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Fabio Fabbri

Fabio Fabbri
Le buone ragioni di Aldo Forbice… e dei socialisti

Intervengo volentieri nel dibattito promosso da Aldo Forbice, che riguarda in buona sostanza la “nostra esistenza politica” oggi e nel prossimo futuro. Potrei limitarmi ad esclamare: concordo interamente sulla diagnosi e anche sulla proposta. Forbice ricorda agli immemori che lo scenario politico italiano ed europeo è profondamente cambiato. E tuttavia noi ci comportiamo come se “il nuovo corso” del socialismo italiano promosso da Bettino Craxi fosse ancora in pieno svolgimento, mentre i partiti socialisti e socialdemocratici europei sono al potere e stanno continuando a costruire quella che Craxi chiamava “la più alta civiltà realizzata dall’uomo sulla terra”. Purtroppo non è così e, per quanto ci riguarda, stiamo ancora tentando di sopravvivere tra le macerie della grande slavina del 1992.

Il nostro rischio, o addirittura la nostra condizione, appare assai vicina a quella delle “Associazioni combattenti e reduci”, che si pascono dell’illustre passato, ma sono ontologicamente incapaci di concorrere alla costruzione del futuro. Mi viene alla mente quel guerriero raccontato, se non ricordo male, da Matteo Maria Boiardo :”E come avviene, qund’uno è riscaldato\Che le ferite per allor non sente,\Così colui, del colpo non accorto,\Andava combattendo ed era morto.”.

Intanto, constato con piacere che Aldo Forbice ha beneficiato della visitazione di Bozzolo, terra civilissima del riformismo socialista nobilmente impersonato da Piero Caleffi. Qui si mangia bene e si discute di politica senza faziosità. Nella Pretura di Bozzolo ho fatto, chissà quanti anni fa, una delle mie prime difese penali, con il piacere di indossare la toga.

Qui, caro Aldo, hai constatato con raccapriccio che l’assemblea dei tuoi uditori era composta da vegliardi. Essi meritano la nostra riconoscenza ed il nostro affetto. Ma è nostro dovere è conquistare con le nostre idee che vengono da lontano (“Il futuro ha un cuore antico”) anche una fetta delle nuove generazioni.

Il Tuo timore, e forse la Tua quasi certezza, è che con il cucchiaio di raccolta chiamato PSI non si diventa protagonisti, anche per una minima parte, del dibattito e della vita politica.

Per parte mia sto da tempo pensando che gli eredi della tradizione socialista debbono operare principalmente con nuovi mezzi di elaborazione e di comunicazione politica, più efficaci e più adatti alla nostra condizione, pur senza ripudiare la “forma partito”. Non è una prospettiva umiliante. Anche i profeti disarmati (così li chiamava Niccolò Machiavelli) possono concorrere a “fare la storia”.

E’ vero, caro Forbice, quel che hai constatato a Bozzolo: il Psi “ha esaurito la sua spinta propulsiva” e sembra appartenere “più al passato che al futuro”. E tuttavia le nostre organizzazioni e i nostri circoli politico-culturali sono ancora attivi in molte parti d’Italia: talora con qualche capacità di attrazione elettorale, sempre, al centro ed anche in periferia, in grado di funzionare come serbatoi di idee e di ideali.

Dunque, specialmente sotto il secondo profilo, siamo ancora in grado di progettare e di “pensare Paese”, come heri dicebamus. Lo testimoniano i dibattiti storico-politici promossi dalla Fondazione Socialismo , le pagine sapide di Mondoperaio, che associano alla riflessione sul passato i progetti per il futuro. E sono anche vive e incisive le quotidiane battaglie dell’Avanti!, di cui sogniamo il ritorno nelle edicole, almeno una volta la settimana.

Dunque possiamo difenderci dal pericolo di essere prigionieri del passato, se sapremo affermare la nostra vitalità politica organizzando presto e bene la preannunciata Conferenza Programmatica che chiamiamo “Rimini II”.

Le idee nuove si fanno strada anche negli anni bui. Così accade quando i radicali di Mario Pannunzio e i repubblicani Ugo La Malfa – una minoranza coraggiosa – costruirono nei loro Convegni la piattaforma politica dei primi governi riformatori del centro-sinistra con la partecipazione del PSI: il Psi di Pietro Nenni, di Riccardo Lombardi e di Antonio Giolitti.

Forse sono inguaribilmente ottimista, ma avverto che sta crescendo in una parte sia pur minoritaria del Paese il desiderio di mandare in Parlamento un pugnace conglomerato riformista, liberaldemocratico e coraggiosamente “ventoteniano”, animato dal desiderio di far uscire l’Italia dal pantano in cui l’hanno immersa, insieme ai populisti, le faide di potere dei postcomunisti vecchi e nuovi: dimentichi di aver avuto torto dalla storia. E’ davanti ai nostri occhi la prova che costoro sono ormai i generali delle sconfitte: basta pensare alla vittoria di centinaia di liste civiche che conquistano centinaia di Comuni un tempo “rossi”, punendo la mediocrità e la litigiosità intestina dei “grandi” partiti. L’ultimo caso eclatante è quello di Parma. Ebbene, anche questo civismo virtuoso merita di essere rappresentato nel Parlamento della Repubblica., forse con una lista nazionale, ad un tempo civica ed europeista.

In questo contesto, che chiama alla mobilitazione energie nuove, mi sembra una vivida luce che brilla nell’oscurità il messaggio di Riccardo Nencini, che ho letto su questo giornale: “Al lavoro per una formazione riformista che abbia lavoro ed Europa nel cuore. Che si presenti alle prossime elezioni accogliendo il meglio delle culture democratiche, socialiste, civiche, laiche. Che concorra alla vittoria del centro-sinistra. Che combatta il seme del secessionismo. Che ci renda più giusti e più liberi”. Mi permetto di chiosare: << liberi anche dagli insopportabili “fratelli coltelli”. >>.

OK, Riccardo: en marche, a testa alta. E’ sempre meglio accendere una candela che imprecare contro l’oscurità, magari ripensando a quanto ha detto del socialismo italiano Giorgio Ruffolo: “Cent’anni di storia, che sono anche cent’anni di gloria”. E riflettiamo sulla possibile sinergia con quel che resta della migliore tradizione democristiana: anche Pierferdinando Casini e Angelino Alfano sono allergici al vassallaggio.

Buon lavoro, compagni. Sono pronto, nel mio piccolo, a dare una mano.

Fabio Fabbri

Il renzismo e la prospettiva di una nuova “Terza Forza”

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Sul merito della questione “vitalizi” il nostro direttore e le altre voci ospitate dall’Avanti! hanno allegato tutte le considerazioni possibili per dimostrare che la legge Richetti è un vulnus al Parlamento e dunque alla Costituzione e alla democrazia. La prosa di Mauro si segnala per il pathos che la caratterizza: quasi una trasfigurazione lirica della bella politica. Non aggiungerò una sola parola per argomentare il mio “lucro cessante” (così si chiama nelle pandette) derivato dal mancato o ridottissimo esercizio della attività professionale da quando ho dedicato me stesso al lavoro politico. Ribadisco soltanto un’ovvietà: quando ho varcato per la prima volta la soglia di Palazzo Madama conoscevo il “trattamento di quiescenza” che mi sarebbe spettato. Ne sapevo abbastanza per conoscere l’intangibilità dei diritti acquisiti. Sulla “bella politica” che ha dato un senso alla nostra milizia non farò chiose alla nobile palinodia di Mauro del Bue. Dico soltanto che, malgrado gli errori che ho sicuramente compiuto, sono orgoglioso della mia modesta “storia” personale.

E sono anche lieto che ci sia qualcuno, per la verità ex militanti del PCI come Sposetti e Macaluso, che biasimano come aberrante la cosiddetta “abolizione dei vitalizi”, di cui si gloria in televisione il “sassolino” Matteo Richetti, ancorché si tratti di un progettato “taglio”. Confido che durante l’esame della legge al Senato non rimarrà silente il Presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano.

Ciò premesso, allineo alcune riflessioni politiche. Richetti è il portavoce del PD; i deputati del PD hanno sostenuto e votato la demagogica legge del veltro di Sassuolo. Dunque la normativa approvata dalla Camera rispecchia la volontà del segretario del PD, Matteo Renzi. Dunque noi socialisti, che abbiamo reso esplicito la nostra disapprovazione, dobbiamo affrontare il “caso Renzi” oggi.

Entro in argomento con una confessione personale. Quando il boy scout di Rignano ha corso nelle primarie come candidato alla Presidenza del Consiglio sono andato a votarlo insieme ad alcuni amici e compagni del mio paese. E’ andata a finire che i socialisti “hanno vinto il seggio”, come dicevano, sconcertati, i postcomunisti inossidabili del posto. Ho votato sì al referendum sulla riforma del Senato, sia pure turandomi il naso. Ho pensato e detto che noi della vecchia guardia socialista, novelli Ulissidi, non potevamo che sostenere “Matteo-Telemaco”. E adesso, mentre Telemaco ruba il mestiere a Grillo e Casaleggio? Dico subito che esagera chi è convinto che “Renzi sia finito”. E tuttavia è difficile negare qualche fondamento alle severe argomentazioni che Enrico Cisnetto ha allineato nel numero del 29 luglio della News Letter di Terza Repubblica: “La rottamazione è stata una parola d’ordine fortunata, ha incarnato esigenze effettive, ma ha finito col lisciare il pelo al populismo”. Vero: lo conferma la demagogica impresa richettiana sui vitalizi. Ma la diagnosi di Cisnetto è ancor più severa sul bilancio della “gioventù bruciata” dei quarantenni rottamatori: “Non ha dimostrato una reale autosufficienza, non solo perché priva della necessaria esperienza e di adeguata preparazione…ma perché inconsapevole di questa mancanza e comunque indisponibile a cercarla laddove presente”.

Non possiamo, nel nostro piccolo, fingere che questo giudizio negativo non sia sempre più diffuso. Tocca anche a noi aprire sul punto la discussione nel centro-sinistra, al riparo da ogni tendenza nichilista, ma con il proposito di suscitare anche all’interno del PD e nei centri di cultura politica una esegesi critica ed autocritica ed una nuova elaborazione progettuale.

La mia esperienza personale richiama alla mente gli anni dell’egemonia democristiana che precedettero la svolta dei primi governi di centro-sinistra con la partecipazione dei socialisti. Allora fu determinate la “Terza forza” composta dal PRI e dal neonato Partito Radicale. L’eclissi del renzismo conferma che anche oggi può essere virtuosa, nell’interesse del Paese, l’opera critica e propositiva di una nuova “Terza Forza”, di cui ho già patrocinato la nascita nel mio intervento dei giorni scorsi su questo giornale.

Leggo che Emma Bonino e Carlo Calenda, Ministro dello Sviluppo Economico, danno vita a “Forza Europa”. Pare a me che nel Paese siano presenti altre energie politiche e culturali che dovrebbero entrare in campo. Non voglio sopravvalutare le nostre forze. E tuttavia, come ho già rimarcato, penso che l’Associazione Socialismo, Mondoperaio e l’Avanti, insieme all’intera comunità del PSI, possono operare attivamente per far uscire l’Italia dal cul di sacco rigonfio di renziani ed anti-renziani in perpetua lotta.

Fabio Fabbri

Post scriptum.
Apprendo dal fondo “domenicale” di Eugenio Scalfari che è frequente il suo dialogo diretto con Matteo Renzi. I consigli del fondatore di Repubblica, che è dotato di saggezza e di preclara intelligenza politica, sono sicuramente utili e benvenuti. Non basta però, caro Eugenio, l’invocato ausilio di Romano Prodi, di Enrico Letta e di Walter Veltroni. Osservo ancora che resta da chiarire il ruolo dell’ex Sindaco di Milano Pisapia. Vedo invece vivida la nuova stella di Marco Minniti. Saranno comunque essenziali per attivare il nuovo corso idee chiare, gente nuova e adesione ai problemi concreti: proprio come heri dicebamus.

Finestra politica. Dialogo fra “terza repubblica” e Avanti!

desertificazione politicaQueste mie riflessioni e proposte fanno perno sull’editoriale di Enrico Cisnetto pubblicato sul n. 265 del 30 giugno 2017 “Terza Repubblica – quotidiano online di Società Aperta (www.terzarepubblica.it) di cui riassumo i caposaldi. La tesi di Cisnetto è già enunciata nel titolo: “c’è da rifare il centro-sinistra (quello DC-PSI, non l’Ulivo ma serve il collante di una forza centrale (stile PRI).”

Poiché Cisnetto, per dimostrare il fondamento di questa tesi,si avvale della argomentazione incentrata su una serie di premesse, lo seguirò riassumendo liberamente i punti di appoggio del suo sillogismo.

L’astensione al voto non è una forma di qualunquismo, ma è sterile, cioè improduttiva di incisive conseguenze politiche.

I “grillini”” sono a un passo dall’assunzione di responsabilità governative, con tutti i i rischi che ne derivano (vedi Roma e Torino). Che li vota non può cavarsela a buon mercato, allegando la sua volontà di punir la pochezza di chi ha oggi responsabilità di governo. Farebbe ancor peggio se contorniato dal “Duo Fasano” Salvini-Meloni: per tacere dei delettanti allo sbaraglio dei sindaci di Casaleggio\Grillo.

Per contro, Forza Italia può essere “preziosa” se componente di una maggioranza, e dunque di un governo di coalizione di centro-sinistra, erede legittimo del vecchio (e glorioso, aggiungo io) DC-PSI.

Il PD e Matteo Renzi sono politicamente in crisi ed è velleitario, oltre che fallace, chi propone la “ricostruzione del Grande Ulivo.

Sulla base di questi caposaldi, il direttore di Terza Repubblica indica come unica via d’uscita dal pantano politico in cui è immerso il Paese la “nascita di una forza di centro che faccia da collante come le forze laiche, PRI in primo luogo, fecero al nascere dell’Alleanza tra DC e PSI” .

Su questo “ragionamento politico”, come direbbe Ciriaco De Mita, vorrei che si aprisse una discussione sulle colonne dell’Avanti – ed anche in altre sedi – fra i superstiti dei partiti laici che a suo tempo “fecero da collante” nell’alleanza di governo fra DC e PSI.

Inizio, per parte mia, con qualche “punto fermo”..

E’ palese che non possono essere corifei del nuovo buongoverno i generali delle sconfitte della fallimentare Seconda Repubblica: Prodi in testa, con seguito di D’Alema, Bersani e neo-postcomunisti, neppure se “protetti” da Pisapia. Dunque, il PD, per ora guidato e controllato dal giovanotto di Rignano sull’Arno è l’architrave della costruzione politica delineata da Cisnetto. Come corollario segue subito questa domanda: quali sono le energie politiche e culturali capaci di fare da collante per rifare il centro-sinistra?

Spero che Cisnetto sia d’accordo quando dico che un ruolo significativo può essere svolto dagli eredi del PSI: non solo il partito, che è anche rappresentato in Parlamento, ma anche l’Associazione Socialismo di Gennaro Acquaviva, i circoli Pertini, Prampolini et similia che sono presenti quasi in ogni parte d’Italia, il think tank di Mondoperaio guidato da Luigi Covatta, l’Avanti di Mauro Del Bue, le Fondazioni socialiste e laiche ancora in vita: penso in primis alla Fondazione La Malfa. Non dimentico naturalmente Terza Repubblica. Senza dire che sono ancora in campo, non vecchi come me, eminenti personalità politiche del mondo laico-liberale, impegnati nella vita culturale e pubblica, ma assenti dall’agone politico. Faccio qualche esempio: Giorgio La Malfa, Claudio Martelli, gli stessi Covatta, Del Bue e Acquaviva che ho appena menzionato e molti altri “a riposo”, compreso Francesco Rutelli, che non sono insensibili al “grido di dolore “ di tanti italiani che inorridiscono di fronte alla prospettiva di un’Italia governata da Davide Casaleggio e Matteo Salvini ed anche dai rottami della seconda Repubblica. Aggiungo che “nella riserva della Repubblica” sono presenti in ogni parte d’Italia centinaia di condottieri che hanno guidato e portate alla vittoria nelle elezioni comunali le liste civiche. E’ velleitario sperare che Terza Repubblica, l’Avanti! e Mondoperaio organizzino insieme un Convegno promotore della “Terza Forza”?

Non mi nascondo che i due “poli” destinatari e beneficiari della collaborazione della Terza Forza sono assai meno virtuosi della DC e del PSI di Andreotti-Forlani e Craxi. E’ dunque lecito chiedersi, di fronte allo sfacelo del nostro sistema politico (Galli Della Loggia sul Corriere della Sera la definisce “desertificazione politica”) se la “Terza forza” può svolgere il ruolo di collante evocato da Cisnetto fra i due soggetti principali posseduti e frustrati dalle lotte intestine.

Rispondo al quesito così: la costruzione della Terza Forza laica, radicale, liberal-socialista e fortemente europeista sarà comunque preziosa per il futuro della democrazia italiana. I miei maestri di gioventù, i radicali di Mario Pannunzio, mi hanno insegnato che nei momenti bui della nostra vicenda nazionale sono le minoranze che hanno fatto la storia.

Fabio Fabbri
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Non c’è vinavil che tenga

Caro direttore, condivido anche questa volta la Tua motivata esegesi sul trambusto in corso per far nascere una “ammucchiata elettorale” a sinistra del PD. Matteo Renzi, come sempre mordace, la chiama accozzaglia. Paolo Mieli sul Corriere della Sera ha ricordato quel che accadde durante i corsi e ricorsi delle scissioni a sinistra del PCI e del PSI: un insuccesso dopo l’altro, tranne che per gli indipendenti di sinistra, che però si facevano eleggere direttamente nelle liste del PCI.

Ora invece l’operazione ha come fine la liquidazione del PD e, più ancora, di Matteo Renzi. Il vinavil dovrebbe fornirlo Prodi e affidarlo a Pisapia, bravo avvocato e buon sindaco, ma sfornito della leadership politica necessaria per sorreggere questa operazione spericolata. Ergo, non c’è vinavil che tenga.

Spiace a chi, come me e Te, è nato in provincia di Reggio dare un giudizio storico negativo sul veltro di Scandiano. Non mi è piaciuto né come leader europeo (è stato protagonista di un allargamento frettoloso ad Est dell’Unione) né come presidente del Consiglio; senza dire che il vero leader dell’operazione velleitaria in corso è Massimo D’Alema, pronto a ricandidarsi nel Collegio di Gallipoli.

Insomma, vogliono ritornare sulla plancia di comando i generali delle sconfitte che hanno maldestramente governato l’Italia, in alternanza con Berlusconi, dopo la grande slavina del 1992.

I risultati disastrosi di questo infausta stagione sono davanti agli occhi degli italiani, molti dei quali abbracciano un capo-comico al servizio di Davide Casaleggio!

Ritorno a Pisapia e confermo che è stato un buon Sindaco di Milano. Ma aggiungo: tutti i sindaci di Milano, da Greppi, ad Aniasi, a Tognoli, alla signora Moratti sono stati bravi. Ma tuttavia è già palese che il bravo sindaco Pisapia non è in grado, malgrado il vinavil di Prodi, di far risorgere una classe politica che si è dimostrata incapace di buongoverno: che non può inverarsi con le lenzuolate di Bersani.

Rebus sic stantibus, noi, noi del PSI dobbiamo stare – tutti – ben lontani e distinti da questa velleitaria operazione.

Sento vociferare che sarebbe in corso, da parte di questi crociati anti-renziani, il tentativo di aggregare anche Bobo Craxi. Mi auguro che si tratti di una notizia infondata e che ,in ogni caso, nessuno dei nostri dirigenti voglia partecipare a questa avventura.

Per queste ed altre molteplici ragioni dobbiamo confermare la nostra alleanza con il PD, partner dei partiti del socialismo europeo.

In questo momento di sbandamento e di crisi profonda del nostro sistema politico, tocca a noi riproporre i valori del nostro socialismo liberale. Da tempo sento annunciare una Conferenza programmatica chiamata “Rimini Due”. E’ il momento giusto, con l’ausilio di Mondoperaio e della Associazione Socialismo, per proporre alla sinistra riformista ed al Paese il nostro progetto per uscire da questo disastro, frutto avvelenato della Seconda Repubblica e, in parte, anche della Terza.

Spetta anche a noi porre al centro del nuovo corso politico necessario la battaglia per gli Stati Uniti d’Europa, che non deve essere soltanto la bandiera “carolingio” del nuovo Presidente della Francia e della signora Merkel.

Offro ai lettori del nostro quotidiano, a mo’ di “placebo”, questa constatazione storica: molto spesso quel che succede in Francia prima o poi si ripete in Italia.

Fabio Fabbri

Fabio Fabbri
Il Congresso dell’orgoglio socialista

Avevo deciso, dopo faticosa meditazione, di non partecipare al congresso romano del Psi, malgrado il cortese e caloroso invito di Riccardo del Mugello. Ipsa senectus morbus, dicevo a me stesso, rimuginando una frase di Seneca fatta propria da Sandro Pertini. Poi il richiamo degli ideali e delle mie consuetudini di vita politica ha prevalso. Hanno sicuramente contato, nel determinare il mio ripensamento, il forte desiderio di capire se la nostra storia e il nostro patrimonio di idee sono ancora vivi e utili in un momento drammatico della vicenda politica italiana ed europea. E così, dopo una notte insonne, ho deciso di partire per Roma, la mattina del 18 marzo.

E’ stata una rimpatriata assai gradevole. Ho assaporato il piacere di chi torna a casa dopo una lunga assenza. Confesso che mi avevano spinto a ribellarmi all’idea stessa della diserzione la lettura dell’editoriale di Gigi Covatta che nell’editoriale del fascicolo n 3 di Mondoperaio ha rivendicato il ruolo dei riformisti ( i Menscevichi) nella storia d’Italia e la sferzante reprimenda di Ugo Intini nei confronti dei divi populisti dei talk show televisivi: sempre quelli, sempre più tronfi, sempre più aggressivi nei confronti dei protagonisti della vita politica, maltrattati con veemente linguaggio accusatorio. Salvo soltanto Lilli Gruber, a suo tempo scoperta e lanciata dal nostro indimenticabile Antonio Ghirelli. Confesso che per Lilli ho un debole. Ho letto i suoi libri: una saga familiare ben narrata. Ho anche progettato di visitare il suo frutteto: il meleto evocato nel suo primo romanzo, ricevuto in eredità secondo il diritto successorio alto-atesino. Ma sono indignato per la sua benevolenza nei confronti del sempre presente, sogghignante e stucchevolmente sferzante Marco Travaglio.

Ho dunque acchiappato di buonora il tonitruante Italo-treno piè veloce a Reggio Emilia, dimenticando la soperchieria di Romano Prodi, che avrebbe dovuto ubicarlo a Campegine, oggi Terre di Canossa, in modo da renderlo equidistante e vicendevolmente fruibili da parmigiani e reggiani.

Arrivato al Congresso, sono stato accolto dai due veltri dell’Emilia occidentale, Mauro del Bue e Paolo Cristoni, da tanti compagni del Gruppo parlamentare del “mio” Senato. Ho abbracciato Ugo Intini, che sembra ancora un “giuvinot”, come dicono nella sua Milano. Io e Ugo ci siamo sempre intesi, quando eravamo entrambi aiutanti di campo di Bettino. Mi è tornata alla mente una spericolata missione a Varsavia, da qualche giorno occupata dall’esercito della Russia sovietica. Insomma un caldo, emozionante amarcord. Mi ha sorpreso e confortato la presenza di numerosi giovani del PSI di oggi. Sono sicuramente militanti coraggiosi e idealisti, se si battono nella nostra piccola comunità in tempi di vacche magrissime. Insomma una elettrizzante rimpatriata. Cent’anni di storia che sono cent’anni di gloria, ha detto una volta il giolittiano Giorgio Ruffolo. Grazie di esistere, vecchio PSI, ho detto a me stesso.

Sui tavoli e sulle poltrone trovo un giornale e alcuni manifesti che annunciano la festa dei socialisti e della gente del Canavese in onore dei settant’anni di iscrizione al partito di Eugenio Bozzello da Castellamonte, mio validissimo aiutante di campo quando ero capogruppo al Senato.

Perdonatemi, cari compagni di lotta e di governo, questa ondata di commozione, a detrimento della riflessione politica. Sono finito nel reparto lacrimogeni. Ma ogni tanto fa bene ricordare e anche commuoversi. La battaglia politica è, per i suoi protagonisti, un valore primario della vita.

Ho poi apprezzato le maggiori orazioni – anzitutto l’incipit di Riccardo Nencini. Mi sono piaciuti anche i messaggi dei nostri alleati, radicali e ambientalisti. Bravo Giovanni Negri, il virgulto che ho conosciuto quasi adolescente quando Marco Pannella, dopo avermi imperiosamente convocato, lo portò insieme a me e a Claudio Martelli da Francesco Cossiga al Quirinale per denunciare la persecuzione giudiziaria che si stava perpetrando ai danni del povero Enzo Tortora.

Del dibattito mi ha soprattutto interessato il disegno che si va profilando, caratterizzato le alleanze di quel che resta del socialismo italiano con forze nuove e antiche del riformismo ed anche del popolarismo italiano, tutte animate, come noi, dalla decisa volontà di far uscire l’Italia dal pantano maleolente del populismo dilagante, accompagnato e favorito dalle virulente lotte di potere fra i colonnelli di quell’amalgama mal riuscito che resta il PD. Mi sono chiesto, mentre mi aggiravo fra i saloni dell’Hotel Marriott: siamo in grado di parlare al Paese? Spero che lo faremo ancor meglio nella Conferenza Programmatica che chiamiamo “Rimini II”. Insomma, forse c’è una parte, anche piccola, di questa Italia maltrattata disposta a incoraggiare un raggruppamento riformista, laico, liberale, radicale e ambientalista: un patto, sissignori, esteso alla nuova formazione “popolare” che sta mettendo in piedi il Ministro degli Esteri Angelino Alfano, in vista delle elezioni del 2018. Mi pare anche tempo di patrocinare, per il futuro governo dell’Italia, una grande coalizione capace, emarginando non solo Grillo e Salvini ma anche le schegge immarcescibili dei nuovi e vecchi post-comunismi: un fiume carsico riemergente , animato da chi si ostina a dimenticare di aver avuto torto dalla storia.

A proposito di costoro, confesso che ho gustato come un buon bicchiere di vino rosso l’inattesa comparsa nel salotto televisivo della Gruber del Prof. Giuseppe Vacca, lo storico che guida l’Istituto Gramsci. Polemizzando con il neo transfuga del PD Alfredo D’Attorre, Vacca ha fatto una sorta di outing filo-renziano. Ha ricordato che il boy scout di Rignano sull’Arno ha portato il PD nell’alveo del socialismo europeo e ha spezzato indirettamente una lancia in favore del blairiano “partito della Nazione”. Lo ha fatto proclamando che in Italia i partiti della Nazione erano in passato due: La DC ed il PCI.

Avrebbe dovuto aggiungere che lo è stato anche il PSI, sicuramente nel tempo glorioso in cui Craxi predicava il “socialismo tricolore”.

Fabio Fabbri

Ancora sul ritratto di famiglia
di via dei Caprettari

Merita un solenne encomio  il “Ritratto di famiglia in un interno del PD” scritto dal direttore di questo glorioso giornale. E’ l’icona di quanto sta accadendo e l’anticipazione di quanto poi succederà prossimamente.

Per chi non lo avesse letto, svelo che Mauro  sull’Avanti del 12 febbraio descrive la nuova sede del PD di via Caprettari, a Roma. Queste sono, appese ai muri, le icone che “rappresentano la memoria storica dei militanti”: Antonio Gramsci, direttore del periodico Ordine Nuovo e poi fondatore del quotidiano comunista l’Unità, in polemica con l’Avanti!. Vicino a lui Enrico Berlinguer, l’uomo del compromesso storico, dello strappo da Mosca, ma anche della contestuale, solenne conferma della perenne validità del leninismo. Poi Aldo Moro, ricordato non si capisce se  come martire o come leader…l’uomo dell’apertura al PCI. Per chiudere Nilde Iotti, quasi come  implicita evocazione di Togliatti. Chissà perché vengono dimenticati Luigi Longo e Giorgio Amendola.

Questo è il Pantheon del Partito democratico, aderente alla famiglia socialista europea. E a tal proposito il nostro direttore rimarca che mancano i ritratti dei leader socialisti.

Non è davvero il caso di sorprendersi e neppure di gridare allo scandalo. Vengono alla mente invece  il distico dantesco “Chi fur li maggior tui?” e il detto latino “Nomina sunt cosequentia rerum.”.  Dunque l’arredo iconografico di via dei Caprettari spiega cos’è il PD:  molto meglio di molti elzeviri che si leggono in questi giorni sulla stampa e delle chiacchere stucchevoli che  rimbombano nei talk show televisivi di ogni giorno: sempre con le stesse facce, con i solidi conduttori, che si considerano orma divinità unte dal Signore.

Insomma: in quell’amalgama non riuscito che è il PD, la porzione costitutiva ed egemone è una sorta di tardo-leninismo all’italiana e non c’è foglia di ulivo che tenga. Chi non si piega alla dominazione di quel che resta del post-comunismo italiano e del suo DNA, è un nemico del popolo, meritevole di essere combattuto e liquidato. E non creda Renzi di farla franca evocando Giorgio La Pira, Nelson Mandela o Amintore Fanfani! Romano Prodi ha tentato di inventare una sorta di impossibile ”terza via” a-comunista. E’ stato disarcionato da Massimo D’Alema, il viticultore umbro che è ritornato in campo con la spada sguainata. Per eliminare chi non appartiene al ritratto di famiglia di via dei Caprettari.

Questo è dunque il panorama politico dell’Italia nel mite inverno dell’anno di grazia 2017, nigro notanda lapillo (mi scuso per il latinorum che mi viene in testa). E non è il caso davvero di consolarsi constatando che il riformismo socialista è in crisi in tutta Europa e nel mondo. L’Italia, finiti gli anni eroici della prima Repubblica, quelli in cui – parole dello storico Giovanni Spadolini “-  il nostro paese aveva  raggiunto “traguardi di benessere e di prestigio internazionale che non aveva mai conosciuto nella sua storia” è il fanalino di coda dell’Unione Europea, più malmessa della Grecia. Ed è in questo scenario che ogni giorno la nostra gente legge e ascolta le cronache delle liti acrimoniose fra gli attuali detentori della maggioranza nel PD e chi rivendica il diritto di cacciarli per ripristinare il “rapporto sentimentale” che si è spezzato con una parte dell’antico popolo dopo che hanno preso il comando del Nazzareno taluni militanti, capitanati da Matteo Renzi, colpevoli di non riconoscersi nel ritratto di famiglia immortalato nella cellula romana di Via dei Caprettari. Giova aggiungere che anche nella “componente” che si sente estranea a quel Pantheon sembra prevalere il desiderio di tenere insieme, non si capisce con quale mastice, l’amalgama non riuscito.

E tutto questo mentre l’Europa e il mondo vivono l’ancora imperscrutabile inizio di una novella storia. Poiché sono rimasti inascoltati Willy Brandt e Bettino Craxi, che hanno predicato nel deserto la necessità di colmare il divario economico e antropologico fra il Nord e il Sud del pianeta, l’Europa e l’America di Donald Trump subiscono  l’invasione dei disperati che  reclamano la condivisione del benessere. Ma non basta. La serenità delle popolazioni benestanti dei paesi democratici  è messa a repentaglio dalle scorrerie mortali delle orde del fondamentalismo islamico.

Tutto questo passa in secondo o terzo piano, oscurato dalle lotte intestine del PD: perisca il mondo, purchè vinca la fazione. Insomma: uno spettacola francamente indecente. Come avrebbe detto il famoso cronista Nicolò Carosio, il bel gioco politico latita. Mancano, o sono travolte dal regolamento dei conti acrimonioso, riflessioni di chi pratica l’arte della politica come esercizio spirituale, come riflessione e proposta  di chi vuole guardare alto e lontano. Soccorre ancora il latino: quos perdere vult, prius Deus amentat: il Signore fa uscir di senno quelli che vuol perdere.

E noi, resti emarginati di quell’umanesimo socialista che, come diceva Bettino, aveva saputo edificare la più alta civiltà realizzata dall’uomo sulla terra, cosa possiamo e dobbiamo fare?

Cari compagni, vi confesso che, dopo questa geremiade e mentre ho ancora meglio occhi le scene il dibattito  su LA SETTE fra il parolaio Speranza e il conduttore Corrado Formigli, sono esausto e sconsolato. Di fronte al pacato tentativo di Paolo Mieli, desideroso di introdurre nel confronto le regole del dialogo politico, Speranza enumera con cattiveria le sue granitiche certezze. Intanto, si avanza , come pretendente per la conquista dello scettro di segretario del PD, un alto magistrato pugliese.  Mi domando se si sta preparando Pier Camillo Davigo, anche lui super-attivo nelle comparsate televisive.

La mia geremiade è finita. Nei prossimi giorni dobbiamo abbozzare, facendo perno su questo giornale,  un progetto,  una mappa per aiutare l’Italia  a fuoruscire da questo pantano: ed anche per salvaguardare la nostra anima.

Fabio Fabbri

Un “colpo di reni” politico

L’Avanti! dei primi giorni del nuovo anno ha affrontato, per la penna del direttore, due questioni di primaria attualità: il possibile futuro di Matteo Renzi e la diaspora degli eredi di Craxi.

Esprimo il mio consenso sui due temi ed aggiungo, su entrambi, qualche mia riflessione.

1.- Che fine farà Renzi? Certo è malmesso, giacchè è sempre vero che niente ha più insuccesso dell’insuccesso. La rievocazione da parte del direttore dell’Avanti! di sconfitte seguite da grandi ritorni negli anni gloriosi della prima Repubblica è utile e opportuna, se è vero che la storia è maestra di vita. Ho conosciuto da vicino e stimato assai Amintore Fanfani. Sono stato anche suo ministro. Di lui sono noti gli alti e i bassi, i “corsi e ricorsi”, che furono anche chiamati “quaresime e resurrezioni”. Quel che è accaduto al veltro di Pieve Santo Stefano può succedere anche al boy scout di Rigano sull’Arno? Non lo escluderei, a patto che Matteo sappia elaborare il lutto della sconfitta, che è figlia dell’eccesso di fiducia in se stesso (superbia l’ha chiamata brutalmente Claudio Martelli su “Il Giorno”). Come ha detto Paolo Mieli, Renzi deve aspettare fuori dalla mischia, avere pazienza e compiere un nuovo percorso, anche personale, nel divenire della vicenda politica italiana. Sbaglierebbe se cercasse una rivincita immediata come capo del PD. Sbaglia certamente se ricerca la rivincita subito, in un nuovo lavacro elettorale. Deve capire che il Paese, dopo due anni di baruffa referendari a non può consentirsi, e tanto meno approvare, un altro, immediato periodo di baruffa elettorale, lasciando marcire i problemi che incombono: nella realtà economico-sociale della Nazione, nello scacchiere europeo, dove sono in calendario alcuni appuntanti “storici” e nella realtà internazionale. Su questo versante è altissimo il rischio di lasciare il ruolo di protagonisti assoluti a Vladimir Putin e a Donald Trump. Leggo su “Il Foglio” di sabato 7 gennaio è dello stesso parere anche il “nostro” Fabrizio Cicchitto.

Questo – elaborare il lutto e preparare il ritorno in campo con un nuovo progetto – è, a mio parere, il primo consiglio che Riccardo Nencini del Mugello deve dare al Matteo Renzi di Rignano.

Confesso che ho avuto simpatia per Renzi. Non sono andato a sostenerlo alle primarie per la segreteria del PD. Sono andato, per contro, a votarlo quando era antagonista di Bersani per la candidatura a Palazzo Chigi. Era allora davanti ai nostri occhi il bilancio disastroso della Seconda Repubblica, quella di Berlusconi, Prodi e D’Alema. Era anche forte la voglia di nuovo, la simpatia per chi aveva rottamato parte dei postcomunisti. E bastato allora il passa-parola con i compagni e gli amici del mio paese per determinare un risultato inatteso: i socialisti hanno fatto vincere il seggio a Renzi, commentavano incazzati i postcomunisti del luogo.

Se potessi essere ascoltato da Renzi, gli direi di non promuovere con frenetica urgenza spedizioni punitive nei confronti dei suoi nemici interni, fra i quali vedo impegnato con cattiveria il “nostro” Bersani, quello della parafarmacie, cittadino di Bettola, paese piacentino in cui lui non “vendemmia” tutti i voti che dovrebbero incoronare la sua leadership nazionale. Lo esorterei invece a progettare l’architettura di un nuovo programma, davvero capace di far uscire l’Italia dal pantano, promuovendo quella “ripartenza” troppo annunciata e mai arrivata.

Su questo versante, noi, piccola comunità socialista, possiamo dargli qualche aiuto, specialmente se avrà il seguito sperato la conferenza programmatica in cantiere, che noi chiamiamo “Rimini 2”, perché vogliamo che sia la continuità della leggendaria Conferenza del PSI che si svolse a Rimini, ove Claudio Martelli predicò l’alleanza fra merito e bisogno.

2.- Passo così al secondo editoriale di Mauro Del Bue, quello incentrato sulla “diaspora” socialista, conseguente alla chiamata in causa della magistratura da parte di alcuni socialisti dissidenti, con correlato annullamento del congresso, accompagnato dalla gogna dei socialisti su ‘Repubblica’ e sul ‘Fatto Quotidiano’ dello sghignazzante Marco Travaglio.

Per venir fuori da queste sabbie mobili serve un “colpo di reni” politico, non solo nel congresso, ma anche nelle assemblee provinciali e regionali che devono quanto prima essere convocate . E’ inoltre necessaria la concordia virtuosa ed operativa fra i massimi dirigenti del partito. Fra essi avranno un ruolo non secondario, oltre al nostro segretario, Riccardo Nencini e al Direttore che ha rilanciato l’Avanti!, Mauro Del Bue, i compagni che hanno meritoriamente ricostruito storicamente e tenuto vivi il pensiero e la storia del socialismo italiano dopo la “grande slavina” degli anni ’90. Mi riferisco a Luigi Covatta, che ha rilanciato Mondoperaio e a Gennaro Acquaviva che ha promosso l’Associazione Socialismo. Sono gli stessi che ora stanno allestendo la Rimini 2. Sono fiducioso, da inguaribile ottimista, che questo mio invito possa essere raccolto. Non vedo altre possibilità di uscita dal tunnel al di fuori della cooperazione fra questi quadrumviri. Ho un rapporto anche personale di stima e di affetto con ciascuno di loro.

Concludo rilevando che un ruolo importante per raggiungere la riva della nostra salvezza politica spetta anche a Bobo Craxi, non solo perché porta quel nome. Mi vengono alla mente le confidenze affettuose di Bettino mi ha fatto su suo figlio, quando egli si affacciava timidamente sulla ribalta dell’agone politico. Lui sperava che divenisse un virtuoso “figlio d’arte”. Gli voglio anche bene perché lui e la sua famiglia hanno subito una persecuzione, accompagnata dalla scomparsa in esilio del leader che aveva costruito il nuovo corso del socialismo italiano.

Mi domando, e domando a chi mi legge, se questa mia prosa accorata è una sorta di “mozione degli affetti”. Certo che lo è. Ma è anche la manifestazione di fiducia nell’intelligenza politica e nell’orgoglio di chi ha raccolto l’eredità del socialismo liberale italiano.

Fabio Fabbri

L’umanità e la politica di Giuseppe Avolio

Nel decennale della morte di Giuseppe Avolio, è stato ricordato al CONVEGNO DELLA CIA – ROMA 13 DICEMBRE 2016. Il socialista è stato più volte eletto Consigliere comunale ad Afragola, prima con il PSI e poi con il PSIUP.
È eletto deputato la prima volta nel 1958 e rieletto nel 1963 nelle liste del Psi; nel 1968 è eletto deputato nelle liste del PSIUP, sempre per la circoscrizione Napoli-Caserta. Avolio ricevette un importante riconoscimento per il suo impegno a favore dell’agricoltura europea anche dalla Repubblica di Francia che gli conferì la Gran Croce al Merito.


Il ricordo di Giuseppe

di Fabio Fabbri

avolio-2Esprimo la mia viva gratitudine ai familiari di Giuseppe Avolio e alla Confederazione Italiana Agricoltori che mi hanno chiesto di unire anche la mia voce a questa giornata di ricordi e riflessioni sulla personalità e sulla vita politica di Giuseppe Avolio. Rivolgo un saluto particolarmente affettuoso al Presidente emerito della Repubblica, Senatore Giorgio Napolitano.
Di Giusppe Avolio negli anni ‘70 avevo letto, con il piacere dell’idem sentire de Repubblica, scritti e discorsi. Poi ci siamo conosciuti da vicino quando nel 1976 sono stato eletto senatore nelle liste del PSI, candidato nel Collegio di Parma e in quello di Borgotaro-Salsomaggiore.
Fui chiamato a far parte della Commissione Agricoltura del Senato. Del settore primario mi ero intensamente occupato come Vice-Presidente della Provincia di Parma, eletto in un Collegio dell’Appennino. Mio padre, geometra di Tizzano Val Parma, decimo figlio di una famiglia di agricoltori, mi portava con sé, fin da ragazzo, quando era chiamato disciplinare i rapporti fra proprietari e mezzadri alla fine o all’inizio del contratto di mezzadria. Si occupava anche di forestazione e regimazione delle acque.
Il Presidente della Commissione era Emanuele Macaluso. Fu lui, a quanto ho potuto capire, che patrocinò la mia nomina quale suo Vice-Presidente. Fu ancora lui che mi nominò relatore per l’esame e l’approvazione del disegno di legge di riforma dei contratti agrari.
Ho sempre sospettato che a questa scelta non fosse estraneo Giuseppe Avolio, che a quel tempo, rientrato nella casa madre del socialismo italiano, era il mio “superiore politico” .
Ricordo i primi convegni che Peppino organizzò come responsabile della Commissione Agraria di un partito impegnato allora sul terreno squisitamente politico nella costruzione di quello che fu chiamato “il nuovo corso” del PSI.
All’incontro di carattere nazionale promosso da Avolio con i quadri provinciali impegnati nelle organizzazioni agricole, venne e prese la parola anche il nuovo segretario, Bettino Craxi. Ricordò un ammonimento di Pietro Nenni: “la terra è bassa”, per chi la deve coltivare. Parlai anch’io e fui promosso di fatto come il parlamentare del PSI esperto della questione agraria.
Iniziò allora il mio dialogo on Giuseppe Avolio, che divenne sempre più intenso di settimana in settimana. Lui era dotato del carisma che deve possedere un leader.
Era anche assai colto. La sua narrazione era organizzata per concetti chiari ed efficaci. Qualche volta si lamentò con me perché alcuni dei nuovi dirigenti del partito gli sembravano incolti. Conosceva bene, e talora citava, i maestri del marxismo, ma possedeva una vasta cultura generale e specificamente politica. Il nostro comune maestro e ispiratore fu allora Manlio Rossi Doria.
Frequentandolo imparavo a conoscere la sua capacità di esprimere e difendere, anche in modo appassionato e polemico, le sue tesi politiche: ma sempre al riparo dalla faziosità: anzi con l’orecchio attento alle ragioni dei suoi interlocutori, compresi gli avversari, sapeva realizzare rapporti cordiali ed anche amichevoli.
A quel tempo i nostri dirimpettai erano Giandomenico Serra, parmigiano e mio compagno di scuola al Liceo, allora Presidente della Confagricolutura, Arcangelo Lobianco, presidente della Coldiretti. A latere, ma protagonista combattivo e come me membro della Commissione Agricoltura del Senato, il mantovano Ferdinando Truzzi, Presidente della famosa o famigerata Federconsorzi.
Il nostro sodalizio fu rafforzato dalla decisione di Macaluso di nominarmi relatore per l’elaborazione ed approvazione, prima in Commissione poi in Aula, della legge di riforma dei patti agrari, che prevedeva la trasformazione della mezzadria e colonia in contratto di affitto. Mezzadri e coloni diventavano imprenditori agricoli, protagonisti del loro lavoro nelle campagne in cui avevano operato come subalterni dei proprietari del fondo.
Questa iniziativa riformatrice ebbe un impatto sociale molto aspro. Ricevevo ogni settimana lettere minatorie, spesso a nome delle vedove del proprietario del podere.. A causa delle ricorrenti minacce, mi fu assegnata la scorta. Peppino ed Emanuele mi incoraggiavano: la vita politica porta con sè qualche pericolo.
La legge fu approvata al Senato, sotto la guida dell’allora Presidente Amintore Fanfani, protagonista della prima Riforma Agraria. Fin da allora egli aveva così ammonito: “In due sulla terra non si può stare.”.
Questa mia prima esperienza in campo legislativo propiziò il mio successivo incarico di Sottosegretario all’Agricoltura, a fianco di Albertino Marcora.
Il dialogo fra i due, il socialista e meridionalista Avolio e il partigiano ed agricoltore Marcora, divenne subito amichevole.
Ma c’è un altro debito, che desidero saldare in questa occasione, nei confronti di Avolio. Il mio lavoro sui patti agrari fu talmente apprezzato da Fanfani da costituire fattore determinate per la mia prima nomina di Ministro della Repubblica. A Macaluso ho già raccontato come si svolsero i fatti.
Ero Sottosegretario all’Agricoltura quando Fanfani, nel dicembre del 1982 ebbe l’incarico di formare un nuovo governo. Mi chiamò Craxi per dirmi che “dovevo cambiare posto”. Protestai flebilmente, enfatizzando che stavo benissimo dove ero. Craxi mi fermò subito: “Guarda che farai il Ministro”. Lo statista di Pieve Santo Stefano mi raccontò poi questo suo dialogo con Craxi, che gli aveva trasmesso la lista dei parlamentari socialisti proposti come Ministri. Fanfani gli contestò che l’elenco era squilibrato per l’assenza di senatori socialisti. Rispose Craxi: “Nessuno me lo ha chiesto”. Fanfani: “Tu hai un senatore che merita di fare il ministro, è Fabbri”. Craxi: “Va benissimo.”. Fu così che diventai Ministro degli Affari Regionali nella vituperata Prima Repubblica.
Ho già ringraziato Emanuele Macaluso per la funzione maieutica che ha svolto per questa mia promozione. Oggi sento il dovere di gratitudine di dire ai familiari di Avolio che il merito di questa e di altre mie esperienze istituzionali è anche di Peppino.
Ricordo infine, ma non da ultimo, che fu Giuseppe Avolio a promuovere il mio rapporto di amicizia con Giorgio Napolitano e Gerardo Chiaromonte, ospiti con me a cena della indimenticabile signora Elisa. Ho memoria viva e grata di quelle sere: il piacere della conversazione politica era accompagnato dall’eccellenza del menù. Spesso, dulcis in fundo, arrivava “la pastiera”.
Bettino Craxi era a conoscenza di queste mie frequentazioni. Gli avevo spiegato che l’empatia – oggi si direbbe il feeling – con questi autorevoli senatori comunisti era iniziato da un mio incontro con Paolo Bufalini a Langhirano, a pochi chilometri da casa mia, dove insieme ricordammo la figura e l’opera del langhiranese Giacomo Ferrari, il leggendario comandante partigiano “Arta”.
Craxi incoraggiava queste mie relazioni, nell’ottica di quella che lui chiamava allora “la prospettiva laburista”.
Giuseppe Avolio – lui che ha militato nel partito di unità proletaria – è stato un riformista di successo, trasformando l’Alleanza dei Contadini prima nella Confederazione Italiana Coltivatori, poi nell’attuale Confederazione Italiana Agricoltori, caratterizzata dal primato del connotato imprenditoriale e dalla caratura europea dell’azione politica in campo agro-alimentare: non più zappaterra, non più la “turba di pezzenti effigiata da Rocco Scotellaro, ma imprenditori a pieno titolo.
Lo rivedo con il basco sul capo, alla guida dei suoi agricoltori che manifestavano a Bruxelles

con le loro bandiere, in difesa dei loro diritti.
Peppino era orgoglioso dei suoi imprenditori agricoli, con i quali intratteneva un intenso dialogo politico, economico e culturale, ravvivato da una intensa ed efficace attività editoriale. L’ultima sua creatura è la prestigiosa rivista “Nuova agricoltura”.
Giuseppe Avolio ha vissuto la milizia politica come esercizio spirituale.
La sua creativa azione riformatrice, caratterizzata dall’umanesimo imprenditoriale nella realtà agricola del Paese, appartiene alla storia della democrazia italiana.
La sua testimonianza di nobiltà della politica ci conforta ancor oggi, mentre il Paese vivi giorni difficili e confusi.
Per questo è stato giusto e doveroso ricordarlo oggi qui, in casa sua, con ammirazione e rimpianto.

È in grado il Pd
di guidare l’italia?

Come prima forza politica che oggi guida il Paese il P.D. merita rispetto. Ma il rispetto è sempre più diffusamente sostituito dal disgusto per lo scontro virulento fra i seguaci e i nemici di Matteo Renzi e dalla preoccupata consapevolezza dei danni che questa lotta quotidiana provoca sul  funzionamento del nostro sistema politico e dunque sul corpo vivo della Nazione.

Diciamoci la verità. L’acrimonia e la violenza con cui la minoranza bersanian-dalemiana stronca ogni giorno l’azione del proprio segretario del partito e capo del governo non ha l’eguale in nessun partito europeo.

Se debbo ricercare, però, con il regolo dell’assonanza, un precedente storico, La memoria corre subito alla dura contestazione che il gruppo dirigente del PCI sviluppò quotidianamente nei confronti dell’emergente leader socialista Bettino Craxi e della classe dirigente che assunse la guida del PSI a metà degli anni ’70. L’accusa ricorrente era  questa: è in corso, o è già avvenuta, una mutazione genetica.

Certo, la similitudine è solo approssimativa, anche perchè relativa ad un contesto diverso dall’attuale.  E tuttavia, se è sempre vero, come insegna Giambattista Vico, che la natura delle cose sta nel loro nascimento, non è arbitrario riconoscere nella foga distruttiva del post-comunista D’Alema, ed anche nella “buonista” di Bersani riminiscenze di stampo leninista: i nemici del partito-principe devono essere stroncati..

Non mi pare di esagerare. Questa è comunque la conclusione cui perviene chi interpella i cittadini.

Naturalmente, come ho già detto, l’accostamento ai tempi del nuovo corso socialista è improprio. Craxi aveva alle spalle il riformismo socialista di Turati e di Nenni, ma anche di Riccardo Lombardi e di Fernando Santi. Per di più, il PSI aveva sperimentato, partecipando ai primi governi di centro-sinistra, che è possibile, sia pure a fatica, attuare una politica riformatrice.

Renzi, invece, privo di questo retroterra ideale e programmatico, ha tentato – pragmaticamente e mettendo in campo una nuova classe dirigente – di colmare il vuoto politico-programmatico, associato alla depressione economica, che è il magro lascito della Seconda Repubblica: gli anni in cui hanno governato D’Alema, Prodi e Berlusconi, con il codicillo del deludente governo “tecnico” di Mario Monti, il deus ex cathedra che ha fatto fiasco.

Così stando le cose, merita attenta riflessione l’esegesi della attualità politica di Ernesto Galli Della Loggia, perspicuamente chiosata da Claudio Martelli negli articoli ospitati da Il Piacere della Lettura, supplemento de Il Giorno.

Secondo Galli della Loggia “Cambiando l’identità della sinistra italiana Matteo Renzi obbliga anche la Destra a cambiare la propria. Ma la destra non se n’è accorta e perciò continua ad annaspare”.

L’analisi di Martelli coglie nel segno quando rileva che siamo di fronte alla “crisi d’identità dei partiti e degli schieramenti attuali, di destra e di sinistra”, accompagnata dalla “pratica sparizione di tutte le principali formazioni e culture politiche del ‘900”.

Questo terreno politico terremotato è lo scenario dell’aspra, e ormai quasi stucchevole battaglia sul referendum costituzionale. I propugnatori del Si, a parte Renzi, eccedono in compostezza: dopo molti lustri di conati riformatori improduttivi, finisce il bicameralismo paritario; l’Italia può finalmente diventare una democrazia decidente.  Il fronte  del NO è invece granguignolesco  ed è guidato dalla armata Brancaleone  così ben effigiata sulla Stampa del 16 ottobre: “D’Alema, Fini, Quagliariello, Brunetta, Romani, Bernini, Matteoli, Gasparri, Schifani, i leghisti Giorgetti e Fedriga, Civati, il segretario dell’UDC Cesa, l’ex premier Dini, Giuseppe De Mita, Mario Mauro, Cesare Salvi.”. Ci sono da aggiungere Mario Monti, il deus ex machina Universitatis, aspirante statista senza successo, l’ineffabile Antonio Ingroia e il redivivo Ciriaco De Mita da Nusco.

E’ quasi paradossale che quel che resta della del centro-destra italiano, compreso il troncone berlusconiano – che mal sopporta il “papa straniero“ Stefano Parisi  “al comando” – si unisca al coro di chi, da sinistra, denuncia il pericolo e lo spettro del “partito della nazione” in arrivo, peraltro positivamente sperimentato dal laburista Tony Blair.

Insomma alla crisi della sinistra, incarnata dal post-comunismo e dagli stanchi eredi dell’Ulivo, l’amalgama non riuscito, fa riscontro, sull’altro versante, una destra senza nerbo, accerchiata dal grillismo e dal populismo neo-leghista  di Salvini (“sotto la felpa, niente”). Sullo l’astro sorgente Stefano Parisi. L’ho conosciuto. Ma non so se possieda la leadership necessaria per dar vita a quella destra liberale che non c’è.

L’accusa più sferzante che viene rivolta dalla minoranza del PD a Renzi  è di  aspirazione autocratica, aggravata dalla ricerca di consensi sul fianco destro.

Ricordo a me stesso che anche i socialisti di Craxi furono accusati di cercare consensi a destra: rinverdendo il “socialismo tricolore”, rivalutando l’idea stessa di Nazione e rivendicando il primato italiano in campo alimentare, nella moda, nello sport ed anche enfatizzando ilvalore delle nostre Forze Armate. Ho ancora in mente una riunione della Direzione del PSI che si tenne dopo un risultato elettorale incoraggiante. Craxi ci disse dei risultati della ricerca sulla provenienza del “nuovi voti”.  Un gruzzolo era di ex elettori del M.S.I. “Per parte mia – celiò –, ho contribuito con i miei stivali!”.

Si tratta ora di vedere se “Il trasformismo del Giovin Premier” – così lo definisce il sotto-titolo del saggio di Martelli su Il Giorno – concorrerà alla vittoria del Si nel Referendum del 4 dicembre.

Se poi, quale che sia l’esito del Referendum, continuerà la guerra guerreggiata all’interno del PD, questo partito diventerà unfit to lead Italy, per mutuare la sferzante battuta dell’Economist nei confronti di Berlusconi e del suo partito. In ogni caso, quale che sia l’esito del referendum, la situazione internazionale, la crisi disastrosa dell’Unione Europea, il rischio del figlio di Gianroberto Casaleggio alla guida del Paese, rendono necessario un governo di larghe intese che comprenda almeno una parte di Forza Italia: con il riconoscimento implicito che Pierferdinando Casini e Angelino Alfano hanno avuto ragione. Non è dunque senza significato l’incontro al Quirinale di Berlusconi con il Presidente della Repubblica.

Fabio Fabbri

Alla guerra come alla guerra?

Mi è venuta alla mente in questi giorni una frase che ho sentito tanti anni or sono da Francesco De Martino, che era un eccellente oratore, oltre che uomo di profonda cultura: “Nelle avversità si manifesta la forza morale degli uomini, se essi hanno coraggio”. Sembra scritta da Tacito. Non v’è dubbio che, dopo il 13 settembre a Parigi, le democrazie occidentali e l’intera comunità internazionale debbono affrontare la più drammatica “avversità” dal 1945 ad oggi.

Mi è vento spontaneo completare così la massima: “Il coraggio e la forza morale sono essenziali quando si tratta di persone investite di alte responsabilità istituzionali”.

Fissati questi punti di orientamento, mi sono domandato se il capo del nostro governo, ma anche i governanti le maggiori potenze europee agiscono in questi giorni applicando questo principio.

Da Londra arriva ora la sola risposta affermativa. Solo gli inglesi non si limitano a cantare La Marsigliese negli stadi.

Per tutti gli altri soci dell’Unione Europea resta vero quanto ha scritto icasticamente Paolo Valentino sul Corriere della Sera del 19 novembre: “Nella guerra all’ISIS la Francia è sola in Europa. E la Marsigliese non può bastare.”.

Anche il nostro Presidente del Consiglio, che pure ha fama di decisionista, si distingue per prudenza. Nel frattempo le cronache danno notizia che sono in preparazione nuovi simposi politici alla “Leopolda” e che il PD sta organizzando nuovi “banchetti”.

Dall’Europa dunque è arrivata, al cospetto di questo drammatico tornante della storia, la delusione maggiore.

Il Presidente della Repubblica di Francia ha preferito invocare la clausola della solidarietà difensiva prevista nel Trattato dell’Unione Europea, anziché quella contenuta nello statuto della NATO. Una decisione comprensibile, se si tiene presente che essa consente più agevolmente la cooperazione, anche militare, con la Russia di Vladimir Putin; che infatti è oggi il solo alleato in guerra della Francia. “Come contro Hitler”, ha efficacemente chiosato l’ex capo del KGB : una sottolineatura politicamente accattivante.

A questa istanza di “cobelligeranza” ha invece fatto riscontro il lento avvio del soccorso dell’Unione Europea, reso esplicito nella dichiarazione protocollare dell’Alto Rappresentante dell’UE, Federica Mogherini, che rimanda ad accordi bilaterali fra gli Stati dell’Unione e la Francia.

Il Presidente della Commissione Jean Claud Juncker avrebbe avuto l’occasione per dar prova della sua statura di statista-guida del Vecchio continente. Ma non lo ha fatto. Anzi, dopo una settimana dall’eccidio di Parigi, non ha ancora convocato la riunione dei Capi di Stati e di Governo dell’Unione.

Ma non basta; non risulta che il Parlamento Europeo si sia riunito in solenne seduta, per chiamare alla guerra a fianco della Francia gli Stati membri.

Il ritmo dei vertici e delle decisioni dell’U.E. è al rallentatore. Non solo non c’è l’Esercito Europeo che invocavo quando, tanti lustri or sono, ero Ministro del secondo Governo Craxi, ma non esiste neppure un Intelligence Service Europeo.

Purtroppo, anche nel Parlamento italiano non c’è stato un dibattito all’altezza dell’ora grave ed un pronunciamento di solidarietà attiva, anche militare, alla Francia.

Siamo dunque costretti ad ammettere: “Meno male che Putin c’è”; senza dimenticare che il suo è un neo-zarismo di intonazione proto-sovietica. E tuttavia, come dimenticare il realismo di Franklin Delano Roosevelt e Winston Churchill che si allearono con Stalin per liberare il mondo dal nazismo?

Leggo sui giornali che Renzi è accusato di “andreottismo”. Il paragone mi sembra inappropriato. Giulio Andreotti, certo, era assai prudente, sapeva dialogare con il mondo arabo e, particolarmente, con Arafat, ma non ha esitato ad assecondare Craxi al tempo, glorioso per l’Italia, di Sigonella.

La verità è che incide negativamente sul corso di questi drammatici eventi l’obsolescenza di Barak Obama come leader delle libere democrazie dell’Occidente. È un’eclissi che prende avvio dal fallimento sostanziale della guerra irachena contro Sadam Hussein, un errore ammesso a posteriori da Tony Blair. Purtroppo questo vuoto di leadership non è stato colmato dall’Europa.

Ho letto con attenzione l’editoriale del mio amico Enrico Cisnetto sulla rivista “Terza Repubblica”, come sempre accortamente motivato, che elogia la “prudenza” del nostro governo.

E tuttavia non mi hanno convinto gli argomenti messi in campo. Il primo è di diritto internazionale “bellico”: non è lecito dichiarare guerra contro i terroristi che non sono soldati e non hanno uno Stato. Mi pare una tesi debole, giacché è sempre lecito organizzare una “guerra giusta” (uso il lessico del famoso trattato di Michael Walzer) contro chi ti aggredisce ed è dotato di una sua base territoriale certa. Ed è del pari ininfluente che alcuni dei terroristi siano diventati cittadini europei; neppure mi convince l’evocazione della drole de guerre del 1940.

La mia convinta opinione è che l’Italia debba coerentemente assicurare la solidarietà anche militare alla Francia di Holland e chiedere che gli altri Stati membri dell’Unione facciano altrettanto. Così sta facendo l’inglese Rod Cameron; così avrebbe fatto sicuramente Bettino Craxi, lo statista che non esitò, in collaborazione con Francesco Cossiga, a far approvare dal Parlamento l’installazione degli euro-missili quando l’Unione Sovietica puntava sulle nostre città i suoi missili SS20.

E’ anche tempo di decidere in che modo l’Italia parteciperà alla guerra in corso contro il Califfato. Pare quasi inevitabile che saremo chiamati ad assumerci un compito militare non irrilevante in Libia, che è a poche miglia dalle nostre coste. Eugenio Scalfari, nel suo editoriale di domenica, ha dato a Renzi un consiglio che a me pare giusto: l’Italia si assuma il compito di allestire i campi di accoglienza ed identificazione dei migranti provenienti dai Paesi sub-sahariani. Un obiettivo che comporta l’occupazione manu militari di una parte della Libia. È il minimo che ci si può richiedere. Le mie conoscenze dell’apparato militare rimontano al ’94, ai tempi della spedizione dell’ONU in Somalia. E tuttavia sono fiducioso che le nostre Forze Armate saprebbero svolgere questo compito con coraggio ed onore.

Fabio Fabbri