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Enrico Buemi

Ddl Buemi su esecuzione lavori per migranti

 

DISEGNO DI LEGGE
ddl presentato il 12 luglio 2016 a prima firma Buemi (già sottoscritto da 7 senatori, Conte, Mastrangeli, Fravezzi, Panizza, Palermo, Scavone, Laniece.

Articolo 1.

 

  1. Il Presidente della Giunta regionale o il Presidente della provincia ovvero il Sindaco, qualora si verifichino situazioni di eccezionale ed imminente pregiudizio per il decoro e la stabilità di immobili, fondi o attrezzature di cui al comma 2, e non si possa altrimenti provvedere, emettono ordinanze contingibili ed urgenti volte a consentire lo svolgimento dei lavori indispensabili a ristabilire le condizioni di decoro degli immobili, dei fondi o delle attrezzature, per la realizzazione, gestione e manutenzione delle opere e degli impianti e la conservazione dei beni, anche mediante l’accesso, nei confronti dei privati i cui fondi insistono sulle aree limitrofe.
  2. Le autorità di cui al comma 1 provvedono, ferme restando le disposizioni vigenti in materia di tutela ambientale, sanitaria e di pubblica sicurezza, esercitando il potere di ordinanza di cui all’articolo 5 della legge 24 febbraio 1992, n. 225. Le misure sono adottate in riferimento a beni appartenenti al demanio pubblico rispettivamente della regione, della provincia o del comune, ovvero appartenenti al patrimonio pubblico che comunque insiste sul territorio di rispettiva competenza.
  3. Entro dieci giorni dalla data di entrata in vigore delle ordinanze di cui al comma 1, l’autorità che le adotta individua i lavori in economia che vengono eseguiti ai sensi dell’articolo 1, comma 1, lettera g) della legge 28 gennaio 2016, n. 11.
  4. L’esecuzione dei lavori di cui al comma 3 configura servizio privo di rilevanza economica, al quale non si applicano i limiti di importo di cui all’articolo 36 del decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50. Gli enti locali interessati procedono mediante la gestione in economia quando, per le modeste dimensioni o per le caratteristiche del servizio di cui al primo periodo, sia possibile l’affidamento diretto a volontari, singoli o associati nel servizio civile nazionale ai sensi dell’articolo 3 della legge 6 marzo 2001 n. 64 e successive modificazioni. Il rapporto con il volontario si perfeziona mediante la sua adesione ad un programma di volontariato volto all’esecuzione dei lavori, in cui siano specificate:
  5. a) le funzioni del volontario, le condizioni di inquadramento di cui beneficerà per espletare tali funzioni, l’orario cui sarà tenuto, le risorse stanziate per provvedere alle sue spese di viaggio da e per il luogo di lavoro;
  6. b) l’indicazione del percorso di formazione, rispetto al quale lo svolgimento dei lavori costituisce titolo di apprendistato o praticantato, ai fini dell’orientamento o della formazione professionale della regione competente;
  7. c) la sottoscrizione, da parte dell’autorità di cui al comma 3, di una polizza assicurativa contro gli infortuni sul lavoro e per le spese relative all’assistenza sanitaria e alla responsabilità civile verso terzi.

 

  1. Quando il volontario appartenga ad una delle seguenti categorie, il proficuo contributo individuale all’esecuzione dei lavori di cui al comma 4 costituisce titolo preferenziale, ai fini dell’accoglimento della richiesta di rinnovo della condizione:
  2. a) lavoratori beneficiari dei trattamenti di integrazione salariale di cui al decreto legislativo 14 settembre 2015, n. 148 e successive modificazioni;
  3. b) cittadini iscritti presso i centri per l’impiego in stato di disoccupazione involontaria, ai sensi del decreto legislativo 21 aprile 2000 n. 181 e successive modificazioni;
  4. c) titolari della Nuova Assicurazione Sociale per l’Impiego (NASPI) e della indennità di disoccupazione mensile (DIS-COLL) di cui al decreto legislativo 4 marzo 2015 n. 22 e successive modificazioni;
  5. d) detenuti beneficiari delle misure alternative alla detenzione di cui agli articoli 47 e seguenti della legge 26 luglio 1975 n. 354, e successive modificazioni, o del lavoro all’esterno ai sensi dell’articolo 21 della medesima legge.

 

 

Articolo 2.

 

 

  1. I volontari di cui al comma 4 dell’articolo 1, se stranieri non cittadini dell’Unione europea, si aggiungono al contingente annuale degli stranieri ammessi a partecipare a programmi di volontariato ai sensi dell’articolo 27-bis del testo unico di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 e successive modificazioni ed integrazioni. Ad essi è consentito l’ingresso, la permanenza e il soggiorno nell’ambito territoriale, di competenza dell’ente di cui al comma 1 dell’articolo 1, per la partecipazione ad un programma di volontariato volto all’esecuzione dei lavori di cui al comma 3 dell’articolo 1, in cui siano specificate:
  2. a) le funzioni del volontario, le condizioni di inquadramento di cui beneficerà per espletare tali funzioni, l’orario cui sarà tenuto, le risorse stanziate per provvedere alle sue spese di viaggio, vitto, alloggio e denaro per le piccole spese per tutta la durata del soggiorno, nonché, ove necessario, l’indicazione del percorso di formazione anche per quanto riguarda la conoscenza della lingua italiana;
  3. b) la sottoscrizione, da parte dell’autorità di cui al comma 3 dell’articolo 1, di una polizza assicurativa contro gli infortuni sul lavoro e per le spese relative all’assistenza sanitaria e alla responsabilità civile verso terzi, utilizzando le risorse messe a disposizione dall’Unione europea o dal bilancio dello Stato per la copertura delle spese relative al soggiorno del volontario, per l’intero periodo di durata del programma.

 

  1. La domanda di utilizzo del volontario è presentata dall’autorità di cui al comma 3 dell’articolo 1 allo Sportello unico per l’immigrazione presso la Prefettura-Ufficio territoriale del Governo competente per il luogo ove si svolge il programma di volontariato. Lo Sportello, acquisito dalla Questura il parere sulla insussistenza dei motivi ostativi all’ingresso o permanenza dello straniero nel territorio nazionale, rilascia il nulla osta. Il nulla osta è trasmesso, in via telematica, dallo sportello unico per l’immigrazione:
  2. a) alle rappresentanze consolari all’estero, alle quali è richiesto il relativo visto di ingresso entro sei mesi dal rilascio del nulla osta;
  3. b) all’autorità competente al rilascio del permesso di soggiorno, che provvede alla sua concessione per la durata del programma di volontariato e di norma per un periodo non superiore ad un anno. In casi eccezionali, specificamente individuati nei programmi di volontariato e valutati sulla base di apposite direttive che saranno emanate dalle Amministrazioni interessate, il permesso può avere una durata superiore e comunque pari a quella del programma.

 

  1. Il proficuo contributo individuale all’esecuzione dei lavori di cui al comma 4 dell’articolo 1 costituisce titolo preferenziale, ai fini dell’accoglimento della richiesta con cui il volontario domanda il permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo di cui all’articolo 9-bis del testo unico di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 e successive modificazioni ed integrazioni. Il periodo di durata del permesso di soggiorno rilasciato ai sensi del comma 2 è computabile ai fini del rilascio del permesso di cui al primo periodo.

 

 

 

Responsabilità civile,
toghe sul ‘piede di guerra’

Toghe_magistrati_Corte_d'appello.smallMartedì prossimo va in aula alla Camera il ddl sulla responsabilità civile dei magistrati. Le toghe, o almeno una parte di esse, sono sul piede di guerra e minacciano uno sciopero. L’Anm ha difatti convocato una riunione straordinaria del direttivo, fissata per domenica, in cui non si esclude che alcuni gruppi della magistratura associata (ma MD ha detto no) proporranno la proclamazione di uno sciopero. “Auspico – ha detto al proposito il ministro della giustizia Andrea Orlando – che non si arrivi a forme di protesta come quella. La riforma sulla responsabilità civile non ha alcuna finalità punitiva per i magistrati”.
Sulla questione il senatore del PSI, Enrico Buemi, ha inviato una lettera a Giancarlo De Cataldo, Giudice di Corte d’Assise a Roma, che in un articolo su “La Repubblica” di Liana Milella, ‘Toghe, pressing per lo sciopero anti-governo, di oggi’ aveva criticato duramente il provvedimento sulla responsabilità civile dei magistrati.

“Stimato dottor De Cataldo,

non condivido la frase che Le è attribuita dalla Repubblica di stamattina, in ordine al disegno di legge, recante modifiche alla legge n. 117 del 1988 sulla responsabilità civile del magistrati. Trattandosi di un testo a mia prima firma – all’ordine del giorno della Camera dei deputati, dopo una prima lettura del Senato – mi sarei astenuto dall’intervenire pubblicamente, per non alterare la libertà di convincimento dell’altro ramo del Parlamento. Ma la suggestione della frase (“Siamo dalla parte giusta, ma non gliene importa niente a nessuno”) mi induce a replicare con alcune considerazioni, che sono fiducioso saranno accolte senza preconcetti.

L’Italia di minoranza, nella quale si riconosce l’anima garantista della tradizione socialista, sa bene quanto “sappia di sale” non vedere riconosciute le proprie ragioni: dai contemporanei, almeno, perché dalla storia molte conferme sono venute, come sa bene chi ha scritto “Il combattente. Come si diventa Pertini”. Il problema è lottare perché il divario cronologico si riduca; cosa che può avvenire soltanto assumendosi la responsabilità di dire cose, anche sgradevoli, ed operare affinché sia l’opinione pubblica a riconoscersi.

Mi rendo conto che, in un’epoca come quella odierna, sempre più prevalga la sfiducia che meccanismi razionali sovrintendano a questo riconoscimento: spesso sono prospettazioni mediatiche faziose, falsate o incomplete, quelle che “costruiscono” l’opinione prevalente. Ce ne siamo accorti noi socialisti, quando abbiamo per anni lamentato che il crollo della proposta politica avrebbe prodotto indebite supplenze da parte di altri organi dello Stato, tra i quali la magistratura. Mi duole quindi che ora la magistratura creda di vivere nello stesso incubo. Ma cercherò di spiegarLe che così non è, e come l’equilibrio delineato nel testo all’esame della Camera – anche grazie alla sostanziale mediazione operata dal Governo in Senato – regga alle accuse che gli sono rivolte.

L’udienza-filtro non tutela dal ricatto dell’inquisito danaroso: è l’articolo 4 comma 2 della legge Vassalli – norma che il disegno di legge all’esame non tocca minimamente – ad offrire la garanzia per cui “l’azione di risarcimento del danno contro lo Stato può essere esercitata soltanto quando siano stati esperiti i mezzi ordinari di impugnazione o gli altri rimedi previsti avverso i provvedimenti cautelari e sommari, e comunque quando non siano più possibili la modifica o la revoca del provvedimento ovvero, se tali rimedi non sono previsti, quando sia esaurito il grado del procedimento nell’ambito del quale si è verificato il fatto che ha cagionato il danno”.

Il sospetto, secondo cui – appena venga in rilevo una decisione a lui sgradita – l’inquisito possa minacciare il giudice con una azione risarcitoria, è quindi infondato. Ma è anche infondata l’idea che basti la smentita della pretesa (pubblica o privata) – ad opera della sentenza definitiva (adottata, lo ricordo, da altri giudici) – per produrre un’azione di responsabilità destinata al successo: l’errore del giudice non è e non sarà mai l’equivalente della colpa grave e men che mai del dolo. Il “travisamento del fatto o delle prove” – sintagma sconosciuto al mio testo, ed introdotto con emendamento tratto dal disegno di legge governativo – non fa scattare alcuna automaticità tra il ricorso per cassazione accolto ed azione di responsabilità: se così fosse, l’avrebbe fatto già la legge Vassalli, che all’articolo 2 comma 3 lettere b) e c) già menzionava casi che secondo la giurisprudenza rientrerebbero almeno in parte in quel sintagma (“il vizio di ‘travisamento della prova’ … ricorre nel caso in cui il giudice di merito abbia fondato il proprio convincimento su una prova che non esiste o su un risultato di prova obiettivamente ed incontestabilmente diverso da quello reale”: Cassazione Penale 20 marzo 2014, n. 13088). Quanto alla parte residua di quel sintagma, essa potrebbe essere letto addirittura in senso più garantista, stante il fatto che in Cassazione non è affatto permesso dedurre il vizio del ‘travisamento del fatto’: occorrerebbe prioritariamente la reinterpretazione degli elementi di prova valutati dal giudice di merito ai fini della decisione, ad opera del giudice della revocazione, per addivenire ad un contrasto tale da giustificare l’azione di responsabilità.

Se quindi non basta “perdere una causa in Cassazione” per essere attinti da azione di responsabilità civile, però neppure è ammissibile affermare che per la magistratura non valga il principio “che attraverso la minaccia della sanzione si possano ottenere ordine e funzionalità”, pena la violazione del principio costituzionale di indipendenza del giudice. Avremmo volentieri derubricato questa sanzione (da civile, come avviene per qualsiasi altra categoria professionale) a livello di sanzione disciplinare, se fossimo stati convinti che il sistema imperniato sul C.S.M. funzionasse al di fuori di logiche correntizie: ma troppi episodi, anche recenti, ci hanno dissuaso dall’inchinarci a questo feticcio, almeno fino a quando la composizione dell’organo di autogoverno non sarà sottratta alle “cordate”. A tal proposito, Le rammento che il mio disegno di legge n. 1547, sulla sua scelta mediante sorteggio, nemmeno è stato messo all’ordine del giorno e che quando ho cercato di inserirne i contenuti nella Revisione costituzionale Boschi il Presidente del Senato ne ha disposto – unico caso di novella dell’articolo 104 Cost. – l’inammissibilità al voto.

Come vede, il destino dell’opinione di minoranza ancora ci accomuna, ancor di più della consapevolezza della “parte giusta” in cui stare. L’importante è non accarezzare l’opinione pubblica dal verso del pelo; ma, a questo proposito, non credo di raccontare nulla di nuovo all’apprezzato biografo di Sandro Pertini. Con i migliori saluti”.

Enrico Buemi