BLOG
Fabrizio Macrì

Pragmatismo in risposta
al populismo

L’alternativa al populismo passa dalla ricerca pragmatica di soluzioni che favoriscano il ritorno ad un’economia libera ma anche al servizio delle persone e attenta al bene comune.

Questo comporta scelte distruttive, fuori dagli schemi ideologici tradizionali, contenenti misure di politica economica un tempo incompatibili con il vecchio schema che contrapponeva labouristi a conservatori.

L’assunto di fondo è che sia tornata di attualità l’ispirazione ideale del Kennedysmo della nuova frontiera che riteneva che il radicalismo degli ideali e lo sguardo lungo sul futuro, dovessero accompagnarsi al realismo delle soluzioni, spesso per definizione fuori dagli schemi ideologici tradizionali.

Sulla stampa internazionale sono usciti in questi giorni alcuni interessanti articoli che analizzano le cause della vittoria di Trump negli Stati Uniti e dell’avanzata dei movimenti nazional populisti nelle grandi democrazie occidentali.

Alcuni di questi fanno risalire il fenomeno a ragioni sostanzialmente di carattere economico di cui l’immigrazione di massa è un tassello importante ma non decisivo.

Non siamo insomma diventati tutti razzisti ed impauriti, ma stando a queste analisi economiche avremmo perso la fiducia nel fatto che questo sistema economico sia in grado di servire le persone e non solo di mettere le persone al suo servizio o di emarginarle.

Le classi dirigenti occidentali al timone nell’era della globalizzazione che ha duramente impattato sulle economie dei paesi occidentali negli ultimi 20 anni, appartenenti ai partiti conservatori e progressisti avrebbero indifferentemente lavorato a favore di un sistema economico che ha generato un passaggio di reddito dai salari netti dei lavoratori al valore degli utili e dei dividendi lucrati dagli azionisti.

Il sistema avrebbe in parole povere smesso di funzionare per aumentare il benessere dei lavoratori salariati che costituiscono il grande bacino di domanda in grado di acquistare prodotti e servizi prodotti e venduti da quelle aziende che hanno invece aumentato in modo esponenziale i loro profitti proprio comprimendo il costo del lavoro.

Tale processo sarebbe comunque destinato ad avvitarsi su se stesso per un graduale indebolimento della domanda prodotta proprio da quella classe media che ha visto una contrazione progressiva del proprio potere d’acquisto.

Da sinistra tornano ad alzarsi le voci di coloro he invocano Keynes alla faccia del crescente indebitamento di molte importanti economie europee ma anche di quella americana che non più di due anni fa ha visto il proprio Governo federale sfiorare il default.

La realtà è che viviamo una fase congiunturale soprattutto nei paesi occidentali che richiederebbe un pragmatismo freddo e analitico molto lontano dalle scelte di pancia che vengono propinate a gran voce dai movimenti nazional populisti, dal conservatorismo pro-establishemnt che i partiti tradizionali esprimono e dalle ricette economiche ispirate da assunti ideologici preconcetti.

È vero che alcuni stati sono super indebitati e questo vale soprattutto per l’Italia che alla luce del suo peso economico, espone a rischi di attacchi speculativi l’intera area Euro, ma è vero anche che dopo decenni di politiche della supply side economics e cioè tese ad aumentare la produttività e la competitività dell’offerta, accompagnate da politiche di contenimento della spesa pubblica, l’economia richiede a gran voce uno shock positivo di domanda che svolga una funzione anticiclica.

Una politica economica di stimolo della domanda disruptive che ristabilisca fiducia nel futuro, quindi aspettative positive, propensione degli imprenditori ad investire e delle banche commerciali a fornire credito.

Continuare ad agire sul lato dell’offerta, come la teoria economica liberista ha imposto ai Governi negli ultimi 25 anni, ha avuto una sua utilità in termini di riduzione del tasso di aumento dei prezzi e di aumento di produttività dell’offerta, ma va riconosciuto che le ricette adottate fino ad oggi non aiutano l’economia ad uscire dalla spirale dflazionista e recessiva in cui sembra essere irrimediabilmente caduta.

Continuare ad immettere liquidità nel sistema nella speranza che le banche secondo criteri di mercato la facciano confluire in piani di investimento privati delle imprese, si sta dimostrando una misura sterile ai fini della ripresa strutturale dell’economia.

Le banche commerciali sono strutturalmente avverse al rischio e tendono a trattenere la liquidità generata da BCE realizzando investimenti finanziari con rendimenti più interessanti, invece che re-immetterla nell’economia facendo credito alle imprese ; le stesse imprese infatti sono altamente insolventi e operano su un mercato competitivo e soprattutto debole con una domanda stagnante se non strutturalmente in calo.

Molte imprese inoltre non solo chiedono credito e non ottenendolo evitano di investire deprimendo ulteriormente la domanda aggregata, ma spesso non lo chiedono perché non esiste una domanda di prodotti e servizi che giustifichi la realizzazione di investimenti: perché aumentare la produzione o la produttività se si opera in un contesto in cui mancano gli ordini ?

Qual’è quindi la risposta di un riformismo pragmatico e post-ideologico che abbia lo scopo di far ripartire l’economia in modo che sia in grado di generare posti di lavoro reddito e nuova domanda ?

Un piano di investimenti pubblici strategici che si concentri sulle aree di arretratezza strutturale italiana ma anche di altri paesei europei ed occidentali che hanno un diretto impatto sulla qualità della vita dei cittadini:

o Trasporto pubblico locale
o Recupero urbanistico delle periferie
o Bonifiche ambientali
o Coibentazione e risparmio energetico di tutti gli edifici pubblici
o Banda larga e telecomunicazioni
o Sicurezza, controllo dei confini e difesa

A differenza però di quanti propongono un aritmetico aumento della spesa che consenta di realizzare questi investimenti, un riformismo pragmatico e post-ideologico deve continuare a perseguire la riduzione della spesa corrente e una forte razionalizzazione delle funzioni di acquisto nella pubblica amministrazione a partire da sanità e scuola, aree di intervento considerate invece sempre a torto intoccabili, ma ricche invece di sprechi e diffusi fenomeni di corruzione nella gestione degli appalti.

Fabrizio Macri – Zurigo

Banca Svizzera, Euro
e svalutazione

Accordo fiscale-Svizzera-ItaliaLa decisione presa nel gennaio 2015 dalla Banca Centrale Svizzera di uscire dal regime di sostegno all’Euro ha determinato una svalutazione dell’Euro sul Franco Svizzero di circa il 15% in un contesto di indebolimento anche rispetto al Dollaro USA.

Dalla nostra moneta quindi così svalutata rispetto a due valute così importanti (facenti capo rispettivamente al sesto mercato (la Svizzera) ed al terzo (gli USA) per le esportazioni italiane,  ci si aspettava quindi una decisiva spinta al rialzo della domanda estera di prodotti italiani, peraltro già in trend positivo da diversi anni, unico traino di un’economia che esce da anni di stagnazione.

Gli effetti sull’export italiano a livello mondiale
I dati sull’export italiano a consuntivo 2015 dimostrano però che nonostante il trend delle nostre esportazioni continui ad essere positivo queste non hanno subito uno shock positivo al rialzo come ci si sarebbe aspettati in seguito ad una svalutazione così improvvisa e sostanziale della moneta europea. Secondo i dati Istat, a livello globale le esportazioni italiane sono cresciute nel 2015 rispetto al 2014 del 3,7%  mentre l’anno precedente sul 2013 erano cresciute del 2,1%. L’accresciuto tasso non è tuttavia tale da indicare una correlazione diretta con la forte svalutazione della moneta.

Gli effetti sull’export italiano in Svizzera
I dati sull’andamento del nostro export sul mercato svizzero (che è stato quello più interessato dalle mutate ragioni di cambio) sono ancora più espliciti in questo senso.

L’Istat registra su questo mercato un aumento a consuntivo 2015 dello 0,97% sul 2014: mentre le statistiche svizzere (in valuta elvetica) parlano addirittura di una riduzione percentuale dell’8,7%.

Insomma non solo i volumi esportati hanno reagito in misura molto meno che proporzionale alla svalutazione della moneta, ma sul mercato svizzero l’aumento non è neanche stato tale da evitare una forte perdita di valore dell’export italiano in moneta locale (-8.7% appunto).

Analisi basate su vecchi pregiudizi
Schiere di analisti italiani ed europei prevedevano 18 mesi fa che questa svalutazione avrebbe portato ad un deciso balzo in avanti per l’economia italiana trainata dall’export, memori degli scossoni al rialzo e al ribasso che le oscillazioni della nostra moneta nazionale negli anni ‘80 generavano sull’economia reale (svalutazione equivaleva a pari aumento delle esportazioni, crescita del PIL e inflazione indotta da un eccesso di domanda in un sistema a bassa produttività e specializzato in produzioni a basso valore aggiunto, che prima o poi tornava ad erodere domanda interna e crescita).

Analisi superate dalla storia, così come quelle dei populisti nostrani che attribuiscono all’Euro ed alla moneta forte e stabile tutti i mali della nostra economia. Come dire che un tossicodipendente lasciato senza dose deve la sua dipendenza alla disciplina imposta da chi lo sta curando.

Un’immagine dell’economia italiana competitiva allora solo nei tanto decantati settori del made in Italy tradizionale (agroalimentare, moda e arredamento), tutti peraltro a basso valore aggiunto ed a scarsa intensità tecnologica.

Analisi che non fanno i conti con i cambiamenti drastici che il regime di cambio fisso dalla fine degli anni ’90 in poi e a seguire l’introduzione dell’Euro hanno imposto sull’industria esportatrice italiana; forse le riforme destinate a rendere il Sistema Italia più forte e competitivo non sono arrivate nella misura sperata ma l’industria (o parte di essa), spinta dalla necessità di restare sul mercato e soprattutto spaventata dal costante declino della domanda interna, ha dimostrato una grande capacità di adattamento al nuovo regime di cambio, facendo un salto di qualità basato sugli “hard factors” della competitività: tecnologia e produttività.

Non più solo Dolce Vita
Il valore dell’export italiano è passato dai 270 miliardi di Euro del 1998 (anno d’entrata dell’Italia in regime di cambio fisso) ai 470 del 2012: una crescita di 200 miliardi senza traccia di svalutazione alcuna.

La quota dell’export italiano sul totale esportato al Mondo, dopo un fisiologico arretramento nei primi anni 2000 dovuto all’entrata aggressiva sul mercato, di giganti come India, Cina e Corea o di concorrenti più vicini come la Spagna (soprattutto nei consumer goods a basso valore aggiunto ed intensità tecnologica), si è stabilizzata al 2,8%, facendo registrare addirittura una leggera crescita nel 2014.

Questo significa che l’Italia si sta gradualmente emancipando dalle “iniezioni di competitività “ artificiali costituite dal semplice valore della moneta. Come?

In estrema sintesi l’Euro ha imposto una rivoluzione nella specializzazione settoriale dell’export italiano: nel 2012 l’export alimentare italiano era leggermente superiore all’8% del totale e sommato ad altri prodotti di consumo non raggiungeva il 33% del totale. Mentre i beni strumentali sommati ai prodotti dell’High-Tech avevano un valore superiore al 67%.

Gli italiani insomma hanno imparato ad esportare in settori della media ed alta tecnologia ed insidiano più di ogni altro competitor internazionale le posizioni di leadership dei tedeschi in molti settori in cui gli effetti delle fluttuazioni del tasso di cambio non sono così rilevanti come in settori più tradizionali.

Se si analizzano i dati settoriali più nel dettaglio, all’incontrastata leadership mondiale nel campo dell’arredamento, della moda e dell’agroalimentare, settori nei quali i distretti hanno ripreso a giocare un ruolo centrale, come negli anni ’90, si aggiunge negli ultimi anni un forte progresso sul fronte delle macchine utensili, oltre che un nuovo boom del settore high-tech non più monopolizzato da grandi gruppi come FIAT, Olivetti o Finmeccanica , ma risultante dalla crescita di un vivace humus di start-up e acceleratori di innovazione.

L’Italia nel settore delle machine utensili genera il terzo surplus commerciale al Mondo dopo Germania e Giappone: 54 miliardi di Euro.

Stando al trade performance index dell‘ International Trade Center e dell’UNCTAD, nel 2014 la competitività italiana in questo settore è seconda solo a quella della Germania e superiore a quella svedese, belga, cinese, finlandese, svizzera e francese.

In questo settore le esportazioni italiane sono superiori a quelle tedesche in 179 differenti tipi di prodotto mentre tutti gli altri competitor inclusa la Cina superano la Germania sul fronte delle esportazioni in un numero inferiore di produzioni.

Macchine per la produzione e lavorazione di prodotti tessili, imballaggi, alimentari, plastiche e ceramiche, ma anche tecnologia legata all’estrazione di olio e gas sviluppatasi grazie agli investimenti dell’Eni ed al dinamismo delle tante PMI dell’indotto, sono comparti in cui l’Italia è leader assoluto a livello mondiale.

Lo sguardo va rivolto altrove
Se dunque l’Italia la sua sfida sul fronte dell’export la sta già vincendo puntando su produttività e tecnologia ed emancipandosi dalla vecchia arma della svalutazione, è illusorio pensare che il recente indebolimento della valuta oppure un ritorno alla sovranità monetaria come molti credono, possa dare grandi impulsi all’export.  Al contrario è pericoloso tornare ad un regime di indisciplina monetaria dopo anni di sacrifici e dolorose ristrutturazioni che hanno reso strutturalmente il nostro export tra i più vivaci tra i paesi sviluppati.

Lo sguardo degli economisti va a nostro parere rivolto invece a quella fetta dell’economia “non traded” (e cioè non esposta alla concorrenza interna ed internazionale) protetta da ombrelli di privilegio pubblico e delle professioni, appesantita dall’arretratezza delle regioni del Sud, da un numero sproporzionato di enti ed impiegati pubblici sul totale della forza lavoro, da un’amministrazione complicata, lenta e nemica soprattutto della parte attiva della popolazione, da anni di mancate liberalizzazioni e riforme fiscali, nonché da un tasso di evasione fiscale senza pari in Occidente.

L’attenzione al tasso di cambio che gli analisti continuano ad avere sembra non riconoscere l’origine del freno al nostro sviluppo che è strutturale e che è tutto interno al nostro sistema e non deriva (per lo meno in gran parte) dall’Euro o dalla disciplina fiscale imposta dalla Sig.ra Merkel.

Quasi un riflesso condizionato: scaricare su altri responsabilità che sono invece tutte italiane.

Fabrizio Macrì