BLOG
Fabrizio Federici

Fumo, Matteo Salvini e il vizio delle bionde

sigarette fumo

Una polemica insolita – su un tema, però di obbiettiva rilevanza per la salute dei cittadini e la salubrità del’ambiente – è intercorsa, ieri, tra Rudy PuntoRudy, presidente della ONLUS “Benessere SenzaFumo” (che ha iniziato da tempo una forte campagna contro il fumo, evidenziandone la carica di pericolosità per la salute, da tutti i punti di vista) e il Vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini: uscitosene, domenica 11 novembre, con una serie di battute sul fumo e i fumatori.

“Con riferimento alle dure dichiarazioni di Matteo Salvini, senatore, Vicepresidente del Consiglio e ministro dell’Interno”, precisa il Presidente di “Benessere SenzaFumo”, “riguardo ai fumatori (“Vedrò di far durare il meno possibile un’abitudine assolutamente nociva…”, “Fumare è un gesto idiota, assolutamente idiota…”, con relativi commenti della stampa, il ritorno al vizio con la fine della storia di Salvini con Elisa Isoardi…, “Via la mora, tornano le bionde…”), vorremmo che il senatore e il Pubblico venissero informati che da decenni l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) e tutta la Comunità scientifica certificano che:

A ) Il fumatore non ha “un’abitudine” né fa semplicemente un “gesto idiota”, ma è un vero tossicodipendente da nicotina, ovvero un malato cronico. È, insomma, vittima di una fortissima dipendenza mortale che lo costringe a questo comportamento: analogamente agli alcolizzati e ai tossici da stupefacenti, che non sono “colpevoli” perché “scelgono” ciò che fanno, ma sono in realtà ormai dei malati, caduti inconsapevolmente in queste trappole quasi sempre dai 10 ai 18 anni, imitando amici o familiari;

B) Ne consegue che non esistono “vizi”, con relativi “viziosi” a caccia di “Bionde” da godersi : esistono solo “Stupide”, ovvero cilindri di tabacco che, aspirato, “regalano” la droga-nicotina e 55/70 sostanze cancerogene per ogni singola sigaretta. I fumatori vanno informati correttamente e aiutati clinicamente/psicologicamente, non colpevolizzati: facendoli smettere, loro potrebbero salvarsi la pelle, e i nonfumatori salverebbero la salute e le proprie tasche, evitando gli immensi costi pubblici per la cura delle loro malattie. Mentre l’ ambiente non sarebbe più contaminato da centinaia di milioni di cicche tossiche e cancerogene”.

Fabrizio Federici

“Ungheria 1956”, accusa contro il comunismo

ungheriaAlla Biblioteca di Storia moderna e contemporanea di Roma, in Via Caetani, è stato presentato il saggio di Giuseppe Averardi, senatore emerito, giornalista e autore di vari libri su temi di storia contemporanea, “Ungheria 1956- Le verità nascoste” (Bologna, Minerva ed., 2018, €. 18,00). Un libro che ricostruisce la tragica Rivoluzione ungherese del ’56: focalizzando poi le sue conseguenze per la sinistra europea e specialmente italiana, in termini anche di traumi psicologici ed esistenziali, e abbandoni della rotta che per decenni s’ era ritenuta l’unica possibile e giusta (nel 1956- ’57, ricordava nel ’76 Giorgio Amendola nel suo libro “Gli anni della Repubblica”, il PCI perse addirIttura mezzo milione di iscritti!).

L’ Autore ha ricordato i drammatici momenti di allora, sollevando il problema di come si possa raccontare a un giovane d’ oggi lo spirito di quel tempo, in cui l’Italia e l’Europa uscivano da una guerra devastante, e le ideologie (insieme alla miseria) la facevano da padrone in larghi strati sociali. A quell’ epoca, Averardi era un giovane dirigente del PCI: sconcertato dal completo allineamento del Partito, guidato da Palmiro Togliatti, alle posizioni di Mosca (a dicembre del ’56, il PCI si sarebbe dichiarato sostanzialmente a favore della repressione sovietica in Ungheria). Lui, allora responsabile de “Il Contemporaneo”, supplemento culturale di “Rinascita”, l’altro giornalista Michele Pellicani (direttore di “Vie Nuove” e padre di Luciano) , Eugenio Reale – all’epoca responsabile amministrativo del PCI – e Tomaso Smith , fondatore e direttore di “Paese Sera”, lasciarono il partito togliattiano per approdare alle sponde socialiste e socialdemocratiche.
Ne nacquero, nel ’57, il periodico “Corrispondenza socialista”, e. poco dopo, il quotidiano “La Giustizia” (ripresa della storica testata fondata ai primi del ‘900 da Camillo Prampolini). Che, animati dai quattro e da pochi altri coraggiosi, in anni in cui lo stesso “Avanti!” era ancora indietro nella difesa del socialismo riformista (proprio del ’56, ricordiamo, anche prima dei fatti d’ Ungheria, è lo storico incontro di Pralognan tra Nenni e Saragat, segnante l’inizio del riavvicinamento PSI-PSDI), con firme di prestigio, o destinate a diventarlo ( da Howard Fast a Milovan Gilas, da Franco Ferrarotti ad Antonio Ghirelli e Antonio Spinosa), iniziarono a discutere momenti e temi fondamentali della storia della sinistra in chiave autenticamente socialista democratica.

Roberto Cipriani, sociologo della religione, docente emerito dell’ Università Roma 3, ha ripercorso le drammatiche vicende del ’56 in Ungheria e nel resto del mondo ( fu l’anno anche dei moti antistalinisti pure in Polonia, e dell’attacco anglo-francese all’ Egitto di Nasser per la questione di Suez).: Ricordando anche le possibili responsabilità di Palmiro Togliatti nella morte (1957) del comunista eretico Giuseppe Di Vittorio: che proprio nel’56, cardiopatico, andò a curarsi in URSS (Togliatti, però, non gli consegnò mai la cartella coi risultati dei suoi test clinici, avuta di nascosto da Stalin: il sindacalista pugliese continuò allora a lavorare senza mai risparmiarsi, sino all’ improvvisa morte nell’autunno del ’57).
Luciano Pellicani, docente di Sociologia politica della LUISS, direttore emerito di “Mondoperaio”, ha focalizzato le analogie di fondo tra comunismo leninista, nazismo e altre ideologie totalitarie (come, oggi, l’integralismo islamico): sintetizzabili nel rifiuto totale della società borghese e del liberalismo valorizzante l’individuo, in nome d’un collettivismo totale e totalizzante, padrone assoluto non solo dell’economia, ma anche della cultura e persino delle coscienze e dello spirito degli individui. “Per questo, appunto nell’ Ungheria del ’56, vasti strati della popolazione insorsero contro il comunismo staliniano: ma fu, non dimentichiamolo, una rivolta non di destra, ma anzitutto di sinistra, con in prima fila proprio tanti giovani comunisti profondamente delusi dai burocrati filosovietici”.

Luigi Fenizi, consigliere parlamentare al Senato, già collaboratore di “Mondoperaio”, ha ricordato il posto che spetta di diritto a tutti quegli intellettuali che allora, uscendo dal PCI, furon considerati dei traditori: e invece rientrano a pieno titolo tra i difensori dell’ Occidente e della sua cultura laica e libertaria, da Turati a Silone, da Salvemini a Carlo Rosselli, da Albert Camus a Gustaw Herling e Milovan Gilas. Antonio Parisi, giornalista direttore di varie testate e autore di saggi di storia contemporanea, si è soffermato sull’ Ungheria di oggi, dove tuttora è vivissimo il dolore per la repressione sovietica del ’56 e per gli altri trent’anni di “Collelttivismo burocratico” che seguirono, sino al grande crollo dei muri del 1989. Aladino Lombardi, già presidente dell’ ANFIM, ha ricordato il viaggio che, proprio nell’ autunno del ’56, fecero a Budapest Matteo Matteotti (figlio di Giacomo), Indro Montanelli e il padre, Angelo Lombardi: viaggio che, permettendogli di assistere da vicino alla tragedia ungherese, segnò in modo indelebile la loro coscienza di cittadini e operatori dell’informazione e della cultura.

Fabrizio Federici

Storie di donne vittime di violenza di genere

Violenza-sulle-donne-Locatelli

A Trastevere, in Via della Penitenza 35, il 2 novembre, dalle 17 in poi, 8 donne racconteranno la storia del Centro antiviolenza “Marie Anne Erize” di Torbellamonaca. Un centro – nato per iniziativa soprattutto di Stefania Catallo, counselor e scrittrice, ambasciatrice del “Telefono Rosa” per vari Comuni del Lazio – :che, dal 2011, ha svolto un’ importante funzione sociale, in un quartiere povero di servizi pubblici e con forti sacche di disagio come appunto Torbellamonaca, partendo come sportello di assistenza psicologica e psicoterapeutica (che veniva data soprattutto da professionisti volontari), e allargandosi poi all’assistenza – anche sociale e di reinserimento professionale – alle donne vittime di violenza . Oggi il Centro – dotato, dal 2017, anche d’ un’ adeguata Biblioteca popolare – ha finalmente una nuova sede, che aprirà ufficialmente in primavera: la presidente Stefania Catallo – già autrice, anni fa, de “Le marocchinate”, inchiesta giornalistica sulle donne del Lazio meridionale vittime, durante la Seconda guerra mondiale, delle violenze compiute dalle truppe di colore inquadrate nell’ esercito francese – ha scelto di raccontare in un libro le piu’ significative fra le storie personali delle utenti del Centro.

“Evviva, Marie Anne è viva” (Roma, Universitalia ed., 2018): questo il titolo del libro, che si ricollega direttamente alla figura di Marie Anne Erize ( cui è intitolato appunto il Centro), attivista argentina per i diritti umani che, nel marzo del ’76, fu tra le prime vittime della repressione compiuta dai generali felloni autori del golpe contro Isabelita, seconda moglie di Juan Domingo Peron, e presidente in carica.. Il saggio di Stefania Catallo raccoglie 8 impressionanti storie di donne che hanno vissuto esperienze di violenza di genere e che, con forza e coraggio, sono riuscite ad affrontarle e superarle.
C”è riuscita Jona, nonostante sia stata costretta, dall’uomo che diceva di amarla, a prostituirsi. C’è riuscita Lucia, tradita da quello che i greci chiamavano il complesso di Elettra ( equivalente femminile di quello di Edipo), con l’incesto. C’è riuscita Evelyn, che finalmente può condividere il suo amore con la compagna Kelly, senza pregiudizi e odio. Ogni storia, illustrata da artisti ( il celebre Zero Calcare, Emanuele Olives, Alessandra Carloni, Alice Pasquini, ed altri) insegna qualcosa e davvero lascia col fiato sospeso per tutta la lettura. Alla presentazione sarà presente l’ Autrice; seguirà l’ esibizione dei gruppi rap al femminile “Phedra” e “Huntress D”.

Fabrizio Federici

“Emergenza sorrisi”, convegno al Gemelli

gemelli

Da oggi quattro bambini in più possono contare su un nuovo sorriso. Sono stati operati durante “Il trattamento delle labiopalatoschisi e attività di cooperazione internazionale”, il workshop organizzato dall’ ONG  “Emergenza Sorrisi” in collaborazione con AMSI (Associazione Medici di Origine Straniera in Italia ), OMCEO di Roma e “Sanità Informazione”,  tenutosi all’interno del congresso “Patient First: conventional surgery and surgery first”, organizzato dalla Fondazione “Policlinico Universitario Agostino Gemelli” IRCCS.

Il Prof. Fabio Massimo Abenavoli, Presidente di Emergenza Sorrisi, ha effettuato ben 4 interventi di chirurgia complessa in diretta su pazienti iracheni arrivati a Roma qualche giorno fa: accompagnati dal Dott. Aws Adel , chirurgo maxillofacciale, Direttore dell’ Ospedale Regionale di Nassiriya e Presidente Emergenza Sorrisi Iraq.  Il medico iracheno durante i lavori ha ricordato come la labiopalatoschisi sia un problema molto diffuso in Iraq. “In dieci anni di attività e missioni a fianco di Emergenza Sorrisi abbiamo visitato almeno 5000 bimbi con labbro leporino, e operato 1300 di loro. Nel nostro Paese c’è molta carenza di medicinali, strumentazioni per le diagnosi e per le operazioni, ma soprattutto di medici qualificati. Grazie all’impegno di Emergenza Sorrisi e al percorso avviato con il dott. Abenavoli oggi ho potuto trasferire molte competenze e conoscenze al mio team”, ha ricordato Adel..

“L’ospedale regionale di Nassyria è diventato nel tempo un vero punto di riferimento per la labiopalatoschisi, e rappresenta un’eccellenza in Iraq” , ha precisato Fabio Abenavoli , che è anche coordinatore Commissione Solidarietà e Cooperazione internazionale dell’ OMCEO Roma. “Emergenza Sorrisi opera in questa nazione da dieci anni e grazie alle missioni chirurgiche, ai corsi di formazione per i medici locali e alle campagne di sensibilizzazione è stato possibile consolidare i rapporti di collaborazione col Ministero della Sanità, per creare a Nassyria un centro di riferimento nazionale per il trattamento delle malformazioni congenite”.

“Una buona sanità internazionale è possibile grazie all’impegno di tutti, e alla promozione di momenti di dialogo come questo, dove è possibile cogliere l’importanza dell’intensificare la rete di collaborazioni internazionali”. A ricordarlo è stato il prof. Foad Aodi, Presidente dell’Associazione Medici di Origine straniera in Italia (AMSI) e Consigliere OMCEO ROMA  coordinatore Area Rapporti con i Comuni e Affari Esteri . “Credo che la medicina possa essere uno strumento per promuovere  lo sviluppo del dialogo tra i popoli. Vogliamo favorire la conoscenza e l’eccellenza della medicina italiana tra i medici nei nostri Paesi di origine, per portare queste competenze nei Paesi in cui operano. I medici formati potranno a loro volta diventare ambasciatori dell’eccellenza medica italiana nel loro Paese ,e alleviare le sofferenze dei bambini e di numerosi pazienti in lista d’ attesa, specialmente in Siria,Libia, Palestina, Sudan, Somalia,Yemen, ed in Africa”.

Ad aprire i lavori è stato il Prof. Sandro Pelo, Direttore della U.O.C. di Chirurgia Maxillo Facciale – Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli. Il workshop è proseguito poi con l’ illustrazione del progetto congiunto “La buona sanità internazionale”, fatta dal Prof. Foad Aodi; a seguire, è intervenuto il Prof. Abenavoli con un approfondimento su “La medicina nei Paesi in via di sviluppo: La chirurgia delle labiopalatoschisi in un unico tempo”. “Servono più  telemedicina , aggiornamento professionale e corsi di pratica per insegnare ai medici in loco”, hanno sottolineato Aodi e Abenavoli.

Il Prof. Massimo Di Giannantonio, direttore della Scuola di specializzazione in Psichiatria della facoltà di Medicina dell’Università di Chieti e consigliere Emergenza Sorrisi Ong, ha raccontato invece la difficoltà di nascere con una malformazione congenita nei Paesi in via di sviluppo, soffermandosi in particolar modo sul vissuto dei genitori.
Il workshop non s’ è limitato a trattare il tema solo dal punto di vista degli addetti ai lavori: dell’importanza di rendere accessibile a tutti un delicato problema genetico malformativo ha parlato  Roberto Giacobbo, giornalista scientifico, collaboratore RAI e scrittore; mentre  Luciano Moia, Capo redattore di “Avvenire” e coordinatore dell’inserto “Noi famiglia e vita”, si è soffermato sul tema “Etica e Comunicazione”.

Fabrizio Federici  

“Strisce di stelle”, raccolta di racconti di Dario Lo Scalzo

stelleAlla libreria Feltrinelli di Viale Libia, a Roma, è stata presentata “Strisce di stelle”, di Dario Lo Scalzo, giornalista, scrittore e videomaker, redattore dell’ agenzia stampa internazionale “Pressenza” , collaboratore della tv svizzera italiana RSI. Una raccolta di racconti (Firenze, Multimage ed., 2018) che – ha rilevato la giornalista e scrittrice Susanna Schimperna – “vuole ricordarci che ognuno di noi, nel suo piccolo, può fare qualcosa, ogni giorno, per rendere migliore il mondo; cercando di cambiare situazioni anche minime che, in realtà, hanno sempre una loro importanza”. Lo fa, l’ Autore, con una serie di racconti che, muovendo da una visione di base nonviolenta, olistica, umanistica, affrontano temi come guerra e pace, ambiente, inquinamento, migrazioni, diritti e doveri dell’ uomo, evoluzione dei costumi sessuali.

“Questo libro di Dario Lo Scalzo – ha sottolineato il prof. Foad Aodi, medico fisiatra, presidente dell’ AMSI, Associazione Medici di origine Straniera in Italia, e del movimento internazionale e interprofessionale “Uniti per Unire – è in piena sintonia con i fini che da sempre perseguono le nostre associazioni: e cioè anzitutto il dialogo interreligioso e interculturale, e un approccio ai problemi politico-sociali in chiave nonviolenta e solidaristica, volta a valorizzare lo scambio internazionale di esperienze e conoscenze nella medicina e in tutte le altre professioni. E’ per questo che, a nome dell’ Ufficio di Presidenza di “Uniti per Unire”, conferisco a Dario lo Scalzo la nomina di socio onorario di Uniti per Unire: al cui interno abbiamo appena costituito un apposito “Dipartimento Scrittori”. Visto il contributo dei più di 25 scrittori aderenti al movimento U. x U. e l’ importanza della scrittura come mezzo di dialogo e conoscenza interculturale e interreligioso, e come cura per la crisi sociale e le guerre tra i poveri, basate sui pregiudizi e sulla paura della diversità”, conclude Aodi nvitando tutti ad investire nella lettura e nella conoscenza della diversità e delle altre civiltà.

Foto_Dario“Questa presentazione del mio libro – aggiunge Dario Lo Scalzo – dimostra come siano ancora in tanti a credere nei valori del rispetto, della solidarietà e della dignità umana. E’ stato un incontro con la partecipazione di quasi 100 persone, che rincuora e dà un forte segnale di speranza, e sostegno all ‘affermazione dei diritti umani. Un libro come questo, che non parla contro qualcuno ma prova ad indicare costruttivamente le vie dell’ amore e del risveglio spirituale, trova il consenso di chi crede proprio in una trasformazione sociale sulla strada della nonviolenza. E accolgo così con fierezza la nomina, da parte del Prof. Aodi, a membro di Uniti per Unire”:
“L’ iniziativa di creare un dipartimento interamente dedicato agli scrittori , all ’interno del movimento Uniti per Unire”, commenta Nicola Lofoco, giornalista, portavoce nazionale di U.x U., “è senz’altro positiva . Tutti coloro che si sono cimentati nell’ opera della scrittura possono dare un positivo contributo intellettuale all’ interno del movimento, da anni impegnato nel sensibilizzare l’opinione pubblica su temi come la solidarietà tra i popoli, il rispetto dei diritti umani e il dialogo inter-religioso. Accolgo quindi con gioia la proposta del presidente Aodi di esserne coordinatore nazionale “.
“Gli scrittori- aggiunge Salameh Ashour, portavoce della Comunità palestinese in italia, coordinatore del Dipartimento Dialogo interreligioso delle Co-mai, Comunità del Mondo Arabo in Italia – devono sempre esprimere quella che è l’anima e la cultura d’un popolo: portando i lettori a riflettere sui temi fondamentali della vita e della società. Altrimenti, la letteratura diventa vuota esercitazione, o al massimo narcisistica esternazione della psicologia dell’ autore”.

Fabrizio Federici

Il “Caso Moro”, il Psi e le ipotesi complottiste

aldo moro 1

A 40 anni di distanza dal rapimento e dall’uccisione di Aldo Moro, abbiamo fatto qualche domanda al giornalista e blogger Nicola Lofoco. Da tempo impegnato negli studi di quello che più volte è stato definito “ Il caso Moro”, è stato autore di alcune pubblicazioni sul tema. Da anni ha espresso posizioni critiche contro l’ipotesi che i tragici fatto del 1978 siano stati il frutto di una cospirazione, ordita da centri di potere occulto. Iniziamo a chiedergli proprio questo:

Lei è uno degli studiosi del caso Moro che non ha sostenuto la tesi del complotto internazionale orchestrato dagli Stati Uniti. Da dove nasce questa sua convinzione?

Guardi, personalmente sono sempre stato dell’ opinione che i fatti vanno analizzati e compresi per quello che sono e che la loro comprensione deve basarsi sempre, solo ed esclusivamente, su delle prove certe. Bene, se seguiamo con precisione questa linea direttrice, possiamo affermare che, sino ad ora, il dramma dell’ omicidio di Aldo Moro, dei carabinieri Oreste Leonardi e Domenico Ricci e degli agenti di polizia Giulio Rivera, Raffaele Iozzino e Francesco Zizzi è imputabile alle sole Brigate rosse. Molto spesso si tralascia il quadro storico-politico in cui matura tutta questa drammatica vicenda. Siamo, infatti, a pochi mesi di distanza dal funesto “ 77”, anno in cui entra profondamente in crisi il nostro sistema industriale e, contemporaneamente, in cui iniziano ad impennarsi, in maniera abbastanza preoccupante, i numeri inerenti alla disoccupazione giovanile. In questo dedalo di instabilità economica, cresce anche a dismisura la protesta studentesca nelle Università. Le rivendicazioni provenienti dal mondo giovanile, studentesco e non, hanno progressivamente portato molti giovani ad uno scollamento sempre più forte dai partiti tradizionali, incapaci di cogliere il loro malessere e le loro istanze. Se per un giovane, allora, era preferibile fare politica con una “ P38” in mano, anziché frequentare le sezioni di partito, ci sarà stato pure un motivo ben preciso. Questo non giustifica, in alcun modo, tutto quello che ha prodotto il terrorismo, di destra o di sinistra che sia stato. Ma comprendere le ragioni di un fenomeno credo sia opera imprescindibile per qualsiasi buon ricercatore. Non mi stancherò mai, sino alla noia, di ricordare che, in quel periodo, non vi furono le sole Brigate rosse. Il Viminale aveva schedato oltre 500 sigle di fazioni comuniste combattenti, che molto spesso agivano con logiche diverse. Cosi come operavano numerosi gruppi di stampo neo-fascista. Come si vede la genesi storica è abbastanza complessa. Ed imputare il tutto a presunte manovre dei decantati servizi segreti non credo sia corretto.

Quindi i servizi non hanno avuto nessun ruolo secondo lei?

Proprio sul finire del 1977 erano stati sciolti sia il servizio segreto militare , il SID, quanto il servizio segreto degli affari interni (Affari Riservati). Era stata una scelta necessaria, dato che molti dei loro esponenti erano stati coinvolti in alcune gravissime inchieste giudiziarie, come quelle sulla strage di Piazza Fontana o sul Golpe Borghese. Agli inizi del 1978, quindi, i neonati Sismi e Sisde erano ancora in fase di organizzazione in tutte le loro articolazioni, anche sotto l’aspetto prettamente logistico. Contrastare l’efficiente organizzazione delle Br era praticamente impossibile , soprattutto se teniamo conto che vi fu uno scarso coordinamento durante le indagini tra le varie forze dell’ ordine.

Quindi tutto chiaro e trasparente? Ne è sicuro?

Sino ad oggi molti fatti definiti più volte “ misteriosi “ del caso Moro, non sono risultati tali. Prenda ad esempio il caso più clamoroso, quello di un testimone dell’ agguato di via Fani, che asseriva di essere stato bersagliato, con colpi di arma da fuoco verso la sua moto, circostanza poi risultata falsa grazie ad alcune foto recuperate in rete. Ma si potrebbe fare un elenco vastissimo degli inesistenti “enigmi” che hanno caratterizzato tutta questa dolorosa storia. Come non è mai risultata vera, in nessuna aula di tribunale, la cosiddetta teoria dell’ “ etero-direzione “ delle Brigate Rosse. La verità è che i brigatisti sono stati favoriti nelle loro azioni da una vastissima area della società civile, che ne ha avallato gli intendimenti . Ma, anche qui, è imprescindibile compiere una considerazione puramente storica: bisogna prendere atto che, sino a quel momento, vi era una consistente porzione della nostra società che sognava la rivoluzione socialista. Una svolta rivoluzionaria che il Pci non aveva mai perseguito, sin dalla “ Svolta di Salerno” del 1944 intrapresa da Palmiro Togliatti. Per tutti quelli che non credevano più nell’ opera del Pci, le Br erano diventate un preciso punto di riferimento politico ed anche culturale.

Il Partito socialista era favorevole ad una trattativa per liberare Moro. Era giusto secondo lei?

Tutti sanno benissimo che la cosiddetta “ linea della fermezza” , cioè il rifiuto totale di qualsiasi tipo di trattativa con le Brigate Rosse, fu la linea tenuta, in modo ferreo e convinto, prima di tutto dal Pci. In un momento in cui si andava delineando la concreta fase politica del “compromesso storico “ tra democristiani e comunisti, la Dc non poteva in alcun modo mantenere un comportamento che non fosse convergente proprio con il Pci. All’interno della Dc vi erano personaggi di rilievo contrari alla trattativa, ma non tutto il partito era unito su questa posizione (a differenza del Pci). E va anche ricordato il non piccolo particolare che l’allora ministro dell’ Interno, Francesco Cossiga, aveva concordato ogni mossa insieme al ministro “ombra“ del Pci Ugo Pecchioli. I socialisti, invece, si mantennero su un’altra posizione. Il loro segretario politico, Bettino Craxi, aveva proposto un atto di clemenza da parte del Presidente della Repubblica verso un solo brigatista detenuto nelle carceri, e a riguardo vennero fatti anche diversi nomi. Personalmente credo che l’ iniziativa del Psi si potesse perseguire, in quanto avrebbe salvato una vita umana , restituendo Aldo Moro ai propri cari. E se cosi fosse stato, non credo che il corso della storia sarebbe stato poi tanto diverso da quello che abbiamo avuto.

Fabrizio Federici

SSN, campagna nazionale contro il razzismo

ssn

Una grande campagna di sensibilizzazione per “mettere al bando il razzismo e l’ intolleranza dal nostro Servizio sanitario nazionale”: coinvolgendo l’opinione pubblica, puntando ad un messaggio contro il razzismo ed in favore della tolleranza, con l’affissione di manifesti nelle farmacie e nelle Asl. E’ la proposta lanciata dal presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (Fnomceo), Filippo Anelli, dopo l’episodio di razzismo denunciato da una dottoressa di Cagliari. L’idea, annuncia Anelli, “é coinvolgere anche gli altri professionisti sanitari e le associazioni dei cittadini”. Altri manifesti saranno affissi per le strade, negli studi e negli ospedali.

“Lancio un’idea – spiega Anelli – che spero possa essere condivisa anche dalle altre federazioni degli Ordini delle professioni sanitarie e dalle associazioni dei cittadini: mettere in piedi, tutti insieme, una grande campagna contro il razzismo”. Alla campagna sono aderite l’ Associazione Medici di origine Straniera in iIalia (AMSI) e la Confederazione internazionale-Unione Medica Euro-Mediterranea (U.M.E.M), che ringraziano la Fnomceo.

“La collega Maria Cristina Deidda, con la sua denuncia – afferma Foad Aodi ,fondatore dell’ AMSI e dell’UMEM, riferendosi alla dottoressa che ha denunciato l’episodio di razzismo in cui vari pazienti si sono lamentati per aver atteso “per colpa di un negro” – ha testimoniato in modo encomiabile la grande sensibilità dei professionisti italiani verso i diritti umani e l’uguaglianza: mettendo in evidenza quelli che sono i valori fondanti della nostra professione e della nostra società, a prescindere dal colore della pelle, dalla religione, dalle opinioni, o da chi, nella situazione amministrativa, è regolare o irregolare “.

“Siamo indignati e preoccupati – prosegue Aodi – per l’aumento crescente degli episodi di razzismo e di discriminazione nei confronti dei professionisti della sanità e dei cittadini di origine straniera. Molte segnalazioni giungono allo sportello AMSI , il quale ha registrato un aumento del 35 per cento, negli ultimi tre anni in particolare, di episodi di discriminazione nei confronti dei cittadini di origine straniera . Le donne lo sono per motivi legati al velo, gli uomini per la barba lunga . Spesso si viene discriminati per il colore della pelle o per i soli vestiti religiosi e tradizionali. Le segnalazioni provengono maggiormente dalle regioni Lombardia , Veneto, Trentino Alto Adige , Marche e Sardegna. Gli episodi si verificano spesso al pronto soccorso , nelle Asl, al Cup,nei centri di fisioterapia ed analisi”.

“Si registra – prosegue Aodi, che é anche consigliere dell’ OMCEO di Roma con delega ai rapporti coi Comuni e agli Affari Esteri – un aumento dello sfruttamento dei professionisti della sanità di origine straniera: con personale sottopagato , ritardi nei pagamenti e licenziamenti continui senza giusta causa, come ci viene raccontato allo sportello Amsi, dove le segnalazioni provengono da tutte le regioni italiane, in particolare dal centtro- sud. “Continuiamo a combattere la “guerra tra poveri” , gli episodi di razzismo e le discriminazioni: utilizzando la “terapia del dialogo” , la conoscenza ed il principio dei diritti e doveri , l’uguaglianza e la solidarietà”.

Con AMSI e U.M.E.M aderiscono all’ iniziativa anche il Movimento internazionale “Uniti per Unire” e le associazioni e comunità aderenti, comprese le Comunità del Mondo Arabo in Italia (Co-mai), la ONLUS Emergenza Sorrisi-Ong, attiva da anni nella cooperazione sanitaria col Terzo Mondo, e la Confederazione Internazionale Laica Interreligiosa -(Cili-Italia).

Fabrizio Federici

Cerveteri e Taybeh, un congresso per la pace

uniti-per-unire
Un Congresso per la pace insieme ai Sindaci  di Cerveteri e di Taybeh, a Novembre in Terra Santa.  Questo è  l’annuncio che Foad Aodi, fondatore del movimento internazionale, transculturale, interprofessionale “Uniti per Unire” (che da Ferragosto è in viaggio in Terrasanta, incontrando vari sindaci e associazioni in Israele e in Palestina),  ha fatto dopo l’incontro col Sindaco della città di Taybeh, Shuaa Massarwa Mansour.
Un Congresso internazionale  per la Pace, mirante a coinvolgere in primis i promotori del Patto d’amicizia siglato a ottobre 2017 a Cerveteri  tra  i sindaci di Taybeh e di Cerveteri e il Movimento internazionale Uniti per Unire, insieme a tutte le  associazioni e le comunità aderenti:  tra cui l’ AMSI (Associazione Medici di Origine Straniera in Italia) e le Co-mai (le Comunità del Mondo Arabo in Italia). Ci sarà, inoltre, il  patrocinio delle Asl Rm4 e Rm5, concesso dal Direttore Generale, Dr.Giuseppe Quintavalle. 
“Un Congresso voluto da Shuaa Mansour e Alessio Pascucci, sindaco di Cerveteri, insieme a me”, continua Aodi,  “per proseguire nel patto d’amicizia tra l’ Italia e i nostri comuni e città arabe palestinesi, parlando solo una lingua universale: la lingua della Pace e del dialogo, della conoscenza e della cooperazione internazionale. E  intensificando la collaborazione nell’ambito della cultura, dell’ istruzione, della sanità, dello sport e della scuola.  Con l’obiettivo di avvicinare i popoli e le culture, combattendo i pregiudizi e l’odio razziale e religioso: che, purtroppo, negli ultimi anni  sta aumentando vertiginosamente nel mondo”, sottolinea  Aodi,  che è anche  membro del Focal Point per l’integrazione in Italia per l’ alleanza delle Civiltà- UNAOC, organismo  ONU, e Consigliere dell’ OMCEO di Roma con delega per rapporti con i Comuni e Affari Esteri.
“Siamo estremamente onorati di poter proseguire il percorso iniziato il 23 ottobre scorso nella nostra città– ha dichiarato Alessio Pascucci, Sindaco di Cerveteri – con la promozione di un grande Congresso per la Pace internazionale: che sarà esempio di integrazione ed accoglienza, valori che purtroppo, oggi, nel nostro Paese vengono troppo spesso messi in discussione. Siamo pronti a dimostrare ancora una volta che iniziative come queste sono portate avanti insieme a realtà geograficamente così lontane da noi, ma vicine nello spirito: con le quali siam pronti a stringere un rapporto di amicizia, collaborazione e condivisione delle nostre tradizioni, della nostra cultura e della storia dei nostri Paesi. È  motivo d’orgoglio, inoltre, per noi”,   prosegue il Sindaco Pascucci,  “che Uniti x Unire e il suo fondatore Foad Aodi abbiano scelto, a ottobre scorso, di iniziare un percorso così importante  partendo proprio da Cerveteri”.
“Sono orgoglioso di portare avanti iniziative come questa – conclude Pascucci – sia da Sindaco che da coordinatore nazionale di “Italia in Comune”: partito nato dal bisogno d’ un vasto campo di sindaci e di cittadini italiani di riaffermare valori, come quelli dell’ integrazione e dell’accoglienza, proprio nel momento in cui ci troviamo di fronte ad un bivio essenziale della storia, e quindi della politica. Per questo, come Italia in Comune, in collaborazione con Foad Aodi e Uniti x Unire e il Sindaco di Taybeh, avvocato  Shuaa Massarwa Mansour, abbiamo deciso di lanciare questo grande Congresso per la Pace internazionale: sperando che contribuisca a rappresentare anche fuori dai confini nazionali il volto di un’Italia solidale, che va oltre le polemiche e la retorica dell’ odio”.
Dal canto suo il sindaco di Taybeh, Shuaa Mansour, dichiara – con grande emozione, visto che si è laureato in Italia-  la sua soddisfazione “di poter organizzare un convegno internazionale che rappresenti un ponte per la pace e il dialogo tra le civiltà e le religioni, coinvolgendo e invitando l’ Ambasciatore italiano in Israele, e sindaci, autorità istituzionali e religiose (musulmani,cristiani,ebrei,drusi), deputati  arabi palestinesi ed ex-studenti laureati in Italia: per valorizzare il ruolo e l’esperienza  dell’ Italia nei nostri  Paesi di origine”.
Fabrizio Federici 

Commerato Andrea Berardi Curti, paladino dei diritti GLBTQ

massassinaPresso la sede del Circolo di cultura omosessuale “Mario Mieli” , è stato commemorato solennemente Andrea Berardi Curti, segretario politico del circolo, scomparso improvvisamente a Roma la sera di martedì 4 settembre. Romano, residente al Pigneto (l’oggi effervescente “Quartiere latino” di Roma), Andrea per anni era stato in prima fila nelle battaglie del “Mieli” per i diritti dei cittadini gay, e, più in generale, di tutto il movimento GLBTQ, contro gli stereotipi repressivi e le troppo rigide divisioni tra i sessi, funzionali solo a logiche di potere.

Artista, interprete teatrale, animatore instancabile (“en femme”, col nome d’ arte “La Karl du Pignè”) delle mitiche serate del “Muccaassassina”, Andrea s’era battuto per una visione moderna di omosessualità e transessualità: centrata non solo sui diritti, ma nello spirito mazziniano di piena cittadinanza richiamato dall’ articolo 3 della Costituzione. Animando anche iniziative del “Mieli” di forte rilievo sociale e culturale, come le campagne antiAIDS (con speciale attenzione ai nuovi tipi di test), il Transgender Rmembrance Day del 20 novembre, in memoria delle vitttime della violenza transfobica e il progetto di ricerca dell’ Unione Europa su quelli che furono gli sterminii “minori” del nazismo ( ai danni di omosessuali, handicappati, zingari, Testimoni di Jehova,ecc…).

“E’ stata una commemorazione nello stile di Andrea”, dice, commosso, Sebastiano Secci, presidente del “Mieli”: con i suoi parenti e amici, tra le sue foto, i suoi ritratti, le sue parrucche, tra battute di spirito e riflessioni profonde. Se n’è andata una personalità che per anni si è completamente identificata con la storia del Circolo ( che compie quest’anno 35 anni) e di tutto il movimento GLBTQ, non solo romano”.
La sua scomparsa lascia un forte vuoto, davvero difficile da riempire. Ciao, Andrea: salutaci Platone, Saffo, Karl Ulrichs (l’ intellettuale tedesco, tra i primi attivisti gay, autoesiliatosi in Italia, dove morì. nel 1895, a L’ Aquila), Oscar Wilde , Pier Paolo Pasolini, Mario Mieli, appunto, Massimo Consoli, Alfredo Ormando (lo Jan Palach del Movimento gay, immolatosi nel fuoco a Roma, il 23 gennaio 1998, per protesta contro le chiusure del Vaticano nei confronti dei gay); e tutti coloro che hanno concretamente dimostrato, nella vita quotidiana, che essere gay non vuol dire assolutamente vivere chiudendosi a riccio nel proprio “Particulare”, anteponendo la propria felicità individuale alla lotta contro le ingiustizie collettive.

Fabrizio Federici

Fondazione “Massimo Consoli” ricorda Ulrichs

tomba ulrichsAl cimitero monumentale de L’Aquila, la Fondazione “Massimo Consoli” (che continua a portare avanti le battaglie di Luciano Massimo Consoli, il giornalista, scrittore e traduttore tra i fondatori del movimento Gay italiano, creatore d’ un archivio mondiale sulle tematiche gay definito “di notevole interesse storico” dal MIBACT, scomparso nel 2007), ha reso ultimamente omaggio, per la ricorrenza della sua nascita (28 agosto), alla tomba del filosofo, giurista e giornalista tedesco Karl Heinrich Ulrichs (1825- 1895). Un gruppo di esponenti della Fondazione Consoli, attivisti per i diritti GLBTQ e dei cittadini handicappati (tra cui Claudio Mori, giornalista emerito di “Radio radicale”, l’artista Alba Montori, l’editrice Maya Checchi, presidente di Golena edizioni, Anna Benedetti, della Lega Arcobaleno fondata, a suo tempo, dal militante per i diritti degli handicappati Bruno Tescari, scomparso nel 2012, e altri) e semplici cittadini ha tenuto una breve,ma intensa, cerimonia laica davanti alla tomba di Ulrichs.
Nato ad Aurich, vicino Hannover, nel 1825, Uhlrichs, laureato in Diritto e teologia a Gottingen, anche latinista esperto (pubblicò tra l’altro, negli ultimi anni della sua vita, la rivista “Alaudae”, che propugnava l’uso del latino come lingua viva), è stato uno dei primi atttivisti per i diritti dei gay della storia contemporanea.In un’epoca in cui la cultura europea , con una generale coloritura positivistica, si apriva alle grandi frontiere della medicina, della psicanalisi, della fisica, eppure annaspava ancora nella lotta contro pregiudizi sessuofobi d’ogni genere (gli stessi Marx ed Engels, ad esempio, condannavano l’ omosessualità ritenendola sbrigativamente – come, in seguito, i “marxoidi” sovietici – frutto marcio del capitalismo), Ulrichs non rimase a guardare.
E dal 1860 iniziò a girare gli Stati tedeschi, parlando e scrivendo in difesa dei diritti degli omosessuali, combattendo con la censura e le leggi penali di Sassonia, Prussia, e dello stesso Hannover; il 29 agosto 1867, al Congresso dei giuristi tedeschi a Monaco di Baviera, fece uno dei primi “Coming out” ufficiali della storia, proponendo inutilmente – con enorme clamore – una risoluzione che chiedesse l’ abrogazione di tutte le leggi antiomosessuali esistenti in Germania. Inviso a Bismarck, e allo stesso Marx (il quale, nei suoi scritti, aderisce in sostanza alla stessa morale borghese, ma poi, vagheggiando la futura società comunista, addirittura propugna temporaneamente la “proprietà comune” delle donne!), nel 1879 Ulrichs decide di lasciare la Germania, “autoesiliandosi” in Italia.Lo stesso anno, pubblica il XII volume della sua grande opera “L’enigma dell’ amore uranico”: sorta di Enciclopedia dell’ omosessualità in cui inizia a formulare il concetto, molto moderno ( sviluppato poi, decenni dopo, dal sociologo e sessuologo socialista Magnus Hirschfeld, “bestia nera” dei nazisti), dell’omosessuale maschile come persona dotata d’ un’ anima, o comunque d’ una psiche, femminile, “imprigionata” in un corpo maschile. Intanto, nel 1871, il Reichstag della nuova Germania unificata ha approvato il famigerato “Paragrafo 175” del Codice penale tedesco, che persegue penalmente l’ omosessualità maschile ( di quella femminile, per evidente pregiudizio maschilista, non viene nemmeno presa in considerazione l’ esistenza), e resterà in vigore – dopo l “Omocausto” nazista – sino al 1968 nella DDR ( dell’ anno prima, l’ abrogazione dell’ analoga norma penale inglese!) e addirittura, pur con modifiche, sino al 1990 in Germania Ovest ( con definitiva abrogazione solo nel 1994).
“A L’ Aquila”, ha ricordato Alba Montori, ” dopo un primo soggiorno a Napoli, città dal clima però troppo caldo per la sua inferma salute, nell’ atmosfera relativamente tollerante dell’ Italia unificata, Ulrichs visse soprattutto ospitato dal latinista marchese Nicolò Persichetti, per i cui figli fece da precettore: morendo, infine, nel 1895″. Cinque anni dopo, nel 1900, scomparivano il poliedrico Oscar Wilde, altro pioniere del movimento gay, e quel Nietzsche che nel 1879, lo stesso anno dell’ “autoesilio” di Ulrichs, aveva scandalizzato i benpensanti cogliendo – nell’aforisma 259 di “Umano, troppo umano” – il forte legame tra civiltà greca e omosessualità.
La tomba di Ulrichs, con un’ iscrizione in latino, proprio vicino alla tomba di famiglia dei Persichetti, fu ritrovata – dopo che se n’erano perse temporaneamente le tracce – proprio da Massimo Consoli nel 1988. Oggi, la cultura tedesca sta riscoprendo la figura di quest’ intellettuale scomodo (proprio come sta accadendo – per fare un paragone adeguato – ad Armin Wegner, lo scrittore socialdemocratico autore, nel ’33, della celebre “Lettera ad Adolf Hitler” per scongiurare la Shoah): a suo nome sono state intitolate piazze a Monaco, Brema, Hannover. Così come, tornando a L’Aquila, nel Parco del Castello.

Fabrizio Federici