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Edoardo Gianelli

Catalogna: Puigdemont chiede tempo, Madrid lo gela

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La partita catalana è rinviata di 72 ore. Almeno per ora. La risposta del presidente della Generalitat, Carles Puigdemont, che chiede un margine di “due mesi” per dialogare e negoziare un’uscita politica dal braccio di ferro, non soddisfa il governo spagnolo che dà alle autorità catalane altri tre giorni per chiarire definitivamente se sia stata dichiarata o meno l’indipendenza della Catalogna. Puigdemont, in una lettera inviata al primo ministro, Mariano Rajoy, ha proposto di concertare “il prima possibile” un incontro per “esplorare le prime intese”, senza pero’ di fatto rispondere alla richiesta di chiarimento sollecitata del governo di Madrid.

Puigdemont ha evitato di rispondere in forma chiara e, prima che scadesse l’ultimatum di Madrid alle 10 di questa mattina, ‘ tornato a offrire il dialogo attraverso una mediazione, cercando anche un colloquio diretto con il presidente Rajoy. Il leader catalano ha chiesto un incontro urgente con il premier e “le istituzioni e le personalità internazionali, spagnole e catalane”, che hanno invitato a sospendere il risultato referendario del primo ottobre, abbiano la possibilità di esplorare la via del negoziato e dimostrare quindi “l’impegno di ciascuna delle parti a una soluzione concordata”.

La lettera è composta di quattro pagine, anche se il testo è solo di due, e chiede anche di mettere fine alla “repressione” che, a giudizio di Puigdemont, è cominciata nei tribunali contro alcuni dirigenti del ‘Govern’ catalano, dopo gli ultime accadimenti del processo indipendentista. Ma il governo spagnolo rispedisce la proposta di Puigdemont al mittente e non considera valida, per mancanza di chiarezza, la risposta contenuta nella lettera.

Secondo il ministro degli Esteri spagnolo, Alfonso Dastis, la lettera del presidente catalano “non costituisce una risposta” alla richiesta di Rajoy. “La lettera che abbiamo visto non credo che costituisca una risposta alla richiesta”, ha detto Dastis, arrivando a Lussemburgo alla riunione del ministri degli Esteri dell’Ue. “Nessuno nega il dialogo, ma il dialogo deve farsi nella legge.

Non era difficile dire sì o no, riteniamo che Puigdemont abbia l’opportunità ancora di rettificare”, ha aggiunto la vicepresidente del governo spagnolo, Soraya Saenz de Santamaria, dalla Moncloa. “È nelle sue mani (quelle di Puigdemont) evitare che si facciano ulteriori passi”, ha ribadito la vicepremier. “La nuova scadenza è ora giovedì alle dieci di mattina”.

Il governo spagnolo aveva già indicato per la Generalitat come ultima scadenza giovedì prossimo e lo ha ripetuto oggi, tornando a chiedere a Puigdemont di chiarire se abbia dichiarato l’indipendenza. Secondo il governo e gran parte degli osservatori, dopo la scadenza dell’ultimatum di giovedì, sarà “inevitabile” l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione. In una lettera di riposta al presidente della Generalitat, Rajoy scrive che sarà proprio Puigdemont “l’unico responsabile dell’applicazione della Costituzione”.

Il portavoce della Commissione esecutiva federale del Psoe, Oscar Puente, ha definito “inammissibile” la risposta che il governatore catalano Carles Puigdemont ha dato a Madrid sull’aver dichiarato o meno l’indipendenza della Catalogna. Ha anche aggiunto che, se il governo centrale applicherà l’articolo 155 della Costituzione, Puigdemont sarà l’unico responsabile. Puente, in conferenza stampa, ha esortato Puigdemont a dialogare nella legalità e rispettando le istituzioni, segnalando che la lettera da lui inviata al premier Mariano Rajoy non è in realtà una risposta alla domanda postagli.

I pezzi sulla scacchiera dunque, sono ancora fermi alla situazione di ieri. La stampa madrilena ironizza pesantemente sulla ennesima non risposta di Puigdemont: “Un altro giorno decisivo che non era decisivo”, sferza ‘El Pais’, che accusa il presidente catalano di giocare al gatto con il topo.

Il ricorso all’articolo 155 a questo punto è “inevitabile” aggiunge il quotidiano, perché lo Stato non “può permettersi un tale squilibrio mentre Puigdemont cerca di ottenere vantaggi rivolgendosi al vittimismo della pubblica opinione e non alla Moncloa, né ai governi internazionali”.

Tra rinvii e ‘penultimatum’ la situazione resta quindi quella della vigilia, ma questa volta, secondo molti osservatori della politica spagnola, l’attivazione dell’articolo 155 da parte del governo non può più essere rimandata. In base a questa norma – mai utilizzata finora nella storia democratica della Spagna – il governo di Madrid, giovedì mattina, chiederà formalmente al presidente catalano di restaurare la legalità attraverso un documento scritto e motivato giuridicamente, che contenga una relazione su quelli che vengono considerati i comportamenti non conformi alla legge e le misure specifiche per risolvere la situazione. Il documento dovrebbe contenere anche un ulteriore margine di tempo che consenta al presidente della Generalitat di rispondere. E c’è da aspettarsi che Puigdemont si prenderà tutto il tempo necessario.

Se da parte della Comunità autonoma continua a persistere una violazione costituzionale, il governo chiederà al Senato di mettere in marcia il procedimento e la Camera alta dovrà approvare la proposta con la maggioranza assoluta. Per i giuristi spagnoli l’articolo 155 consente allo Stato centrale di assumere le funzioni di alcuni organi della Comunità autonoma, ma non permette la destituzione o lo scioglimento delle istituzioni catalane. Spetta a Madrid indicare le misure che vuole mettere in campo: potrebbe assumere ad esempio le competenze sull’ordine pubblico e la sicurezza o sul fisco, oppure sospendere i trasferimenti statali. “L’articolo 155 non implica la sospensione dell’autonomia catalana ma la restaurazione della legalità nell’autonomia”, hanno sottolineato oggi Rajoy e la sua vice. Di certo però si tratterebbe di un atto istituzionale e politico di grande rilevanza. La soluzione della crisi insomma, potrebbe essere ancora alle fasi iniziali.

Iran, Trump lancia la nuova strategia sul nucleare

Donald Trump

Donald Trump

Il presidente Usa, Donald Trump, battezza una “nuova strategia” per contenere l’Iran e chiede al mondo di aiutare gli Stati Uniti a “neutralizzare” la minaccia di un Paese che Washington giudica una minaccia alla stabilità regionale. L’annuncio è stato dato poche ore prima che Trump ufficializzi la sua posizione sull’accordo sul programma nucleare di Teheran, quasi certamente affermando che non è più funzionale agli interessi americani e non è rispettato daTeheran, almeno nello spirito. Sarebbe la cosiddetta “de-certificazione” che di fatto offre al Congresso una finestra di 60 giorni per re-imporre le sanzioni contro l’Iran che erano state sospese dopo l’intesa firmata a Vienna nel 2015.

Prima ancora di questa valutazione, la Casa Bianca ha anticipato la nuova linea per affrontare “una delle minacce più pericolose per gli interessi degli Stai Uniti e la stabilita’ regionale”. L’approccio “miope” dell’amministrazione Obama al programma nucleare iraniano è “un errore” che l’amministrazione Trump non ripeterà, di qui l’appello del presidente al mondo intero perché “si unisca” agli Usa “nel chiedere che il governo dell’Iran metta fine alla sua ricerca di morte e distruzione”.

La risposta di Teheran non si è fatta attendere. Se gli Usa decideranno di ritirarsi dall’accordo sul nucleare iraniano, anche Teheran abbandonerà l’intesa. Lo ha lasciato intendere il presidente del Parlamento Ali Larijani, rispondendo a San Pietroburgo alle domande dei giornalisti sulle possibili mosse di Teheran in risposta alle decisioni americane. “Anche l’accordo prevede che se verranno intraprese azioni (da parte degli altri firmatari, ndr) anche l’Iran potrà adottare azioni adeguate”, ha avvertito. L’eventuale ‘ritiro’ di Trump dall’accordo “potrebbe seriamente aggravare” la situazione e “compromettere la prevedibilità, la sicurezza, la stabilità e la non proliferazione in tutto il mondo”, ha messo in guardia il Cremlino.

Dopo settimane di riflessione con gli uomini dell’Agenzia per la Sicurezza Nazionale e negoziati con il Congresso, Trump annuncerà dunque nelle prossime ore che vuole sfilare gli Usa dall’accordo sul nucleare firmato a Vienna nel 2015 da Teheran e dalle sei potenze mondiali (oltre agli Usa, Cina, Russia, Francia, Gran Bretagna e Germania). Il documento divulgato dalla Casa Bianca, che ne anticipa i contenuti, va anche oltre, perché sottolinea che l’obiettivo è quello di “impedire al regime iraniano di continuare il suo cammino verso l’arma atomica”.

In realtà l’accordo sul nucleare iraniano, il cosiddetto Piano Integrale di Azione Congiunta (Jcpoa), non assegna alcun compito al presidente americano. Ma in base alla legge statunitense, il presidente ha il compito di certificare ogni 90 giorni se l’Iran stia o meno rispettando i termini dell’accordo. Trump, che ha già definito l’accordo “un imbarazzo” per gli Usa e “il peggiore accordo mai negoziato”- dirà che l’Iran, come ha anticipato la Casa Bianca, sta violando lo spirito dell’accordo attraverso i test di missili balistici, il suo sostegno a gruppi come Hezbollah, Hamas e le milizie sciite in Iraq e in Siria, che gli Usa considerano organizzazione terroristiche. Trump potrebbe anche chiedere al Congresso di imporre sanzioni aggiuntive (che puniscano cioé non solo il programma nucleare, ma anche il programma balistico), senza cioè mettere fine alla partecipazione all’accordo nucleare. Oppure potrebbe chiedere ai deputati di emendare la legge esistente e chiedere loro di ri-certificare ogni tre mesi il rispetto dell’accordo da parte di Teheran.

Dopo le parole di Trump, il Congresso dovrà decidere in 60 giorni se attivare le sanzioni all’Iran; potrebbe farlo con un voto a maggioranza semplice in entrambe le Camere, controllate dai repubblicani. Se il Congresso dovesse votare un nuovo pacchetto di sanzioni, gli Usa si saranno di fatto sfilati dall’accordo. A quel punto la sua sopravvivenza dipenderà dagli altri firmatari: l’Iran ha già lasciato intendere che potrebbe chiamarsi fuori dall’accordo. Ma l’intesa Jcpoa è stata sottoscritta anche da Russia, Cina, Regno Unito, Francia e Germania, tutti Paesi che premono perché non venga abbandonata.

L’accordo firmato nel luglio del 2015, dalle sei potenze mondiali e Teheran alleggeriva il regime delle sanzioni economiche in cambio di un monitoraggio internazionale sulle sue attività di sviluppo nucleare. L’accordo prevede la riduzione del numero delle centrifughe per l’arricchimento dell’uranio da 19mila a poco più di 5mila; limita a un solo sito, quello di Natanz, l’arricchimento dell’uranio e consente l’ispezione dei siti. Al momento alcuni degli impianti possono essere sottoposti a monitoraggio costante, altri invece possono essere ispezionati solo con preavviso di 24 giorni. Nel suo ultimo rapporto diffuso nell’agosto scorso, l’Aiea, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, ha fatto sapere che “l’Iran sta rispettando l’accordo”. Il concetto è stato ribadito appena lunedì scorso dal capo dell’Aiea, il giapponese Yukiya Amano.

FIDUCIA CONFERMATA

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La Camera conferma la fiducia al governo sul primo articolo della legge elettorale. I voti a favore sono stati 307, 90 i contrari, nove gli astenuti. Il tutto mentre fuori da Montecitorio continuano le proteste di M5s e Mdp. I 5 Stelle con Di Battista puntavano a 50mila persone. Tra passanti curiosi e giapponesi la polizia arriva a contarne 500 in una piazza in parte già occupata dai sostenitori dell’ex generale Pappalardo. La chiamata alle armi arriva direttamente da Grillo con un post sul suo blog. Contro i toni da stadio dei grillini la portavoce del Psi Maria Cristina Pisani: “Neppure – afferma – l’imbarazzante incidente di ieri suggerisce al deputato Di Battista (che ieri aveva sbagliato piazza e si era ritrovato di fronte a un movimento che lo aveva contestato) l’opportunità di abbassare i toni”- “Non solo – ha aggiunto Pisani – ma ha pure l’impudenza di rilanciare con toni e argomenti da curva, chiamando, come sua consuetudine, la piazza alla jacquerie. Le sue parole di questa mattina – ha proseguito la portavoce del Psi riferendosi alle affermazioni di oggi di Di Battista – manifestano la sua ignoranza circa le dinamiche parlamentari e la storia politica del nostro Paese. Come si dovrebbe definire allora chi si abbandona a intemerate ogniqualvolta il suo movimento va incontro a rovesci parlamentari e altro non sa fare che prendere il megafono appellandosi alla piazza alla stregua di un ultra’?”

Tre i voti di fiducia. La prima fiducia, sull’articolo uno riguarda il sistema di elezione della Camera (un mix di collegi uninominali maggioritari (il 36%) e di proporzionale in collegi plurinominali con liste bloccate (il 66%) , ossia senza preferenze, per la ripartizione dei seggi). Il secondo voto di fiducia, sull’articolo 2 della legge, si terrà a partire dalle 19.30. E riguarda l’analogo sistema di voto per il Senato. La terza votazione di fiducia è stata fissata per giovedì mattina a partire dalle 11 (alle 9 sono previste le relative dichiarazioni di voto). E riguarda la delega al Governo per la determinazione dei collegi uninominali e dei collegi plurinominali). Intorno alle 13 della stessa giornata di giovedì si procederà all’esame degli articoli 4 (con l’elenco dei documenti da depositare in nome della trasparenza: il contrassegno depositato, lo statuto, il programma elettorale con il nome e cognome della persona indicata come capo della forza politica) e 5 (con le disposizioni transitorie per l’entrata in vigore della legge). Successivamente, alla discussione degli ordini del giorno e alle dichiarazioni di voto finale, il via libera da parte della Camera dovrebbe arrivare in serata con voto segreto.

Sulla carta le forze favorevoli al Rosatellum bis possono contare su 423 voti: Pd, Ap, Lega, Civici ed innovatori, Forza Italia, Minoranze Linguistiche e Psi. Il “Fronte del No” conta invece su 181 voti: 43 sono di Mdp, 11 di Fdi, 88 di M5s, 17 di Si, 5 di Alternativa libera, 11 di Direzione Italia e 6 dell’Udc. Si dividerà al voto Centro Democratico-Democrazia solidale (in tutto sono 12 deputati), mentre non è ancora chiaro come si esprimeranno i tre deputati di Fare-Pri.

Forza Italia, annuncia Roberto Occhiuto, non parteciperà al voto di fiducia, ma domani voterà la legge, sulla quale “l’opposizione è stata coinvolta”. “Forza Italia – aggiunge il capogruppo Brunetta – non voterà le fiducie ma dirà un sì convinto quando ci sarà il voto finale, segreto o meno che sia”.

Il Rosatellum aggiunge Fabrizio Cicchitto di Ap “è una legge concordata con una larga parte dell’opposizione, il ricorso alla fiducia è uno strumento di tecnica parlamentare e non una prevaricazione della maggioranza di governo che risponde con il ricorso ad esso in risposta a chi gioca la carta del voto segreto”. E ancora “Il ricorso alla fiducia avviene in una situazione emergenziale quando a fine legislatura comunque una legge elettorale va approvata con un arco di forze diverso da quello della maggioranza di governo”.

Per il Dem Giuseppe Lauricella capogruppo in Giunta delle elezioni “l’obiettivo è dare al sistema una legge elettorale che risponda ad un equilibrio istituzionale”. Quindi “la questione di fiducia interviene a renderne più probabile l’approvazione. Diversamente, i 120 emendamenti a scrutinio segreto, presentati per provocare l’incidente in aula e far cadere la legge, ne avrebbero messo a rischio l’approvazione. E non ci possiamo più permettere un altro passaggio a vuoto”. Sulla stessa lunghezza d’onda il ministro delle Politiche Agricole, Maurizio Martina: “Piuttosto che rischiare di vedere fallire ancora una volta un tentativo di riforma della legge elettorale meglio affrontare questo passaggio e portare a casa una nuova legge utile per l’Italia”.

Molto critico verso il ricordo alla fiducia l’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che preannuncia un suo intervento in Aula al Senato “per mettere in luce l’ambito pesantemente costretto in cui qualsiasi deputato oggi,o senatore domani, può far valere il suo punto di vista e le sue proposte, e contribuire così alla definizione di un provvedimento tra i più significativi e delicati”.

Codice antimafia è legge. Locatelli: Sì dei socialisti ma…

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Il nuovo Codice antimafia è legge. Con 259 voti a favore la Camera ha approvato la riforma che punta a velocizzare le misure di prevenzione patrimoniale; rende più trasparente la scelta degli amministratori giudiziari; ridisegna l’Agenzia per i beni sequestrati; include corrotti, stalker e terroristi tra i possibili destinatari dei provvedimenti. Punto contestato, quest’ultimo, su cui però è passato anche un ordine del giorno che impegna il governo a rivedere l’equiparazione mafioso-corrotto. Soddisfatta, dopo il via libera alla riforma, la presidente della commissione antimafia, Rosy Bindi: “È un regalo al Paese”. Per il ministro della Giustizia, Andrea Orlando è una “svolta”, ci saranno “più strumenti contro la mafia e più trasparenza”. Forza Italia, con Renato Brunetta, grida invece all'”abominio” perché “si porta tutto sul piano penale”.

A favore il voto dei socialisti che però sottolineano come sia pericoloso equiparare mafia a corruzione. “Siamo consapevoli – ha affermato Pia Locatelli, presidente del gruppo Psi alla Camera – della gravità del fenomeno corruttivo nella pubblica amministrazione e anche del fatto che sovente i reati di mafia si accompagnano proprio con la corruzione di funzionari dello Stato e di amministratori pubblici e che questo fenomeno, alla luce delle incessanti notizie di scandali e ruberie, sia cruciale nella pubblica percezione della debolezza e inaffidabilità delle nostre Istituzioni. Ciò nondimeno – continua la parlamentare socialista – avvertiamo il rischio di un ricorso a misure legislative di carattere repressivo dai confini sempre più ampi che potrebbe rivelarsi eccessivo e addirittura controproducente rendendo sempre più rischiosa l’attività amministrativa e inducendo così proprio gli individui meno avvezzi a rischiare sul piano personale, penso ai Sindaci di tanti piccoli comuni, a rifuggire dalla attività politica sul territorio”.

“Il testo – ha aggiunto Locatelli – con le modifiche al codice antimafia che estende anche agli indiziati di reati contro la pubblica amministrazione le norme che prevedono il sequestro e la confisca del patrimonio, equiparando i reati di mafia a quelli di corruzione, meritava a nostro avviso una migliore definizione. Con questo testo infatti si finisce per estendere l’applicazione di misure speciali, diciamolo pure – sostanzialmente di polizia – anche al di là dei confini dei reati strettamente connessi all’attività mafiosa e terroristica”.

Sono quasi 20 mila i beni confiscati alle mafie, tramite sequestro preventivo, a cui si aggiungono 2.876 aziende. Altri 20 mila i beni confiscati (tra terreni, aziende e immobili) con procedimenti di natura penale. Immenso il valore: quasi 30 miliardi, ma oltre il 90% oggi fallisce. Queste in dettaglio le misure previste dalla nuova norma.

MISURE PER CORROTTI – Si allarga la cerchia dei possibili destinatari di misure di prevenzione: oltre a chi e’ indiziato per aver aiutato latitanti di associazioni a delinquere, la riforma inserisce anche chi commette reati contro la pubblica amministrazione, come peculato, corruzione (ma solo nel caso di reato associativo) – anche in atti giudiziari – e concussione.

SEQUESTRO-CONFISCA PIÙ EFFICACI – L’applicazione delle misure di prevenzione patrimoniali e’ resa “più veloce e tempestiva” prevedendo una “trattazione prioritaria”. Nei tribunali dei capoluogo sede di corte d’Appello si istituiranno sezioni o collegi specializzati per trattare in via esclusiva i procedimenti. Si estendono i casi di confisca allargata, quando viene accertato che il patrimonio dell’autore del reato è sproporzionato rispetto al reddito e il condannato non è in grado giustificare la provenienza dei beni. Quando non viene applicata la confisca si può avere l’amministrazione giudiziaria e il controllo giudiziario. Confisca allargata obbligatoria per alcuni ecoreati e per l’autoriciclaggio e si applica anche in caso di amnistia, prescrizione o morte di chi l’ha subita.

CONTROLLO GIUDIZIARIO AZIENDE SE RISCHIO INFILTRAZIONE – Introdotto l’istituto del controllo giudiziario delle aziende in caso di pericolo concreto di infiltrazioni mafiose. Il controllo è previsto per un periodo che va da uno a 3 anni e può anche essere chiesto volontariamente dalle imprese.

STOP INCARICHI A PARENTI – “Maggiore trasparenza nella scelta degli amministratori giudiziari, con garanzia di competenze idonee” e di “rotazione negli incarichi”. Viene modificato il procedimento di nomina e revoca dell’amministratore giudiziario di beni confiscati: l’incarico non potrà essere dato a parenti né a “conviventi e commensali abituali” del magistrato che lo conferisce. E’ la cosiddetta “norma Saguto”, dal nome dell’ex presidente della sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo sospesa e indagata per corruzione. Il governo è delegato a disciplinare un regime di incompatibilità da estendere ai curatori fallimentari: stop a chi ha parentela, affinità, convivenza o assidua frequentazione con uno qualunque dei magistrati dell’ufficio giudiziario che conferisce l’incarico.

SOSTEGNO AZIENDE SEQUESTRATE – Per favorire la ripresa delle aziende sequestrate nasce un fondo da 10 milioni di euro l’anno e misure per aiutare la prosecuzione delle attività e la salvaguardia dei posti di lavoro. Gli imprenditori del settore matureranno, dopo un anno di collaborazione, un diritto di prelazione in caso di vendita o affitto dell’azienda e la possibilità di un supporto tecnico gratuito. Novità sulla segnalazione di banche colluse con la malavita.

AGENZIA RIDISEGNATA – Viene riorganizza l’Agenzia nazionale per i beni confiscati dotandola di un organico di 200 persone e che rimane sotto la vigilanza del ministero dell’Interno. La sede centrale sarà a Roma e avrà un direttore – non per forza un prefetto – che si occuperà dell’amministrazione dei beni dopo la confisca di secondo grado. Ridefiniti i compiti, potenziata l’attività di acquisizione dati e il ruolo in fase di sequestro con l’obiettivo di consentire un’assegnazione provvisoria di beni e aziende, che l’Agenzia può anche destinare beni e aziende direttamente a enti territoriali e associazioni.

PROPOSTA PENSIONI

PENSIONI

67 anni sono troppi, “si avvii un tavolo di studio per individuare un nuovo criterio che rispetti le diversità e le peculiarità di tutti i lavori”. Partendo da queste posizioni Cgil, Cisl e Uil hanno inviato al Governo una proposta unitaria per intervenire sulla previdenza per “superare le attuali rigidità e favorire il turn over generazionale per rendere più equo l’attuale sistema previdenziale”.

Prima di tutto, i tre sindacati sollecitano il blocco dell’adeguamento all’aspettativa di vita, previsto per il prossimo 2019, e puntano ad un tavolo di studio per individuare i nuovi criteri. Le altre proposte riguardano le donne (in particolare il riconoscimento di un anticipo per l’accesso alla vecchiaia per tutte le lavoratrici fino a tre anni), e il riconoscimento di un “bonus contributivo per sostenere il futuro reddito previdenziale delle future generazioni.

Nella nota delle associazioni si legge che “per sostenere le future pensioni dei giovani, i sindacati propongono l’utilizzo di uno strumento che, valorizzando la storia contributiva dei lavoratori, ne sostenga il futuro reddito previdenziale e, contemporaneamente, che si superino gli attuali criteri previsti nel sistema contributivo, una vera e propria penalizzazione per i lavoratori con redditi più bassi”.

Capitolo a parte per le donne: “È necessario porre fine alle disparità di genere che ancora le penalizzano nel nostro Paese. Un intervento sul solo meccanismo dell’Ape sociale è riduttivo, occorre una misura più ampia con il riconoscimento di un anno di anticipo per ogni figlio, fino a un massimo di tre, e il riconoscimento di un bonus contributivo per i lavori di cura, al fine di migliorare le pensioni delle donne”. Per quanto riguarda la previdenza complementare, i sindacati definiscono “fondamentale” il rilancio delle adesioni “estendendo la fiscalità incentivante, prevista per i lavoratori privati, anche a quelli del settore pubblico”. Per i sindacati, “occorre operare, finalmente, una separazione contabile della spesa previdenziale da quella assistenziale al fine di dimostrare che la spesa per pensioni, in Italia, è sotto la media europea”. “Bisogna, poi, varare subito una riforma della governance dell’Inps e dell’Inail per realizzare un sistema efficiente, trasparente e partecipato” si legge nel documento unitario. Cgil, Cisl e Uil chiedono, infine, il ripristino della piena indicizzazione delle pensioni introducendo un nuovo paniere e recuperando quanto perso in questi anni.

L’Italia però, nonostante la riforma delle pensioni con l’aumento dell’età di vecchiaia, resta il Paese con il numero medio di anni di lavoro attesi più basso in Europa: secondo una tabella Eurostat pubblicata oggi in Italia nel 2016 le persone attive dai 15 anni in poi lavoreranno in media 31,2 anni, oltre dieci anni in meno della media svedese pari a 41,3 anni. Colpa del ritardo con il quale si entra nel mercato del lavoro e dei periodi di mancata occupazione che penalizzano soprattutto le donne (26,3 anni la vita lavorativa media attesa delle donne nel nostro Paese).

La media degli anni di lavoro attesi è cresciuta negli ultimi 16 anni in tutta Europa (oltre tre anni nell’Ue a 19, meno di tre nell’Ue a 28) mentre l’Italia si allinea all’Ue a 28 (meno di tre anni). La vita lavorativa media attesa nel 2016 in Europa è di 35,6 anni, 0,2 anni più lunga del 2015 e 2,3 anni superiore rispetto al 2000. Tra uomini e donne la differenza media è di 4,9 anni (38 gli uomini, 33,1 le donne). Malta e l’Italia sono i Paesi nei quali il divario tra donne e uomini è più alto. Nel nostro Paese la vita lavorativa attesa per gli uomini è di oltre 35 anni.

Quello delle pensioni è un nodo cruciale. Che vi venga messo mano a breve e che vengano inserite misure sulle pensioni nella prossima non è facile. Lo dice il ministro per le Infrastrutture Graziano Delrio per il quale “i numeri che arrivano dall’Inps sono piuttosto severi e dicono che lo spazio per manovra sulle pensioni è molto molto ridotto”. Sindacati e governo sono su posizioni distanti, ma “il confronto in corso” con il governo sulla cosiddetta ‘fase due’ sulla previdenza, “pur avendo fatto registrare alcuni, parziali, elementi di avanzamento, al momento sta evidenziando significative distanze, anche su elementi particolarmente rilevanti. Distanze che il proseguimento del negoziato ci auguriamo possa far superare”. Si legge ancora del documento unitario di Cgil, Cisl e Uil. “L’obiettivo delle organizzazioni sindacali nella ‘fase due’ è quello di determinare risultati concreti sui punti fissati nel verbale di sintesi”, sottoscritto il 28 settembre 2016, “che vadano nella direzione indicata dalla piattaforma sindacale, che rimane il riferimento del sindacato per una riforma organica del sistema previdenziale nel nostro Paese”.

Altro elemento del documento riguarda l’Ape sociale e i lavori gravosi. Per accedere all’Ape sociale in caso di lavori gravosi secondo i sindacati bisognerebbe ridurre il requisito contributivo da 36 a 30 anni. I sindacati inoltre chiedono anche l’ampliamento delle categorie di lavoratori che svolgono attività gravose e la riduzione del requisito contributivo per l’accesso all’Ape sociale di un anno per ogni figlio fino a un massimo di tre anni per le lavoratrici madri.

Sicilia: tribunale sospende Regionarie M5S

GIANCARLO-CANCELLERI

Le Regionarie del M5S che hanno portato alla candidatura di Giancarlo Cancelleri per le elezioni siciliane del prossimo 5 novembre prossimo, sono state sospese dal tribunale di Palermo. L’ha deciso il giudice della prima sezione civile, Claudia Spiga, dopo il ricorso presentato dall’attivista Mauro Giulivi, escluso per non aver sottoscritto in tempo il Codice etico. Il tribunale conferma così la decisione presa lo scorso 12 settembre in via cautelare.

La decisione del giudice blocca il risultato del primo turno di votazione “limitatamente ai candidati della provincia di Palermo”, tra i quali sarebbe rientrato Giulivi se non fosse stato escluso, e sospende anche il risultato della seconda votazione, i cui esiti furono ufficializzati dallo staff il 9 luglio con l’investitura di Cancelleri nel ruolo di candidato governatore per il Movimento cinque stelle. In pratica, il giudice afferma che bisogna ripetere le Regionarie che riguardano Palermo e quelle che hanno eletto Cancelleri.

Grillo va subito all’accatto di giornalisti giudici e tira dritto. “Cancelleri era, è e sarà il candidato presidente del MS5″. Questo il titolo di un post del blog di Beppe Grillo firmato da Giancarlo Cancelleri in cui si spiega come per indire nuove Regionarie “siamo fuori tempo massimo”. “La scadenza per presentare il simbolo è questo sabato 23 settembre e dobbiamo inoltre raccogliere 3.600 firme per la presentazione della lista. Per questo motivo il M5S sarà presente alle regionali siciliane con il sottoscritto, Giancarlo Cancelleri, candidato alla Presidenza della Sicilia”, si legge.

Nel provvedimento del giudice si legge ancora che il Movimento 5 Stelle non ha presentato ancora le liste e quindi la candidatura di Giancarlo Cancelleri e quindi la domanda di sospensione delle regionarie dell’attivista Mauro Giulivi può essere accolta. “L’impugnativa – scrive ancora il giudice Claudia Spiga – non è soggetta a termini di decadenza”. “Nella specie – prosegue il giudice – gli effetti degli atti di individuazione dei candidati non possono dirsi definitivamente esauriti, essendo pacifico che ancora non risulta proposta la candidatura ufficiale con la presentazione e deposito delle liste dei candidati”. Insomma una esclusione che per il giudice lede il diritto.

Ironizza il segretario del Psi Riccardo Nencini: “Un bagno nella buona politica quello dei Cinque Stelle. Confusione sul candidato in Sicilia e intervento dei giudici, primarie tarocche per scegliere il candidato premier, codice d’onore ferreo, vale per quasi tutti. Il nuovo che avanza. E si ergono ancora a censori…” conclude.

Consip. Nencini, “Usare il nome preciso: complotto”

consip

Martedì scorso, 12 settembre, non soltanto caso Regeni e situazione libica, con particolare riguardo ai flussi migratori, tra i temi discussi durante l’audizione del premier Paolo Gentiloni, presso il Copasir. Sul tavolo anche la vicenda Consip, con gli ultimi sviluppi, legati al ruolo dei carabinieri, in particolare di Gianpaolo Scafarto, l’ufficiale del Noe sotto inchiesta per falso e rivelazione del segreto istruttorio nell’ambito del caso e di Sergio De Caprio, noto come capitano Ultimo.

Un incartamento complicato analizzato su più fronti. Ora, dopo essere stato trasmesso dal Csm, è all’esame dei pm di piazzale Clodio. In mattinata, nell’ufficio del procuratore Giuseppe Pignatone, alla presenza dell’aggiunto Paolo Ielo e del sostituto Mario Palazzi, c’è stata una prima visione del contenuto, diverse decine di pagine di verbali di audizioni, della pec arrivata da palazzo dei Marescialli. Lo studio delle carte proseguirà nel pomeriggio ed al termine di questa attività gli inquirenti decideranno se inserire la documentazione in un nuovo fascicolo oppure in quello già esistente sulla vicenda Consip.

“Non amo il vittimismo. Non mi convince – scrive Matteo Renzi sulla sua pagina Facebook – chi si piange addosso, chi ha sempre un alibi, chi vive di fantasie. Per questo sulla vicenda Consip non ho mai pronunciato parole quali golpe o complotto. Ho sempre detto una cosa diversa: pieno rispetto delle istituzioni, sempre. Ci sono delle ‘coincidenze’ strane in questa storia. Toccherà ai magistrati fare chiarezza. Noi aspettiamo la verità senza gridare. Chi ha cercato di lucrare su un’indagine come Consip oggi dovrebbe avere l’onestà intellettuale di farsi alcune domande”, prosegue il segretario del Pd. “Noi sappiamo che per colpa di un carabiniere che falsifica un atto non si può attaccare l’Arma dei Carabinieri che è un pilastro insostituibile della nostra comunità. Per colpa di un servitore dello stato che viola il proprio dovere ce ne sono migliaia che ci rendono orgogliosi di essere italiani. Dunque: nessuna polemica strumentale”. “Aspettando la verità – ha concluso – ci troverete sempre e per sempre dalla stessa parte: quella del rispetto delle istituzioni, quella della giustizia e non del giustizialismo. Noi non siamo i populisti che urlano tanto e razzolano male”.

Il segretario del Psi Riccardo Nencini la politica non deve avere paura di chiamare le cose con il proprio nome. “Il vocabolario ha un nome preciso per giudicare il caso Consip. ‘Complotto’, e come obiettivo aveva il capo del governo. La politica ha il dovere di urlarlo senza paura”. “Per l’appunto – ha aggiunto Nencini – proprio nei giorni in cui Orsoni viene prosciolto – e si dimise da sindaco di Venezia – cadono le accuse su Mastella – crollò il governo Prodi – e Di Pietro dichiara di aver utilizzato con disinvoltura la paura delle manette. E non dimentico il caso C. Ricordate?”.

Vitalizi: Psi, i grillini predicano bene e razzolano male

parlamento_cameraIl Movimento 5 stelle chiede di poter rinunciare al vitalizio, ossia alla pensione maturata finora, nel giorno in cui scatta il diritto per i parlamentari di questa legislatura. “Questo è l’ultimo atto forte per dire che noi vogliamo rinunciare. E questa è la richiesta che stiamo facendo ai presidenti di Camere e Senato con una atto formale – ha spiegato in conferenza stampa a Montecitorio Simone Valente -, applicare la legge Fornero anche ai parlamentari e avviare subito modifiche legislative per l’equità tra chi è nel Palazzo e chi è fuori. Questo è l’atto che sottoscriveremo a nome di tutto il gruppo parlamentare”. “Noi questo privilegio non lo vogliamo – ha aggiunto il questore del Senato Laura Bottici – i presidenti Camera e Senato devono solo prendere atto, basta questo, non hanno nessuna scusa”.

“Oggi maturano le condizioni per usufruire, all’età di 65 anni, del trattamento pensionistico particolare riservato ai parlamentari, per la verità non tutti perché alcuni, come il sottoscritto, sono subentrati in date successive, ma è certo che buona parte dei parlamentari, senatori e deputati del M5s, oggi maturino le suddette condizioni.” Così il Senatore socialista Enrico Buemi, che ha proseguito: “Mi aspetto che i colleghi pentastellati, strenui difensori dell’abolizione del cosiddetto vitalizio, facciano formale rinuncia in modo tale da non diventarne beneficiari. Se così non fosse, e non essendosi dimessi in precedenza, così da impedire che si verificasse la condizione del tanto vituperato ‘vitalizio’, i parlamentari del M5S hanno dato luogo all’ennesimo imbroglio nei confronti degli elettori italiani predicando, si fa per dire, bene e razzolando male”.

“Essi sanno, a sostegno di tale comportamento, che i parlamentari che non imbrogliano gli elettori ma che ritengono che la previsione di un trattamento post – incarico di una certa rilevanza economica sia un contributo alla serietà dell’impegno parlamentare e onde evitare comportamenti discutibili sia sul piano morale che su quello penale, tale da garantirsi per via surrettizia un significativo spazio economico per il proprio futuro fuori dalla politica”, ha commentato Buemi. “I cittadini italiani dovrebbero fare uno sforzo di razionalità e di lungimiranza invece che inseguire i pifferai di vario ordine e grado di cui il nostro Paese purtroppo è pieno”, ha concluso il senatore socialista.

Lega intollerante anche sui parcheggi. Psi: vergogna

parcheggiorosaPasso indietro della Lega a Pontida: i parcheggi riservati alle mamme, purché non lesbiche né extracomunitarie, tornano a essere per tutte. “Domani il primo atto sarà la modifica del regolamento. I parcheggi rosa sono destinati a tutte le mamme e le donne che aspettano un bambino. Senza alcuna distinzione”. Parola del sindaco Luigi Carozzi e del segretario provinciale della Lega a Bergamo Daniele Belotti che dopo il clamoroso autogol hanno tardivamente fatto marcia indietro. Ma ornai il danno è fatto in quanto nel nuovo regolamento comunale era scritto nero su bianco, nell’articolo 4, che riguarda per la gestione dei parcheggi, che “possono richiedere il rilascio gratuito di idoneo permesso risultante da tessera esclusivamente le donne appartenenti ad un nucleo familiare naturale e cittadine italiane o di un paese membro dell’Unione Europea”. Chiara la motivazione da parte dell’assessore al Territorio, Ambiente ed Ecologia Emil Mazzoleni che ha redatto e firmato il nuovo regolamento. “Extracomunitarie e lesbiche sono libere di parcheggiare in qualsiasi altro spazio, noi non vogliamo togliere nessun diritto a loro. Vogliamo però tutelare le donne di Pontida e chi sceglie la via della famiglia naturale”.

Sono previste deroghe per tutelare le ragazze madri e, solo in alcuni casi, per permettere il parcheggio anche a donne non residenti nel comune di Pontida. A patto però che siano italiane (o al massimo europee) e sposate (o conviventi) con un uomo. “La decisione presa a Pontida di vietare i parcheggi rosa alle extracomunitarie e alle donne lesbiche – afferma Pia Locatelli capogruppo Psi alla Camera – merita solo un commento: vergogna. La norma viola palesemente la Costituzione e contiene misure discriminatorie sancite dalla legge Mancino, ma soprattutto è un provvedimento odioso indegno di un Paese civile. Simili divieti erano in vigore nel Sud Africa dell’apartheid o negli Stati Uniti degli anni ’60, la Lega a Pontida sta facendo di peggio”.

“Ma fino a dove vogliono spingersi alcuni nella ricerca esasperata di provocazioni intolleranti e razziste che ricordano le peggiori pagine della storia?” si chiede il ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina. “Sembra che la storia non abbia insegnato nulla a certe persone e noi non possiamo sottovalutare tutto questo. Stanno emergendo estremismi che non possono essere banalizzati. Si ritiri subito questo provvedimento vergognoso”.

PROGETTO AMBIZIOSO

juncker“Candidature dirette alla guida dell’Unione europea, voto a maggioranza qualificata, controllo investimenti esteri, coordinamento lotta al terrorismo, ministro delle finanze unico. Finalmente un progetto ambizioso quello di Juncker. Sulla scia di proposte che avanziamo da tempo”. Così in un post su Facebook il segretario del PSI, Riccardo Nencini, commentando quanto ha detto Jean Claude Junker, presidente della Commissione Europea, durante il discorso sullo Stato dell’Unione al Parlamento Europeo riunito a Strasburgo. Junker ha presentato le priorità per l’anno prossimo e ha delineato la sua personale visione di come potrebbe evolvere l’Unione europea fino al 2025. Il Presidente ha presentato anche una tabella di marcia per un’Unione più unita, più forte e più democratica. Jean-Claude Juncker, Presidente della Commissione europea, ha dichiarato oggi: “L’Europa ha di nuovo i venti a favore. Se non ne approfittiamo però, non andremo da nessuna parte. Dobbiamo fissare la rotta per il futuro. Come ha scritto Mark Twain, tra qualche anno non saremo delusi delle cose che abbiamo fatto ma da quelle che non abbiamo fatto. Il momento e’ propizio per costruire un’Europa più unita, più forte e più democratica per il 2025.”

In concomitanza con il discorso del Presidente Juncker al Parlamento europeo, la Commissione europea ha adottato azioni concrete riguardanti gli scambi commerciali, il controllo degli investimenti, la cibersicurezza, il settore industriale, i dati e la democrazia, trasformando subito le parole in atti. Ecco alcuni degli elementi chiave evocati dal Presidente nel suo discorso. “Sono trascorsi dieci anni da quando è esplosa la crisi e l’economia europea si sta finalmente riprendendo. Così come la nostra fiducia. I leader dell’UE a 27, il Parlamento e la Commissione stanno riportando l’Europa nell’Unione. Insieme stiamo riportando l’unione nell’Unione.” “Mentre guardiamo al futuro, non possiamo perdere la rotta. Dobbiamo terminare ciò che abbiamo iniziato a Bratislava.”

Juncker ha parlato anche di commercio e di industria: “Partner di tutto il mondo cominciano a mettersi in fila alle nostre porte per concludere con noi accordi commerciali. Oggi proponiamo di avviare negoziati commerciali con l’Australia e la Nuova Zelanda.” E poi: “Sono orgoglioso della nostra industria automobilistica. Ma sono fortemente turbato quando i consumatori sono consapevolmente e deliberatamente imbrogliati. Quindi esorto l’industria automobilistica a gettare la maschera e a raddrizzare la rotta.” “La nuova strategia di politica industriale presentata oggi intende aiutare le nostre industrie a rimanere o diventare leader mondiali dell’innovazione, della digitalizzazione e della decarbonizzazione”

Un discorso in cui ha toccato anche i temi delle lotta contro i cambiamenti climatici (“Di fronte al crollo delle ambizioni degli Stati Uniti, l’Europa farà in modo di rendere nuovamente grande il nostro pianeta. È patrimonio comune di tutta l’umanità”) e di cibersicurezza (“Per la stabilità delle democrazie e delle economie i ciberattacchi possono essere più pericolosi delle armi e dei carri armati. Per aiutarci a difenderci, la Commissione propone oggi nuovi strumenti, tra cui un’agenzia europea per la cibersicurezza”)

Tema centrale ovviamente quello dei migranti. “L’Europa – ha detto il presidente della Commissione – è e deve rimanere il continente della solidarietà dove possono trovare rifugio coloro che fuggono le persecuzioni.” “Abbiamo frontiere comuni ma gli Stati membri che si trovano geograficamente in prima linea non possono essere lasciati soli a proteggerle. Le frontiere comuni e la protezione comune devono andare di pari passo.” “Non posso parlare di migrazione senza rendere un omaggio sentito all’Italia per il suo nobile e indefesso operato. L’Italia sta salvando l’onore dell’Europa nel Mediterraneo.” “Grazie a Jean Claude Juncker – ha commentato il presidente del consiglio Paolo Gentiloni – per le sue parole sull’immigrazione e per l’alto profilo europeista

del suo discorso sullo stato dell’Ue”.

Non poteva mancare un massaggio sul terrorismo. Ha rilanciato l’idea di una ‘Cia europea’ per la lotta al terrorismo. “Negli ultimi tre anni abbiamo fatto progressi reali, ma ci mancano ancora i mezzi per agire rapidamente in caso di minacce terroristiche transfrontaliere. Ecco perché chiedo un’Unità europea di intelligence”, ha affermato. Secondo il presidente della Commissione, questa unità dovrà assicurare che “i dati sui terroristi e i combattenti stranieri siano automaticamente condivisi tra i servizi di intelligence e con la polizia”.

Infine la politica estera con la necessità di rendere le decisioni del continente più veloci. “Voglio – ha detto – che la nostra Unione diventi un attore globale più forte” ma per fare questo è necessario “prendere decisioni di politica estera più rapidamente”. Per fare questo, Juncker propone di passare dalla regola dell’unanimità al voto a maggioranza qualificata nelle decisioni sulla politica estera. “Il Trattato lo prevede già, se tutti gli Stati membri sono d’accordo”, ha spiegato il presidente della Commissione. Juncker ha anche indicato che entro il 2025 serve una “Unione europea della difesa pienamente funzionante”.