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Edoardo Gianelli

Voucher. Nencini: “Senza regole, no al decreto”

Pensioni-PolettiLa scorsa settimana il governo ha abolito completamente la normativa sui voucher con un decreto che rende nullo il temuto referendum promosso dalla Cgil ma aprendo allo stesso tempo una falla pericolosa nella normativa sul lavoro con l’eliminazione di un argine importante al lavoro nero. In attesa che il governo metta riparo a una “toppa” forse peggio del buco, la Cgil chiede che il decreto legge sull’abolizione dei voucher sia “tramutato in legge” senza modificazioni. Se ciò non fosse si riaprirebbe il tema del referendum. Poletti, in Aula per il question time, ha cercato, con qualche difficoltà, di fare chiarezza. L’utilizzo dei voucher già acquistati entro il 17 marzo, data di entrata in vigore del decreto legge che li ha abrogati, fino al 31 dicembre 2017, come previsto dallo stesso dl, “dovrà essere effettuato nel rispetto delle norme previgenti”. Ha detto il ministro del Lavoro aggiungendo che sul tema dei voucher “serve un punto di ragionevole equilibrio” e il governo intende “trovare in fretta una buona soluzione discutendo con i rappresentanti delle imprese e dei lavoratori”. “Un conto – ha proseguito – sono le famiglie, interessate a piccoli lavoretti, un conto le imprese a cui serve uno strumento agile, veloce, alla luce del sole e che dia tutele sia alle aziende che ai lavoratori”.

A chiedere di regolare la materia è il segretario del Psi Riccardo Nencini per il quale “è indispensabile regolare, e presto, forme di lavoro accessorio e occasionale se non vogliamo alimentare il lavoro nero. È un impegno preso dal Presidente del Consiglio che condividiamo. In assenza, avremmo difficoltà a sostenere il decreto che cancella i voucher”.

FUTURO EUROPEO

europaUna strana Europa, quella che nel giro di pochi giorni celebrerà i 60 anni dei Trattati di Roma e subito dopo affronterà il divorzio con la Gran Bretagna. Sabato prossimo i 27 disegneranno il futuro per i prossimi anni dell’Europa. Un futuro senza Londra, ma che dovrà essere ancora fondato sull’unità pena “l’emarginazione dalle dinamiche globali”, come è scritto nella bozza della Dichiarazione di Roma analizzata dagli ‘sherpa’ dei governi riuniti a Bruxelles. Un gran lavoro, con continue limature e modifiche al testo, che alla fine ha portato i suoi frutti. Infatti le trattative per stendere il testo della dichiarazione che sarà siglata il 25 marzo al Campidoglio si sono concluse positivamente: è stato raggiunto un compromesso per riavvicinare i Paesi dell’Est Europa del gruppo di Visegrad, scettici sulla formula dell”Ue a più velocità.

Era stata ancora una volta la Polonia a puntare i piedi e ad uscire dal coro. Jaroslaw Kaczynski, leader del partito populista al governo ‘Diritto e Giustizia’ (Pis), in un’intervista ad un settimanale polacco aveva ribadito che il governo di Beata Szydlo si sarebbe opposto al progetto di un’Europa a più velocità lanciato due settimane fa da Francia, Germania, Italia e Spagna a Versailles. Ma Varsavia, che già aveva subito un 27 a 1 nello scontro per la rielezione di Tusk, si è trovata nuovamente isolata. Ma secondo Kaczynski la Polonia deve “difendere i propri interessi in modo deciso”. Ma alle fine il rappresentante polacco ha confermato che anche Szydlo firmerà la Dichiarazione di Roma.

Il testo conferma la formula che prevede di “agire insieme ogni qualvolta possibile, a ritmi e intensità diversi dove necessario, come fatto in passato nell’ambito del quadro del Trattato”. Permane quindi una doppia velocità. Anche se la formula ne lima la portata.

Invece il sottosegretario agli Affari Europei Sandro Gozi parla di unione sociale: “L’unione sociale è scritta nei trattati ma nessuno di noi ha preso l’impegno politico. Questo deve essere il nostro obiettivo vero”. Il sottosegretario agli Affari Europei inoltre invita a cogliere l’opportunità della Brexit. “Usiamo i 73 seggi che saranno lasciati dalla Gran Bretagna per eleggere deputati transnazionali così da cominciare a colmare il divario tra le decisioni europee e i dibattiti a livello nazionale”. Londra ha infatti annunciato che la notifica della richiesta di divorzio, ovvero la lettera di Theresa May che ufficializzerà la richiesta del governo britannico di attivare l’art.50 per l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, sarà inviata il 29 marzo. Non rovinerà le celebrazioni, ha osservato Angela Merkel, consapevole che l’Unione europea è “pronta a cominciare il negoziato”, come è tornato a sottolineare oggi il portavoce della Commissione Ue, mentre il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, da poco riconfermato, ha ribadito che “entro 48 ore” dal ricevimento della lettera britannica potrà presentare ai 27 le “linee guida” e convocare il vertice straordinario che formalizzerà il mandato negoziale per Michel Barnier.

Rientrato il dissenso della Polonia, a minacciare di non siglare dichiarazione di Roma è Atene. Fonti citate dal quotidiano “Kathimerini” infatti evidenziano questa possibilità, dopo che i creditori internazionali hanno detto chiaramente che dalla Grecia non sono stati fatti progressi sufficienti e che quindi il piano di salvataggio sarebbe a rischio. Secondo le fonti citate dal quotidiano ellenico, gli esponenti del governo di Atene coinvolti nei negoziati per predisporre la bozza della dichiarazione di Roma sulla riforma del progetto europeo hanno dichiarato che non possono siglare un tale documento mentre la Grecia viene messa sotto pressione da domande completamente “irrealistiche” da parte del Fondo monetario internazionale. Insomma appena chiusa una crepa se ne apre un’altra.

Scheda. Le tappe di 60 anni di storia

Nata nel 1957 con i trattati di Roma, l’Unione Europea ha cambiato la nostra storia e il nostro modo di vivere, regalandoci un lungo periodo di pace e prosperità economica. Una storia scandita da una serie di tappe importanti che ne hanno segnato l’allargamento, ma anche da una rottura come la Brexit:

25 marzo 1957: i Trattati di Roma istituiscono la Comunità Economica Europea. I sei paesi fondatori – Belgio, Francia, Italia, Lussemburgo, Olanda e Germania ovest – sono gli stessi che dal 1951 erano già riuniti nella Comunità europea del carbone e dell’acciaio. La seconda guerra mondiale è finita da appena 12 anni, ma l’Europa è già divisa dalla cortina di ferro della guerra fredda. L’ideale europeo si ispira al manifesto di Ventotene, scritto nel 1944 da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, ed è stato portato avanti da statisti come Alcide De Gasperi, Robert Schumann, Jean Monnet, Konrad Adenauer e Paul Henry Spaak.

1 gennaio 1973: primo allargamento di quella che si chiama ancora la Cee. Con l’adesione della Danimarca, dell’Irlanda e del Regno Unito, il numero degli Stati membri sale a nove.

7-10 giugno 1979: per la prima volta i cittadini europei possono eleggere direttamente i deputati del Parlamento europeo.

1 gennaio 1981: La Grecia aderisce alla Cee. I paesi membri sono ormai dieci.

1 gennaio 1986: Portogallo e Spagna aderiscono alla Cee. I paesi membri diventano 12.

1987: nasce il progetto Erasmus. Il programma di mobilità studentesca fra le università europee diventerà uno dei simboli più popolari dell’Europa unita.

3 ottobre 1990: dopo il crollo del muro di Berlino il 9 novembre 1990, la Germania torna ad essere unita e l’ex Ddr entra quindi nella Cee. E’ l’inizio di una nuova fase storica che porterà all’estensione dell’Unione in quasi tutto il continente.

7 febbraio 1993: viene firmato il trattato di Maastricht nell’omonima città olandese, che sancisce la nascita dell’Unione Europea. Si passa dall’unione economica a quella politica, ponendo le basi per il nuovo assetto istituzionale comunitario che conosciamo oggi e che verrà ulteriormente definito nei trattati di Amsterdam. (1997), Nizza (2000) e Lisbona (2007). Vengono definite le tappe e i parametri dell’Unione monetaria.

1 gennaio 1995: Austria, Finlandia e Svezia aderiscono all’Unione europea. I paesi membri diventano 15.

26 marzo 1995: in Francia, Belgio, Lussemburgo, Olanda, Germania, Spagna e Portogallo entrano in vigore gli accordi di Schengen per la libera circolazione dei cittadini. In Italia entrano in vigore il 6 ottobre 1997. Oggi lo spazio Schengen comprende 26 stati (22 stati membri dell’Ue oltre a Islanda, Norvegia, Svizzera e Liechtenstein).

1 gennaio 2002: L’euro diventa la valuta corrente di dodici paesi dell’Unione, oltre che di San Marino, Vaticano, Monaco e Andorra. Dal primo giugno 1998 è in attività la Banca centrale europea (BCE). Oggi i paesi della zona euro sono 19.

1 gennaio 2003: L’Unione Europea succede all’ONU, in Bosnia ed Erzegovina, alla guida del contingente di pacificazione della regione.

1 maggio 2004: Cipro, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia e Ungheria aderiscono all’UE. I paesi membri diventano 25.

1 gennaio 2007: Bulgaria e Romania aderiscono all’UE. I paesi membri diventano 27.

12 ottobre 2012: L’UE riceve il Nobel per la pace.

1 luglio 2013: La Croazia entra nell’Unione europea. I paesi membri arrivano a 28.

23 giugno 2016: i cittadini della Gran Bretagna approvano in un referendum l’uscita dall’Unione Europea. La richiesta di avvio dei negoziati per la Brexit, in base all’articolo 50 del trattato di Lisbona, sarà presentata il 29 marzo. (Fonte AdnKronos)

Migranti. Una priorità
la lotta ai trafficanti

migranti-in-libiaLa lotta ai trafficanti di esseri umani e al loro modello di business criminale “deve essere una priorità da affrontare con uno sforzo comune e in uno spirito di partenariato e solidarietà”. E’ uno dei passaggi più significativi della “dichiarazione di intenti” sottoscritta dai ministri dell’Interno di Algeria, Austria, Francia , Germania, Italia, Libia, Malta, Slovenia, Svizzera e Tunisia che stamane a Roma hanno partecipato alla prima riunione del Gruppo di contatto sulla rotta migratoria del Mediterraneo centrale.

All’incontro hanno partecipato anche il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, il commissario europeo per le Migrazioni e gli Affari interni, Dimitris Avramopoulos, e –
smentendo i dubbi circolati alla vigilia – il premier libico Fayez al-Serraj: una presenza, quella di Serraj, “estremamente importante”, ha sottolineato il ministro dell’Interno Marco
Minniti nella conferenza stampa seguita al vertice, “considerata anche la situazione particolarmente impegnativa di queste ore a Tripoli: testimonia l’impegno frutto del
convincimento che la lotta al traffico di esseri umani e la stabilità della Libia rappresentino due facce della stessa medaglia”.

Il Gruppo di contatto, formalizzato monitorerà costantemente l’attuazione concreta dello sforzo teso a “governare” e “non a subire” i flussi migratori, attraverso la promozione di politiche di sviluppo sociale ed economico, di controllo delle frontiere e di rimpatrio: la prossima riunione si terrà entro qualche mese a Tunisi. Per Gentiloni, “la cooperazione nella lotta ai trafficanti è anche una cooperazione umanitaria”. La collaborazione tra Paesi europei e nordafricani serve a “prevenire, limitare e impedire comportamenti da parte dei trafficanti che sono la negazione di qualsiasi principio umanitario”. “Gestire i flussi migratori – ha ricordato nel suo intervento – è una delle domande più forti indirizzate all’Unione europea”. E’ necessario “lavorare sulle cause” del fenomeno, ma “l’impegno europeo in questi ultimi anni si è molto rafforzato”. Nell’evidenziare “il sentire comune” emerso dal meeting, Minniti ha parlato di “primo passo molto importante”: c’è “un impegno molto forte”, da parte del nostro Paese e da parte dell’Ue, sul terreno della solidarietà, ma bisogna anche dimostrarsi “pronti ad investimenti molto significativi: la cattiva moneta del
traffico di esseri umani produce un indotto di convenienza economica, e se si incide su quell’indotto bisogna garantire un’alternativa credibile”. In merito all’accordo recentemente
sottoscritto con Tripoli, il ministro dell’Interno ha ricordato come tra fine aprile e la prima meta’ di maggio saranno rese ai libici le prime delle 10 motovedette che abbiamo in custodia dal 2011. A quel punto la Guardia costiera locale, con personale formato proprio dall’Ue, potrà attivarsi in attività di ricerca e soccorso, con campi di accoglienza sul posto “allestiti con le ong e nel pieno e assoluto rispetto dei diritti umani”. Portare i migranti in Tunisia? “Non esiste, non è mai stata aperta una discussione al riguardo”, ha assicurato
Minniti, cui ha fatto eco Avramopoulos. “Non se ne è mai parlato”. Il commissario Ue ha ‘promosso’ invece l’accordo tra Ue e Turchia: “Basti pensare che l’anno scorso passavano attraverso l’Egeo 10-12 mila persone , oggi non più di 40-50 al giorno”. ” Certo – ha ammesso – il clima non è positivo dopo quello che è accaduto ma l’accordo va separato dalle vicissitudini politiche. Lo sforzo della Turchia, dove oggi vivono 3 milioni di rifugiati, è notevole: l’ accordo va mantenuto vivo e potrà essere replicato con la Libia in futuro”.

Minzolini. Il Senato vota contro la decadenza

Riforme: Senato boccia primo emendamento a ddlL’aula di Palazzo Madama ha votato no alla decadenza da senatore di Augusto Minzolini respingendo il parere, fornito dalla Giunta per le Immunità. Sono stati 137 i voti a favore dell’ordine del giorno a firma di Giacomo Caliendo (Fi), che chiedeva di respingere la deliberazione dell’organo parlamentare guidato da Dario Stefano. Contrari invece in 94, 20 gli astenuti. L’ex direttore del Tg1 è stato condannato in via definitiva dalla Corte di Cassazione per peculato continuato nel novembre del 2015 a causa dell’utilizzo della carta di credito Rai.

Minzolini ha comunque detto in Aula di volersi dimettere. “Ora mando la lettera” di dimissioni, ha poi confermato entrando in ascensore ai giornalisti che gli hanno chiesto le sue intenzioni sulle proprie dimissioni. Dimissioni che l’ex direttore del Tg1 aveva assicurato sarebbero arrivate qualunque fosse stato l’esito della votazione.

Furiosi i 5 Stelle che hanno attaccato i Pd per i 19 voti del gruppo contrari all’arresto. Il garantismo dei 5 Stelle infatti vale solo quando gli fa comodo.

L’ordine del giorno di Fi respingeva la deliberazione della giunta per le immunità che nel luglio scorso aveva dichiarato decaduto l’ex giornalista dal mandato di parlamentare perché condannato con sentenza passata in giudicato. Il voto dell’odg è stato accolto da un lungo applauso. In precedenza Forza Italia aveva presentato 3 odg, ritirandone poi due prima del voto. In uno di questi vi era la richiesta di ritorno in Giunta del caso dell’ex direttore del Tg1 condannato per peculato in via definitiva per l’utilizzo improprio delle carte di credito aziendali. La decisione dell’assemblea è stata accolta da un lungo applauso.

“Siamo chiamati a decidere su questioni particolarmente delicate – ha detto il Senatore del Psi Enrico Buemi nel corso della dichiarazione di voto – che investono frontalmente la nostra concezione della democrazia e dello Stato di diritto. Apparentemente discutiamo del destino del senatore Minzolini, ma in sostanza discutiamo della nostra civiltà giuridica, della nostra democrazia e dell’autonomia e separazione dei poteri. Discutiamo della nostra capacità di tenere separato il campo delle responsabilità penali da quello delle strumentalizzazioni politico-giudiziarie che sono state causa del disastro politico-giudiziario del nostro Paese”. “Di fronte ad una condanna, perché di questo si tratta colleghi, non di un automatismo ma di una decisione di condanna nei confronti del collega, io assumo l’atteggiamento della prudenza che in colui che deve giudicare deve essere sempre mantenuta: prudenza nell’attribuire, prudenza nel giudicare, prudenza in particolare quando la decisione è definitiva”.

Consip. Respinta la mozione di sfiducia a Lotti

luca-lottiL’Aula del Senato boccia la mozione di sfiducia presentata dal M5S contro il ministro dello Sport Luca Lotti coinvolto nell’inchiesta Consip. I no alla mozione sono stati 161, i sì 52 e due gli astenuti. Presenti 219, votanti 215. Hanno votato no anche i senatori di Ala e i tre esponenti tosiani di “Fare!”

Alla base della mozione di sfiducia c’era l’indagine partita da Napoli, e arrivata per competenza a Roma, sulle presunte irregolarità in alcuni appalti della Consip, la centrale acquisti della Pubblica amministrazione. Il ministro è indagato per rivelazione di segreto d’ufficio a seguito delle dichiarazioni ai pm dell’amministratore delegato di Consip, Luigi Marroni, che avrebbe raccontato di esser stato avvertito dell’indagine penale della procura, tanto da disporre anche una bonifica degli uffici.

Durissime le parole dei 5 Stelle che con la senatrice Taverna hanno illustrati la loro mozione. “Qui – ha detto Taverna – si sta difendendo non solo un ministro, si sta blindando il fedelissimo del giglio tragico toscano che siede nel Cda della fondazione renziana Opena insieme alla ministra Boschi”.

“Non possiamo accettare – ha detto il Senatore del Psi Enrico Buemi nella sua dichiarazione di voto – che si lasci a una semplice comunicazione di garanzia (e dico garanzia) il compito di decidere il destino politico e personale di una persona, alleata o avversaria politica. Noi siamo coerenti e non siamo in imbarazzo; non eravamo in imbarazzo ieri quando difendevamo le posizioni di colleghi avversari e non siamo in imbarazzo oggi, signor Presidente, nel difendere la posizione di un Ministro e di un Governo che sosteniamo”.

Il clima al Senato si presenta comunque incandescente e i toni infiammati, ma non ci dovrebbe essere nessuna sorpresa sui numeri. Se i Cinque Stelle vanno all’attacco, accusando Matteo Renzi di una “doppia morale” per salvare il suo braccio destro, il Pd ribalta l’accusa: il M5s è “garantista a giorni alterni”. Ma il fronte più caldo è quello che vede contrapposti i Dem agli ex compagni di partito di Mdp. L’ex esponente della minoranza Pd Gotor ha chiesto a Lotti di dimettersi dal suo incarico, “ma, se decide di rimanere, Gentiloni valuti la sospensione delle deleghe in particolare quella al Cipe che rischia di diventare di imbarazzo”. Insomma lo scontro nel Pd, tra chi è uscito e la maggioranza del partito continua anche se ora da gruppi parlamentari diversi. A Gotor ha risposto  il senatore Pd Andrea Marcucci, che ha definito il suo intervento “minaccioso nei confronti di Gentiloni e del suo governo: ne prendiamo atto e siamo convinti che non stesse parlando a nome del suo gruppo”. Ma Marcucci ne ha anche per i 5 Stelle. “Virginia Raggi – ha aggiunto – ha ricevuto tre avvisi di garanzia. Con la benedizione di Grillo, il sindaco di Roma continua ad esercitare legittimamente la sua funzione. Fu proprio Matteo Renzi a dichiarare la sua solidarietà alla Raggi, perché per noi la presunzione di innocenza vale per tutti. Perché – si è chiesto Marcucci – Virginia Raggi continua a fare il sindaco e Luca Lotti invece deve dimettersi?”. Insomma lo scontro nel Pd, tra chi è uscito e la maggioranza del partito continua anche se ora da gruppi parlamentari diversi.

“Non sono mai venuto meno al giuramento di servire l’Italia con disciplina e onore – ha detto Lotti in risposta alle accuse della mozione –  chi mi conosce sa che è la verità, forse difendersi dalle strumentalizzazione fa parte delle regole di un gioco forse barbaro ma noi respingiamo l’idea di fare di un’Aula una gogna mediatica senza uno straccio di prova”. “La mozione di sfiducia – ha detto ancora – mette in discussione quanto ho di più prezioso: la mia moralità prima che il mio ruolo politico. Con molta umiltà mi rivolgo a voi per respingere con determinazione questo tentativo”. “È in atto – ha aggiunto – un tentativo di colpire me non per quello che sono, ministro dello Sport, delega preziosa e cruciale di cui ringrazio Gentiloni e Mattarella, ma per quello che nel mio piccolo rappresento: si cerca di mettere in discussione lo sforzo riformista di questi anni cui ho preso parte partendo da Firenze. Non si può cercare di liquidare quell’esperienza attraverso la strumentalizzazione di un’indagine giudiziaria che farà il suo corso”.

A Palazzo Madama, secondo i calcoli dei Dem, i “no” alla sfiducia dovrebbero essere tra i 148 e i 150, contro gli 86 sì dei Cinque Stelle. I voti contro la sfiducia potrebbero salire se i verdiniani di Ala decidessero di restare in Aula, ma tra i Dem c’è chi auspica che lascino l’emiciclo, per non dare l’impressione che il ministro venga aiutato da Verdini. Usciranno invece dall’Aula Forza Italia e i 14 bersaniani di Mdp.

LA SFIDA

Poletti, sindacati? Non facciamo niente contro nessunoI referendum su voucher e appalti si terranno domenica 28 maggio. Il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto e la Cgil si prepara alla “sfida”, mentre la Camera continua a lavorare su un testo di modifica alla normativa in vigore. Per il segretario del Psi Riccardo Nencini non bisogna perdere tempo perché ci sono i margini “per rivedere le norme sui voucher” ed evitare così il referendum.

Le opposizioni bocciano la proposta di legge adottata dalla Commissione Lavoro e preparano gli emendamenti che potranno essere presentati fino alle ore 16 di domani. La segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso, insiste sull”election day’, richiesta sostenuta anche da Sinistra italiana, M5s e alcuni esponenti del Pd come Michele Emiliano, secondo cui votare nello stesso giorno per referendum e amministrative consentirebbe un risparmio di 300 milioni. Favorevole all’accorpamento anche il presidente del Veneto, Luca Zaia, che chiede di unire il referendum sull’autonomia della sua Regione.

La Cgil sostiene che indicare un’unica data per le elezioni amministrative e per i referendum sarebbe “una scelta oculata in un’ottica di finanza pubblica” e nega un calcolo politico: i Comuni al voto, spiega, “non sono tantissimi” e non vi è la preoccupazione di mancare il quorum. Da oggi inizia quindi la “campagna elettorale”, giudicata “molto impegnativa”, ma non tale da spaventare il sindacato, che ha già indetto una manifestazione nazionale a Roma l’8 aprile. Agli elettori sarà chiesto di dire sì o no all’abrogazione delle disposizioni sul lavoro accessorio e sulla responsabilità solidale in materia di appalti, tema – dice Camusso – considerato “meno rilevante” e invece cruciale quanto i voucher per garantire i diritti e un lavoro di qualità.

Cose che, secondo la sindacalista, la proposta di legge all’esame della Commissione Lavoro non garantirebbe: “Vedremo la proposta finale – afferma Camusso – ma se è quella del Comitato ristretto non svuota il referendum perché i voucher restano uno strumento di precarietà”.

Il testo presentato dalla relatrice Patrizia Maestri limita l’utilizzo dei buoni lavoro ma lascia che siano usati dalle imprese senza dipendenti, fissando una serie di ‘paletti’, tra cui il tetto massimo per committente di 3.000 euro l’anno. Potranno svolgere le prestazioni di lavoro accessorio i disoccupati, i pensionati, gli studenti, i lavoratori extracomunitari che hanno perso il lavoro, i soggetti in comunità di recupero e i disabili. L’inserimento dei disabili ha suscitato le critiche della Cgil, ma Damiano ha fatto notare che sono sempre stati previsti dalla normativa.

In agricoltura potranno essere pagati in voucher solo pensionati e studenti nei periodi di raccolta. Le famiglie potranno scegliere chiunque ma per piccoli lavori occasionali, spendendo al massimo 3.000 euro l’anno. Limiti più stringenti anche per il lavoratore che potrà essere pagato in voucher da più committenti sino a 5.000 euro l’anno.

Damiano ha fatto sapere che oggi la Commissione Lavoro della Camera esaminerà il testo unificato sui voucher approvato dal Comitato ristretto, per “votarlo entro giovedi’”. Quanto alla definizione della data del referendum, fissata il 28 maggio, Damiano ritiene che “sia un fatto molto positivo”: “era la richiesta avanzata da tempo  dalla Cgil”. “Stiamo andando – ha concluso – nella giusta  direzione”. Entro domani alle ore 16 i deputati potranno presentare gli emendamenti al testo

Per la segretaria generale della Cisl, Annamaria Furlan, bisognerebbe escludere dall’uso dei voucher interi settori come agricoltura, edilizia e industria manifatturiera e tornare alla legge Biagi, che prevedeva casi del tutto eccezionali, di lavori assolutamente discontinui e saltuari: in questo modo il referendum si potrebbe ancora evitare. Anche il segretario generale della Uil, Carmelo Barbagallo, invita a “impiegare queste prossime settimane per cambiare radicalmente la disciplina dei voucher, oltre che quella degli appalti: considerata la data del referendum, abbiamo il tempo per trovare una soluzione. Bisogna tornare allo spirito originario”, sottolinea, “i voucher devono essere utilizzati solo per situazione specifiche e ben individuate, da ricondurre prevalentemente alle esigenze delle famiglie, e solo per studenti, pensionati e disoccupati. Noi crediamo che ci siano le condizioni politiche per varare un provvedimento che abbia tali caratteristiche e, attraverso il confronto in corso al Ministero del lavoro, spingeremo nella direzione indicata. Se si ottenesse questo risultato, il referendum non sarebbe più necessario; e sarebbe un bene, perché i rischi conseguenti a un eventuale insuccesso della consultazione sono troppo alti. Se, viceversa, per responsabilità del Governo o del Parlamento, non si riuscisse a varare un efficace e utile provvedimento correttivo, coerentemente con le nostre immutate posizioni di merito, non potremmo che sostenere le ragioni del  referendum”.

Biotestamento. Non sia una tela di Penelope senza fine

aula vuota 2In un’aula semivuota, il biotestamento è approdato in Parlamento. Ovvero la proposta di legge sul consenso informato e le dichiarazioni di volontà anticipate nei trattamenti sanitari. Si tratta di un provvedimento che ha subito diversi stop and go in commissione, non solo per l’ostruzionismo messo in atto da alcune forze politiche, prima fra tutte la Lega che ha già preannunciato battaglia in Aula, ma anche a causa delle divisioni interne alla stessa maggioranza di governo.

Sono passati quasi otto anni dalla morte di Eluana Englaro e una settimana da quella di Dj Fabo. E’ tempo di arrivare a una conclusione. Ma in Italia sono temi questi di cui non è facile discutere. In un’Aula vergognosamente deserta, dopo 4 ore di discussione generale, il presidente di turno, Roberto Giachetti, ha dichiarato che sono state depositate 2 questioni pregiudiziali, presentate dal Ap e dalla Lega Nord, e 4 richieste di sospensiva: 2 depositate dalla Lega, una da Fdi e una da democrazia solidale-centro democratico.

“Attenzione a non trasformare il testo della legge sulle disposizioni anticipate di trattamento, così come uscito dalla Commissione, in una sorta di tela di Penelope che non vede mai la fine”. Ha affermato Pia Locatelli, capogruppo del Psi alla Camera. “Tutto è perfettibile – ha proseguito Locatelli coordinatrice dell’intergruppo per il ‘fine vita’ – anche il testo del disegno di legge sul testamento biologico che oggi approda in Aula, ma bisogna anche essere consapevoli del rischio che voto dopo voto, nel rimpallo tra Camera e Senato, la legge con la fine della legislatura resti appesa nel nulla e questa non è sicuramente la volontà degli italiani”.

Le resistente dei centristi sui temi che riguardano i diritti civili sono sempre più forti. Soprattutto quando gli equilibri politici non sono troppo solidi e quindi la capacità contrattuale diventa più forte. “È vergognoso – ha affermato la portavoce del Psi Maria Cristina Pisani – vedere la Camera completamente vuota per la discussione sul ddl biotestamento: solo 20 deputati presenti per il dibattito sul decreto. Ed è ancora più imbarazzante leggere in queste ore dichiarazioni o prese di posizioni sulle agenzie stampa. Sono solo chiacchiere da bar. Chi ha l’onore di rappresentare i cittadini in Parlamento ha l’obbligo morale prima che politico di riportare quelle posizioni in Aula. Soprattutto quando in discussione sono i diritti dei singoli cittadini.”

Per il capogruppo Pd alla camera Ettore Rosato quello sul testamento biologico “è un dibattito che non si è mai riusciti a portare in Parlamento, stavolta ci siamo riusciti, e sono convinto che alla Camera ce la faremo”. Ma poi c’è il Senato dove tutto è ancora più complicato.

Edoardo Gianelli

LA NUOVA EUROPA

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“Il messaggio da parte nostra sull’Europa a più velocità è molto semplice: non stiamo parlando di un’Europa ‘a’ la carte’, stiamo parlando di una realtà che è già in atto. E’ una direzione di marcia necessaria perché consente di fare passi in avanti a gruppi di Paesi, qualora ci sia tra loro un’intesa. Ma è una scelta che si fa nell’ambito dei Trattati, consentendo a tutti di aderire e senza alcuna logica di esclusione”. Così il premier Paolo Gentiloni al termine del vertice di Bruxelles. L’Unione europea a più velocità, ha insistito il premier Paolo Gentiloni al termine del vertice europeo è una “direzione di marcia necessaria”. L’unione a più velocità, ha proseguito Gentiloni, “è  già la realtà dell’Europa ma è un messaggio che dice l’Europa deve rispondere alle richieste cittadini e lo deve fare con una flessibilità e rapidità che non può dipendere dal fatto che uno o due paesi abbiano il potere di impedirlo”.

Il vertice di Roma
Gentiloni si è detto ottimista. “Esco da questa riunione con un relativo ottimismo perché, pur essendo consapevole delle difficoltà dell’Unione europea che la giornata di ieri ha messo plasticamente in evidenza, penso ci sia anche la consapevolezza comune del fatto che l’incontro di Roma” il prossimo 25 marzo “possa essere un’occasione di rilancio per l’Ue”. Al vertice di Roma ci sarà l’indicazione di quattro grandi priorità con una prospettiva di dieci anni per il futuro dell’Europa. Le 4 priorità sono un’Europa della Difesa e della sicurezza nella gestione dei flussi dei migranti, della crescita e dello sviluppo sostenibile e del lavoro, un’Europa sociale e un’Europa che abbia un ruolo nel mondo di scambi e di mercato.

Ottimista anche la cancelliera tedesca Angela Merkel:  “Se guardo agli input arrivati” da Italia, Malta, Juncker e Tusk “sono ottimista che avremo una buona dichiarazione di Roma”, che indicherà “la direzione generale” per l’Ue ma “non vogliamo scrivere un nuovo Trattato”. Merkel, che ha precisato che oggi non è stato discusso il testo ma i principi generali. “Il motto” resta “che siamo uniti nella diversità” e questo deve essere assicurato “dando spazio a creatività e innovatività” nei vari settori, ha aggiunto.

L’Europa a due velocità
Di Europa a due velocità ha parlato anche il presidente della Commissione Juncker. “Ho constatato non senza sorpresa che per qualcuno” l’idea di una Europa a diverse velocità marcherebbe “una linea di divisione tra est e ovest” come “una nuova cortina di ferro”. Ma “non è questa l’intenzione”, che invece è quella di permettere che “chi vuole fare di più possa fare di più”. Questo perché secondo Jean Claude Juncker “ l’Europa a più velocità esiste già”. Sullo stesso argomento la Cancelliera Angela Merkel ha aggiunto: “È già prevista dai Trattati: per esempio abbiamo l’euro e l’area Schengen di cui non fanno parte alcuni Stati membri, e ci sono già le regole di opt-out per giustizia e affari interni, e cooperazioni rafforzate su brevetto, divorzio e ora anche il Procuratore europeo”. “Non vogliamo escludere nessuno, non ci sono cerchi chiusi, gli Stati membri possono decidere”, ha sottolineato.

Il presidente del Consiglio europeo appena riconfermato, Donald Tusk, intende proporre ai capi di Stato e di governo che l’Europa a due velocità sia la seconda scelta da subordinare all’obiettivo dell’unità dei 27 Stati membri che resteranno dopo la Brexit. “L’Europa a più velocità non può essere un obiettivo in sé, ma uno strumento”, ha spiegato una fonte europea. Agli occhi di Tusk, l’Europa a più velocità può essere solo “la seconda scelta”, ha detto la fonte, sottolineando che già oggi è possibile ricorrere alle cooperazioni rafforzate.

Nella discussione in corso tra i capi di Stato e di governo sulla bozza della dichiarazione di Roma sul futuro dell’Europa, diverse delegazioni hanno espresso la loro opposizione all’Europa a più velocità. Sono soprattutto i paesi dell’Est a essere ostili, per il timore di essere marginalizzati dai vecchi Stati membri.

Lo scontro con la Polonia
Scambio di punture tra Francia e Polonia al termine dei lavori. ”Si può prendere seriamente il  ricatto di un presidente che ha solo il 4% di sostenitori e che  presto lascerà suo incarico? La Polonia non ha paura di alcun ricatto di alcun Paese. I Paesi dell’Est hanno lavorato duro per  costruire l’Ue, abbiamo stessi diritti e obblighi. Queste sono cose che approfondiscono le divisioni”. Così la premier polacca Beata Szydlo alla conferenza stampa di fine vertice commenta la  battuta del presidente francese Hollande che, rivolto alla premier polacca, aveva detto: “Voi avete i principi e noi i  fondi strutturali” E sull’Europa a due velocità inevitabilmente ha la premier polacca ha marcato la propria posizione: “I Paesi del V4 non saranno mai  d’accordo a parlare di un’Europa a più velocità”.  “La condizione che noi poniamo è l’unità”, afferma Szydlo, ricordando la dichiarazione congiunta dei V4 dei giorni scorsi, che suggerisce come “base per la dichiarazione di Roma”. Tra le “linee rosse” evidenziate: “non approveremo cambiamenti che  possano portare peggioramenti a mercato unico o a Schengen”.  E aggiunge: “la dichiarazione di Roma avrà un senso solo se  punterà al futuro e se sarà firmata da tutti”. Intanto in Polonia il partito di opposizione Piattaforma civica (Po) ha chiesto oggi il voto di sfiducia al  governo del premier Beata Szydlo, dopo la “brutta figura” fatta  ieri a Bruxelles, nell’ambito della votazione per il rinnovo del  mandato del presidente del Consiglio europeo Donald Tusk. Il governo ha agito “contro le ragioni di Stato”, ha detto, e ha  “rovinato l’immagine della Polonia sull’arena internazionale”,  rendendo “ridicolo” l’operato della diplomazia polacca. “Szydlo  ci ha screditati”, ha detto.

TUTTI INCLUSI

povertà1“Approvata la legge sulla povertà. Un passo avanti per venire incontro alle famiglie in difficoltà. Impegno sociale priorità del Governo”. Lo scrive su twitter il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, commentando l’approvazione definitiva, da parte del Senato, del disegno di legge delega per il contrasto della povertà che introduce il reddito di inclusione. I sì sono stati 138, 71 i no, gli astenuti 21. Contrari i 5 Stelle che con il loro voto contrario confermano il rifiuto pregiudiziale di offrire un contributo costruttivo ai lavori parlamentari. Anche sui provvedimenti che riguardano le fasce più disagiate della società.

L’articolo unico del ddl, che è collegato alla manovra finanziaria, delega il governo ad adottare entro sei mesi più decreti legislativi per introdurre una misura di contrasto della povertà assoluta, denominata reddito di inclusione. Per riordinare le prestazioni di natura assistenziale e per rafforzare e coordinare gli interventi dei servizi sociali garantendo in tutto il territorio nazionale i livelli essenziali delle prestazioni.

Entusiasta il Ministro del lavoro e delle politiche sociali Giuliano Poletti,  per  il quale con questo passaggio “si compie un passo storico: per la prima volta il nostro Paese si dota di uno strumento nazionale e strutturale di contrasto alla povertà. Il Reddito di inclusione (REI) ci consente di introdurre progressivamente una misura universale fondata sull’esistenza di una condizione di bisogno economico e non più sull’appartenenza a particolari categorie (anziani, disoccupati, disabili, genitori soli, ecc.)”. “Il REI – prosegue il ministro – rappresenta il pilastro fondamentale del Piano nazionale per la lotta alla povertà e colma un vuoto annoso nel sistema italiano di protezione degli individui a basso reddito, che ci vedeva come l’unico Paese, insieme alla Grecia, privo di una misura strutturale di contrasto alla povertà”.

La proposta, sottolinea il segretario del Psi Riccardo Nencini, “ricorda da vicino la proposta fatta in Campania dai socialisti guidati da Fausto Corace. Una bella giornata”.

Per Pia Locatelli, presidente del gruppo Psi alla Camera, questo è un provvedimento con il quale si fa un “passo nella direzione giusta: lo facciamo certo in maniera insufficiente e selettiva, lo facciamo in ritardo, ultimi, insieme alla Grecia, a prevedere questa misura, ma per la prima volta ci andiamo a dotare di uno strumento di contrasto alla povertà assoluta, non più in forma sperimentale o provvisoria. Chi legifera – ha aggiunto – deve fare i conti con le risorse a disposizione e questa è una proposta realistica e attuabile da subito: una base di partenza che in futuro potrà essere, ci auguriamo, incrementata”.

“Per la prima volta in Italia – aggiunge il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Anna Finocchiaro – esiste una misura universale di contrasto alla povertà. Non è solo un dovere nei confronti dei nostri connazionali più in difficoltà, ma anche la conferma della priorità data dal Governo ai temi sociali”. “La legge delega contiene già in sé la previsione di un’estensione della misura, sia in termini di risorse economiche che del numero dei beneficiari. Si tratta quindi di un primo, per quanto fondamentale passo, al quale dare concretezza approvando rapidamente i decreti legislativi”, conclude Finocchiaro.

Il reddito di inclusione è previsto per 400mila famiglie che avranno circa 500 euro al mese. Il via libera definitivo di Palazzo Madama al ddl introduce il reddito di inclusione: una norma che, di fatto, farà partire il Piano nazionale contro la povertà, che quest’anno conterà su una dote di 1,6 miliardi che diventeranno strutturali e pari a 1,8 miliardi dal 2018. Si tratta della prima misura nazionale destinata ad assicurare un sostegno economico al 24,5% dei nuclei familiari che risultano al di sotto della soglia di povertà. Tra gli obiettivi, il riordino delle misure per l’assistenza agli indigenti e l’introduzione del reddito di inclusione (Rei), finalizzato a sostenere le famiglie in povertà assoluta.

Il reddito di inclusione prenderà il posto del Sia, il sostegno per l’inclusione attiva sotto forma di carta prepagata, operativo da settembre 2016, che finora ha raggiunto circa 65 mila famiglie per un totale di 250 mila persone. A breve sarà emanato un decreto del ministero del Lavoro che amplierà la platea di beneficiari raggiungendo oltre 400 mila nuclei familiari, per un totale di 1 milione e 770 mila persone, e eleverà da 400 a 480 euro il tetto massimo.

Il Rei è uno strumento che verrà caratterizzato come livello essenziale di prestazione e che sarà dunque unico a livello nazionale e soggetto a un monitoraggio stretto da parte di una “cabina di regia” nazionale. La misura è articolata in un beneficio economico e in una componente di servizi alla persona, assicurati dalla rete dei servizi e degli interventi sociali. Per la componente economica, è previsto un limite di durata, con possibilità di rinnovo, subordinato alla verifica del persistere dei requisiti, ai fini del completamento o della ridefinizione del percorso previsto dal progetto personalizzato.

Sarà il decreto attuativo a stabilire la soglia del sostegno e se sarà erogato sotto forma di carta prepagata o in altre modalità.  A fine 2017 il Rei dovrebbe arrivare a una prima platea di 400mila  famiglie e avere un valore simile al Sia: fino a un massimo di 480  euro al mese.

Uno strumento certamente innovativo, ma per la segretaria generale della Cisl, Annamaria Furlan, “bisogna fare ancora molto di più per alleviare la condizione drammatica di tante famiglie italiane che vivono in condizioni di povertà assoluta e promuovere il reinserimento nella società e nel mondo del lavoro di coloro che ne sono oggi esclusi”.

Edoardo Gianelli

Yazidi, il genocidio dimenticato

yazidiGli yazidi, minoranza religiosa che vive prevalentemente nel nord dell’Iraq al confine con la Siria, sono stati vittime di uno dei peggiori crimini perpetrati da Daesh. Tutto è iniziato con la conquista di Sinjar il 3 agosto 2014. Un genocidio denunciato anche dall’Onu. Rischiano la vita 400mila persone che vivono tra Siria e Iraq e che praticano un culto religioso né cristiano né islamico e vero i quali i soprusi dell’Isis sono costanti. .
Gli Yazidi sono una comunità millenaria. Migliaia di loro che non sono riusciti a fuggire all’avanzata dello Stato Islamico in Iraq nell’estate del 2014 sono stati catturati. Molti di quelli che sono fuggiti hanno scelto un esilio definitivo in Europa o negli Stati Uniti, ma la maggior parte ha cercato rifugio nel Kurdistan iracheno, accolti in numerosi campi profughi.

Pia Locatelli, presidente del gruppo dei Socialisti alla Camera, è intervenuta sulla questione nel corso del Question Time con il Ministro Alfano, chiedendo l’impegno del governo per il riconoscimento del genocidio. “Il 27 settembre scorso questa Camera – ha detto Pia Locatelli – ha approvato due mozioni che impegnavano il Governo a promuovere, nelle competenti sedi internazionali, ogni iniziativa per il riconoscimento del genocidio yazida e per assicurare i responsabili di questi crimini alla giurisdizione della Corte penale internazionale. Gli yazidi, come sappiamo perché ne abbiamo parlato in quest’Aula, sono un’etnia antichissima, linguisticamente di ceppo curdo, la cui identità è definita dalla professione di una fede preislamica. Nell’agosto 2014, quando Daesh prese il sopravvento nella regione al confine tra Siria ed Iraq, la popolazione yazida, che vive per lo più nella regione e nella provincia di Sinjar, ha subito persecuzioni, violenze e massacri: migliaia di uomini e donne massacrati, migliaia di donne e ragazzi yazidi ridotti in schiavitù. Chiaramente – ha concluso – non potevamo rimanere inerti e inattivi e, di fronte a questa tragedia, abbiamo chiesto al Governo di impegnarsi per il riconoscimento del genocidio e per assicurare i responsabili di questi odiosi crimini alla Corte penale internazionale. Sono passati 160 giorni; chiediamo di sapere che cosa il Governo abbia fatto nel frattempo”.