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Emanuele Pecheux

Auf wiedersehen Lenin

Fra febbraio e aprile del 1945 la città di Dresda, capitale della Sassonia fu sottoposta ad una serie di devastanti bombardamenti che la distrussero quasi completamente, causando un numero ancora oggi imprecisato di vittime tra la popolazione.

Al termine del secondo conflitto mondiale la città, suo malgrado, entrò a far parte della DDR.

Con teutonica perseveranza i nuovi governanti iniziarono la ricostruzione della città, patria del barocco, una delle più belle della Germania, tuttavia commissionarono anche orribili architetture che trovarono la plastica rappresentazione con “Il capostazione rosso” un monumento a Lenin, in perfetto stile “realismo socialista”, inaugurato nel 1974 in occasione del 25° della Prussia rossa.

Un vero orrore che fu collocato al centro della piazza della stazione ferroviaria.

Ebbe, fortunatamente, vita breve: all’indomani della caduta del Muro di Berlino e della riunificazione tedesca la mostruosa opera fu rimossa dalla piazza.

Qualcuno propose di farla a pezzi e sotterrarla, come avvenuto con il mausoleo di Lenin a Berlino, ma, all’epoca, si presentò un malato di ostalghia che, avendo in animo di raccogliere i memorabilia della DDR, per creare un parco (sic!), la comprò per pochi marchi.

I figli, dopo la sua morte, hanno pensato di disfarsi dell’ingombrante (sotto tutti i punti di vista) cimelio, affidandone la vendita ad una casa d’aste.

Risultato? L’asta è andata deserta.

Non basta: un consigliere comunale della Linke, filiazione della vecchia Sed, il partito unico della DDR, ha avuto la brillante idea di porre la questione nel civico consesso della città sassone, proponendo di ricollocare il mostruoso monumento li dove era prima.

Neanche a dirlo ha ricevuto un diniego tutt’altro che garbato dai colleghi.

Il caso è spinoso: pare che in Germania nessuno più voglia non solo sentir parlare ma neppure vedere i simboli dell’antico potere comunista nell’est.

Identica sorte è toccata infatti ad una statua di Stalin e ad una di Thalmann, storico capo dei comunisti tedeschi.

Detto per inciso che in Italia nessuno ha ancora pensato a modificare la topografia di molte città e borghi in cui vie piazze e viali continuano ad essere dedicate dedicate a Togliatti e all’Unione Sovietica, considerato che la riunione della scorsa domenica ha rimesso insieme i nipotini di cotanto Pantheon, la signora Falcone e il signor Montanari potrebbero proporre ai loro seguaci (Marco Rizzo permettendo) una colletta per comprare la statua. La base d’asta è relativamente bassa ed è destinata a scendere.

Per l’occasione potrebbero anche giovarsi dei buoni uffici del Prof. Rodotà, storico amico e sostenitore della DDR

Emanuele Pecheux

Appendino. L’insostenibile pesantezza dell’inadeguatezza

Un fatto è certo. La luna di miele tra Chiara Appendino e la città di Torino, alimentata dal profilo molto subalpino e poco pentastellato della sindaca, dalla benevola condiscendenza riservatale dal sistema mediatico, dal paragone con la collega romana Virginia Raggi, che in un anno ha inanellato una serie di disastrose performances, dopo quanto avvenuto la notte del 5 giugno, ha subito un brusco stop.

La Sindaca è apparsa in questi giorni per quello che è: una signora della borghesia torinese, che ha puntato tutto sulla propria immagine rassicurante, ritenendo che il solo fatto di avere clamorosamente interrotto un ciclo di governo di sindaci appendice di un partito che nella Prima Repubblica contava a Torino un numero di sezioni maggiore rispetto alle Chiese cittadine durato fin troppo a lungo, la mettesse al riparo dall’evidenza della pesante sua inadeguatezza per il ruolo che gli elettori (possiamo dirlo? Sbagliando) le hanno affidato.

Il suo surreale intervento in Consiglio comunale e le prime dichiarazioni rese dopo i fatti di Piazza S. Carlo hanno offerto la desolante dimostrazione di tale inadeguatezza, a cominciare dalla risibile giustificazione che l’organizzazione dell’evento ha seguito le medesime direttrici del 2015.

E’ apparso di tutta evidenza che la Signora è stata ed è inconsapevole che dal 2015 di acqua sotto i ponti di Po e Dora e non solo ne è passata molta e che tutte , ma proprio tutte le città europee e i loro abitanti sono oggi più di allora nel mirino della follia terroristica fondamentalista e che i parametri di sicurezza da adottare per la gestione di un grande evento oggi devono corrispondere non a generici standard ma essere applicati sulla base di una valutazione dei rischi legati ad una situazione che nei giorni antecedenti alla finale di Champion’s League erano sin troppo chiari.

Anziché la surreale e burocratica litania di ciò che era stato previsto e la ovvia sottolineatura che occorre dare una stretta alla vendita abusiva di bevande in bottiglie di vetro, Chiara Appendino avrebbe dovuto spiegare che cosa ci sta a fare il Comitato per l’ordine e la sicurezza , organismo di cui oltre a lei fanno parte Prefetto e Questore (a proposito, complimenti ad entrambi per la lungimirante gestione dell’evento) se non è in grado di comprendere che l’adunata dei tifosi non avrebbe dovuto essere organizzata in una piazza cittadina, difficile da controllare, priva di vie di fuga e dunque inidonea ad ospitare un happening di tifosi.

La domanda più semplice che avrebbe dovuto porsi ( che resta non solo non fatta ma ovviamente inevasa) è la seguente: non sarebbe stato più opportuno chiedere alla Juventus, il cui presidente Andrea Agnelli all’atto dell’inaugurazione dello stadio di proprietà del club bianconero parlò di “casa di tutti i tifosi”, di farsi carico di ospitare (come ha fatto il Real Madrid con il Bernabeu) le decine di migliaia di tifosi affluiti a Torino?

E’ del tutto evidente che l’utilizzo di uno stadio, se da un lato non mette del tutto al sicuro gli spettatori (cosa ben difficile, di fronte alla scellerata efficienza dei terroristi) dall’altro almeno garantisce la possibilità di effettuare controlli rigorosi, a cominciare dagli accessi di persone e cose e in definitiva una maggior sicurezza.

Non è che ci volesse un’arca di scienza per capirlo. Si è preferito, e qui sta l’inadeguatezza di chi ha il dovere di pensare il meglio per la città che amministra, affidarsi ad una gestione burocratica e miope dell’evento sino al punto di ignorare, si apprende, la circolare che capo della Polizia, Franco Gabrielli, aveva inviato subito dopo l’attentato di Manchester del 25 maggio, contenente le linee guida da adottare in occasione dei grandi eventi, a cominciare dall’approntamento di un serio piano d’emergenza.

Insomma in un modo o nell’altro, Raggi ed Appendino, le due pupille di Beppe Grillo, a capo della Capitale e di una delle maggiori città italiane hanno ampiamente dimostrato di “non essere capaci”.

La speranza è che la presa d’atto dello stato delle cose sia il viatico che possa indurre gli elettori alle prossime elezioni a non seguitare a farsi incantare delle invettive del capo di un carrozzone di incompetenti presuntuosi .

Perché sbagliare è umano, perseverare è diabolico

Emanuele Pecheux

Parma, Italia

Se anche solo il 10% di quanto si è appreso oggi dal Procuratore della Repubblica di Parma trovasse conferma nelle successive azioni giudiziarie, circa l’operazione che ha condotto a sanzionare la custodia preventiva in carcere o ai domiciliari di 19 tra medici ed imprenditori con una raffica di accuse che fanno rabbrividire, non vi potrebbe essere alcuna attenuante per chi, per finalità di mero arricchimento, avrebbe “utilizzato i pazienti che accedevano ai centri della terapia del dolore per sperimentazioni illegali. D’accordo con le società farmaceutiche coinvolte, si sperimentavano farmaci tenendo all’oscuro i pazienti (quindi in modo illegittimo); se tutto andava a buon fine si seguiva l’iter corretto, rivolgendosi alla commissione etica e facendo partire la sperimentazione ufficiale. In più c’era il business della formazione professionale dei medici, prevista dalla legge ma fatta in modo da favorire le aziende coinvolte nell’indagine” (sic!).
Detto un termini più basici i pazienti sarebbero stati trattati, a loro insaputa, alla stregua di “cavie” per sperimentare terapie la cui efficacia era tutta da dimostrare, in cambio di ricchi premi e cotillons, per medici, funzionari compiacenti e complici di alcune industrie farmaceutiche.
Al centro dell’inchiesta un luminare della terapia del dolore, il Prof. Guido Fanelli, autorevole clinico, consulente del Ministero della Salute che, a detta degli inquirenti, sarebbe il Dominus di un complesso meccanismo volto ad imbrogliare il Servizio Sanitario Nazionale e, cosa ancora più grave, gli ignari pazienti e le loro famiglie. I reati contestati infatti vanno dall’ “associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e al riciclaggio, attuata nel campo della sperimentazione sanitaria e nella divulgazione scientifica per favorire le attività commerciali di imprese farmaceutiche nazionali ed estere mediante abuso d’ufficio, peculato, truffa aggravata e trasferimento fraudolento di valori”.
Accuse gravissime che tuttavia dovranno essere corroborate da prove inoppugnabili.
Se vi saranno riscontri è di tutta evidenza che a ideatori gli esecutori e beneficiari di un simile disegno dovrà essere comminata la giusta pena, senza sconti.
Tuttavia non può non essere motivo di sgomento il permanere della cattiva abitudine, dura a morire, di gettare in pasto alla gogna mediatica gli indagati.
È qualcosa di più che un’impressione: navigando per i principali giornali on line è giusto supporre che il blitz giudiziario sia stato preparato con meticolosità, in stretto rapporto con gli organi di informazione, allo scopo di sbattere in prima pagina, nei minuti successivi all’arresto, gli indagati (ché di questo si tratta, dunque non colpevoli sino a sentenza passata in giudicato) stravolti e impauriti (foto), buttati in pasto a fotografi e cine operatori con raffinata perfidia.
Può essere che le persone coinvolte siano colpevoli.
Se si è ritenuto di agire con uno spiegamento di forze impressionante evidentemente già vi sono riscontri probanti.
Ma in uno stato di diritto gli indiziati devono essere messi al riparo da sentenze preventive a mezzo stampa e comunque devono essere sempre tutelati.
A Parma non è stato così.
I casi Tortora e Carra non sembrano avere insegnato nulla.

Emanuele Pecheux

Anniversari, esagerazioni e strane dimenticanze

Ricorrono oggi, 27 aprile, 80 anni dalla scomparsa di Antonio Gramsci, fondatore del Pci, avvenuta in una clinica romana dove era ricoverato.
È giusto e doveroso ricordare una figura che ha segnato la storia d’Italia del XX secolo; sarebbe però finalmente anche ora di togliergli quell’aura di sacralità che da anni i suoi eredi, anche a costo di grossolane mistificazioni, seguitano a tributargli.
Clamoroso il titolo di un giornale on line di oggi che lo definisce “padre nobile della sinistra italiana”!
Al netto di una valutazione rispettosa, articolata e necessariamente problematica nei riguardi un intellettuale di profondissima cultura è lecito, o si rischia per passare per iconoclasti, dubitare che sia giusto considerare chi promosse la scissione del Psi di Livorno nel 1921, come “padre nobile”?
Certo, in seguito, la sua insofferenza per il predominio sovietico nel Comintern e il sostanziale tradimento di Togliatti gli costarono la libertà e, a seguito della durissima detenzione, la vita, tuttavia la politica e la storia non possono fare sconti a meno che non si voglia travisarle entrambe, pavloviano esercizio che, come spiega efficacemente nel suo recente saggio, “Credere, tradire, vivere”, Ernesto Galli Della Loggia, è ancora molto diffuso in taluni ambienti.
Definire oggi Gramsci “padre nobile della sinistra italiana” rappresenta, al minimo, la durevole tendenza di non pochi storici e molti intellettuali “organici” ad affabulare la storia d’Italia del XX secolo.
Gramsci divise la sinistra, su questo non possono esserci dubbi. Lo si può definire e ricordare come si ritiene giusto e opportuno ma altro è se l’elevazione ad icona della sinistra viene fatta da tanti (ancora troppi) suoi inguaribili nipotini altro ancora è seguitare a raccontare all’opinione pubblica e purtroppo nella scuola e in non pochi Atenei la storia “ad usum delphini”.
All’indomani di un 25 aprile in cui alcuni tra gli eredi del mondo comunista si sono segnalati per inquietanti rigurgiti di antisemitismo occorre prendere atto che purtroppo i conti con la storia, dalle parti di certa sinistra antagonista da salotto, proprio non si vogliono fare.
Il volume e la quantità di ricordi e celebrazioni gramsciane sulla rete e altrove già non si contano, anche perché, a ben guardare, Gramsci fu forse l’unico tra i fondatori del Pcd’I a partire le persecuzioni fasciste: Togliatti, con lo stato maggiore del partito, riparò in Urss dove divenne il vicepresidente del Comintern e complice dei crimini staliniani perpetrati, per inciso, anche contro i comunisti italiani.
Bordiga, dopo un periodo di confino visse in Italia dove morì 81enne nel suo letto e Bombacci, il meno dotato di tutti, ma antico sodale di Mussolini, finì per diventare uno tra gli ideologi della repubblica di Salò.
Diverso fu il destino che toccò ai socialisti riformisti: Giacomo Matteotti assassinato nel 1924, l’anziano Filippo Turati morto esule in Francia, fino ad Eugenio Colorni assassinato dalla banda Koch a Roma nel 1944.
Il Presidente Mattarella ha ricordato, doverosamente, oggi la figura di Gramsci con una nota.
È lecito attendersi eguale trattamento il prossimo 9 giugno quando si compiranno gli 80 anni dall’assassinio di Carlo e Nello Rosselli, avvenuto a Bagnoles de l’Ome in Francia per mano di sicari assoldati dall’Ovra, la polizia segreta del regime.
Giova, per inciso, ricordare che poco più di un anno dopo il regime promulgò le infami leggi razziali.
L’auspicio è che Carlo Rosselli, ebreo, socialista riformista, teorico del socialismo liberale, tema quanto mai attuale in Italia e in Europa (e a suo fratello Nello) sia almeno dedicata un’attenzione pari a quella che si seguita fin troppo generosamente ad offrire al comunista Gramsci.
Non fosse altro perché il fondatore di Giustizia e Libertà, fu esule, attivo militante antifascista e combattente repubblicano nel corso della guerra civile spagnola, proprio mentre il capo dei comunisti italiani, alias Ercoli, trascorreva il suo esilio dorato all’Hotel Lux di Mosca o in vacanza premio con licenza di perseguitare e fare ammazzare i dissidenti in Spagna.
Staremo a vedere.
E, già che ci siamo, rammentare all’attuale terza carica dello Stato, che come Matteotti, anche Carlo e Nello Rosselli erano socialisti.
Sarebbe spiacevole assistere ad un’altra commemorazione in cui la Presidente della Camera evita accuratamente di pronunciare il vocabolo “socialista”.

Emanuele Pecheux

La prima scoppola elettorale per Donald Trump

ossofPrima (speriamo non ultima) scoppola elettorale per Donald Trump. Nel turno suppletivo per l’elezione di un deputato al Congresso nel 6° distretto di Atlanta (Georgia), necessario per occupare il seggio lasciato vacante da Tom Price divenuto Segretario alla sanità, il candidato democratico Jonathan Ossof ha ottenuto il 48% dei voti, sfiorando l’elezione al primo turno. Dovrà vedersela con la candidata del GOP nel ballottaggio del prossimo giugno.

Può darsi che per quella data i repubblicani, presentatisi divisi e con più candidati, si ricompattino, riuscendo a conservare il seggio alla Camera dei rappresentanti, ma intanto il risultato ottenuto al I turno del democratico Ossof, un trentenne film maker liberal pressoché sconosciuto fino a pochi mesi fa, è di assoluta rilevanza intanto perché il distretto elettorale è considerato un feudo dei repubblicani più conservatori, poi perché la piattaforma politica di Ossof sembra trarre ispirazione da quella di Bernie Sanders che scaldò i cuori all’elettorato giovane e progressista degli States (e non solo).

Non a caso Trump nelle ore precedenti il voto ha fatto sentire la sua voce con alcuni tweet indirizzati a dipingere Ossof come una sorta di eversore.

I nostri acuti osservatori d’oltre Oceano, more solito sempre alla ricerca di comodi e improbabili paragoni, parlano oggi di un nuovo Obama. Sembra la solita lettura un po’ superficiale e molto provinciale.

Se son rose fioriranno, ma certo quella di Ossof sembra essere una ventata di aria fresca diretta all’establishment Dem ancora “in bambola” dopo la (im)prevedibile(?) sconfitta di Mrs. Hillary Rodham Clinton.

Speriamo che qualche refolo di quel vento arrivi anche in Europa, alla vigilia del primo turno delle presidenziali francesi e a poco più di un mese da quelle britanniche che non lasciano prevedere nulla di buono per i socialisti europei e induca la sfibrata e ormai assai poco rappresentativa leadership del Pse a cambiare registro, promuovendo un necessario cambio di passo e di personale politico, evitando le solite e autoreferenziali liturgie di mera autoconservazione. Prima che sia troppo tardi.

Emanuele Pecheux

Il piccolo camaleonte

Sputare nel piatto in cui si è mangiato (nel caso in ispecie abbondantemente) è una pessima abitudine entrata nelle costumanze di quegli esponenti della politica che si sono iscritti al mai morto partito dei camaleonti, dei trasformisti, degli specialisti in transumanze che abitano in parlamento e si moltiplicano lungo il corso di una legislatura per poi finire immancabilmente nell’oblìo.

Non esiste  la categoria del tradimento. Ciascun parlamentare è libero di svolgere il proprio mandato come ritiene: paradossalmente  potrebbe  trascorrere il periodo del mandato  cambiando gruppo  tutte le volte che desidera, senza dover provare imbarazzi di sorta.

Esiste però, anche in codesto ambito, la categoria della decenza che il Giovin Signore napoletano, recentemente approdato al gruppo parlamentare  del Pd di Montecitorio (dopo aver fatto una lunga anticamera), pare proprio non conoscere visto che, nelle rare volte in cui qualche cronista si ricorda della sua esistenza, non perde occasione di dare di sé la pessima immagine del rancoroso, tirando in ballo, come in questo caso, argomenti di nessuna verità, rilevanza o attualità ma di molta insolenza.

Vediamo perché.

Su un quotidiano dello scorso 2 marzo, in un pezzo a commento della imbarazzante (per il Pd) questione del tesseramento di Napoli, il cronista ha riportato un’affermazione di cui, se confermata, il Nostro dovrebbe provare un po’ di vergogna: “Nel Psi succedeva anche di peggio”.

Ohibò! Che cosa mai succedeva nel Psi napoletano di cui, sin da ragazzo, il Giovin Signore è stato parte del gruppo dirigente?

E se nel tesseramento di quel partito succedevano cose anche peggiori rispetto a quelle che sono avvenute nel Pd, come mai, divenuto dirigente cittadino, regionale e nazionale il Giovin Signore non le ha mai denunciate? Imitava forse le tre scimmiette?

Probabilmente sì, considerato che la spiegazione la fornisce, con una sfrontatezza oversize, egli stesso: “Almeno a Napoli stavamo al 20%”. In altre parole secondo il Giovin Signore se sei forte elettoralmente puoi permetterti ogni sorta di nefandezza senza che nessuno possa eccepire.

Se non lo sei meriti la gogna e il pubblico ludibrio. Accidenti che (ig)nobile esempio di etica politica!

Detto che i socialisti napoletani, che nel Psi stanno con immutati orgoglio e abnegazione,  oggi devono prendere definitivamente atto di aver nutrito per anni una serpe in seno, farebbero bene a rispondergli a muso duro, chiedendogli conto e ragione di una simile mendace affermazione, non resta che sperare ardentemente che il Giovin Signore trovi nel suo nuovo partito, napoletano e nazionale, pane per i suoi deboli denti di piccolo camaleonte.

P.S. Non sarà difficile, per il lettore,  capire chi è il Giovin Signore.

Emanuele Pecheux

La signora grandi firme

 

La politica non pratica sconti.

Si può definire scissione, separazione, divorzio: quel che è certo che dopo 10 lunghi anni si è clamorosamente disvelato il gigantesco imbroglio che nella primavera del 2006 il suo ideatore, Walter Veltroni propinò, determinando, in nome di una supposta vocazione maggioritaria del neonato Pd, la definitiva devastazione del campo riformista, in applicazione del più stravagante disegno politico del secolo scorso, prospettato da Enrico Berlinguer,ancora oggi considerato dai postcomunisti alla stregua di un grande stratega.

Qualcuno, a ragione, all’epoca, definì la nascita del Pd “Il compromesso storico bonsai”, funzionale prima di tutto a cancellare i socialisti dal campo della sinistra.

Operazione fortunatamente non riuscita.

A sostegno dell’ircocervo berlinguerveltroniano venne in soccorso, neanche a dirlo, Eugenio Scalfari con la corazzata mediatica del giornale da lui fondato che oggi, non volendosi rassegnare al fallimento dell’operazione, suggerisce un improbabile repechage dell’ex sindaco di Roma per salvare capra e cavoli. Molesta senectute.

Tra i discepoli del fondatore di Repubblica si è segnalata Conchita De Gregorio, espressione plastica di quel mondo radical-chic zeppo di presunte grandi firme del giornalismo italiano, che ha accompagnato con entusiasmo la creatura veltroniana divenendo persino direttore de L’Unità, riuscendo peraltro nell’impresa di condurre il quotidiano alla chiusura.

Naturalmente la signora è caduta con il paracadute fornito dalla Rai e da Repubblica, ambiti dai quali la mestrina ha seguitato a propinare le sue oniriche interpretazioni della società e della politica italiana.

L’ultima nefandezza l’ha compiuta nell’ultimo pezzo confezionato per l’edizione di domenica 19 febbraio in cui ha raccontato, con tanto di grafica, quella che ha definito “la nebulosa della sinistra”, una narrazione che per carità di patria ci si può limitare a definire mendace, faziosa e becera.

Forse è il caso di consigliare alla signora a documentarsi un po’meglio, invitandola pubblicamente a seguire l’imminente Congresso straordinario del Psi allo scopo di rendersi edotta da dove può riprendere il cammino la sinistra riformista italiana, depurata da malcelate nostalgie e da velleitarie fughe in avanti che qualcuno ancora oggi si ostina  a definire “sogni”.

Emanuele Pecheux

La probabile fine di
una miseranda fabula

veggenti e slavko02La Chiesa cattolica ha celebrato la ricorrenza dedicata alla Madonna di Lourdes poiché, tra l’11 febbraio del 1858 e il mese di luglio dello stesso anno nei dintorni della piccola località situata nel versante francese dei Pirenei, sarebbe apparsa alla quattordicenne Bernadette Soubirous, una giovane analfabeta costretta dallo stato di profonda indigenza della famiglia a lavorare come cameriera in una taverna e guardiana delle pecore.

La prima visione e le successive diciassette che la giovane avrebbe avuto furono accettate nel 1862, dunque appena quattro anni dopo, come eventi miracolosi dalla Chiesa Cattolica che le riconosce come manifestazioni della Madonna. Il paese di Lourdes è diventato meta di pellegrinaggi anche in ragione delle virtù miracolose dell’acqua che sgorga dalla sorgente della grotta di Massabielle dove ebbero luogo le visioni di Bernadette che, terminate le apparizioni, si trasferì a Nevers in un convento di suore, prese i voti e rifiutò qualsiasi contatto con il mondo esterno. Un comportamento il suo che è stato preso come modello per le attuali investigazioni della Chiesa su chiunque affermi di aver avuto visioni ed esperienze mistiche.

L’ 11 febbraio 2017 è stata diffusa la notizia che Papa Francesco ha deciso di inviare in visita pastorale (l’equivalente di un commissariamento) a Mediugorije,località dell’Erzegovina, un Prelato di sua fiducia con il compito di compiere ulteriori indagini sulla controversa vicenda che ebbe origine nel lontano 1981 quando un gruppo di ragazzi, istruiti dai Francescani locali, che il vescovo di Mostar aveva sollevato dalla gestione della parrocchia, raccontarono che era apparsa loro la Madonna e che seguiterebbe ad apparire ogni settimana lasciando, per loro tramite, un messaggio.

Fino ad allora il paese, di etnia croata, era conosciuto solo per le efferatezze compite dagli Ustascia di Ante Pavelic contro i serbi nel corso della seconda guerra mondiale che, peraltro, trovarono una replica nel corso delle guerre nella ex Jugoslavia,nel 1993 allorché i croati costruirono nelle immediate vicinanze cinque campi di concentramento dove prigionieri serbi e bosniaci furono torturati e uccisi e la collina delle presunte apparizioni di proprietà dei Reverendi Padri Francescani, fu usata come zona per testare lanciagranate.

Nel frattempo i veggenti a tassametro, agit prop mariani, giravano il mondo a fare propaganda giovandosi del sostegno di una vera e propria lobby che in Italia vanta numerosi testimonial vip tra cui i giornalisti Paolo Brosio e Antonio Socci e soprattutto si giova del megafono rappresentato da Radio Maria, quella più invasiva che ci sia.

Tutto questo in barba ai ripetuti pronunciamenti dei vescovi croati e bosniaci che, a più riprese, per 36 anni, con atti ufficiali hanno bollato il fenomeno come “non soprannaturale”, un pietoso eufemismo per dire che a Medijogorije la Madonna non è mai apparsa e i presunti veggenti e i loro protettori Francescani altro non sono che degli imbroglioni.

Ciononostante il borgo dell’Erzegovina e la similmadonna continuano a conoscere una popolarità tale che grazie ai pellegrinaggi dei numerosissimi boccaloni che seguitano a credere a Brosio e C, per la gioia di tour operators e dei gestori di alberghi e attività commerciali affluiti nel corso degli anni, attratti dalla prospettiva, realizzatasi, di un vero e proprio business poggiato sulla credulità popolare che ha reso Mediugorije una sorta di Las Vegas dei Balcani.

Papa Francesco, come i suoi predecessori, ha accuratamente evitato di recarsi in loco.

Anzi, in svariate occasioni, non ha esitato a dichiarare il suo scetticismo sul fenomeno se non addirittura la sua ostilità verso i presunti veggenti che offrono l’immagine della Madonna il come se fosse “capo di un ufficio postale” che invia messaggi (“Ma dove sono i veggenti che ci dicono la lettera che la Madonna arriverà alle 4 del pomeriggio?”).

Ora ha rotto gli indugi e ha spedito mons. Henryk Hoser, arcivescovo di Varsavia-Praga, nella malcelata speranza di porre fine dopo quasi 40 anni ad una miseranda fabula.

Il fatto che per diffondere la notizia sia stata scelta la data dell’11 febbraio non sembra proprio casuale.

Emanuele Pecheux

 

Ascesa e caduta di Marco Di Lello,
giovin signore partenopeo

Gennaio 2009: Walter Veltroni e Silvio Berlusconi decidono, nottetempo, di siglare un accordo sulla legge elettorale per le imminenti elezioni europee, al confronto del quale il famigerato patto del Nazareno che tanto scandalo ha suscitato, appare come un gentlemen agreement. In sostanza Veltroni, uscito sconfitto nelle elezioni del 2008, mollato da Di Pietro con cui aveva stipulato un pactum sceleris stracciato all’indomani delle urne dall’irsuto exmagistrato molisano (che nel frattempo aveva fatto eleggere al Parlamento nazionale cime del pensiero occidentale come Razzi e Scilipoti), decide di completare l’opera di desertificazione attorno al suo Pd. Si accorda con il Cavaliere per introdurre una modifica alla legge elettorale, che sanzioni una soglia di sbarramento al 4% per accedere alla ripartizione dei seggi spettanti all’Italia al Parlamento europeo. Già che ci sono, i due emuli dei ladri di Pisa, decidono di disporre che avrebbero potuto accedere ai rimborsi elettorali solo le liste che avessero superato lo sbarramento. Norme liberticide perché lesive del principio della rappresentatività ed inutili perché il P.E. non doveva e non deve misurarsi con temi quali la governabilità.

Superfluo ogni commento sulla questione dei rimborsi.

A dover pagare dazio al patto tra le forze politiche  c’è anche il Partito Socialista che, uscito a pezzi dalle elezioni dell’anno precedente ma ancora presente autonomamente nel PE, si sta  apprestando a presentare le proprie liste in totale autonomia con la prospettiva di eleggere almeno un parlamentare a Strasburgo. L’idea è di schierare nelle 5 circoscrizioni tutto il gruppo dirigente uscito dal Congresso di Montecatini del luglio 2008.

L’introduzione della soglia di sbarramento votata in gran fretta da Camera e Senato la rende impraticabile.

Si apre un tavolo di trattative per formare un cartello elettorale con l’Mps (gli scissionisti del Prc, guidati da Nichi Vendola, SD (il raggruppamento guidato da Mussi e Claudio Fava, nato dopo la confluenza dei Ds nel Pd )e i Verdi.

La trattativa non è facile ma si lavora a una lista fondata sulla pari dignità che sia il più possibile omogenea e credibile. Nasce Sinistra e Libertà.

4 marzo 2009.: a pochi giorni dalla prima manifestazione del neonato soggetto politico, alla vigilia della riunione della direzione socialista per la ratifica dell’accordo, giunge la notizia che l’auto con a bordo Riccardo Nencini, in viaggio da Firenze a Roma, sbanda a causa della pioggia nei pressi del casello di Orte, si ribalta e  finisce la sua corsa nell’ area esterna di un deposito di materiali edili vicino al raccordo autostradale.

Un pauroso incidente: Nencini riporta gravi lesioni, viene ricoverato all’ospedale di Viterbo e per 48 ore resta in prognosi riservata.

Durante la degenza e nella successiva lunga convalescenza trascorsa nella sua abitazione il segretario, seppure provato dai forti traumi e dall’aver vissuto un episodio così drammatico, non smette di attendere alla sua responsabilità di leader del partito, pur dovendo rinunciare, per espresso divieto dei medici, a candidarsi al PE e a svolgere in prima persona  la campagna elettorale .

La gestione delle liste elettorali e del partito viene assunta pro tempore dal coordinatore della segreteria nazionale Marco Di Lello che, da subito dimostra evidenti limiti derivanti dal combinato disposto di una smisurata ambizione personale, un’indolenza tipica di chi predilige le comode scorciatoie degli onori lasciando ad altri gli oneri  e un’evidente e prevalente interesse verso la propria autopromozione che, come vedremo, lo porta da un lato a sopravvalutarsi e dall’altro a ritenere gli interlocutori e i compagni di strada pedine utili solo al suo personale Risiko.

Le magagne della gestione Di Lello si appalesano all’indomani delle europee. Il giovin signore partenopeo è incapace di resistere alle sirene dei postcomunisti, irresoluto nel contrastare l’evidente disegno di Vendola e C di fagocitare i socialisti in un soggetto politico di sinistra radicale, talmente accomodante al punto di fare sorgere molto di più del sospetto che prepari un poco onorevole embrassons nous con costoro. Nel partito suona il campanello d’allarme e fortunatamente Nencini, nel frattempo ristabilitosi, giunge in tempo utile per arrestare sul nascere la deriva complottarda del giovin signore.

Di Lello, obtorto collo, deve rientrare nei ranghi, pur mantenendo ruolo e funzioni che gli consentono nel 2013 di essere, di fatto, nominato deputato, potendo svolgere(si fa per dire) la campagna elettorale dalla sua elegante dimora napoletana.

Sin dall’inizio della legislatura tuttavia, pur essendo stato nominato coordinatore dei parlamentari socialisti, mostra evidenti segni di insofferenza e inquietudine.

Forma negli uffici del gruppo parlamentare una piccola corte affidata alle amorevoli cure della frignante segretaria uscente dalla Fgs, una suffragetta che per mesi non ha fatto altro che dipingere il suo precedente Méntore come il peggiore dei mobbizzatori, e decide con il sostegno di alcuni dei mancati parlamentari in cerca di vendette di dare la scalata alla segreteria nazionale del Psi. Passano poche settimane e il giovin signore che non gode neppure dell’appoggio della sua federazione, resosi conto che sarebbe andato incontro ad una figuraccia, batte in ritirata.

Il disagio, lo smarrimento e la confusione del giovin signore sono evidenti. Prova a candidarsi alle primarie del centrosinistra in Campania e rimedia un clamoroso flop.

Nel partito la sua cifra di popolarità è scesa vorticosamente e dunque non gli resta che studiare un piano b. Che però non funziona: decide di abbandonare il Psi per aderire al Pd. Ma il giovin signore non ha fatto i conti con la dea Nemesi.  Il Pd napoletano, i cui dirigenti sono in gran parte socialisti da lui emarginati e/o cacciati nel corso degli anni, dichiarano ai media che di Di Lello non ne vogliono neppure sentire parlare, anche se sembrerebbe godere del patronage di Andrea Orlando, eterno commissario dei dem napoletani. Non basta: per lui e per il suo amico Di Gioia (un altro miracolato dal Psi che lo ha seguito nella sua uscita insieme alla figlia e pochi famigli) non c’è posto neppure nel gruppo parlamentare alla Camera del Pd.

Insomma una rapida discesa nell’irrilevanza che ha pochi eguali.

Anziché rassegnarsi e  godersi infine gli ultimi mesi da deputato uscente e prepararsi a tornare all’attività forense per la quale probabilmente è più versato, il giovin signore ha perso l’occasione della vita per tacere e non conoscendo né dignità né vergogna ha voluto interferire, nelle ultime ore, con una vis polemica degna di miglior causa, a sostegno degli attori della vertenza giudiziaria intentata contro quel partito che lo ha immeritatamente valorizzato e che lui, unilateralmente, ha abbandonato.

Arduo trovare adeguate definizioni per descrivere  un simile personaggio.

A pensarci bene, in fondo, è meglio occupare tempo e mente in attività più utili.

Emanuele Pecheux

L’ Ufo del Podesta

Il 9 novembre è divenuta una data ricorrente della storia.
Nel 1989 fu abbattuto il Muro di Berlino.
Fu un evento che era nell’aria ma per come si materializzò fu inaspettato.
Oggi la sorprendente vittoria di Trump nelle presidenziali degli USA ha, in qualche modo le medesime caratteristiche: nell’aria ma inaspettata ed esorcizzata da analisti e commentatori ed esclusa dai guru dei sondaggi che oggi bene farebbero a tacere (non solo negli States).

Entrambi gli eventi hanno avuto attori involontari non protagonisti due personaggi il cui nome resterà nella memoria degli storici dell’ars comica.
Nel 1989 il portavoce della Sed, il partito comunista dalla DDR, Gunther Schabowski, al termine di una conferenza stampa, alla domanda di un giornalista (italiano) su quando sarebbe stato possibile per i tedeschi dell’est attraversare liberamente il confine blindato di Berlino rispose: “anche subito”.
Il poveretto ebbe nei minuti precedenti un misunerstanding con il leader della DDR Egon Krenz che, in realtà, gli aveva comunicato ben altre cose. Non appena terminato il brief con la stampa i posti di confine del Muro furono letteralmente presi d’assalto dai berlinesi dell’est che travolsero le barriere e sciamarono dall’altra parte.
Il povero Schabowski divenne, suo malgrado, l’oggetto oggetto di frizzi e lazzi del sistema mediatico globale.

C’è chi è riuscito (forse) a fare meglio.
Questa notte, quando ormai i risultati reali avevano chiaramente sanzionato la vittoria di Trump, il presidente del comitato elettorale della Clinton, John Podesta (di chiare ascendenze italiane) si è presentato alla platea di supporters disperati ed attoniti proclamando: “Dobbiamo aspettare ancora, non è finita. Andate a casa a dormire e tornate domani, ci sono ancora stati in bilico. Dobbiamo controllare scheda per scheda”.
Mentre Podesta arringava e blandiva la folla, non riuscendo in verità a suscitare molto entusiasmo, la rassegnata Clinton stava telefonando a Trump riconoscendo la propria sconfitta.
Probabilmente Podesta, nei minuti precedenti la sua performance, anziché parlare con la candidata, consapevole della debacle, era impegnato nell’avvistamento degli UFO, disciplina nella quale pare eccella.