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Edoardo Gianelli

Brexit: passa la censura del Labour contro il governo

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Si complica ulteriormente il già difficile percorso che porterà, da qui a martedì prossimo, al primo voto del Parlamento sull’accordo raggiunto sulla Brexit. La Camera dei Comuni infatti ha approvato una mozione di censura promossa dal Labour contro il governo Tory di Theresa May per la mancata pubblicazione integrale del parere legale sull’accordo di divorzio dall’Ue raggiunto dalla premier con Bruxelles. È la prima volta che una mozione di questo tipo viene approvata dal Parlamento.

Il parere legale in questione è stato fornito dal procuratore generale Jeffrey Cox, il principale avvocato del governo, rispetto all’accordo su Brexit ottenuto da May. Nonostante le richieste delle opposizioni, Cox aveva fornito solo un riassunto di quella consulenza, rifiutandosi di pubblicare la versione completa. Il motivo è che quel documento contiene probabilmente cose che il governo non voleva rendere esplicite: secondo gli osservatori si tratta di giudizi legali sul fatto che, con questo accordo, c’è la possibilità che il Regno Unito rimanga indefinitamente legato alla UE.

È una possibilità già nota, perché la permanenza nell’unione doganale potrebbe essere l’unico modo di risolvere il nodo del confine nordirlandese, ma il suo essere esplicitata da un parere legale così autorevole renderebbe l’accordo ancora meno gradito ai suoi oppositori dentro al Partito Conservatore. Il fronte che martedì prossimo in Parlamento voterà contro l’accordo, quello degli “hard Brexiteers” che considerano troppo morbido l’accordo di May, potrebbe allargarsi. Già ora si pensa sia sufficiente per affossare l’accordo al suo primo passaggio in Parlamento. Il governo dovrà pubblicare il parere legale completo, e lo farà probabilmente domani.

La mozione era stata presentata dalle opposizioni, che hanno vinto il voto con 311 voti a favore e 293 contrari grazie al sostegno del Partito Unionista Democratico nordirlandese, che da tempo ha ritirato il sostegno a May per via del trattamento riservato all’Irlanda del Nord nell’accordo. Per questo il voto ha anche un valore simbolico: questa sconfitta mette ulteriormente in dubbio la maggioranza di May in Parlamento, in un momento in cui sta cercando di ricompattare le fila del suo partito.

Sempre martedì, il Parlamento ha approvato un emendamento proposto dal deputato conservatore Dominic Grieve, che sostanzialmente prevede che il Parlamento possa dire la sua sul “piano B” che May proporrà al Parlamento entro 21 giorni se, come probabile, l’accordo sarà bocciato nel voto di martedì prossimo. Le diverse fazioni lo interpretano in modo diverso: i sostenitori del “Remain” ritengono sia un modo per evitare l’uscita senza accordo, a cui si opporrebbero; l’ala radicale del Partito Conservatore crede invece che il parere che il Parlamento potrà esprimere non sarà vincolante, e quindi che l’uscita senza accordo sia ancora sul tavolo.

Clima, Guterres: “Questione di vita o di morte”

cop24“Quella del clima è già oggi una questione di vita o morte”. Con queste parole Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, ha dato il via ai lavori della Conferenza climatica COP24 che si è aperta oggi a Katowice, nel sud della Polonia. Come risposta il presidente polacco Andrzej Duda ha sottolineato che la responsabilità politica sul clima deve essere basata sullo sviluppo equilibrato fra natura e tecnologia nonché il rispetto della dignità umana. Parole a cui è seguito l’annuccio da parte del presidente polacco di non voler rinunciare al carbone sostenendo che per la Polonia è una “materia prima “strategica”, che garantisce “la sovranità energetica” dei polacchi. Varsavia conta ancora sul carbone per l’80% del suo fabbisogno energetico, e prevede di arrivare al 50% entro il 2030. Una dichiarazione che ha suscitato sdegno e polemiche dopo la prima giornata della Cop24.

Una partenza senza grandi clamori: basti pensare che alla cerimonia di apertura dell’evento che durerà fino a 14 dicembre prossimo erano presenti solo una sessantina di delegazioni internazionali, e i capi di Stato di Bulgaria, Svizzera, Slovenia, Montenegro, Macedonia, Fiji, Nepal. Più che di bassa presenza sarebbe giusto parlare di assenze. Molte delle quali peraltro ingiustificate. Sono sempre di più i paesi che si stanno tirando indietro dagli accordi della COP21, quella di Parigi, alla quale parteciparono delegati e capi di stato di quasi tutti i paesi del pianeta. A cominciare dal Brasile, che in teoria avrebbe dovuto ospitare la prossima edizione della COP25.

Invece il nuovo presidente Jair Bolsonaro ha già annunciato di non essere più interessato, decisione questa che molti hanno collegato all’iniziativa di disboscare una quantità enorme di foresta amazzonica: tra il 2017 e il 2018 sono stati tagliati 7.900 chilometri quadrati di foresta, “più o meno un milione di campi di calcio disboscati in appena un anno”, come ha ricordato il coordinatore di Greenpeace Brasile, Marcio Astrini.

Guterres non ha usato mezzi termini: “Abbiamo veramente un grosso problema”, ha ribadito. “Non stiamo ancora facendo abbastanza, né ci muoviamo abbastanza in fretta per prevenire un dissesto climatico irreversibile e catastrofico”. Il segretario delle Nazioni Unite ha indicato quattro settori, “semplici messaggi” li ha definiti, su cui è necessario intervenire. Il primo è dare una risposta significativamente più ambiziosa ai progressi scientifici. Il secondo è rendere operativo l’accordo di Parigi. Il terzo è assumersi la responsabilità collettiva di investire per evitare il caos climatico globale, tenendo conto degli sforzi sotto il profilo economico e gli impegni finanziari assunti a Parigi. Il quarto considerare l’attenzione verso il clima la via migliore per trasformare il mondo in meglio.

Scelte che lo stesso Guterres riconosce non essere facili far prendere ai governi, specie quelli assenti: “Non sarà un negoziato facile”. Neanche con l’aiuto della Banca Mondiale che ha annunciato di voler sostenere il cambiamento verso la riduzione delle emissioni di CO2 con 200 miliardi di dollari in 5 anni.

Inoltre i presenti in Polonia dovranno discutere degli obiettivi delle emissioni nazionali dei Paesi dopo il 2020 e del supporto finanziario alle nazioni “povere” per consentire loro di adattarsi ai cambiamenti climatici, altro aspetto legato alla compensazione.
La realtà è che mentre si sta discutendo, peraltro senza molta convinzione, sulle misure da adottare tra qualche anno per contenere il riscaldamento globale a 2 gradi C, le stesse Nazioni Unite hanno confermato che già oggi siamo di fronte ad un aumento delle temperature intorno a un grado. E visto che le maggiori economie, inclusi Stati Uniti d’America e molti paesi europei, non sembrano voler tener fede agli impegni presi a Parigi, appare quasi impossibile trovare una soluzione. Del resto anche i ricercatori dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) lo hanno detto chiaramente: gli impegni di Parigi non sono abbastanza. I 20 anni più caldi sono stati registrati negli ultimi 22 anni, con gli anni dal 2015 al 2018

Allarmato il comunicato del Wwf: “In Europa – si legge – il carbone è in declino, ma è proprio la Polonia, che ha la presidenza della COP, che cerca di convincere la Unione Europea a ‘sussidiare’ il combustibili più nocivo per il clima, la salute e l’ambiente. Domani il trilogo UE deciderà se assegnare persino alle centrali più inquinanti, quelle a carbone, i meccanismi di capacità, vale a dire una remunerazione dovuta al solo fatto di poter produrre energia, come chiede la Polonia. Ci auguriamo che l’Italia faccia sentire la propria voce e blocchi tale sussidio sporchissimo, questo sì degno di una mobilitazione contraria dei consumatori”, dichiara la responsabile Clima Energia del Wwf Italia, Mariagrazia Midulla.

Al presidente polacco Andrzej Duda che nel corso di una conferenza stampa presso la COP, aveva affermato che la Polonia non può rinunciare al carbone risponde Marta Anczewska, responsabile delle politiche climatiche ed energetiche del WWF-Polonia: “La scienza ci dice che dobbiamo raggiungere zero emissioni nette prima del 2050 se vogliamo raggiungere gli obiettivi di Parigi ed evitare le conseguenze peggiori del cambiamento climatico. La posizione del presidente Duda è in netto contrasto con l’ambizione richiesta in questo round di negoziati sul clima. Il carbone non ha posto nei futuri sistemi energetici per limitare il riscaldamento a 1,5° C. La Polonia può e deve invece accelerare una transizione giusta verso un’economia a zero emissioni”.

“La Conferenza – afferma la Uil in un comunicato – deve rappresentare un momento di riflessione e assunzione di responsabilità condivise a livello globale affinché tutti procedano in un’unica direzione: la tutela dell’ambiente e lo sviluppo sostenibile. Uno dei motivi che hanno condotto alla scelta di Katowice è stato l’ampio impiego del carbone da parte della Polonia grazie al quale questa nazione ottiene ancora l’80% dell’energia che consuma, nonostante si tratti della fonte fossile più dannosa per l’equilibrio climatico mondiale. Auspichiamo che questo evento possa produrre esiti importanti per affrontare e vincere la sfida alla lotta ai cambiamenti climatici, orientando le scelte e i comportamenti della comunità internazionale. Per la UIL sono necessari drastici cambiamenti in tutti i settori della produzione e dello sviluppo perché se non si fa nulla per ridurre le emissioni di gas serra, il nostro pianeta continuerà il suo percorso di riscaldamento globale generando in modo sempre più visibile guasti all’ambiente e alla salute dei cittadini”.

Decreto sicurezza: il governo pone la fiducia

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Il governo ha posto la fiducia sul decreto sicurezza. La maggioranza teme imboscate i mal di pancia interni e porre la questione di fiducia è stato l’unico modo per non incorrere in incidenti. La morale è che il governo non si fida più della maggioranza che lo sostiene. Le due componenti viaggiano su binari separati, ognuna con il suo pezzo di programma da portare a temine. E ognuno che non si fida dell’altro. Tanto che si è deciso di utilizza ancora una volta lo strumento che, quando le forze di governo, erano opposizione, attaccavano e definivano antidemocratico.

Il dl sicurezza dovrà essere convertito in legge entro il 3 dicembre, pena la sua decadenza automatica, la maggioranza bicefala. Nel corso della discussione, a segnare di chi fosse la paternità del provvedimento, i banchi della Lega erano al gran completo, mentre quelli dei Cinquestelle apparivano pressoché vuoti.  Una maggioranza formata da due pezzi distinti e una spartizione ormai conclamata dei rispettivi ambiti di competenza.

L’annuncio della richiesta di fiducia è stato salutato nell’Aula di Montecitorio da un applauso fragoroso della Lega e del M5S, mentre dai banchi del Pd si urlava ‘vergogna, vergogna!’. E così il leader leghista si prepara a passare all’incasso sul fronte della sicurezza, a lui molto caro. Dopo la fiducia espressa da Palazzo Madama il 7 novembre, questo provvedimento verrà così approvato definitivamente in piena ‘zona Cesarini’. Del resto l’aveva detto chiaro, Salvini, che se non avesse portato a casa questa riforma avrebbe fatto saltare il banco.

Intanto per il gioco dei pesi e contrappesi del governo gialloverde, questa settimana andrà avanti il ddl anticorruzione, norma ‘bandiera’ dei 5 stelle, che torna in primo piano dopo il capitombolo della maggioranza a Montecitorio, dove la settimana scorsa un plotone di franchi tiratori ha edulcorato il reato di peculato provocando un feroce scontro interno alla maggioranza.

LO SPREAD TRIA DRITTO

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Alla vigilia della risposta europea sulla lettera della commissione europea sulla manovra italiana, continua la corsa dello spread che sfonda la soglia dei 330 punti, arrivando a toccare i 335 punti base, il livello più alto dal 19 ottobre, per poi ripiegare leggermente. Il rendimento del decennale del Tesoro è salito fino al 3,70%. Il ministro Tria si è detto preoccupato della situazione. “Ovviamente sono preoccupato dall’aumento dello spread” è il suo commento.

“L’Europa deciderà quello che vorrà decidere, io penso che Conte e Tria stiano facendo un ottimo lavoro con un tentativo di mediazione, ma non deve esserci un muro di gomma”, ha detto Luigi Di Maio a margine dell’incontro con i vertici di CNA. “Devo fare i complimenti al ministro Tria, sta portando avanti questa legge di Bilancio con grande convinzione e sta combattendo come un leone”, ha aggiunto.

Il Tesoro non ha ricevuto certo buone indicazioni dalla prima giornata di offerta del Btp Italia, con ordini a un livello così basso che non si vedeva dal 2012. Oggi, nella seconda giornata dedicata all’offerta per i piccoli risparmiatori, le cose non si sono messe meglio: a metà giornata – dopo i 481 milioni della vigilia – si registrano domande per soli 170 milioni. Nella sola prima giornata del titolo venduto nel maggio scorso, per fare un raffronto, si erano superati i 2 miliardi di richieste. Giovedì sarà la volta degli istituzionali, ma su tutto incombe anche il giudizio della Commissione Ue.

Il rendimento del decennale del Tesoro sfiora il 3,70%, rispetto al 3,59% dell’ultimo riferimento. Il dato arriva mentre Piazza Affari apre in ribasso e mentre si registra un mezzo flop nella sottoscrizione del Btp Italia, il titolo indicizzato all’inflazione con un rendimento minimo dell’1,45%, che è il termometro del grado di fiducia degli italiani nel Paese.

Il caro spread inizia intanto a impattare sui tassi dei mutui e dei prestiti alle imprese. Ad ottobre 2018, spiega l’Abi, si registra un incremento “non ancora molto accentuato” dei tassi di interesse sulle nuove operazioni di finanziamento, “risentendo dell’aumento dello spread nei rendimenti dei titoli sovrani”. Un aumento che si riflette sui tassi. Infatti quelli medi sulle nuove operazioni per acquisto di abitazioni è risultato in leggera crescita. 1,87% (1,80% a settembre 2018) mentre quello sui nuovi finanziamenti alle imprese è risultato pari a 1,60% (1,45% il mese precedente).

Una variazione contenuta ma si tratta comunque di un segnale di inversione di tendenza. “Nei prossimi mesi – ha detto vice dg dell’Abi Gianfranco Torriero – monitoreremo i dati per vedere se il fenomeno dovesse proseguire”. Più volte l’Abi ha segnalato il possibile impatto dello spread sui prestiti a famiglie e imprese in termini di condizioni e quantità (elemento quest’ultimo che non si è ancora verificato).

RISCHIO RECESSIONE

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Nuove tirate di orecchie al governo. È il fondo monetario che manifesta le proprie perplessità sugli effetti della quota 100 e sull’impatto sulla crescita dell’Italia che produrrebbero le misure di stimolo previste dal governo. Secondo il FMI infatti l’effetto della manovra “sarebbe incerto nei prossimi due anni e probabilmente negativo nel medio periodo, se gli spread continuassero a restare a livelli elevati”.

Il Fmi spiega che l’atteso impatto di stimolo “rischia di essere controbilanciato dal continuo rialzo degli spread”, con un effetto “ambiguo” nel breve e “probabilmente negativo” nel medio periodo. Insomma gli effetti propagandistici della manovra messa a punto dal governo sarebbero nel breve periodo smascherati dai fatti. I cambiamenti delle pensioni previsti dal governo, ovvero la quota 100, “aumenterebbero ulteriormente la spesa pensionistica, imporrebbero pesi ancora maggiori sulle generazioni più giovani, lascerebbero meno spazio per politiche per la crescita e porterebbero a minori tassi di occupazione tra i lavoratori più anziani”, dice il Fmi. “E’ improbabile che l’ondata di pensionamenti creerebbe altrettanti posti di lavoro per i giovani”. Per il Fmi “è urgente razionalizzare i vari eccessi nel sistema”.

I conteggi sulla quota 100 hanno già dato un risultato allarmante per i futuri pensionati che, in virtù di un accorciamento di pochi anni della loro vita lavorativa, vedrebbero un taglio consistente, fino al 30%, dei loro assegni. Inoltre lo Stato non ne trarrebbe benefici. Anzi. Una operazione così fatta, come ha sottolineato il Fondo, aggraverebbe la stato dei conti pubblici. Un vero capolavoro.

ll Fondo Monetario Internazionale, mette in guardia l’Italia anche dal rischio di recessione che potrebbe derivare da livelli di debito troppo alti. Nel documento, il Fmi stima che il debito pubblico italiano “resterà intorno al 130% nei prossimi 3 anni” e avverte che qualsiasi shock anche modesto “aumenterebbe il debito aumentando il rischio che l’Italia sia costretta ad un consolidamento di bilancio maggiore quando l’economia si indebolisce. Questo potrebbe trasformare un rallentamento in una recessione”.

A criticare, anzi a bocciare i conti del Governo ci pensa il presidente dell’Inps Tito Boeri. “Oggi si parla di uno a uno, anzi qualcuno parla di tre assunti ogni pensionato, mi sembrano delle stime senza alcuna base empirica per quanto noi possiamo vedere dai dati a disposizione”, ha affermato Boeri. Poi cita uno studio di qualche anno fa che smentirebbe le tesi di un ricambio generazionale immediato: “Avevamo fatto degli studi nel 2011 in occasione della riforma di allora, Fornero, e avevamo trovato, nel contesto di allora, che era di recessione, che nelle imprese con lavoratori bloccati c’era stata una diminuzione delle assunzioni di giovani. Nell’impatto iniziale avevamo che per ogni tre persone bloccate c’era un giovane assunto in meno. Erano condizioni del tutto particolari, ora il contesto è diverso visto che l’occupazione è cresciuta negli ultimi anni”.

A questo punto Boeri mette nel mirino anche le stime sulle pensioni del futuro che a suo dire sarebbero state già compromesse con il rialzo dello spread: “I soli annunci hanno già comportato una perdita di reddito per i pensionati. In primo luogo – ha spiegato Boeri – per quello che sta avvenendo alle pensioni integrative abbiamo già visto che ci sono stati dei rendimenti negativi perché molti fondi pensione hanno investito in titoli di Stato che hanno perso in valore il 10% e anche oltre e questo si riflette sulle pensioni integrative che queste persone avranno se dovessero decidere di andare in pensione a 38 anni di contributi e 62 anni, avrebbero questa penalità dovuta al fatto che lo spread ha fatto diminuire il valore dei loro accantonamenti sulla previdenza integrativa”. Poi attacca: “Il conto del Governo sulla spesa per le uscite con 62 anni e 38 anni di contributi che è simile per il 2019 e il 2020 (6,7 miliardi il primo anno e sette il secondo) “non esiste”, aggiunge Boeri spiegando che la spesa del primo anno, considerate anche le finestre che ritardano le uscite, sarà nettamente inferiore a quello dell’anno successivo che deve tenere conto naturalmente delle persone uscite nel 2019 e di quelle che escono nel 2020.

Sul fronte della flat tax, cavallo di battaglia di Salvini, Enico Proietti, Segretario Confederale Uil esprime i forti dubbi del sindacato. “La flat tax, da un lato, fa venir meno il fondamentale principio della progressività, lasciando in pratica l’Irpef come sola imposta progressiva per i redditi da lavoro dipendete e da pensione; dall’altro lato, l’estensione del regime forfettario può determinare un implicito incentivo all’evasione. Essendo enorme il gap tra imposta ordinaria e quella agevolata si potrebbero generare fenomeni di occultamento dei ricavi o di tardiva trasmissione per non incorrere nel rischio di sforare i limiti previsti. Per la UIL – continua Proietti – l’impegno del Governo deve essere quello di perseguire ogni forma di evasione ed al contempo di procedere ad una concreta riduzione della pressione fiscale per lavoratori dipendenti e pensionati, che contribuiscono per oltre il 94% al gettito Irpef e sono i cittadini a più alta fedeltà fiscale, pagando le tasse ancora prima di ricevere lo stipendio e la pensione”.

Miliardari nel mondo, sono di più e sempre più ricchi

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Sono 2.158 i miliardari nel mondo, e diventano sempre più ricchi se si calcola che il loro patrimonio ha registrato un aumento record nel 2017, con un aumento del 19% a 8,9 trilioni di dollari (ossia 7,8 trilioni di euro). È quanto emerge da un rapporto di UBS e PwC e pubblicato oggi. Nonostante la crescita in Europa e nelle Americhe, i miliardari cinesi hanno aumentato la loro ricchezza quasi il doppio rispetto agli altri: un incremento del 39% a 1,12 trilioni di dollari. Secondo il rapporto, nel 2006 c’erano solo 16 miliardari cinesi, mentre oggi il numero sale a 373, quasi uno su cinque miliardari nel mondo.

Solo nel 2017, 89 uomini d’affari cinesi sono diventati miliardari, quasi tre volte di più che negli Stati Uniti e nella regione dell’Europa e del Medio Oriente. Tuttavia, la regione delle Americhe continua ad avere la più alta concentrazione di ricchezza miliardaria, specialmente negli Stati Uniti, dove ci sono 3,1 trilioni di dollari (2,7 trilioni di euro). Nonostante questo, la creazione di ricchezza negli Stati Uniti sta rallentando, con solo 53 nuovi miliardari nel 2017 rispetto a 87 di cinque anni fa. In Europa, il numero dei miliardari è aumentato solo del 4% e la loro ricchezza è cresciuta del 19% a 1,9 trilioni di dollari.

Gran parte degli 89 nuovi miliardari cinesi emersi nel 2017 operano nel settore della tecnologia e stanno sfidando con sempre maggiore successo l’egemonia di Silicon Valley. Nel 2017 la Cina ha investito gli stessi livelli di venture capital per le start-up degli Stati Uniti e ha registrato quattro volte il numero di brevetti relativi all’intelligenza artificiale e tre volte il numero di brevetti nel settore blockchain e cryptocurrency dei rivali americani.

INCERTEZZE D’EUROPA

DRAGHI NON MOLLA PRESA, DECISO CONTRO RISCHI DEFLAZIONE

Non è la prima volta che Draghi ha dovuto metterci una pezza. Lo ha fatto con il Quantitative Easing, il massiccio programma di acquisto dei titoli di stato dei paesi membri per aiutarne la sostenibilità del debito. Nel giorno in cui lo spread riprende a salire e tocca quota.

La Bce ha riunito oggi il consiglio direttivo in una fase delicatissima per l’Europa, in piena bufera per lo scontro sulla manovra italiana, incerta sull’esito dei negoziati della Brexit e preoccupata per dati che mostrano un indebolimento complessivo della crescita. Il Consiglio direttivo ha lasciato invariati i tassi sulle operazioni di rifinanziamento principali, sulle operazioni di rifinanziamento marginale e sui depositi presso la banca centrale rispettivamente allo 0,00%, allo 0,25% e al -0,40%. E proprio mentre si contano i giorni prima della fine del Quantitative Easing, la lista dei problemi e delle preoccupazioni sull’eurozona e sull’euro si allunga. Sulla manovra italiana Draghi cerca di tranquillizzare augurandosi che non si arriverà allo scontro. Lo fa in conferenza stampa al termine del Consiglio direttivo della Banca europea affermando di essere “fiducioso che si troverà un accordo” tra Commissione europea Ue e governo, precisando che questa è una sua opinione personale. Se non altro, ha spiegato perché gli aumenti dei rendimenti sui titoli di Stato italiani peseranno sui costi di finanziamento di imprese e famiglie e al tempo stesso “riducono i margini espansivi” del Bilancio.

Quello che è certo e che l’Italia rimane, in compagnia della Brexit, “fra le incertezze per lo scenario economico dell’Eurozona”. Sulla manovra italiana bocciata da Bruxelles il presidente della Bce Draghi esclude il rischio che la Bce possa essere coinvolta: “Finanziare i deficit non è nel nostro mandato” chiarisce. Quindi precisa: “Abbiamo l’Omt come strumento specifico”, da usare in caso i paesi entrino in un programma, “per il resto siamo in un regime di dominanza monetaria”, non di bilancio. Un intervento della Bce nel dibattito tra Roma e Bruxelles, insomma, è “assolutamente” da escludere: “Non è il nostro compito quello di fare da mediatori” rimarca Draghi. Questa “è una discussione fiscale, non è un ruolo da banchieri centrali”.

L’ex governatore di Bankitalia parla anche dello spread e avverte: “Io non ho la palla di cristallo, 300, 400, certamente questi titoli sono nelle banche e se perdono valore loro impattano sul capitale delle banche”. Certo, “abbassare i toni e non mettere in discussione l’esistenza dell’euro può far ridurre gli spread” è l’indicazione che arriva – con un chiaro riferimento all’Italia – dal presidente della Bce. E a chi gli chiede se i rialzi dello spread italiano possano contagiare altri paesi della zona euro, risponde: “Forse c’è qualche ricaduta ma limitata”. Secondo il presidente della Bce, i rialzi dello spread sui Btp italiani pesano sui costi di finanziamento di imprese e famiglie e “riducono i margini espansivi” del bilancio.

Poi sulla manovra italiana aggiunge: “Non c’è stata una grande discussione sull’Italia, c’era Dombrovskis, gli ho chiesto il permesso di citarlo”, aggiunge, facendo eco al vice presidente dell’esecutivo Ue: “Si devono osservare e applicare le regole, ma anche cercare il dialogo” specifica il presidenre della Bce. Nel corso della conferenza stampa, Draghi mette poi l’accento sull’inflazione. “Nell’area dell’euro l’inflazione sui dodici mesi si è portata lo scorso settembre al 2,1%, dopo il 2,0 di agosto” afferma, aggiungendo che “sulla base dei prezzi correnti dei contratti future sul petrolio, è probabile che l’inflazione complessiva si collochi intorno al livello attuale nella parte restante dell’anno”. “Davanti ad ogni evenienza – sottolinea ancora Draghi – il Consiglio direttivo della Bce è pronto ad adattare i propri strumenti per assicurare che l’inflazione continui a muoversi verso l’obiettivo”.

Infine la crescita dell’Eurozona: la Bce, ha detto Draghi, “regista un certo rallentamento dello slancio ma non una inversione di rotta”. “Una delle spiegazioni arriva dalle situazione specifica dei singoli Paesi”, rimarca, facendo l’esempio delle recenti difficoltà dell’industria automobilistica tedesca. Quindi ammette: “Non è semplice distinguere fattori transitori da fattori permanenti” sottolineando però come i dati e i segnali “non ci bastano per cambiare scenario di base”.

I rischi che circondano le prospettive di crescita dell’area dell’euro possono ancora “considerarsi ampiamente equilibrati. Allo stesso tempo, i rischi relativi al protezionismo, le vulnerabilità nei mercati emergenti e la volatilità dei mercati finanziari rimangono importanti” afferma il presidente della Bce. L’espansione economica, aggiunge Draghi, è “sostenuta dalla domanda interna e da continui miglioramenti nel mercato del lavoro”. Sulla fine del Quantitative Easing, Draghi spiega che alla riunione odierna “non abbiamo parlato di un prolungamento del programma di acquisti, e non abbiamo discusso di cosa fare dopo, abbiamo altri due incontri prima di fine anno”, osservando che alla Bce “pensiamo di avere ancora strumenti che possiamo usare”, come gli Tltro tema che è stato sollevato “da due partecipanti”.

Fuga dai titoli italiani, spread tocca quota 340

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I mercati sono sempre uno specchio che non mente e in cui si riflettono grane o le gioie. Quando un paese ha buone prospettive di crescita e di stabilità gli investitori vi portano i propri denari. In caso contrario li tolgono per evitare rischi inutili. È così in questi giorni gli investitori esteri stanno riducendo il portafoglio di titoli italiani. Questo è lo scenario che emerge dal Bollettino economico della Banca d’Italia, secondo il quale nel terzo trimestre dell’anno il Pil è cresciuto di appena lo 0,1% rispetto ai tre mesi precedenti dello 0,1%. Per via Nazionale, “l’attività avrebbe segnato un incremento nei servizi, mentre sarebbe rimasta stazionaria nell’industria in senso stretto. Il valore aggiunto delle costruzioni avrebbe proseguito a espandersi a un ritmo moderato”. Ma il dato più preoccupante è quello della diminuzione dell’interesse da parte degli investitori esteri verso i titoli italiani. Una diminuzione quantificabile in 42,8 miliardi: i disinvestimenti hanno riguardato soprattutto i titoli pubblici (24,9 miliardi) e le obbligazioni bancarie (12,4 miliardi).

Insomma ad agosto, altri 17 miliardi di euro hanno preso il volo. Si tratta di soldi investiti in titoli di Stato italiani, che adesso sono passati in mani italiani. Ma per quanto tempo si troveranno acquirenti, se questa fuga di capitali continua? Finora la Bce, con i suoi acquisti, ha limitato la quantità di titoli di Stato in circolazione. Ma da settembre ha ridotto gli acquisti a 15 miliardi e da gennaio smetterà di acquistare i titoli di Stato. A quel punto che succederà? Intanto sui mercati lo spread continua a salire. Oggi ha toccato quota 340, un livello che non veniva raggiunto dal marzo del 2013, ben cinque anni e mezzo fa. E ancora una volta sono le liti all’interno di questo governo, oltre alle conseguenze di un Def scritto malissimo, a far salire lo spread.

Brexit, ancora nessun accordo in vista

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Ancora una fumata nera sulla Brexit.. Al Vertice Ue al termine della cena dei capi di Stato e di governo riuniti a Bruxelles, la trattativa tra Unione europea e Regno Unito resta ferma al palo. I 27 annullano il vertice straordinario annunciato per novembre e si preparano allo scenario del ‘non accordo’.

I leader della Ue constatando che non sono stati fatti “sufficienti progressi” nelle trattative con il Regno Unito, hanno deciso di cancellare il Vertice straordinario del 17 e 18 novembre, fanno sapere in serata fonti Ue, ma “sono pronti a convocare un Consiglio europeo, se e quando il negoziatore dirà che sono stati fatti progressi decisivi”. “Per ora l’Ue a 27 non ha intenzione di organizzare un vertice straordinario a novembre”, ha aggiunto la stessa fonte. Durante la discussione a cena, i leader dei 27 hanno ribadito “la loro fiducia” in Michel Barnier come negoziatore e la loro “determinazione a restare uniti”. E hanno chiesto a Barnier di “continuare il suo sforzo per raggiungere un accordo sulla base delle linee guida” già adottate dall’Ue. “Non ci siamo ancora, serve molto più tempo”, aveva detto lo stesso Barnier subito dopo l’intervento di Theresa May all’inizio della cena.

Nel merito delle trattative, mentre il nodo continua a essere legato al cosiddetto ‘backstop’ sulla frontiera tra Irlanda e Irlanda del Nord su cui le parti restano distanti, il primo ministro britannico non avrebbe chiuso la porta alla possibilità di estendere di un anno il periodo di transizione. Secondo fonti di Bruxelles, May sarebbe pronta a accettare di allungare il periodo transitorio durante il quale il Regno Unito applicherà le regole Ue anche dopo la Brexit, oltre il 31 dicembre 2020. Durante il suo discorso questa sera agli altri capi di Stato e di governo dell’Ue, May ha detto che “il Regno Unito è pronto a considerare un’estensione del periodo transitorio”, hanno aggiunto le fonti Ue. La premier britannica – secondo un altra fonte – avrebbe anche chiesto ai leader Ue di aiutarla a trovare un accordo che possa essere approvato dal suo governo e dalla Camera dei Comuni, dove i suoi piani per la Brexit stanno incontrando una crescente resistenza. Un’apertura parzialmente confermata dal presidente del Parlamento europeo, Antonio tajani, secondo cui l’opzione è emersa nel dibattito anche se May sul punto ha avuto un atteggiamento ‘neutrale’.

Francia e Germania continuano a mostrare “fiducia” ma allo stesso tempo si preparano allo scenario ‘no-deal’, eventualità che il presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk alla vigilia del vertice ha definito come “mai cosi’ probabile”. E che con il passare delle settimane si sta concretizzando. Anche l’olandese Mark Rutte ha detto di essere “cautamente ottimista”, aggiungendo che “Non ci aspettiamo e non ci auguriamo” un mancato accordo, ma “abbiamo chiesto alla Commissione di lavorare con maggiore vigore su uno scenario di no-deal”. La verità, sintetizza la presidente lituana Dalia Grybauskaite, “che non c’è ancora da parte di May una posizione chiara su cosa voglia la Gran Bretagna, Nel governo May “non c’e’ una posizione chiara o una proposta chiara, ci dicano cosa vogliano.

Effetto Salvini: gli Italiani sempre più antieuropei

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L’effetto combinato di Salvini e Di Maio comincia a farsi sentire nella percezione degli italiani verso l’Europa. A forza di parlar male e di insultare, l’apprezzamento per le istituzioni europee è sceso ai minimi storici. Infatti il 65% degli italiani si dichiara favorevole all’euro, ma gli intervistati in Italia sono i meno convinti dei benefici dell’appartenenza all’Unione europea (43%). Lo rivela l’ultimo sondaggio Eurobarometro condotto tra l’8 e il 26 settembre 2018 da Kantar Public in tutti e 28 gli Stati membri, in base al quale il 68% degli europei ritiene che il proprio Paese abbia tratto beneficio dall’appartenenza all’Ue e il 61% degli intervistati considera positivamente la moneta unica.

In caso di referendum nel proprio Paese sulla falsariga di quello della Brexit, solo il 44% degli italiani voterebbe per restare nell’Ue contro il 66% a livello europeo. E’ il dato peggiore dei 28, anche a fronte dei britannici dove oggi il 53% è per il ‘remain’. Secondo il sondaggio la percentuale degli indecisi nel Belpaese è pari al 32%, la più alta nell’Unione. Tra gli europei solo il 17% degli intervistati sarebbe a favore dell’uscita. Tra i britannici oggi solo il 35% è per il ‘leave’. Solo il 42% degli italiani intervistati, inoltre, ritiene che sia positiva l’appartenenza all’Ue, il secondo dato più basso di tutti i Paesi europei dopo la Repubblica ceca (39%). Questo dato è comunque in crescita di 4 punti percentuali rispetto a settembre 2017, e mostra un trend positivo negli ultimi anni.

Per il 68% degli europei, invece, il proprio Paese ha beneficiato dell’appartenenza all’Ue: si tratta del dato più alto dal 1983, mentre per il 62% è positivo appartenere all’Unione, il dato più alto dal 1992. La grande maggioranza degli italiani (65%) dichiara, inoltre, di essere favorevole all’euro, con una crescita di 4 punti rispetto a marzo 2018 e con una percentuale superiore alla media Ue (61%).

Un terzo (32%) degli europei ha un’opinione positiva sul parlamento europeo, un quinto (21%) esprime un parere negativo e una maggioranza relativa (43%) rimane neutrale. I dati di Eurobarometro evidenziano inoltre che il 48% degli intervistati vorrebbe che l’Ue svolgesse un ruolo più significativo in futuro, mentre il 27% preferirebbe fosse ridimensionato. In base alla rivelazione cresce anche la consapevolezza delle elezioni europee del prossimo anno, con il 41% che identifica correttamente la data a maggio 2019 – un aumento di nove punti percentuale rispetto ad un’indagine analoga di sei mesi fa -, e il 51% degli intervistati che si dichiara interessato alla tornata elettorale europea. Tuttavia, il 44% ancora non sa dire quando si voterà.

Nell’agenda dei temi prioritari per l’imminente campagna elettorale l’immigrazione risulta essere al primo posto (50%), seguita dall’economia (47%) e dalla disoccupazione giovanile (47%), mentre la lotta al terrorismo scende al quarto posto con il 44%. Priorità simili anche per i cittadini italiani, anche se l’immigrazione è percepita come tema chiave da ben il 71% degli intervistati. Seguono l’economia con il 62% e la disoccupazione giovanile al 59%. Le rilevazioni di questo sondaggio sono state condotte con un campione di 27.474 europei di 16 anni o più,intervistati con metodologia faccia a faccia.