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Fabio Fabbri

Un “colpo di reni” politico

L’Avanti! dei primi giorni del nuovo anno ha affrontato, per la penna del direttore, due questioni di primaria attualità: il possibile futuro di Matteo Renzi e la diaspora degli eredi di Craxi.

Esprimo il mio consenso sui due temi ed aggiungo, su entrambi, qualche mia riflessione.

1.- Che fine farà Renzi? Certo è malmesso, giacchè è sempre vero che niente ha più insuccesso dell’insuccesso. La rievocazione da parte del direttore dell’Avanti! di sconfitte seguite da grandi ritorni negli anni gloriosi della prima Repubblica è utile e opportuna, se è vero che la storia è maestra di vita. Ho conosciuto da vicino e stimato assai Amintore Fanfani. Sono stato anche suo ministro. Di lui sono noti gli alti e i bassi, i “corsi e ricorsi”, che furono anche chiamati “quaresime e resurrezioni”. Quel che è accaduto al veltro di Pieve Santo Stefano può succedere anche al boy scout di Rigano sull’Arno? Non lo escluderei, a patto che Matteo sappia elaborare il lutto della sconfitta, che è figlia dell’eccesso di fiducia in se stesso (superbia l’ha chiamata brutalmente Claudio Martelli su “Il Giorno”). Come ha detto Paolo Mieli, Renzi deve aspettare fuori dalla mischia, avere pazienza e compiere un nuovo percorso, anche personale, nel divenire della vicenda politica italiana. Sbaglierebbe se cercasse una rivincita immediata come capo del PD. Sbaglia certamente se ricerca la rivincita subito, in un nuovo lavacro elettorale. Deve capire che il Paese, dopo due anni di baruffa referendari a non può consentirsi, e tanto meno approvare, un altro, immediato periodo di baruffa elettorale, lasciando marcire i problemi che incombono: nella realtà economico-sociale della Nazione, nello scacchiere europeo, dove sono in calendario alcuni appuntanti “storici” e nella realtà internazionale. Su questo versante è altissimo il rischio di lasciare il ruolo di protagonisti assoluti a Vladimir Putin e a Donald Trump. Leggo su “Il Foglio” di sabato 7 gennaio è dello stesso parere anche il “nostro” Fabrizio Cicchitto.

Questo – elaborare il lutto e preparare il ritorno in campo con un nuovo progetto – è, a mio parere, il primo consiglio che Riccardo Nencini del Mugello deve dare al Matteo Renzi di Rignano.

Confesso che ho avuto simpatia per Renzi. Non sono andato a sostenerlo alle primarie per la segreteria del PD. Sono andato, per contro, a votarlo quando era antagonista di Bersani per la candidatura a Palazzo Chigi. Era allora davanti ai nostri occhi il bilancio disastroso della Seconda Repubblica, quella di Berlusconi, Prodi e D’Alema. Era anche forte la voglia di nuovo, la simpatia per chi aveva rottamato parte dei postcomunisti. E bastato allora il passa-parola con i compagni e gli amici del mio paese per determinare un risultato inatteso: i socialisti hanno fatto vincere il seggio a Renzi, commentavano incazzati i postcomunisti del luogo.

Se potessi essere ascoltato da Renzi, gli direi di non promuovere con frenetica urgenza spedizioni punitive nei confronti dei suoi nemici interni, fra i quali vedo impegnato con cattiveria il “nostro” Bersani, quello della parafarmacie, cittadino di Bettola, paese piacentino in cui lui non “vendemmia” tutti i voti che dovrebbero incoronare la sua leadership nazionale. Lo esorterei invece a progettare l’architettura di un nuovo programma, davvero capace di far uscire l’Italia dal pantano, promuovendo quella “ripartenza” troppo annunciata e mai arrivata.

Su questo versante, noi, piccola comunità socialista, possiamo dargli qualche aiuto, specialmente se avrà il seguito sperato la conferenza programmatica in cantiere, che noi chiamiamo “Rimini 2”, perché vogliamo che sia la continuità della leggendaria Conferenza del PSI che si svolse a Rimini, ove Claudio Martelli predicò l’alleanza fra merito e bisogno.

2.- Passo così al secondo editoriale di Mauro Del Bue, quello incentrato sulla “diaspora” socialista, conseguente alla chiamata in causa della magistratura da parte di alcuni socialisti dissidenti, con correlato annullamento del congresso, accompagnato dalla gogna dei socialisti su ‘Repubblica’ e sul ‘Fatto Quotidiano’ dello sghignazzante Marco Travaglio.

Per venir fuori da queste sabbie mobili serve un “colpo di reni” politico, non solo nel congresso, ma anche nelle assemblee provinciali e regionali che devono quanto prima essere convocate . E’ inoltre necessaria la concordia virtuosa ed operativa fra i massimi dirigenti del partito. Fra essi avranno un ruolo non secondario, oltre al nostro segretario, Riccardo Nencini e al Direttore che ha rilanciato l’Avanti!, Mauro Del Bue, i compagni che hanno meritoriamente ricostruito storicamente e tenuto vivi il pensiero e la storia del socialismo italiano dopo la “grande slavina” degli anni ’90. Mi riferisco a Luigi Covatta, che ha rilanciato Mondoperaio e a Gennaro Acquaviva che ha promosso l’Associazione Socialismo. Sono gli stessi che ora stanno allestendo la Rimini 2. Sono fiducioso, da inguaribile ottimista, che questo mio invito possa essere raccolto. Non vedo altre possibilità di uscita dal tunnel al di fuori della cooperazione fra questi quadrumviri. Ho un rapporto anche personale di stima e di affetto con ciascuno di loro.

Concludo rilevando che un ruolo importante per raggiungere la riva della nostra salvezza politica spetta anche a Bobo Craxi, non solo perché porta quel nome. Mi vengono alla mente le confidenze affettuose di Bettino mi ha fatto su suo figlio, quando egli si affacciava timidamente sulla ribalta dell’agone politico. Lui sperava che divenisse un virtuoso “figlio d’arte”. Gli voglio anche bene perché lui e la sua famiglia hanno subito una persecuzione, accompagnata dalla scomparsa in esilio del leader che aveva costruito il nuovo corso del socialismo italiano.

Mi domando, e domando a chi mi legge, se questa mia prosa accorata è una sorta di “mozione degli affetti”. Certo che lo è. Ma è anche la manifestazione di fiducia nell’intelligenza politica e nell’orgoglio di chi ha raccolto l’eredità del socialismo liberale italiano.

Fabio Fabbri

L’umanità e la politica di Giuseppe Avolio

Nel decennale della morte di Giuseppe Avolio, è stato ricordato al CONVEGNO DELLA CIA – ROMA 13 DICEMBRE 2016. Il socialista è stato più volte eletto Consigliere comunale ad Afragola, prima con il PSI e poi con il PSIUP.
È eletto deputato la prima volta nel 1958 e rieletto nel 1963 nelle liste del Psi; nel 1968 è eletto deputato nelle liste del PSIUP, sempre per la circoscrizione Napoli-Caserta. Avolio ricevette un importante riconoscimento per il suo impegno a favore dell’agricoltura europea anche dalla Repubblica di Francia che gli conferì la Gran Croce al Merito.


Il ricordo di Giuseppe

di Fabio Fabbri

avolio-2Esprimo la mia viva gratitudine ai familiari di Giuseppe Avolio e alla Confederazione Italiana Agricoltori che mi hanno chiesto di unire anche la mia voce a questa giornata di ricordi e riflessioni sulla personalità e sulla vita politica di Giuseppe Avolio. Rivolgo un saluto particolarmente affettuoso al Presidente emerito della Repubblica, Senatore Giorgio Napolitano.
Di Giusppe Avolio negli anni ‘70 avevo letto, con il piacere dell’idem sentire de Repubblica, scritti e discorsi. Poi ci siamo conosciuti da vicino quando nel 1976 sono stato eletto senatore nelle liste del PSI, candidato nel Collegio di Parma e in quello di Borgotaro-Salsomaggiore.
Fui chiamato a far parte della Commissione Agricoltura del Senato. Del settore primario mi ero intensamente occupato come Vice-Presidente della Provincia di Parma, eletto in un Collegio dell’Appennino. Mio padre, geometra di Tizzano Val Parma, decimo figlio di una famiglia di agricoltori, mi portava con sé, fin da ragazzo, quando era chiamato disciplinare i rapporti fra proprietari e mezzadri alla fine o all’inizio del contratto di mezzadria. Si occupava anche di forestazione e regimazione delle acque.
Il Presidente della Commissione era Emanuele Macaluso. Fu lui, a quanto ho potuto capire, che patrocinò la mia nomina quale suo Vice-Presidente. Fu ancora lui che mi nominò relatore per l’esame e l’approvazione del disegno di legge di riforma dei contratti agrari.
Ho sempre sospettato che a questa scelta non fosse estraneo Giuseppe Avolio, che a quel tempo, rientrato nella casa madre del socialismo italiano, era il mio “superiore politico” .
Ricordo i primi convegni che Peppino organizzò come responsabile della Commissione Agraria di un partito impegnato allora sul terreno squisitamente politico nella costruzione di quello che fu chiamato “il nuovo corso” del PSI.
All’incontro di carattere nazionale promosso da Avolio con i quadri provinciali impegnati nelle organizzazioni agricole, venne e prese la parola anche il nuovo segretario, Bettino Craxi. Ricordò un ammonimento di Pietro Nenni: “la terra è bassa”, per chi la deve coltivare. Parlai anch’io e fui promosso di fatto come il parlamentare del PSI esperto della questione agraria.
Iniziò allora il mio dialogo on Giuseppe Avolio, che divenne sempre più intenso di settimana in settimana. Lui era dotato del carisma che deve possedere un leader.
Era anche assai colto. La sua narrazione era organizzata per concetti chiari ed efficaci. Qualche volta si lamentò con me perché alcuni dei nuovi dirigenti del partito gli sembravano incolti. Conosceva bene, e talora citava, i maestri del marxismo, ma possedeva una vasta cultura generale e specificamente politica. Il nostro comune maestro e ispiratore fu allora Manlio Rossi Doria.
Frequentandolo imparavo a conoscere la sua capacità di esprimere e difendere, anche in modo appassionato e polemico, le sue tesi politiche: ma sempre al riparo dalla faziosità: anzi con l’orecchio attento alle ragioni dei suoi interlocutori, compresi gli avversari, sapeva realizzare rapporti cordiali ed anche amichevoli.
A quel tempo i nostri dirimpettai erano Giandomenico Serra, parmigiano e mio compagno di scuola al Liceo, allora Presidente della Confagricolutura, Arcangelo Lobianco, presidente della Coldiretti. A latere, ma protagonista combattivo e come me membro della Commissione Agricoltura del Senato, il mantovano Ferdinando Truzzi, Presidente della famosa o famigerata Federconsorzi.
Il nostro sodalizio fu rafforzato dalla decisione di Macaluso di nominarmi relatore per l’elaborazione ed approvazione, prima in Commissione poi in Aula, della legge di riforma dei patti agrari, che prevedeva la trasformazione della mezzadria e colonia in contratto di affitto. Mezzadri e coloni diventavano imprenditori agricoli, protagonisti del loro lavoro nelle campagne in cui avevano operato come subalterni dei proprietari del fondo.
Questa iniziativa riformatrice ebbe un impatto sociale molto aspro. Ricevevo ogni settimana lettere minatorie, spesso a nome delle vedove del proprietario del podere.. A causa delle ricorrenti minacce, mi fu assegnata la scorta. Peppino ed Emanuele mi incoraggiavano: la vita politica porta con sè qualche pericolo.
La legge fu approvata al Senato, sotto la guida dell’allora Presidente Amintore Fanfani, protagonista della prima Riforma Agraria. Fin da allora egli aveva così ammonito: “In due sulla terra non si può stare.”.
Questa mia prima esperienza in campo legislativo propiziò il mio successivo incarico di Sottosegretario all’Agricoltura, a fianco di Albertino Marcora.
Il dialogo fra i due, il socialista e meridionalista Avolio e il partigiano ed agricoltore Marcora, divenne subito amichevole.
Ma c’è un altro debito, che desidero saldare in questa occasione, nei confronti di Avolio. Il mio lavoro sui patti agrari fu talmente apprezzato da Fanfani da costituire fattore determinate per la mia prima nomina di Ministro della Repubblica. A Macaluso ho già raccontato come si svolsero i fatti.
Ero Sottosegretario all’Agricoltura quando Fanfani, nel dicembre del 1982 ebbe l’incarico di formare un nuovo governo. Mi chiamò Craxi per dirmi che “dovevo cambiare posto”. Protestai flebilmente, enfatizzando che stavo benissimo dove ero. Craxi mi fermò subito: “Guarda che farai il Ministro”. Lo statista di Pieve Santo Stefano mi raccontò poi questo suo dialogo con Craxi, che gli aveva trasmesso la lista dei parlamentari socialisti proposti come Ministri. Fanfani gli contestò che l’elenco era squilibrato per l’assenza di senatori socialisti. Rispose Craxi: “Nessuno me lo ha chiesto”. Fanfani: “Tu hai un senatore che merita di fare il ministro, è Fabbri”. Craxi: “Va benissimo.”. Fu così che diventai Ministro degli Affari Regionali nella vituperata Prima Repubblica.
Ho già ringraziato Emanuele Macaluso per la funzione maieutica che ha svolto per questa mia promozione. Oggi sento il dovere di gratitudine di dire ai familiari di Avolio che il merito di questa e di altre mie esperienze istituzionali è anche di Peppino.
Ricordo infine, ma non da ultimo, che fu Giuseppe Avolio a promuovere il mio rapporto di amicizia con Giorgio Napolitano e Gerardo Chiaromonte, ospiti con me a cena della indimenticabile signora Elisa. Ho memoria viva e grata di quelle sere: il piacere della conversazione politica era accompagnato dall’eccellenza del menù. Spesso, dulcis in fundo, arrivava “la pastiera”.
Bettino Craxi era a conoscenza di queste mie frequentazioni. Gli avevo spiegato che l’empatia – oggi si direbbe il feeling – con questi autorevoli senatori comunisti era iniziato da un mio incontro con Paolo Bufalini a Langhirano, a pochi chilometri da casa mia, dove insieme ricordammo la figura e l’opera del langhiranese Giacomo Ferrari, il leggendario comandante partigiano “Arta”.
Craxi incoraggiava queste mie relazioni, nell’ottica di quella che lui chiamava allora “la prospettiva laburista”.
Giuseppe Avolio – lui che ha militato nel partito di unità proletaria – è stato un riformista di successo, trasformando l’Alleanza dei Contadini prima nella Confederazione Italiana Coltivatori, poi nell’attuale Confederazione Italiana Agricoltori, caratterizzata dal primato del connotato imprenditoriale e dalla caratura europea dell’azione politica in campo agro-alimentare: non più zappaterra, non più la “turba di pezzenti effigiata da Rocco Scotellaro, ma imprenditori a pieno titolo.
Lo rivedo con il basco sul capo, alla guida dei suoi agricoltori che manifestavano a Bruxelles

con le loro bandiere, in difesa dei loro diritti.
Peppino era orgoglioso dei suoi imprenditori agricoli, con i quali intratteneva un intenso dialogo politico, economico e culturale, ravvivato da una intensa ed efficace attività editoriale. L’ultima sua creatura è la prestigiosa rivista “Nuova agricoltura”.
Giuseppe Avolio ha vissuto la milizia politica come esercizio spirituale.
La sua creativa azione riformatrice, caratterizzata dall’umanesimo imprenditoriale nella realtà agricola del Paese, appartiene alla storia della democrazia italiana.
La sua testimonianza di nobiltà della politica ci conforta ancor oggi, mentre il Paese vivi giorni difficili e confusi.
Per questo è stato giusto e doveroso ricordarlo oggi qui, in casa sua, con ammirazione e rimpianto.

È in grado il Pd
di guidare l’italia?

Come prima forza politica che oggi guida il Paese il P.D. merita rispetto. Ma il rispetto è sempre più diffusamente sostituito dal disgusto per lo scontro virulento fra i seguaci e i nemici di Matteo Renzi e dalla preoccupata consapevolezza dei danni che questa lotta quotidiana provoca sul  funzionamento del nostro sistema politico e dunque sul corpo vivo della Nazione.

Diciamoci la verità. L’acrimonia e la violenza con cui la minoranza bersanian-dalemiana stronca ogni giorno l’azione del proprio segretario del partito e capo del governo non ha l’eguale in nessun partito europeo.

Se debbo ricercare, però, con il regolo dell’assonanza, un precedente storico, La memoria corre subito alla dura contestazione che il gruppo dirigente del PCI sviluppò quotidianamente nei confronti dell’emergente leader socialista Bettino Craxi e della classe dirigente che assunse la guida del PSI a metà degli anni ’70. L’accusa ricorrente era  questa: è in corso, o è già avvenuta, una mutazione genetica.

Certo, la similitudine è solo approssimativa, anche perchè relativa ad un contesto diverso dall’attuale.  E tuttavia, se è sempre vero, come insegna Giambattista Vico, che la natura delle cose sta nel loro nascimento, non è arbitrario riconoscere nella foga distruttiva del post-comunista D’Alema, ed anche nella “buonista” di Bersani riminiscenze di stampo leninista: i nemici del partito-principe devono essere stroncati..

Non mi pare di esagerare. Questa è comunque la conclusione cui perviene chi interpella i cittadini.

Naturalmente, come ho già detto, l’accostamento ai tempi del nuovo corso socialista è improprio. Craxi aveva alle spalle il riformismo socialista di Turati e di Nenni, ma anche di Riccardo Lombardi e di Fernando Santi. Per di più, il PSI aveva sperimentato, partecipando ai primi governi di centro-sinistra, che è possibile, sia pure a fatica, attuare una politica riformatrice.

Renzi, invece, privo di questo retroterra ideale e programmatico, ha tentato – pragmaticamente e mettendo in campo una nuova classe dirigente – di colmare il vuoto politico-programmatico, associato alla depressione economica, che è il magro lascito della Seconda Repubblica: gli anni in cui hanno governato D’Alema, Prodi e Berlusconi, con il codicillo del deludente governo “tecnico” di Mario Monti, il deus ex cathedra che ha fatto fiasco.

Così stando le cose, merita attenta riflessione l’esegesi della attualità politica di Ernesto Galli Della Loggia, perspicuamente chiosata da Claudio Martelli negli articoli ospitati da Il Piacere della Lettura, supplemento de Il Giorno.

Secondo Galli della Loggia “Cambiando l’identità della sinistra italiana Matteo Renzi obbliga anche la Destra a cambiare la propria. Ma la destra non se n’è accorta e perciò continua ad annaspare”.

L’analisi di Martelli coglie nel segno quando rileva che siamo di fronte alla “crisi d’identità dei partiti e degli schieramenti attuali, di destra e di sinistra”, accompagnata dalla “pratica sparizione di tutte le principali formazioni e culture politiche del ‘900”.

Questo terreno politico terremotato è lo scenario dell’aspra, e ormai quasi stucchevole battaglia sul referendum costituzionale. I propugnatori del Si, a parte Renzi, eccedono in compostezza: dopo molti lustri di conati riformatori improduttivi, finisce il bicameralismo paritario; l’Italia può finalmente diventare una democrazia decidente.  Il fronte  del NO è invece granguignolesco  ed è guidato dalla armata Brancaleone  così ben effigiata sulla Stampa del 16 ottobre: “D’Alema, Fini, Quagliariello, Brunetta, Romani, Bernini, Matteoli, Gasparri, Schifani, i leghisti Giorgetti e Fedriga, Civati, il segretario dell’UDC Cesa, l’ex premier Dini, Giuseppe De Mita, Mario Mauro, Cesare Salvi.”. Ci sono da aggiungere Mario Monti, il deus ex machina Universitatis, aspirante statista senza successo, l’ineffabile Antonio Ingroia e il redivivo Ciriaco De Mita da Nusco.

E’ quasi paradossale che quel che resta della del centro-destra italiano, compreso il troncone berlusconiano – che mal sopporta il “papa straniero“ Stefano Parisi  “al comando” – si unisca al coro di chi, da sinistra, denuncia il pericolo e lo spettro del “partito della nazione” in arrivo, peraltro positivamente sperimentato dal laburista Tony Blair.

Insomma alla crisi della sinistra, incarnata dal post-comunismo e dagli stanchi eredi dell’Ulivo, l’amalgama non riuscito, fa riscontro, sull’altro versante, una destra senza nerbo, accerchiata dal grillismo e dal populismo neo-leghista  di Salvini (“sotto la felpa, niente”). Sullo l’astro sorgente Stefano Parisi. L’ho conosciuto. Ma non so se possieda la leadership necessaria per dar vita a quella destra liberale che non c’è.

L’accusa più sferzante che viene rivolta dalla minoranza del PD a Renzi  è di  aspirazione autocratica, aggravata dalla ricerca di consensi sul fianco destro.

Ricordo a me stesso che anche i socialisti di Craxi furono accusati di cercare consensi a destra: rinverdendo il “socialismo tricolore”, rivalutando l’idea stessa di Nazione e rivendicando il primato italiano in campo alimentare, nella moda, nello sport ed anche enfatizzando ilvalore delle nostre Forze Armate. Ho ancora in mente una riunione della Direzione del PSI che si tenne dopo un risultato elettorale incoraggiante. Craxi ci disse dei risultati della ricerca sulla provenienza del “nuovi voti”.  Un gruzzolo era di ex elettori del M.S.I. “Per parte mia – celiò –, ho contribuito con i miei stivali!”.

Si tratta ora di vedere se “Il trasformismo del Giovin Premier” – così lo definisce il sotto-titolo del saggio di Martelli su Il Giorno – concorrerà alla vittoria del Si nel Referendum del 4 dicembre.

Se poi, quale che sia l’esito del Referendum, continuerà la guerra guerreggiata all’interno del PD, questo partito diventerà unfit to lead Italy, per mutuare la sferzante battuta dell’Economist nei confronti di Berlusconi e del suo partito. In ogni caso, quale che sia l’esito del referendum, la situazione internazionale, la crisi disastrosa dell’Unione Europea, il rischio del figlio di Gianroberto Casaleggio alla guida del Paese, rendono necessario un governo di larghe intese che comprenda almeno una parte di Forza Italia: con il riconoscimento implicito che Pierferdinando Casini e Angelino Alfano hanno avuto ragione. Non è dunque senza significato l’incontro al Quirinale di Berlusconi con il Presidente della Repubblica.

Fabio Fabbri

Alla guerra come alla guerra?

Mi è venuta alla mente in questi giorni una frase che ho sentito tanti anni or sono da Francesco De Martino, che era un eccellente oratore, oltre che uomo di profonda cultura: “Nelle avversità si manifesta la forza morale degli uomini, se essi hanno coraggio”. Sembra scritta da Tacito. Non v’è dubbio che, dopo il 13 settembre a Parigi, le democrazie occidentali e l’intera comunità internazionale debbono affrontare la più drammatica “avversità” dal 1945 ad oggi.

Mi è vento spontaneo completare così la massima: “Il coraggio e la forza morale sono essenziali quando si tratta di persone investite di alte responsabilità istituzionali”.

Fissati questi punti di orientamento, mi sono domandato se il capo del nostro governo, ma anche i governanti le maggiori potenze europee agiscono in questi giorni applicando questo principio.

Da Londra arriva ora la sola risposta affermativa. Solo gli inglesi non si limitano a cantare La Marsigliese negli stadi.

Per tutti gli altri soci dell’Unione Europea resta vero quanto ha scritto icasticamente Paolo Valentino sul Corriere della Sera del 19 novembre: “Nella guerra all’ISIS la Francia è sola in Europa. E la Marsigliese non può bastare.”.

Anche il nostro Presidente del Consiglio, che pure ha fama di decisionista, si distingue per prudenza. Nel frattempo le cronache danno notizia che sono in preparazione nuovi simposi politici alla “Leopolda” e che il PD sta organizzando nuovi “banchetti”.

Dall’Europa dunque è arrivata, al cospetto di questo drammatico tornante della storia, la delusione maggiore.

Il Presidente della Repubblica di Francia ha preferito invocare la clausola della solidarietà difensiva prevista nel Trattato dell’Unione Europea, anziché quella contenuta nello statuto della NATO. Una decisione comprensibile, se si tiene presente che essa consente più agevolmente la cooperazione, anche militare, con la Russia di Vladimir Putin; che infatti è oggi il solo alleato in guerra della Francia. “Come contro Hitler”, ha efficacemente chiosato l’ex capo del KGB : una sottolineatura politicamente accattivante.

A questa istanza di “cobelligeranza” ha invece fatto riscontro il lento avvio del soccorso dell’Unione Europea, reso esplicito nella dichiarazione protocollare dell’Alto Rappresentante dell’UE, Federica Mogherini, che rimanda ad accordi bilaterali fra gli Stati dell’Unione e la Francia.

Il Presidente della Commissione Jean Claud Juncker avrebbe avuto l’occasione per dar prova della sua statura di statista-guida del Vecchio continente. Ma non lo ha fatto. Anzi, dopo una settimana dall’eccidio di Parigi, non ha ancora convocato la riunione dei Capi di Stati e di Governo dell’Unione.

Ma non basta; non risulta che il Parlamento Europeo si sia riunito in solenne seduta, per chiamare alla guerra a fianco della Francia gli Stati membri.

Il ritmo dei vertici e delle decisioni dell’U.E. è al rallentatore. Non solo non c’è l’Esercito Europeo che invocavo quando, tanti lustri or sono, ero Ministro del secondo Governo Craxi, ma non esiste neppure un Intelligence Service Europeo.

Purtroppo, anche nel Parlamento italiano non c’è stato un dibattito all’altezza dell’ora grave ed un pronunciamento di solidarietà attiva, anche militare, alla Francia.

Siamo dunque costretti ad ammettere: “Meno male che Putin c’è”; senza dimenticare che il suo è un neo-zarismo di intonazione proto-sovietica. E tuttavia, come dimenticare il realismo di Franklin Delano Roosevelt e Winston Churchill che si allearono con Stalin per liberare il mondo dal nazismo?

Leggo sui giornali che Renzi è accusato di “andreottismo”. Il paragone mi sembra inappropriato. Giulio Andreotti, certo, era assai prudente, sapeva dialogare con il mondo arabo e, particolarmente, con Arafat, ma non ha esitato ad assecondare Craxi al tempo, glorioso per l’Italia, di Sigonella.

La verità è che incide negativamente sul corso di questi drammatici eventi l’obsolescenza di Barak Obama come leader delle libere democrazie dell’Occidente. È un’eclissi che prende avvio dal fallimento sostanziale della guerra irachena contro Sadam Hussein, un errore ammesso a posteriori da Tony Blair. Purtroppo questo vuoto di leadership non è stato colmato dall’Europa.

Ho letto con attenzione l’editoriale del mio amico Enrico Cisnetto sulla rivista “Terza Repubblica”, come sempre accortamente motivato, che elogia la “prudenza” del nostro governo.

E tuttavia non mi hanno convinto gli argomenti messi in campo. Il primo è di diritto internazionale “bellico”: non è lecito dichiarare guerra contro i terroristi che non sono soldati e non hanno uno Stato. Mi pare una tesi debole, giacché è sempre lecito organizzare una “guerra giusta” (uso il lessico del famoso trattato di Michael Walzer) contro chi ti aggredisce ed è dotato di una sua base territoriale certa. Ed è del pari ininfluente che alcuni dei terroristi siano diventati cittadini europei; neppure mi convince l’evocazione della drole de guerre del 1940.

La mia convinta opinione è che l’Italia debba coerentemente assicurare la solidarietà anche militare alla Francia di Holland e chiedere che gli altri Stati membri dell’Unione facciano altrettanto. Così sta facendo l’inglese Rod Cameron; così avrebbe fatto sicuramente Bettino Craxi, lo statista che non esitò, in collaborazione con Francesco Cossiga, a far approvare dal Parlamento l’installazione degli euro-missili quando l’Unione Sovietica puntava sulle nostre città i suoi missili SS20.

E’ anche tempo di decidere in che modo l’Italia parteciperà alla guerra in corso contro il Califfato. Pare quasi inevitabile che saremo chiamati ad assumerci un compito militare non irrilevante in Libia, che è a poche miglia dalle nostre coste. Eugenio Scalfari, nel suo editoriale di domenica, ha dato a Renzi un consiglio che a me pare giusto: l’Italia si assuma il compito di allestire i campi di accoglienza ed identificazione dei migranti provenienti dai Paesi sub-sahariani. Un obiettivo che comporta l’occupazione manu militari di una parte della Libia. È il minimo che ci si può richiedere. Le mie conoscenze dell’apparato militare rimontano al ’94, ai tempi della spedizione dell’ONU in Somalia. E tuttavia sono fiducioso che le nostre Forze Armate saprebbero svolgere questo compito con coraggio ed onore.

Fabio Fabbri

 

 

Perché è meglio che
la Gran Bretagna resti nell’UE

Se è vero che Europa vuol dire terra dell’occaso, il tramonto del sogno dei padri fondatori dell’Unione Europea è di lunga durata, ma rischia di non trovare il suo pieno avveramento.

Non è questa la sede per un excursus storico riguardante la lenta e faticosa macchina europea: una progressione lenta, anche se per molti versi coraggiosa, ma, a voler essere sinceri con noi stessi, funestata da non poche delusioni. L’allargamento è stato frettoloso ed ha creato, con l’inclusione degli Stati che appartenevano alla sfera di dominio dell’Unione Sovietica, una dicotomia preoccupante. Intanto bussano alla porta gli stati dei Balcani, anch’essi conservando una sorta di loro distinzione-separatezza.

Ricordo alcune conversazioni con Carlo Azeglio Ciampi, europeista convinto e deciso, che enfatizzava la necessità che l’allargamento fosse accompagnato dall’approfondimento: il cammino a due velocità verso il traguardo della Federazione.

La crisi in Ucraina ha anche impedito la graduale realizzazione di un rapporto “cordiale” con la Russia post-sovietica. Ma ora, dopo i fatti sanguinosi di Parigi, l’Europa deve parlare con una sola voce, e con una azione coordinata, per partecipare in primo piano alla terza guerra mondiale che è già in corso.

Ma poiché sarebbe presuntuoso dar fondo in questa nota a tutti i problemi che “l’assenza” del soggetto Europa (ancora gigante economico e nano politico e militare) pone a tutti e a ciascuno degli Stati membri, intendo limitare la mia riflessione a quello che a me pare ingiustamente negletto: il rischio di fuoruscita dall’Unione del Regno Unito, di cui si è in questi giorni occupata in un lucido articolo Marta Dassù sulla Stampa.

Lo faccio lanciando un allarme: l’Europa non può perdere l’Inghilterra, non sarebbe più Europa. Noi non possiamo fare a meno di Londra, la capitale che per alcuni anni ha resistito all’offensiva del Terzo Reich. Confesso che questa mia predilezione per quella che il fascismo chiamava la “perfida Albione” è influenzata da molteplici ragioni strettamente personali.

Ho conosciuto il primo suddito della Regina d’Inghilterra nel 1944, in casa mia. Era il capitano Holland, paracadutato in Alta Val Parma per guidare-controllare le formazioni partigiane. Dopo due mesi era riconosciuto da tutte le Brigate come guida guida capace, professionalmente indispensabile. La mia prima occupazione è avvenuta nelle campagne della valle dell’Avon, non lontano da Stratford. Amo la storia e la letteratura inglese. Da Ministro della Difesa  ho negoziato, alla luce del sole, l’acquisto dalla Royal Air Force di una flotta di aerei che servivano alla nostra Aeronautica. So bene che Londra è una della più popolate città…italiane, specialmente dalle elites che operano nell’economia e nella finanza. Qui vivono e lavorano 250 mila italiani. Anche quelli provenienti dalle valli del mio Appennino si sono fatti strada e sono fieri della loro duplice nazionalità.

Aggiungo infine che come sottosegretario all’Agricoltura e come Ministro delle Politiche Comunitarie ho attivamente collaborato con i Ministri del Regno Unito per gettare le masi del Mercato Interno dell’Unione.

Chiudo la parentesi per ricordare che l’Inghilterra è la patria del liberalismo, della Società Fabiana, del laburismo, delle Trade Unions, di Clement Attlee e di Tony Blair.

Insomma, se l’Europa perde l’Inghilterra perde se stessa.

Stanno per iniziare i negoziati fra L’Unione e il Governo di David Cameron in vista del Referendum che potrà decidere la secessione.

E’ di decisiva importanza che il negoziato si concluda con un’intesa che favorisca il rigetto dell’opzione anti-europea.

Trovo preoccupante che di questo appuntamento cruciale per la storia dell’Europa e dell’Occidente si parli pochissimo – anzi, quasi niente – in Parlamento, sui giornali, nel dibattito politico.

Immagino invece quanto sarebbe stata rilevante la questione ai tempi del socialismo di Bettino Craxi.

Noi, oggi, siamo una piccola comunità, erede di quella tradizione e dovremmo attivarci, per quel poco che possiamo fare, magari d’intesa con chi nel PD è incaricato di occuparsi dei problemi europei ed internazionali.

Una volta, per emergenze politiche di questa natura, si organizzava una “missione” per incontrare i compagni dell’altro partito del socialismo europeo. Perchè oggi dovremmo rimanere inerti? Sarebbe utile e doveroso promuovere il dialogo con il Labour Party: dunque  anche con il neo segretario-Corbyn, che non è poi il diavolo.

Altre considerazioni che mi sembrano meritevoli di attenzione. È bene contrastare  l’ipotesi, di cui si notano le avvisaglie, di un’Europa neo-carolingia. Ha poi ragione l’ex sottosegretario Dassù quando prevede che l’uscita dell’Inghilterra dall’Unione agevolerebbe il distacco della Scozia dal Regno Unito, favorendo così la formazione di un’Europa costellata di tante “piccole patrie” (prima o poi, le nazioni dei Balcani e l’Albania).

Infine, la fuoruscita dall’Europa potrebbe trasformare l’Inghilterra in una sorta di proiezione oltre-atlantica degli USA, mentre è opportuno che il rapporto  fra gli Stati Uniti e l’Europa sia diretto.

Confido, in ogni caso, che i nostri dirigenti potranno promuovere – sul punto specifico, oltre che sulle altre questioni relative alla politica europea – una discussione ed un pronunciamento in sede parlamentare.

Fabio Fabbri

Fabio Fabbri
Italicum, Costituente, Europa …
le cose che avrei voluto dirvi

Un malanno di stagione, che si è aggiunto ai molti anni, mi ha impedito di partecipare alla Conferenza programmatica di Roma. Dai resoconti dell’Avanti! e dai racconti di alcuni compagni che hanno avuto un ruolo attivo nel simposio, pare a me che sia stato fatto un buon lavoro. Poiché, come accade in queste rivisitazioni dei problemi aperti, il rischio è di mettere troppa carne al fuoco, elenco alcune “campagne d’azione” che privilegerei, riprendendo alcune scelte prioritarie che ho in passato elencato sull’Avanti!.

1.- Via la legge elettorale truffa. Cambiare dunque quella orrenda, l’Italicum, con cui si vogliono portare i cittadini alle urne è davvero il porro unum et necessarium.

Ugo Intini sull’ Avanti! l’ha definita l’anomalia groco-romana. Con il premio di maggioranza attribuito al partito che ha ottenuto meno, molto meno del 51%, come prevedeva la cosiddetta legge-truffa d’antan, si infligge un vulnus insanabile alla regola fondamentale della democrazia, secondo la quale governa, dunque guida il Paese, chi ha ottenuto la maggioranza dei suffragi.

In questa battaglia, mi alleerei anche con il diavolo, dopo aver posto con correttezza, ma anche senza diplomazia, la questione al PD, nelle cui liste sono stati eletti i parlamentari socialisti. Occorre svegliare dal sonno i giornali e le televisioni, specialmente quelle che ospitano Salvini e la Meloni un giorno sì e l’altro pure.

Ma servono anche molti incontri per rendere edotti i cittadini e per costruire alleanze.

E perchè non pensare, al termine della campagna, ad un appello solenne al Capo dello Stato?

2.- Una campagna per l’elezione di un’Assemblea Costituente con metodo rigorosamente proporzionale. È, questo, un nostro vecchio cavallo di battaglia. Dobbiamo motivarlo in modo appropriato, in primo luogo a fronte del sostanziale disastro dell’ordinamento regionale. In quella sede verrà al pettine anche il problema ormai fatiscente del ruolo e del governo della Magistratura nel nostro ordinamento costituzionale. La nostra cassetta degli attrezzi è pronta per essere utilizzata, sulle due questioni: default delle Regioni e trionfo della giustizia ingiusta, tara dell’Italia come in nessun altro paese dell’Occidente.

3.- Sono andato a rileggere, dopo quasi …cent’anni, le mie relazioni di Ministro per le politiche comunitarie del secondo Governo Craxi. Illusioni e speranze tradite. Poiché siamo ancora partito membro del PSE, dobbiamo sollecitare con fermezza l’altro partito “fratello”, il PD, che ha aderito al PSE, a porre insieme a noi l’esigenza di affrontare la “questione Europa” all’interno della comunità socialista e socialdemocratica europea, nella consapevolezza che funziona poco e male il Parlamento di Strasburgo e che si elude, da parte dei maggiori Stati dell’Unione, il problema cruciale: la necessità della “grande riforma”: il salto dunque dalla confederazione alla Federazione, anche dando vita ad una Europa “a due velocità”. Vengono in rilievo anche il rapporto euro-atlantico e le relazioni con la Russia, alleato necessario nella lotta al Califfato Islamico.

È vero che la socialdemocrazia europea è in crisi. Ma, proprio per questo, è necessaria una risciacquatura dei nostri panni storici anzitutto a Berlino (per non dire a Bad Godesberg), a Parigi, a Londra e a Stoccolma.

4.- Vado ora alle questioni italiane, che mi sembrano davvero urgenti.

La prima riguarda la debolezza del Governo nel contrasto al dissesto idrogeologico. È fresco di stampe il libro di Erasmo d’Angelis, oggi direttore dell’Unità e già responsabile del nucleo attivato presso la Presidenza del Consiglio per affrontare e rimuovere la vergogna del bel “Paese nel fango”.

Un grande piano dello Stato (le Regioni hanno fallito anche su questo versante) per garantire la sicurezza dell’intero territorio nazionale – Sicilia compresa come ammoniscono gli eventi orribili di Messina e dintorni – è oggi la vera priorità. Il piano dovrà finalmente tener ben presente che la montagna dimenticata si vendica sul fondovalle. Il Piano nazionale, che dovrà anche variare la struttura del Ministero competente, sarà anche fonte di lavoro: e non soltanto per le solite grandi imprese. Viene alla mente la roosveltiana Tennessee Valley Authority.

5.- La lista sarebbe ancora molto lunga, ma, lasciando ad altri il compito di completarla senza renderla infinita, mi accontenterei che si cominciasse da queste emergenze, affiancando ad esse la nostra proposta della partecipazione dei lavoratori al governo delle imprese, come avviene da anni in Germania e la revisione della normativa che disciplina gli istituti di credito.

6.- Aggiungo un “fuori-sacco”. È tempo di ragionare sulle elezioni cruciali della prossima primavera, nelle capitali d’Italia.

Sul punto serve un dibattito che faccia perno sulle varie e diverse situazioni. A Torino il candidato in pole position è Piero Fassino. Resta da decidere come i socialisti all’ombra di Superga intendono organizzare la loro presenza.

E a Roma, a Napoli, a Milano, a Bologna?

Gli esperti in politologia stanno constatando che i partiti – o meglio: quel poco che resta del sistema dei partiti dopo l’affossamento della Prima Repubblica – non sono in grado di allevare nel loro seno le elite pronte ad assumere le massime responsabilità istituzionali alla guida della città, grandi o piccole che siano.

Per la verità era così anche verso la fine della Prima Repubblica, se è vero che Craxi chiamò ad alte responsabilità istituzionali alcuni sommi “papi stranieri”, come Franco Reviglio, Renato Ruggero, Antonio Ruberti, Massimo Severo Giannini. La politica, quando non sa preparare nel suo seno le “guide” che servono alla collettività, non deve rinunciare ad acquisire le aristocrazie presenti nella società civile e disponibili ad assumere responsabilità pubbliche.

La mia opinione, per quel poco che vale, è che i socialisti, ove necessario, scelgano o consiglino candidature prestigiose “esterne”, facendosi anche promotori a questo fine della formazione di liste civiche dotate di un programma intriso di buongoverno.

Volendo estremizzare, a Roma non escluderei un dialogo con la lista civica di Alfio Marchini.

La mia meditata esperienza locale mi insegna che i cittadini, a fronte di liste duramente partitocratiche (nel mio caso confezionate dalla nomenclatura post-comunista) preferiscono la lista civica che presenta un candidato-sindaco stimato.

Così è avvenuto nel parmense in molti Comuni, compreso il mio e, da ultimo, a Langhirano, la capitale del prosciutto, dove comunisti e post-comunisti governavano dal 1945 con maggioranze bulgare: la lista civica ha conquistato l’80 per cento degli elettori.

Mi scuso per questi cenni rivolti a “casa mia”, e aggiungo, anzi, che anche a Parma. già ducato di Maria Luigia, si avverte sottotraccia la voglia di una lista civica guidata da una personalità eminente, con o senza il sostegno del PD, rivelatosi finora troppo timido nel contrastare le scelte penalizzanti e sbagliate della Regione, imperniate sull’egemonia dell’asse Bologna-Modena.

Fabio Fabbri

Talk show, ovvero la noia
della Seconda Repubblica bis

E’ già passata molta acqua sotto i ponti da quando, su queste colonne, ho enfatizzato l’infima caratura politica dei cosiddetti talk show, nuova e stucchevole moda mediatica della ansimante seconda Repubblica bis. Invitavo allora i compagni a “staccare la spina”, o almeno a cambiare canale.

Purtroppo la nuova moda non è stata archiviata: ha attecchito in tutti i canali, con aumento della durata dei tornei oratori, del ruolo dei conduttori, sempre più convinti di essere i nuovi eroi omerici. Crescono anche a dismisura i compensi di questi divi del picco schermo e la durata delle loro prestazioni.

Complessivamente, la solita minestra rancida, un brodo sempre più lungo e indigesto, senza novità: anzi all’insegna dell’eterno ritorno del sempre eguale. Anzi, il martedì due talk show in contrapposizione. Intanto l’indice di visione e di ascolto, in americano share, precipita. Ma si va avanti come se nulla fosse accaduto, con le solite facce, le solite Meloni, la solita piacentina de Micheli, l’insulsa Pina Picerno, l’onnipresente bauscia Matteo Salvini con felpe di ricambio appresso: per non dire del solito Maurizio Landini, simpatico reggiano di S. Polo d’Enza, con il quale ho amici in comune, che si distingue per le bianche canottiere a collo alto che emergono dalla camicia.

Confesso che ho un debole per Lilli Gruber, a suo tempo scaraventata in video dal nostro indimenticabile Antonio Ghirelli. Ho letto i suoi romanzi che coincidono con la storia della sua famiglia altoatesina, ad un tempo ostaggio di Mussolini e di Hitler. Vive fra Roma e Parigi, ma nel maso di famiglia possiede il suo meleto. Ha un vantaggio: il suo salotto ha una durata breve, a petto delle ore ed ore di Paragone, di Formigli, di Giannini e di Floris. E tuttavia alcuni dei suoi ospiti preferiti sono insopportabili: lo Scanzi fresco di abbronzatura da lampada e il tuttologo Carlo Freccero con la boccuccia a cul di pollo, capace di far carriera accarezzando la barba di Grillo. Spesso compare il ghigno di Marco Travaglio, che si compiace di se stesso.

Alla mia Lilli vorrei dare un consiglio. Riduca il numero settimanale delle sua prestazioni e lanci nuovi personaggi, lasciando a casa i soliti arci-noti.

E Crozza? E’ bravo, ma il troppo stroppia e non basta chiamare Floris “Giovà” per fare spettacolo ed ironia. Salvo Lucia Annunziata, che scandaglia un personaggio la settimana. Rifletta se ridurre la durata della sua “Mezz’ora”.

Un consiglio vorrei dare anche ad Enrico Mentana, un vero giornalista di cui ho stima. Lui si è meritato il premio intitolato a Baldassare Molossi, il mitico direttore delle Gazzetta di Parma, che fu mio maestro di giornalismo ed amico. “Bersaglio Mobile” di Mentana è un canovaccio diverso dai talk show. E’ incentrato sulla dialettica di approfondimento. Dovrebbe essere, salvo eccezioni connesse alla importanza del fatto al centro del dibattito, più breve. Ma, per favore Mentana, non partecipi, a mo’ di nobile rinforzo, ai talk show dei Floris, dei Giannini, dei Paragone e dei Formigli, tutti da mesi e mesi in sovraesposizione.

Capisco l’obiezione dei miei nobili lettori: “Dai la prova di essere un profondo conoscitore di queste  uggiose trasmissioni, dunque le guardi quasi ogni sera.”.  Rispondo che saltabecco dall’una all’altra brodaglia per esprimere poi il mio giudizio, che è quello che sto argomentando: i talks sono l’abbrutimento noioso del dibattito politico, con la pretesa dei conduttori di essere lori i veri protagonisti della vita politica. Dunque, compagni e lettori: un’occhiata per acquisire la ripugnanza necessaria per cambiare canale, ovvero, in alternativa, per staccare senza indugio la spina.

Fatelo senza pentimento e senza pietà. Aggiungo che i nostri rappresentanti in Parlamento dovrebbero, almeno per la RAI, interrogare i membri della Commissione di Vigilanza ed invitare con un atto solenne i membri del Governo e del Parlamento a disertare questi bolsi riti del dopocena.

Riflettiamo insieme su questa semplice verità: nelle altre democrazie dell’Occidente non è rinvenibile niente di simile, anche se non mancano appropriati format che consentono al giornalista di interrogare, incalzandolo, l’uomo politico e di realizzare un buon giornalismo di inchiesta.

Non vi stupirete se confesso che ho molta nostalgia per “Tribuna politica”, organizzata secondo le regole del “question time”, intessute di reale dialettica. Chi ha la mia età ricorda i duelli fra Giancarlo Paietta e il giornalista saragatiano Romolo Mangione, ma anche i dibattiti veri che avevano come protagonisti Nenni, Berlinguer, Craxi, Andreotti, La Malfa e Malagodi, con un moderatore che disciplinava i tempi del confronto. O gran bontà dei cavalieri antichi!

Fabio Fabbri

Caro Bersani, la difesa
del suolo non è un’opzione

Valli piacentineLettera aperta a Pierluigi Bersani 

Caro Bersani,
ho seguito con commozione quanto è accaduto nei giorni scorsi nelle Valli piacentine che ti sono care, sconvolte dalla furia del dissesto idrogeologico. Hai commentato il disastro con un accorato grido di dolore. Comprendo appieno la tua sofferenza. Negli anni scorsi, in Val Parma e Val d’Enza, le “Terre Alte” di casa mia, hanno subito un analogo sconvolgimento tellurico, ed ancor oggi bel lungi dal ripristino e dalla “messa in sicurezza”. Il mio paese, Tizzano, aspetta ancora che si provveda al consolidamento del capoluogo, dichiarato a rischio dall’Autorità di Bacino. La rete viaria, anche a causa della pasticciata abolizione della Provincia, è indecente: una vera violazione dei nostri diritti di cittadinanza. Chi ha perso la casa non è ancora stato indennizzato. La strada che da sempre collega la città con la stazione invernale di Schia è ancora interrotta da una voragine.

Come spesso accade, la montagna dimenticata è fonte di danno a valle. Infatti, lo scorso anno Parma è stata alluvionata.

Come sai meglio di me, la questione appartiene alla storia d’Italia. Giorgio Bocca, parafrasando una famosa frase di Giustino Fortunato, definiva il bel Paese uno “sfasciume pendulo in perenne frana”.

Il Parlamento e il Governo negli anni della vituperata Prima Repubblica hanno affrontato il problema sulla base del dossier della Commissione De Marchi, prima, e, subito dopo, del rapporto dei senatori Noè e Rossi Doria.

Verità vuole che si dica che, pur in presenza di alcuni interventi, non si è mai approdati alla realizzazione di un organico piano nazionale di difesa del suolo. Anzi, la situazione si è aggravata con l’attribuzione di competenze istituzionali in questo campo alle Regioni. Penso di non esagerare se affermo che le Regioni hanno operato in modo insoddisfacente e spesso inefficace, allegando a giustificazione la mancanza di un piano generale dello Stato. Per di più, la programmazione e l’azione delle Autorità di bacino sono state ostacolate dal primato esercitato dal potere politico (gli assessori regionali) rispetto alla governance tecnica.

Aggiungo che nel ventennio alle nostre spalle, caratterizzato dalla assorbente disfida pro e contro Berlusconi, è del tutto mancata una vera politica nazionale e regionale di messa in sicurezza del territorio, accompagnata da un programma di sviluppo economico della montagna. Si è così trascurato il monito di Manlio Rossi Doria: solo una montagna popolata, viva e dunque immune dal sottosviluppo, può essere difesa. Si è così obliterato che solo l’opera dell’agricoltore può realizzare la bonifica e il governo delle acque delle singole unità poderali e conseguentemente dell’intera pendice che le ospita. Forse esagero, ma sono le Regioni, competenti in materia agricola, forestale ed idraulico-forestale, che hanno mal gestito il loro compito di garanti del governo delle acque nei bacini montani.

È dunque necessario aprire un capitolo nuovo, se vogliamo interrompere la dissennata consuetudine di erogare a posteriori cospicui finanziamenti per rimediare male e tardi i danni che si sarebbero potuti evitare spendendo molto meno nell’opera di cura e manutenzione preventiva del territorio.

Finisco qui la geremiade sul passato. Accenno soltanto ad altri errori: le costruzioni a ridosso degli alvei di fiumi e torrenti, l’omessa cura e manutenzione dei corsi d’acqua minori, la mancata realizzazione delle casse di espansione e degli scolmatori delle piene.

Oggi è necessario voltare pagina: il piano nazionale per la difesa del suolo deve essere elevato a priorità delle priorità politico-istituzionali.

Noi della piccola comunità socialista che si chiama ancora PSI affronteremo e approfondiremo questa primaria emergenza della Nazione nella nostra conferenza programmatica che stiamo organizzando. Essa sarà accompagnata da convegni regionali e locali. Naturalmente saremo molto lieti se vorrai onorarci delle tua partecipazione, magari traversando l’Appennino da Bettola a Tizzano.
Ma questo è un aspetto secondario. La ragione di questa mia lettera è un’altra.

Per debellare finalmente il cancro dello sfasciume è necessario che il maggior partito del Paese, quello che esprime il Presidente del Consiglio e di cui sei autorevolissimo dirigente, decida di interrompere la dissennata politica dell’oblio e si attivi con fermezza per dotare il Paese di nuova legislazione in materia, accompagnata da un piano operativo provvisto dei necessari mezzi finanziari: una normativa volta anche a chiarire i rapporti fra lo Stato e le Regioni, e fra le Regioni e le Autorità di Bacino, avendo di mira la sicurezza idrogeologica dell’intera penisola.

Insomma, e venendo al sodo, voglio enfatizzare che quella che tu chiami affettuosamente “La Ditta”, avrebbe il dovere, magari affievolendo il pathos che caratterizza le vostre quotidiane lotte intestine, di porre al centro dell’agone politico-parlamentare l’obiettivo della messa in sicurezza del patrio suolo. Insomma: un colpo d’ala, ora e subito, con tutta l’urgenza che il caso impone: Valnure docet, anche con i suoi lutti.

A suo tempo ho apprezzato le tue “lenzuolate” liberalizzatrici. Ma la messa in sicurezza dell’intero Paese sarebbe davvero la lenzuolata-mappatura di valenza storica! Non dimentichiamo che questo piano nazionale sarebbe anche fonte di lavoro e occupazione, anche per le piccole e medie imprese presenti nelle zone montane.

Mi scuserai se mi sono permesso di usare il tu in questo dialogo. Cosi si interloquiva una volta fra socialisti e comunisti. E così abbiamo fatto quando ci siamo incontrati qualche volta a Parma dopo la grande slavina giudiziaria del 1992, che ha partorito la seconda Repubblica.

Con un cordiale saluto,

Fabio Fabbri

Quando rientrò dal Quirinale Pertini si iscrisse al Gruppo del Psi

Ho conosciuto da vicino Antonio Maccanico, noto principalmente per aver “servito” Sandro Pertini nei sette anni in cui il socialista ligure è stato presidente della Repubblica. L’uomo – capigliatura mossa, occhi celesti, eleganza misurata – emanava sicurezza e tranquillità. Quando affrontavi con lui un problema politico muoveva la sua esegesi da una informazione sui fatti, che lui si curava, se necessario, di completare. Poi si faceva guidare dalla logica politica, oltre che dalla logica comune e dal buon senso, procedendo per concetti cartesianamente chiari, per patrocinare poi la scelta che risultava appropriata, o comunque necessaria. Una via d’uscita suggerita quasi sottovoce, suaviter in modo. Ma condivisa dai suoi interlocutori.

Ho sperimentato questa dialettica decisionale quando ero ministro della Difesa del governo di Carlo Azeglio Ciampi. Il nostro contingente militare era impegnato nella difficile missione in Somalia, sotto l’egida delle Nazioni Unite. La finalità di pacificazione e di soccorso umanitario in favore delle popolazioni della nostra antica colonia fu subito frustrata dalla guerriglia fra i “signori della guerra” del posto. Nel corso di scontri cruenti e di imboscate morirono alcuni nostri paracadutisti della Folgore. Si manifestarono nel contempo preoccupanti contrasti fra il comando del nostro contingente ed il comando dell’ONU, affidato all’Ammiraglio statunitense Howe. Un contrasto che si ripercuoteva sul nostri rapporti con gli USA di Bill Clinton.

Il presidente Ciampi, nei momenti cruciali, ci convocava a Palazzo Chigi: i ministri della Difesa e degli Esteri, che era Beniamino Andreatta, il capo di Gabinetto del Ministro della Difesa e il capo di Stato Maggiore della Difesa. Questi “vertici” avvenivano all’ora di pranzo. La nostra war room aveva al centro una tavola imbandita: di solito pesce, vino bianco e, alla fine, “crostata”. Era Antonio Maccanico, allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, che faceva il punto. Poi – sentiti gli altri commensali – “sussurrava” le determinazioni che apparivano giuste ed opportune. Il presidente del Consiglio le convalidava con il suo assenso finale. Nessun dissenso, nessun conflitto.

Ho dimenticato un commensale di quei vertici: Andrea Manzella, stretto collaboratore del Presidente del Consiglio e, come vedremo fra poco, membro permanente del gruppo di lavoro di cui si era avvalso Maccanico nella sua veste di Segretario generale del presidente della Repubblica, durante il settennato di Pertini. Manzella apparteneva al gruppo dei dirigenti nazionali del Partito Repubblicano Italiano, che era anche il partito di Maccanico.

Maccanico apparteneva ad una famiglia della borghesia colta avellinese, che riconosceva come proprio leader il meridionalista Guido Dorso, fondatore del Partito d’Azione nel Mezzogiorno. Maccanico diverrà poi comunista, attratto dalla personalità di Giorgio Amendola. Uscirà dal PCI nel ’56, quando le truppe sovietiche stroncarono a Budapest la rivoluzione ungherese. Da allora, la sua stella polare sarà Ugo La Malfa, con sostanziale affiliazione al PRI.

La sua carriera, dopo la laurea in giurisprudenza all’Università di Pisa, è tutta negli interna corporis delle istituzioni. Assunto come funzionario alla Camera dei Deputati, sarà promosso prima vice-segretario generale, poi segretario generale. Ho sperimentato che a Maccanico veniva quasi naturale l’assolvimento diligente e scrupoloso delle funzioni “incorporate” nella sua missione, anche negli aspetti apparentemente secondari.

Rientrato da una visita in Somalia, fui colpito da una febbre polmonare violentissima. Ricoverato all’ospedale militare del Celio, di primo mattino arrivò lui, Maccanico, anche in applicazione della regola aurea “conoscere per deliberare”. Sono guarito, per buona sorte, ed abbiamo ripreso ad occuparci insieme della Somalia, fino al rimpatrio del nostro contingente, preceduto da una mia polemica pubblica nei confronti dell’ONU e del contingente degli USA. Con garbo, il presidente Ciampi ed il suo braccio destro Maccanico mi dissero che non era il caso di insistere oltre.

Sono trascorsi vent’anni da quella mia avventura “militare”. Da allora non ho mancato di interrogarmi sul profilo e sulle gesta di questa singolare personalità, che appartiene ormai alla storia d’Italia: una specie di ircocervo (così Benedetto Croce chiamava il Partito d’Azione), metà funzionario delle istituzioni e metà uomo politico. Per completezza di ritratto, giova aggiungere che il multiforme ingegno di Maccanico sconfina nell’alta finanza: in continuità ideale con suo zio Adolfo Tino assumerà per breve periodo la guida di Medio Banca.

La risposta alla mia curiosità politica e intellettuale è giunta con la pubblicazione postuma dei suoi diari (Antonio Maccanico. Con Pertini al Quirinale. Diari 1978-1985, Editrice Il Mulino), quasi seicento pagine che raccontano le gesta del Segretario generale del Presidente della Repubblica, quando sull’alto Colle “regnava” il vegliardo Sandro Pertini.

Maccanico, che conosce come pochi altri il funzionamento delle istituzioni, ha piena consapevolezza del suo ruolo apicale all’interno della complessa macchina organizzativa del Quirinale. Ricorderà a se stesso il primato del proprio scettro, quando deciderà di proporre a Pertini l’allontanamento del capo ufficio stampa Antonio Ghirelli, napoletano coltissimo, amico di Raffaele La Capria e di Giorgio Napolitano, uscito da PCI nel ’56. L’infortunio accade nella tarda primavera del 1983, durante la visita di Stato di Pertini in Spagna. Si contesta a Ghirelli di aver parlato troppo e a sproposito con i giornalisti in relazione alla spinosa vicenda italiana di attualità: il caso Cossiga-Donat Cattin. “Forse – confessa Maccanico – sono un po’ responsabile anch’io per non aver messo in chiaro subito che il solo ‘capo’ nella organizzazione della Presidenza al di sotto del presidente è il Segretario generale. Ghirelli aveva gradualmente, attraverso un rapporto diretto col presidente, eluso il mio controllo”.

L’episodio avrà qualche strascico polemico: Ghirelli, che poi diventerà portavoce del presidente del consiglio Craxi, era considerato “il socialista” nello staff della presidenza. Ho tentato più volte, ma sempre invano, di affrontare l’argomento con Ghirelli, divenuto mio carissimo amico. Antonio aveva lo stile e la dignità dei migliori intellettuali meridionali: si inchinava di fronte alla decisione di Pertini, rifiutando ogni polemica. I diari di Maccanico sono anzitutto un documento storico, essenziale per chi voglia capire il corso degli eventi di quel periodo cruciale della Prima Repubblica, compreso il ruolo che ha avuto allora magistratura della Repubblica.

Il Parlamento elegge Pertini il 6 luglio 1978, dopo una sequela di votazioni infruttuose. La situazione è drammatica. Sono trascorsi meno di due mesi dal ritrovamento in via Caetani, a Roma, del cadavere di Aldo Moro, assassinato dalla Brigate Rosse. E’ in carica il Governo monocolore Andreotti sostenuto dall’esterno anche dai gruppi parlamentari del PCI. Annota Luigi Covatta nel suo Diario della Repubblica che il 12 gennaio di quell’anno il Dipartimento di Stato degli USA, dopo aver richiamato per consultazioni il proprio ambasciatore a Roma, dirama una nota con cui precisa che “l’atteggiamento americano contro i partiti comunisti dell’Europa occidentale non è cambiato”.

La maggioranza parlamentare della “non sfiducia” entra in crisi quando il governo decide l’adesione dell’Italia al sistema monetario europeo, con l’opposizione del PCI. Il terrorismo imperversa. Il 24 gennaio ’79 muore a Genova l’operaio Guido Rossa, ucciso dalla Brigate Rosse. Pochi giorni dopo viene ucciso a Milano il giudice Alessandrini. Il 31 gennaio ’79 Andreotti si dimette, per formare poi il suo quinto governo. Vice-presidente è Ugo La Malfa, che morirà qualche giorno dopo. Il Parlamento non accorda la fiducia e Pertini scioglie le Camere. All’inizio della nuova Legislatura, la settima, Pertini incarica Craxi di formare il nuovo governo. Il tentativo è subito destinato all’insuccesso per l’opposizione della DC. La situazione del Paese è sempre drammatica. Viene assassinato dalle Brigate Rosse, il 13 luglio 1979, il colonnello Varisco.

Il sistema politico-istituzionale italiano è paralizzato, incapace di rispondere alla esigenza di governabilità e di efficace contrasto al terrorismo. Il Quirinale, in virtù del prestigio del suo presidente e dell’accorta gestione delle crisi di governo che si susseguono, è il solo baluardo di una democrazia ferita, paralizzata dal fattore K e dalle lotte frale correnti della DC e del PSI. Prendono vita, grazie all’azione maieutica del Quirinale, i due governi presieduti da Francesco Cossiga: il secondo nasce il 5 aprile 1980, con la partecipazione del PSI e del PRI. Durerà assai poco. Il 18 ottobre dello stesso anno Pertini incarica Arnaldo Forlani, che forma il governo con il sostegno della DC, del PSI, del PSDI e del PRI.

Nel 1981 la vita politica è scossa dallo scandalo della Loggia Massonica PD2. Il 26 maggio si dimette Forlani; nasce il 28 giugno 1981 il governo presieduto dal repubblicano Spadolini, il primo guidato da un laico dal 1945. Spadolini è attivissimo, in Italia e all’estero. Pertini, con una delle sue battute impietose, mi dirà: “Spadolini ha fatto la ballerina”. Il ballo, che è anche accompagnato da mesi difficili di buongoverno, finisce nell’agosto del 1982 per una imboscata dei franchi tiratori. Spadolini non demorde, forma un secondo governo identico al precedente (“il governo fotocopia”), che cade dopo la violenta polemica fra i ministri Rino Formica e Beniamino Andreatta, “le mie comari” che litigano sul ballatoio, li chiamava affettuosamente Spadolini.

Pertini chiama a colmare il vuoto il presidente del Senato, Amintore Fanfani che forma un governo senza la componente repubblicana. Le due comari sono sostituite da Francesco Forte alle Finanze e da Giovanni Goria al Tesoro. Ho conosciuto la temperie politica di quei giorni: ero ministro degli affari regionali di quel governo. Le lotte fra le correnti della D.C., la durata effimera dei governi, l’insuccesso del tentativo di associare i comunisti alla guida del Paese (insuccesso che una parte della D.C. e del P.R.I. non consideravano definitivo), i focolai ricorrenti di azioni terroristiche facevano dell’Italia un Paese ad altissimo rischio.

In questo scenario preoccupante, la presidenza della Repubblica era il solo, vero baluardo della nostra democrazia: non solo sotto il profilo internazionale, ma ancor più nel corpo vivo del Paese. E’ Pertini che tesse e rammenda senza tregua la tela sfilacciata della politica dei partiti, per evitare lunghi vuoti di potere; è sempre il capo dello Stato che viaggia in Italia e nel mondo per affermare con la sua personalità e con il suo passato di combattente per la libertà l’idea di un’Italia solida e credibile.

In questi primi anni, i più drammatici del settennato, il tandem Pertini-Maccanico è il polmone che irradia ossigeno e dignità alla Repubblica. Certo, ogni giorno ha la sua pena, ma la “macchina del Quirinale” funziona a pieno ritmo. Il segretario generale ed i suoi collaboratori lavorano incessantemente. Salgono al Colle, giorno dopo giorno, spesso a colazione e a cena, capi-partito e capi-corrrente, presidenti delle Camere, protagonisti della vita economica: Gianni Agnelli, qualche volta con Kissinger, Cesare Romiti, Carlo De Benedetti, Enrico Cuccia sono i più assidui. Salgono pure al Colle gli ambasciatori della maggiori potenze egli esponenti più autorevoli del mondo della cultura.

Indulgo ad una terminologia mutuata dal diritto costituzionale statunitense: la lettura dei diari rende palese che al Quirinale ogni giorno è in corso un processo di Nation building, che comprende la dialettica quotidiana con il Parlamento, con il Governo, con il Consiglio Superiore della Magistratura, con gli alti comandi militari. Maccanico, uomo di buone letture, scrive le sue confessioni in lingua italiana colta e chiara. I suoi appunti sono lo specchio di giornate laboriose, che spesso si prolungano anche la sera, talora nelle case dell’aristocrazia culturale e imprenditoriale di Roma. Registrano eventi, incontri, problemi, conflitti e accordi politici; ogni giorno e ricco di ostacoli e di imprevisti. Qualche volta, in chiusura, il cronista di se stesso si fortifica con una riflessione confortante: il 12 giugno 1980 la massima evocata è di Milan Kundera: “I regimi politici sono effimeri, ma le frontiere della civiltà sono tracciate per secoli”.

La prima pagina, datata 13 novembre 1978, registra il primo giudizio del memorialista sul suo presidente: “Quanto al presidente si è rivelato un uomo di grande temperamento e di grande stile, amato dalla gente e in tutto capace di ridare prestigio alla suprema magistratura.”. Accanto a questa certezza, Maccanico allinea un secondo punto fermo. Così si confessa nella pagina del 14 settembre 1980: “La questione dell’immagine del presidente e la preoccupazione che si logori e soprattutto che incontri una ostilità crescente della DC, debbo dire che mi preoccupa non poco. La popolarità di Pertini è l’unica difesa che egli ha in caso, che non si può certo escludere, di conflitto col gruppo dirigente del partito di maggioranza relativa”.

Con il volgere dei giorni e delle settimane affiorano nella narrazione del Segretario generale le ragioni e gli eventi che rendono difficile, e talora tempestosa, la navigazione del vascello quirinalizio. Il primo e forse il più consistente ostacolo che insidia l’armonia della coppia è il carattere del Presidente. Così lo descriveva allora Enzo Biagi: “Il primo cittadino non ha un carattere sereno; temporali e schiarite improvvise”. Ma è lo stesso Maccanico che ricorda a se stesso che quell’uomo di grande temperamento “era considerato un personaggio scomodo, scorbutico, capriccioso, spesso controcorrente”.

Ho conosciuto bene Pertini; ho avuto con lui una frequentazione che mi consente di interloquire sul punto. Periodicamente andavo a trovarlo nei suoi primi anni al Quirinale. Ero presidente dei senatori socialisti e alcuni di loro mi accompagnavano. I nostri incontri avvenivano a tavola (“Venite, venite. Alla mia osteria si mangia bene”). La conversazione era scoppiettante. “Lo sapete: chi ha carattere ha un cattivo carattere”. Seguivano giudizi impietosi sui protagonisti della vita politica, specialmente su quelli del suo partito, il PSI. Ma poi, di solito, il Presidente smorzava i toni. All’invettiva seguiva la riflessione pacata, talora distaccata.

La mia testimonianza riguarda anche i rapporti fra Pertini e Craxi, che è poi la seconda causa delle divergenze, anche di ordine politico, fra il Presidente e il suo mentore: il suo Segretario generale. Il “fattore Craxi”, come raccontano i diari irrompe come turbativa incombente nel luglio del 1979, quando Pertini decide di conferire a Craxi l’incarico di formare il governo. E’ la prima convocazione al Colle del segretario socialista, destinata all’insuccesso. In quella pagina del diario, datata 12 luglio, Maccanico si confessa: ”Personalmente desidero chiarire che la perplessità espressa al Presidente era il riflesso di una convinzione più profonda che mi pare necessario riportare. Craxi è il vero responsabile del naufragio della politica di solidarietà nazionale, e cioè della politica che vede la soluzione dei problemi del paese in una forma di collaborazione fra i due maggiori partiti (DC e PCI)”. E più avanti, ancor più crudamente: “Non è chiaro se Craxi è un vero politico o un avventuriero”.

L’adesione, talora nostalgica, al progetto del compromesso storico è una costante che trova conferma nei diari e nell’azione politica di Maccanico, anche successiva ai sette anni con Pertini. Giova ricordare che la politica di solidarietà nazionale prende linfa dai dibattiti che alla metà degli anni ’70 ebbero come protagonisti Ugo La Malfa e Giorgio Amendola. I confronti di alto profilo fra i due leaders avvengono nei teatri della Romagna, dove il PRI era partito di massa. Amendola tuona contro i ceti burocratico-parassitari e propone “l’alleanza fra i produttori”.

Pertini – come abbiamo visto – viene eletto presidente dopo il naufragio del governo Andreotti che aveva realizzato l’ingresso dei comunisti nella maggioranza di governo. Lo stesso segretario del PCI, Enrico Berlinguer, negli anni seguenti spronerà il PCI a riscoprire “l’artiglio dell’opposizione”. E tuttavia il conflitto fra i socialisti, da una parte, ed i sostenitori del compromesso storico, fra cui i repubblicani e lo stesso Maccanico, dall’altra, scuote spesso le stanze del Quirinale.

Apprendiamo dai diari che la classe dirigente repubblicana che frequenta il Quirinale condivide, e accentua, il giudizio negativo di Maccanico sul PSI e su Craxi, anzi lo esaspera. Maccanico mantiene intensi rapporti con i dirigenti del PCI. Il suo interlocutore privilegiato è Antonio Tatò, “il Maccanico” di Enrico Berlinguer. La storia e la riflessione politica stanno mettendo in luce le ragioni che precludevano l’accesso al governo del partito comunista più forte del mondo occidentale. Dopo il crollo del muro di Berlino mancarono, a sinistra, le condizioni e la volontà di superare la scissione di Livorno del 1921.

E tuttavia Antonio Maccanico fu coerente, lungo l’intera sua esistenza, nel considerare utile e necessaria per il bene del Paese la grande coalizione composta da tutte le componenti storiche della democrazia italiana. Agli albori della seconda Repubblica, Maccanico, eletto senatore nel collegio milanese di Spadolini, tentò senza successo di dar vita ad un governo di unità nazionale, sempre coadiuvato dal ristretto gruppo dirigente allevato da Ugo La Malfa Li ho visti da vicino, nel corso della mia lunga esperienza politica, questi virgulti lamalfiani: Adolfo Battaglia, Andrea Manzella, Giorgio La Malfa, Giovanni Ferrara, cui si aggiungeva, diverso e talora ingiustamente sotto-stimato, il romagnolo Libero Gualtieri, uno scapolone che viveva di politica e per la politica. Diversi da loro Oscar Mammì, considerato amico di Craxi, Leo Valiani e principalmente Giovanni Spadolini. Il “segretario fiorentino” viveva di luce propria e in vista dei propri progetti, conservando e consolidando rispetto e considerazione per Craxi.

I diari del Quirinale offrono ampia materia per l’identificazione della caratura ideologica di questa aristocrazia, erede del Partito d’Azione, stretta intorno a Maccanico dopo la morte di Ugo La Malfa. La contestazione che noi socialisti muovevamo ai dirigenti “azionisti” del P.R.I. era la loro indole “elitaria”. E’, questo, il rimprovero che ho sentito muovere da Craxi a Giorgio La Malfa, in occasione di un incontro bilaterale fra socialisti e repubblicani.

.Per buona sorte, la straordinaria intelligenza politica di Ugo La Malfa ha consentito a questa parte vitale della classe politica italiana di partecipare con un proprio ruolo preminente alla vicenda politica italiana, come componente primaria nella stagione riformatrice del primo centro-sinistra. In quegli anni, l’alleanza fra La Ugo La Malfa, Riccardo Lombardi e i radicali di Pannunzio produsse risultati utili e importanti per il progresso del paese. Personalmente, nei lunghi anni della mia attività parlamentare, ho sofferto profondamente della polemica spesso aspra fra repubblicani e socialisti, anche in ragione dei miei trascorsi giovanili. Ho spesso esortato alla conciliazione ed ho avuto il beneficio della profonda amicizia con Spadolini e con Leo Valiani. Il comune sostegno alla candidatura di Leo alla Presidenza della Repubblica, ancorchè infruttuoso, ha propiziato il mio rapporto amichevole con Giorgio La Malfa.

L’affresco del Quirinale non sarebbe completo se si dimenticasse la frequentazione assidua degli ambulacri del Colle da parte del mio amico Eugenio Scalfari. Il direttore del quotidiano “La Repubblica” era convinto patrocinatore del compromesso storico ed era ostile al PSI di Craxi. I diari raccontano la sua relazione “intima” con Pertini: talora burrascosa, intessuta di contrasti e di pacificazioni, ma mai interrotta. Scalfari era di casa al Quirinale, anche perché legato a Maccanico da un’amicizia che risaliva agli anni ’50, quando entrambi, come ricorda Scalfari nella prefazione ai Diari, corteggiavano le giovinette lungo i viali della Capitale.

Spesso Maccanico, talora ab irato, annota gli ostacoli incontrati nella difficile gestione delle intemperanze e dei fuor d’opera del Presidente, talora di rilevo internazionale (“Non sono il suddiacono di Reagan!”), cui seguivano i correttivi ed i ripari che il segretario metteva in campo per minimizzarne gli effetti. Racconta che pesa sul menage del Quirinale anche il carattere e la personalità, talora ribelle, della consorte del Presidente l’imprevedibile signora Carla Voltolina, specialmente quando essa partecipa ai viaggi di Stato.

Troviamo ancora annotati con preoccupazione i ricorrenti contrasti fra Pertini e Craxi.

Sul rapporto fra Pertini e Craxi credo di dover recare la mia testimonianza. I contrasti erano di breve durata e cancellati dalla riconciliazione. La loro relazione era assimilabile a quella fra nonno e nipote. Pertini era stato grande amico ed estimatore del padre di Craxi. Alle incomprensioni e ai contrasti seguivano sempre i chiarimenti, le resipiscenze e la pacificazione. Anche questo fattore affettivo ha concorso al superamento dei conflitti, raccontati nei diari, fra il Quirinale e Palazzo Chigi, quando Craxi era Presidente del Consiglio..

Debbo rendere eguale testimonianza anche per Carla Voltolina, milanese di origine popolare e avvezza alle baruffe di casa socialista. L’ho frequentata, anche dopo la morte del marito. Mi voleva bene. L’ho anche avuta con me all’inaugurazione dell’EXPO di Siviglia, dove rappresentavo il I° Governo di Giuliano Amato. Abbiamo incontrato insieme il Re di Spagna: “il mio amico il Re di Spagna”, come lo chiamava Pertini. E’ andato tutto bene.

E del resto, come ricorderà più avanti, nell’ultimo foglio del diario sarà proprio Maccanico a metter pace fra Pertini e sua moglie!

Dunque anche questa turbativa endogena con il volgere del tempo viene posta sotto controllo.

Il racconto affidato ai diari enfatizza tuttavia, talora in modo impietoso, molte altre ragioni di contrasto, che rendono travagliata la “coabitazione” fra due personalità così diverse. E’ il caso dell’intervista della durata di 5 ore concessa da Pertini ad Enzo Biagi per il berlusconiano Canale 5 e così pure della precipitosa interruzione da parte di Pertini della missione in Argentina, per correre a Mosca ai funerali di Cernenko

Insomma, gli stessi diari “certificano” che la tribolata concordia-discorde fra Segretario e Presidente ha retto a tutte le intemperie, a beneficio della Repubblica, superando anche il più insidioso fattore ostativo, che lo stesso Maccanico rende quasi dolorosamente manifesto: il Segretario Generale era assillato dal timore che il Presidente sospettasse della correttezza del suo aiutante di campo. Questo rovello è quasi gridato nella pagina di diario del 19 luglio 1979: “C’è un incrinamento nei miei rapporti con il Presidente.il quale ha qualche sospetto sulla mia lealtà. Chi gli ha messo in testa questa idea? E’ sospetto personale o opera di denigrazione di qualcuno? Non nascondo che ciò mi crea grosse difficoltà, oltre ad un grande dolore, per l’affetto personale che mi lega al Presidente”.

Il crescente affetto fra i due “consoli”, il superamento quotidiano di ricorrenti insidie, insieme alla popolarità crescente del Presidente in Italia e all’estero, debbono aver contribuito alla graduale dissolvenza di questo sospetto, se è vero che nella prima parte del settennato la regia del Quirinale ha assicurato la continuità dell’azione di governo, sia pure con Ministeri di breve durata, offrendo alla Nazione, negli anni insanguinati dal terrorismo e dalle fibrillazioni del sistema politico, un ancoraggio sicuro.

Ed è anche questo rodaggio virtuoso che favorisce la svolta del 1983, l’anno in cui prende vita il primo governo Craxi, dopo la sconfitta della Democrazia Cristiana alle elezioni.

Siamo giunti così al secondo capitolo del settennato. I diari narrano le intense giornate, fatte di consultazioni a tutto campo, in cui maturano le condizioni politiche per il conferimento dell’incarico al segretario del PSI.

Restano le solite “turbolenze” e pesano anche le forti riserve di Maccanico e dei suoi collaboratori sulla personalità di Craxi. E tuttavia, avendo sempre di mira l’interesse del Paese, il Quirinale collabora alla formazione e alla continuità del governo a presidenza socialista, che sarà il ministero più longevo della Repubblica.

Come capo-gruppo socialista al Senato ho accompagnato Craxi al primo incontro con il Capo dello Stato. Il colloquio, essenziale e molto affettuoso, si è concluso con queste parole: <<Io, nevvero, Bettino, l’incarico te lo do e dunque ti convocherò di nuovo nei prossimi giorni. Non so dirti quando, ma non di venerdì”. Craxi fu prontissimo: <<Certo, Sandro, di venerdì mai.>>.

La composizione del Ministero fu molto laboriosa, come raccontano i diari dell’epoca. Rileggendoli, si ha la conferma che il punto di forza fu l’esito positivo del negoziato con il Partito Repubblicano: Spadolini alla Difesa e Visentini alle Finanze, chiamati poi entrambi a far parte del neonato Consiglio di Gabinetto, furono garanzia di continuità ed anche di buongoverno. Per di più, al liberale Renato Altissimo fu assegnato il Ministero dell’Industria. In casa socialista si guardava con favore alla possibile formazione di una asse privilegiato laico-socialista. Se ne parlava sottovoce, per non ferire l’orgoglio democristiano, scalfito dal risultato elettorale.

Negli anni di Craxi a Palazzo Chigi, anche se non mancano tensioni e contrasti, i dioscuri Tonino e Sandro hanno imparato a convivere. E così, dopo ogni burrasca, c’è la riconciliazione. I due si vogliono bene. Dopo una delle tante sgridate del Presidente, Maccanico gli legge la bozza del discorso che ha preparato per lui. E lui si commuove. Le giornate sono sempre ricolme d incontri che abbracciano l’intero arco costituzionale. Si ricercano le vie, poi risultate impossibili, per evitare il referendum sul decreto del governo, detto di San Valentino, quello del taglio della scala mobile.

Verso la fine del mandato accade un traumatico incidente di percorso. Il 24 maggio dell’85 il Presidente concede la grazia a Flora Pirri Ardizzone, condannata per associazione sovversiva. E’ la figlia di Ninni Monroy, allora compagna di Emanuele Macaluso, direttore dell’Unità. Pertini sostiene di non essere stato informato che si trattava di una terrorista. Ne nasce un caso incandescente, che viene smorzato dal fuoco di sbarramento di Maccanico e dei suoi amici che contano nei mass media. Il conflitto sembra insanabile. Maccanico rassegna le dimissioni, ma Pertini, alle 10 di sera mentre è in casa febbricitante, gli ordina di ritirarle. La polemica sulla stampa, intanto, si è affievolita. “Non si sentono altre voci”- registra il foglio di diario del 7 giugno 1985 – tranne quella del solito Patuelli.”.

Pertini, quando si avvicina la scadenza del mandato, accarezza l’idea di un secondo settennato, caldeggiata da più parti, compresa la sponda comunista. Poi, ci ripensa. Segretario generale e Presidente vivono insieme questo ore febbrili, mentre il mondo politico è in vibrante apprensione. Il 26 giugno Maccanico accompagna Pertini all’aeroporto. Va ad Oxford per la laurea honoris causa. Pertini è sempre lui: “La ringrazio perché mi ha fatto incazzare, così parto sereno”. Al ritorno conferma la sua decisione di dimettersi: “Ridurre i tempi del periodo di transizione è un bene”.

Si giunge così al lieto fine di questa edificante storia italiana. Per chi non abbia tempo e desiderio di consultare i diari di Maccanico, trascrivo qualche brano dell’ultima pagina

“Giornata memorabile: faticosa, piena di emozioni e di commozione. La mattina comincia con una mia telefonata alla moglie di Pertini che mette pace fra i due. Regalo poi al Presidente un orologio Tiffany che gli piace molto. Alle 10 riunione con i dipendenti molto commovente. Parlo io e mi commuovo. Il Presidente esce molto commosso dalla vicenda. Alle 11,30 porto al Presidente l’atto di dimissioni per la firma. Alle 5,30 lascia il Quirinale”

Dal mio studio al Senato, vedo in televisione il Presidente mentre lascia il Palazzo, curvo ma con passo fermo. E’ molto pallido. Così l’avevo visto quando, sette anni prima, usciva dall’aula di Montecitorio appena eletto, mentre passava in rassegna il picchetto militare che gli rendeva gli onori.

Lo cerco con la voce tremante per telefono, per dirgli che lo aspetto al Senato per l’adesione al Gruppo dei senatori socialisti. Lui replica burbero: “Certo, certo, dove diamine pensavi che mi volessi iscrivere, se non al Gruppo del mio partito.”. Sospiro di sollievo. Qualche malalingua aveva insinuato che potesse aderire al Gruppo degli indipendenti di sinistra. Sull’onda dell’emozione scrivo queste frasi sulla mia agenda: questo grande vecchio, che ha sofferto la galera e combattuto per la libertà, ha reso un grande servizio al suo Paese in un momento drammatico della sua storia. Il suo carisma era così eccelso da consentirgli qualche intemperanza, qualche strappo al protocollo. Ed è proprio questa sua “indisciplina” che ha accresciuto la sua popolarità, in patria e all’estero.

Dal luglio del 1985, Pertini sarà uno dei senatori del mio Gruppo, il mio vicino alla mensa del Senato, alle 12,30: un pasto frugale concluso con il rituale grappino.

Toccò a me, in occasione del quarantesimo anniversario dell’avvento della Repubblica, organizzare una giornata celebrativa. “Mi fate la festa”, borbottava lui, ironico. Insieme a Craxi, allora Presidente del Consiglio, lo accolsero tutti i parlamentari socialisti, oltre ad Amintore Fanfani, allora nuovamente Presidente del Senato.

Gli consegnai una medaglia scolpita da Aligi Sassu, che recava su un lato la sua effige e sull’altra faccia la rappresentazione della leggendaria avventura di cui Pertini fu protagonista: l’evasione di Filippo Turati da Savona a Capo Corso, a bordo dell’imbarcazione di cui il futuro Capo dello Stato era il mozzo.

La “festa” si concluse con l’orazione di Norberto Bobbio. Credo di essere fra i pochi in possesso del testo di quel discorso. Vale davvero la pena di ricordarne qualche brano.

“Quando, nella Sua visita al Centro Studi Piero Gobetti Le presentai un gruppo di giovani che stavano conducendo un seminario su etica e politica, uno di questi Le chiese come intendesse i rapporti fra politica e morale, la sua risposta fu breve e netta: “La moralità dell’uomo politico consiste nell’esercitare il potere che gli è stato affidato al fine di perseguire il bene comune”.

E più avanti: “Al generale Bignone, Presidente della Repubblica argentina, che aveva inviato una nota di protesta alla Farnesina, per la deplorazione dell’agghiacciante cinismo col quale si annunciava la morte di tutti i cittadini scomparsi, Lei replicò con questa parole: “Non mi interessa che altri capi di stato non abbiano sentito il dovere di protestare come ho protestato io. Peggio per loro. Ciascuno agisce secondo il suo intimo modo di sentire. Io ho protestato e protesto in nome dei diritti civili e umani e in difesa della memoria di inermi creature vittime di morte orrenda”.

E ancora: “Vorrei almeno ricordare le parole da Lei pronunciate parlando alla FAO nella Giornata mondiale dell’alimentazione : “Ricchi e poveri siamo tutti legati allo stesso destino. La miseria degli altri potrebbe un giorno non lontano battere rabbiosa alla nostra porta. Esiste un legame di reciproca interdipendenza fra crescita del mondo industrializzato e sviluppo di quello emergente. Dobbiamo restituire ai popoli il senso dell’unità del pianeta”.

L’orazione del filosofo torinese si concludeva così: “Credo che Lei possa riconoscersi nelle bellissime parole con cui Max Weber concluse il suo celebre saggio ‘La politica come vocazione’: “La politica consiste in un lento e tenace superamento di dure difficoltà da compiersi con passione e discernimento. Solo chi è sicuro di non venir meno, anche se il mondo, considerato dal suo punto di vista, è troppo stupido e volgare per ciò che egli vuole offrirgli, e di poter ancora dire di fronte a tutto ciò, ‘non importa, continuiamo!’, solo un uomo siffatto ha la vocazione per la politica”.

Mi sono venute in mente queste parole leggendo questa sua frase: “Chi cammina inciampa anche, qualche volta. Ma l’essenziale è riprendere il cammino” Il che è lo stesso come dire: “Non importa, continuiamo!”.

Come raccontano i diari il Presidente qualche volta è inciampato. Ha sempre risposto: “Non importa,continuiamo!”.

Dopo alcuni lustri da quella “festa”, mi domando perché Antonio Maccanico non era fra noi. Preferisco pensare che lo abbia impedito il suo ruolo di civil servant del nuovo capo dello Stato, Francesco Cossiga.

Fabio Fabbri

Il Pd: eterno amalgama
non riuscito. Che fare?

Diciamoci la verità. Lo spettacolo che ogni giorno il PD offre al Paese, all’Europa e al mondo è semplicemente indecente. Alle lotte quotidiane che scuotono il partito di governo ha in questi giorni dedicato tre “elezeviri politici”, il Corriere della Sera, tutti scevri di pietose edulcorazioni. Il primo, scritto da Aldo Cazzullo, muove dalla constatazione che non c’è scelta importante che non sia accompagnata da una censura acrimoniosa della minoranza del PD che fa capo, a quanto pare, a Pierluigi Bersani. Quest’ultimo ha raggiunto l’apice della contraddizione con se stesso quando, dopo aver denunciato per mesi l’inverecondia e il pericolo dell’uomo solo al comando, ha rimproverato a Renzi di non aver dato, di fronte al caso Azzolini, la linea al Gruppo parlamentare del PD al Senato. Ha infatti così rampognato il Presidente-Segretario: “Era lui che doveva dirci cosa si doveva fare”.

Intendiamoci: non siamo nati ieri. Le lotte e le divergenze interne ai partiti sono una costante storica della democrazia italiana. Basta pensare alle correnti della democrazia cristiana e ai governi crollati per le loro lotte intestine. E tuttavia alle baruffe anche violente seguivano gli aggiustamenti, davanti ai quali si acquietava anche il più focoso dei capi-correnti, il coriaceo Carlo Donat Cattin.

Anche nel PSI, partito esposto al vento delle scissioni, abbiamo conosciuto tensioni altissime (penso ai tempi dello scandalo ENI-Petromin) seguite poi dal prevalere del dovere della convivenza disarmata.

Oggi non è così. Gli sconfitti, fra cui si distinguono per intransigenza i post-comunisti della cosiddetta “ditta”, non accettano di essere minoranza, non tollerano di essere stati sconfitti alle elezioni del 2013, non si rassegnano alla provata incapacità di formare attorno a sé una maggioranza per governare, malgrado la pietosa invocazione del soccorso grillino.

E così, ogni giorno si susseguono i siluri contro la maggioranza del partito e contro Renzi: il quale, a sua volta, pratica ogni giorno la regola del fuhrerprinzip: il decisore che conta è il capo del Governo. Forse i belligeranti non se ne rendono conto, ma il cittadino comune avverte il sottofondo di odio che alimenta la vietnamizzazione del maggior partito italiano.

Anche Paolo Franchi, che della storia del PCI e del post-comunismo italiano è profondo conoscitore, sul Corriere del 6 agosto ha compiuto un’esegesi della condizione attuale di questa belligeranza permanente. La sua conclusione, se ho ben capito, è che una pacificazione politicamente operosa appare difficile, incerta, se non impossibile.

Angelo Panebianco (Corriere dell’8 agosto) conclude così la sua diagnosi sul PD: ”Altro che diversità antropologiche di berlingueriana memoria…La fine del post-comunismo e della sua ideologia è il prezzo che deve essere pagato perchè possa davvero nascere il partito della Nazione, ossia una formazione post-partitica in grado di mietere consensi elettorali trasversali.”.

L’attacco della minoranza del PD è diventato ancor più aspro quando il Presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano, l’antico migliorista, ha esortato a “non disfare la tela” della riforma del Senato.

Se è consentita una ragionata previsione, pare a me che nel PD non ci saranno né un armistizio virtuoso, né una vera pace. Dunque le cronache politiche continueranno ad essere lardellate dalla lotte senza quartiere fra il Presidente del Consiglio ed i suoi seguaci, da una parte, e le truppe della “Ditta” bersaniana, dall’altra. L’ex segretario del PD è garbato e colloquiale. Ma sotto il mantello sempre dialogante alberga la durezza di chi non accetta la sconfitta.

Sono trascorsi molti lustri dal 19’89 (crollo mondiale del comunismo) e dal 1982 (distruzione dei partiti storici della democrazia italiana per effetto dello straripamento unilaterale della magistratura) ma il partito della sinistra che doveva colmare il vuoto è rimasto l’eterno amalgama non riuscito, come bollato da Massimo D’Alema.

Anziché costruire un soggetto politico nuovo, nutrito dalla placenta storica del socialismo europeo (dunque anche italiano) gli improvvidi architetti del nuovo hanno affastellato una miscellanea di berlinguerismo e di sinistra democristiana. E’ difficile, sul punto, dissentire da Mauro del Bue che denuncia l’equivoco delle Feste dell’Unità, quotidiano comunista fondato da Antonio Gramsci ed organo del PCI, organizzate oggi da un partito che ha aderito al PSE.

Insomma, siamo al cospetto di una giustapposizione di componenti non coese e sempre contrapposte, che evoca le forme deteriori di sincretismo descritte nei manuali di filosofia come coacervo di “dottrine” che “per la loro superficialità e occasionalità non pervengono a risultati e a sviluppi originali”.

Questa essendo la realtà effettuale, non sembri eccessiva questa conclusione, che mutua la celebre espressione dell’Economist a proposito di Berlusconi: PD is unfit to lead Italy. Insomma questo partito in cui fanno premio sugli interessi del Paese le zuffe di potere fra i dirigenti non può essere l’architrave su cui poggia il governo. Si può al massimo completare il distico inglese con la parola “alone”: il PD non è in grado di guidare l’Italia da solo.

Se questo giudizio è fondato, è opportuno riflettere sulla possibile condotta che le altre forze politiche debbono seguire nell’interesse della Nazione.

Cominciando da casa nostra, si impone in primo luogo la ricerca di una cooperazione con chi intende operare per la modificazione della legge elettorale, allo scopo di attribuire il premio di maggioranza alla coalizione, anziché al maggior partito: anche per evitare il rischio che l’Italia cada nelle mani pericolose di Beppe Grillo o di Matteo Salvini.

Di più, di fronte all’incapacità ormai storica di trasformare il PDS-DS-PD in un grande partito della socialdemocrazia europea, si rende indispensabile la mobilitazione di tutte le energie liberal-democratiche e liberal-socialiste, oggi disperse e non dialoganti, per dar vita ad una alleanza capace di colmare il vuoto prodotto dal sostanziale default ideologico del PD.

A fronte di questa esigenza, è davvero il momento di rimarcare che la “rivoluzione giustizialista del 1992” ha distrutto i partiti storici non comunisti, ma restano vivi e meritevoli di essere applicati i valori della liberal-democrazia e del socialismo liberale. Per converso, la caduta del muro di Berlino del 1989 certifica il crollo mondiale del comunismo e dunque la delegittimazione politica del post-comunismo.

E’ dunque tempo di operare affinchè chi rappresenta in Italia queste idee e questi valori, che hanno avuto ragione dalla storia, possa costruire ed attuare una comune strategia politica ed anche elettorale.

In questa prospettiva, la navicella del PSI può svolgere un’utile funzione di stimolo e di dialogo: non certo nei confronti di chi già oggi è uscito o si accinge a fuoruscire dal PD (penso ai menestrelli che sono andati ad Atene per patrocinare il referendum anti-europeo), ma nei confronti delle forze politiche e culturali ancorate ai valori della democrazia liberale e del riformismo lib-lab. Viene in rilievo in primo luogo il Partito Radicale, purtroppo anch’esso funestato dal conflitto fra Pannella e Bonino. Ma esistono, al centro ed anche in periferia, dove proliferano le liste civiche promosse e votate da che rifiuta l’attuale architettura politica del Paese, energie disponibili ad impegnarsi per dar vita ad un nuovo corso liberaldemocratico.

Sarebbe utile – anzi, necessario – promuovere una conferenza politico-programmatica del disperso pianeta del centro-sinistra, allo scopo di organizzare le energie che non intendono confluire nel PD.

E non è una bestemmia attivare il dialogo anche sul versante che si usa definire di centro ed anche, con un logo improprio e\o sconveniente, di centro-destra. Penso che con Cicchitto, con Sacconi, ma anche con Pierferdinando Casini, si possa e si debba iniziare una riflessione sul nostro attuale sistema politico sgangherato.

Fabio Fabbri