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Edoardo Gianelli

Commissioni. Un ex Mediaset presidente Vigilanza Rai

RaiLa Rai in mano a un ex di Madiaset con il silenzio assenso dei Cinque Stelle che non battono ciglio, loro che volevano aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno. Sono stati così eletti dalle Camere i quattro consiglieri di amministrazione della Rai di nomina parlamentare. L’Aula del Senato ha eletto Rita Borioni (101 voti), componente uscente e riconfermata in quota Pd, e Beatrice Coletti (133), manager televisivo, candidata scelta dal M5s. Alla Camera sono stati eletti Igor De Biasio e Gianpaolo Rossi. De Biasio, in quota Lega e sostenuto dalla maggioranza, ha ottenuto 312 voti, mentre Rossi, intellettuale vicino a FdI, ne ha incassati 166. In commissione di vigilanza era stato eletto presidente Alberto Barachini, parlamentare di Forza Italia, con 22 voti, un voto in più del quorum  che era di 21. L’elezione di Barachini è arrivata al terzo scrutinio dopo le prime due votazioni andate a vuoto.

Sul profilo di Barachini, giornalista neoeletto senatore, mantiene qualche riserva M5s, come ha spiegato il senatore Gianluigi Paragone, che a caldo si è augurato che questi non faccia “gli interessi di Mediaset, ma quelli degli italiani”. Da parte sua, Barachini ha chiesto ai colleghi, in particolare di M5s (che comunque avevano votato scheda bianca), di essere “valutato sul merito” e ha aggiunto di volere “una Rai imparziale e radicata sul territorio”.

Per quanto riguarda l’altra commissione rimasta ancora senza vertice, il Copasir, è stato eletto presidente Lorenzo Guerini. L’esponente del Pd ha ottenuto 8 voti e una scheda bianca. Un assente (Elio Vito). Il Copasir inizierà il suo lavoro in concreto la prossima settimana, martedì riuniremo l’Ufficio di presidenza e tutti insieme decideremo quali saranno i temi all’attenzione del Comitato”, ha spiegato Guerini ai cronisti alla Camera che gli chiedevano se il Copasir metterà subito all’Odg la questione migranti.

“Voglio ringraziare tutti i parlamentari, in particolare il Pd per aver indicato il mio nome per la presidenza – ha poi detto il neo presidente del Copasir -. L’avvio dei lavori delle commissioni di garanzia e delle Giunte è un passaggio fondamentale per i lavori del Parlamento”.

Ciò che sta succedendo su Commissioni di garanzia e Copasir è “incredibile”. È il commento di Luigi Bersani di Leu. “Le famose opposizioni – parlo di Pd e Forza Italia – attribuiscono la presidenza della Vigilanza Rai a un uomo Mediaset. Siamo al dadaismo puro, e non voglio neanche parlare di altro. In altri tempi una cosa così avrebbe suscitato il finimondo. Tanto valeva aspettare qualche mese, se si risolvono i problemi di Berlusconi, metterci direttamente lui e tanti saluti. Questa sarebbe l’opposizione”. Rimane invece ancora in stallo il rinnovo dei vertici della Cassa Depositi e Prestiti.

L’Austria vuole chiudere i confini

kurzIl governo austriaco potrebbe “adottare misure per proteggere” i suoi confini. Lo ha riferito oggi, dopo che la Germania ha pianificato restrizioni sull’ingresso dei migranti come parte di un accordo per scongiurare la crisi politica di Berlino. Se l’accordo raggiunto ieri sera verrà approvato dal Governo tedesco, “saremmo obbligati ad adottare provvedimenti per evitare svantaggi per l’Austria e la sua popolazione”, spiega l’Austria in una nota, aggiungendo che sarebbe “pronta a prendere misure per proteggere” i suoi confini, in particolare quelli meridionali con l’Italia e la Slovenia.

Il cancelliere austriaco Sebastian Kurz si è detto contrario all’opzione di offrire ai migranti la possibilità di chiedere asilo in Europa da “piattaforme regionali di sbarco”, che i leader Ue hanno pensato di creare fuori dal continente. “Io faccio parte di quelli che sostengono che se permettiamo le richieste di asilo (da queste piattaforme) questo creerà un incredibile fattore di attrazione”, ha dichiarato Kurz a radio O1 aggiungendo che la questione ha suscitato opinioni divergenti in occasione del recente vertice Ue sulla migrazione. Secondo il cancelliere austriaco sarebbe “più intelligente andare a cercare la gente direttamente nelle zone di guerra, invece che creare un invito a intraprendere viaggio pericolosi attraverso il Mediterraneo”. Al momento nessun paese terzo al di fuori dell’Ue si è offerto di ospitare tali “piattaforme di sbarco regionali”, la cui attuazione solleva molti dubbi tra i paesi europei e sulla compatibilità con il diritto internazionale. Il cancelliere austriaco ha giudicato “fattibile” concludere accordi con i paesi africani per ospitare tali luoghi, sperando che un vertice Ue-Africa si tenga entro la fine dell’anno.

Ovviamente il ministro degli interni non vuole essere da meno e rilancia: “L’Austria è pronta a chiudere i confini? “Per noi sarebbe un affare. Sono più quelli che tornano in Italia di quelli che vanno in Austria. Sono pronto da domani a restituire i controlli al Brennero perché l’Italia ha solo da guadagnarci”.

Salvini: “Chi di dovere valuterà sulla scorta a Saviano”

saviano salvini

Saviano può essere simpatico o antipatico. Lo si può apprezzare o meno. Si possono avere idee opposte alle sue. Ma non si può indiscriminatamente decidere se togliere o lasciare la scorta a una persona costantemente sotto minaccia, in virtù di un vezzo. Quasi come se fosse un dispetto o una ripicca. Saviano aveva preso posizione sulle politiche sui migranti proponendo provocatoriamente di silenziare le esternazioni di Salvini. Non ci è andato leggero e una replica era quasi obbligatoria. Saviano evidentemente se la aspettava. E il ministro-premier non si è fatto sfuggire l’occasione per andare in tv e aprire bocca per lanciare i proprio strali. Un nuovo nemico, una nuova polemica. Pane per i suoi denti. E subito arriva l’affondo. Ma arriva anche la minaccia. Quella più temibile per una persona che vive sotto scorta. Sulla scorta a Roberto Saviano “saranno le istituzioni competenti a valutare se corra qualche rischio, anche perché mi pare che passi molto tempo all’estero. Valuteranno come si spendono i soldi degli italiani. Gli mando un bacione”, ha detto il ministro dell’Interno Matteo Salvini ad Agorà su Rai Tre.

Non si sono fatte attendere le reazioni: “Dobbiamo – è il commento di Pietro Grasso – scegliere da che parte stare: se con Saviano o con Salvini. Salvini è il ministro dell’Interno e, proprio in quel ministero, si decide chi deve essere protetto dallo Stato. Con le frasi di stamattina vuol far capire a Saviano di non criticarlo, di stare zitto, altrimenti può intervenire per lasciarlo senza protezione contro la camorra, che lo vuole morto da anni per le sue inchieste e per il suo essere diventato un simbolo della lotta alle mafie. Allo stesso tempo sta facendo passare l’idea che avere la scorta sia un privilegio e un costo, non una necessità che limita la libertà di chi è sotto protezione. La libertà di un giornalista di fare inchieste contro le mafie vale tutti i soldi che spendiamo per garantirgli di fare il suo lavoro. Non vogliamo altri Pippo Fava, Peppino Impastato, Mario Francese, Cosimo Cristina, Giovanni Spampinato, Mauro De Mauro, Giancarlo Siani, Mauro Rostagno, Giuseppe Alfano”.

Se Salvini vuole risparmiare, è il parere del capogruppo dem Graziano Delrio la “tolga a me la scorta ma la lasci a Saviano”. “Le scorte non si assegnano né si tolgono in tv” reagisce l’ex titolare del Viminale Marco Minniti: “I dispositivi di sicurezza per la protezione delle persone esposte a particolari situazioni di rischio seguono procedure rigorose e trasparenti che coinvolgono vari livelli istituzionali”. Le scorte dunque non sono discrezionali. Non dipendono cioè dalle simpatie o antipatie dell’organo politico. Vengono decise dall’Ucis (l’Ufficio centrale interforze per la Sicurezza personale istituito dopo l’omicidio Biagi) che è sì un’articolazione del Dipartimento di pubblica sicurezza del Viminale, ma è collegiale e vincolato a criteri precisi. Non sono duque nella dicrezione del titolare del Viminale.

Sorge allora il sospetto che l’avvertimento di Salvini sia la risposta alla dura presa di posizione di Saviano nei confronti delle sue politiche sui migranti e sul censimento dei rom. Politiche dichiaratamente di destra. Non a caso l’ultima esternazione del leader leghista viene subito rilanciata da Forza Nuova: “Pagargli una scorta e un compenso Rai per diffondere bufale politicamente corrette da un attico di New York è davvero troppo”, twitta Roberto Fiore, segretario della formazione neofascista.

Approvato il Def. Nencini: “Tria più realistico di Salvini”

Giovanni Tria

Il Ministro dell’Economia Giovanni Tria

“Il ministro Tria non è Salvini: più obiettivo, più realistico nel dibattito sul Documento di Economia e Finanza. Eppure nella risoluzione giallo/verde mancano due cose: le promesse elettorali e la convinzione che lontani dall’Europa, da soli, i problemi non si risolvono, si complicano”. Questo il commento del segretario del Psi, Riccardo Nencini al Def approvato oggi dall’Aula della Camera. Il Documento di economia e finanza 2018. I voti a favore sono stati 330 quelli contrari 242. Quattro gli astenuti. Un documento in cui la maggioranza stende e ufficializza i sui desideri. Il Def non prevede numeri. Ma solo orientamenti, è più facile quindi stirlare una sorta di lista della spesa. Nella risoluzione sul Def portata in Aula dal relatore M5s, Federico d’Incà, si impegna infatti il governo “ad assumere tutte le iniziative per favorire il disinnesco delle clausole di salvaguardia inerenti l’aumento dell’aliquota Iva e delle accise su benzina e gasolio” e “a individuare misure da adottare nel 2018 nel rispetto dei saldi di bilancio”.

La risoluzione di maggioranza inoltre impegna il governo ”a riconsiderare in termini brevi il quadro di finanza pubblica, nel rispetto degli impegni europei, per quanto riguarda i saldi di bilancio del triennio 2019-2021”. L’esecutivo dovrà ”realizzare nel tempo un cambio radicale del paradigma economico” e ”sarà d’obbligo impostare in Europa un dialogo nuovo, per ottenere regole di bilancio più flessibili e spazi maggiori per le spese produttive” è scritto in un passaggio, letto da D’Incà, della risoluzione che sarà votata dell’assemblea. ”Prioritario – secondo il relatore – è il superamento della logica del fiscal compact, la cui integrazione all’interno dei trattati europei è da scongiurarsi assolutamente”.

I temi che dovranno essere affrontati con la prossima legge di bilancio sono: la lotta alla povertà, lo stimolo alle politiche attive, il superamento della legge Fornero, misure per la scuola. Tra le misure da adottare il relatore ha indicato ”un mix virtuoso di maggiori investimenti pubblici, riduzione della pressione fiscale e il sostegno ai redditi più bassi”. Va semplificato, in particolare, il rapporto tra l’Agenzia delle entrate e il contribuente e vanno abolite “misure penalizzanti per i contribuenti onesti”.

Futuri provvedimenti per estendere il reddito di cittadinanza ”restano senz’altro necessari” e occorre ”ampliare la portata” dei Bes. Infine ”occorre assumere tutte le misure per favorire il disinnesco delle clausole di salvaguardia, inerenti l’aumento dell’aliquota Iva e accise”.

In aula il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha spiegato che ”la ripresa continua ma a ritmi più contenuti rispetto al 2017”. ”L’obiettivo prioritario deve essere aumentare il tasso di crescita potenziale e chiudere il divario” con il resto dell’Europa, ha evidenziato. ”Dobbiamo accrescere la competitività e la dinamica produttiva” e la strategia per raggiungere l’obiettivo richiede di ”attuare le riforme strutturali, previste nel programma di governo, attivare lo stimolo endogeno di crescita, per non limitarci a subire passivamente gli choc, positivi e negativi, che vengono dalla congiuntura internazionale”. Quanto ai tassi di crescita per il 2019 e gli anni seguenti, previsti nel Def a legislazione vigente, ”sono ancora alla nostra portata ma richiedono un’adeguata strategia di politica economica; non corrispondono più al quadro tendenziale”. Tria ha poi spiegato che ”lo scenario tendenziale dell’indebitamento netto sarà oggetto di una seria riflessione in sede di predisposizione del quadro programmatico”.

Il Def fu varato dal vecchio governo Gentiloni-Padoan nell’aprile scorso: in mancanza di un nuovo governo l’esecutivo allora in carica per l’ordinaria amministrazione decise di varare un documento contenente solo i valori “tendenziali”, cioè in assenza di decisioni politiche. Dunque la risoluzione quest’anno acquista maggiore importanza del solito proprio perché sarà il primo test del governo in attesa della nota di aggiornamento al Def che dovrà essere presentata in settembre. Per la sola disattivazione delle clausole, si apre una partita da oltre 12 miliardi quest’anno e 19 per il 2019.

Neet, un triste primato
per i giovani italiani

neet

Un altro triste primato per i giovani italiani. Purtroppo non siamo solamente il Paese con la più alta percentuale di giovani disoccupati, ma anche la quello in cui è più alto il numero di giovani che non studiano, non lavorano e neppure cercano il lavoro. I cosiddetti Neet: “not (engaged) in education, employment or training”.

Lo sentenzia Eurostat. Il termine è stato usato per la prima volta nel luglio 1999 in un report della Social Exclusion Unit del governo della Gran Bretagna, per classificare una determinata fascia di popolazione, in quel caso tra 16 e i 24 anni. Ed è proprio questo range che varia a seconda dei contesti nazionali. In Italia, ad esempio, l’indicatore statistico si riferisce alla fascia tra i 15 e i 29 anni, anche se in alcuni usi si amplia fino a 35 anni, se i giovani vivono ancora con i genitori.

I dati diffusi oggi da Eurostat si riferiscono al 2017 e prendono in esame la fascia tra i 18 e i 24 anni. Nel nostro Paese lo scorso anno, in questo ‘range’, i Neet erano il 25,7%, più di uno su quattro, contro una media europea pari al 14,3%. Il dato è in crescita rispetto al 2016 e non lontano dal massimo registrato nel 2014 (26,2%)

Una percentuale simile si registra a Cipro, dove (22,7%), seguono poi Grecia (21,4%), Croazia (20,2%), Romania (19,3%) e Bulgaria (18,6%). Un tasso Neet superiore al 15% è stato registrato anche in Spagna (17,1%), seguito da Francia (15,6%) e Slovacchia (15,3%). Il dato più basso è stata invece registrato nei Paesi Bassi (5,3%), davanti a Slovenia (8%), Austria (8,1%), Lussemburgo e Svezia (entrambi a 8,2%), Repubblica Ceca (8,3 %), Malta (8,5%), Germania (8,6%) e Danimarca (9,2%). A livello Ue, nel 2017 circa 5,5 milioni di giovani di età compresa tra i 18 e i 24 anni (pari al 14,3%) non erano né occupati né in istruzione o formazione.

AMICI COME PRIMA

macron-conte

Dopo che la tensione tra Francia e Italia era salita alle stelle, oggi si apre una tregua tra i due paesi con le cancellerie impegnate a far tornare i rapporti a un livello di normalità. Nella notte tra il presidente Conte e il presidente francese Emmanuel Macron vi è stata una lunga e cordiale telefonata. Confermata la visita di Conte che sarà domani a Parigi. Il presidente francese – si legge in una nota diffusa dall’Eliseo – nel corso del colloquio telefonico ha “sottolineato di non aver mai fatto alcuna dichiarazione con l’obiettivo di offendere l’Italia e il popolo italiano”. “Il Presidente francese – si legge in una nota – e il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte hanno confermato l’impegno della Francia e dell’Italia a prestare i soccorsi nel quadro delle regole di protezione umanitaria delle persone in pericolo”.

Il presidente francese nel colloquio ha detto di “aver sempre difeso la necessità di una maggiore solidarietà europea con il popolo italiano”: lo si legge in una nota dell’Eliseo. “L’Italia e la Francia – prosegue la nota – devono approfondire la loro cooperazione bilaterale ed europea per condurre una politica migratoria efficace con i Paesi d’origine e di transito, attraverso una migliore gestione europea delle frontiere e attraverso un meccanismo europeo di solidarietà e di assistenza dei rifugiati”.

Con Macron, ha detto Conte, “siamo tutti e due consapevoli che Italia e Francia lavorino fianco a fianco, anche con gli altri partner Ue”. Conte è tornato sulla chiamata con il presidente francese: “c’è stato un chiarimento in cui ha precisato che le espressioni ingiuriose rivolte all’Italia e al popolo italiano” non erano state da lui pronunciate. Conte ha ribadito che i toni con Macron erano “molto cordiali”.

Il premier italiano ha anche ricordato che nell’incontro con Macron si parlerà anche della modifica “del Regolamento di Dublino, come pure dell’unione bancaria e monetaria”. “Quel che pensiamo – ha detto la ministra per gli Affari europei Nathalie Loiseau – è che l’Europa non sia stata abbastanza vicina all’Italia nella crisi migratoria. Il peso dell’accoglienza e dell’esame delle domande di asilo ha poggiato troppo sull’Italia, ci sarebbe voluta una presenza europea molto più forte. Bisogna mettere a punto un meccanismo europeo per aiutare l’Italia, un’idea che la Francia ha sempre difeso, e per fare questo dobbiamo lavorare insieme”.

Ma Di Maio continua a puntare i piedi e a fare i capricci: “Finché non arriveranno le scuse” dal Presidente francese Macron, “noi non indietreggiamo” aveva detto questa mattina il ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio, a Rtl, spiegando che “questo deve essere chiaro per questa vicenda e per il futuro” circa i prossimi tavoli che ci saranno in Europa. “È finita l’epoca in cui si pensava che l’Italia la puoi sempre abbindolare”, ha sottolineato. “Scuse o non scuse – ha detto il Ministro degli Interni Salvini – bado alla sostanza non alla forma. Bene il chiarimento con la Francia”. Mentre da Moavero, ministro degli etseri, i toni sono più pacati: “Tocca alla Francia vedere di riportare a toni più urbani le sue dichiarazioni sulla questione migranti”. “Per quanto riguarda invece le questioni di fondo – ha aggiunto Moavero – dobbiamo discuterne nelle sedi europee”.

Comunali. Nencini, divisioni hanno reso sinistra debole

elezioni-scrutatore“Al ballottaggio vanno superate le divisioni che in troppe città italiane hanno reso più debole la sinistra riformista”. È il commento del senatore Riccardo Nencini ai risultati delle amministrative. “Va aperta ora la strada dell’Alleanza per la Repubblica, di fronte a un centro destra unito nei comuni e diviso in tre parti a Roma”. Nencini ricordando che “i socialisti sosterranno i candidati a sindaco del centro sinistra”, ha così commentato il turno elettorale amministrativo di domenica che ha chiamato al voto 7 milioni di italiani in 760 Comuni, con un’affluenza in calo rispetto alle precedenti amministrative e di poco superiore al 60 per cento. Lo spoglio ancora non del tutto completo e il subentrare del secondo turno nelle sfide principali, fa si che per avere un quadro più realistico sarà necessario aspettare i ballottaggi.

Emergono però dei dati. Quello di un Movimento 5 Stelle in affanno rispetto alla Lega che continua invece la sua marcia. A Roma si votava in due municipi. Poca cosa ovviamente. Entrambi a quida uscente M5S. In entrambi i pentastellati ne escono sconfitti dopo la grande ubriacatura che ha portato Virginia Raggi alla guida della Capitale. Un voto che comunque ha la sua valenza perché non arriva su un’onda emotiva ma costituisce un giudizio, anche se limtato, sul lavoro della giunta pentastellata.

Chi ha il vento in poppa e la Lega che ha portato il centrodestra alla vittoria in molti comui da Nord a Sud. A Treviso Mario Conte ha già conquistato la poltrona di sindaco, facendo tornare al potere la Lega. Centrodestra in vantaggio anche a Vicenza dove Francesco Rucco ha evitato il ballottaggio, Sondrio, Viterbo, Terni, Brindisi, Catania e Siracusa. Il centrosinistra, invece, è avanti ad Ancona, Siena (con il 27,4% per cento) e Brescia con Emilio Del Bono (Pd) che ha ottenuto la riconferma al primo turno con il 53,9%.

Il Movimento Cinque Stelle, dopo la vittoria alle politiche di marzo, ha dimostrato difficoltà sul territorio, conquistando qualche ballottaggio (Avellino), a Ivrea, la città di Casaleggio, dove il candidato grillino è arrivato quarto.

Il centrosinistra nel suo complesso ha segnato un arretramento rispetto al 2013 quando conquistò 14 dei 20 capoluoghi al voto. Ora, invece, ha perso Catania. A Siena, il sindaco dem uscente Bruno Valentini dovrà scontrarsi al ballottaggio contro Luigi De Mossi del centrodestra. A Terni, il candidato di centrosinistra Luigi Angeletti è restato fuori dal secondo turno. A Massa (Carrara) sarà ballottaggio tra Alessandro Volpi del centrosinistra e Francesco Persiani del centrodestra, mentre a Imola, provincia di Bologna, le urne hanno decretato un inedito ballottaggio tra Carmen Cappello del Pd e Manuela Sangiorgi del M5S. Ballottaggi tra centrodestra e centrosinistra anche a Sondrio, Teramo, Brindisi. Ad Ancona, unico capoluogo di regione al voto, c’è stato un crollo dell’affluenza rispetto alle politiche (54 per cento contro il 75 per cento del 4 marzo) e sarà ballottaggio tra Valeria Mancinelli del Pd e il centrodestra, che sostiene il civico Stefano Tombolini.

“Il Pd deve cambiare da cima a fondo, ma la notizia della sua morte era fortemente esagerata. C’è bisogno di alternativa al Governo a guida Salvini”, ha detto su Twitter l’ex premier Paolo Gentiloni.

Amministrative. Domenica si torna al voto

urna elettorale

Domenica 10 giugno si torna a votare. Sono 6.749.654 gli italiani chiamati alle urne, dalle 7 alle 23, per scegliere sindaco e giunta di 761 Comuni. Le amministrative si terranno in due capoluoghi di provincia, un capoluogo di regione, 109 città con più di 15mila abitanti e 652 comuni pari o inferiori a 15.000 abitanti. Diventerà primo cittadino, nelle città con meno di 15mila abitanti, chi otterrà la maggioranza dei voti; nelle città con oltre 15mila abitanti, in caso di ballottaggio, si voterà domenica 24 giugno.

Nei Comuni con più di 15mila abitanti si vota con un sistema elettorale maggioritario a doppio turno mentre nei Comuni con popolazione pari o inferiore a 15mila abitanti si vota con il sistema maggioritario a turno unico. Lo scrutinio inizierà subito dopo la chiusura dei seggi, alle 23 di domenica 10 giugno.

Sono due le modalità di voto, a seconda che si tratti di un comune con meno di 15.000 abitanti e di un comune con popolazione superiore. Nel primo caso nella scheda è indicato, a fianco del contrassegno, il candidato alla carica di sindaco. L’elettore ha diritto di votare per un candidato alla carica di sindaco, segnando il relativo contrassegno. Può esprimere un voto di preferenza per un candidato alla carica di consigliere comunale compreso nella lista collegata al candidato alla carica di sindaco prescelto.

Nei comuni più popolosi si può votare per una lista attribuendo così la preferenza anche al candidato sindaco collegato oppure si può votare solo per il candidato sindaco non esprimendo la preferenza per alcuna lista. Si può votare per un candidato sindaco e per la lista ad esso collegata o in alternativa si può votare per un candidato sindaco e per una lista non collegata (è il “voto disgiunto”). Infine l’elettore potrà manifestare un solo voto di preferenza per un candidato alla carica di consigliere. L’elezione del sindaco è contestuale a quella dei consiglieri comunali collegati alla medesima lista.

I capoluoghi di provincia coinvolti sono Brescia, Sondrio, Imperia, Treviso, Vicenza, Massa, Pisa, Siena, Ancona, Terni, Viterbo, Teramo, Avellino, Barletta, Brindisi, Catania, Messina, Ragusa, Siracusa e Trapani. Nello stesso giorno di domenica 10 giugno si voterà per rinnovare i consigli circoscrizionali del III e del VIII municipio di Roma Capitale.

Sono sei i comuni che sarebbero dovuti andare al voto, ma nei quali non sono state presentate liste elettorali. Si tratta del comune calabrese di San Luca, sciolto per infiltrazioni mafiose il 17 maggio 2013 dal Consiglio dei ministri e da allora senza sindaco né consiglio comunale, e cinque cittadine sarde (Austis, Magomadas, Ortueri, Putifigari e Sarule). Tutti saranno commissariati.

PRONTI, VIA

semafori_giallo verde

Il governo è pronto. I ministri schierati. Entro martedì sera il voto di fiducia sul nuovo governo sarà concluso. Da quel momento sarà operativo a tutti gli effetti. Non gli resta quindi che mettersi al lavoro per rendere fattivo il mirabolante piano di promesse elettorali. Tra i tanti punti dell’elenco i nuovo governo ha deciso di partire dalla flat tax. Ma a partire dal 2020 per i cittadini mentre per il momento si lavorerà solo per le imprese. “Mi sembra che ci sia un accordo sul fatto di far partire la flat tax sui redditi di impresa a partire dall’anno prossimo. Il primo anno per le imprese e poi a partire dal secondo anno si prevede di applicarla alle famiglie”. Queste sono le parole di Alberto Bagnai, parlamentare della Lega, intervenuto, secondo quanto riporta una nota del programma, ad Agorà su RaiTre. Bagnai è indicato da molti quotidiani come possibile sottosegretario al ministero dell’Economia. A stretto giro la risposta di un altro leghista, il senatore Armando Siri: “Non è vero che dal prossimo anno la flat Tax entrerà in vigore solo per le imprese, ma ci sarà anche per le famiglie. Poi tutto sarà a regime per il 2020. Si deve partire con degli step: il sistema è diverso perché la Flat Tax per le imprese c’è già e noi la estendiamo anche a società di persone, Partite Iva etc. È una riforma storica perché viene trasferito a 5 milioni di operatori quello che oggi è solo per 800mila imprese”.

Ma le precisazioni non si fanno attendere. “È inconcepibile – afferma in una nota Luigi Marattin, parlamentare del PD – un livello di ignoranza e approssimazione simile. La flat tax sui redditi di impresa esiste da qualche decennio. Prima si chiamava Irpeg, e ora si chiama Ires, e tassa proporzionalmente i redditi delle società di capitali. E a ridurla – dal 27,5% al 24% – è stato il governo Renzi. Nel caso il futuro sottosegretario Bagnai si riferisse, invece, agli utili di impresa delle società di persone, anche quella esiste già: si chiama Iri, e l’ha fatta sempre il governo Renzi”. “Sulla flat tax continua la presa in giro degli italiani da parte di Lega e M5s. Sulle imprese fanno finta di non sapere che abbiamo già fatto noi: Ires (dal 27,5 al 24%) e Iri (al 24% per le Pmi)”. Aggiunge il segretario reggente del Pd Maurizio Martina.

Intanto scoppia il caso Matteo Renzi che ha annunciato oggi di stare “fuori dal giro per qualche mese” per alcune conferenze all’estero. “Se Renzi vuol girare per il mondo liberissimo di farlo – ha affermato il legista Robarto Calderoli -, ma ci attendiamo che, con coerenza, presenti immediate dimissioni dal Senato, perché è inaccettabile che Renzi faccia il turista con lo stipendio pagato dai contribuenti italiani”

Numerosi parlamentari del Pd hanno difeso l’ex segretario: “Fatemi capire. Ma il Calderoli che dice queste assurdità è lo stesso Calderoli collega di partito del campione di assenze al Parlamento europeo, Matteo Salvini, che ha disertato persino il primo voto legislativo in Senato della settimana scorsa? Se è lui, aiutatelo”, ha detto Dario Parrini. Il portavoce di Renzi ha chiarito: “Renzi non ha mai detto che per due mesi non parteciperà ai lavori parlamentari dove è stato presente a 16 voti su 16”, ma che come senatore di Firenze vuole stare “lontano dai riflettori nazionali”.

Anche Salvini si è dato subito da fare. La sua giornata di propaganda antiimmgrati spesa in Sicilia ha però destato degli strascichi diplomatici. L’ambasciatore italiano è stato convocato – informa una nota del ministero degli esteri tunisino – e gli è stato espresso “il profondo stupore per le dichiarazioni del ministro dell’Interno italiano sul dossier immigrazione”. Nel linguaggio diplomatico le parole “profondo stupore” sono qualcosa di più di una semplice tirata di orecchie.

Secondo la diplomazia di Tunisi le frasi di Salvini “non riflettono la cooperazione tra i due paesi nel campo della gestione dell’immigrazione e indicano una conoscenza incompleta dei vari meccanismi di coordinamento esistenti tra i servizi tunisini e italiani”. Insomma, il segnale di una profonda irritazione. Le frasi di Salvini erano state d’altrone tutt’altro che felpate: “La Tunisia esporta spesso galeotti”, aveva detto.

Oggi il ministro dell’Interno Matteo Salvini è tornato sul tema migranti. Ha ripetuto che non parteciperà al vertice dei ministri dell’Interno europei sull’immigrazione a Lussemburgo, perché impegnato in Senato sul voto di fiducia. “Invieremo una nostra delegazione per dire no – spiega – il documento in discussione invece di aiutare penalizzerebbe ulteriormente l’Italia e i paesi del Mediterraneo facendo gli interessi dei paesi del Nord Europa”. E in un tweet rimarca la propria ostilità alle politiche europee sull’immigrazione. Insomma la fase protesta della campagna elettorale è ancora viva in Salvini. Le cose si cambiamo sedendosi con il peso che si ha ai tavoli che contano e non gridando in strada.

Le frasi di Salvini sono risonate particolarmente anche percho dette nel giorno in cui si sono verificati due naufragi, di cui uno proprio in Tunisia, con 47 morti e 68 persone salvate. Proprio questo naufragio ha spinto il premier tinusino a Youssef Chahed ad istituire una speciale unità di crisi. Ma Salvini, che è svelto nel capire e nell’aggiustare il tiro, ha cerato di porre rimedio. Quando l’ambasciatore italiano in Tunisia, Lorenzo Fanara, è stato convocato si è affrettato a ridimensionare il caso: ha spiegato, su mandato di Salvini, “alle autorità tunisine che le sue dichiarazioni sono state riportate fuori dal contesto” e che il ministro dell’Interno “è pronto a sostenere la cooperazione” con Tunisi

PRONTI, VIA

SEMAFORO

Il governo è pronto. I ministri schierati. Entro martedì sera il voto di fiducia sul nuovo governo sarà concluso. Da quel momento sarà operativo a tutti gli effetti. Non gli resta quindi che mettersi al lavoro per rendere fattivo il mirabolante piano di promesse elettorali. Tra i tanti punti dell’elenco i nuovo governo ha deciso di partire dalla flat tax. Ma a partire dal 2020 per i cittadini mentre per il momento si lavorerà solo per le imprese. “Mi sembra che ci sia un accordo sul fatto di far partire la flat tax sui redditi di impresa a partire dall’anno prossimo. Il primo anno per le imprese e poi a partire dal secondo anno si prevede di applicarla alle famiglie”. Queste sono le parole di Alberto Bagnai, parlamentare della Lega, intervenuto, secondo quanto riporta una nota del programma, ad Agorà su RaiTre. Bagnai è indicato da molti quotidiani come possibile sottosegretario al ministero dell’Economia. A stretto giro la risposta di un altro leghista, il senatore Armando Siri: “Non è vero che dal prossimo anno la flat Tax entrerà in vigore solo per le imprese, ma ci sarà anche per le famiglie. Poi tutto sarà a regime per il 2020. Si deve partire con degli step: il sistema è diverso perché la Flat Tax per le imprese c’è già e noi la estendiamo anche a società di persone, Partite Iva etc. È una riforma storica perché viene trasferito a 5 milioni di operatori quello che oggi è solo per 800mila imprese”.

Ma le precisazioni non si fanno attendere. “È inconcepibile – afferma in una nota Luigi Marattin, parlamentare del PD – un livello di ignoranza e approssimazione simile. La flat tax sui redditi di impresa esiste da qualche decennio. Prima si chiamava Irpeg, e ora si chiama Ires, e tassa proporzionalmente i redditi delle società di capitali. E a ridurla – dal 27,5% al 24% – è stato il governo Renzi. Nel caso il futuro sottosegretario Bagnai si riferisse, invece, agli utili di impresa delle società di persone, anche quella esiste già: si chiama Iri, e l’ha fatta sempre il governo Renzi”. “Sulla flat tax continua la presa in giro degli italiani da parte di Lega e M5s. Sulle imprese fanno finta di non sapere che abbiamo già fatto noi: Ires (dal 27,5 al 24%) e Iri (al 24% per le Pmi)”. Aggiunge il segretario reggente del Pd Maurizio Martina.

Intanto scoppia il caso Matteo Renzi che ha annunciato oggi di stare “fuori dal giro per qualche mese” per alcune conferenze all’estero. “Se Renzi vuol girare per il mondo liberissimo di farlo – ha affermato il legista Robarto Calderoli -, ma ci attendiamo che, con coerenza, presenti immediate dimissioni dal Senato, perché è inaccettabile che Renzi faccia il turista con lo stipendio pagato dai contribuenti italiani”

Numerosi parlamentari del Pd hanno difeso l’ex segretario: “Fatemi capire. Ma il Calderoli che dice queste assurdità è lo stesso Calderoli collega di partito del campione di assenze al Parlamento europeo, Matteo Salvini, che ha disertato persino il primo voto legislativo in Senato della settimana scorsa? Se è lui, aiutatelo”, ha detto Dario Parrini. Il portavoce di Renzi ha chiarito: “Renzi non ha mai detto che per due mesi non parteciperà ai lavori parlamentari dove è stato presente a 16 voti su 16”, ma che come senatore di Firenze vuole stare “lontano dai riflettori nazionali”.

Anche Salvini si è dato subito da fare. La sua giornata di propaganda antiimmgrati spesa in Sicilia ha però destato degli strascichi diplomatici. L’ambasciatore italiano è stato convocato – informa una nota del ministero degli esteri tunisino – e gli è stato espresso “il profondo stupore per le dichiarazioni del ministro dell’Interno italiano sul dossier immigrazione”. Nel linguaggio diplomatico le parole “profondo stupore” sono qualcosa di più di una semplice tirata di orecchie.

Secondo la diplomazia di Tunisi le frasi di Salvini “non riflettono la cooperazione tra i due paesi nel campo della gestione dell’immigrazione e indicano una conoscenza incompleta dei vari meccanismi di coordinamento esistenti tra i servizi tunisini e italiani”. Insomma, il segnale di una profonda irritazione. Le frasi di Salvini erano state d’altrone tutt’altro che felpate: “La Tunisia esporta spesso galeotti”, aveva detto.

Oggi il ministro dell’Interno Matteo Salvini è tornato sul tema migranti. Ha ripetuto che non parteciperà al vertice dei ministri dell’Interno europei sull’immigrazione a Lussemburgo, perché impegnato in Senato sul voto di fiducia. “Invieremo una nostra delegazione per dire no – spiega – il documento in discussione invece di aiutare penalizzerebbe ulteriormente l’Italia e i paesi del Mediterraneo facendo gli interessi dei paesi del Nord Europa”. E in un tweet rimarca la propria ostilità alle politiche europee sull’immigrazione. Insomma la fase protesta della campagna elettorale è ancora viva in Salvini. Le cose si cambiamo sedendosi con il peso che si ha ai tavoli che contano e non gridando in strada.

Le frasi di Salvini sono risonate particolarmente anche percho dette nel giorno in cui si sono verificati due naufragi, di cui uno proprio in Tunisia, con 47 morti e 68 persone salvate. Proprio questo naufragio ha spinto il premier tinusino a Youssef Chahed ad istituire una speciale unità di crisi. Ma Salvini, che è svelto nel capire e nell’aggiustare il tiro, ha cerato di porre rimedio. Quando l’ambasciatore italiano in Tunisia, Lorenzo Fanara, è stato convocato si è affrettato a ridimensionare il caso: ha spiegato, su mandato di Salvini, “alle autorità tunisine che le sue dichiarazioni sono state riportate fuori dal contesto” e che il ministro dell’Interno “è pronto a sostenere la cooperazione” con Tunisi.