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Edoardo Gianelli

Frenata della Corea del Nord. Il vertice resta in bilico

Pyongyang-Corea-Nucleare Brusco stop della Corea del Nord alla distensione con la minaccia di cancellare l’attesissimo summit tra Kim Jong-un e Donald Trump. Il dittatore ha fatto sapere che potrebbe rinunciare al vertice se i colloqui saranno “a senso unico” sulla denuclearizzazione, vorranno cioè spingere Pyongyang ad abbandonare le sue armi nucleari. A meno di un mese, lo storico appuntamento del 12 giugno a Singapore appare quindi in bilico: gli Stati Uniti non possono continuare a parlare di denuclearizzazione “secondo il modello libico”, ha dichiarato il vice ministro degli Esteri del regime, Kim Kye-gwan, chiamando in causa in particolare il consigliere per la Sicurezza Nazionale di Trump, John Bolton, che anche di recente aveva richiamato il caso libico.

Il dittatore nordcoreano è spaventato dalla prospettiva di incappare nella stessa sorte toccata al rais libico, Muammar Gheddafi, che smantellò il suo rudimentale programma nucleare negli anni 2000 in cambio di un alleggerimento delle sanzioni e poi, nell’ottobre 2011, fu rovesciato e ucciso in una delle tante rivolte della Primavera araba. Per una curiosa coincidenza Kim salì al potere proprio poche settimane dopo il brutale assassinio del “colonnello”, a Sirte.

Gli Usa comunque continuano i preparativi e la Casa Bianca si dice fiduciosa: si aspettava “pienamente” la minaccia nordcoreana e Trump è ancora pronto a incontrare il leader nord-coreano, ha dichiarato la portavoce, Sarah Sanders, aggiungendo che il presidente è preparato a “negoziati molto difficili”. È scesa in campo anche la Cina per esortare il Paese alleato a non fare retromarcia e a garantire “risultati sostanziali”.

Ma Pyongyang sembra fare sul serio. La Corea del Nord ha anche cancellato i colloqui di alto livello con il Sud annunciati martedì e previsti per oggi al villaggio sul confine inter-coreano di Panmunjom: è irritata dalle esercitazioni militari congiunte tra Stati Uniti e Corea del Sud, le manovre “Max Thunder”, che coinvolgeranno un centinaio di aerei da guerra e forse anche i B-52 statunitensi. Seul ha confermato le esercitazioni militari, specificando che “su questo punto non ci sono divergenze” con Washington. Non è chiaro come il doppio passo indietro di Pyongyang si rifletta sulle intenzioni del regime di chiudere il sito di Punggye-ri, dove ha condotto i suoi test atomici: lo smantellamento sarebbe in corso da settimane, secondo le ultime immagini satellitari, e anzi alla cerimonia ufficiale di chiusura del sito la settimana prossima sono stati invitati diversi giornalisti anche internazionali. Alcuni analisti hanno ipotizzato all’agenzia Reuters che alla chiusura del sito possa corrispondere un tentativo di Pyongyang di nascondere le proprie armi nucleari. Pechino, intanto, chiede ufficialmente compostezza e di non perdere lo slancio verso la distensione degli ultimi mesi, e mantiene aperto il dialogo con Pyongyang. Una delegazione di alti funzionari del Partito dei Lavoratori nord-coreano, guidata dal vice presidente, Pak Thae-song, è arrivata nella capitale cinese, accolta dal presidente cinese, Xi Jinping. E Xi ha confermato l’appoggio della Cina alla dichiarata intenzione di Pyongyang di puntare sullo sviluppo economico e di migliorare le relazioni con la Corea del Sud e il resto del mondo.

Governo. Di Maio e Salvini chiedono ancora tempo

quirinale

“Abbiamo chiesto qualche altro giorno per ultimare il programma di governo”. Lo ha detto il capo politico del M5s, Luigi Di Maio, dopo le nuove consultazioni col Presidente della Repubblica. “Nomi non ne facciamo ancora, se parte questo governo parte la Terza Repubblica”, ha aggiunto. Finisce così l’incontro tra il pentastellati e il presidente della Repubblica. Nessun passo avanti concreto per la formazione del governo. Tutto fermo. Evidentemente gli incontri tra i due leader, quello della Lega e quello del M5s, non hanno prodotto i risultati sperati.

“Serve un accordo di governo omogeneo, su alcuni punti importanti ci sono ancora distanze con M5s” ha aggiunto Matteo Salvini: “Non sono appassionato al toto-nomine ma al toto-cose, anche se può sembrare irrituale tutto ciò. Per serietà vi dico che serve tempo per capire se questo governo può partire o se Lega e M5s si salutano”. Salvini ha anche parlato di sforzo enorme per trovare accordo. Ma quello che per il momento salta all’occhio è la stranezza della procedura. Con incontri che hanno ben poco di istituzionale. La ricerca di un accordo per il governo infatti non è ancora passata per il luogo principe della democrazia, ossia il Parlamento. Il tutto avviene quasi nell’ombra: due persone si danno appuntamento e seduti a tavolino stilano i punti sui quali impegnare un eventuale e futuro governo. In una democrazia matura il luogo ove questo accade dovrebbe essere il Parlamento. Ma forse della Terza Repubblica che Di Maio di vanta di avere fondato, le consuetudini sono diverse. Mattarella ha dimostrato di saper avere pazienza. Ne avrà ancora, almeno fino alla conclusione di questo tentativo, ma non all’infinito. I 5 Stelle ribadiscono che il contratto di governo dovrà essere sottoposto a una “votazione online” che stabilirà se l’alleanza di governo può partire o meno. Un altro modo di scavalcare il Parlamento.

Il presidente della Repubblica che dovrà decidere il da farsi. Di Maio e Salvini, che hanno avuto diversi incontri nei giorni scorsi, hanno comunicato al Quirinale di essere pronti a riferire su “tutto” a Mattarella. Ma il nome del possibile presidente del Consiglio non è ancora conosciuto. L’unico elemento per ora certo è che sarà un “politico” e non un tecnico.

Sabato scorso, in un discorso per commemorare lo scomparso presidente della Repubblica Luigi Einaudi, Mattarella ha ricordato le prerogative del Quirinale non solo nella nomina del premier, ma anche nell’imporre il rispetto della copertura finanziaria delle leggi, e ha ricordato la posizione europeista dell’Italia. Parole che suonano come un monito. Le preoccupazione sulla tenuta dei conti infatti sono tutte sul tappeto. Le promesse elettorali dei Cinque Stelle, cominciare dal reddito di cittadinanza, già da sole sono in grado di mandare fuori controlli i conti dello Stato. A queste vanno sommate quelle della Lega che ha battuto il territorio promettendo l’abolizione della Legge Fornero. Le due promesse messe insieme sono un vero e proprio mix esplosivo per i conto dello Stato. A queste va aggiunta una ipotetica flat tax e per completare il giro i fondi da trovare per disinnescare le clausole di salvaguardia.

Intanto è arrivata la riabilitazione del leader di Forza Italia. Infatti il Tribunale di Sorveglianza di Milano ha cancellato gli effetti della condanna del 2013 a Silvio Berlusconi. “La candidabilità di Berlusconi – ha commentato il segretario del Psi Riccardo Nencini – è una buona notizia. Quella del tribunale di Sorveglianza di Milano è una decisione equa che mette il leader di Forza Italia nella condizione di competere al pari degli altri”.

Parlando poi delle alleanze per il governo Nencini ha aggiunto: “La conferma di un legame destinato a stringersi tra Lega e 5Stelle proviene da Vicenza e Siena, città chiamate al voto il prossimo 10 giugno. In nessuno dei due comuni i 5 stelle presentano la loro lista alle comunali proprio come avviene in molti altri piccoli e medi comuni. A pensar male si fa peccato ma molto spesso ci si azzecca”.

“Per quanto mi riguarda – ha aggiunto Maurizio Bolognetti, Segretario di Radicali Lucani – penso che i 5stelle siano solo un manganello, una purga di regime. Li hanno cullati, alimentati e fatti crescere a suon di “spot” negli ultimi dieci anni. Un partito governato da un blog, e un blog governato da non si sa chi. Casaleggio e Associati? Verrebbe da chiedersi associati a chi. Ma si proviamolo questo governo della ruspa spacciato per un cambiamento che non c’è. Intanto, i temi veri, quali ad esempio la qualità della nostra democrazia, la Costituzione scritta sostituita dalla Costituzione materiale, lo Stato di diritto che non c’è, vengono completamente rimossi e un intero popolo viene inebetito a suon di lattucciopiù radiotelevisivo. Conflitto d’interessi? Sì, quello di Grillo, Casaleggio e soci. Da dieci anni gli esponenti fascio pentastellati parlano pretendendo l’assenza di contraddittorio. Il tutto mentre idee, programmi, proposte concretamente riformatrici di un sistema, vengono brutalmente cassate. Cassate voci, storie, lotte. A volte ci si sente come un cammello in una grondaia. Tra un pop-corn e un salatino, un programma di approfondimento che nulla approfondisce e il diritto di un popolo a poter conoscere per deliberare letteralmente assassinato, eccoci a trepidare nell’attesa di non so quale fumata bianca. Il re è nudo, ma chi lo vede, chi può vederlo?”

TEMPI LUNGHI

di maio mattarella

“Nessun partito e nessuno schieramento dispone da solo dei voti necessari per formare un governo e sostenerlo ed è indispensabile quindi, secondo le regole della nostra democrazia, che vi siano intese tra più parti per formare una coalizione che possa avere una maggioranza in Parlamento. Nelle consultazioni in questi due giorni questa condizione non è emersa”. Lo ha il presidente della Repubblica Sergio Mattarella al termine delle consultazioni al Quirinale. Una seconda giornata che si è conclusa secondo le attese.

Nel secondo giorno al Quirinale, dopo Pd e Forza Italia, è arrivata la delegazione della Lega con il segretario Matteo Salvini, Gian Marco Centinaio e Giancarlo Giorgetti, capigruppo al Senato e alla Camera. “Lavoriamo per un governo che lavori almeno 5 anni. Partendo da chi ha vinto le elezioni e numeri alla mano coinvolgendo il Cinque stelle”, ha detto Matteo Salvini al termine del colloquio con Mattarella. Salvini ha anche detto di non temere, se necessario, un ritorno al voto. Una minaccia per alcuni e un invito per altri. Insomma Salvini fa il primo passo verso i 5 Stelle anche se per ora ufficialmente non rinuncia all’unità del centrodestra di cui le elezioni gli hanno consegnato la leadership. “Non ci vuole uno scienziato – ha detto – per capire che altre soluzioni sarebbero improvvisate. Avrò dei contatti con tutti nei prossimi giorni, anche formali per trovare una soluzione”. In primo luogo con Di Maio. “Se non si trova una quadra non resterebbe che tornare alle urne, una prospettiva che non auspichiamo ma che non temiamo”. La matassa sembra complicata da sbrogliare per il capo dello Stato e si parla già di un possibile secondo giro di consultazioni che potrebbe iniziare mercoledì prossimo, ma la novità è che Lega e 5 Stelle hanno iniziato a parlarsi.

Anche i 5 Stelle sono rimasti sostanzialmente sulle posizioni già espresse. E non poteva, per il momento, essere diversamente. Rimante quindi la candidatura di Di Maio. “Abbiamo detto al presidente Mattarella – ha detto il leader pentastellato al termine delle consultazioni al Colle – che sentiamo tutta la responsabilità di esser la prima forza politica di lavorare il prima possibile per assicurare una maggioranza ad un governo del cambiamento”.

E sulle apertura al Pd Di Maio ha precisato: “Le mie aperture sono sincere, ma voglio anche precisare che rispetto a quello che ho letto in questi giorni io non ho mai voluto spaccare il Pd, mi rivolgo al Pd nella sua interezza perché al di là delle differenze di vedute non ci permetteremo mai di interferire nelle loro dinamiche interne”. Per Di Maio “un contratto di governo si può sottoscrivere o con la Lega o con il Pd. Questi sono i due interlocutori, è chiaro che sono due soluzioni alternative”, ha ribadito Di Maio dopo le consultazioni al Quirinale. “Dopo gli incontri capiremo con chi si potrà sottoscrivere il contratto di governo”. Ma viste le indisponibilità del Pd, al momento l’unica strada aperta rimane quella con la Lega.

I Dem hanno ribadito la loro posizione con il segretario reggente Maurizio Martina: ‘Chi ha vinto le elezioni’, è stato l’invito “si prenda la responsabilità del governo”, per quanto riguarda il Pd: “Non ci sono ipotesi di governo”. “Le forze che hanno vinto le elezioni – ha aggiunto Martina – ci dicano se sono in grado di avanzare ipotesi di governo praticabili. Il tempo della campagna elettorale è finito, queste forze farebbero bene a tornare con i piedi per terra”.

Forza Italia ha invece sottolineato la necessità e l'”urgenza” di un governo che parta dal centrodestra, la coalizione che ha ottenuto più voti. Silvio Berlusconi che guidato la delegazione di Forza Italia, ha evidenziato la necessità di figure di “alto profilo” e detto no a governi fatti “di pauperismi, giustizialismi e populismi”. Senza citarli direttamente Berlusconi ha di fatto chiuso ogni ipotesi di dialogo con il Movimento 5 Stelle. “In Europa – ha sottolineato Berlusconi strizzando l’occhio agli alleati più euroscettici – è necessario tutelare gli interessi italiani meglio di quanto è stato fatto fino ad ora. Ma non ci verrebbero perdonati populismi, dilettantismi e improvvisazione”.

I tempi per la formazione del governo, considerata la posizione rigida dei partiti e i veti incrociati che ogni giorno vengono rilanciati , in ogni caso si allungano. Nessuna forza politica può contare su una maggioranza autonoma in Parlamento e la nascita di un nuovo esecutivo è necessariamente subordinata ad un’intesa tra due o più gruppi parlamentari. E il braccio di ferro tra i leader si gioca proprio su quale possa essere la composizione della coalizione. Nessuna posizione di chi si candida a governare per il momento sembra compatibile con le altre. Ma quello che risalta è che finita la campagna elettorale Matteo Salvini e Silvio Berlusconi enunciano soluzioni divergenti sull’atteggiamento da tenere nei negoziati per la formazione del governo.

LE CONSULTAZIONI

Quirinale

“Mi aspetto che Salvini e Di Maio salgano al Quirinale con una proposta che non sia ‘io faccio il Presidente del Consiglio o morte’. Devono dire agli italiani se la maggioranza grigio-verde che ha eletto i presidenti di Camera e Senato sia anche maggioranza di governo”. lo ha scritto Riccardo Nencini, segretario del Psi, sul suo profilo Facebook alla vigilia delle consultazioni. Un primo giro che non sarà risolutivo e dal quale con ogni probabilità non uscirà il nome del presidente del consiglio incaricato. Sergio Mattarella dovrà ascoltare tutti i gruppi parlamentari per capire quali sono le disponibilità e gli orientamenti di ognuno. L’obiettivo è quello di tirare le somme e capire come procedere. Da domani alle 10,30 al Quirinale, infatti, i vari capigruppo e leader politici entreranno nello Studio di Mattarella.

Poche saranno le novità rispetto alle scelte compiute finora e dunque le distanze per giungere a una maggioranza per sostenere il nuovo governo del Paese saranno ancora ampie. Tanto ampie che potrebbe servire più di un giro di colloqui per giungere a una soluzione. Certo, la novità principale è già scritta e sarà la presenza di Matteo Salvini alle consultazioni: sarà la sua prima volta in assoluto da quando è segretario della Lega, visto che nei due round precedenti (2014 e 2016) scelse di non salire al Colle. Altra novità potrebbe essere rappresentata dalla composizione della delegazione di Forza Italia, ma ancora non ci sono certezze su questo aspetto. Mentre è certo che a guidare la delegazione sarà Silvio Berlusconi. Il Capo dello Stato è alla sua seconda esperienza di consultazioni e nella scorsa occasione, quando nacque il governo Gentiloni, l’iter fu rapidissimo, in una settimana si svolse il passaggio dal governo Renzi al nuovo esecutivo. Questa volta quasi certamente il tempo sarà invece un ingrediente fondamentale per far maturare processi politici non scontati: la fine del bipolarismo e una legge elettorale per buona parte proporzionale hanno prodotto una situazione simile a quella che nei decenni passati aveva portato, con grande impegno e discussioni, alla nascita di governi prima di centrosinistra e poi pentapartito. Ora il tripolarismo delle urne si deve forzare ad un accordo, qualunque esso sia, che metta insieme forze che fino al 4 marzo erano avversarie. Per questo Mattarella ha deciso di lasciare il tempo necessario al dibattito tra partiti e nei partiti, sia nel centrodestra tra Lega e Fi, che all’interno del M5s che nel Pd: l’obiettivo è infatti avere un governo con una maggioranza certa e stabile.  Non intende dunque forzare la mano e anzi si appresta a lasciare che dopo il primo giro, in caso non si individuasse una soluzione, i partiti abbiano ancora qualche giorno di tempo per confrontarsi.  In questo quadro è presto per capire quali potrebbero essere i ‘format’ delle prossime consultazioni, anche se la cosa più probabile è che sia lui stesso a compiere almeno un secondo eventuale giro. Per il resto il presidente della Repubblica ha in mano una serie di carte che gli vengono dallo studio dei precedenti e che vanno dal mandato esplorativo a una figura terza (presidente della Camera o del Senato ma non solo), al preincarico a uno dei leader con più chance di raggiungere la maggioranza. Difficilmente indicherà una personalità di spicco (come successe per Mario Monti) almeno nelle prime settimane e assolutamente non per sua scelta, non amando la concezione di ‘governo del Presidente’, ma solo se glielo chiederanno tutti i partiti di fronte al fallimento di tutte le altre possibilità. Anche su questo terreno, infatti il Capo dello Stato non vuole forzare la mano e chiede che siano i partiti ad assumersi la responsabilità politica delle scelte, fossero anche quelle di un governo di tutti. E comunque non sono ancora maturi i tempi per un passaggio di questo tipo e tantomeno per un appello alla responsabilità dei partiti, neppure dopo il primo round di colloqui. Ascolto e calma: soprattutto per il primo giro, che ci si attende di posizionamento, saranno queste le doti da mettere in campo.

A parlare oggi è stato il segretario reggente del Pd, Maurizio Martina: “La parola spetta ai vincitori del 4 marzo, che devono esplicitare qual è la prospettiva che si intende dare al Paese. Abbiamo un impegno sancito unitariamente con la nostra direzione. Sentiremo il Presidente e se ci saranno indicazioni non saremo insensibili”. Il dem nega l’ipotesi di accordi con il M5S: “Mi pare un percorso molto difficile. Ci sono scelte di merito che ci differenziano”. “Non auspico un governo formato dal Movimento 5 stelle e dalla Lega: per i contenuti e per il merito delle scelte, mi preoccupa. Non faccio i salti di gioia”, ha detto ancora. “L’esito elettorale ci consegna una funzione che dobbiamo esercitare bene. Non penso che dobbiamo isolarci o metterci nel freezer, dobbiamo lavorare per ricostruire il nostro rapporto con il Paese e certamente dare battaglia in Parlamento. Se ci sarà la possibilità di costruire su alcuni punti fondamentali di proposta nostra intese o avanzamenti certo non dobbiamo sottrarci”.

Verso le consultazioni. Scintille tra Salvini e Di Maio

Salvini-e-Di-Maio

A una settimana dall’avvio delle consultazioni e dopo pochi giorni dall’accordo sulle presidenze delle Camere il barometro politico tra Salvini e Di Maio torna a segnare brutto tempo.

“Io al Colle vado da solo. Così ha scelto il centrodestra, per la prima volta va bene così…poi vediamo…”. Ha detto Matteo Salvini, parlando al Senato, confermando che il centrodestra andrà alle consultazioni con delegazioni distinte. “Ma da solo – ha detto ancora – Di Maio dove va…Voglio vederlo trovare 90 voti in giro, che dalla sera alla mattina si convincono. E poi 50 voti sono molti meno di 90”.  Dichiarazioni a cui risponde il capogruppo Pd Graziano Delrio: “I voti del Pd non sono a disposizione. Decidiamo noi”.

Entrambi si candidato a Palazzo Chigi, ma la questione dirimente è con quale maggioranza. Un posizionamento tattico ovviamente. Alzare i toni ora per vedere la reazione dell’alto e per alzare la posta in gioco. Ecco perché per qualche giorno ancora assisteremo a un posizionamento delle truppe. Inoltre i due devono fare i conti con la realtà. Dalle elezioni non sono usciti vincitori. Nessuno infatti ha una maggioranza in tasca. Certo Pd e Fi sono usciti ammaccati dalle urne, ma né il centrodestra né il M5s hanno il 50% più uno dei voti. È quindi necessario trovare un accordo e una convergenza. Da qui la necessità di presentarsi al tavolo mostrando i muscoli.

La prossima settimana Luigi Di Maio e Matteo Salvini si incontreranno per la prima volta in campo neutro. Ma la tensione aumenta perché il leader dei 5 Stelle sta puntando i piedi sulla presidenza del Consiglio. Vorrebbe essere lui a ricevere l’incarico pieno da premier dal capo dello Stato perché, sostiene, rappresenta il primo partito con il 32% mentre il capo leghista “solo il 17%”, non certo tutto il centrodestra, ovvero il 37%.

In più Di Maio non vuole saperne di Forza Italia. “Siamo aperti a tutti ma non riabiliteremo certo Berlusconi” dicono i pentastellati. Salvini ovviamente parte delle considerazioni opposte: “Parto dal centrodestra con loro abbiamo preso i voti. Non è il momento per preclusioni. Se si dice ‘fuori Forza Italia’ non se ne fa niente e arrivederci”. Lo stesso discorso per Salvini vale per l’approccio alla presidenza del consigli: “Se si dice ‘o io (Di Maio ndr) premier o niente’ non è il modo giusto per partire. Altrimenti che discussione è? Io invece – ha ricordato a Porta a Porta – ho già fatto passi indietro per far partire il lavoro delle Camere, ma non è che possiamo fare passi indietro su passi indietro e gli altri nulla».

Di Maio invece insiste, afferma che gli italiani si sono espressi indicando il premier, “espressione della volontà popolare”, dimenticando che né la legge elettorale né la Costituzione prevedono la figura del candidato presidente del Consiglio. Una giravolta un po’ contraddittoria per chi, per anni, ha fatto da paladino del sistema parlamentare che porta all’elezione del premier solo con la doppia fiducia di Camera e Senato.

Entrambi minacciano la possibilità di un nuovo voto in caso di fallimento delle trattative sul governo. Premesso che indire elezioni e sciogliere le Camere spetta al presidente della Repubblica, Lega e 5 Stelle non avrebbero nulla da perdere in questa ipotesi. A temere sono le forze ammaccate dal turno elettorale, sono quelle vedono questa ipotesi, al momento abbastanza remota, come fumo negli occhi.

Insomma è obbligatorio trovare una convergenza per dar vita a una maggioranza che sostenga un governo. Leggendo i programmi, le affinità più forti si sono trovate più tra Lega e M5s che tra M5s e Pd. La settimana scorsa è quindi partito il dialogo tra i due leader nuovi, che hanno subito trovato un feeling naturale: giovani, pragmatici, dai modi spicci. Ma al momento nessuno può cedere. Che altro non è che mettere in modo chiaro sul tavolo richieste e paletti. Ed ecco perché al Quirinale Sergio Mattarella ha lasciato tempo per chiarirsi le idee e si prepara a fare più di un giro di consultazioni. Da politico saggio e paziente sa che quasi sicuramente non basterà un solo giro di consultazioni, perché il primo servirà ai partiti per dichiarare le posizioni di partenza. Solo dal secondo giro, auspicabilmente, si comincerà a fare sul serio, avviando una mediazione, piallando gli angoli e limando le asperità. Nei palazzi della politica molti attendono di vedere se spunterà un terzo uomo che potrebbe mettere d’accordo tutti e ricoprire il ruolo di premier.

PARTITA DI GOVERNO

governo

Archiviata la partita per le presidenze delle Camere, i Cinque Stelle alzano il tiro in previsione di un’altra sfida. Quella del governo. La lista degli aspiranti presidenti del Consiglio contiene più di un nome, quindi Di Maio, per bocca del deputato pentastellato Alfonso Bonafede mette in chiaro quali sono le aspirazioni del movimento. “Se noi ai cittadini presentiamo un altro candidato premier, non eletto dai cittadini determiniamo il definitivo allontanamento dalla politica”. Ha detto Bonafede sottolineando che “a queste elezioni i cittadini hanno partecipato con entusiasmo e, quindi, va data una risposta e questa risposta secondo noi non può prescindere dalla presenza di Luigi Di Maio come candidato premier”. Alla domanda se Di Maio premier sia una condizione imprescindibile, Bonafede ha replicato che “noi riteniamo che debba essere lui il candidato premier, sì. Il premier del governo”. E subito dopo ripropone come il reddito di cittadinanza come elemento qualificante del prossimo governo. “Realizzeremo – ha detto – un reddito di cittadinanza. Lo abbiamo promesso ai nostri elettori e rimane una nostra priorità da portare avanti, senza se e senza ma. Porteremo avanti il reddito di cittadinanza come porteremo avanti tutte le nostre promesse fatte in campagna elettorale”. Torna così la famosa lista con i punti imprescindibili che gli eventuali e futuri alleati dei grillini dovranno sottoscrivere.

Intanto il centro sinistra ancora sta cercando di metabolizzare il colpo inferto dalla tornata elettorale i cui risultati sono stati peggiori perfino delle previsioni già di per se negative. “Serve un nuovo soggetto politico. Se la sinistra – ha detto il Segretario del Psi Riccardo Nencini, intervistato dal Tirreno – non rivede i suoi canoni è destinata ad essere spazzata via. Il modello su cui si basava il PD è venuto meno con l’avvento del mondo nuovo che ha portato all’ascesa dei populismi”. “Io faccio appello ai partiti e ai movimenti della sinistra riformista affinché cedano parte della loro sovranità per far nascere un progetto diverso e allargato pena la marginalizzazione completa”, ha sottolineato Nencini che ha aggiunto: “Quando la sinistra riformista rappresenta solo pensionati e impiegati vuol dire che si deve cambiare rotta”. Rispondendo ad una domanda circa la possibilità di fare un passo indietro come segretario del PSI Nencini ha detto che è pronto a farlo “di fronte ad un progetto politico”.

Le tensioni emergono tutte. E le elezioni dei capigruppi ne sono un esempio. Per il segretario reggente del Pd Maurizio Martina, si è trattato della prima vera sfida interna. “Abbiamo bisogno di costruire tutti insieme proposte unitarie” ha detto. Dopo le diverse ipotesi circolate fino a poco prima la votazione, sono stati eletti Graziano Delrio alla Camera e al Senato Andrea Marcucci confermando i nomi presentati dal segretario reggente Maurizio Martina.

Per Forza Italia la nuova presidente dei senatori è Anna Maria Bernini mentre alla Camera è stata eletta Mariastella Gelmini. Il M5S ha ratificato la nomina di Giulia Grillo a capogruppo a Montecitorio per acclamazione e Danilo Toninelli a palazzo Madama. Per la Lega eletto Giancarlo Giorgetti capogruppo alla Camera e Gianmarco Centinaio al Senato. Federico Fornaro di Leu è stato eletto presidente del gruppo Misto della Camera.

Giornata acqua, istat: perdite idriche al 41,4%

acqua

Le perdite idriche totali percentuali, aliquota dell’acqua immessa che non arriva agli utenti finali, si attestano al 41,4% a livello nazionale, pari a 3,45 miliardi di metri cubi nel 2015. Nel dettaglio le perdite idriche reali, dovute a corrosione o deterioramento delle tubazioni, rotture nelle tubazioni o giunzioni difettose e inefficienze, risultano pari al 38,3%; mentre le perdite idriche apparenti, riconducibili a consumi non autorizzati ed errori di misura, sono il 3,1% dell’acqua immessa in rete.

Lo rende noto l’Istat in un focus dedicato alla Giornata mondiale dell’acqua che si celebra oggi. Con riferimento alle sole gestioni in economia, la percentuale di perdite idriche totali scende al 39,2%, mentre sale al 41,7% per le gestioni specializzate. Se, quindi, i gestori in economia hanno dichiarato mediamente perdite inferiori rispetto ai gestori specializzati, bisogna tener conto che la misurazione delle variabili coinvolte nel calcolo dell’indicatore è meno diffusa che tra gli enti specializzati. Il 7,5% dei comuni in cui è presente il servizio di distribuzione ha perdite idriche totali molto alte, maggiori del 70%.

Tra questi compare anche un comune capoluogo di provincia: Frosinone (75,4%). Le regioni con la quota più elevata di comuni con perdite superiori al 70% sono, nell’ordine, Lazio (30,2%), Friuli-Venezia Giulia (28,0%) e Basilicata (21,4%); a seguire, le regioni che si trovano in maggiore sofferenza sono, per la gran parte, nelle aree del Mezzogiorno.

Abbassando la soglia della dispersione a quantità superiori al 50%, si rileva che, comunque, nel 28% dei comuni si perde più della metà dell’acqua immessa in rete. Tra questi figurano, oltre a Frosinone, altri 25 comuni capoluogo di provincia, dei quali cinque sono addirittura capoluoghi di regione: Potenza (68,8%), Campobasso (67,9%), Cagliari (59,3%), Palermo (54,6%) e Bari (52,3%). Perdite gravose e pari ad almeno il 40% anche nelle città capoluogo di regione Catanzaro (49,2%), Firenze (47,1%), Trieste (46,8%), Roma (44,1%) e Perugia (41,4%). Di contro, appena il 6,5% dei comuni italiani dotati di servizio di distribuzione dell’acqua potabile presenta perdite idriche totali uguali o inferiori al 10%. Le regioni più virtuose sono la Valle d’Aosta, con il 31,1% dei comuni interessati da perdite basse e la Provincia autonoma di Trento (23,8%). Macerata è l’unico comune capoluogo di provincia in cui si rilevano perdite inferiori al 10%, avendo raggiunto nel 2015 un valore dell’indicatore pari all’8,6%. Dispersioni contenute anche nei comuni di Mantova (11,6%), Pordenone (11,7%), Monza (12,0%), Foggia (12,9%), Udine (13,7%), Lanusei (13,9%) e Pavia (14,8%), che non superano il 15% di perdite.

L’Istat non ha mancato di ricordare gli evidenti segni, ancora ben visibili, lasciati dalla eccezionale crisi idrica del 2017. “Un’eccezionale carenza di risorse idriche disponibili, soprattutto in alcune zone del Paese” a causa della quale “nei quattro principali bacini idrografici italiani (Po, Adige, Arno e Tevere) le portate medie annue hanno registrato una riduzione media complessiva del 39,6%” rispetto alla media del trentennio 1981-2010; il maggior deficit di precipitazioni “nella seconda metà dell’anno con uno stato sempre ‘estremamente secco’”.

Tra le conseguenze della siccità l’Istat ha la irregolarità del servizio idrico “una famiglia su 10 (10,1%)” nel 2017 secondo i dati. “Nel 2016 – prosegue l’Istituto nazionale di statistica – la spesa media mensile delle famiglie per l’acquisto di acqua minerale è pari a 10,75 euro e registra un incremento per il secondo anno consecutivo (+4,7% rispetto al 2015). Parallelamente la spesa media mensile per la fornitura di acqua connessa all’abitazione è di poco superiore, pari a 13,59 euro, l’1,5% in più rispetto al 2015”.

Nel 2015 “il volume di acqua complessivamente prelevato per uso potabile sul territorio italiano ammonta a 9,49 miliardi di metri cubi. Il 76,3% di questo volume (poco più di sette miliardi di metri cubi) è stato misurato” con strumenti, mentre “il restante 23,7% è stato stimato dai gestori delle fonti”. Tra i 28 Paesi dell’Unione europea, conclude l’Istat, “l’Italia ha il maggiore prelievo annuo di acqua per uso potabile pro capite, 156 metri cubi per abitante”.

Facebook. “Allarme altissimo, in gioco la democrazia”

facebook

“La dimensione degli utenti su Facebook è così grande da condizionare gli sviluppi dell’umanità. Quando questo potenziale è usato per mandare a un numero elevato di utenti una serie di informazioni selettivamente orientate per poi condizionare i singoli comportamenti, questo passaggio cambia la natura delle democrazie nel mondo e l’allarme deve essere altissimo”. È quanto ha detto il Garante per la Privacy, Antonello Soro, parlando a Sky Tg24 del caso Cambridge Analytica. Intanto si aspetta che il Ceo di Facebook rompa il silenzio per parlare dello scandalo che ha travolto il gruppo nel fine settimana scorso, quando reportage giornalistici hanno svelato che le informazioni di oltre 50 milioni di utenti del social network sono state usate impropriamente da Cambridge Analytica, una società che ha lavorato per la campagna elettorale di Donald Trump in Usa. Lo ha riferito per primo il sito Axios, secondo cui piuttosto che rilasciare un commento affrettato Mark Zuckerberg ha voluto aspettare per dire qualcosa di significativo. Nel frattempo, il cofondatore del social network ha parlato con gli ingegneri del gruppo per rendere la piattaforma più sicura. Le dichiarazioni di Zuckerberg saranno volte a riportare fiducia tra i suoi utenti e forse anche tra gli investitori, che da quando lo scandalo è esploso hanno visto andare in fumo quasi 50 miliardi di dollari di capitalizzazione. Non a caso alcuni azionisti hanno depositato una causa legale contro l’azienda di Menlo Park (California) in un tribunale federale di San Francisco. Intanto Recode scrive che i dipendenti di Facebook si sono riuniti per un briefing interno sul coinvolgimento del gruppo nello scandalo; all’incontro Zuckerberg e il direttore operativo Sheryl Sandberg non sembra abbiano partecipato. The Verge riferisce che Zuckerberg dovrebbe rivolgersi ai dipendenti nel consueto incontro che si verifica ogni venerdì.

Inoltre negli Usa è scattata la prima class action contro Facebook e Cambridge Analytica. L’azione legale è stata avanzata presso la corte distrettuale di San Josè, in California, e potrebbe aprire la strada a molte altre cause collettive per la richiesta dei danni provocati dalla mancata protezione dei dati personali. Dati raccolti senza alcuna autorizzazione – spiegano i promotori dell’azione legale – e che sono stati utilizzati per avvantaggiare la campagna di Donald Trump.

Cambridge Analytica ha sede fin dalla sua fondazione a Londra, a Washington e a New York. Il cuore è in Gran Bretagna, il portafogli negli Usa. Nata nel 2013 come una società destinata a offrire servizi di consulenza per il business e la politica, ha guardato fin da subito al mercato americano dei Pac. Ma le sue radici sono più ramificate e complesse rispetto alle tante agenzie di spin doctor dedite a promuovere campagne elettorali e a cercare di indirizzare il consenso sulle due sponde dell’oceano e non solo.

“La questione della protezione dei dati di Facebook è una cosa molta importante” ha detto il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani. Il presidente ha continuato confermando di avere invitato il fondatore del social network Mark Zuckerberg a Bruxelles. “Non solo per chiedergli se c’è stato un suo ruolo nelle campagna elettorale – ha detto Tajani – ma anche per impedire che si utilizzino i social per fare propaganda terroristica”. Il presidente del parlamento Ue ha concluso: “È molto pericoloso. Ci vogliono regole per i mezzi di comunicazione pubblica, e non è contro la libertà ma per difenderla”.

Moro, Nencini ne parlai con Craxi per salvarlo

aldo moroA via Fani, il 16 marzo del 1978, una donna agita un mazzo di fiori per segnalare l’arrivo della 130 del presidente della Dc, Aldo Moro. Si scatena il fuoco dei brigatisti: il maresciallo dei carabinieri Oreste Leonardi, l’appuntato Domenico Ricci e i poliziotti Giulio Rivera e Raffaele Iozzino vengono uccisi subito. Ancora vivo l’agente Francesco Zizzi, che morirà più tardi. Moro sopravviverà invece altri 55 giorni. Ma il suo progetto politico, l’apertura al partito comunista di Berlinguer, di fatto, finisce in quel momento. Nato a Maglie, nella provincia leccese, il 23 settembre del 1916, Aldo Moro ottiene a soli 25 anni la libera docenza a Bari, insegnando Filosofia del diritto. Nel ’42 entra nella Dc, fondata da De Gasperi in clandestinità: con lui i giovani della ‘seconda generazione’, la futura classe dirigente della prima repubblica, tra questi Fanfani, Dossetti, La Pira, Andreotti, Taviani, Rumor. Finita la guerra viene eletto nella Costituente, scelto dal partito per la ‘Commissione dei 75’, che elaborerà le norme fondamentali della carta costituzionale. Suoi i contributi relativi agli articoli dei ‘diritti e doveri dei cittadini’, lavorando a fianco di Tupini e Togliatti, tra gli altri.

Nel ’59, tramontata la stagione del centrismo, è segretario dello scudo crociato. Battuto Fanfani, l’altro ‘cavallo di razza della dc’, Moro si prepara alla stagione dell’apertura al Psi di Nenni e al nuovo centrosinistra. Tra i primi a dire no all’allargamento alla sinistra parte delle gerarchie vaticane. Giovanni XXIII si mantiene cauto, ma i cardinali Siri e Ottaviani non risparmiano critiche a Moro, parlando dei socialisti come di ‘novelli anticristi’. Moro tira dritto e risponde che “la democrazia cristiana non è un partito cattolico, ma di cattolici che operano in politica”.

Nel frattempo, il generale De Lorenzo, prepara il ‘piano Solo’, un tentativo di golpe, per impedire la svolta riformatrice, che soprattutto dopo il ’62, i socialisti, ormai nella stanza dei bottoni, avrebbero voluto accentuare. Tentativo che fu ritentato poi, nel ’70 dal principe nero Junio Valerio Borghese, con il fallito golpe dell’Immacolata. Nello stesso anno Curcio e Franceschini fondano le Brigate Rosse.

Tra i risultati del centrosinistra, (nonostante il “tintinnare di sciabole” di cui parlò il leader Psi, Nenni), c’è nel ’62 l’istituzione della scuola media unica obbligatoria e poi la nazionalizzazione delle industrie elettriche, con la nascita dell’Enel. Il 4 dicembre del 1963 Aldo Moro forma il primo governo di centrosinistra organico, ne seguiranno altri due guidati dallo statista dc, fino al 1968. Tra le norme, che chiuderanno di fatto quella stagione di riforme, arrivano la legge sul divorzio, nel 1970, che resisterà al referendum abrogativo di quattro anni dopo, lo Statuto dei lavoratori, la riforma delle regioni. Inoltre il parlamento dà vita alla Commissione parlamentare antimafia.

Negli anni della contestazione Moro si defila, guardando con attenzione al movimentismo del ’68 e alle istanze della società civile, sostenendo che da quel mondo agitato e difficile da interpretare sarebbe comunque sarebbe nata una società “più ricca ed esigente”. “Tempi nuovi si annunciano ed avanzano in fretta come non mai – dice al suo partito – . Sono segni di grandi cambiamenti e del travaglio doloroso nel quale nasce una nuova umanità”, avverte Moro. Nel ’73, Moro assume la carica di presidente del partito. Dopo due governi tra il ’74 e ’76, a impronta centrista, matura la strategia dell’attenzione nei confronti del Pci di Berlinguer. Moro, già nel ’74, parla della necessità di avere “un atteggiamento chiaro, serio e costruttivo di fronte al Pci”.

E dalle parole passa ai fatti, incontri riservati iniziano a essere frequenti tra i suoi e gli uomini di Berlinguer, in vista di una nuova fase, quella che prenderà il nome di ‘terza fase’, dopo quella del centrismo e del centrosinistra. Intanto ad attaccare Moro non sono solo le gerarchie ecclesiastiche, come ai tempi del centrosinistra. Stavolta l’apertura al Pci, è avversata dagli Usa. A far capire il punto di vista di Washington a Moro ci pensa Kissinger che lo ‘invita’ a lasciare fuori i comunisti dal Palazzo. Moro tira dritto e cerca di arrivare all’obiettivo, mentre in molti scommettono che guiderà la transizione dal Colle, pronto per essere eletto alla presidenza della Repubblica. Il 16 marzo del 1978, mentre sta per raggiungere la Camera per la fiducia al governo Andreotti che vede l’ingresso dei comunisti nella maggioranza programmatica e parlamentare, la proposta morotea per la democratizzazione del Paese viene annientata dalle armi dei brigatisti.

“C’era chi era per trattare, chi per manifestare una fermezza assoluta. Chi voleva avviare trattative con le BR non era per questo cedevole. Non rinunciava a difendere i principi costituzionali. Si trattava di salvare la vita di un uomo”. È il racconto di Riccardo Nencini, segretario del Psi, intervistato dall’emittente toscana ‘Controradio’ sul caso Moro, nel giorno del quarantesimo anniversario del rapimento dell’ex segretario della Dc. Nencini racconta: “Ricordo bene quei giorni, da 18enne mi avvicinai ai radicali e al Psi proprio per la loro posizione assunta circa la trattativa, ero in terza liceo e furono sospese le lezioni e convocata immediatamente un’assemblea: si manifestarono le due linee che poi furono le due linee politiche assunte dai partiti.”. Il segretario socialista prosegue: “Ne ho riparlato con Craxi all’inizio degli anni ’90. L’obiettivo – prosegue Nencini riferendosi alla posizione assunta dal Psi guidato da Bettino Craxi – era salvare l’uomo ma anche provare a costruire uno Stato che non si caratterizzasse per una relazione esclusiva tra il Pci e la Dc”. “Le istituzioni ressero bene, non fu dunque un colpo di stato. Quell’evento tragico ha rappresentato uno strappo con la vita politica e istituzionale italiana. Se Moro fosse rimasto in vita – ha aggiunto – forse le vicende politiche del nostro Paese avrebbero preso una piega diversa”.

Nencini sostiene che non è ancora stata fatta luce su tutte le zone d’ombra di quella vicenda: “L’Italia – ha concluso Nencini – era un membro chiave all’interno della NATO e un paese frontiera dove esponenti del terrorismo e servizi internazionali operavano; dunque qualche domanda è legittimo farsela ancora oggi a 40 anni di distanza”.

I ministri tra conferme e sconfitte. Ok Gentiloni

gentiloni senato

Conferme e sconfitte per i componenti della squadra di governo alle elezioni politiche. Paolo Gentiloni si avvia a vincere il collegio Roma 1 dell’uninominale della Camera con il 41,94% dei consensi, la sottosegretaria alla presidenza del Consiglio Maria Elena Boschi ha vinto il collegio uninominale della Camera di Bolzano con il 41,23%, mentre Luca Lotti (ministro dello Sport) si afferma a Empoli con il 40,5% e il ministro dell’Economia, e Pier Carlo Padoan vince a Siena contro il responsabile economia della Lega, Borghi.

Il ministro dell’Interno Marco Minniti è invece risultato terzo nel collegio uninominale 6 di Pesaro con il 27,69% dietro a Andrea Cecconi (l’ex M5s è primo con il 34,98%) e a Anna Maria Renzoni del centrodestra al 31,53%. Terzo posto, nel collegio uninominale 2 di Genova per il Senato, anche per la ministra della Difesa, Roberta Pinotti, collegio che è stato conquistato da Mattia Crucioli del M5s con il 33,52% dei suffragi. A Reggio Emilia Graziano Delrio, ministro dei Trasporti e delle infrastrutture, si appresta a conquistare il collegio uninominale della Camera. Quando alla fine dello spoglio mancano circa 15 sezioni è accreditato del 35,94% dei consensi. Il suo rivale più vicino, Maria Edera Spadoni del M5s, è al 28,45%. La ministra per la Pa Marianna Madia si afferma nel collegio uninominale 2 di Roma della Camera con il 37,48% (alla fine dello spoglio mancano 20 sezioni), mentre Valeria Fedeli, titolare dell’Istruzione è per il momento seconda nel collegio uninominale 6 di Pisa per il Senato con il 32,24% dietro a Rosellina Sbrana, candidata del centrodestra, al 32,7%.

A Ferrara non passa il ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini. Il collegio uninominale andrà quasi certamente a Maura Tomasi del centrodestra con il 39,67%. Anche Claudio De Vincenti, ministro della coesione territoriale, non conquista il collegio uninominale della Camera dove era candidato: quello di Sassuolo che va a Benedetta Fioroni del centrodestra. Beatrice Lorenzi, ministro della Salute, si avvia infine a vincere il collegio uninominale Camera di Modena con il 36,86%.