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Edoardo Crisafulli

Ius soli: gli errori della sinistra

Ammettiamolo: la nuova legge sulla cittadinanza nota come Ius soli è impopolare. Perché? Semplice: gli italiani sono male informati. Ma c’è dell’altro: gli italiani hanno paura: l’immigrazione a getto continuo contribuisce al senso di spaesamento generato dalla globalizzazione galoppante. Che le cose stiano così lo dimostra il fatto che i sondaggi di qualche anno davano un esito diametralmente opposto: gli italiani erano per lo più favorevoli a concedere la cittadinanza, senza troppi paletti. Cos’è cambiato in così poco tempo? Gli sbarchi sulle nostre coste, i problemi di integrazione degli stranieri – alcuni reali, altri enfatizzati dalla grancassa dei mass media — ci hanno resi più vulnerabili, più insicuri.

Il cosmopolitismo un tempo era l’ideale di élite illuminate; oggi è visto da molti come una facciata dietro cui agirebbe la longa manus di potenze occulte, sovranazionali. Un disegno omologante, dettato da sordidi interessi, mira a snaturare la nostra identità nazionale. Di qui alla condanna del meticciato il passo è breve. E infatti i nostri connazionali più paranoici già la vedono – o, meglio, la evocano essi stessi – quella nube minacciosa all’orizzonte. La tempesta in arrivo è l’invasione dei neo barbari, che distruggeranno la nostra civiltà. Come i vandali e gli unni, per intenderci. Difficile non farsi condizionare dallo spirito dei tempi: l’islamofobia (i musulmani, ovvero il cavallo di Troia di una religione violenta, geneticamente prevaricatrice e oscurantista). Da più parti si sento lo stesso coro: gli stranieri sono troppo diversi da noi, non ce la faranno mai a diventare italiani. Saremo noi a dover cambiar, ci sottometteranno.

La paura, sentimento irrazionale, è pericolosa: suscita reazioni di autodifesa che degenerano facilmente in vampate di aggressività. E’ un conduttore di energia negativa. Lo è soprattutto in tempi di crisi, quando la gente pretende il capro espiatorio su cui scaricare le colpe delle proprie magagne. La paura, insomma, fa davvero novanta, e sfruttarla procura un bel guadagno. Illuso il politico che, in queste congiunture, pensa di far incetta di voti mediante discorsi pacati e raziocinanti. Purtroppo alle sue spalle spunta il demagogo-piromane di turno, che soffia sulla prima scintilla sperando di accendere un fuoco. L’obiettivo delle destre xenofobe è antico quanto il mondo: scatenare una guerra fra poveri. Italiani da una parte, stranieri dall’altra. Così si distoglie l’attenzione dai veri responsabili delle crisi: gli speculatori, i mercanti di armi, i finanziatori delle guerre, le multinazionali che sfruttano le risorse nei paesi in via di sviluppo, in combutta con le classi dirigenti locali corrotte fino al midollo.

La sinistra – cui sono affezionato, ma che spesso mi fa imbestialire – ha sottovalutato questo contesto agitato da torbide passionalità. E quindi ha commesso due errori clamorosi, che hanno avuto effetti deleteri sulla causa sacrosanta dello Ius soli. Anzitutto: in un momento di trapasso e di stravolgimenti epocali come quello attuale, è da folli presentarsi – sul tema dell’immigrazione – come il partito dei Buon Samaritani, per giunta intolleranti verso i dissenzienti. La sinistra vive di idealità, non può fare a meno di una visione morale; ma guai se si rivela incapace di governare società complesse. I problemi vanno studiati e risolti, concretamente. Se si scindono i due momenti, quello idealistico e quello pragmatico, la destra avrà gioco facile nello sparare a zero. La politica intesa come mera testimonianza di valori è il pane quotidiano di chi sceglie l’opposizione permanente.

Incuranti di ciò, vari politici e intellettuali della sinistra hanno rincorso l’Utopia come bambini a caccia di farfalle, riguadagnandosi l’antica nomea di idealisti “acchiappa nuvole” e di “buonisti” scriteriati. C’è una aggravante. Una mutazione genetica – così dice la destra – avrebbe trasformato gli idealisti di un tempo in “radical-chic cosmopoliti”. La nuova sinistra ha a cuore le sorti di una sola categoria di derelitti: gli stranieri, i diversi. I fascioleghisti invece, loro sì che ci tengono agli italiani poveri e disoccupati! Uno dei pochi dirigenti politici di sinistra ad aver capito l’andazzo è il Ministro degli Interni. Compresi i rischi dell’inazione (percepita, non reale: il Governo di cui fa parte ha gestito bene l’emergenza immigrati-rifugiati), Minniti ha agito con tempismo e concretezza. Gli è bastato poco per rintuzzare la propaganda martellante della destra xenofoba. Ma ecco che è ricomparsa la Sinistra Pura, quella dei buoni sentimenti, che ha preso a bacchettarlo come la Chiesa faceva con gli eretici. L’accoglienza dev’essere assoluta e incondizionata! Chi esce da questa linea è, ovviamente, un furbo o un traditore che strizza l’occhio alla destra.

La sinistra, autolesionista per vocazione, ama farsi trascinare con voluttà in campagne ideologiche dai toni supponenti. Inevitabile l’ennesima polarizzazione tossica: da un lato la fazione antifascista che esprime la cultura nobile della solidarietà, baluardo contro i razzisti mascherati; dall’altro il partito dei veri italiani e dei patrioti, che vigila sui connazionali colpevoli di alto tradimento per aver spalancato le porte agli invasori e ai profanatori della cristianità. Nessun dissenso, nessun dubbio è lecito. Né da una parte della barricata, né dall’altra. E, soprattutto, nessuna posizione intermedia. Così è prevalsa l’emotività. Ne hanno approfittato gli xenofobi per creare allarmismi e confusione. I nostri concittadini a quel punto hanno mescolato tutto: l’integrazione dei figli degli stranieri già “stanziali” in Italia da anni, i problemi della nuova immigrazione (i migranti economici), l’accoglienza momentanea dei profughi in fuga da guerre e dittature. Risultato: pochissimi hanno discusso pacatamente, e con cognizione di causa, il contenuto della legge sullo Ius soli.

Il secondo errore è dovuto alla superficialità: la comunicazione è stata disastrosa. Ius soli è espressione ingannevole: presta il fianco a strumentalizzazioni. E così infatti è stato: ho assistito (o partecipato) a varie discussioni surreali, anche sui social-media, in cui i miei interlocutori, accalorati, davano per scontato che il diritto di cittadinanza per il neonato straniero scatterà al suo primo vagito in Italia. Se fosse così si tratterebbe di uno Ius soli puro, che è quello vigente negli USA: là si acquista la cittadinanza automaticamente, alla nascita nel territorio nazionale. La proposta di legge è piuttosto uno Ius soli “temperato”, in quanto circoscritto da regole ben precise. Lo straniero nato (e tuttora residente) in Italia può diventare nostro concittadino solo se ha almeno un genitore che (a) abbia diritto a risiedere permanentemente (questo per i cittadini comunitari) o (b) sia provvisto del permesso di soggiorno di lungo periodo (per gli extra-comunitari). La seconda tipologia è quella che preoccupa molti: riguarda lo straniero o il diverso per eccellenza. Il punto è che per ottenere l’agognato permesso di lunga durata bisogna avere i seguenti requisiti: un reddito minimo; un alloggio dignitoso; una certa conoscenza della lingua italiana. Sono esclusi i criminali o chi mette in pericolo l’ordine pubblico – contrariamente a quanto sostiene la propaganda della destra xenofoba. Ne consegue che né i rifugiati né gli irregolari – né tantomeno i loro figli – sarebbero in alcun modo i beneficiari della nuova legge sullo Ius soli. In ogni caso la nostra cittadinanza si acquisterebbe solo dopo aver vissuto in Italia per cinque anni consecutivi

Il legislatore, tra l’altro, ha previsto anche una tipologia originale di “diritto alla cittadinanza” denominata Ius culturae: riguarda gli stranieri nati o immigrati in Italia entro l’età di dodici anni, purché abbiamo completato, nel nostro sistema di istruzione, un periodo formativo di almeno cinque anni. I vari cicli o corsi professionali vanno frequentati regolarmente, e le elementari bisogna finirle. Altrimenti non si matura alcun diritto. Lo Ius culturae agevolerebbe, anche a livello simbolico, l’integrazione di migliaia di bambini stranieri che frequentano le nostre scuole, che giocano con i nostri figli e che parlano già con un’inflessione dialettale la nostra lingua! Fatto sta che la paura di una sanatoria generalizzata – basata su inesistenti automatismi – ha preso il sopravvento. Forse una legge chiamata Ius culturae anziché Ius soli avrebbe assottigliato i ranghi dei suoi potenziali avversari. Ma nessuno ha pensato a questo escamotage linguistico che avrebbe spostato il focus sul processo culturale di integrazione degli immigrati e dei loro figli. Figuriamoci, poi, se qualcuno, a sinistra, ha ragionato sulle strategie comunicative più efficaci. Eppure la comunicazione, oggi, è il centro nevralgico della politica. Non mi pare che gli italiani abbiano capito alcuni paradossi dello Ius sanguinis, che è il sistema vigente ora: un adulto nato e cresciuto all’estero che abbia almeno un nonno italiano diventa cittadino della nostra Repubblica più facilmente rispetto a un ragazzo nato e cresciuto in Italia da genitori stranieri. Eppure quell’adulto – spesso un “oriundo” – tende ad avere un legame culturale più debole con l’Italia (a meno che non parli italiano correntemente); mentre quel ragazzo tende a identificarsi più con la sua patria di adozione che non con quella, ormai distante, dei suoi genitori (oppure acquista una doppia identità). Intendiamoci: gli italiani all’estero sono una grande risorsa per noi: il mero possesso della cittadinanza italiana rinsalda un rapporto affettivo di antica data con la terra da cui loro o i loro genitori/nonni sono emigrati. Qui si tratta soltanto di far uscire dal limbo i neo-italiani, di origine straniera, che il rapporto affettivo con il Bel Paese lo costruiscono giorno per giorno.

Non lo si ripeterà mai abbastanza: nell’era della rivoluzione tecnologica, chi imposta male la comunicazione si getta in braccia al nemico col sorriso sulle labbra, come i polacchi che caricavano con la sciabola sguainata i panzer tedeschi. Eroi votati alla sconfitta. Si sapeva o no che gli italiani sono allergici alla lettura e agli approfondimenti? Si sapeva o no che solo nei vecchi partiti i cittadini approfondivano e discutevano le proposte di leggi? Si sapeva o no che sono scomparsi quei veri e propri mediatori culturali che erano i funzionari di partito e i sindacalisti? Si sapeva tutto questo, certo, ma non se ne è tenuto conto, e si è partiti lancia in resta. Se fossimo nella Prima Repubblica, ci sarebbe da scandalizzarsi. Oggi non c’è più da stupirsi di nulla. Che l’ebbrezza della velocità sia inversamente proporzionale al raziocinio (e alla cultura) è un fatto ampiamente accettato, addirittura celebrato come segno dei tempi nuovi. Le riforme o le proposte di legge vengono decise in fretta e furia, senza passare il vaglio di quelle interminabili discussioni fra dirigenti, funzionari, intellettuali, semplici iscritti che animavano i vecchi partiti. Discussioni che convincevano e, perché no?, galvanizzavano i militanti, una specie oramai in via di estinzione, i quali avrebbero poi difeso la linea ufficiale nei bar, nei luoghi di lavoro, fra gli amici. Le società sono liquide, no? Oggi c’è facebook, no? Che bisogno c’è allora di polverosi dibattiti? Modo di pensare sbagliatissimo: è proprio sui social-media che rischiamo di perdere. Quante sono le bufale e le fake news sugli immigrati scrocconi e delinquenti? Centinaia, ma la gente ci crede. La sinistra deve prenderne atto: viviamo nell’età della disinformazione. Kelly Born descrive alcuni aspetti di questa età (“Six Features of the Disinformation Age”, The Daily Star, 4 ottobre 2017). Eccone uno inquietante: un articolo del blasonato New York Times, postato su facebook, ha la stessa credibilità e autorevolezza di un intervento folle in un blog dedicato a teorie cospirative. Nel giudizio dei lettori online, infatti, conta molto di più la rete di amici che ha fatto circolare l’articolo o il post che non la fonte. Insomma: se sei un grillino, l’opinione di un tuo amico grillino vale più di quella di Umberto Eco.

Morale: chi fa rete, vince. O impariamo a smontare le fake news e a controbattere nella giungla della disinformazione con argomenti chiari e inoppugnabili oppure verremo sommersi. Ciò risulterà più facile se adottiamo una linea pragmatica, non ideologica. A quel punto, si spera, riusciremo ad appianare le divergenze nella nostra comunità politica o a presentarle come un punto di forza, di vitalità.

Edoardo Crisafulli

La carica dei liberali immaginari contro Papa Francesco

Leggendo una intervista a Marcello Pera, “Il Vangelo non c’entra, il Papa fa politica” (Il Mattino, 9 luglio 2017), mi è tornato in mente il brillante saggio di Vittoria Ronchey, Figlioli miei, marxisti immaginari. Sarebbe utile scriverne uno imperniato sui nostri padri, liberali immaginari. Fra questi, c’è il nostro ex Presidente del Senato, sedicente cattolico liberale. Uno degli aspetti della cultura politica italiana che mi ha sempre incuriosito è l’uso disinvolto dei termini e delle sigle ideologiche, trattate alla stregua di etichette D.O.C.G. “jolly”, apponibili a qualunque bottiglia. Credo che la schizofrenia tra teoria e prassi faccia parte del nostro corredo genetico (pensate al mito propagato da Veltroni e da Scalfari secondo cui l’arci-comunista Enrico Berlinguer era un social-democratico libertario sotto mentite spoglie).

Il bersaglio di Pera è Papa Francesco, reo di aver tradito l’Occidente cristiano. In sintesi: l’attuale Vicario di Cristo avrebbe ridotto il cristianesimo a una melassa socialisteggiante. I suoi sproloqui politically correct sarebbero “al di fuori di ogni comprensione razionale.” Come si può propugnare l’accoglienza indiscriminata dei rifugiati e dei migranti in Europa? Ma si contraddice subito, il nostro zelante critico delle degenerazioni del pensiero progressista. No, pardon, il disegno, dietro le parole in libertà di Bergoglio, c’è, ed è chiaro come il sole: sta complottando ai nostri danni: “detesta l’Occidente, aspira a distruggerlo e fa di tutto per raggiungere questo fine” (sic!). E’ un capo d’imputazione che lascia allibiti, attoniti. Ma Pera insiste: l’invasione degli stranieri, propiziata da questo Papa sovversivo, “ci sommergerà e metterà in crisi i nostri costumi.”

La tolleranza e l’apertura al pensiero altrui sono debolezze dei relativisti, perbacco! Figuriamoci, poi, dove ci conduce l’intellettualismo della sinistra: in un baratro… Ecco cosa dice un filosofo davvero liberale, con venature socialiste, Norberto Bobbio: “cultura è equilibrio intellettuale, riflessione critica, senso di discernimento, aborrimento di ogni semplificazione, di ogni manicheismo, di ogni parzialità”. Lascio al lettore decidere se il Pera-pensiero rientra in questo concetto di cultura.

Aspettate, ora viene il bello. La predicazione di Cristo non avrebbe nulla a che spartire con le esternazioni intemperanti di questo Papa pauperista. “Così come non ci sono motivazioni razionali, non ci sono nemmeno motivazioni evangeliche che spieghino quel che il papa dice.” Eh no, quale edizione dei Vangeli noi sciocchi abbiamo letto, certamente non quella autorizzata, in bella mostra nella libreria di Pera. Io, liberal-socialista e agnostico (con qualche rigurgito anti-clericale) dissento nella maniera più assoluta, e con cognizione di causa. Non posso parlare a nome della Chiesa cattolica: non sono credente. Mi limito a osservare che chiunque abbia una sia pur elementare familiarità con la predicazione del Cristo, non può che rimanere basito: le motivazioni evangeliche di Bergoglio sono grandi come una casa. Qui sinistra e destra non c’entrano un bel niente, la questione è scientifica: cosa dicono i Vangeli sulla carità? Mi sono riletto la Parabola del Buon Samaritano – la capirebbe anche un bambino alle elementari. Un dottore della legge chiede a Gesù cosa significhi amare il prossimo come se stessi, massima morale che assicura la vita eterna a chi la applichi. E Gesù risponde, appunto, con la parabola. Né il sacerdote né il levita, vedendo l’uomo aggredito e ferito dai briganti, abbandonato in mezzo alla strada, si fermano per aiutarlo. Il Samaritano invece ne ha compassione e si prende cura di lui. Si può non condividere il messaggio caritatevole di Cristo, ma una cosa è indubbia: il Vangelo, almeno qui, parla chiarissimo. Non c’è una sola parola, in questo testo brevissimo, che suggerisca limitazioni, impedimenti oggettivi o soggettivi alla solidarietà (il viandante può davvero permettersi di soccorrere l’aggredito, ne ha i mezzi? C’è forse una calata di rifugiati giudei, nazareni o gerosolomitani in corso?). Nulla può circoscrivere la legittimità dell’aiuto, non ci sono né criteri né priorità. (Ci sono poveri che meriterebbero di più? La vittima è ricca o povera? Da quale città proviene?). C’è una persona bisognosa, in evidente difficoltà. Bisogna assisterla, punto e basta. La carità è assoluta, totale, incondizionata. Ecco perché Gesù sceglie, come figura esemplare, un Samaritano: un eretico, un individuo in odore di paganesimo, secondo i giudei del tempo. Costui sceglie di aiutare un suo nemico giurato, un giudeo bisognoso. Invece il sacerdote e il levita, ortodossi, credenti, timorati di Dio, ignorano un loro stesso correligionario. Ecco l’ipocrisia – che non ha né tempo né luogo – di coloro che si professano credenti e poi rinnegano la carità. Peccato che questa parabola non compaia nell’edizione dei Vangeli in possesso di Pera: sono certo che, leggendola, ne trarrebbe giovamento.

Sia chiaro: la parabola del buon Samaritano, nel governo della Polis democratica, è inapplicabile alla lettera. Non puoi spogliarti di tutto ciò che hai per gli altri: se ti impoverisci, se distruggi la tua stessa economia, alla fin della fiera non potrai aiutare nessuno. La politica – lo sappiamo da quando un signorotto geniale di nome Machiavelli scrisse il suo trattato – ha le sue leggi, le sue logiche. Ma se la carità non è un programma politico, e di certo non può esserlo, è tuttavia un bene che aleggi su di noi come un imperativo categorico. Ovvio – non lo si ripeterà mai abbastanza – che l’indignazione morale è una cosa, e la politica secolare è un’altra. Se il cristianesimo pretende l’impossibile, la politica riformista, l’arte del compromesso, ricerca l’esatto opposto, ovvero il possibile. Solo un politico folle non tiene conto dell’egoismo umano, degli interessi materiali; solo un politico inetto non stabilisce criteri di priorità nella redistribuzione o assegnazione delle risorse disponibili, che non sono mai infinite. Certo, i socialisti bravi e coraggiosi mica si accontentano di tirare a campare o del piccolo cabotaggio: ‘volano alto’; lottano contro le ingiustizie, piccole e grandi. Sono, insomma, in prima linea. Questo proprio perché hanno ben presente quell’imperativo categorico. La fine dell’utopia non significa che non si debba immaginare un mondo migliore. Se i governi dei Paesi ricchi avessero aderito ai principi dell’Internazionale socialista e non ci fossero state, in questi ultimi dieci anni, né guerre né speculazioni finanziarie spregiudicate, ora non avremmo orde di disperati che premono ai nostri confini (l’innominabile Bettino Craxi lo ha detto tante volte, inascoltato).

A me pare chiarissimo che l’azione pastorale di Papa Francesco è politica solo in senso lato – proprio come politiche (ma non propagandistiche) sono Guernica di Pablo Picasso e la Fattoria degli animali di George Orwell. Papa Francesco non sta fondando un partito: lancia però messaggi morali che non possono cadere nel vuoto. E’ responsabilità di chi governa trovare soluzioni pratiche. Non sta scritto da nessuna parte che un politico di sinistra debba sostenere la politica “confini aperti” (in questo Renzi ha ragione, ed è stato travisato di proposito): occorre gestire l’immigrazione con saggezza e senso della misura. L’unica soluzione è nell’equilibrio fra politica dell’accoglienza e rilancio della cooperazione allo sviluppo: che si creino maggiori opportunità in Africa e in Medioriente e non correremo più il pericolo della scorreria, dell’incursione straniera.

Ma queste cose sensate, un papa mica può dirle: se non è un idealista, un sognatore, che razza di guida spirituale sarebbe? Deve pretendere da noi l’impossibile, altrimenti ci accontenteremmo del nulla. Ve lo immaginate un papa che, ai grandi della terra riuniti al G20, dicesse: bene, bravi, è giusto limitare i flussi migratori con pali e paletti? Che effetto avrebbe questo sano realismo? Siamo sinceri: quello di indurire il nostro cuore, respingeremmo ancora più rifugiati. La denuncia di Papa Francesco è profondamente evangelica: mira a scuotere le nostre coscienze: l’accoglienza indiscriminata non è forse l’insegnamento racchiuso nella parabola?

Gesù si rivolgeva agli ultimi, ai derelitti, agli abbandonati, agli esclusi, agli emarginati, ai poveri. Il cristianesimo, in nuce, è radicalmente sovversivo, dà scandalo ai benpensanti. Ecco perché i conservatori, che sempre hanno cercato di addomesticarne o soffocarne l’anima rivoluzionaria, inorridiscono quando si staglia sull’orizzonte un leader cristiano che ci sferza con parole severe, intransigenti. In molti sono terrorizzati per la temuta invasione barbarica dal Sud del mondo e bisogna capirli, certo; ma perché costoro non si indignano per le guerre assurde, per i mercanti di morte che si arricchiscono col commercio delle armi, per i disoccupati in depressione o suicidi, per gli anziani costretti a rovistare nei cassonetti dell’immondizia ? Perché non si scandalizzano quando apprendono che il Mediterraneo, anche quest’anno, ha inghiottito centinaia, forse migliaia, di aspiranti rifugiati, uomini, donne, bambini senza nome né identità? Un papa dovrebbe forse tacere di fronte a tutto ciò, e magari pontificare di teologia con filosofi e intellettuali sorseggiando un bel Martini?

No, non è vero che Bergoglio “riflette tutti i pregiudizi del sudamericano verso l’America del Nord, verso il mercato, le libertà, il capitalismo.” A rigor di logica: un pregiudizio precede l’esperienza, anzi la ignora volutamente: è simile al dogma. Quelli di Papa Francesco sono post-giudizi: valutazioni empiriche, fattuali. E’ vero, o non è vero, che l’ultima crisi finanziaria ha gettato milioni di persone sul lastrico, mentre i ricchi si arricchiscono sempre di più? E’ vero, o non è vero, che tantissimi americani non godono dell’assicurazione sanitaria? E’ vero, o non è vero, che il mercatismo è divenuto una sorta di totem, e l’egoismo più sfrenato una virtù? Bergoglio, insomma, fa il suo mestiere: è la politica democratica che è debole, oggi, e quindi presta il fianco alle incursioni degli outsider.

C’è un punto su cui Marcello Pera ha assolutamente ragione. Qui dimostra un acume fuori del comune: Papa Francesco è il continuatore della rivoluzione modernista avviata dal primo papa laico, Giovanni XXIII. Le sue parole hanno fatto esplodere “in tutta la sua radicalità rivoluzionaria e sovvertitrice il Concilio Vaticano II”. Sì, è proprio così. La vera posta in gioco, oggi, è l’eredità del Concilio. Dimmi con chi ti schieri, e ti dirò chi sei. Io, senza esitare un istante, scelgo il modernismo di Giovanni XXIII e di Francesco I. L’impianto ideale del Concilio, che ha rinnovato e quindi salvato la Chiesa, è compatibilissimo con la filosofia laica e libertaria della sinistra odierna. Giovanni XXIII ha piantato il seme della libertà in quella che era una tradizione illiberale. L’impulso egalitario, quello, c’è sempre stato, ma veniva nascosto, offuscato dai dottori della legge (il cristianesimo sociale è strettamente imparentato con il riformismo socialista).

Pera invece sceglie la conservazione o, meglio, la reazione: le idee del Concilio, a suo dire, “portano al suicidio la Chiesa cattolica… Si dimentica che il Concilio precedette temporalmente la rivoluzione studentesca, quella sessuale, quella dei costumi e dei modi di vivere. La anticipò e, in qualche modo, la provocò.” E via con l’elogio dei “due grandissimi papi”, Woytila e Ratzinger, che hanno tentato di frenare il processo rivoluzionario avviato negli anni Sessanta del secolo scorso.

Qui casca l’asino: eccole le credenziali di un certo tipo di liberale all’italiana: anziché salutare il Concilio Vaticano II come un evento epocale della modernità, Pera è contrario al pieno dispiegarsi della libertà. Intendiamoci: il dibattito politico-culturale ha bisogno dei tradizionalisti. Ogni libertario autentico ama e cerca il confronto con chi dissente da lui, non vuole certo l’appiattimento, la desertificazione, il pensiero unico. Che Pera però abbia il coraggio di dire: “ebbene sì, sono un cattolico conservatore, un tradizionalista”. Ne ha tutto il diritto. Ma non si appropri indebitamente di una delle parole più significative – e più nobili – del lessico politico: liberale non vuol dire tutto e il contrario di tutto.

Edoardo Crisafulli

Reati e rifugiati

No, non è sterile il dibattito sulle parole di Debora Serracchiani: “La violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre ma risulta socialmente e moralmente ancor più inaccettabile quando è compiuto da chi chiede e ottiene accoglienza nel nostro Paese”.

E’ utilissimo: ci consente di chiarire come funziona, oggi, la comunicazione politica. Anzitutto: lo spirito critico, nei dibattiti, è un residuo di ideologie cervellotiche, anticaglie del Novecento. Oggi il senso comune è la nuova ideologia trionfante. La Seracchiani ha semplicemente espresso un’opinione sensata, che male c’è, e – per Bacco! – non abbiamo bisogno anche noi progressisti di politici che dicano pane al pane e vino al vino? Sì che ne abbiamo bisogno, ma il parlar chiaro e franco, se è a imitazione dei populisti, può rivelarsi un boomerang per chi milita a sinistra.

Qui – questo il punto cruciale – non abbiamo a che fare con una persona qualsiasi, né con una intellettuale sorpresa mentre sproloquia al bar, con gli amici, bensì con la vice segretaria nazionale del PD, principale partito della sinistra italiana. È da ingenui pensare che la sua dichiarazione sia causale; ovvio che è studiata a tavolino, e il bailamme che ne è seguito era stato previsto. Stupisce non se ne sia accorto un osservatore acuto qual è Michele Serra: la Serracchiani avrebbe solo detto “una cosa che in molti sentiamo essere vera: chi è ospite e riceve assistenza ha degli obblighi di comportamento. E quando li disattende, crea uno scandalo che va a colpire pesantemente il patto di ospitalità. Lo tradisce. E tradisce chi gli ha aperto le porte.” (L’Amaca, 14.5.2017, La Repubblica) Ora, non c’è dubbio che molti italiani la pensino come l’esponente del PD. Ma ciò non significa che abbia colto nel segno, tantomeno che la sua strategia sia intelligente da un punto di vista politico. Prendiamo atto che si è arresa allo spirito, travolgente, dei nostri tempi: il politico “moderno” ha l’obbligo di porsi deferentemente in sintonia con il sentire comune. Se non lo fa, viene arruolato di forza nella vituperata casta, in quanto schizofrenico dissociato dal popolo “puro” e “saggio”, che ha sempre ragione. Non colgo novità in questo discorso: il primo leader ad aver lucrato sulla trasformazione del senso comune televisivo in senso comune politico è stato Silvio Berlusconi, un genio del marketing.

La dichiarazione di un politico non è mai equivalente a quella di un comune cittadino. Il linguista John Austin ci ha messo in guardia dalla semplificazione positivista per cui ogni affermazione è descrittiva o contiene constatazioni di fatto, catalogabili in base al tasso di verità intesa come corrispondenza fra parole e cose. Ci sono, per esempio, frasi “performative”, dove il dire è anche un agire che trasforma la realtà (es: “vi dichiaro marito e moglie”). A mio avviso le frasi del politico sono implicitamente promissorie. Da esse ci aspettiamo un intervento, il materializzarsi di un cambiamento, la soluzione di un problema. La frase “che i terremotati non abbiano ancora una casa, è uno scandalo” non ha un significato assoluto, intrinseco: in bocca a un cittadino qualunque, è uno sfogo; se la pronuncia un politico, si generano aspettative: che le case vengano consegnate in tempo, quando si troverà lui/lei nella stanza dei bottoni.

Ad essere più precisi, il politico, in una democrazia, adempie a due funzioni: una simbolica/ideale e una programmatica/pragmatica. La prima è di testimonianza – il socialista, per esempio, riafferma con le sue parole i valori in cui crede: giustizia sociale, lotta alle discriminazioni, libertà, ecc. (in tema di accoglienza dei rifugiati e degli immigrati, nostri “fratelli”: Michele Serra squaderna uno stupendo manifesto della sinistra che vorrei: accoglienza, ma per ogni diritto c’è un dovere, soprattutto quello di rispettare le leggi dello Stato che t’ospita, e questo deve valere per tutti, italiani e stranieri). La seconda è legata al fare concreto (il politico illustra progetti realizzati, leggi approvate). Insomma: gli elettori ti voteranno per ciò che rappresenti, ma ti chiederanno anche conto di ciò che hai fatto. E saranno ben più severi con i politici di sinistra, dai quali pretendono entrambe le cose: pensiero e azione – le affermazioni roboanti dei populisti, le loro parole in libertà, vengono derubricate a innocenti provocazioni: qualcuno forse si aspetta che i 5 stelle distribuiscano a milioni di italiani il millantato reddito di cittadinanza? La Serracchiani ha espresso un concetto, non ha promesso nulla, e qui sta appunto il problema: sta seguendo a debita distanza la corrente, impetuosa, del populismo demagogico, e si muove con una certa abilità. Altro che goffaggine! Sembra una surfista in equilibrio sulla cresta dell’onda. Il rischio è grande: siccome non è una populista di professione, nessuno le farà sconti. Morale: la sinistra – ovunque, nel mondo – ogni qualvolta che insegue, sia pure alla chetichella, e con i sensi di colpa, il populismo; ogni qualvolta strizza l’occhio ai malpancisti e soffia sul fuoco del malcontento, alla fine si dà la proverbiale zappa sui piedi. Il tema dell’immigrazione e dell’accoglienza è maledettamente complesso, lo è ancor di più per chi è tendenzialmente un “buonista” (oggi è popolare il cattivo che ringhia come un mastino). L’unica strategia efficace è ragionare sui problemi in maniera ponderata e critica, senza facili semplificazioni, tenendo i piedi ben piantati per terra; i programmi, poi, devono essere comprensibili e realizzabili.

Ed è qui che casca l’asino: se dico che la violenza compiuta da un rifugiato è moralmente e socialmente più inaccettabile di quella che commette un italiano, e tutto finisce lì, allora sto facendo vuota retorica: mi sto sfogando come un comune cittadino, cosa che però non sono. L’unico vantaggio, effimero, è che accorcio la distanza psicologica dall’elettore indignato. Se invece la mia dichiarazione prelude a una proposta, mi spetta l’obbligo di precisarla. E qui, per stare sul concreto, solo due proposte sono coerenti con quelle parole, nonché percorribili nell’immediato: (1) ex post: un inasprimento della pena per i rifugiati in quanto “traditori” del patto di accoglienza (l’essere straniero in flagranza di reato diviene così una aggravante), oppure (2) ex ante: introduzione di un controllo capillare, poliziesco, che trasformi i campi profughi in qualcosa di simile a prigioni. Nel primo caso si punisce severamente il reato, sperando nella deterrenza o nella giustizia “morale” ristabilita grazie al castigo, nel secondo lo si previene con una limitazione generalizzata della libertà. Qual è il problema? Semplice: queste proposte, per un politico di sinistra, sono inconcepibili: scatenerebbero il putiferio – e io, da riformista, dico: giustamente: sono entrambe inaccettabili, aberranti.

Intendiamoci: la Serracchiani ha credenziali politiche impeccabili, l’accusa di razzismo è ingiusta, è una freccia avvelenata dei suoi avversari ex PD o dei duri e puri della sinistra radicale. Penso però che abbia commesso un errore politico: se non si può promettere nulla di concreto, meglio tacere. La popolarità che si sarà conquista presso un certo tipo di elettore svanirà come la nebbia al primo sole. Il populista di destra farà apparire ipocrite e stonate le sue parole (è quello che sta facendo Salvini); e il cittadino moderato, che forse dopo questa esternazione le darà il voto, un giorno si sentirà tradito: riecco la solita sinistra parolaia e inconcludente; escogitare una soluzione pratica per gestire il fenomeno dell’immigrazione è difficile, lo sappiamo, ma i politici non esistono proprio per questo?

Infine: la dichiarazione della Serracchiani, a rifletterci sopra, può prestarsi a equivoci. Quando si fanno comparazioni implicite fra gruppi etnici o religiosi si possono fare scivoloni: forse che lo stupro commesso da un italiano doc, magari anche di buona famiglia, o da un cattolico praticante, è meno grave? Lo stupro è un reato odioso, gravissimo, e tale rimane a prescindere dal colore della pelle, dalla nazionalità e dalla religione di chi lo commette. Non la pensa così il filosofo Diego Fusaro (Il fatto quotidiano, 13 maggio 2017): la “pacatissima frase” della Serracchiani deriverebbe “da un buon senso precategoriale rispetto a destra a sinistra”. Strano questo commento da parte di uno che ideologizza anche l’aria che respiriamo. E via con le bordate contro “l’armata Brancaleone del buonismo”, tutti noi di sinistra succubi del “mito immigrazionista – ideologia di completamento per la deportazione dei migranti come nuovi schiavi del capitale.” Ci mancava solo questa: accogliere i migranti è sinonimo di servilismo verso il Capitale. Rispettare un diritto umano universale – l’accoglienza per i profughi in fuga da guerre e persecuzioni – sancito dalla nostra Costituzione (Articolo 10, comma 3: “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge.”) si configura come alto tradimento verso il proletariato nostrano (by the way: mi piacerebbe chiedere a Fusaro, “intellettuale dissidente e non allineato”, quanto lo pagano al Fatto Quotidiano per la sua collaborazione: io, traditore della sinistra vetero-marxista, scrivo gratis sul blog della Fondazione Nenni, sull’Avanti! e su Mondoperaio).

Il marxismo spurio di Fusaro lo spinge in braccio all’estrema destra. Ecco un’altra sua chicca: contro l’incauta Serracchiani si è attivato subito “il boldrinismo – la più disgustosa delle varianti ideologiche della sinistra metamorfica amica di tutte le minoranze e nemica dei lavoratori e delle classi popolari.” Questo linguaggio, che trabocca odio e disprezzo, non sfigurerebbe nel repertorio dei populisti di destra. L’unica cosa disgustosa, caro filosofo dissidente, sono i deliri di Hitler, che accusava la sinistra di aver tradito la patria e svenduto la classe operaia ai perfidi ebrei, minoranza apolide e internazional-globalista (i bolscevichi non erano quasi tutti giudei?), e le farneticazioni del suo compare Mussolini, il quale si scagliava contro i demoplutocrati-avvoltoi che affamavano il popolo italiano. Hitler e Mussolini: odiavano proprio la sinistra liberale e cosmopolita, e quindi “moralmente degenerata”. Entartete Kunst, Entartete Politik.

E perché la Serracchiani avrebbe ragione? Elementare, Watson. Ce lo ha insegnato Dante, che schiaffa “i traditori dei benefattori” in fondo all’inferno. Sì, avete capito bene: il richiedente asilo che viola le leggi italiane è una sorta di Giuda, colui che vendette Gesù Cristo per trenta denari, o di Bruto, l’infame che pugnalò il padre adottivo Cesare. Entrambi sono maciullati dai denti di Lucifero. Il sommo poeta, caro Fusaro, scaraventa un’altra categoria di peccatori all’inferno: gli omosessuali, e sottopone anche loro “a orribili torture, causate dal loro contegno in vita”. Ciò non può che far rabbrividire noi adepti della sinistra “metamorfica”. E già, noi non cogliamo “il buon senso precategoriale” insito nei concetti di alto tradimento e di perversione contro natura; noi non sappiamo cos’è l’Onore, e andiamo a braccetto con checche e pervertiti: al virile marxismo d’antan, pane ideologico di rubicondi maschiacci a cui piacciono solo le femmine, abbiamo sostituito l’ideologia gender. La Serracchiani di tutto ha bisogno, meno che di un difensore del genere.

Edoardo Crisafulli

La politica senza cultura

Illuminante quel che succede nel Partito Cinque Stelle. Le incursioni e i contorcimenti di Grillo – mentre cercava un porto sicuro per la sua creatura ibrida in quel di Bruxelles – hanno messo in subbuglio gli europarlamentari pentastellati. A tal punto che uno di loro è fuggito a destra (dagli euroscettici) e l’altro si è accasato a sinistra (con i verdi). L’ambiguità e l’indecisione del leader maximo hanno finito per sparigliare le carte, e il gioco ora si fa interessante.
Sbaglia chi snobba le acrobazie dei dirigenti del partito Cinque Stelle, o ne ricava occasione per risate, come se assistessimo a una farsa in un teatrino di provincia. Questa formazione politica raccoglie il 30% dei consensi, e quindi potrebbe candidarsi al Governo nazionale. Ma c’è un’altra ragione, più profonda, che ci deve far riflettere: i malesseri di questo Partito “pigliatutto” sono spie della grave malattia che infetta la politica italiana. Non è la corruzione; è l’assenza totale di idee e progetti. Parlo di idee e progetti seri, coerenti, fattibili. Un programma politico rabberciato e confuso, chiunque è in grado di metterlo assieme. Un colpo al cerchio, un colpo alla botte, e via. Una bella manciata di moralismo/giustizialismo, un pizzico di idee teoricamente giuste ma irrealizzabili nell’immediato (il reddito di cittadinanza, per esempio), il tutto condito da proposte le più disparate, vaghe ma non troppo, popolari soprattutto, e voilà il minestrone è servito. Che il piatto risulti immangiabile o indigesto, poco importa: il profumo alletta milioni di italiani stufi delle pietanze tradizionali, e affamati di Onestà.
Da quasi vent’anni stiamo subendo gli effetti collaterali di una politica senza cultura, all’insegna della tabula rasa, della damnatio memoriae, del nuovismo. Una politica che, alla fin della fiera, è un navigare a vista senza bussola. L’Italia attraversa una crisi politica devastante perché, delegittimate le ideologie assolute (il che è stato un bene), si è pensato che dovessero scomparire assieme a quelle anche le culture politiche (questa invece è stata una iattura). E’ ben vero che, dopo Tangentopoli, ha prevalso – soprattutto a sinistra – una politica di mera “testimonianza”, cioè simbolica (quanto comunista era Rifondazione comunista?), quella che gli anglo-americani chiamano “identity politics”. Una politica spesso parolaia, inconcludente, che ha mostrato la corda, logorando l’immagine dei partiti tradizionali/identitari. Su questo problema – l’uso furbesco di un “logo” di prestigio per far incetta di voti – bisognava riflettere, e porvi rimedio. Ma la via maestra sarebbe stata quella di rinnovare i partiti rimanendo ben piantati nell’alveo della tradizione politica italiana ed europea. Così non è stato. Il mondo cambia, tutto scorre – panta rei. E, per Bacco, anche i partiti devono cambiare. Ma c’è modo e modo. Guardate cosa fecero i laburisti inglesi dopo 17 anni di vita grama all’opposizione. Proposero un leader giovane, Blair, ed escogitarono un approccio innovativo, il “New Labour”. Che il nuovo corso blairiano sia riuscito o abbia fallito, non ci interessa ora. Il punto è che gli inglesi presero le mosse da una cultura centenaria, quella laburista, e tentarono di rivisitarla, di reinventarla. Mica hanno partorito un partito nuovo di zecca, con un nome fantasioso. In Italia s’è fatto l’esatto opposto (Forza Italia, PDL, Italia dei Valori, Cinque Stelle ecc.). Come se cambiando l’etichetta, il prodotto fosse di per sé originale, di qualità, e, soprattutto, vendibile all’elettore-consumatore.
Morale della favola: in Italia, stiamo pagando tutti il prezzo di una follia che è stata anzitutto culturale, una follia messa scientemente in atto ben prima della comparsa dei Cinque Stelle, e cioè la distruzione sistematica dei partiti storici ad opera di chi aveva militato per decenni in quegli stessi partiti. E così culture politiche antiche, blasonate sono state inghiottite da un buco nero. Ecco come, di punto in bianco, è nato lo stesso PD. Teniamo questo a mente: in Italia il nesso politica e cultura è sempre stato saldissimo, fin dalla fondazione del primo partito politico di “massa”, il partito dei lavoratori, nel 1892. L’unica eccezione è stata il Partito nazionale fascista, come capì subito Gramsci (“Il fascismo si è presentato come l’anti-partito, ha aperto le porte a tutti i candidati, ha dato modo a una moltitudine incomposta di coprire con una vernice di idealità politiche vaghe e nebulose lo straripare selvaggio delle passioni, degli odi, dei desideri…”). Tutti gli altri partiti italiani – pre- e post-bellici – avevano un chiaro imprinting filosofico, un solido retroterra culturale: il partito liberale (liberalismo, cultura illuministica), il repubblicano (ideali risorgimentali e democratici), il socialista (marxismo), il social-democratico (marxismo revisionistico), la democrazia cristiana (cristianesimo sociale) ecc. Ogni leader di partito un tempo doveva confrontarsi con i classici del pensiero politico e filosofico. Guai, oggi, a parlare di illuminismo, di liberalismo, di socialismo: bizzarrie dei nostalgici di un passato che fu; roba che puzza di muffa, buona solo per qualche seminario accademico. Avanti tutta verso un radioso avvenire senza ideali! Ecco che si delinea un mondo perfetto per teste vuote e anime in pena.
Badate bene: nella “Seconda Repubblica” sono state annullate le identità e le culture politiche, non già i vecchi modi di far politica. Né è stata rinnovata la classe dirigente, transitata armi e bagagli dalla Prima Repubblica. Sicché il paradosso è che questo giacobinismo culturale, nocivo in sommo grado per la società civile, non ha rinnovato un bel nulla. Ha distrutto il vecchio – la parte migliore di esso, peraltro – senza costruire il nuovo. E’ stato – perdonatemi l’immagine forte – una chemioterapia impazzita che ha ucciso le cellule sane e lasciato in vita quelle malate: laddove non ci sono sapere, riflessione critica, idealità radicate in una tradizione di pensiero, il cancro della corruzione prolifera. Il moralismo senza cultura non è una risposta; l’onestà non è un programma politico. Il politico onesto, non avendo più una stella polare che lo orienti, cambia idea e posizione come una bandiera al vento. E’ così che la politica, depotenziata, è divenuta sempre più fiacca e imbelle. Ne hanno tratto vantaggio i poteri forti dell’economia, che ora spadroneggiano. Anche la regressione psico-politica che osserviamo – la lotta politica concepita come attacco personale, insulto, sfogo nevrotico, sfoggio della più crassa ignoranza – è dovuta a questo stato di cose.
L’ingenuo presupposto dei “rinnovatori” era il seguente: tempi nuovi generano problemi così inediti e inimmaginabili che le vecchie culture sono del tutto inadeguate non dico a risolverli ma addirittura a comprenderli. A conti fatti, poi, si è scoperto che l’essere umano può mutare pelle come i serpenti, ma non muta natura: i nostri primordiali istinti si ribellano a ogni tentativo di “mutazione antropologica”. I problemi delle comunità umane sono quelli di sempre: il rapporto problematico fra diritti e doveri (ancora attuali, su questo, le polemiche ottocentesche fra Mazzini e i marxisti; molto simili a quelle, in Inghilterra, fra Coleridge e i fautori a oltranza della Rivoluzione francese), il tema delle libertà (il fondamentalismo, religioso o laico, è una costante della nostra storia; così come lo è quello della concentrazione monopolistica del potere, politico o economico – Bobbio, in quell’opera straordinaria che è Politica e cultura, pubblicata per la prima volta nel 1955, squaderna riflessioni attualissime, che forse tali rimarranno per sempre: il politico di sinistra deve sforzarsi di conciliare la libertà liberale (intesa come non impedimento), la libertà democratica (autonomia della volontà) e la libertà socialista (potere di fare, realizzare in concreto); la questione della giustizia sociale e della coesistenza fra popoli e culture diverse (qui tutto il filone del marxismo revisionistico e del socialismo liberale ha ancora una sua validità); il problema della guerra, dello sfruttamento degli esseri umani e della distruzione del pianeta (viene subito in mente il cosmopolitismo illuministico, e l’ecologismo novecentesco). Problematiche ricorrenti si ripresentano ciclicamente, pur in forme e con intensità diverse, e noi ci siamo incaponiti a volerle affrontare ignorando gli insegnamenti della storia e tutto ciò che teorici e uomini d’azione hanno pensato o fatto prima di noi. Certo, ci sono novità assolute, all’alba di questo 21esimo secolo, quelle legate alle nuove tecnologie: l’automazione e le nuove tipologie di lavoro; la rivoluzione digitale e internet. Ma anche in questi casi le lezioni del passato possono far accendere qualche lampadina (un mondo robotizzato non vuole forse dire che vanno ripensati i diritti dei lavoratori e lo stesso Welfare? La presenza di potentati economici di nuovo tipo non chiama in causa la vecchia legislazione anti-Trust? La comunicazione, spesso debordante, su internet e le nuove forme di mobbing telematico non hanno già riproposto il tema antichissimo dei limiti da porre alla libertà di espressione?).

Edoardo Crisafulli

Sinistra: svegliati!

In America la sinistra “liberal” (non proprio liberista, ma quasi), quella che si è alleata con i poteri forti, è stata travolta da un fiume in piena. Andiamo alla radice del problema: come può la sinistra credere nel mercato sregolato, nel profitto fine a se stesso, nell’egoismo generalizzato, nel denaro quale unico metro di valore, nella distruzione sistematica dell’ambiente e degli ecosistemi? Come può la sinistra allearsi impunemente con Wall Street e la finanza speculativa, e poi pretendere un bagno di folle plaudenti? Come può, poi, chiedere agli elettori di stringere la cinghia se l’economia è in ginocchio a causa di mercati impazziti e di banche arroganti, che si sono comportate come piccoli regni feudali? Ormai anche le politiche keynesiane, di intervento pubblico, stentano a rimettere in sesto un’economia drogata da bolle speculative create ad arte. L’America ha vissuto anni di “jobless recovery”: i conti tornavano in ordine un po’ alla volta, ma il lavoro non si materializzava. Ed ecco il bel risultato: la sinistra ha perso la sua base storica, sgretolata dalle politiche neoliberiste, e al tempo stesso non ha guadagnato che una manciata di voti centristi – la “gente” ha votato in massa per il candidato che più di destra non si può. Questo “tradimento” è comprensibile: quanti leader progressisti, o “democratici all’americana”, hanno affrontato seriamente le ingiustizie sociali, piaghe mai veramente rimarginate e che ora si sono riaperte?

Concentriamoci sull’Europa: è qui che si giocheranno le prossime partite, quelle decisive, per i nostri ideali di giustizia sociale e libertà. Anche da noi il nostro popolo – gli operai, i pensionati, gli impiegati, gli insegnanti, i lavoratori, i piccoli commercianti – guardano alle destre e ai populisti. I vari Salvini, Farage e Le Pen sembrano tutelare i loro interessi più della sinistra storica. Se non altro, danno voce – e che voce squillante! – a paure e frustrazioni diffuse. Mica invitano ad aver pazienza e ad ingoiare rospi velenosi mentre gli speculatori, rintanati nella grandi banche, si arricchiscono. E mica organizzano, dalle loro torri d’avorio, seminari accademici sul futuro radioso che avremo fra vent’anni. Anche la sinistra novecentesca fantasticava di mondi futuribili, ma era coerentemente contro il sistema, non parte integrante di esso! O, comunque, si sforzava di cambiarlo dall’interno. Oggi Papa Francesco è più a sinistra di molti leader “progressisti”: lui sì che si preoccupa delle povertà e delle diseguaglianze!

Qui c’è però un nodo intricato: cosa vuol dire porsi contro il sistema? L’opposizione allo stato di cose presente, quando ci sono ingiustizie, può configurarsi in tanti modi diversi: quella di Papa Francesco è una rivolta morale contro l’avidità e l’egoismo (rivolta che spetta ai politici tradurre in prassi concrete).  Un fatto è certo: la sinistra social-democratica, riformista, liberale ecc., può allearsi solo provvisoriamente con il suo “alter ego” (non trovo termine migliore per descrivere la schizofrenia della sinistra) radical-antagonista. Può, anzi deve, dialogarci, come faceva il PSI negli Anni di Piombo. Dal dialogo sorgono analisi e idee nuove; e il confronto con l’ala estrema del proprio schieramento politico, perché no, ritempra con idealità rinnovate quell’entusiasmo che il governo quotidiano rischia di spegnere. Detto ciò, chi ha una visione pragmatica, riformistica appunto, difficilmente è in grado di stipulare un patto duraturo con un’anima irrequieta, irrealistica, contestatrice a tutto campo.

La social-democrazia post-bellica spiccò il volo sulle ali del miracolo economico, che fu anche un “miracolo sociale”: sulle ceneri delle città distrutte, ripartì la produzione industriale (riconosciamolo: grazie al generoso piano Marshall, voluto dagli americani), e sorse altresì un vero Welfare State. I leader di quella sinistra avevano stretto un patto con il capitalismo, e gradualmente lo incivilirono, lo urbanizzarono. La mano pubblica redistribuiva il reddito, costruiva infrastrutture, case, scuole, ospedali. Era, la social-democrazia, la terza via fra capitalismo rampante, generatore di iniquità, e comunismo tirannico.  Il dramma è che questo tipo di capitalismo sociale, che era potenzialmente “patriottico”, in quanto delimitato da confini nazionali, ha subito una metamorfosi: non ha retto all’improvvisa apertura dei mercati e alla velocità di movimento dei capitali (accelerata dalla rivoluzione digitale). Il capitalismo è sempre più speculativo-finanziario, più globalizzato e indipendente dalle sue tradizionali basi produttive.

La social-democrazia è legata mani e piedi al modello capitalistico europeo, se trionfa il turbocapitalismo di impronta americana anche lei finirà per soccombere. Il problema sta tutto qui: gli eredi della social-democrazia, negli ultimi vent’anni, hanno provato a percorrere la stessa strada dei loro padri. Hanno scelto, per coerenza, di non opporsi al mercato unico, alla libera circolazione di uomini e merci. E‘ stato un atto di “buona fede”, il loro; frutto di una speranza: che le lezioni del passato fossero sempre valide e attuali. Il capitalismo, mutatis mutandis, avrebbe continuato a generare quel sovrappiù di ricchezza cui attingere per le politiche sociali. Si pensava, insomma, che il pozzo non si sarebbe prosciugato mai.   Nessuno si è accorto che, cammin facendo, molte cose sono cambiate: il capitalismo è diventato voracemente apolide. Sono così riemersi quegli istinti ferini che Marx aveva così ben compreso: il capitalismo non ha né religione, né patria. Ecco perché è stato così facile l’approdo alla finanza speculativa, attività che non ha alcun rapporto profondo (bensì solo opportunistico) con il territorio. Ovvio che il capitalismo industriale, manifatturiero, aveva tutto l’interesse a sostenere politiche keynesiane, in ogni singolo paese: gli operai salariati della Fiat erano anche acquirenti delle cinquecento e delle mitiche 127. Oggi gran parte dei capitalisti produce da una parte e vende da un’altra. Oppure crea prodotti finanziari; non conta più la merce tradizionale, quella che si tocca con mano. E’ la follia della ricchezza di carta. Le figure come Adriano Olivetti, straordinaria incarnazione dell’imprenditoria progressista, sono ormai una rarità. Il patto con i partiti socialdemocratici nazionali non ha più senso per gli avventurieri della finanza globale, anzi è una gabbia. Sono saltate tutte le barriere.  E la politica è rimasta ferma alle mappe politiche del secolo scorso. Ragion per cui la sinistra ansima e arranca. Nessuno è in grado di costituire una alleanza progressista contro le ingiustizie e i crimini del mercato (sregolato) globale. Quale soggetto politico utopistico universale può imporre regole uguali per tutti?

Senonché la sinistra europea negli ultimi vent’anni ha navigato a vista, incrociando le dita. Altro che programmazione economica o piani quinquennali! Si è vissuto alla giornata, fra una elezione e un’altra. Anche solo a citare il Lombardi delle riforme strutturali, di sistema, si veniva tacciati di vetero-marxismo (il che, in effetti, è vero: ma almeno, lui, alle riforme vere e profonde ci pensava). Veleggiare così è pericoloso. Finché la finanza va a gonfie vele, nessun problema. Appena si scatena la burrasca, ecco che la sinistra viene trascinata sul banco degli imputati. I capi di accusa sono due: a) aver sostenuto questo modello di sviluppo gestito da avventurieri; e b) non saper più padroneggiare gli strumenti che mitigano la recessione e la disoccupazione, conseguenze ineluttabili del capitalismo finanziario-speculativo. Eh, già, perché la sinistra liberal – per compiacere i mercati, “the big corporations”, le banche d’affari, gli investitori – stenta a ricorrere in maniera massiccia all’investimento pubblico come leva per creare lavoro e occupazione. Guai ad ascoltare la sirena dei capitalisti vecchia maniera, quelli che non sanno come gira il mondo oggi, perché si illudono di produrre solo merci tradizionali da piazzare sui mercati del loro Paese. Quel che conta è tranquillizzare gli investitori globali, quindi puntare solo sulla stabilità monetaria e dei tassi di cambio, se poi non c’è piena occupazione questo è un problema secondario. Che i governi mettano i loro bilanci in ordine, questo il nuovo dogma. Che problema c’è se circolano pochi soldi, dopo una abbuffata pantagruelica? In ogni caso, i governi democratici, che sono responsabili, inietteranno nelle banche quel tanto di liquidità che basta. E tutto tornerà come prima, fino alla prossima crisi. Così siamo entrati nel circolo vizioso: recessione, politiche di austerity, crisi che si avvita su se stessa, disoccupazione, nuove povertà.

Sappiamo tutti che, nel lungo periodo, la globalizzazione – che Gramsci, intelligentemente, chiamava l’unità-mondo – porterà benefici a tutti. A una condizione: che sia governata e indirizzata. Nel breve periodo è fonte di sofferenze. E’ una mondializzazione selvaggia in nome del profitto fine a se stesso. Il mercato unico, il nuovo totem, ha travolto tutto, ha imposto cambiamenti troppo veloci anche di tipo culturale a una umanità abituata a mutazioni secolari. La classe media, nei paesi occidentali, si è assottigliata. E ora è impaurita: per la prima volta, dal 1945, i figli staranno peggio dei genitori. L’immigrazione di massa dai paesi ancora sottosviluppati o aggrediti da guerre minaccia le identità dei paesi “ricchi” che li accolgono. E la sinistra, di fronte a tutto questo, appare impotente, o addirittura collusa con i “padroni delle ferriere”. E’ la destra populista quella che, nell’immaginario, protegge dal caos: promette muri e barriere e dazi doganali e quant’altro. Proposte semplicistiche, antistoriche quanto si vuole, ma convincenti. Un film già visto: in Europa, negli anni Trenta, perdevano le sinistre e vincevano i totalitarismi nazionalistici, all’insegna del protezionismo, che è un illusorio rinchiudersi nel proprio guscio. Le sinistre, però, furono battute solo quando erano frammentate e litigiose: in Spagna, in Italia, in Germania. Oggi che non c’è più la grande divisione ideologica tra rivoluzionari e riformisti, si può trovare l’unità. Ma bisogna puntare sui candidati giusti, e individuare il messaggio più forte e convincente. Avevamo una cultura politica solida – il socialismo democratico, il liberalismo laico e il cristianesimo sociale – che ci permetteva di fare l’una cosa e l’altra. Riscopriamola allora, questa benedetta cultura politica, anziché farci abbindolare dal “nuovismo” e dai partiti di plastica, proprietà personale di questo o quel padre-padrone. Una sinistra moderna, che non rinneghi le sue radici storiche, deve rifarsi soprattutto al socialismo liberale/libertario. A quel punto, ai suoi leader verrà spontaneo parlare di giustizia e libertà, di equità e responsabilità, di diritti e doveri. Non è un sogno impossibile. Basta tirar fuori la volontà politica (e gli artigli) per rimettere in gioco i nostri valori.

Edoardo Crisafulli

La lezione americana, a caldo

La sinistra – non solo negli Stati Uniti, dappertutto – ha smarrito l’ispirazione, la carica ideale, il desiderio di cambiare le cose. E quindi non detta l’agenda: si fa trascinare dalle correnti impetuose di una globalizzazione selvaggia. I suoi leader, impigriti e imbolsiti, dormono sugli allori, si aggrappano a vecchi schemi come fossero robuste corde da ormeggio – ma quegli schemi sono fuscelli nel vento. Questa sinistra conservatrice non fa sognare, non sa più cosa sia l’orgoglio della sfida, il coraggio di osare. Una metamorfosi l’ha trasformata in una rotella ben oleata dell’establishment. E gli elettori lo hanno capito.
Se non vogliamo scomparire dalla scena politica, dobbiamo riflettere su una delle più brucianti sconfitte politiche che si ricordino. E dobbiamo farlo ben prima delle prossime elezioni in Italia e in Europa. Sarebbe stato infinitamente più saggio e giusto radunarsi, compatti, sotto le insegne del socialista (all’acqua di rose!) Bernie Sanders. E invece il partito democratico ha puntato tutto sul candidato che più centrista non si può. Scelta scontata, coazione a ripetere una prassi consueta, consolidata. È, questa, la logica dei sistemi bipolari: vince il candidato più moderato. Ma in politica non ci sono leggi ferree ed eterne. In tempi di crisi, quando i demagoghi cavalcano l’onda spumeggiante del populismo, il candidato estremista – che è anche un abile semplificatore – è quello in pole position. L’estremista sa mobilitare le folle, ha molte più chance rispetto a chi spacca un capello in quattro e ricerca compromessi spasmodicamente. La sinistra americana non l’ha capito, e ha subito una sconfitta epocale. La sinistra europea si ostina a non volerlo capire, e se continua così è destinata a precipitare nel baratro.
In situazioni normali, “da manuale”, il leader centrista è un avversario pericoloso sia per il fronte conservatore che per quello progressista: non appare così distante dall’avversario, e quindi può pescare tranquillamente nel suo bacino. Ma nessun manuale di scienza politica prevede tutte le eccezioni. Hillary, la professionista della politica, ha pensato che Trump fosse un’anatra zoppa, un bersaglio facile per le sue frecciate al curaro. Aveva di fronte a sé un populista con idee bizzarre, oltranziste, in buona parte irrealizzabili. Insomma: il miglior avversario per un personaggio “navigato” e ben appoggiato/finanziato dalle lobby influenti quale lei era. Nulla di più sbagliato. Hillary, alla fin della fiera, ha perso anzitutto fra la sua gente: era troppo di… destra. Né ha compensato tale difetto guadagnando nuovi sostenitori tra i repubblicani duri e puri: per questi era troppo…. di sinistra! (quella sbagliata, per giunta: la sinistra liberal che stappa le bottiglie di champagne a Wall Street). In un momento difficile, in cui mercati impazziti hanno prodotto sconquassi e terremoti ovunque, solo un leader con un’identità politica forte, ben delineata, avrebbe sparigliato le carte. Solo Bernie avrebbe potuto farcela. Bernie, il settantenne adorato dai giovani che sognano una società più giusta. Bernie, il leader visionario che aveva riacceso le speranze nel cambiamento. Come poteva Hillary scaldare i cuori? Lei rappresenta la sinistra “elitista”, legata mani e piedi all’establishment; la sinistra politically correct, insopportabilmente bigotta a modo suo. È da folli — o da arroganti – concentrare le proprie energie sul voto femminile e su quello delle minoranze etniche confidando di aver nel taschino i lavoratori tradizionali, i white collar (classe media) e i blue collar (gli operai), da sempre più democratici che repubblicani. Si pensava, superficialmente, di ripetere il successo del primo Presidente nero: ecco la prima Presidentessa donna! Evviva l’America delle opportunità e dei diritti civili. Sarebbe stato bello, certo. C’è un dettaglio però: la politica non è l’equivalente della televendita di orologi e gioielli scintillanti.
Nessuno ha ascoltato un campanello d’allarme. La popolarissima (e progressista) attrice Susan Sarandon aveva gelato i democratici quando in diretta televisiva, prima delle elezioni, diceva ‘io non voto con la mia vagina’. Chi, a sinistra, avrebbe osato dire qualcosa di critico, controcorrente a sostegno della Sarandon? Si sa, la sinistra liberal – che, a conti fatti, si scopre essere molto illiberal – in nome del monopolio della verità, tappa la bocca e fustiga sia gli avversari che gli oppositori interni: a ciascuno la sua razione di bacchettate e rimproveri. Ecco la prima lezione americana: la massa non vota solo un personaggio-simbolo, che incarna valori astratti. Vota soprattutto una persona affidabile sulla base di programmi, progetti, proposte. L’elettore è stufo di votare “contro” qualcuno; vuole fare il tifo per il suo leader ideale. Desidera identificarsi in una figura carismatica. Pensavano, i leader del partito democratico, che bastasse agitare lo spauracchio dell’avversario pericoloso, il folle che avrebbe provocato disastri nazionali e internazionali! L’impresentabile misogino, il molestatore di fanciulle, il razzista mascherato. Ho rivisto il film della sinistra (quella postcomunista) italiana ai tempi di Berlusconi: anziché batterlo sui programmi, sulle idee, lo hanno demonizzato. E così gli hanno regalato una vittoria dietro l’altra. I commentatori legati alla sinistra d’élite hanno fatto di peggio: non si sono limitati a ridicolizzare e stigmatizzare Trump. Hanno anche vomitato il loro disprezzo sugli elettori “ignoranti” dell’America profonda. La più parte degli elettori di Trump non è laureata a Harvard, questo è assodato. Ma il loro voto vale come quello degli altri. E poi chi l’ha detto che un operaio di Detroit è politicamente meno intelligente di un giornalista del New York Times? L’esito di queste elezioni sembrerebbe indicare proprio il contrario. L’operaio di Detroit una cosa almeno l’ha capita: in tempi burrascosi la politica ha bisogno come dell’ossigeno di leader forti, vigorosi. Trump il decisionista, il leader dalle idee chiare, è rassicurante. Morale: finiamola una buona volta di etichettare quelli che votano a destra come razzisti, omofobi, sessisti, codini, reazionari, barbari, violenti, cattivi, deficienti e chi più ne ha, più ne metta.
Vengo ora alla seconda lezione americana: ma lo vogliamo capire una buona volta che in tempi di crisi e di rivolgimenti, la logica del candidato-male-minore non paga, anzi allontana dal seggio elettorale? Nelle tempeste politiche, quando tutti i partiti sono sballottati da venti contrari, la via maestra è una sola: individuare un leader autorevole e schietto, con un chiaro orientamento e identità di sinistra. Non un estremista, ma inequivocabilmente un candidato socialista. Una figura che parli di welfare/stato sociale, di occupazione, di diritti, di dignità del lavoro. Bisogna imprimersi bene una cosa in mente: prima di tutto c’è il lavoro. Tutte le sinistre, in ogni tempo e luogo, sono sbocciate come organizzazioni di lavoratori, sindacati, partiti del lavoro. Anche noi dovremmo dire pane al pane e vino al vino; facciamolo partendo dal DNA della nostra cultura politica. Hillary si è concentrata sul linguaggio e sulla visione politically correct, in cui la forma è altrettanto importante del contenuto, diviene anzi sostanza. Ma questa è spesso fuffa, chiacchera da salotto: l’aver bandito l’uso dell’infamante epiteto “negro” non ha impedito ad alcuni poliziotti di freddare a colpi di pistola certi “afro-americani” dall’apparenza ostile, che di fatto erano innocenti o innocui. Così mentre Hillary si sgolava contro il razzismo e il sessismo, fenomeni perversi che non si sradicano a parole, con i buoni sentimenti, Trump parlava della piaga della disoccupazione, delle paure che attanagliano una classe media sull’orlo della proletarizzazione. Prometteva, il tycoon, una protezione sociale/nazionale contro le iniquità della globalizzazione. È lui che ha colpito l’immaginazione della gente comune. Il pregiudizio sessista, il linguaggio da suburra, lo so, sono cose odiose. La destra populista però è stata geniale: si è appropriata, furbescamente, di temi – la difesa dell’industria nazionale, dei pensionati, degli esodati, dei disoccupati ecc. – che hanno sempre innervato la cultura della sinistra tradizionale, vecchio stampo.
Era proprio necessario prendersi una bella batosta elettorale per comprendere queste cose elementari? Certo, il mondo di oggi è maledettamente complicato: siamo già con un piede nel futuro, ma navighiamo in mezzo ai residui del passato. I mitici think-tank americani hanno semplificato: sembravano botteghini delle scommesse, in cui però – qui sta la contraddizione – l’esito della gara era scontato. Gran parte dei commentatori la pensava allo stesso modo: puntiamo su un cavallo sicuro, su Hillary! Con Trump il partito repubblicano crollerà miseramente. E con Bernie il Partito democratico perderà di sicuro. Che idiozia e superficialità! Le analisi dei commentatori-scommettitori erano avulse dal momento storico in cui viviamo, questi saccenti avrebbero potuto parlare con la stessa sicumera dei marziani.
La terza lezione americana. Oggi le leadership tradizionali sono viste come l’alter ego delle tecnocrazie, corresponsabili le une e le altre della recessione e dell’immigrazione incontrollata di massa. In questo contesto, l’esperienza politica di lungo corso è un segno tangibile che si hanno le mani (e la coscienza) sporche. Il popolo ora preferisce l’outsider, emblema dell’innocenza, il leader che non è compromesso con un sistema marcio. Ragion di più, l’ennesima, per candidare l’outsider ideale della sinistra, Bernie. Intendiamoci: il leader-outsider non deve essere un ignorante, un uomo d’affari o qualcuno che viene dalla luna. Bernie si occupa di politica da una vita. Ma lui non ha venduto l’anima ai poteri forti. Possiamo dargli davvero torto, a questo popolo di “ignoranti”, quando “color che sanno”, i politici sapienti, i dotti, ci hanno venduto il paradiso terrestre del commercio globale, senza barriere e, in Europa, ci hanno propinato la favola della nuova moneta unica, l’euro, senza prevedere le inevitabili ‘lacrime e sangue’ che ne sarebbero scaturite? La sinistra liberal si è limitata a difendere e gestire l’esistente in nome di un miraggio futuro. E intanto i più deboli soffrono, la classe media si assottiglia e i ricchi s’arricchiscono sempre di più.
Bernie fin dall’inizio è incappato in un radicale e ingiustificato pessimismo: nessuno può scuotere le coscienze, non si può cambiar nulla. “Figuriamoci se gli americani voterebbero in massa un candidato che ha l’ardire di dirsi socialista!”. Ecco il mantra ripetuto troppe volte. Così tante, infatti, che ci abbiamo creduto anche noi in Europa. Una sinistra che (s)ragiona così si scava la fossa da sola. “Rinnovarsi o perire”, ammoniva Pietro Nenni. Dimentica un fatto storico importante, questa genia di commentatori pessimisti. Gli USA furono uno straordinario laboratorio politico in un periodo ben più turbolento di quello attuale, ovvero negli anni Trenta del secolo scorso: la piattaforma di Roosevelt era genialmente rivoluzionaria, per l’epoca. La società americana di oggi si trova in condizioni sociali vagamente simili. E Sanders non si è certo collocato più a sinistra di Roosevelt. Allora perché questa sfiducia, questo pessimismo cosmico nell’unico candidato che aveva le carte in regola per vincere? Perché quando sei parte del sistema non puoi correre rischi: hai troppo da perdere. Perché l’importante è vincere, sempre e a qualunque costo. Perché in questa società schizzata non si può cadere in basso, fra i perdenti – giammai! Questa logica ha disgustato i nostri elettori. Non vogliamo capire che si apprende molto più da una sconfitta che da una vittoria. Pier Paolo Pasolini ha scritto uno dei suoi pezzi più belli e intensi sul valore liberatorio della sconfitta. Leggetelo, cari leader della sinistra, e meditate. Dalla sconfitta scaturisce tanta “umanità”, unita al senso di “una comunanza di destino”. Guai se facciamo nostra, noi riformisti, “l’antropologia del vincente, dello sgomitatore sociale”.
Mi dite che del senno di poi sono piene le fosse? No, cari amici del partito democratico, su queste elezioni presidenziali avete sbagliato di grosso. Nonostante le rutilanti rivoluzioni tecnologiche e digitali, ci sono costanti nella storia di una nazione. I lavoratori non sono sempre e necessariamente progressisti. O, per dir meglio, non lo sono nel nobile senso auspicato dai radical-chic che vivono nei quartieri bene, residenziali. Prima, durante e dopo la guerra civile americana, gran parte dei democratici – leader e militanti – erano dichiaratamente razzisti. Temevano la competizione rappresentata dai lavoratori neri emancipati, liberi di trasferirsi nelle zone industriali del Nord – la schiavitù li incatenava alla terra (si legga l’illuminante Leslie Harris, In The Shadows of Slavery). Morale politica: i lavoratori white e blue collar sono persone in carne e ossa, hanno i loro bisogni e le loro paure. Molti di loro sono white Caucasian, come li definiscono negli USA, sono cioè di origine europea. Non è una colpa, come pensa un parte della sinistra liberal, è un fatto. Anche i “bianchi” vogliono, chiedono, pretendono una rete di protezione. Trump gliel’ha promessa, Hillary no. Per protezione, negli USA, non si intende solo la sanità, i sussidi di disoccupazione e i servizi pubblici. S’intende anche e soprattutto il lavoro. La prima forma di dignità è poter lavorare, poter guadagnare abbastanza per provvedere a se stessi e alla propria famiglia.
Quarta lezione americana. Condenserei così gli insegnamenti che ci provengono da oltre Oceano: la sinistra del nuovo millennio non può che essere liberal-socialista. La Hillary era solo liberal e ha perso. Il grande dilemma di tutte le sinistre è come saldare, nella stessa lotta, i diritti civili e i diritti economico-sociali. Il tema delle libertà, il rispetto per le minoranze, ecc. deve andare di pari passo con la richiesta di equità e giustizia sociale. Quante decine di milioni di lavoratori tenuti ai margini della società americana non votano perché convinti che il loro voto, la loro opinione non contino nulla? C’è chi ipotizza realisticamente che vi siano almeno 30 milioni di americani potenzialmente democratici, progressisti, di sinistra, i quali non votano quasi mai. In queste presidenziali, hanno votato poco più di 120 milioni su 150 circa di cittadini registrati come elettori (gli aventi diritto sarebbero oltre 200 milioni su una popolazione che supera i 300). Obama, ricordiamolo, aveva ottenuto la rielezione con soli 5 milioni di voti di scarto rispetto a Romney. Corriamo il rischio di fare la stessa fine in Europa: se continuiamo così, se guardiamo dall’alto in basso la gente comune, il “popolo minuto”, piano piano anche da noi si presenterà alle urne poco più del 50% degli elettori.
Ricordiamoci infine che senza cultura politica, stravince il populismo. Basta con le sedute d’odio verso le destre. Guidiamoli noi, i dibattiti. Coinvolgiamoli noi i cittadini nelle discussioni. È uno scandalo che la polemica contro le grandi banche e i comitati d’affari degli speculatori sia il pane quotidiano della propaganda della destra! E facciamola finita con le sinistre che si vergognano delle loro tradizioni, che recidono le loro radici storiche per rendersi presentabili all’establishment. Anche le sinistre liberal europee sono tentate dalla magia della tabula rasa: il nuovo luccica, seduce, ammalia. È l’ideologia del nuovismo, che fa presa al giorno d’oggi: ci si illude che rinnegando la propria storia si vincerà più facilmente. Ma una vittoria ottenuta così è effimera, ti obbliga a inventare partiti e sigle nuove ad ogni elezione. L’identità politica secolare, spinta a forza sott’acqua, tornerà a galla. Vent’anni fa la sinistra italiana ha voluto dimenticare la parola più bella del nostro lessico politico: socialismo. E’ ora di riscoprirla, di accudirla, di ripeterla. Con orgoglio.
Aveva ragione Pasolini: non dobbiamo essere schiavi dell’ossessione di vincere sempre e comunque. Se avremo coltivato bene il terreno, prima o poi, verrà il nostro turno. E se dobbiamo perdere, lottiamo almeno con dignità: sventoliamo orgogliosamente la nostra bandiera, non svendiamo i nostri ideali per un piatto di lenticchie: il miraggio di una futura, incerta vittoria, sotto lo sguardo compiaciuto dei grandi speculatori finanziari.

Edoardo Crisafulli

Perché Papa Francesco
ha ragione (sulle cose essenziali)

Dire che tutte le religioni predicano la pace è a dir poco azzardato. L’affermazione però calma le teste calde ed ha quindi una sua utilità politica. Sul piano scientifico ci sarebbe molto da eccepire.  Chiunque abbia una qualche familiarità con i testi canonici dell’ebraismo, del cristianesimo e dell’islam, sa che vi troverà appigli a sufficienza per scatenare una campagna di “pulizia etnica” contro gli infedeli o gli eretici di turno. La verità è che l’ascia di guerra l’hanno sotterrata solo le religiose secolarizzate, quelle che hanno rinunciato all’utopia della città sacra e alla violenza sopraffattrice.

Si può dissentire su alcune cose che Papa Francesco dice sull’islam. Ma qui, più che le dispute accademiche, ci preme la politica – quella “buona, giusta, pulita”.  E su due punti essenzialmente politici Papa Francesco ha ragione: (1) la lotta al fondamentalismo islamico non va trasformata in una guerra all’islam in quanto tale – ciò sarebbe sbagliato e autolesionistico. (2) La Chiesa cattolica deve continuare a battere il sentiero del dialogo interreligioso, interloquendo con chi ci sta: e cioè con i cosiddetti musulmani moderati.

Questo pontefice, che piace tanto alla sinistra e da’ invece l’orticaria alla destra xenofoba e ai cattolici reazionari, non si è inventato nulla: la sua azione pastorale è in linea con lo spirito e la dottrina del Concilio Vaticano II. Coloro – e non sono pochi – che vorrebbero un papa con gli occhi torvi e la bava alla bocca, un papa che brandisce la croce in una mano e la spada nell’altra, un crociato redivivo insomma, o sono ignoranti o fanno i furbi. La Chiesa cattolica non può più scatenare né crociate né caccie alle streghe Per farlo, dovrebbe sconfessare quella che è forse la più straordinaria dichiarazione della cattolicità moderna, quel frutto maturo e dolcissimo del Concilio che si chiama Nostra Aetate (1965). Lì si ribadisce che il Cristo “è via, verità e vita”. E tuttavia – qui sta il nucleo rivoluzionario – “la Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo” nell’ebraismo, nell’islam, nell’induismo e nel buddismo. Benché tali religioni differiscano dal cristianesimo, esse “non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini.” Questo è un relativismo all’acqua di rose, per così dire: non inficia la verità del cristianesimo. Eppure è un gesto di rottura epocale: annunzia la fine di quel fideismo totalizzante che ha permeato la nostra tradizione religiosa per oltre un millennio. Senza la Nostra Aetate – firmata da Paolo VI ma ispirata da Giovanni XXIII, il primo papa laico dell’evo moderno, – il dialogo interreligioso sarebbe inconcepibile, un’eresia inammissibile. Come puoi tendere la mano a un ebreo, a un musulmano, a un buddista, a un induista, se pensi che solo tu, cristiano, possiedi la verità, e che quindi solo tu, cristiano, salverai la tua anima, ricongiungendoti alla tua morte all’unico Dio, che è il tuo? Come puoi esserci pace in terra, se sei convinto della tua superiorità, e rivendichi il sacrosanto diritto/dovere di imporre il tuo credo ai recalcitranti, ai dissenzienti e agli infedeli?

Non lo si ripeterà mai abbastanza: è saggio e giusto riconoscere nella fede altrui una scintilla di verità. Questa posizione teologica, peraltro, è in piena sintonia con la civiltà liberale. E’ germogliata grazie alla semina dei laici, degli illuministi, a cui dobbiamo due importantissime idee politico-filosofiche: la verità nasce dal conflitto pacifico fra opinioni contrastanti; le nazioni libere e civili incoraggiano la coesistenza di fedi diverse. Il dialogo interreligioso è la via maestra da imboccare e percorrere fino in fondo. Che quella via sia irta di buche, ostacoli e trappole è ovvio: ognuno, in cuor suo, è convinto di adorare il dio vero. Non illudiamoci, dunque: i fedeli di religioni diverse tendono a essere in competizione fra loro. Anche il credente più aperto mentalmente deve compiere uno sforzo enorme per aprirsi all’altro, al diverso da sé. E spesso fallisce: anche se tu tendi la mano c’è dall’altra parte chi si rifiuta di stringertela. Il conflitto più duro avviene nelle coscienze, quando ci si confronta col dettato – severo, categorico – dei testi sacri. Ma c’è una battaglia più lacerante, è quella pubblica che si manifesta in comunità divise e confuse dall’offensiva fondamentalista. E’ qui che dobbiamo intervenire. C’è una lotta di egemonie fra chi è favorevole al dialogo, a un multiculturalismo ragionevole, e chi agogna lo scontro aperto, rifiutando ogni forma di diversità. I fondamentalisti islamici hanno alleati in Occidente: sono i reazionari disgustati dal Concilio Vaticano II. Per questa genia anche una goccia di relativismo è veleno iniettato nel corpo della Chiesa. Sanno che nervi scoperti toccare, questi duri e puri che bollano come traditori di Cristo e dell’intera civiltà occidentale chiunque non abbia il fucile puntato contro l’islam.  La loro parola d’ordine è brutalmente semplice: in nome del concetto di responsabilità collettiva, rendiamo ai musulmani pan per focaccia. Nessun dialogo, nessuna apertura, nessuna stretta di mano: sono tutti potenziali terroristi.

Fra i sostenitori di questa teoria vendicativa di esemplare raffinatezza, spicca l’incorruttibile Magdi Cristiano Allam, convertitosi qualche anno fa al cattolicesimo (la cerimonia fu officiata in pompa magna da Benedetto XVI). Non c’è rimasto molto, in seno a Santa Romana Chiesa. Dopo pochi anni l’ha abbandonata con lo stesso strepitio emesso quando vi è entrato a gamba tesa. Non mi pronuncio sulla sincerità delle conversioni: la fede appartiene alla sfera la più intima dell’animo umano. Nessuno ha il diritto di scandagliare l’altrui coscienza, per pescare nel torbido. Certo è che Magdi Allam sulla sua conversione pubblica ha costruito una fortunata carriera giornalistica e politica. E’ altrettanto certo che la sua fede aveva i piedi di argilla:  è bastato che un papa mite ed ecumenico, Papa Francesco, varcasse il soglio pontificio, perché  lui, il neoconvertito, scalpitasse per andarsene altrove, a respirare aria più pura e rinvigorente. In una lettera pubblicata sul Giornale il 25 marzo 2013 (“Perché me ne vado da questa Chiesa debole con l’islam”), il baldanzoso ex guerriero di Cristo  spiega le sue ragioni. Allam era stato folgorato da Benedetto XVI, alias Ratzinger. Questo Papa, ai suoi occhi, aveva le credenziali giuste: conservatore di prim’ordine ed ex Sant’ Uffizio, esordì denunciando la “dittatura del relativismo” in Occidente, cioè il demoniaco politeismo dei valori della civiltà moderna. Ma Ratzinger non si è fatto paladino di una restaurazione autoritaria che rinverdisse i fasti della Santa Inquisizione. Di qui la cocente delusione. Ora Allam capisce che la Chiesa cattolica “è fisiologicamente relativista”. Prova di ciò sta nel fatto che legittima l’islam “come vera religione”, mentre questa sarebbe in realtà null’altro che “un’ideologia intrinsecamente violenta”. La Chiesa, assurdamente, riconosce a Maometto lo status di “vero profeta” e considera il Corano “un testo sacro”. E invece dovrebbe metterlo “al bando”, il testo che racchiude la rivelazione islamica, condannando al tempo stesso la sharia “quale crimine contro l’umanità’”. Allam è furibondo. L’apertura all’islam – “una follia suicida” – indusse il mitico Giovanni Paolo II a baciare il Corano il 14 maggio 1999,  e il suo beniamino Benedetto XVI a porre la mano su quel testo sacro, “pregando in direzione della Mecca all’interno della Moschea Blu di Istanbul il 30 novembre 2006”. Chi l’ha fatta più grossa è Papa Francesco, il più molle e relativista. L’attuale pontefice ha addirittura esaltato coloro che dovremmo considerare nostri nemici, i musulmani “che adorano il Dio unico, vivente e misericordioso”.

Parole insensate in libertà: né Woytila, né Ratzinger, né Bergoglio hanno mostrato arrendevolezza verso l’islam. Sono, semplicemente, i figli coerenti della Chiesa post-conciliare, che ha abbandonato la folle pretesa di abbracciare, da sola, l’universo mondo delle verità morali e di fede. I conservatori Woytila e Ratzinger hanno tentato di smussare gli spigoli della rivoluzione modernista. Più di così non potevano fare. Non avrebbero potuto neppure depotenziarla, quella rivoluzione. Una volta affermato il principio che c’è un pulviscolo di verità nell’islam, o  rinneghi quanto detto dai tuoi predecessori, creando una frattura nella cattolicità, oppure dovrai un giorno baciare il Corano ed entrare da fratello nella Moschea Blu di Istanbul. Da questo punto di vista, il senso del celebre discorso (12 settembre 2016) di Ratzinger a Regensburg (Ratisbona) –  “Fede, ragione e università” – è stato equivocato: la critica all’islam ivi contenuta, la si condivida o meno, non collide con lo spirito dialogante inaugurato dal Concilio Vaticano, spirito che viene infatti riaffermato quando si sottolinea la necessità “di un vero dialogo delle culture e delle religioni”. Un linguaggio, questo, che è difficile categorizzare come intollerante. Dialogo significa confronto, dissenso rispettoso ma franco, non rinuncia alle proprie opinioni.

 Allo stesso modo, le parole concilianti di Papa Francesco sono prese proprio dall’innovativa dichiarazione Nostra Aetate: “la Chiesa guarda con stima i musulmani che adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini.” Il testo, che tutti i cattolici dovrebbero conoscere, continua così:  i musulmani “cercano di sottomettersi con tutto il cuore ai decreti di Dio anche nascosti, come vi si è sottomesso anche Abramo, a cui la fede islamica volentieri si riferisce. Benché essi non riconoscano Gesù come Dio, lo venerano tuttavia come profeta; onorano la sua madre vergine, Maria, e talvolta pure la invocano con devozione.”

Non tragga in inganno il linguaggio laico dei diritti umani che trapela dalla lettera di Allam (“pari dignità fra uomo e donna, libertà religiosa”). E’ tutta una messinscena per accalappiare qualche illuminista, o presunto tale, e trascinarlo sul piede di guerra. Non c’è nulla di più distante dall’illuminismo che fomentare una guerra santa, di religione. Non c’è nulla di più alieno a Voltaire del rifiuto categorico del relativismo che avrebbe infettato la Chiesa cattolica.

Quella lettera è il manifesto di chi desidera lo scontro di civiltà. Il sogno di Allam – un incubo per noi laici – è resuscitare la religione guerriera dei nostri Avi. Una religione ruvida e arcaica che sapeva come parare i colpi dell’avversario, e ancor meglio come restituirli con violenza moltiplicata. Un sogno impossibile, come ho già osservato, ma che ha il vantaggio di far guadagnar a chi lo evoca una folla di seguaci. Basta pescare negli ambienti in cui pullulano gli intolleranti, gli esaltati e i biliosi pronti a menar le mani. Folle illusione quella di chi vuol mettere indietro le lancette dell’orologio e tornare come se nulla fosse al Sillabo di Pio IX (1864). Di solito associamo questo documento alla condanna del liberalismo e dello Stato secolare. Esso formula anche un rifiuto esplicito del dialogo interreligioso, che si basa sulla perversa idea liberal-modernista per cui tutte le religioni si equivalgono. Giacché una sola è quella giusta, e garantisce la salvezza dell’anima: la fede cristiana. Coerentemente con tale assunto, il Sillabo condanna chiunque neghi il dogma “extra ecclesiam nulla salus”. Un dogma, questo, ribadito con forza dal Catechismo di Pio X (1905): “no, fuori della Chiesa Cattolica, Apostolica, Romana nessuno può salvarsi, come niuno poté  salvarsi dal diluvio fuori dell’Arca di Noè”.

Leggendo queste parole si capisce la forza dirompente del Concilio Vaticano II, evento cardine del cattolicesimo (non del cristianesimo tout court: il seme libertario lo aveva già piantato la Riforma protestante). Giovanni XXIII ha spinto la Chiesa catolica a riconciliarsi con la civiltà moderna e ad abbracciare i principi della democrazia e del liberalismo che essa stessa aveva demonizzato fino a pochi decenni prima. Così il ‘papa buono’ ha disinnescato la bomba jihadista cristiana. Cari xenofobi e falsi laici, non siamo noi cristiani che dobbiamo scimmiottare le frange più estreme dell’islamismo politico; è piuttosto l’islam tradizionalista che deve seguire l’esempio civile e saggio del Concilio Vaticano II.

I seminatori di zizzania e i fomentatori di odio religioso non hanno speranze. La violenza fanatica che, per stupido e insensato contrappasso, vorrebbero scagliare in faccia all’islam, è figlia di un padre che si chiama verità assoluta.  Questo padre – non già il tal o tal altro versetto o passo evangelico – è la radice del male, la fonte di tanta violenza disumana nel corso della storia. La presunzione di possedere l’unica, incontrovertibile verità giustifica la missione di imporla ai recalcitranti manu militari. Di qui i numerosi massacri compiuti in nome della religione dell’amore. E’ illuminante quello che scrive Amoz Oz nel romanzo Giuda: “il mondo è storto e bacato e pieno di sofferenze, ma chiunque venga a redimerlo provoca quasi subito fiumi di sangue.” E’ proprio l’amore ipertrofico “per il genere umano”, un tipo di amore condito di fanatismo e zelo missionario, ad avere “un sapore antico di fiumi di sangue”.

Senza il parricidio compiuto da Giovanni XXIII, Woytila non avrebbe potuto baciare il Corano, né apostrofare gli ebrei “nostri fratelli maggiori” (prima del Concilio, erano “perfidi giudei” per la cui conversione occorreva pregare). E lo stesso vale per i pontefici che l’hanno succeduto. Allam, rassegnati: tu e i tuoi compagni di cordata siete orfani di un padre che non tornerà più in vita. La jihad cristiana è stata uccisa dalla modernità illuministica, e le esequie le ha officiate nei lontani anni Sessanta del secolo scorso quella figura straordinaria di Pontefice che risponde al nome di Angelo Giuseppe Roncalli.

Edoardo Crisafulli

Brexit e voto reazionario

 

Come categorizzare in termini politologici il voto dei Brexiters? Le città cosmopolite, Londra in testa, e i giovani hanno votato in blocco il Remain. Il “contado” inglese, gli abitanti delle periferie, i vecchi, i nostalgici, hanno preferito la Brexit.  A prima vista sembrerebbe un voto reazionario. Che sull’esito referendario in Inghilterra abbiano pesato moltissimo il patriottismo insulare e la nostalgia per un passato glorioso (il miraggio del Commonwealth, il cui cuore pulsante è il Regno Unito…), lo dimostra il fatto che fra i lavoratori scozzesi e nordirlandesi, che sono meno sensibili alla retorica del Commonwealth, sia prevalso invece il Remain. Ma attenzione a non scivolare nel facile sillogismo “gli europeisti sono progressisti, gli scozzesi sono in maggioranza europeisti, dunque gli scozzesi sono progressisti.” Il quadro è ben più complesso. Gli scozzesi si sono espressi contro l’idea di resuscitare una piccola patria britannica al di fuori dell’UE. Ma non sono affatto contrari in blocco all’indipendenza della loro piccola patria. Nello Scottish Independence Referendum del 2014, il 44% votò per la secessione dalla Gran Bretagna. E la storia non finisce qui: lo Scottish National Party, sulla scia spumeggiante di quel referendum assurdo, miope ed egoistico, ha letteralmente spazzato via il Partito laburista dalla mappa politica scozzese. Com’è noto la Scozia era, insieme al Nord dell’Inghilterra, uno dei bastioni del movimento operaio britannico. Ipotesi di storia virtuale: se gli scozzesi avessero votato in massa il Labour di Miliband nelle elezioni politiche del 2015, forse Cameron avrebbe perso (conservatori: 330 deputati, Labour 232, Scottish National Party: 56  — nelle precedenti elezioni i nazionalisti scozzesi erano solo 6).

La campagna indipendentista partita da Edinburgo nel 2014 è stata come il folle disboscamento della foresta che prelude agli smottamenti e alle slavine. L’anno seguente gli animi erano surriscaldati dalla prospettiva autonomista, con tutto il suo strascico di recriminazioni. Farage, fortunato leader del risorto nazionalismo inglese, ha ricevuto in dono un argomento in più per rinsaldare i ranghi dei suoi seguaci. Così lo Scottish National Party ha piantato due chiodi nella bara della sinistra britannica: oltre a sottrarre il prezioso consenso scozzese al partito laburista, ha contribuito all’emorragia di tanti voti Labour a favore dello UKIP. E quindi, chissà, senza il nazionalismo scozzese – che è antistorico non meno di quello inglese – questo benedetto/maledetto referendum sul Brexit non si sarebbe mai svolto. Questa è una ipotesi, certo. Fatto sta che gli indipendentisti hanno spezzato l’unità della classe lavoratrice britannica, il che mi pare difficile da classificare come un fatto “progressivo”.

Va detto, per onestà, che la piattaforma politica dello Scottish National Party è più a sinistra del Labour post-blairiano. Ma la sinistra arretra, mica progredisce, se si divide in vari tronconi, uno per ogni comunità etnica o linguistica o geografica di cui si compone lo Stato nazionale. Sarebbe forse giusto se la “Padania” realizzasse una società socialista per conto suo, abbandonando il Centrosud al sottosviluppo e alla marginalità? Questa ricetta puzza di nazional-socialismo.

Queste riflessioni ci impongono di andarci cauti nell’etichettare come “reazionari” i lavoratori e i pensionati inglesi favorevoli alla fuoriuscita della Gran Bretagna dall’UE. In senso generico non è improprio ricorrere al concetto di reazione, ovvero: “ogni comportamento collettivo che, opponendosi a un determinato processo evolutivo in atto nella società, tenta di far regredire la società medesima a stadi che quella evoluzione aveva oltrepassato” (Giorgio Bianchi, “Reazione”, in Dizionario di politica, diretto da Bobbio Matteucci, Pasquino). Sappiamo bene però che, nel lessico politico della sinistra, dare del reazionario a qualcuno equivale a marchiarlo d’infamia: quel termine puzza di controrivoluzione, di sanfedismo, di fascismo strisciante. O, per dirla più elegantemente, “le spinte razionarie traggono origine, in primo luogo, dall’ostilità di quelle componenti sociali che dal progresso sono danneggiate nei loro privilegi.” (ibid) Ma quali gretti privilegi di un immaginario Ancien Régime difenderebbero i lavoratori e i pensionati inglesi?

Il vocabolo “reazionario” ha senso, in questa vicenda, solo in un’accezione neutra, meramente etimologica: “reazione a uno stato di cose sgradito e sgradevole”. Se l’Europa fosse una Disneyland, la terra del latte e miele, se avesse garantito sicurezza e benessere a quasi tutti i suoi cittadini, perché mai gli inglesi se ne sarebbero andati sbattendo la porta? Delle due l’una: o a 17 milioni di inglesi ha dato di volta il cervello, o qualcosa che non va in Europa c’è. L’economia inglese è tutt’altro che depressa, e quindi gran parte dei Brexiters stava alla finestra a osservare i problemi altrui. Sarà allora che quello che hanno visto non gli è piaciuto? Pensiamo agli sbarchi degli immigrati a Lampedusa. I Paesi nostri amici, all’inizio della crisi, hanno abbandonato l’Italia. Solo l’intervento di Renzi, con la sua proposta alla UE, il “Migration Compact”, ha impedito l’aggravarsi della situazione. Pensiamo anche alla Grecia, umiliata e offesa. Eppure sarebbe bastato poco per non farla sprofondare nella melma. E’ forse questa la solidarietà europea che gli europeisti strombazzano? Per non dire dell’atteggiamento di chiusura totale nei confronti dell’immigrazione da parte di alcuni Paesi dell’Est Europa, che pure sono esportatori di manodopera verso la Gran Bretagna e il resto dell’Europa.

Queste considerazioni sono brutalmente semplici. Bisogna aggiungere che i Brexiters qualche problema lo vivono anche a casa loro: l’immigrazione incontrollata. Nonostante ciò non categorizzerei la Brexit come il frutto avvelenato della xenofobia: l’Inghilterra, benché non sia immune dal razzismo, è uno dei Paesi più liberali e libertari del mondo. È la nuova questione sociale – la paura dell’incertezza e della precarietà – che ha tenuto banco. La Brexit è quindi più un voto regressivo che reazionario. Una battuta d’arresto sulla via del progresso, insomma. Non la spia del desiderio di tornare all’Impero che dominava gli oceani. Per giudicare politicamente l’atteggiamento mentale dei Brexiters, dobbiamo anzitutto comprenderli. Condannarli è troppo facile, e non ci porta da nessuna parte. Il mestiere dei politici – inclusi quelli di sinistra – consiste nel tener conto anche dei sentimenti meno nobili dell’elettorato.

E’ innegabile che la classe operaia, in certi momenti, rifiuti il cambiamento rinchiudendosi nel suo guscio. A metà Ottocento, una parte consistente del Partito democratico americano al Nord era contrario all’emancipazione dei neri perché la sua base sociale, costituita da operai, temeva la concorrenza con la manodopera che sarebbe accorsa dal Sud. Erano soprattutto i nuovi immigrati, gli irlandesi, a non volere un forte aumento della forza lavoro al Nord, fatto che avrebbe abbassato i salari. Parte della stampa democratica agitò lo spettro dell’invasione con toni apertamente razzistici. I repubblicani, guidati da Lincoln, invece erano vicini agli interessi degli industriali, che desideravano l’opposto: più manodopera a prezzi competitivi – la schiavitù intralciava lo sviluppo del capitalismo industriale. Quindi erano ben predisposti verso la causa antischiavista. E’ per questo che, in varie elezioni dopo la guerra Civile, molti neri votarono per loro. I repubblicani avevano ragione, nel senso che erano dalla parte giusta, quella progressiva, della storia. Tuttavia, nel dopoguerra, il partito repubblicano gettò la maschera e mostrò il suo volto classista. La ricostruzione materiale e “morale” della nazione seguì l’agenda politica dettata dai poteri forti industriali. I repubblicani, che di quei poteri erano emanazione, strinsero un’alleanza con il blocco sociale sudista più conservatore. Un blocco, questo sì reazionario, il cui scopo era scongiurare l’ipotesi di una riforma agraria che, distribuendo terre e fornendo crediti agevolati, avrebbe creato una ceto sociale di piccoli proprietari. Bisognava soffocare sul nascere il breve esperimento democratico postbellico durante il quale i bianchi poveri e i neri appena liberati parevano sul punto di coalizzarsi contro i residui dell’aristocrazia terriera. Morale della favola: i quattro milioni di afroamericani erano, sì, liberi, affrancati dalla schiavitù, ma ora avrebbero sperimentato una  nuova forma di sfruttamento, più moderna, più in linea con i tempi. (William F. Ward (George Novack), “Some Thoughts on The Emanciption Proclamation”, International Socialist Review, 1963) Il Sud fu così guarito da una pericolosa febbre democratica o, più precisamente, social-democratica. Il grande capitale aveva ottenuto ciò che voleva: l’apertura dei mercati e la libera circolazione di merci ed uomini, senza gli intralci rappresentati dai diritti dei lavoratori. Questa situazione poneva le basi per un’alleanza di classe tra gli ex schiavi, i poveri bianchi del Sud e gli operai sfruttati del Nord. Del resto, non erano mai venute meno le ragioni dell’unità dei lavoratori americani: non tutti gli operai “nordisti” condividevano l’atteggiamento razzistico che aveva contagiato la manovalanza spaesata, appena immigrata dall’Europa. Gli esponenti più illuminati della sinistra democratica tuonavano da sempre contro il “wage slavery”, la schiavitù dei salariati, condizione che, secondo loro, avrebbe dovuto spingere i lavoratori delle aree più progredite del Nord a solidarizzare con i più sfortunati raccoglitori di cotone nelle piantagioni.

È dunque vero che molti lavoratori americani scivolarono su posizioni regressive. Ma i loro ideali erano pur sempre la libertà da ogni servitù, fisica o economica, la democrazia, la dignità universale. Nel partito democratico la fiammella libertaria rimase accesa, ed è per questa ragione che, nel corso del Novecento, i suoi leader ricompattarono la classe lavoratrice, che il fronte conservatore voleva dividere su basi razziali. Il partito democratico, privo di un’anima socialista, non poteva risolvere alla radice la questione sociale. Ma divenendo il paladino dei diritti civili riuscì a riconquistare gradualmente il consenso dei neri.

Ci sono insegnamenti in questa vicenda. Marx aveva ragione nel dire che la classe lavoratrice è, per vocazione, progressista, tende all’unità in nome dell’emancipazione e dell’eguaglianza.  Il fatto che talora si arrocchi su posizioni conservatrici, non vuol dire che dobbiamo abbandonarla al suo destino, o sferzarla sprezzantemente. Gli operai disoccupati o precarizzati, i pensionati che temono di non poter più contare su un Servizio Sanitario Nazionale efficiente – la base sociale dell’antieuropeismo inglese – non sono equiparabili ai sanfedisti borbonici. Non pretendono privilegi bensì diritti, chiedono di non soffrire nel periodo di transizione verso il nuovo che avanza a tappe forzate. Se la classe operaia sbaglia perché non capisce cosa ci porterà in sorte il progresso, consiglio di seguire l’insegnamento di Nenni: meglio stare con la nostra gente sbagliando, che starle contro avendo ragione. Il che è l’opposto di ciò che hanno fatto le leadership europeiste di sinistra in questi ultimi anni. Di qui la catastrofe incombente. Il politico di sinistra non può permettersi il lusso di profetizzare e filosofeggiare come l’accademico nella torre d’avorio. Guai a ignorare le sofferenze della gente comune, in nome del progresso e della modernità incalzante. Il paradosso della situazione in Europa, oggi, è che le élite politiche – destra e sinistra storiche: c’è poca differenza – sono letteralmente progressiste: a favore di questa globalizzazione selvaggia, che tutto travolge, e apparentemente indifferenti ai costi pagati dai ceti più deboli. E la destra xenofoba, quella retrograda, che vuole riesumare le piccole patrie, è invece dalla parte del popolo minuto. O, quanto meno, sa ascoltarlo.

Edoardo Crisafulli

Brexit: democrazia e libertà

Siamo sommersi da un diluvio di commenti emotivi sulla Brexit, soprattutto sui social media. Prevale un sentimento misto di stupore e di delusione. Persino, in alcuni casi, di malcelata rabbia verso gli inglesi, accusati d’essere colonialisti per vocazione (si credono un popolo superiore…) Non tutti ragionano a mente fredda, non tutti si documentano. Anch’io sono rimasto basito, anzi: frastornato, da un esito referendario inatteso e inimmaginabile come una sberla appioppata dal vicino di casa. Ma prima di farci prendere da desideri di rivalsa, ripassiamo la storia. L’Europa deve la propria libertà alla resistenza eroica del popolo britannico nel 1940. Inglesi, scozzesi, gallesi e nordirlandesi fecero tutti la loro parte, nessuno si tirò indietro. Ma l’Inghilterra era, ed è, lo Stato più grande e più popoloso della Gran Bretagna. Senza la determinazione e la straordinaria leadership di Churchill, il quale era attorniato da una classe dirigente degna di tal nome e da cittadini coraggiosi, disposti a lottare fino in fondo per la libertà di tutti, l’Europa sarebbe rimasta nelle grinfie dei nazi-fascisti per chissà quanto tempo. Se gli inglesi (o i britannici) fossero colonialisti “nel sangue”, egoisti cui preme solo il proprio tornaconto, avrebbero salvato allora l’impero, perché questo era ciò che Hitler aveva offerto loro, in cambio di un armistizio: a noi l’Europa e la Russia, a voi i dominions e le colonie. E invece scelsero come sappiamo: così persero i loro possedimenti coloniali ma guadagnarono la nostra immensa gratitudine.

Queste le riflessioni sul Brexit di un riformista europeista che si confessa un po’ anglofilo.

a) Non è stato un errore ciclopico aver chiesto al popolo britannico di pronunciarsi sull’Unione Europea – al limite, si può pensare che il momento fosse inopportuno, ma questo è un altro discorso. Non è mai sbagliato coinvolgere i cittadini in scelte decisive per il futuro del proprio Paese. C’è chi punta il dito contro i politici inglesi: chiedendo il referendum avrebbero ammesso la loro incapacità di elaborare proposte e/o di gestire la situazione, si sarebbero spogliati delle loro responsabilità scaricando sulle spalle degli elettori una decisione che a questi non spettava. Del resto si sa che anche le leadership dei partiti storici rincorrono gli umori della gente, per opportunismo o viltà. Questo ragionamento è fuorviante. Ma vi sono questioni vitali, che riguardano la vita di un popolo, il suo destino, su cui i cittadini devono potersi esprimere: l’approvazione di serie modifiche costituzionali, la scelta della forma di governo, e infine, perché no, la decisione se far parte o meno di un’entità sovranazionale. Detto ciò, so benissimo che la democrazia diretta è un’utopia. Su tantissime questioni, soprattutto quelle più tecniche, che richiedono competenze specifiche, è giusto delegare ai professionisti della politica, inquadrati nei partiti (il referendum sulle trivelle è stato inutile).
Il recente referendum sulla Brexit, per quanto abbia ricadute e ramificazioni complesse e imprevedibili, non rientra fra queste questioni minuziose. La battuta sul primo referendum della storia, quello che avrebbe coinvolto gli ebrei nella scelta fra Gesù e Barabba, sarebbe divertente se non fosse un falso storico, riesumato in chiave anti-democratica: “e sarebbe questo il popolo?”. Ponzio Pilato non era un leader democratico, e la Palestina non era casina sua, né la folla radunatasi al suo cospetto era costituita da rappresentanti del popolo ebraico, legittimamente eletti. Era una accozzaglia inferocita di sconosciuti sobillati e prezzolati da chi, nell’establishment, voleva togliere di mezzo un sovversivo. I Brexiters – 17 milioni circa di liberi cittadini – hanno votato in maniera trasparente e civile. Hanno dimostrato di credere nella democrazia, il cui fondamento è unico ed universale: la sovranità appartiene, appunto, al popolo, che la esercita legalmente tramite il voto. E che altro strumento avrebbero avuto, quei 17 milioni di britannici, se non il voto, per poter contare, per fare sentire la loro voce? E’ molto più preoccupante, rispetto alla Brexit, lo scenario prediletto dagli apostoli del neoliberismo: il 20% (gli intelligenti, i benestanti) vanno a votare, gli altri si limitano a produrre, a consumare e a crepare. Capisco che i politologi amino classificare il voto – di cambiamento o di protesta? Reazionario o progressivo?. Prima di qualsiasi analisi sociologica sofisticata, bisogna dire che il voto è sacrosanto, ci piacciano o meno i risultati. Ricordo la posa boriosa di Dario Fo negli anni Novanta: gli italiani che votano Berlusconi? “Imbecil-gente”. Oggi, l’icona del Movimento cinque stelle viene ripagato con la stessa moneta. Nemesi dell’antipolitica.
“E se il popolo sbaglia?” Ma chi può dirlo, le élite costituite da “color che sanno”? Oppure l’avanguardia rivoluzionaria di leniniana memoria? Se il popolo è in errore, amen. In una democrazia, la libertà è anche libertà di sbagliare. Colgo in molti commenti un bel po’ di elitismo. Da un lato c’è il populismo che idealizza ed esalta un’idea astratta, alla Rousseau, di popolo: una massa indistinta di buoni, di puri, di oppressi o vessati dal potere, dagli apparati. Dall’altro lato c’è lo snobismo antipopolare, che non è meno ingannevole: il popolo è costituito da analfabeti, rozzi, stupidi. Meno male che ci siamo noi, quelli che hanno studiato, quelli che capiscono tutto. Un modo di pensare, questo, che ha sfondato anche a sinistra. Peccato che non la pensassero così i nostri Padri costituenti, quando, sulla questione più decisiva per la nostra vita politica – Repubblica o Monarchia – diedero la parola a un popolo che, allora, nel 1946, era costituito per lo più da semi-analfabeti. I quali seppero scegliere benissimo. Verrebbe da dire, poi, che i popoli europei si sono fidati anche troppo delle élite politiche, coadiuvate da coorti di “esperti”, le hanno seguite come nottambuli. Non avevamo forse tutti una smisurata fiducia nei nostri politici, nelle loro capacità di previsione, quando negoziavano l’entrata nell’Euro e i parametri e i vincoli e tutto il resto? Eppure sapevamo che era assurdo, andava contro ogni precedente storico, coniare una moneta unica prima che vi fosse un’unità politica, cioè uno Stato federale. Era come costruire una casa partendo dal soffitto anziché dalle fondamenta. Ora che il progetto europeo vacilla, non è forse normale e umano che qualcuno – in questo brulicante e vociante popolo – si senta tradito da chi si trova più in alto di lui e ha avallato tutto questo?

b) Anch’io credo sia stato un grave errore aver votato per la Brexit. Ma sarebbe un errore infinitamente più grave seguire il consiglio folle di Blair ed altri laburisti, che chiedono di congelare l’esito catastrofico di questo referendum. Vedo già sull’orizzonte il profilo del prossimo demagogo che, schiuma alla bocca e occhi di fuoco, inveisce contro le élite tecnocratiche, alleate dei poteri forti, colpevoli di aver defraudano i cittadini britannici della loro libertà di scelta. L’Unione Europea sopravviverà alla Brexit. Non può sopravvivere a un inganno del genere: sarebbe l’agonia del concetto stesso di democrazia. Non escludo, se passasse questa proposta indecente, la rinascita di un fascismo ancora più insidioso di quello che abbiamo sperimentato. Hitler, non dimentichiamolo, costruì le sue fortune politiche sulle false promesse dei leader democratici di allora, sulle contraddizioni ed ipocrisie delle democrazie del suo tempo.

c) Evitiamo i cliché, i luoghi comuni: facilitano la conversazione, ma annebbiano il cervello. Evitiamo come la peste il concetto di “populismo”. Faccio autocritica: anch’io ne ho abusato. Anche il termine nazionalismo è inflazionato. Le realtà proletarie, popolari, roccaforti del Labour (Galles, molte aree del Nord Inghilterra ecc.), hanno votato in massa Brexit. Ci siamo chiesti il perché? Avete ascoltato la gente comune, avete dato loro una risposta? Molto facile sentenziare sui proletari inglesi e gallesi ipernazionalisti, quando si sorseggia lo champagne ai Parioli o nella City. Studiamo, leggiamo, documentiamoci. Ottime le analisi sul Guardian, quotidiano della sinistra critica britannica. Il cavallo di battaglia dei Brexiters? La paura dell’immigrazione incontrollata. Vediamo i dati del Migration Observatory dell’Università di Oxford. In un periodo di soli vent’anni, tra il 1993 e il 2014, gli stranieri naturalizzati, con cittadinanza britannica, sono passati da 3,8 milioni a 8,3 milioni. La stragrande maggioranza di questi è concentrata nelle grandi aree urbane, soprattutto a Londra. Nello stesso periodo, gli stranieri residenti stabilmente sono passati da 2 a 5 milioni circa. Nel 2014 il 13% della popolazione inglese era straniero. Non sono dati drammatici, ma sono al di sopra della media europea. Ecco perché la paura, non solo il nazionalismo insulare, ha condizionato il voto. La paura dell’ignoto. La paura di essere invasi dallo straniero. Se l’immigrazione in questo momento non è un pericolo reale, è tuttavia un pericolo potenziale. O almeno così è percepito da una parte della popolazione inglese. Il marinaio ansioso, quando scorge le nubi che annunciano tempesta, non aspetta il vento e la grandine per ammainare le vele. Le percezioni, in politica, sono granitiche come i fatti reali. Ma siccome vengono spesso ignorate, ci si sbatte facilmente il grugno. I politici – Farage, Boris Johnson — che hanno speculato sui timori e sulle ansie della gente sono ignobili, d’accordo. Ma è da folli tapparsi le orecchie quando le comunità locali urlano la loro disperazione. Non possiamo pretendere che tutti accettino che la propria comunità cambi, si trasformi, che interi quartieri, cittadine, paesini perdano un’identità storica ultracentenaria.
E tutto nel giro di pochi anni.

d) Va precisato che i Brexiters non manifestano ostilità solo verso gli immigrati extra-europei: se la prendono soprattutto con i cittadini europei, in particolare quelli polacchi, accorsi in frotte nel Regno Unito. Pare – le mie fonti danno cifre discordanti – che i cittadini dell’Est europeo ammontino a circa un milione e mezzo, di cui la metà sono polacchi (il gruppo straniero più numeroso, dopo gli indiani). E qui sfatiamo un mito negativo sul Regno Unito: i britannici ora pagano il prezzo per essere stati troppo europeisti. Mi spiego: il cardine su cui si regge l’impianto dell’UE è la libera circolazione delle merci e delle persone. Ebbene nel Regno Unito è confluito, nel volgere di un decennio, un numero molto elevato di cittadini europei: si parla di oltre 4 milioni. Forse non sono molto di più di quelli che hanno scelto la Germania e l’Italia. Ma numeri anche di poco superiori hanno avuto un impatto più forte, da terremoto, perché il mondo del lavoro inglese è molto flessibile e dinamico: vali e hai voglia di lavorare? Ebbene il posto di lavoro è tuo, indipendentemente dalle tue origini nazionali. Non a caso circa 500.000 italiani vivono in Gran Bretagna di cui 250.000 a Londra. Molti di loro sono giovani in gamba e qualificati, al di sotto dei 35 anni.

e) In sintesi: i britannici sono stati antieuropeisti a parole, ed europeisti di fatto. Gli italiani il contrario. Certo, molti italiani hanno nel cuore l’Europa, sentono di farne parte idealmente, ma è un fatto indiscutibile che il nostro sistema lavorativo è molto più impermeabile agli “intrusi” nelle sfere medio-alte. O, per dirla diversamente, noi abbiamo anticorpi, siamo corazzati (il familismo “amorale”, la raccomandazione, l’appartenenza a quella lobby o a quel partito…) Da noi, in sostanza, la concorrenza con il lavoratore rumeno l’avverte solo l’operaio o il manovale; in Gran Bretagna i lavoratori dell’Est Europa sono percepiti come una minaccia da una parte della classe media che, tradizionalmente, è sovra rappresentata nei servizi e nell’impiego pubblico. Per rendersene conto, basta confrontare la percentuale di europei stranieri che hanno una cattedra nelle università italiane e in quelle britanniche. Già vent’anni fa nei dipartimenti di italianistica in Gran Bretagna c’erano molti ricercatori e professori di ruolo italiani. Nello stesso periodo solo un paio di cittadini britannici erano professori di ruolo nei nostri dipartimenti di anglistica. Gli inglesi, intelligentemente, hanno spalancato le porte agli europei preparati e con titoli: moltissimi gli studiosi greci nei dipartimenti di economia delle loro Università. Discorso analogo vale per la sanità: ho conosciuto vari medici e chirurghi italiani che lavorano negli ospedali inglesi. Quanti medici britannici ci sono negli ospedali italiani? Questi sono solo pochi esempi, che però la dicono lunga sulla differenza fra i vari sistemi di reclutamento nella UE. Ne aggiungo un altro, che riguarda la burocrazia italiana: quando andai in Inghilterra a specializzarmi, nel 1990, la mia Laurea in Lingue quadriennale venne immediatamente riconosciuta dagli inglesi, sia per l’iscrizione a una loro università, sia a fini lavorativi. Bastò una mera fotocopia del mio diploma di Laurea. Il riconoscimento avvenne in dieci minuti circa. Il contrario, ahimè, non è mai avvenuto: il mio Master biennale post lauream in Linguistica applicata (Università di Birmingham) non è stato valutato in più di un concorso pubblico. E sapete perché? Semplice (per un italiano, non per un inglese): dopo la dichiarazione di valore rilasciata dall’autorità consolare, occorre una “equipollenza” formale, per ottenere la quale bisognerebbe individuare un corso di studi equivalente nell’ordinamento universitario italiano. Solo a quel punto si può far domanda di riconoscimento del titolo straniero. Ma poiché non esisteva, e credo non esista tuttora, un titolo equivalente al mio Master, l’unica soluzione era iscriversi a un corso di laurea affine e sostenere gli esami mancanti (una caterva!). Solo così avrei ottenuto l’agognato riconoscimento. Morale della favola: avrei dovuto ricominciare quasi da capo. E’ per questo che dal 1992 ho un Master virtuale dell’Università di Birmingham. Magra consolazione: almeno oggi posso dire che possiedo un titolo academico di un’Università extra-europea. Tornando al lavoro, la madre di tutti i problemi: i cittadini comunitari possono partecipare ai concorsi pubblici in un qualsiasi Paese dell’UE (sono escluse, ovviamente, alcune tipologie: Magistratura, Ministero degli Esteri ecc.). Ora, possiamo varare tutte le leggi europeiste che vogliamo, ma se le commissioni di esame nei concorsi pubblici favoriscono gli italiani, e per giunta i candidati locali, già conosciuti (è spesso il caso dei concorsi universitari), capirete bene che un punto cruciale dell’europeismo va a farsi friggere. Lo stesso discorso vale per l’inserimento lavorativo nel settore privato: sappiamo che in Inghilterra le assunzioni, e la carriera, sono rigorosamente meritocratiche: curriculum, referenze, colloquio e conseguente contratto di lavoro. Possiamo onestamente dire che succede così anche nelle aziende piccole e grandi di tutti i Paesi dell’UE?

f) C’è poi un altro elemento, non secondario. Un punto di forza della campagna dei Brexiters è stata la promessa di investire più risorse nel servizio sanitario nazionale.
I soldi sarebbero stati recuperati dall’annullamento degli onerosi trasferimenti all’UE. Una proposta demagogica, falsa e bugiarda (parte di quei soldi tornavano indietro, sotto forma di investimenti in Gran Bretagna). E infatti i Brexiters hanno già fatto retromarcia: tutti quei milioni di sterline da investire nel National Health Service non ci sono, e non si materializzeranno per magia. Più che condannare, però, dovremmo riflettere – noi che, forse, avremo lo stesso problema – sull’attaccamento degli inglesi a una conquista di civiltà del Welfare State: la sanità gratuita per tutti. Gli inglesi si sono resi conto che il sistema, anche per via della pressione esercitata da milioni di residenti in più, potrebbe collassare. Che gli inglesi desiderino un sistema sanitario funzionante, non mi pare reazionario, bensì, alla radice, sensato e giusto. Si sono accorti che il socialismo dalle mani bucate non funziona.

g) Come ci insegna il buddismo, nelle vicende umane non si da’ mai una situazione assolutamente negativa. D’ora in poi ci sarà maggiore chiarezza: chi è nell’UE deve adottare anche la moneta unica. Col senno di poi, fu un errore consentire alla Gran Bretagna di negoziare uno status privilegiato (un piede dentro, uno fuori…). Da ogni male può nascere un bene. E viceversa. E così infatti è stato: dal bene che era, e dovrebbe essere, la UE, sono sorti tanti mali: disoccupazione, migrazioni forzate di masse di giovani, sofferenze, perdita di identità. Trasformiamo dunque questo voto disastroso in una opportunità di cambiamento. La Brexit è come una scossa elettrica: o facciamo l’Europa politica, federale, l’Europa dei popoli liberi, o crolla tutto. L’Europa può, e deve, diventare una comunità di destino, che ci lega indissolubilmente. Una super patria che non schiacci ma valorizzi le identità regionali. Se l’Europa è vista come un coacervo di proibizioni e regolamenti, uno strumento di oppressione burocratica; se è solo un immenso emporio in cui fare business, ovvio che al primo problema uno se ne va. Ogni contratto commerciale ha una clausola di recessione. Nessun matrimonio si regge solo su interessi materiali. Il cemento di un’unione duratura è nei sentimenti, negli ideali. E’ lì la forza – nella cultura comune, nella condivisione di valori – che consente di superare indenni le numerose e impreviste burrasche della vita. Non sprechiamo altro tempo sui vincoli di bilancio e altre astruserie: rilanciamo con forza il Progetto europeo!

Edoardo Crisafulli

La memoria degli smemorati
Berlinguer e la libertà liberale

Prosegue l’acceso dibattito su Enrico Berlinguer, il più venerato leader del PCI dopo “il Migliore’, alias Palmiro Togliatti. Ora scende in campo la figlia Bianca, che difende appassionatamente la libertà di opinione (Corriere della Sera, 23 maggio 2016). Il suo è un intervento molto sensato e direi anche un po’ eterodosso – i fan del padre coltivano un solo genere: l’agiografia, l’esaltazione acritica. Questa inaspettata – ma sacrosanta – perorazione in favore della libertà nasce da un’occasione ben precisa: a quanto pare Massimo Franchi, giornalista dell’Unità, corre il rischio di sanzioni disciplinari perché avrebbe “twittato” messaggi su Enrico Berlinguer (condite di allusioni su chi ne tradirebbe il lascito politico) sgraditi alla proprietà del giornale su cui scrive.  Bianca dice cose nobili e giuste: ogni lavoratore deve potersi esprimere liberamente, purché le sue parole non danneggino l’immagine dell’azienda per cui lavora; le “censure e le interdizioni” deformano oltretutto il dibattito politico-culturale aperto proprio dall’Unità nel 2015 con il saggio di Biagio de Giovanni “Berlinguer ha vinto o è stato sconfitto?” Una querelle, quella sull’eredità politica di Berlinguer, che dev’essere assolutamente “libera”. Ma cosa significa esser liberi? Io direi svincolati, affrancati da tabù e pregiudizi; e pure audaci, eretici, controcorrente. Aggiungerei: discutiamo con cognizione di causa e onestà intellettuale. Sono passati trent’anni dalla morte di Berlinguer. Dovremmo avere tutti il necessario distacco critico.

Ma così non è. E si capisce il perché: questa non è una controversia qualsiasi. Quando si parla di Berlinguer si va oltre il giudizio politico sulla sua leadership. Entrano in gioco idee forti e passioni travolgenti: il modo in cui leggiamo un periodo travagliato della storia italiana postbellica (e forse non solo quella), come concepiamo e viviamo la politica, quali ossessioni, fobie e amnesie ci affliggono. Insomma: ditemi quello che pensate di Berlinguer e vi dirò che personalità politica avete. Ecco perché le discussioni sono sanguigne, viscerali e quindi poco obiettive. Nessun altro leader della Prima Repubblica ha la stessa capacità di suscitare i nostri desideri, le nostre angosce, le nostre frustrazioni. Nessun altro leader scomparso da così tanto tempo riesce ad avvinghiarci alla contemporaneità e a proiettarci nel futuro. Pensando a Berlinguer ci vien spontaneo domandarci: in che razza di società  vivo? In che mondo ideale vorrei vivere? In effetti, molti pareri su Berlinguer mascherano un giudizio sui nostri (supposti) “vizi nazionali” e sull’Italia di oggi. I tweet di Massimo Franchi, quei “messaggini” censurati perché contrari alla linea editoriale dell’Unità, sono eloquenti: “propugnare che Berlinguer sbagliasse su Eurocomunismo e Questione morale e che invece dovesse allearsi con Craxi è molto renziano.” Il vero bersaglio qui è Renzi, il nuovo sgomitante riformista – termine, questo, a lungo esecrato dalla sinistra dura e pura. Rompere con Togliatti era molto “saragattiano”; combattere l’eurocomunismo era molto “craxiano”; criticare Berlinguer è molto “renziano”. La linea di continuità è chiara: Saragat, Craxi, Renzi, ovvero gli infami revisionisti del Grande Ideale, gli opportunisti a caccia di denaro e poltrone. Il secondo tweet di Franchi lascia pochi dubbi al riguardo: “abbassando sempre di più la soglia gramsciana dell’intransigenza si ritrovarono in compagnia di revisionisti, faccendieri, piduisti. Ma siamo di sinistra, rispondono.”

Analisi storica, zero. Non una parola sulla bancarotta fraudolenta del comunismo. Non una parola sulla fede misticheggiante di Berlinguer, il quale credette fino all’ultimo dei suoi giorni in un immaginario comunismo libertario. Figuriamoci qualcosa di intelligente sulle radici ideologiche del duello fra Craxi e Berlinguer. Secondo la vulgata politically correct Craxi è l’incarnazione di Belzebù; Berlinguer l’alter ego di Padre Pio.

Il dibattito su Berlinguer fa emergere una costante della nostra storia politica: la guerra civile a sinistra fra riformisti  e massimalisti – propugnatori di compromessi e riforme graduali i primi, rivoluzionari intransigenti e utopisti acchiappanuvole i secondi. L’ideologia comunista è morta e sepolta, ma la mentalità massimalista va ancora per la maggiore. E infatti riappare, come un’anima in pena, nei partiti e movimenti di protesta i più disparati. L’ur-massimalista ha una convinzione ferrea: c’è una sola sinistra autentica, originaria, pura e incontaminata: la sua. Gli altri sono tutti di destra (e, se si ostinano a dichiararsi di sinistra, sono traditori-usurpatori). L’ur-massimalista ha la verità in tasca, s’intende. Ed è anche un moralista all’ennesima potenza: lui è onesto, i ladri sono sempre gli altri. Questo dualismo puro-impuro ha una matrice religiosa. Abbandoni la retta dottrina? Rifiuti il dogma? Allora sei un corrotto. Turati, leader integerrimo del socialismo, fu additato da Togliatti come un individuo spregevole, perché “corrotto dal parlamentarismo borghese”. Il moralismo è per definizione ipocrita, a senso unico. La soglia gramsciana dell’intransigenza si abbassava fino a scomparire quanto nelle casse del PCI affluivano i milioni di dollari provenienti dall’URSS (l’oro da Mosca). Questa è storia, questi sono fatti accertati. Ma, immagino, è troppo renziano o craxiano ragionare così.

Berlinguer era in ‘buona fede’, nel senso che era disinteressato e aveva una vocazione politica genuina. Ma la sua filosofia politica – il marxlenismo – era sbagliata e nociva. La differenza cruciale tra Berlinguer e Craxi è tutta nel diverso giudizio che diedero sull’URSS: per il primo, quella sovietica era una società socialista con tratti illiberali; per il secondo era una società illiberale con tratti socialisti. Questa è l’autentica questione morale che contrappose i due leader della sinistra italiana negli anni Settanta e Ottanta del Novecento. Né Berlinguer né gli altri dirigenti del PCI ruppero mai radicalmente con l’URSS, patria del socialismo reale. Secondo loro, nonostante errori ed involuzioni, nell’URSS si respirava un clima morale superiore rispetto al fetore che emanava dai Paesi capitalistici, inclusi quelli liberal-democratici. Lo ‘strappo’ da Mosca fu gonfiato oltre misura dagli ammiratori di un leader il quale aveva solo detto che “la spinta propulsiva” della Rivoluzione sovietica si era esaurita. Ammissione, questa, tardiva e parziale. Berlinguer non si sarebbe mai sognato di dire la verità, e cioè che la Rivoluzione bolscevica era stata un bagno di sangue inutile oltreché disumano; che i menscevichi, massacrati dai ‘compagni’ bolscevichi, avevano ragione nel volere una democrazia socialista; che Lenin era un dittatore feroce e psicopatico; che la social-democrazia europea aveva intrapreso la via giusta e vincente, quella del Welfare State e del mercato capitalistico regolato in un clima di democrazia e libertà. No, lui era un comunista tutto d’un pezzo, e tale rimase fino alla fine. La vera democrazia, la vera libertà si raggiunge solo quando si sopprime la proprietà privata, versione secolarizzata del peccato originale o della caduta dallo stato di grazia. Il capitalismo è il regno del male, il comunismo il paradiso terrestre. Questo il suo credo.

L’identità politica di molti italiani si basa sull’amnesia, sui vuoti di memoria selettivi. Ragionare di storia laicamente, secondo canoni scientifici è quasi impossibile: troppo diffuso un uso pubblico/politico della storia che alimenta miti, che inventa o cancella fatti ed eventi. Un solo  esempio: molti ex comunisti dicono che il vero partito socialista, in Italia, fu il PCI. Il che è come dire che la vera Riforma protestante, da noi, fu la Controriforma.

Perché siamo così propensi a leggere la storia in chiave moralistica mentre di fatto tolleriamo un machiavellismo deteriore, una parodia dell’etica del Principe? Semplice: perché siamo un Paese profondamente cattolico, anche se siamo credenti all’acqua di rose o atei. La Controriforma ha inghiottito il Rinascimento paganeggiante e, con questo, i primi vagiti della mentalità laica in Italia. Così abbiamo sviluppato una coscienza politica inquieta e schizofrenica. Ci siamo dimenticati la straordinaria lezione politica di Machiavelli: il realismo politico. La cultura cattolica ci ha inculcato il bisogno utopistico di Santi ed Eroi. Ma ci ha anche obbligati ad assistere all’esercizio spregiudicato del potere. Da un lato la predicazione evangelica egalitaria e pauperista (siamo tutti figli di Dio; il denaro è lo sterco del demonio); dall’altro la disinvoltura politica e finanziaria (la Chiesa che si allea con sovrani dispotici, la vendita delle indulgenze e delle cariche ecclesiastiche). “Il fine giustifica i mezzi”, estrapolazione perentoria che non si trova negli scritti di Machiavelli (piuttosto: “nelle azioni … massime de’ principi … si guarda al fine”), si confà più a un uomo di chiesa che non a un principe rinascimentale. E’ il primo che, esercitando il potere temporale illegittimamente, aveva bisogno di ammantare la propria azione con nobili fini morali.

Il culto di Berlinguer è naturale in un Paese impregnato di cattolicesimo controriformistico. Che c’è di strano se un leader di specchiata onestà accettava che il suo partito fosse finanziato illegalmente da uno Stato straniero, potenzialmente nemico dell’Italia? L’importante è che la causa sia nobile. La virtù nasce dalla fede nell’ideale. Anche i papi erano al tempo stesso uomini pii e sovrani avvezzi a tutte le astuzie del potere. Per capire a che contorcimenti mentali può portare la cultura della Controriforma, basta riflettere sul titolo dell’articolo di Bianca: “La lezione di libertà di mio padre Enrico Berlinguer”.  La passione politica dell’ideatore del Compromesso storico è fuori discussione. Ma la lotta per la libertà, quella no, non era nelle sue corde. Sostenere il contrario è un falso storico. Era il vituperato PSI di Craxi a sostenere i dissidenti oltre Cortina. Era un PSI diviso in correnti rissose a tenere accesa la fiammella dell’eresia. Il PCI era ingabbiato nel centralismo democratico, e ammetteva solo una libertà vigilata. Tutte le grandi battaglie sui diritti civili, dal divorzio all’aborto, alla giustizia giusta (garantismo e diritti dell’imputato), furono portate avanti da socialisti, radicali, liberali di sinistra, social-democratici. I comunisti, come l’intendenza di Napoleone, seguirono. In alcuni casi (giustizia giusta) remarono addirittura contro. Loro, del resto, miravano solo, e ossessivamente, al compromesso con i cattolici, grimaldello per scardinare il meccanismo capitalistico.

Io mi batterò per la libertà di espressione, sempre. Chiunque sia il mio interlocutore.  Ma tutti coloro che sono stati colpiti da provvedimenti censori, espulsioni da partiti (ricordate la fine che fece il gruppo del Manifesto?), repressioni, demonizzazioni, dovrebbero porsi qualche domanda sulla storia italiana. Vi siete mai chiesti perché in Gran Bretagna e negli Stati Uniti c’è un vero e proprio culto per la libertà di parola? E da noi, invece, c’è ancora il reato di opinione? In Italia la cultura illiberale ristagna come l’acqua di una palude. E’ il lascito peggiore della Controriforma, che ci ha abituati al servilismo, alla dissimulazione e al conformismo ideologico. Mentre nei Paesi protestanti ci si batteva per il diritto di interpretare le Sacre Scritture, per la libertà di coscienza, da noi regnava l’ipse dixit, il dogma, e il Santo Uffizio faceva calare la scure sugli eretici, sui dissenzienti, sui liberi pensatori. Quel grumo di ostilità per la libertà di parola e l’indipendenza di giudizio è rimasto compatto fino al Fascismo. Non è stato facile aggredirlo, lo spirito illiberale, neppure negli anni della Repubblica democratica. Se il PCI gettò radici così profonde nella società italiana è proprio perché non fu un partito liberale e libertario. Il PCI era una chiesa secolarizzata, e Berlinguer ne fu il papa più carismatico dopo Togliatti. Milioni di italiani ci si trovarono a loro agio perché cercavano un’alternativa terrena alla Chiesa. Continuate pure a venerare la memoria di Berlinguer, ne avete tutto il diritto. Ma non manipolate la verità storica. Berlinguer fu senz’altro una figura degna di rispetto. Ma non fu un profeta della libertà liberale.

Edoardo Crisafulli