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Eleonora Persico

Migranti, questi sconosciuti. Il campo di accoglienza

In giro per Ventimiglia. La visita al campo di accoglienza

Terza parte
di Eleonora Persico

Sbarcati a Pozzallo (Rg) 162 migranti di cui 146 uomini, tre donne e 13 minori, 12 agosto 2016. Erano stati recuperati nel Canale di Sicilia da un barcone in difficoltà dalla nave di 'Medici senza Frontiere' Topaz Responder. ANSA/UFFICIO STAMPA CROCE ROSSA ITALIANA-YARA NARDI +++EDITORIAL USE ONLY - NO SALES+++

Facendo qualche domanda veniamo a sapere che i ragazzi respinti dalla Francia, perché di ragazzi si tratta, non si arrendono mai e cercano in tutti i modi di attraversare la frontiera. La forza della sopravvivenza supera qualsiasi barriera. In molti si ritrovano di fronte alla Chiesa di Sant’Antonio. Qui il parroco, aiuta uno, aiuta un altro, alla fine aveva messo su una comunità, che poi è stata sgombrata in quanto i migranti andavano a dormire sul greto del fiume e si era creato un problema di ordine pubblico, oltre che una situazione di rischio in caso di esondazione. Permangono in molti su un piazzale adiacente. Parlano, si confrontano, passeggiano. Famiglie non ne vediamo. Ci viene detto che ci sono, ma non tante. Soprattutto eritree. Notiamo dei ragazzi molto scuri di pelle. Provengono dal cuore dell’Africa, Mali, Sudan, Ghana, Etiopia, Eritrea, ma anche Pakistan. La convivenza è pacifica.

Proseguendo lungo la strada assistiamo ad un momento di vera integrazione. Si aspetta insieme il sollevamento della sbarra di un passaggio al livello. Non c’è paura, non c’è pregiudizio. Fianco al fianco si guarda passare il treno regionale. Ognuno pare immerso nei propri sogni.

Apprendiamo anche che ci sono state diverse morti e alcuni investimenti, specialmente nella zona francese. E’ accaduto che un giovane migrante è morto folgorato perché era salito proprio sopra al treno e si era attaccato ai condotti elettrici.

I migranti arrivano al confine pieni di speranza , ma quanto dura questa speranza?.

Quando comincia a cedereallora iniziano a bere, qualcuno comincia a delinquere: qualche scippo, qualche furto nei negozi, si picchiano tra di loro. Il problema è sostenerli nel momento in cui hanno ancora la speranza. Anche perché, il bere diventa un vero problema, come per molti dei nostri giovani, con la differenza che loro reggono meno l’alcool e hanno molto più da esternare Anche la stazione è un posto in cui si ritrovano. Prima si era creato un vero raduno che poi è stato spostato verso fuori perché troppo numeroso.

In giro per la città incontriamo diverse macchine della Polizia, anche dei punti mobili. Si sente la presenza delle forze dell’ordine sul territorio. Si vede. La gente è molto tranquilla soprattutto per questo.

La visita al Campo di accoglienza Roia

Ci avviciniamo al Campo Roia, la cui gestione è affidata alla Croce Rossa, e un ispettore della Polizia di Frontiera ci spiega che anche loro sono all’interno del campo, insieme ai Carabinieri, all’Esercito, alla Guardia di Finanza. Un lavoro in collaborazione con il Ministero degli Interni. Sembra proprio che negli anni l’impegno della Polizia di Frontiera, in prima linea rispetto al problema dell’immigrazione, abbia favorito la costruzione di un tessuto sociale che faccia da contenimento alla situazione.                                                  

Ci viene dato il permesso di visitare il Campo. Sono presenti solo uomini. Le donne vengono sistemate altrove.  A nessuno viene negato un pasto caldo, l’uso dei servizi igienici, un letto e una coperta. Pare infatti che anche durante l’estate i migranti abbiano continuato a chiedere coperte. Una media di 6/7 giorni di permanenza e quindi un riciclo continuo. Nuovi flussi costantemente in arrivo. Anche famiglie.

Vediamo moduli abitativi con sei letti, aria condizionata. Area mensa attrezzata con somministrazione di pasti caldi, bagni, un’area medica, anche spazi ricreativi che possano favorire l’alleggerimento delle tensioni. Quasi 500 persone durante l’estate. Vediamo una fila lunghissima per il pasto. Dovranno aspettare un po’ per mangiare, ma l’attesa non li spaventa. Salutiamo il personale della Croce Rossa addetto alla cucina.

Ci fermiamo al Posto di Polizia situato all’ingresso del campo. Qua c’è la Spaid, dove praticamente si prendono le impronte. Qua vengono fatti i rilievi fotodattiloscopici.

Ci intratteniamo a parlare con un ragazzo del Sudan, che non conosce l’italiano, come quasi la totalità degli immigrati. Interloquendo con lui in francese abbiamo appreso che ha frequentato la scuola fino a quello che corrisponde alla nostra secondaria di I grado.  Ha detto di voler andare in Francia. Non dice altro. Non risponde sull’eventuale prospettiva di un lavoro.

La maggior parte di questi ragazzi ha un livello culturale basso, o comunque non adeguato ai parametri del mondo occidentale. Viene da chiedersi: – Il diritto allo studio non ha valore universale? Una prospettiva di formazione e istruzione sicuramente andrebbe ad integrare le nostre società di competenze espresse con una veste nuova e originale, promuovendo ulteriori opportunità di sviluppo e di evoluzione cognitiva dell’essere umano. Quando saremo pronti a raccogliere una simile sfida? Quando saremo pronti a favorire la vera integrazione?

 Migranti… non solo numeri!

Un’esperienza di formazione psicologica rivolta alla Polizia di Frontiera

Terza parte                                                                                                                              

Dott. Luzi, abbiamo parlato di una formazione che parte dalla strada, all’esperienza soggettiva, che mira alla condivisione. Questa formazione potrebbe fornire delle indicazioni sulle scelte future da attuare per una migliore efficienza di tutto il servizio. Pensa che possa ambire a questo?

Questo non lo so, mi sembra molto ambizioso. Penso che questa formazione aiuti. Aiuti gli operatori a svolgere meglio il loro lavoro, che è la cosa più importante e che ci viene richiesta dalla collettività. Il metodo può essere utilizzato anche per argomenti meno operativi: la semplice ripartizione delle ferie.  Abbiamo condotto dei gruppi a Roma, dove si sono  “giocate” delle storie che scatenavano dei conflitti straordinari in un ufficio, impedendo allo stesso di poter lavorare al meglio.

E’ molto pratico. Affronta anche  vicende più semplici ma viene colto in miglior modo da quegli operatori sottoposti a condizioni di polizia molto molto critiche.

Vorrei aggiungere una cosa che ritengo fondamentale. – si inserisce il Dirigente Santacroce – E’ l’aspetto del pregiudizio rispetto all’intervento dello psicologo che forma e non mette sotto esame i poliziotti; anche perché noi parliamo di migranti in questo caso specifico, ma la  formazione che abbiamo attuato può essere utile anche nei  confronti di  uno che  sta per  essere arrestato, perché il  nostro Ufficio è  impegnato in  prima  linea  con  attività operative. Noi nel 2016, poi  le  fornirò dei dati, abbiamo anche eseguito 210 arresti.

Che tipo di crimini contrastate?

Migranti e viaggi della morte_Video

I crimini che maggiormente contrastiamo, oltre all’immigrazione clandestina e al favoreggiamento, sono tutta una serie di reati legati al falso documentale, infatti qui abbiamo degli esperti di falso documentale. Un documento che per un poliziotto comune può sembrare valido, per uno della frontiera non è così. Quindi riesce ad individuare tutti quelli che cercano di entrare o tentano di uscire dallo stato italiano con documenti falsi. Un latitante che sa di essere condannato a quattro, cinque anni di pena detentiva, si procura un documento falso e tenta di andare in Stati in cui magari non è neanche consentita l’estradizione. Il poliziotto, o la poliziotta di Frontiera, hanno l’esperienza giusta per capire che un documento è falso e quindi poi, con degli approfondimenti in banca dati, emerge la verità, gente che ha delle condanne, delle ordinanze di custodia cautelare…  poi ci sono degli aspetti legati all’immigrazione clandestina con l’arresto dei cosiddetti “passeur”, che sono questi trafficanti di uomini che tentano di fare attraversare il confine previo pagamento, anche attraverso degli atteggiamenti disumani. Ha visto il video di quel furgone con quarantadue migranti ammassati a bordo?  

Furgone carico di migranti Ventimiglia_Video

Erano quarantadue? 

Ha visto che non finivano mai di uscire? Era una fila impressionante! Poi immagini che in diversi casi i miei operatori hanno veramente salvato delle vite umane, perché cosa fanno questi criminali? Quando si vedono braccati dalla Polizia, abbandonano il carico, chiuso. Se avete notato, c’era un lucchetto all’esterno, nel video si vede, e loro non possono uscire dall’interno, sono chiusi a chiave, perché prima di farli scendere chi ha l’incarico di pagare deve fare arrivare i soldi al trafficante. Non  è che paga uno di loro che esce, chi prende i soldi li porta e  loro finché non hanno i soldi non aprono.                                          Quello che è  accaduto in   più  circostanze, ed  ecco perché  la  delicatezza  del nostro intervento, è che intervenendo il trafficante tenta  di  scappare per non essere  arrestato, abbandonando tutto e tutti. Uno degli episodi che mi è rimasto impresso è quando un furgone è  stato abbandonato in  autostrada, in salita, carico e chiuso dall’esterno.  Faceva retromarcia  su  un viadotto e la  mia pattuglia per poter contrastare il furgone ha dovuto mettere la macchina della Polizia di traverso, che è stata sfondata chiaramente, però quanto meno non ha oltrepassato il viadotto, che era alto 40 metri. Una strage, insomma!

 Vi aspettavate il suo passaggio?

Sapevamo che ci sarebbe stato un passaggio alla frontiera di numerosi migranti attraverso le attività info-investigative in corso. Abbiamo pertanto organizzato un servizio apposito con attività  tecniche in atto.

Questo dimostra che non è banale l’arresto di un trafficante di uomini, ma è una cosa complessa e delicata che porta alle volte a trovarsi di fronte a gente che all’interno del furgone ci sta da dieci, quindici ore, quindi l’approccio psicologico in  questo caso serve.

Penso che poi voi non siate un’isola felice ma vi appoggiate ad organizzazioni umanitarie presenti sul territorio.

Sì, per esempio lavoriamo in sinergia con la Croce Rossa, che si è fatta carico  della gestione del Campo Roia, o  con la Caritas, in particolare per la gestione dei minori. Abbiamo anche il supporto dei mediatori culturali per la conoscenza della lingua,  specialmente per la lingua araba. Il mediatore culturale infatti ci consente di capire alcuni aspetti di quello che ci viene detto per poter interagire.

E poi abbiamo visto uomini della Finanza, Carabinieri, Esercito…

Sì, sì, contribuiscono tutti. Finanza, Carabinieri… abbiamo a disposizione l’Esercito ai valichi di frontiera, tra cui anche quello ferroviario, che dà il suo contributo. Potremmo fare un corso anche per loro, dottor Luzi, se lei è disponibile.

Sembra che lei stia riuscendo a fare coesistere in una situazione di estrema difficoltà, da tutti i punti di vista come abbiamo visto,  sia legale e sia umano, appunto questo contrasto all’immigrazione clandestina con l’accoglienza, quindi due aspetti della stessa medaglia, quello che al livello nazionale è il sentimento comune degli Italiani, cioè il desiderio della sicurezza, l’avere una certezza, una garanzia nella sicurezza, e però anche il grande cuore degli italiani, quindi l’accoglienza. Qui abbiamo visto che non si esclude nessuno, non si nega un pasto caldo, una coperta a nessuno. Questo aspetto ci ha veramente fatto piacere.

Noi cerchiamo di gestire il fenomeno fermo restando che comunque chi è clandestino in Italia e non ha diritto all’asilo politico, piuttosto che al profilo sussidiario che viene dato a coloro che fuggono dalle guerre o che hanno dei problemi nei loro paesi, per noi deve essere in ogni caso allontanato dallo Stato. Quindi l’accoglienza va bene ma poi ogni giorno, per alleggerire la città, dobbiamo trasferire verso gli Hotspot 50/60 persone attraverso dei servizi molto complessi che necessitano di un impiego di personale abbastanza imponente. Se gli arrivi sono costanti e gli attraversamenti non ci sono, basta poco a  creare una situazione stagnante su Ventimiglia, che poi è una cittadina di circa 20mila abitanti.           

Se non avessimo fatto questo tentativo di alleggerimento, di decompressione come l’ha definito il capo della Polizia, sulla cittadina, avremmo avuto una piccola Calais. Ad arrivare a 4-5mila presenze ci vuole veramente poco. Pure se ne arrivano 100 al giorno sono 3000 al mese, giusto per fare un esempio.                            

Vi necessitano altre risorse. Di che cosa avreste bisogno?

Devo dire che ho avuto sempre la massima attenzione da parte della Direzione Centrale, della Polizia dell’immigrazione e delle Frontiere, negli ultimi anni in modo significativo. E’ stato riattivato un Ufficio di Polizia di Frontiera al valico,  con un impegno di risorse economiche per poterlo ristrutturare; abbiamo avuto l’assegnazione di nuovi mezzi, di 15 agenti in prova appena usciti dal corso che sono andati ad aumentare l’organico, ho avuto 15 uomini di rinforzo dal Reparto Mobile di Genova e 45 militari dell’Esercito. Onestamente l’attenzione da parte del Dipartimento è stata ed è massima per questo Ufficio.

Il Capo della Polizia stesso l’8 agosto dello scorso anno si è recato a Ventimiglia personalmente per incontrare la Polizia Francese, proprio nel mio ufficio. Questo dimostra una grande attenzione dei vertici della Polizia di Stato, addirittura dei vertici della Pubblica Sicurezza in generale.

Stiamo constatando di persona che il sistema sta funzionando e che abbiamo del personale estremamente valido. Forse la vastità,  l’imponenza del fenomeno, le faccio quest’ultima domanda così chiudiamo, potrebbe richiedere la modifica o l’unione di alcuni uffici che hanno competenze diverse, fare una semplificazione del lavoro, oppure non so, l’utilizzo di una tecnologia più avanzata potrebbe aiutare a smaltire tutta una serie di procedure?

Questo sta già accadendo e lo vorrei specificare. La domanda mi dà lo spunto per fare ciò.  La creazione del Settore di Ponte San Luigi è già un esempio. I respinti e i riammessi prima dovevamo portarli qua a Ventimiglia e ci sono dieci nodi di distanza, 8 km. Prenderli da San Luigi e portarli al Settore per espletare tutte le incombenze amministrative era già un motivo di criticità che con l’apertura dell’ufficio è stato superato. Pertanto è stata intuitiva questa idea di aprire e attivare un distaccamento a Ponte San Luigi. Le dirò di più. La Direzione Centrale ci ha fornito di un nuovo Identity Sistem che è l’apparecchio del fotosegnalamento, di ultima generazione, che pochissimi uffici in Italia hanno, solo gli Hotspot. Ovviamente anche in questo la tecnologia ci sta aiutando.

Arrivo di migranti a Ponte San Luigi_Ventimiglia_Video

Ci hanno fornito degli Spaid, che con una sola impronta già ci dicono se quel soggetto è già censito in Banca Dati AFIS, quindi se lo è, é inutile rifotosegnalarlo. Prima dovevamo segnalare tutti per sapere se erano identificati o no. Il lavoro perciò era decuplicato. Ci permette inoltre di conoscere se ha già un codice CUI, che è un numerino che veramente permette di identificare la persona. Ci possono dare cinquecento nomi, cinquecento alias, non ha importanza, quel codice identifica la persona inequivocabilmente. Se non deve essere fotosegnalato risparmio almeno 20’ per ognuno che moltiplicato per 200 al giorno… la tecnologia ci sta aiutando!

Certo, tante ore di lavoro, dispendio di energie, di personale in meno…

e anche la velocità nello snellire le pratiche. Questo ci aiuta molto.

Quindi stiamo in salita?

Diciamo che oramai ci siamo organizzati. Il fenomeno emergenziale è stato probabilmente nel 2015. Ci è stato un po’ diciamo catapultato addosso, siamo stati invasi da questo fenomeno e non eravamo pronti, e con tutto ciò abbiamo agito e reagito abbastanza bene. Oggi possiamo dire di essere strutturati. L’acquisizione dei locali al piano terra e gli uffici inaugurati a Ponte San Luigi sono comunque un trait d’union per gestire al meglio la nostra attività. Abbiamo migliorato la performance.

Dott. Luzi anche a lei un’ultima domanda. Pensa che questo tipo di formazione basata sulla condivisione sull’elaborazione e sull’analisi di un’operazione di polizia dal punto di vista psicologico, possa essere replicata sul territorio?

Il territorio è proprio lo sfondo ideale per questo tipo di approccio. Ventimiglia insegna. Ventimiglia ha risposto in modo straordinario, sia per l’intuizione del dott. Santacroce, sia per gli operatori che ne hanno capito subito l’importanza e l’utilità. Ne approfitto per ringraziare la Dr.ssa Ida Bonagura, Direttore del Centro Psicotecnico di Roma, che ha favorito questa iniziativa valorizzando le risorse umane interne.

Vi facciamo i complimenti per quello che state facendo. Per questo connubio che si è creato e che ha portato già i suoi risultati. Si vede che dietro questo lavoro non c’è improvvisazione, c’è un’alta professionalità, c’è un intelligence e, da quanto abbiamo appreso, c’è anche il supporto da parte dei vertici. Questo crea un percorso, non siete soli ma c’è una condivisione, una collaborazione, quindi c’è lo studio di un fenomeno che è abbastanza nuovo, abbastanza recente nel suo intensificarsi. Buon proseguimento del lavoro!

Fine terza parte

NEWS SICUREZZA  
Roma, 31 Gennaio 2018
ore 09.30
Scuola Superiore di Polizia
Seminario
“Scorte per i rimpatri. L’attitudine che misura la sicurezza”
Presenza del Capo della Polizia
Direttore Generale della Pubblica Sicurezza
Pref.  Franco Gabrielli

Puntate precedenti

Migranti, questi sconosciuti. Reportage da Ventimiglia 

Migranti, questi sconosciuti. Il progetto Methods 

Fichera: “Garantire una presenza riformista”

fichera

Ci troviamo a Roma, presso il Consiglio Regionale del Lazio, con il Consigliere Regionale Daniele Fichera, Capogruppo PSI, candidato per il rinnovo del Consiglio Regionale alla Regione Lazio nella Lista INSIEME, per la formazione di una nuova forza politica e un nuovo percorso. Ce ne vuole parlare?
INSIEME è un’esperienza che nasce dall’unione di civici, ecologisti e riformisti socialisti, che si mettono appunto “insieme” per garantire una presenza riformista in consiglio regionale. E’ un’esperienza nuova, che esiste al livello nazionale, che lanciamo al livello nazionale, e che abbiamo deciso di riprodurre nella Regione Lazio, nella coalizione che sostiene il candidato Presidente Nicola Zingaretti, per la sua conferma.

Giovedì scorso a Roma è stata presentata la tua candidatura. In quell’occasione hai parlato di apertura e di costruzione di un centro-sinistra progressista, riformista e aperto….
Sì! Noi ci rivolgiamo a tutti, ma in particolare alle persone sfiduciate, che non credono più nella politica, non credono più negli altri e non credono più neanche in se stessi. Dobbiamo recuperare come cittadini italiani il coraggio, la forza di fare; dobbiamo superare questo stato di abbandono, ma per fare questo la prima cosa che deve cambiare è la politica, che deve saper dare vere risposte ai cittadini. Noi crediamo di aver dimostrato nell’azione di questi anni che siamo persone che per i cittadini si impegnano, e questo è un messaggio di speranza che diamo.

Questo è un messaggio positivo e molto socialista, anche.
Appartengo da sempre alla tradizione riformista e socialista, che tante battaglie per trasformare questo Paese le ha fatte in decine di anni. Oggi ci mettiamo insieme a queste altre forze proprio per creare un campo più largo che dia possibilità a tutti i cittadini, che hanno voglia di partecipare, di partecipare per cambiare le cose.

Questo nuovo simbolo, questa nuova coalizione, concorrerà con una nuova legge elettorale regionale. Ti  sembra una buona legge?
Sì, non modifica sostanzialmente la situazione esistente. Abbiamo sempre un turno unico. I cittadini saranno chiamati ad esprimere il loro voto per il candidato presidente e per una lista. Affianco al contrassegno della lista andranno indicati i nomi dei candidati al consiglio regionale. I cittadini dovranno barrare, se lo vorranno, il simbolo della lista INSIEME, e scrivere vicino i nomi delle persone, uomo e donna, che vogliono fare eleggere al consiglio regionale.

In questi giorni il Consiglio Regionale ha ancora potere deliberativo, state ancora lavorando?
Stiamo ancora lavorando per quanto mi riguarda. La Commissione che io presiedo è quella Attività Produttive. E’ convocata anche questo Giovedì, in settimana, per due audizioni importanti. Una su una questione di sviluppo dell’area industriale di Santa Palomba, e l’altra su una questione che riguarda la zona franca fiscale di Rieti, nelle aree coinvolte dal terremoto. Noi seguitiamo a lavorare anche se le elezioni sono state annunciate. Il nostro dovere è quello di continuare a fare la nostra attività di amministratori.

Benissimo! Questo dà già fiducia, mette speranza…
Questo è il minimo che chi è stato eletto deve fare: mantenere e rispettare gli impegni che ha preso nei confronti dei suoi elettori!

La Regione Lazio, chiaramente rappresenta non solo Roma, anche se viene sempre affiancata alla Capitale, ma in realtà rappresenta tutte e cinque le provincie, quindi Latina, Frosinone, Viterbo , Rieti. Un programma è già stato fatto in funzione di interventi volti al sostegno, allo sviluppo e al benessere di queste aree?
Stiamo lavorando con il candidato Presidente Zingaretti a costruire un programma di coalizione. Noi ci siamo impegnati in questi anni su alcuni fronti, in primo luogo quello della riduzione della pressione fiscale. I cittadini del Lazio oggi hanno le addizionali dell’Irpef più alte d’Italia. Noi siamo riusciti, grazie a una nostra iniziativa, nostra come Partito Socialista, a ridurle leggermente, a partire da quest’anno, ma ulteriori riduzioni devono essere realizzate. Oggi è possibile perché, grazie all’azione della Giunta Zingaretti, sono stati rimessi in ordine i conti della sanità, e questa è la cosa più significativa che noi poniamo al centro del nostro programma. Siamo stati al fianco, in questi anni, delle realtà aziendali che sono andate in crisi nelle varie provincie del Lazio e stiamo per promuovere le nuove attività produttive: piccole imprese, commercio di vicinato, artigianato… questi sono i nostri riferimenti per creare occupazione nella nostra regione e dare una prospettiva ai nostri ragazzi e ragazze.

Noi facciamo un in bocca al lupo al partito, alla coalizione e a te, particolarmente.
Io ringrazio e sono ottimista perché penso che è stato iniziato un buon lavoro in questi cinque anni e penso che i cittadini ci daranno la fiducia per proseguire. Naturalmente non tutto è stato fatto, siamo consapevoli dei limiti della nostra azione, ci sono ancora molte cose da fare. I servizi sanitari e il trasporto pubblico vanno migliorati ancora molto, ma se proseguiamo l’azione che abbiamo iniziato questi risultati possono essere raggiunti.

Per esempio su tutta la problematica dei rifiuti?
Su questo fronte bisogna impegnarsi molto. Bisogna superare questa gestione un po’ confusa a guida cinque stelle, che non si capisce bene che cosa voglia fare. La Regione ha i suoi piani, ha fatto le sue scelte e vogliamo portarle avanti.

Con questa candidatura vuoi portare a compimento quanto ha iniziato in questi anni, la trama che hai tessuto. Parlaci un pochino di te? Vorremmo conoscere anche il Daniele uomo. Io so che sei  stato il più giovane assessore, non so se di Roma, o d’Italia…
D’Italia non credo. Molto giovane sono stato assessore al Comune di Roma, alla fine degli anni ’80, ma negli anni successivi ho sempre alternato l’attività politica con l’attività professionale. Per mia fortuna ho un mestiere, ho un lavoro che mi consente di vivere al di là della politica. La politica è comunque un impegno al quale tengo molto, anche per rappresentare le persone che si riconoscono nel mio impegno, e quindi finora sono riuscito ad alternare le due cose. Per me però è molto importante il fatto di avere un’attività professionale che comunque mi dà la possibilità di capire certe cose fuori dal palazzo.

Essendo stato introdotto alla politica così giovane ha molta esperienza nel settore. Quanto vale ancora l’esperienza oggi?
Credo che valga, sia in politica, sia in generale nella vita e nelle professioni. In politica vale perché bisogna confrontarsi con problemi complessi e averlo già fatto nella propria vita aiuta ad affrontarli e a gestire meglio il rapporto con i cittadini e la pubblica amministrazione, che è uno dei compiti di chi fa politica. Penso sia una cosa importante anche nella vita, penso che la generazione di coloro che hanno 50 anni e più, a cui io appartengo, sia formata da persone che abbiano ancora molto da dare, sia nelle professioni, sia nel lavoro, sia nell’attività sociale, civile e in generale di partecipazione democratica. Bisogna creare un equilibrio tra le generazioni, bisogna impegnarsi tutti quanti per una società più solidale.

Ultimamente questa società è però, come viene definita dal famoso filosofo sociologo Bowman, che ci ha lasciato proprio a gennaio dello scorso anno, una società liquida, che cambia, che si adatta in continuazione, quindi come conciliare questo equilibrio con questo divenire continuo , dando anche dei punti di riferimento? La politica è ancora un punto di riferimento per i cittadini?
Purtroppo molto spesso no, per le cattive prove che ha dato. Quando la politica si dimostra non capace di risolvere i problemi, quando alcuni politici si comportano in modo da far venire meno la fiducia che i cittadini hanno avuto in loro, sicuramente smette di essere un punto di riferimento. Credo nel valore della politica come un momento di partecipazione democratica. Se non scegliamo noi come cittadini chi ci deve governare e come ci deve governare, saranno altri a sceglierlo e faranno ancora di meno i nostri interessi. Proprio per dare un messaggio diverso abbiamo scelto la strada di mettere insieme esperienze tradizionali come i socialisti e gli ecologisti, con esperienze nuove come quelle dei civici che in tante città italiane stanno mostrando un modo diverso di fare politica.

Eleonora A. Persico

Migranti, questi sconosciuti. Il progetto Methods

Migranti questi sconosciuti
seconda parte
di Eleonora Persico

(JEAN-CHRISTOPHE MAGNENET/AFP/Getty Images)

(JEAN-CHRISTOPHE MAGNENET/AFP/Getty Images)

Presso la località marittima di Ventimiglia, situata al confine con la vicina Francia, sul Mar Ligure, assistiamo ad un continuo transito di migranti, respinti dalla frontiera francese. L’intenso passaggio è visibile principalmente lungo i valichi di frontiera, sui ponti, lungo le strade costiere, nei sentieri interni, nelle prossimità dei siti di accoglienza, e nel paese, piazze, viali, attraversamenti, stazione. Dappertutto praticamente. Per lo più sono ragazzi giovani, qualcuno probabilmente minorenne, provengono da Mali, Congo, Nigeria, Siria …e non conoscono molte delle realtà del nostro mondo.
La maggior parte di loro, ad esempio, non ha mai visto un semaforo, né sa come funziona un binario o un passaggio al livello, non sa cosa sono le autostrade, né appare consapevole dei pericoli che derivano da un loro attraversamento incauto, per cui succede che ogni tanto qualcuno viene investito da auto o treno nel tentativo di oltrepassare la frontiera via asfalto.
Molti di loro cadono nelle mani dei cosiddetti “passeur”, cioè trafficanti di uomini che approfittandosi del desiderio di superamento della frontiera e delle scarse conoscenze dei migranti, propongono loro “viaggi della morte”.
Nasce così la duplice visione di migrante e di essere umano, la cui vita deve essere non solo tutelata dagli approfittatori, anche salvata dai pericoli, come se ci trovassimo di fronte ad un’adultità infantile.
Accogliere questi ragazzi e tutelare la loro esistenza, oltre a una propensione dell’animo umano, è proprio un dovere sociale, perché significa combattere la povertà e la disperazione che condurrebbero un’intera generazione verso una sicura devianza. A Ventimiglia non assistiamo a reati dovuti alla propria sussistenza, e questo rappresenta già un buon motivo per dare la giusta accoglienza a chi arriva, in gran parte privo di tutto, dal vestiario alle scarpe. Quando ci sono bambini, poi, in condizioni di gravi carenze igienico – sanitarie, il dovere diventa un obbligo morale e civile.
Questo fenomeno migratorio, per la sua stessa natura, è destinato a durare e ad evolversi. Speriamo di poterlo accompagnare da sempre maggiori regolamentazioni e semplificazioni, che possano condurlo, alla fine, nella normalità delle cose.

Migranti… non solo numeri!
Torniamo proprio a Ventimiglia. Girando per il paese la percezione della paura da parte della popolazione, rispetto alla presenza dei migranti, non emerge.
– E’ vero! conferma il Dirigente.
C’è una convivenza pacifica che ci lascia quasi commossi direi. Questa serenità è molto garantita dalla vostra presenza sul territorio, perché noi abbiamo visto un gran numero di macchine e vostri mezzi operativi andare avanti e indietro per la città, forse c’è un trucco in questo? Questa presenza dà effettivamente una certa sicurezza agli abitanti, garantisce una tranquillità… tanto c’è la Polizia… cioè si sente che ci siete! Allora, come fate a garantire questo servizio se siete così pochi uomini?
Proviamo anche a capire che se c’è un trucco, vediamo se possiamo consigliarlo a qualcuno dei nostri lettori, se può essere utile in situazioni altrettanto critiche, come nelle grandi città per esempio. In che modo organizzate i servizi?

Intanto i numeri che le ho snocciolato prima riguardano solo la Polizia di Frontiera. Ovviamente a Ventimiglia c’è anche un Commissariato, che è un ufficio territoriale che in ogni caso ha una presenza massiccia di forze. Tornando a noi che siamo l’ufficio di Specialità, siamo in grado di mettere sul campo per ogni turno, cinque per cinque barra sei pattuglie, quindi considerando che sono cinque turni, parliamo di trenta pattuglie di media al giorno che vengono impiegate dalla Polizia di Frontiera, oltre a tutte le attività che abbiamo con la Polizia Giudiziaria che opera in borghese.
Non abbiamo una ricetta da poter essere somministrata a tutti, nel senso che non c’è uno standard di operatività. Quello che le posso dire è che ogni pattuglia ha una zona da controllare e questo fa sì che in qualsiasi momento si presenti una necessità, l’intervento è tempestivo.
Però da una parte c’è anche un aspetto che riguarda la società civile di Ventimiglia che è secondo me ormai abituata a questa presenza e dall’altra dobbiamo anche dire che le etnie presenti sono tutto sommato rappresentate da persone che hanno commesso pochi reati in questo momento, per fortuna, quindi non ci sono stati episodi particolarmente aggressivi da parte dei migranti. Evidentemente chi viene a Ventimiglia lo fa con la consapevolezza che potrebbe attraversare il confine per andare altrove. Non è gente che viene qui pensando di rimanervi e che quindi, mi passi questo termine, si radicalizza sul territorio tentando di compiere reati. Anche perché la presenza del Campo Roia, che mi sembra abbiate visitato, offre comunque ai migranti un pasto caldo, un posto dove dormire e probabilmente la necessità di commettere quei reati cosiddetti predatori, per potersi garantire un minimo di sopravvivenza, non c’è e quindi anche l’istituzione del Centro di accoglienza ha garantito questa situazione chiamiamola di pax sulla città.
Quindi c’è un contenitore che soddisfa i bisogni fondamentali e dà una garanzia di tranquillità?
Diciamo che soddisfa è una parola un po’ grossa, direi che cerca di tamponare, perché i flussi migratori sono tali e tanti che ovviamente non possono essere tutti quanti accontentati. Quello che emerge è che il tentativo di attraversare il confine non a tutti riesce. Ci sono persone che provano più volte, abbiamo avuto anche dei record di gente che è stata fermata dalla Francia sette, otto volte in un mese. C’è accanimento. Parliamo di persone che hanno attraversato il deserto, il mare, e non si fermano di fronte a un confine che hanno a vista. Paradossalmente quando arrivano qua è troppo tardi per tornare indietro. Vedendo il confine infatti sono ancora più motivati nel tentare di attraversarlo.
In questa fase ci sono anche dei rischi per ragazzi inesperti, che non conoscono determinate realtà del nostro mondo e dovete proteggere. Viene fuori un po’ la visione del migrante anche come vittima da tutelare in qualche modo?
Di fatto noi li tuteliamo. Come dicevo prima il contrasto al traffico e al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina si rivelano anche forme di tutela. Queste organizzazioni criminali, che sono state attenzionate e per alcuni aspetti anche fermate, speculano dietro la disperazione di queste persone, per trarne profitto, illudendole di fare attraversare loro il confine, con tutti i mezzi possibili e immaginabili.
Da ultimo abbiamo sgominato un’organizzazione, seppur non tanto complessa ma molto crudele, che nascondeva migranti all’interno di vani tecnici dei treni diretti in Francia, con la consapevolezza che questi potessero morire folgorati, perché erano vani di apparecchiature elettriche del treno e chiaramente quando il treno entrava in funzione bastava toccare un filo e si rimaneva folgorati. Abbiamo avuto diversi episodi di migranti che sono rimasti folgorati, quindi morti all’interno di questi vani, ma, nonostante ciò, questi criminali continuavano a nasconderli lì dentro. Abbiamo fatto una serie di attività info-investigative, abbiamo scoperto i soggetti e li abbiamo arrestati. Ovviamente non pretendiamo di aver interrotto il fenomeno, perché altri potrebbero riprendere questo esempio, però intanto siamo riusciti a fermare questi criminali.

Avete fatto un bel lavoro!
Grazie! Siamo molto soddisfatti di questo perché abbiamo salvato delle vite umane, che erano quasi certamente destinate a morire folgorate dentro quei vani tecnici.
Dott. Luzi, torniamo a lei. Durante il corso rispetto ai migranti e alle situazioni che si verificano, avrete una rosa di casi dalla natura più varia, sia per etnia, sia per contesti familiari, vissuti personali, ecc. Chissà quanti ne sono emersi!
Ci potremmo fare un libro. Ci stavamo pensando, anzi un videolibro. Di storie ce ne sono state tantissime che rappresentano contesti umanitari, ma anche situazioni vere e proprie di polizia, conflitti a fuoco, inseguimenti. Nello Psicodramma si lavora in gruppo. C’è una storia che viene raccontata e poi gli altri del gruppo la condividono riportando esperienze simili, rievocate dal racconto del protagonista. Quindi analizzando varie situazioni, anche drammatiche, si arriva a studiare ed elaborare contesti operativi di polizia dove entrano in gioco, sia le competenze tecnico-operative, sia le reazioni psico-emotive connesse.
Ci sono stati racconti, vicende, anche su minori, soprattutto raccontate da operatrici di polizia, dove i vissuti personali, di cui parlava prima il dott. Santacroce, riemergevano prepotentemente, rievocati attraverso la visione di migranti che si trovavano in difficoltà, madri e figli in condizioni corporee veramente pietose. L’operatrice si poneva dei problemi di coscienza, pur portando avanti l’operazione senza esitazioni, sul togliere o meno il bambino alla madre. In Italia se un genitore tenesse un proprio figlio in quelle condizioni gli verrebbe tolta immediatamente la patria podestà.
Quindi il coinvolgimento emotivo gioca un ruolo importantissimo sia in negativo che in positivo, anche nelle attività di polizia. Sono stata raccontate storie di sparatorie, di conflitti a fuoco, fortemente cruenti ed emozionanti, dove non sempre gli operatori di frontiera si sentivano riconosciuti nella propria dimensione emotiva. L’attenzione era orientata più sull’aver fatto bene le cose nel rispetto del regolamento. La dimensione emotiva veniva poco riconosciuta. L’esigenza era talmente forte che queste esperienze sono state riportate nel gruppo attraverso lo “sharing”, cioè la fase della condivisione.
Dott. Santacroce, gli effetti di questa formazione li avete visti? Ha dato subito dei risultati? Quali sono stati i cambiamenti?
Dei cambiamenti mi sono reso subito conto. Il mio personale ha compreso come approcciarsi ai migranti, cercando di capire quali sono le loro ragioni; ha molto limitato la parola aggressività. Con una formazione del genere ha imparato ad utilizzare lo strumento psicologico, che è quello che gli volevamo dare e gli abbiamo dato in qualche modo. Ovviamente spero che il dott. Luzi ci onori della sua presenza anche in futuro perché abbiamo intrapreso un percorso ed è meglio che continuiamo su questo tracciato per non vanificare quello che abbiamo fatto finora, affinché la formazione psicologica venga incrementata, aggiornata, anche sulla base di nuove tecniche che il Centro sicuramente sperimenterà, non solo per la Polizia di Ventimiglia ma, mi auguro, allargandosi ad altre realtà.
Speriamo di estendere sul territorio nazionale il Progetto Methods. – aggiunge lo Psicologo del Centro Psicotecnico della Polizia di Stato.
Cos’è Methods, ce lo vuole spiegare, dott. Luzi?
Methods è un progetto pratico, orientato proprio sul metodo, sulla praticità, sulla concretezza, sulla rappresentazione. Si interviene direttamente nel contesto critico, e Ventimiglia è un luogo critico, e si lavora con le persone. Si coinvolgono attivamente gli operatori che, riportando esperienze personali e professionali, imparano a riconoscere e ad usare strumenti psichici interiori. Tant’è che Methods è rappresentato da un’icona in cui poliziotti vengono contenuti da un gruppo di mani che li avvolge.
Methods è questo. Un gruppo che contiene e che sperimenta le vicende di polizia che vengono raccontate.
Methods, affronta in modo principale la gestione delle emozioni nelle attività di polizia. Mentre in passato le emozioni venivano vissute nelle attività operative come elementi di interferenza, elementi che potevano impedire il raggiungimento degli obiettivi, oggi si è capito molto bene che per poter raggiungere risultati di alto livello, non è possibile non fare i conti con questi aspetti emotivi, che vanno a canalizzare l’attività operativa, e quindi in questo caso la relazione con l’immigrato.
L’uso attento, attivo, volontario e consapevole delle emozioni che emergono e intervengono nell’interazione con l’immigrato, che deve essere accolto e diretto verso indirizzi di tipo istituzionale, permette all’operatore di ridurre notevolmente il rischio di resistenze, di reazioni, di elementi aggressivi, facendo sentire il migrante accolto da un Paese che sa dosare un’azione sicura, autorevole e di Polizia, senza venir meno alle proprie capacità di accoglienza e di rispetto nei confronti della persona. Quindi il salto di livello di questo progetto è proprio questo: gli Operatori di Polizia non scappano dalle proprie emozioni, ma imparano a fare i conti con esse. Vivendo aspetti drammatici dei vissuti degli immigrati non rimangono preda delle emozioni che vengono proiettate loro addosso da storie che sono costretti per motivi di lavoro a vivere e ad affrontare, ne prendono anzi consapevolezza e imparano ad usarle, ad attuare il cosiddetto “controtransfert” direbbe uno psicanalista, a utilizzarle per raggiungere gli obiettivi istituzionali. Solo in questo modo si raggiungono grandi finalità e di alto livello.
Quindi potremmo dire che la Polizia aggiunge un’arma in più a quella che è già in suo possesso, che è proprio l’utilizzo della psicologia?
Non solo utilizza un’arma in più, utilizza armi in più, tante armi quanto l’operatore con la sua soggettività può proporre attraverso la presa di coscienza delle proprie capacità, non solo cognitive, a livello di tecniche operative, soprattutto emotive, che vanno in parallelo con le attività operative stesse, legate alle attività cognitive.
Quindi Dott. Luzi, questo contributo permette alla Polizia di appropriarsi ancor di più della sua funzione di prevenzione?
Certo, perché noi dovremmo con la prevenzione riuscire ad affrontare tutti i fenomeni e prevenirne gli effetti. È come quando si fa prevenzione in ambito clinico. Il massimo risultato, utopistico ovviamente, è quello di riuscire a non fare sviluppare mai delle patologie, attraverso un’attività preventiva. Questo è il grande fine, perché significa che avremmo messo a punto dei programmi di intervento che servano alle persone affinché non si ammalino, o non sviluppino dei disagi.
Attraverso questo tipo di intervento, queste nuove tecniche, vi è anche una ricaduta sul benessere della salute dell’operatore di Polizia?
È fondamentale! Il benessere è già un obiettivo che previene il disagio. Un operatore in servizio che sta bene si ammala di meno, o prova disagio meno rispetto ad uno che va in servizio in condizioni precarie.
È la base! Un operatore deve lavorare il più possibile in pieno benessere, soprattutto quando affronta delle vicende drammatiche, così come abbiamo visto negli psicodrammi effettuati durante il Corso di formazione che abbiamo tenuto qui a Ventimiglia in base al Progetto Methods. L’operatore lavora bene, se lui stesso sta bene ed è presente in ciò che sta accadendo, cioè presente psico-emotivamente.
Da quello che ho visto – interviene il Dott. Santacroce – è stato importante anche il fatto di stare insieme. Non è una formazione individuale. E’ una formazione di gruppo, per il gruppo. Ha permesso di trasmettere le proprie emozioni e anche le proprie esperienze, che spesso risultano difficili da raccontare o raccontarsi, di esprimere la propria visione delle cose, e secondo me, dandosi anche dei suggerimenti reciproci. Da quello che ho potuto vedere c’è stato un interscambio di opinioni che ha formato poliziotti tra poliziotti, che anche questo è un utilizzo della psicologia se vogliamo, a livello orizzontale, quindi non trasmessa dal docente. Sono state tramandate delle esperienze come probabilmente non si era mai fatto.
Tra un po’ allora ci ritroveremo tutti quanti intorno a un fuoco a narrare, a raccontarci?
Vede, la freneticità dell’attività che svolgiamo, tornando alla sua domanda sul fenomeno migratorio, non ci consente sempre di dedicare momenti volti a questo particolare tipo di formazione del personale. Questi momenti di formazione sono per me invece indispensabili. Non possiamo dare questi incarichi senza aver prima formato. Noi glielo dobbiamo ai nostri uomini e alle nostre donne. Non possiamo egoisticamente pretendere che vadano a fare bene il loro lavoro con una formazione solo di base. La formazione psicologica fa parte, per quanto mi riguarda, insieme ad altre materie fondamentali, del bagaglio culturale dell’Operatore di Polizia.
Quindi un operatore di polizia a 360°?
È quello che ci richiede la società civile in questo momento. Ci viene chiesto che sia un conoscitore delle norme giuridiche, come è giusto che sia, un esperto di tecniche operative, un esperto nell’uso delle armi, ma deve essere anche un esperto nell’utilizzo dell’intelligenza emotiva affinché la possa utilizzare al meglio.

Fine seconda parte

Puntata precedenti
Migranti, questi sconosciuti. Reportage da Ventimiglia

Migranti, questi sconosciuti. Reportage da Ventimiglia

Migranti, questi sconosciuti!”

Prima Parte
di Eleonora Persico

ventimigliaHo letto da qualche parte che i bambini in terra d’Africa non sognano più perché non riescono ad immaginare un futuro. Non sono sicuri di averne uno.

Quelli che ancora riescono a sognare, sperano di fare i “vu cumprà”, venditori ambulanti, come uno zio magari, e puntano il loro sguardo al mare.

Le speranze che s’infrangono sulle nostre coste sono quelle di ragazzi molto giovani, maschi per lo più, che si lasciano alle spalle il passato, un villaggio che non compare neanche sulla cartina geografica, le poche persone rimaste ancora là, per rincorrere la propria avventura di vita.

Attraversano il deserto, solcano il mare infuriato, scevri della conoscenza di un mondo visto solo in digitale e di cui non conoscono le regole.

Raggiungono l’Italia solo per andare oltre, per superare i confini che li separano da parenti e amici, pronti a dar loro una mano. È tutto il loro investimento, non hanno altro e non possono più tornare indietro. Alcuni sono molto giovani, minorenni. Appaiono spaesati, destabilizzati, impauriti. Guardandoli non si può non pensare che potrebbero essere nostri figli, nostri fratelli, sorelle. E se avessimo un giovane così smarrito, privo di sostentamento, in una terra sconosciuta, non ce ne occuperemmo?

Osservando i loro comportamenti ci si rende subito conto che, oltre ad accoglierli, è necessario proteggerli dai pericoli di una società complessa, di non facile e rapida assimilazione, e dai cosiddetti “passeur”, trafficanti di uomini che approfittano delle condizioni dei migranti per estorcere loro pochi averi o ridurli in schiavitù.

Non sanno cosa sia il razzismo o il pregiudizio, ma lo scoprono presto negli occhi di un mondo ostile, questo quando non vengono etichettati dall’immaginario collettivo come trasgressori di una legge che neanche conoscono, schiavi per tradizione culturale, sovversivi per tradizione atavica. Peggio ancora quando vengono usati e strumentalizzati per fini terzi.

Somali, eritrei, etiopi, kenioti, congolesi, ma anche tunisini, magrebini, egiziani, libici… vestiti con abiti leggeri, alcuni scalzi. Molti portano un maglione legato sulla cintola, pochi una coperta. Nei loro occhi parlanti affiorano aspettative di vita. Nei loro cuori affetti e sentimenti da proteggere, da rispettare, da conservare come reliquie sacre che danno la forza di andare avanti, che permettono di affrontare le umiliazioni, le sofferenze. Un tesoro nascosto, un tesoro di cui non si parla mai, che si porta con sé ovunque si vada, si approdi, si sfidi l’umanità.

Alimentano le tasche di scafisti e dei loro complici terreni con gli unici risparmi e spesso con la vita. E’ un mercato, nero, muto. Nessuno parla, solo l’attesa… ma tutti vanno verso la stessa direzione: una vera competizione nel dirigersi verso… tutti diretti al raggiungimento di un obiettivo comune!

Chi sono dunque questi migranti? Numeri? Numeri da contare, catalogare, classificare, organizzare in gruppi, spostare… chi sono veramente?

A qualcuno interessa conoscere le loro storie, le loro vite, i motivi che li spingono fin qui?

Se ci fosse un desiderio reale di ascolto, forse si racconterebbero: ci racconterebbero quello che per paura non viene narrato e che in fondo in molti conoscono, ma non vogliono approfondire, troppo difficile da capire, troppo lontano o troppo vicino a una certa cultura.

Migranti… non solo numeri!

Un’esperienza di formazione psicologica rivolta alla Polizia di Frontiera

Prima parte

Ci troviamo a Ventimiglia, con il Dirigente della Polizia di Frontiera Dott. Martino Santacroce e il Direttore Tecnico Capo Psicologo della Polizia di Stato Dott. Sandro Luzi, del Centro Psicotecnico di Roma, per un’intervista congiunta.

Abbiamo avuto il piacere di visitare Ventimiglia, graziosa cittadina sul Mar Ligure al confine con la Francia, che risente del fenomeno migratorio presente in questo ultimo anno in maniera intensa, tale da coinvolgere l’Italia intera e l’Europa.

Cerchiamo di capirne un pochino di più.

Dott. Santacroce, qual è la portata del fenomeno qui a Ventimiglia? Partiamo dai numeri.

Ha detto bene lei, si tratta di un fenomeno, un fenomeno complesso che interessa ormai Ventimiglia da circa due anni in particolar modo. Giugno 2015 è, possiamo dire, lo spartiacque dell’incremento del flusso migratorio verso Ventimiglia, dovuto probabilmente ad un irrigidimento dello Stato francese alla frontiera di Ventimiglia stessa.

Tutto nasce un po’ dalla famosa giornata in cui i Francesi decisero di bloccare il passaggio verso la frontiera, e i migranti si collocarono sulla scogliera detta dei balzi rossi, da dove furono spostati, dopo circa due mesi, perché ovviamente era diventata una situazione un po’ complessa e complicata. Da lì parte il fenomeno migratorio su Ventimiglia, che poi ha provocato tutta una serie di conseguenze creando un blocco vero e proprio sulla città di confine. Attualmente abbiamo una presenza di circa 500 migranti costantemente sul fronte italo – francese, che tutte le notti, ma anche di giorno, frequentemente cercano di attraversare il confine con tutti i mezzi possibili ed immaginabili. Ciò ovviamente non avviene solo attraverso i valichi ufficiali, o gli ex valichi ufficiali, perché da noi di fatto sono ex in quanto è in vigore il trattato di Schengen, quindi non c’è una frontiera terrestre vera e propria, si tratta di una frontiera cosiddetta interna, cioè nell’ambito dell’area Schengen, e tutti i metodi, tutti i modi sono validi per tentare di attraversare il confine.

Come respingimenti da parte dei francesi rileviamo una presenza costante e continua quotidiana di 100 – 150, anche con picchi di 200 – 220 persone che fisicamente vengono respinte dai francesi e consegnate a Ponte San Luigi.

La motivazione che spinge queste persone ad attraversare la frontiera, fondamentalmente, qual è?

Personalmente ritengo che le motivazioni siano molteplici. Sicuramente una di queste, quella più forte è secondo me, la necessità o la volontà di volere andare oltre la Francia. La Francia è solo una via di passaggio per poter andare in altri paesi dell’Europa dove probabilmente hanno già dei contatti, hanno dei parenti, delle conoscenze e dove sperano di poter trovare anche loro una collocazione. Naturalmente questo la Francia non lo consente perché ritiene che una maggiore presenza di stranieri all’interno del paese possa pregiudicare l’ordine e la sicurezza pubblica, perciò ha deciso di sospendere il trattato di Schengen e di ripristinare il controllo della frontiera, pertanto chi non ha titolo per entrare in territorio francese ufficialmente in questo momento non lo può fare. Questa è la posizione da parte della Francia. La posizione dei migranti, con la spinta numerica importante che dal sud viene verso il nord , nord-ovest dell’Italia in questo caso, su confine italo-francese delle Alpi Marittime, è quella che ci interessa e chiaramente è pregnante e massiccia. La Francia tra l’altro, proprio qualche giorno fa, ha prorogato la chiusura delle frontiere al 30 Aprile 2018, confermando la sospensione del trattato di Schengen.

L’Italia come risponde a questi respingimenti?

L’Italia può fare ben poco sotto il profilo giuridico nel senso che, nel momento in cui la Francia come Stato sospende il Trattato di Schengen e applica l’Istituto del Respingimento, che è un atto unilaterale dove sostanzialmente lo Stato decide di non farti entrare nel suo territorio, compie un atto sovrano che ogni Stato può fare. Lo facciamo anche noi alle frontiere esterne. Respingiamo stranieri che

arrivano nei nostri aeroporti, che non hanno i requisiti minimi previsti dalla legge, e li respingiamo nei loro Paesi attraverso il vettore che li ha portati. Qui è un respingimento un po’ anomalo perché siamo su una frontiera terrestre, tra l’altro interna, il respingimento non potrebbe essere effettuato ma in questo caso specifico viene effettuato perché di fatto il Trattato è sospeso. Non vige il trattato e pertanto respingo. Diverso è quando il trattato è in vigore. In questo caso si applica un accordo bilaterale tra due Stati, l’accordo di Chambéry del 1997, tra Italia e Francia, che prevede che entrambi gli Stati possano riammettere stranieri senza requisiti, previo consenso dell’altro Stato. Quindi nel caso in cui i Francesi applicavano l’accordo di Chambéry, prima del 13 novembre 2015, noi come Polizia di Frontiera potevamo avere la facoltà di accettare o meno il riammesso, perché era già in territorio francese e veniva riammesso in territorio italiano. Nel momento in cui l’istituto della riammissione non può essere più applicato lungo la linea di Frontiera, perché il trattato è sospeso, quindi si applica l’istituto del respingimento, di fatto non è un accordo bilaterale, dobbiamo solo prenderne atto. Cioè la Francia dice:

– Nel mio territorio non entri, ti respingo alla frontiera. Questa è la sintesi.

Diventa un problema tutto nostro. E quali sono gli obiettivi istituzionali che la Polizia di Frontiera persegue, sotto la sua direzione chiaramente qui a Ventimiglia, per far fronte a tale situazione?

Sulla frontiera di Ventimiglia ci sono due aspetti importanti da sottolineare:

Il primo sicuramente è quello tipico della Specialità che riguarda proprio i profili della trattazione dei respinti. Infatti tutti i respinti alla frontiera di Ventimiglia vengono presi in carico da noi, come Polizia di Frontiera Italiana, e quindi devono essere identificati, gestiti e trattati sotto diversi profili, anche quello umanitario, perché comunque tenere in ufficio per diverse ore un respinto comporta dei profili umanitari che devono essere presi in considerazione, banalmente anche proprio gli aspetti fisiologici.

Il secondo aspetto che attenzioniamo in maniera molto importante e che riteniamo anche una priorità è quello del contrasto al fenomeno dell’immigrazione clandestina, se vogliamo definirlo in questo modo, comunemente conosciuto come tratta di esseri umani, perché parliamo di questo. Per noi è una priorità assoluta, tant’è che nell’ultimo periodo, e in particolare nel 2016, abbiamo eseguito diverse operazioni proprio di contrasto ai trafficanti di uomini, con discreti risultati sotto diversi profili, sia preventivi, sia anche repressivi.

Questa è una battaglia che potrebbe essere condivisa tra tutti gli Stati europei?

Questo penso che sia più un profilo di carattere politico che di carattere tecnico. Noi veramente come Polizia di Stato ci occupiamo dell’aspetto tecnico, per affrontare e gestire il fenomeno. Ovviamente non entriamo nel merito perché non è competenza nostra discutere di questo.

Però dalla rassegna stampa locale e nazionale noi abbiamo appreso di una formazione che lei si è fatto carico di attivare e di promuovere per il suo personale e che è risultata abbastanza innovativa.

Assolutamente sì. Io ho condiviso questa impostazione attraverso un corso di formazione, che poi è stato anche ripetuto per ben due volte, in quanto la prima volta non era stato frequentato dalla totalità degli operatori perché ovviamente non era possibile farlo fare contemporaneamente a tutti quanti. E’ una formazione che ritengo importante perché ovviamente ha dato un’impronta diversa all’approccio col migrante. Il mio personale quotidianamente ha rapporti con gli stranieri. Da una parte c’è l’aspetto repressivo e preventivo, ma dall’altra c’è l’aspetto umanitario. Quindi formare il personale, affinché abbia un approccio psicologico consapevole di quello che è il proprio ruolo, era ed è fondamentale.

Dott. Luzi , lei è l’artefice di questa formazione. Ce ne vuole parlare?

Per rispondere alla domanda, certo, sono proprio questi due aspetti, che il dott. Santacroce ha evidenziato, che caratterizzano il servizio qui in frontiera: sviluppare azioni mirate al contrasto dell’immigrazione clandestina e nello stesso tempo esprimere atteggiamenti di comprensione e accoglienza verso il migrante, soprattutto quando, e questo accade frequentemente, assume ruoli di vittima.

Questo tipo di relazione, solo apparentemente ambivalente, oggi divide la politica, ci sono infatti schieramenti per la chiusura e quelli per l’accoglienza, in Polizia questo non è possibile. I fenomeni vanno affrontati entrambi nello stesso tempo. Ciò può far emergere negli operatori contrarietà interiori per effetto del duplice atteggiamento di repressione e di accoglienza. Sono queste infatti due spinte che vanno a un certo punto anche a confliggere nella dimensione psichica dell’agente e pertanto ad influenzarne lo stato d’animo. Sappiamo che le emozioni sono determinanti per il raggiungimento del successo, ma anche causa di insuccesso, soprattutto quando agiscono in modo incontrollato e non vengono canalizzate in modo attivo.

Il tipo di prestazione formativa che noi offriamo e la sua utilità ai fini operativi, immediatamente intuita dal dott. Santacroce, è proprio questa: addestrare l’operatore di frontiera ad acquisire maggiore consapevolezza delle tensioni emotive che emergono in servizio e permettergli di scegliere le condotte più idonee ed emotivamente orientate per gestire efficacemente gli interventi. Il poliziotto in questo modo, nell’approccio operativo, non si affida più soltanto alla sua inclinazione caratteriale, ma sceglie attivamente e consapevolmente le condotte operative più idonee per il raggiungimento degli obiettivi, anche quando queste risultano contrarie o non rispondenti alle proprie inclinazioni caratteriali.

Non più quindi affidarsi soltanto all’intuizione o all’inclinazione, ma scegliere in modo attivo le condotte operative caratterizzate dal giusto atteggiamento emotivo.

Gli obiettivi quindi che lei ha portato avanti, in linea con gli obiettivi istituzionali, quali sono stati?

Migliorare la prestazione operativa dell’Operatore di Polizia. Sarebbe troppo facile eseguire semplicemente le guide delle tecniche operative. Abbiamo tanti manuali. Basterebbe leggere ed apprendere le tecniche sviluppate per ogni settore specialistico, applicarle e riusciremmo in tutto. Purtroppo questo non funziona, non basta. C’è l’elemento umano che interferisce. Ci sono troppi aspetti che intervengono in un’attività tecnico operativa e sono aspetti soggettivi. Il poliziotto che subisce e vive attivamente queste esperienze deve saper coordinare anche dentro di sé le giuste scelte comportamentali, che vengono influenzate ovviamente anche dallo stato d’animo con cui va ad affrontare il servizio

Se posso intervenire su questo, aggiunge il Dirigente Santacroce, ritengo che l’aspetto fondamentale per cui ho voluto anche ripetere questo corso per estenderlo un po’ a tutti, è che non volevamo lasciare al buon senso o al caso l’approccio che l’operatore di polizia di frontiera deve avere nei confronti del migrante durante la sua attività di servizio. Noi vogliamo avere dei professionisti che abbiano un’idea chiara su come comportarsi. Come se ci fosse un comportamento standard che noi abbiamo cercato di, tra virgolette, trasmettere o insegnare, attraverso loro che sono dei tecnici e che rappresentano la massima espressione della nostra professionalità anche psicologica. L’operatore della Polizia di Frontiera non si improvvisi in questo. Come abbiamo delle tecniche operative, come abbiamo degli schemi operativi sulle procedure penali, piuttosto sulle leggi di pubblica sicurezza, abbiamo voluto dare una formazione psicologica. Per carità c’è e ci deve essere anche il buon senso perché un fenomeno così non c’è mai stato in un ufficio di Polizia di Frontiera!

Ventimiglia rappresenta in questo momento un laboratorio per diversi aspetti e quindi anche per l’aspetto psicologico perché, attraverso lo psicodramma, ho visto che i miei operatori sono riusciti ad esprimere delle emozioni che probabilmente erano anche un po’ recondite per loro, perché non erano mai riusciti ad esprimerle o a percorrerle realmente. Onestamente il personale di Polizia ha anche a che fare con nuclei familiari, con bambini, con giovanissimi… Questo esempio lo dico perché tanto non l’ho fatto io e quindi non me ne sto vantando direttamente. Al dott. Luzi ho raccontato di quando abbiamo arrestato un trafficante di uomini che aveva preso cinquecento euro per trasportare in Francia una famiglia di afghani con quattro bambini, il cui più grande aveva quattro anni e mezzo; madre, padre, e quattro bambini: sei persone chiuse nel cofano. Questi bambini i miei operatori li hanno trovati letteralmente con degli stracci addosso, senza scarpe, li hanno portati qui, hanno dato loro assistenza, da mangiare, li hanno lavati. Le poliziotte, le agenti donne, si sono prese cura di loro. Quindi l’aspetto emotivo, l’aspetto psicologico comunque ci deve essere. Non possiamo lasciare all’improvvisazione del singolo come comportarsi in un caso del genere. Io adesso ho estremizzato per dire che l’aspetto umano è veramente uscito fuori in questo contesto. Chiaramente concludo che quello che li stava trasportando è stato arrestato. Ho raccontato questo esempio che è paradossale se vogliamo, però rende un po’ l’idea di quello che quotidianamente accade. Poi anche parlando di numeri stiamo parlando di 100, 150, 200, quindi non è 1 barra 2, ma si tratta di un fenomeno. Ha detto bene lei quando lo ha definito fenomeno.

Tra l’altro aggiungerei – interviene il dott. Luzi sono stati giocati degli psicodrammi dove venivano rappresentati eventi critici di polizia in cui venivano gestite efficacemente condotte aggressive del migrante. Le stesse condotte venivano isolate analizzate ed elaborate e diventavano materiale formativo per il gruppo.

Certo. Viene contenuta anche l’aggressività.

Certamente, semplificando l’attività operativa dei poliziotti.

Quindi in che cosa consiste, dott. Luzi, questo psicodramma? Per chi non è esperto, un chiarimento sulla metodologia.

Me lo ha ricordato una partecipante, nonché attrice teatrale oltre che poliziotta ovviamente. Lo psicodramma viene inventato da uno psichiatra rumeno statunitense, J. Jacob Moreno, che ha avuto l’ intuizione di come la rappresentazione di storie, fatti e vicende, e qui a Ventimiglia ne hanno da raccontare di critiche, possa non solo abreagire le tensioni emotive legate all’attività di polizia, riducendo sensibilmente lo stress che ne deriva, ma anche realizzare un vero e proprio abecedario, un manuale operativo delle emozioni.

Si parte dall’esperienza, come è partito Moreno, dalla strada. Lo psicodramma nasce dalla strada.

I suoi operatori lo hanno capito subito perché si sono messi in gioco immediatamente e ne hanno colto l’importanza e l’utilità. Ancora adesso mi riportano scene e immagini da affrontare con lo psicodramma e mi restituiscono nuovi pareri sull’utilità del gioco psicodrammatico.

Ha colto e soddisfatto perciò uno stato di bisogno?

Diciamo che siamo partiti da uno stato di difesa, di prevenzione. Alcuni erano anche particolarmente ostili. Poi devo dire che c’è stato un forte cambiamento.

Prosegue il Dirigente Santacroce – Assolutamente, sì sì, c’è stato un cambiamento importante nel momento in cui si sono resi conto che era uno strumento nelle loro mani e non erano loro quelli che venivano analizzati, perché Il dott. Luzi all’inizio mi diceva che la garanzia per i miei operatori dovevo essere io. Se io ci avessi creduto, ci avrebbero creduto anche loro. Io ci ho creduto ed ho fatto bene. Li ho coinvolti dicendo che non erano sotto esame loro, ma che era uno strumento che io in quanto dirigente volevo dare loro.

– Ci ha creduto a tal punto che ci ha proprio lasciato la sua stanza che è diventata un vero set psicodrammatico – Luzi intervenendo.

Santacroce – Sì, è vero! E’ stata allestita in un certo modo perché ovviamente bisogna creare una location tale che potesse creare un’atmosfera giusta per poter svolgere questa attività psicodrammatica e poi dovevano essere fatte delle riprese, quindi una serie di luci e di apparecchiature che loro hanno, lui e il suo staff. Come ben sa c’è tutto uno staff. Come in tutte le cose c’è sempre un lavoro preparatorio dietro. Quello che si vede è sempre la punta dell’ iceberg di tutto quello che è stato fatto prima.

E quindi dott. Santacroce, diciamo che si sono superate delle barriere interiori?

Assolutamente. E quindi tornando alla questione dei numeri che lei ha indagato nella prima domanda, noi nel 2016 abbiamo gestito 18mila migranti, quest’anno siamo già oltre 20mila, in 11 mesi. Il trend quindi è sicuramente in salita e questo dà il senso della complessità del fenomeno. Fine prima parte