come segno dei tempi nuovi. Le riforme o le proposte di legge vengono decise in fretta e furia, senza passare il vaglio di quelle interminabili discussioni fra dirigenti, funzionari, intellettuali, semplici iscritti che animavano i vecchi partiti. Discussioni che convincevano e, perché no?, galvanizzavano i militanti, una specie oramai in via di estinzione, i quali avrebbero poi difeso la linea ufficiale nei bar, nei luoghi di lavoro, fra gli amici. Le società sono liquide, no? Oggi c’è facebook, no? Che bisogno c’è allora di polverosi dibattiti? Modo di pensare sbagliatissimo: è proprio sui social-media che rischiamo di perdere. Quante sono le bufale e le fake news sugli immigrati scrocconi e delinquenti? Centinaia, ma la gente ci crede. La sinistra deve prenderne atto: viviamo nell’età della disinformazione. Kelly Born descrive alcuni aspetti di questa età (“Six Features of the Disinformation Age”, The Daily Star, 4 ottobre 2017). Eccone uno inquietante: un articolo del blasonato New York Times, postato su facebook, ha la stessa credibilità e autorevolezza di un intervento folle in un blog dedicato a teorie cospirative. Nel giudizio dei lettori online, infatti, conta molto di più la rete di amici che ha fatto circolare l’articolo o il post che non la fonte. Insomma: se sei un grillino, l’opinione di un tuo amico grillino vale più di quella di Umberto Eco.

Morale: chi fa rete, vince. O impariamo a smontare le fake news e a controbattere nella giungla della disinformazione con argomenti chiari e inoppugnabili oppure verremo sommersi. Ciò risulterà più facile se adottiamo una linea pragmatica, non ideologica. A quel punto, si spera, riusciremo ad appianare le divergenze nella nostra comunità politica o a presentarle come un punto di forza, di vitalità.

Edoardo Crisafulli

La carica dei liberali immaginari contro Papa Francesco

Leggendo una intervista a Marcello Pera, “Il Vangelo non c’entra, il Papa fa politica” (Il Mattino, 9 luglio 2017), mi è tornato in mente il brillante saggio di Vittoria Ronchey, Figlioli miei, marxisti immaginari. Sarebbe utile scriverne uno imperniato sui nostri padri, liberali immaginari. Fra questi, c’è il nostro ex Presidente del Senato, sedicente cattolico liberale. Uno degli aspetti della cultura politica italiana che mi ha sempre incuriosito è l’uso disinvolto dei termini e delle sigle ideologiche, trattate alla stregua di etichette D.O.C.G. “jolly”, apponibili a qualunque bottiglia. Credo che la schizofrenia tra teoria e prassi faccia parte del nostro corredo genetico (pensate al mito propagato da Veltroni e da Scalfari secondo cui l’arci-comunista Enrico Berlinguer era un social-democratico libertario sotto mentite spoglie).

Il bersaglio di Pera è Papa Francesco, reo di aver tradito l’Occidente cristiano. In sintesi: l’attuale Vicario di Cristo avrebbe ridotto il cristianesimo a una melassa socialisteggiante. I suoi sproloqui politically correct sarebbero “al di fuori di ogni comprensione razionale.” Come si può propugnare l’accoglienza indiscriminata dei rifugiati e dei migranti in Europa? Ma si contraddice subito, il nostro zelante critico delle degenerazioni del pensiero progressista. No, pardon, il disegno, dietro le parole in libertà di Bergoglio, c’è, ed è chiaro come il sole: sta complottando ai nostri danni: “detesta l’Occidente, aspira a distruggerlo e fa di tutto per raggiungere questo fine” (sic!). E’ un capo d’imputazione che lascia allibiti, attoniti. Ma Pera insiste: l’invasione degli stranieri, propiziata da questo Papa sovversivo, “ci sommergerà e metterà in crisi i nostri costumi.”

La tolleranza e l’apertura al pensiero altrui sono debolezze dei relativisti, perbacco! Figuriamoci, poi, dove ci conduce l’intellettualismo della sinistra: in un baratro… Ecco cosa dice un filosofo davvero liberale, con venature socialiste, Norberto Bobbio: “cultura è equilibrio intellettuale, riflessione critica, senso di discernimento, aborrimento di ogni semplificazione, di ogni manicheismo, di ogni parzialità”. Lascio al lettore decidere se il Pera-pensiero rientra in questo concetto di cultura.

Aspettate, ora viene il bello. La predicazione di Cristo non avrebbe nulla a che spartire con le esternazioni intemperanti di questo Papa pauperista. “Così come non ci sono motivazioni razionali, non ci sono nemmeno motivazioni evangeliche che spieghino quel che il papa dice.” Eh no, quale edizione dei Vangeli noi sciocchi abbiamo letto, certamente non quella autorizzata, in bella mostra nella libreria di Pera. Io, liberal-socialista e agnostico (con qualche rigurgito anti-clericale) dissento nella maniera più assoluta, e con cognizione di causa. Non posso parlare a nome della Chiesa cattolica: non sono credente. Mi limito a osservare che chiunque abbia una sia pur elementare familiarità con la predicazione del Cristo, non può che rimanere basito: le motivazioni evangeliche di Bergoglio sono grandi come una casa. Qui sinistra e destra non c’entrano un bel niente, la questione è scientifica: cosa dicono i Vangeli sulla carità? Mi sono riletto la Parabola del Buon Samaritano – la capirebbe anche un bambino alle elementari. Un dottore della legge chiede a Gesù cosa significhi amare il prossimo come se stessi, massima morale che assicura la vita eterna a chi la applichi. E Gesù risponde, appunto, con la parabola. Né il sacerdote né il levita, vedendo l’uomo aggredito e ferito dai briganti, abbandonato in mezzo alla strada, si fermano per aiutarlo. Il Samaritano invece ne ha compassione e si prende cura di lui. Si può non condividere il messaggio caritatevole di Cristo, ma una cosa è indubbia: il Vangelo, almeno qui, parla chiarissimo. Non c’è una sola parola, in questo testo brevissimo, che suggerisca limitazioni, impedimenti oggettivi o soggettivi alla solidarietà (il viandante può davvero permettersi di soccorrere l’aggredito, ne ha i mezzi? C’è forse una calata di rifugiati giudei, nazareni o gerosolomitani in corso?). Nulla può circoscrivere la legittimità dell’aiuto, non ci sono né criteri né priorità. (Ci sono poveri che meriterebbero di più? La vittima è ricca o povera? Da quale città proviene?). C’è una persona bisognosa, in evidente difficoltà. Bisogna assisterla, punto e basta. La carità è assoluta, totale, incondizionata. Ecco perché Gesù sceglie, come figura esemplare, un Samaritano: un eretico, un individuo in odore di paganesimo, secondo i giudei del tempo. Costui sceglie di aiutare un suo nemico giurato, un giudeo bisognoso. Invece il sacerdote e il levita, ortodossi, credenti, timorati di Dio, ignorano un loro stesso correligionario. Ecco l’ipocrisia – che non ha né tempo né luogo – di coloro che si professano credenti e poi rinnegano la carità. Peccato che questa parabola non compaia nell’edizione dei Vangeli in possesso di Pera: sono certo che, leggendola, ne trarrebbe giovamento.

Sia chiaro: la parabola del buon Samaritano, nel governo della Polis democratica, è inapplicabile alla lettera. Non puoi spogliarti di tutto ciò che hai per gli altri: se ti impoverisci, se distruggi la tua stessa economia, alla fin della fiera non potrai aiutare nessuno. La politica – lo sappiamo da quando un signorotto geniale di nome Machiavelli scrisse il suo trattato – ha le sue leggi, le sue logiche. Ma se la carità non è un programma politico, e di certo non può esserlo, è tuttavia un bene che aleggi su di noi come un imperativo categorico. Ovvio – non lo si ripeterà mai abbastanza – che l’indignazione morale è una cosa, e la politica secolare è un’altra. Se il cristianesimo pretende l’impossibile, la politica riformista, l’arte del compromesso, ricerca l’esatto opposto, ovvero il possibile. Solo un politico folle non tiene conto dell’egoismo umano, degli interessi materiali; solo un politico inetto non stabilisce criteri di priorità nella redistribuzione o assegnazione delle risorse disponibili, che non sono mai infinite. Certo, i socialisti bravi e coraggiosi mica si accontentano di tirare a campare o del piccolo cabotaggio: ‘volano alto’; lottano contro le ingiustizie, piccole e grandi. Sono, insomma, in prima linea. Questo proprio perché hanno ben presente quell’imperativo categorico. La fine dell’utopia non significa che non si debba immaginare un mondo migliore. Se i governi dei Paesi ricchi avessero aderito ai principi dell’Internazionale socialista e non ci fossero state, in questi ultimi dieci anni, né guerre né speculazioni finanziarie spregiudicate, ora non avremmo orde di disperati che premono ai nostri confini (l’innominabile Bettino Craxi lo ha detto tante volte, inascoltato).

A me pare chiarissimo che l’azione pastorale di Papa Francesco è politica solo in senso lato – proprio come politiche (ma non propagandistiche) sono Guernica di Pablo Picasso e la Fattoria degli animali di George Orwell. Papa Francesco non sta fondando un partito: lancia però messaggi morali che non possono cadere nel vuoto. E’ responsabilità di chi governa trovare soluzioni pratiche. Non sta scritto da nessuna parte che un politico di sinistra debba sostenere la politica “confini aperti” (in questo Renzi ha ragione, ed è stato travisato di proposito): occorre gestire l’immigrazione con saggezza e senso della misura. L’unica soluzione è nell’equilibrio fra politica dell’accoglienza e rilancio della cooperazione allo sviluppo: che si creino maggiori opportunità in Africa e in Medioriente e non correremo più il pericolo della scorreria, dell’incursione straniera.

Ma queste cose sensate, un papa mica può dirle: se non è un idealista, un sognatore, che razza di guida spirituale sarebbe? Deve pretendere da noi l’impossibile, altrimenti ci accontenteremmo del nulla. Ve lo immaginate un papa che, ai grandi della terra riuniti al G20, dicesse: bene, bravi, è giusto limitare i flussi migratori con pali e paletti? Che effetto avrebbe questo sano realismo? Siamo sinceri: quello di indurire il nostro cuore, respingeremmo ancora più rifugiati. La denuncia di Papa Francesco è profondamente evangelica: mira a scuotere le nostre coscienze: l’accoglienza indiscriminata non è forse l’insegnamento racchiuso nella parabola?

Gesù si rivolgeva agli ultimi, ai derelitti, agli abbandonati, agli esclusi, agli emarginati, ai poveri. Il cristianesimo, in nuce, è radicalmente sovversivo, dà scandalo ai benpensanti. Ecco perché i conservatori, che sempre hanno cercato di addomesticarne o soffocarne l’anima rivoluzionaria, inorridiscono quando si staglia sull’orizzonte un leader cristiano che ci sferza con parole severe, intransigenti. In molti sono terrorizzati per la temuta invasione barbarica dal Sud del mondo e bisogna capirli, certo; ma perché costoro non si indignano per le guerre assurde, per i mercanti di morte che si arricchiscono col commercio delle armi, per i disoccupati in depressione o suicidi, per gli anziani costretti a rovistare nei cassonetti dell’immondizia ? Perché non si scandalizzano quando apprendono che il Mediterraneo, anche quest’anno, ha inghiottito centinaia, forse migliaia, di aspiranti rifugiati, uomini, donne, bambini senza nome né identità? Un papa dovrebbe forse tacere di fronte a tutto ciò, e magari pontificare di teologia con filosofi e intellettuali sorseggiando un bel Martini?

No, non è vero che Bergoglio “riflette tutti i pregiudizi del sudamericano verso l’America del Nord, verso il mercato, le libertà, il capitalismo.” A rigor di logica: un pregiudizio precede l’esperienza, anzi la ignora volutamente: è simile al dogma. Quelli di Papa Francesco sono post-giudizi: valutazioni empiriche, fattuali. E’ vero, o non è vero, che l’ultima crisi finanziaria ha gettato milioni di persone sul lastrico, mentre i ricchi si arricchiscono sempre di più? E’ vero, o non è vero, che tantissimi americani non godono dell’assicurazione sanitaria? E’ vero, o non è vero, che il mercatismo è divenuto una sorta di totem, e l’egoismo più sfrenato una virtù? Bergoglio, insomma, fa il suo mestiere: è la politica democratica che è debole, oggi, e quindi presta il fianco alle incursioni degli outsider.

C’è un punto su cui Marcello Pera ha assolutamente ragione. Qui dimostra un acume fuori del comune: Papa Francesco è il continuatore della rivoluzione modernista avviata dal primo papa laico, Giovanni XXIII. Le sue parole hanno fatto esplodere “in tutta la sua radicalità rivoluzionaria e sovvertitrice il Concilio Vaticano II”. Sì, è proprio così. La vera posta in gioco, oggi, è l’eredità del Concilio. Dimmi con chi ti schieri, e ti dirò chi sei. Io, senza esitare un istante, scelgo il modernismo di Giovanni XXIII e di Francesco I. L’impianto ideale del Concilio, che ha rinnovato e quindi salvato la Chiesa, è compatibilissimo con la filosofia laica e libertaria della sinistra odierna. Giovanni XXIII ha piantato il seme della libertà in quella che era una tradizione illiberale. L’impulso egalitario, quello, c’è sempre stato, ma veniva nascosto, offuscato dai dottori della legge (il cristianesimo sociale è strettamente imparentato con il riformismo socialista).

Pera invece sceglie la conservazione o, meglio, la reazione: le idee del Concilio, a suo dire, “portano al suicidio la Chiesa cattolica… Si dimentica che il Concilio precedette temporalmente la rivoluzione studentesca, quella sessuale, quella dei costumi e dei modi di vivere. La anticipò e, in qualche modo, la provocò.” E via con l’elogio dei “due grandissimi papi”, Woytila e Ratzinger, che hanno tentato di frenare il processo rivoluzionario avviato negli anni Sessanta del secolo scorso.

Qui casca l’asino: eccole le credenziali di un certo tipo di liberale all’italiana: anziché salutare il Concilio Vaticano II come un evento epocale della modernità, Pera è contrario al pieno dispiegarsi della libertà. Intendiamoci: il dibattito politico-culturale ha bisogno dei tradizionalisti. Ogni libertario autentico ama e cerca il confronto con chi dissente da lui, non vuole certo l’appiattimento, la desertificazione, il pensiero unico. Che Pera però abbia il coraggio di dire: “ebbene sì, sono un cattolico conservatore, un tradizionalista”. Ne ha tutto il diritto. Ma non si appropri indebitamente di una delle parole più significative – e più nobili – del lessico politico: liberale non vuol dire tutto e il contrario di tutto.

Edoardo Crisafulli

Reati e rifugiati

No, non è sterile il dibattito sulle parole di Debora Serracchiani: “La violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre ma risulta socialmente e moralmente ancor più inaccettabile quando è compiuto da chi chiede e ottiene accoglienza nel nostro Paese”.

E’ utilissimo: ci consente di chiarire come funziona, oggi, la comunicazione politica. Anzitutto: lo spirito critico, nei dibattiti, è un residuo di ideologie cervellotiche, anticaglie del Novecento. Oggi il senso comune è la nuova ideologia trionfante. La Seracchiani ha semplicemente espresso un’opinione sensata, che male c’è, e – per Bacco! – non abbiamo bisogno anche noi progressisti di politici che dicano pane al pane e vino al vino? Sì che ne abbiamo bisogno, ma il parlar chiaro e franco, se è a imitazione dei populisti, può rivelarsi un boomerang per chi milita a sinistra.

Qui – questo il punto cruciale – non abbiamo a che fare con una persona qualsiasi, né con una intellettuale sorpresa mentre sproloquia al bar, con gli amici, bensì con la vice segretaria nazionale del PD, principale partito della sinistra italiana. È da ingenui pensare che la sua dichiarazione sia causale; ovvio che è studiata a tavolino, e il bailamme che ne è seguito era stato previsto. Stupisce non se ne sia accorto un osservatore acuto qual è Michele Serra: la Serracchiani avrebbe solo detto “una cosa che in molti sentiamo essere vera: chi è ospite e riceve assistenza ha degli obblighi di comportamento. E quando li disattende, crea uno scandalo che va a colpire pesantemente il patto di ospitalità. Lo tradisce. E tradisce chi gli ha aperto le porte.” (L’Amaca, 14.5.2017, La Repubblica) Ora, non c’è dubbio che molti italiani la pensino come l’esponente del PD. Ma ciò non significa che abbia colto nel segno, tantomeno che la sua strategia sia intelligente da un punto di vista politico. Prendiamo atto che si è arresa allo spirito, travolgente, dei nostri tempi: il politico “moderno” ha l’obbligo di porsi deferentemente in sintonia con il sentire comune. Se non lo fa, viene arruolato di forza nella vituperata casta, in quanto schizofrenico dissociato dal popolo “puro” e “saggio”, che ha sempre ragione. Non colgo novità in questo discorso: il primo leader ad aver lucrato sulla trasformazione del senso comune televisivo in senso comune politico è stato Silvio Berlusconi, un genio del marketing.

La dichiarazione di un politico non è mai equivalente a quella di un comune cittadino. Il linguista John Austin ci ha messo in guardia dalla semplificazione positivista per cui ogni affermazione è descrittiva o contiene constatazioni di fatto, catalogabili in base al tasso di verità intesa come corrispondenza fra parole e cose. Ci sono, per esempio, frasi “performative”, dove il dire è anche un agire che trasforma la realtà (es: “vi dichiaro marito e moglie”). A mio avviso le frasi del politico sono implicitamente promissorie. Da esse ci aspettiamo un intervento, il materializzarsi di un cambiamento, la soluzione di un problema. La frase “che i terremotati non abbiano ancora una casa, è uno scandalo” non ha un significato assoluto, intrinseco: in bocca a un cittadino qualunque, è uno sfogo; se la pronuncia un politico, si generano aspettative: che le case vengano consegnate in tempo, quando si troverà lui/lei nella stanza dei bottoni.

Ad essere più precisi, il politico, in una democrazia, adempie a due funzioni: una simbolica/ideale e una programmatica/pragmatica. La prima è di testimonianza – il socialista, per esempio, riafferma con le sue parole i valori in cui crede: giustizia sociale, lotta alle discriminazioni, libertà, ecc. (in tema di accoglienza dei rifugiati e degli immigrati, nostri “fratelli”: Michele Serra squaderna uno stupendo manifesto della sinistra che vorrei: accoglienza, ma per ogni diritto c’è un dovere, soprattutto quello di rispettare le leggi dello Stato che t’ospita, e questo deve valere per tutti, italiani e stranieri). La seconda è legata al fare concreto (il politico illustra progetti realizzati, leggi approvate). Insomma: gli elettori ti voteranno per ciò che rappresenti, ma ti chiederanno anche conto di ciò che hai fatto. E saranno ben più severi con i politici di sinistra, dai quali pretendono entrambe le cose: pensiero e azione – le affermazioni roboanti dei populisti, le loro parole in libertà, vengono derubricate a innocenti provocazioni: qualcuno forse si aspetta che i 5 stelle distribuiscano a milioni di italiani il millantato reddito di cittadinanza? La Serracchiani ha espresso un concetto, non ha promesso nulla, e qui sta appunto il problema: sta seguendo a debita distanza la corrente, impetuosa, del populismo demagogico, e si muove con una certa abilità. Altro che goffaggine! Sembra una surfista in equilibrio sulla cresta dell’onda. Il rischio è grande: siccome non è una populista di professione, nessuno le farà sconti. Morale: la sinistra – ovunque, nel mondo – ogni qualvolta che insegue, sia pure alla chetichella, e con i sensi di colpa, il populismo; ogni qualvolta strizza l’occhio ai malpancisti e soffia sul fuoco del malcontento, alla fine si dà la proverbiale zappa sui piedi. Il tema dell’immigrazione e dell’accoglienza è maledettamente complesso, lo è ancor di più per chi è tendenzialmente un “buonista” (oggi è popolare il cattivo che ringhia come un mastino). L’unica strategia efficace è ragionare sui problemi in maniera ponderata e critica, senza facili semplificazioni, tenendo i piedi ben piantati per terra; i programmi, poi, devono essere comprensibili e realizzabili.

Ed è qui che casca l’asino: se dico che la violenza compiuta da un rifugiato è moralmente e socialmente più inaccettabile di quella che commette un italiano, e tutto finisce lì, allora sto facendo vuota retorica: mi sto sfogando come un comune cittadino, cosa che però non sono. L’unico vantaggio, effimero, è che accorcio la distanza psicologica dall’elettore indignato. Se invece la mia dichiarazione prelude a una proposta, mi spetta l’obbligo di precisarla. E qui, per stare sul concreto, solo due proposte sono coerenti con quelle parole, nonché percorribili nell’immediato: (1) ex post: un inasprimento della pena per i rifugiati in quanto “traditori” del patto di accoglienza (l’essere straniero in flagranza di reato diviene così una aggravante), oppure (2) ex ante: introduzione di un controllo capillare, poliziesco, che trasformi i campi profughi in qualcosa di simile a prigioni. Nel primo caso si punisce severamente il reato, sperando nella deterrenza o nella giustizia “morale” ristabilita grazie al castigo, nel secondo lo si previene con una limitazione generalizzata della libertà. Qual è il problema? Semplice: queste proposte, per un politico di sinistra, sono inconcepibili: scatenerebbero il putiferio – e io, da riformista, dico: giustamente: sono entrambe inaccettabili, aberranti.

Intendiamoci: la Serracchiani ha credenziali politiche impeccabili, l’accusa di razzismo è ingiusta, è una freccia avvelenata dei suoi avversari ex PD o dei duri e puri della sinistra radicale. Penso però che abbia commesso un errore politico: se non si può promettere nulla di concreto, meglio tacere. La popolarità che si sarà conquista presso un certo tipo di elettore svanirà come la nebbia al primo sole. Il populista di destra farà apparire ipocrite e stonate le sue parole (è quello che sta facendo Salvini); e il cittadino moderato, che forse dopo questa esternazione le darà il voto, un giorno si sentirà tradito: riecco la solita sinistra parolaia e inconcludente; escogitare una soluzione pratica per gestire il fenomeno dell’immigrazione è difficile, lo sappiamo, ma i politici non esistono proprio per questo?

Infine: la dichiarazione della Serracchiani, a rifletterci sopra, può prestarsi a equivoci. Quando si fanno comparazioni implicite fra gruppi etnici o religiosi si possono fare scivoloni: forse che lo stupro commesso da un italiano doc, magari anche di buona famiglia, o da un cattolico praticante, è meno grave? Lo stupro è un reato odioso, gravissimo, e tale rimane a prescindere dal colore della pelle, dalla nazionalità e dalla religione di chi lo commette. Non la pensa così il filosofo Diego Fusaro (Il fatto quotidiano, 13 maggio 2017): la “pacatissima frase” della Serracchiani deriverebbe “da un buon senso precategoriale rispetto a destra a sinistra”. Strano questo commento da parte di uno che ideologizza anche l’aria che respiriamo. E via con le bordate contro “l’armata Brancaleone del buonismo”, tutti noi di sinistra succubi del “mito immigrazionista – ideologia di completamento per la deportazione dei migranti come nuovi schiavi del capitale.” Ci mancava solo questa: accogliere i migranti è sinonimo di servilismo verso il Capitale. Rispettare un diritto umano universale – l’accoglienza per i profughi in fuga da guerre e persecuzioni – sancito dalla nostra Costituzione (Articolo 10, comma 3: “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge.”) si configura come alto tradimento verso il proletariato nostrano (by the way: mi piacerebbe chiedere a Fusaro, “intellettuale dissidente e non allineato”, quanto lo pagano al Fatto Quotidiano per la sua collaborazione: io, traditore della sinistra vetero-marxista, scrivo gratis sul blog della Fondazione Nenni, sull’Avanti! e su Mondoperaio).

Il marxismo spurio di Fusaro lo spinge in braccio all’estrema destra. Ecco un’altra sua chicca: contro l’incauta Serracchiani si è attivato subito “il boldrinismo – la più disgustosa delle varianti ideologiche della sinistra metamorfica amica di tutte le minoranze e nemica dei lavoratori e delle classi popolari.” Questo linguaggio, che trabocca odio e disprezzo, non sfigurerebbe nel repertorio dei populisti di destra. L’unica cosa disgustosa, caro filosofo dissidente, sono i deliri di Hitler, che accusava la sinistra di aver tradito la patria e svenduto la classe operaia ai perfidi ebrei, minoranza apolide e internazional-globalista (i bolscevichi non erano quasi tutti giudei?), e le farneticazioni del suo compare Mussolini, il quale si scagliava contro i demoplutocrati-avvoltoi che affamavano il popolo italiano. Hitler e Mussolini: odiavano proprio la sinistra liberale e cosmopolita, e quindi “moralmente degenerata”. Entartete Kunst, Entartete Politik.

E perché la Serracchiani avrebbe ragione? Elementare, Watson. Ce lo ha insegnato Dante, che schiaffa “i traditori dei benefattori” in fondo all’inferno. Sì, avete capito bene: il richiedente asilo che viola le leggi italiane è una sorta di Giuda, colui che vendette Gesù Cristo per trenta denari, o di Bruto, l’infame che pugnalò il padre adottivo Cesare. Entrambi sono maciullati dai denti di Lucifero. Il sommo poeta, caro Fusaro, scaraventa un’altra categoria di peccatori all’inferno: gli omosessuali, e sottopone anche loro “a orribili torture, causate dal loro contegno in vita”. Ciò non può che far rabbrividire noi adepti della sinistra “metamorfica”. E già, noi non cogliamo “il buon senso precategoriale” insito nei concetti di alto tradimento e di perversione contro natura; noi non sappiamo cos’è l’Onore, e andiamo a braccetto con checche e pervertiti: al virile marxismo d’antan, pane ideologico di rubicondi maschiacci a cui piacciono solo le femmine, abbiamo sostituito l’ideologia gender. La Serracchiani di tutto ha bisogno, meno che di un difensore del genere.

Edoardo Crisafulli

La politica senza cultura

Illuminante quel che succede nel Partito Cinque Stelle. Le incursioni e i contorcimenti di Grillo – mentre cercava un porto sicuro per la sua creatura ibrida in quel di Bruxelles – hanno messo in subbuglio gli europarlamentari pentastellati. A tal punto che uno di loro è fuggito a destra (dagli euroscettici) e l’altro si è accasato a sinistra (con i verdi). L’ambiguità e l’indecisione del leader maximo hanno finito per sparigliare le carte, e il gioco ora si fa interessante.
Sbaglia chi snobba le acrobazie dei dirigenti del partito Cinque Stelle, o ne ricava occasione per risate, come se assistessimo a una farsa in un teatrino di provincia. Questa formazione politica raccoglie il 30% dei consensi, e quindi potrebbe candidarsi al Governo nazionale. Ma c’è un’altra ragione, più profonda, che ci deve far riflettere: i malesseri di questo Partito “pigliatutto” sono spie della grave malattia che infetta la politica italiana. Non è la corruzione; è l’assenza totale di idee e progetti. Parlo di idee e progetti seri, coerenti, fattibili. Un programma politico rabberciato e confuso, chiunque è in grado di metterlo assieme. Un colpo al cerchio, un colpo alla botte, e via. Una bella manciata di moralismo/giustizialismo, un pizzico di idee teoricamente giuste ma irrealizzabili nell’immediato (il reddito di cittadinanza, per esempio), il tutto condito da proposte le più disparate, vaghe ma non troppo, popolari soprattutto, e voilà il minestrone è servito. Che il piatto risulti immangiabile o indigesto, poco importa: il profumo alletta milioni di italiani stufi delle pietanze tradizionali, e affamati di Onestà.
Da quasi vent’anni stiamo subendo gli effetti collaterali di una politica senza cultura, all’insegna della tabula rasa, della damnatio memoriae, del nuovismo. Una politica che, alla fin della fiera, è un navigare a vista senza bussola. L’Italia attraversa una crisi politica devastante perché, delegittimate le ideologie assolute (il che è stato un bene), si è pensato che dovessero scomparire assieme a quelle anche le culture politiche (questa invece è stata una iattura). E’ ben vero che, dopo Tangentopoli, ha prevalso – soprattutto a sinistra – una politica di mera “testimonianza”, cioè simbolica (quanto comunista era Rifondazione comunista?), quella che gli anglo-americani chiamano “identity politics”. Una politica spesso parolaia, inconcludente, che ha mostrato la corda, logorando l’immagine dei partiti tradizionali/identitari. Su questo problema – l’uso furbesco di un “logo” di prestigio per far incetta di voti – bisognava riflettere, e porvi rimedio. Ma la via maestra sarebbe stata quella di rinnovare i partiti rimanendo ben piantati nell’alveo della tradizione politica italiana ed europea. Così non è stato. Il mondo cambia, tutto scorre – panta rei. E, per Bacco, anche i partiti devono cambiare. Ma c’è modo e modo. Guardate cosa fecero i laburisti inglesi dopo 17 anni di vita grama all’opposizione. Proposero un leader giovane, Blair, ed escogitarono un approccio innovativo, il “New Labour”. Che il nuovo corso blairiano sia riuscito o abbia fallito, non ci interessa ora. Il punto è che gli inglesi presero le mosse da una cultura centenaria, quella laburista, e tentarono di rivisitarla, di reinventarla. Mica hanno partorito un partito nuovo di zecca, con un nome fantasioso. In Italia s’è fatto l’esatto opposto (Forza Italia, PDL, Italia dei Valori, Cinque Stelle ecc.). Come se cambiando l’etichetta, il prodotto fosse di per sé originale, di qualità, e, soprattutto, vendibile all’elettore-consumatore.
Morale della favola: in Italia, stiamo pagando tutti il prezzo di una follia che è stata anzitutto culturale, una follia messa scientemente in atto ben prima della comparsa dei Cinque Stelle, e cioè la distruzione sistematica dei partiti storici ad opera di chi aveva militato per decenni in quegli stessi partiti. E così culture politiche antiche, blasonate sono state inghiottite da un buco nero. Ecco come, di punto in bianco, è nato lo stesso PD. Teniamo questo a mente: in Italia il nesso politica e cultura è sempre stato saldissimo, fin dalla fondazione del primo partito politico di “massa”, il partito dei lavoratori, nel 1892. L’unica eccezione è stata il Partito nazionale fascista, come capì subito Gramsci (“Il fascismo si è presentato come l’anti-partito, ha aperto le porte a tutti i candidati, ha dato modo a una moltitudine incomposta di coprire con una vernice di idealità politiche vaghe e nebulose lo straripare selvaggio delle passioni, degli odi, dei desideri…”). Tutti gli altri partiti italiani – pre- e post-bellici – avevano un chiaro imprinting filosofico, un solido retroterra culturale: il partito liberale (liberalismo, cultura illuministica), il repubblicano (ideali risorgimentali e democratici), il socialista (marxismo), il social-democratico (marxismo revisionistico), la democrazia cristiana (cristianesimo sociale) ecc. Ogni leader di partito un tempo doveva confrontarsi con i classici del pensiero politico e filosofico. Guai, oggi, a parlare di illuminismo, di liberalismo, di socialismo: bizzarrie dei nostalgici di un passato che fu; roba che puzza di muffa, buona solo per qualche seminario accademico. Avanti tutta verso un radioso avvenire senza ideali! Ecco che si delinea un mondo perfetto per teste vuote e anime in pena.
Badate bene: nella “Seconda Repubblica” sono state annullate le identità e le culture politiche, non già i vecchi modi di far politica. Né è stata rinnovata la classe dirigente, transitata armi e bagagli dalla Prima Repubblica. Sicché il paradosso è che questo giacobinismo culturale, nocivo in sommo grado per la società civile, non ha rinnovato un bel nulla. Ha distrutto il vecchio – la parte migliore di esso, peraltro – senza costruire il nuovo. E’ stato – perdonatemi l’immagine forte – una chemioterapia impazzita che ha ucciso le cellule sane e lasciato in vita quelle malate: laddove non ci sono sapere, riflessione critica, idealità radicate in una tradizione di pensiero, il cancro della corruzione prolifera. Il moralismo senza cultura non è una risposta; l’onestà non è un programma politico. Il politico onesto, non avendo più una stella polare che lo orienti, cambia idea e posizione come una bandiera al vento. E’ così che la politica, depotenziata, è divenuta sempre più fiacca e imbelle. Ne hanno tratto vantaggio i poteri forti dell’economia, che ora spadroneggiano. Anche la regressione psico-politica che osserviamo – la lotta politica concepita come attacco personale, insulto, sfogo nevrotico, sfoggio della più crassa ignoranza – è dovuta a questo stato di cose.
L’ingenuo presupposto dei “rinnovatori” era il seguente: tempi nuovi generano problemi così inediti e inimmaginabili che le vecchie culture sono del tutto inadeguate non dico a risolverli ma addirittura a comprenderli. A conti fatti, poi, si è scoperto che l’essere umano può mutare pelle come i serpenti, ma non muta natura: i nostri primordiali istinti si ribellano a ogni tentativo di “mutazione antropologica”. I problemi delle comunità umane sono quelli di sempre: il rapporto problematico fra diritti e doveri (ancora attuali, su questo, le polemiche ottocentesche fra Mazzini e i marxisti; molto simili a quelle, in Inghilterra, fra Coleridge e i fautori a oltranza della Rivoluzione francese), il tema delle libertà (il fondamentalismo, religioso o laico, è una costante della nostra storia; così come lo è quello della concentrazione monopolistica del potere, politico o economico – Bobbio, in quell’opera straordinaria che è Politica e cultura, pubblicata per la prima volta nel 1955, squaderna riflessioni attualissime, che forse tali rimarranno per sempre: il politico di sinistra deve sforzarsi di conciliare la libertà liberale (intesa come non impedimento), la libertà democratica (autonomia della volontà) e la libertà socialista (potere di fare, realizzare in concreto); la questione della giustizia sociale e della coesistenza fra popoli e culture diverse (qui tutto il filone del marxismo revisionistico e del socialismo liberale ha ancora una sua validità); il problema della guerra, dello sfruttamento degli esseri umani e della distruzione del pianeta (viene subito in mente il cosmopolitismo illuministico, e l’ecologismo novecentesco). Problematiche ricorrenti si ripresentano ciclicamente, pur in forme e con intensità diverse, e noi ci siamo incaponiti a volerle affrontare ignorando gli insegnamenti della storia e tutto ciò che teorici e uomini d’azione hanno pensato o fatto prima di noi. Certo, ci sono novità assolute, all’alba di questo 21esimo secolo, quelle legate alle nuove tecnologie: l’automazione e le nuove tipologie di lavoro; la rivoluzione digitale e internet. Ma anche in questi casi le lezioni del passato possono far accendere qualche lampadina (un mondo robotizzato non vuole forse dire che vanno ripensati i diritti dei lavoratori e lo stesso Welfare? La presenza di potentati economici di nuovo tipo non chiama in causa la vecchia legislazione anti-Trust? La comunicazione, spesso debordante, su internet e le nuove forme di mobbing telematico non hanno già riproposto il tema antichissimo dei limiti da porre alla libertà di espressione?).

Edoardo Crisafulli