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Fabio Fabbri

Confederare le forze per combattere gli sfascisti

Fa davvero riflettere il perentorio monito dell’ex Ministro Calenda, ospitato a fine pagina del Corriere della Sera dell’11 agosto 2018 e così annunciato nel titolo: “Nuovo nome alle europee o il PD perderà”. La motivazione è altrettanto lapidaria: “Nel PD si continua a ritardare non solo la riflessione sulla sconfitta, ma sulla crisi della famiglia progressista internazionale e credo che il terreno del confronto debba essere primariamente questo e invece ci si continua ad occupare di altro e a rimandare un congresso che doveva svolgersi ieri e che invece non si vede ancora all’orizzonte”.

Insomma, quasi una dichiarazione di morte presunta. Il giorno innanzi, sempre sulle colonne del Corriere, che è ancora il quotidiano più importante d’Italia, Ciriaco De Mita così risponde a Tommaso Labate, che gli chiede se “Il PD ha ancora un senso”: <<Quando passi dal 41 per cento al 18 vuol dire che hai scambiato per una pista da ballo una semplice lastra di vetro. Che a un certo punto si è rotta. Il Pd oggi è come Garibaldi in Sicilia”. Poi, Ciriaco da Nusco spiega così la similitudine: “Quando stava in Sicilia e gli chiesero di ritirarsi, Garibaldi rispose: Sì, ma dove? Così il PD. Pure se si ritira non sa dove andare. La massima velocità che riesci a raggiungere è rimanere fermo”.

Se le cose stanno così, che fare, se non si vuole morire nell’era dello sfascismo di Salvini e Di Maio? E ancora: chi rappresenterà, e con quale nome, alle vicine elezioni europee il centro-sinistra liberale, liberalsocialista ed europeista? Non sono così presuntuoso da dettare la mia ricetta, ma è palese la necessità di organizzare un vasto movimento di opposizione alle forze che oggi governano l’Italia. Un’alleanza che, come ha icasticamente detto Carlo Calenda, deve andare oltre il PD: il partito sempre vulnerato dalle lotte intestine e impegnato a rinviare a marzo il congresso che servirebbe ora e subito.

Questa alleanza repubblicana deve giovarsi della elaborazione di un nuovo pensiero politico e programmatico idoneo a sconfiggere i “barbari” dell’attuale maggioranza governativa, abbandonando sia l’illusione di dividere le truppe pentastellate dai manipoli del truce Matteo Salvini , sia la speranza che sia possibile “romanizzare i barbari, come fecero i romani dopo la conquista della Grecia: insomma: “Italia capta, ferum victorem cepit”. Purtroppo i fieri vincitori stanno trascinando l’Italia fuori dal suo storico ancoraggio europeo ed atlantico. Quasi rara avis, Il Foglio del primo settembre ha ricordato agli smemorati che “Nel 1924 molti liberali italiani provarono a romanizzare i barbari fascisti entrando nelle liste di Benito Mussolini. I liberai vennero spazzati via, i fascisti governarono per vent’anni. Ieri fascisti, oggi sfascisti. Molti auguri ai romanizzatori.”.

Che fare allora per salvare la Repubblica, che è già sull’orlo del precipizio? Sarebbe delittuoso attendere che la riscossa arrivi dal congresso del PD sempre in lista d’attesa. E’ dunque urgente confederare tutte le forze che intendono combattere l’opera perniciosa del governo grillo-leghista dando vita all’alleanza repubblicana che sfiderà gli sfascisti, ora e subito, alle già prossime elezioni europee: occasione propizia per rinnovare e rinsaldare i vincoli europei dell’Italia.

I miei amici di Terza Repubblica la chiamano “Coalizione del Nuovo Risorgimento”, impegnata a contrastare “l’assopimento della ragione, sapendo che il suo sonno genera mostri”.

Non c’è tempo da perdere. Ci sono ancora nel sottosuolo della Nazione le energie politiche ed anche morali capaci di organizzare centinaia di manifestazioni ed incontri in ogni provincia, scuotendo ed associando le forze organizzate del mondo del lavoro e dell’impresa, interrompendo il quasi silenzio dei sindacati nei confronti dei nuovi barbari.

E’, insomma, tempo di promuovere un moto di rivolta e un nuovo progetto di governo . Questo risveglio politico e programmatico dovrebbe giovarsi anche dell’apporto delle Fondazioni del socialismo e della democrazia italiana ed europea. Deve anche ritornare nell’agone politico la “Riserva della Repubblica”, composta da personalità politiche di provata esperienza nel corso della ingiustamente vituperata Prima Repubblica. Mi esistono anche forze nuove che debbono essere associate alla rivolta anti-populista. Si tratta dei protagonisti e degli elettori delle centinaia di liste civiche, presenti e vincenti in ogni parte d’Italia nelle amministrative. Si manifesta inoltre la necessità di dar vita quanto prima al “Governo Ombra” dell’opposizione, deputato a smantellare giorno dopo giorno il malgoverno di chi è oggi al comando.

Negli anni del terrorismo trovò ascolto questo monito:” L’ora è grave; non serve la discordia: serve l’unità”. Ora il pericolo è gravissimo. Ed è sempre vera la massima che ho prima richiamato: il sonno della ragioni genera sempre i mostri.

Fabio Fabbri

Chiamata alle armi

Mi ha fatto riflettere il titolo quasi brutale (icasticamente: “La fine del PD”) con cui il direttore dell’Avanti! ha commentato l’esito delle elezioni del 4 marzo e di quelle municipali che hanno cancellato successivamente il “rosso storico” di alcune regioni italiane. Ricordo a me stesso che la mia Parma – terra che mastica la politica, come diceva Craxi, ha subito un vulnus storico: Parma rossa, quella delle barricate contro le squadracce di Italo Balbo, la città di Fernando Santi, la Provincia capace di mandare in Parlamento due “papi stranieri” come Gaetano Arfè e Luigi Covatta, ha subito un vulnus storico in quel maledetto 4 marzo: oggi è rappresentata nel Parlamento della Repubblica solo dalla destra populista. Aggiungo che il PD è stato sconfitto anche nelle elezioni comunali del capoluogo e di numerosi altri Comuni, fra cui Langhirano e Fornovo.

Ho dunque concluso che il titolo del nostro Mauro era perentorio e liquidatorio, ma rispondente alla realtà effettuale. Il PD è oggi incapace di esercitare una permanente forza attrattiva nei confronti delle classi sociali che un tempo votavano per i partiti di centro-sinistra. E’ una disaffezione che riguarda il mondo del lavoro, compreso quello autonomo, agricolo e cooperativo. Si è dunque concluso con una disfatta della sinistra il ciclo storico iniziato con la slavina giustizialista dei primi anni ‘90. Il voto del 4 marzo squaderna davanti a noi la fine dell’esperienza ulivista e veltroniana-dalemiana del PD, punita dagli elettori anche nella versione neo-fanfaniana di Matteo Renzi.

E così l’Italia è oggi dominata da una destra populista ed antieuropea, incardinata sul potere di due “tribuni del popolo”, comandanti di due agglomerati che praticano il fuhrerprinzip di teutonica memoria.

Su queste macerie prendono corpo finalmente la constatazione e il convincimento che si deve “andare oltre il PD”, come enfatizza Carlo Calenda. Questo “vasto programma” è al centro del convegno di Roma, organizzato – non per caso – da quel che resta del socialismo italiano. I motivi di ripensamento, anche autocritico, sono molteplici: i nazional-populisti vincono a man bassa nel Sud del Paese, perché il centro-sinistra non ha mai costruito una efficace politica meridionalistica, immemore di quella predicata e praticata da Giorgio Amendola, da Manlio Rossi Doria, da Giuseppe Avolio e da Francesco Compagna. Ma la sinistra perde anche nelle Regioni rosse perché, ebbra del lungo dominio, non ha saputo realizzare una convincente opera di buongoverno in casa propria.

E’ gran tempo, dunque, di tentare un “colpo d’ala” politico, sorretto da “idee chiare ed adesione ai problemi concreti”, come dicevamo negli anni del nuovo corso del PSI. C’è in campo un nuovo leader, Carlo Calenda, che scuote i generali e i caporali delle sconfitte: propone l’alleanza repubblicana finalizzata ad “andare oltre il PD”, nella gridata consapevolezza che con il solo PD si perde: si consegna la Nazione alla destra populista e dunque si fuoriesce democrazia liberale, dall’Europa e dall’Occidente. Qualche studioso di storia antica ha osservato che le sempiterne faide intestine fra i numerosi capi del PD evocano le lotte dei diadochi impegnati a spartirsi il regno di Alessandro Magno.

Il primo fronte è quello della battaglia quotidiana contro gli usurpatori della democrazia oggi al potere, accompagnata da un appello degli uomini di cultura, vecchi e nuovi. Devono inoltre entrare nell’agone politico anche le “riserve della Repubblica”. In casa nostra penso a Martelli, a Intini, a Covatta ad Acquaviva a Mauro Del Bue e ad altri compagni non ancora ultra ottuagenari come chi scrive. In ogni città e in ogni provincia, sull’onda della manifestazione di Roma, si deve promuovere una “chiamata alle armi” di quanti sentono il dovere di lottare contro i nuovi barbari. Verità vuole che si dica che sono da settimane in prima linea, spesso solitari, gli amici de Il Foglio di Giuliano Ferrara, pienamente consapevoli della gravità dell’ora. Il ripensamento riformista che il PSI, Mondoperaio e l’Associazione Socialismo hanno chiamato “Rimini II” può accompagnare e sostenere l’Alleanza per la Repubblica e per l’Europa. Sarà anche utile l’aiuto delle Fondazioni italiane ed europee che coltivano i valori del socialismo, del liberalismo e della democrazia occidentale.

La campagna per l’elezione del Parlamento Europeo è già dietro l’angolo. L’Alleanza Repubblicana dovrà essere in campo: a fianco del PD, ma oltre il PD, come autonoma forza propulsiva. Ho imparato dai miei maestri di gioventù – i liberali de “Il Mondo” di Mario Pannunzio – che nei momenti cruciali della nostra vita nazionale “sono le minoranze che fanno la storia”, specialmente quando, come diceva Santi, sono capaci di portare dalla loro parte il grosso dell’esercito.

Post scriptum. Ha visto giusto Carlo Calenda quando in una recente intervista ha menzionato il Sindaco di Parma per sottolineare che l’operazione “oltre il PD” ha come interlocutori necessari anche gli amministratori e gli elettori dei Comuni in cui hanno vinto le liste civiche, spesso sconfiggendo il PD.

Fabio Fabbri

Noi, il Foglio e Grillo-Di Maio-Casaleggio

Ho mandato a Il Foglio un messaggio encomiastico dopo la lettura del quotidiano di Cerasa dove così era scritto: “Siamo pazzi dello spassoso ticket di governo Raggi-Di Maio. L’incompetenza teleguidata del capo di un’azienda privata, il vuoto moralismo e l’inefficienza al potere, le parole a vanvera: perché l’adorabile Virginia, Sindaco di Roma, è il simbolo perfetto del grillismo che si fa governo (e fallisce)”. Dunque il quotidiano fondato da Giuliano Ferrara più di altri “grandi giornali” squaderna davanti agli occhi degli ignari il pericolo che incombe sulla nostra Repubblica. L’Associazione Russeau, di cui è presidente Davide Casaleggio, predica la democrazia totalitaria. Per amore delle verità, non tutti i quotidiani ignorano questo rischio incombente. Sabino Cassese, sul Corriere di sabato 6 gennaio, fa presente agli immemori che le regole statutarie e regolamentari del M5S “Ricordano il mandato imperativo e revocabile caldeggiato da Marx prima e da Lenin poi e introdotto nella Costituzione sovietica e delle ‘Repubbliche popolari”. Trovo anche, su Italia Oggi del 5 gennaio, l’allarme di Domenico Cacopardo : ”Si ripete il copione del 1925.

L’intellighentia sta sottovalutando il rischio del M5S”. Purtroppo, caro, Domenico, lo sottovaluta anche il Presidente del Senato Pietro Grasso: ”Un governo insieme a dem e Movimento 5 Stelle? Saremo responsabili, dipenderà dai programmi.” (La Stampa del 5 gennaio).

Dunque, il nuovo partito di Bersani, che del resto ha a suo tempo tentato infruttuosamente di formare il governo con i grillini, è ancora pronto a trattare con il movimento 5 Stelle, che applica rigorosamente il fuhrerprinzip: il potere assoluto del capo, la regola funesta del Terzo Reich. Altro che parafarmacie e smacchiatine del giaguaro!

Quando Norberto Bobbio fu nominato senatore a vita si iscrisse al Gruppo socialista del Senato: e non, come qualcuno temeva o sperava, al Gruppo della Sinistra indipendente. Nel corso di una nostra assemblea ci spiegò “cos’è la democrazia” con queste parole: “Per dare una definizione minima della democrazia bisogna dare una definizione puramente procedurale. La democrazia come metodo per prendere decisioni collettive: tutti partecipano alla decisione, direttamente o indirettamente; la decisione viene presa a maggioranza dopo una libera discussione.”. E’ la regola violata dal Movimento di Grillo, in cui si applica la regola del dominio del capo, che è l’antitesi della democrazia liberale. Del resto, è illuminante quel che è successo a Parma. Federico Pizzarotti divenne Sindaco come co-fondatore del movimento grillino. Ma quando non si piegò agli ordini del Capo fu espulso.

Certo, siamo ben in grado di investigare sulle ragioni del successo del sovranismo grillino. La grande slavina giustizialista del ’92 ha distrutto i partiti storici della Repubblica: così come gli errori dei leaders della giovane democrazia italiana post-risorgimentale spianarono la via al mussolinismo.

Propongo che la denuncia del pericolo Grillo-Casaleggio-Di Maio, che si accinge a compendiare in un aureo libretto, sia uno dei “cavalli di battaglia” della campagna elettorale di “INSIEME”. Il secondo motivo conduttore, tenuto presente che sono con noi gli ambientalisti, è la predicazione della urgente necessità del Piano Nazionale per la difesa del suolo. Ma questa, come diceva Kipling, è un’altra storia: sarà argomento della mia seconda puntata

Fabio Fabbri

Pietro Grasso, Giuliano Pisapia e… “disastro prossimo”

Non ho alcuna propensione critica “a priori” nei confronti dell’attuale presidente del Senato della Repubblica Pietro Grasso. Lo considero un magistrato che ha fatto il suo dovere in un contesto ambientale difficile e anche gravido di pericoli. Non dimentico però i miei molti anni a Palazzo Madama con i Presidenti di alta caratura. Voglio ricordarli con affetto e riconoscenza: Amintore Fanfani, Francesco Cossiga, Giovanni Malagodi, Giovanni Spadolini. Sorge, incoercibile, la famosa allocuzione: O gran bontà dei cavalieri antichi. Ciascuno di loro era totus politicus. La presidenza Grasso è dunque una anomalia.

Quando la classe politica decide di fare un passo indietro per affidare la seconda carica dello Stato a un neofita certifica il proprio declino: conclamato anche dalla decisione di affidare anche la Presidenza della Camera dei Deputati ad una “Papessa straniera”.

Mi pare che l’ex giudice Pietro Grasso se la sia cavata discretamente nel corso della tormentata legislatura che volge al termine. E non sono cattivo se aggiungo che si è sicuramente giovato dell’ausilio dei funzionari del Senato, come sempre di alto profilo professionale. Pare tuttavia difficile definire iconoclasta la vignetta de IL FOGLIO, che lo ha incoronato come “metà magistrato, metà politico, metà 5 stelle”. Sta di fatto che Pietro Grasso, giunto quasi alla fine del suo mandato, si fa oggi totus politicus: si propone come nuovo leader, dimettendosi dal maggior partito, il PD, cui deve la sua elezione, conservando peraltro l’incarico di Presidente.

E’ specchio dei tempi bui in cui viviamo il silenzio su queste anomalie reiterate.

Resta da capire se l’ex magistrato si propone come protagonista alla guida di una qualche scheggia della diaspora del PD. Grande è la confusione nelle viscere del centro-sinistra, clamorosamente conclamata anche dalle elezioni siciliane. Non se ne abbia a male il Presidente Grasso, ma la leadership non si improvvisa: e non è consustanziale alla sua onorata esperienza in magistratura. Ha ragione Emanuele Macaluso quando constata, sconsolato, che la classe dirigente del PD non ha saputo produrre una propria condivisa cultura di governo. Questa lacuna è ad un tempo causa ed effetto della inesistenza degli “incubatoi” di idee (think tank, li chiamano negli USA). Nella vituperata Prima Repubblica non mancavano le riviste di elaborazione e confronto ed i giornali di partito, o fiancheggiatori, con funzione divulgativa.

Questo quasi-vuoto non è stato colmato dalle adunate alla Leopolda, né dalla adesione del PD all’Unione dei partiti del socialismo europeo, peraltro anch’essi in sofferenza. Non è un caso che finora il PD non si è mai fatto promotore di conferenze programmatiche con la partecipazione dei leaders dei partiti del socialismo europeo.

Purtroppo – e inoltre – non pare, almeno a tutt’oggi, che questo “propellente” progettuale, necessario come l’ossigeno, possa entrare nel campo arido del centro-sinistra al seguito di Giuliano Pisapia. L’ex sindaco di Milano, persona perbene che ha fatto bene il sindaco di Milano, avvocato eccellente di un primario studio legale ambrosiano (ho incrociato in passato la mia toga con quella di suo padre in un processo davanti al Tribunale di Reggio nell’Emilia) non sembra, almeno finora, il deus ex machina, in grado di sopperire alla povertà di “nutrimento ideale” che ha impedito al PD di operare come perno propulsivo del sistema politico italiano.

Su questo terreno infertile irrompono ora , in tutta la loro mediocrità, le nuove e vecchie formazioni populiste, che comprendono la Lega non più nordica, fondata a suo tempo, sulla base di non effimere motivazioni territoriali, da Umberto Bossi ed ora dominata da Matteo Salvini, fantasioso mutatore di felpe. Ed è – questo scenario, fatto di mediocrità e di faide intestine – il terreno di cultura della reincarnazione del berlusconismo.

E’ davvero difficile dar torto ad Enrico Cisnetto quando, su “TERZA REPUBBKICA”, titola così la sua esegesi critica, dopo le elezioni siciliane: “Il voto senza elettori priva la politica di rappresentatività reale. Attenzione, disastro prossimo”.

Così stando le cose, è gran tempo che quel che resta, o sta nascendo in Italia, nel solco della cultura socialista, radicale, ambientalista ed europeista “si faccia partito nuovo” : certo una minoranza, ma anche una coraggiosa riserva della Repubblica, capace di concorrere a far uscire la Nazione dal pantano in cui è oggi immersa. Le avanguardie, enfatizzava Fernando Santi, sono il sale della terra.

Fabio Fabbri

Un regionalista pentito

La Regione Emilia-Romagna, come è noto, ha promosso il negoziato con il governo previsto dal terzo comma dell’art. 106 della Costituzione allo scopo di ottenere “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia”. La deliberazione della Giunta regionale che ha attivato il procedimento identifica così le “quattro aree di intervento strategico” nelle quali la nostra Regione reclama nuovi poteri: a) tutela e sicurezza del lavoro; b) istruzione tecnica e professionale; c) internazionalizzazione delle imprese,  ricerca scientifica e tecnologica, sostegno all’innovazione; d) il territorio e la rigenerazione urbana, l’ambiente e le infrastrutture; e) la tutela della salute. Malgrado il linguaggio necessariamente sintetico ed anche “politichese” (viene evocato il “corpo mistico” del territorio) siamo di fronte ad un progetto consapevolmente ambizioso destinato a incidere profondamente e per molti lustri anche sullo sviluppo della nostra comunità provinciale e dunque sulla qualità della vita delle nostre popolazioni.  E’ dunque utile aprire un dibattito, tanto più necessario dopo i risultati delle consultazioni referendarie che si sono appena svolte del “lombardo-veneto” e dopo che la Regione Lombardia ha comunicato di voler svolgere il confronto con il Governo della Repubblica insieme all’Emilia-Romagna.

Intervengo volentieri sulla questione, ricordando a me stesso l’esperienza maturata come Ministro gli Affari Regionali nel Governo Fanfani dei primi anni ’80. Lo faccio ponendo anzitutto alcuni quesiti: il procedimento costituzionale è stato preceduto da una consultazione con i comuni, le provincie, le Università ed anche con il mondo del lavoro e delle attività produttive? Non mi risulta, e, se è così, non è stato un buon inizio. Ma poiché questa consultazione è prevista dalla normativa che regola la materia, cioè nel corso della “trattativa” con il Governo, spero che da parma possa venire un’utile contributo: ed è in questo spirito che confido nella collaborazione della Gazzetta.

Apprendo dai giornali milanesi che la Regione Lombardia sarà assistita nel confronto con il governo da autorevoli rappresentanti della vita economica e culturali ed anche da un “esperto” particolarmente versato in materia: il primo Presidente della Regione Lombardia Piero Bassetti. Domando allora: intende fare altrettanto la nostra Regione? E, in ogni caso, chi rappresenterà Parma in questo collegio di consulenti? Osservo ancora che questi supporti “dal basso” sono assai importanti per questa non secondaria ragione: la nostra Regione si presenta a questo “braccio di ferro” istituzionale indebolita dall’alta percentuale dei cittadini che hanno disertato le urne nell’ultima consultazione che ha messo capo alla Giunta regionale in carica.

Per quanto mi riguarda, con la diplomazia della sincerità dico che sono un regionalista pentito. Ho collaborato con entusiasmo come vice-presidente della Provincia, con Guido Fanti, il primo presidente della Regione Emilia-Romagna, che promosse la costituzione dei comitati politico-scientifici per la programmazione. Con il volgere del tempo è prevalsa una tendenza bologno-centrica, accompagnata dalla prevalenza della legislazione meramente provvedimentale. Ora la Giunta chiede più poteri a sostegno della internazionalizzazione della nostra realtà economica. Avrebbe potuto e dovuto farlo anche senza l’investitura formale che oggi reclama. Parma lo ha fatto da sola: con le sue fiere, con le sue industrie, con la sua Università. La Regione dispone già oggi di poteri e competenze nel campo della difesa attiva del suolo dell’Appennino, flagellato dal dissesto idrogeologico, ma non ha finora approntato un piano organico appropriato.

Fabio Fabbri

Fabio Fabbri
Le buone ragioni di Aldo Forbice… e dei socialisti

Intervengo volentieri nel dibattito promosso da Aldo Forbice, che riguarda in buona sostanza la “nostra esistenza politica” oggi e nel prossimo futuro. Potrei limitarmi ad esclamare: concordo interamente sulla diagnosi e anche sulla proposta. Forbice ricorda agli immemori che lo scenario politico italiano ed europeo è profondamente cambiato. E tuttavia noi ci comportiamo come se “il nuovo corso” del socialismo italiano promosso da Bettino Craxi fosse ancora in pieno svolgimento, mentre i partiti socialisti e socialdemocratici europei sono al potere e stanno continuando a costruire quella che Craxi chiamava “la più alta civiltà realizzata dall’uomo sulla terra”. Purtroppo non è così e, per quanto ci riguarda, stiamo ancora tentando di sopravvivere tra le macerie della grande slavina del 1992.

Il nostro rischio, o addirittura la nostra condizione, appare assai vicina a quella delle “Associazioni combattenti e reduci”, che si pascono dell’illustre passato, ma sono ontologicamente incapaci di concorrere alla costruzione del futuro. Mi viene alla mente quel guerriero raccontato, se non ricordo male, da Matteo Maria Boiardo :”E come avviene, qund’uno è riscaldato\Che le ferite per allor non sente,\Così colui, del colpo non accorto,\Andava combattendo ed era morto.”.

Intanto, constato con piacere che Aldo Forbice ha beneficiato della visitazione di Bozzolo, terra civilissima del riformismo socialista nobilmente impersonato da Piero Caleffi. Qui si mangia bene e si discute di politica senza faziosità. Nella Pretura di Bozzolo ho fatto, chissà quanti anni fa, una delle mie prime difese penali, con il piacere di indossare la toga.

Qui, caro Aldo, hai constatato con raccapriccio che l’assemblea dei tuoi uditori era composta da vegliardi. Essi meritano la nostra riconoscenza ed il nostro affetto. Ma è nostro dovere è conquistare con le nostre idee che vengono da lontano (“Il futuro ha un cuore antico”) anche una fetta delle nuove generazioni.

Il Tuo timore, e forse la Tua quasi certezza, è che con il cucchiaio di raccolta chiamato PSI non si diventa protagonisti, anche per una minima parte, del dibattito e della vita politica.

Per parte mia sto da tempo pensando che gli eredi della tradizione socialista debbono operare principalmente con nuovi mezzi di elaborazione e di comunicazione politica, più efficaci e più adatti alla nostra condizione, pur senza ripudiare la “forma partito”. Non è una prospettiva umiliante. Anche i profeti disarmati (così li chiamava Niccolò Machiavelli) possono concorrere a “fare la storia”.

E’ vero, caro Forbice, quel che hai constatato a Bozzolo: il Psi “ha esaurito la sua spinta propulsiva” e sembra appartenere “più al passato che al futuro”. E tuttavia le nostre organizzazioni e i nostri circoli politico-culturali sono ancora attivi in molte parti d’Italia: talora con qualche capacità di attrazione elettorale, sempre, al centro ed anche in periferia, in grado di funzionare come serbatoi di idee e di ideali.

Dunque, specialmente sotto il secondo profilo, siamo ancora in grado di progettare e di “pensare Paese”, come heri dicebamus. Lo testimoniano i dibattiti storico-politici promossi dalla Fondazione Socialismo , le pagine sapide di Mondoperaio, che associano alla riflessione sul passato i progetti per il futuro. E sono anche vive e incisive le quotidiane battaglie dell’Avanti!, di cui sogniamo il ritorno nelle edicole, almeno una volta la settimana.

Dunque possiamo difenderci dal pericolo di essere prigionieri del passato, se sapremo affermare la nostra vitalità politica organizzando presto e bene la preannunciata Conferenza Programmatica che chiamiamo “Rimini II”.

Le idee nuove si fanno strada anche negli anni bui. Così accade quando i radicali di Mario Pannunzio e i repubblicani Ugo La Malfa – una minoranza coraggiosa – costruirono nei loro Convegni la piattaforma politica dei primi governi riformatori del centro-sinistra con la partecipazione del PSI: il Psi di Pietro Nenni, di Riccardo Lombardi e di Antonio Giolitti.

Forse sono inguaribilmente ottimista, ma avverto che sta crescendo in una parte sia pur minoritaria del Paese il desiderio di mandare in Parlamento un pugnace conglomerato riformista, liberaldemocratico e coraggiosamente “ventoteniano”, animato dal desiderio di far uscire l’Italia dal pantano in cui l’hanno immersa, insieme ai populisti, le faide di potere dei postcomunisti vecchi e nuovi: dimentichi di aver avuto torto dalla storia. E’ davanti ai nostri occhi la prova che costoro sono ormai i generali delle sconfitte: basta pensare alla vittoria di centinaia di liste civiche che conquistano centinaia di Comuni un tempo “rossi”, punendo la mediocrità e la litigiosità intestina dei “grandi” partiti. L’ultimo caso eclatante è quello di Parma. Ebbene, anche questo civismo virtuoso merita di essere rappresentato nel Parlamento della Repubblica., forse con una lista nazionale, ad un tempo civica ed europeista.

In questo contesto, che chiama alla mobilitazione energie nuove, mi sembra una vivida luce che brilla nell’oscurità il messaggio di Riccardo Nencini, che ho letto su questo giornale: “Al lavoro per una formazione riformista che abbia lavoro ed Europa nel cuore. Che si presenti alle prossime elezioni accogliendo il meglio delle culture democratiche, socialiste, civiche, laiche. Che concorra alla vittoria del centro-sinistra. Che combatta il seme del secessionismo. Che ci renda più giusti e più liberi”. Mi permetto di chiosare: << liberi anche dagli insopportabili “fratelli coltelli”. >>.

OK, Riccardo: en marche, a testa alta. E’ sempre meglio accendere una candela che imprecare contro l’oscurità, magari ripensando a quanto ha detto del socialismo italiano Giorgio Ruffolo: “Cent’anni di storia, che sono anche cent’anni di gloria”. E riflettiamo sulla possibile sinergia con quel che resta della migliore tradizione democristiana: anche Pierferdinando Casini e Angelino Alfano sono allergici al vassallaggio.

Buon lavoro, compagni. Sono pronto, nel mio piccolo, a dare una mano.

Fabio Fabbri

Il renzismo e la prospettiva di una nuova “Terza Forza”

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Sul merito della questione “vitalizi” il nostro direttore e le altre voci ospitate dall’Avanti! hanno allegato tutte le considerazioni possibili per dimostrare che la legge Richetti è un vulnus al Parlamento e dunque alla Costituzione e alla democrazia. La prosa di Mauro si segnala per il pathos che la caratterizza: quasi una trasfigurazione lirica della bella politica. Non aggiungerò una sola parola per argomentare il mio “lucro cessante” (così si chiama nelle pandette) derivato dal mancato o ridottissimo esercizio della attività professionale da quando ho dedicato me stesso al lavoro politico. Ribadisco soltanto un’ovvietà: quando ho varcato per la prima volta la soglia di Palazzo Madama conoscevo il “trattamento di quiescenza” che mi sarebbe spettato. Ne sapevo abbastanza per conoscere l’intangibilità dei diritti acquisiti. Sulla “bella politica” che ha dato un senso alla nostra milizia non farò chiose alla nobile palinodia di Mauro del Bue. Dico soltanto che, malgrado gli errori che ho sicuramente compiuto, sono orgoglioso della mia modesta “storia” personale.

E sono anche lieto che ci sia qualcuno, per la verità ex militanti del PCI come Sposetti e Macaluso, che biasimano come aberrante la cosiddetta “abolizione dei vitalizi”, di cui si gloria in televisione il “sassolino” Matteo Richetti, ancorché si tratti di un progettato “taglio”. Confido che durante l’esame della legge al Senato non rimarrà silente il Presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano.

Ciò premesso, allineo alcune riflessioni politiche. Richetti è il portavoce del PD; i deputati del PD hanno sostenuto e votato la demagogica legge del veltro di Sassuolo. Dunque la normativa approvata dalla Camera rispecchia la volontà del segretario del PD, Matteo Renzi. Dunque noi socialisti, che abbiamo reso esplicito la nostra disapprovazione, dobbiamo affrontare il “caso Renzi” oggi.

Entro in argomento con una confessione personale. Quando il boy scout di Rignano ha corso nelle primarie come candidato alla Presidenza del Consiglio sono andato a votarlo insieme ad alcuni amici e compagni del mio paese. E’ andata a finire che i socialisti “hanno vinto il seggio”, come dicevano, sconcertati, i postcomunisti inossidabili del posto. Ho votato sì al referendum sulla riforma del Senato, sia pure turandomi il naso. Ho pensato e detto che noi della vecchia guardia socialista, novelli Ulissidi, non potevamo che sostenere “Matteo-Telemaco”. E adesso, mentre Telemaco ruba il mestiere a Grillo e Casaleggio? Dico subito che esagera chi è convinto che “Renzi sia finito”. E tuttavia è difficile negare qualche fondamento alle severe argomentazioni che Enrico Cisnetto ha allineato nel numero del 29 luglio della News Letter di Terza Repubblica: “La rottamazione è stata una parola d’ordine fortunata, ha incarnato esigenze effettive, ma ha finito col lisciare il pelo al populismo”. Vero: lo conferma la demagogica impresa richettiana sui vitalizi. Ma la diagnosi di Cisnetto è ancor più severa sul bilancio della “gioventù bruciata” dei quarantenni rottamatori: “Non ha dimostrato una reale autosufficienza, non solo perché priva della necessaria esperienza e di adeguata preparazione…ma perché inconsapevole di questa mancanza e comunque indisponibile a cercarla laddove presente”.

Non possiamo, nel nostro piccolo, fingere che questo giudizio negativo non sia sempre più diffuso. Tocca anche a noi aprire sul punto la discussione nel centro-sinistra, al riparo da ogni tendenza nichilista, ma con il proposito di suscitare anche all’interno del PD e nei centri di cultura politica una esegesi critica ed autocritica ed una nuova elaborazione progettuale.

La mia esperienza personale richiama alla mente gli anni dell’egemonia democristiana che precedettero la svolta dei primi governi di centro-sinistra con la partecipazione dei socialisti. Allora fu determinate la “Terza forza” composta dal PRI e dal neonato Partito Radicale. L’eclissi del renzismo conferma che anche oggi può essere virtuosa, nell’interesse del Paese, l’opera critica e propositiva di una nuova “Terza Forza”, di cui ho già patrocinato la nascita nel mio intervento dei giorni scorsi su questo giornale.

Leggo che Emma Bonino e Carlo Calenda, Ministro dello Sviluppo Economico, danno vita a “Forza Europa”. Pare a me che nel Paese siano presenti altre energie politiche e culturali che dovrebbero entrare in campo. Non voglio sopravvalutare le nostre forze. E tuttavia, come ho già rimarcato, penso che l’Associazione Socialismo, Mondoperaio e l’Avanti, insieme all’intera comunità del PSI, possono operare attivamente per far uscire l’Italia dal cul di sacco rigonfio di renziani ed anti-renziani in perpetua lotta.

Fabio Fabbri

Post scriptum.
Apprendo dal fondo “domenicale” di Eugenio Scalfari che è frequente il suo dialogo diretto con Matteo Renzi. I consigli del fondatore di Repubblica, che è dotato di saggezza e di preclara intelligenza politica, sono sicuramente utili e benvenuti. Non basta però, caro Eugenio, l’invocato ausilio di Romano Prodi, di Enrico Letta e di Walter Veltroni. Osservo ancora che resta da chiarire il ruolo dell’ex Sindaco di Milano Pisapia. Vedo invece vivida la nuova stella di Marco Minniti. Saranno comunque essenziali per attivare il nuovo corso idee chiare, gente nuova e adesione ai problemi concreti: proprio come heri dicebamus.

Finestra politica. Dialogo fra “terza repubblica” e Avanti!

desertificazione politicaQueste mie riflessioni e proposte fanno perno sull’editoriale di Enrico Cisnetto pubblicato sul n. 265 del 30 giugno 2017 “Terza Repubblica – quotidiano online di Società Aperta (www.terzarepubblica.it) di cui riassumo i caposaldi. La tesi di Cisnetto è già enunciata nel titolo: “c’è da rifare il centro-sinistra (quello DC-PSI, non l’Ulivo ma serve il collante di una forza centrale (stile PRI).”

Poiché Cisnetto, per dimostrare il fondamento di questa tesi,si avvale della argomentazione incentrata su una serie di premesse, lo seguirò riassumendo liberamente i punti di appoggio del suo sillogismo.

L’astensione al voto non è una forma di qualunquismo, ma è sterile, cioè improduttiva di incisive conseguenze politiche.

I “grillini”” sono a un passo dall’assunzione di responsabilità governative, con tutti i i rischi che ne derivano (vedi Roma e Torino). Che li vota non può cavarsela a buon mercato, allegando la sua volontà di punir la pochezza di chi ha oggi responsabilità di governo. Farebbe ancor peggio se contorniato dal “Duo Fasano” Salvini-Meloni: per tacere dei delettanti allo sbaraglio dei sindaci di Casaleggio\Grillo.

Per contro, Forza Italia può essere “preziosa” se componente di una maggioranza, e dunque di un governo di coalizione di centro-sinistra, erede legittimo del vecchio (e glorioso, aggiungo io) DC-PSI.

Il PD e Matteo Renzi sono politicamente in crisi ed è velleitario, oltre che fallace, chi propone la “ricostruzione del Grande Ulivo.

Sulla base di questi caposaldi, il direttore di Terza Repubblica indica come unica via d’uscita dal pantano politico in cui è immerso il Paese la “nascita di una forza di centro che faccia da collante come le forze laiche, PRI in primo luogo, fecero al nascere dell’Alleanza tra DC e PSI” .

Su questo “ragionamento politico”, come direbbe Ciriaco De Mita, vorrei che si aprisse una discussione sulle colonne dell’Avanti – ed anche in altre sedi – fra i superstiti dei partiti laici che a suo tempo “fecero da collante” nell’alleanza di governo fra DC e PSI.

Inizio, per parte mia, con qualche “punto fermo”..

E’ palese che non possono essere corifei del nuovo buongoverno i generali delle sconfitte della fallimentare Seconda Repubblica: Prodi in testa, con seguito di D’Alema, Bersani e neo-postcomunisti, neppure se “protetti” da Pisapia. Dunque, il PD, per ora guidato e controllato dal giovanotto di Rignano sull’Arno è l’architrave della costruzione politica delineata da Cisnetto. Come corollario segue subito questa domanda: quali sono le energie politiche e culturali capaci di fare da collante per rifare il centro-sinistra?

Spero che Cisnetto sia d’accordo quando dico che un ruolo significativo può essere svolto dagli eredi del PSI: non solo il partito, che è anche rappresentato in Parlamento, ma anche l’Associazione Socialismo di Gennaro Acquaviva, i circoli Pertini, Prampolini et similia che sono presenti quasi in ogni parte d’Italia, il think tank di Mondoperaio guidato da Luigi Covatta, l’Avanti di Mauro Del Bue, le Fondazioni socialiste e laiche ancora in vita: penso in primis alla Fondazione La Malfa. Non dimentico naturalmente Terza Repubblica. Senza dire che sono ancora in campo, non vecchi come me, eminenti personalità politiche del mondo laico-liberale, impegnati nella vita culturale e pubblica, ma assenti dall’agone politico. Faccio qualche esempio: Giorgio La Malfa, Claudio Martelli, gli stessi Covatta, Del Bue e Acquaviva che ho appena menzionato e molti altri “a riposo”, compreso Francesco Rutelli, che non sono insensibili al “grido di dolore “ di tanti italiani che inorridiscono di fronte alla prospettiva di un’Italia governata da Davide Casaleggio e Matteo Salvini ed anche dai rottami della seconda Repubblica. Aggiungo che “nella riserva della Repubblica” sono presenti in ogni parte d’Italia centinaia di condottieri che hanno guidato e portate alla vittoria nelle elezioni comunali le liste civiche. E’ velleitario sperare che Terza Repubblica, l’Avanti! e Mondoperaio organizzino insieme un Convegno promotore della “Terza Forza”?

Non mi nascondo che i due “poli” destinatari e beneficiari della collaborazione della Terza Forza sono assai meno virtuosi della DC e del PSI di Andreotti-Forlani e Craxi. E’ dunque lecito chiedersi, di fronte allo sfacelo del nostro sistema politico (Galli Della Loggia sul Corriere della Sera la definisce “desertificazione politica”) se la “Terza forza” può svolgere il ruolo di collante evocato da Cisnetto fra i due soggetti principali posseduti e frustrati dalle lotte intestine.

Rispondo al quesito così: la costruzione della Terza Forza laica, radicale, liberal-socialista e fortemente europeista sarà comunque preziosa per il futuro della democrazia italiana. I miei maestri di gioventù, i radicali di Mario Pannunzio, mi hanno insegnato che nei momenti bui della nostra vicenda nazionale sono le minoranze che hanno fatto la storia.

Fabio Fabbri
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Non c’è vinavil che tenga

Caro direttore, condivido anche questa volta la Tua motivata esegesi sul trambusto in corso per far nascere una “ammucchiata elettorale” a sinistra del PD. Matteo Renzi, come sempre mordace, la chiama accozzaglia. Paolo Mieli sul Corriere della Sera ha ricordato quel che accadde durante i corsi e ricorsi delle scissioni a sinistra del PCI e del PSI: un insuccesso dopo l’altro, tranne che per gli indipendenti di sinistra, che però si facevano eleggere direttamente nelle liste del PCI.

Ora invece l’operazione ha come fine la liquidazione del PD e, più ancora, di Matteo Renzi. Il vinavil dovrebbe fornirlo Prodi e affidarlo a Pisapia, bravo avvocato e buon sindaco, ma sfornito della leadership politica necessaria per sorreggere questa operazione spericolata. Ergo, non c’è vinavil che tenga.

Spiace a chi, come me e Te, è nato in provincia di Reggio dare un giudizio storico negativo sul veltro di Scandiano. Non mi è piaciuto né come leader europeo (è stato protagonista di un allargamento frettoloso ad Est dell’Unione) né come presidente del Consiglio; senza dire che il vero leader dell’operazione velleitaria in corso è Massimo D’Alema, pronto a ricandidarsi nel Collegio di Gallipoli.

Insomma, vogliono ritornare sulla plancia di comando i generali delle sconfitte che hanno maldestramente governato l’Italia, in alternanza con Berlusconi, dopo la grande slavina del 1992.

I risultati disastrosi di questo infausta stagione sono davanti agli occhi degli italiani, molti dei quali abbracciano un capo-comico al servizio di Davide Casaleggio!

Ritorno a Pisapia e confermo che è stato un buon Sindaco di Milano. Ma aggiungo: tutti i sindaci di Milano, da Greppi, ad Aniasi, a Tognoli, alla signora Moratti sono stati bravi. Ma tuttavia è già palese che il bravo sindaco Pisapia non è in grado, malgrado il vinavil di Prodi, di far risorgere una classe politica che si è dimostrata incapace di buongoverno: che non può inverarsi con le lenzuolate di Bersani.

Rebus sic stantibus, noi, noi del PSI dobbiamo stare – tutti – ben lontani e distinti da questa velleitaria operazione.

Sento vociferare che sarebbe in corso, da parte di questi crociati anti-renziani, il tentativo di aggregare anche Bobo Craxi. Mi auguro che si tratti di una notizia infondata e che ,in ogni caso, nessuno dei nostri dirigenti voglia partecipare a questa avventura.

Per queste ed altre molteplici ragioni dobbiamo confermare la nostra alleanza con il PD, partner dei partiti del socialismo europeo.

In questo momento di sbandamento e di crisi profonda del nostro sistema politico, tocca a noi riproporre i valori del nostro socialismo liberale. Da tempo sento annunciare una Conferenza programmatica chiamata “Rimini Due”. E’ il momento giusto, con l’ausilio di Mondoperaio e della Associazione Socialismo, per proporre alla sinistra riformista ed al Paese il nostro progetto per uscire da questo disastro, frutto avvelenato della Seconda Repubblica e, in parte, anche della Terza.

Spetta anche a noi porre al centro del nuovo corso politico necessario la battaglia per gli Stati Uniti d’Europa, che non deve essere soltanto la bandiera “carolingio” del nuovo Presidente della Francia e della signora Merkel.

Offro ai lettori del nostro quotidiano, a mo’ di “placebo”, questa constatazione storica: molto spesso quel che succede in Francia prima o poi si ripete in Italia.

Fabio Fabbri

Fabio Fabbri
Il Congresso dell’orgoglio socialista

Avevo deciso, dopo faticosa meditazione, di non partecipare al congresso romano del Psi, malgrado il cortese e caloroso invito di Riccardo del Mugello. Ipsa senectus morbus, dicevo a me stesso, rimuginando una frase di Seneca fatta propria da Sandro Pertini. Poi il richiamo degli ideali e delle mie consuetudini di vita politica ha prevalso. Hanno sicuramente contato, nel determinare il mio ripensamento, il forte desiderio di capire se la nostra storia e il nostro patrimonio di idee sono ancora vivi e utili in un momento drammatico della vicenda politica italiana ed europea. E così, dopo una notte insonne, ho deciso di partire per Roma, la mattina del 18 marzo.

E’ stata una rimpatriata assai gradevole. Ho assaporato il piacere di chi torna a casa dopo una lunga assenza. Confesso che mi avevano spinto a ribellarmi all’idea stessa della diserzione la lettura dell’editoriale di Gigi Covatta che nell’editoriale del fascicolo n 3 di Mondoperaio ha rivendicato il ruolo dei riformisti ( i Menscevichi) nella storia d’Italia e la sferzante reprimenda di Ugo Intini nei confronti dei divi populisti dei talk show televisivi: sempre quelli, sempre più tronfi, sempre più aggressivi nei confronti dei protagonisti della vita politica, maltrattati con veemente linguaggio accusatorio. Salvo soltanto Lilli Gruber, a suo tempo scoperta e lanciata dal nostro indimenticabile Antonio Ghirelli. Confesso che per Lilli ho un debole. Ho letto i suoi libri: una saga familiare ben narrata. Ho anche progettato di visitare il suo frutteto: il meleto evocato nel suo primo romanzo, ricevuto in eredità secondo il diritto successorio alto-atesino. Ma sono indignato per la sua benevolenza nei confronti del sempre presente, sogghignante e stucchevolmente sferzante Marco Travaglio.

Ho dunque acchiappato di buonora il tonitruante Italo-treno piè veloce a Reggio Emilia, dimenticando la soperchieria di Romano Prodi, che avrebbe dovuto ubicarlo a Campegine, oggi Terre di Canossa, in modo da renderlo equidistante e vicendevolmente fruibili da parmigiani e reggiani.

Arrivato al Congresso, sono stato accolto dai due veltri dell’Emilia occidentale, Mauro del Bue e Paolo Cristoni, da tanti compagni del Gruppo parlamentare del “mio” Senato. Ho abbracciato Ugo Intini, che sembra ancora un “giuvinot”, come dicono nella sua Milano. Io e Ugo ci siamo sempre intesi, quando eravamo entrambi aiutanti di campo di Bettino. Mi è tornata alla mente una spericolata missione a Varsavia, da qualche giorno occupata dall’esercito della Russia sovietica. Insomma un caldo, emozionante amarcord. Mi ha sorpreso e confortato la presenza di numerosi giovani del PSI di oggi. Sono sicuramente militanti coraggiosi e idealisti, se si battono nella nostra piccola comunità in tempi di vacche magrissime. Insomma una elettrizzante rimpatriata. Cent’anni di storia che sono cent’anni di gloria, ha detto una volta il giolittiano Giorgio Ruffolo. Grazie di esistere, vecchio PSI, ho detto a me stesso.

Sui tavoli e sulle poltrone trovo un giornale e alcuni manifesti che annunciano la festa dei socialisti e della gente del Canavese in onore dei settant’anni di iscrizione al partito di Eugenio Bozzello da Castellamonte, mio validissimo aiutante di campo quando ero capogruppo al Senato.

Perdonatemi, cari compagni di lotta e di governo, questa ondata di commozione, a detrimento della riflessione politica. Sono finito nel reparto lacrimogeni. Ma ogni tanto fa bene ricordare e anche commuoversi. La battaglia politica è, per i suoi protagonisti, un valore primario della vita.

Ho poi apprezzato le maggiori orazioni – anzitutto l’incipit di Riccardo Nencini. Mi sono piaciuti anche i messaggi dei nostri alleati, radicali e ambientalisti. Bravo Giovanni Negri, il virgulto che ho conosciuto quasi adolescente quando Marco Pannella, dopo avermi imperiosamente convocato, lo portò insieme a me e a Claudio Martelli da Francesco Cossiga al Quirinale per denunciare la persecuzione giudiziaria che si stava perpetrando ai danni del povero Enzo Tortora.

Del dibattito mi ha soprattutto interessato il disegno che si va profilando, caratterizzato le alleanze di quel che resta del socialismo italiano con forze nuove e antiche del riformismo ed anche del popolarismo italiano, tutte animate, come noi, dalla decisa volontà di far uscire l’Italia dal pantano maleolente del populismo dilagante, accompagnato e favorito dalle virulente lotte di potere fra i colonnelli di quell’amalgama mal riuscito che resta il PD. Mi sono chiesto, mentre mi aggiravo fra i saloni dell’Hotel Marriott: siamo in grado di parlare al Paese? Spero che lo faremo ancor meglio nella Conferenza Programmatica che chiamiamo “Rimini II”. Insomma, forse c’è una parte, anche piccola, di questa Italia maltrattata disposta a incoraggiare un raggruppamento riformista, laico, liberale, radicale e ambientalista: un patto, sissignori, esteso alla nuova formazione “popolare” che sta mettendo in piedi il Ministro degli Esteri Angelino Alfano, in vista delle elezioni del 2018. Mi pare anche tempo di patrocinare, per il futuro governo dell’Italia, una grande coalizione capace, emarginando non solo Grillo e Salvini ma anche le schegge immarcescibili dei nuovi e vecchi post-comunismi: un fiume carsico riemergente , animato da chi si ostina a dimenticare di aver avuto torto dalla storia.

A proposito di costoro, confesso che ho gustato come un buon bicchiere di vino rosso l’inattesa comparsa nel salotto televisivo della Gruber del Prof. Giuseppe Vacca, lo storico che guida l’Istituto Gramsci. Polemizzando con il neo transfuga del PD Alfredo D’Attorre, Vacca ha fatto una sorta di outing filo-renziano. Ha ricordato che il boy scout di Rignano sull’Arno ha portato il PD nell’alveo del socialismo europeo e ha spezzato indirettamente una lancia in favore del blairiano “partito della Nazione”. Lo ha fatto proclamando che in Italia i partiti della Nazione erano in passato due: La DC ed il PCI.

Avrebbe dovuto aggiungere che lo è stato anche il PSI, sicuramente nel tempo glorioso in cui Craxi predicava il “socialismo tricolore”.

Fabio Fabbri