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Fabio Ruta

Fabio Ruta
La sinistra riformista dopo lo Tsunami

Non una semplice sconfitta elettorale. Ma un vero e proprio, devastante “Tsunami”. In questo modo i commentatori politici dei principali mass-media hanno descritto l’esito elettorale delle sinistre e del centrosinistra a guida PD, cannibalizzato dall’exploit del M5S. L’elettorato ha premiato destre e populisti, promesse mirabolanti senza ombra di copertura economica. Tanto che a pochi giorni dal voto è tutto uno smarcarsi – più o meno esplicito – dalla fattibilità delle proposte di salario di cittadinanza e abolizione tout court della legge Fornero. Lo ha “autorevolmente” fatto persino Marco Travaglio. Che, se avesse anticipato le sue confessioni a prima della chiusura dei seggi elettorali, avrebbe dimostrato di essere un vero giornalista anziché un supporter di parte. Ma ormai l’onda distruttiva si è affermata. Una forza devastante che liscia il pelo ad una rabbia viscerale dai caratteri antipolitici, antieuropeisti, di forte chiusura. Eppure il centrosinistra poteva vantare risultati soddisfacenti. L’aver traghettato in temperie difficili il Paese dal rischio di un default disastroso e di un tracollo irreversibile, ad un inizio deciso di ripresa e crescita occupazionale ed economica. Oltre a significativi (seppur insufficienti) avanzamenti sul terreno dei diritti civili ed individuali (Unioni Civili, Testamento Biologico, Dopo di Noi, Cannabis Terapeutica, ecc.) e della giustizia giusta. Il problema reale della immigrazione massiva – e le paure spesso enfatizzate che ad esso si legano – hanno condizionato l’esito del voto: a prescindere dal fatto che il Ministro Minniti abbia realizzato encomiabili politiche di contrasto e riduzione degli sbarchi e del traffico di esseri umani. Coniugate con strategie di accoglienza diffusa sul territorio ed attività diplomatiche intense nei confronti dei Paesi da cui transitano e passano i flussi migratori. Un pragmatismo capace di coniugare sicurezza ed integrazione: ma non di fare fronte a campagne di retorica nazionalista. Retorica nazionalista, in nome di un Lepenismo alla italiana, guidato curiosamente da un soggetto politico che in origine nasceva sulla rivendicazione di una “questione settentrionale” e di un “italia federale”. Temi abbandonati dalla Lega – a caccia di consensi “sudisti” . Temi che andrebbero ripresi da sinistra, depurati da ogni inflessione secessionistica e xenofoba e ricollegati ad antiche suggestioni di “municipalismo libertario”, ed “autogoverno dei territori”. Ma tant’é. Oggi il M5s è il primo partito. Il centrodestra a trazione Salviniana, è di gran lunga, la prima coalizione. A sinistra litigi, dispetti, scissioni, hanno fatto il resto: facilitando l’opera dei nuovi trionfatori. Il Partito Democratico – seppur malconcio e malandato – resta l’unico traballante argine al peggio. Ho sostenuto la Lista Insieme, ferma allo zero virgola. Da anni auspicavo il rilancio di un progetto che partisse dalla esperienza (radicale, laica e socialista) della Rosa Nel Pugno. Non per riproporla come una fotocopia, bensì per espanderla ed estenderla ad un più vasto mondo ecologista, liberaldemocratico, repubblicano, azionista, federalista europeo. La Rosa Nel Pugno nasceva in una temperie in cui il Partito Democratico assomigliava troppo ad una fusione a freddo tra ex comunisti ed ex democristiani. Una sorta di “compromesso storico bonsai”, come fu da più parti definito. “Compromesso storico-bonsai” poi inaspettatamente mandato in soffitta proprio dalla rottamazione renziana. Quel Renzi, che proveniva dalla sinistra cattolica e persino dalle strizzate d’occhio al primo family day, fu sorperendentemente il segretario che portò il PD nel Partito del Socialismo Europeo e che per primo ha impegnato il suo partito nella realizzazione di provvedimenti come le uonioni civili ed il testamento biologico. Immaginavo allora la RNP come una “gamba” esterna al Partito Democratico, che supplisse al deficit di cultura laica, libertaria e liberale del centrosinistra. Capace di essere un alleato competitivo e di spingere la sinistra italiana, ancora troppo viziata di cattocomunismo, verso un approccio più compatibile con i riformismi europei. Insieme è stata una bella idea. Ma ammettiamolo, un ripiego dell’ultimo momento. Operazioni del genere, lanciate a poche settimane dal voto, sono destinate al sicuro fallimento. Non sufficienti i tempi per affermare nel “mercato politico” un nuovo “brand”. Che viene vissuto come “sospetto” dall’elettorato. Il richiamo allo “spirito ulivista” non ha portato a granché, sapeva di “sguardo nobile”: ma terribilmente rivolto al passato! A nostra parziale discolpa va detto che sino all’ultimo si è tentato di creare un progetto più largo, che andasse da Pisapia alla Bonino. Se si può (sforzandosi) comprendere l’amara rinuncia del primo, crea l’amaro in bocca constatare che Bonino abbia preferito la scorciatoia di una presentazione con Tabacci, piuttosto che scegliere un accordo con Socialisti ed Ecologisti. Molti radicali, in particolare pannelliani, hanno vissuto malissimo questo tipo di deriva. Se si fosse scelto diversamente, oggi una lista radicale-socialista-verde avrebbe superato senza problemi la soglia di sbarramento del 3% . Avremmo un gruppo radicale-socialista-ecologista-laico influente e soddisfacentemente rappresentato in Parlamento. LEU ha mostrato di non essere un “posto per socialisti” (ed oggi va verso una prevedibile scomposizione), alla stregua di Potere al Popolo che pure ha ospitato – in una ottica di massimalismo frontista – una componente ex socialista. Ma in questo quadro nessuno, a sinistra, tra i laici ed i socialisti, ha nulla da festeggiare.

Non solo il Partito Democratico, ma anche i suoi interlocutori o alleati minori (come i socialisti, i verdi, i radicali) sono di fronte ad un bivio. Due scelte alternative: la prima – da evitare come la peste – corrisponde ad aprire una interminabile parentesi di conflitti interni e notte dei lunghi coltelli. Con stucchevoli liti tra correnti e divisione dell’atomo. Con Tentazioni nostalgiche ed identitarie del tutto minoritarie. Poi c’è un’altra via: quella di fermarsi un attimo e di cercare di capire che l’argine al populismo e alle destre si è indebolito. Occorre comprendere con responsabilità quello che ci chiede il nostro popolo: ovvero unità e rinnovamento.Oggi sono convinto che ci voglia una sola grande forza del riformismo europeo in Italia. Capace di essere l’anello di congiunzione tra il PSE, l’ecologismo moderno ed il liberalismo dell’Alde e di Macron. Questa forza non può prescindere dal Partito Democratico (che deve mostrare però apertura e capacità di rigenerazione), ma nemmeno prescindere da una robusta iniezione di identità laiche, Socialiste, ecologiste, repubblicane, liberali, libertarie. Contributi da valorizzare non in quanto portatori di chissà quale consenso percentuale alle elezioni. Ma per la ricchezza culturale e politica che portano e che può contribuire alla rinascita della sinistra italiana di governo. Ci vuole una unica forza della sinistra riformista europea in Italia. L’elettorato si muove ormai – impossibile negarlo – in una ottica bipolare e maggioritaria. Vuole votare per un polo/partito/schieramento potenzialmente di governo e non certo più in nome di un fideismo ideologico o di una appartenenza di partito. Vuole decidere prima e non dopo il voto quale sia la maggioranza che guiderà la legislatura e quale sia il premier. Lo ha dimostrato anche in presenza di questo ibrido prevalentemente proporzionalistico. Non c’è alcuno spazio per operazioni reducistiche, nostalgiche ed identitarie. Si rischierebbe di parafrasare il titolo di un vecchio film: ” sotto al vestito niente”. In Italia non c’è più spazio per un psi bonsai. Come non c’è spazio per una dc bonsai (tra l’altro l’esito elettorale è nefasto per le formazione di ispirazione post democristiana ovunque collocate e ancor di più per l’indigeribile formazione clerico familista guidata da Adinolfi). O un Pci bonsai. Ma c’è invece un grande bisogno della cultura politica del riformismo socialista per ricostruire una sinistra unitaria di governo in Italia. Questa obiettivamente non può prescindere dal Partito Democratico, che deve però aprire una fase due. Che porti definitivamente al superamento della damnatio memoriae dei socialisti italiani. Ed ad una apertura di confronto anche a preziose culture come quelle radicali, ecologiste, repubblicane, liberali, azioniste, federaliste. Quello che penso é che occorra trasferire improduttive energie sino ad ora concentrate sui “contenitori”, al tema dei contenuti. Immaginando una “manutenzione”, “progettazione” e “comunicazione” del socialismo italiano. E partendo dalla radice etimologica di questi termini che implica la analisi, la socializzazione della conoscenza, ma anche la azione diretta. In funzione rigenerante della sinistra riformista del nostro Paese. Rinunciare espressamente alla costruzione dell’ennesimo partitino. Trasfomare il PSI e le altre sigle socialiste che si renderanno disponibili in un network, in un think tank permanente. Una rete, una lega del socialismo italiano. A cui si possa aderire individualmente o come circolo, associazione, fondazione. Che abbia la forma dell’associazionismo, che sia aperta, flessibile, mutevole, inclusiva. Che sappia produrre focus tematici (dalla “laicità” ai “diritti”, dalla “solidarietà” al “nuovo welfare”, alla “Europa”). Una sfida che recuperi nella era dei social e della comunicazione sui nuovi media, le antiche intuizioni delle società operaie di mutuo soccorso e degli albori del socialismo umanista. Con l’obiettivo di portare la comunità socialista italiana, ora rissosa, divisa, marginale e conflittuale, ad unirsi in una comunità solidale, solare, propositiva.

Fabio Ruta

Fabio Ruta
Insieme per un nuovo manifesto laico e dei diritti

Inaspettatamente la legislatura che ci lasciamo alle spalle – con il contributo dei parlamentari socialisti – ha prodotto significativi avanzamenti nel campo delle libertà e dei diritti civili.

Unioni Civili, Testamento biologico, Divorzio Breve, Responsabilità civile dei magistrati, Introduzione del reato di Tortura, legge contro il femminicidio e tutela degli orfani di crimini domestici, parità di diritti dei figli naturali rispetto a quelli nati in costanza di matrimonio, Dopo di Noi e legge sull’autismo per quanto riguarda i diritti delle persone con disabilità: questi sono solo alcuni tra i più importanti provvedimenti assunti. Leggi che istituiscono diritti prima inesistenti, garantiscono tutele e libertà.

Il bicchiere dunque, si può vedere come “mezzo pieno”. Ma anche “mezzo vuoto”.

Poiché il nostro Paese appare ancora arretrato in materia di libertà individuali rispetto ad altre democrazie europee. E la laicità dello Stato e delle Istituzioni – pur in presenza di un pontificato considerato dai più come aperto – resta ancora pienamente da conquistare: in un Paese dove vige da tempo immemore il combinato disposto delle ingerenze confessionali e della quasi generalizzata propensione alla genuflessione dei ceti politici.

I temi laici e dei diritti civili – per quanto trasversali – sono una componente importante della tradizione socialista, liberale, ecologista. Lascia sbigottiti la scelta di Emma Bonino di candidarsi con “più Europa” insieme al “centro democratico” di Bruno Tabacci, rispettabilissimo esponente della tradizione democristiana italiana. Il rifiuto di costituire insieme a noi un soggetto laico-riformista genera un vuoto nel panorama politico italiano. Quello che rappresentò la Rosa Nel Pugno, fortemente incentrata sullo spirito libertario, antiproibizionista, laico.

Oggi la lista Insieme, orfana della auspicata ed attesa partecipazione di Emma Bonino, è chiamata a riprendere quel filo. A rivolgersi al più ampio mondo dell’associazionismo laico, antiproibizionista, al movimento per i diritti civili, alla comunità lgbt, al mondo della ricerca scientifica, alle rappresentanze dei culti minoritari che sostengono la laicità e la libertà religiosa, ai cristiani riformisti che interpretano la loro fede in modo non impositivo, alle tante compagne e compagni radicali che non si riconoscono nella scelta divisiva di “Più Europa”. Occorre farlo, sia chiaro, senza pretese egemoniche e senza intenti strumentali. Ma puntando dritto ad obiettivi e contenuti che si intende conquistare. E che una presenza laico-eco-liberal-socialista in Parlamento potrebbe oggettivamente facilitare.

Andiamo a vedere dunque alcuni temi che potremmo affrontare, alcune proposte che potremmo lanciare. Cercando di essere il più possibile completi ed insieme sintetici.

Il 31 Dicembre la Consulta Milanese per la Laicità delle Istituzioni ha pubblicato sulla propria pagina facebook il seguente post : “C’è chi guarda alla legislatura appena conclusa pensando che con le leggi su ‘divorzio veloce’, ‘unioni civili’ e ‘fine vita’ si siano raggiunti tutti i traguardi di laicità e si sia esaurito il dibattito su certe questioni. In verità l’agenda laica per la prossima legislatura è più ricca che mai, e quelli di seguito sono solo alcuni temi annotati. -Legge sul pluralismo religioso e per il libero pensiero; – Abuso dell’obiezione di coscienza, come ad esempio su 194; – 8×1000 (quote inespresse); – insegnamento della regione cattolica a scuola (regime e status degli insegnanti di religione); – legge su omofobia (questa dimenticata); – sfruttamento prostituzione, prostituzione, vittime di tratta; – superamento della legge 40 e questione della GPA; – riforma delle adozioni. Sappiamo già che diranno che sono cose che riguardano pochi, che ci sarà chi sgomiterà per stabilire che questi temi non sono prioritari, in realtà questi “argomenti” toccano la vita quotidiana della maggioranza delle cittadine e dei cittadini. Chi si candida alla guida del Paese dovrebbe avere l’interesse a governare i fenomeni sociali e il loro cambiamento, ma anche il dovere di riconoscere i diritti negati, permetterne il loro esercizio e ristabilire il primato della laicità dello Stato, delle sue istituzioni e delle sue leggi”.

Mi pare che il mondo politico nel suo complesso – e segnatamente il variegato fronte progressista – dovrebbero dare risposte a questo primo (seppur parziale) elenco di questioni ancora aperte segnalate dalla Consulta Milanese. La nostra lista in primis.

Ad esempio occorrerebbe enunciare che le Unioni Civili siano da considerarsi come un primo passo, verso la parificazione dei diritti che si potrà avere solo con il matrimonio egualitario e la possibilità di adozione (non solo la step child adoption) anche per le coppie omosessuali (provvedimento che potrebbe anche essere esteso ai single, previa verifica delle capacità di cura, sostentamento ed educazione a cui occorre far fronte in caso di una adozione).

Inoltre andrebbe ripreso il discorso della legalizzazione della Cannabis, che non può essere limitato alle sole funzioni terapeutiche. Ma deve comprendere anche il consumo ludico, considerare la auto coltivazione, pensare a canali legali di produzione e commercio che sottraggano alle mafie ingenti introiti. Rompendo inoltre quella contiguità di mercato tra sostanze leggere ed altre più pericolose che hanno i medesimi canali di distribuzione.

La prevenzione all’AIDS ed alle MTS è praticamente sparita dai radar. Andrebbe rilanciato il ruolo di campagne di informazione mediatiche sull’uso corretto del profilattico in funzione di protezione dei rapporti. E possibilmente non a tarda notte. Nella fascia Marzullo. Andrebbero anche individuate nuove funzioni per i consultori famigliari, al riparo dalle incursioni confessionali che hanno dovuto subire negli scorsi anni.

Occorre battersi per la abolizione della IRC nelle scuole e per la sua sostituzione con una disciplina improntata allo studio storico e scientifico non solo delle diverse confessioni religiose, ma anche dei pensieri atei, agnostici, razionalisti.

Il testamento biologico non esaurisce il tema del “fine vita”. Occorre guadagnare una legge che consenta la Eutanasia Legale ed il suicidio assistito, delimitandone e circoscrivendone il campo a determinate condizioni di inguaribilità, incurabilità ed insostenibilità di gravi condizioni fortemente inabilitanti e deficitanti (come nel caso noto di DJ Fabo, portato a conoscenza dalla coraggiosa iniziativa di Marco Cappato).

Un altro tema su cui occorre riflettere a fondo è quello dei costi delle Chiese, termine che in Italia vien da usare al singolare. A tal proposito da parecchio tempo la associazione UAAR ha il merito di renderne note dimensioni ed articolazioni, con tanto di voci e paragrafi di spesa. Tra finanziamenti ed esenzioni. Il tutto è riportato nel sito http://icostidellachiesa.it/. In data odierna, secondo il censimento UAAR i costi annui della Chiesa sarebbero di € 6.415.797.808. L’elenco delle voci che comporrebbero questo gettito sono molteplici, tra le quali: otto per mille; cinque per mille; esenzioni irpef per erogazioni liberali; Esenzioni Imu (Ici, Tares, Tasi); insegnamento della religione cattolica nelle scuole; contributi statali per i cappellani nelle forze armate- polizia di stato – carceri; contributi a scuole e università cattoliche; grandi eventi della Chiesa.

A fronte di una tale evidenza Insieme potrebbe portare in Italia almeno un refolo del vento di laicità della repubblica francese. Iniziando a ragionare sulla adozione di una carta della laicità analoga a quella francese sul divieto di ostensione dei simboli religiosi nelle scuole pubbliche, di tutti.

Una iniziativa opportuna che si potrebbe lanciare, credo con il consenso di nove italiani su dieci a prescindere dal credo religioso, potrebbe essere quella di una moratoria decennale (almeno quinquennale) dell’otto per mille alle confessioni religiose: con destinazione di quella parte di gettito fiscale alla messa in sicurezza di un territorio dissestato ed a alto rischio idrogeologico. La riduzione dei finanziamenti alle scuole private a vantaggio di un rilancio ed una riqualificazione della scuola pubblica è una altra carta che dovremmo giocarci.

Inoltre – se parliamo di laicità e diritti – dobbiamo farlo a 360 gradi. Senza dimenticare o far finta di vedere la minaccia che “fondamentalismi” di importazione possono arrecare alla cultura ed alla convivenza civile nel nostro Paese. Occorre lavorare affinché la accoglienza possibile sia sempre coniugabile a legalità e sicurezza ed integrabile con i valori propri delle democrazie liberali. Non bisogna avere alcun cedimento. Occorre dire che lo Ius Soli va adottato, ma affiancato da una campagna di promozione dei valori costituzionali: in primis quelli della laicità delle istituzioni, dei diritti individuali, dei diritti di genere. Occorre avere lo stesso coraggio che ebbe il primo ministro socialista francese Valls quando definì il burkini “incompatibile con i nostri valori”. Occorre proibire espressamente, senza alcuna esitazione (e senza trincerarsi dietro generiche leggi storiche sulla identificabilità), le coperture come burqa integrali e niqab. Occorre di un secco “no” ad ogni richiesta di orari differenziali di frequenza risevati a donne musulmane nelle piscine pubbliche ed altre cose di questo genere. Chi viene a vivere in Italia deve avere la contezza che si trova in una democrazia liberale, in un Stato di Diritto, paritario, incompatibile con precetti teocratici e discriminazioni di genere. Non possiamo lasciare la carta dell’antifondamentalismo alle varie Santanché.

Il tema dei diritti non dovrebbe poi assolutamente prescindere da chi è maggiormente colpito nella sfera della libertà, poiché recluso. Come scriveva Voltaire: “Non fatemi vedere i vostri palazzi ma le vostre carceri, poiché è da esse che si misura il grado di civiltà di una nazione”. L’espiazione della pena non deve essere una condanna a vita ed a morte. Occorre lavorare su più fronti per rendere la carcerazione rispettosa del dettato costituzionale, non vendicativa, ma rieducativa e risocializzante. I suicidi dei detenuti e persino del personale di sorveglianza sono un triste dato che ogni anno le statistiche registrano, testimoniando la invivibilità di molti istituti di pena. Occorre combattere il sovraffollamento carcerario, attraverso provvedimenti una tantum come amnistie ed indulti. Che però risolvono solo temporaneamente il problema. Bisognerebbe andare verso un sistema penale minimo che favorisca le alternative al carcere e consideri la carcerazione solo come extrema ratio. In Francia recentemente è passata la proposta di mettere un telefono in ogni cella. Mi sembra una misura giusta e minima affinché le mura carcerarie non divengano anche invalicabili barriere alla esperienza umana. Occorre abolire l’ergastolo ed il 41 bis. E occorre pensare ad una forma di carcerazione che si differente dalla “cattività” ma fornisca – come solo in certi casi avviene, prospettive di formazione, studio, riabilitazione. E non ultimo garantisca la affettività e la sessualità, rendendo la vita di un detenuto passibile di essere vissuta. Su questi temi è meritorio l’impegno da sempre profuso da personalità del mondo radicale come Rita Bernardini.

Questo seppur abbozzato e parzialissimo elenco parte dalla considerazione personale della necessità, anzi della urgenza, che la lista “Insieme” pensi alla proposta di un “Nuovo Manifesto Laico e per i diritti”. Aperto a tutti coloro che vorranno. Anche solo per fare un pezzettino di strada INSIEME.

Fabio Ruta

La spada di Damocle sul mondo progressista

La spada di Damocle della soglia di sbarramento del 5%, sempre più probabile, può essere il muro contro cui si infrange il progetto di una aggregazione socialista- laica – radicale – liberale – ecologista autonoma. Proposta che avrebbe potuto costituire una novità nel panorama politico italiano ed affermarsi in costanza di un sistema elettorale con una soglia di sbarramento inferiore (ed un premio di coalizione anziché di lista). Nelle scelte future non si potrà prescindere dal dato di realtà costituito dal sistema elettorale che verrà adottato, a quanto pare, con il consenso delle forze maggiori. Una scelta per “disboscare” i piccoli partiti: sensata da una parte per semplificare un quadro congestionato e sottrarre i futuri governi al ricatto di formazioni dallo scarso consenso. Ma dall’altra brutalmente aggressiva nei confronti di culture e proposte che arricchirebbero il dibattito su temi importanti, con voci fuori dal coro. Di fronte a questo panorama che fare? Quali soluzioni adottare? La scelta di una “aggregazione dei piccoli” per sfondare lo sbarramento mi pare priva di qualsiasi appeal. Tanto più se comportasse una aggregazione con segmenti confessionali e conservatori come il partito di Alfano. Alla stessa stregua una deriva verso la sinistra massimalista, che oggi appare come una armata brancaleone, snaturerebbe lo spirito riformista e liberale che contraddistingue i socialisti italiani e non solo. Si potrebbe tentare ugualmente la via del rilancio di una Rosa Nel Pugno 2.0, aperta ed allargata al mondo ecologista più moderno. Ma una simile proposta verrebbe stritolata nella tenaglia dello sbarramento elettorale e non avrebbe il tempo di affermarsi sul “mercato” in costanza di una accelerazione dei tempi verso elezioni anticipate. La scelta di candidare – senza un progetto politico sottostante – una sparuta pattuglia di esponenti socialisti, radicali, ecologisti nel PD apparirebbe come una sorta di annessione strisciante, oltre che come una salvaguardia di piccole classi dirigenti autoreferenziali (e spesso litigiose al proprio interno). D’altro canto le speranze di una tenuta democratica e di argine ai populismi passano oggi attraverso l’auspicabile affermazione del Partito Democratico alle prossime elezioni politiche. Un partito che così com’è ancora non ci piace, che tutt’ora contiene e serba in sé elementi residui di compromesso storico bonsai e incrocio tra ex “nature morte”: quella post comunista e quella confessionale di derivazione democristiana. Ma occorre riconoscere che qualche passo in avanti è stato fatto, seppur insufficiente: oggi il PD fa parte del Partito del Socialismo Europeo. In questa legislatura si è finalmente approvato il provvedimento sulle Unioni Civili, un passo storico, anche se inadeguato e tardivo. Si è approvato il Divorzio Breve. E ora sono sul campo proposte sul fine vita e sulla legalizzazione delle droghe leggere. In questo contesto è necessario il protagonismo degli eredi delle storiche battaglie degli anni ’70 su aborto, divorzio, nuovo diritto di famiglia. L’Italia di Loris Fortuna e di Marco Pannella. Oggi il Partito Democratico può essere un freno al dilagante antieuropeismo ed un interlocutore per la Francia di Macron. Quanto avrebbe bisogno degli eredi di Ernesto Rossi e Gaetano Salvemini, di quel fiume carsico che va dalla resistenza azionista sino al Manifesto di Ventotene ed alle battaglie per il federalismo europeo. Oggi lo stesso Partito del Socialismo Europeo è in crisi. Minoranze massimaliste da sempre presenti nei partiti socialisti e laburisti “larghi” si sono affermate in diversi Paesi: vincendo le primarie, ma perdendo o rischiando di perdere drammaticamente le primarie. O comunque, nel caso di improbabili vittorie, ritrovandosi con slogan ideologici inefficaci di fronte alle sfide di governo di società complesse. In una temperie storica drammatica. Vi è il bisogno di un ritorno al liberalsocialismo, alle prime intuizioni del New Labour, ad un socialismo dei cittadini e degli individui (come quello che fu proposto da Zapatero). E di un superamento dell’”era Corbyn”. Macron con il suo europeismo esplicito, con la ferma collocazione in un ambito di democrazia liberale laica e di diritto, può essere un modello forte con il quale confrontarsi ed al quale – in buona misura – ispirarsi. Il Partito Democratico potrebbe trarre nuova linfa e rinnovarsi attraverso il confronto e la inclusione delle culture socialiste, radicali, liberali, laiche, modernamente ecologiste. Ma ciò non può avvenire solo per meccanicismi elettoralistici o come deriva fagocitante. Dovrebbe avvenire sul piano del riconoscimento di tradizioni e culture politiche storiche e su quello del confronto serrato su temi, progetti e problemi che riguardano l’oggi. La complessità sociale. I diritti umani e civili; la giustizia giusta; il nuovo welfare; la green economy; la sfida di una accoglienza che sappia coniugare solidarietà con legalità – sicurezza – rispetto della laicità delle istituzioni. A questo appuntamento e confronto possibile il Partito Democratico dovrebbe aprirsi senza pretese egemoniche ma con curiosità e rispetto. Allo stesso tempo socialisti, radicali, mondo laico – liberale – ecologista, non dovrebbero presentarsi alla spicciolata, ma uniti, con un progetto, una idea, una provocazione politica.

Fabio Ruta

Socialisti, radicali, verdi:
un pungolo laico e libertario

Le elezioni amministrative hanno lanciato un messaggio molto chiaro al mondo laico, socialista, azionista, liberale, radicale, ecologista: frammentati e divisi ci si condanna alla marginalità ed irrilevanza politica. Viceversa, unendo le energie, confrontando ed incrociando i percorsi, si potrebbe proporre al Paese quel pungolo libertario e riformatore di cui ha innegabilmente bisogno.

Da anni sostegno un bisogno di unità di questa area politica. Unità non significa identità di vedute su tutto, ma capacità di trovare obiettivi comuni, di condurre insieme battaglie, di intrecciare le storie e proporsi agli elettori con un progetto politico insieme plurale ed unitario. Qualcosa che non si riduca ad una sommatoria di sigle volta a superare l’ostacolo della soglia di sbarramento. Ma che miri a offrire una chance all’elettore che oggi non trova nel panorama politico un soggetto fino in fondo affidabile nella difesa della laicità dello Stato e delle Istituzioni, nella promozione dei diritti civili e sociali, nella difesa dell’ambiente, di una idea forte di Europa federale, di democrazia e Stato di Diritto.

Molti i temi su cui sarebbe possibile ed urgente un agire comune, tra cui: giustizia giusta e carceri, eutanasia legale, antiproibizionismo sulle droghe, difesa della ricerca scientifica e delle professioni intellettuali e della conoscenza, matrimonio egualitario, riduzione dei costi della Chiesa, sburocratizzazione della PA, nuovo welfare, diritto alla casa ed allo studio, bonifiche ambientali, energie green, rigenerazione degli spazi urbani. Solo per fare alcuni esempi. Un simile soggetto politico potrebbe trovare e dare forza anche a quanti, dentro al Partito Democratico, vorrebbero una evoluzione del centrosinistra italiano in senso moderno ed europeo. E potrebbe intercettare la simpatia ed il consenso di molti delusi del M5S, che sognavano un movimento civico un po’ anarchico e si trovano a fare i conti con espulsioni e giustizialismo.

Da qualche tempo si sta aprendo nel Partito Socialista Italiano un dibattito sulla idea di rilanciare l’intuizione che si legava alla proposta della Rosa nel Pugno, troppo frettolosamente accantonata, allargandone opportunamente i confini al mondo ecologista. Per questa ragione ho deciso di iscrivermi per la prima volta al PSI: una sorta di scommessa e di impegno a sostenere questa prospettiva.

Mi piacerebbe che “Avanti Online”, diretto dall’ottimo Mauro del Bue, che di questa prospettiva ha spesso parlato nei suoi interventi, divenisse uno spazio di confronto aperto. Mi piacerebbe che militanti e dirigenti del PSI, di Radicali Italiani e galassia radicale, dei Verdi, dell’associazionismo laico e del mondo liberale intervenissero, mandando contributi e riflessioni. Iniziando a porsi nell’ottica di un confronto collaborativo e tra pari. Aprendo un cantiere di lavoro e di speranza.

Fabio Ruta

Dare risposte
alla domanda di laicità

“Lo sappiamo bene. Dalla fine della DC si è aperta la contesa per il “voto cattolico”. Sovrastimato dalle forze politiche. Ma chi è in grado oggi di rappresentare invece il versante laico, di una società sempre più secolarizzata, che necessita di una nuova stagione di conquista dei diritti civili?”

Diciamolo con la dovuta chiarezza. Il rimpallo di responsabilità tra PD e M5S per il drammatico ritardo e la lentezza con il quale il Parlamento affronta la questione delle Unioni Civili è un pessimo spettacolo, ed apre al rischio che non si approvi nemmeno un provvedimento così moderato. O che venga talmente stravolto da diventare inaccettabile, come spiegava il direttore dell’Avanti! Mauro Del Bue in un suo recentissimo fondo. Questo accade mentre nelle democrazie avanzate si afferma l’uguaglianza e cadono definitivamente le discriminazioni di genere, attraverso il matrimonio egualitario e la possibilità per le coppie omosessuali di adottare dei figli.
Sentinelle in piedi, family day dal modesto risultato partecipativo ma dall’enfatizzata eco mediatica, interventi continui dei vertici della CEI: si assiste ad un ritorno di fiamma del più antistorico clericalismo. Simile a quello che si scatenò per fare fallire il quorum al referendum abrogativo della Legge 40, smantellata successivamente a colpi di sentenze. E palesemente incostituzionale.
Il Partito Democratico mantiene ed amplifica al suo interno quelle ambiguità identitarie che lo accompagnano dalla sua fondazione, oggi ancora più stridenti poiché è l’unico partito aderente al PSE ad averne sui temi dei diritti civili e della laicità delle istituzioni. L’unico a custodire nel proprio DNA consistenti cromosomi democristiani. Caratteristiche che lo portano addirittura, per accontentare la propria componente confessionale, a proporre la messa al bando internazionale della maternità surrogata: affrontando in modo proibizionistico e superficiale un tema complesso, che chiama in causa il desiderio di genitorialità, i confini del libero arbitrio, la libertà di scelta, il campo della medicina della riproduzione.
Quale che sia l’opinione personale su una questione così delicata, appare del tutto strumentale e forzata una proposta che odora di criminalizzazione.
Ma il Movimento 5 Stelle, che si presentava come forza alternativa ai poteri forti, dimostra di essere molto sensibile a certi richiami. Tanto che un articolo di Massimo Franco sul “Corriere della Sera” di Giovedì 18 febbraio titola: “Gli Equilibri. E la Chiesa delusa dal PD “sdogana” i 5 Stelle come nuova sponda”.
Il coup de théatre di Grillo sulla libertà di scelta sulla step child adoption e sul provvedimento sulle Unioni Civili, unita alla strategia di aula adottata annunciando il voto contrario al cosiddetto “canguro”, ed aprendo così la via agli ostruzionismi parlamentari, testimoniano come l’attenzione sia corrisposta ampiamente.
Diversi indicatori e studi, come il Rapporto sulla secolarizzazione in Italia (giunto alla sua X edizione e curato da Critica Liberale e dal Dipartimento Nuovi Diritti della Cgil) descrivono la tendenza della società italiana ad evolvere verso una dimensione collettiva più laica, slegata da pratiche e dogmi religiosi. Si tende a sovrastimare il peso del “voto cattolico”. Ma si potrebbe ribaltare i termini del discorso. Chi rappresenta oggi sul versante politico, in questo Paese, il “voto” laico? Esiste una “questione laica”? Pare proprio di sì. E la prospettiva del Partito della Nazione, unita allo sconforto ed alla delusione crescente di una parte consistente dell’elettorato più di “progressista” del Movimento 5 Stelle, non può che aumentare quello spazio politico. Spazio politico che improbabilmente potrebbe essere colmato da riedizioni ripetitive di aggregazioni della sinistra massimalista e cattocomunista.
Differentemente la Rosa Nel Pugno, troppo presto abbandonata, si poneva come strumento per colmare quel vuoto e dare rappresentanza in Italia alle culture laiche, liberali, radicali, socialiste. Quel progetto venne inopinatamente accantonato e messo da parte. I socialisti inseguirono senza successo una loro idea di costituente, i radicali non si misurarono allora sufficientemente sul tema dell’importanza del radicamento nei territori, della presenza nelle istituzioni ed amministrazioni (mentre oggi i “Radicali Italiani” guidati da Riccardo Magi in controtendenza col recente passato mostrano una grande attenzione al livello territoriale e civico).
Successivamente radicali e socialisti hanno sperimentato a tempi alterni i gravi limiti della loro presenza da “ospiti” nelle liste del PD. Negli anni che lasciamo alle nostre spalle potevano aprirsi spiragli per una forza nuova a sinistra, in cui le culture libertarie, ecologiste e socialiste avessero finalmente un ruolo ed un peso determinante. Il percorso iniziale di “sinistra e libertà” vedeva il PSI ed i Verdi come cofondatori (ed era già monco sul versante liberale, vista l’assenza dei radicali) ma la evoluzione di “Sinistra Ecologia e Libertà” ha portato in tutt’altra direzione. Con la fuoriuscita delle componenti di socialisti e Verdi e la caratterizzazione come ennesimo fenotipo della sinistra massimalista e post comunista. Ma i fatti, come si suol dire, “hanno la testa dura”. E si ripresentano ciclicamente.
Resta la domanda di una forza ad alta affidabilità sui temi laici e dei diritti civili, modernamente progressista, sintesi ed incrocio di quelle vitali culture politiche europee già menzionate. Che nel Paese che fu di Ernesto Rossi, Salvemini, Einaudi, Fortuna, Basaglia, Pasolini, Aglietta, Faccio, Spinelli oggi rischia drammaticamente l’estinzione.
Chi potrebbe oggi incarnare e dare rappresentanza a quella domanda, rianimare quelle culture? Perché non lanciare un grande cantiere, a livello nazionale e territoriale, che apra il confronto tra i soggetti politici dell’area liberale, socialista, radicale, ecologista e – rispettandone le autonomie – il mondo dell’associazionismo laico e per i diritti civili. Mi si dirà: “Tra i socialisti, i radicali, i verdi, possibile (il movimento di Giuseppe Civati) esistono differenze notevoli su molti temi”. Verissimo, concordo. Ma allo stesso tempo se si adotta la laicità anche come metodo di confronto quelle differenze potrebbero non essere insormontabili. Ma costituire tasselli di una forza larga, plurale, partecipativa, in cui si possa riconoscere quell’elettore che tiene a cuore le libertà individuali e la laicità delle istituzioni, il welfare universalistico ed inclusivo, i diritti sociali, la giustizia giusta, la difesa dell’ambiente e della qualità della vita urbana, la cultura e la libertà della ricerca scientifica. Il momento per lanciare questa sfida è ora. Penso che l’Avanti!, erede e continuatore di una testata con una grande storia e tradizione, possa essere lo strumento giusto, per aprire il dibattito su una simile prospettiva.

Fabio Ruta

Laicità a scuola:
antidoto di ogni integralismo

“Dal processo vaticano a Nuzzi e Fittipaldi, al linciaggio mediatico contro il Dirigente Scolastico che ha tolto il crocifisso dalle aule e proposto festeggiamenti non confessionali per il fine anno. Un nuovo clima di “caccia alle streghe”?”

Mentre un popolo come quello francese si unisce – emotivamente ed idealmente – attorno al canto della Marsigliese ed alla strenua difesa della laicità dello Stato e delle istituzioni come patto di convivenza civile – patto che garantisce il libero pensiero e la libertà di culto ,nella cornice inviolabile del libero arbitrio e dei principi della democrazia liberale – in Italia si torna a respirare un clima da Medioevo.
Non bastava il processo vaticano ai giornalisti Nuzzi e Fittipaldi, la cui “colpa” altro non può essere che quella di fare in maniera impeccabile il proprio mestiere di inchiesta, disvelando nei loro libri i torbidi scandali del Vatileaks….
Oggi questo clima inquisitorio si arricchisce di un nuovo elemento. E rimane l’amaro in bocca mentre si apprende che il dirigente scolastico di Rozzano Marco Parma, dopo le polemiche, sia stato o si sia sentito spinto a rassegnare le dimissioni dal proprio incarico.

Qual è, o meglio quale sarebbe, in questo caso la sua “colpa”? Presto detto: quella di avere rimosso da alcune aule scolastiche il crocifisso e di avere proposto di sostituire la recita natalizia (con canti religiosi ) con una più inclusiva e laica festa di fine anno. Tanto basta perché si scateni una “caccia alle streghe” mediatica, una condanna morale senza appello. E se – poco sobriamente – Salvini arriva a definire questa iniziativa e quelle che egli considera come “cancellazione delle tradizioni” alla stregua di “un favore ai terroristi”, a sinistra segue un muto silenzio. Accompagnato semmai dalle prevedibili condanne dei soliti cattolici di sinistra.
Il premier Renzi ci mette il carico da novanta. Ed in una intervista a”Il Corriere della Sera” dice che quel Preside “provoca o sbaglia”.
Il Ministro Alfano si lancia nella richiesta che un presepe venga fatto in ogni Prefettura.

Il giornale dei Vescovi “Avvenire” suona la carica e titola: “L’esclusione di Gesù dalla scuola: una misera caricatura della laicità”.
Da più parti riecheggia il richiamo alla “tradizione”, ma appare retorico e poco persuasivo. Infatti non si può far coincidere le radici dell’Italia e la sua identità unicamente con la religione cattolica. Impossibile certo negarne l’influenza storica e culturale. E non si vuole qui mancare di rispetto verso una confessione religiosa in cui molti italiani si riconoscono. Ma una democrazia a differenza di una “teocrazia” ha radici plurali e polisemiche. Nelle radici italiane c’è anche il risorgimento, l’illuminismo, la cultura liberale e repubblicana, quella socialista, quella marxista. Vi è il contributo dei protestanti e di culti minoritari. Ognuno può liberamente sentirsi italiano scegliendo in quale o quali pezzi di tradizione riconoscersi. O può ugualmente “diventare” italiano guadagnandosi la cittadinanza, rispettando le nostre leggi e recando con sé un proprio bagaglio antropologico e culturale. La reductio ad unum è un gesto drastico, autoritario, da rigettare.
E’ mai possibile che mentre la Francia (pluralista e cosmopolita) oppone all’integralismo ed al fondamentalismo religioso la piena laicità delle istituzioni (proponendo tra l’altro una specifica “carta della laicità per le scuole pubbliche”) e la difesa dei diritti civili, da noi avvenga il contrario?
Davvero qualcuno inopinatamente pensa che ci si possa opporre alla barbarie del fondamentalismo islamico brandendo impropriamente il crocifisso come in un B-Movie Horror degli anni ’80?

Questo sì che sarebbe un regalo ai terroristi. Scendere sul loro terreno elettivo, quello arcaico e primitivo della guerra di religione. Se di guerra si tratta (e per me è tale e non vanno usati eufemismi), è un conflitto di civiltà. Come ha ricordato il presidente socialista Hollande.
E allora cosa dovrebbero fare e dire i laici del nostro Paese, per uscire da un troppo prolungato letargo?

Innanzitutto occorre smetterla di parlare di Stato e Chiesa, ma semmai di chiese e culti “al plurale”. Visto che la Religione Cattolica non è più religione di Stato, anche se mantiene un preponderante e soverchiante monopolio mediatico. E occorrerebbe riflettere sul fatto che – oltre alla presenza di diversi culti minoritari – siamo anche un Paese di atei, agnostici, increduli, razionalisti. Come dimostrato dai rapporti sulla secolarizzazione della nostra società nemmeno l’”effetto Bergoglio” riesce ad arginare il processo in atto. Viviamo in una società sempre più secolarizzata, dove aumentano i matrimoni civili e calano liturgie religiose e battesimi.

Nonostante questo la politica non fa un passo in avanti. Resta al palo. Si inventano impronunciabili acronimi, pur di non approvare il matrimonio egualitario. La ricerca scientifica incontra mille limiti e mille difficoltà e l’eutanasia resta un tabù impronunciabile.

Ma togliere un crocifisso da una aula scolastica desta scandalo e orrore. Nel totale rispetto per il simbolo della croce, icona cristiana pregna di significati, occorre ricordare che viviamo in uno Stato che si vuole laico. Chi si riconosce nella croce ed in ciò che rappresenta, per libera scelta e libera professione di fede, non deve provare l’esigenza di imporne alla collettività l’ostensione, in luoghi che dovrebbero essere “neutri”. A garanzia del pluralismo di pensiero e di culto. Si rende quindi necessario che si effettui una battaglia culturale vigorosa affinché i crocifissi non vengano affissi nelle sedi istituzionali e pubbliche come Scuole Statali, Tribunali, Asl ed Ospedali Pubblici. Le aule istituzionali debbono avere come emblema il tricolore, la bandiera europea, semmai la foto del Presidente della Repubblica. Non icone religiose di parte. Ed occorre, tra le altre, rilanciare una battaglia affinché l’ora di insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche (con insegnanti scelti dalla curia e pagati dai contribuenti) venga presto abolita. Abolita e sostituita dall’insegnamento della storia delle religioni e del pensiero ateo, agnostico, aconfessionale. Una disciplina con un taglio scientifico ed epistemologico, che proponga un approfondimento storico, geografico, antropologico e culturale in luogo di un superato impianto fideistico e confessionale.

Contemporaneamente occorre non essere timidi nel difendere i valori liberali delle democrazie occidentali e pretendere che venga realmente imposto il divieto al burqua integrale ed al niqab. Intesi come coperture che celano l’identità dell’individuo, ma allo stesso tempo come segni e simboli esteriorizzati di una interpretazione oscurantista del dogma religioso.

Fabio Ruta

Laicità e diritti civili,
la battaglia continua

Sui diritti civili e la laicità delle Istituzioni la arretratezza della politica nostrana è paurosamente oltre il limite di guardia. Ne abbiamo contezza se guardiamo al peso che hanno avuto le relazioni con il Vaticano nella vicenda delle dimissioni del Sindaco di Roma Ignazio Marino, politico cattolico, ma favorevole al testamento biologico e “reo” di avere trascritto i matrimoni tra persone dello stesso sesso contratti all’estero nell’anagrafe capitolina.

La vicenda poi del travagliato percorso sulle unioni civili è davvero emblematica: equilibrismi verbali (formazioni sociali specifiche), rimandi e ritardi, tentennamenti persino sulla stepchild adoption.
Il Premier Renzi aveva abbondantemente promesso un provvedimento in tempi rapidi, per sanare il vulnus di diritti che connota il nostro Paese. Ma l’attitudine di sostenitore di politiche prossime alla cultura dei family day evidentemente non è scomparsa. Ed è comprensibile quindi il successo che il mattatore della Leopolda riscuote nel popolo di Comunione e Liberazione, fra i frequentatori del meeting di Rimini.
Meno comprensibile il fatto che il Partito Democratico rappresenti – col PSI – la costola italiana del Partito Socialista Europeo, la cui cultura apertamente laica e libertaria è distante anni luce da quella cerchiobottista e spesso confessionale del Partito Democratico. Che ha in origine il vizio di avere fuso le culture post comuniste e post democristiane in una ibrida creatura.
Il M5s che pure era partito bene in tema di laicità e diritti civili sconta brusche frenate, come quella di Di Maio, che dichiara a “Famiglia Cristiana” che sulle adozioni alle coppie gay occorra andarci con i “piedi di piombo”. E la vocazione giustizialista e populista di quel movimento certo non può attrarre un elettorato liberale e garantista. Occorre che si apra, seppur tardivamente, una nuova prospettiva politica, in grado di creare nel nostro Paese una area laica, liberale, libertaria, socialista, radicale, modernamente ecologista e una riflessione che abbia come perno il tema della e delle libertà, individuali e collettive.
Gli argomenti non mancano: Matrimonio Egualitario, Eutanasia, Antiproibizionismo, Stop alle esenzioni fiscali per gli immobili della Chiesa, revisione del meccanismo dell’otto per mille, energie alternative, green economy, bioedilizia, lotta all’amianto ed all’inquinamento industriale, politiche in favore della biodiversità e della possibilità di scelta ed informazione per i consumatori, flexsecurety e nuovo welfare, riforma del sistema carcerario…

Pur consapevoli delle differenze, forze come il Partito Socialista Italiano, la galassia radicale ed i Verdi, dovrebbero trovare i tempi ed i modi per mettersi attorno ad un tavolo e confrontarsi. Partendo da una urgenza: evitare che le culture del socialismo riformista europeo, del liberalismo e dell’ecologismo si estinguano nel nostro Paese. Occorre invece ragionare sul fatto che l’eredità culturale di Ernesto Rossi, Gaetano Salvemini, Alex Langer, Adelaide Aglietta, Loris Fortuna, Franco Basaglia e Pier Paolo Pasolini non deve andare smarrita. Può rappresentare una modernità diversa e più libera dell’attuale pantano mortifero della politica italiana.

Fabio Ruta