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Edoardo Gianelli

Vaccini, ora inventano l’obbligo flessibile

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La circolare Grillo non potrà valere all’inizio di quest’anno scolastico, ma a settembre sui banchi verrà applicata la legge Lorenzin. In attesa dell’eventuale varo definitivo del Milleproroghe. Lo affermano i presidi, che oggi, con una delegazione guidata dal presidente Antonio Giannelli, hanno avuto un incontro al Ministero della Salute.

Pressapochismo al governo. La norma sui vaccini è un esempio chiaro di quanto le idee siano confuse. Il ministro della Salute si trova in mezzo ai vortici causati dalla linea ondeggiate di Lega e 5 Stelle che negli ultimi mesi hanno sempre sparato contro i vaccini accarezzando il pelo ai no vax. Ma ora sono al governo. E non devono solo abbaiare alla luna ma anche produrre soluzioni razionali e non per farsi belli davanti a qualche elettore.

E sulla salute non si scherza. Per ora, incapaci di soluzioni razionali e concrete,  cercano di temporeggiare. Il decreto del Ministro Grillo ne è un esempio. “Abbiamo depositato ieri – ha detto – la proposta di legge della maggioranza in cui spingeremo per il metodo della raccomandazione che è quello che noi prediligiamo da un punto di vista politico, nel quale prevederemo delle misure flessibili di obbligo sui territori, e quindi anche nelle regioni e nei comuni dove ci sono tassi più bassi di copertura vaccinale o emergenze epidemiche. Sebbene mi prendano in giro su questo punto, l’idea di un obbligo flessibile a seconda dei territori è l’idea più sensata”.

Ma la critica dei presidi continua: “L’Associazione nazionale presidi – affermano in una nota – è totalmente apartitica, abbiamo criticato i governi di tutti i colori, noi ci orientiamo e diamo giudizi secondo la nostra coscienza e la conoscenza dell’organizzazione scolastica per tutelare la salute pubblica e il diritto all’istruzione”. Il presidente dell’Anp, Antonello Giannelli, replica così al ministro della Salute.

Per quanto riguarda la circolare congiunta Bussetti-Grillo che estende l’autocertificazione per i vaccini all’anno scolastico 2018-2019, Giannelli ha osservato: “Conveniamo sulle buone intenzioni di semplificare la vita dei genitori,  ma temiamo che si risolva in una complicazione. Nell’anno scolastico 2017-2018 l’autocertificazione era prevista dalla legge in via temporanea perché c’era un’enorme quantità di vaccini da somministrare, ma adesso il grosso è stato fatto, non ci saranno più lunghi tempi di attesa e non bisogna disperdere il lavoro fatto. L’autocertificazione in questa situazione ha l’unica ratio che un genitore non ci va proprio alla asl, e questo è fuori legge”.

I presidi ricordano che al momento resta in vigore il decreto Lorenzin con stabilisce che da 0 a 6 anni non si entra in classe senza le vaccinazioni obbligatorie. “Invito genitori ad andare alla asl, a fare vaccinare i loro figli perché lo dice la legge e l’ha ripetuto ieri anche il presidente del Consiglio Conte e a consegnare alla scuola il certificato rilasciato dalla struttura sanitaria”. Ma che succede se un genitore di un bambino sotto i 6 anni arriva a scuola a settembre portando soltanto un’autocertificazione? “Il preside farà i suoi controlli contattando la asl – conferma Giannelli – e se qualcosa non va non ammetteremo il bambino in classe”. Giannelli, comunque, da’ atto al ministro Grillo che l’incontro avvenuto ieri al dicastero è stato “cordiale e proficuo”: “c’è stata una grande disponibilità dell’amministrazione sanitaria ad ascoltarci e a trovare insieme soluzioni”.  Autocertificazione non utilizzabile in sanità La circolare Grillo-Bussetti, che prevede l’autocertificazione per i vaccini, “non solo confligge con la vigente normativa sulla certificazione delle vaccinazioni obbligatorie, ma contrasta con il DPR 445/2000 che recita ‘I certificati medici, sanitari … non possono essere sostituiti da altro documento”. Lo afferma il Collegio dei professori universitari di pediatria. Posizione sostenuta anche dai presidi: l’autocertificazione non è “utilizzabile in campo sanitario se non a seguito di espressa previsione legislativa”.

Edoardo Gianelli

Rai in stallo. Nencini: “Non conoscono la democrazia”

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“Sono ancora in attesa di indicazioni dell’azionista e nel frattempo continuerò, nel pieno rispetto di leggi e regolamenti, a coordinare i lavori del cda come consigliere anziano”. Così Marcello Foa, dopo lo stop subito ieri. Dopo la nomina a presidente della Rai, ieri in Commissione di Vigilanza Rai sono mancati i 2/3 dei voti richiesti in Commissione. Hanno votato in 23: 22 i sì (il quorum era 27) 13 del M5s, 7 della Lega e due di Fdi. Non hanno partecipato al voto Pd, Leu e Forza Italia. Una scheda bianca.

La proposta di Foa è comunque respinta al mittente. Marcucci, capogruppo del Pd a Palazzo Madama si dice pronto ad andare dal Capo dello Stato . “Se l’occupazione abusiva di Marcello Foa in Rai continuerà, siamo pronti a chiedere al Capo dello Stato di riceverci. Le prerogative del Parlamento nella effettività della carica di presidente sono chiare, e il governo M5S e Lega le sta stravolgendo. Si deve procedere subito ad una nuova candidatura che passi dal Cda e venga votata dalla Vigilanza”.

Oggi il Cda di è riunto nuovamente, ma non è ancora emerso un nome alternativo per la presidenza. La situazione, dunque, è in completo stallo: il cda non ha al momento indicato un nome alternativo a Foa e di conseguenza la Commissione di Vigilanza, che ha già bocciato il primo candidato, non può procedere a una nuova nomina. Il vertice dell’azienda radiotelevisiva resta di conseguenza “zoppo”.

Quello che balza all’occhio è comunque la sistematica occupazione di poltrone da parte di Lega e 5 Stelle. “Stanno facendo in fretta – commenta il segretario del Psi Riccardo Nencini – in meno di due mesi stanno rinnovando presidenze e amministratori delegati. Sulla Rai però questa cosa si è fermata. Ma la Commissione vigilanza Rai è il Parlamento. El Parlamento che dice no. È inutile insistere su un nome. È il Parlamento, attraverso la Commissione, che ha detto che quel nome non va bene. Ergo deve trovare un nome in grado di raccogliere il consenso dei terzi indicato della legge. Tutto il resto è distonico rispetto alle procedure di democrazie parlamentare”.

Il deputato Pd Michele Anzaldi rincara la dose: “Il cda Rai non sarà legittimamente costituito e in carica finché non sarà nominato un presidente che entri formalmente nelle proprie funzioni attraverso il voto favorevole dei 2/3 della Vigilanza Rai. Quanto alla circostanza che Foa possa comunque presiedere il cda, secondo il diritto e la prassi che in assenza di un presidente e di un vicepresidente un cda sia presieduto dal consigliere anziano, in questo caso non si applica, poiché la commissione di Vigilanza non ha dato il proprio assenso proprio al fatto che il consigliere Foa sia presidente e quindi possa presiedere il consiglio”.

Francia. Stop definitivo ai cellulari a scuola

cellulare-a-scuolaIl Parlamento francese ha dato il via libera definitivo al divieto che entrerà in vigore a settembre, di usare il cellulare nelle scuole primarie e secondarie di primo grado e nelle scuole superiori fino ai 15 anni di età degli studenti. Canta vittoria il Presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron: “Impegno mantenuto”. Le scuole superiori avranno la possibilità, ma non l’obbligo, di adottare il divieto nei loro regolamenti interni.

La legge approvata oggi è una rivoluzione che cambierà le abitudini degli alunni francesi: il 93% dei ragazzi transalpini tra i 12 e i 17 anni possiede infatti un cellulare. Si tratta però di una rivoluzione a metà: l’utilizzo degli smartphone è in teoria già proibito in classe dal 2010 in seguito all’approvazione del Codice dell’educazione. Molte scuole però non avevano approvato i regolamenti propri interni che dovevano disciplinare lo stop e in diversi casi il divieto veniva aggirato. Ora l’uso sarà consenti solo ai docenti a meno di indicazioni differenti. Macron è già intervenuto a gamba tesa sui cellulari anche sul fronte del governo: in tutte le riunioni del Consiglio dei ministri è vietato portare con sé i telefonini, che devono essere lasciati su un apposito scaffale all’ingresso dell’Eliseo.

Rai. Nencini: “Finita la stagione del patto dell’arancino”

Rai

Marcello Foa rimane sulla graticola. Il nodo per la sua elezione alla presidenza della Rai è ancora ben stretto e lontano dall’essere sciolto, rimane quindi l’empasse sui nomi voluti dalla maggioranza e non ben visti da Forza Italia. “Salvini – afferma il segretario del Psi Riccardo Nencini – giudica residuale l’alleanza con Berlusconi. Ovunque, dalle regioni ai comuni, arruola eletti di Forza Italia e sfida ogni giorno la pazienza del vecchio capo. Per questo non tratterà sul nome di Foa alla guida della Rai. Proprio per la stessa ragione Berlusconi dovrebbe opporvisi prendendo atto che la stagione del ‘patto dell’arancino’ è finita” conclude Nencini.

L’elezione del presidente Rai infatti, necessita dell’appoggio di una maggioranza qualificata e di conseguenza di un accordo politico. Lega e 5 Stelle invece ha scelto il proprio uomo senza allargare il dibattito e senza preoccuparsi della posizione altrui. Da qui il no, non solo del Pd, ma anche di Forza Italia i cui voti invece sono determinanti. “Votare no alla Rai non ha nulla a che vedere con l’alleanza di centrodestra. Abbiamo contestato il metodo – ha detto Tajani – visto che al governo c’è una parte importante del centrodestra e nessuno ci ha consultato. Sarebbe stato normale che i nostri alleati avessero concordato con noi una scelta visto che il canone Rai lo pagano tutti. Tutti devono sentirsi rappresentati”. Il vicepresidente di Forza Italia ha quindi chiarito la posizione del partito: “È il metodo che non ci piace: non possono esserci imposizioni, le scelte devono essere condivise. Siamo costretti a votare no, non a cuor leggero”.

Ma la Lega tiene il punto su Foa. E su Matteo Salvini si scarica l’ira di Silvio Berlusconi per la gestione della vicenda presidenza Rai. Berlusconi ha spiegato che il suo partito non è disponibile ad accettare un metodo “unilaterale”. Dice “no” quindi ma non per chiudere la partita ma per provare a riaprirla ed avere garanzie di pluralismo, ovvero di rappresentanza nelle reti e nelle testate. Infatti l’ex premier ha fatto capire già da ieri che i sette voti di Forza Italia “per adesso non sono nella disponibilità di Marcello Foa”, ovvero voti decisivi per la presidenza.

Rallenta la crescita e Tria mette la mani avanti

triall ministro dell’Economia Giovanni Tria rassicura i leader delle maggiori potenze mondiali: niente manovra-bis perché la crescita sta rallentando e soprattutto torna a ripetere chiaro e tondo che “il programma di governo” sarà applicato “entro i limiti delle compatibilità di bilancio”. Gli dà man forte anche il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, che lo affianca al vertice internazionale, il quale avverte: “Sono aumentati i rischi al ribasso sulla crescita”. “Se la crescita rallenterà – ha spiegato il ministro dell’Economia che ha incontrato il collega Usa Mnuchin – è ovvio che le manovre economiche sono più complicate, di fronte a un rallentamento non si faranno manovre pro-cicliche”.

Un modo per mettere la mani avanti e mandare un massaggio anche al governo di cui fa parte. Tria tiene in mano i cordoni della borsa ed è a lui che è affidato il compito di tenere in conti in ordine. Ed è ovvio che in uno scenario internazionale al ribasso, con un Pil interno rivisto al ribasso nelle aspettative dei prossimi mesi, i margini di manovra e di spesa concessi al governo si riducono. Infatti le reboanti promesse elettorali sono quasi del tutto fuori dal dibattito politico ormai incentrato quasi esclusivamente sulla questione migranti che è a costo zero.

Il rallentamento globale può significare anche per l’Italia un ”rallentamento della crescita che rimarrà positiva però con un rallentamento rispetto alle previsioni. D’altra parte sono già uscite le stime da parte dell’Ue che segnalavano un rallentamento dei princiapoli paesi europei. L’Italia segue il profilo della congiuntura internazionale”. Così il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, a margine dei lavori del G20 in Argentina.

Il G20 ”è stata un’occasione per spiegare le intenzioni del governo italiano, e l’accoglienza è stata sempre molto positiva” continua Tria, spiegando la ”volontà di applicare il programma del governo, mantenendosi ovviamente quei limiti di bilancio necessari per conservare la fiducia dei mercati ed evitare l’instabilità”.

Migranti, l’Ue raffredda gli entusiasmi di Salvini

migrantiLa risposta non è stata quella che si aspettava il ministro Salvini. La linea dura contro l’Europa si scontra con la Commissione. Il coordinameto chiesto a gran voce dal governo Conte infatti sarà possibile solo a sbarco avvenuto. Non prima. La Commissione europea, si legge in un comunicato potrà “coordinare gli Stati membri” solo dopo che i migranti “saranno sbarcati”. Lo ha detto una portavoce dell’esecutivo comunitario, Natasha Bertaud, soffermandosi sulla lettera di Jean-Claude Juncker al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. “La Commissione – ha spiegato – può agire solo nel quadro delle sue competenze e la Commissione non ha competenza in materia ricerca e soccorso in mare e nella determinazione del punto di sbarco”.

Gli sbarchi “non sono qualcosa che possiamo coordinare e che coordineremo”. Per contro, quello che la Commissione può fare “una volta che le persone siano sbarcate è coordinare tra gli Stati membri per prendere una parte di quelli che sono stati sbarcati”. Insomma la Commissione condivide “il sentimento di urgenza dell’Italia” e lavorerà tutta l’estate “per rafforzare la guardia di frontiera e costiera europea” e concorda “sulla necessità di meccanismi coordinamento” più strutturato. Al tempo, stesso, però, fissa qualche paletto rispetto alle pretese italiane: le soluzioni “ad hoc” come quelle dei 450 migranti di Pozzallo non sono sostenibili e la Ue non ha competenza per determinare il “porto sicuro” degli sbarchi dopo i salvataggi in mare. Jean-Claude Juncker nella lettera inviata al premier italiano Giuseppe Conte  raffredda i facili entusiasmi di Salvini. Il documento, sottoposto anche all’attenzione del presidente dell’Eurogruppo Donald Tusk, risponde alla doppia missiva di Conte per fare pressing su Bruxelles in vista di una soluzione comunitaria per la questione migratoria. La sintesi sembra essere che la Commissione comprende e ascolta le istanze italiane, ma non può forzare le competenze della Ue e ribadisce l’urgenza di una soluzione condivisa. Anche se il mezzo flop del consiglio Ue del 28-29 giugno lascia intendere che la strada di un progetto unitario sia abbastanza accidentata.

Commissioni. Un ex Mediaset presidente Vigilanza Rai

RaiLa Rai in mano a un ex di Madiaset con il silenzio assenso dei Cinque Stelle che non battono ciglio, loro che volevano aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno. Sono stati così eletti dalle Camere i quattro consiglieri di amministrazione della Rai di nomina parlamentare. L’Aula del Senato ha eletto Rita Borioni (101 voti), componente uscente e riconfermata in quota Pd, e Beatrice Coletti (133), manager televisivo, candidata scelta dal M5s. Alla Camera sono stati eletti Igor De Biasio e Gianpaolo Rossi. De Biasio, in quota Lega e sostenuto dalla maggioranza, ha ottenuto 312 voti, mentre Rossi, intellettuale vicino a FdI, ne ha incassati 166. In commissione di vigilanza era stato eletto presidente Alberto Barachini, parlamentare di Forza Italia, con 22 voti, un voto in più del quorum  che era di 21. L’elezione di Barachini è arrivata al terzo scrutinio dopo le prime due votazioni andate a vuoto.

Sul profilo di Barachini, giornalista neoeletto senatore, mantiene qualche riserva M5s, come ha spiegato il senatore Gianluigi Paragone, che a caldo si è augurato che questi non faccia “gli interessi di Mediaset, ma quelli degli italiani”. Da parte sua, Barachini ha chiesto ai colleghi, in particolare di M5s (che comunque avevano votato scheda bianca), di essere “valutato sul merito” e ha aggiunto di volere “una Rai imparziale e radicata sul territorio”.

Per quanto riguarda l’altra commissione rimasta ancora senza vertice, il Copasir, è stato eletto presidente Lorenzo Guerini. L’esponente del Pd ha ottenuto 8 voti e una scheda bianca. Un assente (Elio Vito). Il Copasir inizierà il suo lavoro in concreto la prossima settimana, martedì riuniremo l’Ufficio di presidenza e tutti insieme decideremo quali saranno i temi all’attenzione del Comitato”, ha spiegato Guerini ai cronisti alla Camera che gli chiedevano se il Copasir metterà subito all’Odg la questione migranti.

“Voglio ringraziare tutti i parlamentari, in particolare il Pd per aver indicato il mio nome per la presidenza – ha poi detto il neo presidente del Copasir -. L’avvio dei lavori delle commissioni di garanzia e delle Giunte è un passaggio fondamentale per i lavori del Parlamento”.

Ciò che sta succedendo su Commissioni di garanzia e Copasir è “incredibile”. È il commento di Luigi Bersani di Leu. “Le famose opposizioni – parlo di Pd e Forza Italia – attribuiscono la presidenza della Vigilanza Rai a un uomo Mediaset. Siamo al dadaismo puro, e non voglio neanche parlare di altro. In altri tempi una cosa così avrebbe suscitato il finimondo. Tanto valeva aspettare qualche mese, se si risolvono i problemi di Berlusconi, metterci direttamente lui e tanti saluti. Questa sarebbe l’opposizione”. Rimane invece ancora in stallo il rinnovo dei vertici della Cassa Depositi e Prestiti.

L’Austria vuole chiudere i confini

kurzIl governo austriaco potrebbe “adottare misure per proteggere” i suoi confini. Lo ha riferito oggi, dopo che la Germania ha pianificato restrizioni sull’ingresso dei migranti come parte di un accordo per scongiurare la crisi politica di Berlino. Se l’accordo raggiunto ieri sera verrà approvato dal Governo tedesco, “saremmo obbligati ad adottare provvedimenti per evitare svantaggi per l’Austria e la sua popolazione”, spiega l’Austria in una nota, aggiungendo che sarebbe “pronta a prendere misure per proteggere” i suoi confini, in particolare quelli meridionali con l’Italia e la Slovenia.

Il cancelliere austriaco Sebastian Kurz si è detto contrario all’opzione di offrire ai migranti la possibilità di chiedere asilo in Europa da “piattaforme regionali di sbarco”, che i leader Ue hanno pensato di creare fuori dal continente. “Io faccio parte di quelli che sostengono che se permettiamo le richieste di asilo (da queste piattaforme) questo creerà un incredibile fattore di attrazione”, ha dichiarato Kurz a radio O1 aggiungendo che la questione ha suscitato opinioni divergenti in occasione del recente vertice Ue sulla migrazione. Secondo il cancelliere austriaco sarebbe “più intelligente andare a cercare la gente direttamente nelle zone di guerra, invece che creare un invito a intraprendere viaggio pericolosi attraverso il Mediterraneo”. Al momento nessun paese terzo al di fuori dell’Ue si è offerto di ospitare tali “piattaforme di sbarco regionali”, la cui attuazione solleva molti dubbi tra i paesi europei e sulla compatibilità con il diritto internazionale. Il cancelliere austriaco ha giudicato “fattibile” concludere accordi con i paesi africani per ospitare tali luoghi, sperando che un vertice Ue-Africa si tenga entro la fine dell’anno.

Ovviamente il ministro degli interni non vuole essere da meno e rilancia: “L’Austria è pronta a chiudere i confini? “Per noi sarebbe un affare. Sono più quelli che tornano in Italia di quelli che vanno in Austria. Sono pronto da domani a restituire i controlli al Brennero perché l’Italia ha solo da guadagnarci”.

Salvini: “Chi di dovere valuterà sulla scorta a Saviano”

saviano salvini

Saviano può essere simpatico o antipatico. Lo si può apprezzare o meno. Si possono avere idee opposte alle sue. Ma non si può indiscriminatamente decidere se togliere o lasciare la scorta a una persona costantemente sotto minaccia, in virtù di un vezzo. Quasi come se fosse un dispetto o una ripicca. Saviano aveva preso posizione sulle politiche sui migranti proponendo provocatoriamente di silenziare le esternazioni di Salvini. Non ci è andato leggero e una replica era quasi obbligatoria. Saviano evidentemente se la aspettava. E il ministro-premier non si è fatto sfuggire l’occasione per andare in tv e aprire bocca per lanciare i proprio strali. Un nuovo nemico, una nuova polemica. Pane per i suoi denti. E subito arriva l’affondo. Ma arriva anche la minaccia. Quella più temibile per una persona che vive sotto scorta. Sulla scorta a Roberto Saviano “saranno le istituzioni competenti a valutare se corra qualche rischio, anche perché mi pare che passi molto tempo all’estero. Valuteranno come si spendono i soldi degli italiani. Gli mando un bacione”, ha detto il ministro dell’Interno Matteo Salvini ad Agorà su Rai Tre.

Non si sono fatte attendere le reazioni: “Dobbiamo – è il commento di Pietro Grasso – scegliere da che parte stare: se con Saviano o con Salvini. Salvini è il ministro dell’Interno e, proprio in quel ministero, si decide chi deve essere protetto dallo Stato. Con le frasi di stamattina vuol far capire a Saviano di non criticarlo, di stare zitto, altrimenti può intervenire per lasciarlo senza protezione contro la camorra, che lo vuole morto da anni per le sue inchieste e per il suo essere diventato un simbolo della lotta alle mafie. Allo stesso tempo sta facendo passare l’idea che avere la scorta sia un privilegio e un costo, non una necessità che limita la libertà di chi è sotto protezione. La libertà di un giornalista di fare inchieste contro le mafie vale tutti i soldi che spendiamo per garantirgli di fare il suo lavoro. Non vogliamo altri Pippo Fava, Peppino Impastato, Mario Francese, Cosimo Cristina, Giovanni Spampinato, Mauro De Mauro, Giancarlo Siani, Mauro Rostagno, Giuseppe Alfano”.

Se Salvini vuole risparmiare, è il parere del capogruppo dem Graziano Delrio la “tolga a me la scorta ma la lasci a Saviano”. “Le scorte non si assegnano né si tolgono in tv” reagisce l’ex titolare del Viminale Marco Minniti: “I dispositivi di sicurezza per la protezione delle persone esposte a particolari situazioni di rischio seguono procedure rigorose e trasparenti che coinvolgono vari livelli istituzionali”. Le scorte dunque non sono discrezionali. Non dipendono cioè dalle simpatie o antipatie dell’organo politico. Vengono decise dall’Ucis (l’Ufficio centrale interforze per la Sicurezza personale istituito dopo l’omicidio Biagi) che è sì un’articolazione del Dipartimento di pubblica sicurezza del Viminale, ma è collegiale e vincolato a criteri precisi. Non sono duque nella dicrezione del titolare del Viminale.

Sorge allora il sospetto che l’avvertimento di Salvini sia la risposta alla dura presa di posizione di Saviano nei confronti delle sue politiche sui migranti e sul censimento dei rom. Politiche dichiaratamente di destra. Non a caso l’ultima esternazione del leader leghista viene subito rilanciata da Forza Nuova: “Pagargli una scorta e un compenso Rai per diffondere bufale politicamente corrette da un attico di New York è davvero troppo”, twitta Roberto Fiore, segretario della formazione neofascista.

Approvato il Def. Nencini: “Tria più realistico di Salvini”

Giovanni Tria

Il Ministro dell’Economia Giovanni Tria

“Il ministro Tria non è Salvini: più obiettivo, più realistico nel dibattito sul Documento di Economia e Finanza. Eppure nella risoluzione giallo/verde mancano due cose: le promesse elettorali e la convinzione che lontani dall’Europa, da soli, i problemi non si risolvono, si complicano”. Questo il commento del segretario del Psi, Riccardo Nencini al Def approvato oggi dall’Aula della Camera. Il Documento di economia e finanza 2018. I voti a favore sono stati 330 quelli contrari 242. Quattro gli astenuti. Un documento in cui la maggioranza stende e ufficializza i sui desideri. Il Def non prevede numeri. Ma solo orientamenti, è più facile quindi stirlare una sorta di lista della spesa. Nella risoluzione sul Def portata in Aula dal relatore M5s, Federico d’Incà, si impegna infatti il governo “ad assumere tutte le iniziative per favorire il disinnesco delle clausole di salvaguardia inerenti l’aumento dell’aliquota Iva e delle accise su benzina e gasolio” e “a individuare misure da adottare nel 2018 nel rispetto dei saldi di bilancio”.

La risoluzione di maggioranza inoltre impegna il governo ”a riconsiderare in termini brevi il quadro di finanza pubblica, nel rispetto degli impegni europei, per quanto riguarda i saldi di bilancio del triennio 2019-2021”. L’esecutivo dovrà ”realizzare nel tempo un cambio radicale del paradigma economico” e ”sarà d’obbligo impostare in Europa un dialogo nuovo, per ottenere regole di bilancio più flessibili e spazi maggiori per le spese produttive” è scritto in un passaggio, letto da D’Incà, della risoluzione che sarà votata dell’assemblea. ”Prioritario – secondo il relatore – è il superamento della logica del fiscal compact, la cui integrazione all’interno dei trattati europei è da scongiurarsi assolutamente”.

I temi che dovranno essere affrontati con la prossima legge di bilancio sono: la lotta alla povertà, lo stimolo alle politiche attive, il superamento della legge Fornero, misure per la scuola. Tra le misure da adottare il relatore ha indicato ”un mix virtuoso di maggiori investimenti pubblici, riduzione della pressione fiscale e il sostegno ai redditi più bassi”. Va semplificato, in particolare, il rapporto tra l’Agenzia delle entrate e il contribuente e vanno abolite “misure penalizzanti per i contribuenti onesti”.

Futuri provvedimenti per estendere il reddito di cittadinanza ”restano senz’altro necessari” e occorre ”ampliare la portata” dei Bes. Infine ”occorre assumere tutte le misure per favorire il disinnesco delle clausole di salvaguardia, inerenti l’aumento dell’aliquota Iva e accise”.

In aula il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha spiegato che ”la ripresa continua ma a ritmi più contenuti rispetto al 2017”. ”L’obiettivo prioritario deve essere aumentare il tasso di crescita potenziale e chiudere il divario” con il resto dell’Europa, ha evidenziato. ”Dobbiamo accrescere la competitività e la dinamica produttiva” e la strategia per raggiungere l’obiettivo richiede di ”attuare le riforme strutturali, previste nel programma di governo, attivare lo stimolo endogeno di crescita, per non limitarci a subire passivamente gli choc, positivi e negativi, che vengono dalla congiuntura internazionale”. Quanto ai tassi di crescita per il 2019 e gli anni seguenti, previsti nel Def a legislazione vigente, ”sono ancora alla nostra portata ma richiedono un’adeguata strategia di politica economica; non corrispondono più al quadro tendenziale”. Tria ha poi spiegato che ”lo scenario tendenziale dell’indebitamento netto sarà oggetto di una seria riflessione in sede di predisposizione del quadro programmatico”.

Il Def fu varato dal vecchio governo Gentiloni-Padoan nell’aprile scorso: in mancanza di un nuovo governo l’esecutivo allora in carica per l’ordinaria amministrazione decise di varare un documento contenente solo i valori “tendenziali”, cioè in assenza di decisioni politiche. Dunque la risoluzione quest’anno acquista maggiore importanza del solito proprio perché sarà il primo test del governo in attesa della nota di aggiornamento al Def che dovrà essere presentata in settembre. Per la sola disattivazione delle clausole, si apre una partita da oltre 12 miliardi quest’anno e 19 per il 2019.