BLOG
Emanuele Pecheux

L’aria (brutta) che tira

Come avrebbe narrato e commentato il mitteleuropeo Enzo Bettiza, di cui il prossimo 28 luglio ricorre il primo anniversario della scomparsa, i tumultuosi e drammaticamente grotteschi eventi della cronaca e della politica nostrana ed europea?
Come avrebbe giudicato ad esempio, lui che fu esule e profugo, l’iterazione dissennata della propaganda elettorale goebbelsiana che il capo leghista Salvini seguita a condurre, mettendo a rischio centinaia di vite umane nel Mediterraneo, arrivando al punto di proporre di tagliare i fondi europei destinati all’assistenza dei migranti (cosa che non può fare, non essendo quei fondi nella disponibilità del Viminale).
E ancora: quale sarebbe stata la sua reazione nell’apprendere che il Vicepremier italiano (Premier f.f. per la precisione) si sarebbe recato a Mosca per assistere alla finale della Coppa del Mondo di calcio al solo scopo di tifare Croazia, laddove insiste la heimat dalmata (Spalato) che il giovane Bettiza dovette abbandonare con la sua famiglia insieme a migliaia e migliaia di infelici a causa della politica imposta dal regime titoista jugocomunista, dove gli italiani di Istria e Dalmazia erano indesiderati e trattati alla stregua di cani in chiesa?
Ovviamente non è dato saperlo ma si può tranquillamente presumere che il grande italo-croato, epigono del pacifico multiculturalismo avrebbe quantomeno storto il naso di fronte a un esponente del governo italiano che “motu proprio” si è recato ad una manifestazione sportiva di rilievo planetario per fare il tifo per la squadra di una nazione che, al netto della simpatia che sotto il profilo calcistico la squadra croata ha ben meritato, non sembra voler fare i conti con la propria terribile storia del secolo scorso, intrisa di razzismo e crudele xenofobia (a proposito, vivissimi complimenti ai creativi della Nike, la multinazionale dell’abbigliamento sportivo che non ha trovato niente di meglio da fare che confezionare la seconda divisa della nazionale balcanica, indossata in ben tre partite del torneo, con un bel nero ustascia!), impegnata nella finalissima , dopo aver disputato un splendido mondiale, con la Francia del multiculturalismo, al solo scopo di eccitare gli animi dei suoi supporters, webeti (imbecilli e ignoranti) che sui social si sono scatenati in un festival di odiosa idiozia razzista (es. il mondiale l’ha vinto l’Africa) che, una volta di più, ci offre il desolante spaccato di un’Italia incattivita e infilata in una spirale di odio e di rancore verso chi italiano non è (in particolare se ha la pelle nera o i tratti maghrebini) del tutto immotivati.
Forse Bettiza avrebbe rammentato il trattamento che molti italiani (la maggior parte) riservarono ai profughi istriani e dalmati di lingua italiana, speculare a quello che molti italiani (la maggior parte,visto il successo che Salvini sembra mietere nell’opinione pubblica) riservano o vorrebbero riservare ai migranti del XXI secolo: disprezzo, emarginazione se non segregazione, i principali ingredienti dell’odio razziale.
A ottant’anni dalla promulgazione delle fascistissime leggi razziali, in Italia è ripresa a tirare una gran brutta aria che purtroppo grazie al Sciur Salvini e ai suoi sempre più numerosi fans, sta diventando un pericoloso vento contro cui la politica, con il supporto dell’opinione pubblica sana anche se apparentemente minoritaria, ha il dovere di resistere avendo la possibilità e gli strumenti cambiarlo codesto ventaccio.
Prima che sia davvero troppo tardi.

Emanuele Pecheux

Emanuele Pecheux
Uscire dallo sconfortante status quo

Alla fine di maggio del 2013, il Psi, dopo il ritorno in Parlamento dopo 5 anni, promosse ed organizzò un seminario dal titolo  “Oltre. Da qui al domani” a cui parteciparono esponenti del mondo socialista, liberale, radicale e del Pd.

Il contesto era molto diverso da quello odierno: il csx, sia pure a seguito della “non vittoria”elettorale, da pochi mesi era tornato al governo e nel Pd, azionista di maggioranza della coalizione, già si avvertivano i primi spifferi di quello che pochi mesi dopo sarà lo tsunami renziano.

More solito inascoltati, i socialisti avevano tentato di indicare alla sinistra un percorso riformista che muovesse dalla pluralità dei soggetti che componevano la coalizione.

Sappiamo come è andata a finire.

Il neo segretario del Pd, lungi dall’abbandonare la risibile dottrina veltroniana della vocazione maggioritaria, adottò un metodo che, dopo alterne vicende, ha finito per portare il Pd e la coalizione al disastro elettorale del 4 marzo scorso.

L’unica indicazione che egli seppe trarre da quel seminario fu accogliere la richiesta dei socialisti relativa all’adesione del Pd al Pse.

Parve un buon inizio, ma le vicende successive, l’impermeabilità dell’attore principale della scorsa legislatura a misurarsi con altri che non fossero membri del suo partito, ha prodotto la maturazione dei frutti amari che hanno portato alla devastazione del csx.

Peraltro anche una non marginale area del Psi si mise di traverso, travisando strumentalmente le proposizioni esitate dal seminario, ingaggiando una scellerata campagna all’insegna del cupio dissolvi e provocando lacerazioni nel partito di cui non si sentiva alcun bisogno.

Per i quattro successivi anni della legislatura, anziché dedicarsi agli approfondimenti necessari dopo quell’importante appuntamento e  promuovere i buoni risultati ottenuti dai governi di csx di cui il Psi è stato parte, l’attività principale coltivata da alcuni socialisti, perlopiù motivata da personali ambizioni frustrate, è consistita nell’aprire uno sfiancante dibattito interno, tanto autoreferenziale quanto surreale, contrappuntato da abbandoni incomprensibili di parte della delegazione parlamentare e con diatribe culminate nei ben noti strascichi giudiziari.

A posteriori si può ben dire che si trattò di un’occasione perduta perché già da allora era di tutta evidenza che urgeva una riflessione a 360° sul  uturo della sinistra riformista e che il Psi, se si fosse mosso con unità di intenti, avrebbe potuto essere l’avanguardia di un progetto finalizzato alla costruzione di un soggetto politico riformista e plurale.

La sconfitta del 4 marzo ripropone , ancorché in un contesto radicalmente mutato, con un Pd che è entrato in una crisi senza ritorno, le medesime questioni che allora rimasero irrisolte e che oggi sono divenute dirimenti e non più procrastinabili.

Il successo e l’utilità dell’appuntamento del prossimo 7 luglio a Roma, che peraltro poggia su solide basi di discussione, dipende da due fattori: uno interno e uno esterno.

Quello interno: occorre che i socialisti non adottino antiche prassi che hanno dato in passato risultati deludenti.

Riproporre ipotesi di lavoro legate alla ricomposizione della cosiddetta diaspora, che il direttore dell’Avanti! seguita con ostinazione a presentare, suggerendo soluzioni domestiche e dunque autoreferenziali, è quanto di più sbagliato si possa fare poiché è arduo immaginare e ritenere che possa essere di una qualche utilità una federazione che mette insieme debolezze, marginalità, associazioni e partiti virtuali senza che peraltro vi sia un collante politico che vada oltre il “come eravamo”.

Il luogo dove elaborare idee e progetti per il futuro, in un franco confronto con interlocutori che provengano da altre esperienze c’è già, pur ammaccato e indebolito dal rovescio elettorale dello scorso marzo.

Non vi è alcun bisogno di inventarsene altri con un disutile profilo “vintage”, anche e soprattutto in considerazione del fatto che vi sono nel Psi energie e intelligenze che,  non marcando alcuna discontinuità con la nostra storia e il relativo patrimonio valoriale che l’ha alimentata, offrono ampie garanzie legate al necessario rinnovamento che è questione che ha in sè le medesime caratteristiche di urgenza se ci si riferisce ad altri soggetti.

Quello esterno: inutile girare intorno al tema. L’ircocervo inventato da Veltroni ha avuto vita breve e, se non è già defunto come alcuni sostengono, sta rantolando.

I maldestri tentativi di Zingaretti e di alcuni esponenti di una stagione finita di tenerlo in vita artificialmente non saranno di alcuna utilità per la costruzione di un soggetto riformista ed europeista.

Vale la pena di dirlo chiaro e forte.

Meglio, molto meglio misurarsi con spirito costruttivo e senza infingimenti con il manifesto di  Carlo Calenda, non fosse altro perché, anche se non solo, può divenire, nei fatti e nei contenuti, la leva decisiva per il superamento dello sconfortante attuale status quo.

Emanuele Pecheux
Direzione nazionale Psi

Falsi e falsari. Le radici dell’odio

La mala pianta dell’odio razziale che ormai Matteo Salvini innaffia copiosamente con cadenza pressoché giornaliera, mediante agghiaccianti annunci che riscuotono, a leggere i sondaggi, un preoccupante consenso in sempre più larghi settori dell’opinione pubblica, affonda le sue robuste radici in Europa da oltre un secolo, a seguito della riesumazione dell’antica pratica di diffondere falsi documenti redatti con l’obiettivo di denunciare falsi complotti.
I Protocolli dei Savi di Sion, un libello in cui si favoleggia su un piano operativo degli ebrei per ottenere il dominio del mondo attraverso il controllo dei media e della finanza e la sostituzione dell’ordine sociale tradizionale con un nuovo sistema basato sulla manipolazione delle masse, fu preparato e diffuso all’inizio del XX secolo dall’ Ochrana, la polizia segreta zarista impegnata contro l’insorgere della pulsioni rivoluzionarie in Russia e costituì la giustificazione per i primi pogrom antisemiti in Europa orientale.
Dopo la prima guerra mondiale divenne il testo base da cui l’ideologo del nazismo, Alfred Rosenberg e soprattutto Adolf Hitler nel suo Mein Kampf costruirono il mito della razza superiore, per giustificare e applicare spietatamente la prassi la cui attuazione fu codificata dal duo Heydrich/Eichmann nella famigerata conferenza di Wannsee, dello sterminio nei confronti degli ebrei prima di tutto e poi dei cosiddetti “untermenschen”, sottouomini di razza slava, zingari e, per non farsi mancare nulla, omosessuali.
Naturalmente, dopo un’iniziale indifferenza al tema, con l’avvicinamento alla Germania naziata, anche nell’Italia fascista a giustificazione dell’ introduzione della leggi razziali del 1938, su iniziativa di un fanatico exprete, Giovanni Preziosi, con la benedizione del Duce e di ampi settori della Chiesa, si dette alle stampe il falso documento di cui si fece una diffusione massiccia con un corollario di un’ aggressiva pubblicistica antisemita a cui parteciparono giornalisti che divennero poi, proseguendo nella tradizione tutta italiana del voltagabbanismo, esponenti di rilevo dell’editoria nostrana dell’Italia repubblicana.
Ancora oggi codesto ripugnante libello nutre i fanatismi antisraeliano e antioccidentale di larga parte del terrorismo fondamentalista islamico.
Ai Protocolli si è aggiunto all’inizio del XXI secolo una stravagante dottrina dello storico austriaco Gerd Honsik (che sostiene che la Shoah non è mai avvenuta!) il quale saccheggiando, impasticciandolo pro domo sua, il primo progetto per l’Europa unita scritto nella prima metà del secolo scorso da Richard Kalergi, in cui si afferma la necessità di un’integrazione continentale per favorire la pacifica convivenza dei popoli, lo ha rielaborato fino a renderlo una sorta di manifesto funzionale all’annullamento delle identità nazionali e locali, a causa, a suo dire, di una supposta imposizione del “meticciato etnico” e di un supposto “genocidio” dei popoli europei per sostituirli con quelli asiatico-africani, allo scopo di ottenere un’etnia indistinta di docili consumatori piegati al mercato e al desiderio di dominio mondiale da parte, neanche a dirlo, di elites giudaico massoniche.
Farneticazioni di un sociopatico o di un furbastro desideroso di visibilità da ottenere a qualunque costo.
Ecco, codesti sono i fondamenti ideologici che il primo ministro Salvini sta tentando di imporre al presidente del consiglio Carneade Conte a al Capo di quell’Armata Brancaleone di fascistelli in erba dei grillisti che condividono con lui la responsabilità di governo.
Fa rabbrividire ascoltare Carneade Conte affermare che non si possono schedare gli zingari solo perché anticostituzionale e non perché è un’aberrazione.
E ancor di più fa rabbrividire il clima mefitico che sta montando on e off line mercé il falsario Salvini che con la continua esposizione di teorie e auspicate prassi razziste e nazistoidi presentate sotto le mentite spoglie del presunto sovranismo (d’altra parte perché stupirsi? Non era forse il consigliere comunale di Milano Matteo Salvini che, anni fa, propose di differenziare i posti a sedere nei mezzi pubblici tra italiani ed extracomunitari, preferibilmente neri?), sta avvelenando il Paese mettendolo, al minimo, a rischio orbanizzazione.
Occorre rendersene conto prima che sia troppo tardi.

Emanuele Pecheux

Emanuele Pecheux
Un percorso lungo e irto di ostacoli

Ieri, 11 maggio, ho adempiuto al mio dovere di socialista, rinnovando l’iscrizione al Psi e versando la quota prescritta a sostegno di Avanti! e Mondoperaio.
Mentre era intento a digitare gli estremi del bonifico bancario, l’impiegato ha alzato lo sguardo e, senza apparente malizia mi ha domandato: “Ma perché? Esiste ancora il Partito socialista? Non lo sapevo”.
Una domanda che mi è già stata posta innumerevoli volte, da interlocutori di diversa estrazione sociale ed età, con diversa enfasi, e che puntualmente sollecita un sentimento di impotente frustrazione poichè offre la misura della nostra diffusa e perdurante invisibilità le cui cause sono molteplici e ben note.
In molti, tra noi, sono portati a rimuovere questo stato di cose, scegliendo di attaccarsi ad una virtualità fuorviante e pericolosa perchè rassicurante.

La dura realtà è che in questi anni si è affermata, nel mondo dei media, della scuola, dell’università la tendenza indotta da sciagurati maitre a penser, di cancellare (o riscrivere, alterandola) la storia e contemporaneamente oscurare l’esistenza di una forza organizzata del socialismo italiano.
Una galleria di nefandezze i cui autori sono noti.
Oggi, alla luce del risultato elettorale che ha fortemente ridimensionato il Pd, è auspicabile che questo stato delle cose muti, cominciando a fissare alcune priorità rispetto ai compiti che attendono i socialisti per concorrere a ristrutturare il csx
Le proposte di sostanza contenute nell’appello del segretario del partito (e nella ultima intervista all’Avanti!) che ho sottoscritto vanno sicuramente in questa direzione.
Tuttavia, considero necessario formulare alcune obiezioni poichè per concorrere ad avviare un processo di rinnovamento del partito (necessario) e del csx (improcrastinabile) occorre che siano chiari alcuni punti.
Ben venga il tentativo (l’ennesimo peraltro) di allargare il processo ad un perimetro più ampio di quello del Psi.
Ma è necessario fissare alcune precondizioni, perché in difetto, si rischia di partorire un topolino, come ampiamente dimostrato dalla storia della diaspora socialista lunga 30 anni.
La prima è che considererei sbagliato associare al processo chi in questi anni ha assunto comportamenti lesivi della comunità socialista del Psi.
Per essere chiari mi riferisco a quegli esponenti che hanno promosso e sostenuto le azioni giudiziarie contro il partito e il suo gruppo dirigente, a chi ha pubblicamente definito i nostri congressi “farse” a chi ci ha dileggiato e insultato sui social, a chi nell’appuntamento decisivo per avviare una riforma istituzionale si è schierato a fianco degli Zagrebelsky, dei Travaglio, promuovendo il No al referendum del 4 dicembre, a chi, infine, lo scorso 4 marzo ha portato acqua (anche se poca) al mulino di Leu ed altre formazioni concorrenti e avverse alle scelte assunte democraticamente dal Psi.

Nessun esame del sangue ma neppure l’applicazione del motto partenopeo “scurdammuce o passato”.
Serve per costoro un congruo periodo di riposo sabbatico.
Considero poi importante che al processo indicato nell’appello siano associati i dirigenti “seniores” che con la loro esperienza possono offrire un sostanziale contributo tuttavia, con il dovuto rispetto, considero molto più importante che alla guida di un percorso che sarà lungo, irto di ostacoli e con dinamiche inedite, siano posti con ruoli apicali e di responsabilità dirigenti espressione di una nuova generazione di socialisti.

Nel Psi abbiamo un cospicuo tesoretto di intelligenze e risorse umane che altro non chiedono di essere messe alla prova.
Sotto questo profilio guardo con interesse al workshop da loro promosso per il prossimo 16 maggio che mi auguro sia fecondo di idee e suggestioni positive.
E’ stato più volte ricordato in questi anni difficili: oggi mi pare appropriato di stringente attualità evocare le parole che Pietro Nenni scrisse poco prima di morire per la prefazione dell’ Almanacco socialista del 1980 (vado a memoria): “Occorre capire che il tempo non lavora per la sinistra. Tutto è in questione, tutto è posto di fronte all’alternativa di rinnovarsi o perire”.
Per oggi e per domani significa, in sostanza, non doversi più sentirsi chiedere: “Esiste ancora il Partito Socialista?”

Emanuele Pecheux
Direzione nazionale Psi

Appendino fa rima con declino

Ora è chiaro: madamin Chiara Appendino, sindaca grillina di Torino è entrata in competizione con la collega di Roma. la Sora Virginia Raggi per la conquista del poco commendevole trofeo della più incapace.
Non bastava la tragedia di piazza San Carlo della scorsa primavera, di cui madamin porta per intero la responsabilità politica; da ieri, grazie alle decisioni assunte dalla Fondazione del Teatro Regio da lei presieduta, una delle eccellenze del capoluogo subalpino, è entrata in una crisi di cui è arduo vedere la fine.
È successo che, dopo le dimissioni del sovrintendente Walter Vergnano, ufficialmente presentate per motivi personali, che ha retto l’ente lirico per 19 anni portandolo a livelli di assoluta rilevanza internazionale, madamin ha convocato il consiglio di indirizzo e ha fatto passare la nomina di Walter Graziosi, contro il parere di 2 consiglieri (che si sono dimessi) e del rappresentante della Regione Piemonte.
Intendiamoci: se il neo sovrintendente in pectore (vedremo perchè) avesse un profilo professionale e di competenza di alto livello si sarebbe anche potuto avallare la forzatura impressa dalla prima cittadina.
Il punto è che Walter Graziosi queste qualità sembra proprio non averle, considerato che il suo curriculum parla di una lunga esperienza amministrativa in una multinazionale degli ascensori (!) di un esperienza amministrativa nel mondo circense (!) di un’esperienza come vice-sovrintendente dell’Opera di Astana – Kazakistan (però!) e ben 17 anni alla guida della Fondazione Pergolesi-Spontini della sua città natale, Jesi, conclusasi con un abbandono tra le polemiche a causa di un rosso di 600.000 €, non proprio bruscolini per una microscopica fondazione con ben 10 dipendenti (il Regio di Torino ne ha 300).
Un biglietto da visita non proprio entusiasmante.
Il primo atto del neonominato è consistito in una intervista in cui alla domanda sulla auspicata riconferma a direttore musicale del regio di Gianandrea Noseda, uno dei più apprezzati direttori che vanta un repertorio impressionante di collaborazioni con le maggiori orchestre sinfoniche del mondo, Graziosi ha risposto, con il garbo di un ippopotamo, di non conoscere il Maestro e che comunque avrebbe dovuto prima “vedere i conti” (sic!).
Noseda, neanche a dirlo, ci ha messo un attimo ad andarsene motu proprio, sbattendo pure la porta.
Per un torinese fuori sede è triste doverlo constatare: Appendino fa rima con Torino ma anche con declino.
P.S. La nomina del prode Walter Graziosi deve essere confermata dal Ministro dei Beni culturali che, se alcuno se lo fosse dimenticato, è l’entrista Dario Franceschini.
Attendiamo, non senza preoccupazione, le sue determinazioni.

Emanuele Pecheux

Emanuele Pecheux
Lettera aperta al compagno Andreini

Caro Andreini,
nelle ore successive al risultato elettorale domandavo a me stesso chi sarebbe stato il primo ad esternare, come nella migliore (o peggiore) tradizione, interpretando lo scialbo copione delle accuse al capitano e ponendosi alla guida di un improbabile ammutinamento.
Tra i candidati più probabili figuravi tu. Non mi sono sbagliato.
D’altra parte siamo vicini alle Idi di marzo e la storia ci insegna che codesto è il periodo migliore per allestire congiure.
La tua lettera aperta al segretario, peraltro, offre la cifra di quanta approssimazione e quanto supponente narcisismo autoreferenziale stia alla base delle tue esternazioni.
Comincio dall’approssimazione: sostenere che, ti cito, siamo di fronte a “un disastro elettorale ben più grave di quello pur disastroso subito nel 2008 da Boselli”, significa almeno due cose: non avere memoria e argomentare con un malanimo degno di miglior causa.
Spiego: intanto nel 2008 il neonato Ps aveva circa 72.000 iscritti, una presenza maggiore sui territori e un tesoretto che fu utilizzato per svolgere una campagna elettorale capillare e diffusa.
Il risultato al netto dei voti ottenuti all’estero fu lo 0.9%.
Dieci anni dopo con un numero di iscritti di gran lunga inferiore, una presenza sui territori a macchia di leopardo, senza alcun tesoretto significativo da investire in una campagna elettorale caratterizzata dalle abituali disparità di trattamento riservate da stampa e network televisivi ai competitori, il risultato in termini percentuali è poco al di sotto della cifra del 2008.
E, nelle condizioni date, la lista Insieme è riuscita a fare eleggere 2 parlamentari nella quota maggioritaria, a cominciare dal difficile collegio senatoriale di Arezzo e Siena e un parlamentare nella circoscrizione estero.
Siccome sono convinto che l’apporto elettorale di Verdi e prodiani, nonostante il timido endorsement del Professore, sia stato ben inferiore al minimo sindacale, è di tutta evidenza che il risultato nella quota proporzionale, per quanto deludente, è da ascrivere per intero al Psi, all’impegno dei candidati socialisti e dei dirigenti e militanti del Psi. Tutti, nessuno escluso.
Mi dovresti poi spiegare come, a fronte di un rovescio elettorale di proporzioni storiche per il csx, in che modo la lista Insieme avrebbe potuto ottenere un risultato diverso.
Era lecito aspettarsi qualche decimale in più che, comunque, non avrebbe cambiato la sostanza delle cose.
Con il Pd ben al di sotto della quota 20%, la lista di Emma Bonino, dotata di risorse finanziarie significative, che ha goduto di un sostegno mediatico sfacciato e persino imbarazzante, pronosticata alla vigilia come la vincitrice morale del csx con un risultato al di sopra del 3% è rimasta, sin dalle prime rilevazioni ben al di sotto della soglia di sbarramento, riuscendo ad eleggere 3 parlamentari, due dei quali sistemati in collegi blindati.
Vogliamo parlare di LeU nata per fare perdere il csx, pronosticata sino a due mesi fa con un risultato vicino alla doppia cifra, che si è fermata ad un modesto 3.3%?
Caro Andreini, per le analisi politiche ed elettorali occorre non perdere mai di vista il contesto in cui i risultati maturano e mantenere la mente sgombra da pregiudizi.
Esattamente ciò che tu non fai ripiegando i tuoi ragionamenti a dinamiche interne di nessun interesse, supportate da riferimenti alle tue personali iniziative intraprese in questi anni che interessano ancor meno.
È un momento grave per l’Italia e per tutta la sinistra riformista.
Domenica è mutato completamente il quadro storico politico.
Le nostre riflessioni, su ciò che occorre fare nel futuro prossimo, dovrebbero muovere da questo dato di fatto e un dirigente di partito potrebbe evitare di abbandonarsi a sgangherate osservazioni e a richieste assurde, funzionali unicamente a favorire la chiusura della porta e allo spegnimento della luce.
È questo che vuoi?

Emanuele Pecheux

Argentina. La condanna degli aguzzini dell’ESMA

acosta astiz

Jorge Acosta e Alfredo Astiz

Ieri, 29 novembre, il Tribunale federale di Buenos Aires, con trent’anni di ritardo, ha comminato 48 condanne, di cui 29 all’ergastolo, ai responsabili dei numerosi casi di rapimenti, torture e omicidi consumati all’interno della famigerata ESMA, acronimo di Escuela de Mecanica de la Armada, la scuola tecnica della Marina situata nella capitale argentina, dove, tra il 1976 e il 1983, gli anni del regime militare di Videla & C , autodefinitosi “Processo di riorganizzazione nazionale”, transitarono oltre 5000 prigionieri politici ( di cui molti di origine italiana) .

La maggior parte di loro furono uccisi in seguito alle torture e scomparvero nei cosiddetti “voli della morte”. Si stima che solo il 5% dei detenuti sia sopravvissuto agli orrori dell’ESMA.

I responsabili politici della selvaggia repressione, con il ripristino della democrazia, avvenuto dopo il disastroso esito della guerra ingaggiata dal regime contro il Regno Unito per il possesso delle isole Falkland, sia pure dopo estenuanti battaglie giuridiche, erano già stati condannati negli anni scorsi con pene esemplari: Jorge Videla, Roberto E. Viola, Leopoldo Galtieri e Reynaldo Bignone, i generali che si succedettero alla guida dell’Argentina, ora quasi tutti deceduti, furono chiamati a rispondere dei loro crimini di fronte alla giustizia.

La sentenza di ieri ha riguardato invece alcuni tra gli esecutori materiali della spietata repressione che caratterizzò gli anni della dittatura: i 48 imputati sono stati giudicati per gli arresti illegali, le torture, la morte e la successiva scomparsa di oltre 5000 persone transitate all’ESMA durante gli anni della dittatura.

In particolare due tra essi sono tristemente noti: il capitano di corvetta Jorge “El Tigre” Acosta, ufficiale comandante dell’ ESMA, che trasformò in centro di detenzione e tortura, decidendo personalmente dei rapimenti e definendo le modalità delle torture e il suo ufficiale subalterno, il famigerato sottotenente di vascello Alfredo Astiz, detto “l’angelo della morte”.

I due ristrutturarono la scuola di meccanica navale adattando i locali ad un centro clandestino di detenzione e contemporaneamente formarono una task force con il compito di svolgere operazioni illegali coperte (sequestri e torture) indicato come GT322 .

All’ESMA, hanno raccontato gli scampati e qualche boia pentito, venivano somministrate le più atroci torture fisiche e psicologiche . Acosta ordinò, ad esempio lo stupro sistematico delle detenute: se rimanevano incinte, subito dopo il parto venivano private dei figli, poi dati in adozione, e uccise .

Per fare sparire definitivamente i detenuti, senza lasciare alcun tipo di taccia, Acosta e Astiz, decisero di utilizzare aerei militari per compiere i tristemente noti voli della morte: i detenuti venivano sedati e successivamente gettati, vivi, nelle acque dell’Oceano Atlantico.

Astiz, dopo queste ed altre malefatte, fu promosso al grado di capitano di fregata, inviato alle Falkland dove, non si segnalò per atti di eroismo ma firmò la resa delle truppe argentine ai britannici che, avendolo identificato, lo estradarono in Argentina, dove, insieme ad Acosta e altri ufficiali, fu successivamente degradato ed espulso dalla Marina per indegnità.

Se per Acosta è il secondo, per Astiz si tratta del terzo ergastolo. Uno gli è stato comminato dalla giustizia italiana che lo ha riconosciuto colpevole per la sparizione e la probabile uccisione di tre nostri connazionali.

Con la sentenza del 29 novembre, accolta con esultanza delle Madri di Plaza de Mayo, l’associazione dei parenti delle vittime della dittatura, giustizia è fatta.

Resta tuttavia incancellabile la memoria degli orrori che, tra gli anni 70 e 80 del secolo scorso (oltre all’Argentina, segnarono altri paesi del Sud America, a cominciare dal Cile di Pinochet), fu possibile attuare impunemente grazie anche a diffuse complicità internazionali.

Emanuele Pecheux

Prajak come Goering

Nell’ottobre del 1946 Hermann Goering, già n. 2 del regime nazista, venne condannato alla pena di morte al termine del processo di Norimberga, riconosciuto colpevole di crimini di guerra e contro l’umanità.
Goering non salì sul patibolo perché, alla vigilia dell’esecuzione, si avvelenò una fiala di cianuro nella sua cella .
72 anni dopo, il settantaduenne Slobodan Prajak (spietato discepolo del croato Tudjiman, dirimpettaio del serbo Milosevic), comandante delle unità paramilitari croato-bosniache che durante la mattanza nella ex Jugoslavia seminarono morte, terrore e distruzione (sua fu l’iniziativa di far saltare il secolare ponte di Mostar per affamare i cittadini musulmani) al pari dei serbo-bosniaci di Ratko Mladic, udita la sentenza di appello (l’ultima) del TPI dell’Aja che ha confermato la condanna a 20 anni di carcere perché riconosciuto colpevole di crimini di guerra e contro l’umanità, dopo aver protestato la propria innocenza ha ingerito veleno (in diretta televisiva) da una boccetta che aveva portato con sé, morendo quasi all’istante.
Le sole differenze che si possono riscontrare tra Goering e Prajak sono nella diversa nazionalità, nelle diverse pene comminate e nelle modalità del suicidio, gesto “eroico” adottato da militari fanatici e criminali che intendono sottrarsi alle loro responsabilità davanti alla giustizia.

Emanuele Pecheux

Non attenderemo Godot

Spesso le immagini descrivono un evento molto più di mille parole, specie se pronunciate in libertà.

La conferenza stampa del 22 novembre di Bobo Craxi in cui ha annunciato l’ennesima giravolta che arricchisce il suo curriculum politico più unico che raro (in poco meno di 20 anni dal centrodestra alla sinistra massimalista), plastica dimostrazione di un camaleontismo che ha pochi eguali, è apparsa surreale uditi gli argomenti usati per giustificare l’ingresso nell’Mdp suo e del manipolo di sventurati seguaci che lo sostiene.

Non è necessaria un’approfondita esegesi del suo debol pensiero, che è tale perché muove da una menzogna ovvero che “I socialisti sono da 20 anni senza una casa comune” (sic!), per definire le affabulazioni infarcite di non verità , risibili per la loro inconsistenza e sconcertanti per le conclusioni.

Chissà se ai due imbarazzati anfitrioni di Bobo, presenti in ordine sparso all’evento, dopo aver ascoltato le sue parole in libertà, sarà corso qualche brivido sulla schiena?

L’impressione che hanno dato è che non sprizzassero felicità e soddisfazione, salvo la probabile, segreta e vana speranza di poter arrecare qualche danno al Psi, esercizio in cui i nipotini di Berlinguer si applicano con indefessa solerzia.

Uno , il sempre più esangue Roberto Speranza, è arrivato in sala a metà conferenza e, nonostante l’invito a sedersi al tavolo dei relatori, ha preferito declinare, per poi, a richiesta, pronunciare un fervorino con i crismi del minimo sindacale.

L’altro, il simpatico Arturo Scotto, incapace di emanciparsi dell’oratoria da Agit-prop 2.0 che è la cifra costante dei suoi interventi pubblici, dimentico che solo poco meno di 10 anni fa l’ineffabile Bobo lasciò il Partito Socialista, macchiatosi, a suo dire, della colpa di aver stretto un’alleanza elettorale “con i nostri carnefici”, si è lanciato in un poco credibile panegirico dei socialisti che aderiscono al progetto dalemian-bersaniano, proprio mentre, vedi caso, il leader designato, Pietro Grasso, diffondeva un comunicato in cui, altro Italo Amleto, non dava per scontata l’ assunzione della leadership dell’ Mdp.

Per loro dunque un pomeriggio non esaltante, conclusasi con immagini di strette di mano sincere quanto un falso della Gioconda .

I due non avevano di che essere molto allegri: aspettavano Pietro e si sono ritrovati ad aprire la porta solo a Bobo.

A noi, per nulla attoniti osservatori perché consapevoli, conoscendolo bene, che per lui le porte dei partiti sono sempre girevoli, non resta che attendere di capire quando infilerà la direttrice verso l’uscita.

Non sarà come attendere Godot.

Emanuele Pecheux

Un vaniloquio inconcludente

Domandarsi perché il movimento calcistico italiano è caduto così in basso è una pura esercitazione retorica utile unicamente a fare scorrere fiumi di inchiostro a soloni più o meno improvvisati, fiumi di parole ai commissari tecnici da pc e/o bar dello sport, al solito Veltroni il tuttologo per concedere l’ennesima intervista in cui ci spiega dove va il mondo (e magari per candidarsi alla guida della FIGC).

Mentre imperversavano le sfinenti geremiadi recitate a più voci dopo l’eliminazione della nazionale dal torneo mondiale è accaduto un episodio a cui pochi osservatori hanno prestato la dovuta attenzione e offre la plastica dimostrazione della radicata infingardaggine dell’ambiente.

Ricordate il caso degli adesivi con il volto di Anna Frank appiccicati nella curva giallorossa dello stadio olimpico di Roma da sedicenti tifosi della Lazio? Bene, il procuratore della Figc, Giuseppe Pecoraro, ha deferito il club biancoceleste alla procura del Coni per le valutazioni del caso mentre ha chiesto l’archiviazione per il presidente del club, Claudio Lotito, per l’escamotage del passaggio dei tifosi della curva Nord alla modica cifra di € 1,00.

Un provvedimento più che ridicolo grottesco, un giudizio non salomonico ma pilatesco, assunto al sin troppo evidente scopo di far passare in cavalleria un episodio inaccettabile e ingiustificabile che la dice lunga su come il padroni del vapore (Lotito, proprietario di due club, Lazio e Salernitana, è uno degli azionisti di maggioranza della FIGC) condizionino l’ambiente e pieghino spudoratamente anche le regole del buon senso al loro tornaconto.

Già, perché il furbetto (Lotito) dopo la sceneggiata del giorno dopo davanti alla Sinagoga ha continuato a farsi beffe del divieto di accesso alla curva nord dell’Olimpico seguitando ad ospitare, sempre alla modica cifra di € 1.00, i tifosi nella curva romanista.

Perdurando la presenza di un simile personaggio ai vertici del nostro sistema calcio invocare, come fanno tanti dopo la debacle svedese, una ricostruzione dalle fondamenta altro non è che vaniloquio inconcludente.

Emanuele Pecheux