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Fabrizio Montanari

La tragica fine di Vinzani,
presunto figlio del Duce

resistenza continua“Da una guerra civile – come ha affermato lo storico Gianni Oliva in un suo fortunato libro – non si esce con la semplice resa degli sconfitti”, specie quando ci sono conti aperti che si riferiscono al periodo precedente appena terminato. Questo è quanto accadde nei mesi successivi la fine della seconda guerra mondiale.

La giustizia sommaria esercitata da singoli uomini o da gruppi di ex combattenti che, a guerra terminata, agirono autonomamente, ignorando le disposizioni del Clnai (Comitato Liberazione nazionale alta Italia), insanguinò per alcuni mesi (alcuni dicono alcuni anni) le strade e le campagne di molte città del Nord d’Italia, specie di quelle del cosiddetto “Triangolo della Morte”.

Migliaia furono le vittime di quell’odio e di quella cecità ideologica, che pretendeva di vendicare i torti e le sofferenze subite, oltre a promuovere da subito l’edificazione della società socialista. Chiunque fosse stato semplicemente sospettato d’aver avuto simpatie con il fascismo poteva essere fermato e sparire da un momento all’altro. Il furore rivoluzionario di quei giorni portò anche alla resa dei conti dentro il fronte antifascista, decretando la fine di molti ex partigiani ritenuti pericolosi testimoni di nefandezze compiute da loro compagni di lotta.

Spesso capitò che il destino caricasse gli uomini di responsabilità e colpe che non appartenevano loro e ne determinasse, nel bene e nel male, il futuro. Questo, in effetti, è ciò che toccò in sorte a Ippolito Vinzani, un uomo semplice della pianura reggiana, creduto, a torto, figlio illegittimo di Benito Mussolini.

Il maestro di Pieve Saliceto

Per capire la sua incredibile e tragica vicenda conviene partire dall’inizio della storia, cioè dal lontano 1902, quando in una fredda e nebbiosa mattina del mese di febbraio, uno spavaldo giovane scese dal treno alla stazione del comune di Guastalla nel reggiano. Avvolto in un vecchio e logoro mantello nero, quel ragazzo fu subito avvicinato da alcuni uomini ansiosi di conoscerlo. Questi gli rivolsero solo una semplice domanda: “Siete voi il maestro di Gualtieri?”, “Sì, sono io – rispose il giovane – sono Benito Mussolini da Predappio”.

Dopo quella breve presentazione, i socialisti del circolo di Gualtieri, infreddoliti per le molte ore d’attesa, lo invitarono a seguirli nel loro paese, dove nella sala dell’asilo comunale lo attendevano tutti gli altri compagni. L’atmosfera era allegra e il giovane maestro si presentò pronunziando poche parole di saluto e fede nel socialismo: “Sono venuto qui per lavorare nella scuola e nella vita, per gli uomini di oggi e per quelli che saranno gli uomini di domani. La parola ha oggi assunto un significato eccessivo. Preferisco l’azione. Al lavoro, dunque, compagni!”. I presenti lo ringraziarono anticipatamente per il servizio che avrebbe svolto e si dissero a sua disposizione per ogni necessità.

All’inizio del secolo Gualtieri era un piccolo comune rosso della bassa reggiana, posto lungo il corso del fiume Po e immerso profondamente nella realtà rurale dell’Italia di quegli anni. Una ricca presenza di Leghe di resistenza e di cooperative alleviava la grande miseria della popolazione, realizzando un’efficace rete di solidarietà e ponendo le premesse dello sviluppo economico dell’intera zona.

Benito era socialista, come d’altra parte lo era suo padre, e nella sua città di provenienza si era già distinto per l’attività politica svolta all’interno della locale sezione. La sua venuta era stata preceduta da una lettera di presentazione dei compagni romagnoli che si facevano garanti della sua preparazione culturale e della sua fede politica. Anche per questo l’attesa a Gualtieri era grande.

A firmare la delibera d’assunzione del nuovo maestro per la piccola frazione di Pieve Saliceto era stato il sindaco in persona, l’avvocato socialista Alessandro Mazzoli, il popolare Lisandrèn. Nel suo diario giovanile Mussolini annota: “ Vi giunsi in un pomeriggio nebbioso e triste. C’era qualcuno che mi aspettava alla stazione. Conobbi nella stessa giornata i maggiorenti del paese socialisti e amministratori e mi sistemai in una pensione per 40 lire mensili dalla famiglia Panizzi (sotto i portici di piazza Nuova). Il mio stipendio era di 56 lire mensili. Non c’era da stare allegri.

Il paese e gli abitanti mi fecero buona impressione…I primi giorni erano monotoni, poi il cerchio delle conoscenze si allargò e divenne più intimo. Tutte le domeniche si ballava. Ci andavo anch’io”. Già il giorno dopo il suo arrivo e il breve discorso di presentazione svolto presso l’asilo, il giovane Mussolini iniziò, senza grande entusiasmo, la sua attività d’insegnante nella seconda e terza classe elementare, che contavano in tutto 35 scolari iscritti. Per raggiungere la piccola scuola a un solo piano e con un giardinetto sul retro, era costretto a percorrere ogni mattina a piedi e con la cartella in mano i due chilometri che separavano la frazione di Pieve Saliceto dal comune di Gualtieri. Per non consumare gli stivali, anziché calcarli, li portava in spalla, legati a un bastone.

Quel lavoro, pur conferendogli prestigio e autorevolezza in paese, non corrispondeva tuttavia pienamente alla sue aspirazioni. La sua partecipazione e il suo discorso al convegno dei maestri di Santa Vittoria scandalizzarono tutti, tanto che i partecipanti abbandonarono la sala, lasciandolo solo a finire il suo discorso. Un solo maestro non lo contestò. Era romagnolo come lui e insegnava nel vicino comune di Cà del Bosco. Il suo nome era Nicola Bombacci, un originale personaggio che parteciperà alla fondazione del Partito comunista d’Italia nel 1921 e che poi finirà i suoi giorni al fianco di Mussolini e che sarà fucilato nella piazza di Dongo nel 1945.

I rapporti con i colleghi, a causa del sua carattere irruento e focoso, furono sempre piuttosto conflittuali e del suo insegnamento rimarrà il ricordo di una sola frase significativa indirizzata agli allievi e pronunciata al momento della sua partenza: “Perseverando, arrivi”. Le sue vere passioni erano, in realtà, la politica e il giornalismo. Grazie al suo carattere aperto e un po’ guascone, riuscì ben presto a circondarsi di un gruppo d’amici che frequentavano la sede della cooperativa operaia e i locali della trattoria Sarazzi. Con Sante Bedeschi, Alcibiade Alberici (Cibotò), Nardino Cardaselli, Cesare Gradella (Ceci), Pompeo Menozzi, Ulisse Verzellesi, Domenico Artoni ed alcuni altri trascorreva tutto il tempo libero dall’insegnamento, discutendo di politica e delle sorti del proletariato all’Osteria della Fratellanza.

La domenica pomeriggio poi non disdegnava il ballo, le feste di paese, le bevute all’osteria e la compagnia delle donne. Al di là di quanto raccontarono alcuni suoi biografi del tempo, come Yvon De Begnac, il futuro Duce fece ben poco per il socialismo gualtierese. Dopo essere stato eletto segretario del circolo, tenne due soli comizi: il 1° Maggio nel salone Cantoni di Boretto e il 2 giugno, in occasione dell’anniversario della morte di Garibaldi. Il suo discorso, ricco di frasi secche e perentorie, rimase comunque a lungo nel ricordo dei presenti.

La tradizione e la cultura del socialismo riformista reggiana portarono i compagni di Gualtieri a diffidare sempre del suo estremismo rivoluzionario, finendo per riservargli poche simpatie tra gli aderenti al partito. Lui stesso scoprì d’avere molte più affinità con i sindacalisti rivoluzionari della vicina Parma, che avevano in Alceste De Ambris la loro indiscussa guida, che con il “socialismo delle tagliatelle” reggiano. Non capiva e disprezzava il “socialismo pantofolaio” di Prampolini, Zibordi e compagni, finendo per restare deluso e isolato. Così, quando il 9 luglio dello stesso anno abbandonò la sua scuola per recarsi in Svizzera in cerca di fortuna, non provò alcun rimpianto per quell’ambiente politico.

In realtà la strada dell’emigrazione si presentò per lui quasi obbligata, visto che l’incarico d’insegnamento, forse anche a causa del clamore suscitato dalla sua relazione sentimentale con una donna del posto, non gli fu rinnovato. Se Gualtieri non gli portò fortuna politica, la stessa cosa non si può dire per la sua vita sentimentale. Sulle rive del Po, infatti, si consumò forse la sua prima importante relazione amorosa.

Benito e Giulia

La storia ebbe inizio durante una riunione politica, quando Benito chiese alla compagna Maria Fontanesi la cortesia di indicargli una lavandaia. Questa, senza esitazione, gli presentò la sorella Giuliana (Giulia), una giovane donna sposata e madre di un figlio, che aveva la necessità di guadagnare qualche soldo per aiutare la famiglia, poiché il marito stava prestando servizio militare.

A quanto si sa, anche per ammissione dello stesso Mussolini, i due si piacquero subito e iniziarono a frequentarsi già agli inizi di marzo. Pare che gli incontri avvenissero in una stanzetta al numero 9 di vicolo Massa e in qualche angolo lungo le rive del Po. Nonostante le precauzioni che adottarono per non essere sorpresi, la loro quotidiana relazione divenne ben presto di pubblico dominio e, inevitabilmente, giunse all’orecchio del marito Filiberto Vinzani di stanza a Sulmona.

Tutti in paese sapevano di loro e i commenti si sprecavano. All’Osteria della Fratellanza e in tutti i luoghi d’incontro la loro storia era diventata l’argomento del giorno, anche se nessuno osava parlarne apertamente per non ferire il maestro e soprattutto il marito Filiberto. Ferito nell’orgoglio e deluso dalla donna che credeva innamorata di lui, Filiberto, venuto a conoscenza dei fatti,  invitò i genitori a cacciarla da casa senza pietà. E così avvenne.

Non avendo altra via d’uscita e essendo molto attratta dal suo giovane focoso maestro, la ventenne Giulia si ritirò con il figlio Ippolito nella piccola camera al n. 9 di vicolo Massa, dove continuò a ricevere il suo Benito, che in seguito annoterà nel suo diario:

“Essa si prese il suo piccino e riparò nella stanza dove ci eravamo incontrati la prima volta. Allora fummo più liberi. Tutte le sere io l’andavo a trovare. Ella mi aspettava sempre sulla porta. Nel paese, la nostra relazione era oggetto di scandalo, ma noi ormai non ne facevamo più mistero alcuno…”. Nonostante quelle vicende e le tante difficoltà incontrate, il loro fu un amore intenso ma assai breve.

Si frequentarono e si amarono, infatti, esattamente quattro mesi, da marzo a luglio 1902, quando, come abbiamo già detto, Mussolini abbandonò Gualtieri per la Svizzera. Nel suo diario giovanile ricordò: “Gli ultimi giorni a Gualtieri li passai quasi sempre in casa della Giulia. Ricordo tutti i particolari dell’ultima notte. Giulia piangeva e mi baciava. Anch’io ero commosso. Alle cinque della mattina la baciai per l’ultima volta. Il treno partiva alle sei. Le feci un cenno con la mano alla svolta del vicolo, poi continuai la mia strada, verso il mio destino…”.

Proprio in quei giorni cominciò a circolare la voce che il figlio di Giulia, Ippolito, stando alla presunta somiglianza con il maestro forlinese, fosse, in realtà, figlio di Benito e non del marito. Indipendentemente dalla realtà dei fatti, per il paese quella fu la verità e tale si mantenne nella convinzione dei più per moltissimi anni. Nessuno lo diceva apertamente, ma tutti lo sussurravano.

Partito Mussolini, Giulia venne riaccolta in famiglia, pur non venendo mai del tutto perdonata. Dopo pochi anni, nel 1907, il marito Filiberto, sconvolto da quel tradimento, emigrò in America in cerca di lavoro e non fece più ritorno. Morì senza più far ritorno nel 1930. Nello stesso anno Giulia sposò Cesare Gradella, l’amico al quale Mussolini, il giorno della partenza per la Svizzera, aveva chiesto d’aiutarla e, nel caso, di sposarla.  Tra i due, nel 1913, nacque la figlia Gioconda, andata poi sposa a Livio Bianchi di Gualtieri.

I due amanti si tennero in diretto contatto ancora per qualche anno, almeno fino al 1905, per poi perdersi definitivamente. Solo nel 1910 la sorella di Giulia inviò al futuro Duce una cartolina illustrata con la dicitura:” I buoni amici non si dimenticano mai”. Il ricordo di quei giorni e di tanta passione, tuttavia, restò intatto nella memoria del Duce ancora per molti anni. Stando alla testimonianza di Bianchi, invece, il rapporto continuò più a lungo e per diversi anni Benito inviò loro anche denaro.

Quando, nel 1926, Mussolini tornò a visitare quei luoghi per inaugurare nella sua veste di capo del governo la bonifica Bentivoglio, non potendo incontrare Giulia per ovvi motivi di discrezione, raccomandò ancora una volta all’amico Grandella di aiutarla in tutti i modi possibili, qualora ne avesse avuto la necessità. Tra i tanti accorsi in piazza fu segnalata la presenza del grande pittore naif, allora considerato solamente pazzo, Antonio Ligabue.

Giulia non si fece viva durante i pubblici festeggiamenti in piazza e visse da sola, in disparte, le emozioni di quella giornata di festa per il ritorno del ragazzo che aveva amato tanti anni prima. Da quel momento Giulia trascorse una vita ritirata e non trapelò più alcuna notizia circa i suoi rapporti con il Duce. Fu una buona madre per i suoi quattro figli (Ippolito, Brunetta, Bianca e Bruno) e un’ottima nonna per i nipoti. Durante il periodo del regime fascista, tuttavia, la famiglia godette di una certa considerazione, anche perché la sola eventualità che Ippolito fosse davvero figlio del Duce metteva soggezione ai più.

Giulia Fontanesi morì nel 1942, dopo essere stata colpita da paralisi. Sembra che prima di morire abbia trovato però la forza di rassicurare la famiglia con queste parole: “Non date retta a quello che dice la gente, perché nessuno di voi è figlio del Duce”. Anche questa frase tuttavia non trova riscontri e resta pertanto avvolta dal mistero.

La tragica fine di Ippolito

E qui inizia il tragico destino di Ippolito. Come abbiamo visto, questi, pur essendo nato nel 1901, cioè un anno prima dell’arrivo di Mussolini a Gualtieri, continuò ad essere considerato figlio illegittimo del Duce del fascismo. Così, la sua esistenza fu segnata per sempre dall’avventura della madre con il giovane maestro romagnolo. Pur provando simpatia per il fascismo, Ippolito non si occupò mai di politica e non fu implicato in nessuna vicenda di sangue.

Trasferitosi a Carpi, lavorò per diversi anni in bonifica come semplice operaio, senza mai godere di particolari privilegi o favori. Terminata la guerra, tuttavia, intuì subito il pericolo al quale una persona come lui poteva andare incontro. La resa dei conti che si scatenò nel “Triangolo della morte” subito dopo la liberazione coinvolse, come è noto, migliaia di persone: fascisti, antifascisti, delinquenti comuni, semplici cittadini.

Ippolito comprese che il solo sospetto che lui fosse figlio di Mussolini poteva suonare come una condanna a morte. Così, dopo essersi confidato e consigliato con la moglie, decise di rifugiarsi presso alcuni parenti a Milano con la moglie Alba Alberti e il figlio maggiore Raffaello. Là, dove nessuno lo conosceva, pensava, avrebbe atteso che si placassero le acque prima di far ritorno a Carpi e riprendere il lavoro. Ma un destino atroce lo stava attendendo.

Il 15 maggio 1945 una banda di tre sedicenti partigiani lo individuò, lo prelevò da casa e lo fece sparire per sempre. A nulla valsero la sua resistenza e le sue spiegazioni. Per non procurare altri dolori alla famiglia fu costretto ad arrendersi e a seguire quegli uomini. Uscì di casa e scomparve per sempre. Quando Raffaello ritornò a casa trovò la madre a terra piangente e disperata.

Da allora nessuna notizia si ebbe di lui, di ciò che gli accadde, dove fu portato, da chi fu ucciso e dove venne sepolto. Semplicemente sparì nel nulla, probabilmente in una delle tante fosse comuni. La vedova Alba Alberti, morta nel 1993, impose il silenzio a tutti in famiglia, per paura di ulteriori vendette. Il figlio Raffaello per molti anni non riuscì a darsi una ragione di quanto accaduto. In seguito confessò d’aver avuto la vita sconvolta da quella tragedia e d’aver vissuto per molti anni nell’attesa di avere notizie del padre e nella speranza di poterlo rivedere.

Solo all’inizio degli anni cinquanta, tornando a Gualtieri, Raffaello seppe della storia d’amore tra la nonna e Mussolini e solo allora capì che suo padre non sarebbe davvero più tornato. Ma come fu possibile che Ippolito venisse rintracciato a Milano? A mettere i partigiani sulle tracce di Ippolito fu probabilmente il figlio minore Gherardo, durante un pesante interrogatorio al quale fu sottoposto nel carcere di Carpi. Gli uomini che prelevarono Ippolito, con tutta probabilità, dovevano dunque essere emiliani o per lo meno tali dovevano essere coloro che incaricarono i loro compari milanesi.

La strage delle carceri di Carpi

Il diciottenne Gherardo Vinzani era stato arrestato poco tempo prima con altre 15 persone, già militanti delle formazioni fasciste, e portato al primo piano del carcere di Carpi. La notte tra il 14 e il 15 giugno 1945 tutti i prigionieri furono fatti schierare contro un muro del carcere e falcidiati a colpi di mitragliatrice. Tra i tre prigionieri che miracolosamente sopravvissero ci fu anche lui. Trasportato all’ospedale di Carpi, riuscì a salvarsi, evitando così alla famiglia Vinzani un’altra tragedia. Per qualche tempo ancora il giovane Gherardo dovette guardarsi le spalle e sottrarsi ai ripetuti tentativi d’essere di nuovo catturato.

In occasione del processo i giornali cercarono di ricostruire i fatti e individuare le singole responsabilità. Uno di quegli articoli raccontò: “E’ stata fatta in questi giorni completa luce sull’eccidio compiuto nella notte del 15 Giugno nelle carceri mandamentali di Carpi. Quindici persone, già militanti nelle formazioni fasciste e fatte regolarmente prigioniere da reparti partigiani al termine del conflitto, furono in quella notte adunate in una unica stanza al primo piano delle carceri e trucidate a raffiche di fucile mitragliatore, che era piazzato all’ingresso della angusta cella. I colpevoli, una decina di partigiani, compiuta la strage, scaricarono ancora colpi di pistola sui prigionieri che ancor vivi, pur gravemente feriti annaspavano nel lago di sangue che si era formato, pur di tentare di sfuggire al massacro.

Gli esecutori dell’eccidio, cioè gli stessi elementi della polizia partigiana di Carpi che avevano in custodia i prigionieri, tornarono nuovamente qualche minuto dopo sul luogo dell’eccidio per rendersi conto della impresa compiuta. Nell’angusta cella nel frattempo si era sviluppato un incendio provocato dall’accensione di una piccola valigia contenente fiammiferi ed originato dallo sventagliamento della mitragliatrice; il fuoco aveva già intaccato gli indumenti dei morti ammonticchiati l’uno sull’altro e si rese necessario per spegnere le fiamme il getto di numerosi secchi d’acqua. Furono rimossi allora per constatare se tutti fossero morti: tre dei prigionieri erano ancora vivi e vi fu chi dispose per il loro trasporto all’ospedale di Carpi.

Nel frattempo, richiamati dalle notturne raffiche di mitraglia erano accorsi altri elementi della polizia partigiana e militari alleati. Il Bergonzini Arduino che era sopravvissuto alla strage, decedeva il giorno dopo. Gli altri sopravvissuti furono: Gerardo Vinzani di Ippolito di anni 18 da Milano ed Enzo Cavazza di Renato da Carpi”. Nel 1951 nove appartenenti alla polizia partigiana furono processati e condannati. Poi finalmente il clima mutò radicalmente e la vita riprese la sua normalità. Nessuno più raccontò quei fatti, lasciando che solo la memoria degli anziani la custodisse per i pochi che cercarono di ricostruirla. Qui si chiude la tragedia della famiglia Vinzani, del presunto figlio del Duce, e delle vittime di un destino che giocò con i pregiudizi della gente e con le vicende della storia.

Fabrizio Montanari

questo articolo è stato pubblicato anche su 24emilia.com

Il “Cuore” socialista
di Edmondo De Amicis

Cuore-DeAmicisLa critica letteraria ha colpevolmente sottovalutato l’approdo politico e il contributo pedagogico dato alla causa socialista dell’ autore del libro Cuore (1886), uno dei libri per ragazzi più tradotti al mondo. I suoi numerosissimi scritti, i suoi romanzi e i suoi saggi hanno in effetti molto contribuito all’affermazione delle prime organizzazioni socialiste, specie quelle di Torino e del Nord d’Italia. Nonostante tutto ciò, è difficile trovarne traccia nei libri di scuola, nelle enciclopedie o nelle presentazioni dei suoi libri più fortunati. Solo recentemente qualche cosa si è mosso e diversi storici hanno sottolineato anche l’importanza del suo apporto politico al sorgente socialismo italiano.

Edmondo De Amicis si accostò al socialismo già nel corso del 1890, quando si interessò della rivista Cuore e Critica del repubblicano Arcangelo Ghisleri e strinse amicizia con Filippo Turati, direttore di Critica Sociale. L’11 febbraio 1892, nel corso di una memorabile conferenza organizzata dall’Associazione Universitaria Torinese, De Amicis (1846-1908) sottolineò come le diverse concezioni e teorie del socialismo possono essere “come i piani graduali d’un vastissimo panorama, o meglio come le forme successive, le attuazioni o i tentativi d’attuazione a mano a mano più larghi e compiuti d’una stessa idea”. Tale adesione rappresentò anche il superamento delle idee nazionalistiche che avevano animato le sue opere e che in particolare caratterizzavano il libro Cuore.

Il suo passato militare, nato dal tentativo di sfuggire alle precarie condizioni economiche della famiglia dopo la prematura morte del padre, la partecipazione alla battaglia di Custoza nel corso della terza guerra d’Indipendenza e la presenza come giornalista della Nazione di Firenze alla presa di Porta Pia, furono superati dalla condivisione degli ideali internazionalisti, pacifisti e socialisti. L’interesse per i problemi sociali, visti con uno spirito umanitario spesso intriso di paternalismo, trova traccia nelle sue opere successive a tale scelta.

Nonostante questa scelta convinta e radicale, negli ambienti dei primi circoli socialisti torinesi venne guardato con diffidenza e la sua opera fu spesso sottovalutata. La conoscenza e la frequentazione di Filippo Turati furono invece decisive. Tutti i grandi socialisti di inizio secolo, Anna Kuliscioff, Treves, Bissolati, Bonomi, lo stimarono e collaborarono attivamente con lui. Oltre alla collaborazione alla turatiana Critica Sociale, De Amicis affidò il suo pensiero anche ad altri periodici socialisti sorti in Piemonte a fine Ottocento, in particolare al Grido del Popolo, La parola dei poveri e Per l’Idea.

Il suo “Socialismo spirituale”, per dirla con Turati, si manifesta anche nei suoi saggi di politica come autentica vocazione pedagogica. Ne è un chiaro esempio il romanzo Primo Maggio, pubblicato ottanta anni dopo, e giudicato dall’autore incompiuto o il libro Sull’Oceano, una sorte di diario della traversata dell’Atlantico da lui compiuta nel 1889 sulla nave “Galileo” con 1600 emigranti. De Amicis con quel suo romanzo rappresentò il primo scrittore italiano ad affrontare il tema dell’emigrazione. Oltre a questi vanno anche ricordati: Il romanzo d’un maestro, La maestrina degli operai, Amore e ginnastica, La carrozza di tutti e il libro Questione sociale, nato dalla raccolta di articoli d’ispirazione socialista che scrisse per il giornale Il grido del popolo.

Quel che ne emerge da una attenta lettura è la tensione dialettica tra una visione etica dei valori del socialismo ed una sociale comprendente il socialismo dei diritti. De Amicis non era un filosofo, uno storico e tantomeno un politico, bensì semplicemente un letterato sensibile alle ragioni del cuore.

A riprova della stima, della considerazione e della popolarità goduta da De Amicis negli ambienti socialisti e democratici torinesi, nel 1898 venne candidato dai locali circoli socialisti alla Camera dei Deputati, “Colla speranza non vana che parecchi, anche non socialisti, voteranno per lui”. Il risultato, in effetti, diede loro ragione. De Amicis venne eletto con 1098 voti contro i 1024 del rivale Rabbi.

Nonostante l’ottimo risultato raggiunto, non se la sentì, forse anche a causa della difficile situazione familiare, di assolvere a quel gravoso incarico che, tra l’altro, non gli pareva consono alle sue caratteristiche. Si dimise dunque con una accorata lettera inviata all’Avanti. Come è noto De Amicis soffrì molto per le traversie sentimentali familiari, tanto da esserne condizionato nelle scelte di vita. La precoce morte del padre, quella della amatissima madre, le continue liti con la moglie Teresa Boassi, causate soprattutto dalla non condivisione della sua scelta politica, portarono il figlio Furio al suicidio.

Seppur affranto, non cessò di dare il suo apporto alla causa socialista. Per le elezioni del 1904 firmò sul Grido del Popolo un appello ai “benpensanti riformisti” perché sostenessero la guida riformista del partito contro pericolose avventure violente e parolaie. Il suo socialismo non può essere definito solo sentimentale e umanitario. Leggendo le sue opere, i suoi numerosissimi articoli e saggi, si vede che le sue ragioni poggiarono su una concezione culturale e politica tipica del riformismo graduale, della conciliazione tra le classi e di progresso sociale. Membro dell’Accademia della Crusca e del Consiglio Superiore dell’Istruzione, De Amicis fu uno degli scrittori più amati dell’Italia post unificazione.

L’11 marzo 1908 in una camera dell’Hotel della Regina di Bordighera, già frequentato dall’amico scrittore George McDonald, De Amicis morì improvvisamente, probabilmente a causa di una emorragia cerebrale. Come da sue volontà, il corpo fu immediatamente traslato e tumulato nella tomba di famiglia nel cimitero monumentale di Torino.

Nel ricordarlo alla Camera dei Deputati Turati così si espresse: “La sua venuta nel nostro partito sta a provare che la lotta di classe, così ingiustamente definita come eccitazione all’odio, non è soltanto l’arida formula immaginata da Marx, ma anche qualcosa in più, cioè l’ispirazione benefica verso il più luminoso ideale”. Dopo averlo paragonato a Emile Zola per la popolarità della sua narrativa e per l’impegno civile, su Critica Sociale del 16 marzo affermò: “…i suoi scritti fecero per la cultura dei moltissimi più che non facciano centomila scuole nei comuni d’Italia…C’è un monumento che il Partito socialista dovrebbe fare a Edmondo De Amicis…Egli fu un educatore del gusto, un seminatore solerte di quella sana e profonda filosofia della vita che è fatta di un vivace umorismo temperato di pianto”.

Il Partito socialista fece affiggere in tutto il Paese un manifesto per celebrare “ …il più grande e il più buono dei socialisti italiani…la voce che, nel nostro fervido augurio, dopo aver narrato con dolcezza le speranze dei poveri, doveva dirne senza rancore il trionfo”.

La morte di De Amicis scosse profondamente l’ambiente socialista reggiano guidato da Camillo Prampolini. La Giustizia gli dedicò tutta la prima pagina del 12 marzo 1908, la prima e metà della seconda del 13 e tre su cinque colonne del 14; il 21 marzo venne pubblicato un articolo di Turati e il 9 aprile uno di Gustavo Balsamo-Crivelli. Il 5 aprile, su invito della Camera del Lavoro, l’On. Savino Varazzani tenne al Teatro Municipale una riuscitissima conferenza su De Amicis letterato e socialista. Zibordi scrisse che De Amicis seppe dare “prima il senso della bontà e del dovere e poi della solidarietà e giustizia e sempre della tolleranza e del compatimento reciproco…”. De Amicis socialista fu concorde col programma puro e tradizionale, evoluzionista e positivo di Prampolini e di Turati, dell’umile e profonda Giustizietta settimanale, e dell’alta e severa “Critica Sociale”.

Poi la vittoria del socialismo massimalista, il susseguirsi di due guerre mondiali, il fascismo e il Fronte popolare fecero calare su di lui il silenzio e  l’oblio, fino a quando negli anni ottanta, al tempo dell’affermazione dei riformisti alla guida del PSI e grazie anche al sostegno del presidente Pertini, Italo Calvino, proprio nell’intento di valorizzare l’apporto di De Amicis alla causa socialista, fece pubblicare il libro Primo Maggio, giudicato dal suo autore incompiuto, e valorizzò un’altra grande opera di De Amicis Amore e ginnastica.

Oggi tutti concordano nell’iscrivere il socialismo di De Amicis nella migliore tradizione umanitaria, socialista, riformista che ha visto porre al centro la questione sociale, l’uguaglianza e la solidarietà tra gli uomini.

Fabrizio Montanari

Il “Cuore” socialista
di Edmondo De Amicis

Edmondo De AmicisLa critica letteraria ha colpevolmente sottovalutato l’approdo politico e il contributo pedagogico dato alla causa socialista dell’ autore del libro Cuore (1886), uno dei libri per ragazzi più tradotti al mondo. I suoi numerosissimi scritti, i suoi romanzi e i suoi saggi hanno in effetti molto contribuito all’affermazione delle prime organizzazioni socialiste, specie quelle di Torino e del Nord d’Italia. Nonostante tutto ciò è difficile trovarne traccia nei libri di scuola, nelle enciclopedie o nelle presentazioni dei suoi libri più fortunati. Solo recentemente qualche cosa si è mosso e diversi storici hanno sottolineato anche l’importanza del suo apporto politico al sorgente socialismo italiano.

Edmondo De Amicis si accostò al socialismo già nel corso del 1890, quando si interessò della rivista Cuore e Critica del repubblicano Arcangelo Ghisleri e strinse amicizia con Filippo Turati, direttore di Critica Sociale. L’11 febbraio 1892, nel corso di una memorabile conferenza organizzata dall’Associazione Universitaria Torinese, De Amicis ( 1846-1908) sottolineò come le diverse concezioni e teorie del socialismo possono essere “ come i piani graduali d’un vastissimo panorama, o meglio come le forme successive, le attuazioni o i tentativi d’attuazione a mano a mano più larghi e compiuti d’una stessa idea”. Tale adesione rappresentò anche il superamento delle idee nazionalistiche che avevano animato le sue opere e che in particolare caratterizzavano il libro Cuore.

Il suo passato militare, nato dal tentativo di sfuggire alle precarie condizioni economiche della famiglia dopo la prematura morte del padre, la partecipazione alla battaglia di Custoza nel corso della terza guerra d’indipendenza e la presenza come giornalista della Nazione di Firenze alla presa di Porta Pia, furono superati dalla condivisione degli ideali internazionalisti, pacifisti e socialisti. L’interesse per i problemi sociali, visti con uno spirito umanitario spesso intriso di paternalismo, trova traccia nelle sue opere successive a tale scelta.

Nonostante questa scelta convinta e radicale, negli ambienti dei primi circoli socialisti torinesi venne guardato con diffidenza e la sua opera fu spesso sottovalutata. La conoscenza e la frequentazione di Filippo Turati furono invece decisive. Tutti i grandi socialisti di inizio secolo, Anna Kuliscioff, Treves, Bissolati, Bonomi, lo stimarono e collaborarono attivamente con lui. Oltre alla collaborazione alla turatiana Critica Sociale, De Amicis affidò il suo pensiero anche ad altri periodici socialisti sorti in Piemonte a fine Ottocento, in particolare al Grido del Popolo, La parola dei poveri e Per l’Idea.

Il suo “ Socialismo spirituale”, per dirla con Turati, si manifesta anche nei suoi saggi di politica come autentica vocazione pedagogica. Ne è un chiaro esempio il romanzo Primo Maggio, pubblicato ottanta anni dopo, e giudicato dall’autore incompiuto o il libro Sull’Oceano, una sorte di diario della traversata dell’Atlantico da lui compiuta nel 1889 sulla nave “Galileo” con 1600 emigranti. De Amicis con quel suo romanzo rappresentò il primo scrittore italiano ad affrontare il tema dell’emigrazione. Oltre a questi vanno anche ricordati: Il romanzo d’un maestro, La maestrina degli operai, Amore e ginnastica, La carrozza di tutti e il libro Questione sociale, nato dalla raccolta di articoli d’ispirazione socialista che scrisse per il giornale IL grido del popolo. 

Quel che ne emerge da una attenta lettura è la tensione dialettica tra una visione etica dei valori del socialismo ed una sociale comprendente il socialismo dei diritti. De Amicis non era un filosofo, uno storico e tantomeno un politico, bensì semplicemente un letterato sensibile alle ragioni del cuore.

A riprova della stima, della considerazione e della popolarità goduta da De Amicis negli ambienti socialisti e democratici torinesi, nel 1898 venne candidato dai locali circoli socialisti alla Camera dei Deputati, “ Colla speranza non vana che parecchi, anche non socialisti, voteranno per lui”. Il risultato, in effetti, diede loro ragione. De Amicis venne eletto con 1098 voti contro i 1024 del rivale Rabbi.

Nonostante l’ottimo risultato raggiunto, non se la sentì, forse anche a causa della difficile situazione familiare, di assolvere a quel gravoso incarico che, tra l’altro, non gli pareva consono alle sue caratteristiche. Si dimise dunque con una accorata lettera inviata all’Avanti. Come è noto De Amicis soffrì molto per le traversie sentimentali familiari, tanto da esserne condizionato nelle scelte di vita. La precoce morte del padre, quella della amatissima madre, le continue liti con la moglie Teresa Boassi, causate soprattutto dalla non condivisione della sua scelta politica, portarono il figlio Furio al suicidio.

Seppur affranto, non cessò di dare il suo apporto alla causa socialista. Per le elezioni del 1904 firmò sul Grido del Popolo un appello ai “benpensanti riformisti” perché sostenessero la guida riformista del partito contro pericolose avventure violente e parolaie. Il suo socialismo non può essere definito solo sentimentale e umanitario. Leggendo le sue opere, i suoi numerosissimi articoli e saggi, si vede che le sue ragioni poggiarono su una concezione culturale e politica tipica del riformismo graduale, della conciliazione tra le classi e di progresso sociale. Membro dell’Accademia della Crusca e del Consiglio superiore dell’istruzione, De Amicis fu uno degli scrittori più amati dell’Italia post unificazione.

L’11 marzo 1908 in una camera dell’Hotel della Regina di Bordighera, già frequentato dall’amico scrittore George McDonald, De Amicis morì improvvisamente, probabilmente a causa di una emorragia cerebrale. Come da sue volontà, il corpo fu immediatamente traslato e tumulato nella tomba di famiglia nel cimitero monumentale di Torino.

edmondo-de-amicisNel ricordarlo alla Camera dei Deputati Turati così si espresse: “La sua venuta nel nostro partito sta a provare che la lotta di classe, così ingiustamente definita come eccitazione all’odio, non è soltanto l’arida formula immaginata da Marx, ma anche qualcosa in più, cioè l’ispirazione benefica verso il più luminoso ideale”. Dopo averlo paragonato a Emile Zola per la popolarità della sua narrativa e per l’impegno civile, su Critica Sociale del 16 marzo affermò: “…i suoi scritti fecero per la cultura dei moltissimi più che non facciano centomila scuole nei comuni d’Italia…C’è un monumento che il Partito socialista dovrebbe fare a Edmondo De Amicis…Egli fu un educatore del gusto, un seminatore solerte di quella sana e profonda filosofia della vita che è fatta di un vivace umorismo temperato di pianto”.

Il Partito socialista fece affiggere in tutto il Paese un manifesto per celebrare “ …il più grande e il più buono dei socialisti italiani…la voce che, nel nostro fervido augurio, dopo aver narrato con dolcezza le speranze dei poveri, doveva dirne senza rancore il trionfo”.

La morte di De Amicis scosse profondamente l’ambiente socialista reggiano guidato da Camillo Prampolini. La Giustizia gli dedicò tutta la prima pagina del 12 marzo 1908, la prima e metà della seconda del 13 e tre su cinque colonne del 14; il 21 marzo venne pubblicato un articolo di Turati e il 9 aprile uno di Gustavo Balsamo-Crivelli. Il 5 aprile, su invito della Camera del Lavoro, l’on. Savino Varazzani tenne al Teatro Municipale una riuscitissima conferenza su De Amicis letterato e socialista. Zibordi scrisse che De Amicis seppe dare “ prima il senso della bontà e del dovere e poi della solidarietà e giustizia e sempre della tolleranza e del compatimento reciproco…De Amicis socialista fu concorde col programma puro e tradizionale, evoluzionista e positivo di Prampolini e di Turati, dell’umile e profonda Giustizietta settimanale, e dell’alta e severa “Critica Sociale”.

Poi la vittoria del socialismo massimalista, il susseguirsi di due guerre mondiali, il fascismo e il fronte popolare fecero calare su di lui il silenzio e  l’oblio, fino a quando negli anni ottanta, al tempo dell’affermazione dei riformisti alla guida del PSI e grazie anche al sostegno del presidente Pertini, Italo Calvino, proprio nell’intento di valorizzare l’apporto di De Amicis alla causa socialista, fece pubblicare il libro Primo Maggio, giudicato dal suo autore incompiuto, e valorizzò un’altra grande opera di De Amicis Amore e ginnastica.

Oggi tutti concordano nell’iscrivere il socialismo di De Amicis nella migliore tradizione umanitaria, socialista, riformista che ha visto porre al centro la questione sociale, l’uguaglianza e la solidarietà tra gli uomini.

Fabrizio Montanari
Questo articolo è stato pubblicato anche su 24emilia.com

 

L’assassinio di Berneri,
un anarchico socialista

berner_ppCamillo Berneri abitava con alcuni compagni nel centro di Barcellona, in Plaza del Angel n. 2 e, secondo la testimonianza dell’anarchico triestino Umberto Tommasini, stava attraversando un periodo molto difficile e pesante anche dal punto di vista fisico: “Camillo, no’ te vedi che no’ te sta gnanche in pie’… bisogna che te vada a riposar da qualche parte!” Come abbiamo avuto modo di dire la zona era completamente circondata dai comunisti e dall’esercito ai loro ordini. La piazzetta sulla quale si affacciava l’abitazione di Berneri presentava ai quattro angoli d’accesso barricate e posti di blocco che impedivano qualsiasi movimento da parte dei miliziani rimasti intrappolati. Di ciò che accadde a Berneri e al suo compagno Barbieri abbiamo la testimonianza dei compagni presenti al momento dell’arresto e quanto pubblicato successivamente dai giornali libertari.

Tosca Tantini così ricorda e ricostruisce quei momento: “La mattina del 4 maggio verso le dieci si presentarono alla porta dell’appartamento sito al primo piano del n. 2 de la Plaza del Angel due individui con i bracciali rossi. Furono ricevuti da Berneri e Barbieri, cui dissero di non sparare, poiché erano amici. I nostri due compagni risposero che in quanto antifascisti che erano giunti in Spagna per difendere la rivoluzione non avevano alcun motivo per sparare contro lavoratori antifascisti; dopo di che i due uscirono e se ne andarono. Dalla finestra furono visti entrare nei locali del palazzo di fronte, sede dei sindacati della Ugt. Verso le 15 di quello stesso giorno, si presentarono alla porta dell’appartamento cinque o sei individui provvisti come quelli del mattino di bracciali rossi e anch’essi forniti di caschi d’acciaio e carabine, che dissero di avere ordini per iniziare una perquisizione. Vedendo che rovistavano minuziosamente dappertutto, la compagna Tantini presenta agli intrusi tre carabine, dicendo che erano state affidate, per poco tempo, dai compagni miliziani che erano arrivati con un permesso dal fronte di Huesca”.

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A questo proposito occorre ricordare che secondo un decreto del 4 marzo del 1937 ogni civile che fosse stato trovato in possesso di un’arma non autorizzata sarebbe stato arrestato e condannato. Tale misura evidentemente era stata adottata con lo scopo di disarmare i volontari e le milizie rivoluzionarie, costringendole così ad aderire alle formazioni regolari governative.

“Ottenute le armi, poliziotti e ugetisti se ne andarono. Solo due di essi rimasero per portare a termine la perquisizione. Furono sequestrati documenti anche dall’abitazione di Fantozzi e qualche libro e lettere da quella di Mastrodicasa. Nell’abitazione di Berneri, vedendo che il materiale da trasportare era troppo voluminoso, ne presero solo una parte, dicendo che sarebbero ritornati dopo con un’auto. Uscendo avvertirono i nostri compagni di non allontanarsi e di non sporgersi dalla finestra, perché rischiavano di essere presi a fucilate. Interrogati a fondo, quelli risposero di essere venuti a sapere che nell’appartamento si trovavano anarchici italiani armati.

Verso le diciotto di mercoledì si presentarono come al solito una dozzina tra miliziani della Ugt, con bracciali rossi e poliziotti armati, oltre a un altro vestito in borghese, i quali arrestarono Berneri e Barbieri. Allora il compagno Barbieri chiese il motivo di quell’arresto. Gli fu risposto che li arrestavano in quanto elementi controrivoluzionari. A tale affermazione Barbieri rispose che in vent’anni di militanza anarchica quella era la prima volta che gli veniva fatto un simile oltraggio. A ciò il poliziotto rispose che nella misura in cui era un anarchico egli era un controrivoluzionario. Irritato, Berneri chiese allora il nome a quello che l’aveva insultato, riservandosi di chiedergliene conto in un’altra occasione. Fu allora che il poliziotto, voltando il bavero della giacca mostrò il distintivo metallico che portava il numero 1.109.

La Tantini protestò per il fatto che mentre le armi erano state affidate a lei, essa rimaneva libera. Poi lei e la compagna di Barbieri, Fosca Corsinovi, chiesero di poter seguire gli arrestati; a ciò i poliziotti risposero che se fosse stato necessario sarebbero tornati ad arrestarle. Il mattino di giovedì, verso le nove e mezzo, si presentarono alla porta dell’appartamento due individui coi bracciali rossi dicendo che erano venuti per tranquillizzare le donne che gli arrestati del giorno prima sarebbero stati rimessi in libertà a mezzogiorno; dopo di che se ne andarono. Come si è poi saputo dai cartellini dell’Hospital Clinico, Barbieri e Berneri furono condotti morti all’ospedale nella notte tra mercoledì e giovedì, raccolti dalla Croce Rossa, il primo sulle Ramblas e il secondo in Plaza de la Generalitat”.

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Analizzando meglio tale testimonianza si evincono alcune considerazioni e alcuni interrogativi decisivi per inquadrare i fatti e dare loro una spiegazione razionale e veritiera. Riassumiamo prima di tutto i fatti certi:

1. Berneri e i suoi compagni erano prigionieri nella loro abitazione, circondati come erano dai miliziani comunisti;

2. essi possedevano armi e probabilmente furono oggetto dell’interessamento di una spia, forse lo stesso portiere dello stabile;

3. il bracciale rosso portato dai “visitatori” li indicava senza ombra di dubbio quali agenti comunisti. L’uomo in borghese poi potrebbe essere stato un commissario politico o un agente segreto;

4. il fatto che furono visti, almeno il primo giorno, entrare nello stabile dell’Ugt, posto di fronte all’abitazione, sta a testimoniare che essi potevano contare almeno sulla complicità di quell’organizzazione sindacale.

Veniamo invece ora agli interrogativi e alle questioni aperte:

1. perché Berneri, Barbieri e gli altri compagni non cercarono di abbandonare la casa da loro occupata una volta iniziati gli scontri nelle strade di Barcellona?

2. Pensava davvero Berneri, nel momento in cui chiese il nome dell’agente comunista, di avere la possibilità e l’autorevolezza per chiedergliene conto?

3. Perché alcuni poliziotti si preoccuparono di rassicurare le donne circa l’imminente liberazione dei loro due compagni? Forse per attribuirne poi la morte ad altri o a un incidente dovuto alla confusione regnante nelle strade di Barcellona?

4. Quei poliziotti agirono di propria spontanea iniziativa, o, come appare più probabile, furono comandati in quella missione?

5. Perché ciò avvenne proprio in quei giorni? Si volle sfruttare la confusione del momento o un fatto imprevisto scatenò improvvisamente tale ferocia?

Altra importantissima, e per molti verso coincidente, testimonianza è quella affidataci da Virgilio Gozzoli in Guerra di Classe del 25 maggio1937:

“Dalla sede del Comitato regionale a Plaza del Angel ci sono poco più di un centinaio di metri. Nonostante la vicinanza, ogni volta che devo avvicinarmi a questa piazza, preferisco fare un giro largo invece di attraversarla, tanto penoso o piuttosto spaventoso mi è calcarne il terreno macchiato di tanto sangue nostro. Plaza del Angel (ora Plaza Dostoievsky), è stata, in effetti, nelle giornate dal 4 al 7 di maggio, teatro di fatti sanguinosi inauditi. E là nella casa di fronte alla stazione della metropolitana e che ha di fianco la facciata dello stabile (via Layetana) in cui vivevano quelli che all’inizio s’erano dichiarati amici, che poi investigarono e infine arrestarono i compagni Berneri e Barbieri per massacrarli poco dopo; e lì, al n.2 in cui abitavamo con loro; io, Mastro, Fantozzi, la compagna di Barbieri (Fosca Corsinovi) e Tosca Tantini; e lì, dico, ci vedemmo per l’ultima volta con Berneri e Barbieri.

La notte del tre, dopo l’episodio della Telefonica da parte della guardia de asalto, tutte le sedi confederali stettero all’erta e, naturalmente, noi che lavoravamo nella sede Regionale, come gli altri. Quella notte uscimmo dalla Regionale per andare a dormire nella casa tragica, eravamo in otto: Berneri, Barbieri, Fosca, Tosca, io, Bonomini, Ludovici e Mastrodicasa.

In casa, e precisamente nell’alloggio di Tosca Tantini c’erano tre fucili con le munizioni, lasciate in custodia da tre miliziani che si trovavano in Francia in licenza. Al mattino presto io, Ludovici e Bonomini, dopo essersi messi la giubba da miliziani, ritornammo alla Regionale dove tutti erano già sul piede di guerra. In casa rimasero Berneri, Barbieri, la sua compagna e Tosca Tantini.

Da quel momento e per tre giorni rimanemmo completamente bloccati: noi tre alla Regionale, Camillo, Ciccio e le due donne in casa… Il mattino del 5, preoccupato che i nostri compagni e compagne fossero rimasti senza viveri, lasciai la giubba da miliziano e ne indossai la prima da civile che trovai sotto mano (seppi poi che era una vecchia giacca di Camillo); uscii per la porta posteriore, girai attorno all’edificio e sboccai in Via Layetana con l’intenzione di attraversarla a carponi, girare attorno all’isolato di case dall’altra parte e andare a prendere contatto con quelli che non sapevamo se erano già stati assediati, o arrestati e forse già massacrati. Ebbi la sfortuna che mentre mi disponevo prendere la rincorsa per attraversare la strada, un nutrito fuoco di mitragliatrici che sia che dalla nostra parte che dalla loro spazzavano il selciato, mi consigliò di girarmi prudentemente e rientrare nella Regionale. Solamente con la casa in cui rimanevano bloccati Barbieri, Berneri e le due donne non riuscivamo a comunicare, poiché non c’era telefono…Ritornai nello stesso posto del giorno prima e riuscii ad arrivare a Plaza del Angel. Che spettacolo inatteso e impressionante! Nei quattro vicoli che sboccano nella piazzetta c’erano grosse barricate e una barricata terminava proprio sulla porta della nostra casa.

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La piazzetta era piena di Mozos de Escuadra (guardie della Generalitat), di miliziani della Ugt e della Esquerra catalana, di guardias de asalto e di bracciali rossi del nefasto e sinistro Partito Comunista… Giunsi fino alla porta di casa, non so come. Era aperta. Nell’atrio la faccia ipocrita e vile del portiere mi sorride… sinistra figura, ho saputo poi del suo ambiguo ruolo, ma sono sicuro che in quel momento lo indovinavo, anche se non arrivavo ad averne esatta coscienza… Feci quattro a quattro gli scalini di marmo. Avevo lasciato le chiavi nella giubba di miliziano, poiché m’ero messo anche oggi quella del giorno precedente, quella di Berneri. Toccai il campanello, la porta carica di ottoni luccicanti si apre immediatamente. Due donne apparvero: Fosca e Tosca. La loro espressione vedendomi lì fu di sorpreso timore. ‘Per carità, cosa vieni a fare?’ mi chiesero a bassa voce. ‘Vengo a vedere se avete da mangiare’. ‘Vattene, vattene! – mi implorarono – se no, arresteranno anche te, come Ciccio e Camillo’.

Scesi o meglio saltai la scala. Sotto, il portiere aveva più paura di me. Non per me, ma per lui. Non mi aveva denunciato, perché non aveva avuto il tempo di recuperare il fiato per lo spavento di avermi visto comparire lì. Ripassai attraverso la turba ebbra di sangue e di vendetta e corsi alla Regionale. Mi precipitai al telefono e comunicai a tutti i posti in cui i nostri continuavano a battersi: Berneri e Barbieri sono stati arrestati!…”

Solidaridad Obrera dell’undici maggio 1937 rivelò: “Qualche mese fa e secondo notizie degne di fede, un’alta personalità che alloggiava a Barcellona, ebbe un incontro con un’alta personalità a proposito degli articoli che Berneri scriveva. Sembra che ai due personaggi dessero parecchio fastidio gli scritti di Berneri e a questo fastidio e ai mezzi per calmarlo si riferissero nel loro incontro. Quali considerazioni è dunque possibile e lecito trarre da una simile testimonianza?

Bisogna intanto ricordare che la notte del 3 maggio tutti gli otto compagni tornano a casa senza unirsi ai contendenti che si stavano già affrontando nelle strade di Barcellona. Eppure la notizia della Centrale Telefonica era già circolata in ogni ambiente e loro, che si trovavano presso la sede regionale del sindacato, non potevano certo ignorarla. Fu dunque una scelta precisa quella di rincasare, dettata forse dalla preoccupazione di non acuire ulteriormente la tensione e nella speranza di essere di fronte a scontri che necessariamente avrebbero dovuto ricomporsi nel volgere di poche ore. La mattina seguente, quando Gozzoli, Ludovici e Bonomini uscirono per tornare al regionale non notarono nella piazzetta, sulla quale s’affacciava l’abitazione, nessuna barricata o posto di blocco. In caso contrario non avrebbero potuto allontanarsi e, in ogni caso avrebbero avvertito chi era rimasto. La testimonianza di Gozzoli conferma l’ipotesi che il portiere fosse in realtà una spia e che sia stato lui ad avvertire le guardie della presenza in casa dei tre fucili.

Ma andiamo oltre. Una cosa è certa: Berneri, e tutti gli altri occupanti l’appartamento, rimasero sorpresi dalla visita delle guardie. Nonostante ciò, anche quando le prime se ne andarono, non tentarono di mettersi in salvo. Perché? La prima ipotesi dice che non erano in grado di farlo, essendo già circondati dai comunisti; la seconda possibile spiegazione ci fa ritenere che essi non temessero più di tanto le intenzioni degli agenti e che non immaginassero la gravità delle conseguenze che da quella visita potevano ricadere su di loro. Sapevano di essere dei combattenti della causa repubblicana e rivoluzionaria e ciò a loro bastò per sentirsi sicuri.

Domandiamoci ora perché sia potuto accadere tutto ciò e perché proprio in quei giorni? Berneri era infatti sufficientemente conosciuto per essere colpito in qualsiasi momento e in qualsiasi altro posto. Bastò la denuncia del portiere per far scattare l’operazione? Quale pericolo avrebbero rappresentato quei tre fucili in una zona completamente controlla dai comunisti? Anche se Berneri e compagni avessero sparato, certo non avrebbero avuto nessuna possibilità di fuga e di salvezza. I protagonisti di quella truce vicenda furono alcuni “incontrollati” della Ugt o del Pce che agirono di testa propria, magari sull’onda dell’emozione per gli scontri che si stavano verificando in città? Questa tesi, come vedremo, si avvicina molto a quella sostenuta dal Bifolchi, un altro testimone di parte anarchica. O ciò che accadde rappresentò la risposta ragionata dei dirigenti dell’Ugt all’uccisione misteriosa del loro segretario Sesé, avvenuta poche ore prima? Solo Berneri in quelle circostanze e in quel luogo poteva valere la testa del segretario sindacale e neo ministro Sesé. Barbieri in questa ipotesi rappresenterebbe solo un “incidente di percorso”. Certo non era conosciuto e temuto come Berneri, ma anche nel suo caso si trattava di un anarchico il cui passato era di tutto rispetto, almeno per quanto riguardava la prontezza nell’affrontare le situazioni più difficili. Anarchico antiorganizzatore di origine calabrese, Barbieri era emigrato in Argentina dove aveva militato nel gruppo di Severino Di Giovanni. Dopo la fucilazione di questi era riuscito a rifugiarsi in Francia e poi in Spagna. Ora a Barcellona non si allontanava un attimo da Berneri, per il quale provava, oltre ad un profondo sentimento d’amicizia, una stima e un rispetto assoluto.

Le guardie che tornarono dunque la mattina seguente per rassicurare le donne dell’imminente liberazione dei loro compagni anticiparono in realtà la tattica che avrebbero di lì a poco riservata a Nin: misero cioè in atto il tentativo di attribuire la responsabilità ad altri, magari a qualche pallottola vagante sparata dai loro stessi compagni. Lo stesso fatto che i corpi siano stati rinvenuti in luoghi diversi sembra avvalorare tale tesi. Solo l’autopsia dimostrerà le modalità dell’esecuzione e la volontà omicida dei loro sequestratori. Un’altra ragione poi mosse la mano degli assassini: con la morte di Berneri si faceva definitivamente tacere una importante e influente voce dissidente, si toglieva la guida politica e morale a migliaia di volontari, accorsi in Spagna per battere il fascismo e praticare la rivoluzione sociale.

plazadelangel555È corretto a questo punto dare conto anche della versione, molto contestata, di G. Bifolchi esposta su L’Adunata dei refrattari il 29 aprile 1967. Egli ricorda che l’ingresso della sede della Cnt in via Layetana era bloccato da sacchi di sabbia e di aver incontrato Berneri in compagnia di Ludovici, in procinto di raggiungere l’albergo in cui abitava, a meno di duecento metri dalla sede dell’Ugt.

Secondo Bifolchi, Berneri e Barbieri, non potendo essere condotti dai loro sequestratori a destinazione per la sparatoria in atto, furono massacrati in strada. La destinazione più probabile, secondo Bifolchi, sarebbe dovuta essere l’albergo Colombo, dove pare che in quei giorni funzionasse un Comitato rivoluzionario presieduto da Orlov.

Ma ecco l’interpretazione personale di Bifolchi: per lui anche l’assalto alla centrale Telefonica non fu opera di un putsch comunista, ma l’opera di gruppi armati tollerati dai partiti e incontrollabili. Secondo lui anche la Quinta colonna non fu estranea a quei fatti. L’esito dell’autopsia sul corpo di Berneri non lasciò dubbi: “Il corpo presenta una ferita d’arma da fuoco con foro d’entrata dietro la linea ascellare destra e d’uscita nella mammella destra a livello della 7° costola. Il proiettile ha una direzione da sinistra a destra da dietro in avanti e dall’alto in basso. Il cadavere presenta una ferita d’arma da fuoco nella regione temporo-occipitale destra con direzione dall’alto in basso e dal dietro in avanti. A giudicare dalla condizione degli orli delle ferite, queste furono prodotte a corta distanza, circa 75 cm. La ferita addominale fu causata stando l’aggressore di dietro o di fianco all’ aggredito; quella alla testa stando l’aggressore ad un livello superiore all’aggredito”. Stando poi alla testimonianza dell’anarchico Tommaso Serra che, insieme ad altri riconobbe la salme all’obitorio, Berneri e Barbieri “erano inverosimilmente gonfi e cianotici e portavano i segni dei proiettili posteriormente nella nuca e nelle spalle”.

Il 13 maggio 1937 Giovanna Berneri, ancora scossa dal terribile fatto, scrisse a Max Sartin alcune righe per informarlo dell’accaduto. Ella si trovava ancora a Barcellona con la figlia Maria Luisa, intenta nella triste opera di raccolta delle carte e dei documenti del marito. In Francia l’attendevano l’altra figlia Giliana e la suocera Adalgisa Fochi. Per tutte loro cominciava il tempo della memoria e della difesa morale e politica del loro caro.

“Caro Max, la terribile notizia dell’assassinio del nostro Camillo ti sarà già giunta. Mi trovo qui a Barcellona dove sono venuta con Maria Luisa a raccogliere gli scritti e i documenti ch’erano così preziosi al nostro caro. Siamo angosciate per questa terribile fine. Lui, che ha lottato sempre con un entusiasmo e una fede impareggiabili, è stato colpito alle spalle dai nemici della libertà. Sono troppo addolorata per potervi scrivere più a lungo. Ma a te, agli amici dell’Adunata, ch’eravate per lui la sua famiglia, ho voluto mandare queste due righe perché vi sento vicini in questi momenti angosciosi. Vi saluto tutti.” Giovanna.

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La risposta di Sartin non si fece attendere e giù su L’Adunata dei refrattari del 29 maggio 1937, scrisse: “Sono grato a Giovanna Berneri di aver potuto in circostanze così terribili pensare a me, a noi. E, sicuro d’interpretare i sentimenti dei compagni d’America, mando a lei, alle sue figlie, alla dolente signora che a Montreuil, carica d’anni e di strazio, attenderà sempre invano il ritorno dell’unico figlio, l’espressione commossa del nostro dolore per la perdita che tutti ci colpisce.” Max Sartin.

A conferma dell’assassinio e in contrasto con quanto la propaganda comunista andava affermando, Angelo Tasca il 22 maggio 1937 su Il Nuovo Avanti, dichiarò: “Le ultime informazioni che ci sono giunte da Barcellona confermano che Camillo Berneri non è morto combattendo per la sua causa, quale egli sentiva, maprelevato al suo domicilio e ucciso poi in seguito, freddamente, barbaramente. La sua tragica fine è tanto più deplorevole, che Berneri aveva assunto di fronte ai problemi della lotta antifascista in Spagna un atteggiamento ispirato a un gran senso di responsabilità, e alla preoccupazione di salvaguardare nello stesso tempo le necessità immediate della guerra e gli sviluppi futuri della rivoluzione”.

In effetti il 21 aprile 1937 Berneri aveva scritto su Guerra di Classe: “Non bisogna cadere nell’errore opposto di un estremismo socialista che si ispiri non alle necessità della lotta armata bensì alle formule programmatiche e alle finalità avveniristiche. La posizione feconda è quella ‘centrista’. La chiarisco per evitare equivoci, con un esempio evidente. Io penso che la socializzazione della grande e media industria sia una necessità di guerra… Faccio invece molte riserve sull’utilità economica della socializzazione della piccola industria in rapporto alle necessità di guerra e sono costretto a dissentire con dei compagni che vorrebbero estendere al massimo la socializzazione industriale… La posizione centrista tiene conto non soltanto delle ragioni strettamente economiche ed attuali che militano a favore della tolleranza nei riguardi della piccola borghesia, ma anche delle ragioni psicologiche… Tale impostazione non basterà certamente a gettare ponti tra le sfere dirigenti del Psuc, noi e il Poum ma potrà facilitare l’intesa sincera e fattiva fra tutti coloro che sono sinceramente antifascisti e, in un secondo piano, una più intima collaborazione tra coloro che sono sinceramente socialisti.”

Il 19 agosto si svolse a Parigi presso la sala dei sindacati la commemorazione ufficiali dei caduti antifascisti in Spagna, Guerra di Classe di Barcellona del 23 settembre 1937 riferì che alla commemorazione un anarchico chiese che fosse inserito il nome di Berneri. A quella proposta un dirigente comunista rispose: “non si può mandare un saluto a colui che pugnalava alla schiena dei bravi militi.” L’anarchico intervenuto era Umberto Tommasini di Trieste, mentre il comunista che si incaricò della risposta rispondeva al nome di Giuseppe di Vittorio.

Altri invece espressero giudizi ben diversi. Rodolfo Pacciardi, ad esempio, nel suo libro Il Battaglione Garibaldi, pubblicato a Roma nel 1945, testimoniò che Berneri fu “uomo al quale non si possono negare onestà di intenzioni e un ardore apostolico e idealistico veramente suggestivo. Egli fu vittima del momento severo di repressione, seguito ai fatti di Barcellona”.

Pietro Nenni poi in Spagna nel 1958 elencava il caso Berneri come “una delle cose più tristi fra quelle in cui era facile individuare la mano dei comunisti”. Ancora nel 1950 Via Nuove continuava ad affermare: “Non abbiamo notizie precise sulla morte di Camillo Berneri, non sappiamo dire se sia morto al fronte, in combattimento o durante la sommossa di Barcellona nel maggio 1937.”

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Nel marzo 1950 su Rinascita, Rodrigo (Palmiro Togliatti), polemizzò con Gaetano Salvemini, reo di aver portato in un’aula universitaria una “tra le più infami calunnie della libellistica anticomunista”, di aver cioè riferito, ricordando Berneri, che egli era stato “soppresso in Spagna da comunisti nel 1937”. Togliatti nella sua risposta fu particolarmente duro, fino ad affermare: “O quest’uomo le beve veramente tutte le panzane, purché siano di marca americana e anticomunista, o è disonesto. Camillo Berneri era anarchico, e tra gli anarchici di Barcellona, nell’aprile del 1937, egli apparteneva alla tendenza che in un certo modo si stava avvicinando ai socialisti unificati, ai catalanisti e ai repubblicani, in quanto si era opposto, anche vivacemente e suscitando contrasti, alla condotta dei famosi incontrolados. Vi fu la nota rivolta barcellonese del maggio una serie confusa di sanguinose battaglie di strada, da casa a casa, dai tetti, ecc. Il Berneri cadde in uno di questi scontri, ecco tutto”. Tale sua dichiarazione, mentre da un lato continuava a sostenere l’incidente (vedi il tentativo messo in atto prima che il suo corpo venisse ritrovato di convincere le sue compagne d’abitazione che i due sarebbero stati liberati), dall’altro lato ripudiava la tesi del “Grido del Popolo” di Parigi, organo ufficiale del Pci che aveva detto: “Camillo Berneri, uno dei dirigenti de Los Amigos de Durruti, che, esautorato dalla Direzione stessa Fai ha provocato il sanguinoso sollevamento contro il governo del fronte popolare della Catalogna, è stato giustiziato dalla Rivoluzione Democratica, a cui nessun antifascista può negare il diritto della legittima difesa.”

L’undici maggio 1937 un lungo corteo percorse le strade di Barcellona alla volta del cimitero di Sans (Carrettera Col Blanc). Accanto alla bara di Berneri vi erano quelle di Ferrari Adriano, Barbieri Francesco, Di Peretti Lorenzo e Macan Pietro. Il numero 4034 distinse la tomba di Camillo Berneri da una miriade di altre tutte uguali.

Fabrizio Montanari