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Enrico Maria Pedrelli

“Il Nemico”, al via l’8, il 9 e il 10 dicembre la scuola di formazione degli FGS

fgs2Tutto pronto per prossima scuola di formazione nazionale dei giovani socialisti, che si terrà l’8-9-10 Dicembre a Santa Sofia (FC); una tre giorni nel quale i quadri della Federazione, giovani ragazze e ragazzi provenienti da tutta italia, si confronteranno con i vari ospiti.

Il tema, quello provocatorio de “il nemico”, è stato scelto per un motivo precisamente illustrato dal segretario Sajeva: “Abbiamo avuto una prima scuola di formazione dedicata alla politica internazionale, una seconda all’amministrazione locale, una terza alla leadership. È venuto il momento di far confrontare i ragazzi con sensibilità e storie diverse e opposte. Siamo in cerca tanto di contrasti quanto di parallelismi se non addirittura convergenze impensabili. Dobbiamo metterci alla prova, confrontandoci con le ragioni altrui, perché diamo troppo per scontati i nostri valori e le nostre conquiste e questo esercizio di disorientamento serve proprio per rafforzarli; coltivando quella costante e frenetica revisione turatiana che non deve lasciare scampo ai nostri difetti spesse volte protetti da troppa vanagloria, Il socialismo per sopravvivere deve mettersi in discussione. Non è vera eresia se inizialmente non sembra una bestemmia”.

L’evento inizierà venerdì 8, alle 17.00, con il dibattito “populisti e grillini”: con Tommaso Nencioni, giornalista e fondatore dell’associazione Senso Comune; e con Vittorio Valletta, attivista politico cesenate, cofondatore del movimento civico “Cesena Siamo Noi” ed ex M5S.

Sabato 9 è la volta dei “transumanisti e algoritmici” alle 9.30: con il contributo video di Roby Guerra scrittore e videopoeta; e di Giulio Prisco, presidente dell’Associazione Italiana Transumanisti. Alle 10.30 invece i giovani socialisti si confronteranno con si confronteranno su “L’uomo prigioniero delle proprie paure”, e precisamente con Lorenzo Corelli, già dirigente nazionale del PSI, ma stavolta in veste di “Pensatore Laico”, che approfondirà il tema che affascina l’umanità nella perenne ricerca del proprio destino.

Dopo pranzo, alle 14.40, sarà la volta di Luigi Iorio, membro della Segreteria Nazionale del PSI, quale rappresentante de “i nemici di sempre: noi stessi”; equivoci ed errori del socialismo italiano nella storia, specialmente in quella recente. Alle 16.00 l’incontro con Francesco Zanotti, direttore del Corriere Cesenate, settimanale diocesano, con il quale i giovani socialisti parleranno di quello che è successo e sta succedendo all’interno della Chiesa. E infine alle 17.30, sarà la volta di “fascisti e comunisti”, in Italia generati da “scissioni” dal PSI; i ricercatori storici Stefano Pierucci e Palmiro Capacci ragioneranno sui motivi della nascita di queste due ideologie politiche, approfondendone la storia e gli aspetti ideologici.

Domenica infine, alle 10.30 i giovani socialisti si confronteranno con Alessandro Rico: dottorando in Political Theory alla LUISS e giornalista per “La Verità”, perlerà sul “liberismo”; spiegandone la natura, ma anche le contraddizioni.

Enrico Maria Pedrelli
Eretici di quale Chiesa?

Gli animali della foresta erano tutti in festa quel giorno: finalmente la giornata tanto attesa era giunta. Una grande maratona, che attraversava la boscaglia i campi e le colline; una bella sfida per gli animali più audaci; la vittoria, un premio ambitissimo da tutte le fazioni degli animali. E alla riga di partenza erano rappresentate tutte! C’era il gatto anarchico, il topo repubblicano, il serpente democristiano, la scimmia liberista, il cinghiale comunista, e naturalmente il buon leprotto socialista.

Il leprotto socialista, è bene dirlo, era un socialista riformista; anzi “liberalsocialista, prego”. Insomma un animale di grande stile, tant’è che anche il giorno della corsa si presentò col panciotto e il garofano all’occhiello. E’ bene anche ricordare come il leprotto socialista avesse nel cinghiale comunista il suo più grande rivale. Benché frequentassero più o meno le stesse parti della foresta, erano l’uno il contrario dell’altro, e si odiavano da matti. Ma finalmente per il leprotto socialista era venuto il momento della rivalsa, e dopo tante angherie subite era venuto il momento di vincere quella corsa e di dare una lezione a quel cinghiale antipatico.

E infatti appena dopo il “via” partì veloce come una lepre, cercando di staccare sempre di più il cinghiale comunista. Non gli toglieva gli occhi di dosso: “Va troppo lento, lo supererò in un batti baleno”. Ed effettivamente fu così! E continuava a guardarlo mentre lo superava e ormai gli era davanti. “E’ stanco, si vede…ho la vittoria in pugno!” diceva tra sé e sé, mentre continuava a guardare l’affannante cinghiale e mentre lo distaccava sempre di più. Il leprotto socialista andava velocissimo, e in quel momento non gli importava degli altri animali: in quel momento aveva solo in mente la sua vittoria, e la sconfitta del cinghiale comunista.

Così facendo andava sempre più veloce, continuando a guardare il cinghiale che a poco a poco si rimpiccioliva sempre di più fino a che non scomparve dall’orizzonte. “Ce l’ho fatta!” esplose di gioia il leprotto socialista, mentre continuava a correre guardandoall’indietro. Ma continuando a non vedere nessuno, finalmente si decise a girarsi per dedicarsi ora agli altri concorrenti.

Si accorse subito però che era solo. “Possibile che io sia stato così veloce?” si interrogava, mentre pian piano rallentava guardandosi intorno. Non ci volle molto al leprotto socialista per capire che in realtà si era perso, e aveva abbandonato il tragitto. Si fermò disperato, in cerca di qualche punto di riferimento.

Ad un certo punto – finalmente! – si avvicinò qualcuno: era il passerotto, che avendo visto tutto dall’alto gli venne in aiuto. “Mi sono perso! – lamentò il leprotto socialista – com’è stato possibile?”

Subito la risposta del passerotto: “Sei stato velocissimo leprotto, ed hai staccato tutti! Ma guardavi solo indietro, verso il cinghiale, e quando l’hai perso di vista pian piano sei uscito dal percorso fino in aperta campagna”. “Impossibile…non me ne capacito! – balbettava il leprotto disperato – e quindi? Chi è in testa?”

“Chi ha già vinto, vorrai dire…” ribattè il passerotto: “ha vinto la scimmia, correndo in motocicletta”. “Ma che storia è mai questa? In motocicletta? Ma se era una gara di corsa…ma è legale?” disse il leprotto socialista. “No, non è legale..” disse il passerotto. Il leprotto rimase in silenzio, sconsolato, mentre l’uccellino volava via, lasciandolo con un “ti rifarai la prossima volta!”.

“Beh…almeno non ha vinto il cinghiale” si disse da solo il leprotto.Una magra consolazione, mentre in lontananza si sentivano gli animali acclamare la scimmia vincitrice.

 

Ho scritto questa favola in stile Esopo accettando il rischio di apparire ridicolo, agli occhi di qualcuno; rischio accettabile se mi è servita ad essere più chiaro ed esaustivo in quello che ora voglio dire.

Il carattere “eretico” del PSI è quello che sin da subito mi ha affascinato, se non convinto. L’idea di rifiuto di qualsiasi dogmatismo, l’idea di una libertà quasi anarchica nel pensiero e nell’azione, l’idea di dar fastidio al potente. E’ quest’ultima caratteristica, forse, ad essere quella più significativa: gli eretici sono quelli che combattono un sistema dominante, che spezzano il pensiero unico, che contrastano una certa “chiesa”. Lo fanno a loro rischio, ma anche a loro eterna gloria.

Ebbene, mi chiedo: di quale chiesa il PSI oggi fa l’eretico?

Sono sicuro che, se ogni compagno che legge questo articolo mi rispondesse, mi arriverebbero le risposte più disparate. E questo non è un problema, anzi una ricchezza: si è socialisti per intime e personali ragioni ideali, e così facendo ognuno prende il suo posto in quella che è una battaglia totale che dura da più di un secolo. Il problema però è quando si perdono i punti di riferimento, e invece che essere un Giordano Bruno si diventa un Don Chisciotte che lotta contro i mulini a vento.

Mi riferisco alla recente tendenza, di molti compagni che rappresentano la nostra classe dirigente, a farsi eretici di una chiesa che da tempo è morta. Mi riferisco alla chiesa comunista, che dopo il crollo del muro di Berlino è crollata, e ora sta nelle catacombe assieme a noi. L’argomento per cui “i socialisti hanno vinto ma sono scomparsi, i comunisti hanno perso ma sono ancora qui” è una verità storica, che però rischia di diventare un falso mito nel momento in cui non ci si accorge che il mondo è cambiato.

Facciamo un esempio. L’egemonia culturale che i comunisti in Italia hanno creato, non è stata poi certo usata per il comunismo; che non siamo un paese sovietico è chiaro a tutti. Ma anzi, cambiando padrone – e riciclandosi un’intera classe dirigente del vecchio PCI – è andata a servire a quello che oggi potremmo definire il “pensiero unico del nuovo ordine mondiale”. Ho usato un termine da complottista, ma sto parlando di quell’egemonia che l’Internazionale Capitalista (termine coniato da Ugo Intini nel suo libro “La privatizzazione della politica”) ha ormai su tutte le sfere della società. Pensateci.Chi si azzarda più, tra opinionisti ed intellettuali, a mettere in discussione il sistema economico? Chi si azzarda a mettere in discussione quei disequilibri geopolitici che stanno creando un macello nel mondo? Chi si azzarda a parlare, realmente, dei diritti dei lavoratori? Chi lo fa viene messo al rogo dai media. Quei media su cui si parla sempre delle stesse cose…e questo lo diciamo spesso anche noi.

Io ritengo mediocre definirsi oggi “eretici” senza toccare questi argomenti; perché non si può esserlo servendo il pensiero unico. Un pensiero unico che si alimenta anche decidendo di trattare solo piccoli argomenti del tutto marginali e circoscritti. Ed è mediocre anche credere che ci sia ancora una battaglia tra riformisti e massimalisti. Innanzitutto perché riformismo e massimalismo hanno significati molto diversi da quelli che qualcuno gli vorrebbe attribuire. Sono due metodi per arrivare al socialismo: uno tramite la rivoluzione armata (l’obbiettivo massimo del “tutto e subito”) e l’altro tramite un graduale processo di riforme, istituzionali e materiali. Capite bene che definire Renzi un riformista, e Landini un massimalista, è una vera e propria “operazione equivoco”. Una scelta comunicativa sbagliata e controproducente.

Io credo che su questi argomenti faccia capolino una vera e propria questione generazionale, all’interno del PSI e del socialismo italiano. Cambia veramente la percezione delle cose tra chi è vissuto negli anni ’80 e chi è nato ora. La mia impressione è che molti dirigenti di un tempo, che han passato la vita a fare gli spiriti liberi della sinistra – rispetto ai comunisti – oggi non si siano accorti che quel muro di Berlino è crollato non solo addosso a noi, ma anche addosso a loro, e un po’ da tutte le parti. La Russia era il grande “modello sbagliato”, in alternativa del quale noi costruivamo il nostro “modello giusto”: un socialismo democratico in alternativa a quello antidemocratico; una socialdemocrazia che era un compromesso con un capitalismo spaventato dall’idea di una rivoluzione occidentale, e impossibilitato ad espandersi per via della guerra fredda. Il capitalismo produce la ricchezza, il socialismo la redistribuisce. Poi tutto questo equilibrio è crollato, assieme alle nostre certezze ideologiche. Il compromesso è stato rotto: il capitalismo si è fatto internazionale e incontrollabile; è andato oltre agli stati, e ora fa concorrenza addirittura agli stati stessi. E i socialisti oggi si dividono sostanzialmente in tre categorie: chi crede si debba tornare a prima del compromesso, chi ancora non ha capito che il compromesso è finito, chi ne vorrebbe un altro.

Insomma. Non c’è che da essere felici della fine dell’URSS e del comunismo, ma se è stata anche la fine nostra, chi rimane?Il punto centrale è capire chi ha vinto realmente dopo la caduta del muro. Quale idea dominante si è imposta sulle nostre macerie. C’è chi crede che abbiano vinto i valori democratici (da globalizzare anche a suon di bombe) e il “riformismo”: pura illusione di quella seconda categoria di socialisti. A vincere è il nemico di sempre (quello che avevamo prima della scissione del 1917).  E’ quella la chiesa verso cui indirizzare la nostra eresia. Pensiamo solo al fatto che una volta privatizzare era un tabù, anche quando era necessario; oggi invece nazionalizzare è un tabù, anche quando è necessario. Io vedo un capitalismo globale selvaggio e ingiusto, un’egemonia culturale che lo sostiene, degli stati nazionali incapaci di controllare l’economia, il tramonto di qualsiasi ideologia politica.

Vedere invece solo la vittoria dei valori democratici, che oggi sono messi a repentaglio da populisti venuti dall’inferno, è da sordi e ciechi. L’intero movimento socialista, in qualsiasi variante giusta o sbagliata, è oggi piegato. Siamo ininfluenti sulle sorti del mondo, e continuare a fare gli eretici di tabù che sono caduti insieme a noi aiuta solo il nostro nemico.

“Il socialismo mantiene la sua fondamentale ed essenziale natura di movimento anticapitalistico. Esso nasce come reazione umana e razionale nei confronti delle ingiustizie delle ineguaglianze che il nascente capitalismo industriale portava con sé. Le contraddizioni e le crisi della società capitalistica costituirono oggetto delle analisi, della critica penetrante, delle previsioni dei teorici socialisti.

I mutamenti intervenuti dopo le due guerre mondiali, la modificazione della natura e delle manifestazioni del capitalismo non hanno mutato la ragione fondamentale della lotta socialista e cioè quella di provocare un superamento del capitalismo con il passaggio ad un ordine economico, sociale e politico più evoluto, che arricchisca le libertà dell’uomo, le sue condizioni di vita materiale e spirituale”

La citazione è di Bettino Craxi. Chissà cosa ne direbbe Macron…

Enrico Maria Pedrelli

Europe: turn left!
Una generazione si aggira per l’Europa

turn left“Europe: turn left!”: è questo lo slogan con cui più di mille giovani socialisti, provenienti da tutta Europa, si sono ritrovati in questi giorni (7-9 Aprile) a Duisburg. L’evento è stato organizzato dai giovani della SPD: precisamente dalla JUSOS, l’organizzazione giovanile dei socialisti tedeschi, e dai Die Falken (“I Falchi”; una bella scoperta: praticamente degli “scout socialisti”).
Duisburg è una vecchia città operaia, popolata una volta dal proletariato che lavorava nei vicini complessi industriali, gran parte dei quali ora non ci sono più; uno di questi è stato trasformato in un parco, e precisamente è qui – al “Landschaftspark”, dentro alla fabbrica, all’ombra delle ciminiere – che si è svolto l’evento, in concomitanza con il congresso della YES (l’organizzazione dei giovani socialisti europei).
Gli obiettivi sono stati sostanzialmente due: quello di lanciare un forte messaggio a questa Europa che oggettivamente così non funziona, e quello di una dimostrazione di forza – direi riuscitissima – da parte dei socialisti tedeschi in occasione delle loro elezioni nazionali; elezioni che, per la prima volta dopo tempo, vedono un testa a testa tra la democristiana Angela Merkel e il socialdemocratico Martin Schulz.
Partiamo dal secondo. Martin Schulz è stato sicuramente l’ospite più atteso e più acclamato tra gli altri intervenuti nel corso della tre giorni. Il suo è stato un comizio appassionato che la sera del venerdì ha infiammato i giovani tedeschi che per lui stravedono; era infatti frequentissimo vedere in giro magliette e gadget con la sua faccia, sfoggiati con orgoglio da questi giovani alti e biondi. In particolare, l’atteggiamento e gli argomenti che come tali sono piaciuti al giovane pubblico, sono quelli che in Italia – abituati ultimamente a fare politica più con la bussola che con le idee – definiremmo decisamente “a sinistra”.
La SPD infatti – ora più che mai, e di più le sue organizzazioni giovanili – non solo sfoggia con orgoglio il proprio passato proletario e marxista, ma di fronte ad esso si pone in decisa continuità: l’uso dei pugni chiusi, dell’Internazionale, di certe parole d’ordine che qualcuno potrebbe definire antiche, non sono solo un retaggio della tradizione, ma ancora sono funzionali alla comunicazione e ancora servono. La forma è sostanza in politica, e non è difficile notare come ci sia qualcosa di diverso rispetto per esempio ad uno Stanishev – il presidente del PSE – che esordisce il suo discorso con un democristianissimo “cari amici”.
Certo, stiamo parlando della stessa SPD delle larghe intese, e dalle mille altre cose politicamente ambigue, ma stiamo anche parlando di un partito che mantiene forte la sua identità e che ora più che mai cerca di rilanciarsi. Da questo, nel bene o nel male, dipende anche il nostro destino.
Sarà con le elezioni tedesche che si deciderà, forse, un decisivo cambio di marcia non solo in Germania ma in tutta Europa: se Schulz diventerà cancelliere, il paese più influente dell’Unione Europea sarà a guida socialista, e ciò – si spera – porterà ad un cambiamento radicale. Questo è sostanzialmente quello che si è auspicato a Duisburg, e qui veniamo al primo degli obiettivi che dicevo: il messaggio all’Europa.
C’è stata una presa di coscienza, finalmente, di quanto l’UE si sia recentemente fatta promotrice dell’ingiustizia. “Questa non è la nostra Europa”, si è detto senza retorica. L’austerità economica, il neoliberismo dilagante, le privatizzazioni selvagge (queste, ancora tanto care ad un PD da sempre intimamente “liberal”), la distruzione del welfare state e la conseguente creazione dello “Stato minimo” sempre più con le mani legate: questa è l’Europa ora; ridotta così – secondo loro – dalla crisi del 2008, ma io direi da molto prima. Tutto questo poi, se aggiungiamo il fenomeno massiccio dell’immigrazione, ha posto l’UE sotto uno stato di assedio, e avanzano i movimenti “populisti” e di estrema destra, mentre gli stati si dividono.
Riguardo a questi ultimi; ho assistito ad un dibattito molto interessante sulla loro natura e su come fare per “sconfiggerli”, ed ho notato con mio immenso piacere come si sia capito che i cosiddetti “populisti” non fanno altro che occupare uno spazio politico che è in realtà nostro. Se leggiamo alcuni programmi di questi partiti, e togliamo ciò che è pericolosamente nazionalista (attenzione: nazionalista, non patriottico), pare di leggere un manifesto socialista. Gli esclusi dalla globalizzazione sono i proletari di un tempo, che hanno trovato solo nei populisti i loro rappresentanti. Operai, contadini, gente dalle periferie, gente nella povertà assoluta: chi si occupa di loro? Non gli “yesman” che si riempiono la bocca di parole mediocri, ma pericolosi individui che portano avanti l’irrazionalità, e che però parlano una lingua che queste persone conoscono bene: quella della rabbia. La rabbia contro un sistema che i socialisti erano nati per combattere; questo prima che tra di loro si chiamassero “amici” invece che “compagni”.
Morale della favola? Quella che c’è una generazione, attualmente in Europa, che non si arrende a questo stato di assedio. L’ora non è mai stata così buia, anche a vedere cosa succede geopoliticamente nel mondo, ma forse per questo il momento è propizio. Anche in Germania si sente il problema del disinteresse dei giovani verso la politica – un disinteresse che è l’arma usata da chi vuole indebolire la politica per rendere inutile lo stato – ma se ancora si fanno eventi come questo vuol dire che i pochi che rimangono si uniscono e non si arrendono. E’ un bel mondo il nostro, e questi scambi sono la maniera migliore per unire le generazioni dei vari paesi e farle conoscere tra loro, creando una classe dirigente nuova e unica: altroché l’Erasmus! Ho per esempio conosciuto, tra gli altri, un ragazzo afghano e tre ragazzi siriani (fuggiti dalla guerra, proprio da Aleppo): le conversazioni che abbiamo avuto con queste persone, in un contesto non qualunque, sono un bagaglio politico inestimabile che vale da solo il biglietto aereo.
Ho scritto quello che è solo un veloce resoconto di cos’è stato “Europe: turn left!”; e non mi piace l’idea di aver raccontato un panorama di rose e fiori. Però quello che ci tenevo a sottolineare, e da qui questo mio breve pezzo, è che c’è una speranza per il movimento socialista mondiale, e questa speranza è la sua giovanile.

Torno da Duisburg non proprio ottimista, ma sicuramente più motivato.

Enrico Maria Pedrelli

FGS. Il tatticismo non porta lontano

Il Congresso Nazionale straordinario del PSI si è concluso da poco più di una settimana, ma ancora si parla – e si continuerà a farlo – dei temi che riguardano la nostra comunità e che si sono discussi a Roma. Ci permettiamo quindi qualche riflessione in tranquillità con il segretario nazionale della Federazione dei Giovani Socialisti, intervistato per l’occasione da Enrico Maria Pedrelli (resp. Comunicazione della FGS medesima).

Sajeva-a-RavennaCompagno Segretario, il Partito ha affrontato una due giorni di congresso piuttosto piena e impegnativa. Si tratta di un congresso straordinario, burocratico se vogliamo, fatto per mettere in sicurezza il PSI da un vile attacco giudiziario fatto ai danni di tutta la nostra comunità. Ma è stato anche un congresso politico, con ospiti di rilievo. Qual è secondo te il più importante segnale che è partito in questi giorni da Roma?

Ne voglio dire due. Il primo verso l’esterno: siamo l’unico e il più credibile ente aggregatore di innovazione in campo. Tutti i vari progetti di sinistra sono frutto di scissioni (tardive), tatticismi (precoci) o improvvisazioni (inopportune). Il secondo, verso l’interno: questo congresso ha visto i giovani molto presenti anche dietro le quinte, a far pressione nelle commissioni. Il rinnovamento deve partire da questo, dalla sovranità congressuale e risalire mano a mano fino al vertice, senza cooptazioni.

Il mondo politico è in fermento, non solo a sinistra ma anche a destra. Attualmente siamo di fronte ad un magma disomogeneo di partiti, movimenti, formazioni politiche nuove: c’è chi aspetta le primarie, chi un miracolo, ma soprattutto tutti aspettano la legge elettorale. Noi socialisti, in che tipo di legge dovremmo sperare?

Allora. Il compagno Iacovissi ha messo in campo una proposta valida, digeribile dal sistema e va benissimo. Visto che tu mi parli di speranza, questa o il Mattarellum son certamente le più convenienti tra le possibilità. Qualsiasi legge che possa valorizzare il nostro contributo ad una coalizione, permettendoci così non di chiedere posti bensì di essere richiesti per far vincere dei collegi, sarebbe la strada più utile sia per garantirci una presenza degna della nostra forza, sia per condizionare il programma elettorale così come un’azione di governo.

Sempre sulla legge elettorale. Qualche mese fa, Ugo Intini su Mondoperaio ha fatto una riflessione interessante. Sostanzialmente diceva che la legge elettorale non può essere uno strumento in mano al partito di maggioranza di turno per cambiare le regole del gioco a proprio piacimento, ma essa deve essere decisa in base alla tradizione politica e istituzionale del Paese e in base all’idea di democrazia che vogliamo avere. In questo senso la legge elettorale dovrebbe essere cambiata il meno possibile, se non mai. Cosa ne pensi?

E cosa devo pensarne…sacrosanto! Poiché oggi non ci sono molti uomini politici, ma solo un miserevole ceto politico che cerca disperatamente di domare la Realtà con leggi elettorali sempre più capziose e vili, che scavalcano o mortificano l’elettorato, ci ritroviamo con dei parlamentari passati ad una versaillizzazione assai più odiosa del feudalesimo fondato su consenso e territorio.
È poi banale dire che, comunque, l’unica legge giusta per l’Italia è il proporzionale senza sbarramento, con le preferenze multiple, e non ci sarà mai più una classe politica credibile finché non si tornerà a fare le maggioranze dopo le elezioni e in Parlamento. La stabilità dei governi è un mito totalitario, come lo spauracchio del debito pubblico o dello spread. Ciò che importa è la stabilità delle alleanze, e quindi delle visioni e delle missioni politiche. La rotazione dei ministeri era una pratica sana dietro la quale si nascondeva la solidità di intese che facevano epoca e duravano anche un intero decennio.

Ma c’è chi direbbe che un proporzionale senza sbarramento sarebbe una pazzia ben maggiore di tutti quegli azzardati tentativi di fare leggi elettorali complesse e contorte. Insomma: allo stato attuale il proporzionale farebbe vincere i Cinque Stelle, che poi arriverebbero con ogni probabilità ad una “alleanza del male” per governare con la Lega e la Meloni. E questo è male. Ma allora insomma: una legge elettorale giusta ci farebbe giungere ad un panorama dannoso. Come uscire da questo circolo (o circo) vizioso?

Ma scusami, pur con tutto il disprezzo che provo verso i grillini, non avversari politici ma nemici della civiltà umanista, come possiamo pensare di utilizzare una legge elettorale per tagliarli fuori? Dicendo del ceto politico che prova a domare la Realtà, intendo dire proprio che mettersi a fare leggi a fini tattici, addirittura contro qualcuno, è stato uno dei principali inneschi del loop infernale, del cul de sac in cui sguazziamo. Prima, con il mattarellum, l’elettorato venne costretto al personalismo e al bipolarismo coatto, poi al voto utile dal porcellum. Queste leggi non sono opera di sartoria politica, cucite su misura della realtà, ma ortopedia elettorale, cercano di dare alla realtà, in questo caso all’elettorato, la forma e dunque il risultato più coerente con l’esigenza del ceto politico. Orrore che si paga, come si paga ogni forma di ingegneria sociale: l’elettore frustrato, privato della preferenza così come delle identità, non potendo votare secondo coscienza, o si piega all’obbedienza o vota per far più danno possibile ed ecco che il voto utile si tramuta in voto di protesta. Veltroni lo capì bene per questo si scelse IdV come marmitta catalitica ma fu l’ennesima miopia di quella classe dirigente che creò l’humus per l’esplosione grillina. Io sono convinto che un proporzionale puro rimescolerebbe le carte, magari non basterà una tornata elettorale, ma alla fine tornerebbero partiti fondati su quello che nel nostro dibattito interno è il Teorema di Vizzini: potere, consenso, responsabilità. Con buona pace dei radicali io sono per una restaurazione della partitocrazia.
Anche se ciò tarderà ad arrivare, persino se ciò non dovesse avvenire, non si può pensare che il problema di una legge sia tagliare fuori elettorato. Questo modo di pensare prima ha colpito i piccoli partiti, poi i dissidenti interni, se adesso passiamo a tagliar fuori un intero polo elettorale allora signori miei prevedo disastri inarrestabili. Guardate in Francia, questo doppio turno è un’altra frustrazione utile solo a far impazzire l’elettorato. Milioni e milioni di voti vengono buttati a mare ma ciò serve solo a radicalizzare il sentimento antisistema dell’elettorato escluso perché non ha raggiunto il secondo posto. Peggio di uno sbarramento. Benvenuta Le Pen.

A partire dai giorni antecedenti al congresso, il Partito ha fatto una serie di proposte programmatiche concrete. Tra queste, iniziano a spiccare – dopo un lungo periodo nel quale la facevano da padrone i diritti civili o altre questioni più “liberali” – proposte economiche e sociali, tese alla redistribuzione della ricchezza e ad una maggiore partecipazione dei lavoratori al processo produttivo (penso alla cogestione). Cosa ne pensi? C’è qualcosa che andrebbe aggiunto o su cui si dovrebbe spingere di più?

Io non vorrei prestare il fianco a chi vede i diritti civili come una torsione rispetto alla questione sociale. È vero però che la Rosa nel Pugno, che fu la luminosa palingenesi dell’immaginario liberalsocialista, non sarebbe comunque sopravvissuta all’inverno della crisi internazionale. La visione di una RnP fissa solo sui diritti civili e l’aderenza ad un’Europa in senso atlantista non era solo una scelta comunicativa, noi tutti eravamo concentrati quasi esclusivamente su quello, è vero che trascuravamo l’aspetto sociale che non era più solo quello dei poveri ma ormai quello dell’impoverimento. Con l’avvilimento definitivo della classe media, figlia del miracolo delle socialdemocrazie atlantiche e avanguardia del socialismo libertario e umanista, le pance han cominciato a ruggire e non possiamo più permetterci certi equivoci: una cosa sono le necessità delle Piccole e Medie Imprese, la cui liberazione deve essere al primo posto, altra cosa l’arbitrio dei titanici speculatori. Dovremmo inoltre mettere in discussione il fiscal compact, infine la nostra campagna “disordine professionale” è sempre lì: liberalizzazione degli ordini professionali, espansione delle tutele alle partite iva e parità retributiva di uomini e donne. Berlusconi poi fa bene a parlare di alzare le pensioni minime e di ridurre il carico fiscale che opprime la mobilità economica delle famiglie.

Come segretario nazionale dei giovani socialisti, pensi che esista una “questione generazionale” che si stacca, in tutto o in parte, dalla famosa e purtroppo ancora attuale questione sociale?

Esiste la questione generazionale nella misura in cui il sistema riesce a malapena, e sempre meno, a garantire chi sta nel mondo del lavoro da anni (guai a chi inciampa e ne esce), non ha idea di come avviare la forza lavoro già pronta (e che bussa alla porta) e manco pensa a programmare per chi è ancora in fase di formazione. Siamo a un passo dal disastro sociale.

Durante il congresso più volte ci si è complimentati con la compagna Pia Locatelli, eletta vicepresidente dell’Internazionale Socialista. Un’organizzazione che ora può vantare persino il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, ma che da tempo sembra essere in “coma”. Il sintomo più eclatante di questa crisi è la creazione della parallela “Progressive Alliance”, che porta molti partiti socialisti, specialmente europei, ad un’ambiguità dannosa. Come la vedi? C’è speranza di uscire da questo stato, e se sì come?

L’egemonia economica (spesso aggressiva) e culturale (spesso miope) nel PSE delle socialdemocrazie gotiche, stampellate dal blairismo dei compagni dell’Est Europa, non aiuta certo a relazionarsi con un mondo molto più vasto e complicato di quanto non possano comprendere certi compagni coi paraocchi della nuova ideologia totalitaria: la modernità. Il problema dell’Internazionale Socialista non sono, per esempio, i compagni sandinisti, il problema dell’Internazionale Socialista è un PSE in cui ha vinto la visione veltroniana. Ci sono stati anni di “inciucio” PSE-PPE, tra grandi coalizioni e PD; che hanno portato il socialismo europeo in una profonda crisi di missione che ha spalancato le porte ai cosiddetti populismi. La cosa iniziò quando venne spazzato via il socialismo mediterraneo dopo la caduta del muro di Berlino e continua ancora oggi. L’Internazionale non è un’organizzazione: è la nostra patria. La Progressive Alliance è un orrore post-postmodernista, vuoto pneumatico, e non ci si faccia illusioni di poterlo riempire con qualcosa di buono. Le nuove esperienze britanniche e francesi possono essere un viatico ma la verità è che manca il socialismo mediterraneo. Senza un’asse PSI-PSOE-PASOK è impossibile aggregare balcani, africani e america latina in un rilancio libertario e umanitario dell’IS che, assediata dai suoi stessi compagni, rischia di diventare autoreferenziale e dunque morta. La compagna Locatelli è l’unico vero ponte tra IS e PSE, lei sa che il nostro sostegno c’è tutto ed è evidente anche da come la FGS sia tornata protagonista internazionale prima con il Summer Camp in Sicilia e poi con la candidatura di Elisa Gambardella a segretaria dello YES.

Sui populisti, spieghiamo meglio: cos’è che li ha scatenati?

Come già detto, innanzitutto l’avvilimento e l’impoverimento delle classi medie, dei lavoratori autonomi, delle piccole e medie imprese ovvero di tutto ciò che rappresenta l’emancipazione della società dallo Stato e dal Capitalismo. Milioni di individui, maggioranze assolute delle nazioni civilizzate, non più sfruttati e non semplicemente liberati ma divenuti motore di ricchezza e forza nazionali, classe dirigente, anche culturalmente, e dunque egemone. Eravamo ad un passo dalla sociocrazia ed ecco che il Capitale, vinto il Comunismo, sganciatosi dalla realtà e impazzito nella finanza, sublimato, asceso a illusione di trascendenza (fine della storia, ecc) si è infine accorto di non funzionare più e che quindi era necessario drenare ricchezza, e dunque libertà, mai come allora ben distribuita nella storia universale. La reazione è stata la nascita dei cosiddetti populismi, forze antisistema che vogliono buttare il bambino con l’acqua sporca.

E Trump? Un miliardario, forse l’ultimo che dovrebbe essere antisistema: anche lui vuole buttare il bambino con l’acqua sporca?

Partiamo dalla Lirica. L’unica opera lirica degna di questo nome nel secondo dopoguerra è di John Adams: Nixon in China. Non è un caso che la visita di Nixon (che insieme a Spiro Agnew ha costituito il ticket presidenziale più politicamente autorevole della nostra era) alla Cina comunista sia stato l’evento più significativo di questi decenni. La celebrazione di un’alleanza tra USA e Cina contro la Russia, il momento in cui l’America ha cominciato a delegare la produzione al secondo e terzo mondo e a concentrarsi sulla finanza. Caduto conseguentemente il muro, arrivò Clinton che decise che gli Stati Uniti dovevano ragionare economicamente come il Lussemburgo e quello fu il seme arimanico dell’ultima crisi.
Oggi Trump rappresenta il vecchio capitalismo americano che rialza la testa e capovolge la geopolitica mondiale: alleanza con la Russia contro la Cina. La Germania (che esporta tanto tanto tanto verso la Cina), e dunque l’UE, è rimasta travolta da questo capovolgimento. Berlusconi (sì è la seconda volta che lo nomino per lodarlo) aveva visto giusto nel farsi interprete di triangolazioni tra Bush, Putin e Blair. Nel panorama detto populista internazionale vediamo Trump, la Brexit e ancora Putin e noi stavolta però alla periferia della parte in difficoltà, quella europeista che vide in Prodi il nostro massimo referente. E la Dagong, agenzia di reting cinese, avrebbe qualcosa da dirci sulla visione del mondo di Prodi, una visione che risale almeno ad Andreatta ma qui divago. Trump non è un modello, non lo è neanche Putin e forse neanche la Brexit, però l’UE a trazione gotica segue il filone della globalizzazione che noi dobbiamo combattere. Scelto comunque il campo Europeo, bisogna fare come dicevi tu qualche giorno fa: puntare sull’Italia come guida dell’Unione e per farlo bisogna divincolarsi un po’ dai parametri e dai trattati, mettendoli in discussione.

Sempre sui “populisti”. È tornato a riecheggiare, nel dibattito politico, la parola “sovranità”: usata soprattutto dall’estrema destra in versione antieuropeista, ma comunque tutti fanno di questo termine uno slogan utile alle proprie tesi. Di contro, chi sostiene l’Europa, e quindi gran parte anche del nostro mondo politico, attacca il concetto di sovranità: lo sminuisce, lo demonizza, lo rifiuta. Eppure è l’articolo 1 della Costituzione che innanzitutto parla di sovranità, che “appartiene al popolo”. La domanda è, oltre al classico che-ne-pensi: ci siamo persi qualcosa?

La sovranità popolare è indiscutibile. C’è poi da dire che la sovranità popolare, fino ad ora, ha trovato nelle nazioni lo strumento più efficace per la pace sociale interna e per lo sviluppo. Il percorso europeo fino, e compreso, il trattato di Roma è stato fondato sulla creazione di mobilità, equivalenze e convergenze tra le democrazie del continente in nome della parte più bella della globalizzazione: l’interdipendenza, soprattutto commerciale, che rende l’aria poco infiammabile ed ecco qui il segreto della pace. Non sono le istituzioni europee a garantire la pace europea ma questa interdipendenza. A mio parere cedere ulteriormente sovranità sarebbe sbagliato perché non esiste ancora questa convergenza di interessi tale da garantire ai piccoli popoli di vedersi garantiti rispetto a quelli grandi. Democrazia è il governo di una maggioranza politica nel rispetto delle minoranze. I partiti europei dimostrano ancora che l’appartenenza nazionale conta più di quella ideale, ma è fisiologico perché le battaglie dell’incanalatissima classe produttiva tedesca non sono quelle del proletariato esteuropeo né quelle del sottoproletariato palermitano.

Tornando a noi. È ancora non chiara la strategia politica che il PSI intraprenderà per le prossime elezioni politiche. Di fatto, e ovviamente complice è la mancanza delle legge elettorale, ancora tutte le alleanze e le possibilità sono sul tavolo. Secondo te cosa dovremmo fare?

Vista la tua premessa sulla legge elettorale è impossibile rispondere. Posso tracciare solo un vago panorama di traiettorie plausibili. Innanzitutto, non credendo io che la legge elettorale, nello spirito e nella sostanza, alla fine non darà un vero spazio a vagheggiamenti autonomistici, è chiaro che si dovranno comporre le liste insieme ad altre forze. Sicuramente credo che più che mere alleanze elettorali si debbano costruire dei progetti politici, per cui il tavolo aperto da tempo con le forze laiche e ambientaliste è certamente l’opzione oggi più solida anche se devo fare due appunti. Non delle critiche ma delle glosse. Il primo è che, come ho già detto, dopo la crisi non è più tempo di rose nel pugno come quella che abbiamo vissuto, perciò la lettura della realtà e dunque la proposta politica dovrà essere necessariamente più rossa, cosa che vedo difficile da far digerire a certi compagni radicali che, alla fine dei conti e con tutta la stima che possiamo avere per il loro impegno civile, sono comunque assolutamente liberisti. Se magari possiamo trovarci d’accordo, ad esempio, sull’eliminazione delle strozzature al mercato del lavoro (ad esempio gli ordini professionali), sappiamo già che in materia di pensioni, tutele e via cantando sarà dura trovare un compromesso che soddisfi le due parti. Il secondo appunto è sui Verdi, mi spiace ma io non sono né ecologista né animalista perché sono umanista antropocentrico. Facciamo molta attenzione perché già troppi abbagli abbiam preso guardando il sole che ride.
C’è poi la possibilità di continuare il percorso con il PD: inutile nasconderne i rischi, il divario di dimensioni e risorse dà le vertigini, ma al di là di certi mal di pancia io credo che in questi cinque anni ce la siamo cavata bene, senza mortificazioni e ottenendo delle vittorie su diritti civili, giustizia (anche se sta riforma della prescrizione…) e leggi specifiche di nostra iniziativa. L’attuale loro situazione di debolezza interna non farà che rendere più forte il nostro ruolo in coalizione. Il PD sta esplorando la possibilità di metter su una lista civetta contro i gufi scissionisti (pura ornitologia notturna), se Pisapia vuol esser qualcosa di più significativo di una civetta, e di più solido di SEL, deve comprendere che non bastano le grandi città, le amicizie nel jet set e via cantando per fare un campo largo: c’è necessità di organizzazione capillare nella società e nella provincia, che è l’unica vera forza italiana, così come del far parte dell’Internazionale Socialista e del PSE, per tutto questo è evidente che il suo discorso non può prescindere dalla convergenza con il PSI.

Recentemente, come FGS abbiamo fatto una breve video-intervista nella quale abbiamo intervistato giovanissimi compagni su diversi argomenti, tutti riguardanti la nostra comunità. Ti faccio allora una di quelle domande: “dì un pregio e un difetto del PSI”.

Il più grande pregio del PSI è la presenza di tanti giovani eretici che non hanno paura di mettere in discussione le proprie idee con gli altri, che cercano il confronto con la realtà e sfidano il pensiero comune. Uno dei vari difetti del PSI sono alcuni dirigenti locali che ragionano “meno siamo meglio stiamo”, questo soprattutto nelle realtà più piccole. Così non va.

Infine. Anche alla luce di questo congresso, cosa dovrebbe aspettarsi il Partito dalla FGS e la FGS dal Partito, contestualmente ai rispettivi rapporti?

Diciamo che finalmente i rapporti tra PSI ed FGS sono assolutamente chiari. La FGS non serve né alle coreografie (comunque utili) né alla manodopera (comunque formativa). La FGS serve al PSI come fucina di idee e dirigenti, e l’unica cosa che deve aspettarsi è che mantenga la propria autonomia e non diventi autoreferenziale. L’unica cosa che la FGS deve aspettarsi dal PSI è l’apertura mentale. E, scusatemi la prosaicità, anche quella degli organismi. Dobbiamo ammettere che Riccardo sia di mente che di spazi politici non ci nega nulla, sempre per metterci alla prova: è molto curioso di noi. E voglio ringraziare anche Rometti e Riccomi che, nelle baruffe congressuali, l’unica cosa che non hanno messo in discussione è stata proprio la FGS.

Enrico Maria Pedrelli

Enrico Maria Pedrelli
Vince il Socialismo municipale

Non è l’ora delle analisi dicono, e forse è vero: i conti definitivi si fanno dopo i ballottaggi. Se però i destini delle grandi città sono ancora in pendenza, e chissà davvero come andrà a finire, noi socialisti intanto ci possiamo permettere il lusso di fare qualche considerazione e parlare un po’ di politica.
Se c’è un dato che emerge con sconfortante evidenza, è che il PSI non riesce a sfondare nelle grandi città. Questo ovviamente salvo qualche magnifica eccezione e le dovute differenze. Non riusciamo ad eleggere, né a raggiungere significative percentuali in città come Roma, Bologna, Torino, Napoli e così via, dove però è stato fatto un magnifico lavoro durante la campagna elettorale, e i compagni si sono dati da fare con passione e determinazione.
Il punto secondo me è proprio questo: il buon lavoro sul territorio in campagna elettorale non basta, e forse non basterà mai. Certamente ho scoperto l’acqua calda. Ma allora che cosa ci vuole? Lascio a questo articolo le mie perplessità e una possibile prospettiva.
Nella mia inesperienza mi sono sempre chiesto che senso abbia lavorare ed intervenire nel dibattito pubblico come “partito socialista” per cinque anni, e poi cambiare nome e “volto” qualche mese prima delle elezioni: agli occhi dell’elettore si ha così sempre poco tempo e risorse per ricostruirsi una credibilità politica, senza contare che in quel momento c’è decisamente più concorrenza. Poi è vero, ci sono tanti altri fattori che spingono a prendere certe decisioni, ma certamente è innegabile che la continuità e soprattutto la chiarezza di un progetto politico che da tempo si fa sentire sulla scena pubblica premia in quanto a voto di opinione.
Perché è questo che bisogna colpire nelle grandi città, dove gli elettori sono tantissimi e i modi per stabilire un contatto diretto e personale sono pochi e difficili. Inoltre bisogna sempre contare che la visibilità nazionale che ha il nostro partito, in quanto a comunicazione su tv e web, non è tale da poterci permettere di raccogliere consenso, e quasi sempre nemmeno di essere “riconosciuti” dai cittadini, in queste situazioni dove invece ciò è fondamentale. Insomma più grande è il contesto e meno vale l’unica cosa su cui noi possiamo fare affidamento: i rapporti personali, i mezzi di comunicazione locali, e l’incisività che hanno le nostre tante iniziative.
E’ dove invece queste cose sono fondamentali per la vittoria che il PSI raggiunge un buon risultato: nei piccoli e medi comuni. Non solo, ma il lavoro che si compie in questi contesti, con il risultato di creare una solida comunità e credibilità politica, si proiettano anche nelle elezioni regionali o nazionali, dove è da queste parti che arrivano maggiormente i voti. I grandi mezzi di comunicazione, inaccessibili per i poveri e i reietti, l’opinionismo da talk show, i salotti che contano e il carisma dei leader, non incidono molto nei contesti medio/piccoli. Altra acqua calda scoperta. Eppure spesso sfugge una naturale conclusione.
La corruzione ideale e materiale della politica non ha infettato i piccoli contesti, dove questa invece mostra il suo volto più puro e sincero. L’antipolitica e l’individualismo non vincono in una comunità coesa dove il dialogo esiste (basta guardare i dati dell’affluenza!). Ma questo è un discorso che si estende a tantissimi altri argomenti, che costituiscono gli esempi di una generale verità su cui riflettere: è il capitalismo globale ad avere nei piccoli particolarismi, nella coesione delle culture e delle comunità, il suo più grande ostacolo; è la bellezza del piccolo che si oppone alla tracotanza del grande. E l’Italia è bella perché formata da tanti comuni dalle identità forti.
Comuni che si vogliono rendere vuoti, trasformarli in “città dormitorio”, favorendo grandi centri politici e di produzione dove per vincere alle elezioni devi essere ricco e per essere imprenditore devi avere migliaia di dipendenti. Non è questo che si raggiungerà a furia di fusioni e città metropolitane? Si può dire che togliendo la propria autonomia politica ai comuni essi non perderanno la propria identità di comunità: è vero solo se si assume che per mantenerla bastano le parrocchie!
Io credo che il partito socialista abbia una carta da giocare fondamentale, capace veramente di darci una ragione d’essere e un progetto credibile a lungo periodo: è il socialismo municipale. L’idea che si può costruire una società più giusta e socialista partendo proprio dai nostri comuni, ma anche che è solo grazie all’esistenza e al buon governo delle piccole/medie comunità che si può contrastare quella “internazionale capitalista” che da anni distrugge i diritti sociali, le economie locali, e ci rende sempre meno liberi. Comune dopo comune, potremo costruirci con questo progetto una base solida capace di proiettare poi sul nazionale un peso maggiore, con il quale puntare allora sul voto di opinione ed aiutare “dall’alto” i compagni nelle grandi città: è un metodo riformista!
Queste elezioni ci hanno dimostrato che il socialismo municipale è una prospettiva possibile, che il socialismo municipale vince: i numeri finalmente li abbiamo, e io credo anche la volontà. Al contrario ci metteremo per l’ennesima volta i bastoni tra le ruote, propagandando come fanno tutti la scomparsa di quegli unici contesti dove siamo in grado di incidere, e non capendo l’enorme potenzialità che può avere un’idea che è nata nell’Ottocento e che può decollare nel Duemila.

Enrico Maria Pedrelli

L’ora dei lupi

Quando i miei coetanei, riferendosi alla politica, mi dicevano “ma non ci capisco niente” o “ma chissene frega!”, provavo una certa rabbia. Insomma la politica è affare di tutti: perché non lo dovrebbe essere anche per noi giovani? E’ a distanza di tempo che mi sono accorto quanto, dietro a quelle parole magari dette ingenuamente, si nascondesse una grande ragione.
Viviamo in un’epoca di cambiamenti, dove la rivoluzione tecnologica corre, e sembra solo agli inizi. Io ho 19 anni, e mi ricordo ancora come appena sei o sette anni fa il touch screen mi sembrasse qualcosa di veramente magico. Se ci ripenso mi vien da ridere. E’ cambiato tutto quindi, a grandissima velocità, e lo è anche la politica. Per capire come, bisogna fare un salto indietro e vedere cosa significava questa parola al tempo dei nostri genitori o dei nostri nonni. Basta chiederglielo, o guardare qualche foto di oceaniche folle in piazza o alle riunioni di partito, o leggere ciò che pensavano (e il modo, il modo con cui lo facevano…) personaggi di altri tempi che almeno ognuno di noi nella vita sente nominare. Senza fare troppi giri di parole, che lo spazio è poco, arriviamo al punto: la politica una volta era fatta di ideali.

Faccio un esempio? Socialismo, comunismo, liberalismo, anarchia, cristianesimo sociale, repubblicanesimo…si potrebbe andare avanti per molto. Insomma ognuna di queste parole rappresentava una cultura, un modo di vedere e intendere il mondo, ma soprattutto una via per cambiarlo. Ci hanno provato, e molti lo hanno fatto. Fare politica nella nostra famosa “Prima Repubblica” (che va dagli anni ‘40 ai ’90 circa; anni fondamentali per capire la realtà di oggi e che spesso i professori non fanno, preferendo magari sproloquiare all’infinito sul Medioevo) significava aderire, almeno in parte, ad una di queste tante visioni: ci si sentiva parte di qualcosa di più grande. Non era il paradiso, non era un mondo roseo, attenzione, ma era entusiasmante. Raccontano che i giovani soprattutto, si sentivano quasi in dovere di fare politica, perché era bella, perché poteva plasmare il mondo come essi volevano. Era fatta anche di cose molto sporche la politica. Tra queste i soldi, che si faceva di tutto per averli; ma “la politica è fatta di sangue e di merda” disse una volta un dirigente socialista di nome Rino Formica* (* =chi è? Chiedi a Google): è fatta del sagnue che è l’ideale, e dalla merda che sono i soldi.

Oggi il sangue non c’è più. La politica non è più (veramente!) fatta di ideali, e come si diceva prima tolto il sangue quindi rimane solo la merda. Una magnifica sintesi della politica odierna no? No, non fermiamoci qui che siamo solo all’inizio. Gli ideali non ci sono più perchè i partiti di oggi (parliamo dei maggiori per ora, di quelli che si sentono sempre alla TV) non ne hanno uno al quale si riferiscono in particolare. Sono partiti “pigliattutto”: vogliono prendere i voti della maggioranza di persone possibile; perché se come dicevamo rimane la merda, e la merda sono i soldi, per prendere i soldi bisogna essere al potere, e bisogna essere “grossi”. Non troverete quindi un partito che si dichiara “comunista”, perché ammesso che di comunisti ce ne siano ancora nessuno si può permettere di prendere i voti solo di quelli. Molti parlano invece di “rivoluzione liberale”, ma parliamoci chiaro: qualcuno sa davvero cosa vuol dire? E di socialismo se ne parla, ma solo a livello europeo, perché “stranamente” in tutta Europa tra i principali partiti ci sono quelli socialisti; in Italia no.

La politica oggi si basa quindi sull’ambiguità dei propri obbiettivi per cercare di accontentare un po’ tutti, ed è quindi sempre più priva di punti di riferimento che aiutano a capire da che parte si vuole andare. Non si può biasimare del tutto quindi chi decide di estraniarsi dalla politica: non entusiasma, è fatta solo di merda, non ci si capisce niente, ed è inoltre fatta dai “grandi”: che se ne occupino loro come fanno con tutto! Anche questo è un punto cruciale: rendetevi conto che siamo una società di vecchi, che mentre molti di loro hanno la pensione ed eppure continuano a lavorare non lasciando il minimo spazio a noi giovani, noi fatichiamo ad avere esperienze di lavoro e inoltre ci dicono anche che dovremmo lavorare fino a 75 anni per andare in pensione, sgobbando il doppio perché i soldi non bastano per tutti. Siamo un paese a misura di anziano, perché gli anziani sono tanti e votano sempre; i giovani invece no, e si disinteressano: questo dato pesa nella politica, perché convincere l’elettorato anziano è fondamentale per vincere, mentre i giovani sono usati solo (e dico solo) come una bandierina per dimostrare “come siamo vicini ai giovani che sono il futuro!”. Balle: noi siamo il presente! Ma dico: anche noi viviamo ora, nella realtà presente, come loro no? Anche noi adesso abbiamo le nostre esigenze! Parole al vento, finchè non saremo noi a rimboccarci le maniche, invece di aspettare come degli eterni mammoni che non se ne vanno mai via di casa, che qualcuno ci venga a salvare con qualche parolina dolce.

Il motivo per cui state leggendo ora questo giornale è che c’è un gruppo di ragazzi che crede profondamente nell’estrema importanza e utilità della politica e nell’impegno. Una politica vera però, bella e chiara, che possa dare una visione del mondo e un percorso condiviso da portare a termine: l’ideale di cui parlavamo prima. Dobbiamo tornare agli ideali per salvarci da questo vuoto cosmico; da questo nichilismo (piccolo omaggio a Nietzsche, dai). E tra questi, quello che ci chiama è l’ideale socialista.

Che cos’è il socialismo? E’ un sentimento. Un sentimento che ha delle profondissime radici storiche. Un sentimento di giustizia e uguaglianza si, ma nella libertà. Socialista è chi prova rabbia vedendo le ingiustizie, e sente l’irrefrenabile impulso di fare qualcosa; socialisti significa essere anche un po’ “anarchici”: antiautoritari in tutto e per tutto. Questo sentimento ha dato vita, verso la fine dell’800, ad un ideale destinato a diventare famoso. La più profonda e antica cultura politica che per anni ha forgiato l’Italia, e che ancora ha un grandissimo compito da portare a termine. Chiedetelo ai “grandi”, chiedete del Partito Socialista Italiano: vi diranno che non c’è più, eppure siamo ancora qui. Non è un caso, ma è il frutto di una precisa volontà politica di continuare a tutti i costi un percorso iniziato anni fa da grandi personaggi come Filippo Turati*, Giacomo Matteotti*, Pietro Nenni*, Sandro Pertini*, e via cantando. Il socialismo italiano: che c’entra poco col comunismo russo, con Stalin e con luoghi comuni sulla sinistra che sinceramente hanno stancato.
Ma noi siamo giovani, non abbiamo vissuto quella storia tanto discussa, e non ha senso basare la nostra politica su quello che una volta era: occorre creare qualcosa di completamente nuovo. Il sentimento rimane quello, ma le idee devono essere del 2000. “Rinnovarsi o perire” è stato da sempre il motto dei socialisti, e vale ancora. Chiunque voglia fare qualcosa di serio in questo paese dovrà per forza aver a che fare con la storia del PSI, e noi abbiamo tutta l’intenzione di farlo: da questa storia occorre prendere tutto quello che c’è di buono e che ci può servire per il presente, ma da qui in poi basta pensare al passato: stavolta sta a noi. Socialismo (nel suo significato più letterale) significa anche e soprattutto unione: unirsi insieme per risolvere i problemi, fare gruppo contro chi ci vuole divisi e disorientati. Il famoso motto “uno per tutti, e tutti per uno” calza a pennello.
L’ora dei lupi è l’ora nella quale ognuno di noi fa i conti con se stesso e con la propria coscienza, ed è un’ora che prima o poi arriva. E’ quando per esempio si analizza ciò che si è fatto nella giornata prima di addormentarsi, o quando a fine anno si passano in rassegna i buoni propositi. Noi siamo qui a dirvi che si può aspirare a qualcosa di più. Noi siamo qui per dirvi che ognuno di noi ha il proprio posto nel mondo, da conquistarsi e da difendere, e che l’unico modo per farlo è fare unione e collaborare insieme. Realizzare la propria vita da soli, in una società dove tutti sono in conflitto e in concorrenza con tutti gli altri è un’illusione. Una roba da televisione alla quale pochi fortunati (e ricchi?) hanno accesso. Questo meccanismo ci rende terribilmente soli e vulnerabili.

Questa è l’ora dei lupi, e noi siamo qui a dirvi di usare la testa, e se volete, anche di criticare quello che leggerete: questo sarebbe già un primo e importante atto politico, nel vuoto al quale siamo già troppo abituati.

Enrico Maria Pedrelli

Enrico Maria Pedrelli:
Ma il riformismo
è un tiro al piattello?

Probabile effetto della mia giovane età è avere un po’ di confusione, soprattutto di fronte all’ambiguità e incoerenza della politica di oggi, ma è a quel punto che cerco di pormi delle domande. Tra queste, quella che tengo di più a porre all’attenzione di tutti è la seguente: ma cosa significa riformismo?

Lasciamo stare frasi d’effetto e slogan, lasciamo stare giri di parole mielose, interrogarsi su questa parola e dare una risposta chiara e decisa alla domanda di cui sopra credo sia fondamentale per noi socialisti. Soprattutto di fronte al fatto che la nostra pluridecennale crisi ci impone sempre più di definire la nostra identità, della quale la parola riformismo credo sia parte. Ma facciamo un passo indietro e mettiamo ordine.

C’erano una volta i socialisti, romantici e infaticabili combattenti di un ideale destinato a fare la storia. L’ideale, oltre a tutto l’aspetto culturale e sentimentale che portava con sé, non definiva altro che un obbiettivo; la risosta ad un problema: la classe operaia era oppressa, quindi doveva emanciparsi, quindi creare il mondo in una data maniera. Su questa data maniera ovviamente non c’era un comune e preciso accordo, anche perché di quella che sarebbe stata la futura società socialista vi erano soltanto le linee guida, dei concetti ideali molto generali sui quali (caso Russia e comunisti a parte) spesso e giustamente ci si è messi in discussione. Ho semplificato, ma credo sia necessario schematizzare per capire meglio di cosa si sta parlando.

La domanda che si posero i socialisti a quel punto era: come raggiungere il nostro obbiettivo? E qui sappiamo si divisero. Da una parte i massimalisti, che volendo raggiungere l’obbiettivo massimo del socialismo (da qui il nome) e volendo raggiungerlo subito, proponevano la rivoluzione armata; quando dove e come era un altro paio di maniche, ma il concetto era quello. Dall’altra invece c’erano i riformisti, che proponevano invece una via più pacifica e soprattutto per gradi: l’obbiettivo finale andava certamente raggiunto, ma lo si doveva raggiungere passo dopo passo, con cautela e intelligenza, perché a voler tutto subito si rischiava troppo di mandare ogni cosa all’aria. La storia del resto ha sempre dimostrato come le rivoluzioni armate non vanno mai nella direzione in cui le si voleva far andare.

Leader dei riformisti, lo sappiamo, era il grande Filippo Turati, che descriveva questo metodo come una grande nevicata: tanti piccoli fiocchi di neve, che da soli magari non valgono nulla, ma che insieme e a migliaia avrebbero ricoperto di bianco tutto quanto. Io questo paragone lo trovo fantastico, e invito tutti a guardare fuori dalla finestra quando nevica: non si riesce mai a capire quando sia il preciso momento nel quale la neve inizia ad attaccare; si sa semplicemente che ad un certo punto tutto si ricopre di bianco e la neve ancora non accenna a smettere di cadere.

Così fecero i primi socialisti: inizialmente quattro gatti disorganizzati che decisero di creare un partito in un’osteria. Del resto le idee migliori nascono attorno ad un buon bicchiere di vino (rigorosamente rosso). Era quanto bastava, quando le tue idee sono nel cuore della gente. E come fiocchi di neve che cadono, i socialisti conquistavano pian piano i piccoli comuni, combattevano attraverso primordiali forme di sindacato per avere migliori condizioni di lavoro, creavano sezioni per tutta Italia, proclamavano scioperi e manifestazioni di piazza. Senza farla troppo lunga, tiriamo le somme: avevano un’ideale che poneva un obbiettivo, e avevano un metodo per arrivarci. Esso era il riformismo.

Riformismo come metodo quindi per raggiungere la stella turatiana di una società più giusta, e che non significa solo “fare le riforme”. Allora se è per questo è riformista chiunque le faccia, di qualsiasi schieramento politico egli sia parte: non è proprio quello che intendeva Turati, che altrimenti avrebbe dato del riformista anche a Giolitti. Giustamente ci lamentiamo di Fitto che crea il gruppo parlamentare dei “Conservatori e riformisti”, che è un ossimoro clamoroso, ma alla luce della perdita di significato di questa parola come si può biasimarlo in fondo? E’ un errore nel quale troppi incorrono, e tra questi anche molti socialisti. Troppi credono che la definizione di riformismo si trovi sullo Zanichelli, piuttosto che negli scritti di Turati. E qui vengo alle critiche, spero considerate legittime, al nostro partito.

Se il riformismo nasce come metodo per portare a termine l’obbiettivo di un ideale, occorre capire per noi se abbiamo questi necessari elementi. Ma lasciamo completamente stare qualsiasi riferimento al passato però, perché anche se è sacrosanto avere una cultura politica che ha profonde radici, fermarsi solo alle descrizioni di esse significa che non c’è altro. E le sole radici sono i resti di una pianta morta. Occorre definire cos’è il socialismo oggi, a che cosa serve, quali problemi si pone di risolvere; fatto ciò avremo compiuto metà del lavoro, dato che a quel punto (ripeto: lasciando perdere il passato) potremmo tranquillamente rispondere ad un giovane sul perché iscriversi al PSI. Mentre ad oggi per noi rispondere a questa domanda rimane un lusso, e ognuno si inventa creativamente risposte.

Noi invece questo non lo facciamo, e lasciandoci andare alla semplicistica definizione di riformismo come “fare le riforme” crediamo che quindi il nostro ruolo, alla luce anche delle nostre esigue forze, sia quello di essere un’avanguardia politica che esplora sempre più nuovi temi e proposte politiche da lanciare nel dibattito pubblico per far vedere come siamo eretici, avanti, e alternativi. Siamo nella continua e affannosa dimostrazione di come siamo sempre stati i più bravi di tutti a fare le riforme, e ne cerchiamo sempre di nuove e caratteristiche. Per fare un paragone: crediamo in un riformismo che è come il tiro al piattello, dove si spara sempre più in alto e si cerca di fare centro, attirando l’attenzione e qualche applauso di chi incuriosito per un attimo nota come siamo bravi. Ma così non si va da nessuna parte, perché in questo modo ci releghiamo per sempre ad un ruolo del tutto marginale.

Non dico che non vada bene per ora, o che dalla situazione attuale non ci è dato fare di più, ma renderci conto che così per sempre non può andare e cercare pian piano di lavorare per qualcosa di migliore è un primo passo (riformista) verso il ruolo che ci spetta.

Se il riformismo è una scala a pioli con la quale si raggiunge un piano superiore, quello che noi invece stiamo facendo è lanciare in aria questi pioli compiacendoci di quanto siamo bravi a farlo, e poi se qualcun altro questi pioli li raccoglie da terra ecco che abbiamo vinto un’altra battaglia socialista, che siamo stati i primi a parlarne, che è merito nostro etc.. Come con lo Ius Soli, il divorzio breve, la responsabilità civile dei magistrati e via cantando: lo schema è sempre lo stesso. Certo, sono state battaglie nostre in cui ci siamo dimostrati importanti, che abbiamo condotto noi prima e più di tutti ed è giustissimo festeggiarle: ma se fosse dipeso solo da noi non le avremmo mai“vinte”, ma soprattutto quasi nessuno sa di questi nostri meriti, che invece si prendono partiti più grandi di noi dai quali alla fine è dipesa effettivamente la buona riuscita.

E adesso ci buttiamo sul voto ai sedicenni, che già qualcun altro diverso da noi pensa di voler portare avanti: perlomeno ai sedicenni abbiamo mai chiesto se lo vogliono?

Osiamo di più. Quando facevamo le cose per il lavoratori, le facevamo anche con – i lavoratori. E insieme si camminava passo dopo passo, riformisticamente, verso quell’obbiettivo rappresentato dal “Sol dell’Avvenire”. E’ questo è il senso del Quarto Stato: il socialisti in cammino, decisi e inarrestabili, senza fucili in mano per fare la rivoluzione, o per tirare al piattello.

Enrico Maria Pedrelli

Una ‘buona scuola’
sì, ma per pochi

Renzi-La buona scuolaDa socialista ho sempre avuto una certa visione della scuola: un luogo dove si fomano i futuri cittadini, attraverso il quale un popolo combatte l’ignoranza ed eleva le proprie generazioni, dove si viene educati alla libertà. Purtroppo però, e questo dramma lo condivido con moltissimi miei coetanei, scopro sempre di più che questa mia visione è molto lontana dalla realtà e che nessun governo odierno, che pure non si è mai fatto mancare il “divertimento” di mettere le mani nella scuola pubblica, ha mai fatto niente in tale direzione. La “Buona scuola” di Renzi per me non fa eccezione.

Posto che le cose buone e cattive ci sono in tutte le cose, e quindi anche in questa riforma, nella quale non posso non apprezzare moltissimo ad esempio l’educazione musicale alle elementari, e posto anche che fino a che non avremo in mano i decreti attuativi stiamo parlando praticamente del nulla (ad ora la riforma rimane su un testo online tutto ben colorato e comprendente simpatici disegnini), giudico negativo questo ennesimo “capolavoro” del governo Renzi.

Come prima cosa viene introdotto all’interno delle scuole un “Nucleo di Valutazione”, composto solamente da personale interno, che dovrà realizzare un rapporto di autovalutazione, attraverso il quale dipenderanno i finanziamenti per l’Offerta Formativa e lo stipendio del Dirigente scolastico. In pratica quindi se la scuola si autovaluta bene, riceverà più finanziamenti (non si sa come e di quanto ancora) e il preside avrà un aumento di stipendio. Quanto potrà essere oggettivo un metodo del genere? Ci saranno certamente poi dei nuclei di valutazione anche esterni (non ancora specificati nè definiti), che però saranno coordinati dagli “ispettori ministeriali”: figure quasi leggendarie nel mondo della scuola, dato che pochi possono affermare di averne mai visto uno.

Secondo punto caldo sono i famosi “fondi privati”. Si può discutere tanto se sia giusto o no che i privati “entrino” nelle faccende della scuola pubblica, ma il punto che personalmente contesto non è questo: è la profonda disuguaglianza che questo sistema può creare. Complice la legge di stabilità, più di quattro miliardi saranno i tagli alla scuola pubblica (e dire che invece i soldi per le scuole private saranno 600 milioni per quest’anno, e 400 per il prossimo), per cui sempre di più gli istituti si dovranno “arrangiare” rifugiandosi nella generosità degli enti privati, i quali potranno finanziare specifici progetti o acquisti legati ad obbiettivi formativi (nuove tecnologie etc,) in cambio di sgravi fiscali dalla ancora non nota e definitiva percentuale (in America è intorno al 100%, qui si parla forse del 13%).

Ora, quante possibilità ha una rinomata scuola di Milano Centro di trovare finanziamenti rispetto ad una qualunque di provincia? Abissali. Come abissali sono di solito i bisogni di finanziamenti che la seconda ha però rispetto alla prima. In più all’inganno si aggiunge la beffa, perché è le stessa riforma a dire, nel caso del “crowdfounding” (ossia nella raccolta di fondi volta a specifici progetti) che nel caso di quei progetti che raccoglieranno particolare consenso (quindi più soldi), lo Stato ne aggiungerà altri dal fondo pubblico. Soldi pubblici quindi usati non per portare avanti chi è nato indietro, riprendendo una famosa frase di Nenni, nel caso quindi di progetti buoni ma sfortunati nel non trovare finanziamenti privati, ma per portare più avanti chi non ne ha bisogno e chi avanti c’è già!

Sull’alternanza scuola lavoro lascio ad altri eventuali polemiche su punti specifici (non voglio abusare della vostra attenzione), ma mi limito ad osservare come il vero problema su questo punto, grave ed ancora irrisolto, è la mancanza di uno statuto che tuteli i giovani stagisti. Un documento che metta nero su bianco i diritti e i doveri, e che li faccia rispettare. Storie di ragazzi sfruttati, messi a fare lo stesso lavoro non pagato degli altri normali dipendenti, oppure messi a fare lavori inutili e sporchi, con i quali non si impara niente ma che servono al datore di lavoro per avere non solo manodopera gratis, ma anche con sgravi fiscali.

Nel testo inoltre non viene accennato niente riguardo la rappresentanza studentesca negli organi di istituto, solamente che essa sarà a discrezione delle scuole singole, mentre figura centrale di tutto (tanto da poter aumentare di qualche decina d’euro lo stipendio degli insegnanti in base a determinati calcoli di “merito”) sarà il Dirigente scolastico, alla quale sono legate tutte le sorti e le responsabilità della scuola. Un “potere” quasi tutto centralizzato quindi, cosa che può avere senso di fronte a ragioni di efficienza, unita alla possibilità di una totale mancanza di rappresentanza studentesca, cosa che un senso positivo non ce l’ha. Forse ci stiamo fasciando la testa prematuramente, e non ci saranno casi di scuole che scelgano di non averla, ma un diritto è tale se viene garantito, e non se lasciato al buonsenso dei singoli.

Questi quindi i punti principali su cui si basa la riforma. In generale quindi contesto un sistema scolastico nel quale non ci saranno più sostanziali differenze tra scuola pubblica e privata, composto da scuole come aziende in mano a singoli imprenditori ed in competizione tra loro, come nel liberismo più spietato, dove vince il più forte, il più bravo, il più fortunato anche. Ora leggete la prima frase di questo articolo: notate qualche differenza?

Personalmente si. Ed è per questo che da socialista contesto questa riforma, cercando di darne però un’alternativa valida, conforme alla visione che dicevamo prima. In parte noi giovani socialisti in Emilia-Romagna lo abbiamo fatto, stilando un documento dove, tra le altre cose, si richiede a gran voce il ritorno della materia di Diritto in tutte le scuole (cosa non affrontata dalla riforma), un insegnamento della storia più “selezionato” e che arrivi fino ai giorni nostri, oppure progetti di educazione alla cittadinanza e altro ancora.

Questo perché vogliamo che un ragazzo uscito dal percorso scolastico sia veramente cittadino, in tutti i suoi aspetti. Ma vogliamo anche che lo diventi in una vera buona scuola. Che sia per tutti, e di tutti.

Enrico Maria Pedrelli
segretario FGS Emilia-Romagna

Scrive Enrico Pedrelli:
L’anomalia dell’Italicum

L’Italicum ha una caratteristica sorprendente: assegna la maggioranza assoluta dei seggi al partito che ha ricevuto la maggioranza relativa. Questo è anomalo rispetto a ogni sistema elettorale degli altri Paesi europei, dove vige o un proporzionale più o meno corretto, di solito per le soglie di sbarramento minime per l’accesso alla ripartizione dei seggi, ma mai al punto di precostituire una maggioranza con seggi “regalati”, o un sistema maggioritario per collegi, che distorce certo la rappresentanza, ma salva il principio di maggioranza in maniera trasparente. Io non credo alla retorica dell’innovazione, credo che la politica sia fatta di memorie lunghe, più o meno mascherate, magari, da ragioni di opportunità: penso soprattutto, e sono sorpreso che nessuno se ne ricordi, alle polemiche tra De Mita e i socialisti, negli anni ’80, quando il primo rivendicava una leadership al partito di maggioranza relativa, e noi gli ricordavamo che “maggioranza relativa, minoranza assoluta”. Renzi, Boschi, Lotti… “Il fiume risponde sempre alla sorgente”, avrebbe detto Nenni.

L’ottusa, dogmatica e
cieca omofobia iperbolica

omofobiaTra le perversioni di chi studia filosofia e si appassiona, c’è quella di estendere i termini tecnici filosofici anche a tutto il resto. E così, tra dialettismi, materialismi, sovrastrutture e idee pure collocate nell’Iperuranio (potrebbe essere un simpatico nome per un supermercato..), si potrebbe estendere il concetto di “dubbio iperbolico” del caro Cartesio (quel dubbio esteso a tutto quanto, a tutta la realtà, se esista così come la conosciamo o meno, che poi si risolve col famoso “cogito ergo sum”) al concetto di omofobia. Ora, senza continuare con questo odioso giochetto dei termini assurdi, vi spiego perchè.

Sappiate che il vocabolario definisce il termine omobobia come “avversione verso gli omossessuali”. Ebbene, certamente chi dice che l’omossessualità è una perversione dannosa e da combattere o addirittura una malattia, è definibile omofobo. Ma allora anche chi è contro i diritti civili verso questa categoria di persone lo è? Contro il matrimonio gay, o contro l’adozione? Chi dice che la risposta è molto semplice, mente a se stesso. Questo perchè, a quanto pare, anche alcuni omosessuali sono contrari all’estensione di questi diritti. E loro, beh, definiti omofobi proprio non possono essere.

Caso emblematico è quello dell’attore britannico Rupert Everett, il quale qualche anno fa aveva affermato: “Non riesco a pensare a niente di peggio che essere allevato da due papà gay”. Opinione certo discutibile, ma che comunque va rispettata. E invece oltre all’infuriata reazione dell’associazione LGBT americana, l’attore dichiarò di aver ricevuto numerose minacce di morte. Insomma non un bel clima.

Caso molto più recente, invece, è quello dei famossissimi Dolce&Gabbana, che qualche giorno fa hanno esordito con una: “L’unica famiglia è quella tradizionale”. Anche questa frase è molto discutibile, anche alla luce del fatto che solo dieci anni fa erano sulla copertina di Vanity Fair, con in braccio quattro neonati e il loro “desiderio di essere padri”. Certo è che, sinceri o no, non sono i soli omossessuali a pensarla così. Quindi che si fa?

Ovviamente SEL li accusa subito di “idiozia conformista” (sull’idiozia sono d’accordo; ma conformismo a cosa, dato che anche la destra sembra ora aprire agli omosessuali?), e posso solo immaginare quanti simpaticoni li accusano di altro. In particolare conosco la logica, ahimè molto diffusa tra la nostra cara sinistra, per cui si vede omofobia dappertutto. È  omofobo chi discrimina i gay, è omofobo chi non fa niente per aiutare i gay nella loro battaglia di emancipazione, è omofobo chi dice “frocio” o “finocchio” o qualunque parola discriminatoria seppur usata per scherzare, è omofobo chi non vuole l’estensione dei diritti civili, ed è omofobo anche chi non fa niente per l’estensione dei diritti civili.

Insomma, chi più ne ha più ne metta: sono omofobi tutti, tranne loro. Da qui l’omofobia iperbolica, vista e accusata dappertutto. E a quanto pare, scopriamo da queste persone che pure alcuni gay sono omofobi. Questi argomenti sarebbero certo un ottimo modo per raccontare qualche barzelletta, se questa tendenza a vedere omofobia dapertutto non rendesse pericolosa per la libertà di espressione una certa legge, conosciuta come “Legge Scalfarotto”.

Si tratterebbe di estendere il reato di discriminazione razziale (esteso poi alle discriminazioni religiose e linguistiche) anche alle discriminazioni di tipo omofobo, aggiungendo l’obbligatorietà dello sconto della pena in carcere (niente più multa insomma), al termine del quale si è obbligati a prestare un periodo di servizio in associazioni che si fanno promotrici dell’abbattimento dei pregiudizi di genere sessuale (associazioni come l’ArcyGay, GayAics etc per intenderci). Insomma una pena piuttosto dura se si conta che si rischierebbero dai sei mesi ai quattro anni.

Il punto è che, al di là di quanto possa e debba essere dura una pena, alla luce del fatto che il termine omofobia è molto ambiguo, potrebbe diventare un reato di opinione (e la libertà di opinione è tanto cara a noi socialisti) nei confronti di chi, magari non avendo nulla contro i gay (e magari, come nei casi sopracitati, essendo gay), è contro il diritto d’adozione per gli omossessuali. E non sarebbe bello.

Da socialista ovviamente sono per il pieno riconoscimento dei diritti verso questa categoria di persone (e a Dolce&Gabbana risponderei volentieri con un sonoro “cambiate opinione più velocemente di quanto cambiate look!”), però tengo anche alla libertà di espressione, anche e soprattutto di chi non la pensa come me! Per cui sarà meglio per tutti che questa Legge Scalfarotto sia più chiara, ma soprattutto che si smetta di usare a sproposito il termine omofobia.

Perché come dice il caro Voltaire (anche lui filosofo ovviamente): “Non sono d’accordo con le tue idee, ma mi batterò fino alla morte perché tu possa esprimerle”. Noi socialisti questo concetto l’abbiamo fatto sempre nostro, sia all’esterno che all’interno del nostro partito (dove il centralismo democratico non esiste, e non ci si allinea alle decisioni della maggioranza o si tace, ma ogni compagno, sia internamente che pubblicamente, ha il diritto di continuare ad esprimere la sua opinione). Tutto questo fa parte della nostra cultura, e deve continuare ad esserlo, assieme al nostro essere eretici nel toccare qualunque argomento. L’ottusa, dogmatica e cieca omofobia iperbolica invece, la possiamo pure lasciare agli altri.

Enrico Maria Pedrelli

(segretario Fgs)