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Emanuele Pecheux

Argentina. La condanna degli aguzzini dell’ESMA

acosta astiz

Jorge Acosta e Alfredo Astiz

Ieri, 29 novembre, il Tribunale federale di Buenos Aires, con trent’anni di ritardo, ha comminato 48 condanne, di cui 29 all’ergastolo, ai responsabili dei numerosi casi di rapimenti, torture e omicidi consumati all’interno della famigerata ESMA, acronimo di Escuela de Mecanica de la Armada, la scuola tecnica della Marina situata nella capitale argentina, dove, tra il 1976 e il 1983, gli anni del regime militare di Videla & C , autodefinitosi “Processo di riorganizzazione nazionale”, transitarono oltre 5000 prigionieri politici ( di cui molti di origine italiana) .

La maggior parte di loro furono uccisi in seguito alle torture e scomparvero nei cosiddetti “voli della morte”. Si stima che solo il 5% dei detenuti sia sopravvissuto agli orrori dell’ESMA.

I responsabili politici della selvaggia repressione, con il ripristino della democrazia, avvenuto dopo il disastroso esito della guerra ingaggiata dal regime contro il Regno Unito per il possesso delle isole Falkland, sia pure dopo estenuanti battaglie giuridiche, erano già stati condannati negli anni scorsi con pene esemplari: Jorge Videla, Roberto E. Viola, Leopoldo Galtieri e Reynaldo Bignone, i generali che si succedettero alla guida dell’Argentina, ora quasi tutti deceduti, furono chiamati a rispondere dei loro crimini di fronte alla giustizia.

La sentenza di ieri ha riguardato invece alcuni tra gli esecutori materiali della spietata repressione che caratterizzò gli anni della dittatura: i 48 imputati sono stati giudicati per gli arresti illegali, le torture, la morte e la successiva scomparsa di oltre 5000 persone transitate all’ESMA durante gli anni della dittatura.

In particolare due tra essi sono tristemente noti: il capitano di corvetta Jorge “El Tigre” Acosta, ufficiale comandante dell’ ESMA, che trasformò in centro di detenzione e tortura, decidendo personalmente dei rapimenti e definendo le modalità delle torture e il suo ufficiale subalterno, il famigerato sottotenente di vascello Alfredo Astiz, detto “l’angelo della morte”.

I due ristrutturarono la scuola di meccanica navale adattando i locali ad un centro clandestino di detenzione e contemporaneamente formarono una task force con il compito di svolgere operazioni illegali coperte (sequestri e torture) indicato come GT322 .

All’ESMA, hanno raccontato gli scampati e qualche boia pentito, venivano somministrate le più atroci torture fisiche e psicologiche . Acosta ordinò, ad esempio lo stupro sistematico delle detenute: se rimanevano incinte, subito dopo il parto venivano private dei figli, poi dati in adozione, e uccise .

Per fare sparire definitivamente i detenuti, senza lasciare alcun tipo di taccia, Acosta e Astiz, decisero di utilizzare aerei militari per compiere i tristemente noti voli della morte: i detenuti venivano sedati e successivamente gettati, vivi, nelle acque dell’Oceano Atlantico.

Astiz, dopo queste ed altre malefatte, fu promosso al grado di capitano di fregata, inviato alle Falkland dove, non si segnalò per atti di eroismo ma firmò la resa delle truppe argentine ai britannici che, avendolo identificato, lo estradarono in Argentina, dove, insieme ad Acosta e altri ufficiali, fu successivamente degradato ed espulso dalla Marina per indegnità.

Se per Acosta è il secondo, per Astiz si tratta del terzo ergastolo. Uno gli è stato comminato dalla giustizia italiana che lo ha riconosciuto colpevole per la sparizione e la probabile uccisione di tre nostri connazionali.

Con la sentenza del 29 novembre, accolta con esultanza delle Madri di Plaza de Mayo, l’associazione dei parenti delle vittime della dittatura, giustizia è fatta.

Resta tuttavia incancellabile la memoria degli orrori che, tra gli anni 70 e 80 del secolo scorso (oltre all’Argentina, segnarono altri paesi del Sud America, a cominciare dal Cile di Pinochet), fu possibile attuare impunemente grazie anche a diffuse complicità internazionali.

Emanuele Pecheux

Prajak come Goering

Nell’ottobre del 1946 Hermann Goering, già n. 2 del regime nazista, venne condannato alla pena di morte al termine del processo di Norimberga, riconosciuto colpevole di crimini di guerra e contro l’umanità.
Goering non salì sul patibolo perché, alla vigilia dell’esecuzione, si avvelenò una fiala di cianuro nella sua cella .
72 anni dopo, il settantaduenne Slobodan Prajak (spietato discepolo del croato Tudjiman, dirimpettaio del serbo Milosevic), comandante delle unità paramilitari croato-bosniache che durante la mattanza nella ex Jugoslavia seminarono morte, terrore e distruzione (sua fu l’iniziativa di far saltare il secolare ponte di Mostar per affamare i cittadini musulmani) al pari dei serbo-bosniaci di Ratko Mladic, udita la sentenza di appello (l’ultima) del TPI dell’Aja che ha confermato la condanna a 20 anni di carcere perché riconosciuto colpevole di crimini di guerra e contro l’umanità, dopo aver protestato la propria innocenza ha ingerito veleno (in diretta televisiva) da una boccetta che aveva portato con sé, morendo quasi all’istante.
Le sole differenze che si possono riscontrare tra Goering e Prajak sono nella diversa nazionalità, nelle diverse pene comminate e nelle modalità del suicidio, gesto “eroico” adottato da militari fanatici e criminali che intendono sottrarsi alle loro responsabilità davanti alla giustizia.

Emanuele Pecheux

Non attenderemo Godot

Spesso le immagini descrivono un evento molto più di mille parole, specie se pronunciate in libertà.

La conferenza stampa del 22 novembre di Bobo Craxi in cui ha annunciato l’ennesima giravolta che arricchisce il suo curriculum politico più unico che raro (in poco meno di 20 anni dal centrodestra alla sinistra massimalista), plastica dimostrazione di un camaleontismo che ha pochi eguali, è apparsa surreale uditi gli argomenti usati per giustificare l’ingresso nell’Mdp suo e del manipolo di sventurati seguaci che lo sostiene.

Non è necessaria un’approfondita esegesi del suo debol pensiero, che è tale perché muove da una menzogna ovvero che “I socialisti sono da 20 anni senza una casa comune” (sic!), per definire le affabulazioni infarcite di non verità , risibili per la loro inconsistenza e sconcertanti per le conclusioni.

Chissà se ai due imbarazzati anfitrioni di Bobo, presenti in ordine sparso all’evento, dopo aver ascoltato le sue parole in libertà, sarà corso qualche brivido sulla schiena?

L’impressione che hanno dato è che non sprizzassero felicità e soddisfazione, salvo la probabile, segreta e vana speranza di poter arrecare qualche danno al Psi, esercizio in cui i nipotini di Berlinguer si applicano con indefessa solerzia.

Uno , il sempre più esangue Roberto Speranza, è arrivato in sala a metà conferenza e, nonostante l’invito a sedersi al tavolo dei relatori, ha preferito declinare, per poi, a richiesta, pronunciare un fervorino con i crismi del minimo sindacale.

L’altro, il simpatico Arturo Scotto, incapace di emanciparsi dell’oratoria da Agit-prop 2.0 che è la cifra costante dei suoi interventi pubblici, dimentico che solo poco meno di 10 anni fa l’ineffabile Bobo lasciò il Partito Socialista, macchiatosi, a suo dire, della colpa di aver stretto un’alleanza elettorale “con i nostri carnefici”, si è lanciato in un poco credibile panegirico dei socialisti che aderiscono al progetto dalemian-bersaniano, proprio mentre, vedi caso, il leader designato, Pietro Grasso, diffondeva un comunicato in cui, altro Italo Amleto, non dava per scontata l’ assunzione della leadership dell’ Mdp.

Per loro dunque un pomeriggio non esaltante, conclusasi con immagini di strette di mano sincere quanto un falso della Gioconda .

I due non avevano di che essere molto allegri: aspettavano Pietro e si sono ritrovati ad aprire la porta solo a Bobo.

A noi, per nulla attoniti osservatori perché consapevoli, conoscendolo bene, che per lui le porte dei partiti sono sempre girevoli, non resta che attendere di capire quando infilerà la direttrice verso l’uscita.

Non sarà come attendere Godot.

Emanuele Pecheux

Un vaniloquio inconcludente

Domandarsi perché il movimento calcistico italiano è caduto così in basso è una pura esercitazione retorica utile unicamente a fare scorrere fiumi di inchiostro a soloni più o meno improvvisati, fiumi di parole ai commissari tecnici da pc e/o bar dello sport, al solito Veltroni il tuttologo per concedere l’ennesima intervista in cui ci spiega dove va il mondo (e magari per candidarsi alla guida della FIGC).

Mentre imperversavano le sfinenti geremiadi recitate a più voci dopo l’eliminazione della nazionale dal torneo mondiale è accaduto un episodio a cui pochi osservatori hanno prestato la dovuta attenzione e offre la plastica dimostrazione della radicata infingardaggine dell’ambiente.

Ricordate il caso degli adesivi con il volto di Anna Frank appiccicati nella curva giallorossa dello stadio olimpico di Roma da sedicenti tifosi della Lazio? Bene, il procuratore della Figc, Giuseppe Pecoraro, ha deferito il club biancoceleste alla procura del Coni per le valutazioni del caso mentre ha chiesto l’archiviazione per il presidente del club, Claudio Lotito, per l’escamotage del passaggio dei tifosi della curva Nord alla modica cifra di € 1,00.

Un provvedimento più che ridicolo grottesco, un giudizio non salomonico ma pilatesco, assunto al sin troppo evidente scopo di far passare in cavalleria un episodio inaccettabile e ingiustificabile che la dice lunga su come il padroni del vapore (Lotito, proprietario di due club, Lazio e Salernitana, è uno degli azionisti di maggioranza della FIGC) condizionino l’ambiente e pieghino spudoratamente anche le regole del buon senso al loro tornaconto.

Già, perché il furbetto (Lotito) dopo la sceneggiata del giorno dopo davanti alla Sinagoga ha continuato a farsi beffe del divieto di accesso alla curva nord dell’Olimpico seguitando ad ospitare, sempre alla modica cifra di € 1.00, i tifosi nella curva romanista.

Perdurando la presenza di un simile personaggio ai vertici del nostro sistema calcio invocare, come fanno tanti dopo la debacle svedese, una ricostruzione dalle fondamenta altro non è che vaniloquio inconcludente.

Emanuele Pecheux

Ragionevoli dubbi

Il commediografo americano Arthur Miller scrisse nel 1953 un dramma, “Il crogiuolo”, ambientato nel Massachussets del XVII secolo in cui si narra l’insorgere in un piccolo paese della provincia americana della psicosi della stregoneria divenuta poi un’endemica caccia alle streghe conclusasi tragicamente per l’innocente protagonista John Proctor.
Miller come molti altri scrittori, sceneggiatori e registi fu vittima del maccartismo, la campagna della commissione parlamentare sulle (supposte) attività antiamericane condotta dal senatore Joseph McCarthy con il supporto del potente capo dell’FBI Edgar J. Hoover che, all’inizio degli anni 50 del secolo scorso, in piena Guerra fredda, sprofondò il sistema scientifico culturale e in particolare Hollywood in un clima plumbeo.
Era sufficiente un sospetto di filocomunismo, una diceria, una delazione per condurre il sospettato innanzi alla commissione presieduta dal senatore del Wisconsin ed essere successivamente emarginato poiché il “ragionevole dubbio” di colpevolezza si trasformava in una sicura condanna.
Tra le vittime del “ragionevole dubbio” vi furono celebri personalità del mondo dello spettacolo ma non solo: da Charlie Chaplin al compositore Elmer Bernstein fino ad Albert Einstein. Neanche a dirlo, ebrei.
Le ricadute dell’affaire Weinstein, il moltiplicarsi di chiamate in correità di altri personaggi dello star system hollywoodiano, appaiono molto simili a quella lontana vicenda del secolo scorso. Almeno per un aspetto: dopo Weinstein sono stati coinvolti tra gli altri Dustin Hoffmann e Richard Dreyfuss. Neanche a dirlo, ebrei. Per ora si sono salvati dalla gogna Ben Stiller e Barbra Streisand, quest’ultima forse perché donna.
Insomma, tra i miasmi di storiacce più o meno verosimili, di molestie sessuali denunciate a scoppio ritardato si avverte l’emergere dell’odioso afrore dell’antisemitismo su cui non poteva esimersi di soffiare Dario Argento, padre di Asia, che ha addirittura evocato il “ragionevole dubbio” che la figlia possa divenire oggetto delle sbrigative attenzioni del Mossad.
Come se il servizio segreto israeliano non avesse problemi ben più gravi a cui fare fronte.
Un “ragionevole dubbio” dunque si può insinuare: che Argento senior stia preparando un remake del film del 1940 “Suss l’ebreo”, uno dei film preferiti da Heinrich Himmler che tra gli sceneggiatori annoverava un certo Joseph Goebbels.

Emanuele Pecheux

Dimmi quando te ne andrai

Il 9 novembre, giorno dell’anniversario della caduta del Muro di Berlino, in Italia, neanche a dirlo, l’evento editoriale è costituito dall’uscita in libreria dell’ultimo romanzo di Walter Veltroni, poliedrico personaggio di scuola berlingueriana , di non multiforme ingegno, dedito a ogni sorta di attività che gli consentano di continuare a calcare il proscenio della vita pubblica, mercé il servilismo delle provinciali elites culturali, da sempre a lui prone, nei panni ora di cineasta ora di romanziere, infine di africanista da divano.

Mentre nel Pd e dintorni c’è chi pensa di superare l’onesto Bersani in proposte indecenti, suggerendo per Walter il ruolo di mediatore nel partito e federatore del nuovo centrosinistra, suscitando così il fondato sospetto che da quelle parti ci sia qualcuno che fa abuso di alcol se non di sostanze stupefacenti , i maggiori columnist dei maggiori quotidiani italiani, il giorno prima dell’uscita dell’ultima fatica (si fa per dire) veltroniana, neanche ci si trovasse di fronte all’evento letterario del decennio uscito da un autore in corsa per il Premio Nobel per la letteratura, hanno fatto a gara per presentarlo ai lettori, garantendogli in tal modo una visibilità che “uno scrittore vero” in Italia non può neppure sognare.

Trattasi di Massimo Gramellini sul Corsera, Ezio Mauro su Repubblica e poi La Stampa, Il Mattino di Napoli e Il Messaggero.

Il Quotidiano Nazionale, evidentemente in assenza di qualcuno che avesse voglia di scrivere in proposito, ha pubblicato un capitolo del libro.

Tutti i maggiori quotidiani insomma. Full coverage.

Naturalmente alla compagnia dei serventi a mezzo stampa non poteva mancare il chierichetto Fabio Fazio che, illudendosi di risollevare i deludenti ascolti del suo programma domenicale su Rai Uno, ha proposto ai telespettatori del servizio pubblico, nel prime time, l’ennesima intervista genuflessa al suo idolo.

Dalla lettura delle recensioni si apprende che l’autore si è cimentato nella narrazione del risveglio, dopo ben 33 anni di sonno , nell’Italia contemporanea di un giovane militante comunista, caduto in coma per un incidente durante i funerali di Berlinguer.

Trama che, a ben vedere, è originale quanto la sottomarca di uno yogourt (magro e senza lattosio) in scadenza , in vendita in un discount.

Il bel film del 2003 di Wolfgang Becker, Good Bye Lenin, che evidentemente ha colpito la modesta creatività di Veltroni, ha ampiamente e brillantemente descritto una condizione simile e francamente di una replica pseudo letteraria ne avvertono la necessità unicamente gli amici e supporters di Veltroni.

Sarebbe utile che qualcuno gli spiegasse che, visti i suoi mediocri precedenti nei panni di romanziere,, anziché ricorrere ad improbabili artifizi narrativi, scrivesse , ricorrendo ad un ghostwriter, le sue memorie.

Tuttavia corre l’obbligo, a beneficio di quanti (speriamo pochi) fossero interessati all’acquisto, di informare che l’originalissimo titolo del libro è “Quando”.

Un titolo davvero ammiccante il cui autore si merita la parafrasi della vecchia canzone di Tony Renis: “Dimmi quando te ne andrai, dimmi quando… quando… quando…l’anno, il giorno e l’ora in cui in pace ci lascerai”.

Emanuele Pecheux

Not in my name

Errare è umano, perseverare diabolico: da codesto vizietto i post Pci-Pds-Ds proprio non riescono ad emendarsi: agevolare l’ingresso di magistrati (in servizio o in pensione poco cambia) in politica.  L’elenco è lungo e il buon Bersani non demorde: dopo averlo imposto, cinque anni fa, come (poco apprezzato) Presidente del Senato ora giunge a proporre Pietro Grasso come leader del Csx. (!!!)
Non in mio nome (per quel che vale) e, spero fortemente, non in nome di chi, nel Csx crede che la separazione dei poteri sia fondamento della democrazia e dello stato di diritto.

Emanuele Pecheux

Il sonno di Gionata

“Non fatevi fregare. Noi uno condannato dal tribunale militare per violata consegna lo cacciamo in un batter d’occhio”. Così parlò il Geom. Giovanni Carlo Cancelleri, aspirante Presidente della Regione Sicilia, poco dopo avere appreso la notizia che il Sig. Gionata Ciappina candidato all’Ars per il M5S nelle elezioni di domenica 5 novembre, circa due anni orsono, fu condannato (in appello)a due mesi per violata consegna poiché, nella qualità di appuntato dei Carabinieri in servizio notturno di pattuglia in un paese della provincia di Catania, lasciò il suo posto e andò a dormire.

Cancelleri appresa la notizia prima è caduto dal pero poi, pur sottolineando che trattavasi di un reato non grave (evidentemente Giovanni Carlo detto Giancarlo di vita militare ne capisce poco), ha cacciato Gionata , che, avendo nel frattempo lasciato la Benemerita, è divenuto fervente attivista grillino di Trecastagni, fondando il meet up locale. Ovviamente, a corredo della dichiarazione, l’aspirante Presidente non ha mancato di indirizzare parole di fuoco contro i media colpevoli di cercare di screditare il M5S.

Il punto è che un movimento che ha posto l’illibatezza penale e come condizione per le candidature ed è sempre pronto a puntare il dito contro gli altri non può cavarsela chiudendo la stalla quando i buoi sono scappati, cercando di minimizzare, l’accaduto. Se il cronista non avesse scoperto il fatto, nessuno nel movimento avrebbe posto la questione, per il semplice fatto che non lo sapeva e magari Gionata, ora sveglissimo, sarebbe stato eletto deputato regionale.

Ma com’è possibile che una forza politica che predica l’onestà e la trasparenza, che ha mezzi e possibilità per esercitare i controlli (piattaforme web avveniristiche e quant’altro), scivoli proprio sul pilastro ideologico che è l’essenza stessa della sua esistenza e pensi di cavarsela con un’espulsione tardiva parlando d’altro?

Prima di guardare in casa d’ altri occorrerebbe prestare attenzione a ciò che avviene nella propria.

Diversamente, in un Paese normale, di fronte ad un elettorato maturo, non solo non si è più credibili ma si cade nel ridicolo.

Quanto a Gionata, il suo nome, espulsione o non espulsione, rimane nella lista del M5S ma lui potrà tranquillamente riprendere il sonno interrotto. Non se ne accorgerà nessuno. E comunque, buon riposo.

Emanuele Pecheux

Il deja vu di Nichi

In democrazia ciascuno è libero di pensare e dire ciò che più gli aggrada, anche senza curarsi del peso, della qualità e della ricaduta delle proprie affermazioni.

Ma le radici del becero populismo non affondano forse nell’incultura esibita come virtù, nella ripetizione di mantra da bar dello sport, nell’ingiuria offensiva e provocatoria?

Spesso, tuttavia, come nel caso dei dioscuri del grillismo Dibba-Dima in codesto poco commendevole esercizio, si rotola nel ridicolo con asserzioni che la dicono lunga sullo spessore culturale e politico dei due.

Nella società della comunicazione è pure inevitabile il riemergere nell’agone politico, di chi, pur avendo ben altro background culturale, pur consapevole di trovarsi ormai in un cono d’ombra, e tuttavia incapace di farsene una ragione, in prossimità di una campagna elettorale, cerchi di riguadagnare il proscenio con ragionamenti e proclami che, con pietoso eufemismo, si potrebbero definire vicini al surreale.

Di Nichi Vendola, ad esempio, di cui, dopo la paternità post-capitalista californiana, si erano perse le tracce.

Memore forse del fallimento delle sue oniriche e barocche affabulazioni, il Nostro è tornato ma ha solo apparentemente mutato registro, ricorrendo, a chiusura di un’intervista in cui ripropone il suo torrenziale e verboso campionario di argomenti novecenteschi, valga per tutti la berlingueriana asserzione “mutazione genetica della sinistra” legata ad un supposto “schianto dell’ipotesi riformista”, ha trovato il modo di stupirci affermando che “Pietro Grasso è il nostro programma politico vivente”.

Insomma più che un endorsement, una professione di fede, mediante una perifrasi evangelica in perfetto lessico cattocomunista.

Da dove Vendola tragga le granitiche certezze sulle virtù salvifiche dell’ennesimo Magistrato arruolato nella sinistra dagli exPci e immediatamente elevato al seconda carica dello Stato, non è dato comprenderlo.

Ciò che si comprende è che siamo in presenza del solito dejavu: l’approssimativo e improprio riferimento ad altri contesti nazionali (rimosso Tsipras ecco spuntare Sanders, Melenchon e Corbyn) e l’indicazione di un presunto leader dotato, non si sa come, considerando anche la sua scialba presidenza del Senato, di virtù taumaturgiche a cui affidare l’impresa di rianimare ciò che resta, per dirla con Bruno Buozzi, della “sinistra delle chiacchere” .

Emanuele Pecheux

Anna Frank. Promossi e bocciati.

Prima che, come è facile prevedere anche se non auspicabile, venga collocata nel dimenticatoio la maleodorante vicenda degli adesivi con l’immagine di Anna Frank con la maglietta della Roma, ci può stare una valutazione, assegnando a ciascuno un voto in decimi, dei principali protagonisti e comprimari del giorno dopo.

Riccardo Di Segni voto 10.

Il Rabbino capo di Roma non avrebbe potuto essere più chiaro nello stigmatizzare la sceneggiata floreale di Lotito di fronte alla Sinagoga e nel puntare l’indice verso un mondo, quello del calcio, invocando “iniziative concrete, anche repressive” per stroncare e debellare il virus dell’antisemitismo e del razzismo che ammorba settori non minoritari del tifo calcistico organizzato, spesso con la compiacente indifferenza delle società.

Angelo Spreafico voto 9.

Il Vescovo di Frosinone che, a nome della CEI, ha condannato duramente, con parole forti e inequivocabili quanto avvenuto all’Olimpico di Roma, solidarizzando pubblicamente con la Comunità ebraica della Capitale.

Damiano Tommasi voto 8.

Il presidente dell’Associazione Calciatori ha sbugiardato il patron della Lazio circa le ragioni dell’apertura della curva Sud agli ultras e stigmatizzato la perdurante afasica ipocrisia sul tema da parte della maggioranza dei vertici delle società calcistiche. E’ auspicabile tuttavia che l’Associazione da lui presieduta compia atti concreti, anche estremi, per dissociarsi dalla sostanziale indifferenza che regna sovrana nell’ambiente professionistico.

Giovanni Malagò voto 7.

Il presidente del CONI è stato l’unico dirigente sportivo a mettere il dito nella piaga interrogandosi esplicitamente sull’opportunità di consentire ai tifosi di accedere a un’altra curva mentre la loro era squalificata.

Luca Lotti Voto 6.

Il Ministro dello Sport ha duramente e immediatamente censurato i fatti dell’Olimpico con parole che mostrano la volontà politica di stroncare il fenomeno del razzismo e dell’antisemitismo negli stadi di calcio. Speriamo.

Carlo Tavecchio voto 5.

Siamo alle solite. Il Presidente della FIGC e della Lega Calcio serie A oltre alla rituale condanna, rende una dichiarazione pilatesca, frutto di chissà quante mediazioni con i presidenti delle società, al solo scopo di chiamare fuori la federazione da quanto avvenuto. L’unica iniziativa che promuove, nella doppia veste di Presidente di Federazione e Lega, è la lettura di brani del Diario di Anna Frank. Apprezzabile ma, da sola, del tutto insufficiente. Ci vuole ben altro.

Virginia Raggi voto 4.

Un tweet di condanna e nulla più. Un po’ pochino per la Sindaca della Capitale d’Italia. Inadeguata anche in questa circostanza.

Sinisa Mihailovic voto 3.

L’allenatore del Torino (ex giocatore della Lazio) solo pochi giorni fa si lamentò, giustamente, davanti ai cronisti del trattamento riservatogli a Crotone dai supporters della locale squadra di calcio che lo apostrofarono per l’intera durata del match con l’epiteto di “zingaro serbo”. Ieri invece, interpellato dai cronisti sui fatti dell’Olimpico, ha scelto di interpretare il ruolo di Iwazaru, la scimmia giapponese che non parla del male, giustificando la sua dichiarazione con la mancata lettura dei giornali e la non conoscenza della tragedia di Anna Frank. Sarà. Ma l’impressione è che l’amico fraterno di Arkan, il famigerato comandante dei paramilitari serbi protagonisti di stragi e stupri in Bosnia, sia antirazzista solo quando conviene a lui. Il presidente della società granata Urbano Cairo, consigliere della FIGC e della Lega nonché editore del Corriere della sera, farebbe bene a porsi due domande e darsi tre risposte.

Andrea Agnelli Voto 2 .

Il trisnipote del Sen. Gianni Agnelli (quello che sostenne le leggi razziali del 1938 e lo sforzo bellico di Mussolini a fianco di Hitler), Andrea, senza esprimere alcuna riprovazione per quanto avvenuto (buon sangue non mente), ha sostenuto davanti agli azionisti della Juventus, la squadra di famiglia che presiede, di stare dalla parte di Lotito “perché i tifosi non li scegliamo noi” . Già ma è appena il caso di ricordare che Agnelli non avrebbe neppure titolo di parlare perché inibito per 2 anni da una sentenza del Tribunale federale della FIGC per aver favorito il bagarinaggio mediante la vendita di biglietti per l’ accesso allo stadio oltre il limite consentito per persona, non proprio a personcine per bene. Un bel tacer non fu mai scritto.

Claudio Lotito Voto 1.

Solo perché almeno ci ha messo la faccia. Ma nel corso della giornata di ieri iniziando dalla grottesca sceneggiata floreale davanti alla Sinagoga e proseguendo con una tanto torrenziale quanto confusa intervista monologo su Rainews24 (ma un interlocutore un po’ più preparato della giovane giornalista intimidita e in evidente difficoltà no eh direttore Di Bella?) ha infilato una serie di affermazioni che giustificano l’aforisma “ la toppa è peggio del buco”. Personaggio pittoresco ma per nulla credibile, ha fornito giustificazioni risibili sull’avvenuto, prendendosela con scuola, famiglia assenza di valori e chissà che altro, dichiarando che, per merito suo, la tifoseria laziale é ormai monda dalle scorie razziste del passato e descrivendola alla stregua di un’associazione di filantropi. Ma allora perché vive sotto scorta?

Gli ultras dell’Ascoli. Voto 0

Hanno disertato il minuto di riflessione sull’antisemitismo e diffuso un comunicato zeppo di affermazioni puerili che nascondono la voragine di ignoranza e superficialità che è alla base dei loro stravaganti argomenti.

Gli Irriducibili della Lazio Voto 0

Solo perché al di sotto dello zero non si può scendere. Hanno diramato un delirante comunicato che non merita neppure un rigo di commento. Basti dire che da solo smentisce clamorosamente le dichiarazioni rassicuranti di Lotito circa la natura di certa cosiddetta tifoseria.

Emanuele Pecheux