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Edoardo Gianelli

Sulla legge elettorale un “no” tira l’altro

EVIDENZA-Matteo RenziIl no secco di Renzi al Provincellum riapre i giochi sulla legge Elettorale e spariglia le carte in commissione Affari costituzionali della Camera. E così, il testo base a cui sta lavorando il presidente della commissione e relatore, Andrea Mazziotti, che era atteso tra martedì e mercoledì della prossima settimana, rischia di dover essere riscritto, con un possibile conseguente slittamento dei tempi. A prospettare questa ipotesi è lo stesso Mazziotti, che tuttavia mostra cautela:

“Aspettiamo di vedere cosa succede la prossima settimana, viste le dichiarazioni di Renzi. A questo punto è opportuno aspettare le primarie e poi riapriamo la discussione”. In effetti le primarie hanno congelato il dibattito politico a partire dalle dimissioni di Renzi fino ad ora lasciando tutto in una sorta di limbo. La legge elettorale infatti è troppo importante per essere lasciata a caso. E li futuro segretario del Pd vorrà occuparsene in prima persona.

Mazziotti aggiunge che è ovvio “che dovrò sentire i gruppi uno per uno, perché il Pd ha dato la sua posizione sul Provincellum, ora si tratta di capire”, alla luce di come è cambiato il quadro, “quali saranno le posizioni degli altri gruppi e cosa diranno la prossima settimana. E’ chiaro che la posizione di Renzi pone un problema”. Mazziotti garantisce comunque che si cercherà di rispettare il calendario dei tempi fissato, ma “se dovessero emergere delle difficoltà vedremo”. Dunque sul testo base si riparte da zero? “Aspettiamo la settimana prossima per capire le posizioni del Pd e degli altri gruppi, è difficile dirlo oggi. E poi una parte delle motivazioni” di Renzi per cui non gradisce il Provincellum, ovvero collegi sì ma con sistema proporzionale che comporta una competizione solo interna allo stesso partito senza avere la certezza su chi sarà eletto, “si possono anche correggere” mantenendo l’impianto generale del Provincellum, ipotizza Mazziotti.

Il tema centrale resta quello della governabilità agganciato alla necessità di dare rappresentatività. I listoni non risolvono i problemi delle diversità di pensiero tipici della frammentazione partitica. Infatti le divergenze non scompaiono ma si ripropongono internamente.

Il presidente del gruppo Misto alla Camera Pino Pisicchio del gruppo Misto alla Camera Pino Pisicchio si augura che il Parlamento non subisca “la sorte di rassegnazione ad andare al voto con i moncherini dell’Italicum e del Porcellum: farà una legge elettorale che metterà insieme rappresentanza e governabilità . Fuori da questo schema obbligato c’è solo il caos”.

A commentare la parole di Mazziotti ci pensa il deputato e capogruppo di Forza Italia in Commissione Affari costituzionali, Francesco Paolo Sisto. “Le parole del Presidente Mazziotti confermano il disorientamento istituzionale causato dalla disinvoltura renziana nel dare e togliere le carte sulla legge elettorale, nello scombinare così programmi e tempi di lavoro, mentre tutto è fermo in attesa che finisca l’inquinamento ambientale causato dalle primarie Pd”. “Le troppe proposte Dem sul tavolo, le tante uscite estemporanee dell’ex premier e le contemporanee dichiarazioni in senso opposto di Orlando, altro candidato alla segreteria Pd, fanno pensare che in realtà si stia menando il can per l’aia per impedire qualsiasi riforma elettorale. Una somma irresponsabilità che contravviene agli autorevoli richiami del Presidente Mattarella, a un prioritario dovere democratico e agli interessi dell’Italia tutta”.

Gentiloni: Italia protagonista nell’Unione europea

“L’Italia deve svolgere un ruolo di protagonista nella discussione sugli orizzonti dell’Unione europea, in particolare sulla discussione economica. Ci sono dati macroeconomici incoraggianti, con tassi di disoccupazione tendenti al ribasso, tassi di inflazione positivi, ma serve proseguire con le politiche di stimolo da parte dell’Unione Europea”. Così il premier Paolo Gentiloni nell’informativa alla Camera in vista del Consiglio straordinario Ue di sabato. La risoluzione firmata dai capigruppo di maggioranza sulle comunicazioni fatte in Aula è stata approvata con 308 sì e 98 no. Il premier poi ha affrontato la questione Brexit, la fuoriuscita dall’Unione della Gran Bretagna che ha provocato un ‘piccolo terremoto’. “Abbiamo il dovere e diritto di pretendere per i nostri concittadini diritti e tutele amministrative certe, immediatamente applicabili e non discriminatorie”, ha spiegato. Con la Brexit “l’Italia non è tra i Paesi più colpiti, più a rischio”, ha fatto notare il presidente del Consiglio, “ci sono altri paesi dell’Ue che hanno un livello di interazione e interscambio con il Regno Unito molto più rilevante del nostro ma siamo comunque interessati al fatto che la storia del quadro di relazioni tra l’Ue e Gb finisca nel migliore dei modi”.

Inoltre il premier ha puntualizzato: “Una cosa è certa: il quadro dei nuovi accordi non può essere caratterizzato dal mercato unico ‘a’ la carte’ che verrebbe concesso al Regno Unito. Il mercato unico è una straordinaria risorsa per i Paesi dell’Ue ma non si può immaginare che qualcuno  prenda ciò che gli interessa, cioè la parte economica e finanziaria, e chiuda su ciò che non gli interessa’. In primo piano anche la questione dei migranti. “Noi non accettiamo l’idea di un’Europa a due rigidità, molto rigida sulle dinamiche di applicazioni dei patti fiscali e molto flessibile quando si devono applicare le decisioni sulla ricollocazione dei rifugiati e dei richiedenti asilo – spiega Gentiloni – Questo per noi non è accettabile e tutto quello che è stato fatto in questi due anni sulle politiche migratorie dell’Unione Europea è stato fatto a trazione italiana. Ci sono dei passi avanti ma la lentezza di questi passi avanti va superata”.  Il premier riconosce – nel corso del suo intervento –  che “oggi servono politiche di sostegno alla ripresa a livello Ue. Serve proseguire su politiche di stimolo, che prenda il verso giusto sulla discussione sui criteri di aggiustamento strutturale. Si tiene conto dei criteri della realtà dei livelli di crescita oppure si fa una discussione basata solo su alcuni numeri? Non è una richiesta dell’Italia, ma riguarda la maggioranza dei Paesi dal punto di vista del Pil europeo. Servono posizioni più avanzate”.

Per i socialisti, che hanno votato a favore della risoluzione della maggioranza, è intervenuta nel dibattito e successivamente nella dichiarazione di voto, il presidente del gruppo Pia Locatelli. “Il giorno in cui il Consiglio europeo ha ricevuto dalla Prima Ministra britannica la notifica dell’intenzione di uscita del Regno Unito dall’Unione europea – detto Pia Locatelli – noi europeisti lo abbiamo sentito come un lutto. Qualcuno ha parlato di 8 settembre britannico, altri di ponte levatoio sulla Manica; noi lo abbiamo sentito come mutilazione sia dell’Unione come entità sia del progetto europeo”.

Stipendi Rai. Niente tetto per gli artisti

Rai-rinnovo CdAEvviva la Rai. Forse non tutti sono contenti del servizio pubblico, ma sicuramente lo saranno i tanti artisti che quotidianamente allietano le serate dei telespettatori. Infatti, in tempo di spending review, sono stati risparmiati dalla stretta che ha invece dato una tagliatina ai superstipendi. I contratti di prestazione artistica infatti non sono inclusi nel perimetro di applicazione del limite ai compensi Rai previsto dalla legge. Lo precisa la lettera inviata dal Mise alla Rai, nella quale si richiama il parere della Avvocatura dello Stato.

Il Ministero precisa che ciò non esonera la Rai dal dovere di individuare i criteri per la determinazione della prestazione artistica e i meccanismi per la determinazione delle retribuzioni, anche in relazione agli obiettivi del piano editoriali. Spetta alla concessionaria quindi valutare i singoli casi esentati dal tetto ed è – si precisa ancora – necessaria una sollecita determinazione dei criteri.

Il tetto è di 240 mila euro. Lo stesso previsto per le amministrazioni pubbliche. Non sono pochi, anche se in Rai c’è chi percepisce quasi il triplo. Un tetto quindi che non sarà esteso anche ai contratti di collaborazione e consulenza di natura artistica della Rai. A pochi giorni dal termine di aprile – mese in cui (in forza di una delibera del cda del 23 febbraio scorso) il tetto doveva entrare in vigore – a togliere le castagne dal fuoco del settimo piano ci ha pensato il sottosegretario allo Sviluppo economico, Antonello Giacomelli, che ha spedito una lettera ai vertici di Viale Mazzini.

Però, Giacomelli ha voluto ribadire a Monica Maggioni e ad Antonio Campo Dall’Orto “che questo non esonera gli organi di Rai dal dovere, richiamato anche dalle norme della legge 220/2015, di individuare, in un organico piano, criteri e parametri per la corretta e chiara individuazione dei ‘contratti con prestazioni di natura artistica’, dei meccanismi di determinazione della loro retribuzione e del loro valore in relazione agli obiettivi del piano editoriale”. “La stessa Avvocatura, infatti, in conclusione del parere, sottolinea che ‘si intende che nei casi concreti spetterà ai competenti organi gestionali della Concessionaria valutare, nella propria autonoma responsabilità, se la prestazione abbia effettivamente natura artistica”.

La lettera di Giacomelli sarà portata in cda dove con ogni probabilità la delibera di febbraio sarà ritirata. Tolto il problema del tetto, però, ora bisognera’ stabilire – e questo dovrà farlo la Rai e non il governo – chi nel servizio pubblico fornisce realmente prestazioni artistiche. E chissà se nel giro di pochi diventeranno tutti artisti.

Voucher addio. Poletti: “Lavoriamo per una soluzione”

Ministero del Lavoro - Il ministro Poletti incontra i sindacatiIl decreto che dice basta ai voucher passa al Senato con 140 sì, 49 no e 31 astenuti. E diventa legge. Senza che il governo abbia chiesto il voto di fiducia né a Palazzo Madama, né alla Camera dove era stato approvato il 6 aprile scorso con 232 voti a favore, 52 contrari, 68 astensioni. Adesso la Corte di Cassazione deve valutare l’esito della legge che abolisce i voucher, stabilendo quel che sarà del referendum che è stato indetto. Al governo invece il compito di trovare la soluzione più adeguata per colmare il vuoto lasciato dalla cancellazione di questo strumento. “Noi – ha detto il ministro del Lavoro Giuliano Poletti – come ampiamente detto dal presidente del Consiglio, lavoriamo ad una soluzione che, guardando alla diversa condizione delle famiglie e delle imprese, affronti il tema del lavoro occasionale”. Ma Poletti non si sbilancia sui tempi e alla domanda se il nodo sulle prestazioni occasionali sarà risolto prima dell’estate, Poletti risponde che “su questo non ci sono altre anticipazioni”.

La leader della Cgil Susanna Camusso, che aveva organizzato un presidio al Pantheon in attesa del risultato, parla di “risultato importante, frutto della mobilitazione” del sindacato che però “non ferma l’iniziativa per riscrivere il diritto del lavoro”. La battaglia, infatti, “continua per la “Carta dei diritti universali del lavoro””. Ora “l’ultima parola spetterà alla Cassazione – precisa Camusso – ma immaginiamo che non ci sarà più il referendum”. Quindi osserva: “Senza buoni-lavoro venduti in tabaccheria sarà comunque un Paese migliore…”.

Di parere opposto i senatori del centrodestra che, nell’Aula di Palazzo Madama, difendono sino all’ultimo lo “strumento” che venne introdotto 14 anni fa in Italia con il governo Berlusconi. Tutte le opposizioni concordano nel puntare il dito contro il Pd che avrebbe voluto il decreto “solo per paura”, “per sventare il referendum messo in campo dalla Cgil che avrebbero perso”. Tra i più espliciti Roberto Fico (M5S): “Hanno tanta paura di perdere il referendum sul lavoro che hanno ritirato i voucher…”.

I Dem però si difendono ribadendo che la cancellazione di voucher si è resa necessaria per gli “abusi” che ci sono stati e non certo per il timore della consultazione referendaria. In molti, a cominciare da Mdp con Carlo Pegorer, plaudono l’iniziativa ma chiedono di ripensare ora “un quadro normativo” per garantire comunque “la legalita’ alle prestazioni lavorative occasionali”. Con alcuni, come Stefano Lepri del Pd, che suggeriscono soluzioni sul genere dei “mini jobs” tedeschi o degli cheques francesi. Anche se nel mondo del lavoro prevale lo scetticismo. Il governo, commenta in una nota la Confederazione nazionale Artigiani, “aveva promesso pubblicamente di sostituire i voucher con uno strumento equivalente, sentite le parti sociali. Ma per ora di questo impegno non c’è traccia…”. La cancellazione dei buoni lavoro, rincara la dose il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo, “fa perdere opportunità di lavoro a 50mila giovani studenti, pensionati e cassa integrati impiegati nelle attività stagionali in campagna dove con l’arrivo della primavera sono iniziati i lavori”. E al momento non si vedono alternative. Eppure, incalza la relatrice Annamaria Parente, la loro “abrogazione si era resa necessaria per evitare gli abusi che avevano portato il numero dei buoni-lavoro, nel 2016, a 134 milioni, senza che i governi del Pd ne fossero responsabili”.

Francia: Macron e Le Pen in calo. Timore astensione

Marine-Le-Pen-MacronEmmanuel Macron e Marine Le Pen, i due favoriti nel primo turno delle elezioni presidenziali in Francia, sembrano perdere terreno a vantaggio di Francois Fillon e Jean-Luc Melenchon, secondo un sondaggio pubblicato da Le Monde in vista del voto di domenica. Macron, candidato centrista e pro-europeo di En Marche, è in testa nelle intenzioni di voto con il 23%, due punti in meno rispetto alla precedente inchiesta realizzata due settimane fa. Le Pen, candidata e leader del partito di estrema destra Front National, arretra del 2,5% fermandosi al 22,5% delle intenzioni di voto. Fillon, il candidato del partito di centrodestra dei Republicains coinvolto nello scandalo “Penelopegate” (l’assunzione della moglie e delle figlie come assistenti parlamentari), recupera due punti e si attesta al 19,5%.

Il sondaggio di Le Monde conferma la progressione del candidato di estrema sinistra Melenchon che guadagna 4 punti in due settimane e si piazza al 19% appena dietro a Fillon. L’inchiesta è stata realizzata dall’istituto Ipsos-Sopra Steria il 16 e 17 aprile su un campione importante di 11.601 persone iscritte sulle liste elettorali. Oltre a mostrare un livello di incertezza mai registrato prima d’ora in un’elezione presidenziale a causa dello scarto minimo tra i quattro principali candidati, il sondaggio rivela che un quarto degli elettori esitano ancora e faranno la loro scelta solo negli ultimi giorni prima del voto.

Melenchon e Fillon, visto il margine di errore del 1% del sondaggio di Le Monde, sono sufficientemente vicini a Macron e Le Pen per sperare in un sorpasso domenica per arrivare al ballottaggio del 7 maggio. Secondo il quotidiano francese, la progressione “più spettacolare” è quella di Melenchon che in un mese ha recuperato 7,5 punti. Fillon, invece, beneficia di un zoccolo duro particolarmente solido, con l’81% dei suoi elettori sicuri della loro scelta. Il candidato di centrodestra sta anche recuperando gli elettori che nel 2012 avevano votato per Nicolas Sarkozy. Quanto agli altri candidati, il sondaggio conferma il crollo del socialista Benoit Hamon che, con appena l’8% delle intenzioni di voto non ha speranze di accedere al secondo turno. Un altro candidato sovranista, Nicolas Dupont-Aignan, otterrebbe il 4%, mentre Philippe Poutou del Nuovo Partito anti-capitalista si fermerebbe al 1,5%. Quanto al ballottaggio, il sondaggio di Le Monde indica che Le Pen uscirebbe sconfitta in caso di scontro diretto con uno degli altri tre favoriti: la candidata di estrema destra sarebbe superata da Macron (61% a 39%), da Melenchon (57% a 43%) e da Fillon (55% a 45%).

In questo quadro sarebbe anche molto forte il rischio di astensione. Infatti secondo fonti francesi vicine al ministero dell’Interno, nel governo si teme una maxi-astensione al primo turno delle presidenziali di domenica prossima. “Con un’astensione addirittura vicina al 50% – dicono le fonti – si rischia che al secondo turno vada chiunque dei quattro di testa. E non si può escludere un ballottaggio Le Pen-Melenchon”, i due candidati con la più alta percentuale di votanti “certi” della propria scelta.

Siria: Alfano, evitare escalation, serve negoziato

siriaIn Siria occorre “evitare l’escalation militare e riportare la diplomazia al centro”: lo ha sottolineato il ministro degli Esteri, Angelino Alfano, che in Senato ha svolto l’informativa sulla situazione nel martoriato Paese mediorientale, anche alla luce delle conclusioni del G7 del ministro degli Esteri, a Lucca. Alfano ha ribadito che “occorre rilanciare il negoziato” e ha aggiunto che l’Italia è convinta che si possa pacificare la Siria solo con lo strumento del negoziato: “Non può esserci soluzione militare, il futuro dipende del processo politico”.

Secondo Alfano lo sforzo della diplomazia italiana nella crisi siriana deve essere quello di “spingere Mosca a prendere le distanze da Assad”. “La soluzione della crisi in Siria passa attraverso il coinvolgimento della Russia, che non va messa nell’angolo”, ha detto Alfano. “Occorre convincere Mosca a esercitare pressioni su Assad affinché rispetti in maniera duratura il cessate il fuoco” e “cessi di attaccare i civili e bombardare il suo popolo”.

Secondo Alfano, dopo l’attacco chimico del regime siriano paradossalmente “si è creata una nuova occasione per convincere Mosca a mettere sotto pressione Assad e fare concessioni politiche”. Il ministro degli Esteri ha ricordato che, dopo l’attacco chimico del regime siriano nell’agosto 2013 a Ghouta Est, si arrivò all’intesa russo-americana che consentì all’Opac, l’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche, di smantellare (con il “fattivo sostegno” dell’Italia) l’arsenale chimico del regime. Oggi, dopo l’attacco chimico nella provincia di Idlib, “abbiamo un’altra occasione e non vogliamo disperderla”.

Il ministro degli esteri ha parlato anche dell’Iran e di come l’Italia stia continuando il pressing sul Theran perché eserciti “tutta la sua influenza su Damasco” in modo che il regime eviti nuovi attacchi sui civili.

“Noi socialisti – ha detto Pia Locatelli intervendo dopo l”informativa urgente del Governo – ancora una volta ribadiamo la condanna per il bombardamento di Idlib in cui sono stati usati gas nervini, che ha causato la strage di decine e decine di civili di cui un terzo minori, quindi condanna ferma senza incertezze”.

“Esprimiamo invece qualche dubbio – ha aggiunto – per la reazione americana che ha lanciato missili sulla base militare siriana da cui sarebbero partiti gli aerei impiegati contro gli abitanti di Idlib. Restano dubbi perché, nonostante le asserite prove della colpevolezza del regime di Assad, è un passato recente quello delle prove schiaccianti contro il dittatore iracheno Saddam Hussein che si sono rivelate montature strumentali alla dichiarazione di una guerra. Comunque, al di là delle possibili responsabilità di Assad che andranno accertate, restano interrogativi per noi senza risposta sull’efficacia dei bombardamenti statunitensi. Non mancano nemmeno interrogativi, questi sì enormi, sul comportamento russo sia per il suo sostegno al regime di Assad e sono gravi responsabilità perché hanno protratto la durata di questa crisi e hanno provocato l’ulteriore intensità di questa tragedia, ma anche per non aver fermato l’uso delle armi chimiche se fossero accertate le responsabilità siriane. A noi sembrano chiari gli obiettivi da perseguire in questa tragedia, in questa tragica vicenda siriana, per i rapporti con i Governi coinvolti nella crisi, per le nostre alleanze, per il nostro interesse nazionale, anche in relazione ai flussi migratori, per il nostro impegno per promuovere libertà e democrazia”.

“Ecco per tutto questo – ha concluso Pia Locatelli – non possiamo che ribadire che ogni piano per la Siria deve avere come linea guida la lotta al radicalismo terrorista islamista, in particolare l’ISIS, la fine di un regime dispotico e sanguinario anche attraverso un processo di transizione, senza rompere l’integrità territoriale della Siria e senza replicare il caos afgano, poi iracheno, poi libico. Siamo d’accordo con lei signor Ministro e ribadiamo che non può esservi altra strada percorribile che la continuazione del dialogo e del negoziato, anche unendo i tavoli di Ginevra e Astana. È la linea, quella del negoziato, ribadita dal nostro Presidente Mattarella, che nella visita di ieri a Mosca ha operato per far condividere alla Russia la scelta della via negoziale, mettendo da parte l’opzione militare, che si è rivelata inefficace ed è costata la vita a mezzo milione di persone in sei anni”.

Legge elettorale. Renzi apre sui capilista bloccati

Matteo RenziMatteo Renzi si è detto pronto a togliere i capilista bloccati dalla legge elettorale: “Sono disponibile: non ho alcun problema a metterci la faccia per prendere i voti”. Quanto alla data delle prossime elezioni l’ex premier ha negato che ci sia un piano per far cadere il governo dopo le primarie del Pd: “E’ una cosa che non è vera. Punto. Il governo in carica sta facendo un grande lavoro”. Parole che hanno rimescolato le carte e risvegliato il dibattito in corso. “Non entro su questi argomenti. Come presidente del Senato non posso che auspicare che al più presto si possa arrivare a una condivisa legge elettorale per prepararci alla nuova legislatura”, ha detto a Bari il presidente del Senato, Pietro Grasso, rispondendo alla richiesta di commentare l’apertura di Renzi. Quanto alla fiducia che si arrivi a una legge elettorale condivisa, Grasso ha detto di essere “sempre fiducioso per carattere”. Anche se la fiducia spesso non è sufficiente. Fatto sta che il superamento dei capilista bloccati sarebbe una novità rispetto all’impianto dell’Italicum.

Togliere capilista bloccati è visto con favore anche da Andrea Orlando, ministro della Giustizia e avversario di Renzi nella corsa alla segreteria del Pd: “Io l’ho chiesto. Se viene accolta questa richiesta penso che sia assolutamente positiva, facciamo un passo in quella direzione”. Pisicchio ha commentato parlando di “segnali importanti”. “Accogliere l’idea che tutti i candidati sono uguali al cospetto dei cittadini significa rovesciare il principio della nomina dall’alto che ha ispirato la legislazione elettorale negli ultimi dodici anni. Su queste basi, dirette alla piena riconciliazione tra corpo elettorale e ceto parlamentare, si potranno sicuramente trovare intese larghe”.

Per ora la posizione di Mdp è di cautela. “Noi aspettiamo le mosse del Pd. Renzi – ha detto Francesco Laforgia, capogruppo Mdp alla Camera – ha fatto approvare l’Italicum che doveva essere la legge migliore del mondo e che noi non abbiamo votato avendo dei dubbi sulla sua costituzionalità; ora il Pd ha il dovere di compiere la prima mossa, facendolo sul serio, non come è stato con il Mattarellum che è stato proposto come cortina fumogena per non cambiare la legge uscita dalla Consulta”. “Noi – ha ricordato – abbiamo indicato tre capisaldi: via i capilista bloccati; rapporto equilibrato tra rappresentanza e governabilità; armonizzazione dei due sistemi. Su questi costruiscano il vestito che vogliono e noi siamo pronti”, ha concluso.

Per il centrista Maurizio Lupi è però ora che il Pd passi “dalle parole ai fatti”. “C’è una proposta di legge di Alternativa popolare già depositata che prevede le tre preferenze, il premio di maggioranza per la coalizione e la rappresentanza in Parlamento per i partiti che superino il 3 per cento. Discutiamone senza aspettare oltre”.

Dall’opposizione Forza Italia non sembra entusiasta delle parole di Renzie. Anzi. Brunetta non ha “visto alcuna apertura da parte in merito alla legge elettorale, ho visto solo giochi e giochetti. Ricordo all’ex premier ed ex segretario Pd che il suo partito ha di fatto la maggioranza in Commissioni Affari costituzionali alla Camera, può fare il bello e il cattivo tempo, e finora non ha deciso assolutamente nulla. Renzi fa battute da Vespa, va bene, ma che dica ai suoi in Parlamento di lavorare ad un testo base che risponda al monito del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Serve un percorso di riforma della legge elettorale condiviso”. La Meloni invece si è detta pronta a votare con Renzi su capilista. Però ha aggiunto che “è difficile credere alla sua faccia di bronzo ma se l’ex segretario Pd volesse fare sul serio non deve fare proclami in tv: alzi il telefono e dica ai suoi parlamentari di votare oggi stesso la modifica della legge elettorale in Parlamento”.

Infine i 5 Stelle. “Renzi – ha detto il vice presidente della Camera M5S Luigi Di Maio – va in giro per trasmissioni a dire tutto e il contrario di tutto. Mi sembra di rivivere la campagna per le primarie del 2013. Ormai è in evidente stato confusionale”.

Edoardo Gianelli

Legge elettorale, è ancora stallo

urna elettoraleMatteo Renzi oggi scrive che sulla legge elettorale il Pd è in minoranza. E poi spiega: “In questa settimana si è consumato un fatto molto grave a livello istituzionale. I franchi tiratori del Senato, a volte ritornano, hanno scelto per la commissione della legge elettorale un candidato di NCD con l’appoggio di Grillo, Berlusconi, Salvini e della sinistra radicale. Tutti insieme, appassionatamente. Bene. Anzi male. Però questa è banalmente una conseguenza del no al referendum: siamo tornati alla palude”. E, aggiunge Renzi, “purtroppo il Pd può farci ben poco perché è minoranza. Vediamo che cosa proporranno loro e se finalmente ci spiegheranno a cosa sono favorevoli loro: troppo facile dire solo no. Buon lavoro, li giudicheremo dai fatti, senza polemiche”. Insomma Renzi se ne tira fuori. Come se il Pd non avesse l’onere di una proposta. Il partito è però impegnato in una serrata sfida per la segreteria e difficilmente sarà in grado di avere una posizione chiara fino all’elezione della nuova segreteria.

Il presidente del gruppo Misto alla Camera Pino Pisicchio registra un fattore positivo: “Per la prima volta ci è parso di ascoltare autorevoli voci del partito di maggioranza relativa dichiarare una disponibilità a cancellare i capilista bloccati. La stessa posizione viene espressa da tempo dal Movimento Cinque Stelle. Bene, non siamo più i soli a volerlo! Allora andiamo avanti e votiamo una legge elettorale che rimetta finalmente nelle mani dei cittadini e non dei capibastone la scelta dei rappresentanti”. Sulla stessa posizione, Elisa Simoni, parlamentare Pd e sostenitrice della Mozione Orlando che definisce “interessanti” le “dichiarazioni di Renzi e Orfini sulle legge elettorale, riportate oggi dalla stampa, sulla disponibilità di discutere proposte del M5S. Ricordo a tutto il Pd che dovrebbe essere il nostro partito a rilanciare una proposta sul tema”. “Nel caso dell’Italicum, poi bocciato dalla Consulta – afferma Simoni – questa iniziativa politica non ci e’ mancata, tanto da essere pronti ad approvarla con un voto di fiducia”. Maurizio Turco della lista Pannella chiede l’intervento di Mattarella per scongiurare una legge con capilista bloccati “Il Presidente della Repubblica – afferma – ha opportunamente ed a tempo debito invitato il Parlamento a legiferare per armonizzare le leggi in vigore per le elezioni della Camera e del Senato. Dopo aver avuto per diverse legislature una legge elettorale palesemente anticostituzionale, nonostante i pareri di costituzionalità espressi da Camera, Senato e Presidenza della Repubblica, è evidente il tentativo di avere una legge elettorale che determini una quota non indifferente di eletti a prescindere dagli elettori”. “Siamo sempre più convinti che il miglior sistema sia il collegio uninominale ad un turno, ma saremmo favorevoli anche ad una elezione in due turni purché si salvi il collegio, cioè il contatto tra eletto e territorio a discapito di quello tra eletto e cupole partitocratiche”.

“La legge elettorale – aggiunge Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera – è ferma, c’è una sola ragione, il Partito democratico blocca tutto”. “Che gli italiani lo sappiano, il Partito democratico da mesi sta bloccando la discussione in merito alla legge elettorale in attesa che si celebri il suo congresso prima e le primarie dopo. Prima di quella data, il 30 aprile, il Pd ha bloccato tutto, ha bloccato tutti i lavori in Commissione Affari costituzionale alla Camera, quindi il Pd non si lagni poi se la legge elettorale è in ritardo, perché questo l’hanno provocato loro”. “Io auspico che invece ci sia, già da questa settimana, un incardinamento di un testo base in Commissione”.

MISSILI SULLA SIRIA

siria usa

Spaventa l’escalation che potrebbe innescarsi dopo l’attacco Usa in Siria. Una nave da guerra russa è entrata nel Mediterraneo e si starebbe dirigendo verso i due cacciatorpedinieri americani che hanno lanciato l’attacco in Siria della scorsa notte. Lo riporta Fox News. “Attaccando una base aerea siriana, gli Stati Uniti sono arrivati “ad un passo dallo scontro con la Russia”: lo scrive su Facebook il premier russo, Dmitri Medvedev.

Il raid Usa

“Nessun bambino dovrebbe patire un simile orrore”. Con queste parole, il presidente Usa, Donald Trump, ha dato il ‘via libera’ al raid americano contro la base aerea di Shayrat, nella provincia di Homs, quella da dove, secondo l’intelligence Usa, erano partiti i raid con le armi chimiche che avevano ucciso decine di civili nella provincia di Idlib. È stato il primo attacco americano da quando è cominciata la guerra civile in Siria: 59 missili Cruise lanciati da due navi americane nel Mediterraneo.

Furente il Cremlino che parla di “aggressione contro uno Stato sovrano, in violazione del diritto internazionale e con un pretesto inventato”, aggressione che – aggiunge Mosca – porterà “danni considerevoli” alle relazioni tra Russia e Stati Uniti. Come prima mossa concreta, Mosca ha sospeso la cooperazione con gli Usa per evitare incidenti nei cieli siriani. La Russia ha anche chiesto l’immediata riunione del Consiglio di sicurezza Onu.

I 59 missili Tomahawk lanciati dai cacciatorpedinieri Uss Porter e Uss Ross hanno semidistrutto la base aerea. “Occorrera’ tempo per valutare i danni”, ha precisato il governatore di Homs. Ma sono morti 6 militari siriani, tra i quali un generale di Brigata aerea. La base è stata distrutta. In una nota, il Pentagono ha definito la risposta americana “proporzionata” rispetto all’odiosa azione di Assad contro la sua gente. Il raid americano è scattato alle 20:40 ora statunitense, quando in Siria erano le 04:40, le 03:40 in Italia. Una portavoce del Pentagono americano ha aggiunto che l’attacco è un evento “one-off”: dunque si tratta di un’azione isolata e non è prevista al momento un’escalation militare americana in Siria.

Il presidente americano, Donald Trump, sceglie dunque il pugno di ferro contro il regime di Bashar al Assad, che ritiene responsabile dell’attacco chimico a Khan Sheikhoun. “Anche bellissimi neonati sono stati crudelmente assassinati in questo barbaro attacco: Assad ha stroncato la vita di uomini, donne e bambini innocenti e per molti è stata una morte lenta e brutale”, ha detto Trump, parlando in diretta tv, dalla Florida, dove riceveva il presidente cinese Xi Jinping, da lui stesso informato del blitz missilistico. L’attacco è arrivato dopo un lungo vertice tra alti funzionari della Casa Bianca, il ministro della Difesa Jim Mattis, il segretario di Stato Rex Tillerson e il consigliere per la sicurezza nazionale H.R. McMaster. Una mossa a pochi giorni dal viaggio di Tillerson in Russia; e secondo alcuni analisti, la decisione di velocizzare l’intervento servirà agli Stati Uniti anche per dare un maggior peso politico all’incontro con il ministro degli Esteri russo, Serghey Lavrov.

La Russia è il maggior alleato del presidente siriano e oltre ad aiutare militarmente l’esercito governativo, ha bloccato la quasi totalità delle iniziative diplomatiche al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Ha già parlato anche la Cina che condanna “l’uso delle armi chimiche da parte di qualsiasi Paese”. Con Trump anche la Germania: “Il raid (americano) è comprensibile”. Da Londra arriva il “pieno appoggio” del governo britannico per una “azione appropriata”. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu condivide “il messaggio forte e chiaro” lanciato dagli Usa, e auspica che sia recepito anche da Teheran e Pyongyang. Dal composito fronte anti-Damasco esulta la Turchia, che parla di attacco “positivo” contro la “barbarie” di Assad. Plaudono a Trump anche L’Arabia Saudita e il premier australiano, Malcolm Turnbull.

L’attacco americano contro la Siria mostra come il presidente Donald Trump sia pronto “ad azioni decisive per rispondere ad atti odiosi”, ha spiegato Rex Tillerson, parlando con i cronisti in Florida. Il consigliere per la sicurezza nazionale, il generale McMasters, ha spiegato che a Trump sono state presentate tre opzioni per rispondere alla strage con il gas in Siria. Lui ha detto di concentrarsi su due di queste e poi ieri ha preso la decisione finale ordinando il raid. All’ira di Mosca, si è unita la condanna dell’Iran, il principale alleato regionale di Damasco: Teheran “condanna energicamente” i bombardamenti statunitensi in Siria e ritiene che “rafforzino i gruppi terroristici”, ha detto il portavoce del ministero degli esteri, Bahran Ghasemi, aggiungendo che gli attacchi americani “un’azione unilaterale pericolosa, distruttiva e che viola i principi del diritto internazionale”.

L’Unione europea era stata informata della probabilità di un’imminente svolta degli Stati Uniti sulla Siria. Dopo l’attacco della notte scorsa, l’alto rappresentante Federica Mogherini ha seguito durante la notte gli eventi assieme ai servizi diplomatici di Bruxelles. L’Ue, si apprende, sta coordinando gli Stati membri e il capo della diplomazia ha già ricevuto, fra le altre, la telefonata del presidente del Consiglio Paolo Gentiloni. E’ inoltre in contatto con gli Stati Uniti e con le Nazioni Unite.

Con questa salva di missili Tomahawk, il presidente americano accontenta in patria il partito dei falchi, che da sempre preme perché la Casa Bianca intervenga contro Damasco. “Diversamente dalla precedente amministrazione, il presidente ha affrontato un momento cruciale in Siria ed ha agito. Per questa ragione merita il sostegno del popolo americano” hanno detto in comunicato ufficiale congiunto i senatori repubblicani John McCain e Lindsey Graham, tra i primi a fare pressioni su Trump. I repubblicani infatti non hanno mai perdonato a Barack Obama di non esser intervenuto nel 2013, nonostante fosse stato provato l’uso di armi chimiche dal governo di Assad che sanciva il superamento “della linea rossa”. Il presidente americano fu accusato di aver indebolito la leadership degli Stati Uniti.

Ma anche esponenti democratici al Congresso hanno espresso il loro appoggio all’attacco ordinato da Trump. “Assicurarsi che Assad sappia che quando commette tali riprovevoli atrocità pagherà un prezzo è corretto”, ha detto Chuk Schumer, leader della minoranza democratica al Senato. E il suo omologo alla Camera dei rappresentanti, Pelosi, ha avvertito che “la crisi in Siria non sarà risolta da una notte di attacchi aerei”, però ha osservato che l’attacco ordinato dal presidente è “una risposta proporzionata all’uso delle armi chimiche da parte del regime”.

Voucher addio. Pastorelli: “Governo mantenga impegni”

lavoro nero vaucherLa Camera dei Deputati ha approvato il decreto legge che abroga i voucher. Il testo, che interviene anche in materia di responsabilità solidale negli appalti, oggetto come i voucher del referendum della Cgil fissato per il 28 maggio, passa ora al Senato per la seconda lettura. Tutti gli emendamenti sono stati respinti ed il contenuto del decreto è il medesimo licenziato dal governo. Se il Senato confermerà l’attuale testo, il voto referendario non si terrà. I voti favorevoli dei 284 deputati votanti sono stati 232, i contrari 52 e gli astenuti 68.

Una scelta, quella della loro abolizione, adottata dal governo per sgombrare il campo da un referendum dagli esiti incerti e che avrebbe potuto avere effetti destabilizzanti sulla maggioranza. Ma si crea con un vuoto normativo per sanare le tante posizioni lavorative costrette a tornare nel sottobosco del lavoro nero. Lo spiega il deputato socialista Oreste Pastorelli nella sua dichiarazione di voto: “Se oggi voteremo a favore della conversione in legge del decreto sui voucher è perché il Governo si è impegnato a tornare su questo problema, introducendo strumenti idonei alla regolamentazione del lavoro occasionale, senza che ciò crei ulteriori vie di fuga per il lavoro sommerso”. “E’ chiaro – prosegue il parlamentare socialista – che un referendum sulla disciplina del lavoro accessorio avrebbe innescato un’altra feroce campagna elettorale, tutta di carattere personale e lontana dal merito delle questioni, quindi non stupisce la scelta del Governo di sopprimere direttamente questo particolare strumento di retribuzione del lavoro. L’auspicio, però, è che l’Esecutivo mantenga l’impegno preso, mettendo in campo misure concrete per la tutela delle attività occasionali e la lotta al lavoro nero”.

Entro il 15 maggio “ci sara’ una nuova normativa che non riciclerà i voucher ma risolverà il problema dei lavori occasionali” ha detto il capogruppo di Alternativa popolare, Maurizio Lupi, riferendo nel corso di una conferenza stampa l’esito dell’incontro di due giorni fa con il presidente Gentiloni. “Gli abbiamo espresso la preoccupazione che non si può interrompere il percorso sui voucher” e “non si può lasciare un vuoto normativo che ricaccia nel ‘nero’ imprese, lavoratori e famiglie”.