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Fabio Fabbri

Fabio Fabbri
Il Congresso dell’orgoglio socialista

Avevo deciso, dopo faticosa meditazione, di non partecipare al congresso romano del Psi, malgrado il cortese e caloroso invito di Riccardo del Mugello. Ipsa senectus morbus, dicevo a me stesso, rimuginando una frase di Seneca fatta propria da Sandro Pertini. Poi il richiamo degli ideali e delle mie consuetudini di vita politica ha prevalso. Hanno sicuramente contato, nel determinare il mio ripensamento, il forte desiderio di capire se la nostra storia e il nostro patrimonio di idee sono ancora vivi e utili in un momento drammatico della vicenda politica italiana ed europea. E così, dopo una notte insonne, ho deciso di partire per Roma, la mattina del 18 marzo.

E’ stata una rimpatriata assai gradevole. Ho assaporato il piacere di chi torna a casa dopo una lunga assenza. Confesso che mi avevano spinto a ribellarmi all’idea stessa della diserzione la lettura dell’editoriale di Gigi Covatta che nell’editoriale del fascicolo n 3 di Mondoperaio ha rivendicato il ruolo dei riformisti ( i Menscevichi) nella storia d’Italia e la sferzante reprimenda di Ugo Intini nei confronti dei divi populisti dei talk show televisivi: sempre quelli, sempre più tronfi, sempre più aggressivi nei confronti dei protagonisti della vita politica, maltrattati con veemente linguaggio accusatorio. Salvo soltanto Lilli Gruber, a suo tempo scoperta e lanciata dal nostro indimenticabile Antonio Ghirelli. Confesso che per Lilli ho un debole. Ho letto i suoi libri: una saga familiare ben narrata. Ho anche progettato di visitare il suo frutteto: il meleto evocato nel suo primo romanzo, ricevuto in eredità secondo il diritto successorio alto-atesino. Ma sono indignato per la sua benevolenza nei confronti del sempre presente, sogghignante e stucchevolmente sferzante Marco Travaglio.

Ho dunque acchiappato di buonora il tonitruante Italo-treno piè veloce a Reggio Emilia, dimenticando la soperchieria di Romano Prodi, che avrebbe dovuto ubicarlo a Campegine, oggi Terre di Canossa, in modo da renderlo equidistante e vicendevolmente fruibili da parmigiani e reggiani.

Arrivato al Congresso, sono stato accolto dai due veltri dell’Emilia occidentale, Mauro del Bue e Paolo Cristoni, da tanti compagni del Gruppo parlamentare del “mio” Senato. Ho abbracciato Ugo Intini, che sembra ancora un “giuvinot”, come dicono nella sua Milano. Io e Ugo ci siamo sempre intesi, quando eravamo entrambi aiutanti di campo di Bettino. Mi è tornata alla mente una spericolata missione a Varsavia, da qualche giorno occupata dall’esercito della Russia sovietica. Insomma un caldo, emozionante amarcord. Mi ha sorpreso e confortato la presenza di numerosi giovani del PSI di oggi. Sono sicuramente militanti coraggiosi e idealisti, se si battono nella nostra piccola comunità in tempi di vacche magrissime. Insomma una elettrizzante rimpatriata. Cent’anni di storia che sono cent’anni di gloria, ha detto una volta il giolittiano Giorgio Ruffolo. Grazie di esistere, vecchio PSI, ho detto a me stesso.

Sui tavoli e sulle poltrone trovo un giornale e alcuni manifesti che annunciano la festa dei socialisti e della gente del Canavese in onore dei settant’anni di iscrizione al partito di Eugenio Bozzello da Castellamonte, mio validissimo aiutante di campo quando ero capogruppo al Senato.

Perdonatemi, cari compagni di lotta e di governo, questa ondata di commozione, a detrimento della riflessione politica. Sono finito nel reparto lacrimogeni. Ma ogni tanto fa bene ricordare e anche commuoversi. La battaglia politica è, per i suoi protagonisti, un valore primario della vita.

Ho poi apprezzato le maggiori orazioni – anzitutto l’incipit di Riccardo Nencini. Mi sono piaciuti anche i messaggi dei nostri alleati, radicali e ambientalisti. Bravo Giovanni Negri, il virgulto che ho conosciuto quasi adolescente quando Marco Pannella, dopo avermi imperiosamente convocato, lo portò insieme a me e a Claudio Martelli da Francesco Cossiga al Quirinale per denunciare la persecuzione giudiziaria che si stava perpetrando ai danni del povero Enzo Tortora.

Del dibattito mi ha soprattutto interessato il disegno che si va profilando, caratterizzato le alleanze di quel che resta del socialismo italiano con forze nuove e antiche del riformismo ed anche del popolarismo italiano, tutte animate, come noi, dalla decisa volontà di far uscire l’Italia dal pantano maleolente del populismo dilagante, accompagnato e favorito dalle virulente lotte di potere fra i colonnelli di quell’amalgama mal riuscito che resta il PD. Mi sono chiesto, mentre mi aggiravo fra i saloni dell’Hotel Marriott: siamo in grado di parlare al Paese? Spero che lo faremo ancor meglio nella Conferenza Programmatica che chiamiamo “Rimini II”. Insomma, forse c’è una parte, anche piccola, di questa Italia maltrattata disposta a incoraggiare un raggruppamento riformista, laico, liberale, radicale e ambientalista: un patto, sissignori, esteso alla nuova formazione “popolare” che sta mettendo in piedi il Ministro degli Esteri Angelino Alfano, in vista delle elezioni del 2018. Mi pare anche tempo di patrocinare, per il futuro governo dell’Italia, una grande coalizione capace, emarginando non solo Grillo e Salvini ma anche le schegge immarcescibili dei nuovi e vecchi post-comunismi: un fiume carsico riemergente , animato da chi si ostina a dimenticare di aver avuto torto dalla storia.

A proposito di costoro, confesso che ho gustato come un buon bicchiere di vino rosso l’inattesa comparsa nel salotto televisivo della Gruber del Prof. Giuseppe Vacca, lo storico che guida l’Istituto Gramsci. Polemizzando con il neo transfuga del PD Alfredo D’Attorre, Vacca ha fatto una sorta di outing filo-renziano. Ha ricordato che il boy scout di Rignano sull’Arno ha portato il PD nell’alveo del socialismo europeo e ha spezzato indirettamente una lancia in favore del blairiano “partito della Nazione”. Lo ha fatto proclamando che in Italia i partiti della Nazione erano in passato due: La DC ed il PCI.

Avrebbe dovuto aggiungere che lo è stato anche il PSI, sicuramente nel tempo glorioso in cui Craxi predicava il “socialismo tricolore”.

Fabio Fabbri

Ancora sul ritratto di famiglia
di via dei Caprettari

Merita un solenne encomio  il “Ritratto di famiglia in un interno del PD” scritto dal direttore di questo glorioso giornale. E’ l’icona di quanto sta accadendo e l’anticipazione di quanto poi succederà prossimamente.

Per chi non lo avesse letto, svelo che Mauro  sull’Avanti del 12 febbraio descrive la nuova sede del PD di via Caprettari, a Roma. Queste sono, appese ai muri, le icone che “rappresentano la memoria storica dei militanti”: Antonio Gramsci, direttore del periodico Ordine Nuovo e poi fondatore del quotidiano comunista l’Unità, in polemica con l’Avanti!. Vicino a lui Enrico Berlinguer, l’uomo del compromesso storico, dello strappo da Mosca, ma anche della contestuale, solenne conferma della perenne validità del leninismo. Poi Aldo Moro, ricordato non si capisce se  come martire o come leader…l’uomo dell’apertura al PCI. Per chiudere Nilde Iotti, quasi come  implicita evocazione di Togliatti. Chissà perché vengono dimenticati Luigi Longo e Giorgio Amendola.

Questo è il Pantheon del Partito democratico, aderente alla famiglia socialista europea. E a tal proposito il nostro direttore rimarca che mancano i ritratti dei leader socialisti.

Non è davvero il caso di sorprendersi e neppure di gridare allo scandalo. Vengono alla mente invece  il distico dantesco “Chi fur li maggior tui?” e il detto latino “Nomina sunt cosequentia rerum.”.  Dunque l’arredo iconografico di via dei Caprettari spiega cos’è il PD:  molto meglio di molti elzeviri che si leggono in questi giorni sulla stampa e delle chiacchere stucchevoli che  rimbombano nei talk show televisivi di ogni giorno: sempre con le stesse facce, con i solidi conduttori, che si considerano orma divinità unte dal Signore.

Insomma: in quell’amalgama non riuscito che è il PD, la porzione costitutiva ed egemone è una sorta di tardo-leninismo all’italiana e non c’è foglia di ulivo che tenga. Chi non si piega alla dominazione di quel che resta del post-comunismo italiano e del suo DNA, è un nemico del popolo, meritevole di essere combattuto e liquidato. E non creda Renzi di farla franca evocando Giorgio La Pira, Nelson Mandela o Amintore Fanfani! Romano Prodi ha tentato di inventare una sorta di impossibile ”terza via” a-comunista. E’ stato disarcionato da Massimo D’Alema, il viticultore umbro che è ritornato in campo con la spada sguainata. Per eliminare chi non appartiene al ritratto di famiglia di via dei Caprettari.

Questo è dunque il panorama politico dell’Italia nel mite inverno dell’anno di grazia 2017, nigro notanda lapillo (mi scuso per il latinorum che mi viene in testa). E non è il caso davvero di consolarsi constatando che il riformismo socialista è in crisi in tutta Europa e nel mondo. L’Italia, finiti gli anni eroici della prima Repubblica, quelli in cui – parole dello storico Giovanni Spadolini “-  il nostro paese aveva  raggiunto “traguardi di benessere e di prestigio internazionale che non aveva mai conosciuto nella sua storia” è il fanalino di coda dell’Unione Europea, più malmessa della Grecia. Ed è in questo scenario che ogni giorno la nostra gente legge e ascolta le cronache delle liti acrimoniose fra gli attuali detentori della maggioranza nel PD e chi rivendica il diritto di cacciarli per ripristinare il “rapporto sentimentale” che si è spezzato con una parte dell’antico popolo dopo che hanno preso il comando del Nazzareno taluni militanti, capitanati da Matteo Renzi, colpevoli di non riconoscersi nel ritratto di famiglia immortalato nella cellula romana di Via dei Caprettari. Giova aggiungere che anche nella “componente” che si sente estranea a quel Pantheon sembra prevalere il desiderio di tenere insieme, non si capisce con quale mastice, l’amalgama non riuscito.

E tutto questo mentre l’Europa e il mondo vivono l’ancora imperscrutabile inizio di una novella storia. Poiché sono rimasti inascoltati Willy Brandt e Bettino Craxi, che hanno predicato nel deserto la necessità di colmare il divario economico e antropologico fra il Nord e il Sud del pianeta, l’Europa e l’America di Donald Trump subiscono  l’invasione dei disperati che  reclamano la condivisione del benessere. Ma non basta. La serenità delle popolazioni benestanti dei paesi democratici  è messa a repentaglio dalle scorrerie mortali delle orde del fondamentalismo islamico.

Tutto questo passa in secondo o terzo piano, oscurato dalle lotte intestine del PD: perisca il mondo, purchè vinca la fazione. Insomma: uno spettacola francamente indecente. Come avrebbe detto il famoso cronista Nicolò Carosio, il bel gioco politico latita. Mancano, o sono travolte dal regolamento dei conti acrimonioso, riflessioni di chi pratica l’arte della politica come esercizio spirituale, come riflessione e proposta  di chi vuole guardare alto e lontano. Soccorre ancora il latino: quos perdere vult, prius Deus amentat: il Signore fa uscir di senno quelli che vuol perdere.

E noi, resti emarginati di quell’umanesimo socialista che, come diceva Bettino, aveva saputo edificare la più alta civiltà realizzata dall’uomo sulla terra, cosa possiamo e dobbiamo fare?

Cari compagni, vi confesso che, dopo questa geremiade e mentre ho ancora meglio occhi le scene il dibattito  su LA SETTE fra il parolaio Speranza e il conduttore Corrado Formigli, sono esausto e sconsolato. Di fronte al pacato tentativo di Paolo Mieli, desideroso di introdurre nel confronto le regole del dialogo politico, Speranza enumera con cattiveria le sue granitiche certezze. Intanto, si avanza , come pretendente per la conquista dello scettro di segretario del PD, un alto magistrato pugliese.  Mi domando se si sta preparando Pier Camillo Davigo, anche lui super-attivo nelle comparsate televisive.

La mia geremiade è finita. Nei prossimi giorni dobbiamo abbozzare, facendo perno su questo giornale,  un progetto,  una mappa per aiutare l’Italia  a fuoruscire da questo pantano: ed anche per salvaguardare la nostra anima.

Fabio Fabbri

Un “colpo di reni” politico

L’Avanti! dei primi giorni del nuovo anno ha affrontato, per la penna del direttore, due questioni di primaria attualità: il possibile futuro di Matteo Renzi e la diaspora degli eredi di Craxi.

Esprimo il mio consenso sui due temi ed aggiungo, su entrambi, qualche mia riflessione.

1.- Che fine farà Renzi? Certo è malmesso, giacchè è sempre vero che niente ha più insuccesso dell’insuccesso. La rievocazione da parte del direttore dell’Avanti! di sconfitte seguite da grandi ritorni negli anni gloriosi della prima Repubblica è utile e opportuna, se è vero che la storia è maestra di vita. Ho conosciuto da vicino e stimato assai Amintore Fanfani. Sono stato anche suo ministro. Di lui sono noti gli alti e i bassi, i “corsi e ricorsi”, che furono anche chiamati “quaresime e resurrezioni”. Quel che è accaduto al veltro di Pieve Santo Stefano può succedere anche al boy scout di Rigano sull’Arno? Non lo escluderei, a patto che Matteo sappia elaborare il lutto della sconfitta, che è figlia dell’eccesso di fiducia in se stesso (superbia l’ha chiamata brutalmente Claudio Martelli su “Il Giorno”). Come ha detto Paolo Mieli, Renzi deve aspettare fuori dalla mischia, avere pazienza e compiere un nuovo percorso, anche personale, nel divenire della vicenda politica italiana. Sbaglierebbe se cercasse una rivincita immediata come capo del PD. Sbaglia certamente se ricerca la rivincita subito, in un nuovo lavacro elettorale. Deve capire che il Paese, dopo due anni di baruffa referendari a non può consentirsi, e tanto meno approvare, un altro, immediato periodo di baruffa elettorale, lasciando marcire i problemi che incombono: nella realtà economico-sociale della Nazione, nello scacchiere europeo, dove sono in calendario alcuni appuntanti “storici” e nella realtà internazionale. Su questo versante è altissimo il rischio di lasciare il ruolo di protagonisti assoluti a Vladimir Putin e a Donald Trump. Leggo su “Il Foglio” di sabato 7 gennaio è dello stesso parere anche il “nostro” Fabrizio Cicchitto.

Questo – elaborare il lutto e preparare il ritorno in campo con un nuovo progetto – è, a mio parere, il primo consiglio che Riccardo Nencini del Mugello deve dare al Matteo Renzi di Rignano.

Confesso che ho avuto simpatia per Renzi. Non sono andato a sostenerlo alle primarie per la segreteria del PD. Sono andato, per contro, a votarlo quando era antagonista di Bersani per la candidatura a Palazzo Chigi. Era allora davanti ai nostri occhi il bilancio disastroso della Seconda Repubblica, quella di Berlusconi, Prodi e D’Alema. Era anche forte la voglia di nuovo, la simpatia per chi aveva rottamato parte dei postcomunisti. E bastato allora il passa-parola con i compagni e gli amici del mio paese per determinare un risultato inatteso: i socialisti hanno fatto vincere il seggio a Renzi, commentavano incazzati i postcomunisti del luogo.

Se potessi essere ascoltato da Renzi, gli direi di non promuovere con frenetica urgenza spedizioni punitive nei confronti dei suoi nemici interni, fra i quali vedo impegnato con cattiveria il “nostro” Bersani, quello della parafarmacie, cittadino di Bettola, paese piacentino in cui lui non “vendemmia” tutti i voti che dovrebbero incoronare la sua leadership nazionale. Lo esorterei invece a progettare l’architettura di un nuovo programma, davvero capace di far uscire l’Italia dal pantano, promuovendo quella “ripartenza” troppo annunciata e mai arrivata.

Su questo versante, noi, piccola comunità socialista, possiamo dargli qualche aiuto, specialmente se avrà il seguito sperato la conferenza programmatica in cantiere, che noi chiamiamo “Rimini 2”, perché vogliamo che sia la continuità della leggendaria Conferenza del PSI che si svolse a Rimini, ove Claudio Martelli predicò l’alleanza fra merito e bisogno.

2.- Passo così al secondo editoriale di Mauro Del Bue, quello incentrato sulla “diaspora” socialista, conseguente alla chiamata in causa della magistratura da parte di alcuni socialisti dissidenti, con correlato annullamento del congresso, accompagnato dalla gogna dei socialisti su ‘Repubblica’ e sul ‘Fatto Quotidiano’ dello sghignazzante Marco Travaglio.

Per venir fuori da queste sabbie mobili serve un “colpo di reni” politico, non solo nel congresso, ma anche nelle assemblee provinciali e regionali che devono quanto prima essere convocate . E’ inoltre necessaria la concordia virtuosa ed operativa fra i massimi dirigenti del partito. Fra essi avranno un ruolo non secondario, oltre al nostro segretario, Riccardo Nencini e al Direttore che ha rilanciato l’Avanti!, Mauro Del Bue, i compagni che hanno meritoriamente ricostruito storicamente e tenuto vivi il pensiero e la storia del socialismo italiano dopo la “grande slavina” degli anni ’90. Mi riferisco a Luigi Covatta, che ha rilanciato Mondoperaio e a Gennaro Acquaviva che ha promosso l’Associazione Socialismo. Sono gli stessi che ora stanno allestendo la Rimini 2. Sono fiducioso, da inguaribile ottimista, che questo mio invito possa essere raccolto. Non vedo altre possibilità di uscita dal tunnel al di fuori della cooperazione fra questi quadrumviri. Ho un rapporto anche personale di stima e di affetto con ciascuno di loro.

Concludo rilevando che un ruolo importante per raggiungere la riva della nostra salvezza politica spetta anche a Bobo Craxi, non solo perché porta quel nome. Mi vengono alla mente le confidenze affettuose di Bettino mi ha fatto su suo figlio, quando egli si affacciava timidamente sulla ribalta dell’agone politico. Lui sperava che divenisse un virtuoso “figlio d’arte”. Gli voglio anche bene perché lui e la sua famiglia hanno subito una persecuzione, accompagnata dalla scomparsa in esilio del leader che aveva costruito il nuovo corso del socialismo italiano.

Mi domando, e domando a chi mi legge, se questa mia prosa accorata è una sorta di “mozione degli affetti”. Certo che lo è. Ma è anche la manifestazione di fiducia nell’intelligenza politica e nell’orgoglio di chi ha raccolto l’eredità del socialismo liberale italiano.

Fabio Fabbri

L’umanità e la politica di Giuseppe Avolio

Nel decennale della morte di Giuseppe Avolio, è stato ricordato al CONVEGNO DELLA CIA – ROMA 13 DICEMBRE 2016. Il socialista è stato più volte eletto Consigliere comunale ad Afragola, prima con il PSI e poi con il PSIUP.
È eletto deputato la prima volta nel 1958 e rieletto nel 1963 nelle liste del Psi; nel 1968 è eletto deputato nelle liste del PSIUP, sempre per la circoscrizione Napoli-Caserta. Avolio ricevette un importante riconoscimento per il suo impegno a favore dell’agricoltura europea anche dalla Repubblica di Francia che gli conferì la Gran Croce al Merito.


Il ricordo di Giuseppe

di Fabio Fabbri

avolio-2Esprimo la mia viva gratitudine ai familiari di Giuseppe Avolio e alla Confederazione Italiana Agricoltori che mi hanno chiesto di unire anche la mia voce a questa giornata di ricordi e riflessioni sulla personalità e sulla vita politica di Giuseppe Avolio. Rivolgo un saluto particolarmente affettuoso al Presidente emerito della Repubblica, Senatore Giorgio Napolitano.
Di Giusppe Avolio negli anni ‘70 avevo letto, con il piacere dell’idem sentire de Repubblica, scritti e discorsi. Poi ci siamo conosciuti da vicino quando nel 1976 sono stato eletto senatore nelle liste del PSI, candidato nel Collegio di Parma e in quello di Borgotaro-Salsomaggiore.
Fui chiamato a far parte della Commissione Agricoltura del Senato. Del settore primario mi ero intensamente occupato come Vice-Presidente della Provincia di Parma, eletto in un Collegio dell’Appennino. Mio padre, geometra di Tizzano Val Parma, decimo figlio di una famiglia di agricoltori, mi portava con sé, fin da ragazzo, quando era chiamato disciplinare i rapporti fra proprietari e mezzadri alla fine o all’inizio del contratto di mezzadria. Si occupava anche di forestazione e regimazione delle acque.
Il Presidente della Commissione era Emanuele Macaluso. Fu lui, a quanto ho potuto capire, che patrocinò la mia nomina quale suo Vice-Presidente. Fu ancora lui che mi nominò relatore per l’esame e l’approvazione del disegno di legge di riforma dei contratti agrari.
Ho sempre sospettato che a questa scelta non fosse estraneo Giuseppe Avolio, che a quel tempo, rientrato nella casa madre del socialismo italiano, era il mio “superiore politico” .
Ricordo i primi convegni che Peppino organizzò come responsabile della Commissione Agraria di un partito impegnato allora sul terreno squisitamente politico nella costruzione di quello che fu chiamato “il nuovo corso” del PSI.
All’incontro di carattere nazionale promosso da Avolio con i quadri provinciali impegnati nelle organizzazioni agricole, venne e prese la parola anche il nuovo segretario, Bettino Craxi. Ricordò un ammonimento di Pietro Nenni: “la terra è bassa”, per chi la deve coltivare. Parlai anch’io e fui promosso di fatto come il parlamentare del PSI esperto della questione agraria.
Iniziò allora il mio dialogo on Giuseppe Avolio, che divenne sempre più intenso di settimana in settimana. Lui era dotato del carisma che deve possedere un leader.
Era anche assai colto. La sua narrazione era organizzata per concetti chiari ed efficaci. Qualche volta si lamentò con me perché alcuni dei nuovi dirigenti del partito gli sembravano incolti. Conosceva bene, e talora citava, i maestri del marxismo, ma possedeva una vasta cultura generale e specificamente politica. Il nostro comune maestro e ispiratore fu allora Manlio Rossi Doria.
Frequentandolo imparavo a conoscere la sua capacità di esprimere e difendere, anche in modo appassionato e polemico, le sue tesi politiche: ma sempre al riparo dalla faziosità: anzi con l’orecchio attento alle ragioni dei suoi interlocutori, compresi gli avversari, sapeva realizzare rapporti cordiali ed anche amichevoli.
A quel tempo i nostri dirimpettai erano Giandomenico Serra, parmigiano e mio compagno di scuola al Liceo, allora Presidente della Confagricolutura, Arcangelo Lobianco, presidente della Coldiretti. A latere, ma protagonista combattivo e come me membro della Commissione Agricoltura del Senato, il mantovano Ferdinando Truzzi, Presidente della famosa o famigerata Federconsorzi.
Il nostro sodalizio fu rafforzato dalla decisione di Macaluso di nominarmi relatore per l’elaborazione ed approvazione, prima in Commissione poi in Aula, della legge di riforma dei patti agrari, che prevedeva la trasformazione della mezzadria e colonia in contratto di affitto. Mezzadri e coloni diventavano imprenditori agricoli, protagonisti del loro lavoro nelle campagne in cui avevano operato come subalterni dei proprietari del fondo.
Questa iniziativa riformatrice ebbe un impatto sociale molto aspro. Ricevevo ogni settimana lettere minatorie, spesso a nome delle vedove del proprietario del podere.. A causa delle ricorrenti minacce, mi fu assegnata la scorta. Peppino ed Emanuele mi incoraggiavano: la vita politica porta con sè qualche pericolo.
La legge fu approvata al Senato, sotto la guida dell’allora Presidente Amintore Fanfani, protagonista della prima Riforma Agraria. Fin da allora egli aveva così ammonito: “In due sulla terra non si può stare.”.
Questa mia prima esperienza in campo legislativo propiziò il mio successivo incarico di Sottosegretario all’Agricoltura, a fianco di Albertino Marcora.
Il dialogo fra i due, il socialista e meridionalista Avolio e il partigiano ed agricoltore Marcora, divenne subito amichevole.
Ma c’è un altro debito, che desidero saldare in questa occasione, nei confronti di Avolio. Il mio lavoro sui patti agrari fu talmente apprezzato da Fanfani da costituire fattore determinate per la mia prima nomina di Ministro della Repubblica. A Macaluso ho già raccontato come si svolsero i fatti.
Ero Sottosegretario all’Agricoltura quando Fanfani, nel dicembre del 1982 ebbe l’incarico di formare un nuovo governo. Mi chiamò Craxi per dirmi che “dovevo cambiare posto”. Protestai flebilmente, enfatizzando che stavo benissimo dove ero. Craxi mi fermò subito: “Guarda che farai il Ministro”. Lo statista di Pieve Santo Stefano mi raccontò poi questo suo dialogo con Craxi, che gli aveva trasmesso la lista dei parlamentari socialisti proposti come Ministri. Fanfani gli contestò che l’elenco era squilibrato per l’assenza di senatori socialisti. Rispose Craxi: “Nessuno me lo ha chiesto”. Fanfani: “Tu hai un senatore che merita di fare il ministro, è Fabbri”. Craxi: “Va benissimo.”. Fu così che diventai Ministro degli Affari Regionali nella vituperata Prima Repubblica.
Ho già ringraziato Emanuele Macaluso per la funzione maieutica che ha svolto per questa mia promozione. Oggi sento il dovere di gratitudine di dire ai familiari di Avolio che il merito di questa e di altre mie esperienze istituzionali è anche di Peppino.
Ricordo infine, ma non da ultimo, che fu Giuseppe Avolio a promuovere il mio rapporto di amicizia con Giorgio Napolitano e Gerardo Chiaromonte, ospiti con me a cena della indimenticabile signora Elisa. Ho memoria viva e grata di quelle sere: il piacere della conversazione politica era accompagnato dall’eccellenza del menù. Spesso, dulcis in fundo, arrivava “la pastiera”.
Bettino Craxi era a conoscenza di queste mie frequentazioni. Gli avevo spiegato che l’empatia – oggi si direbbe il feeling – con questi autorevoli senatori comunisti era iniziato da un mio incontro con Paolo Bufalini a Langhirano, a pochi chilometri da casa mia, dove insieme ricordammo la figura e l’opera del langhiranese Giacomo Ferrari, il leggendario comandante partigiano “Arta”.
Craxi incoraggiava queste mie relazioni, nell’ottica di quella che lui chiamava allora “la prospettiva laburista”.
Giuseppe Avolio – lui che ha militato nel partito di unità proletaria – è stato un riformista di successo, trasformando l’Alleanza dei Contadini prima nella Confederazione Italiana Coltivatori, poi nell’attuale Confederazione Italiana Agricoltori, caratterizzata dal primato del connotato imprenditoriale e dalla caratura europea dell’azione politica in campo agro-alimentare: non più zappaterra, non più la “turba di pezzenti effigiata da Rocco Scotellaro, ma imprenditori a pieno titolo.
Lo rivedo con il basco sul capo, alla guida dei suoi agricoltori che manifestavano a Bruxelles

con le loro bandiere, in difesa dei loro diritti.
Peppino era orgoglioso dei suoi imprenditori agricoli, con i quali intratteneva un intenso dialogo politico, economico e culturale, ravvivato da una intensa ed efficace attività editoriale. L’ultima sua creatura è la prestigiosa rivista “Nuova agricoltura”.
Giuseppe Avolio ha vissuto la milizia politica come esercizio spirituale.
La sua creativa azione riformatrice, caratterizzata dall’umanesimo imprenditoriale nella realtà agricola del Paese, appartiene alla storia della democrazia italiana.
La sua testimonianza di nobiltà della politica ci conforta ancor oggi, mentre il Paese vivi giorni difficili e confusi.
Per questo è stato giusto e doveroso ricordarlo oggi qui, in casa sua, con ammirazione e rimpianto.

È in grado il Pd
di guidare l’italia?

Come prima forza politica che oggi guida il Paese il P.D. merita rispetto. Ma il rispetto è sempre più diffusamente sostituito dal disgusto per lo scontro virulento fra i seguaci e i nemici di Matteo Renzi e dalla preoccupata consapevolezza dei danni che questa lotta quotidiana provoca sul  funzionamento del nostro sistema politico e dunque sul corpo vivo della Nazione.

Diciamoci la verità. L’acrimonia e la violenza con cui la minoranza bersanian-dalemiana stronca ogni giorno l’azione del proprio segretario del partito e capo del governo non ha l’eguale in nessun partito europeo.

Se debbo ricercare, però, con il regolo dell’assonanza, un precedente storico, La memoria corre subito alla dura contestazione che il gruppo dirigente del PCI sviluppò quotidianamente nei confronti dell’emergente leader socialista Bettino Craxi e della classe dirigente che assunse la guida del PSI a metà degli anni ’70. L’accusa ricorrente era  questa: è in corso, o è già avvenuta, una mutazione genetica.

Certo, la similitudine è solo approssimativa, anche perchè relativa ad un contesto diverso dall’attuale.  E tuttavia, se è sempre vero, come insegna Giambattista Vico, che la natura delle cose sta nel loro nascimento, non è arbitrario riconoscere nella foga distruttiva del post-comunista D’Alema, ed anche nella “buonista” di Bersani riminiscenze di stampo leninista: i nemici del partito-principe devono essere stroncati..

Non mi pare di esagerare. Questa è comunque la conclusione cui perviene chi interpella i cittadini.

Naturalmente, come ho già detto, l’accostamento ai tempi del nuovo corso socialista è improprio. Craxi aveva alle spalle il riformismo socialista di Turati e di Nenni, ma anche di Riccardo Lombardi e di Fernando Santi. Per di più, il PSI aveva sperimentato, partecipando ai primi governi di centro-sinistra, che è possibile, sia pure a fatica, attuare una politica riformatrice.

Renzi, invece, privo di questo retroterra ideale e programmatico, ha tentato – pragmaticamente e mettendo in campo una nuova classe dirigente – di colmare il vuoto politico-programmatico, associato alla depressione economica, che è il magro lascito della Seconda Repubblica: gli anni in cui hanno governato D’Alema, Prodi e Berlusconi, con il codicillo del deludente governo “tecnico” di Mario Monti, il deus ex cathedra che ha fatto fiasco.

Così stando le cose, merita attenta riflessione l’esegesi della attualità politica di Ernesto Galli Della Loggia, perspicuamente chiosata da Claudio Martelli negli articoli ospitati da Il Piacere della Lettura, supplemento de Il Giorno.

Secondo Galli della Loggia “Cambiando l’identità della sinistra italiana Matteo Renzi obbliga anche la Destra a cambiare la propria. Ma la destra non se n’è accorta e perciò continua ad annaspare”.

L’analisi di Martelli coglie nel segno quando rileva che siamo di fronte alla “crisi d’identità dei partiti e degli schieramenti attuali, di destra e di sinistra”, accompagnata dalla “pratica sparizione di tutte le principali formazioni e culture politiche del ‘900”.

Questo terreno politico terremotato è lo scenario dell’aspra, e ormai quasi stucchevole battaglia sul referendum costituzionale. I propugnatori del Si, a parte Renzi, eccedono in compostezza: dopo molti lustri di conati riformatori improduttivi, finisce il bicameralismo paritario; l’Italia può finalmente diventare una democrazia decidente.  Il fronte  del NO è invece granguignolesco  ed è guidato dalla armata Brancaleone  così ben effigiata sulla Stampa del 16 ottobre: “D’Alema, Fini, Quagliariello, Brunetta, Romani, Bernini, Matteoli, Gasparri, Schifani, i leghisti Giorgetti e Fedriga, Civati, il segretario dell’UDC Cesa, l’ex premier Dini, Giuseppe De Mita, Mario Mauro, Cesare Salvi.”. Ci sono da aggiungere Mario Monti, il deus ex machina Universitatis, aspirante statista senza successo, l’ineffabile Antonio Ingroia e il redivivo Ciriaco De Mita da Nusco.

E’ quasi paradossale che quel che resta della del centro-destra italiano, compreso il troncone berlusconiano – che mal sopporta il “papa straniero“ Stefano Parisi  “al comando” – si unisca al coro di chi, da sinistra, denuncia il pericolo e lo spettro del “partito della nazione” in arrivo, peraltro positivamente sperimentato dal laburista Tony Blair.

Insomma alla crisi della sinistra, incarnata dal post-comunismo e dagli stanchi eredi dell’Ulivo, l’amalgama non riuscito, fa riscontro, sull’altro versante, una destra senza nerbo, accerchiata dal grillismo e dal populismo neo-leghista  di Salvini (“sotto la felpa, niente”). Sullo l’astro sorgente Stefano Parisi. L’ho conosciuto. Ma non so se possieda la leadership necessaria per dar vita a quella destra liberale che non c’è.

L’accusa più sferzante che viene rivolta dalla minoranza del PD a Renzi  è di  aspirazione autocratica, aggravata dalla ricerca di consensi sul fianco destro.

Ricordo a me stesso che anche i socialisti di Craxi furono accusati di cercare consensi a destra: rinverdendo il “socialismo tricolore”, rivalutando l’idea stessa di Nazione e rivendicando il primato italiano in campo alimentare, nella moda, nello sport ed anche enfatizzando ilvalore delle nostre Forze Armate. Ho ancora in mente una riunione della Direzione del PSI che si tenne dopo un risultato elettorale incoraggiante. Craxi ci disse dei risultati della ricerca sulla provenienza del “nuovi voti”.  Un gruzzolo era di ex elettori del M.S.I. “Per parte mia – celiò –, ho contribuito con i miei stivali!”.

Si tratta ora di vedere se “Il trasformismo del Giovin Premier” – così lo definisce il sotto-titolo del saggio di Martelli su Il Giorno – concorrerà alla vittoria del Si nel Referendum del 4 dicembre.

Se poi, quale che sia l’esito del Referendum, continuerà la guerra guerreggiata all’interno del PD, questo partito diventerà unfit to lead Italy, per mutuare la sferzante battuta dell’Economist nei confronti di Berlusconi e del suo partito. In ogni caso, quale che sia l’esito del referendum, la situazione internazionale, la crisi disastrosa dell’Unione Europea, il rischio del figlio di Gianroberto Casaleggio alla guida del Paese, rendono necessario un governo di larghe intese che comprenda almeno una parte di Forza Italia: con il riconoscimento implicito che Pierferdinando Casini e Angelino Alfano hanno avuto ragione. Non è dunque senza significato l’incontro al Quirinale di Berlusconi con il Presidente della Repubblica.

Fabio Fabbri

Alla guerra come alla guerra?

Mi è venuta alla mente in questi giorni una frase che ho sentito tanti anni or sono da Francesco De Martino, che era un eccellente oratore, oltre che uomo di profonda cultura: “Nelle avversità si manifesta la forza morale degli uomini, se essi hanno coraggio”. Sembra scritta da Tacito. Non v’è dubbio che, dopo il 13 settembre a Parigi, le democrazie occidentali e l’intera comunità internazionale debbono affrontare la più drammatica “avversità” dal 1945 ad oggi.

Mi è vento spontaneo completare così la massima: “Il coraggio e la forza morale sono essenziali quando si tratta di persone investite di alte responsabilità istituzionali”.

Fissati questi punti di orientamento, mi sono domandato se il capo del nostro governo, ma anche i governanti le maggiori potenze europee agiscono in questi giorni applicando questo principio.

Da Londra arriva ora la sola risposta affermativa. Solo gli inglesi non si limitano a cantare La Marsigliese negli stadi.

Per tutti gli altri soci dell’Unione Europea resta vero quanto ha scritto icasticamente Paolo Valentino sul Corriere della Sera del 19 novembre: “Nella guerra all’ISIS la Francia è sola in Europa. E la Marsigliese non può bastare.”.

Anche il nostro Presidente del Consiglio, che pure ha fama di decisionista, si distingue per prudenza. Nel frattempo le cronache danno notizia che sono in preparazione nuovi simposi politici alla “Leopolda” e che il PD sta organizzando nuovi “banchetti”.

Dall’Europa dunque è arrivata, al cospetto di questo drammatico tornante della storia, la delusione maggiore.

Il Presidente della Repubblica di Francia ha preferito invocare la clausola della solidarietà difensiva prevista nel Trattato dell’Unione Europea, anziché quella contenuta nello statuto della NATO. Una decisione comprensibile, se si tiene presente che essa consente più agevolmente la cooperazione, anche militare, con la Russia di Vladimir Putin; che infatti è oggi il solo alleato in guerra della Francia. “Come contro Hitler”, ha efficacemente chiosato l’ex capo del KGB : una sottolineatura politicamente accattivante.

A questa istanza di “cobelligeranza” ha invece fatto riscontro il lento avvio del soccorso dell’Unione Europea, reso esplicito nella dichiarazione protocollare dell’Alto Rappresentante dell’UE, Federica Mogherini, che rimanda ad accordi bilaterali fra gli Stati dell’Unione e la Francia.

Il Presidente della Commissione Jean Claud Juncker avrebbe avuto l’occasione per dar prova della sua statura di statista-guida del Vecchio continente. Ma non lo ha fatto. Anzi, dopo una settimana dall’eccidio di Parigi, non ha ancora convocato la riunione dei Capi di Stati e di Governo dell’Unione.

Ma non basta; non risulta che il Parlamento Europeo si sia riunito in solenne seduta, per chiamare alla guerra a fianco della Francia gli Stati membri.

Il ritmo dei vertici e delle decisioni dell’U.E. è al rallentatore. Non solo non c’è l’Esercito Europeo che invocavo quando, tanti lustri or sono, ero Ministro del secondo Governo Craxi, ma non esiste neppure un Intelligence Service Europeo.

Purtroppo, anche nel Parlamento italiano non c’è stato un dibattito all’altezza dell’ora grave ed un pronunciamento di solidarietà attiva, anche militare, alla Francia.

Siamo dunque costretti ad ammettere: “Meno male che Putin c’è”; senza dimenticare che il suo è un neo-zarismo di intonazione proto-sovietica. E tuttavia, come dimenticare il realismo di Franklin Delano Roosevelt e Winston Churchill che si allearono con Stalin per liberare il mondo dal nazismo?

Leggo sui giornali che Renzi è accusato di “andreottismo”. Il paragone mi sembra inappropriato. Giulio Andreotti, certo, era assai prudente, sapeva dialogare con il mondo arabo e, particolarmente, con Arafat, ma non ha esitato ad assecondare Craxi al tempo, glorioso per l’Italia, di Sigonella.

La verità è che incide negativamente sul corso di questi drammatici eventi l’obsolescenza di Barak Obama come leader delle libere democrazie dell’Occidente. È un’eclissi che prende avvio dal fallimento sostanziale della guerra irachena contro Sadam Hussein, un errore ammesso a posteriori da Tony Blair. Purtroppo questo vuoto di leadership non è stato colmato dall’Europa.

Ho letto con attenzione l’editoriale del mio amico Enrico Cisnetto sulla rivista “Terza Repubblica”, come sempre accortamente motivato, che elogia la “prudenza” del nostro governo.

E tuttavia non mi hanno convinto gli argomenti messi in campo. Il primo è di diritto internazionale “bellico”: non è lecito dichiarare guerra contro i terroristi che non sono soldati e non hanno uno Stato. Mi pare una tesi debole, giacché è sempre lecito organizzare una “guerra giusta” (uso il lessico del famoso trattato di Michael Walzer) contro chi ti aggredisce ed è dotato di una sua base territoriale certa. Ed è del pari ininfluente che alcuni dei terroristi siano diventati cittadini europei; neppure mi convince l’evocazione della drole de guerre del 1940.

La mia convinta opinione è che l’Italia debba coerentemente assicurare la solidarietà anche militare alla Francia di Holland e chiedere che gli altri Stati membri dell’Unione facciano altrettanto. Così sta facendo l’inglese Rod Cameron; così avrebbe fatto sicuramente Bettino Craxi, lo statista che non esitò, in collaborazione con Francesco Cossiga, a far approvare dal Parlamento l’installazione degli euro-missili quando l’Unione Sovietica puntava sulle nostre città i suoi missili SS20.

E’ anche tempo di decidere in che modo l’Italia parteciperà alla guerra in corso contro il Califfato. Pare quasi inevitabile che saremo chiamati ad assumerci un compito militare non irrilevante in Libia, che è a poche miglia dalle nostre coste. Eugenio Scalfari, nel suo editoriale di domenica, ha dato a Renzi un consiglio che a me pare giusto: l’Italia si assuma il compito di allestire i campi di accoglienza ed identificazione dei migranti provenienti dai Paesi sub-sahariani. Un obiettivo che comporta l’occupazione manu militari di una parte della Libia. È il minimo che ci si può richiedere. Le mie conoscenze dell’apparato militare rimontano al ’94, ai tempi della spedizione dell’ONU in Somalia. E tuttavia sono fiducioso che le nostre Forze Armate saprebbero svolgere questo compito con coraggio ed onore.

Fabio Fabbri

 

 

Perché è meglio che
la Gran Bretagna resti nell’UE

Se è vero che Europa vuol dire terra dell’occaso, il tramonto del sogno dei padri fondatori dell’Unione Europea è di lunga durata, ma rischia di non trovare il suo pieno avveramento.

Non è questa la sede per un excursus storico riguardante la lenta e faticosa macchina europea: una progressione lenta, anche se per molti versi coraggiosa, ma, a voler essere sinceri con noi stessi, funestata da non poche delusioni. L’allargamento è stato frettoloso ed ha creato, con l’inclusione degli Stati che appartenevano alla sfera di dominio dell’Unione Sovietica, una dicotomia preoccupante. Intanto bussano alla porta gli stati dei Balcani, anch’essi conservando una sorta di loro distinzione-separatezza.

Ricordo alcune conversazioni con Carlo Azeglio Ciampi, europeista convinto e deciso, che enfatizzava la necessità che l’allargamento fosse accompagnato dall’approfondimento: il cammino a due velocità verso il traguardo della Federazione.

La crisi in Ucraina ha anche impedito la graduale realizzazione di un rapporto “cordiale” con la Russia post-sovietica. Ma ora, dopo i fatti sanguinosi di Parigi, l’Europa deve parlare con una sola voce, e con una azione coordinata, per partecipare in primo piano alla terza guerra mondiale che è già in corso.

Ma poiché sarebbe presuntuoso dar fondo in questa nota a tutti i problemi che “l’assenza” del soggetto Europa (ancora gigante economico e nano politico e militare) pone a tutti e a ciascuno degli Stati membri, intendo limitare la mia riflessione a quello che a me pare ingiustamente negletto: il rischio di fuoruscita dall’Unione del Regno Unito, di cui si è in questi giorni occupata in un lucido articolo Marta Dassù sulla Stampa.

Lo faccio lanciando un allarme: l’Europa non può perdere l’Inghilterra, non sarebbe più Europa. Noi non possiamo fare a meno di Londra, la capitale che per alcuni anni ha resistito all’offensiva del Terzo Reich. Confesso che questa mia predilezione per quella che il fascismo chiamava la “perfida Albione” è influenzata da molteplici ragioni strettamente personali.

Ho conosciuto il primo suddito della Regina d’Inghilterra nel 1944, in casa mia. Era il capitano Holland, paracadutato in Alta Val Parma per guidare-controllare le formazioni partigiane. Dopo due mesi era riconosciuto da tutte le Brigate come guida guida capace, professionalmente indispensabile. La mia prima occupazione è avvenuta nelle campagne della valle dell’Avon, non lontano da Stratford. Amo la storia e la letteratura inglese. Da Ministro della Difesa  ho negoziato, alla luce del sole, l’acquisto dalla Royal Air Force di una flotta di aerei che servivano alla nostra Aeronautica. So bene che Londra è una della più popolate città…italiane, specialmente dalle elites che operano nell’economia e nella finanza. Qui vivono e lavorano 250 mila italiani. Anche quelli provenienti dalle valli del mio Appennino si sono fatti strada e sono fieri della loro duplice nazionalità.

Aggiungo infine che come sottosegretario all’Agricoltura e come Ministro delle Politiche Comunitarie ho attivamente collaborato con i Ministri del Regno Unito per gettare le masi del Mercato Interno dell’Unione.

Chiudo la parentesi per ricordare che l’Inghilterra è la patria del liberalismo, della Società Fabiana, del laburismo, delle Trade Unions, di Clement Attlee e di Tony Blair.

Insomma, se l’Europa perde l’Inghilterra perde se stessa.

Stanno per iniziare i negoziati fra L’Unione e il Governo di David Cameron in vista del Referendum che potrà decidere la secessione.

E’ di decisiva importanza che il negoziato si concluda con un’intesa che favorisca il rigetto dell’opzione anti-europea.

Trovo preoccupante che di questo appuntamento cruciale per la storia dell’Europa e dell’Occidente si parli pochissimo – anzi, quasi niente – in Parlamento, sui giornali, nel dibattito politico.

Immagino invece quanto sarebbe stata rilevante la questione ai tempi del socialismo di Bettino Craxi.

Noi, oggi, siamo una piccola comunità, erede di quella tradizione e dovremmo attivarci, per quel poco che possiamo fare, magari d’intesa con chi nel PD è incaricato di occuparsi dei problemi europei ed internazionali.

Una volta, per emergenze politiche di questa natura, si organizzava una “missione” per incontrare i compagni dell’altro partito del socialismo europeo. Perchè oggi dovremmo rimanere inerti? Sarebbe utile e doveroso promuovere il dialogo con il Labour Party: dunque  anche con il neo segretario-Corbyn, che non è poi il diavolo.

Altre considerazioni che mi sembrano meritevoli di attenzione. È bene contrastare  l’ipotesi, di cui si notano le avvisaglie, di un’Europa neo-carolingia. Ha poi ragione l’ex sottosegretario Dassù quando prevede che l’uscita dell’Inghilterra dall’Unione agevolerebbe il distacco della Scozia dal Regno Unito, favorendo così la formazione di un’Europa costellata di tante “piccole patrie” (prima o poi, le nazioni dei Balcani e l’Albania).

Infine, la fuoruscita dall’Europa potrebbe trasformare l’Inghilterra in una sorta di proiezione oltre-atlantica degli USA, mentre è opportuno che il rapporto  fra gli Stati Uniti e l’Europa sia diretto.

Confido, in ogni caso, che i nostri dirigenti potranno promuovere – sul punto specifico, oltre che sulle altre questioni relative alla politica europea – una discussione ed un pronunciamento in sede parlamentare.

Fabio Fabbri

Fabio Fabbri
Italicum, Costituente, Europa …
le cose che avrei voluto dirvi

Un malanno di stagione, che si è aggiunto ai molti anni, mi ha impedito di partecipare alla Conferenza programmatica di Roma. Dai resoconti dell’Avanti! e dai racconti di alcuni compagni che hanno avuto un ruolo attivo nel simposio, pare a me che sia stato fatto un buon lavoro. Poiché, come accade in queste rivisitazioni dei problemi aperti, il rischio è di mettere troppa carne al fuoco, elenco alcune “campagne d’azione” che privilegerei, riprendendo alcune scelte prioritarie che ho in passato elencato sull’Avanti!.

1.- Via la legge elettorale truffa. Cambiare dunque quella orrenda, l’Italicum, con cui si vogliono portare i cittadini alle urne è davvero il porro unum et necessarium.

Ugo Intini sull’ Avanti! l’ha definita l’anomalia groco-romana. Con il premio di maggioranza attribuito al partito che ha ottenuto meno, molto meno del 51%, come prevedeva la cosiddetta legge-truffa d’antan, si infligge un vulnus insanabile alla regola fondamentale della democrazia, secondo la quale governa, dunque guida il Paese, chi ha ottenuto la maggioranza dei suffragi.

In questa battaglia, mi alleerei anche con il diavolo, dopo aver posto con correttezza, ma anche senza diplomazia, la questione al PD, nelle cui liste sono stati eletti i parlamentari socialisti. Occorre svegliare dal sonno i giornali e le televisioni, specialmente quelle che ospitano Salvini e la Meloni un giorno sì e l’altro pure.

Ma servono anche molti incontri per rendere edotti i cittadini e per costruire alleanze.

E perchè non pensare, al termine della campagna, ad un appello solenne al Capo dello Stato?

2.- Una campagna per l’elezione di un’Assemblea Costituente con metodo rigorosamente proporzionale. È, questo, un nostro vecchio cavallo di battaglia. Dobbiamo motivarlo in modo appropriato, in primo luogo a fronte del sostanziale disastro dell’ordinamento regionale. In quella sede verrà al pettine anche il problema ormai fatiscente del ruolo e del governo della Magistratura nel nostro ordinamento costituzionale. La nostra cassetta degli attrezzi è pronta per essere utilizzata, sulle due questioni: default delle Regioni e trionfo della giustizia ingiusta, tara dell’Italia come in nessun altro paese dell’Occidente.

3.- Sono andato a rileggere, dopo quasi …cent’anni, le mie relazioni di Ministro per le politiche comunitarie del secondo Governo Craxi. Illusioni e speranze tradite. Poiché siamo ancora partito membro del PSE, dobbiamo sollecitare con fermezza l’altro partito “fratello”, il PD, che ha aderito al PSE, a porre insieme a noi l’esigenza di affrontare la “questione Europa” all’interno della comunità socialista e socialdemocratica europea, nella consapevolezza che funziona poco e male il Parlamento di Strasburgo e che si elude, da parte dei maggiori Stati dell’Unione, il problema cruciale: la necessità della “grande riforma”: il salto dunque dalla confederazione alla Federazione, anche dando vita ad una Europa “a due velocità”. Vengono in rilievo anche il rapporto euro-atlantico e le relazioni con la Russia, alleato necessario nella lotta al Califfato Islamico.

È vero che la socialdemocrazia europea è in crisi. Ma, proprio per questo, è necessaria una risciacquatura dei nostri panni storici anzitutto a Berlino (per non dire a Bad Godesberg), a Parigi, a Londra e a Stoccolma.

4.- Vado ora alle questioni italiane, che mi sembrano davvero urgenti.

La prima riguarda la debolezza del Governo nel contrasto al dissesto idrogeologico. È fresco di stampe il libro di Erasmo d’Angelis, oggi direttore dell’Unità e già responsabile del nucleo attivato presso la Presidenza del Consiglio per affrontare e rimuovere la vergogna del bel “Paese nel fango”.

Un grande piano dello Stato (le Regioni hanno fallito anche su questo versante) per garantire la sicurezza dell’intero territorio nazionale – Sicilia compresa come ammoniscono gli eventi orribili di Messina e dintorni – è oggi la vera priorità. Il piano dovrà finalmente tener ben presente che la montagna dimenticata si vendica sul fondovalle. Il Piano nazionale, che dovrà anche variare la struttura del Ministero competente, sarà anche fonte di lavoro: e non soltanto per le solite grandi imprese. Viene alla mente la roosveltiana Tennessee Valley Authority.

5.- La lista sarebbe ancora molto lunga, ma, lasciando ad altri il compito di completarla senza renderla infinita, mi accontenterei che si cominciasse da queste emergenze, affiancando ad esse la nostra proposta della partecipazione dei lavoratori al governo delle imprese, come avviene da anni in Germania e la revisione della normativa che disciplina gli istituti di credito.

6.- Aggiungo un “fuori-sacco”. È tempo di ragionare sulle elezioni cruciali della prossima primavera, nelle capitali d’Italia.

Sul punto serve un dibattito che faccia perno sulle varie e diverse situazioni. A Torino il candidato in pole position è Piero Fassino. Resta da decidere come i socialisti all’ombra di Superga intendono organizzare la loro presenza.

E a Roma, a Napoli, a Milano, a Bologna?

Gli esperti in politologia stanno constatando che i partiti – o meglio: quel poco che resta del sistema dei partiti dopo l’affossamento della Prima Repubblica – non sono in grado di allevare nel loro seno le elite pronte ad assumere le massime responsabilità istituzionali alla guida della città, grandi o piccole che siano.

Per la verità era così anche verso la fine della Prima Repubblica, se è vero che Craxi chiamò ad alte responsabilità istituzionali alcuni sommi “papi stranieri”, come Franco Reviglio, Renato Ruggero, Antonio Ruberti, Massimo Severo Giannini. La politica, quando non sa preparare nel suo seno le “guide” che servono alla collettività, non deve rinunciare ad acquisire le aristocrazie presenti nella società civile e disponibili ad assumere responsabilità pubbliche.

La mia opinione, per quel poco che vale, è che i socialisti, ove necessario, scelgano o consiglino candidature prestigiose “esterne”, facendosi anche promotori a questo fine della formazione di liste civiche dotate di un programma intriso di buongoverno.

Volendo estremizzare, a Roma non escluderei un dialogo con la lista civica di Alfio Marchini.

La mia meditata esperienza locale mi insegna che i cittadini, a fronte di liste duramente partitocratiche (nel mio caso confezionate dalla nomenclatura post-comunista) preferiscono la lista civica che presenta un candidato-sindaco stimato.

Così è avvenuto nel parmense in molti Comuni, compreso il mio e, da ultimo, a Langhirano, la capitale del prosciutto, dove comunisti e post-comunisti governavano dal 1945 con maggioranze bulgare: la lista civica ha conquistato l’80 per cento degli elettori.

Mi scuso per questi cenni rivolti a “casa mia”, e aggiungo, anzi, che anche a Parma. già ducato di Maria Luigia, si avverte sottotraccia la voglia di una lista civica guidata da una personalità eminente, con o senza il sostegno del PD, rivelatosi finora troppo timido nel contrastare le scelte penalizzanti e sbagliate della Regione, imperniate sull’egemonia dell’asse Bologna-Modena.

Fabio Fabbri

Talk show, ovvero la noia
della Seconda Repubblica bis

E’ già passata molta acqua sotto i ponti da quando, su queste colonne, ho enfatizzato l’infima caratura politica dei cosiddetti talk show, nuova e stucchevole moda mediatica della ansimante seconda Repubblica bis. Invitavo allora i compagni a “staccare la spina”, o almeno a cambiare canale.

Purtroppo la nuova moda non è stata archiviata: ha attecchito in tutti i canali, con aumento della durata dei tornei oratori, del ruolo dei conduttori, sempre più convinti di essere i nuovi eroi omerici. Crescono anche a dismisura i compensi di questi divi del picco schermo e la durata delle loro prestazioni.

Complessivamente, la solita minestra rancida, un brodo sempre più lungo e indigesto, senza novità: anzi all’insegna dell’eterno ritorno del sempre eguale. Anzi, il martedì due talk show in contrapposizione. Intanto l’indice di visione e di ascolto, in americano share, precipita. Ma si va avanti come se nulla fosse accaduto, con le solite facce, le solite Meloni, la solita piacentina de Micheli, l’insulsa Pina Picerno, l’onnipresente bauscia Matteo Salvini con felpe di ricambio appresso: per non dire del solito Maurizio Landini, simpatico reggiano di S. Polo d’Enza, con il quale ho amici in comune, che si distingue per le bianche canottiere a collo alto che emergono dalla camicia.

Confesso che ho un debole per Lilli Gruber, a suo tempo scaraventata in video dal nostro indimenticabile Antonio Ghirelli. Ho letto i suoi romanzi che coincidono con la storia della sua famiglia altoatesina, ad un tempo ostaggio di Mussolini e di Hitler. Vive fra Roma e Parigi, ma nel maso di famiglia possiede il suo meleto. Ha un vantaggio: il suo salotto ha una durata breve, a petto delle ore ed ore di Paragone, di Formigli, di Giannini e di Floris. E tuttavia alcuni dei suoi ospiti preferiti sono insopportabili: lo Scanzi fresco di abbronzatura da lampada e il tuttologo Carlo Freccero con la boccuccia a cul di pollo, capace di far carriera accarezzando la barba di Grillo. Spesso compare il ghigno di Marco Travaglio, che si compiace di se stesso.

Alla mia Lilli vorrei dare un consiglio. Riduca il numero settimanale delle sua prestazioni e lanci nuovi personaggi, lasciando a casa i soliti arci-noti.

E Crozza? E’ bravo, ma il troppo stroppia e non basta chiamare Floris “Giovà” per fare spettacolo ed ironia. Salvo Lucia Annunziata, che scandaglia un personaggio la settimana. Rifletta se ridurre la durata della sua “Mezz’ora”.

Un consiglio vorrei dare anche ad Enrico Mentana, un vero giornalista di cui ho stima. Lui si è meritato il premio intitolato a Baldassare Molossi, il mitico direttore delle Gazzetta di Parma, che fu mio maestro di giornalismo ed amico. “Bersaglio Mobile” di Mentana è un canovaccio diverso dai talk show. E’ incentrato sulla dialettica di approfondimento. Dovrebbe essere, salvo eccezioni connesse alla importanza del fatto al centro del dibattito, più breve. Ma, per favore Mentana, non partecipi, a mo’ di nobile rinforzo, ai talk show dei Floris, dei Giannini, dei Paragone e dei Formigli, tutti da mesi e mesi in sovraesposizione.

Capisco l’obiezione dei miei nobili lettori: “Dai la prova di essere un profondo conoscitore di queste  uggiose trasmissioni, dunque le guardi quasi ogni sera.”.  Rispondo che saltabecco dall’una all’altra brodaglia per esprimere poi il mio giudizio, che è quello che sto argomentando: i talks sono l’abbrutimento noioso del dibattito politico, con la pretesa dei conduttori di essere lori i veri protagonisti della vita politica. Dunque, compagni e lettori: un’occhiata per acquisire la ripugnanza necessaria per cambiare canale, ovvero, in alternativa, per staccare senza indugio la spina.

Fatelo senza pentimento e senza pietà. Aggiungo che i nostri rappresentanti in Parlamento dovrebbero, almeno per la RAI, interrogare i membri della Commissione di Vigilanza ed invitare con un atto solenne i membri del Governo e del Parlamento a disertare questi bolsi riti del dopocena.

Riflettiamo insieme su questa semplice verità: nelle altre democrazie dell’Occidente non è rinvenibile niente di simile, anche se non mancano appropriati format che consentono al giornalista di interrogare, incalzandolo, l’uomo politico e di realizzare un buon giornalismo di inchiesta.

Non vi stupirete se confesso che ho molta nostalgia per “Tribuna politica”, organizzata secondo le regole del “question time”, intessute di reale dialettica. Chi ha la mia età ricorda i duelli fra Giancarlo Paietta e il giornalista saragatiano Romolo Mangione, ma anche i dibattiti veri che avevano come protagonisti Nenni, Berlinguer, Craxi, Andreotti, La Malfa e Malagodi, con un moderatore che disciplinava i tempi del confronto. O gran bontà dei cavalieri antichi!

Fabio Fabbri

Caro Bersani, la difesa
del suolo non è un’opzione

Valli piacentineLettera aperta a Pierluigi Bersani 

Caro Bersani,
ho seguito con commozione quanto è accaduto nei giorni scorsi nelle Valli piacentine che ti sono care, sconvolte dalla furia del dissesto idrogeologico. Hai commentato il disastro con un accorato grido di dolore. Comprendo appieno la tua sofferenza. Negli anni scorsi, in Val Parma e Val d’Enza, le “Terre Alte” di casa mia, hanno subito un analogo sconvolgimento tellurico, ed ancor oggi bel lungi dal ripristino e dalla “messa in sicurezza”. Il mio paese, Tizzano, aspetta ancora che si provveda al consolidamento del capoluogo, dichiarato a rischio dall’Autorità di Bacino. La rete viaria, anche a causa della pasticciata abolizione della Provincia, è indecente: una vera violazione dei nostri diritti di cittadinanza. Chi ha perso la casa non è ancora stato indennizzato. La strada che da sempre collega la città con la stazione invernale di Schia è ancora interrotta da una voragine.

Come spesso accade, la montagna dimenticata è fonte di danno a valle. Infatti, lo scorso anno Parma è stata alluvionata.

Come sai meglio di me, la questione appartiene alla storia d’Italia. Giorgio Bocca, parafrasando una famosa frase di Giustino Fortunato, definiva il bel Paese uno “sfasciume pendulo in perenne frana”.

Il Parlamento e il Governo negli anni della vituperata Prima Repubblica hanno affrontato il problema sulla base del dossier della Commissione De Marchi, prima, e, subito dopo, del rapporto dei senatori Noè e Rossi Doria.

Verità vuole che si dica che, pur in presenza di alcuni interventi, non si è mai approdati alla realizzazione di un organico piano nazionale di difesa del suolo. Anzi, la situazione si è aggravata con l’attribuzione di competenze istituzionali in questo campo alle Regioni. Penso di non esagerare se affermo che le Regioni hanno operato in modo insoddisfacente e spesso inefficace, allegando a giustificazione la mancanza di un piano generale dello Stato. Per di più, la programmazione e l’azione delle Autorità di bacino sono state ostacolate dal primato esercitato dal potere politico (gli assessori regionali) rispetto alla governance tecnica.

Aggiungo che nel ventennio alle nostre spalle, caratterizzato dalla assorbente disfida pro e contro Berlusconi, è del tutto mancata una vera politica nazionale e regionale di messa in sicurezza del territorio, accompagnata da un programma di sviluppo economico della montagna. Si è così trascurato il monito di Manlio Rossi Doria: solo una montagna popolata, viva e dunque immune dal sottosviluppo, può essere difesa. Si è così obliterato che solo l’opera dell’agricoltore può realizzare la bonifica e il governo delle acque delle singole unità poderali e conseguentemente dell’intera pendice che le ospita. Forse esagero, ma sono le Regioni, competenti in materia agricola, forestale ed idraulico-forestale, che hanno mal gestito il loro compito di garanti del governo delle acque nei bacini montani.

È dunque necessario aprire un capitolo nuovo, se vogliamo interrompere la dissennata consuetudine di erogare a posteriori cospicui finanziamenti per rimediare male e tardi i danni che si sarebbero potuti evitare spendendo molto meno nell’opera di cura e manutenzione preventiva del territorio.

Finisco qui la geremiade sul passato. Accenno soltanto ad altri errori: le costruzioni a ridosso degli alvei di fiumi e torrenti, l’omessa cura e manutenzione dei corsi d’acqua minori, la mancata realizzazione delle casse di espansione e degli scolmatori delle piene.

Oggi è necessario voltare pagina: il piano nazionale per la difesa del suolo deve essere elevato a priorità delle priorità politico-istituzionali.

Noi della piccola comunità socialista che si chiama ancora PSI affronteremo e approfondiremo questa primaria emergenza della Nazione nella nostra conferenza programmatica che stiamo organizzando. Essa sarà accompagnata da convegni regionali e locali. Naturalmente saremo molto lieti se vorrai onorarci delle tua partecipazione, magari traversando l’Appennino da Bettola a Tizzano.
Ma questo è un aspetto secondario. La ragione di questa mia lettera è un’altra.

Per debellare finalmente il cancro dello sfasciume è necessario che il maggior partito del Paese, quello che esprime il Presidente del Consiglio e di cui sei autorevolissimo dirigente, decida di interrompere la dissennata politica dell’oblio e si attivi con fermezza per dotare il Paese di nuova legislazione in materia, accompagnata da un piano operativo provvisto dei necessari mezzi finanziari: una normativa volta anche a chiarire i rapporti fra lo Stato e le Regioni, e fra le Regioni e le Autorità di Bacino, avendo di mira la sicurezza idrogeologica dell’intera penisola.

Insomma, e venendo al sodo, voglio enfatizzare che quella che tu chiami affettuosamente “La Ditta”, avrebbe il dovere, magari affievolendo il pathos che caratterizza le vostre quotidiane lotte intestine, di porre al centro dell’agone politico-parlamentare l’obiettivo della messa in sicurezza del patrio suolo. Insomma: un colpo d’ala, ora e subito, con tutta l’urgenza che il caso impone: Valnure docet, anche con i suoi lutti.

A suo tempo ho apprezzato le tue “lenzuolate” liberalizzatrici. Ma la messa in sicurezza dell’intero Paese sarebbe davvero la lenzuolata-mappatura di valenza storica! Non dimentichiamo che questo piano nazionale sarebbe anche fonte di lavoro e occupazione, anche per le piccole e medie imprese presenti nelle zone montane.

Mi scuserai se mi sono permesso di usare il tu in questo dialogo. Cosi si interloquiva una volta fra socialisti e comunisti. E così abbiamo fatto quando ci siamo incontrati qualche volta a Parma dopo la grande slavina giudiziaria del 1992, che ha partorito la seconda Repubblica.

Con un cordiale saluto,

Fabio Fabbri