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Elisa Gambardella

Elisa Gambardella – Francesco Bragagni
Dalla parte dei giovani

Nonostante qualcuno si ostini a far finta di non vederlo, il disagio giovanile è qui tra noi e il 4 marzo rischia di manifestarsi con un silenzio assordante nelle urne. Noi non ci stiamo. Noi, che abbiamo dedicato ai movimenti giovanili e studenteschi, nelle nostre città, in Italia e in Europa, molta parte delle energie che abbiamo avuto in questi anni, non ci possiamo stare. Perché le ragioni che ci hanno spinto a fare politica per cambiare un sistema distorto sono ancora qui, più vive e attuali che mai.

Il disagio lo respiriamo appieno e lo viviamo tutti i giorni. E anziché limitarci ad osservarlo, con le nostre candidature cerchiamo di dare risposte concrete a bisogni che conosciamo bene.

Ecco perché non ci spaventa bussare alle porte degli elettori spiegando il programma di INSIEME. Abbiamo una storia di impegno da raccontare, ma soprattutto una visione per il futuro in cui coinvolgerli.

Siamo orgogliosi di essere candidati per un lista che i giovani li vede nitidamente, che per questo ne ha candidati molti, in tutta Italia, e sui quali scommette per rinfrescare l’aria di un sistema incancrenito da risposte generiche e dalla fuga dalla politica.

“Ogni generazione deve apporre un suo sigillo al corso storico della società in cui vive e vivrà. Se ci rinuncia, sarà giovane solo anagraficamente. Non sarà portatrice di idee e realizzatrice di fatti nuovi”. Lo ha scritto Craxi ed è stato raramente più attuale: noi siamo qui per metterci la faccia.

Crediamo nel progetto di INSIEME perché parte da una visione chiara di società sostenibile, senza compromessi, e la declina in proposte vicine all’esigenza giovanile di avere gli strumenti per emanciparsi, senza paternalismi. Quegli strumenti che rendono ogni Stato giusto, moderno e civile del mondo degno di questi aggettivi. è questo il significato di proposte come l’incremento dei fondi per il diritto allo studio (ampliamento della no tax area e borse di studio che coprano il fabbisogno), la creazione di un fondo per gli istituti tecnico-scientifici e l’obiettivo di adeguare gli investimenti nella ricerca ai livelli di Francia e Germania.

Non solo: INSIEME si distingue dalla maggior parte delle proposte elettorali per la forte convinzione che il cambiamento, come quello apportato dalla digitalizzazione dell’economia e quindi del mercato del lavoro, non ci debba spaventare, bensì ci veda pronti a governarlo. La nostra generazione non è interessata a programmi che ignorano i cambiamenti che avranno un forte impatto sulle nostre vite. A noi interessano le proposte di riforma che permettono di rendere la quarta rivoluzione industriale un elemento di liberazione e miglioramento delle nostre vite. Ci interessa sapere che grazie alle nuove tecnologie possiamo semplificare la pubblica amministrazione, rendere più personalizzato e quindi efficiente il sistema di politiche sociali (dalla sanità, al sistema contributivo e previdenziale) e ripensare l’organizzazione del lavoro e delle relazioni tra datore di lavoro e lavoratore. A vantaggio di entrambi.

Noi abbiamo il compito di spiegare in modo estremamente chiaro tutte queste proposte. Perché, se rese visibili, siamo sicuri che i giovani non saranno più interessati a votare una destra che ci ha letteralmente rubato il futuro con politiche scellerate e insostenibili per vent’anni. E che poi ci ha persino punito ulteriormente con i tagli al sistema di welfare, che hanno fortemente ridotto la possibilità della nostra generazione di aspirare a un futuro migliore di quello della generazione precedente.

Per la prima volta dal dopoguerra.

Una destra il cui leader, non pago di quanto fatto nei lunghi anni di governo, si permette ora di fare analisi un tanto al chilo sui giovani che non studiano e non lavorano, e che, nella sua visione totalmente disconnessa dalla realtà, passano il tempo tra Playstation e discoteche.

Nessuno a ricordargli che in 5 anni, dal 2008 al 2012 impose un taglio abnorme del fondo per le politiche sociali del 75%, che passò da una dotazione originaria di 923,3 milioni di euro a 69,95 milioni.

Nessuno a ricordargli che la flat tax, sperimentata con esiti nefasti in alcuni paesi soprattutto dell’Est Europa, è un provvedimento che demolirebbe la progressività fiscale, principio sancito dalla nostra Costituzione, in virtù del quale molti giovani liberi professionisti usufruiscono del regime dei minimi che gli permette di non andare in perdita tra guadagni e spese nei primi anni di lavoro.

Siamo sicuri, altresì, che a chi come noi ha tra i 20 e i 30 anni non interessa un movimento che di fronte alle sfide del cambiamento si nasconde e ne ha una paura talmente grande da avere come unica proposta quella di dare dei soldi a tutti, senza però accompagnarla a politiche che permettano a tutti, indipendentemente dal contesto socio-economico di provenienza, di perseguire le proprie aspirazioni di realizzazione personale. Ma allora a cosa serve il reddito di cittadinanza? Ma allora cos’è per questi incompetenti la cittadinanza? Ma del resto chi si candida a governarci è meno qualificato di noi. è meno qualificato della generazione più istruita che il mondo abbia mai visto. Ma anche l’unica generazione della storia che rischia di essere annientata senza che siano state necessarie una guerra, una carestia o una pestilenza. No. Ci stanno annientando con l’ingiustizia. Quella di vedere i rampollini senza arte né parte andare avanti senza aver subito nessuna conseguenza per la crisi, mentre chi come noi proviene da famiglie semplicemente normali (e chi scrive non è tra i più sfortunati) impazzisce tra tirocini avvilenti e stipendi umilianti, subisce continue interruzioni di carriera, dovute a capricci fiscali e assenza di visione di impresa e capacità d’investimento sui giovani, dovendo ancora ringraziare per avere il privilegio di non dover passare la giornata sul divano.

Le teorie dei benpensanti, secondo cui la nostra generazione odia la politica e, se vota, vota 5 Stelle o altri soggetti estremisti, non solo sono false ma servono ad allargare le fratture nella nostra società e ad allontanare dalla politica chi studia o si appresta ad entrare nel mondo del lavoro. I giovani che aprono alle porte a cui bussiamo, quelli con cui condividiamo la nostra vita, ha sete di politica, ma di quella vera: che sa offrire una visione chiara e che in modo netto si batte per essa. È perché sono mancati i soggetti in grado di portare avanti un’idea di futuro coerente che la nostra generazione fugge dalla politica.

Per queste ragioni, crediamo che con la speranza e l’ottimismo della volontà riusciremo a convincere un’intera generazione che dobbiamo stare INSIEME per combattere le disuguaglianze e, rispondendo ai bisogni, offrire la possibilità di liberare i meriti dal tappo dei privilegi, permettendogli di esprimersi appieno. E portare avanti tutti.

Ha ragione Romano Prodi, quando nella sua dichiarazione di sostegno alla lista INSIEME, che ci ha riempito di orgoglio, ha detto che dobbiamo andare a testa alta: perchè le nostre idee e i nostri programmi sono gli unici in grado di offrire un futuro al nostro Paese, e che per questo dobbiamo giocare all’attacco, senza subire le offensive di chi non ha valori, ma solo istinti.

Noi siamo qui e continueremo e bussare alle vostre porte fino al 4 marzo. Anzi, continueremo anche dopo. Se anche voi vedete l’Italia che sogniamo noi, uniamo le forze. La nostra generazione si merita un cambiamento reale.

Elisa Gambardella – capolista per Insieme alla Camera, Liguria 02

Francesco Bragagni – candidato alla Camera, Emilia-Romagna 01

Elisa Gambardella
Liguria antifascista, prendiamo distanze da xenofobi e violenti

“Oggi ci siamo uniti al messaggio forte, chiaro e soprattutto unitario, insieme all’ANPI, tantissime associazioni, partiti e cittadini, che la Liguria è antifascista e non si riconosce in movimenti e organizzazioni che si ispirano a idee razziste, xenofobe e maschiliste” Lo ha dichiarato Elisa Gambardella, capolista alla Camera, Liguria levante, di “Insieme”, la lista di ispirazione ulivista che concorrerà alle prossime elezioni politiche del 4 marzo, alleata del centrosinistra. Elisa Gambardella, presente alla manifestazione “mai più fascismi!” a sestri levante ha aggiunto: “La Liguria che ha lottato e si è liberata dal fascismo, non dimentica di aver conquistato la libertà con il sangue e non accetta rigurgiti illiberali e violenti.
È sempre un orgoglio vedere la mia terra alzare la testa. La nostra lista, che ha nel socialismo e quindi nell’antifascismo una delle sue colonne portanti, ha voluto essere presente questa mattina con la sua bandiera: non esiste futuro senza memoria e queste manifestazioni sono l’immagine dell’Italia in cui crediamo e che vogliamo rappresentare”, ha concluso.

Giovani europeisti a Bonino: hai tradito la nostra storia e le nostre battaglie comuni di libertà per un posto sicuro

Con la scelta di oggi, i leader di +Europa, Bonino Della Vedova e Magi, ci deludono profondamente. Questa lettera aperta nasce con l’intento di dirlo chiaramente. Molti di noi sono stati simpatizzanti radicali per anni, ma non dopo oggi. Molto di noi sono stati per anni ispirati al progetto della Rosa nel pugno. Dopo questa scelta, la nostra stima svanisce.

Abbiamo ascoltato +Europa e Tabacci rivolgersi a noi giovani, spiegando che la lista che sta per nascere, +Europa e centro democratico, ha lo scopo di parlare del nostro futuro. Come non essere d’accordo: è proprio il motivo per cui, in quanto aderenti a Insieme, abbiamo sperato fortemente che +Europa sposasse il nostro progetto.
Avremmo potuto parlare di futuro dando continuità e ancora più autenticità a una storia di battaglie fatte insieme da socialisti, radicali e, più in generale, laici italiani ed europei. La storia delle battaglie che hanno reso l’Italia un paese più libero, civile e laico. Ecco la parola che non abbiamo sentito oggi, sebbene simbolo dell’identità radicale, così come nostra: laicità. Né abbiamo sentito alcun richiamo alle tante battaglie dei radicali contro la partitocrazia. E non è difficile capire il perché. Scegliendo di unirsi a centro democratico, i radicali rinunciano alla propria identità e alla propria storia. Bruno Tabacci gode del nostro rispetto ma appartiene alla storia democristiana della politica italiana. Cioè tutto ciò che è contrario a laicità e l’ultimo che possa iscriversi alla lotta alla partitocrazia. È un politico apprezzato, certamente animato da profondo spirito democratico, ma la sua storia è molto distante da quella dei radicali. Lo dicono i fatti.

Perché tanta amarezza, qualcuno potrebbe chiedersi. Perché una strada per permettere a +Europa di concorrere a queste elezioni mantenendosi integri c’era e si chiama Insieme. E l’abbiamo detto tante volte, in tanti modi. Avete preferito ascoltare il tatticismo e la possibilità di acchiappare un collegio uninominale “sicuro” in più. Noi invece avremmo voluto fare una campagna elettorale per raccontare come possiamo migliorare l’Italia, insieme a voi. Avete scelto un’altra strada, per il vostro esclusivo interesse personale e contro quello degli Italiani. Abbiate la dignità e il coraggio di dire la verità, come tante volte avete giustamente chiesto agli altri di fare.

A tutte le ragazze e i ragazzi che nutrono speranze nell’Europa unita, a tutte le compagne e i compagni socialisti ma non solo, a quei giovani laici e riformisti che condividono un orizzonte più largo e aperto, chiediamo di condividere questo appello, stilato con logica amarezza ma anche con fiducia, per costruire insieme un percorso autenticamente europeista nella serena convinzione di essere ormai, purtroppo, gli unici a poterlo perseguire con la necessaria coerenza e convinzione.

Elisa Gambardella
Francesco Bragagni
Luigi Bennardi
Riccardo Caboni
Mattia Ciafardo
Andrea Frizzera
Marcello Gianferotti
Alessandro Maffei
Lorenzo Malfatto
Gianpiero Carlo Milani
Nicolò Musmeci
Riccardo Oliva
Enrico Maria Pedrelli
Leonardo Pierini
Daniele Riggi
Scipione Roma
Alice Casadei
Annarita Castellani
Emanuele Curigliano
Vittorio Curigliano
Tommaso Cutrì
Francesca Rosa D’ambra
Chiara Imbalzano
Graziano Luppichini
Riccardo Melia
Alessandro Munelli
Domenico Tomaselli
Sharon Tomaselli

Elisa Gambardella
Onorare Anna Kuliscioff significa battersi per tutte le donne del mondo

Vedeva l’ingresso della donna nella storia come forza viva e vivificatrice per tutta la società e la crescente industrializzazione della società come momento storico di slancio per l’emancipazione femminile, grazie alla relazione tra acquisizione dell’indipendenza economica e affermazione dei diritti civili e politici. La società di massa e l’industrializzazione dovevano essere gli strumenti per l’innovazione utili a far uscire le donna di casa e permetterle di emanciparsi.

Anna Kuliscioff è sempre stata avanti su tutto, nelle lotte e nella vita. Personal is political sarebbe diventato lo slogan della seconda ondata di femminismo, anni ‘60 e ‘70, ma sembra cucito sulla storia di questa donna straordinaria. Contribuì a fondare il Partito Socialista in Italia, fu tra le massime esponenti dei diritti delle donne agli albori del ‘900, tra le prime donne medico e vivacissima mente alla base di Critica Sociale, il primo periodico del socialismo riformista, fondato e diretto insieme a FIlippo Turati. Anna Kuliscioff fu certamente protagonista di una delle pagine più coraggiose e feconde della storia del socialismo italiano.

Il compito di consegnare alla memoria le tracce della vita eccezionale di Anna Kuliscioff spetta agli storici. A noi spetta invece il dovere di continuare a onorare il lascito del suo lavoro, continuando a riflettere ed elaborare sulla società, interpretandone i cambiamenti e continuando a vedere nelle diverse forme dell’innovazione il progresso da governare per porla a servizio dell’emancipazione delle donne – e di tutti coloro che non hanno ancora la possibilità di realizzare le proprie aspirazioni.

Viviamo tempi di sfiducia e disillusione nel progresso, in cui una buona parte della popolazione del mondo occidentale sceglie la fuga dalla politica anziché un programma di riforma. Tempi in cui si ritiene necessario aggiungere l’aggettivo “ottimista” per definire quei riformisti che credono che se governata la digitalizzazione possa svolgere quella funzione di emancipazione e liberazione individuale e collettiva che Anna Kuliscioff vedeva nell’industrializzazione e nella società di massa. E’ stata una visionaria, ma la ragione per cui possiamo dire che il socialismo è stato forza motrice di progresso e miglioramento delle condizioni di vita degli Italiani è che alla visione è sempre seguita l’ambizione della realizzazione.

Cogliere questa eredità significa riflettere su ciò che blocca ancora l’emancipazione femminile e guardare al governo dell’innovazione e della globalizzazione come forza per il progresso. Ad alcuni suona ancora visionario dire che la digitalizzazione dell’economia e della società andrebbe osservata con la stessa ambizione di Anna Kuliscioff.

Quando la Kuliscioff pensava al progresso, doveva essere ancora raggiunta l’immensa e inizialmente lontanissima conquista del diritto di voto delle donne. Oggi che votiamo dobbiamo ancora batterci per ottenere pari opportunità e piena emancipazione, dunque la possibilità di perseguire la realizzazione individuale e l’implementazione di politiche volte ad incoraggiare il superamento degli stereotipi di genere che ancora alimentano la diseguale possibilità per uomini e donne di essere liberi ed eguali fino in fondo.

Onorare Anna Kuliscioff oggi non significa (solo) organizzare convegni per ricordarne l’opera, bensì battersi per fare in modo che la violenza di genere sia estirpata dalla nostra società grazie a politiche per l’istruzione che aiutino a superare gli stereotipi di genere. Vuol dire avanzare proposte insieme al sindacato che facciano diventare realtà la parità salariale (stesso stipendio per lo stesso lavoro) e l’eguale accesso alle professioni. Significa pensare alla digitalizzazione dell’economia come strumento al servizio di una riforma del welfare che incoraggi le famiglie a non lasciare tutto il peso delle cure domestiche sulle donne. Non ultimo, vuol dire credere ancora che l’internazionalismo faccia del socialismo il movimento di liberazione globale dalle sofferenze. E dunque lavorare molto più intensamente alla globalizzazione dei diritti: i diritti civili e politici per cui Anna Kuliscioff tanto si è combattuta e ha fatto nella sua vita sono ancora lontanissimi dall’essere raggiunti in molti paesi del mondo. Onorare Anna Kuliscioff, oggi, significa non permettere che nessuno resti indietro e impegnarsi per lasciare un mondo senza privilegio, dove tutte le donne hanno pari dignità e opportunità, indipendentemente da dove siano nate e cresciute.

Elisa Gambardella

Segreteria nazionale PSI e Presidium member Young European Socialists

Elisa Gambardella
Perché è giusto cambiare

Perché Sì

Il 4 dicembre siamo chiamati ad esprimerci su un quesito fondamentale, eppure troppo spesso semplificato in modo eccessivo o reso incomprensibile per mania di tecnicismo. Il quesito è composito e complesso. Per questo mi trovo nella curiosa posizione di chi vuole votare sì e spinge altri a farlo, ma vorrebbe vedere una campagna per il sì più articolata, senza essere più complicata, di quella attualmente in essere sui principali canali di comunicazione. E per questo scrivo questo articolo: l’intento è dire cosa cambierebbe e perché ritengo giusto che avvenga. Il titolo è deliberatamente provocatorio, voterò sì per le ragioni che sto per esporre e mi piacerebbe vedere abolite le campagne che non informano né forniscono ragioni solide al voto, facendo del 4 dicembre la data in cui inizierà o finirà il mondo. Non è così: una vittoria del sì determinerebbe cambiamenti sostanziali nell’assetto costituzionale, quella del no la semplice conservazione del sistema vigente. Conservazione fino a data da destinarsi ovviamente, perché nessuna forza politica troverebbe nuovamente la volontà di cimentarsi nell’impresa per almeno un decennio.

Entriamo nel merito: perché va cambiato l’assetto vigente del Parlamento? Il cambiamento non è di per sé migliorativo. Tuttavia se non c’è dubbio che la volontà politica sia la sola capace di produrre azione politica è altrettanto vero, come ricordava Giuliano Amato quando su sollecitazione di Craxi preparava la proposta di riforma costituzionale del PSI, la volontà politica viene dispersa quando non ci sono istituzioni capaci di servirla e renderla azione. E farlo in modo pronto ed efficace, in un contesto globale in cui il processo decisionale è sempre più rapido. Fare in modo che ciò avvenga è un atto dovuto nei confronti della democrazia e prenderne atto è un fatto di pragmatismo, che non prescinde dalla volontà di liberare la politica e renderla nuovamente autonoma, anzi.

Il superamento del bicameralismo perfetto

Superare il bicameralismo perfetto significa dare la possibilità al legislatore di agire, rendere più responsabile il Governo, ridurre il numero di decreti legge e rinvigorire il dibattito parlamentare.

La legge di riforma costituzionale su cui ci esprimeremo a dicembre è perfettibile e, del resto, è la riforma stessa a chiedere successivi interventi: il nodo del metodo di selezione dei futuri Senatori non è un dettaglio e verrà disciplinato con legge ordinaria. Ciò che potremo già definire votando sì al referendum è però un tassello importante e positivo a parere di chi scrive, composto dalla migliorata efficienza dell’iter legislativo e dal coinvolgimento costante nella politica nazionale dei rappresentanti del territorio, contraltare della nuova proposta di ripartizione delle competenze tra Stato e Regioni. Con efficienza istituzionale non si intende qui l’accelerazione del processo legislativo, bensì il suo miglioramento: oggi in Italia si producono troppe norme, scritte malamente e quindi incomprensibili o ancor peggio inapplicabili. Soprattutto, si priva di fatto il Parlamento del proprio ruolo, a causa del continuo ricorso a decreti legge, maxiemendamenti e fiducia. È una sincera democrazia parlamentare quella che funziona così? I veri pesi e contrappesi di una democrazia, cari a chiunque ne abbia a cuore le sorti, sono questi. Permettere a ciascuna istituzione di svolgere al meglio la propria funzione, in modo indipendente ma vigilato. Non mi auguro che la riforma permetta di approvare più leggi, al contrario voto sì affinché se ne scrivano meno, ma bene e discusse nel merito. Senza subire l’ostruzionismo oggi permesso dai regolamenti parlamentari, che verrebbe impedito o perlomeno smascherato dalla nuova disciplina per il procedimento legislativo.

Forse è un limite di comprensione personale, ma non riesco a capire la minaccia di deriva autoritaria che verrebbe imposta dalla riforma: il potere esecutivo non è ampliato e le Camere vedrebbero casomai rinvigorite le proprie funzioni e prerogative. Il Governo perderebbe, anzi, uno strumento per ottenere leggi in poco tempo, i famigerati decreti legge. La riforma introduce la possibilità per il Governo di chiedere alla Camera di legiferare su una materia di particolare importanza per l’esecutivo entro 70 o 85 giorni, con termine di scadenza scelto dalla Camera stessa a seconda del proprio calendario.

Il Senato cambierebbe, per composizione e funzioni: sarebbe composto da 95 componenti elettivi (consiglieri regionali e sindaci) e 5 Senatori di nomina del Presidente della Repubblica, oltre agli ex Presidenti. Il Senato non sarebbe più coinvolto nel voto di fiducia al Governo, che resterebbe prerogativa della sola Camera dei Deputati (come in tutte le altre democrazie parlamentari) e si prevedono due procedimenti legislativi distinti: uno bicamerale, per poche leggi di particolare importanza (ad esempio quelle costituzionali) e uno monocamerale, per tutte le altre leggi. Il Senato potrebbe tuttavia proporre modifiche ai testi approvati alla Camera, ma senza possibilità di ostruzione strumentale: al Senato sono concessi da 10 a 40 giorni al massimo per restituire alla Camera il testo arricchito con le proprie modifiche. Il procedimento è così più chiaro e si concentra sul merito delle leggi. Nondimeno il Senato esercita la propria funzione di controllo su diverse materie: dalle politiche pubbliche, all’attuazione delle leggi, all’attività delle pubbliche amministrazioni fino all’impatto nei territori delle politiche dell’UE. Anche il Presidente della Repubblica vede di fatto rafforzato il proprio ruolo di garanzia: oggi a causa del termine di 60 giorni per l’approvazione di un decreto legge il Capo dello Stato non riesce di fatto a rinviare alle Camere la legge di conversione di un decreto, pena lo scadere del termine. Con la riforma, tale termine viene prolungato: si arriva a 90 giorni, dando così più tempo al Presidente della Repubblica di chiederne il riesame alle Camere.

La nuova ripartizione delle competenze tra Stato e Regioni

Che il Titolo V della Costituzione vigente stia generando mostri è un fatto noto: in Italia c’è una causa di contenzioso tra Stato e Regioni ogni tre giorni. La media è di centoventi cause all’anno. Tra le materie più contestate figurano la finanza pubblica, l’ambiente e il paesaggio, le infrastrutture, l’edilizia e l’urbanistica. E quali sono le materie che ora verrebbero sottratte alla competenza regionale? Quelle sulle grandi infrastrutture strategiche, sul coordinamento della finanza e del sistema tributario, sulla tutela e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici, porti e aeroporti civili di interesse nazionale e internazionale. Ovvero quelle che riguardano l’interesse nazionale. In questo modo oltre a ridurre il numero di contenziosi, verrebbe resa più rapida, ma soprattutto più razionale, la legislazione in queste materie. Francamente l’operazione pare talmente logica e giusta da non necessitare ulteriori ragioni per sostenerla. Inoltre le Regioni non vengono private della facoltà di dire la propria su queste le materie, essendo appunto ampiamente rappresentate in Senato.

I diritti dei cittadini e la partecipazione politica

Se vince il sì, viene rafforzata la partecipazione politica, grazie all’introduzione del referendum propositivo e all’obbligo per le Camere di prendere in esame entro termini definiti le leggi di iniziativa popolare. Ci vogliono 150mila firme anziché le 50mila di oggi, è vero. Ma oggi siamo 60 milioni, quando ne furono previste 50mila eravamo 40 milioni di cittadini. Nel 1948, poi, internet non c’era: oggi è estremamente più semplice raccogliere le firme. Inoltre, conosciamo quanto difficilmente le leggi di iniziativa popolare siano oggi effettivamente prese in considerazione dal Parlamento: con questa riforma non potrebbero più sottrarsi alla loro discussione. Per quanto riguarda il referendum abrogativo, quando i proponenti raccolgono 800mila firme (quelle minime perché il referendum sia ammesso restano 500mila) cambia il quorum: non sarà più necessario che si rechi alle urne la maggioranza degli elettori affinché la proposta sia approvata, bensì la maggioranza dei votanti alle ultime elezioni per la Camera dei Deputati. Anche qui una modifica intrisa di pragmatismo, che cerca di rivitalizzare nel complesso la partecipazione politica, ma che non chiude gli occhi di fronte all’astensione quale fenomeno crescente. Prendendone atto, non ci si arrende di fronte al dato, ma si rende giustizia a tutti quei cittadini che compiono il proprio dovere andando a votare e al vasto consenso raccolto in fase di proposta del referendum.

Più garanzie

Mai più consultellum e accuse continue (e infondate) di legislatore illegittimo: con la riforma costituzionale si introduce una nuova forma di controllo sulle leggi elettorali. Prima dell’entrata in vigore della legge elettorale un quarto dei Deputati o un terzo dei Senatori potrà chiedere alla Corte Costituzionale di verificare la costituzionalità di una qualsiasi legge elettorale. Vale anche per l’Italicum. Ci libereremo finalmente dell’incertezza, quando non dello sdegno, di leggi scritte talmente male da risultare incostituzionali. Magari dopo essere state applicate, comportandone una versione modificata di fatto inapplicabile. Guadagneremo tempo e fiducia, perché sapremo se esistono vizi di incostituzionalità prima dell’entrata in vigore e potremo votare sempre con la serenità che anche quando una legge elettorale non ci piace, non viola i principi della Carta costituzionale.

Il metodo

Un’ultima osservazione. Sento dire da molti sostenitori del no che una riforma tanto importante non andrebbe affidata a referendum popolare, ma dovrebbe trovare consenso più ampio di quanto non sia accaduto in questo caso nel Parlamento. Li invito per prima cosa a rileggere l’art.138 della Costituzione (quella che non hanno intenzione di modificare), così che si possa parlare dei fatti in modo informato. Perché il referendum serve appunto a garantire che la Costituzione venga modificata solo e se c’è ampio consenso popolare. Ma li invito anche a rimboccarsi le maniche e ad avere più fiducia nei cittadini: se non vogliamo che gli Italiani cerchino su internet il significato del quesito referendario il giorno dopo il voto mangiandosi le mani (come accaduto dopo il voto in Regno Unito sulla Brexit) informiamoli a dovere. Senza demagogia, parlando agli elettori della sostanza della riforma. In qualunque modo la si pensi circa la sua validità. Il sale in zucca è distribuito in modo equo tra gli Italiani! Sapranno capire, se spieghiamo in cosa consiste il quesito, senza tecnicismi bizantini né semplificazioni azzardate. L’onestà di chi fa politica è questa.

Elisa Gambardella

Penati, quattro anni di calvario

Poco tempo fa un’associazione studentesca ha organizzato un’iniziativa all’università di Rome Tre, invitando Di Pietro per “raccontare mani pulite”. Tralasciando i commenti sull’iniziativa in sé, parto da lì perché quella fase storica contribuì enormemente a diffondere un giustizialismo maligno e bieco in Italia, a non distinguere più tra colpevoli e non, a fare di tutte le erbe un fascio, a erigere i vari Travaglio e Di Pietro a eroi della patria, a rendere il M5S qualcosa di votabile dal 25% degli elettori italiani nel 2013 e contestualmente a demolire il principio per cui non devi essere ricco per poter fare politica (l’abolizione del finanziamento pubblico “perché è la volontà popolare a chiederlo” è un ritornello che risuona ancora sinistro nelle orecchie). Tutte convinzioni che hanno portato a casi come questo. Purtroppo un caso non isolato.

Ad ogni fervente giustizialista vorrei semplicemente dire, in queste occasioni più che mai, che ricordarsi che dietro a ogni vicenda ci sono delle persone, dovrebbe essere il primo pensiero di chiunque voglia sinceramente fare giustizia in questo Paese. Perché 4 anni di calvario ingiustificato sono tutto tranne che giustizia.

Oggi Penati, ieri moltissimi altri, che la stampa italiana non ama ricordare. Spero che l’Italia stia superando davvero una fase di assoluta incoerenza rispetto al dettato garantista del nostro ordinamento. Spero che quella parola dal richiamo potente che è “giustizia” riassuma presto il valore profondo che le appartiene.

Elisa Gambardella
Vice Segretaria FGS

La liberté vaincra

Il bilancio tra morti e feriti dell’attacco rivendicato dall’ISIS a Parigi ammonta mentre scrivo a più di 328 persone. Sì, stiamo vivendo l’11 settembre europeo.
Filippo Turati disse: “L’integralismo è noi più l’oscurità, noi più l’equivoco”. La minaccia ha un padre straniero ed un madre nativa: il seme è un oscurantismo religioso, il grembo è l’ambiguità della nostra società. I mostri non sono alieni. È un’epoca buia, sorpresa dalla notte nei malintesi, nel sangue, che vede la crisi della democrazia come una crisi di significato. I valori democratici, preda facile del fondamentalismo violento, sono sfiniti dalla retorica e dalla paura. Di sfinimento in sfinimento, di paura in paura…voilà, siamo nell’era dell’insignificanza. Nuovo totalitarismo, come quello primitivo dell’ISIS. La società ha bisogno di una colonna di chiarezza e ragione. Oggi i parigini, i francesi tutti, sono in prima linea nella lotta contro l’oscurantismo. Noi ci sentiamo accanto a loro, stretti e vicini nella trincea che è chiamata ad essere pilastro della luminosità, per rispondere al terrore. È con questo messaggio che i giovani socialisti italiani hanno espresso la propria profonda solidarietà ai compagni francesi, che proprio oggi celebrano il congresso nazionale.
È un attacco a Parigi, all’Europa e alla libertà. Ci vogliono terrorizzati. E non è facile mantenere i nervi saldi e non sentirsi fragili. Ma il nostro compito è mostrargli che la democrazia, la libertà e la laicità hanno solidità a sufficienza per reagire con fermezza alla codardia del terrore. L’Unione Europea ha il dovere di unirsi alla rabbia dei Francesi e sprigionare, insieme, l’urlo di dolore di un’intera società, che oggi si sente offesa.
Non c’è tempo per leccarsi le ferite. C’è una norma, la c.d. clausola di solidarietà, che codifica l’esigenza che sentiamo di rispondere all’attacco subito da Parigi con l’unità richiamata anche dal presidente Hollande. Questa prevede che qualora uno Stato membro sia oggetto di un attacco terroristico e ne faccia richiesta, l’UE e gli Stati membri agiscano congiuntamente, mobilitando tutti gli strumenti di cui dispongono. Non è un meccanismo automatico e spetta alla volontà della Francia chiedere di attivarlo, comunicandolo alle istituzioni europee. Chi scrive non ritiene che l’Eliseo non disponga dei mezzi per rispondere autonomamente all’ISIS. Tuttavia, la risposta non deve essere esclusivamente nazionale proprio perché questo non è un attacco alla sola Francia, ma ad un’insieme di valori, liberté, egalité, fraternité, che lì hanno visto la luce, ma che hanno felicemente contaminato un’intera comunità, di cui è figlia la stessa Unione europea. Ed è dunque con compatta assertività che questi ideali vanno riaffermati e rafforzati. Perché non c’è dubbio che alla fine sarà la libertà a vincere contro l’oscurantismo e la sua violenza. La storia lo insegna. I popoli, spesso faticosamente, a volte lentamente, ma sempre hanno lottato e sconfitto gli integralismi e i totalitarismi a cui oggi siamo nuovamente costretti ad assistere. La liberté vaincra, ma dobbiamo fornire i mezzi per donare forza e solidità alla sua azione. Che non significa cedere all’odio: la pace e i valori democratici devono restare la stella polare della lunga notte che stiamo vivendo. La solidarietà internazionale, il socialismo e le sue radici non si nutrono di violenza, ma del comune sentire tra popoli. Quel grido che sentiamo nelle viscere è il cuore dell’internazionalismo. Quello stesso grido non ci porta alla reazione disperata che fu degli Stati Uniti, ma ad una risposta democratica e insieme ferma: usiamo la clausola di solidarietà per proteggere la popolazione europea e colpire chi ha tentato di metterne a repentaglio i valori fondanti. Ma non cediamo a nulla di più e lavoriamo per costruire un asse che in Medio Oriente possa essere il faro della democrazia araba e fronte unito contro l’oscurantismo.
Elisa Gambardella
Vice Segretario Nazionale FGS

Si è svolto a Malta
lo Iusy World Festival

MaltaUna delegazione della Federazione dei Giovani Socialisti ha preso parte tra il 20 e il 26 agosto al Festival Mondiale della IUSY (l’Internazionale dei giovani socialisti) a Malta. La partecipazione a questo importante appuntamento internazionale, cui hanno preso parte oltre 1.200 giovani provenienti da tutti i continenti, ribadisce il forte impegno dell’FGS sul piano delle relazioni internazionali e della politica estera. Importanti campagne per i diritti umani (come quella per il rilascio del compagno venezuelano Paniz) per le libertà dei popoli (come quella per i fratelli curdi) e le partecipazioni agli ultimi congressi internazionali da protagonisti, hanno garantito alle politiche dei giovani socialisti italiani il rispetto ed il riconoscimento dei compagni di tutto il mondo.

Per i nostri delegati è stata un’esperienza umana e politica straordinaria. Siamo entrati a contatto con compagni dalle storie più diverse, con un vissuto politico e personale per noi difficile da immaginare. Pensiamo ai compagni ucraini, bielorussi, curdi, palestinesi, israeliani, saharawi o birmani. Compagni per i quali l’impegno politico può significare l’arresto, l’esilio o l’essere vittima di violenza. La forza dei compagni norvegesi dell’AUF, presenti con più di 100 partecipanti, per non dimenticare la strage di Utoya, ricordata con commozione alla cerimonia d’apertura del festival.

Storie fortemente diverse, unite però da un’unica convinzione: la fiducia nell’internazionalismo e nel modello socialdemocratico, solidi argini alle forze delle destre conservatrici ed autoritarie in tutto il mondo. Storie che, in modo diverso, condividono gli stessi spazi, fisici e politici. E se c’è un luogo in grado di esprimere la pluralità anche aspra e contemporaneamente la condivisione di lotte ed aspirazioni dei popoli, questo è il Mediterraneo. Abbandonato però, e da anni, a sé stesso e a chi ne abita le coste come meglio riesce, perché la volontà politica di dare voce e poi risposta alle domande espresse dai Mediterranei è immobile, almeno da quando sono scoppiate le rivoluzioni arabe.

Per questo uno dei mari più difficili da gestire dovrebbe tornare a condividere una lingua con cui affrontare le sfide comuni: il nodo delle migrazioni, degli accenti diversi con cui le nostre lingue intendono il sistema democratico, del lavoro, dei flussi commerciali, dello scambio di risorse alimentari ed energetiche e del modello di sviluppo da creare, solo per citarne alcuni. E deve essere la IUSY, insieme all’Internazionale, a farsi carico per prima della responsabilità di ritrovare il dialogo tra le coste del Mediterraneo. Convinti che questo impegno debba essere una priorità per la IUSY, l’FGS ha chiesto al comitato del Mediterraneo che si è riunito al Festival di essere più attivo nell’Internazionale: (pre)occupiamoci del Mediterraneo. Se non saranno i giovani socialisti che lo vivono a parlarsi e prendersene cura, immaginandone un futuro più luminoso del tempo di morte e devastazione che attraversa oggi, chi sarà a farlo e come?

Dobbiamo essere noi socialisti e specialmente noi giovani a fare il primo passo e proporre un modello comune, di pace, democrazia e rispetto. Ecco perché la FGS ha intrattenuto colloqui di confronto profondo con i compagni marocchini, spagnoli, israeliani, saharawi, palestinesi, francesi e balcanici, ottenendo infatti un chiaro consenso dai fratelli mediterranei nell’incoraggiamento fatto alla IUSY per riflettere e impegnarsi maggiormente in quest’area.

Solo una volta tornati a casa ci rendiamo conto che, inconsapevolmente, la nostra splendida esperienza a Malta ha un fil rouge: la ricerca, grazie al confronto, delle radici comuni che rendono tanto forte, perché unito, il nostro movimento. Che tuttavia ultimamente sembra afflosciato, indebolito dalla mancanza di un obiettivo chiaro. Per questo il fil rouge dell’impegno dei socialisti italiani a Malta passa dal Mediterraneo come culla comune all’America latina, dove tanti compagni hanno doppia cittadinanza. Quello con le giovanili argentine e cilena è stato un incontro intenso, due ore di dialogo profondo, sulle ragioni delle nostre lotte, le comuni esigenze e soprattutto aspirazioni per la società in cui viviamo. Le stesse, nonostante l’oceano che ci separa. E proprio questa è la reale forza, indelebile, che unisce i compagni che condividono i festival IUSY e YES. Compagni, per sempre: “All over the world to change it”.

Elisa Gambardell

Riccardo Galetti

BERSANI E NENCINI CHIUDONO LA CAMPAGNA PER LE PRIMARIE RICORDANDO LA FIGURA DI PERTINI

 

Riccardo Nencini e Pierluigi Bersani arrivano insieme a Stella San Giovanni e con il Sindaco socialista Marina Lombardi entrano nella casa natale di Sandro Pertini.  E’ un omaggio che commuove entrambi i Segretari, che lasciano la parola ad una Marina Lombardi emozionata per la visita, ma decisa quando dice che “l’Italia ha bisogno di sinistra e questa sinistra unita, riparte da qui, e riparte da Riccardo”. Il Segretario del PSI Nencini non ha dubbi: Pertini avrebbe benedetto di cuore questa alleanza. Scherza poi dicendo che, a dispetto di un commento giornalistico in cui Bersani era paragonato ad Ulisse, lui preferirebbe parlare di Enea, che ha dovuto aspettare sette anni anziché dieci prima di poter rientrare a casa. E la sinistra finalmente (ri)unita, con Bersani a Capo del Governo, così come Enea tornerà a “casa”: l’orizzonte verrà raggiunto insieme, dice Nencini, grazie alla condivisione di un progetto chiaro per gli Italiani. Continua a leggere

Congresso Pes: la nuova presidenza a Stanishev, già Primo Ministro in Bulgaria

Con il 91.3% dei voti a favore è stata approvata oggi la nuova Presidenza del PSE, in cui è confermata la presenza del Partito Socialista Italiano grazie all’elezione di Luca Cefisi all’interno della Presidenza di Sergei Stanishev. L’elezione è stata accolta dal pubblico con un’ovazione, cui è seguito il discorso del neoeletto Presidente. Stanishev, già Primo Ministro in Bulgaria, ha voluto sottolineare quali saranno i principi che ne guideranno il mandato: coesione, solidarietà, rispetto, coordinamento territoriale, inclusione e sviluppo, con particolare attenzione al mondo sindacale. Continua a leggere