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Edoardo Gianelli

Di Maio rilancia Alitalia. Tria lo smentisce

ALITALIA

Altra invasione di campo nel governo. Tria tira il freno sull’ipotesi di ingresso del Tesoro nel capitale di Alitalia: “Io penso – ha detto a margine dei lavori dell’Fmi a Bali – che delle cose che fa il Tesoro debba parlare il ministro dell’Economia. Io non ne ho parlato”. Insomma il ministro Tria non prende bene l’uscita di Di Maio su Alitalia secondo il quale il governo italiano prevede il ritorno dello Stato come azionista attraverso il Mef con una newco partecipata anche da Fs. È questo in estrema sintesi il progetto che oggi il vice premier Luigi Di Maio ha illustrato, prima in una intervista al Sole 24 Ore e poi nell’incontro con i sindacati. Ma nel pomeriggio però il ministro dell’Economia Giovanni Tria ha frenato: “Io penso che delle cose che fa il Tesoro debba parlarne il ministro dell’Economia”.

Non è il primo sgarbo istituzionale che i due vicepremier hanno tirato a Ministro dell’Economia considerato spesso a servizio degli sfizi dei due vice. “Io non ne ho parlato”, ha detto il ministro a proposito dell’ingresso dello Stato nel capitale. Secondo Di Maio invece la partecipazione dello Stato nella nuova compagnia, avverrà attraverso la costituzione di una newco con “una dotazione iniziale tra 1,5 e 2 miliardi” in cui lo Stato manterrà una quota vicina al 15% con in programma anche l’ingresso di Ferrovie dello Stato. Poi Di Maio ha specificato che “il ministero dell’Economia convertirà in equity parte del prestito con cui coprirà la quota del 15% di partecipazione nella Newco”. Ecco che Tria viene nuovamente utilizzato come passacarte di Palazzo Chigi e privato di ulteriore autonomia di decisione. Basta ricordare i numeri della manovra. Nella prima versione Tria aveva indicato il rapporto pil/deficit all’1,6%, se quel numero non fosse stato rispettato aveva già le dimissioni pronte nel cassetto. Risultato, quel numero è stato cambiato e il deficit ora è indicato al 2,4% e Tria ancora al suo posto di Ministro.

Sulla tempistica su Alitalia il ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, avrebbe pronta la soluzione entro ottobre aggiungendo comunque che si sta lavorando ad un piano industriale di lungo termine. “Bene le rassicurazioni, ma vogliamo fatti concreti.Il tempo è molto stretto,bisogna che siano giorni,non settimane quelle in cui si definisce la lettera vincolante”su Alitalia,ha detto il segretario Cgil Camusso. “Si sta partendo con il piede giusto per chiudere questa vertenza come fatto con Ilva,senza esuberi ma con piano di rilancio”,dice Barbagallo, Uil. Per Cuccello,Cisl,”abbiamo chiesto e avuto rassicurazioni su garanzie per lavoratori in Cigs e fondo trasporto”.

Immigrazione, l’ultradestra francese assalta l’Aquarius

aquarius

Un gruppo di militanti del gruppo francese di estrema destra Generation Identitaire ha attaccato a Marsiglia la sede di Sos Mediterranee, l’Ong della nave Aquarius, costringendo i dipendenti a uscire con la forza. L’incursione violenta degli estremisti, che hanno come obiettivo dichiarato quello di “combattere l’immigrazione di massa e l’islamizzazione dell’Europa“, prevedeva anche l’affissione sulla sede dell’organizzazione di uno striscione in cui si accusa Sos Mediterranée di essere colpevole di traffico di esseri umani. La polizia è intervenuta e gli assalitori sono stati fermati.

Già nei giorni scorsi l’Ong Sos Mediterranee aveva annunciato una mobilitazione di cittadini a favore delle operazioni in mare dell’Aquarius, prevista per sabato 6 ottobre in diverse città francesi ed europee. In Italia si svolgerà a Palermo. I partecipanti sono invitati a indossare almeno un indumento arancione. L’Ong ha inoltre lanciato un appello ai governi europei per permetterle “di proseguire la nostra missione di salvataggio attribuendo una bandiera all’Aquarius”.

Gli estremisti hanno iniziato l’incursione il giorno dopo l’arrivo della nave Aquarius nel porto cittadino. Il commento degli operatori della ong è arrivato via Twitter: “Il personale di Sos Méditerranée è sano e salvo, ma sotto shock“, si legge. Sos Méditerranée stava preparando una mobilitazione di cittadini a favore delle operazioni in mare dell’Aquarius, tornata al centro delle polemiche dopo il rifiuto del governo francese di farla attraccare nel porto di Marsiglia con 58 naufraghi a bordo.

La manifestazione è stata lanciata già nei giorni scorsi ed è prevista sabato in diverse città francesi ed europee, tra cui Palermo. L’ong ha inoltre lanciato un appello ai governi europei per permetterle “di proseguire la nostra missione di salvataggio” dei migranti nel Mediterraneo, “attribuendo una bandiera all’Aquarius” dopo che le è stata ritirata quella di Panama.

Ponte Morandi. Bucci commissario per la ricostruzione

genova ponte

Dopo due mesi di tira e molla è stato individuato il commissario per la ricostruzione del ponte Morandi, il viadotto che lo scorso 14 agosto è collassato provocando 43 morti e decine di feriti.. La scelta di Palazzo Chigi è ricaduta su Marco Bucci, attuale sindaco della di Genova eletto tra le fila del centrodestra. La Regione ha già risposto con parere favorevole. E da Assisi il premier conferma: “Tornato a Roma firmerò il decreto che nominerà il commissario straordinario nella figura del sindaco di Genova, Marco Bucci”.

L’annuncio è arrivato questa mattina dopo che ieri per tutto il giorno si sono rincorse le voci e le indiscrezioni, in ballo c’erano i nomi di Claudio Andrea Gemme, gradito alla Lega, del sindaco Marco Bucci e del direttore scientifico dell’Istituto Italiano della Tecnologia Roberto Cingolani, sponsorizzato dai Cinque Stelle. Su Gemme pendevano le obiezioni di incompatibilità, l’ipotesi CIngolani era osteggiata dalla Lega, alla fine la scelta è caduta su Bucci.

“Dopo quasi 50 giorni abbiamo un commissario. Ed è Bucci il sindaco di Genova. Una scelta ovvia che doveva essere attuata dal primo momento perchè in qualità di sindaco conosce le esigenze e i disagi della nostra città. Allora perchè si è perso tempo prezioso per scontri di potere tra movimento 5 stelle e Lega e tra governo e istituzioni locali ?” Lo dichiara Raffaella Paita parlamentare del Pd. “L’auspicio è che ora si cominci a lavorare davvero partendo dalla correzione del decreto presentato dal governo che non contiene le risposte che Genova attende. Ci aspettiamo che il sindaco punti i piedi su tempi di realizzazione del ponte, del valico, della gronda, sugli indennizzi agli sfollati, sulle esigenze del commercio e delle imprese e molto altro. Il PD farà la propria parte con la proposizione di emendamenti specifici”.

Ponte Morandi. Arriva la bollinatura al decreto

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Arriva finalmente dopo innumerevoli rinvii il via libera della ragioneria al decreto che contiene misure per affrontare l’emergenza. Il decreto infatti era stato più volte presentato come cosa fatta ma altrettante volte ritirato. L’ultimo episodio pochi giorni fa per lo stop imposto dalla ragioneria dello Stato in quanto nel testo non venivano indicate le coperture di spesa. Il decreto, ottenuta la bollinatura viene tramesso al Quirinale.

“Non è detto che sia un dl soddisfacente” ha commentato il presidente della Liguria Giovanni Toti. Il governo, nel nuovo decreto, ha stanziato altri 20 milioni di euro di risorse per Genova, che verranno trasferite alla contabilità speciale intestata al Commissario delegato alla ricostruzione. Nomina che, a oltre un mese dalla tragedia, ancora manca. In base all’ordinanza del 20 agosto in cui si dava disposizione di di 33,5 milioni, viene emessa, si legge nella bozza del decreto, una integrazione “di 9 milioni di euro per l’anno 2018 e 11 milioni di euro per l’anno 2019″. Le risorse sono coperte con l’uso del Fondo per le emergenze nazionali.

Scettico il presidente della Liguria, Giovanni Toti per il quale “bisognerà vedere cosa c’è scritto dentro dopo questo balletto fatto in una settimana e mezzo tra un ministero e l’altro”. Toti non ha risparmiato critiche al decreto: “Mi sembra che venga fatto per escludere gli enti locali”, ha dichiarato. “Mi dà l’impressione che il governo voglia gestire la situazione a Roma e non in Liguria. Ma va bene tutto, siamo laici, basta che si raggiungeranno i risultati”, ha aggiunto, tornando a chiedere lo sblocco dei fondi per la realizzazione del Terzo Valico: “Mi fiderei di più del ministro Toninelli se sbloccasse questa mattina stessa quel miliardo e mezzo di euro, già bollinato, per il quinto lotto del Terzo Valico, che rischia di rallentare sensibilmente. Sarebbe un danno straordinario, e credo che l’opinione pubblica non reagirebbe bene. E neanch’io reagirei bene”. Poi, sulla proposta lanciata dal ministro delle Infrastrutture su Facebook di realizzare un ponte “multilivello”, Toti risponde: “Temo abbia ragione Gino Paoli. Quel ponte non è un parco cittadino dove andare a passeggiare. Mi sembra un’idea surreale”.

E il viceministro alle Infrastrutture Edoardo Rixi torna sulla questione del commissario ha aggiunto: “Mi auguro che venga indicato il nome quando esce il decreto o immediatamente dopo, in modo da recuperare tempo”.

Il Decreto Genova reintroduce, in deroga agli articoli 4 e 22 del Jobs Act, la cassa integrazione straordinaria per cessazione di attività. La misura potrà essere autorizzata “sino ad un massimo di 12 mesi complessivi” per gli anni “2019 e 2020”. La sostenibilità dell’onere finanziario per la copertura sarà verificata in sede di accordo governativo e qualora dal monitoraggio emerga che è stato raggiunto o sarà raggiunto il limite di spesa, non possono essere stipulati altri accordi. Nel caso in cui Autostrade non pagasse o ritardasse le spese di ricostruzione del ponte sarà lo Stato ad anticiparle, attingendo al Fondo per il finanziamento degli investimenti e lo sviluppo infrastrutturale.

IL GRANDE BLUFF

di maio

Alla fine anche i due vicepremier si devono arrendere all’evidenza. Per realizzare le promesse sbandierate in campagna elettorale c’è un solo sistema, sforare il tetto del deficit e quindi andare ben oltre l’1,6%, limite indicato dalla Ue e che il ministro Tria vuole assolutamente rispettare. Un punto essenziale questo sul quale si sta accendendo lo scontro interno all’esecutivo con il ministro Di Maio che ha addirittura detto di pretendere i soldi per il reddito di cittadinanza tanto caro ai pentastellati.  Al momento Tria si “limita” al ribadire che non si torna indietro su quanto deciso a Palazzo Chigi, ovvero che il deficit resti “murato” a quel’1,6% considerato l’argine giusto per non “irritare i mercati”. Reggerà? Ma c’è da chiedersi se reggerà il ministro delle finanze già al centro del malumori del vicepremier giallo-verde che in nome delle promesse elettorali è pronto a mandare all’aria il conti dello Stato.

“Ho piena fiducia nel ministro dell’Economia Giovanni Tria – si è affrettato a dire Di Maio – per quello che sta facendo e ho piena fiducia nel gioco di squadra che stiamo facendo come governo”. Dopo questa assicurazione di facciata Di Maio ha ribadito le priorità del governo: flat tax, reddito di cittadinanza e superamento della legge Fornero. “Le metteremo nella legge di Bilancio”. Sul come fare la ricetta è molto semplice: “Si attinge ad un po’ di deficit per poi far rientrare il debito l’anno dopo o tra due anni, tenendo i conti in ordine e senza alcuna manovra distruttiva dell’economia”.

In sostanza si scarica sul domani. Magari immaginando un voto che non arrivi tra cinque anni ma molto prima. Dipenderà molto dal risultato delle europee. Insomma il costo delle promesse ci allontanerà ancora di più dall’Europa pregiudicando un rapporto già compromesso dalla spregiudicatezza con cui Salvini ha affrontato il dossier immigrazione nei primi mesi dell’esecutivo.

Eppure i primi elementi di preoccupazione già ci sono. Come i dati Istat sul fatturato e ordinativi dell’industria in rallentamento e un conseguenza gap di crescita tra Italia e resto d’Europa. Anche il premier Giuseppe Conte, in un’intervista a “La Verità”, ha confermato che le misure saranno in manovra. Così come la pace fiscale (oggi i condoni si chiamano così) che, parole del presidente del Consiglio, “è imprescindibile”.  Intanto, contro l’intenzione di Tria di mantenere il deficit all’1,6% si schiera anche la sua viceministra, ovvero la pentastellata Laura Castelli, che ovviamente si schiera con il suo capo partito: “Vorrebbe dire non fare quasi niente, a meno che non si facciano solo tagli”, ha detto su Radio Capital. Parole che involontariamente smascherano senza appello il grande bluff di chi sta al governo mettendo in risalto la verità, ossia la non realizzabilità delle promesse fatte in campagna elettorale.

Olimpiadi 2026, un flop tira l’altro

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Dopo il fallimento della candidatura di Roma per manifesta incapacità e per il rifiuto dell’amministrazione di prendersi in carico l’organizzazione dei giochi Olimpici del 2024, ne arriva un altro firmato 5 Stelle e governo. Infatti l’addio alle Olimpiadi invernali del 2026 sembra definitivo. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti, ha messo fine al progetto che avrebbe dovuto portare i Giochi invernali in tre città del nord Italia: Milano, Cortina e Torino. “Il governo – ha detto – non ritiene che una candidatura fatta così possa avere ulteriore corso. Questa proposta non ha il sostegno del governo e come tale è morta qui”, ha detto, ribadendo con forza il concetto: “Io ritengo che una cosa così importante come la candidatura olimpica deve prevedere uno spirito di condivisione che non ho rintracciato tra le tre città”.

Si tratta di un altro duro colpo per Malagò e per i presidenti delle singole regioni, che vedevano nel progetto Italia 2026 un traguardo da raggiungere, con difficoltà ma possibile. Non a caso sono già sul piede di guerra. Infatti i presidenti di Veneto e Lombardia sono a favore dei giochi: “Impensabile buttare tutto alle ortiche, ribadiamo che Regione Veneto e Regione Lombardia hanno come unico traguardo quello di portare in Italia i giochi invernali ” Fontana e Zaia, presidenti delle rispettive regioni, sono desiderosi di proseguire, anche da soli. A conferma di ciò è già pronto un piano B, che il CONI potrebbe presentare domani candidando solo Milano e Cortina, escludendo Torino.

“La candidatura va salvata, per cui siamo disponibili a portare avanti questa sfida insieme – hanno detto – Se Torino si chiama fuori, e ci dispiace, a questo punto restano due realtà, che si chiama Veneto e Lombardia, per cui andremo avanti con le Olimpiadi del Lombardo-Veneto”.

Ma le parole di Giorgetti sembrano senza appello. Manca del tutto quello spirito unitario voluto dal sottosegretario. E una candidatura delle singole regioni senza l’appoggio del governo nasce senza gambe nonostante le intenzioni di Zaia e di Fontana di andare avanti da soli.

Non è sorpreso il presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino perché “dal momento che Milano e la Lombardia non hanno accettato la clausola per il Governo imprescindibile che non vi fossero città capofila, il sottosegretario Giorgetti non ha potuto fare altro che prendere atto del fallimento della candidatura a tre. A me non risulta che il CIO possa accettare candidature che non abbiano l’esplicito sostengo del Governo. In ogni caso, se dovesse andare avanti una candidatura Veneto-Lombardia con il sostegno del Governo sarebbe l’evidente dimostrazione che eravamo di fronte a una manovra per tagliare fuori il Piemonte, manovra che la componente pentastellata non ha saputo in alcun modo fermare, neanche per difendere gli interessi di una città la cui sindaca è una esponente di primo piano del Movimento. Si rischia così di escludere l’unica città che poteva presentare impianti ancora adeguati e le condizioni per realizzare davvero un’Olimpiade sostenibile e di alto livello”.

La consigliera regionale veneta del Partito Democratico Alessandra Moretti aggiunge due considerazioni: “La prima è la totale inadeguatezza di un Governo, incapace di non litigare su ogni cosa, compreso il futuro del Paese, come in questo caso. La seconda è che nei miopi calcoli dell’esecutivo ci sia la volontà di riappropriarsi del tesoretto da 600 milioni messo a disposizione per i Giochi. In fondo meglio prendere quello che c’è oggi, per alimentare la scarsa possibilità di vedere realizzate le impossibili promesse contenute nell’accordo di governo, invece che pensare a chi verrà dopo di noi”.

Moscovici, l’Italia è un problema per l’Eurozona

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Passa la prima fiducia del governo Conte. L’Aula della Camera ha infatti approvato la fiducia sul decreto legge milleproroghe con 329 sì e 220 no. Gli astenuti sono stati 4. Il provvedimento, viste le modifiche, dovrà tornare in terza lettura all’esame di Palazzo Madama. Il decreto deve essere convertito in legge entro il 23 settembre. Il Partito Democratico ha fatto ostruzionismo per tutto il corso della discussione iscrivendo a parlare sugli ordini del giorno al testo tutti i suoi deputati. Una scelta che è piacuta a Forza Italia: “È inutile e svilisce la funzione del Parlamento e della stessa opposizione”, attacca il vice capogruppo Roberto Occhiuto. Ma il Pd rivendica la legittimità di proseguire con l’ostruzionismo, visto che la maggioranza ha “compresso” il dibattito, è la replica di Enrico Borghi. Ma al di là delle questioni di metodo lo scontro si concentra sul merito delle questioni. Dopo la battaglia sui vaccini, finita sostanzialmente con la proroga dell’autocertificazione e dunque con un rinvio e una non-decisione, l’attezione si è spostata sui tagli di oltre un miliardo alle periferie, che, nonostante le assicurazioni di Conte con l’Anci non sono stati ancora ripristinati.

Intanto dall’Europa l’Italia viene tenuta sotto osservazione. Pierre Moscovici, commissario europeo agli Affari economici, non ha usato mezzi termini per definire la situazione dei conti nel nostro Paese. Infatti per Moscovici, l’Italia rappresenta “un problema” per l’eurozona. Lo ha detto oggi nel corso di una conferenza stampa a Parigi, nel corso della quale ha sollecitato il nostro Paese a presentare “una legge di bilancio credibile”. “C’è un problema, che è l’Italia – ha affermato Moscovici – Ed è proprio l’Italia il tema su cui voglio concentrarmi prima di tutto”. “L’Italia – ha spiegato Moscovici – ha bisogno di riforme alla sua economia. Fermare le riforme e stampare moneta non è quello che salverà l’Italia”.

Pierre Moscovici “per la prima volta ha paura” davanti all’ondata populista che sta travolgendo l’Europa, “non c’è Hitler, ma dei piccoli Mussolini” ha scandito all’indomani del discorso sullo stato dell’Unione di Jean-Claude Juncker. A 250 giorni dalle elezioni per il rinnovo dell’Europarlamento, il commissario europeo agli Affari economici e monetari ne ha parlato “senza dubbio come le più decisive da quelle del 1979”, che furono le prime. “Quando dico che ho paura”, ha detto, è pensando agli anni Trenta del Novecento. “Non c’è Hilter”, ma se ci sono “dei piccoli Mussolini è da verificare”, ha sottolineato Moscovici, in un’allusione neanche troppo velata a Matteo Salvini, “il più nazionalista” dei ministro degli Interni, “in un momento in cui il suo Paese avrebbe più che bisogno della solidarietà europea”.

“Quando dico che ho paura – ha insistito il commissario, ricordando di essere “figlio di un ebreo della Romania, venuto a cercare asilo in Francia” – non sono paralizzato, ma bisogna reagire” rafforzando la sovranità dell’Europa dinanzi alle minacce esterne.  Parole forti, quelle del commissario, alle quali ha replicato il vicepremier Luigi Di Maio. “Nel momento in cui abbiamo avuto un rapporto decente con un commissario Europeo, Gunther Oettinger, come al solito c’è un atteggiamento da parte di alcuni commissari europei che è veramente inaccettabile, insopportabile” ha commentato Di Maio alla Camera al termine dell’incontro con il Commissario Ue Oettinger.

“Dall’alto della loro Commissione Ue addirittura si permettono di dire che in Italia ci sono tanti piccoli Mussolini. – ha rilevato Di Maio -. Non solo non si devono permettere ma questo dimostra come queste siano persone scollegate dalla realtà”.

Diritto d’autore, via libera del Parlamento europeo

diritto d'autoreIl Parlamento europeo ha dato il via libera alla proposta di direttiva sui diritti d’autore nel mercato unico digitale. La proposta sul Copyright è stata adottata con 438 voti a favore, 226 contrari e 39 astensioni. Negli ultimi mesi la direttiva – che a luglio era già stata votata e bocciata dall’aula – aveva ricevuto numerose critiche ed era stata al centro di un intenso dibattito tra esperti di diritto, attivisti, piattaforme online e grandi gruppi editoriali e dell’intrattenimento. Con il respingimento di luglio la maggioranza dei parlamentari aveva chiesto di poter ridiscutere gli articoli più controversi e ridurre quelli che, secondo gli oppositori della direttiva, erano i rischi per la libera circolazione delle informazioni online. Il Parlamento ne ha quindi approvata una nuova versione, modificata.

La direttiva sul copyright è stata pensata allo scopo di aggiornare le regole sul diritto d’autore nell’Unione Europea ferme al 2001, quando le cose su Internet funzionavano diversamente. Ha il pregio di armonizzare le leggi sul copyright nei singoli stati, dando basi comuni più chiare sulle quali ogni stato può poi elaborare i propri regolamenti. In linea generale sono tutti d’accordo sulla necessità di aggiornare le regole, ma ci sono idee molto differenti su come farlo, soprattutto in relazione ad alcuni articoli della direttiva ritenuti troppo vaghi e che potrebbero lasciare spazio a interpretazioni più o meno creative da parte degli stati membri, rendendo difficile il processo di armonizzazione.

Il confronto si è concentrato soprattutto su due articoli, l’11 e il 13, che secondo i detrattori avranno conseguenze pericolose per la libera diffusione delle informazioni online. Il lavoro delle ultime settimane è stato orientato verso la discussione di centinaia di emendamenti, che avrebbero dovuto cambiare alcuni assunti della direttiva, ma che nei fatti non hanno portato a grandi stravolgimenti del testo.

Articolo 11. La nuova direttiva sul copyright vuole provare a bilanciare diversamente il rapporto tra le piattaforme online – Google, Facebook e gli altri – e gli editori, che da tempo lamentano di subire uno sfruttamento dei loro contenuti da parte delle prime nei loro servizi e senza un adeguato compenso. Il tema è annoso e controverso: da un lato gli editori accusano i social network e i motori di ricerca di usare i loro contenuti (per esempio con le anteprime degli articoli su Google o nel Newsfeed di Facebook), senza offrire in cambio nessuna forma di compenso; dall’altra parte ci sono le piattaforme che dicono di fare già ampiamente gli interessi degli editori, considerato che il loro traffico arriva in buona parte dalle anteprime pubblicate sui social network o nelle pagine dei risultati dei motori di ricerca. Ci sono buone ragioni da entrambe le parti, ma – per come è stato pensato e modificato – l’articolo 11 continua a favorire più gli editori che le piattaforme (e per questo potrebbe portare a un disimpegno delle piattaforme che finirebbe per danneggiare soprattutto i piccoli gruppi editoriali).

La direttiva dice che ogni stato membro deve assicurarsi che gli editori ricevano compensi “consoni ed equi” per l’uso dei loro materiali da parte dei “fornitori di servizi nella società dell’informazione”, cioè le aziende di Internet. Gli emendamenti hanno chiarito meglio che il principio riguarda le grandi piattaforme e che esclude gli utilizzi privati dei link e il loro impiego non commerciale, per esempio nei progetti di conoscenza condivisa (“wiki”) come Wikipedia.

Nelle ultime settimane l’articolo 11 è stato il più discusso da osservatori e parte dell’opinione pubblica, soprattutto nei paesi dove i gruppi editoriali sono più in difficoltà e vedono nei compensi dalle piattaforme una parziale soluzione ai loro problemi economici. In Italia la campagna di lobby da parte degli editori è stata molto forte, con articoli spesso sbilanciati a favore della direttiva e appelli sulle pagine dei giornali ai parlamentari europei italiani per fare approvare la direttiva.
Leggi anche: Chi ha votato a favore e contro la direttiva sul copyright

Articolo 13 L’altro articolo molto discusso della direttiva europea sul copyright è il 13, quello che continua a suscitare le maggiori preoccupazioni per la libera circolazione dei contenuti. Prevede che le piattaforme online esercitino una sorta di controllo, molto stretto, su tutto ciò che viene caricato dai loro utenti, in modo da escludere la pubblicazione di contenuti protetti dal diritto d’autore e sul quale gli utenti non detengono diritti. L’idea è che ogni fornitore di servizi online si doti di un sistema simile a “Content ID”, la tecnologia utilizzata da anni da YouTube proprio per evitare che siano caricati video che violano il copyright sul suo sito. Il sistema dovrebbe bloccare il caricamento evitando la diffusione di un video, un file musicale o altri contenuti, evitando la violazione.

I contrari hanno fatto notare che, per sviluppare “Content ID”, YouTube ha speso svariati milioni di dollari, e che nonostante sia il miglior sistema in circolazione, non sempre funziona al meglio e talvolta porta alla censura immotivata di alcuni contenuti. Che le piattaforme e i fornitori di servizi si dotino di un sistema analogo sembra improbabile, sia per i costi sia per le difficoltà tecniche che deriverebbero. Altri temono che questa soluzione possa limitare la libertà di espressione degli utenti, per esempio nel caso in cui siano caricate parodie, citazioni, rielaborazioni, meme e prodotti artistici basati su opere tutelate dal diritto d’autore.

I promotori delle modifiche ricordano invece che le soluzioni proposte, e via via corrette e integrate nella direttiva, danno la possibilità di avere licenze più adeguate da applicare online, tutelando meglio i diritti degli autori. Anche per questo motivo l’articolo 13 ha trovato nelle etichette discografiche, nelle associazioni degli autori e nelle major del cinema i principali sostenitori.

Nelle ultime ore a Strasburgo prima del voto c’erano sono stati incontri e trattative, ma l’esito della votazione è rimasto sostanzialmente imprevedibile fino all’ultimo. Gli stessi gruppi parlamentari erano divisi al loro interno, come era già emerso con la votazione di inizio luglio, finita con un parere contrario. All’epoca c’erano state divisioni interne agli stessi partiti: per esempio nel Partito Democratico italiano, dove un terzo aveva votato contro e due terzi a favore; il Movimento 5 Stelle e la Lega avevano votato contro. Le divisioni più marcate erano state registrate nell’Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici e nel Partito Popolare Europeo, tra i promotori delle modifiche.

Tra i parlamentari europei c’era la consapevolezza che quella di oggi era l’ultima occasione utile per votare sul copyright prima delle elezioni europee della prossima primavera. Questa consapevolezza si è riflessa nelle posizioni di favorevoli e contrari: i primi spingevano per un’approvazione, in modo da non mandare all’aria anni di lavoro per una direttiva che comprende numerose altre riforme, i secondi confidavano in un nuovo voto contrario per affossarla definitivamente e tornare a parlarne alla prossima legislatura, quando le elezioni avrebbero consegnato un Parlamento Europeo diverso e probabilmente con nuovi equilibri politici.

La direttiva del copyright sarà ora analizzata nei negoziati tra istituzioni europee e stati membri. C’è ancora una possibilità che non sia adottata, nel caso in cui uno o più stati si mettano di traverso. I negoziati potrebbero durare più di un anno.

Vaccini, ora inventano l’obbligo flessibile

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La circolare Grillo non potrà valere all’inizio di quest’anno scolastico, ma a settembre sui banchi verrà applicata la legge Lorenzin. In attesa dell’eventuale varo definitivo del Milleproroghe. Lo affermano i presidi, che oggi, con una delegazione guidata dal presidente Antonio Giannelli, hanno avuto un incontro al Ministero della Salute.

Pressapochismo al governo. La norma sui vaccini è un esempio chiaro di quanto le idee siano confuse. Il ministro della Salute si trova in mezzo ai vortici causati dalla linea ondeggiate di Lega e 5 Stelle che negli ultimi mesi hanno sempre sparato contro i vaccini accarezzando il pelo ai no vax. Ma ora sono al governo. E non devono solo abbaiare alla luna ma anche produrre soluzioni razionali e non per farsi belli davanti a qualche elettore.

E sulla salute non si scherza. Per ora, incapaci di soluzioni razionali e concrete,  cercano di temporeggiare. Il decreto del Ministro Grillo ne è un esempio. “Abbiamo depositato ieri – ha detto – la proposta di legge della maggioranza in cui spingeremo per il metodo della raccomandazione che è quello che noi prediligiamo da un punto di vista politico, nel quale prevederemo delle misure flessibili di obbligo sui territori, e quindi anche nelle regioni e nei comuni dove ci sono tassi più bassi di copertura vaccinale o emergenze epidemiche. Sebbene mi prendano in giro su questo punto, l’idea di un obbligo flessibile a seconda dei territori è l’idea più sensata”.

Ma la critica dei presidi continua: “L’Associazione nazionale presidi – affermano in una nota – è totalmente apartitica, abbiamo criticato i governi di tutti i colori, noi ci orientiamo e diamo giudizi secondo la nostra coscienza e la conoscenza dell’organizzazione scolastica per tutelare la salute pubblica e il diritto all’istruzione”. Il presidente dell’Anp, Antonello Giannelli, replica così al ministro della Salute.

Per quanto riguarda la circolare congiunta Bussetti-Grillo che estende l’autocertificazione per i vaccini all’anno scolastico 2018-2019, Giannelli ha osservato: “Conveniamo sulle buone intenzioni di semplificare la vita dei genitori,  ma temiamo che si risolva in una complicazione. Nell’anno scolastico 2017-2018 l’autocertificazione era prevista dalla legge in via temporanea perché c’era un’enorme quantità di vaccini da somministrare, ma adesso il grosso è stato fatto, non ci saranno più lunghi tempi di attesa e non bisogna disperdere il lavoro fatto. L’autocertificazione in questa situazione ha l’unica ratio che un genitore non ci va proprio alla asl, e questo è fuori legge”.

I presidi ricordano che al momento resta in vigore il decreto Lorenzin con stabilisce che da 0 a 6 anni non si entra in classe senza le vaccinazioni obbligatorie. “Invito genitori ad andare alla asl, a fare vaccinare i loro figli perché lo dice la legge e l’ha ripetuto ieri anche il presidente del Consiglio Conte e a consegnare alla scuola il certificato rilasciato dalla struttura sanitaria”. Ma che succede se un genitore di un bambino sotto i 6 anni arriva a scuola a settembre portando soltanto un’autocertificazione? “Il preside farà i suoi controlli contattando la asl – conferma Giannelli – e se qualcosa non va non ammetteremo il bambino in classe”. Giannelli, comunque, da’ atto al ministro Grillo che l’incontro avvenuto ieri al dicastero è stato “cordiale e proficuo”: “c’è stata una grande disponibilità dell’amministrazione sanitaria ad ascoltarci e a trovare insieme soluzioni”.  Autocertificazione non utilizzabile in sanità La circolare Grillo-Bussetti, che prevede l’autocertificazione per i vaccini, “non solo confligge con la vigente normativa sulla certificazione delle vaccinazioni obbligatorie, ma contrasta con il DPR 445/2000 che recita ‘I certificati medici, sanitari … non possono essere sostituiti da altro documento”. Lo afferma il Collegio dei professori universitari di pediatria. Posizione sostenuta anche dai presidi: l’autocertificazione non è “utilizzabile in campo sanitario se non a seguito di espressa previsione legislativa”.

Edoardo Gianelli

Rai in stallo. Nencini: “Non conoscono la democrazia”

Riforma-Rai

“Sono ancora in attesa di indicazioni dell’azionista e nel frattempo continuerò, nel pieno rispetto di leggi e regolamenti, a coordinare i lavori del cda come consigliere anziano”. Così Marcello Foa, dopo lo stop subito ieri. Dopo la nomina a presidente della Rai, ieri in Commissione di Vigilanza Rai sono mancati i 2/3 dei voti richiesti in Commissione. Hanno votato in 23: 22 i sì (il quorum era 27) 13 del M5s, 7 della Lega e due di Fdi. Non hanno partecipato al voto Pd, Leu e Forza Italia. Una scheda bianca.

La proposta di Foa è comunque respinta al mittente. Marcucci, capogruppo del Pd a Palazzo Madama si dice pronto ad andare dal Capo dello Stato . “Se l’occupazione abusiva di Marcello Foa in Rai continuerà, siamo pronti a chiedere al Capo dello Stato di riceverci. Le prerogative del Parlamento nella effettività della carica di presidente sono chiare, e il governo M5S e Lega le sta stravolgendo. Si deve procedere subito ad una nuova candidatura che passi dal Cda e venga votata dalla Vigilanza”.

Oggi il Cda di è riunto nuovamente, ma non è ancora emerso un nome alternativo per la presidenza. La situazione, dunque, è in completo stallo: il cda non ha al momento indicato un nome alternativo a Foa e di conseguenza la Commissione di Vigilanza, che ha già bocciato il primo candidato, non può procedere a una nuova nomina. Il vertice dell’azienda radiotelevisiva resta di conseguenza “zoppo”.

Quello che balza all’occhio è comunque la sistematica occupazione di poltrone da parte di Lega e 5 Stelle. “Stanno facendo in fretta – commenta il segretario del Psi Riccardo Nencini – in meno di due mesi stanno rinnovando presidenze e amministratori delegati. Sulla Rai però questa cosa si è fermata. Ma la Commissione vigilanza Rai è il Parlamento. El Parlamento che dice no. È inutile insistere su un nome. È il Parlamento, attraverso la Commissione, che ha detto che quel nome non va bene. Ergo deve trovare un nome in grado di raccogliere il consenso dei terzi indicato della legge. Tutto il resto è distonico rispetto alle procedure di democrazie parlamentare”.

Il deputato Pd Michele Anzaldi rincara la dose: “Il cda Rai non sarà legittimamente costituito e in carica finché non sarà nominato un presidente che entri formalmente nelle proprie funzioni attraverso il voto favorevole dei 2/3 della Vigilanza Rai. Quanto alla circostanza che Foa possa comunque presiedere il cda, secondo il diritto e la prassi che in assenza di un presidente e di un vicepresidente un cda sia presieduto dal consigliere anziano, in questo caso non si applica, poiché la commissione di Vigilanza non ha dato il proprio assenso proprio al fatto che il consigliere Foa sia presidente e quindi possa presiedere il consiglio”.