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Enzo Marzo

La donna che fa ribrezzo due volte

Noi ci lamentiamo giustamente che Salvini stia cavalcando il vento di estrema destra con scurrilità neofasciste alla “Libero”, imitando pateticamente chi sapete. Purtroppo in Europa – non ci crederete – c’è anche di peggio. In Baviera ha un certo spazio un partito ultranazionalista (AfD) con forti venature naziste che ha come co-leader tale Alice Weidel. Ovviamente i suoi cavalli di battaglia fanno parte dello stesso repertorio di Salvini.

Ma il repentino passaggio del Capo della Lega Ladrona dal secessionismo al suo opposto, il nazionalismo, fa pensare che il caso italiano sia sui generis e molto legato all’opportunismo e alla demagogia piuttosto che a convinzioni profonde. Anche se il razzismo nella Lega viene da lontano, si deve riconoscere che la primogenitura di tutta questa spazzatura politica spetta di diritto a Le Pen. Alice Weidel, però, non è da meno, anzi sgomita e per mettersi in mostra esagera. A dire il vero, tanto per segnalare come per agguantare un po’ di potere certi politici improvvisati aggiustino secondo il vento le proprie idee, ricordiamo che Alice nel suo recente passato si segnalava soltanto come una ripetitrice di luoghi comuni di destra mescolati persino con alcune posizioni di buon senso. Tra l’altro, essendo omosessuale dichiarata, doveva compiere un certo sforzo per conciliare alcune sue posizioni “moderne” con la mentalità tipica dell’estrema destra tedesca. Ma adesso ha saltato il Rubicone e in vista anche delle elezioni prossime in Baviera è diventata incontenibile. E pericolosa.

In una recente intervista a “Repubblica” ha affermato perentoriamente: «I muri sono libertà e sono una priorità».

Una frase semplice, andiamola ad analizzare. Rammentiamo che Weidel è tedesca: nelle prime quattro parole riassume, assomma e fa sue tutte le turpitudini perpetrate nel ‘900 proprio in Germania dagli opposti totalitarismi. Hitler più Ulbricht. La sciagurata fa il verso alla scritta “Arbeit macht frei” (“il lavoro rende liberi”, che come tutti dovrebbero sapere campeggiava sulla entrata di Auschwitz, il più esteso complesso di campi di concentramento organizzato dai nazisti per fare strage di ebrei e (paradosso per Alice) di omosessuali. Sono trascorsi decenni e l’ignobile tedesca Weidel ancora non ha appreso il significato della parola “libertà”. La novella Hoss la smercia come droga contraffatta. D’altronde pure i Salvini e le Le Pen farneticano su un europeo “Fronte della libertà”, e sicuramente Weidel ha tutti i titoli per farne parte. (Il che mi ricorda il consiglio che dava, senza vergognarsene, l’americano destrorso Arney: «Non importa quale causa voi sosteniate, dovete venderla nel linguaggio della libertà»).

La co-Capa dell’AfD (che in Germania un polemista irrispettoso ha definito «puttana-nazi») si dimostra una vera professionista dell’ignominia. Non si accontenta di ammiccare al nazismo ma, ingorda, fa un doppio salto mortale e, in quelle stesse quattro parole, rivendica persino il valore del Muro. Che ai tedeschi dovrebbe rievocare qualcosa. Ci vuole certamente una faccia di bronzo a prova di bomba ad accostare un muro alla libertà. Per 28 anni i tedeschi sono stati divisi grazie al Muro che il quisling comunista Ulbricht eresse per costringere una parte di loro sotto la dominazione sovietica. Più di duecento compatrioti di Alice si fecero ammazzare pur di non rimanere prigionieri della libertà garantita dai muri. Migliaia di europei nati a Berlino ci insegnarono nel 1989 che si costruiscono e si difendono le civiltà picconando i muri e non alzandoli.

Ricordate, gente, ricordate.

Enzo Marzo
Critica Liberale

Il Cappotto

Non c’è bisogno delle analisi degli istituti specializzati per valutare i risultati delle ultime amministrative. Il Pd ne è uscito a pezzi. A Renzi i votanti e i non votanti hanno confezionato un vero e proprio “capotto”. Punto e basta.
Nei 25 capoluoghi di provincia in cui si è votato, tra primo e secondo turno, il centrosinistra passa da 16 a 6 comuni amministrati. Nei 19 ballottaggi il Pd è sconfitto in 15. Il centrosinistra esprimeva il sindaco in 64 comuni su 110, oggi gliene sono rimasti solo 34. Già nella prima tornata, un quarto dei votanti del Pd aveva abbandonato il partito votato fino allora. Insomma Caporetto.
Renzi ha addossato il peso del cappotto alla litigiosità nel Pd e non alla sua politica scriteriata di alleanze e ai suoi velleitarismi incostituzionali. Il che è una sciocchezza, tuttavia è pur sempre un parere, e lo rispettiamo come tale, sorridendo con compatimento. Ciò che inquieta è invece la contentezza ostentata da Renzi per un «centrosinistra ancora in vantaggio (67 comuni) sul centrodestra (59)». Facendo un minestrone tra comuni senz’altro minori e le grandi città, tutte perse, tranne Palermo dove il Pd si è impudicamente annesso la vittoria che è tutta di Leoluca Orlando, il quale si offende pure se qualcuno lo apostrofa come uomo piddino.
La domanda inquietante è questa: è possibile che nel Giglio magico non ci sia proprio nessuno con un grano di sale in zucca che tiri per la giacchetta il leader-bambino e gli dica: «Caro Matteo, ma non ti accorgi che se affermi che abbiamo retto o addirittura siamo in vantaggio, ti fai solo ridere dietro e fai la figura dell’imbecille convinto che tutti gli italiani siano idioti? Pensi davvero che gli italiani siano contenti ad apprendere che tu hai una così bassa stima della loro intelligenza? Ma non ti accorgi che, se continui a prendere per i fondelli i cittadini così apertamente con le tue patetiche bugie, il tuo è un suicidio perfetto?».
E invece tutti zitti. Possibile che nel Giglio magico siano tutti al livello di Lotti?

Enzo Marzo
Critica Liberale

Volta&gabbana:
“La Repubblica” cambia fronte

Nell’ultimo mese ha fatto propaganda scatenata contro il M5S e a favore di Renzi. Scavalcando persino ”l’Unità”, che perlomeno notizie false non le ha spacciate. Si è scomodato anche il Fondatore che è arrivato a paragonare il presidente del consiglio a Giovanni Giolitti. E ha esaltato il renziano “carisma”, e si è convertito pubblicamente al “comando di un uomo solo”. Dietro di lui, con affanno e deferenza, i poveri redattori…“L’editore lo vole!”. A rileggere le loro previsioni e le loro piaggerie col senno di poi si potrebbe comporre un regesto corposo del conformismo e del servilismo giornalistico italiano.
Poi gli elettori votano.
Spingiamo il pulsante del cronometro: quanto ci metterà “Repubblica” a voltare gabbana? Poche ore. Dai piani alti, un immaginario altoparlante tuona: “fuori Merlo, si prepari Concita de Gregorio”. E infatti oggi martedì ecco l’editoriale in prima e ben due paginate a seguire, con un concerto di violino e orchestra a favore delle due neo-sindache. Concita si industria come può a rappresentare un’ala del nuovo corso (almeno per alcuni mesi sicuramente cerchiobottista), ma non esita a togliersi qualche sassolino dalla scarpa : «Come Madrid e Barcellona in Spagna, così Roma e Torino in Italia. Là due donne sindaco elette con Podemos, qui coi Cinquestelle. In entrambi i casi: la capitale, la città simbolo del lavoro. Quattro donne cresciute nel contrasto alla classe politica dominante, di governo o di opposizione, guidano oggi le prime città dei due Paesi europei. Le analisi di quel che sta cambiando (che è già cambiato da tempo) lasciamole ad altri: non sempre e non tutti hanno avuto il dono della preveggenza. Restiamo piuttosto ai fatti, riprendiamo da dove eravamo rimasti due settimane fa. «Vorrei parlare di Virginia Raggi e Chiara Appendino », dicevo. «Di cosa stiamo parlando?», ha replicato su questo giornale qualcuno, molto vicino all’ex sindaco di Torino. Risposta: dei nuovi sindaci».

È cominciata la guerra.

Enzo Marzo
Fondazione Critica Liberale

Il punto più basso
de “La Repubblica”

La stretta sui giornali è impressionante. Questa si sta dimostrando la stagione più cupa dell’informazione italiana. Ero convinto che con le violazioni deontologiche (sanzionate persino dall’Ordine dei giornalisti) del propagandista Vittorio Feltri si fosse toccato il fondo nella stampa italiana. Però, dopotutto, per “Il Giornale” fu abbastanza comprensibile, è l’organo di famiglia di Berlusconi e quindi organo di “partito”, e il suo compito istituzionale è di non dare informazioni, ma di fare dalla prima all’ultima riga esclusivamente propaganda politica per il padrone. E di foraggiare i maggiordomi liberaloidi che ancora stanno aspettando la “rivoluzione liberale” su un albero di Arcore. Tutto questo ovviamente non ha nulla a che fare col giornalismo. Basta saperlo.
Però mi sbagliavo, non è “il Giornale” (o “Libero”) il punto più basso della stampa di regime. Oggi il testimone del “giornalismo” di pura propaganda è passato saldamente nelle mani di “Repubblica”. I redattori e i collaboratori si sono adeguati prontamente, così il nuovo direttore quotidianamente può allestire la “Nazione di Renzi”. E fin qui, pazienza. Giudicheranno i lettori, speriamo con severità. Ma oggi si è compiuto l’ultimo miglio verso il servilismo di regime. Consiste non nel distorcere le notizie, ma di crearne di false a tavolino. Oggi “Repubblica” spara in seconda e terza pagina una notizia: “Ecco il patto Lega-M5S” per i ballottaggi”. Il lettore legge soddisfatto e si dice tra sé e sé: bello scoop di “Repubblica”, sono veramente bravi, chissà come si sono procurati il testo di questo patto”. La notizia è ghiotta, peccato che la stessa “Repubblica” nell’“occhiello” riveli la verità: il patto non c’è, abbiamo scherzato, vi diciamo solo che esiste “la tacita alleanza tra la destra e i grillini….”. Come tacita? La notizia clamorosa di “Repubblica” sarebbe che due partiti che stanno all’opposizione qualche volta votano contro il governo? E allora? Nella prima repubblica il Pci aveva la tacita alleanza col Msi perché spesso e volentieri entrambi votavano NO ai governi centristi o del centrosinistra? Immaginate le pernacchie che avrebbero accolto il “Corriere della sera” se a quei tempi avesse titolato sotto elezioni: “Ecco il patto Pci-MSI. … La tacita alleanza per votare contro la Dc”.
Riconosciamo la mano. Questa è la linea Boschi, evidentemente è lei la nuova direttrice di “Repubblica” che ha voluto avvalorare con una scemenza autorevole una sua personale scemenza di qualche giorno fa sul referendum costituzionale. Si sa che la Boschi ha un’esperienza politica assai limitata, ma anche nella più lontana e minuscola circoscrizione appare del tutto ovvio che le opposizioni, da versanti opposti, contrappongano il loro NO alla maggioranza. Dov’è la novità scandalosa, se non nel fatto che “Repubblica” avvalori questa cialtronata con un titolo falso, pur di recuperare qualche voto per Giachetti e qualche quattrino per l’editore?
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1. “ROMA È NOSTRA”. Buone notizie. Quando il gioco si fa duro, scendono in campo gli interessi. Erano stati silenziosi nella campagna elettorale, ma aperte le urne si sono terrorizzati. Sono bastate poche ore e hanno capito che avrebbero dovuto gettare la maschera e giocare il tutto per il tutto, altrimenti niente affari, niente mazzette, niente belle torte per la corruzione.

In un giorno è risorta “Roma è nostra”.

Così con l’avallo dei giornali di regime il problema principale di Roma è diventato quello delle Olimpiadi del 2024. Montezemolo, esponente di punta di quella borghesia foraggiata da sempre dallo Stato, si è messo in testa che saranno i suoi ricatti ad essere decisivi: se vincesse la candidata sindaco del M5S, Virginia Raggi, – ha dichiarato – «saremmo costretti a ritirare la candidatura mentre siamo vicini alla meta». Speriamo vivamente che il giorno della vittoria di Raggi, il prode Montezemolo, per un minimo di coerenza si dimetta immediatamente dal suo incarico. Dopo la sua catastrofica esperienza politica il personaggio Montezemolo cerca ancora di darsi da fare, ma non è colpa sua se il suo ricatto è davvero grossolano e ha raggiunto solo lo scopo di rivelare chi c’è dietro alla foglia di fico- Giachetti. Noi lo sapevamo, ma è bene che ne siano totalmente consapevoli gli elettori romani. Lo dico sul serio: Giachetti ci fa sempre più pena. Sono i suoi amici che s’industriano a danneggiarlo.

Enzo Marzo

Critica Liberale

asterischi (n.23) – il punto più basso di “repubblica”, giornale di regime – “roma è nostra”