BLOG
Emanuele Pecheux

Suburra e soccorso nero

La suburra di malpancisti/fancazzisti in s.p.e. di varia origine e provenienza ha dovuto convivere, per i due giorni in cui alla Camera di discuteva sul Rosatellum 2.0, all’interno dello spazio che sul piazzale di Montecitorio viene riservato a turisti curiosi e alla varia umanità che trascorre le giornate davanti al palazzo della Camera dei deputati con mille pretesti per non passare inosservata.

Convivenza che si è subito dimostrata difficile e complicata poiché, da solo, il collante dell’urlo non è risultato essere sufficiente per cementare una sanculottesca unità dei presenti.

Tra i protagonisti delle sceneggiate a base di urla, insulti e contumelie, non poteva non esserci l’ineffabile Dibba che, dopo essere stato preso, durante sua prima uscita in piazza con megafono, a pernacchi dai militanti del “movimento dei forconi” del Gen. Pappalardo (!), pur traumatizzato (vi sono fotografie che mostrano il suo volto atterrito e stupito) ma non domo, ha richiesto l’intervento del “soccorso nero” venuto dal papà, fascista conclamato, che, all’indomani, presente in piazza, ha puntato dritto verso il Generale schiaffeggiandolo.

Dopo l’inevitabile parapiglia che il gesto del camerata Di Battista Senior ha generato, interrogato dal giornalisti, l’impavido Dibba, deputato della repubblica ha dichiarato: “So proprio fiero de mi padre: avrà provato a dare una carezza ad uno che se pija er vitalizio” (sic!)

Sarà un caso ma, nonostante la piccola folla di militanti adoranti lo attendesse in piazza, Beppe Grillo, presente a Roma, è rimasto chiuso nel suo albergo e non si è dunque materializzato in piazza.

Probabilmente, persino ad un clown come lui abituato a codesto genere di chiassate, non sarà parso né utile né opportuno scomodarsi per poche centinaia di scalmanati che se le danno di santa ragione. Chissà!

Emanuele Pecheux

Asciugatori di scogli

I socialisti, talora con pedante ossessività, hanno il vizio di coltivare la memoria. Una memoria selettiva che li porta a evitare sin troppo facili rimozioni rispetto alle proprie ragioni e visioni, spesso inascoltate, e ai torti subiti.

Sul rapporto che è intercorso con Pier Luigi Bersani non possono che esserci forti ambivalenze poiché se da un lato è doveroso riconoscergli dei meriti dall’altro occorre pure sottolineare gli errori (troppi e gravi) che dal 2013 seguita ad inanellare.

All’inizio del suo mandato in qualità di segretario del Pd Bersani, con le sembianze di un bonario Dr. Jeckill piacentino si occupò, riuscendoci, di ricostruire un rapporto decente con il Psi, dopo che il suo predecessore aveva operato nella direzione opposta.

Va dato atto all’allora segretario del Pd di avere realizzato tra il 2009 e il 2013 un fecondo confronto con il Psi, cancellando con decisione le nefande gesta di Veltroni a cominciare dall’ archiviazione della favola del Pd partito a vocazione maggioritaria.

Un processo che, se coltivato e implementato, avrebbe potuto essere foriero di una positiva catarsi della sinistra riformista italiana irrobustendola con nuove prospettive.

Ma nell’imminenza delle elezioni del 2013 Bersani, in parte perché il coraggio chi non l’ha non se lo può dare, in parte perché mal consigliato da un sinedrio di apparatchik di scuola postcomunista, in parte perché affascinato dal richiamo della foresta, impresse un brusco stop a tale processo, privilegiando, con un’inversione ad u, l’interlocuzione con pezzi della vecchia sinistra Dc in cerca d’autore (e di voti) al punto di favorire l’ingresso di un nuovo soggetto politico, costruito in fretta e furia, all’interno della coalizione Italia Bene Comune, fino puntellare la nascita di una lista con quelle stimmate.

Sappiamo come finì: una sorta di calcio di rigore tirato in curva, una campagna elettorale guidata in modo demenziale dal Sinedrio di cui sopra, un risultato elettorale che eufemisticamente si può definire al di sotto delle meno ottimistiche o più prudenti previsioni.

Da qui il Dr. Jeckill Bersani ha preso d’infilata la strada dell’autolesionismo, del tafazzismo, divenendo una sorta di Mr. Hyde della sinistra riformista.

Due, tra le tante, appaiono le scelte scellerate che, in parte trovano conferma in queste ore: l’indicazione di Pietro Grasso alla carica di Presidente del Senato (uno dei peggiori che la storia repubblicana ricordi) e la guerriglia parlamentare, concertata con gli esponenti (allora del Pd) di quella che il compianto Bruno Buozzi avrebbe definito “la sinistra delle chiacchiere”, arrivando al punto di lasciare, sbattendo la porta, il partito che aveva guidato, per formare un Movimento di combattenti e reduci affidandone (apparentemente) la guida ad un giovanotto di Buona Speranza.

In particolare l’inaspettata e repentina involuzione bersaniana trovò conferma, all’inizio della Legislatura, nell’indicazione di un magistrato alla seconda carica dello Stato, con tanti saluti al principio della separazione dei poteri.

Una clamorosa riedizione dell’antico vizietto del Pci-Pds-Ds di candidare (ed eleggere) nelle due camere un congruo numero di esponenti dell’ordine giudiziario.

C’è di più: nelle ultime ore rumors provenienti da Napoli, dove è in corso la festa del Movimento combattenti e reduci (cos’abbiano da festeggiare non è dato saperlo), sembra che al Presidente uscente del Senato sia stata offerta la leadership in vista delle prossime elezioni politiche e sembra pure che Grasso definendosi “ragazzo di sinistra” (sic!) starebbe pensando di accettare.

Se così fosse, in altre parole se i rumors corrispondessero al reale orientamento di Bersani & C .non resta che osservare malinconicamente, parafrasando Crozza, che “i ragassi hanno incominciato ad asciugare gli scogli”.

Emanuele Pecheux

Il generoso D’Alema

Perché Aldo Cazzullo e il Corsera affidino, a seguito del risultato delle elezioni tedesche, l’analisi della crisi della socialdemocrazia europea e le possibili soluzioni ai due ex dioscuri del Pci-Pds-Ds Walter Veltroni e Massimo D’Alema, mediante due torrenziali interviste, è arduo da comprendere tuttavia vi è da considerare che a Via Solferino da un po’ di tempo la confusione regna sovrana.
Non meritano grande attenzione le ripetitive ideuzze del fondatore del Pd che tra un libro, un film e altre amenità vive una dimensione onirica della politica e non aggiunge nulla (come potrebbe?) al vuoto pneumatico che da sempre è la cifra del suo profilo politico.
Diverso il caso del Lider Maximo: con la sfrontatezza che gli è congeniale, Baffino afferma di essere stato “generoso” con Bettino Craxi perché nelle ultime settimane del 1999, quando ormai era noto a tutti che le condizioni di salute del leader socialista si erano aggravate (morì nel gennaio del 2000) afferma: “negoziai con la Procura di Milano perché non lo arrestassero. Non fu possibile” e, bontà sua, osserva: “Nonostante la forte carica anticomunista Craxi è sempre stato un uomo di sinistra”.
Forse la mia memoria non mi aiuta ma personalmente non ricordo un particolare impegno dell’allora Premier per favorire una soluzione ad un caso disperato e disperante.
Invece ricordo che pochi mesi prima, nel marzo dello stesso anno, l’ultimo del XX secolo, celebrandosi a Milano il IV congresso del Pse (partito di cui Craxi nel 1992 fu tra i fondatori), la delegazione dello Sdi pose all’allora presidente del Pse, il tedesco Rudolf Scharping la questione politica del “caso Craxi” affinché il congresso ne discutesse i termini e magari suggerisse una soluzione, riconoscendo al leader del Psi l’onore politico unitamente alla considerazione che non si poteva parlare di lui come “un capobanda” .
Scharping (che pochi anni dopo, da Ministro della Difesa della Germania, finì invischiato in una storiaccia legata all’utilizzo per fini personali di aerei militari per raggiungere l’amante a Palma di Majorca e si dovette dimettere), pressato dai due Dioscuri dei Ds (uno Veltroni, segretario del partito, l’altro D’Alema, Presidente del Consiglio) liquidò la questione sostenendo che: “Craxi non è un problema europeo, è un problema solo italiano, anzi della giustizia italiana. Nessun capo di governo, nessun segretario, nessun partito europeo è interessato a discuterne”.
Insomma costui si comportò da teutonico utile idiota piegandosi ai desiderata dei vertici dei Ds che fecero a gara per promuovere e sostenere una simile aberrazione.
Occhetto definì l’iniziativa dello Sdi “un grimaldello contro i giudici”, Veltroni sostenne che “La questione morale per noi è irrinunciabile. Dobbiamo con più forza far vivere, specie tra i giovani, l’intensità di una politica che io chiamo la sinistra dei valori”, D’Alema diede prova della sua grande “generosità” dichiarando: “Se Craxi tornasse, farebbe un atto onorevole”, infine Pietro Folena, all’epoca coordinatore nazionale dei Ds affermò: “La questione Craxi? Per noi è irrilevante”.
D’Alema, che senza nemici da abbattere proprio non sa stare, dopo 18 anni riconosce a denti stretti, al solo fine di negarla al suo nuovo nemico Renzi, al vecchio nemico Craxi la patente di “uomo di sinistra”.
Ha ragione Nencini che oggi, presentando l’ultimo libro di Ugo Intini, ha affermato: “D’Alema sarebbe stato più corretto se avesse detto queste cose negli anni novanta.
La memoria tardiva rischia di essere strumentale e parziale, anche se un pezzo di verità è stata ripristinata. Purtroppo in Italia ci sono legioni di smemorati”.
Già, perché, more solito, per i nipotini di Togliatti il miglior socialista è sempre quello morto e il riconoscimento tardivo di D’Alema ha l’afrore rancido della più becera strumentalità.

Emanuele Pecheux

Enzo Bettiza
l’anticonformista

enzo bettizaNon è piacevole iniziare un ricordo di un grande che ci ha lasciato con una polemica. Eppure è necessaria poiché il combinato disposto “ignoranza-antisocialismo” che caratterizza Repubblica non ha mancato dall’appalesarsi anche nel “coccodrillo” che disegna il profilo di Enzo Bettiza, il grande giornalista scomparso oggi a 90 anni. Ebbene nelle note biografiche del giornale on line non si fa menzione del fatto che fu europarlamentare del Psi, amico e ascoltato consigliere di Bettino Craxi.

Nel pezzo, non firmato, si parla unicamente del mandato di senatore per il Pli.

Non c’è di che stupirsi di tanta becera superficialità: non è la prima volta e non sarà certo l’ultima che, fintantoché sarà in vita l’ultranovantenne fondatore, a Repubblica si usa la cartavetro sui segmenti di storia italiana in cui c’entra il Psi. Le motivazioni sono fin troppo note ed è perfettamente inutile tornarci sopra.

A maggior ragione è giusto, sul nostro Avanti!, ricordare quella che fu, nell’avventurosa vita di Bettiza, esule dalmata profondo conoscitore e avversario del totalitarismo comunista, la più felice intuizione politica tale da provocare il divorzio con Indro Montanelli, con Bettiza cofondatore de Il Giornale.

Una suggestione che coltivò mediante un serrato e fecondo confronto con i socialisti, in particolare con Ugo Intini: l’incontro in Italia di due culture, quella socialista democratica e quella liberale finalizzato alla costruzione di un’area politica della sinistra riformista in tutto e per tutto distinta e alternativa al Pci.

Quella del Lib-Lab resta una prospettiva che pur stentando a crescere e affermarsi conserva in sé le potenzialità che possono costituire se non nel medio, probabilmente nel lungo periodo, un obiettivo e un approdo per quanti seguitano a immaginare e a sperare che si materializzi finalmente una sinistra depurata dalle troppe scorie e tossine di cui l’egemone cultura comunista nella sinistra italiana ha lasciato profonde tracce dure da sradicare.

Ovviamente Bettiza non è stato solo questo: splendido corrispondente da Vienna e Mosca, raffinato notista di politica estera, inimitabile narratore di fatti e personaggi, spietato analista dei tanti, troppi miti di paglia del novecento, ha rappresentato un modo efficace e coraggioso di praticare una disciplina che spesso riserva amarezze e disillusioni ma che costituisce la cifra della sua grandezza: l’anticonformismo, quello vero e sostanziale, da lui elevato, per forza e per amore, a regola di vita professionale.

Enzo Bettiza ci mancherà anche per questo.

Emanuele Pecheux

Auf wiedersehen Lenin

Fra febbraio e aprile del 1945 la città di Dresda, capitale della Sassonia fu sottoposta ad una serie di devastanti bombardamenti che la distrussero quasi completamente, causando un numero ancora oggi imprecisato di vittime tra la popolazione.

Al termine del secondo conflitto mondiale la città, suo malgrado, entrò a far parte della DDR.

Con teutonica perseveranza i nuovi governanti iniziarono la ricostruzione della città, patria del barocco, una delle più belle della Germania, tuttavia commissionarono anche orribili architetture che trovarono la plastica rappresentazione con “Il capostazione rosso” un monumento a Lenin, in perfetto stile “realismo socialista”, inaugurato nel 1974 in occasione del 25° della Prussia rossa.

Un vero orrore che fu collocato al centro della piazza della stazione ferroviaria.

Ebbe, fortunatamente, vita breve: all’indomani della caduta del Muro di Berlino e della riunificazione tedesca la mostruosa opera fu rimossa dalla piazza.

Qualcuno propose di farla a pezzi e sotterrarla, come avvenuto con il mausoleo di Lenin a Berlino, ma, all’epoca, si presentò un malato di ostalghia che, avendo in animo di raccogliere i memorabilia della DDR, per creare un parco (sic!), la comprò per pochi marchi.

I figli, dopo la sua morte, hanno pensato di disfarsi dell’ingombrante (sotto tutti i punti di vista) cimelio, affidandone la vendita ad una casa d’aste.

Risultato? L’asta è andata deserta.

Non basta: un consigliere comunale della Linke, filiazione della vecchia Sed, il partito unico della DDR, ha avuto la brillante idea di porre la questione nel civico consesso della città sassone, proponendo di ricollocare il mostruoso monumento li dove era prima.

Neanche a dirlo ha ricevuto un diniego tutt’altro che garbato dai colleghi.

Il caso è spinoso: pare che in Germania nessuno più voglia non solo sentir parlare ma neppure vedere i simboli dell’antico potere comunista nell’est.

Identica sorte è toccata infatti ad una statua di Stalin e ad una di Thalmann, storico capo dei comunisti tedeschi.

Detto per inciso che in Italia nessuno ha ancora pensato a modificare la topografia di molte città e borghi in cui vie piazze e viali continuano ad essere dedicate dedicate a Togliatti e all’Unione Sovietica, considerato che la riunione della scorsa domenica ha rimesso insieme i nipotini di cotanto Pantheon, la signora Falcone e il signor Montanari potrebbero proporre ai loro seguaci (Marco Rizzo permettendo) una colletta per comprare la statua. La base d’asta è relativamente bassa ed è destinata a scendere.

Per l’occasione potrebbero anche giovarsi dei buoni uffici del Prof. Rodotà, storico amico e sostenitore della DDR

Emanuele Pecheux

Appendino. L’insostenibile pesantezza dell’inadeguatezza

Un fatto è certo. La luna di miele tra Chiara Appendino e la città di Torino, alimentata dal profilo molto subalpino e poco pentastellato della sindaca, dalla benevola condiscendenza riservatale dal sistema mediatico, dal paragone con la collega romana Virginia Raggi, che in un anno ha inanellato una serie di disastrose performances, dopo quanto avvenuto la notte del 5 giugno, ha subito un brusco stop.

La Sindaca è apparsa in questi giorni per quello che è: una signora della borghesia torinese, che ha puntato tutto sulla propria immagine rassicurante, ritenendo che il solo fatto di avere clamorosamente interrotto un ciclo di governo di sindaci appendice di un partito che nella Prima Repubblica contava a Torino un numero di sezioni maggiore rispetto alle Chiese cittadine durato fin troppo a lungo, la mettesse al riparo dall’evidenza della pesante sua inadeguatezza per il ruolo che gli elettori (possiamo dirlo? Sbagliando) le hanno affidato.

Il suo surreale intervento in Consiglio comunale e le prime dichiarazioni rese dopo i fatti di Piazza S. Carlo hanno offerto la desolante dimostrazione di tale inadeguatezza, a cominciare dalla risibile giustificazione che l’organizzazione dell’evento ha seguito le medesime direttrici del 2015.

E’ apparso di tutta evidenza che la Signora è stata ed è inconsapevole che dal 2015 di acqua sotto i ponti di Po e Dora e non solo ne è passata molta e che tutte , ma proprio tutte le città europee e i loro abitanti sono oggi più di allora nel mirino della follia terroristica fondamentalista e che i parametri di sicurezza da adottare per la gestione di un grande evento oggi devono corrispondere non a generici standard ma essere applicati sulla base di una valutazione dei rischi legati ad una situazione che nei giorni antecedenti alla finale di Champion’s League erano sin troppo chiari.

Anziché la surreale e burocratica litania di ciò che era stato previsto e la ovvia sottolineatura che occorre dare una stretta alla vendita abusiva di bevande in bottiglie di vetro, Chiara Appendino avrebbe dovuto spiegare che cosa ci sta a fare il Comitato per l’ordine e la sicurezza , organismo di cui oltre a lei fanno parte Prefetto e Questore (a proposito, complimenti ad entrambi per la lungimirante gestione dell’evento) se non è in grado di comprendere che l’adunata dei tifosi non avrebbe dovuto essere organizzata in una piazza cittadina, difficile da controllare, priva di vie di fuga e dunque inidonea ad ospitare un happening di tifosi.

La domanda più semplice che avrebbe dovuto porsi ( che resta non solo non fatta ma ovviamente inevasa) è la seguente: non sarebbe stato più opportuno chiedere alla Juventus, il cui presidente Andrea Agnelli all’atto dell’inaugurazione dello stadio di proprietà del club bianconero parlò di “casa di tutti i tifosi”, di farsi carico di ospitare (come ha fatto il Real Madrid con il Bernabeu) le decine di migliaia di tifosi affluiti a Torino?

E’ del tutto evidente che l’utilizzo di uno stadio, se da un lato non mette del tutto al sicuro gli spettatori (cosa ben difficile, di fronte alla scellerata efficienza dei terroristi) dall’altro almeno garantisce la possibilità di effettuare controlli rigorosi, a cominciare dagli accessi di persone e cose e in definitiva una maggior sicurezza.

Non è che ci volesse un’arca di scienza per capirlo. Si è preferito, e qui sta l’inadeguatezza di chi ha il dovere di pensare il meglio per la città che amministra, affidarsi ad una gestione burocratica e miope dell’evento sino al punto di ignorare, si apprende, la circolare che capo della Polizia, Franco Gabrielli, aveva inviato subito dopo l’attentato di Manchester del 25 maggio, contenente le linee guida da adottare in occasione dei grandi eventi, a cominciare dall’approntamento di un serio piano d’emergenza.

Insomma in un modo o nell’altro, Raggi ed Appendino, le due pupille di Beppe Grillo, a capo della Capitale e di una delle maggiori città italiane hanno ampiamente dimostrato di “non essere capaci”.

La speranza è che la presa d’atto dello stato delle cose sia il viatico che possa indurre gli elettori alle prossime elezioni a non seguitare a farsi incantare delle invettive del capo di un carrozzone di incompetenti presuntuosi .

Perché sbagliare è umano, perseverare è diabolico

Emanuele Pecheux

Parma, Italia

Se anche solo il 10% di quanto si è appreso oggi dal Procuratore della Repubblica di Parma trovasse conferma nelle successive azioni giudiziarie, circa l’operazione che ha condotto a sanzionare la custodia preventiva in carcere o ai domiciliari di 19 tra medici ed imprenditori con una raffica di accuse che fanno rabbrividire, non vi potrebbe essere alcuna attenuante per chi, per finalità di mero arricchimento, avrebbe “utilizzato i pazienti che accedevano ai centri della terapia del dolore per sperimentazioni illegali. D’accordo con le società farmaceutiche coinvolte, si sperimentavano farmaci tenendo all’oscuro i pazienti (quindi in modo illegittimo); se tutto andava a buon fine si seguiva l’iter corretto, rivolgendosi alla commissione etica e facendo partire la sperimentazione ufficiale. In più c’era il business della formazione professionale dei medici, prevista dalla legge ma fatta in modo da favorire le aziende coinvolte nell’indagine” (sic!).
Detto un termini più basici i pazienti sarebbero stati trattati, a loro insaputa, alla stregua di “cavie” per sperimentare terapie la cui efficacia era tutta da dimostrare, in cambio di ricchi premi e cotillons, per medici, funzionari compiacenti e complici di alcune industrie farmaceutiche.
Al centro dell’inchiesta un luminare della terapia del dolore, il Prof. Guido Fanelli, autorevole clinico, consulente del Ministero della Salute che, a detta degli inquirenti, sarebbe il Dominus di un complesso meccanismo volto ad imbrogliare il Servizio Sanitario Nazionale e, cosa ancora più grave, gli ignari pazienti e le loro famiglie. I reati contestati infatti vanno dall’ “associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e al riciclaggio, attuata nel campo della sperimentazione sanitaria e nella divulgazione scientifica per favorire le attività commerciali di imprese farmaceutiche nazionali ed estere mediante abuso d’ufficio, peculato, truffa aggravata e trasferimento fraudolento di valori”.
Accuse gravissime che tuttavia dovranno essere corroborate da prove inoppugnabili.
Se vi saranno riscontri è di tutta evidenza che a ideatori gli esecutori e beneficiari di un simile disegno dovrà essere comminata la giusta pena, senza sconti.
Tuttavia non può non essere motivo di sgomento il permanere della cattiva abitudine, dura a morire, di gettare in pasto alla gogna mediatica gli indagati.
È qualcosa di più che un’impressione: navigando per i principali giornali on line è giusto supporre che il blitz giudiziario sia stato preparato con meticolosità, in stretto rapporto con gli organi di informazione, allo scopo di sbattere in prima pagina, nei minuti successivi all’arresto, gli indagati (ché di questo si tratta, dunque non colpevoli sino a sentenza passata in giudicato) stravolti e impauriti (foto), buttati in pasto a fotografi e cine operatori con raffinata perfidia.
Può essere che le persone coinvolte siano colpevoli.
Se si è ritenuto di agire con uno spiegamento di forze impressionante evidentemente già vi sono riscontri probanti.
Ma in uno stato di diritto gli indiziati devono essere messi al riparo da sentenze preventive a mezzo stampa e comunque devono essere sempre tutelati.
A Parma non è stato così.
I casi Tortora e Carra non sembrano avere insegnato nulla.

Emanuele Pecheux

Anniversari, esagerazioni e strane dimenticanze

Ricorrono oggi, 27 aprile, 80 anni dalla scomparsa di Antonio Gramsci, fondatore del Pci, avvenuta in una clinica romana dove era ricoverato.
È giusto e doveroso ricordare una figura che ha segnato la storia d’Italia del XX secolo; sarebbe però finalmente anche ora di togliergli quell’aura di sacralità che da anni i suoi eredi, anche a costo di grossolane mistificazioni, seguitano a tributargli.
Clamoroso il titolo di un giornale on line di oggi che lo definisce “padre nobile della sinistra italiana”!
Al netto di una valutazione rispettosa, articolata e necessariamente problematica nei riguardi un intellettuale di profondissima cultura è lecito, o si rischia per passare per iconoclasti, dubitare che sia giusto considerare chi promosse la scissione del Psi di Livorno nel 1921, come “padre nobile”?
Certo, in seguito, la sua insofferenza per il predominio sovietico nel Comintern e il sostanziale tradimento di Togliatti gli costarono la libertà e, a seguito della durissima detenzione, la vita, tuttavia la politica e la storia non possono fare sconti a meno che non si voglia travisarle entrambe, pavloviano esercizio che, come spiega efficacemente nel suo recente saggio, “Credere, tradire, vivere”, Ernesto Galli Della Loggia, è ancora molto diffuso in taluni ambienti.
Definire oggi Gramsci “padre nobile della sinistra italiana” rappresenta, al minimo, la durevole tendenza di non pochi storici e molti intellettuali “organici” ad affabulare la storia d’Italia del XX secolo.
Gramsci divise la sinistra, su questo non possono esserci dubbi. Lo si può definire e ricordare come si ritiene giusto e opportuno ma altro è se l’elevazione ad icona della sinistra viene fatta da tanti (ancora troppi) suoi inguaribili nipotini altro ancora è seguitare a raccontare all’opinione pubblica e purtroppo nella scuola e in non pochi Atenei la storia “ad usum delphini”.
All’indomani di un 25 aprile in cui alcuni tra gli eredi del mondo comunista si sono segnalati per inquietanti rigurgiti di antisemitismo occorre prendere atto che purtroppo i conti con la storia, dalle parti di certa sinistra antagonista da salotto, proprio non si vogliono fare.
Il volume e la quantità di ricordi e celebrazioni gramsciane sulla rete e altrove già non si contano, anche perché, a ben guardare, Gramsci fu forse l’unico tra i fondatori del Pcd’I a partire le persecuzioni fasciste: Togliatti, con lo stato maggiore del partito, riparò in Urss dove divenne il vicepresidente del Comintern e complice dei crimini staliniani perpetrati, per inciso, anche contro i comunisti italiani.
Bordiga, dopo un periodo di confino visse in Italia dove morì 81enne nel suo letto e Bombacci, il meno dotato di tutti, ma antico sodale di Mussolini, finì per diventare uno tra gli ideologi della repubblica di Salò.
Diverso fu il destino che toccò ai socialisti riformisti: Giacomo Matteotti assassinato nel 1924, l’anziano Filippo Turati morto esule in Francia, fino ad Eugenio Colorni assassinato dalla banda Koch a Roma nel 1944.
Il Presidente Mattarella ha ricordato, doverosamente, oggi la figura di Gramsci con una nota.
È lecito attendersi eguale trattamento il prossimo 9 giugno quando si compiranno gli 80 anni dall’assassinio di Carlo e Nello Rosselli, avvenuto a Bagnoles de l’Ome in Francia per mano di sicari assoldati dall’Ovra, la polizia segreta del regime.
Giova, per inciso, ricordare che poco più di un anno dopo il regime promulgò le infami leggi razziali.
L’auspicio è che Carlo Rosselli, ebreo, socialista riformista, teorico del socialismo liberale, tema quanto mai attuale in Italia e in Europa (e a suo fratello Nello) sia almeno dedicata un’attenzione pari a quella che si seguita fin troppo generosamente ad offrire al comunista Gramsci.
Non fosse altro perché il fondatore di Giustizia e Libertà, fu esule, attivo militante antifascista e combattente repubblicano nel corso della guerra civile spagnola, proprio mentre il capo dei comunisti italiani, alias Ercoli, trascorreva il suo esilio dorato all’Hotel Lux di Mosca o in vacanza premio con licenza di perseguitare e fare ammazzare i dissidenti in Spagna.
Staremo a vedere.
E, già che ci siamo, rammentare all’attuale terza carica dello Stato, che come Matteotti, anche Carlo e Nello Rosselli erano socialisti.
Sarebbe spiacevole assistere ad un’altra commemorazione in cui la Presidente della Camera evita accuratamente di pronunciare il vocabolo “socialista”.

Emanuele Pecheux

La prima scoppola elettorale per Donald Trump

ossofPrima (speriamo non ultima) scoppola elettorale per Donald Trump. Nel turno suppletivo per l’elezione di un deputato al Congresso nel 6° distretto di Atlanta (Georgia), necessario per occupare il seggio lasciato vacante da Tom Price divenuto Segretario alla sanità, il candidato democratico Jonathan Ossof ha ottenuto il 48% dei voti, sfiorando l’elezione al primo turno. Dovrà vedersela con la candidata del GOP nel ballottaggio del prossimo giugno.

Può darsi che per quella data i repubblicani, presentatisi divisi e con più candidati, si ricompattino, riuscendo a conservare il seggio alla Camera dei rappresentanti, ma intanto il risultato ottenuto al I turno del democratico Ossof, un trentenne film maker liberal pressoché sconosciuto fino a pochi mesi fa, è di assoluta rilevanza intanto perché il distretto elettorale è considerato un feudo dei repubblicani più conservatori, poi perché la piattaforma politica di Ossof sembra trarre ispirazione da quella di Bernie Sanders che scaldò i cuori all’elettorato giovane e progressista degli States (e non solo).

Non a caso Trump nelle ore precedenti il voto ha fatto sentire la sua voce con alcuni tweet indirizzati a dipingere Ossof come una sorta di eversore.

I nostri acuti osservatori d’oltre Oceano, more solito sempre alla ricerca di comodi e improbabili paragoni, parlano oggi di un nuovo Obama. Sembra la solita lettura un po’ superficiale e molto provinciale.

Se son rose fioriranno, ma certo quella di Ossof sembra essere una ventata di aria fresca diretta all’establishment Dem ancora “in bambola” dopo la (im)prevedibile(?) sconfitta di Mrs. Hillary Rodham Clinton.

Speriamo che qualche refolo di quel vento arrivi anche in Europa, alla vigilia del primo turno delle presidenziali francesi e a poco più di un mese da quelle britanniche che non lasciano prevedere nulla di buono per i socialisti europei e induca la sfibrata e ormai assai poco rappresentativa leadership del Pse a cambiare registro, promuovendo un necessario cambio di passo e di personale politico, evitando le solite e autoreferenziali liturgie di mera autoconservazione. Prima che sia troppo tardi.

Emanuele Pecheux

Il piccolo camaleonte

Sputare nel piatto in cui si è mangiato (nel caso in ispecie abbondantemente) è una pessima abitudine entrata nelle costumanze di quegli esponenti della politica che si sono iscritti al mai morto partito dei camaleonti, dei trasformisti, degli specialisti in transumanze che abitano in parlamento e si moltiplicano lungo il corso di una legislatura per poi finire immancabilmente nell’oblìo.

Non esiste  la categoria del tradimento. Ciascun parlamentare è libero di svolgere il proprio mandato come ritiene: paradossalmente  potrebbe  trascorrere il periodo del mandato  cambiando gruppo  tutte le volte che desidera, senza dover provare imbarazzi di sorta.

Esiste però, anche in codesto ambito, la categoria della decenza che il Giovin Signore napoletano, recentemente approdato al gruppo parlamentare  del Pd di Montecitorio (dopo aver fatto una lunga anticamera), pare proprio non conoscere visto che, nelle rare volte in cui qualche cronista si ricorda della sua esistenza, non perde occasione di dare di sé la pessima immagine del rancoroso, tirando in ballo, come in questo caso, argomenti di nessuna verità, rilevanza o attualità ma di molta insolenza.

Vediamo perché.

Su un quotidiano dello scorso 2 marzo, in un pezzo a commento della imbarazzante (per il Pd) questione del tesseramento di Napoli, il cronista ha riportato un’affermazione di cui, se confermata, il Nostro dovrebbe provare un po’ di vergogna: “Nel Psi succedeva anche di peggio”.

Ohibò! Che cosa mai succedeva nel Psi napoletano di cui, sin da ragazzo, il Giovin Signore è stato parte del gruppo dirigente?

E se nel tesseramento di quel partito succedevano cose anche peggiori rispetto a quelle che sono avvenute nel Pd, come mai, divenuto dirigente cittadino, regionale e nazionale il Giovin Signore non le ha mai denunciate? Imitava forse le tre scimmiette?

Probabilmente sì, considerato che la spiegazione la fornisce, con una sfrontatezza oversize, egli stesso: “Almeno a Napoli stavamo al 20%”. In altre parole secondo il Giovin Signore se sei forte elettoralmente puoi permetterti ogni sorta di nefandezza senza che nessuno possa eccepire.

Se non lo sei meriti la gogna e il pubblico ludibrio. Accidenti che (ig)nobile esempio di etica politica!

Detto che i socialisti napoletani, che nel Psi stanno con immutati orgoglio e abnegazione,  oggi devono prendere definitivamente atto di aver nutrito per anni una serpe in seno, farebbero bene a rispondergli a muso duro, chiedendogli conto e ragione di una simile mendace affermazione, non resta che sperare ardentemente che il Giovin Signore trovi nel suo nuovo partito, napoletano e nazionale, pane per i suoi deboli denti di piccolo camaleonte.

P.S. Non sarà difficile, per il lettore,  capire chi è il Giovin Signore.

Emanuele Pecheux