BLOG
Emanuele Pecheux

Nosferatu’s fake

Com’era prevedibile l’annuncio dell’Alto Commissario per i diritti umani dell’Onu, Michelle Bachelet, in cui l’ex presidente del Cile ha annunciato l’intenzione “di inviare in Italia personale per valutare il riferito forte incremento di atti di violenza e di razzismo contro migranti, persone di discendenza africana e Rom” ha provocato la rabbiosa reazione del Ministro Salvini che, in perfetto stile trumpiano, ha definito l’Onu “inutile” minacciando di “tagliare i finanziamenti”. Che Salvini seguiti a fare il Ganassa non sorprende considerati i suoi comportamenti criminali nella vicenda di Nave Diciotti. Ciò che francamente indigna è la reazione di certa stampa sostenitrice del Truce (copyright Giuliano Ferrara) in particolare de Il Giornale, organo della famiglia Berlusconi, diretto dal sosia di Nosferatu Alessamdro Sallusti che ha pensato bene di definire (in prima pagina) la Bachelet nientemeno che “comunista” corredando il pezzo con argomenti risibili.
La verità è un’altra: Bachelet non è e non è mai stata comunista. Il padre, un ufficiale dell’aviazione cilena, fu incarcerato per non aver aderito al golpe di Augusto Pinochet dell’11 settembre 1973, e morì a seguito delle torture subìte. La ventiduenne Michelle, studentessa di medicina iscritta alla gioventù socialista subì la stessa sorte ma riuscì a salvare la pelle espatriando.
Tornò in Cile nel 1998, entrò a fare parte del gruppo dirigente del Partito Socialista e successivamente fu eletta per due mandati Presidente della repubblica.
Chiunque si sia occupato della storia del Cile sa bene che tra Ps e comunisti c’è sempre stata una bella differenza.
Lo sanno certamente anche Sallusti e l’estensore dell’articolo ma ormai mentire è pratica invalsa:dunque per nascondere la conclamata vergogna del razzismo e della xenofobìa di cui si è sostenitori non c’è modo migliore che ricorrere alle fakenews.

Emanuele Pecheux

Nessuna resipiscenza

Secondo l’ex ministro dell’Interno Marco Minniti l’alleanza Lega/M5s sarà durevole perché poggia su un “patto di potere” che a lui ricorda il pentapartito degli anni 80 (sic!).
L’affermazione è stata resa nel corso dell’intervento dell’esponente del Pd al talk show serale de La 7 condotto dal genero di Enrico Berlinguer con il controcanto di un chierichetto tanto impertinente quanto irrilevante.
Che l’alleanza poggi su un patto di potere non c’è dubbio ma che c’entra il riferimento ad una alleanza risalente ad un’era politica lontana che comunque aveva caratteristiche di ben altra natura e complessità?
Paragonare un alleanza di governo di stampo nazionalpopulista al pentapartito infatti è un’offesa all’intelligenza degli spettatori più avvertiti e una grossolana semplificazione storica e politica che certo non sarà di alcuna utilità per acquisire consensi.
Non c’è dunque speranza per la sinistra riformista.
Marco Minniti, d’altra parte, nonostante i ripetuti tentativi di affrancamento dalle robuste radici terzinternazionaliste, antropologicamente resta un apparatchnik postcomunista che non perde occasione, più o meno consapevolmente, di mostrarsi tale.
La sua vicenda politica è esemplare.
Reggino di nascita, iscrittosi giovanissimo alla Fgci, entrò rapidamente a fare parte del Sinedrio del Pci del capoluogo calabrese fino a diventare il segretario della locale federazione dopo a un biennio trascorso a Botteghe Oscure ad imparare l’arte.
Nel 1989,con il crollo del Muro di Berlino, come molti suoi colleghi in Italia, si trovò nella condizione di essere l’ultimo federale del Pci diventando il primo del neonato Pds.
Ma l’anno di svolta nella carriera di Minniti fu il 1994 quando, segretario regionale del Pds calabrese, dopo la caduta di Occhetto strinse un sodalizio con Massimo D’Alema, sostenendo la sua candidatura alla segreteria nazionale.
Negli anni successivi l’ascesa di Minniti ai vertici del partito, mercé il fortissimo legame fiduciario con il Lider Maximo, fu inarrestabile e culminò, dopo il Congresso di Firenze del 1998 con la nomina a segretario organizzativo dei neonati Ds con l’incarico di dare attuazione all’operazione Cosa 2, ovvero al tentativo di liquidare definitivamente la presenza autonoma e organizzata dei socialisti, inglobandoli nel corpaccione dell’exPCI.
Nei pochi mesi in cui ricoprì l’incarico Minniti si applicò con fervore,furore e rigore alla realizzazione del mandato ricevuto.
Gli scarsi risultati ottenuti compiendo ogni sorta di nefandezze contro ciò che restava del ricostituito partito dei socialisti italiani, reclutando con blandizie e altro dirigenti e amministratori, non arrestarono la sua ascesa. Chiamato al governo da D’Alema seguitò, ricoprendo l’importante ruolo di Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, a perseguire il disegno annessionista arrivando persino, nel 2000, alla vigilia delle elezioni regionali nella sua Calabria a mettere il veto sul candidato socialista (e probabile vincitore) alla presidenza per imporre un candidato a lui gradito che, neanche a dirlo, perse rovinosamente.
Negli anni successivi Minniti pur tra alti e bassi ha continuato, anche dopo la rottura con D’Alema, ad essere considerato uno dei più autorevoli dirigenti del Pd fino a diventare, è storia recente, Ministro dell’Interno del Governo Gentiloni.
Ricapitolando: un cursus honorum importante anche se singolare in cui i “patti di potere” sono stati la cifra dominante: quattro partiti (Pci, Pds, Ds, Pd),innumerevoli incarichi apicali, parlamentari e di governo.
Oggi, nella drammatica situazione in cui è precipitata la sinistra riformista, non c’è traccia di resipiscenza da parte sua ma la solita pretesa che caratterizza gli eredi della tradizione berlingueriana di indicare, anche dopo anni, vedi caso dopo che il settimanale L’Espresso ha avviato una riflessione spassionata su Craxi e il suo tempo, di indicare quelli che furono avversari (o nemici?) come il termine di paragone più appropriato per descrivere e/o definire i mali attuali della politica italiana.
Parafrasando Nanni Moretti, “con questi personaggi al timone il csx è destinato a perdere”.
Forse, visti i chiari di luna attuali (e le candidature alla segreteria nazionale di cui si parla) nel Pd, occorrerà farsene una ragione.

Emanuele Pecheux

L’urlo di S.

“Non ti vogliamo Salvini, sei un razzista, un fascista!”. Così S. una ragazza diciassettenne, studentessa della bergamasca ha interrotto il ministro dell’Interno mentre parlava alla festa del Carroccio a Pontida.

Salvini ha reagito con sarcasmo, preoccupandosi peraltro di calmare la folla di esagitati supporters che hanno aggedito verbalmente la ragazza con insulti e dileggi.

Probabilmente qualcuno tra i presenti avrebbe voluto passare alle vie di fatto ma l’astuto leader leghista si è preoccupato di fare scendere immediatamente la tensione mentre S, impavida, non si è mossa di un centimetro dalla postazione che occupava a ridosso del palco (tutto documentato da filmati visibili su Youtube).

S è una ragazza normale, non frequenta centri sociali nè è iscritta a partiti di sinistra, (nonostante il prode Salvini, abbia, neanche a dirlo, adombrato tale ipotesi) che ha semplicemente urlato a piena voce (e in territorio a lei ostile) quello che molte italiane e italiani dotati di un minimo di equilibrio pensano di Salvini, del suo governo e del modo in cui da leader leghista svolge il suo ufficio di Ministro dell’Interno.

L’urlo di S rimanda al gesto che più di ottanta anni fa vide protagonista August Landmesser, un operaio di Amburgo che si rifiutò di fare il saluto nazista durante una manifestazione. L’operaio pagò duramente quel gesto con vessazioni di ogni sorta.

Certo tempi e circostanze sono cambiate e (parafrasando Brecht) “La resistibile ascesa di Salvini & C. non sembra essere accompagnata, per ora, da violenze fisiche nei confronti di chi dissente.

Si accontentano delle ingiurie via web, delle fake news funzionali al moltiplicarsi di episodi di odio razziale che si manifestano, con sempre più frequenti aggressioni fisiche verso migranti o verso chi ha caratteristiche somatiche “sospette” e non gradite.

In altre parole, se alcuno ancora non l’avesse compreso, siamo in piena emergenza razzismo, un virus rigenerato, grazie a costui e a quanti sui media lo sostengono, che si è diffuso ed è purtroppo sedimentato in larghi settori della nostra società.

A questa già grave emergenza si aggiunge la devastante azione distruttiva che l’altro azionista di governo e i suoi accoliti hanno messo in atto in poco più di due mesi,culminata con l’indecente atto di giustizia sommaria adottato al solo scopo di aizzare il sanculottismo dei sostenitori dei grillini dopo la tragedia di Genova.

Siamo solo all’antipasto di ciò che aspetta noi “normali”.

Dunque l’urlo di S, contro uno dei capi di un governo non deve restare episodico.

Una, dieci, cento, mille S.

Emanuele Pecheux

Prosit

astroria (1)

L’iniziativa di Paolo Polegato a.d. di un’azienda vitivinicola veneta che ha acquistato un’intera pagina del Corsera allo scopo di pubblicare un manifesto antirazzista, dopo l’ennesimo episodio che ha visto come vittima una giovane atleta italiana di colore, merita due brevi considerazioni.

1) Onore al merito. Anche se si tratta di un’abile mossa di marketing, l’aver pensato di contaminarla con un messaggio antirazzista chiaro e forte contribuisce in qualche modo a smentire la leggenda metropolitana che descrive il mondo imprenditoriale del nord est, uno dei motori della nostra economia, come gretto, impermeabile ai temi sociali e interessato unicamente ad accumulare “schei”.

2) E’ peraltro davvero sconfortante che un messaggio dal chiaro contenuto politico e di forte impatto sia stato promosso da un’azienda commerciale perché avrebbe dovuto essere compito dei partiti politici, in particolare di quelli della sinistra, intestarsi una simile iniziatva.

Già. In altri tempi i comunicatori (quelli seri non quelli depilati alla Casalino) avrebbero provveduto con passione e professionalità.

Oggi non si può fare perché una simile iniziativa ha dei costi che nessun partito, non certamente il Psi, è in grado di sostenere a seguito alle dissennate iniziative legislative, adottate dai governi di csx sull’onda dell’indecente polemica anticasta, che hanno privato i partiti dei necessari strumenti finanziari che consentano di svolgere un’attività che è una delle ragioni che ne giustificano l’esistenza: la propaganda e la comunicazione.

Per sviluppare un’iniziativa simile a quella di cui si parla sono necessari un’agenzia pubblicitaria con annessi e connessi, che essendo un’impresa come le altre non lavora gratis et amore Dei, e una cospicua disponibilità finanziaria immediata (cash), perché un’intera pagina del maggiore quotidiano italiano ha tariffe molto ma molto salate.

Insomma, con il taglio dei finanziamenti ai partiti che sono stati inchiodati all’impossibilità di svolgere il proprio compito garantito dalla Costituzione, non potendo dispiegare appieno le proprie energie, ci si deve accontentare delle sia pur meritorie iniziative di qualche ricco signore illuminato. Non è un bel quadro.

In ogni caso prosit signor Polegato!

Emanuele Pecheux

Tutto il potere ai cutu

Tutto il potere ai cutu

Nel 1832, Don Giuseppe Benedetto Cottolengo, con Don Giovanni Bosco e altri definito un dei “santi sociali torinesi”, fondò nel capoluogo subalpino La Casa della Divina Provvidenza” una meritoria istituzione destinata a dare riparo, ricovero e assistenza a pazienti rifiutati dagli ospedali, perché affetti da gravi patologie croniche fisiche e mentali.

Nel corso degli anni La Casa divenne una delle istituzioni sanitarie più importanti della città e altre sedi furono aperte in altri siti.

Divenne il luogo di ricovero per disabili fisici e psichici, al punto che i torinesi principiarono a definire il nosocomio semplicemente Il Cottolengo, identificandolo come il luogo destinato ad ospitare i malati di mente.

Addirittura, ancora oggi, nel (brutto) vernacolo torinese con il termine “cutu”, una contrazione dialettale di Cottolengo, vengono apostrofate, non sempre bonariamente, le persone considerate poco intelligenti o dotate di scarsa vivacità intellettuale, in altre parole gli idioti e i cretini.

Questa la premessa. Ora veniamo al tema.

Negli ultimi giorni, attenuatosi, almeno apparentemente, il protagonismo di Salvini sul tema migranti, che ha occupato la scena mediatica per settimane, sono usciti allo scoperto altri membri del Governo, tutti (salvo uno) esponenti del M5S che hanno fatto a gara nell’esibizione di stravaganti proponimenti che rischiano di gettare l’Italia davvero in un mare di guai.

Perché se Salvini sta cavalcando, certo con robusto cinismo e preoccupante brutalità, un tema che tuttavia costituisce da anni un problema reale per Italia ed Europa, Di Maio e C. si stanno impegnando in una dissennata quanto scientifica opera di demolizione di tutto ciò che è legato all’innovazione ed alla crescita economica e sociale dell’Italia.

I nomi? Eccoli: Giggino Di Maio in primis che da settimane si sta maldestramente occupando, facendo danni, di tutti i temi che riguardano il mega ministero che ha preteso, dal cosiddetto decreto dignità alla questione ILVA (si potrebbe continuare, magari citando lo scontro con Boeri),e poi la terza carica dello stato Roberto Fico che come primo atto del suo mandato se l’ è presa con persone anziane colpevoli solo di essere stati parlamentari, e poi la Ministra Grillo che intende abolire l’obbligatorietà dei vaccini, mettendo a rischio la salute dei bambini e poi il Ministro Toninelli che, oltre a chiudere i porti ai migranti, dimostra evidentemente di essere un nemico giurato di qualsiasi crescita infrastrutturale, e poi il Guardasigilli Bonafede che ripristina le intercettazioni a strascico facendosi beffe dello stato di diritto, e poi il Ministro della famiglia Fontana (Leghista) impegnato nella sua crociata oscurantista contro mondo LGBT e poi la Ministra Lezzi che pretende di fermare il TAP infischiandosene dei trattati già stipulati e delle pesanti penali che graverebbero sulle spalle dei cittadini e infine il Carneade Conte, si, proprio lui il Similpremier, che rompe l’abituale assordante silenzio, per annunciare, dietro la pressione del suo dante causa Giggino, che il TAV non si fa più (!!!) salvo essere smentito (molto sommessamente) da Salvini, il cui q.i. gli consente almeno di comprendere quali sarebbero le ricadute economiche e sociali che produrrebbe una simile scelleratezza. Si potrebbe continuare citando i parlamentari grillini che non perdono occasione di occupare talk show e Tg per sostenere ed esaltare il lavoro dei colleghi impegnati al Governo.

La domanda è: cos’altro devono seguitare a proporre e fare simili personaggi perché l’opinione pubblica comprenda che l’Italia dal 4 marzo scorso è entrata in una spirale autodistruttiva ed è seduta sull’orlo di un vulcano?

Che si dia seguito all’idea di Davide Casaleggio, il padrone del M5s, che ritiene il Parlamento inutile?

Intanto, con le prossime nomine che il Governo dovrà fare e con le ricadute, basti pensare alla Rai, che avranno sul sistema dell’informazione pubblica, sarebbe auspicabile che anche gli italiani che li hanno votati inizino a riflettere sul fatto che tutto il potere è finito in mano ai cutu.

Emanuele Pecheux

L’aria (brutta) che tira

Come avrebbe narrato e commentato il mitteleuropeo Enzo Bettiza, di cui il prossimo 28 luglio ricorre il primo anniversario della scomparsa, i tumultuosi e drammaticamente grotteschi eventi della cronaca e della politica nostrana ed europea?
Come avrebbe giudicato ad esempio, lui che fu esule e profugo, l’iterazione dissennata della propaganda elettorale goebbelsiana che il capo leghista Salvini seguita a condurre, mettendo a rischio centinaia di vite umane nel Mediterraneo, arrivando al punto di proporre di tagliare i fondi europei destinati all’assistenza dei migranti (cosa che non può fare, non essendo quei fondi nella disponibilità del Viminale).
E ancora: quale sarebbe stata la sua reazione nell’apprendere che il Vicepremier italiano (Premier f.f. per la precisione) si sarebbe recato a Mosca per assistere alla finale della Coppa del Mondo di calcio al solo scopo di tifare Croazia, laddove insiste la heimat dalmata (Spalato) che il giovane Bettiza dovette abbandonare con la sua famiglia insieme a migliaia e migliaia di infelici a causa della politica imposta dal regime titoista jugocomunista, dove gli italiani di Istria e Dalmazia erano indesiderati e trattati alla stregua di cani in chiesa?
Ovviamente non è dato saperlo ma si può tranquillamente presumere che il grande italo-croato, epigono del pacifico multiculturalismo avrebbe quantomeno storto il naso di fronte a un esponente del governo italiano che “motu proprio” si è recato ad una manifestazione sportiva di rilievo planetario per fare il tifo per la squadra di una nazione che, al netto della simpatia che sotto il profilo calcistico la squadra croata ha ben meritato, non sembra voler fare i conti con la propria terribile storia del secolo scorso, intrisa di razzismo e crudele xenofobia (a proposito, vivissimi complimenti ai creativi della Nike, la multinazionale dell’abbigliamento sportivo che non ha trovato niente di meglio da fare che confezionare la seconda divisa della nazionale balcanica, indossata in ben tre partite del torneo, con un bel nero ustascia!), impegnata nella finalissima , dopo aver disputato un splendido mondiale, con la Francia del multiculturalismo, al solo scopo di eccitare gli animi dei suoi supporters, webeti (imbecilli e ignoranti) che sui social si sono scatenati in un festival di odiosa idiozia razzista (es. il mondiale l’ha vinto l’Africa) che, una volta di più, ci offre il desolante spaccato di un’Italia incattivita e infilata in una spirale di odio e di rancore verso chi italiano non è (in particolare se ha la pelle nera o i tratti maghrebini) del tutto immotivati.
Forse Bettiza avrebbe rammentato il trattamento che molti italiani (la maggior parte) riservarono ai profughi istriani e dalmati di lingua italiana, speculare a quello che molti italiani (la maggior parte,visto il successo che Salvini sembra mietere nell’opinione pubblica) riservano o vorrebbero riservare ai migranti del XXI secolo: disprezzo, emarginazione se non segregazione, i principali ingredienti dell’odio razziale.
A ottant’anni dalla promulgazione delle fascistissime leggi razziali, in Italia è ripresa a tirare una gran brutta aria che purtroppo grazie al Sciur Salvini e ai suoi sempre più numerosi fans, sta diventando un pericoloso vento contro cui la politica, con il supporto dell’opinione pubblica sana anche se apparentemente minoritaria, ha il dovere di resistere avendo la possibilità e gli strumenti cambiarlo codesto ventaccio.
Prima che sia davvero troppo tardi.

Emanuele Pecheux

Emanuele Pecheux
Uscire dallo sconfortante status quo

Alla fine di maggio del 2013, il Psi, dopo il ritorno in Parlamento dopo 5 anni, promosse ed organizzò un seminario dal titolo  “Oltre. Da qui al domani” a cui parteciparono esponenti del mondo socialista, liberale, radicale e del Pd.

Il contesto era molto diverso da quello odierno: il csx, sia pure a seguito della “non vittoria”elettorale, da pochi mesi era tornato al governo e nel Pd, azionista di maggioranza della coalizione, già si avvertivano i primi spifferi di quello che pochi mesi dopo sarà lo tsunami renziano.

More solito inascoltati, i socialisti avevano tentato di indicare alla sinistra un percorso riformista che muovesse dalla pluralità dei soggetti che componevano la coalizione.

Sappiamo come è andata a finire.

Il neo segretario del Pd, lungi dall’abbandonare la risibile dottrina veltroniana della vocazione maggioritaria, adottò un metodo che, dopo alterne vicende, ha finito per portare il Pd e la coalizione al disastro elettorale del 4 marzo scorso.

L’unica indicazione che egli seppe trarre da quel seminario fu accogliere la richiesta dei socialisti relativa all’adesione del Pd al Pse.

Parve un buon inizio, ma le vicende successive, l’impermeabilità dell’attore principale della scorsa legislatura a misurarsi con altri che non fossero membri del suo partito, ha prodotto la maturazione dei frutti amari che hanno portato alla devastazione del csx.

Peraltro anche una non marginale area del Psi si mise di traverso, travisando strumentalmente le proposizioni esitate dal seminario, ingaggiando una scellerata campagna all’insegna del cupio dissolvi e provocando lacerazioni nel partito di cui non si sentiva alcun bisogno.

Per i quattro successivi anni della legislatura, anziché dedicarsi agli approfondimenti necessari dopo quell’importante appuntamento e  promuovere i buoni risultati ottenuti dai governi di csx di cui il Psi è stato parte, l’attività principale coltivata da alcuni socialisti, perlopiù motivata da personali ambizioni frustrate, è consistita nell’aprire uno sfiancante dibattito interno, tanto autoreferenziale quanto surreale, contrappuntato da abbandoni incomprensibili di parte della delegazione parlamentare e con diatribe culminate nei ben noti strascichi giudiziari.

A posteriori si può ben dire che si trattò di un’occasione perduta perché già da allora era di tutta evidenza che urgeva una riflessione a 360° sul  uturo della sinistra riformista e che il Psi, se si fosse mosso con unità di intenti, avrebbe potuto essere l’avanguardia di un progetto finalizzato alla costruzione di un soggetto politico riformista e plurale.

La sconfitta del 4 marzo ripropone , ancorché in un contesto radicalmente mutato, con un Pd che è entrato in una crisi senza ritorno, le medesime questioni che allora rimasero irrisolte e che oggi sono divenute dirimenti e non più procrastinabili.

Il successo e l’utilità dell’appuntamento del prossimo 7 luglio a Roma, che peraltro poggia su solide basi di discussione, dipende da due fattori: uno interno e uno esterno.

Quello interno: occorre che i socialisti non adottino antiche prassi che hanno dato in passato risultati deludenti.

Riproporre ipotesi di lavoro legate alla ricomposizione della cosiddetta diaspora, che il direttore dell’Avanti! seguita con ostinazione a presentare, suggerendo soluzioni domestiche e dunque autoreferenziali, è quanto di più sbagliato si possa fare poiché è arduo immaginare e ritenere che possa essere di una qualche utilità una federazione che mette insieme debolezze, marginalità, associazioni e partiti virtuali senza che peraltro vi sia un collante politico che vada oltre il “come eravamo”.

Il luogo dove elaborare idee e progetti per il futuro, in un franco confronto con interlocutori che provengano da altre esperienze c’è già, pur ammaccato e indebolito dal rovescio elettorale dello scorso marzo.

Non vi è alcun bisogno di inventarsene altri con un disutile profilo “vintage”, anche e soprattutto in considerazione del fatto che vi sono nel Psi energie e intelligenze che,  non marcando alcuna discontinuità con la nostra storia e il relativo patrimonio valoriale che l’ha alimentata, offrono ampie garanzie legate al necessario rinnovamento che è questione che ha in sè le medesime caratteristiche di urgenza se ci si riferisce ad altri soggetti.

Quello esterno: inutile girare intorno al tema. L’ircocervo inventato da Veltroni ha avuto vita breve e, se non è già defunto come alcuni sostengono, sta rantolando.

I maldestri tentativi di Zingaretti e di alcuni esponenti di una stagione finita di tenerlo in vita artificialmente non saranno di alcuna utilità per la costruzione di un soggetto riformista ed europeista.

Vale la pena di dirlo chiaro e forte.

Meglio, molto meglio misurarsi con spirito costruttivo e senza infingimenti con il manifesto di  Carlo Calenda, non fosse altro perché, anche se non solo, può divenire, nei fatti e nei contenuti, la leva decisiva per il superamento dello sconfortante attuale status quo.

Emanuele Pecheux
Direzione nazionale Psi

Falsi e falsari. Le radici dell’odio

La mala pianta dell’odio razziale che ormai Matteo Salvini innaffia copiosamente con cadenza pressoché giornaliera, mediante agghiaccianti annunci che riscuotono, a leggere i sondaggi, un preoccupante consenso in sempre più larghi settori dell’opinione pubblica, affonda le sue robuste radici in Europa da oltre un secolo, a seguito della riesumazione dell’antica pratica di diffondere falsi documenti redatti con l’obiettivo di denunciare falsi complotti.
I Protocolli dei Savi di Sion, un libello in cui si favoleggia su un piano operativo degli ebrei per ottenere il dominio del mondo attraverso il controllo dei media e della finanza e la sostituzione dell’ordine sociale tradizionale con un nuovo sistema basato sulla manipolazione delle masse, fu preparato e diffuso all’inizio del XX secolo dall’ Ochrana, la polizia segreta zarista impegnata contro l’insorgere della pulsioni rivoluzionarie in Russia e costituì la giustificazione per i primi pogrom antisemiti in Europa orientale.
Dopo la prima guerra mondiale divenne il testo base da cui l’ideologo del nazismo, Alfred Rosenberg e soprattutto Adolf Hitler nel suo Mein Kampf costruirono il mito della razza superiore, per giustificare e applicare spietatamente la prassi la cui attuazione fu codificata dal duo Heydrich/Eichmann nella famigerata conferenza di Wannsee, dello sterminio nei confronti degli ebrei prima di tutto e poi dei cosiddetti “untermenschen”, sottouomini di razza slava, zingari e, per non farsi mancare nulla, omosessuali.
Naturalmente, dopo un’iniziale indifferenza al tema, con l’avvicinamento alla Germania naziata, anche nell’Italia fascista a giustificazione dell’ introduzione della leggi razziali del 1938, su iniziativa di un fanatico exprete, Giovanni Preziosi, con la benedizione del Duce e di ampi settori della Chiesa, si dette alle stampe il falso documento di cui si fece una diffusione massiccia con un corollario di un’ aggressiva pubblicistica antisemita a cui parteciparono giornalisti che divennero poi, proseguendo nella tradizione tutta italiana del voltagabbanismo, esponenti di rilevo dell’editoria nostrana dell’Italia repubblicana.
Ancora oggi codesto ripugnante libello nutre i fanatismi antisraeliano e antioccidentale di larga parte del terrorismo fondamentalista islamico.
Ai Protocolli si è aggiunto all’inizio del XXI secolo una stravagante dottrina dello storico austriaco Gerd Honsik (che sostiene che la Shoah non è mai avvenuta!) il quale saccheggiando, impasticciandolo pro domo sua, il primo progetto per l’Europa unita scritto nella prima metà del secolo scorso da Richard Kalergi, in cui si afferma la necessità di un’integrazione continentale per favorire la pacifica convivenza dei popoli, lo ha rielaborato fino a renderlo una sorta di manifesto funzionale all’annullamento delle identità nazionali e locali, a causa, a suo dire, di una supposta imposizione del “meticciato etnico” e di un supposto “genocidio” dei popoli europei per sostituirli con quelli asiatico-africani, allo scopo di ottenere un’etnia indistinta di docili consumatori piegati al mercato e al desiderio di dominio mondiale da parte, neanche a dirlo, di elites giudaico massoniche.
Farneticazioni di un sociopatico o di un furbastro desideroso di visibilità da ottenere a qualunque costo.
Ecco, codesti sono i fondamenti ideologici che il primo ministro Salvini sta tentando di imporre al presidente del consiglio Carneade Conte a al Capo di quell’Armata Brancaleone di fascistelli in erba dei grillisti che condividono con lui la responsabilità di governo.
Fa rabbrividire ascoltare Carneade Conte affermare che non si possono schedare gli zingari solo perché anticostituzionale e non perché è un’aberrazione.
E ancor di più fa rabbrividire il clima mefitico che sta montando on e off line mercé il falsario Salvini che con la continua esposizione di teorie e auspicate prassi razziste e nazistoidi presentate sotto le mentite spoglie del presunto sovranismo (d’altra parte perché stupirsi? Non era forse il consigliere comunale di Milano Matteo Salvini che, anni fa, propose di differenziare i posti a sedere nei mezzi pubblici tra italiani ed extracomunitari, preferibilmente neri?), sta avvelenando il Paese mettendolo, al minimo, a rischio orbanizzazione.
Occorre rendersene conto prima che sia troppo tardi.

Emanuele Pecheux

Emanuele Pecheux
Un percorso lungo e irto di ostacoli

Ieri, 11 maggio, ho adempiuto al mio dovere di socialista, rinnovando l’iscrizione al Psi e versando la quota prescritta a sostegno di Avanti! e Mondoperaio.
Mentre era intento a digitare gli estremi del bonifico bancario, l’impiegato ha alzato lo sguardo e, senza apparente malizia mi ha domandato: “Ma perché? Esiste ancora il Partito socialista? Non lo sapevo”.
Una domanda che mi è già stata posta innumerevoli volte, da interlocutori di diversa estrazione sociale ed età, con diversa enfasi, e che puntualmente sollecita un sentimento di impotente frustrazione poichè offre la misura della nostra diffusa e perdurante invisibilità le cui cause sono molteplici e ben note.
In molti, tra noi, sono portati a rimuovere questo stato di cose, scegliendo di attaccarsi ad una virtualità fuorviante e pericolosa perchè rassicurante.

La dura realtà è che in questi anni si è affermata, nel mondo dei media, della scuola, dell’università la tendenza indotta da sciagurati maitre a penser, di cancellare (o riscrivere, alterandola) la storia e contemporaneamente oscurare l’esistenza di una forza organizzata del socialismo italiano.
Una galleria di nefandezze i cui autori sono noti.
Oggi, alla luce del risultato elettorale che ha fortemente ridimensionato il Pd, è auspicabile che questo stato delle cose muti, cominciando a fissare alcune priorità rispetto ai compiti che attendono i socialisti per concorrere a ristrutturare il csx
Le proposte di sostanza contenute nell’appello del segretario del partito (e nella ultima intervista all’Avanti!) che ho sottoscritto vanno sicuramente in questa direzione.
Tuttavia, considero necessario formulare alcune obiezioni poichè per concorrere ad avviare un processo di rinnovamento del partito (necessario) e del csx (improcrastinabile) occorre che siano chiari alcuni punti.
Ben venga il tentativo (l’ennesimo peraltro) di allargare il processo ad un perimetro più ampio di quello del Psi.
Ma è necessario fissare alcune precondizioni, perché in difetto, si rischia di partorire un topolino, come ampiamente dimostrato dalla storia della diaspora socialista lunga 30 anni.
La prima è che considererei sbagliato associare al processo chi in questi anni ha assunto comportamenti lesivi della comunità socialista del Psi.
Per essere chiari mi riferisco a quegli esponenti che hanno promosso e sostenuto le azioni giudiziarie contro il partito e il suo gruppo dirigente, a chi ha pubblicamente definito i nostri congressi “farse” a chi ci ha dileggiato e insultato sui social, a chi nell’appuntamento decisivo per avviare una riforma istituzionale si è schierato a fianco degli Zagrebelsky, dei Travaglio, promuovendo il No al referendum del 4 dicembre, a chi, infine, lo scorso 4 marzo ha portato acqua (anche se poca) al mulino di Leu ed altre formazioni concorrenti e avverse alle scelte assunte democraticamente dal Psi.

Nessun esame del sangue ma neppure l’applicazione del motto partenopeo “scurdammuce o passato”.
Serve per costoro un congruo periodo di riposo sabbatico.
Considero poi importante che al processo indicato nell’appello siano associati i dirigenti “seniores” che con la loro esperienza possono offrire un sostanziale contributo tuttavia, con il dovuto rispetto, considero molto più importante che alla guida di un percorso che sarà lungo, irto di ostacoli e con dinamiche inedite, siano posti con ruoli apicali e di responsabilità dirigenti espressione di una nuova generazione di socialisti.

Nel Psi abbiamo un cospicuo tesoretto di intelligenze e risorse umane che altro non chiedono di essere messe alla prova.
Sotto questo profilio guardo con interesse al workshop da loro promosso per il prossimo 16 maggio che mi auguro sia fecondo di idee e suggestioni positive.
E’ stato più volte ricordato in questi anni difficili: oggi mi pare appropriato di stringente attualità evocare le parole che Pietro Nenni scrisse poco prima di morire per la prefazione dell’ Almanacco socialista del 1980 (vado a memoria): “Occorre capire che il tempo non lavora per la sinistra. Tutto è in questione, tutto è posto di fronte all’alternativa di rinnovarsi o perire”.
Per oggi e per domani significa, in sostanza, non doversi più sentirsi chiedere: “Esiste ancora il Partito Socialista?”

Emanuele Pecheux
Direzione nazionale Psi

Appendino fa rima con declino

Ora è chiaro: madamin Chiara Appendino, sindaca grillina di Torino è entrata in competizione con la collega di Roma. la Sora Virginia Raggi per la conquista del poco commendevole trofeo della più incapace.
Non bastava la tragedia di piazza San Carlo della scorsa primavera, di cui madamin porta per intero la responsabilità politica; da ieri, grazie alle decisioni assunte dalla Fondazione del Teatro Regio da lei presieduta, una delle eccellenze del capoluogo subalpino, è entrata in una crisi di cui è arduo vedere la fine.
È successo che, dopo le dimissioni del sovrintendente Walter Vergnano, ufficialmente presentate per motivi personali, che ha retto l’ente lirico per 19 anni portandolo a livelli di assoluta rilevanza internazionale, madamin ha convocato il consiglio di indirizzo e ha fatto passare la nomina di Walter Graziosi, contro il parere di 2 consiglieri (che si sono dimessi) e del rappresentante della Regione Piemonte.
Intendiamoci: se il neo sovrintendente in pectore (vedremo perchè) avesse un profilo professionale e di competenza di alto livello si sarebbe anche potuto avallare la forzatura impressa dalla prima cittadina.
Il punto è che Walter Graziosi queste qualità sembra proprio non averle, considerato che il suo curriculum parla di una lunga esperienza amministrativa in una multinazionale degli ascensori (!) di un esperienza amministrativa nel mondo circense (!) di un’esperienza come vice-sovrintendente dell’Opera di Astana – Kazakistan (però!) e ben 17 anni alla guida della Fondazione Pergolesi-Spontini della sua città natale, Jesi, conclusasi con un abbandono tra le polemiche a causa di un rosso di 600.000 €, non proprio bruscolini per una microscopica fondazione con ben 10 dipendenti (il Regio di Torino ne ha 300).
Un biglietto da visita non proprio entusiasmante.
Il primo atto del neonominato è consistito in una intervista in cui alla domanda sulla auspicata riconferma a direttore musicale del regio di Gianandrea Noseda, uno dei più apprezzati direttori che vanta un repertorio impressionante di collaborazioni con le maggiori orchestre sinfoniche del mondo, Graziosi ha risposto, con il garbo di un ippopotamo, di non conoscere il Maestro e che comunque avrebbe dovuto prima “vedere i conti” (sic!).
Noseda, neanche a dirlo, ci ha messo un attimo ad andarsene motu proprio, sbattendo pure la porta.
Per un torinese fuori sede è triste doverlo constatare: Appendino fa rima con Torino ma anche con declino.
P.S. La nomina del prode Walter Graziosi deve essere confermata dal Ministro dei Beni culturali che, se alcuno se lo fosse dimenticato, è l’entrista Dario Franceschini.
Attendiamo, non senza preoccupazione, le sue determinazioni.

Emanuele Pecheux